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Diari dei Viaggi di Sandro Baldoni


Diari dei Viaggi di Sandro Baldoni

La Spagna Ci eravamo dati appuntamento con Iffet alla consegna bagagli e là puntualmente ci ritrovammo essendo arrivati in aereo a Madrid, l’una da Parigi l’altro da Roma. Dopo l’abbraccio e gli scambi di affettuosità eravamo pronti a ritirare i nostri bagagli davanti al banco della consegna. Tra l’altro le valige erano lì le avevano già sbarcate ma per via del gran numero di passeggeri gli addetti tardavano a farceli avere. Fu allora che io scavalcai il bancone e passando dall’altra parte giocai il ruolo degli operatori: <<Quale è Signora il suo bagaglio?>> - mi rivolgevo ovviamente a Iffet - <<Questo? Ecco benissimo tenga>> e le passai la valigia. <<Questo invece è il mio e me lo prendo>>. Tornai dall’altra parte del banco tra i passeggeri in attesa e ce ne andammo tranquillamente senza che nessuno del personale dell’aeroporto facesse la minima obiezione. D’altra parte sia in Italia che in molti altri aeroporti i passeggeri i bagagli se li prendono da soli. Così io segui quella regola. Albergo già prenotato da Iffet e poi subito le prime visite alla città. Non ricordo l’ordine delle vie, palazzi e monumenti che esplorammo nel primo giorno. Ricordo, però, che già nei primi contatti con le strutture della capitale facemmo una vera indigestione turistica. Passammo dalla Gran Via per arrivare al Palazzo Reale che ne prende il nome per portarci poi al limitare del Buen Retiro, un grande parco che dal nome sembra fatto per dare serenità e riposo ai pensionati. Tra i monumenti di spicco ricordiamo anche Plaza Major, un gran rettangolo delimitato da portici e artistiche arcate. Al centro il monumento di Felipe Secondo opera del Gianbologna. E’ uno dei tanti casi in cui si incontrano grandi opere d’arte che sono spesso iniziativa, ingegno e non solo dell’ingegno ma anche dell’iniziativa degli artisti italiani. Ci capitò di trovarne altri di questi esempi nel corso del nostro viaggio. Girovagando per Madrid capitammo anche in una località chiamata Porta del Sol e ci rendemmo conto che in realtà una vera e propria porta non esiste: si tratta di un incrocio di grande strade che al centro della città formano una piccola piazza. Fu lì che, arrivando a tarda sera, sentimmo risuonare più volte un gran battimani. Un teatro all’aperto? Niente di tutto questo. Erano gli abitanti delle case adiacenti che non possedendo le chiavi del portone dei palazzi in cui abitavano sollecitavano in quel modo l’intervento del così detto “Sereno” l’uomo cioè che dei portoni possedeva le chiavi come probabilmente avveniva in altri rioni della città. Il sereno accorreva e l’inquilino solo col suo intervento - e soltanto con quello - poteva rientrare in casa propria! Un intero pomeriggio fu dedicato al Museo del Prado una delle maggiori pinacoteche del mondo. Fu anche l’occasione per ricordare che in un grande museo come quello, io e Iffet, ci incontrammo per la prima volta a Firenze.


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Il ricordo di una santa - Teresa - ci portò a fare un’escursione ad Avila, città legata al suo nome. Si tratta di un grosso, antico, villaggio situato alla sommità di un monte che sovrasta Madrid. E’ ammirabile Avila, più dal di fuori che all’interno. Si presenta, infatti - vista dal basso - come una massiccia roccaforte, difesa da altissime mura, molto ben conservate nei secoli. Rientrati a Madrid ripartimmo in treno per Toledo, antica capitale della Spagna. Qui trovammo elementi di grande interesse come il Palazzo dell’Ajuntamento, sede del Municipio e soprattutto la storica mole dell’Alcazar, assai nota per la strenua difesa opposta dai repubblicani ai nazionalisti di Franco che alla fine ebbero la meglio.

Sugli spalti cadde il mitico colonnello Moscardò che fu l’anima della resistenza. A Toledo abbiamo, inoltre, raccolto con Iffet il ricordo ancora vivo della presenza di El Greco che lavorò a lungo in quella città. Prendemmo anche visione in un convento delle prime opere realizzate sul posto dal celebre pittore. Ad esempio della splendida “ Spoliazione di Cristo”. Con il biglietto “Ida y welta” ( andata e ritorno ) suggeritoci da un gentile ferroviere vestito rigorosamente in divisa come tutti i colleghi spagnoli, rientrammo nella nostra stanza d’albergo della capitale, per lasciarla, però, il giorno dopo per un’altra avventura turistica. Nuova importante meta, che raggiungemmo sempre per via ferroviaria, la città di Granada, anch’essa capitale un tempo, ma dei mori. Gli arabi si erano installati nel sud del Paese (e non solo) come ci dice la storia e vi restarono a lungo. Quando furono cacciati dagli “sposi alleati” Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona lasciarono sul territorio che avevano dominato opere di grande valore. Basterà ricordare l’Alambra nel cui cortile al centro della struttura ci intrattenemmo a lungo ammirando la ricercatezza dello stile. Altra attrazione, meno nota, di Granada, trovammo fosse la Madraza. Un palazzone il cui nome,derivato dall’arabo,dice come in passato l’edificio fosse sede di una sorta di università. Dopo la conquista dei re cattolici diventò per la città un austero Municipio. Nel suo archivio è gelosamente custodito un volume con abbondanti annotazioni inserite a penna,di suo pugno, da Cristoforo Colombo.


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Lasciammo Granada portando con noi l’immagine della piazza principale chiusa al fondo dalla mole di una bella cattedrale. Ed eccoci ora. Dopo un altro breve spostamento in ferrovia, eccoci a Siviglia, un capitolo importante del grande libro iberico che stavamo sfogliando. Ricordi? Moltissimi. Tra i primi la Giralda, una torre altissima che offre dalla sua sommità un panorama indimenticabile della città e dei dintorni. Lo offriva un tempo anche ai cavalieri che restando in arcioni volevano salire in vetta all’edificio. Scoprimmo, infatti, che chi affronta la lunga salita elicoidale non sale una scala, ma percorre il ben tenuto ammattonato di una strada del tutto priva di gradini. Salimmo anche noi per un tratto fu lì che Iffet, dopo essersi affacciata ad una delle finestre aperte nelle pareti si ritirò di scatto confessandomi di essersi resa conto solo allora di soffrire di vertigini. Oggi la Giralda è la torre campanaria della cattedrale. Dalla Giralda alla Casa di Pilato. Fu realizzata da un notabile sivigliano che, tornando da un viaggio in Terra Santa volle ricostruire - in copia - la sede del Pretorio di Ponzio Pilato dal quale Cristo fu mostrato alla folla che dovendo scegliere a chi dare la libertà preferì darla a Barabba piuttosto che al figlio di Dio. C’è anche un grande spazio a Siviglia, destinato al verde e allo svago,realizzato con grande fantasia.

E’ il cosiddetto Parco di Maria Luisa. Si apre al centro della città ed ha la forma di un semicerchio solcato da un canale navigabile, percorribile anche dai turisti su piccole imbarcazioni. Numerosi ponti a cavallo del canale consentono di raggiungere il centro del

Parco. Ai bordi della via d’acqua numerose panchine decorate con maioliche dedicate alle 14 province della Spagna. Una delusione ci riservò anche Malaga, capitale della Costa del Sol. Solo a Palos, piccolo villaggio anch’esso sul mare, ci rifacemmo gli occhi: un pugno di case di un bianco immacolato splendente sotto il sole. A quel punto la visita si poteva considerare terminata.


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Rientrammo a Madrid e strada facendo interrogammo la nostra memoria per verificare se per caso nel racconto che portavamo nella nostra memoria ci fosse qualche piccolo vuoto. E subito ne trovammo più di uno. Riguardavano, quelle dimenticanze nientemeno che Siviglia e Granada. A Granada la visita alle tombe di Isabella di Castiglia e di Ferdinando di Aragona, i due Re cattolici che avevano unito i loro regni consentendo così al successore Carlo V di unificare completamente la Spagna. I due sovrani erano stati, infatti, tumulati in una cappella situata accanto alla cattedrale realizzata per volere di Isabella e Ferdinando sul modello, in chiave gotica, della Cattedrale di Toledo. Di Siviglia, invece ci eravamo inspiegabilmente persi il ricordo della solennità con cui veniva celebrata la Settimana Santa. Una processione che si snodava per le vie della città portando a spalla pesantissime “casse” sulle quali erano raffigurati i vari momenti della Passione di Cristo. Al rientro a Madrid trovammo, purtroppo, una sgradevole sorpresa. Ci dissero, infatti, che al momento l’unico modo di lasciare la Spagna, senza sforare i tempi delle nostre vacanze, era quello di tornare ad imbarcarci in aereo nella città da cui eravamo appena arrivati: Malaga. Fummo così costretti a fare uno spiacevole dietrofrónt; io sbarcai a Nizza e Iffet proseguì per Parigi, dopo esserci affettuosamente riproposti di organizzare presto insieme un nuovo viaggio.


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Praga Avevamo deciso con Iffet di andare a curiosare un po' oltre cortina (quella di ferro intendo) e optammo per quella che era allora la Cecoslovacchia. Praga, ci avevano detto, era una città molto attraente e quindi la decisione fu presa senza incertezze. Io però non avevo considerato un fatto: che cioè un anno prima un giornalista della Rai era stato arrestato (e poi liberato in seguito all'intervento della nostra diplomazia) perché fu scoperto a prendere contatti con elementi che facevano opposizione al locale governo comunista. Incredibile, ma questo fatto pregiudicò, almeno in parte, il tranquillo svolgimento dei nostri giorni di vacanza. Infatti io, giornalista Rai, dipendente, tra l'altro, della stessa testata giornalistica, secondo il meschino intuito della sospettosissima polizia praghese di quel tempo, potevo essere intenzionato a ripetere l'infelice esperienza di un mio incauto collega. Le conseguenze di quel pregiudizio cominciarono subito a farsi sentire. Quando mi recai all’ambasciata Cecoslovacca a Roma per ottenere il necessario visto di ingresso e prenotare l'albergo di prima categoria in cui intendevamo soggiornare (obbligatoria, la prenotazione in sede diplomatica!) mi dissero di ripassare a ritirare i documenti richiesti dopo 10 giorni. Tornai puntualmente all’ambasciata e qui un tipo dall'aspetto non molto rassicurante mi sparò in faccia senza troppo garbo: mi dispiace signore, lei non potrà scendere all' albergo che ha indicato; deve andare all'Excelsior, che è di lusso e costa molto di più (pausa) Allora non va? Capii ovviamente subito che dietro quelle parole c'era la chiara dichiarazione che in Cecoslovacchia non eravamo ospiti graditi. Tant’è che io avevo promesso a Iffet di andare a Praga e a Praga saremmo andati. Risposi quindi senza esitazione: <<Non importa. Vado lo stesso>>. Fu rientrando a casa dove Iffet stava forse già studiando cosa mettere in valigia, che mi si accese la lampadina e mi resi conto di tutta la situazione. Che stupido! Perché non ci avevo pensato prima? Ma oramai era tutto deciso e non potevamo tornare indietro. Arriva così il giorno della partenza. Volo tranquillo, arrivo senza problemi, i problemi cominciarono, però, subito dopo aver raggiunto il "costosissimo" albergo (che, in realtà, molto costoso non era!). Alla reception un distinto signore ci assegnò una stanza e ne prendemmo possesso cominciando ad aprire i bagagli in previsione di una permanenza di una diecina di giorni. Dopo pochi minuti ecco però di ritorno il facchino che ci aveva portato i bagagli. Forse non gli era bastata la mancia che gli avevo dato e pretendeva un supplemento, ma quello voleva ben altro: <<Mi scusi, Signore>> mi disse con tono un po' concitato <<il direttore dell'albergo vorrebbe parlarle>>. Scesi nella hall a piano terra, dietro al banco del portiere, quasi per tenermi a distanza, c'era un tipo alto e robusto dall'aspetto niente affatto gradevole e dai modi bruschi e sbrigativi. Difatti senza nemmeno presentarsi o salutare entrò subito in argomento: <<Mi dispiace, ma lei e sua moglie non potete rimanere in quella stanza. Dobbiamo eseguire dei lavori in una camera vicina e il rumore non vi consentirebbe di dormire>>. Stavo per chiedere perché mai in quell'albergo i lavori si dovessero fare solo di notte, ma lui non me ne dette il tempo: <<Questa e la chiave..>> proseguì porgendomela <<..della nuova sistemazione, la dia al ragazzo>> che era rimasto in disparte ad attendere <<lui vi accompagnerà e provvederà al trasferimento dei bagagli>>.


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Mi venne subito fatto di pensare che la polizia in quel paese, non si accontentasse di sorvegliare in un'area già ben circoscritta, come quella di un albergo la gente da tenere d'occhio, ma intendesse marcarla stretta in un luogo ben delimitato. Non parliamo poi dello stupore mio e di Iffet quando nella nuova collocazione trovammo la parete di fondo della stanza interamente coperta da una tenda nera: che significava? Che il muro non esisteva e al di là della tenda magari una intera schiera di funzionari avrebbe ascoltato le nostre eventuali conversazioni per coglierci in fallo e magari incriminarci? 0 che la tenda serviva solo a nascondere sofisticate apparecchiature di registrazione aventi lo stesso scopo inquisitorio? Ciò nonostante, non avendo nulla da nascondere chiacchierammo come sempre amabilmente e dormimmo senza incubi. Nessuno sbucò improvvisamente da quel funereo drappo (nemmeno in sogno..) e scendemmo freschi e riposati a fare colazione nella caffetteria dell' albergo. Tra l'altro ricordo che al tavolo vicino al nostro sedeva un signore che si chiamava Khayatt. Disse chiaro il suo nome nella presentazione. Un lontano parente di Iffet? Pensai che potesse trattarsi di un’ esca che avrebbe dovuto convincere mia moglie ad aprirsi su cose compromettenti. Anche questo però, per quanto strana sembrasse la coincidenza, rimase un mistero insoluto. Lasciammo l'albergo cominciando a interessarci ai quartieri più prossimi che già presentavano elementi di vivo interesse. Sostammo nella città vecchia sotto la torre che ospitava I‘ Orologio detto appunto di Praga, ricco di tutta una serie di riferimenti astrali.

Nel pomeriggio altra ricognizione nei vicoli giungendo a tarda sera ad affacciarci sul lento fluire delle acque della Moldava, il fiume che taglia in due la città. Restammo a lungo all'imboccatura del ponte detto "di Carlo" godendo della favolosa immagine delle sue arcate riflesse nella Moldava dalle luci che piovevano dall'alto. II Ponte di Carlo è un'opera imponente, richiama in un certo qual senso la struttura del Ponte Sant'Angelo che a Roma scavalca il Tevere, davanti al Castello da cui prende il nome; addirittura potremmo dire che lo supera non per il valore artistico delle statue che si ergono sulle sue spallette, ma certamente per la loro taglia. Si tratta, infatti, di colossali figure scolpite in pietra scura che ispirano un senso di grande severità. L'impressione che fanno l'avremmo poi provata un po' dovunque, quasi fosse la cifra estetica ricorrente in tutta la città.


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L'indomani varcammo il ponte e proseguimmo sulla strada, lastricata ovviamente in pietra grigia, che ci invitava a scoprire la forte costruzione del Castello da cui le milizie ceche avevano vegliato per secoli sulla sicurezza della città. Ci capitò, tra I'altro la fortuna di assistere a un cambio della guardia accompagnato dalle divertenti esibizioni di un ragazzino che scherzosamente tentava con molto impegno di imitare le impeccabili evoluzioni dei soldati in servizio. Ci avventurammo anche nei piccoli centri che fanno corona alla capitale, ma preferimmo non aggregarci ai turisti guidati - sapevamo - da ciceroni molto politicizzati. Lo facemmo per evitare visite socialisticamente mirate con l'aggiunta di eventuali sproloqui esaltanti la saggezza di “dittatorelli” locali. Per questo decidemmo di usare il treno come mezzo di trasporto. La stazione ferroviaria non distava molto dall'albergo. Vasta e luminosa ci convinse che anche i governi autoritari possono avere i loro aspetti positivi. Sul pavimento, infatti, tirato perfettamente a lucido, neanche il minimo rifiuto: né una carta né un biglietto. Senza guida riuscimmo, però, a vedere e a capire ben poco! La sera successiva decidemmo di non cenare in albergo, ma di gustare qualche specialità del posto in un ristorantino del centro. E qui venne fuori un altro aspetto negativo dei governi totalitari. Erano da poco passate le venti quando entrammo nel locale prescelto. Pochissima la gente a tavola. Molti dovevano aver finito di consumare il pasto e già qualcuno stava uscendo quando noi entrammo. Un inserviente ci venne immediatamente incontro e ci chiarì la situazione: << Ci dispiace, ma qui dalle 19,30 non accettiamo più clienti>> e ci invitò ad uscire. Era chiaro! II personale di servizio dipendeva direttamente, sotto il profilo economico, dall'autorità locale; che interesse poteva avere ad accogliere un cliente in più? Aveva lo stipendio e di quello doveva accontentarsi. Non poteva mancare una visita a piazza San Venceslao che è il cuore della città vecchia. Salimmo per avere una visione completa del luogo su una sorta di “terrazzetta” da cui si dominava la piazza. Accanto ad una coppia, abbandonato sul parapetto di quel panoramico punto di vista, trovammo la metà di un’ anguria con un coltellaccio infilzato nella polpa sanguigna del frutto. Scattai una foto ma subito me ne pentii. Non era normale, infatti, che qualcuno avesse lasciato bene in vista proprio nella piazza centrale della città quello


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che più che un avanzo, pensai, avrebbe potuto essere considerato una sorta di velata, minacciosa protesta politica. Mi accorsi subito, grazie a Dio, che ormai il timore di essere trovato in possesso, anche semplicemente di una foto di dubbio significato, stava diventando una ridicola ossessione. Mi affrettai a cancellare quell'idea dalla mente, presi per mano Iffet e proseguimmo il nostro tour nella città vecchia alla ricerca di altre scoperte. Ed ecco la sorpresa che ci riservò uno del giorni successivi: un carro armato alto su un piedistallo con un soldato che gli faceva la guardia. Un singolare monumento, insomma. Spiegazione: si trattava del primo carro armato russo entrato a Praga dopo lo sfondamento, nell'ultima guerra mondiale, delle linee tedesche. E proprio quel giorno, il 22 agosto, ricorreva il decimo anniversario della cosiddetta liberazione. II motivo della presenza del soldato che in Italia sarebbe stato spiegabile solo se si fosse trattato di un carro armato...ignoto. Certamente per il timore che qualcuno, che non avesse propriamente esultato per l’avvenimento, facesse al carro qualche lavoretto che i tedeschi non erano riusciti a fare. Arriviamo ora a quello che potremmo definire “iI Gran Finale” del nostro viaggio: iI momento, cioè, del ritorno in Italia e precisamente della partenza dall'aeroporto. Quando noi arrivammo, già una gran parte dei passeggeri aveva superato i cancelli di accesso alla pista di volo. Iffet, che era in coda poco avanti a me, stava per arrivare al gate quando la fila venne bloccata e io fui fatto uscire dal gruppo dei passeggeri e condotto in un angolo poco lontano. Iffet mi vide e subito cercò di liberarsi della gente che aveva dietro di sé per tentare di raggiungermi. <<Vai via! Torna in Italia!>> gridai convulsamente. Per la verità ancora non sapevo come sarebbero andate le cose ma, dati i precedenti, se mi avessero trattenuto a Praga sarebbero passati forse addirittura mesi prima che mi permettessero di rimpatriare. L'unica soluzione poteva essere, nel caso, quella di interessare la nostra diplomazia perché provvedesse a chiarire l'eventuale equivoco. E questo poteva farlo solo Iffet, l'unica al corrente della situazione. Intelligentemente il caro mio amore capì subito, al volo, la situazione e rientrò nella fila diretta all'imbarco senza staccare naturalmente fino all'ultimo gli occhi da me. Rimasi in attesa nel mio angolo, non certamente tranquillo ma neanche eccessivamente preoccupato non avendo assolutamente commesso atti contrari o sconvenienti nei confronti del partito al potere. L'attesa non si protrasse a lungo. Dopo una diecina di minuti, quando già tutti i passeggeri avevano preso posto sull'aereo vidi entrare dal cancello, ma in senso contrario a quello dell’imbarco, un inserviente con una valigia in mano, non c' era dubbio si trattava della nostra valigia; avevano evidentemente bloccato l'aereo e l'avevano fatta rientrare. La sistemarono su una panca non lontana da me e si dettero da fare per passarne al vaglio il contenuto. Mi chiesi naturalmente che cosa avrebbero potuto trovare di compromettente in quella loro perquisizione. Dei rullini fotografici? Ma avrebbero dovuto svilupparli e comunque non ci avrebbero trovato nulla che potesse dare adito a sospetti.


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C'era, sì, un quadernetto sul quale avevo annotato i prezzi di oggetti (come vasi di cristallo di Boemia) e di vane mercanzie che avevo trovato esposte nelle vetrine dei negozi di Praga. Sulla prima pagina, dopo aver constatato l'esistenza nella nostra camera della tenda nera, avevo scritto una frase che avrebbe dovuto allontanare dalle nostre persone ogni possibile supposizione che noi fossimo venuti a Praga con un atteggiamento ostile nei confronti del Paese e in particolare del regime che lo governava. La frase suonava all'incirca così: <<Debbo fin d'ora affermare, dopo aver preso i primi contatti con la città, che Praga è molto attraente (e questo corrispondeva, tra l'altro, a verità) ricchissima di monumenti e di storia, degna capitale di una grande Repubblica>>. Fu quella frase a far cadere i dubbi di chi era prevenuto contro di noi? Ne dubito molto! Comunque dopo la perquisizione non sollevarono problemi. Rimisero ogni cosa a posto e quando obiettai, visto che mi avevano consentito di seguire la loro ispezione, che mancarono dei rullini fotografici, mi risposero: <<No! Ci sono tutti>>. Era vero. Conoscevano almeno quanto me il contenuto della mia valigia, commisero, però, l’imprudenza di permettermi di andare alla toeletta. Avrei potuto liberarmi di documenti compromettenti che tenevo indosso. Ma forse non era un'imprudenza: può darsi che oltre ad avermi controllato, come tutti i passeggeri ai raggi X al momento della partenza, avessero rovistato nei nostri abiti di notte, mentre dormivamo, sbucando dalla famosa tenda nera. Finalmente mi fecero cenno che ero libero di partire. Ripresi la valigia e raggiunsi Iffet a bordo. In cattivo italiano un passeggero mi apostrofò: <<Ma è il modo di fare? Ci avete fatto perdere un'ora!>> Mi guardai bene dal dare spiegazioni …


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EGITTO Un bel giorno con Iffet decidemmo – come Napoleone – di andare alla conquista dell’Egitto. L ‘idea partì da mia moglie che prenotò un viaggio per due persone presso un’agenzia turistica parigina e venimmo così naturalmente aggregati ad un gruppo di lingua francese. Il viaggio prevedeva visita al Cairo, risalita del Nilo su una piccola nave da crociera e ritorno al Cairo sempre per via fluviale (quando normalmente l’andata o il ritorno venivano sempre programmati via terra.) Ci incontrammo direttamente all’Hotel del Cairo che fungeva da base all’escursione e subito il giorno successivo all’arrivo scattò il piano predisposto. Dopo la visita mattutina alla Grande Moschea del Cairo, famosa per il gran numero di minareti che alza verso il cielo. il programma del viaggio ci portò, la sera, a Giza. Qui, ai margini del deserto ci attendevano le celebri tombe piramidali di tre Faraoni realizzate con enormi blocchi di pietra montati a decrescere uno sull’altro a difesa della cella interna che ospitava la salma dei sovrani. Mentre, forse per ulteriore sicurezza, una Sfinge di pietra, con la barba spezzata dalla fucilata di un soldato di Napoleone, montava la guardia. La serata presentava uno spettacolo “son et lumiere” con musica, luci e voce recitante.. Che cosa appresi che ancora non sapevo? Niente, perché lo speaker recitava in francese con una voce roboante e molto retorica e le luci illuminavano di volta in volta solo piccoli particolari dei monumenti. Imparai, invece, molto bene a mie spese - visto che indossavo abiti estivi - che in africa il freddo,di notte, fa battere i denti! Fortunatamente l’albergo non era molto lontano e l’indomani mattina ci svegliammo presto per fare una scappata a Giza e goderci in piena luce Cheope,Chefren e Micerino. Proprio la sera prima di imbarcarci sul battello fluviale, un piatto di sottoaceti, infestati da micidiali germi africani, mi fece risvegliare al mattino con un febbrone a 39. Mi salvò Iffet. Aveva notato la presenza nel nostro gruppo di alcuni medici francesi che - conoscendo inconvenienti come quello che mi era capitato viaggiavano provvisti di contravveleni. Mi venne, quindi, graziosamente fornito un efficace rimedio che fece scendere quasi completamente la febbre. Potei quindi imbarcarmi con Iffet senza troppi problemi. La navigazione sul Nilo prevedeva numerosi approdi. Il primo fu a Tebe perché si potesse rendere omaggio a Ramses II, rappresentato da una colossale statua stesa a terra sul dorso in un gigantesco capannone di cui era il solo inquilino: dalla testa alle estremità (andate perdute) il glorioso Faraone misurava almeno sessanta metri.


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Il vaporetto fece sosta anche a Karnak, città ricca di reperti archeologici e caratterizzata da una doppia fila di statue che ai lati della strada di accesso accompagnano il visitatore dal fiume all’ingresso dell’abitato. Da Karnak all’approdo successivo si fece festa a bordo. Dopo una cena all’aperto sulla tolda, fu dato il via ad una sfilataconcorso alla quale ci avevano invitato a partecipare. Il micro-evento avrebbe premiato il turista che avesse meglio rappresentato un personaggio di fantasia. Ricordo che a me venne in mente di calarmi nei panni di Sandokan, il pirata malese inventato da Salgari, data, anche se c’entrava poco, la coincidenza delle lettere del mio nome con quelle iniziali del corsaro (Sandro..kan) Preparai, non senza fatica, il mio “abito di scena”con una certa cura. Pantaloni bianchi a sbuffo e una camiciola stretta alla vita da una fascia. Infilai nella fascia un coltellaccio che rubai al cuoco in cucina seguitando, nel frattempo, ad esortare Iffet a inventare a sua volta un personaggio. Ma senza risultato. Invece sapete cosa accadde? Che sotto le luci e gli sguardi della massima parte dei turisti che preferirono fare da spettatori, io sfilai tra i primi, ma non suscitai eccessivo interesse. Arrivato, scornato, alla fine della passerella, mi voltai e cosa vidi? Iffet a piedi scalzi, con velo nero che le copriva in parte il volto, un’altro bianco che le scendeva dalla testa e su quella una brocca di terracotta tenuta in bilico con una sola mano. Inutile dire che al suo passaggio applausi scroscianti accolsero quella figurina così vera nella sua semplicità. Mi pare di ricordare che vinse pure un premio. Ci fu poi una breve fermata per visitare un paio di templi caratterizzati da colonne altissime e da capitelli molto elaborati. Facemmo pure una sosta per prendere visione di un tipo di piramidi, molto diffuse nell’alto Egitto, realizzate secondo uno stile diverso dalle consorelle di Giza. Queste avevano la parte superiore tronca e prendevano il nome di Mastaba. In una di queste, nella località di Sakkara, riposano le spoglie della madre di un sovrano che avevamo già incontrato: il Faraone Cheope. Altre visite il nostro gruppo fece alla Valle delle Regine e alla Valle dei Re. Le tombe erano numerosissime, tutte sepolte in profondità sotto la sabbia. Ricordo che la guida scelse per noi la tomba di Tutankhamon, conosciuto anche come il Faraone Bambino. Quella scelta fu fatta perché in una rapida visita al Museo Egizio del Cairo, la maggior parte del tempo era stata dedicata a questo attivo, ma sfortunato, esponente delle grandi dinastie che guidarono il paese per molti secoli. Tutankhamon perse, infatti, la vita a soli diciott’anni


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anni ma, pur essendo ancora adolescente, emanò leggi e prese importanti decisioni come quella di dare più potere ai Sacerdoti. Il Faraone bambino fu tra l’altro colpito, un anno prima della morte, da una grave infermità ad una gamba che lo rese claudicante per il resto della sua infelice esistenza. La storia ha fatto in qualche modo giustizia. La tomba di Tutankhamon rimase, infatti, intatta fino al 1925 e il conseguente ritrovamento degli arredi funebri, ricchi e numerosi valse a rendere famoso quel ragazzo quanto lo sono grandi sovrani come i vari Ramses. Il battello ci fece poi sbarcare sulla sponda opposta del Nilo. Ci ritrovammo così, dai morti ai viventi, in una città brulicante di gente operosa: Luxor. Diffusissime le botteghe di artigiani e venditori di spezie e talmente numerosi i Templi che non era certamente possibile visitarli tutti. L’ultimo attracco il nostro vaporetto lo fece poi ad Assuan, quasi ai piedi della famosa diga. Portammo con noi i bagagli perché al ritorno avremmo cambiato nave. Avevamo appena messo piede sulla terraferma quando, tutta affannata, ci raggiunse una cameriera di bordo per consegnarsi una piccola radio-sveglia che dovevamo aver dimenticato tra i cuscini del nostro letto. Scappò poi via correndo senza aspettare la mancia che le avremmo dato volentieri; io sì, ma Iffet non si meravigliò affatto e mi spiegò che i nubiani sono talmente noti per la loro onestà che gli inglesi preferiscono prendere come collaboratrici domestiche le donne di questo Paese. Dopo il pranzo in un grazioso ristorante del posto uscimmo per fare due passi sulla sommità della diga. Dovemmo, però, rinunciare alla visita programmata ad Abu Simbel, il tempio portato pietra per pietra qualche decina di metri più in alto per evitare che fosse ingoiato dalle acque del lago formato dalla diga. L’aereo che avrebbe dovuto portarci sul posto era infatti in avaria. Ci consolammo facendo una visita all’isola Elefantina, attorno alla quale ragazzi su piccole imbarcazioni attendevano i turisti per vendere fiori. A quel punto la nostra avventura nel Paese dei Faraoni poteva dirsi conclusa in quanto il ritorno non offrì sensazioni particolari. Ci accompagnò, nel rientro, la vista delle coltivazioni molto estese particolarmente sulla riva destra, sulla quale il Nilo, esondando nel periodo di piena, regalava alla terra - e in abbondanza - il limo fertile che trasportava, facendo prosperare l’agricoltura per quantità e qualità. Ci raccontarono che in passato i mercanti del Cairo tenevano un loro uomo di guardia all’isola Elefantina, in modo che appena la piena del fiume si annunciava,quella sorta di sentinelle dava l’allarme precipitandosi al Cairo. E i mercanti alzavano i prezzi. A proposito di mercanti ricordo che per tutto il viaggio di ritorno Io e Iffet avevamo ancora gli abiti impregnati dell’odore penetrante delle spezie di cui erano colmi i sacchi nei banchi di vendita allineati lungo alcune strade di Assuan. L’Egitto ci lasciò così un ricordo fatto di immagini e profumi.


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Mosca Dopo l’invito del Dipartimento di Stato U.S.A a visitare gli Stati Uniti d’America (dove restai due mesi) non si sa per quale canale la Russia di Gorbaciov mi rivolse analogo invito. Questo, però, prevedeva una permanenza in U.R.S.S per vari giorni nel mese di gennaio. Pertanto, io che non sopporto il freddo, fui costretto di malavoglia a rinunciare al viaggio. Mi era, però, rimasto in cuore - come dire - un vuoto “geopolitico”. Decisi, quindi, appena fu possibile, di volare con Iffet a Mosca. Quando? In giorni, ovviamente, di clima temperato. Ricordo che Mosca ci fece, sotto il profilo turistico, una grande impressione per lo stile e la grandiosità delle sue architetture: l’immensa Università e tanti altri palazzi che in qualche modo ne imitavano la struttura. Senza contare lo splendore della Piazza Rossa con la Cattedrale di San Basilio che la chiude al fondo e i grandi spazi su cui si affacciano. Ben difese da alte mura, le sedi del potere nonché i grandi magazzini e la tomba che ospitò le spoglie di Stalin, meta di tanti pellegrinaggi. Cosa ci restò nella memoria dopo il primo colpo d’occhio?

Innanzitutto le cupole verdi e variegate dei palazzi del Cremlino e quelle (a volta dorate) delle chiese, gonfie rispettivamente di politica sociale e di preghiere.


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Molti altri aspetti positivi della città fecero colpo su di noi grazie ad iniziative di restauro e di modernizzazione: larghe strade - tra l’altro - a carreggiate plurime e una metropolitana molto ramificata e sicura, realizzata con impiego di marmi pregiati nelle sue duecento stazioni. In primo piano il Museo Puskin che espone, come la National Gallery di Londra opere di Monet, Cezanne, Picasso e al tempo stesso di classici pittori di altri tempi. Il tutto assieme a riproduzioni in gesso di statue famose. In ambito culturale rimanemmo però convinti che il Teatro Bolshoy, il cui corpo di ballo è il più celebre nel mondo,batte ogni altra istituzione moscovita. Il clou della nostro tour è stato, però, certamente il Cremlino che è sostanzialmente una cittadella medioevale fortificata. Si estende, come già accennato, dalla Piazza Rossa alla Neva. Nella sua area vastissima trovammo, molto ben conservati, cimeli che per le loro dimensioni si direbbero commisurati alla grande storia di questo paese: un gigantesco cannone d’altri tempi che spalancò contro di noi la sua bocca feroce e, a poca distanza, nei èressi della Chiesa di San Nicolaj che vanta splendenti cupole a cipolla, un altro “strumento”. A differenza dell’antica bocca da fuoco appena incontrata, non invitava alla violenza, ma alla preghiera: Eccola: una monumentale campana. Ricordo che Iffet osservò che avrebbe dovuto essere ospitata, per l’intensità delle vibrazioni che doveva produrre ad ogni squillo, in un campanile … antisismico. E la gente di questa popolosissima città di 16 milioni di abitanti? Correttezza e disponibilità l’hanno contraddistinta in tutti i contatti che abbiamo avuto. E ci è piaciuto scoprire che la presa del potere da parte del Presidente Gorbaciov aveva consentito a tutti di respirare un’aria di maggiore libertà.


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Basterebbe a provarlo la battuta della nostra guida-interprete, moscovita doc. Ci domandò, infatti, scherzando, durante una visita: <<Sapete quale era a Mosca il palazzo dalla cui sommità si vedeva la Siberia? No? Ve lo dico io. Era la sede della GPU (Ghepeù)>>. In passato parole come quelle avrebbero potuto fargli perdere il lavoro.

San Pietroburgo Da Mosca a San Pietroburgo, o meglio a Leningrado, viaggiando in ferrovia su quello che qui chiamano “Il treno dell’amore”. In quella che sotto gli Zar fu la “Capitale di tutte le Russie”, non ci fu data la possibilità di trattenerci a lungo e tantomeno - data la stagione - di godere di una delle sue fascinose notti bianche. La città - in cambio - ci accolse offrendoci piacevoli sensazioni. Ci aprì le porte del Palazzo d’Inverno e ci consentì di apprezzare lo stile,per lo più europeo,dei grandi palazzi che guardano la Neva, il fiume che da Mosca viene qui a sfociare nel Baltico. Né mancò di invitarci ad una passeggiatina nella “Prospettiva Nevskij” nota per la raffinata architettura dei palazzi che la fiancheggiano. Ci sorprese, poi, facendoci scoprire galleggiante sulle acque del fiume che attraversava la città, una vecchia, gloriosa nave da guerra. Una “tre pipe” - come dicevano i marinai - difesa accuratamente dalla ruggine e messa lì, in bella vista, a ricordare un decisivo momento della storia russa.


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La nave ha il nome di Aurora e il momento è quello dell’inizio della rivoluzione bolscevica. Dall’equipaggio dell’Aurora partì, infatti, una delle prime scintille che cambiò la vita del paese degli Zar. Quello che vorremmo definire, sotto il profilo scientifico, una delle maggiori attrazioni della città, fu il pendolo di Foucault. Appeso al centro della cupola della Cattedrale, oscillava muovendosi su un tappeto di sabbia, steso al centro del pavimento della chiesa. Tracciava solchi che - ci spiegarono spostandosi lateralmente, sia pure di poco, nel corso delle stagioni, costituisce una prova inconfutabile della rotazione della terra.


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Il Nepal Il programma del viaggio era molto ricco. Dall’India ci ha portato al nord nel vicino Nepal: un paese caratterizzato da prodotti tipici d’arte in ogni campo, dove si respira purissima aria di montagna a 1.300 metri di altezza. Per dirla in due parole, un paese da favola. Rispetto alla superficie del suo territorio la densità di opere monumentali presenti specialmente nella capitale Katmandu era sorprendente e lasciava stupiti. Proprio questa definizione dell’impatto avuto al momento dell’arrivo, mi porta a ricordare oggi, per assonanza gli ”Stupa”: torri sofisticatissime nel disegno che raggiungono altezze notevoli. Lo Stupa più imponente si trova al centro dell’abitato di Katmandu come altre simili costruzioni, che si rifanno in qualche modo allo stile “Gupta” tipicamente indiano, e costituisce una sorta di mausoleo in cui vengono custodite sacre reliquie e documenti relativi a eventi memorabili della vita di Buddah. Proprio quest’opera gigantesca, svettante nella più fastosa piazza della capitale è stata danneggiata qualche tempo fa da un fortissimo terremoto. Noi abbiamo avuto però la fortuna di godercela ancora intatta. Nel giro guidato dal nostro “cicerone” ci è poi capitato di imbatterci in tutta una serie di statue generalmente ispirate al sentimento religioso forte e vivo in questo popolo di montagna. Figure per noi spesso enigmatiche di cui non è stato possibile comprendere fino in fondo il significato che è espressione di un culto vissuto in buona parte nel silenzio della meditazione. Per restare in ambito religioso, abbiamo anche constatato che i fedeli nepalesi hanno a disposizione, per raccogliersi in preghiera, numeroso templi coperti da due o più tetti spioventi che si riducono in ampiezza man mano che gli edifici si sviluppano verso l’alto. Si direbbe che siano stati posti là per assicurare, sotto la loro protezione, una maggiore concentrazione a quanti sono assorti in mistico fervore. Non abbiamo poi mancato di partecipare, secondo il rituale turistico ad un a sorta di “movida” che si svolge nel quartiere di Tamel, centro della vita notturna di Katmandu.


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L’INDIA L’aereo che Iffet, per essere con me fin dall’inizio del viaggio, era venuta a prendere a Roma, ci sbarcò questa volta a Delhi, maestosa città dell’Uttar Pradesh, uno degli Stati dell’India, Paese di cui è attualmente la capitale. Il primo impatto con un mondo caratterizzato da una civiltà lontana dai nostri costumi - come lo era al tempo della nostra visita e come è forse in parte tutt’oggi - è stato molto forte. Ancora prima di arrivare dall’aeroporto all’albergo, abbiamo sfiorato con il nostro pullman diverse vacche considerate sacre dalle credenze locali. Abbandonate nelle vie del centro, girovagavano cose se fossero state libere di pascolare in un prato. Siamo pure stati attratti dai suoni emessi da un incantatore di serpenti, un povero paria che sbarcava il lunario con gli spiccioli offerti dai turisti: poche rupie soltanto, ma sufficienti per sfamare lui, il flautista e il serpe ballerino. Come se non bastasse incrociammo altresì un fachiromendicante che aveva fatto crescere, in un pugno di terra stretto nella mano, un fiore dai petali molto colorati. Sapevamo che Delhi, già capitale storica dell’Impero indiano in epoca medioevale è una città piena di fascino,ricca di opere monumentali. Perciò,dopo un pranzo a base di piatti molto pimentati, io e Iffet ci chiedevamo da dove la nostra guida avrebbe fatto iniziare la visita programmata. Lo apprendemmo ben presto quando ci trovammo davanti alla moschea Jama Mashid, la più grande dell’India. A giudicare dall’ampiezza degli spazi interni, c’era da pensare che già si fosse previsto il veloce tumultuoso incremento demografico ancora in atto. Dai nove milioni di abitanti che Delhi contava a quel tempo,di milioni oggi ne conta oltre sedici. Ovviamente anche per il processo di accentramento della popolazione nei grandi agglomerati urbani. Nel caleidoscopico susseguirsi delle visite ci colpì soprattutto il celebre minareto che - senza però offrire ospitalità - ci sembrò che avesse anticipato l’altezza degli odierni grattacieli. Si trattava - ci spiegarono – della tomba detta Kuto Minar. Custodiva le spoglie di un importante capo dell’antico impero, il Maharaja Humajpur. Le dimensioni del minareto, visibile ovviamente a grande distanza doveva servire a ricordare ai sudditi il luogo dove era sepolto il loro glorioso imperatore, invitandoli al pellegrinaggio. Vivo è infatti in India il culto dei morti. Iffet mi ricordò a tale proposito che per il film girato sul Mahatma Gandhi la produzione aveva pagato duecento comparse perché seguissero,nelle sequenze del funerale, il feretro dello Scomparso. Soldi sprecati. Ne arrivarono, infatti, spontaneamente più di cinquemila.


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Ancora da citare tra le grandi realizzazioni architettoniche visitate a Delhi, il Palazzo di Rashbrapati Bewan, sede della Presidenza della Federazione Indiana. Usciti dal palazzo, puntammo su un antico, inconsueto impianto astronomico. Personalmente non so bene quali osservazioni astrali venissero fatte da quella particolare costruzione perché lasciai Iffet col nostro gruppo per fare un’intervista, concordata precedentemente con la First Lady dell’India. Questo impegno di lavoro inserito nel viaggio mi portò nel palazzo dove la giovane piemontese di Orbassano viveva col marito, Rajv Gandhi Presidente del Partito del Congresso. La First Lady mi fece un sintetico quadro della situazione del Paese e mi parlò anche dei figli : due e non più come prevedeva la legge per frenare l’eccessivo sviluppo demografico di cui già eravamo informati. Ricordo bene il sorriso luminoso di Sonia Gandhi, un viso che tradiva chiaramente la sua origine nonostante il tentativo di “nazionalizzarlo” un po’ con una leggera abbronzatura. Tornato a Roma scrissi l’intervista e “L’Avvenire” la pubblicò dandole un buon risalto. Dopo Delhi fu la volta di Jaipur. In quella città, definita la San Pietroburgo dell’India, entrammo, a dorso di elefante, nel poderoso forte Amber. Un piccolo gruppo di docili bestioni, coperti da fantasiose gualdrappe, si chinarono a un ordine del “cornac” per farci prendere posto nei “cassoni” assicurati sul dorso. Così facilmente, adattandoci all’ondivago procedere di questi proboscidati bestioni, così cari a Pirro e ad Annibale, arrivammo sui bastioni del Forte. Con sorpresa constatammo che le sue spesse mura erano in forte contrasto con la levità e la ricercatezza degli ambienti interni. Finestre finemente elaborate si aprivano tra l’altro sulla piana sottostante. asciando il forte, attirò la nostra attenzione un economico mezzo di locomozione affidato unicamente ai muscoli del suo conducente in grado di trasportare perfino una intera famiglia. Un altro paria che duramente si guadagnava la giornata. Ce ne servimmo anche noi ad Agra, l’indomani per raggiungere una famosa attrazione inserita immancabilmente in tutti i tour organizzati dalle agenzie di viaggi: Il mausoleo di Taj Mahal. Fummo informati che si trattava del più grande mausoleo del mondo, innalzato con amore per onorare la memoria di una donna tragicamente scomparsa mentre seguiva il marito, Shah Jahan, in una campagna militare. Il nome dello Shah non è passato alla storia, ma il mausoleo, espressione del suo profondo sentimento, si annovera fra le sette meraviglie del mondo.


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La successiva visita all’Agra Fort è risultata un po’ una replica di Fort Amber. Protagonista anche qui dell’accoglienza è stato il regno animale. Elefanti all’Amber e un branco di scimmie che la facevano da padrone scorazzando per ogni dove. Condividevano gli spazi grossi uccelli grigiastri che, disturbati dalla nostra presenza sciamarono in massa lasciando la fortezza. Anche qui gli interni, poderosamente difesi dalle mura, presentavano strutture di ammirevole stile. Chiusero il tempo felice della nostra permanenza in India due momenti molto particolari:quello della scoperta dei templi del Khajurhao e quello della visita a Varanasi. All’esterno dei templi abbiamo trovato, incise nel marmo le immagini “scandalose” del Kamasutra, famoso testo indiano che elenca le più sofisticate posizioni dell’amore carnale. Trovammo, esposte in bella vista tutta una serie di immagini di erotica licenziosità scolpite - ci dissero - per scopi religiosi. Forse per mostrare quello che doveva essere evitato di fare negli amplessi amorosi.

Ed ecco, infine, vicino a Varanasi un rito, praticato anche altrove nel Paese attraversato dal corso d’acqua che gli indiani considerano un fiume sacro: il bagno nel Gange, una pratica religiosa che fa vagamente pensare all’esercizio di fare abluzioni cinque volte al giorno,dettato probabilmente per ragioni igieniche dalla Legge Coranica. C’è, però, un piccolo particolare: che le acque del Gange, percorse - ancora, forse, a quel tempo - da salme adagiate su semplici bare scoperte, erano parecchio inquinate. Contenti loro..


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A Iffet

DIARI DEI VIAGGI di sandro baldoni  

DIARI DEI VIAGGI realizzati e raccontati dal giornalista italiano Sandro Baldoni

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