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ASSociAzione LA ScuoLA di SeriAte Scuola Iconografica • via Tasca 36, 24068 Seriate (BG) • Tel.: 035.294021 scuolaseriate@russiacristiana.org L’iconografo è un artista che mette a disposizione i suoi talenti perché la preghiera di tutta la comunità sia sostenuta dalla luce divina dell’icona. Gli è però necessaria una seria formazione spirituale e tecnica, sotto la guida di maestri che curino ed accompagnino il suo cammino. La Scuola iconografica di Seriate, sorta nell’alveo della Fondazione Russia Cristiana, è costituita da una Fraternità di iconografi, formatisi al seguito dei maggiori maestri contemporanei, e impegnati da oltre vent’anni nello studio e nell’opera di far “rivivere” la tradizione dell’icona in Occidente.

CORSI DI ICONOGRAFIA L’itinerario formativo presso la Scuola prevede un Corso fondamentale e successivi Corsi di approfondimento, composti da lezioni teoriche ed esercitazioni pratiche. CORSO FONDAMENTALE L’obiettivo del Corso è quello di acquisire le conoscenze teoriche e le abilità tecniche di base del linguaggio pittorico e simbolico dell’icona. L’intero Corso si svolge nell’arco di due anni e consta di due fasi estive e di brevi stages intermedi successivi con lezioni teoricopratiche. CORSO DI AppROFONDIMENTO Il Corso permette di acquisire i codici linguistici e le metodologie operative attinenti alla progettazione e all’esecuzione dell’icona. I Corsi si svolgono presso la sede della Scuola in Villa Ambiveri a Seriate. L’ampio parco, i laboratori, la cappella bizantina e la vasta biblioteca specializzata offrono l’ambiente ideale per momenti di convivenza, lavoro e raccoglimento. Durante l’anno la formazione è integrata da alcuni seminari dedicati all’approfondimento di tematiche legate all’icona.


Presentazione

ell’anno 2006 la Scuola di Seriate propose la mostra «il tempo di Dio, quotidiano dell’uomo», il cui intento era stato quello di scrivere con le icone l’intera vita di Cristo attraverso le sue vicende umane, i suoi miracoli, la sua morte e risurrezione. La mostra che presentiamo oggi dal titolo «Volti di santità» è l’ideale continuazione di quella precedente, infatti abbiamo inteso far memoria di quegli uomini che, per primi, avendo incontrato nella loro vita Cristo, inteso seguirne l’esempio, e a questo dedicarono la loro esistenza. Il santo è prima di tutto colui che vuole, seguendo le orme di Cristo, obbedire alla volontà del Padre e, in alcuni casi, anche a costo della vita.

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I primi di questi uomini furono coloro che nella loro avventura umana incontrarono personalmente Gesù: i suoi parenti, gli apostoli, i discepoli, poi gli evangelisti e i martiri. Sono gli uomini che hanno fatto un incontro decisivo per la vita e più di altri hanno compreso che tutto il loro destino era tener fede a quell’incontro; sono le fondamenta della Chiesa nascente che poi troverà la sua definitiva struttura attraverso i liturgisti, gli innografi, i teologi, i padri e i monaci che con la loro testimonianza e le loro opere daranno definitività alla vita del popolo di Dio. Quei santi sono anche l’inizio dell’unità: tutti sappiamo delle divisioni esistenti nella comunità umana, e anche nella Chiesa, ma i santi profondamente inseriti nella loro storia, nel loro tempo, nel loro popolo, sono definiti dalla appartenenza a Cristo. Dai santi ci viene una lezione di unità e di ecumenismo. Il tema della santità scelto la mostra è forse la migliore illustrazione della attività della Scuola Iconografica di Seriate, non solo perché le opere esposte segnano una tappa significativa di maturazione artistica e culturale degli iconografi, ma soprattutto perché ricorda che tutti I


gli anni del lavoro compiuto sono stati in primo luogo una catena di incontri con il «Volto», attraverso i volti di una storia che continua. E in effetti, entrando nella mostra, ci si accorge che il protagonista dell’esposizione è il «Volto», il volto umano caratterizzato dalla concretezza della sua storia e dell’epoca in cui si inserisce, dalla sua appartenenza etnica e culturale: una galleria di volti dai tratti fisionomici ben definiti, ma che nel contempo rispecchiano l’unico Volto di cui tutto consiste, «Cristo tutto in tutti». Dentro questo drammatico rapporto, che plasma il volto dell’uomo realizzando la sua vera identità, passano i vari aspetti della santità cui accennano le diverse sezioni della mostra costituita da oltre ottanta opere. Inizialmente le grandi croci ricordano il sacrificio di Gesù e introducono alla via della santità come imitazione di Cristo e adesione totale al disegno del Padre. In esse è visibile il volto storico del Verbo di Dio che poterono vedere i suoi familiari, i contemporanei (sant’Anna, la Madonna, san Giuseppe, Marta, Maria Maddalena) e i suoi amici più fedeli, i dodici apostoli. Altri pur non avendolo conosciuto di persona, lo testimoniarono con le opere e la vita (san Paolo, i discepoli, gli evangelisti). Campeggiano su tutte due monumentali icone dei santi Pietro e Andrea, patroni e fondatori rispettivamente della Chiesa d’Occidente e d’Oriente, dipinte per la cattedrale cattolica di Mosca, dove saranno collocate fra qualche tempo. Dopo la Chiesa apostolica nasce e cresce nel mondo la Chiesa militante, un popolo di uomini spesso pronti a dare la propria vita per testimoniare la verità della fede. È la Chiesa nascente, la Chiesa dei martiri (santo Stefano, san Demetrio, santa Giulitta e Quirico) per ricordarne solo alcuni. Saranno poi i monaci, gli eremiti e i padri a consolidare le certezze dei fedeli e a strutturare in modo sempre più organico la vita liturgica e di preghiera. Antonio è ricordato come fondatore de monachesimo, Maria egiziaca, convertitasi al cristianesimo, è esempio di vita eremitica nel deserto, Basilio e Giovanni Crisostomo hanno lasciato testi liturgici, omelie e scritti. Tra i numerosi padri e dottori della Chiesa va ricordato particolarmente san Nicola di Mira (di cui nella mostra è presente anche una icona con scene della vita); il santo, uno dei più venerati sia in Oriente che in Occidente, è come Cristo un compagno dell’uomo, che lo aiuta ad attraversare il mare della vita e a raggiungere un porto sicuro. Ancora trovano posto nell’esposizione i volti di san Basilio, sant’Atanasio, san Gregorio di Nissa, san Giovanni Crisostomo, sant’Agostino e in particolare sant’Ambrogio, del quale la Chiesa di Milano ricevette una impronta che si conserva ancora oggi anche nel campo liturgico e musicale, oltre che un ricco tesoro di insegnamenti soprattutto nel campo della vita morale e sociale.

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La dinamica mai conclusa del desiderio di Dio Gregorio di Nissa

nche il grande Mosè, pur diventando sempre più grande di sé, non si ferma mai nella salita e non pone a se stesso alcun limite nell’ascesa alle realtà celesti, ma, una volta cominciato a salire sulla scala alla quale, come dice Giacobbe, si appoggiò Dio, sale sempre al gradino superiore e non smette mai di salire perché trova sempre un gradino più alto di quello che ha raggiunto nell’ascesa. Rifiuta la presunta parentela con la regina degli egiziani; vendica l’ebreo; va a condurre vita solitaria, non turbata dal contatto con uomini; pascola dentro di sé il gregge di animali domestici; vede lo splendore della luce; rende leggera la salita verso la luce togliendosi i calzari; trae a libertà i parenti e i connazionali; vede annegare il nemico sommerso dalle onde; sta sotto la nube; allevia la sete dalla roccia; produce il pane grazie al cielo; poi, distendendo le mani, vince lo straniero. Sente il suono della tromba; entra sotto le tenebre; penetra nei recessi inaccessibili della tenda non manufatta; apprende i segreti del sacerdozio divino; distrugge l’idolo; placa la divinità; fa tornare la Legge infranta per la malvagità dei Giudei; risplende di gloria; e, pur innalzato da tante esaltazioni, ancora arde di desiderio e non si sazia di avere sempre di più, e ha ancora sete di ciò di cui possiede a volontà la più grande abbondanza; e chiede di ottenere come se non avesse ancora ottenuto, pregando Dio di manifestarglisi non nella misura in cui egli può parteciparne, ma come quello realmente è. Mi sembra che succeda lo stesso all’anima spinta dalla passione d’amore verso ciò che è bello per natura, che sempre la speranza, alimentata da ciò che di bello ha già visto, trae a quello che sta oltre, perché quanto ha già raggiunto ne accende sempre più il desiderio per quanto resta ancora nascosto. Per cui l’ardente amante della bellezza, accogliendo ciò che via via gli appare come immagine di ciò che desidera, brama di potersi saziare proprio del modello originario, e con richiesta temeraria, che supera i limiti del desiderio, vuole godere della bellezza non attraverso specchi e riflessi, ma

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faccia a faccia. La voce di Dio acconsente alla richiesta con le stesse parole con cui rifiuta, mostrandogli con queste poche parole un incommensurabile abisso di pensiero. Infatti la munificenza di Dio accetta di saziare il suo desiderio, ma non gli promette requie e sazietà. In effetti, Dio non si sarebbe mostrato al suo servo, se la visione fosse stata tale da por fine al desiderio di Mosè che guardava, in quanto si vede veramente Dio quando vedendolo non si cessa mai di desiderare di vederlo. Dice infatti: «Non potrai vedere il mio volto; infatti l’uomo non vedrà il mio volto e vivrà» (Es 33,20). Il racconto ci mostra questo non per dirci che Dio è causa di morte a quanti lo vedono: come infatti il volto della vita potrebbe diventare causa di morte a chi una volta gli si è avvicinato? Ma poiché la divinità per natura dà la vita, e segno distintivo della natura divina è l’essere oltre ogni segno distintivo, chi crede che Dio sia una delle entità che si possono conoscere, come sviato da ciò che veramente è verso ciò che la nostra capacità di comprendere ritiene che sia, non ha vita. Infatti, ciò che veramente è, quello è vera vita, e non si può attingere con la conoscenza (…). Perciò Mosè si sazia di ciò che desidera grazie a ciò per cui il suo desiderio resta insaziato. Apprende infatti da quelle parole che la divinità per sua natura è illimitata, non circoscritta da alcun limite (…). Effettivamente vedere Dio significa non saziarsi mai di desiderarlo, ed è inevitabile che chi vede, per il fatto stesso di poter vedere, sia sempre arso dal desiderio di vedere di più. Così nessun limite impedisce il progredire dell’ascesa verso Dio perché il bene non ha limite, né il progredire del desiderio di bene è impedito da alcuna sazietà. Vita di Mosè II, 227-239 passim


Festa di tutti i santi russi Aleksandr Šmeman

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ue settimane dopo la festa della Trinità, la Chiesa fa memoria di tutti i santi russi, ovvero – come recita il nome di questa festa – di «Tutti i santi che hanno illuminato la Terra russa». È una festa istituita nel 1918 dal Concilio locale della Chiesa ortodossa russa, in risposta alle persecuzioni antireligiose che stavano iniziando proprio in quel periodo. L’interrogativo che si poneva allora e che, nella sofferenza e nei soprusi, continua a porsi a tutt’oggi, è sostanzialmente l’interrogativo su che cosa sia l’anima del popolo. Che cos’è il popolo, la sua unità organica, la sua memoria comune, la sua autocoscienza? (…) Non è un ingenuo elenco di strani, antichi personaggi che non hanno nulla a che fare con la nostra vita, ma proprio l’affermazione dell’anima, dell’essenza spirituale del popolo, della sua storia, della sua identità e coscienza. È l’affermazione del fatto che ogni popolo possiede un’anima, cioè quanto di più sublime, puro e migliore esiste, e che determina la sua identità. Quest’anima è espressa proprio dai santi. Un tempo il popolo russo si chiamava «Santa Rus’». Questo non significava, naturalmente, che il popolo si ritenesse costituito da santi. Significava che misurava se stesso, la propria vita, i propri successi e insuccessi attraverso i suoi figli migliori – migliori innanzitutto nel campo della perfezione morale. Nel Vangelo leggiamo: «Dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore» (Mt 6,21). Per secoli, il tesoro dell’uomo russo non si identificò con traguardi materiali, con dimostrazioni di forza esteriore, ma con una stupefacente bellezza spirituale e una delicata santità. Ne è prova e testimonianza l’antica pittura russa di icone, che continua anche oggi a colpire identicamente credenti e non credenti per la profondità e luminosità della sua concezione… Basta guardare gli straordinari volti di Andrej Rublëv, gli angeli della sua Trinità, ad esempio, per rendersi conto di come dovesse concepire, percepire il mondo, la vita e se stesso l’uomo che dipingeva queste effigi oppure pregava di fronte ad esse. È un altro uomo, assolutamente incompatibile V


con l’uomo materialista. Un uomo che possiede un altro tesoro, vive altre tristezze, altre gioie, altri valori nella vita. Un uomo che può cadere e tradire, ma respira un’altra aria e serba nel cuore una luminosa nostalgia per il mondo imperituro, per la letizia e la pace della vita nello Spirito Santo. La festa di «Tutti i santi che hanno illuminato la Terra russa» è la pacata e gioiosa affermazione che esiste un’altra Russia, e «in umili vesti benedicente la percorse il Celeste Sovrano», come scrisse Tjutcˇev. I santi russi. Non se ne parla, non se ne scrive, come se non fossero mai esistiti. Ma ogni anno la Chiesa ci invita tutti a contemplare con lo sguardo interiore questa gigantesca icona spirituale della Russia, un’immensa moltitudine di persone delle più svariate classi e ceti sociali: principi, vescovi, monaci, ricchi, poveri, folli per Cristo, uomini e donne che vissero della bellezza del cielo, camminarono sulla via stretta dell’ascesi morale, unicamente cercando, anelanti, assetati, la giustizia celeste, l’amore, la vittoria dello spirito. E – credenti o non credenti – si resta ugualmente sgomenti che tutti costoro siano stati eliminati, cancellati dalla storia ufficiale del popolo, così come essa viene costruita e imposta oggi. Nasce un senso di paura vedendo un paese che abiura alla propria anima, a quanto di meglio racchiude in sé, che è esattamente ciò che vogliono i fautori e propagandisti del materialismo. Per questo, la festa di «Tutti i santi che hanno illuminato la Terra russa» supera addirittura il suo significato puramente ecclesiale e liturgico per trasformarsi in un interrogativo rivolto a ciascuno – un interrogativo che riguarda l’anima, il significato ultimo, il valore ultimo dell’essere di un popolo. (I passi della fede, pp. 152-155)

San Giorgio e il drago VI


Madre di Dio

VII


San Bartolomeo

San Filippo

San Paolo

San Barnaba

VIII


San Pietro

IX


San Massimo il Confessore

San Nicola

San Martino

Sant’Agostino

X


San Giovanni e Procoro sull’isola di Patmos

XI


Sant’Andrea

San Gregorio di Nissa

XII


Santi Costantino ed Elena

XIII


Sant’Alessandro

Santa Apollonia

San Vittore

Santa Barbara

XIV


Sant’Ambrogio

XV


Santa Agnese

San Sebastiano

Santa Caterina

Santi Cosma e Damiano

XVI


Libro-Calendario 2015

LA CATALOGNA E BISANZIO dal Romanico al Gotico

cm 31x44 • pp. 50 25 tavole a colori Ed. italiana € 15,00 disponibile in francese e in russo

Il libro-calendario 2015 raccoglie immagini di opere d’arte di quella terra che prese in seguito il nome di Catalogna, in un percorso che coinvolge i periodi del romanico e del gotico. Le tavole a colori in grande formato, accompagnate da un ampio testo monografico, testimoniano l’influsso artistico di Bisanzio e, con esso, le comuni radici cristiane dell’Europa occidentale ed orientale, attestando così la ricchezza e il vigore di una cultura inconfondibile. Il periodo di riferimento copre soprattutto i secoli XII e XIII. I testi sono di Rosa Alcoy, docente di Storia dell’arte all’Università di Barcellona. È uno dei massimi esperti dell’arte spagnola romanica e gotica. R.C. Edizioni “La Casa di Matriona” • Tel.: 035/294021 Mail: rcediz@tin.it • www.russiacristiana.org


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