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...e nemmeno il vero

Mauro Biglino

Dalle traduzioni letterali della Bibbia ricaviamo che non ci hanno raccontato tutto Parte 9

S

to finendo il nuovo libro interamente dedicato alla tecnologia nella Bibbia, e allora affronto qui per Runa Bianca un aspetto relativo a tale tema, che si presenta molto curioso.

Il presupposto, o per meglio dire l’ipotesi su cui si lavora è che gli Elohìm fossero un gruppo di individui che, giunti da non sappiamo dove, si siano spartiti il controllo del pianeta: Yahwèh era uno di loro, quello che ha avuto in assegnazione, o forse si è preso d’arbitrio, quel popolo che poi ci ha lasciato il libro di cui ci occupiamo. Dai racconti biblici appare chiaro che “lui” non era sempre presente fisicamente, ed allora ci chiediamo se la Bibbia ci fornisca informazioni sul modo in cui comunicavano, perché le lunghe distanze prevedono necessariamente la necessità di interloquire con chi non si trova a portata di voce. E qui affrontiamo la descrizione di alcuni oggetti particolari come l’[efòd] ma soprattutto dobbiamo esaminare uno degli aspetti di una figura che nei secoli si prestata ad elaborazioni teologiche che ci sentiamo di definire totalmente infondate: quella dei cherubini, in particolare quelli che si trovano sull’Arca dell’Alleanza. Diciamo subito che i cherubini dell’Arca risultano morfologicamente e funzionalmente diversi da quelli che sono presenti nella visione dei carri volanti di Ezechiele e di cui si occupa ampiamente “IL DIO ALIENO DELLA BIBBIA”. Ciò che li accomuna e che rende conto del nome usato indifferentemente per gli uni e per gli altri deriva dal significato originario della radice ebraica [krv] che indica il coprire: possedere, o addirittura essere elementi coprenti spiega la condivisone del sostantivo che li definisce. Ma qui affrontiamo nello specifico il tema delle comunicazioni, e i cherubini di Ezechiele hanno funzioni totalmente diverse. L’Arca dell’Alleanza In Es 25,10-16, Yahwèh fornisce a Mosè le indicazioni precise per fabbricare una cassa il cui scopo sarà quello di contenere e conservare la [edùt], “testimonianza”, che lo stesso Elohìm darà a Mosè. Dt 10,1-5 afferma espressamente che custodiva le Tavole della Legge. Le indicazioni fornite direttamente da Yahwèh erano le seguenti: - costruita in legno di acacia; - lunga 2,5 cubiti, larga 1,5 cubiti e alta 1,5 cubiti (circa 112,5 x 67,7 x 67,5 cm in misure decimali); - ricoperta d’oro puro sia dentro che fuori e contornata superiormente da un bordo anch’esso d’oro; - dotata ai quattro piedi di altrettanti anelli d’oro, due per lato, nei quali si introducevano due stanghe di acacia che venivano utilizzate per il trasporto e che non dovevano mai venire estratte dagli anelli.

La Bibbia qui è chiara e non fornisce adito a dubbi: l’Elohìm, in uno degli incontri sul monte che era la sua dimora, mostra a Mosè una raffigurazione precisa (disegno, progetto o modello) di ciò che doveva essere realizzato.

Queste sono dunque le istruzioni impartite, e non possiamo certo fare a meno di rilevare la stranezza rappresentata da un “Dio” impegnato in descrizioni tanto particolareggiate sulle modalità di costruzione delle suppellettili destinate al suo culto.

Il testo non consente neppure lontanamente di ipotizzare che si sia trattato di visione, sogno, rivelazione o quant’altro: l’immediatezza del racconto ci trasmette la sensazione chiara che sul monte Mosè abbia potuto/dovuto consultare ed esaminare un modello/disegno preciso, con tanto di misure.

Ci chiediamo infatti perché fosse fondamentale che quello, come altri oggetti, venisse fatto in una determinata foggia, con misure, forme e materiali ben determinati! Yahwèh raccomanda a Mosè per almeno tre volte di seguire fedelmente il [tavnìt], “progetto, disegno, modello”, che lui gli aveva fatto vedere sul monte (Es 25,9; 25,40).

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RunaBianca aprile 2012

Questo elemento tornerà tra breve, nella traduzione di un termine che, come vedremo, rimanda al carattere inequivocabilmente tecnico delle indicazioni per le suppellettili. Le istruzioni di Yahwèh proseguono con un elemento che dovrà essere posizionato sopra l’Arca e fungere da supporto per i cherubini, il [kapporèt], “propiziatorio”. Presenta le stesse dimensioni dell’Arca e dovrà essere realizzato interamente in

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RUNA BIANCA n°9 - Aprile 2012  

RunaBianca rivista di libera consultazione su : Archeologia, Scienza, Benessere, Medicina, Filosofia e Misteri

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