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punto una teoria eliocentrica, fu naturale per loro supporre che più erano lunghi i periodi di rotazione dei pianeti intorno al Sole, più erano distanti dal Sole stesso. Da qui la possibilità di determinare le diverse dimensioni dei pianeti. La rivoluzione copernicana c’era già stata nella storia dell’umanità.

Evoluzione e morte dell’uomo Henri Bergson e William James ritengono che la mente umana possa conoscere illimitatamente in modo indipendente dai sensi e senza dipendere dalla categoria spazio-tempo. Essi ritengono altresì che il cervello funzioni da filtro per impedire che le conoscenze illimitate turbino la vita normale in questa limitata realtà a tre dimensioni. L’attuazione piena della coscienza dovrebbe ovviamente implicare, come presupposto fondamentale, l’avvenuta rottura di ogni limite, ossia il superamento di ogni preclusione in un respiro che frantumi ogni ideazione e raffigurazione, sia relativa all’universo che relativa al nostro destino. All’atto della nostra morte l’eventuale illimitata espansione della conoscenza non avverrà immediatamente, dopotutto il nostro stesso apparire a questa vita ha preteso, successivamente alla nascita, un lungo adattamento ai fini di comprendere in modo sempre maggiore le cose che ci stanno attorno. Non dobbiamo dimenticare che l’evoluzione e la graduale maturazione è una legge che si snoda dal “principio” e che continuamente procede verso il suo compimento. L’evoluzione in genere, e quella della conoscenza in particolare, esigono delle “terapie lente”, dosi minute, trasformazioni piccole. Nietzsche osserva a questo proposito: ”Che cosa c’è di grande che possa essere creato in un baleno?... le crisi improvvise infondono nei credenti e in loro soltanto la speranza di una improvvisa guarigione”. Non è dunque detto che con la morte, con la dispersione del denso che ci avvolge, cessi ogni limitazione dovuta al corpo fisico e che la morte porti automaticamente ed istantaneamente ad una espansione di coscienza totale. La cessazione del limite, come per un tessuto che si disfa, porterà a quella espansione di coscienza consona al grado di avvenuta maturazione. Ma la nostra immaturità così disgelata sarà il nuovo melanconico limite che esige un ulteriore superamento. La rovina della dimensione temporale non comporta necessariamente l’avvento immediato di una dimensione interamente “a-temporale”. Noi abbiamo coscienza che abitualmente la morte ci colpisce immaturi. Non vi sarà realizzazione o compimento fino a quando la coscienza non sarà profondamente maturata in tutte le direzioni. Un segno che ciò è avvenuto o sta per avvenire sarà la nostra spontanea indifferenza alla morte, l’assenza cioè di un nostro volerla o di un nostro non volerla, e ciò non tanto per apatia quanto per comprensione delle leggi in gioco.

ma nello spazio, i peli nelle erbe, i capelli negli alberi, il sangue e i liquidi vitali nell’acqua, dove si trova in realtà quest’uomo?”. Se il cadavere brucia nel fuoco ogni grumo è dissolto, il corpo evapora ed è assorbito nel nulla. Pare che le ultime parola del Buddha siano state: “Vedete dunque fratelli, tutti gli elementi sono votati al nulla”. Madame de Guyon, mistica del ‘700, raffigurava il morire degli uomini come gocce di pioggia che cadono nel mare scomparendo nell’immensità delle acque. La goccia diventa mare. Platone nelle Leggi scriveva: “Non per te infatti questa vita si svolge ma tu piuttosto vieni generato per la vita cosmica”. Non c’è pertanto nella morte uno status personale, “Come un blocco di sale gettato nell’acqua, così segue la sparizione delle creature”, concludono le Upanishad. Prima di acquisire l’esistenza visibile, come dopo averla perduta, l’essere umano è un niente. Come nel sonno, la coscienza si spegne e poi si riaccende al risveglio, così l’uomo è ente che esce dal nulla e vi ritorna; la coscienza appare soltanto dalla nascita alla morte. Ciò che nella morte affascinava Heidegger era la contemplazione del nulla d’essere, la fiamma spenta dell’uomo dissolto. “Il fuoco si è estinto”, il Buddha chiese: “dov’è andato?”, Vaccagotta, suo discepolo, rispose: “si è semplicemente spento”, è finito l’olio della lampada. “Così avviene nella morte” informò il Buddha. L’esperienza dell’essere nel nulla fu a volte, nelle religioni, omologata all’essere nel sonno che conduce al sogno, alla pace indefinita. “Quidam autem dormierunt” scrive Paolo a quelli di Corinto riferendosi ai morti. Nella epigrafica tombale cristiana si legge ripetutamente “hic dormit”, “hic pausant”. Nella liturgia romana, greca, egiziana del IV secolo si pregava per i dormienti, “pro spiritibus pausantibus”, concedi riposo. Nel sonno, come nella morte, il corpo, il volto, sono immobili, la coscienza interrotta, assente il capire e la memoria. Dormire senza sognare è come morire. Hupnos, sonno, era fratello di Thanatos, la morte. Scivolare nel nulla del sonno è consolatorio poiché i malati risanano, gli oppressi sono salvati, nessuno ti può vessare. I filosofi esistenzialisti dicono che il legame dell’uomo con il nulla abissale nella morte è testimoniato dall’angoscia, dalla depressione, di “essere al mondo programmato per la morte”, come diceva Heidegger. Le mitologie, le simbologie dicono che il nulla c’è ed è anzi luogo di verità. Prima della creazione biblica dell’uomo le tenebre ricoprivano l’abissi. Per il buddista il nulla primordiale è “l’acqua della non esistenza”, per l’egiziano antico era “il mare non visibile” nel vuoto tenebroso che precedeva il tempo. Nel papiro di Nes-Menu del 312 a.C. si legge “Il mondo sorge dall’infinito nulla primordiale senza limiti che esiste da prima di ogni inizio e durerà per sempre”; secondo le Upanishad al principio questo universo era soltanto “non essere”. Tuttavia dobbiamo dire che il nulla come “nihil absolutum”, nulla totalizzante, assoluto non può essere pensato e guardato dal pensiero. Un luogo dove possa essere collocato questo nulla radicale “non è possibile né dire né pensare” ci ricorda Parmenide. Non si tratta dunque di un non essere assoluto, ma di qualcosa. Il “non essere” è dunque un altro modo di essere e, come tale è luogo dell’assenza, è posto dove c’è pienezza del vuoto: il nulla non è il niente del niente ma è ciò che il pensiero tace. Anche il nulla è verità d’essere. In fisica quantistica il concetto di nulla, o meglio di vuoto quantomeccanico è di fondamentale importanza. Bell ha dimostrato l’ineluttabile “non località”, quella del nulla, necessaria ai processi della natura, comunque si tenti di descriverla. Questo luogo del nulla dove non sussistono segnali veicolanti, informazioni certe, dove ogni misurare è destinato a fallire è una esigenza del mondo che sottende la nostra esistenza futura, quando non appariremo più. Del resto meravigliarci che il mondo esista presuppone implicitamente che possa esserci anche “il mondo non esistente”, fatto di nulla e cioè, come abbiamo visto, saturo di possibilità, potentemente creativo, pensabile alla “materia oscura”, massa misteriosa fatta di “particelle wimps” senza massa, invisibile, senza emissione né di luce né di radiazione di sorta, che si lascia attraversare come il vuoto. Materia oscura diversa da quella visibile del sole, della luna, delle stelle, della terra, materia che, come ci ricorda Davies, è distribuita nello spazio in quantità enorme, mai osservata, della quale ignoriamo forma e natura. Nella estensione infinita, nelle profondità sconfinate, potrebbe esserci dunque anche il mondo del nulla che potrebbe accompagnarsi allo scomparire degli enti, dell’uomo stesso. Fra miliardi di anni il nostro universo esisterà nella forma definitiva di nulla quantistico; sarà scomparsa ogni forma di vita, di intelligenza, di ricordo dell’umanità. Quale senso ha avuto ha avuto l’esistenza nel visibile dell’essere umano? Quid est homo ?

Oltre la morte il nulla Nessuno dubita che si arriverà a morire. Heidegger ci ricorda che l’uomo in quanto esiste è fatto per non essere più, racchiude in sé il non essere. Diversamente dalle rocce destinate a durare, l’uomo è senza scampo, non ci sono suppliche o liturgie che tengano. Freud diceva che “meta di ciò che vive è la morte”. La distruzione è il traguardo. Le Upanishad ci rammentano: “Quando d’un uomo morto la parola è andata nel fuoco, il respiro nel vento, l’occhio nel sole, la mente nella luna, l’udito nelle regioni celesti, il corpo nella terra, l’ani-

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RunaBianca aprile 2012

Biografia : Ludovico Polastri È laureato in ingegneria meccanica all’Università di Brescia. Ha conseguito la specializzazione post lauream presso il Politecnico di Milano e effettuato corsi di specializzazione in ambito: Produttivo, Certificazione dei Sistemi Qualità e Ambientali Aziendali, Organizzazione e Gestione Aziendale. Ricopre da molti anni ruoli di responsabilità in ambito tecnico, produttivo e impiantistico per conto di importanti realtà aziendali. Si occupa inoltre di aspetti normativi e legali inerenti la sicurezza e la prevenzione sui luoghi di lavoro. Ricercatore indipendente e giornalista free lance, collabora per diverse testate giornalistiche.

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RUNA BIANCA n°9 - Aprile 2012  

RunaBianca rivista di libera consultazione su : Archeologia, Scienza, Benessere, Medicina, Filosofia e Misteri

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