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L’uomo evolve in modo circolare A questo punto del discorso è lecito porsi una domanda quanto mai inquietante che già J. Bergier si è fatta, ossia: La vita è presente sulla terra da almeno un miliardo di anni. L’uomo vi è apparso da più di un milione di anni e i nostri ricordi non risalgono a più di quattro mila anni. Come mai tanta oscurità? Possibile che l’uomo solo negli ultimi cento anni abbia costruito più che tutte le altre generazioni scaglionate in un milione di anni? Forse che sia vero quanto affermava Chesterton a proposito della fine del mondo e che Powels riporta: “Perché dovrei preoccuparmene? E’ già avvenuta parecchie volte”. Forse non è così arduo pensare che da un milione di anni gli uomini abitano questa terra e senza dubbio hanno conosciuto più di un’apocalisse. L’intelligenza si è spenta e riaccesa più di una volta. Un uomo che cammina nella notte con una lanterna in mano, visto da lontano, è ora ombra, ora luce. Tutto ciò invita a pensare che la fine del mondo è ancora avvenuta e noi facciamo un nuovo tirocinio dell’esistenza intelligente in un modo nuovo: il mondo delle grandi masse umane, dell’energia atomica, del cervello elettronico e dei missili interplanetari.

E’ stata ritrovata una pietra di nove tonnellate che ha su sei facce buchi di tre metri di altezza incomprensibili agli studiosi, come se la loro funzione fosse stata poi dimenticata da tutti i costruttori esistiti nella storia. Vi sono portici che misurano tre metri di altezza e quattro di larghezza e sono tagliati in un solo blocco di pietra , con porte, finestre, sculture; pannelli murali pesano sessanta tonnellate. In mezzo a queste rovine si elevano statue gigantesche che arrivano a otto metri di altezza e pesano venti tonnellate. La mitologia racconta che furono poste dai giganti che insegnarono a questi uomini le arti costruttive. Fra quelle sculture figurano stilizzazioni di un animale, il “todoxon”, le cui ossa sono state scoperte fra le rovine di Tiahuanaco. Ora si sa che il “todoxon” non ha potuto vivere che nel terziario. Infine in quelle rovine che precedettero di centomila anni la fine del terziario, affondato nella melma, è stato rinvenuto un portico di dieci tonnellate le cui decorazioni, studiate dall’archeologo tedesco Kiss, hanno rivelato essere un calendario compilato in base alle osservazioni degli astronomi del terziario.

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RunaBianca aprile 2012

Galileo dunque non fu il primo uomo ad inventare il cannocchiale. E’ ormai certo che gli Assiri, circa 3000 anni fa, stilassero gli oroscopi grazie all’osservazione di pianeti scrutati utilizzando lenti di cristallo di rocca inseriti in “tubi d’oro”. Al British Museum di Londra

Lente di Nimrud - Ninive

Pauwel e Bergier pensano che l’intelligenza si sia già ripetutamente accesa e spenta, infatti «Quando l’umanità era più recente, più vicina al suo passato… sapeva di discendere dagli dei, dai re giganti che le avevano insegnato tutto. Essa si ricordava dell’età aurea in cui i superiori, nati prima di lei, le insegnavano l’agricoltura, la metallurgia, le arti, le scienze ed il governo dell’anima». Così fanno pensare l’età di Saturno per i greci, le leggende dei re iniziatori ed i giganti degli egizi, e i popoli della Mesopotamia; i “giganti buoni iniziatori” degli indigeni del pacifico, degli scandinavi e del Messico. Bellamy ha notato sulle Ande, a quattro mila metri d’altezza, tracce di sedimenti marini che si prolungano per settecento chilometri. Le acque, alla fine del terziario, arrivavano fin lassù ed uno dei centri della civiltà di questo periodo sarebbe stata Tiahuanaco, presso il lago Titicaca. Le rovine di Tiahuanaco testimoniano una civiltà antichissima, millenaria, che non assomiglia in nulla alle civiltà posteriori, quasi a significare che l’evoluzione tecnica ed evolutiva dell’uomo non è lineare ma segue percorsi circolari, spesso occultando tracce preesistenti di altre civiltà.

Questo calendario registra dati rigorosamente scientifici. E’ diviso in quattro parti distinte dai solstizi e gli equinozi che segnano le stagioni astronomiche. Ciascuna delle stagioni è suddivisa in tre sezioni, e nelle dodici suddivisioni la posizione della luna è visibile per ogni ora del giorno. Inoltre, i due movimenti del satellite, quello apparente e quello reale, tenuto conto della rotazione della terra, sono indicati su quel favoloso portico scolpito, cosicché è necessario pensare che coloro che hanno realizzato ed usavano quel calendario avessero una cultura superiore alla nostra. Recenti scoperte hanno appurato che anche i Maya avevano approfondite conoscenze astronomiche di molto superiori all’uomo medioevale. E’ stato provato infatti che il loro calendario era basato su venticinque diversi cicli, il più lungo dei quali, denominato Lungo Computo, è quello che stiamo vivendo e dura esattamente 1.872.000 giorni, cioè 5.125 anni. Il Lungo Computo fu dedotto dai movimenti del pianeta Venere, movimenti che sembra fossero già conosciuti dai Tolteci. I Maya inoltre scoprirono che così come la terra ruota intorno al sole, tutto il sistema solare, nel quale anche la terra si trova, gira intorno ad una galassia, rotazione che, sempre secondo i Maya, dura 25.625 anni. Al centro della galassia, secondo le loro credenze, si trovava Unabku, Dio dell’universo. Seguendo queste conoscenze astronomiche si è potuto accertare che l’eclissi solare dell’11 agosto del 1999 si è verificata con un errore di 33 secondi.

sono conservati una lente di cristallo e delle tavolette rinvenute a Ninive, risalenti al 750 a.C., che provano che già a quei tempi l’uomo riusciva a redigere mappe stellari con dovizia di particolari. In Iraq, nel 1850, grazie all’archeologo inglese A.H. Layard fu rinvenuta addirittura una lente biconvessa. I documenti di quell’epoca riportano i nomi di ben 4000 stelle, vi sono testi per calcolare i movimenti del Sole, della Luna e dei cinque pianeti allora conosciuti (Mercurio, Venere, Marte, Saturno e Giove) in base al sistema sessagesimale proprio di Babilonia e che poi rimase praticamente inalterato fino a Copernico: è il sistema di 360 gradi in un cerchio, 60 minuti in un’ ora e 60 secondi al minuto. Lo stesso che usiamo ancora oggi. Non solo: visto che le dimensioni apparenti dei pianeti sono determinate dalla distanza dalla Terra, i Babilonesi devono essere riusciti a stabilire le effettive distanze di tutti e cinque i pianeti noti e, sulla base dei dati astronomici da loro registrati, si deduce che avevano una teoria ragionevole per calcolare le distanze planetarie. In sostanza, come sostiene l’archeologo Kryala, i babilonesi avevano capito che i pianeti si muovono su orbite circolari concentriche attorno al Sole. Una volta messa a

Staua di Ramesse II

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RUNA BIANCA n°9 - Aprile 2012  

RunaBianca rivista di libera consultazione su : Archeologia, Scienza, Benessere, Medicina, Filosofia e Misteri

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