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runabianca archeologia, scienza, benessere, storia, mistero, ecc.

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Aprile duemiladodici


EDIT

RIALE

Grandi idee richiedono spesso grandi cambiamenti . Il consiglio della Runa Bianca ha deciso che per mantenere la massima divulgazione della rivista occorre aprirla a TUTTI, non solo agli associati. Una scelta coraggiosa che si è resa necessaria anche in vista della realizzazione di una versione in lingua inglese il cui obiettivo è di riuscire a portare le ricerche di noi italiani in tutto il mondo. La rete è un’enorme collettore di persone che si scambiano idee, informazioni, dati ...liberamente ed ormai chiunque scelga il ruolo di “comunicatore”, non può prescindere da questa legge non scritta.

Nel frattempo abbiamo fatto un gemellaggio con un’altra associazione di ricercatori : ESTREMA TEAM www.estremateam.org

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Si sono infatti trovate unità d’intenti e di finalità, in quanto entrambe le associazioni han fatto della ricerca SUL CAMPO la loro metodologia, con la passione che sempre anima i nostri gesti. Ricerca “sul campo” che ormai pochi fanno, abituati a ritenere che su internet ci sia tutto quello che serva sapere. Ognuno però rimane con la propria individualità e le proprie scelte.

Noi rimarremo sempre un “megafono” per diffondere le ricerche italiane nel mondo...ed ESTREMA TEAM porterà le ricerche curando i rapporti con i media, al fine di far conoscere le nostre attività ad un pubblico diverso, ma ugualmente interessato a queste problematiche. Nei prossimi mesi andranno in onda sulle reti televisive nazionali alcuni servizi che stiamo realizzando insieme.

Quindi da questo mese tutti i contenuti prodotti dall’associazione culturale Runa Bianca, saranno liberamente consultabili sul web e dunque ..... scaricabili gratuitamente.

RT A ST RE E E W H OM R F

ESTREMA TEAM Nasce dall’idea di un affiatato gruppo di professionisti, operanti in italia e all’estero, accomunati dall’esperienza, la passione, la tenacia, ma sopratutto l’amore sconfinato nei confronti della ricerca operativa.

Spedizione di Estrema Team A Chiusdino

Annovera tra le proprie fila i migliori tecnici e professionsiti presenti nel campo delle ricerche opoerative confederandoli sotto un’unica “entità”, lasciando alle rispettive organizzazioni di provenienza le proprie autonomie e le proprie specificità. Opera in qualsiasi condizione e luogo, monitorando e pianificando le proprie attività, portando sul campo le migliori attrezzature ed il miglior equipaggiamento. Concorre attivamente a condividere, informare e formare chiunque voglia partecipare alle attività dei gruppi coinvolti nell’organizzazione, sperimenta nuove tecniche ed apparati da utilizzare sul “campo”, testando direttamente le attrezzature e l’equipaggiamento, verificandole e ideandone di nuove, monitorando la tenuta e l’efficacia in fase di “beta testing”. Lavora tenacemente alla valorizzazione del patrimonio culturale, storico, archeologico e scientifico ed alla preservazione dello stesso; ma è anche presente nella risoluzione di enigmi, scoperte, interventi non convenzionali o apparentemente non spiegabili, fenomeni anomali e/o di difficile interpretazione, investigando ed analizzando situazioni e luoghi con l’ausilio e la competenza di specialisti del settore.

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Editorial Staff: - Astore Lilly - Di Gregorio Vincenzo - De Salvia Francesca - Direttore responsabile : - Di Gregorio Vincenzo Revisione Testi : - Francesca De Salvia Graphic Design : Di Gregorio Vincenzo Contatti : redazione@runabianca.it Public Relations : lilly@runabianca.it Website : www.runabianca.it Assoc. Runa Bianca : Via Per Bologna 2 - 23828 Perledo ( Lecco ) - Italy IVA/ Cod.Fisc : 03374340135

Autori : Runa Bianca n° 9 - April 2012

- Astore Antinea Lilly - Biglino Mauro - Di Gregorio Vincenzo - Fabio Rondina - Hoseki Vannini - Raimondo Rodia - Carpeoro Giovanni Francesco - Volterri Roberto - Polastri Ludovico - Bencini Valter - Rinaldini Paolo - Pattera Giorgio - Valentini Luca - Proclamato Michele - Leveratto Yuri - Broussard Fabio - Celestini Katia

Per ogni questione o richiesta, si prega contattare lo staff editoriale. La Runa Bianca è una rivista nata per diffondere al piu’ vasto numero di persone possibile le ricerche di noi italiani nel mondo. La riproduzione o la pubblicazione in toto o parziale degli articoli o immagini contenute in questo numero sono coperte da copyright. Ne può essere possibile la pubblicazione solo su richiesta espressa allo staff redazionale ( agli indirizzi mail suindicati ) e solo dopo specifica autorizzazione scritta della Runa Bianca. La Runa Bianca non si assume la responsabilità sui testi o immagini pubblicate sulla rivista, delegando la stessa ai rispettivi autori.

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Articoli :

- Astore Lilly Antinea

Il Potere Interiore

- Biglino Mauro

La Bibbia Svelata

- Di Gregorio Vincenzo

Eros433

- Rondina Fabio

Identikit della Morte

- Vannini Hoseki

La Nuova Era

- Rodia Raimondo Tarantismo a Galatina - Carpeoro G. Francesco - Volterri Roberto

La Croce

- Polastri Ludovico

Quod Est Homo

Nostra signora del Martello

- Bencini Valter Fisicità o Spiritualità

Pag.

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18/19 20/21 22/25 26/29 30/33 34/39 40/41

- Rinaldini Paolo Perchè ho fatto Questo ? - Pattera Giorgio

Lilium Bulbiferum

- Valentini Luca

Il Potere del Femminino

- Proclamato Michele Quando la Gioconda disse 72 - Leveratto Yuri La città perduta di Labirinto

42/43 44/45

46/53 54/57

- Brussan Fabio Le Mura Poligonali 58/61 di Amelia - Celestini Katia Vampiri 62/63 Legenda o realtà? - Puddu Alessandro

Cultura Vedica

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la magia come forza naturale

Lilly Antinea Astore

il potere interiore

L

‘uomo percepisce il mondo attraverso il prisma dei propri sensi: tatto, gusto, odorato distinguono direttamente le sostanze.

Il senso dell’udito capta onde materiali fra 8000 e 30000 frequenze al secondo (frontiere rispettivamente degli infrasuoni e degli ultrasuoni); il senso della vista coglie onde elettromagnetiche fra 4000 e 7000 angstroms (frontiere rispettivamente dell’ultravioletto e dell’infrarosso). Ma se a livello fisico-scientifico consideriamo tutte le scale delle vibrazioni che costituiscono l’insieme dell’universo (attuale immagine della “scala di Giobbe”), dall’infinitamente grande all’infinitamente piccolo, dall’infinitamente rapido all’infinitamente lento, allora ci rendiamo conto di quanto i mezzi umani di percezione consapevole della materia siano specializzati e limitati, condizionati e legati alla vita quotidiana terrestre. La fisica moderna permette quindi di dare una definizione scientifica di ciò che gli antichi chiamavano “mondo invisibile”, che altro non è se non l’insieme di tutte le realtà dell’universo non percepibili da parte dell’uomo: tutto quanto esiste nell’universo e sfugge all’apprendimento dei sensi fisici appartiene quindi a questo mondo invisibile. La “Luce” è, allo stesso tempo, la fonte e il limite dell’universo fisico. Tutto ne proviene, perché essa è lo stato ultimo e fondamentale della materia. Nessun oggetto, nessun essere materiale può superare però la sua velocità, al di là della quale, cioè al di là dei mondi visibili e invisibili, si trova ciò che viene definito “regno dello spirito”. Questi infiniti mondi invisibili e spirituali sono completamente inaccessibili all’essere umano? Oltre ai suoi 5 sensi, inseriti in un complesso sistema nervoso, l’uomo possiede la facoltà di pensare, connessa al cervello. Quando si parla di cervello, si pensa naturalmente al cervello fisico, mero luogo ricevitore ed emettitore di onde elettromagnetiche sottili, definite “particelle psi”. E, anche se si volesse limitare il fenomeno del pensiero ad una serie di reazioni chimiche a livello delle cellule celebrali, bisognerebbe comunque ammettere che, come qualsiasi fenomeno fisico-chimico, il pensiero è accompagnato dall’emissione di onde elettromagnetiche. E’ luogo comune affermare che ciò che definisce l’uomo è la sua coscienza, e che questa gli permette di agire sugli elementi che costituiscono l’universo. Di fatto il cervello non è l’unico centro di coscienza dell’uomo. La fisiologia esoterica attribuisce all’essere umano “sette centri di coscienza”, interdipendenti ed autonomi, chiamati chackra dagli Indu’. Questi centri possono percepire qualsiasi vibrazione e trasformarla e restituirla all’universo, modificando quest’ultimo grazie a quest’apporto di energia trasmutata. La coscienza sveglia ha due poli: la ricettività (di tendenza passiva) e l’emissività (di tendenza attiva).

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il nostro corpo percepisce solo una PARTE della realtà che ci circonda Un misterioso legame unisce la coscienza al mondo spirituale, che sta al di là della Luce, cosa che le permette di non essere sottoposta alla casualità, alle modificazioni e ai movimenti costanti del mondo dei fenomeni che si verificano al di qua della Luce. La coscienza può dunque percepire i fenomeni e agire su di essi, controllarli e dirigerli, cioè esserne padrona. E’ a partire dal mondo interno del pensiero che la “magia” può agire sul mondo esterno. In altre parole, LA MAGIA E’ LA CONOSCENZA DEI MEZZI GRAZIE AI QUALI LA MENTE PUO’ AGIRE SULLA MATERIA; QUESTI MEZZI PASSANO NECESSARIAMENTE ATTRAVERSO LA LUCE E ATTRAVERSO LA COSCIENZA. La fisica definisce tutto ciò che si muove rapidamente “velocità”: l’alta velocità è senza dubbio una delle chiavi di tutti i fenomeni apparentemente miracolosi ai quali talvolta perviene la magia. Si può comprendere perché lo spirito (ossia il mondo di velocità superiore a quello della luce) sia trascendente rispetto alla materia ( di una velocità uguale o inferiore a quella della luce) ma questo non significa che vi sia interruzione od opposizione tra spirito e materia. Questa divisione artificiale è probabilmente la più grande impostura intellettuale di tutti i tempi. Non vi è dunque separazione ma piuttosto gerarchia, determinata unicamente dalla facoltà, più o meno rapida, di muoversi negli universi. Si comprende quindi come e perché lo spirito possa agire sulla materia (un piano vibratorio superiore agisce su un piano vibratorio inferiore) e non la materia sullo spirito. I “piani inferiori” possono ostacolare l’azione dei “piani superiori” , ma non possono in nessun caso soppiantarli: si tratta di una pura e semplice impossibilità fisica. LA LUCE E’ UN MURO O UNA PORTA? Con la teoria della relatività Einstein ha creato una visione coerente dell’universo fisico. Nel mondo dei fenomeni “tutto è relativo” : è una evidenza di senso comune, ma ci voleva la genialità di Einstein per tramutare questa evidenza in un’equazione. Secondo la sua teoria, la velocità della luce è la più alta che possa esistere nell’universo, è una velocità- limite; essa è uguale a 299.820 Km/s (il riferimento in Km è una convenzione umana senza grande significato sul piano cosmico). E’ necessaria a questo punto un’osservazione: se nell’universo tutto è costituito da onde elettromagnetiche e queste si spostano alla velocità della luce, tutto si sposta alla velocità della luce. Se siamo immobili su una sedia, siamo immobili solo in rapporto alla sedia; senza parlare del movimento della terra, che trascina con sé tutti i suoi abitanti. Ogni particella del nostro corpo si sposta, o può spostarsi alla velocità della luce. La maggior parte degli esseri umani non sanno mettere a profitto la possibilità di vivere a ritmo della luce e di interessarsi a quanto si trova al di la del muro della

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ALBERT EINSTEIN

La scala di Giacobbe “una scala poggiava sulla terra, mentre la sua cima raggiungeva il cielo; ed ecco gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa”. La scala di Giacobbe è spesso paragonata alla scala Darwiniana che vede la vita nel lungo processo dell’evoluzione, con la scala di Giacobbe legata INVECE alla teoria creazionistica della Bibbia dove gli angeli ascendono al cielo da Dio. Ossia ,il legame tra noi e il modo dello spirito . La scala di giobbe rappresenta anche il passaggio di energia” da un livello all’altro; i vari passaggi di stato della materia: dal solido, al gassoso al liquido.

Gerald Feinberg

Teorico dei tachioni (1967)


luce. Nel 1968 Gerarld Feinberg, dell’Università della Colombia, avanzò l’ipotesi rivoluzionaria che la velocità della luce possa essere un limite a due versi: in altre parole, che ci possano essere alcune particelle che egli chiama tachioni (dal greco takùs, cioè rapido), la cui velocità dovrebbe essere superiore a quella della luce. In ogni caso, queste particelle hanno un’esistenza matematica, ma paradossale: infatti l’unità di misura che permette di definirle è la radice quadrata di meno uno, cioè un numero immaginario che ha la particolarità, razionalmente inconcepibile, di non essere né positivo né negativo, pur essendo entrambe le cose assieme. Infatti le nozioni di positivo e di negativo appartengono al mondo relativo dei fenomeni: le “energie” sono positive o negative le une rispetto alle altre; la loro relazione, la loro interazione crea ogni fenomeno. Al di là del fenomeno non esiste quindi un più o un meno, eppure deve pur esserci qualcosa... e la considerazione secondo la quale nelle tradizioni culturali antiche si sia sempre ammesso che le entità spirituali fossero asessuate, cioè entità androgine, porta a riflettere su quanto appena detto.

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I FATTI MAGICI La scienza ortodossa IGNORA (a volte volutamente?) il paranormale, l’irrazionale, tutto ciò che non riesce a comprendere e a spiegare, senza sforzarsi di studiare obbiettivamente e senza preconcetti di sorta ogni fenomeno che sfugge alle leggi precostituite; ebbene, per gli scienziati ortodossi la scienza è una SPIEGAZIONE DEI FENOMENI, ma in realtà la vita e la coscienza non si lasciano spiegare, sono solo da vivere. Il miracolo fa parte della nostra esperienza quotidiana, ma non sempre ce ne rendiamo conto. Il miracolo comune è ad ogni istante testimoniato dalla nostra stessa esistenza, perché L’ESISTENZA STESSA E’ UN MIRACOLO. Si parla di miracoli quando le leggi fisiche apparentemente non vengono più rispettate dai fatti... così, tutto ciò che esce dall’ordinario viene definito “magia”. La magia comune non è altro che il realizzare giorno dopo giorno l’armonia spontanea e naturale della vita, la magia straordinaria è quella invece che permette di risvegliare la nostra coscienza addormentata dall’abitudine quotidiana, che non

consente di cogliere l’ampiezza del nostro destino né la vita della nostra anima. In ogni tempo, la MENTALITA’ MAGICA è consistita semplicemente nell’ammettere, come diceva Shakespeare, che: “ci sono più cose in cielo e in questa terra, di quanto non possano concepire la nostra filosofia o le nostre scienze”. Il nostro mondo, trascinato e soffocato da una mentalità orientata verso il materiale, non percepisce più niente, né il miracolo ordinario né quello straordinario. L’ATTO MAGICO I mondi spirituali e i mondi materiali, diversi sul piano vibratorio, sono di fatto completamente compenetrati fra di loro e si congiungono, come ho già detto, attraverso la “luce” che impregna ogni cosa. E’ in questo senso che possiamo parlare di onnipresenza dello spirito: “viviamo immersi in un bagno spirituale e luminoso”... e tutto diviene percezione. Il nostro obbiettivo dovrebbe volgere a non operare nessuna separazione tra gli universi: ci sarà solo “un’unica realtà vissuta”. Ed è appunto questa realtà che diviene “magia”... constatare che tutto ciò che


di ogni essere vivente col proprio ambiente naturale e cosmico (l’ecologia delle forze invisibili non è una metafora forzata: gli inquinamenti e le nocività esistono anche sul piano mentale).

esiste nel mondo umano possiede una dimensione “magica”: non esiste in effetti un solo settore del pensiero e dell’attività umana estraneo alla magia. Poiché quanto avviene nel mondo materiale è l’immagine, il riflesso immediato di quanto avviene nel mondo spirituale.

La magia bianca è non violenta e rispetta in modo assoluto il libero arbitrio. Il suo scopo non è vincere, ma amare.

Da questo principio si può dedurre che noi tutti pratichiamo la magia... anche inconsapevolmente. Ciò che distingue il mago dall’uomo comune è che il primo sa di formare una cosa sola con l’universo, e di conseguenza è conscio del modo in cui il proprio spirito agisce sul mondo che lo circonda, mentre il secondo cammina per la sua strada su questo pianeta ignorando l’obbiettivo verso il quale i propri passi lo conducono. Si può essere molto “colti” (possedere innumerevoli titoli di studio) ed essere tuttavia molto ignoranti dal punto di vista magico... è vero però anche il contrario: coloro che usano gli “atti magici” in modo errato pagano inevitabilmente con la legge del karma (che si traduce in un “colpo di ritorno” proporzionale all’errore commesso). E’ da temerari e incoscienti voler intraprendere operazioni magiche specifiche senza una reale conoscenza dei mondi invisibili e delle energie che si possono mobilitare (un discorso analogo vale anche per chi usa spiritismo, divinazioni o altre “pratiche magiche”, poiché inconsapevolmente può aprire dimensioni che risultano ingovernabili e pericolose se non gestite con saggezza.

LE FONTI DI ENERGIA. IL PATTO MAGICO L’essere vivente è insieme ricevitore ed emittente, perché possiede in sé stesso un’energia che gli permette di entrare in contatto con le energie della stessa natura, ma più potenti e che apparentemente gli sono esterne. Quando si stabilisce la comunicazione tra le “potenze del dentro” e quelle “del di fuori” lo spirito del mago diventa tutt’uno con tale potere. Ecco qual’è il senso del patto magico con l’”invisibile”. Occorrerà molto discernimento nel riconoscere le guide, poiché nello stesso modo in cui la luce crea la propria ombra quando incontra un ostacolo materiale, così gli esseri di luce che popolano i vari piani dell’”albero cosmico” hanno i loro analoghi su piani nettamente tenebrosi.

l cerchio e il triangolo, utilizzati per l’evocazione del 72 spiriti della Goetia

Per questo motivo, la pratica cosciente della magia deve necessariamente essere accompagnata da una seria “ascesi spirituale”. Non si tratta di osservare delle leggi umane, bensì leggi cosmiche, alle quali nessuno può sottrarsi. MAGIA E CONOSCENZA DI SE’ Tutte le leggi cosmiche derivano da un’unica “Fonte”, che possiamo definire con il nome simbolico di “AMORE”. L’altruismo e l’amore disinteressato e incondizionato sono la Fonte della “MAGIA BIANCA” (teurgia), il cui scopo è creare armonia. Invece, la “MAGIA NERA” (goezia) ha lo scopo di accumulare potere per il godimento egoistico ed il profitto; esiste inoltre una “MAGIA GRIGIA”, che è miscuglio di amore, ipocrisia ed egoismo e appartiene a chi sta “nel mezzo” ed è incapace di scegliere. Questo grigiore mentale ha risultati che assomigliano ai suoi atti: incerti e spesso disastrosi.

In ogni istante della propria esistenza, l’essere in cammino per divenire cosciente deve rispondere per sé stesso a questa domanda. Ognuno determina il proprio percorso. La strada dell’armonia è probabilmente una delle più sicure e in fin dei conti la più efficace perché, secondo la legge cosmica, “si raccoglie quello che si è seminato”. Se l’ecologia è la scienza dell’essere che vive nel proprio ambiente, la magia è una scienza ancora più globale, perché evidenzia l’armonia

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Tutte le manifestazioni di magia si appoggiano su un’unica realtà: viviamo immersi in un oceano psichico di idee-forza che la nostra mente capta o produce, e se le idee sono delle forze, il pensiero, che in un certo senso è l’arte di trattare le idee, è dunque ciò che regge queste forze: da qui deriva il potere del pensiero. Anche il principio della magia consiste nel saper scegliere i pensieri, le idee. Forze che saranno più idonee e costruttive nel senso desiderato. Necessariamente prima o poi, per la legge della creazione, queste idee si concretizzeranno. E’ necessario sostenere a lungo un pensiero positivo perché riesca a imporsi nella giungla mentale delle idee contraddittorie che gli stanno intorno. Questo spiega perché i risultati concreti possono non essere immediati. Ma più i pensieri hanno un carattere di universalità, più hanno la probabilità di essere esauditi. Questa forma di preghiera attiva fa appello alle forze misconosciute del subconscio, e si sviluppa nella magia spirituale. Boudelaire scriveva: “La preghiera è una delle grandi forze della dinamica intellettuale, nella preghiera è insita un’operazione magica”. Se fossero orientate verso un ideale di armonia universale, le forze magiche sarebbero una potente leva per una rapida trasformazione del mondo.

L’arte di moderare i propri desideri in funzione dell’ordine cosmico naturale è un’arte magica. In magia si parla spesso di desiderio e influenza; la verità è che il mago è influenzato solo dalle proprie motivazioni ed il suo desiderio è votato al benessere altrui, per non cadere nel lato oscuro, nell’egoismo. Solo conoscendosi e conoscendo il proprio potere esso può scegliere la strada in cui esprimerà questo potere. Il mago sa che ogni pensiero emesso ritorna al punto di partenza, concretizzandosi. Socrate diceva che nessuno fa male coscientemente e volontariamente: nessuno infatti ricerca il proprio male, esso è il prodotto dell’ignoranza o di un accecamento morboso... la rabbia. Ma chi è determinato a vivere pienamente la ricerca del “bene più grande”, nel percorrere questa strada che ci propone Socrate?

POTENZA DEL PENSIERO CREATIVO

Biografia: Lilly Antinea Astore viviamo immersi in un oceano psichico di ideeforza che la nostra mente capta o produce

È una studiosa eclettica con teressi in svariati campi che spaziano dalle scienze di confine, all’esoterismo, dall’archeoastronomia, all’arte ed all’ufologia. È cavaliere dell’ Ordine Mistico Rosacrociano. A soli 15 anni intraprende il suo percorso di ricerca partecipando con un’innovativa relazione sul tema del “Rinnovamento“, alle conferenze presso le Università di Bologna e di Camerino, organizzate da Massimo Inardi, Peter Kolosimo, Roul Bocci ed il Conte Pelliccione di Poli. Il campo esoterico collabora con il “Centro Studi” di Lecce di Franco Maria Rosa dalla quale apprende ed approfondisce le Medicine Olistiche. In campo culturale è Rappresentante internazionale della “Synergetic-Art”, movimento artistico-culturale fondato da Marisa Grande, che si prefigge come obbiettivo finale la ricomposizione globale, una conoscenza collettiva, coniugando tra loro nuovi ed antichi saperi ed annullando i rigidi settorialismi accademici. Nell’ambito ufologico ha parte cipato per anni a numerosi simposi e convegni del settore e collaborato con l’associazione no-profit : ReteUfo, dedita allo studio dell’ extraterrestrialismo. Dal 1990 è creatrice e conduttrice del programma radiofonico “DIMENSIONEX: Indagini nel Mistero” . Un programma radiofonico che affronta in maniera sinergica numerose e controverse tematiche per lo più ignorate dalla scienza ufficiale e dall’informazione generalista e che la consacra tra le principali divulgatrici in Italia delle tematiche legate al mistero, all’esoterismo, all’ufologia e all’archeo astronomia. Attualmente fa parte della redazione della Runa Bianca.


...e nemmeno il vero

Mauro Biglino

Dalle traduzioni letterali della Bibbia ricaviamo che non ci hanno raccontato tutto Parte 9

S

to finendo il nuovo libro interamente dedicato alla tecnologia nella Bibbia, e allora affronto qui per Runa Bianca un aspetto relativo a tale tema, che si presenta molto curioso.

Il presupposto, o per meglio dire l’ipotesi su cui si lavora è che gli Elohìm fossero un gruppo di individui che, giunti da non sappiamo dove, si siano spartiti il controllo del pianeta: Yahwèh era uno di loro, quello che ha avuto in assegnazione, o forse si è preso d’arbitrio, quel popolo che poi ci ha lasciato il libro di cui ci occupiamo. Dai racconti biblici appare chiaro che “lui” non era sempre presente fisicamente, ed allora ci chiediamo se la Bibbia ci fornisca informazioni sul modo in cui comunicavano, perché le lunghe distanze prevedono necessariamente la necessità di interloquire con chi non si trova a portata di voce. E qui affrontiamo la descrizione di alcuni oggetti particolari come l’[efòd] ma soprattutto dobbiamo esaminare uno degli aspetti di una figura che nei secoli si prestata ad elaborazioni teologiche che ci sentiamo di definire totalmente infondate: quella dei cherubini, in particolare quelli che si trovano sull’Arca dell’Alleanza. Diciamo subito che i cherubini dell’Arca risultano morfologicamente e funzionalmente diversi da quelli che sono presenti nella visione dei carri volanti di Ezechiele e di cui si occupa ampiamente “IL DIO ALIENO DELLA BIBBIA”. Ciò che li accomuna e che rende conto del nome usato indifferentemente per gli uni e per gli altri deriva dal significato originario della radice ebraica [krv] che indica il coprire: possedere, o addirittura essere elementi coprenti spiega la condivisone del sostantivo che li definisce. Ma qui affrontiamo nello specifico il tema delle comunicazioni, e i cherubini di Ezechiele hanno funzioni totalmente diverse. L’Arca dell’Alleanza In Es 25,10-16, Yahwèh fornisce a Mosè le indicazioni precise per fabbricare una cassa il cui scopo sarà quello di contenere e conservare la [edùt], “testimonianza”, che lo stesso Elohìm darà a Mosè. Dt 10,1-5 afferma espressamente che custodiva le Tavole della Legge. Le indicazioni fornite direttamente da Yahwèh erano le seguenti: - costruita in legno di acacia; - lunga 2,5 cubiti, larga 1,5 cubiti e alta 1,5 cubiti (circa 112,5 x 67,7 x 67,5 cm in misure decimali); - ricoperta d’oro puro sia dentro che fuori e contornata superiormente da un bordo anch’esso d’oro; - dotata ai quattro piedi di altrettanti anelli d’oro, due per lato, nei quali si introducevano due stanghe di acacia che venivano utilizzate per il trasporto e che non dovevano mai venire estratte dagli anelli.

La Bibbia qui è chiara e non fornisce adito a dubbi: l’Elohìm, in uno degli incontri sul monte che era la sua dimora, mostra a Mosè una raffigurazione precisa (disegno, progetto o modello) di ciò che doveva essere realizzato.

Queste sono dunque le istruzioni impartite, e non possiamo certo fare a meno di rilevare la stranezza rappresentata da un “Dio” impegnato in descrizioni tanto particolareggiate sulle modalità di costruzione delle suppellettili destinate al suo culto.

Il testo non consente neppure lontanamente di ipotizzare che si sia trattato di visione, sogno, rivelazione o quant’altro: l’immediatezza del racconto ci trasmette la sensazione chiara che sul monte Mosè abbia potuto/dovuto consultare ed esaminare un modello/disegno preciso, con tanto di misure.

Ci chiediamo infatti perché fosse fondamentale che quello, come altri oggetti, venisse fatto in una determinata foggia, con misure, forme e materiali ben determinati! Yahwèh raccomanda a Mosè per almeno tre volte di seguire fedelmente il [tavnìt], “progetto, disegno, modello”, che lui gli aveva fatto vedere sul monte (Es 25,9; 25,40).

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Questo elemento tornerà tra breve, nella traduzione di un termine che, come vedremo, rimanda al carattere inequivocabilmente tecnico delle indicazioni per le suppellettili. Le istruzioni di Yahwèh proseguono con un elemento che dovrà essere posizionato sopra l’Arca e fungere da supporto per i cherubini, il [kapporèt], “propiziatorio”. Presenta le stesse dimensioni dell’Arca e dovrà essere realizzato interamente in


oro puro.

intermediario e da portavoce.

Il vocabolo ebraico viene tradotto normalmente con il termine italiano “propiziatorio”, ma il significato primo della radice è quello di “coprire e proteggere”.

Ma la descrizione che ne fornisce il passo dell’Esodo si presenta come decisamente più funzionale; non giustifica l’interpretazione simbolica e neppure evidenzia l’utilizzo con finalità espiatorie. È lo stesso Yahwèh che spiega a Mosè l’impiego che egli intende farne (Es 25,22), letteralmente:

Innanzitutto siamo autorizzati a pensare che si trattasse della copertura (coperchio) dell’Arca e che, per estensione di significato, abbia poi successivamente assunto la funzione con la quale è normalmente conosciuto, quella di “coprire i peccati”, nel senso di “rimettere le colpe”, anche a seguito di sacrifici propiziatori come quelli compiuti nel rito solenne dell’espiazione, celebrato annualmente dal Sommo Sacerdote (Lv 16,14-15). Ma, fuori da ogni interpretazione e attribuzione successiva, lo scopo originario viene spiegato con precisione dallo stesso Yahwèh, come vedremo tra poco. L’Elohìm ordina a Mosè (Es 25,18-20), letteralmente: “E farai due cherubini oro, metallo-lavorato farai essi, da-due-di estremità-di il-kapèporèt

“e-mi-incontrerò là con-te da-sopra ilpropiziatorio, da-tra( in-mezzo-a) duedi i-cherubini che sopra-arca-di la-testimonianza” Gli dice anche [dibbarti itchà], cioè “parlerò con te”: il propiziatorio con le strutture chiamate cherubini ad esso sovrapposte aveva chiaramente lo scopo di consentire l’incontro e la comunicazione tra l’Elohìm e Yahwèh. Siamo quindi in presenza di un luogo fisico, in cui avviene un contatto, e di un oggetto attraverso cui si parla. Leggendo il passo comprendiamo che questo “Dio” ha la necessità di comunicare “verbalmente” con Mosè; usa la voce, si esprime in una lingua a lui comprensibile e lo fa attraverso un apparato la cui fabbricazione doveva seguire regole precise. E allora noi ci chiediamo:

Nel versetto successivo Yahwèh precisa nuovamente che i due cherubini devono trovarsi alle estremità del cosiddetto propiziatorio – evidentemente era un particolare tecnico di non poca importanza – e poi prosegue spiegando che le loro “ali” devono coprire il coperchio dell’Arca. Si evidenzia qui chiaramente la funzione fondamentale del vocabolo [kanàf] sempre tradotto con “ali”. Queste estremità si “stendono” per “coprire e proteggere”: «Cover and conceal from vew, covering, protecting» chiarisce l’Etimological Dictionary of Biblical Hebrew” curato da Rav Matityahu Clark. I due cherubini sono piazzati certamente l’uno di fronte all’altro, ma in relazione al loro posizionamento rispetto al propiziatorio poniamo una questione. Tutte le traduzioni bibliche e tutte le rappresentazioni iconografiche dell’Arca posizionano invariabilmente i cherubini “sopra” il propiziatorio, ma il testo non è così esplicito in questo senso; dice infatti che essi:

- sono posizionati «alle estremità» del propiziatorio; - sono rivolti «verso» il propiziatorio; - le loro ali si stendono per coprirlo. Lo ripete anche in Es 37,7-9: - fece i due cherubini alle estremità del propiziatorio; - fece un cherubino «da estremità da questa» e l’altro cherubino «da estremità da questa» del propiziatorio (cioè uno per parte); - i cherubini erano «stendenti le ali da al di sopra»; - i cherubini erano «coprenti con ali loro sopra il propiziatorio»; - i cherubini erano posti uno di fronte all’altro; - le facce (parti frontali) dei cherubini erano «verso» il propiziatorio. Non possiamo quindi essere certi del fatto che queste due strutture fossero poste sopra il coperchio e siamo stimolati a pensare che in realtà potessero anche avere un posizionamento esterno rispetto al propiziatorio. L’insieme di propiziatorio e cherubini è stato oggetto di numerose interpretazioni simboliche, che si possono sintetizzare nella loro presunta funzione di manifestare la presenza spirituale di “Dio”, una specie di dimora virtuale che doveva perpetuare il senso della pienezza divina, sempre presente anche quando non vi era più Mosè a fungere da

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RunaBianca aprile 2012

Perché tanta precisione? In caso contrario non avrebbe funzionato? Perché “Dio” avrebbe dovuto servirsi di uno strumento per sentire la voce del suo interlocutore e per impartire i suoi ordini? Com’è possibile che l’ente supremo abbia necessità di un apparecchio fisico? Si trattava di un vero e proprio sistema ricevente e trasmittente? (continua)

Biografia : Mauro Biglino Realizza prodotti multimediali di carattere storico, culturale e didattico per importanti case editrici italiane, collabora con varie riviste, studioso di storia delle religioni, è traduttore di ebraico antico per conto delle Edizioni San Paolo: dalla Bibbia stuttgartensia (Codice di Leningrado) ha tradotto 23 libri dell’Antico Testamento di cui 17 già pubblicati. Da 30 anni si occupa dei testi sacri nella convinzione che solo la conoscenza e l’analisi diretta di ciò che hanno scritto gli antichi redattori possa aiutare a comprendere veramente il pensiero reli gioso formulato dall’umanità nella sua storia. Tra i suoi libri ricordiamo: Resurrezione reincarnazione. Favole consolatorie o realtà? Una ricerca per liberi pensatori (Uno Editori, 2009), Chiesa romana cattolica e massoneria. Realmente così diverse? Una ricerca per liberi pensatori (Uno Editori, 2009), Il libro che cambierà per sempre le nostre idee sulla Bibbia (Uno Editori, 2010) e...


Vincenzo Di Gregorio

EROS 433 Il grande inganno della NASA finalmente svelato

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l 17 febbraio del 1996 la Nasa lancia la sonda NEAR, il cui scopo era raggiungere un asteroide “433eros”. Il nome della sonda stessa ( NEAR ) è l’abbreviazione delle parole “Near Earth Asteroid Rendez-vous”. Cioè di quei corpi che hanno orbite che li portano a continui “rendez-vous” vicino la terra. La scoperta è attribuita al berlinese Carl Gustav Witt che lo fotografò per la prima volta il 13 agosto del 1898 mentre eseguiva misure e foto astronomiche su di un altro asteroide. Il nome di EROS fu scelto in onore del dio greco dell’amore, rompendo la tradizione che assegnava agli asteroidi nomi femminili. I più informati malignano che l’emozione della scoperta diede sensazioni così forti allo scopritore da farla prediligere ad altri tipi di attività. Sta di fatto che 433Eros è stato il primo asteroide della classe Near-Earth, e non casualmente, anche perchè è il più grosso di questa classe di oggetti astronomici.

pur lasciandole in vista nelle “poche” foto che ha deciso di mettere in rete.

La Nasa dunque decide nel 1996 di inviare una sonda al fine di fotografare a distanza ravvicinata questo asteroide, curiosamente privilegiandolo rispetto ad altri obiettivi più prossimi alla terra (1943 Anteros, 3361 Orpheus e 4660 Nereus ), inizialmente preferiti. La missione ebbe diversi imprevisti che ritardarono di oltre un anno la sua messa in orbita intorno ad 433Eros, che poi avvenne il 14 Febbraio del 2000. Tale avvenimento fu trasmesso in diretta streaming in internet ed un astrofilo italiano ( Alberto Pilolli ) stette alzato sino alle 4 del mattino per assistervi in diretta. Quando si vide finalmente l’asteroide avvicinarsi, la sonda trasmetteva a colori l’immagine di un sasso giallognolo ingrandirsi mentre girava su se stesso.

2 - Un altro “SASSO” dalla forma atipica che giace all’interno di un cratere.

Ad un certo momento, sull’estremità del sasso si vide un luccichio metallico e “qualcosa” di colore grigio-biancastro, molto evidente sul fondo giallo dell’asteroide. In quel momento la telecamera della sonda smette di trasmettere e riprende a farlo in BIANCO E NERO solo dopo aver “oltrepassato” l’asteroide di oltre 100 km. Da questo momento nasce in questo astrofilo la voglia di vederci “chiaro”. La Nasa nel suo sito ( http://near.jhuapl.edu/ ) inserisce qualche tempo dopo alcune centinaia di foto scattate dalla sonda Near. Un’accurata selezione delle oltre 600.000 scattate. Ma le foto inserite sul sito sono VOLUTAMENTE scure, contrastate, a bassissima risoluzione, difficilmente studiabili senza un discreto lavoro digitale. Conosciutici in un forum di misteri, decisi di dargli una mano, avendo una certa dimestichezza con le foto e con i programmi di post-produzione (sia per passione sia per lavoro) . Ho cominciato a schiarirle, ingrandirle, aumentarne la nitidezza..e finalmente emersero “cose” ed oggetti che la Nasa aveva evitato accuratamente di indicare nei suoi rapporti,

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RunaBianca aprile 2012

Questo articolo è la sintesi del mio lavoro di studio digitale sulle foto che sono ancora visibili sul sito della Nasa ( e quindi verificabili da chiunque voglia farlo ). Nessuno di noi ha studi o conoscenze da “addetti ai lavori” in campo astronomico, e queste analisi non son quindi fatte da questa angolazione. Si vuol solo, molto umilmente, cercare di utilizzare un metodo di analisi che è alla portata di chiunque di noi, ed è il cosiddetto… BUON SENSO. Tra le molte “anomalie” riscontrate su 433 EROS, in quest’analisi si è scelto di occuparsi SOLO di un 4 tipologie di “oggetti”:

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1 - Un SASSO dalla curiosa forma di una PARABOLA per telecomunicazioni, che in due foto scattate ad un mese di distanza ruota di 180 gradi.

14 Marzo 2000

3 - Una serie di “SASSI” a forma di SFERE diffusi con una certa abbondanza sulla superficie di questo asteroide. 4 - Un “LAMPO” che si scorge su un fotogramma di un filmato, che costituisce la PROVA più schiacciante che gli altri oggetti osservati non son lì per “caso”. PARABOLA Tra tutti sicuramente quello che più ha fatto discutere è l’ipotesi che vi sia una PARABOLA per la ricezione e/o trasmissione di onde radio, collocata sulla parete inclinata di un cratere di 433-EROS.

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La sua collocazione è vicina a 3 sassi che ci serviranno per posizionare la stessa e che interverranno anche loro per capire se la “parabola” sia un comune sasso o qualcos’altro.

22 Maggio 2000

Questa è la localizzazione della “parabola” con i tre sassi chiaramente distinguibili anche da decine di chilometri di distanza, in una foto scattata il 14 marzo del 2000. ( fig.1 ) Il 22 Maggio del 2000 la sonda Near si avvicina a 50 chilometri di distanza e scatta questa foto. (fig.2) Le foto inserite sul sito della NASA non hanno una grande definizione. Per riuscire a scorgere i dettagli più minuti su cui poter “ragionarci sopra”, si è dovuto lavorarci per molto tempo. Infatti tutte le foto NASA son o molto contrastate o molto scure, e con pochi pixel. Per renderle “leggibili” occorre utilizzare

3 Cliccare sulle date per visualizzare gli originali NASA ( occorre una connesione internet attiva )


diversi programmi di elaborazione digitale quali:

utilizzare come importante riferimento. Abbiamo quindi effettuato un paio di ingrandimenti alle due foto iniziali. (fig7)

- S-Spline 2 per l’aumento della dimensione dei file. - Photoshop per tutto il lavoro di elaborazione ( luminosità, contrasto, ecc ). - Neat-Image per l’eliminazione del “disturbo” digitale che ne era scaturito. L’osservazione di questa foto ci porterebbe quasi immediatamente a confermare l’ipotesi dell’artificialità dell’oggetto posto a sinistra nella foto, soprattutto se si confronta con la “casualità” della forma dei tre sassi sulla destra. ( fig.3) Ma senza voler prendere delle decisioni avventate da una prima impressione cerchiamo di analizzare bene i diversi dettagli che si vedono in questa e nelle foto successive al fine di capire come è composto questo strano “oggetto”. Vi sono certi particolari che farebbero propendere per l’ipotesi di una parabola. Se si osserva bene infatti si puo’ notare come ci sia una parte CONICA appoggiata su una BASE che finisce al suolo con un’angolo di 90°. Questa forma è COERENTE con l’ipotesi di partenza, ma una sola foto non può portarci ad alcuna certezza. Occorre andare avanti di circa un mese, al 21 Giugno del 2000, quando la Near ripassa sullo stesso posto e scatta una seconda foto agli oggetti che stiamo analizzando. (fig.4) Il punto di vista è però diverso (quasi verticale ) ed anche l’inclinazione del sole è cambiata. Questi fatti li ritengo molto positivi per la nostra analisi, in quanto aggiungono particolari che ci consentono di effettuare confronti interessanti tra le due foto,una volta schiarite le ombre. La prima cosa che scopriamo se studiamo le ombre portate da uno dei tre sassi sulla nostra “parabola” è che “curiosamente” l’ombra del sasso sulla destra PASSA SOTTO la parte illuminata dal sole della parabola. (fig.5) Questo può succedere solo se l’oggetto studiato si sia SOLLEVATO dal suolo in quel punto ( altrimenti l’ombra avrebbe dovuto “sbattere” sulla sua superficie e lasciar traccia sulla foto ). Se si confronta la foto ( schiarita ) della parabola nella foto del 22 maggio con quella del 21 giugno, ci si accorge come lo stesso “oggetto” si sia GIRATO di 180°, e dalla stranezza del comportamento dell’ombra di cui sopra, nel ruotare intorno ad un “perno” si sia anche SOLLEVATO dal suolo.

4 21 Giugno 2000

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Ma la rotazione, come si era già detto DEVE avere anche comportato un’avvicinamento verso i tre sassi che continueremo ad

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Ma si è voluto fare un’ulteriore prova, utilizzando un metodo comunemente usato in astrofisica per determinare lo spostamento di un oggetto rispetto al piano delle stelle fisse ( è il metodo che è stato usato per scoprire Plutone ).Si sono ricavati due ingrandimenti delle due foto e si sono SOVRAPPOSTE. Giocando con la trasparenza dei livelli si è creato un filmato scaricabile da internet a questo indirizzo: http://www.screencast.com/users/kingleo/ folders/Jing/media/46866504-d532-418e8187-fc067c58da6f ( cliccare sul link, se collegati con internet ). Dopo che il vostro computer ha scaricato il filmato, è possibile “giocare” col cursore per far apparire la prima foto e sovrapporla con la seconda. Lo spostamento e la rotazione della parabola è decisamente NETTA ed incontrovertibile. L’unico suggerimento che ci sentiamo di dare a chi voglia cimentarsi in queste verifiche è di non lavorare con i file originali della Nasa in quanto molto piccoli, bensì partire da quelli per arrivare ad ingrandimenti in cui anche le più piccole variazioni possano essere notate e VERIFICATE. Seconda “anomalia” Il 3 Maggio del 2000 la sonda Near ha scattato una foto ad una zona di 433-EROS caratterizzata da diversi crateri da impatto. Sul fondo di uno di questi giace un’anomalia che chiameremo per ora “SASSO” che ha diversi aspetti degni di essere approfonditi. ( fig.8) Innanzitutto è l’oggetto più luminoso dell’area inquadrata. Pur essendoci diversi altri sassi e crateri illuminati dal sole questo “SASSO” è sicuramente quello che ha l’albedo maggiore. Ciò può avere due cause: la prima è che sia fatto di un materiale “diverso” dagli altri sassi più luminoso, o che abbia un’inclinazione tale che rifletta maggiormente la luce solare verso la sonda. L’ombra portata del “sasso” ci indica però che è saldamente infisso al suolo ORTOGONALMENTE alla sua superficie e che rivolge verso la sonda una parte piccola del sua reale dimensione.

La conferma di quanto scoperto ci viene anche dall’osservazione che l’ombra portata dalla “parabola” sul suolo sia considerevolmente piu’ STRETTA della larghezza della parte esposta al sole (fig.6). Questo fenomeno può succedere solo se la porzione infissa al suolo della parabola fosse MINORE di quella che espone al sole nella parte destra. L’ipotesi che sia un “errore ottico” dato dal forte “albedo” della parte illuminata dal sole sulla destra della “parabola”, non può essere accettata, in quanto anche nei tre sassi vi sono zone di forte illuminazione ma le ombre seguono fedelmente le normali leggi della fisica e son lì dove ci si aspetterebbe che siano. Lo studio delle ombre, non ci da però molte informazioni sull’effettiva rotazione del SASSO/PARABOLA, ma ci fornisce importanti indizi che lo stesso oggetto si sia rialzato dal suolo, almeno parzialmente.

Poiché le foto inserite dalla Nasa son state scattate ( come si è già detto ) ad un mese di distanza l’una dall’altra, con angolazioni diverse e con un rapporto di ingrandimento diverso…le due foto non sono SOVRAPPONIBILI se non dopo qualche operazione digitale. Abbiamo quindi estrapolato la zona che ci interessa e si è cercato, per quanto possibile, di utilizzare i tre sassi posti sulla destra della foto come riferimento sia delle proporzioni sia dell’allineamento. Da questa semplice operazione, e tirando delle linee di riferimento, risulta molto chiaramente lo spostamento del SASSO / PARABOLA

7 Confronto tra la foto del 22 Maggio e quella del 21 giugno, dove si vede come la “parabola” si sia girata di 180 gradi ed avvicinata ai tre “sassi” presi come riferimento per il raffronto.

Di quest’OGGETTO non abbiamo purtroppo una seconda foto come la “parabola” da cui si potevano trarre molte interessanti considerazioni dal confronto reciproco. Ci siamo quindi dovuti accontentare di un suo ingrandimento. Ma quel poco che abbiamo riteniamo sia sufficientemente interessante. In quest’analisi si dovrà parlare di LUCE e OMBRE, positivo e negativo. Infatti quando non si riesce ad avere di un corpo un’immagine chiara, a volte è possibile ricostruirne la sua forma dallo studio della sua OMBRA. Ci siamo quindi rivolti alla cosiddetta “teoria delle Ombre”, branca non di poco conto della cosiddetta “geometria descrittiva” che codifica con leggi matematiche il tipo di ombra che viene proiettata da un corpo su un altro.


Innanzitutto abbiamo verificato la COERENZA delle ombre della nostra “anomalia” con quelle presenti sulla stessa foto. (fig.9) Si è quindi misurata l’ombra trasmessa da un sasso posto sulla sommità di un cratere vicino, e si è determinato l’angolo di incidenza (circa 43 gradi). Stessi gradi li riscontriamo anche sulle ombre della nostra anomalia. Ciò ci corrobora nel fatto che l’oggetto raffigurato sia REALMENTE presente all’atto dello scatto sulla superficie di 433-EROS (non aggiunto DOPO), evento forse “improbabile” ma sempre possibile. Stiamo quindi analizzando un oggetto posizionato sul suolo di un asteroide al centro di un cratere/ avvallamento. La superficie curva del terreno circostante può alterare la linearità delle ombre ma essendo lieve non lo ha fatto in maniera tale da alterare alcune “informazioni” sull’oggetto della nostra indagine. Osservando l’immagine POSITIVA ad un’ingrandimento spinto si constata un’anomala suddivisione in zone che trasmettono al suolo ombre PARALLELE di altezza diverse. (fig.10)

LE SFERE Ci occuperemo adesso di un altro tipo di anomalia/e riscontrate , quella della presenza di GROSSI “sassi” a forma Sferica delle dimensioni ragguardevoli dai 30 ai 50 metri di diametro.Questa misura ci viene fornita direttamente dalla Nasa che ce ne indica le dimensioni di una di queste sfere nella didascalia riportata sotto la foto dell’8 Maggio del 2000.

8 3 Maggio 2000

La Nasa definisce la sfera all’interno del cratere come “IL MACIGNO”. Un “macigno” abbastanza curioso, in quanto oltre la forma curiosamente sferica ha anche due proturberanze sull’asse orizzontale .

L’ortogonalità che “sembrerebbe” esistere dall’osservazione dell’oggetto in “positivo” trova una CONFERMA nello studio delle ombre portate al suolo. Abbiamo tentato una sua ricostruzione con tutte le attenuanti del caso, al fine di far meglio capire come si possano formare quel tipo di ombre. Dalla nostra ricostruzione si tratta di TRE corpi che s’innestano tra loro ad altezze diverse. (fig.11)

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Il primo è più basso ( stretto e lungo ) e s’incastra su una base leggermente più alta, ma sicuramente più larga. Per comodità di descrizione chiameremo A il primo elemento e B il secondo. Sopra il corpo B si può notare un altro elemento più alto di una volta e mezzo il corpo B. Le altezze sono facilmente ricavabili dalle loro ombre e dal rapporto reciproco.

Uno di questi li possiamo “ammirare” in una foto scattata il 27 giugno 2000.

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Essendo l’inclinazione dell’ombra molto prossima al 45° , avendo l’ombra che detrmina l’altezza dell’oggetto all’incirca la stessa misura della lunghezza dell’immagine “positiva”,ne consegue che quest’”anomalia” sia lunga circa 80 metri ed alta altrettanto.

Per migliorarne la comprensione abbiamo realizzato una ricostruzione tridimensionale dello strano oggetto, che riassume quanto sopra esposto: cioè che trattasi di una “costruzione” artificiale costituita da tre corpi intimamente connessi tra loro e di altezze e larghezze diverse. (fig.12) C’è chi ha ritenuto questo “sasso” una stranezza e su un giornale a distribuzione nazionale è stato ache detto che si tratta del CRISTALLO più grande del sistema solare. Ci permettiamo di esprimere molto scetticismo su affermazioni di questo tipo tese a far rientrare l’anomalia in un’ambito “naturale”. Un “cristallo” da 80 metri di altezza ? ...in un asteroide privo di aria ed acqua ???!!!!

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Se la confrontiamo col “macigno” di prima notiamo come questo appaia APPOGGIATO sul fondo del cratere e non profondamente infisso al suolo come ci si aspetterebbe vista la velocità d’impatto. Anche in questo caso l’ombra portata del “macigno” ci conforta in questa convinzione. Ma non solo l’ombra...da un suo successivo ingrandimento si può notare come questi “MACIGNI con Peduncoli”, siano proprio APPOGGIATI per un punto al suolo. (fig.15 ) Considerando che le dimensioni siano quelle che ci ha indicato la Nasa 30/50 metri , è quantomeno curioso che un “macigno” assuma una forma sferica a mezzo di “rotolamenti” ( ? ) in quasi totale assenza di gravità, di aria acqua, o quant’altro che possano nei secoli o millenni levigarlo sino a portarlo a quella forma.

Se si guarda il disegno : A+B è uguale a B+C. La complessità delle ombre , la loro “proporzione” ci induce ad escludere che quest’oggetto possa essere un “comune” sasso. In ogni caso è l’UNICO di questo tipo, e con queste caratteristiche che si può osservare nelle oltre 100 foto da noi messe a disposizione dalla Nasa.

Un suo ingrandimento ci fa apprezzare questa curiosa caratteristica ( macigno con “bitorzolo” )(fig14). Certo che se fosse l’unico, sarebbe una semplice “curiosità”, ma purtoppo su Eros433 sembra che sia pieno di “macigni con bitorzoli”...forse TROPPI !!! ( fig.15-1617). E’ interessante comunque il confronto con altri MACIGNI che solitamente si possono trovare al centro di crateri formatisi a causa di collisione con meteoriti o corpi celesti che impattano a velocità di migliaia di chilometri orari.

Denominato in X l’altezza del corpo B, il C è alto 1,5 di X, mentre A è circa 0,8 di X. Da un riferimento alle dimensioni di altre foto scattate dalla sonda Near alla stessa altezza si è determinato ( con una certa approssimazione ) le dimensioni di questo “oggetto”. L’altezza complessiva dell’ombra ( C + B ) è di circa 80 metri.

Citiamo letteralmente ( fig. 13) : “Questa immagine, presa l’8 maggio 2000, da una quota orbitale di 50 km , mostra una varietà di caratteristiche di piccola superficie. L’intera scena è di circa 1,8 km in tutto. Per migliorare la visualizzazione della dimensione degli elementi, è stato inserito come scala le dimensioni dell’Empire State Building nella parte inferiore dell’immagine… Il macigno sul fondo del grande cratere a destra è di 30 metri in tutto, mentre il cratere stesso misura circa 800 metri in tutto “.

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Le stesse “forze” misteriosi levigatrici, poi lo ADAGIANO sul fondo di profondi crateri facendogli superare qualsiasi tipo di ostacolo. Ma ammettiamolo solo nel puro campo delle ipotesi…ed osserviamo anche questi: Tutti “MACIGNI” dalle stesse identiche caratteristiche : Rotondi,con un paio di protuberanze ai lati,adagiati sul fondo di crateri da impatti, ma appoggiati al suolo virtualmente per un punto. Ma le sfere non son finite.. Su Eros433 sembra essere la forma preferita dei “macigni”. Analizziamo alcune curiose caratteristiche di alcune. La capacità di RIFLETTERE nelle zone d’om-


8 maggio 20000 bra, come mostra questa foto scattata il 20 giugno 2000 (fig.18) Da un suo ingrandimento si può notare un curioso effetto di RIFLESSIONE proprio nella zona non esposta ai raggi solari. Come tutti sanno in assenza di atmosfera il fenomeno della “penombra” non può esistere. Sulla nostra terra ricca di atmosfera e di POLVERE avviene il curioso fenomeno che le particelle di polvere presenti dappertutto nell’aria riflettano i raggi solari colpendo anche le zone in ombra degli oggetti . (fig.19)

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Questo fenomeno a cui non facciamo più caso e che diamo per scontato, non avviene nello spazio dove pur essendoci la polvere non c’è un’atmosfera che la tenga in sospensione. (fig.20) Pertanto gli oggetti illuminati dal sole avranno solo zone fortemente illuminate e zone TOTALMENTE in ombra. La possibilità che le zone in ombra siano CHIARE come in questo nostro MACIGNO/sfera può avere una SOLA spiegazione: che sia fatto di un materiale che RIFLETTE la luce solare che colpisce il terreno illuminato dal sole. Questo principio ci fornisce un dato interessante sulla costituzione di questi MACIGNI, che oltre ad essere SFERICI sono anche LEVIGATI con superfici riflettenti ( almeno come in questo caso ). Altra “anomalia” riscontrata è la capacità di SOLLEVARSI DAL SUOLO. Capacità apparentemente “insolita”.

14 27 Giugno 2000

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16 20 Giugno 2000

C’è chi infatti ha ipotizzato ( per spiegare questa strana caratteristica dei “sassi” di eros433) che un urto di una certa violenza possa far sollevare “macigni” non INFISSI AL SUOLO portandoli a far si che la sonda Near ne immortali il loro distacco dal suolo. In questa foto scattata il 19/10/2000, e ritenuta particolarmente “interessante” da farla inserire in un “mosaico” di altre tre foto, rintracciabili sul sito della Nasa al giorno 01/02/2000. La nostra si trova nel mosaico in basso a destra con l’immagine curiosamente ribaltata rispetto all’originale. Da un suo ingrandimento si può notare che UNA delle due sfere della foto si stia staccando dal suolo in quanto l’ombra proiettata al suolo sia PERFETTAMENTE CHIUSA in un ellisse. Confrontandola con l’ombra dell’altra sfera l’effetto è molto evidente. Ci è stato detto che può essere un’effetto ottico, che scompare se si ruota la foto di 180°.

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Purtroppo l’ombra proiettata al suolo di un corpo non dipende dal punto di vista dell’osservatore ma dalla direzione dei raggi solari che la determinano. In questo caso siamo stati molto fortunati in quanto in una stessa foto scattata nello stesso momento possiamo osservare due MACIGNI/ SFERE che mentre una sta adagiata al suolo, l’altra se ne sta distaccando.

19 Ottobre 2000

Questo fatto che oserei chiamare quantomeno “anomalo” non può essere spiegato con le teorie di impatti violenti in altre zone di Eros e del sollevamento in presenza di gravità molto ridotta…in quanto se sollevamento a causa di impatto ci deve essere è ipotizzabile che avvenga su ENTRAMBI i Macigni/sassi presenti sulla foto e non su uno solo di essi.

1 Febbraio 2001

Quindi, scartate tutte le ipotesi “naturali”, ci resta solo quella che la foto 22 ci mostri proprio quello che i nostri occhi vedono, cioè : Una Sfera di 30 mt che si solleva dal suolo di Eros433.

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FLASH La presenza di “macigni” che sembrano sollevarsi dal suolo di Eros433 ci consente di passare al 4° ed ultimo argomento sulle anomalie di questo asteroide. Ve ne sarebbero altre, ma la loro analisi renderebbe troppo prolisso questo articolo. Insieme al centinaio di foto che la Nasa ha inserito in internet, vi sono anche alcuni filmati. La tecnica di realizzazione è molto semplice. La Near scattava una foto ogni minuto ( approssimativamente ) in modo che venisse evidenziato il moto di rotazione dell’asteroide. Per evitare che in questa operazione potesse accidentalmente “impattare” sulla sua superficie, la Near fu posta prudenzialmente ad una distanza di circa 50 km. Questi filmati son scaricabili attualmente dal sito della Nasa a questo link: http://near.jhuapl.edu/iod/20010205/index. html Quando 6 anni fa mi misi ad elaborare le foto della Nasa, mi imbattei in un filmato di Eros433 che ruotava nello spazio. Ebbene ad un certo momento notai che sullo sfondo di una zona in ombra di un cratere, si vedeva un “brillamento”, una specie di FLASH. Scaricato il video alla massima risoluzione consentita, ho cercato QUEL fotogramma, ed infine l’ho trovato alle ore 54,20 del 4 Dicembre del 2000. Un piccolo puntino luminoso su fondo nero di una depressione di Eros non illuminata in quel momento, che indicava come “qualcosa” stesse VOLANDO tra la sonda Near e la superficie dell’asteroide in rotazione. Qualcosa che si muoveva rispetto alla sonda con una velocità non elevata, ma sufficiente per

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lasciare un’immagine leggermente “elongata”. Un punto…un solo attimo...un solo fotogramma...eppure...di tutte le “anomalie” di Eros433, QUESTA sicuramente si può considerare una PROVA schiacciante dell’esistenza di oggetti artificiali lì dove non dovrebbero essere...e vediamo perchè ! Si son volute formulare diverse ipotesi, che tentano di spiegare il “flash” del video NASA. Ma alla fine si sono ridotte a QUATTRO : 1 - Il Flash che si nota in un solo fotogramma poteva essere creato dall’illuminazione solare di una specie di “CIMA” o montagna che emergeva dal fondo della depressione e che per un istante era stata illuminata da un raggio di sole. 2 – Il Flash poteva essere l’impronta visiva di un’impatto di un oggetto che si schiantava sulla superficie di Eros433, mentre veniva sorvolato dalla sonda. 3 – Il Flash poteva essere l’immagine di un meteorite o un altro corpo vagante nello spazio che pur non schiantandosi sulla sua superficie gli passava molto vicino ( tra l’asteroide e la Near ) lasciando traccia sul CCD della sonda. 4 – Il Flash poteva essere l’immagine “sfocata” di un oggetto che si muoveva sempre tra la Near e l’asteroide ma con una velocità molto inferiore a quella di un “corpo celeste”. Vediamo di analizzarne velocemente le 4 ipotesi. 1 – Questa ipotesi apparentemente forse banale ma più “credibile”, è stata definitivamente scartata ad un’attenta analisi della struttura di Eros dopo l’individuazione del punto esatto in cui appariva il “flash”.

Trattasi di una depressione molto profonda dell’asteroide PRIVA completamente di qualsiasi rilievo che potesse dare un’immagine di quel tipo quando il sole non lo illuminava. 2 – Anche l’ipotesi dell’impatto fortuito è stata definitivamente scartata, in quanto un’impatto di QUALSIASI tipo, non poteva lasciare traccia anche nei fotogrammi successivi. Polvere, detriti sarebbero stati proiettati violentemente nello spazio ed immediatamente ripresi dalla fotocamera della Near. Nulla di tutto ciò è avvenuto. 3 – Il passaggio di un qualsiasi oggetto “naturale” che dovesse “vagare” nello spazio e passare tra la superficie di Eros433 e la sonda non poteva essere ripresa dalla stessa per l’altissima velocità di questi corpi celesti. Le velocità con cui si muovono sono dell’ordine dei migliaia di chilometri all’ora. Sarebbe come voler immortalare con una “normale” fotocamera digitale un proiettile che esce dalla canna di un fucile. Per farlo occorreva dotare la Near di una “PICOCAM” ( telecamera con 500 sensori in grado di scattare un milione di foto al secondo ). La Near non era dotata di questo tipo di attrezzature, ed il suo ciclo di scatti era quello già detto di UNA foto al Minuto ( anche per problemi dell’invio dei dati a Terra e della loro elaborazione ). 4 – Rimane l’ultima ipotesi. Quella di un oggetto ARTIFICIALE ! Un oggetto “artificiale” che si muoveva INTORNO all’asteroide con un moto sufficientemente LENTO da essere ripreso dalla fotocamera della Near, ma anche più veloce della rotazione dell’asteroide da lasciare un’immagine “MOSSA” ( elongata ) dai bordi sfocati. Coerente con questa immagine potrebbe essere l’ipotesi di uno dei “macigni” sferici che si


VIDEO A

VIDEO B

VIDEO C

VIDEO D

http://www.runabianca.it/EROSvideo/NASALarge.gif http://www.runabianca.it/EROSvideo/MPEGLarge.mpg http://www.runabianca.it/EROSvideo/QTXLarge.mov http://www.runabianca.it/EROSvideo/EROS2006.mpg

Cliccare sulle immagini per aprire il collegmento video (occorre connessione a internet) stava sollevando ( come visto prima ) che si era posto in un’orbita intermedia tra la superficie di eros e la Sonda....e da questo momento l’intera storia si tinge di giallo. Dopo appena 2 mesi da quando ho cominciato a diffondere questa notizia nei vari forum, la Nasa MODIFICA il video “incriminato” ELIMINANDO VOLUTAMENTE QUEL fotogramma. Purtroppo non avevo scaricato il video originale, ma scaricai immediatamente quello modificato che allego come VIDEO D ( cliccando si può accedere ad una pagina internet e scaricarlo ). Se fate attenzione ai singoli fotogrammi ci si accorgerà come le foto sono state scattate ad intervalli di 0,9 minuti. Pertanto vi sarà il fotogramma n° 51,50 - 52,40 - 53,30 ...ma quando si arriva al fatidico 54,20...il video salta ai successivi 55,10 - 56,00 ecc. Manca proprio il fotogramma 54,20 l’UNICO che mostri il nostro “flash”. Ma la Nasa non finirà mai di stupirci nel modo in cui da in “pasto” le sue foto al pubblico. Se ci si collega OGGI col sito della Nasa in precedenza citato, ci si accorge che vi sono varie opzioni di scaricamento. Si può scegliere se scaricarlo in formato GIF, in formato QuickTime, in formato Mpge ( a varie risoluzioni ). Ebbene mentre per i formati QT e Mpg constatiamo che il “ritmo” delle foto visualizzate è di una ogni 1,8 minuti ( il doppio di quel video di tanti anni fa che era: una ogni 0,9 min. ). Andando al fatidico 54,20, ci si accorge che in TUTTI i video di questa serie ( in tutte le risoluzioni ) “casualmente” si passa da 53,30 a 55,10, saltando SEMPRE il fotogramma col FLASH...TRANNE CHE NEL FORMATO GIF. Quello che stupisce è infatti come OGGI si possa osservare il fotogramma incriminato nella versione GIF che tra l’altro ha un “ritmo” molto più veloce, di una foto ogni 6,8 minuti... però quando si arriva al momento fatidico si passa da 48,30 a 54,20 a 1,01. ( Video A ) CONCLUSIONI Al termine di questa lunga ( e credetemi molto sintetica ) analisi, è giunto il tempo di trarne delle conclusioni. Nessuno di noi può avere il privilegio di poter SAPERE qual è la Verità ( con la A maiuscola ). Solo la Nasa SA, ma finora non ha mai fatto dei commenti a questo tipo di foto che circolano da anni in rete. Ognuno di noi è libero di usare il proprio metodo di giudizio e farsi un’opinione al riguardo. Pur cercando di mantenere nella mia mente un rigore scientifico, non nego che di fronte a certi fatti ritengo che l’ipotesi NON-Terrestre, sia quella che maggiormente spiega tutte queste anomalie. Quello che è notevole in questo asteroide è la SERIE di anomalie che se vogliamo solo analizzarle dal lato statistico ci portano a valori molto elevati di IMPOSSIBILITA’ che sia solo la casualità a creare certe forme e certe ombre. L’esistenza di abitanti nell’universo oltre la nostra razza, è ormai universalmente accettata da tutti. Qualsiasi astronomo intervistato di fronte alla vastità dell’universo

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e all’immensità di soli con pianeti extra-solari orbitanti, dichiara che nell’universo la vita ESISTE, ed anche vita “intelligente”. Se però si afferma che questa “vita intelligente” sia arrivata nel nostro sistema solare e ci sta studiando, sia con veicoli all’interno della nostra atmosfera sia con basi su alcuni corpi del nostro sistema solare ( Eros433 o la nostra Luna )…bè , non tutti si dichiarano subito d’accordo. Io non scarterei quindi in maniera aprioristica l’ipotesi extraterrestre. Sicuramente se si ammette che anche UNA SOLA delle anomalie analizzate sinora, fosse artificiale…non può essere frutto di tecnologia terrestre. Non avremmo i mezzi economici, di tempo e di conoscenze per andare ad impiantare una base “funzionante” su un asteroide. Ma una domanda su tutte ho sentito dire a reazione di queste foto. SE SON VERE, e quindi mostrano REALMENTE una base aliena su un asteroide…PERCHE’ la Nasa le ha date in pasto al mondo, lasciandole per anni liberamente scaricabili da internet ? A questa domanda si puo’ solo rispondere in questo modo. La NASA non puo’ NON sapere ! Quindi se l’ha fatto lo ha fatto DELIBERATAMENTE ! Queste foto si possono quindi inserirsi in una “diversa politica” a cui stiamo assistendo in questi anni da più parti nei vari stati. Negli anni ‘50/60 chiunque parlasse di avvistamenti di Ufo o di incontri con veicoli NON-Terrestri ed i loro passeggeri, veniva preso per pazzo o trattato come una persona poco affidabile. Adesso, in questi ultimi anni, si assiste ad una politica direi OPPOSTA. Vi sono Astronauti, che rilasciano interviste dove affermano di aver assistito ad incontri con veicoli NON-Terrestri, che affermano che la Nasa sa da molti anni della presenza di questi “esseri” e che addirittura una parte della loro tecnologia è stata già da anni utilizzata per far progredire la nostra. Cose del genere sarebbero state “impensabili” solo sino ad una decina di anni orsono. E’ ipotizzabile che questo cambio di atteggiamento sia della Nasa sia di molti governi, che stanno aprendo i loro archivi su molti ( anche se non tutti ) i vari dossier inerenti a questi argomenti….sia “foriero” di altre e più importanti rivelazioni e che in qualche maniera si vuol preparare l’opinione pubblica a questo. La seconda domanda, forse più “sottile”, riguarda la famosa “parabola”. Se esiste realmente, ed è stata costruita da una razza Nonterrestre, che senso avrebbe ? Quel tipo di parabola fa parte della NOSTRA tecnologia delle telecomunicazioni. E’ molto difficile che una razza aliena utilizzi ancora le onde radio per comunicare. Ammetto che in un primo momento queste argomentazioni mi avevano “spiazzato”. Poi ho fatto questo ragionamento. Se siamo NOI che utilizziamo le onde radio per comunicare e fossi una razza aliena che volesse “studiare” la nostra…OBBLIGATORIAMENTE dovrebbe dotarsi di un mezzo in grado di CAP-

Video non piu’ disponibile sul sito della NASA TARE le nostre trasmissioni. Quindi la parabola serve per NOI, ed il fatto che si sia mossa nell’arco di un mese ruotando di 180 gradi è un altro indizio. Infatti se la parabola serve per captare le onde radio terrestri, DEVE essere sempre puntata sulla terra e quindi MUOVERSI seguendo sia la rotazione di Eros, sia il suo spostamento nello spazio. Sarebbe in questo caso molto interessante, se qualcuno dei lettori fosse in grado di calcolare la direzione verso cui era orientata la parabola nelle due foto in oggetto. Dalla Nasa sappiamo la data e l’ora, e conoscendo l’orbita di eros ed il suo periodo di rotazione…per chi è in grado di fare due calcoli….! Sinora non ho trovato nessuno che sia stato in grado di darmi questo tipo di risposte…ma non dispero. Nel ringraziare per la pazienza dimostrata per leggere queste note, ribadisco il concetto che la “mia” versione dei fatti è la MIA e quindi soggettiva e “opinabile” ( come TUTTE le altre ). E’ quindi probabile che un domani ( tra un anno o tra 100 anni ) qualcuno si recherà nuovamente su Eros433 e si potrà finalmente giungere ad una conclusione definitiva dell’intera faccenda. Sino a quel momento…chiunque è libero di “interpretare” queste foto secondo il suo BUON SENSO e di trarne le opportune conclusioni. Biografia : Vincenzo Di Gregorio Architetto ed imprenditore, da sempre appassionato di archeologia, noto come scopritore delle cosiddette “piramidi di Montevecchia” i cui studi sono stati pubblicati nel libro dal titolo Il Mistero delle Piramidi Lombarde (Fermento, 2009). Fondatore di Antikitera.net (uno dei più noti siti web di news archeologiche e di misteri) e della rivista Runa Bianca (www.runabianca.it). Per le sue ricerche si avvale di foto aeree sia nel visibile che nell’infrarosso, fondando una società finalizzata alla ricerca chiamata “ludi ricerche” che fa capo al sito web: www.aereofoto.it. Suoi studi son stati mostrati in diverse riviste di settore, e su reti televisive quali: Voyager (rai2), Mistero (italia1), Me- diolanum Chanel (Sky), OdeonTV. Recentemente i suoi studi sull’asteroide 433EROS son stati inseriti in un libro di Salvatore Giusa e Roberto La Paglia intitolato : 433 eros - The Hidden Truth

Acquistabile in cartaceo presso www.lulu.com o come ebook: http://www.ebookitaliani.it/content/433-eroshidden-truth


8 segni di riconoscimento

I

primi racconti di NDE (Near Death Experience) possono essere ricondotti al mito di Er, riportato nel 4° secolo a.C. da Platone. In questa storia, Platone descrive un mitico soldato e ne racconta le esperienze vicino alla morte, con tanto di accenni su aldilà e reincarnazione.

le esperienze iniziali di morte; tuttavia complessivamente risultano sempre gli stessi:

I ricercatori hanno identificato gli elementi comuni che definiscono esperienze vicino alla morte. Bruce Greyson sostiene che le caratteristiche generali dell’esperienza sono le impressioni di essere fuori dal proprio corpo fisico, visioni di parenti defunti e figure religiose, e la trascendenza dell’ego e dei confini spaziotemporali. L’esperienza può anche seguire un distinto processo, come illustrato di seguito.

1. Il morente può percepire il processo graduale di separazione e condensazione del corpo parasomatico da quello fisico, e può percepire il passaggio della propria coscienza tramite il famoso “effetto tunnel”, dove alla fine c’è un uscita di luce. Un senso di movimento verso l’alto, tramite un passaggio o una scala. Ultimamente pare però che, per quanto riguarda questo effetto, ci sia una probabile spiegazione scientifica, anche se non interamente appurata.

Pare esserci anche un legame con le credenze culturali e spirituali in cui si vive. Questi stati psicologici sembrano dettare anche ciò che viene sperimentato nell’NDE, o come lo stesso viene interpretato in seguito (Holden, Janice Miner. Handbook of Near-Death Experiences). Nel VII secolo, Celso scriveva: “Democrito, un uomo di ben meritata celebrità, ha dichiarato che, in realtà, non c’è nessuna sufficientemente certa caratteristica della morte su cui il medico possa basarsi“. Montgomery, facendo rapporto sull’evacuazione del Cimitero di Fort Randall, dichiara che quasi il 2% dei cadaveri esumati erano stati sepolti vivi. Molta gente nel XIX secolo, allarmata dalla frequenza dei casi di sepolture premature, richiese, come parte delle ultime cerimonie, che fossero praticate ferite o mutilazioni per assicurarsi che non si sarebbero svegliati e l’imbalsamazione ricevette un considerevole incentivo a causa della paura di una sepoltura prematura. Si arrivò anche al punto di installare campane all’interno delle bare, nel caso il sepolto si fosse risvegliato. Nelle esperienze e visioni dei morenti durante l’agonia, studiate in passato da ricercatori come Bozzano, Barrett, Osis, Moody, KublerRoss, con l’affiancamento concordante delle OOBE (Out Of Body Experience), è possibile individuare 8 elementi comuni, trascurandone altri di secondaria importanza. Tramite la conoscenza di questi 8 elementi e delle circostanza in cui si verifica il fenomeno, il soggetto che sperimenta direttamente la cosa può rendersi conto di essere in pericolo di morte, oppure nell’intervallo fra morte clinica e e morte reale, ammesso sempre che il fatto non sia riconducibile a fattori traumatici violenti. Le esperienze ai confini della morte, NDE, sono appunto esperienze vissute e descritte da soggetti che, a causa di malattie terminali o eventi traumatici, hanno sperimentato fisicamente condizione tipiche quali il coma, l’arresto cardiocircolatorio e/o l’encefalogramma piatto, senza tuttavia arrivare veramente allo stadio finale, e cioè alla vera e propria morte. Comunque sia, questi 8 elementi non sono presenti con lo stesso ordine temporale in tutte

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2. Il soggetto morente, durante questa fase, prima o dopo la separazione, può avere la visione dello scorrere della propria vita come in un film, sia nel senso normale del tempo, sia a ritroso. Viene data un’”anteprima vita”; nei casi citati da George Ritchie e Betty Eadie viene denominata come effetto “Flash Forward”.

3. Il morente, dopo la separazione dal corpo, può avere la percezione dell’ambiente circostante in cui si trova a “volteggiare”, e percepire anche luoghi attigui con una visione molto chiara e nitida degli eventi. La stessa cosa accade anche nei casi di OOBE: un’esperienza fuori dal corpo, la percezione del proprio corpo da una posizione esterna. A volte, vengono osservati i medici e gli infermieri che svolgono gli sforzi di rianimazione sul paziente.

4. Il morente, sia prima che dopo la separazione, può avere la visione di posti, edifici, paesaggi che non necessariamente appartengono al nostro mondo fisico, ma possono essere ricondotti a luoghi dell’adilà o come sedi della naturale continuazione della vita dopo la morte.

5. Il soggetto morente può percepire, prima o dopo la separazione, l’apparizione di persone già defunte (in molti casi famigliari), che lo accolgono nella sua nuova dimensione. Normalmente egli reagisce positivamente alla cosa, ma in taluni casi oppone resistenza e rifiuta l’accoglienza. Al di la dell’incontro con famigliari defunti, lo stesso può vedere o percepire anche un incontro con “Esseri di Luce”, “Esseri vestito di bianco”, o altri esseri spirituali che non appartengono alla schiera classica.

Fabrizio Rondina

Identikit della morte


menti che, secondo alcuni teorici, possono essere spiegati solo come coscienza “fuori dal corpo”. Per esempio, Michael Sabom afferma che uno dei suoi pazienti ha descritto accuratamente uno strumento chirurgico che non aveva mai visto in precedenza, così pure di avere udito una conversazione che si è verificata mentre era sotto anestesia totale.

6. Dopo la separazione corporale, il soggetto può provare un senso di euforia, gioia, benessere che lo portano a lasciarsi andare a tal punto che non vorrebbe più rientrare nel proprio corpo, malgrado l’osservazione eventuale di medici che tentano una rianimazione. La tentazione è quella di proseguire con movimento rapido verso un’immersione improvvisa di luce potente e avere la sensazione di comunicare con la stessa, provando un intenso sentimento di amore incondizionato.

Stato REM Si pensa che lo stress estremo, causato da una situazione pericolosa per la propria vita, attivi alcuni stati cerebrali che sono simili al sonno REM, e che parte dell’esperienza di premorte sarebbe simile al sogno da svegli.

7. Dopo la separazione, il morente può osservare spesso il cordone semifisico che collega i due corpi (così come nelle OOBE), e molto probabilmente è proprio il passaggio attraverso questo legame la causa vera dell’effetto tunnel.

Le persone che hanno vissuto momenti di sogno in stato di veglia hanno più probabilità di sviluppare esperienze NDE. Inoltre la stimolazione del nervo vago, durante lo stress fisico e/o psicologico in una situazione di pericolo di vita, può scatenare nel cervello le condizioni necessarie allo stato di sogno in veglia. Alcuni commentatori, come Simpsom, sostengono che il numero delle esperienze NDE potrebbe anche essere sottostimato. Le persone che avrebbero avuto una simile esperienza non amerebbero parlarne con altri, specialmente quando la NDE è intesa come un “incidente paranormale”.

8. Dopo la separazione, il soggetto ha la sensazione di avere perfettamente integro e sano il corpo parasomatico, anche se magari il corpo fisico è stato colpito da gravi malattie, incidenti o mutilazioni. In questo stato egli pensa di provare un senso di pace, benessere e nessun dolore fisico; emozioni positive, una sensazione di essere rimosso dal mondo reale.

Fin qua comunque, malgrado questi 8 elementi, non significa che ci si trova definitivamente di fronte a morte certa, in quanto eventuali rianimazioni possono riportare il soggetto nelle condizioni fisiche normali e ricondurlo quindi alla vita. Ma quando però il legame di energia (il cosidetto Cordone Argenteo) si spezza, l’ambiente fisico lascia il posto ad un ambiente parafisico, popolato da cose ed eventi non facenti parte della comune realtà. Solo allora dunque si avrà la certezza di essere definitivamente “morti”, oppure anche, da un altro punto di vista, “rinati”. Questi 8 elementi, inoltre, possono indicare anche che spesse volte la morte non è un processo istantaneo, ma può essere una cosa graduale e in tanti casi anche reversibile. Indicano altresì che normalmente la morte in sé stessa inizia con esperienze extracorporee, come anche nei casi di OOBE, durante le quali il soggetto può osservare direttamente tutti gli altri elementi; conoscere anticipatamente lo svolgersi di questi fatti potrebbe aiutare ad approcciare diversamente il tema della morte, quando se ne presenterà il momento. I Lama tibetani, quando si rivolgono ai morenti, danno direttamente indicazioni e istruzioni per orientarsi nella nuova dimensione, e fra i loro suggerimenti sono presenti anche gli 8 punti discussi in questa sede. La differenza sostanziali sta nel fatto che la religione tibetana, a differenza della nostra, ha sempre tenuto in considerazione questi aspetti legati alla morte-rinascita; la nostra religione invece è molto più evasiva e si limita ad accennare al distacco dalla vita terrena, fino all’ingresso nel “Paradiso”, tralasciando di citare tutti gli effetti collaterali. In aggiunta agli elementi citati, si può affermare che un aiuto supplementare nella conoscenza dei casi di morte può venire anche dalla ricerca tramite OOBE ed da quella relativa alla reincarnazione, che possono integrare e

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Questo, dunque, per ciò che riguarda l’aspetto singolare delle esperienze NDE. In definitiva però ricordiamo che “la morte inizia quando il cuore smette di battere e non alimenta piu’ il cervello”. completare l’aspetto vero e proprio della questione. Va ricordato poi che, a differenza dell’Ebraismo, nella maggioranza delle religioni di matrice cristiana esiste la credenza nella risurrezione secondo cui, dopo la morte, l’anima del defunto trascorrerà l’eternità in continua contemplazione di Dio in paradiso. L’inferno, il limbo e il purgatorio costituiscono invece i luoghi a cui sono condannate le anime non pure. Questo è quanto ci viene insegnato, anche se chiese e teologi non sono concordi sull’esistenza di questi luoghi e su che cosa essi possano rappresentare. Da queste visioni dell’anima immortale e dell’inferno, si distaccano solo le chiese cristiane avventiste ed i Testimoni di Geova, i quali insegnano con toni diversi che dopo il giudizio finale i peccatori saranno puniti con la distruzione eterna. Presso l’Induismo, il Sikhismo ed altre religioni orientali si crede invece nella reincarnazione; secondo questa filosofia, la morte rappresenta un passaggio naturale (tanto quanto la nascita) tramite il quale l’anima abbandona un involucro ormai vecchio per abitarne uno nuovo (il corpo fisico), fino all’estinzione del karma che può durare molto tempo ed alla conseguente liberazione definitiva. Per questo motivo l’idea della morte viene affrontata con minor ansia e minor struggimento interiore. La NDE come anticipazione Per molti la NDE viene vista come precursore di una esperienza nell’aldilà, sostenendo che essa non può essere adeguatamente spiegata da cause fisiologiche o psicologiche, e che il fenomeno dimostra in modo conclusivo che la coscienza umana può funzionare indipendentemente dall’attività cerebrale. Molti casi di NDE sembrano includere ele-

Biografia : Fabrizio Rondina Fondatore del gruppo di ricerca HWH 22 e webmaster del suo sito www.hwh22.it. Da oltre 30 anni si occupa, assieme ai suoi colleghi e amici, di ricerche “borderline”, svolte attraverso un’ampia gamma di interessi: dall’ufologia al paranormale, dall’archeologia misteriosa alle energie sottili e ai misteri in generale. Con il proprio gruppo ha portato avanti diversi eventi a carattere divulgativo, conferenze, dibattiti nonché attività radiofoniche e televisive. Assieme a tutto questo e a un buon numero di collaborazioni in Italia e all’estero, si occupa attivamente della ricerca sul campo cercando, con il proprio gruppo, di svolgere il tutto in maniera scientifica.


Cosa ci attende oltre la soglia del 2012?

2012

: quattro numeri che, sommati fra loro, danno 4 come risultato. I 4 elementi: terra, aria, fuoco ed acqua, le basi della vita; i 4 punti cardinali: est, ovest, nord, sud, le basi dell’orientamento conoscitivo; i 4 lati di una figura geometrica: le basi di un quadrato, una forma che rimanda ad un compimento, ad una conclusione, ad uno spazio ormai delimitato… Questa data fatidica esprime un’idea di sintesi perfetta che si è poi tradotta, grazie al simbolismo aritmetico del calendario Maya, nel segno di un cambiamento radicale, di una profonda svolta esistenziale, di una fine e di un inizio di un ciclo legato all’evoluzione della vita sulla Terra. In ossequio alle notizie desunte dalla lettura del messaggio che i Maya ci hanno tramandato, si è interpretato il loro pensiero in più modi e sono state elaborate tante teorie intorno a questo “numero magico”, che indica semplicemente un evento cronologico e che è stato presentato, da alcuni, come un presagio funesto, addirittura come il termine della vita sulla Terra, a seguito di indescrivibili e rovinosi avvenimenti; da altri, meno pavidi e catastrofici, è stato invece interpretato come la conclusione di un ciclo non solo temporale ma spirituale, ed è stato identificato con l’avvento di una nuova Era, la famosa Età del’Oro: l’Età, per dirla in parole povere, in cui finalmente gli Esseri umani avrebbero conquistato la consapevolezza di esistere comprendendone il “perché” ed avrebbero goduto di una perfetta felicità. E questa nuova e completa consapevolezza avrebbe anche prodotto la nascita di una nuova coscienza, avrebbe inaugurato uno stile di vita basato sul rispetto dei principi dell’Amore. L’antitesi fra queste due opposte visioni sulla natura di questo evento non è mai arrivata ad un compromesso. Da un lato si sono schierati i sostenitori di una svolta epocale nella vita degli Esseri umani, dall’altro quelli di una conclusione della vicenda esistenziale sulla Terra. A dire il vero, le stesse paure si erano concretizzate dinanzi allo scadere degli anni che precedettero l’anno 1000, e lo stesso è accaduto prima dello scoccare della mezzanotte dell’anno 2000. Solo che allora si profilava soltanto uno scenario di distruzione senza alternative. Indubbiamente, nell’uno e nell’altro caso le opinioni, dettate dalla paura, o per meglio dire, da un vero e proprio terrore, che si era impadronito delle menti degli Uomini, avevano fatto ipotizzare esclusivamente il termine definitivo della storia del mondo; nel caso del 2012 si è profilata, per fortuna, anche un’alternativa decisamente più rosea. Tutti aspettavano, allora, il giorno in cui quelle date fatidiche fossero divenute realtà con la certezza che a quel giorno non ne sarebbero seguiti altri. In realtà, contrariamente alle profezie più tremende, nulla è successo. E l’avventura dell’uomo su questo Pianeta ha proseguito il suo cammino fra alti e bassi, fra orrori e speranze, fra indubitabili progressi scientifici e discutibili esperienze politiche, economiche e sociali, che, anziché eliminare o ridurre le discriminazioni fra le varie classi sociali, le hanno acuite creando sacche di povertà distribuite a macchia d’olio, secolo dopo

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secolo, su tutto il globo terrestre. Questo processo storico e culturale ha prodotto una situazione esistenziale che ha perpetuato, in ogni parte del mondo, una netta divisione del consesso civile in caste economicamente forti e ceti disagiati; si sono così formate isole di depressione socio-economica spaventose che, ancora oggi, sussistono e contravvengono ad ogni criterio di eguaglianza di diritti e doveri, ad ogni dettato filosofico, spirituale e religioso, nonché politico, che evidenzi la giustizia di un’equanime ripartizione delle risorse presenti in natura e la valorizzazione e la tutela dell’esistenza di ogni essere umano. Questa circostanza decisamente infelice ha determinato un discontinuo sfruttamento delle potenzialità umane, una sfiducia collettiva in un miglioramento effettivo della qualità della vita e lo strapotere psicologico, politico ed economico di pochi Uomini su molti. Naturalmente, da qui al crearsi di una sensazione di paura perenne in una moltitudine di individui, che erano e sono in difficoltà, il passo è stato breve e il timore del domani, l’insicurezza, anche quotidiana, hanno finito per essere i sentimenti dominanti della stragrande maggioranza della popolazione mondiale, a qualunque etnia essa appartenesse. In ultima analisi il mondo, per secoli, si è nutrito di terrore… Quando qualche Illuminato, quando taluni Profeti, nei loro discorsi, si sono riferiti ad un inevitabile e radicale cambiamento delle condizioni di vita sulla Terra, in conseguenza dell’avvento dell’Età dell’oro, il termine più gentile con cui sono stati apostrofati è stato: “è un folle”. In ogni parte del mondo, da sempre, ha regnato incontrastata la religione dell’inevitabilità della sofferenza umana, della sua necessità in terra, una necessità propedeutica alla felicità post mortem. Gli umili, gli oppressi, confortati da questa indimostrata certezza di un paradiso ultraterreno si sono accontentati di sopravvivere, hanno mortificato le loro potenzialità umane e spirituali perché irretiti dall’ideologia del destino, dell’immutabilità della realtà. Una realtà che era un dato precostituito, un dato di fatto che si poteva solo accettare e, al massimo, conoscere coi 5 sensi. E così l’umana vicenda ha considerato fantasie i desideri, le allucinazioni i pensieri ed i sogni, mentre la razionalità imperante riduceva l’esistenza ad un dare - avere, ad una contabilità astratta in cui gli ultimi erano sempre gli ultimi, i primi sempre i primi. Allorché si tentava di spiegare che questa realtà non era quella equa, che doveva e poteva essere mutata, che non tutto era patrimonio della ragione e che ogni uomo era parte di un tutto armonico e che nell’anima, nel cuore, risiedeva la potenza degli uomini, si veniva aspramente contrastati, e non a caso Giordano Bruno, un esempio fra molti, finì sul rogo… E tanti come lui, per aver indicato filosofie o religioni alternative alla religione della sofferenza e della rassegnazione, ebbero da vivere momenti a dir poco difficili, furono molto perseguitati per aver fatto intravedere soluzioni e prospettive diverse dal dominio della ragione ed dalla dittatura sconsiderata di innumerevoli Dogmi spirituali e scientifici, o supposti tali. Eppure, nonostante tanti ostacoli, non si è

Hoseki Vannini

LA NUOVA ERA

mai fermata l’opera di chi sapeva che all’uomo erano state destinate una vita ed una condizione diverse e che, infine, all’avvento dell’Età dell’oro, esse sarebbero comunque divenute realtà. E poi, cos’era questa mitica Età, quando e come si sarebbe verificata? Ogni persona che veniva a conoscenza di questo ipotetico, splendido futuro, andava dicendo la sua e si perdevano di vista gli elementi fondamentali che contraddistinguono questo evento. Dunque, fra leggende e supposizioni più o meno scientifiche il dibattito sulla realtà di questo momento di cambiamento ha attraversato tempi e menti, lasciando dietro di sé una scia di parole lunga quanto o più dell’equatore ed ha costretto i sostenitori di questa teoria a controbattere alle tante opposizioni, che venivano loro rivolte, con argomentazioni sempre più dettagliate e precise, per quanto inascoltate fossero, o, peggio, manipolate alla bisogna, da chi desiderava smentire le loro tesi. Quando si iniziò a studiare sistematicamente il calendario Maya, in cui la data del 2012 segna indubitabilmente la fine di un’Epoca, fiorirono, a supporto di questo annoso dibattito, molte teorie sull’interpretazione di quelle Tavole finemente scolpite, di cui autorevoli studiosi hanno dato conto in testi di taglio scientifico e spirituale e di cui è inutile parlare in questa sede, per non correre il rischio di riassumere malamente quanto è facilmente verificabile con una autonoma ricerca. Il senso di questa sommaria introduzione sul discorso che ruota intorno a tale scadenza cronologica ha, quindi, soltanto lo scopo di attirare l’attenzione del Lettore su un dato costante che ha innervato la discussione intorno a questo tema, e cioè la paura destabilizzante di cui, da più parti, si è infarcito questo avvenimento venturo. Il gusto, magari un pò grottesco, con il quale si è, da parte di molti, commentato questo prossimo accadimento, ha oscurato e confuso la speranza di un effettivo cambiamento delle sorti dell’Umanità che è, invece, il cardine su cui ruota il passaggio da un’Era caratterizzata da una condizione subalterna degli Uomini ad un’altra in cui finalmente ogni Essere umano sarà in grado di decidere del suo destino nel bene e nel male. Diversamente, oggi, la nuova frontiera del pensiero filosofico e scientifico ha analizzato, sulla base dei mutamenti fisici ed astronomici, la realtà anche sostanziale di questo passaggio ed ha dimostrato, sulla scorta di esperimenti verificabili, che siamo in procinto di assistere ad una vera rivoluzione nei costumi e nell’esistenza del genere umano. Si discute, infatti, di una trasformazione che investirà, nel corso del 2012, il funzionamento del nostro DNA, di un suo potenziamento in concomitanza con i movimenti dei Pianeti del nostro Sistema solare. Questi processi fisici sconvolgeranno le dinamiche energetiche che si esprimono nell’Universo e produrranno degli effetti tutti da verificare, ma senz’altro di


grande impatto sulla quotidianità degli esseri umani. Tuttavia quelli più incisivi che si genereranno a seguito di questi avvenimenti, a detta di tanti ricercatori e della totalità degli Illuminati che hanno affrontato questo tema controverso, si realizzeranno sulla nostra psiche e quindi sulla nostra capacità di sperimentare ed attuare una nuova attività Spirituale. Praticamente, saremo finalmente in grado di comprendere adeguatamente l’infinita potenza del nostro pensiero, di capire quanta energia risiede in un desiderio e quanta carica creatrice possiede un’emozione. Dovremmo, in ultima analisi, imparare ad usare il cuore mentre mettendo da parte la tirannia della mente indirizzandola ad un ruolo di secondaria importanza, ad ruolo che è di supporto al cuore e non in fiero ed incessante contrasto ad esso. Insomma dovremmo, in ogni campo dell’esistenza, superare la Legge dei contrasti, che ha finora regolato la nostra azione nel mondo sensibile stimolando il nostro potere di scelta e che, ormai, dovrebbe aver esaurito il suo compito educativo. Pertanto, in attesa di questo passaggio da un’Epoca ad un’Altra, é il momento di dare spazio alla legge della compensazione, dell’equilibrio e della compenetrazione sicché ogni elemento della vita si possa trovare in equilibrio, in un amorevole equilibrio, per ricomporre quell’unità che la separazione, dovuta all’illusione dell’ego, aveva scompaginato creando sofferenza e lotta in ogni dove. Quello che, con buona pace dei catastrofisti, è il significato più marcato di questo prossimo Futuro è, dunque, un nuovo modello di vita, un nuovo modo di rapportarsi con i 5 sensi che hanno dimostrato, nel tempo, la loro fallacia; altro non sono, difatti, i 5 sensi, che semplici utensili buoni per la nostra quotidianità e non adatti ad alcun tipo di indagine spirituale, in

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quanto non sono consoni a mettere in atto un approccio corretto alla realizzazione della nostra personalità. E questo nuovo modello comportamentale è la rivincita dell’intuito sulla ragione, del sentimento sull’analisi razionale, dell’emozione sulla sensazione. Ma, soprattutto, è la sconfitta senza possibilità di riscossa della paura, di questo paralizzante sentimento che, per secoli, ha impedito agli Esseri umani di esprimere compiutamente la loro natura, di dare sfogo alla loro inesauribile capacità d’amare senza timore d’essere esposti al pericolo della sopraffazione. Amare infatti vuol dire abbattere ogni difesa, consegnarsi fiduciosamente al nostro Prossimo, tendere le nostre mani nude, prive di armi, verso le sue. Dunque, al di là dei tecnicismi filosofici, fisici e spirituali che inquadrano le caratteristiche della tanto sognata Età dell’oro - l’oro dello Spirito, beninteso - a mio parere questa nuova Età sarà, o meglio già è, il trionfo dell’acquisizione, da parte di ogni uomo, della certezza che la sua esperienza terrena è propedeutica soltanto alla messa in opera della felicità dello Spirito in accordo con il piano evolutivo dell’Universo, che è costante, sì, ma in continua fase di cambiamento… Nel “qui ed ora”, nell’eternità dell’attimo, gli uomini dell’Età dell’oro sapranno riconoscere il concetto di Infinito che è sfuggito, fino ad adesso, alla sistematizzazione ed al discernimento del pensiero matematicofilosofico. Ora, a ridosso di questi pochi mesi che ancora ci separano dall’agognata meta, sapremo capire cos’è l’Infinito, lo sapremo assumere in noi perché finalmente “ragioneremo” con il cuore. L’ingresso nella nuova Era, quindi, significherà semplicemente dare voce al cuore… concretizzare il nostro essere Infi-

nito, rendere conoscibile la nostra essenza più intima, che è l’Amore; significherà lasciarci alle spalle l’idea del “Finito”, l’idea del tempo e dello spazio, l’idea del “quadrato” che, con i 4 elementi ed i 4 punti cardinali, ci ha imprigionati nelle maglie della Ragione fine a sé stessa. Biografia : Hoseki Vannini Viene al mondo come Maria F. e diventa dopo un lungo, e spesso sofferto, percorso esistenziale Hoseki. Diplomata al liceo Classico, studia giurisprudenza senza convinzione o meglio con la certezza di aver scelto una facoltà non adatta a lei. Nel frattempo, si imbatte nei mille interrogativi sul significato della esperienza umana e inizia un cammino di personale ricerca spirituale, condotto in assoluta e dolente solitudine. Dall’età di quindici anni si dibatte fra i dubbi della sua ragione e le tesi del suo cuore. La sua ricerca non è conclusa, ma ha attraversato, con entusiasmo e sofferenza in egual misura, ogni teoria capace, a suo avviso, di fornire risposte adeguate alle domande che le premevano dentro. Nel tempo ha pubblicato, con rispetto e umiltà, articoli della sua crescita interiore e che ora ha cercato di riassumere in parte nell’eBook Anima gemella: illusione o realtà.

Anima gemella: illusione o realtà eBook, 2011


Tarantismo, Ieri, Oggi, Domani

C

i sarebbe tanto da scrivere sul tarantismo e sul rapporto esistente tra la città di Galatina, in provincia di Lecce, ed i santi patroni Pietro e Paolo. Alcune notizie inedite ci riportano che, alla fine del XVII secolo, era conseutudine farsi curare dal morso della tarantola, ma anche del serpente e dello scorpione, da guaritrici di sesso femminile che, provenendo dalla leggendaria famiglia che aveva ospitato Saul di Tarso (S. Paolo), grazie all’intercessione del santo, curavano i malcapitati morsicati da animali velenosi con lo sputo ed il segno della croce. Le ultime donne di questa famiglia di guaritrici, entrambe zitelle e dimoranti nelle cosidette case di S. Paolo, nei pressi della pubblica piazza, erano Francesca e Polisenna Farina. Le due continueranno il loro mestiere taumaturgico per tutta la vita finchè, morendo Francesca, la sopravissuta sorella, ormai vecchia e senza figli, sputa all’interno del pozzo, posto nel cortile della propria casa, per tramandare ai posteri il medicamento al male del tarantismo. Le stesse due sorelle, qualche anno prima, avevano venduto la propria casa ed i terreni intorno alla nobile famiglia Vignola che, sul finire del ’700, precisamente 1795, fece costruire il palazzo che oggi conosciamo, con lo stemma della famiglia Vignola e Tondi; questi ultimi si erano imparentati ai Vignola grazie ad un matrimonio. Il palazzo ingloba il pozzo dello sputo miracoloso ed accoglie una cappella dedicata a S. Paolo. Anche il quadro di Saverio Lillo datato 1795 racconta, ora molto meglio di prima dopo il restauro della tela, questa storia. Nella tela, S. Paolo si erge a grandezza quasi naturale, alla destra del dipinto del pittore di Ruffano e sotto i suoi piedi, gli animali protagonisti del morso che provoca questo male, cioè la tarantola, lo scorpione e il serpente.  Alla sua sinistra due donne (le sorelle Farina) che aiutano un malcapitato, probabilmente morso, facendogli bere l’acqua miracolosa del pozzo.  Ed ora una curiosità. Provate a chiedere ad un galatinese che giorno si festeggia S. Paolo, egli vi dirà sempre il 30 giugno (mentre i SS. Pietro e Paolo si festeggiano entrambi il 29 giugno); questo perchè riconoscono come loro unico protettore S. Pietro, tanto che la città si è chiamata S. Pietro in Galatina fino all’Unità d’Italia. Il 30 giugno è S. Paolo per i galatinesi, la festa dei forestieri, ed un detto popolare fotografa in maniera lampante la situazione: “Paolo busca e Pietro mangia”. Vale a dire: i forestieri vengono a Galatina, specie i tarantolati, per avere la grazia dal santo di Tarso, pagando naturalmente una congrua offerta al santo per intercedere sul male; i galatinesi incassano le offerte buscate (prese) per fare una grande festa a S. Pietro

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Raimondo Rodia

Tarantismo a Galatina

(ecco spiegato il ‘mangia’). I momenti di cura erano scanditi dalla musicoterapia (la pizzica). Attraverso la musica e la danza era possibile dare guarigione ai tarantati, realizzando un vero e proprio esorcismo a carattere musicale. Ogni volta che un tarantato esibiva i sintomi associati al tarantismo, dei suonatori di tamburello, violino, organetto, armonica a bocca ed altri strumenti musicali andavano nell’abitazione del tarantato oppure nella piazza principale del paese. I musicisti cominciavano a suonare la pizzica, una musica dal ritmo sfrenato, e il tarantato cominciava a danzare per lunghe ore sino allo sfinimento. La credenza voleva infatti che, mentre si consumavano le proprie energie nella danza, anche la taranta si consumasse e soffrisse sino ad essere annientata.  Alla leggenda popolare può essere in realtà legata anche una spiegazione strettamente scientifica: il ballo convulso, accelerando il battito cardiaco e stimolando il rilascio di endorfine, favorisce l’eliminazione del veleno e contribuisce ad alleviare il dolore provocato dal morso del ragno e di simili insetti. Non è quindi da escludere che il ballo venisse utilizzato originariamente come vero e proprio rimedio medico, a cui solo in seguito sono stati aggiunti connotati religiosi ed esoterici.  Come spesso accade per i rituali a carattere magico e superstizioso, anche a questa tradizione si cercò di dare una “giustificazione” cristiana: così si spiega il ruolo di San Paolo, ritenuto il santo protettore di coloro che sono stati “pizzicati” da un animale velenoso, capace di guarire per effetto della sua grazia. La scelta del santo non è casuale, poiché una tradizione vuole che egli sia sopravvissuto al veleno di un serpente nell’isola di Malta.  Il tentativo di cristianizzazione del tarantismo non riuscì però completamente. Infatti, durante la trance, le donne tarantate esibivano dei comportamenti di natura considerata oscena, ad esempio mimando rapporti sessuali oppure orinando sugli altari.  Dopo questa fase diagnostica comincia una fase ”cromatica” in cui il tarantato viene attratto dai vestiti delle persone da cui è circondato (spesso dei fazzoletti), il cui colore dovrebbe corrispondere al colore della taranta che ha iniettato il veleno. Tale attrazione viene manifestata a volte in modo violento ed aggressivo. Il perimetro rituale non era solo circondato da fazzoletti colorati, ma anche da cose richieste esclusivamente dalla persona tarantata, che potevano essere tini ricolmi d’acqua, vasi di erbe aromatiche, funi, sedie, scale e altro ancora. Inizia quindi una fase coreutica, in cui il tarantato evidenzia dei sintomi di possessione che può essere di natura epilettoide, depressiva-malinconica oppure pseudo-stuprosa. Durante questa fase l’ammalato si abbandona a convulsioni, assume delle posture particolari in


cui si isola dall’ambiente circostante e può assumere atteggiamenti con cui si identifica con la taranta stessa. Il rituale finisce quando il tarantato calpesta simbolicamente la taranta per sottolineare la sua guarigione dalla malattia. A ricordarci tutto questo ancora oggi vi sono le zagarelle, nastrini colorati che si legano al polso.  Un misto di storia, leggende, esorcismi, credenze popolari; una festa, quella dei SS. Pietro e Paolo, che apre alla bella stagione estiva e porta con sè reminescenze antiche, che non possono che suscitare ancora oggi un grande interesse.

- Informatore finanziario - Lecce Sera - Corriere di Galatina - Salento 10x15 - Liber Ars - Nova Messapia Crea nel 2001 insieme ad un socio il sito www.iltaccoditalia.com che farà da supporto alle iniziative di carattere ambientale culturale e turistico del territorio Salentino. email: raimondo.rodia@ email.it

Biografia : Raimondo Rodia nato a Tuglie (Le) il 12 febbraio 1964 risiede a Galatina . Diploma di agrotecnico conseguito nell’ a.s. 1983/84 presso l’Istituto Professionale per l’Agricoltura di Nardò. Iscritto all’Albo degli Agrotecnici dal 1987. Ha collaborato con la società Web & Com due CD ROM per la promozione turistica del Salento leccese. Ha scritto i testi per il sito www.rairo.it oltre a innumerevoli articoli sul web per importanti portali come www.sottocoperta.net ed www. vitruvio.ch. Organizza attività di Incoming nel Salento per conto di Tour Operator italiani e stranieri. Ha elaborato i testi per le pubblicazioni “Salento 10×15” edite dalla Coop: CERVO di Vitigliano e distribuite per conto della Provincia di Lecce c/o il B.I.T. di Milano. Ha elaborato testi per i seguenti periodici:

pieter‑brueghel (1525–1569) danza di contadini 21

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La Croce parte prima

Il segno Il testo di Adrian Frutiger Segni & Simboli, (edizioni Stampa Alternativa/Graffiti) definisce il segno della croce come il segno dei segni e l’assunto ci appare condivisibile, se consideriamo l’uso molteplice e universale che è impossibile non riscontrare. Come premessa metodologica che costituirà percorso comune e fondamentale anche per successive analisi, occorrerà prendere in esame e analizzare il modo spontaneo e naturale di tracciare il segno in oggetto. È sufficiente anche solo un piccolo test casalingo tra conoscenti per verificare che coloro che scrivono con la destra tracciano la croce tutti nel medesimo modo: partendo dall’alto verso il basso per stendere la retta verticale, e poi dalla sinistra verso destra per sovrapporre la linea orizzontale. Tale modalità suggerisce inevitabilmente molte considerazioni, alcune delle quali verranno poste più avanti, ma la prima, fondamentale, è che il gesto rispecchia la rappresentazione di qualcosa di unitario che discende dall’alto, qualcosa che poi, nell’incontro con ciò che scorre orizzontalmente, ha il duplice effetto di trasformarsi da unitario in binario, nonché di trasformare da unitario in binario anche il piano che incontra (o viceversa?). Altrettanto significativo finisce per essere verificare la modalità inversa: chi scrive con la mano sinistra traccia prima la linea orizzontale da destra verso sinistra e poi la linea verticale dall’alto verso il basso. Due modalità specula-

Giovanni Francesco Carpeoro

ri solo per la retta orizzontale, che descrivono una realtà unica con due manifestazioni visibili che finiscono per essere identiche, se pur costruite con percorsi parzialmente inversi. Poiché anche la croce è uno degli specula (letteralmente, orizzontale-verticale o esotericamente, come si vedrà più avanti, spaziotempo) e manifesta ai nostri occhi, tramite la ricostruzione delle due diverse dinamiche di tracciamento, il senso della rappresentazione di due diverse direzioni energetiche collocate e percettibili in diverse dimensioni. Riserviamo pure alla trattazione della Croce di Cartesio il prosieguo di questo ragionamento, ricordando solo che tale significato esoterico del simbolo era ben noto all’antica cultura orientale, dove il principio denominato do è anche alla base delle arti marziali cinesi e giapponesi, mentre i latini usavano l’eloquente figura retorica dell’hic et nunc, qui ed ora. La croce è segno che ha visto molteplici utilizzazioni. Tanto nella numerazione romana, nella versione inclinata, che in quella cinese in versione perpendicolare, viene adoperata per indicare il numero 10. Nel simbolismo della matematica la versione perpendicolare indica l’addizione, la versione inclinata la moltiplicazione, nella fisica indica il tempo (t), nella geometria analitica indica il piano cartesiano suddiviso in quattro quadranti.

Dall’Ankh egizio, al Tau Ebraico, alla Croce Cristiana L’antichità della croce come simbolo rafforza

l’opinione che ci troviamo di fronte innanzitutto a un archetipo. Già dall’epoca precristiana a essa vennero associati vari significati di vita e di morte, spesso connessi ad una utilizzazione come strumento per le esecuzioni capitali, premessa logica, temporale nonché escatologica del suo ruolo nella morte del Cristo. Il termine croce trova etimologicamente origine dal sanscrito krugga che significa bastone; i Greci la chiamarono stauròs, palo; gli Ebrei es, albero. I ricorrenti significati evocati dalla croce sono l’unione dei contrari (sopra-sotto, destra-sinistra) e il quattro, che la contiene nel segno, numero simbolico della natura: 4 le stagioni, 4 i punti cardinali, 4 gli elementi (aria, acqua, fuoco, terra), 4 i venti principali per i naviganti. Troviamo le croci più antiche in Mesopotamia, dove essa rappresentava dapprima il pianeta-dio Nibiru nella cosmogonia sumera (vedi immagine 123), successivamente il dio Tammuz (Dumuzi in sumero) degli abitanti di Tiro, rappresentante fondamentalmente l’organo genitale maschile (infatti Tammuz non era altro che il dio della Fertilità). Successivamente possiamo rinvenire l’ankh degli egizi che parimenti era una croce, seppure con la sua particolarità (vedi immagine 124). Tale simbolo, conosciuto anche come chiave della vita o croce ansata, ricorre frequentemente nelle raffigurazioni tra le mani degli dèi o portato al gomito, oppure sul petto. Traslato nella mistica ebraica in forma di Tau, il simbolo approda nella cultura cristiana quale simbolo dell’amore di Dio per gli uomini, rappresentato dal sacrificio di Suo Figlio. Lo schema mitico della croce cristiana è straordinariamente suggestivo: l’albero dal quale

Salvator Dalì - Crocifissione - 1954

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fu ricavato il legno della Croce nacque da uno dei tre semi (cedro, cipresso e pino) posti nella bocca di Adamo alla sua morte. Secondo un’altra versione del mito, nella bocca di Adamo alla sua morte fu posto un ramoscello dell’Albero della Vita donato al figlio Set dall’Arcangelo Michele, che poi crebbe dando vita ad un nuovo albero. L’interpretazione del simbolo cristiano della Croce più eloquente è quella contenuta nella Imitazione di Cristo, testo di Tommaso da Kempis scritto nel 1400. L’importanza del testo in oggetto è consolidata, tale da venire nel basso medioevo utilizzato, come previsto dallo stesso autore, per l’educazione pastorale del clero, tale da avere come estimatori la mistica carmelitana Santa Teresa di Liseux e, addirittura, Voltaire, che nonostante fosse notoriamente ateo, espresse il suo riconoscimento del valore assoluto dell’opera; tale, infine, da essere ancora oggi considerata come un capolavoro di meditazione e ascesi cristiana. “…quando verrà per noi il giorno del Giudizio, non ci sarà domandato che cosa avremo letto, ma che cosa avremo fatto, né con quanta dottrina ed eleganza avremo parlato, ma quanto santamente avremo vissuto.” Sulla croce specificamente tratta nel Libro II, capitoli 11 e 12: “Gesù ha, in questo mondo, molti che amano il Suo Regno celeste, ma pochi pronti a portare la Sua Croce. Ha insomma molti amanti della Sua Conso-

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lazione, ma poche della Sua Tribolazione… Non c’è speranza della vita eterna per la nostra anima, senza la Croce. Prendi la tua croce, dunque e segui Gesù: entrerai nella vita eterna. Vedi dunque tutto sta nella Croce… Non c’è altra via che questa… per arrivare alla vita e alla vera pace dell’anima. Portati dove vuoi, cerca tutto ciò che desideri: non troverai nessuna strada più alta e insieme più sicura di questa della Santa Croce. Disponi e ordina ogni tua cosa secondo la tua volontà e il tuo gusto; non troverai che da soffrire in tutti i modi, o spontaneamente tuo malgrado: e così ti troverai sempre dinanzi la Croce, perché o avrai qualche dolore fisico o ti tormenterà qualche sofferenza morale. Talvolta subirai l’abbandono di Dio, talvolta dovrai sopportare il tuo prossimo e, peggio ancora, spesso sentirai il peso di te stesso, senza che tu possa a tutto questo trovare un rimedio o una mitigazione o una consolazione… La Croce, insomma è pronta... Dovunque tu vada, non puoi sfuggirle, perché avrai sempre te stesso con te... A molti riesce duro il sentirsi chiedere di rinnegare sé stessi, prendere la propria croce e seguire Gesù… ma, se tu porti la croce volentieri, essa porterà te e ti condurrà alla meta desiderata… se invece porti la croce controvoglia, ti creerai un peso superiore alle tue forze, che dovrai sostenere lo stesso. Se tu getti via una croce, subito ne troverai un’altra, forse più pesante. Speri infatti di evitare ciò che nessun mortale ha mai potuto evitare? Ma,

se tu tieni gli occhi sempre su te stesso, non potrai mai arrivare a capire tutto ciò… Fortunato chi comprende che cosa sia amare Gesù e per Lui disprezzare sé stessi… L’amore della creatura è ingannevole e malsicuro; l’amore di Gesù è fermo e costante. E perciò chi si fa creatura, che ha fine, avrà fine con essa; ma chi abbraccia Gesù, non potrà più essere scosso per tutta la vita. Ama Lui, dunque, e tientelo sempre amico: quando tutti ti abbandoneranno, Lui solo non ti abbandonerà, e sarà lui a salvarti dalla rovina Se tu guarderai soltanto alle apparenze esteriori, proverai presto la tua delusione: potrà infatti capitarti di cercare nei tuoi simili consolazione o guadagno, e ritrarne invece un danno… Ma se in ogni cosa tu cerchi Gesù, non potrai trovare che Gesù, così come, cercando in ogni cosa te stesso, troverai sempre te stesso, con tuo grande discapito: perché, quando non cerca Gesù, l’uomo è a se stesso più dannoso che tutto il mondo e tutti i nemici messi insieme.” Abbiamo riportato questo brano non per scopi catechistici, che non potrebbero trovare collocazione in questa trattazione, quanto per porre in evidenza come il cristianesimo abbia posto in evidenza nella croce due significati etici, oltre che archetipici, ma pur sempre simbolici: la didattica etica dell’esempio, consistente nella cristiana accettazione delle sofferenze insite nella vita, come nel supplizio ad imitazione del Cristo, nonché il valore intrinseco delle sofferenze stesse, specialmente


BUDDHA e SVASTICA

SVASTICA ETRUSCA

FIBULA ROMANA II sec. DC

se finalizzate al bene altrui, schema su cui si fonda l’accostamento della figura di Gesù al simbolo del Pellicano, come specificamente vedremo nella trattazione del simbolismo alchemico e rosacrociano. Per proseguire nell’esposizione delle manifestazioni del simbolo collegate alle religioni occorrerà segnalare che anche il simbolo di Odino, nella mitologia norrena, era una croce in un cerchio, croce runica, e che la svastika, ma sarebbe più corretto scrivere al maschile, lo svastika, prima di divenire tragicamente simbolo del nazismo, era la nordica rappresentazione del moto rotatorio che regola tutte le cose. La croce runica (da runa, nome delle lettere dell’alfabeto arcaico delle popolazioni germaniche) sovrappone due simboli, una croce a 4 bracci uguali ed un cerchio. La croce uncinata o svastika, invece, unisce quattro croci gammate riportando i quattro assi della croce ad un simbolo circolare (vedi immagine 128), con orientamento verso sinistra (la forma antica) o verso destra (la svastica moderna). La prima, diffusa tra le popolazioni indoeuropee in India e in Persia (culto del dio Mitra) e utilizzata anche in Giappone già in epoche antiche, rappresentava il moto apparente del sole da oriente a occidente (da de-

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stra a sinistra, guardando verso Nord), a conferma della natura di culto solare della religione mitraica. La seconda, definita un antico simbolo ariano (anche se tale definizione è controversa) venne utilizzata da movimenti politici tedeschi antisemiti sin dal 1910, divenendo poi il simbolo principale e caratterizzante del III Reich. Ma prima di tale utilizzazione, che rese il simbolo definitivamente inviso ai contemporanei, la svastika venne adottata addirittura da un imperatore romano… Infatti l’imperatore Aureliano (che governò su Roma dal 270 al 275 d.C.) fu il primo ad utilizzare in occidente il simbolo medesimo. All’epoca di tale imperatore infatti era pressante la necessità di preservare l’unità dell’impero dopo la crisi del III secolo, conseguente alle guerre e alle invasioni barbariche. L’impero era minacciato anche dalle nuove religione misteriche e di orientamento monoteista, come il culto del dio Mitra e lo stesso cristianesimo, che rendevano infatti impossibile la tolleranza multireligiosa con la quale i romani avevano concepito il loro Pantheon, sempre aperto all’ospitalità degli dei delle popolazioni assoggettate. Aureliano decise di recepire, anche al fine di sottolineare la figura divina e quindi unificante dell’imperatore, il culto del dio Mitra, già popolare tra i soldati e molto seguito tra il popolo, nel quale la svastica, simbolo so-

lare per eccellenza, rappresentava proprio la divinità. Per tale scelta Aureliano, che voleva così affermare di essere il rappresentante di Mitra in terra, finì per indossare vesti ornate da svastiche orientate a sinistra. I simboli complessi come la croce runica furono successivamente, e precisamente dopo l’affermazione del cristianesimo come religione di stato, adottati anche da sette eretiche di origine orientale, legate alla credenza della circolarità della vita come eterno ritorno (sette dei monotoni o anulari). A tale riguardo occorre precisare che la credenza dell’eterno ritorno (cioè la necessità di attraversare più cicli di vite), o della reincarnazione, è tipica delle religioni buddiste e tibetane. Tale significato di circolarità del tempo e della vita configura un’autentica eresia tanto per la religione cristiana che, in generale, per le religioni monoteiste (islamica ed ebrea), che vedono la vita terrena come passaggio senza ritorno (se non nella catarsi del Giudizio universale, alla fine dei tempi). In effetti, le eresie incentratesi sui simboli della croce runica e della svastica hanno probabilmente innestato nella tradizione cristiana credenze preesistenti di origine pagana, orientali e nordiche, legate ad un più intenso rapporto di compenetrazione dell’uomo con la natura. Concludendo, per schematizzare il segno, almeno per come si è manifestato in ambito religioso, la croce può essere commissa o greca, cioè a Τ (lettera


CROCE RUNICA

Tau dell’alfabeto greco), immissa, o capitata, o aperta, o latina, la croce comune, croce di Lorena, altrimenti detta croce di Sant’Andrea (vedi immagine 130), a forma di X (lettera chi dell’alfabeto greco), gammata, a forma di Γ (lettera Gamma dell’alfabeto greco), che alludeva a una diversa forma di esecuzione laddove il condannato venisse appeso od impiccato, uncinata, o svastika, costituita dall’unione di 4 croci gammate. Accanto al supplizio di Cristo, la croce ha acquisito, sempre in ambito cristiano, anche altri significati religiosi e simbolici: Albero della Vita, laddove l’asse verticale indica la terra connessa con il cielo, nel senso inverso, l’asse verticale è conficcato nella terra, e quindi simboleggia le radici della vita nella terra, mentre l’asse orizzontale simboleggia la scala che consente di salire al cielo e quindi al Regno di Dio, la figura umana, laddove la croce evoca anche la figura umana a braccia aperte (ripresa anche dalla figura celeberrima di Leonardo da Vinci). Esiste anche, come già specificato, una connessione piuttosto profonda della croce con il significato simbolico del numero 4, ma per ulteriori approfondimenti preferiamo rimandare al capitolo dedicato ai simboli della matematica.

Cardo e Decumano Una delle utilizzazioni della croce meno conosciuta e considerata sotto il profilo simbolico è quella relativa alla costruzione di città o insediamenti sociali di antiche popolazioni. Molteplici fonti d’epoca classica testimoniano come numerose città venissero costruite sulla base del tracciato preliminarmente effettuato sul terreno di una croce, composta di due rette, denominate cardo e decumeno, intersecate al punto, che poi sarebbe divenuto il cuore della città, e sviluppate alle loro estreme fino alle dimensioni volute per l’edificazione. Operazione indubbiamente pratica e simbolica al tempo stesso, che proveniva da un’antica tradizione agraria. Secondo tale tradizione agraria era fondamentale la definizione di alcuni assi che venivano individuati dai gromatici, ovvero i geometri e gli agrimensori del tempo: il cardo maximus (cardine principale), cioè l’asse principale della centuriazione orientato nord-sud, e il suo corrispondente ortogonale, il decumanus maximus (decumano principale) orientato

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est-ovest. Paralleli a questi e posti a distanze prestabilite erano i cardini e decumani minori, che, incrociandosi, formavano un grande reticolo e determinavano così l’estensione e quindi il valore delle aceptae, cioè dei lotti di terra da assegnare ai coloni (vedi immagini 131-132-133). Tale prassi ha trasmigrato quasi ritualmente nell’ars costruendi o aedificandi, relativamente alle antiche città romane, laddove il cardine (cardo) è una via che corre in linea di massima in senso nord-sud creando uno schema urbanistico ortogonale, ossia una suddivisione in isolati quadrangolari uniformi, in particolare per quanto riguarda le costruzioni coloniali. L’orientamento secondo i punti cardinali poteva tuttavia essere modificato, in funzione di una grande via di comunicazione preesistente, oppure di un elemento geografico importante come, ad esempio, il corso di un fiume. Anche nella pratica cittadina, conformemente alla tradizione agraria, l’asse principale della centuriazione e dell’urbanistica cittadina era il cardine massimo (cardo maximus), che si incrociava ad angolo retto con il decumano massimo (decumanus maximus), il principale asse est-ovest. All’incrocio del cardine massimo col decumano massimo si trovava quasi sempre il foro, ossia la piazza principale della città. Le stesse denominazioni e gli stessi princìpi valevano per gli accampamenti militari, detti castra, all’incrocio dei quali, però, non vi era il foro, bensì il cosiddetto praetorium, ossia la tenda del comandante. Da alcuni accampamenti importanti posti in posizioni strategiche, infatti, sono nate alcune tra le principali città europee (Torino, Pavia, Aosta quelle italiane, Vienna la più importante delle città straniere).

Biografia : Giovanni Francesco Carpeoro Nato a Cosenza nel 1958. Si tra- sferisce a Milano e si laurea in giurisprudenza presso l’ Univer- sità Cattolica per poi svolgere per trent’anni la professione di avvocato. Ha cura- to per Acacia Edizioni l’edizione italiana de L’Arche- ometro di Alexandre Saint’Yves d’Alveidre e di Sotto le Piramidi di Andrew Collins. È stato direttore delle riviste mensili PC Maga- zine, HERA e I Misteri di HERA. Il suo sito personale: www. carpeoro.com. Delle sue pubblicazioni ricordiamo: Il volo del pellicano (Bevivino, 2007), Labirinti (Bevivino, 2008) e...

Il re cristiano Bevivino, 2010

Castrum di FLORENZA

Schema di base di un accampamento (castrum) romano. Le porte erano quattro: la prætoria (5), verso il nemico; la decumana (7), ubicata sul lato opposto; la dextera (4) e la sinistra (6). Il decumanus maximus (2) collegava la porta prætoria a quella decumana, mentre il cardo maximus (3) collegava le porte dextera e sinistra. In coincidenza del loro incrocio sorgeva solitamente il prætorium (1), che in seguito diveniva la sede del forum.


DEL MARTELLO

(tratto da “Odissee di sangue” - Eremon Edizioni, Aprile 2012 )

“[…] Tzia Bonaria aprì la porta dopo nemmeno un minuto, trovando Maria in piedi accanto al muro che stringeva il cuscino di lana irsuta eletto a cucciolo difensore. Poi guardò la statua sanguinante, più vicina al letto di quanto fosse sembrata mai. Prese sottobraccio la statua e la portò via senza una parola; il giorno dopo sparirono dalla credenza anche l’acquasantiera con santa Rita disegnata dentro e l’agnello mistico di gesso, riccio come un cane randagio, feroce come un leone. Maria ricominciò a dire l’Ave solo dopo un pò, ma a bassa voce, perché la Madonna non sentisse e la prendesse sul serio nell’ora della nostra morte amen.[…]”. Così, nelle prime pagine del suo allucinante e stupendo romanzo intitolato “Accabadora” (Einaudi), Michela Murgia – per inciso, vincitrice del “Premio Campiello”! – descrive alcuni personaggi che animano un cruento, tragico rituale in uso in terra sarda fino a pochi decenni or sono. Rituale “necessario” per far passare rapidamente a “miglior vita” anziani e malati ai quali le conoscenze mediche avrebbero

Roberto Volterri

Nostra Signora...

potuto soltanto prolungare, invano, le sofferenze, e ben degno di apparire in questo nostro viaggio tra le più strane “odissee di sangue”. Nell’allucinante romanzo di Michela Murgia “Accabadora” (pag.23) in cui si descrivono “odissee di sangue” realmente accadute in Sardegna almeno fino alla fine degli anni Cinquanta. Personaggio centrale del romanzo è appunto la Femina Accabadora, ovvero “colei che finisce”, forse dal verbo spagnolo “acabar” con il significato di “porre termine”… alla vita altrui! Di solito si trattava di una donna anziana, che viveva un pò isolata dalla locale comunità, forse una sorta di le-

il recentissimo saggio del dottor Roberto Volterri avente come filo conduttore proprio il rosso fluido vitale.

Particolare di un Cratere a calice, Pittore di Turmuca 330-300 a.C. da Vulci

demone infernale che tiene sollevato un martello come strumento di morte (scolpito nel sarcofago di Laris Pulenas di Tarquinia)

RunaBiancaaprile aprile2012 2012 2626 RunaBianca


vatrice “tuttofare”, la “sciamana” del villaggio. Di notte, quasi furtivamente entrava nella stanza dell’inconsapevole morituro, comple-

l’Accabadora, tutto sommato una donna coraggiosa, altruista – non percepiva nulla per il suo “intervento” – e necessaria in aree rurali e in tempi in cui la medicina offriva ben poche speranze in casi di patologie particolarmente complesse e con pazienti in età avanzata. La povera e inconsapevole vittima poteva venire semplicemente soffocata con un cuscino oppure – più di frequente – colpita sulla fronte o sulla nuca con un particolare, pesante mazzuolo di legno d’ulivo, denominato ovviamente “su mazzolu”. Una curiosa variante – meno cruenta ma non per questo più piacevole – poteva essere quella di strangolarlo ponendo il suo collo tra le gambe dell’impietosa “Accabadora”.

tamente vestita di nero e con il volto coperto. Faceva togliere dalla stanza del moribondo tutte le immagini sacre e tutti gli oggetti ai quali egli poteva essere particolarmente affezionato, in modo da rendere più semplice e meno

“Su mazzolu” era ricavato da un solido pezzo di albero di ulivo (la testa del martello), da cui si diramava un ramo secondario, più piccolo, che opportunamente tagliato diventava il manico dell’inconsueta arma letale. Il letale “su “su mazzolu”, realiz-reaIl letale mazzolu”, zato in legno ulivo,didestinato lizzato in di legno ulivo, dea porre alle terrene stinatofine a porre fine allesoffeterrene renze dei malati terminali (e sofferenze dei malati terminali non(esolo…) di unadiSardegna in non solo…) una Sardegna tempi non lontanissimi. in tempi non lontanissimi. Ma il rituale di questa inconsueta “eutanasia” – che a dispetto del nome “dolce” non lo era affatto! – prevedeva anche di porre sotto il cuscino del “morituro”, per almeno tre giorni consecutivi, anche un piccolo giogo che aveva il compito di richiamare alla vita il moribondo dedito per un’intera esistenza al lavoro dei campi, alla conduzione dei buoi “aggiogati”che trainavano l’aratro. Il piccolo giogo di legno che veniva posto sotto la testa

doloroso – almeno sul piano affettivo! – il distacco dello spirito dal corpo.

Poi procedeva con una sorta di assassinio rituale – con la piena consapevolezza dei parenti della vittima! – finalizzato a porre fine alle sofferenze fisiche degli anziani, dei malati più o meno “terminali”. Una sorta di vera e propria eutanasia molto cruenta! Più o meno così doveva apparire agli occhi dei villaggi sperduti nelle campagne sarde

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dell’anziano malato per tentare (?) di tenerlo in vita con il ricordo della sua attività nei campi.

Ma una bella polmonite fulminate era sempre in agguato per risolvere brillantemente il problema…

Il malato, l’anziano non rispondeva positivamente a questo tentativo di cura? Niente paura (almeno per i parenti…)! L’Accabadora, insieme ai parenti della “vittima”, procedeva con l’Ammentu, ovvero sussurrava all’orecchio del malcapitato tutti i suoi peccati, affinché egli potesse pentirsi in articulo mortis. Questo rituale poteva farlo passare immediatamente a miglior vita, a causa del peso psicologico di quanto gli veniva ricordato oppure… farlo riprendere per la paura di finire al più presto tra le fiamme dell’Inferno. Se l’Accabadora non percepiva segni di miglioramento, procedeva senza indugi con una terapia d’urto avvolgendo l’infermo in un lenzuolo imbibito d’acqua gelata e rinchiudendolo in una botte, ufficialmente per abbassare la temperatura corporea nel caso in cui la “vittima” fosse in preda ad attacchi febbrili.

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I “legni” del mestiere di Nostra Signora del Martello

La figura della Nostra Signora del Martello, dell’Accabadora era diffusa anche nella penisola salentina. L’antropologo ottocentesco Saverio La Sorsa, su pubblicazioni relative a pratiche oserei dire “sciamane” dei primi decenni del Novecento in Puglia, ebbe a scrivere che “[…]


è stentata l’agonia di chi in vita abbia violato un termine o bruciato un giogo […] per alleviarla è d’uopo mettere sotto il capezzale del morente una pietra o un giogo nuovo, una chiave ovvero una scure. In certi paesi di Sardegna, quando il moribondo tarda ad esalare l’ultimo respiro i parenti avvicinano alla sua testa o al collo un pettine o un giogo per alleviargli le sofferenze. […] ”.

Presso il “Museo Galluras” è stata fedelmente ricostruita una tipica camera da letto dei primi del Novecento, dove è ben visibile – appoggiato sul cuscino a destra – sia “su mazzolu” sia il piccolo giogo di legno.

Oggi per chi volesse esaminare de visu un poco rassicurante “su mazzolu” di dimensioni e peso non trascurabili, oltre a moltissimi oggetti legati alle tradizioni rurali della Sardegna di un tempo che fu, potrebbe fare un’interessante visita al “Museo Galluras”, in via Nazionale a Luras (Oristano), dove due simpatici galluresi hanno conservato oggetti, storia, memorie delle tradizioni e della vita quotidiana del luogo. Compresi naturalmente i “ferri” – pardon… i “legni”! – del mestiere di qualche Accabadora esercitante fino a non molto tempo fa l’altruistica professione…

Biografia : Roberto Volterri laureato in Archeologia, con tesi sperimentale in Archeometria, ha conoscenze nel campo dell’Elettronica, della Fisica, della biologia e si occupa da tempo di Archeometallurgia in ambito universitario. Studioso degli aspetti meno consueti della realtà e delle questioni “di confine” in ambito storico-archeologico, ha raccolto i suoi studi in articoli comparsi in riviste come Arcani, Abstracta, Hera e scritto più di una ventina di libri tra cui ricordiamo: Rennes-le-Château e il mistero dell’Abbazia di Carol (SugarCo, 2005); I mille volti del Graal (SugarCo, 2005); Archeologia dell’Introvabile (SugarCo, 2006); Archeologia dell’Invisibile (SugarCo, 2007); Gli ‘stregoni’ della Scienza (Eremon Edizioni, 2009); Archeologia dell’Impossibile (Eremon Edizioni, 2010) e infine... “Odissee di sangue” - Eremon Edizioni, Aprile 2012 “Odissee di sangue” - Eremon Edizioni, Aprile 2012

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“Che cosa è l’uomo perché te ne ricordi

parte terza

e il figlio dell’uomo perché te ne curi?” (Sal. 8)

L’uomo è evoluzione di una totalità

L

a storia dell’uomo ha un significato in quanto in lui si salda il passato e nel contempo vive il presente, realizzando un momento escatologico. La coscienza o la filosofia che è frammentata in un solo momento della storia è una coscienza e una filosofia partorita nel tempo e nel tempo finisce. La coscienza dell’unità più vasta, che si evolve con il suo permanere oltre il fluire delle cose, dà il senso che non si vive invano , che non si svanisce nell’ombra, che non si è in balia della storia ove l’esistenza disperata vi muore. Non riusciremo mai a capire le radici e le leggi dell’universo se non permetteremo che lo spirito emerga dal passato, ci illumini il presente e ci proietti nell’evoluzione futura superando il sensibile che ci occupa e che ora ci distrae dal non sensibile, che pure ci riguarda.

punto periferico, impossibilitati perciò ad assistere i protagonisti centrali, e non solo a causa delle nubi di materiale cosmico. Visioni parziali tutte, perché partono da una staticità elaborata e perfetta, stabili come cristalli, vere soltanto se si prescinde da più vaste visioni e dal rinnovarsi dinamicamente delle cose, centri di forze aperti a sempre nuove ricambianti energie. La realtà non è paralisi, negazione alla crescita, ma è un organismo che vive, cresce, matura in ciò che è più sottile, si deforma e si riequili-

Non comprenderemo mai l’intima ragione delle cose se non permetteremo che il senso della storia delle cose stesse, della loro evoluzione abbia a rendersi cosciente. Per capire il presente bisogna affondarci nel passato molto remoto, nell’inconscio ancora più remoto, e proiettarsi nel futuro molto futuro. E bisogna essere tutto questo contemporaneamente, sempre, per non essere travolti dal tempo che scorre, e fermarsi così nell’immaturità. Il segreto dell’eterno presente, della giovinezza eterna è il punto a-temporale che unifica tutti i tempi e tutti i piani diversi, e che consente di percorrere nel tempo tutta la storia passata e futura del cosmo così come percorriamo lo spazio. L’evoluzione potrebbe essere detta una quarta dimensione della realtà, che deve essere tenuta presente, onde la stessa realtà possa essere spiegata. Oltre alle tre note dimensioni che comunemente appaiono, altezza, larghezza e profondità, è appunto la dimensione tempo che si deve inserire perché connaturata alla realtà densa. Tutto nel denso non può prescindere dalle quattro dimensioni unitamente concepite, che le nostre menti invece si sforzano di distinguere e separare per quella tendenza «originaria» che noi abbiamo a frantumare le cose, a distruggere l’unità della realtà, che è invece unitaria pur nella sua gradualità. Tale coscienza unitaria non è da noi originata, perché noi siamo nella discordia, nei complessi di insuccesso, nei «super io»; egocentrismo del resto che trova le sue radici nella cosmologia geocentrica che tanti segni, profondi come ferite, ha lasciato con le fedi dell’ascensione episodica al cielo di Gesù, di Maria e dei santi, siano questi ultimi cristiani, ebrei, maomettani, taoisti o indù. Il geocentrismo, la sua concezione statica, quello che vede la terra al centro di sfere concentriche incorruttibili occupate via via da Venere, Sole, Marte, Giove, Saturno, da un Primo Mobile, da un Empireo da dove il Motore Immoto aristotelico incomincia a muovere il Primo Mobile, definitivamente e scientificamente superato fin dal 1619 con l’«Harmonicies mundi» di Keplero, nonostante l’Inquisizione e le scomuniche di Urbano VIII, resta ancora ancorato negli spiriti a rallentare lo sviluppo della coscienza, impedendo l’umile giusta collocazione dell’uomo, del suo mondo e del suo sole ultimo dopo 40 milioni di stelle più importanti di lui. Non è ancora emersa la coscienza che noi siamo dietro le quinte nel teatro della nostra galassia, una dei 100 milioni di galassie, perché collocati in un

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bra nell’urto di mille spinte e componenti. Alla luce di tutto ciò è lecito pensare che i minerali, le piante, gli animali e l’uomo stesso, o sono tronconi di un’evoluzione incominciata ed interrotta, vicoli ciechi, rami improduttivi di un albero che ha fiorito, tentativi di espressione fallita, oppure la loro evoluzione è ben lungi dall’essere

Ludovico Polastri

Quid est homo


terminata, perché una realtà che ci sfugge, di natura più sottile comune a tutto, svolgendosi sospinta per «vis a tergo», come direbbe Bergson, trascina il minerale di regno in regno. A questa concezione evolutiva di tutta la realtà, quanto meno collima la concezione reincarnazionista che può accettarsi in via di ipotesi, in quanto integra e completa affiancandosi e compenetrando in modo unitario l’evoluzione del denso. Tale concezione infatti pare affermarsi per la congenita incompletezza di tutti gli esseri che, compresi gli uomini, muoiono immaturi, e sempre meno acerbi appaiono gran parte degli uomini che muoiono nelle epoche che si succedono. Essa ha inoltre il vantaggio di chiarire il grave problema del dolore che, come un fiume ininterrotto, compenetra fin dal principio il piano denso: gli uomini, i bambini, gli animali innocenti e forse le piante. Inoltre non siamo estranei al lentissimo andamento degli eventi che si svolgono in miliardi di anni, appunto perché non siamo estranei alla terra. Il fatto inoltre di essere sulla terra deve riguardar-

ci, e ciò non è certo privo di significato, cosicché deve esistere un rapporto che lega noi alla terra, alla sua legge, alle sue forze, alla sua evoluzione. Anche per questo la nostra evoluzione è forse legata con le ere della terra; pur essendo pensabile d’altra parte un’evoluzione in piani diversi superfisici e non necessariamente terrestri, ed è

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ancora pensabile un’evoluzione che si snoda in pianeti appartenenti a galassie diverse tutti di natura densa. E chi può dire del resto che non siano vere ognuna di queste forme di evoluzione? E’ certo infatti, come molti altri, J. Leadeberg, premio nobel nel 1958, che la vita esista anche in altri pianeti e che l’unità renda comune con noi il vasto destino. Recenti scoperte sulla composizione degli asteroidi hanno definitivamente risolto il dubbio da dove venga la vita: essa viene dagli spazi profondi siderali. La teoria già enunciata da Arrhenius è orami assodata: la materia viva si sarebbe diffusa nei pianeti da nubi di gas e polvere interstellare vaganti nello spazio. Atomi di elio, ossigeno, carbonio formano molecole di “carbonio-idrogeno”, “carbonio-azoto”, acqua. Nello spazio già sono state scoperte combinazioni di formaldeide, cianoacetilene, metilacetilene. La direzione evolutiva di questi elementi è quella misteriosa della vita. Negli spazi vagano sfere di amminoacidi spinte alla deriva per milioni di anni dalle radiazioni dei venti solari o stellari, fino all’incontro con pianeti idonei alla vita. Meteoriti, antichi miliardi di anni, frammenti di comete contenenti piccole percentuali di acqua, composti di carbonio, aminoacidi, acidi grassi propri dei tessuti animali “fecondano” pianeti e mondi idonei alla nascita della vita animale e vegetale: una panspermia che pervade tutto l’universo e che è la vera agente creativa della vita umana sulla terra e su altri mondi. Le variazioni cromatiche dell’atmosfera di altri astri indicano la presenza di sostanze organiche; la legge di probabilità della vita può operare come minimo su un numero di “terre” con le stesse caratteristiche della nostra, composto di 1 seguito da 15 zeri, senza considerare possibilità di vita in pianeti anche diversi dal nostro. Non si potrebbe infatti escludere l’esistenza di forme di vita in cui il silicio sostituisce il ruolo che il carbonio ha sul nostro pianeta, che per la bassa reattività esige un più lungo periodo di sviluppo. Le prove fornite dai meteoriti che inglobano sostanze organiche e tra le molte la citosina, contenuta nel nucleo delle cellule viventi, fanno ritenere che la vita sia ormai certa anche al di fuori del nostro pianeta. Tutta questa “vita totale” potrebbe in qualche modo interessarci, come tutto l’universo ci riguarda, non essendo il nostro pianeta slegato dal resto del cosmo, dalle vite presenti negli spazi. Blake scriveva: «L’universo è in un granello di sabbia e l’eternità in un’ora». Un’evoluzione dunque che non nega quella delle singole luci che si sono da sempre sprigionate anche in società involute e che hanno favorito, anzi, lo svolgimento evolutivo complessivo. Questa dinamica non ha schemi precisi, ha invece uno svolgersi storico collettivo che trascina la massa con realizzazioni singole maturate in qualsiasi epoca o momento storico, perché lo spirito non è vincolato né nei singoli, né nella storia, ma in questi, in quella ed in tutto, per la sua assoluta libertà. È forse questo spirito unitario che i veggenti antichi vedevano come momento finale dei cicli, incendio del fuoco divino ossia dello spirito in cui tutte le cose devono risolversi. Forse era questo spirito unitario che vide Giovanni nell’Apocalisse quando profetizzò: “Nuovo cielo e nuova terra, perché il primo cielo e la prima terra erano passati”? Ci risulta infatti da studi biblici che “cielo” e “terra” vengono spesso usati a simbolo rispettivamente dello “spirito” e del “corpo”.

Teoria della pasmermia


L’uomo evolve in modo circolare A questo punto del discorso è lecito porsi una domanda quanto mai inquietante che già J. Bergier si è fatta, ossia: La vita è presente sulla terra da almeno un miliardo di anni. L’uomo vi è apparso da più di un milione di anni e i nostri ricordi non risalgono a più di quattro mila anni. Come mai tanta oscurità? Possibile che l’uomo solo negli ultimi cento anni abbia costruito più che tutte le altre generazioni scaglionate in un milione di anni? Forse che sia vero quanto affermava Chesterton a proposito della fine del mondo e che Powels riporta: “Perché dovrei preoccuparmene? E’ già avvenuta parecchie volte”. Forse non è così arduo pensare che da un milione di anni gli uomini abitano questa terra e senza dubbio hanno conosciuto più di un’apocalisse. L’intelligenza si è spenta e riaccesa più di una volta. Un uomo che cammina nella notte con una lanterna in mano, visto da lontano, è ora ombra, ora luce. Tutto ciò invita a pensare che la fine del mondo è ancora avvenuta e noi facciamo un nuovo tirocinio dell’esistenza intelligente in un modo nuovo: il mondo delle grandi masse umane, dell’energia atomica, del cervello elettronico e dei missili interplanetari.

E’ stata ritrovata una pietra di nove tonnellate che ha su sei facce buchi di tre metri di altezza incomprensibili agli studiosi, come se la loro funzione fosse stata poi dimenticata da tutti i costruttori esistiti nella storia. Vi sono portici che misurano tre metri di altezza e quattro di larghezza e sono tagliati in un solo blocco di pietra , con porte, finestre, sculture; pannelli murali pesano sessanta tonnellate. In mezzo a queste rovine si elevano statue gigantesche che arrivano a otto metri di altezza e pesano venti tonnellate. La mitologia racconta che furono poste dai giganti che insegnarono a questi uomini le arti costruttive. Fra quelle sculture figurano stilizzazioni di un animale, il “todoxon”, le cui ossa sono state scoperte fra le rovine di Tiahuanaco. Ora si sa che il “todoxon” non ha potuto vivere che nel terziario. Infine in quelle rovine che precedettero di centomila anni la fine del terziario, affondato nella melma, è stato rinvenuto un portico di dieci tonnellate le cui decorazioni, studiate dall’archeologo tedesco Kiss, hanno rivelato essere un calendario compilato in base alle osservazioni degli astronomi del terziario.

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Galileo dunque non fu il primo uomo ad inventare il cannocchiale. E’ ormai certo che gli Assiri, circa 3000 anni fa, stilassero gli oroscopi grazie all’osservazione di pianeti scrutati utilizzando lenti di cristallo di rocca inseriti in “tubi d’oro”. Al British Museum di Londra

Lente di Nimrud - Ninive

Pauwel e Bergier pensano che l’intelligenza si sia già ripetutamente accesa e spenta, infatti «Quando l’umanità era più recente, più vicina al suo passato… sapeva di discendere dagli dei, dai re giganti che le avevano insegnato tutto. Essa si ricordava dell’età aurea in cui i superiori, nati prima di lei, le insegnavano l’agricoltura, la metallurgia, le arti, le scienze ed il governo dell’anima». Così fanno pensare l’età di Saturno per i greci, le leggende dei re iniziatori ed i giganti degli egizi, e i popoli della Mesopotamia; i “giganti buoni iniziatori” degli indigeni del pacifico, degli scandinavi e del Messico. Bellamy ha notato sulle Ande, a quattro mila metri d’altezza, tracce di sedimenti marini che si prolungano per settecento chilometri. Le acque, alla fine del terziario, arrivavano fin lassù ed uno dei centri della civiltà di questo periodo sarebbe stata Tiahuanaco, presso il lago Titicaca. Le rovine di Tiahuanaco testimoniano una civiltà antichissima, millenaria, che non assomiglia in nulla alle civiltà posteriori, quasi a significare che l’evoluzione tecnica ed evolutiva dell’uomo non è lineare ma segue percorsi circolari, spesso occultando tracce preesistenti di altre civiltà.

Questo calendario registra dati rigorosamente scientifici. E’ diviso in quattro parti distinte dai solstizi e gli equinozi che segnano le stagioni astronomiche. Ciascuna delle stagioni è suddivisa in tre sezioni, e nelle dodici suddivisioni la posizione della luna è visibile per ogni ora del giorno. Inoltre, i due movimenti del satellite, quello apparente e quello reale, tenuto conto della rotazione della terra, sono indicati su quel favoloso portico scolpito, cosicché è necessario pensare che coloro che hanno realizzato ed usavano quel calendario avessero una cultura superiore alla nostra. Recenti scoperte hanno appurato che anche i Maya avevano approfondite conoscenze astronomiche di molto superiori all’uomo medioevale. E’ stato provato infatti che il loro calendario era basato su venticinque diversi cicli, il più lungo dei quali, denominato Lungo Computo, è quello che stiamo vivendo e dura esattamente 1.872.000 giorni, cioè 5.125 anni. Il Lungo Computo fu dedotto dai movimenti del pianeta Venere, movimenti che sembra fossero già conosciuti dai Tolteci. I Maya inoltre scoprirono che così come la terra ruota intorno al sole, tutto il sistema solare, nel quale anche la terra si trova, gira intorno ad una galassia, rotazione che, sempre secondo i Maya, dura 25.625 anni. Al centro della galassia, secondo le loro credenze, si trovava Unabku, Dio dell’universo. Seguendo queste conoscenze astronomiche si è potuto accertare che l’eclissi solare dell’11 agosto del 1999 si è verificata con un errore di 33 secondi.

sono conservati una lente di cristallo e delle tavolette rinvenute a Ninive, risalenti al 750 a.C., che provano che già a quei tempi l’uomo riusciva a redigere mappe stellari con dovizia di particolari. In Iraq, nel 1850, grazie all’archeologo inglese A.H. Layard fu rinvenuta addirittura una lente biconvessa. I documenti di quell’epoca riportano i nomi di ben 4000 stelle, vi sono testi per calcolare i movimenti del Sole, della Luna e dei cinque pianeti allora conosciuti (Mercurio, Venere, Marte, Saturno e Giove) in base al sistema sessagesimale proprio di Babilonia e che poi rimase praticamente inalterato fino a Copernico: è il sistema di 360 gradi in un cerchio, 60 minuti in un’ ora e 60 secondi al minuto. Lo stesso che usiamo ancora oggi. Non solo: visto che le dimensioni apparenti dei pianeti sono determinate dalla distanza dalla Terra, i Babilonesi devono essere riusciti a stabilire le effettive distanze di tutti e cinque i pianeti noti e, sulla base dei dati astronomici da loro registrati, si deduce che avevano una teoria ragionevole per calcolare le distanze planetarie. In sostanza, come sostiene l’archeologo Kryala, i babilonesi avevano capito che i pianeti si muovono su orbite circolari concentriche attorno al Sole. Una volta messa a

Staua di Ramesse II


punto una teoria eliocentrica, fu naturale per loro supporre che più erano lunghi i periodi di rotazione dei pianeti intorno al Sole, più erano distanti dal Sole stesso. Da qui la possibilità di determinare le diverse dimensioni dei pianeti. La rivoluzione copernicana c’era già stata nella storia dell’umanità.

Evoluzione e morte dell’uomo Henri Bergson e William James ritengono che la mente umana possa conoscere illimitatamente in modo indipendente dai sensi e senza dipendere dalla categoria spazio-tempo. Essi ritengono altresì che il cervello funzioni da filtro per impedire che le conoscenze illimitate turbino la vita normale in questa limitata realtà a tre dimensioni. L’attuazione piena della coscienza dovrebbe ovviamente implicare, come presupposto fondamentale, l’avvenuta rottura di ogni limite, ossia il superamento di ogni preclusione in un respiro che frantumi ogni ideazione e raffigurazione, sia relativa all’universo che relativa al nostro destino. All’atto della nostra morte l’eventuale illimitata espansione della conoscenza non avverrà immediatamente, dopotutto il nostro stesso apparire a questa vita ha preteso, successivamente alla nascita, un lungo adattamento ai fini di comprendere in modo sempre maggiore le cose che ci stanno attorno. Non dobbiamo dimenticare che l’evoluzione e la graduale maturazione è una legge che si snoda dal “principio” e che continuamente procede verso il suo compimento. L’evoluzione in genere, e quella della conoscenza in particolare, esigono delle “terapie lente”, dosi minute, trasformazioni piccole. Nietzsche osserva a questo proposito: ”Che cosa c’è di grande che possa essere creato in un baleno?... le crisi improvvise infondono nei credenti e in loro soltanto la speranza di una improvvisa guarigione”. Non è dunque detto che con la morte, con la dispersione del denso che ci avvolge, cessi ogni limitazione dovuta al corpo fisico e che la morte porti automaticamente ed istantaneamente ad una espansione di coscienza totale. La cessazione del limite, come per un tessuto che si disfa, porterà a quella espansione di coscienza consona al grado di avvenuta maturazione. Ma la nostra immaturità così disgelata sarà il nuovo melanconico limite che esige un ulteriore superamento. La rovina della dimensione temporale non comporta necessariamente l’avvento immediato di una dimensione interamente “a-temporale”. Noi abbiamo coscienza che abitualmente la morte ci colpisce immaturi. Non vi sarà realizzazione o compimento fino a quando la coscienza non sarà profondamente maturata in tutte le direzioni. Un segno che ciò è avvenuto o sta per avvenire sarà la nostra spontanea indifferenza alla morte, l’assenza cioè di un nostro volerla o di un nostro non volerla, e ciò non tanto per apatia quanto per comprensione delle leggi in gioco.

ma nello spazio, i peli nelle erbe, i capelli negli alberi, il sangue e i liquidi vitali nell’acqua, dove si trova in realtà quest’uomo?”. Se il cadavere brucia nel fuoco ogni grumo è dissolto, il corpo evapora ed è assorbito nel nulla. Pare che le ultime parola del Buddha siano state: “Vedete dunque fratelli, tutti gli elementi sono votati al nulla”. Madame de Guyon, mistica del ‘700, raffigurava il morire degli uomini come gocce di pioggia che cadono nel mare scomparendo nell’immensità delle acque. La goccia diventa mare. Platone nelle Leggi scriveva: “Non per te infatti questa vita si svolge ma tu piuttosto vieni generato per la vita cosmica”. Non c’è pertanto nella morte uno status personale, “Come un blocco di sale gettato nell’acqua, così segue la sparizione delle creature”, concludono le Upanishad. Prima di acquisire l’esistenza visibile, come dopo averla perduta, l’essere umano è un niente. Come nel sonno, la coscienza si spegne e poi si riaccende al risveglio, così l’uomo è ente che esce dal nulla e vi ritorna; la coscienza appare soltanto dalla nascita alla morte. Ciò che nella morte affascinava Heidegger era la contemplazione del nulla d’essere, la fiamma spenta dell’uomo dissolto. “Il fuoco si è estinto”, il Buddha chiese: “dov’è andato?”, Vaccagotta, suo discepolo, rispose: “si è semplicemente spento”, è finito l’olio della lampada. “Così avviene nella morte” informò il Buddha. L’esperienza dell’essere nel nulla fu a volte, nelle religioni, omologata all’essere nel sonno che conduce al sogno, alla pace indefinita. “Quidam autem dormierunt” scrive Paolo a quelli di Corinto riferendosi ai morti. Nella epigrafica tombale cristiana si legge ripetutamente “hic dormit”, “hic pausant”. Nella liturgia romana, greca, egiziana del IV secolo si pregava per i dormienti, “pro spiritibus pausantibus”, concedi riposo. Nel sonno, come nella morte, il corpo, il volto, sono immobili, la coscienza interrotta, assente il capire e la memoria. Dormire senza sognare è come morire. Hupnos, sonno, era fratello di Thanatos, la morte. Scivolare nel nulla del sonno è consolatorio poiché i malati risanano, gli oppressi sono salvati, nessuno ti può vessare. I filosofi esistenzialisti dicono che il legame dell’uomo con il nulla abissale nella morte è testimoniato dall’angoscia, dalla depressione, di “essere al mondo programmato per la morte”, come diceva Heidegger. Le mitologie, le simbologie dicono che il nulla c’è ed è anzi luogo di verità. Prima della creazione biblica dell’uomo le tenebre ricoprivano l’abissi. Per il buddista il nulla primordiale è “l’acqua della non esistenza”, per l’egiziano antico era “il mare non visibile” nel vuoto tenebroso che precedeva il tempo. Nel papiro di Nes-Menu del 312 a.C. si legge “Il mondo sorge dall’infinito nulla primordiale senza limiti che esiste da prima di ogni inizio e durerà per sempre”; secondo le Upanishad al principio questo universo era soltanto “non essere”. Tuttavia dobbiamo dire che il nulla come “nihil absolutum”, nulla totalizzante, assoluto non può essere pensato e guardato dal pensiero. Un luogo dove possa essere collocato questo nulla radicale “non è possibile né dire né pensare” ci ricorda Parmenide. Non si tratta dunque di un non essere assoluto, ma di qualcosa. Il “non essere” è dunque un altro modo di essere e, come tale è luogo dell’assenza, è posto dove c’è pienezza del vuoto: il nulla non è il niente del niente ma è ciò che il pensiero tace. Anche il nulla è verità d’essere. In fisica quantistica il concetto di nulla, o meglio di vuoto quantomeccanico è di fondamentale importanza. Bell ha dimostrato l’ineluttabile “non località”, quella del nulla, necessaria ai processi della natura, comunque si tenti di descriverla. Questo luogo del nulla dove non sussistono segnali veicolanti, informazioni certe, dove ogni misurare è destinato a fallire è una esigenza del mondo che sottende la nostra esistenza futura, quando non appariremo più. Del resto meravigliarci che il mondo esista presuppone implicitamente che possa esserci anche “il mondo non esistente”, fatto di nulla e cioè, come abbiamo visto, saturo di possibilità, potentemente creativo, pensabile alla “materia oscura”, massa misteriosa fatta di “particelle wimps” senza massa, invisibile, senza emissione né di luce né di radiazione di sorta, che si lascia attraversare come il vuoto. Materia oscura diversa da quella visibile del sole, della luna, delle stelle, della terra, materia che, come ci ricorda Davies, è distribuita nello spazio in quantità enorme, mai osservata, della quale ignoriamo forma e natura. Nella estensione infinita, nelle profondità sconfinate, potrebbe esserci dunque anche il mondo del nulla che potrebbe accompagnarsi allo scomparire degli enti, dell’uomo stesso. Fra miliardi di anni il nostro universo esisterà nella forma definitiva di nulla quantistico; sarà scomparsa ogni forma di vita, di intelligenza, di ricordo dell’umanità. Quale senso ha avuto ha avuto l’esistenza nel visibile dell’essere umano? Quid est homo ?

Oltre la morte il nulla Nessuno dubita che si arriverà a morire. Heidegger ci ricorda che l’uomo in quanto esiste è fatto per non essere più, racchiude in sé il non essere. Diversamente dalle rocce destinate a durare, l’uomo è senza scampo, non ci sono suppliche o liturgie che tengano. Freud diceva che “meta di ciò che vive è la morte”. La distruzione è il traguardo. Le Upanishad ci rammentano: “Quando d’un uomo morto la parola è andata nel fuoco, il respiro nel vento, l’occhio nel sole, la mente nella luna, l’udito nelle regioni celesti, il corpo nella terra, l’ani-

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Biografia : Ludovico Polastri È laureato in ingegneria meccanica all’Università di Brescia. Ha conseguito la specializzazione post lauream presso il Politecnico di Milano e effettuato corsi di specializzazione in ambito: Produttivo, Certificazione dei Sistemi Qualità e Ambientali Aziendali, Organizzazione e Gestione Aziendale. Ricopre da molti anni ruoli di responsabilità in ambito tecnico, produttivo e impiantistico per conto di importanti realtà aziendali. Si occupa inoltre di aspetti normativi e legali inerenti la sicurezza e la prevenzione sui luoghi di lavoro. Ricercatore indipendente e giornalista free lance, collabora per diverse testate giornalistiche.


FISICITA’ E SPIRITUALITA’ OPPOSTI O COMPLEMENTARI ? Gli errori del materialismo e dello spiritualismo e l’armonizzazione individuale e di coppia attraverso i chakra

Qui in questo corpo vi sono sacri fiumi; qui vi sono il sole e la luna e tutti i luoghi di pellegrinaggio. Non ho mai incontrato un altro posto così beato come il mio corpo.

Saraha Doha

Quando il mio amato tornerà a casa, trasformerò il mio corpo in un Tempio di Gioia. Offrendo questo mio corpo come un altare di gioia, i miei capelli sciolti lo terranno pulito. E allora il mio amato consacrerà questo tempio.

Canzone di Baul Vaisnav

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Valter Bencini

tale proposito inserisco a confronto la disposizione dei chakra e quella degli strati dell’armatura caratteriale, con possibili blocchi, che differiscono solo per minimali, seppur importanti differenze a livello del cranio.

Scultura erotica in un Tempio tantrico a Khajuraho (India).

PREMESSA Espressioni come un “Abbraccio di Luce”, “Luce e amore”, invocazioni astratte alla Madre Terra, orde di operatori di luce e guaritori, che ci propongono modelli di crescita e realizzazione spirituale, stanno oramai invadendo ed in alcuni casi inflazionando il web. Ci manca una rievocazione del “pace e bene” del vecchio Padre Mariano e poi il panorama sarebbe al completo. Non metto in discussione la serietà professionale di nessuno, né tanto meno la validità di certe credenze ma tutto questo spostamento sui piani spirituali della persona, considerando il corpo quasi un optional, mi lascia fortemente perplesso al pari di chi non riesce ad elevare il proprio sentire e le proprie energie dai piani più bassi della materia. In un caso e nell’altro (individuo dedito ai piaceri esclusivamente materiali e individuo volto ad uno spiritualismo fine a se stesso) si sta trascurando un grandissimo tema: quello dell’equilibrio tra fisicità e spirito. I chakra sono il modello che meglio risponde per fornire spiegazioni adeguate su cosa si possa intendere per quel concetto di equilibrio, appena menzionato. E’ sorprendente come nuove discipline cosiddette olistiche, non solo trascurino il corpo, ma alimentino involontariamente proprio quella dicotomia che la Chiesa ha propugnato per secoli tra santità e peccato. La donna tantrica ad es, come si percepisce nei templi di Khajuraho, unifica la sua dimensione sessuale con l’aspetto della sacralità: le sue gambe sono aperte e così i suoi atti sessuali all’adorazione sacra dei fedeli. Il sesso non è peccato ma parte integrante di quella scala che conduce a trovare il divino che è in noi. Sarà la Chiesa coi suoi dogmi a considerare impuro ogni atto sessuale volto al piacere e non all’esclusiva procreazione. I CHAKRA: IL MODELLO Mi si potrebbe obiettare perché la scelta sui chakra, considerando che non sono mai stati trovati questi centri energetici nel corpo umano? Ed io non posso che confermare: i chakra non sono mai stati reperiti. Se è per questo però, si è dubitato anche a lungo dei meridiani dell’agopuntura cinese fino a dimostrarne poi l’esistenza col tecnezio. Al di là di questa provocazione posso dire che i chakra sono un modello ed un modello che funziona molto bene per spiegare disturbi e disequilibri dell’organismo umano. Del resto nessuno mette in dubbio il lavoro degli analisti Freudiani che nelle loro terapie usano come modello l’es, l’io ed il super-io, strutture non certo esistenti come entità anatomiche. Non solo, alcuni psicoterapeuti come Anodea Judith hanno impostato il proprio approccio terapeutico sfruttando le conoscenze sui chakra e associandole alle cognizioni della psicologia Junghiana e alle dottrine corporee di Lowen. Peraltro la disposizione chakrale più usuale si avvicina molto a quanto postulato da Reich, padre delle psicoterapie corporee, riguardo ai concetti di armatura caratteriale e blocco. A

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I 7 chakra ed i 7 blocchi dell’armatura o carazza caratteriale reichiana


I CHAKRA: LA STRUTTURA

Gli strati concentrici dei chakra

MENTALE STRATEGIE FERITE EMOTIVE POTENZIALE

Chakra in sanscrito significa ruota o disco e tali ruote vengono considerate dei centri energetici dell’organismo. Non tutte le scuole tantriche hanno la stessa identità di vedute riguardo al numero; non è così difficile reperire testi che ora parlano di 4, 5, 7 o 10 chakra. Il tantra indiano parla di 7 chakra e questo è il modello più usato e a cui ci rifaremo nel corso di questo articolo. Al di là del numero, possiamo però dire che c’è uniformità dei vari autori su due concetti: a) I chakra sono situati lungo un asse posto davanti alla colonna vertebrale. b) I chakra esprimono sul loro lato anteriore il rapporto con l’esterno e sul lato posteriore il loro rapporto con noi stessi. I chakra sono formati da vari strati: a) Mentale ed è il più esterno. Riguarda le nostre credenze, convinzioni e riflessioni. b) Strategie ovvero tutto quello che mettiamo in opera come tensioni per controllare i nostri traumi, i nostri dolori, le nostre sofferenze c) Ferite emotive che derivano da esperienze personali del passato nonché da esperienze collettive d) Potenziale o nucleo che contiene l’energia creativa e positiva del chakra. Viene chiamato anche essenza. Fa forse eccezione a questo tipo di configurazione il V° chakra costituito da molti anelli energetici concentrici.

I CHAKRA A CONFRONTO Non starò a trattare i singoli chakra, cosa che del resto può essere fatta da ognuno di voi su molti buoni testi in commercio, ma ritengo utile che venga consultata la tabella tratta dagli studi di Anodea Judith. Tale tabella è stata modificata dal sottoscritto, specialmente in riferimento alla sessualità, secondo quelle che sono le mie conoscenze legate al tantra.

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4° CHAKRA: L’EQUILIBRATORE IL TRASFORMATORE Come si evince nello schema della Judith, tra gli obiettivi, al 4° chakra spetta l’equilibrio. Il chakra del cuore ha dunque il compito di armonizzare i piani più materiali dell’individuo, con quelli più spirituali. Senza cuore non si va da nessuna parte. Senza il cuore fisicità e spiritualità appaiono come opposti; il 4° chakra armonizza ed evidenzia la loro complementarietà. A lui il compito di donare equilibrio e rendere vera e credibile una persona. In caso contrario si costruiranno solo dei “mostri” ovvero individui dediti alla materialità fine a se stessa o ad una spiritualità deteriore, sganciata da ogni radicamento con il mondo concreto di tutti i giorni. Il cuore è quello che ci permette di accettare noi stessi per ciò che siamo. Senza l’energia del 4° chakra non è possibile comprendere realmente nessuno degli altri chakra. Con un 4° funzionante accogli ciò che ti accade, sei aperto all’amore ed alla compassione, alla gioia ed alla giocosità, senza che questo sminuisca la tua capacità di pensiero e conoscenza. Non sei insomma uno di quei presunti maestri, che si prendono fin troppo sul serio, riempiendosi la bocca delle loro conoscenze. In disarmonia del chakra, ci sarà la convinzione di dover dare per ricevere, i dubbi e le inquietudini accompagneranno le azioni di donare, non c’è amore verso noi stessi e falso risulta quindi l’aprirsi verso gli altri. Se poi il chakra è iposviluppato si pensa di non dover niente a nessuno, c’è insicurezza su tutto quello che riguarda dare, ricevere, comprendere e amare. Si instaura una gentilezza di maniera, uguale per tutti, non c’è un vero contatto empatico. La fredda gentilezza diventa un formalismo con cui si maschera il nostro vero problema: la capacità di accettarci e di amarci. Nessun progresso ci è consentito realmente dal punto di vista sessuale né da quello spirituale se il 4° è in blocco. L’energia del cuore, è bene sfatare luoghi comuni, è neutrale; non ha niente a che fare con sentimentalismo e romanticismo che sono tipici di un altro centro energetico (il 2°). Frasi come “senza di te non posso vivere”, “voglio essere una cosa sola con te”, “sei il mio unico amore” appartengono più al 2° chakra. Le alterazioni del 2° portano all’attaccamento ed al bisogno con un enfatizzarsi di espressioni come queste citate. Il 4°, se ben funzionante, è amore incondizionato, accettazione senza giudizio. Il cuore accoglie e accetta da tutte le parti del nostro corpo; ecco perché problemi nel 2° possono generare confusione e darci l’idea di avere un cuore gonfio di dolore o sanguinante. IL SESSO: TRA 1° E 2° CHAKRA!

In equilibrio col cuore (4° ch)

Un’altra notazione importante da fare ancora sul 2° ed in parte sul 1°, visto che poi nel corso dell’articolo, ci occuperemo di equilibratura individuale dei chakra ed in coppia, è la seguente: l’energia del 1° è un’energia potente che ha sempre affascinato ed allo stesso tempo impaurito l’umanità. E’ energia primordiale, istintiva, animalesca, sesso puro, sesso selvaggio che conosce solo la gioia di esprimere se stesso, è pura energia. Per questo il 1° chakra è molto trascurato e sottovalutato in alcune vie spirituali mentre è usato molto nel tantra, in cui è motore inesauribile delle pratiche meditative più avanzate, dove dalla sessualità si trascende ai piani superiori, entrando in contatto con il divino che è in noi. Purtroppo ci sono anche scuole yogiche e tantriche, che connettono la sessualità esclusivamente con il 2° chakra. Il perché è facilmente spiegabile: la paura di gestire il sesso puro come si manifesta nel 1° chakra, fa sì che associandolo al 2° si mitiga la forza primordiale della sessualità, unendola indissolubilmente ai sentimenti in

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modo che tutto si realizzi all’interno di una relazione interpersonale stabile e possibilmente legittima. Anche il mondo orientale non è dunque totalmente indenne dall’alimentare quei falsi miti che la donna non è capace di vivere una sessualità pura, che deve sempre amare per farlo etc. Miti la cui radice maschilista appare evidente, miti che hanno poco a che fare con il cuore che tutto accetta e che soprattutto non giudica. Il ruolo della donna si sta emancipando finalmente da questo concetto arcaico per cui se è in grado di viversi una sessualità felice e appagante debba essere per forza bollata come trasgressiva peccatrice, se non peggio. Dobbiamo solo avere l’onestà intellettuale di riconoscere che la sessualità unita ai sentimenti è bellissima, appagante, riempitiva spiritualmente del nostro essere ma esiste anche un’attrazione pura, animalesca, passionale che non necessariamente si esplica in una relazione. Ognuno deve essere libero di percorrere i sentieri che la vita offre in un preciso momento del nostro cammino.. CHAKRA BREATHING Oltre a lavoro sui singoli chakra per cui rimandiamo a testi specifici sull’argomento, esiste una meditazione di probabile origine sufi, elaborata da Osho, che attraverso respiri veloci e profondi , associati a movimenti ondulatori del corpo, è in grado di equilibrare, pulire e rivitalizzare i 7 chakra. Letteralmente chakrabreathing, significa “Respirare nei chakra”. E’ una meditazione dal gradevole effetto rivitalizzante da farsi a stomaco vuoto, quindi meglio prima di colazione. Ha un tempo di esercizio di circa 45 minuti. In piedi, gambe leggermente divaricare con i ginocchi flessi, i piedi poggiano saldamente al suolo ed il corpo deve essere rilassato il più possibile. In caso di tensioni in qualche muscolo, si consiglia di rilassare consciamente utilizzando il respiro, l’attenzione ed eventualmente anche qualche movimento. Gli occhi sono chiusi. Si parte dal 1° chakra e per focalizzarlo ci si può aiutare mettendo una mano sui genitali o sul perineo. Si respira a bocca aperta, in modo profondo e rapido, immaginando di assorbire energia dalla terra e di accumularla. Si associa una rotazione del bacino, indietro nei movimenti inspiratori, avanti in quelli espiratori. Quando il 1° chakra ci appare riempito si sposta l’attenzione sul 2° (due, tre dita sopra il pube), si riempie anche quello, e si scala con lo stesso criterio tutti i chakra fino al 7° da qui con il nostro ritmo si verificano tutti i chakra scendendo

La copertina del cd di Osho per il Chakra Breathing di nuovo fino al 1°. Si effettuano poi altre due ripetizioni. Consiglio come musica d’accompagnamento quella ideata da Osho, reperibile facilmente in commercio, che con il suono di un campanello avverte quando passare da un chakra ad un altro. Durante il chakra-breathing ci si limita a sentire cosa avviene nei propri chakra. Di alcuni ci sarà consapevolezza, di altri no. In ogni caso si rimane con l’attenzione sulla zona del chakra, indipendentemente che si percepiscano oppure no. Mantenere comunque in quella zona consapevolezza e respiro. Non occorre grande concentrazione, anzi è preferibile evitare ogni pensiero, ma lasciare che la consapevolezza venga portata dolcemente dal respiro che penetra nei chakra. Accompagnare poi il respiro ai suoni della voce. Ogni chakra ha un suo suono, più grave nei primi, più acuto in quelli più spirituali. Il ritmo avrà un andamento analogo: più lento nei primi, più veloce negli ultimi. Durante l’esercizio si può sentire fastidio, un senso di insopportabilità, difficoltà a procedere così come assolutamente nulla o benessere. In ogni caso rimanere nell’esercizio. Non si deve fare assolutamente niente, solo lasciare che sia il respiro a condurci nell’esperienza per ogni chakra. Se il movimento del bacino diventa automatico, riportarci consapevolezza, riconnettendolo al ritmo del proprio respiro. I movimenti potranno essere a volte forti e intensi a volte dolci e lievi: non c’è da meravigliarsi. Limitiamoci ad auto-osservarci. Quando siamo alla sommità dell’ultimo chakra concediamoci due minuti per ridiscendere fino al 1°. Mai scendere di colpo, mai saltare nessun chakra nell’eserci-


zio. A questo punto non c’è che da osservare e lasciarsi sorprendere da ciò che avviene in noi. MEDITARE IN DUE I MATRIMONI DEI CHAKRA Secondo il Tantra la coppia per essere in buon equilibrio deve avere i chakra attivi e ricettivi in ordine inverso. In pratica l’uomo è attivo nel 1°, 3°, 5° e ricettivo nel 2°, 4°, 6°. La donna esattamente l’opposto. Questa meditazione è un ottimo metodo per crescere insieme e salire nella scala che va dalla fisicità alla spiritualità. Tale meditazione che si fa in piedi, uno di fronte all’altra, può essere, infatti, ripetuta e riproposta nell’atto sessuale, specie nella posizione del Maithuna. In pratica si tratta di realizzare 3 matrimoni tra 1° e 2° chakra, tra 3° e 4° chakra, tra 5° e 6° chakra, dopodiché uomo e donna attraverso il 7° si collegano con l’energia universale. In pratica oltre a caricare il proprio chakra, l’uomo nel 1° passa l’energia alla donna, aiutandosi con dei movimenti delle mani verso di lei e immaginando dei filamenti che portano energia al 1° chakra della donna. Quando è pieno la donna sale al 2° dove è lei ad essere attiva e, allo stesso modo di quanto descritto prima, carica il 2° dell’uomo che a sua volta, una volta carico, salirà al 3° per poi dare alla donna e così via fino ad arrivare entrambi al 7°. In pratica il senso della meditazione potrebbe essere quello che descrivo qui di seguito. L’uomo attivo nel 1° chakra trasmette il suo desiderio sessuale alla donna: Tutto questo può essere immaginato come una scintilla che dal pene o dal perineo raggiunge la vagina della donna. Rimanere un buon periodo nell’eccitazione sessuale del 1° chakra da parte dell’uomo permette alla donna di venire ridestata nel suo 1°. L’uomo fa il primo passo ed in pratica la donna lo accoglie. Ricettiva nel 1° chakra, la donna diviene presente nei suoi genitali e accoglie la scintilla. Come un sasso buttato in un lago, si propaga attraverso il diffondersi di onde, così la scintilla accende il fuoco sotto la cenere della donna che passa al 2°. Qui è la donna ad essere più carica dell’uomo. Esprime piacere e sensualità col suo corpo, dirige e guida. L’uomo è ricettivo e si rilassa nell’atto amoroso. La donna porta i sentimenti che potranno essere dolci, gentili, furiosi, deliranti, smanianti. L’uomo è come una roccia in mezzo al mare su cui si infrange una mareggiata. La donna è la mareggiata. L’uomo accetta piacevolmente l’energia

Adesso è lui che imprime il ritmo e la direzione al fuoco femminile che si è svegliato. La sua carica energetica inonda la donna e lei si rilassa, rimanendo presente ed in contatto con il proprio piacere. Accoglie la forza, accetta quel tipo di energia maschile e sale al 4°. La donna è positiva in questo polo ma non deve necessariamente fare. Sarà una sua caratteristica interiore (la femminilità) ad essere protagonista e tutto accade senza sforzo. La donna trasmette, tramite la sua femminilità, energia chiara, limpida. Il sesso, come in una trasmutazione alchemica, cambia qualità e diventa un atto d’amore. L’uomo è ricettivo, si lascia inondare; accoglie l’amore, si scopre dotato di una sorta di compassione corporea e la sua forza diviene meno animale per acquisire una forma regale, solenne. Con questa regalità sale al 5°. Il secondo matrimonio è terminato. L’uomo attivo nel 5° entra nella fase orgasmica, conferendole un carattere espressivo mentre l’orgasmo femminile è prevalentemente implosivo. L’uomo si sente intero, corpo e mente sono una sola cosa, Sarà comunicativo, creativo verso la donna. E’ qui che l’atto d’amore si può trasformare in arte. La donna che ha bisogno di incoraggiamento e sostegno lascia penetrare in sé questa energia e sale al 6°. Qui è lei che da energia all’uomo. Un’energia “Lunare” dove l’inconscio si fonde con la coscienza . Se l’uomo è capace di abbandonarsi senza riserve alla donna può avere anche lui visioni. Ognuno per proprio conto possono salire al 7°. Il terzo matrimonio è terminato. L’ONDA DELLE BEATITUDINE Dopo essersi impratichiti nella scala dei chakra si può provare esperienze mirate per alcuni chakra. L’onda della Beatitudine è un atto di meditazione-amore sicuramente appagante per creare un circuito sesso-cuore ed andare anche oltre verso il 7°. Entrare nell’esperienza con un saluto. Assumete la posizione tipo Maithuna, con la spina dorsale diritta per entrambi. Ci si aiuta con cuscini da meditazione in modo da poter tenere la posizione per mezzora – un’ora. In caso di dolori o problemi a gambe o all’articolazione del ginocchio, può essere usata una sedia o la sponda del letto. La donna si siede in pratica sulle gambe dell’uomo. La donna accosta il pene dell’uomo alla sua vagina. Può introdurlo o limitarsi inizialmente a stabilire che i genitali siano semplicemente in contat-

Ogni due frecce orizzontali invertite, un matrimonio dei chakra

Il chakra breathing in coppia. Un serpente energetico a due teste femminile, che viene profusa con grande abbandono e sale al 3°. Il primo matrimonio è concluso. Il maschio è di nuovo attivo e, destato dai sentimenti della donna, mostra la sua forza.

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to. Le mani di entrambi sulla schiena del partner a carezzare e ad assecondare l’onda energetica dei chakra. Applicare la rotazione al bacino e durante l’inspirazione la donna porta dal 1° chakra l’energia al cuore. Per facilitare immaginare un condotto che porta l’aria dal perineo al cuore. L’uomo in pratica porta la sua energia in espirazione dal pene alla vagina della donna, la donna inspira, porta al proprio cuore e lascia andare in espirazione l’energia dai suoi capezzoli, con l’inspirazione l’uomo fa entrare nel proprio cuore l’energia uscita dai capezzoli della donna e la spinge giù fino ai suoi genitali. Si è creato il circuito. La donna deve espirare mentre l’uomo inspira e viceversa. Sembra complesso ma, dopo pochi minuti, il piacere rende tutto semplice. Quando il cuore è sufficientemente carico, l’energia può essere spostata dalla donna fino alla testa. Dai genitali il tubo va quindi, oltre il cuore a raggiungere il 7° chakra e l’energia, uscendo dalla testa della donna, si riversa sulla testa dell’uomo, scende fino al pene, dal pene alla vagina e dalla vagina di nuovo alla testa della donna. Una volta instaurato questo circolo alto e ampio si può invertire il decorso alternativamente. Ovvero l’energia scende nella donna fino alla vagina, si riversa nell’uomo e risale fino alla sua testa, per poi riversarsi sulla testa della donna. L’invito è di rimanere in questa forma energetica alternata per almeno 10 minuti ed ogni volta che l’energia arriva alla testa di uno dei due partner immaginare una fontana di piacere che esce dalla testa ed avvolge come in un uovo energetico i due amanti. Terminare in una meditazione individuale silenziosa per percepire bene le sensazioni e terminare con un saluto. In nero il primo circuito energetico sesso-cuore, in blu sesso-testa, in bianco sesso-testa a corrente invertita Abbiamo visto come il chakra del cuore sia l’elemento che dona equilibrio tra una dimensione umana fisica ed una spirituale. Senza mettere amore, passione i piani sono destinati a rimanere divisi. Abbiamo visto quanto è importante che la fisicità e la spiritualità siano presenti in un individuo in maniera bilanciata. Sappiamo quanto possa essere gretto volgere le proprie energie alle sole soddisfazioni materiali Dobbiamo essere però consapevoli di quanto questo sia meno pericoloso di chi volge tutto esclusivamente verso

In nero il primo circuito energetico sesso-cuore, in blu sesso-testa, in bianco sesso-testa a corrente invertita


il versante spirituale. Il gretto, il rozzo non avrà almeno nella stragrande maggioranza dei casi pretese di insegnamento e maestria. Chi sale ai piani spirituali senza radicamento invece sì. Fare vittime è facilissimo. Il delirio di potenza o di onnipotenza è in agguato. Non si nega né la professionalità di alcuni operatori né che taluni abbiano sperimentato davvero almeno per una volta la trascendenza, la vacuità…ma questo che significa? Che devono abbandonare l’umiltà? Talvolta si sente parlare di morte, di esperienze extrasensoriali, di reincarnazioni, di aura con troppa facilità per non dire faciloneria. Ogni esperienza estatica, ogni incontro con altre realtà, richiede a mio modesto avviso di esser sempre riportata alla dimensione terrena, accettata ed integrata nella mente ordinaria, Le scariche elettriche hanno bisogno di una “messa a terra”; anche chi ha percezioni particolari ha bisogno di questa messa a terra, in pratica il radicamento del 1° chakra. Senza di questo il rischio è che il nostro piccolo e presuntuoso io si voglia proprio identificare con quello che è oltre l’io, il ché è naturalmente impossibile. Non si può parlare di piani spirituali, di trascendenza, senza sapere cosa è l’amore e neppure considerando la sessualità un bagaglio inferiore che può essere trascurato in nome dell’elevazione dello spirito. Nella realtà non ci sarà mai alcuna elevazione, senza che l’esperienza di trascendenza non affondi la sua radice nel quotidiano. Parimenti assurde mi paiono certe regole alimentari in base alle quali si dovrebbe raggiungere l’illuminazione, attraverso proibizioni di determinati cibi. Come se i vegetali consentiti peraltro non avessero vita. Nel rispetto di tutti e di tutte le creden-

ze, mi limito a far notare che Gesù Cristo, uno dei più grandi iniziati di tutti i tempi, beveva vino, mangiava pane e pesci come si attesta nel miracolo e veniva chiamato Rabbi e questo nella religione Ebraica ha un significato solo che Gesù era sposato; non si può prendere, infatti, questo titolo senza avere una compagna. Gesù dunque amava le donne, beveva vino, mangiava pane e pesce, amava i diseredati e tutto questo non mi pare abbia scalfito di una virgola il valore spirituale della sua figura e in senso più profondamente religioso di ascendere alla destra del Padre. Per questo auspico che in ognuno di noi l’equilibrio tra fisico e spirituale regni sovrano. BIBLIOGRAFIA 1) N.DOUGLAS/P. SLINGER I segreti sessuali dell’oriente 2) A. JUDITH - Il libro dei Chakra 3) D. LECROQ – Il manuale dei Chakra 4) A. LOWEN – Amore, sesso e cuore 5) M.MORELLI – I 7 Chakra evolutivi e l’arte di armonizzare le vibrazioni vitali 6) W. REICH - La funzione dell’orgasmo 7) L. TUAN – I Chakra come attivare i centri della forza vitale 8) K.VOLLMAR – Mappa dei chakra – i sette centri dell’energia vitale 9) K.VOLLMAR – Chakra Aumentare la nostra vitalità 10) E&M ZADRA – Tantra la via dell’estasi sessuale 11) E&M ZADRA – Tantra per due

Biografia : Valter Bencini

È medico chirurgo, specialista in psicoterapia ad indirizzo funzionale corporeo. Terapeuta individuale e di coppia. Si occupa in particolare di comunicazione uomo-donna e problematiche della sessualità, con particolare riguardo a quella maschile. Ha tenuto corsi e conferenze su comunicazione, intimità, carattere, proiezioni genitoriali sul partner, identità di genere, sessualità. Autore di alcune pubblicazioni scientifiche sulla rivista Olos. È allievo dei Maestri di Tantra E. & M. Zadra, con cui ha completato il training formativo, e del Maestro di Tao Edy Pizzi. Utilizza le conoscenze della sessualità orientale, integrandole nel suo bagaglio di psicoterapeuta, nei corsi che conduce e nelle terapie individuali e di coppia. Ha collaborato, nella sua formazione, con il Centro Prevenzione Abuso Minori di Prato (Pamat) e con la Casa di Cura per Malattie Mentali a Poggio Sereno di Fiesole. Già docente in Comunicazione per i Circoli di Studio del Comune di Firenze e del Comune di Prato. Attualmente membro del Centro W. Reich di Firenze e socio SIF (Istituto di Psicologia Funzionale). Per informazioni su corsi, conferenze, terapie scrivere a: vb-psicocorporea@libero.it

“La consorte di Cristo è Maria Maddalena. Il signore amava Maria più di tutti i discepoli e la baciava spesso sulla bocca”. Dal Vangelo gnostico di Filippo ritrovato in Egitto nel 1945 a Nag Hammadi.

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Genesi

N

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el Libro della Genesi Dio pone un quesito alla «donna», ishah.

La biblica coppia primordiale è composta da Adam e Khevvah, che noi conosciamo con i rispettivi appellativi di Adamo ed Eva. Essi sono stati concepiti nello stupendo e incantevole giardino dell’Eden, dal sumerico E-din. Con il termine Adam non viene inteso unicamente l’uomo, ma l’intera umanità. La parola Adam deriva da terra, «adamah», come per il latino uomo da «humus», prodotto della terra. Tuttavia il termine possiede, nella sua radice, «dam», ossia sangue. Per cui, appare come se l’umanità fosse stata forgiata con la terra insanguinata; possiamo ipotizzare che il primo uomo sia stato generato col «sangue della Terra». Difatti il termine «adamu» viene utilizzato per indicare il colore rosso, rossiccio, carmigno, terroso, tipo terra di Siena, tanto per intenderci. Da ciò si evince che l’uomo abbia avuto origine dalla Terra, l’elemento madre, la Madre. Il nome Khavvah, invece, trova le sue radici in vita, «khayim», o in vivente, «khay», in quanto troviamo scritto: «Poiché essa fu madre di tutti i viventi» (Ge 3,20). La donna appare derivi dall’esistenza stessa, dall’energia plasmatrice sita nell’universo, per cui anche dalla Terra, ma non soltanto. È come se ci trovassimo dinnanzi a un elemento “materiale” (uomo) e uno “spirituale” (donna), che uniti danno principio alla razza umana, che in ebraico viene definita con il termine «adam», in quanto tangibile. Curiosamente apprendiamo che il Signore, dopo aver generato la primordiale coppia, le dona delle tuniche di pelle! Letteralmente leggiamo «kothenoth ‘or», ossia tuniche o vesti di pelle. Ciò a corroborare che la coppia primordiale veniva caratterizzata da un’essenza eterea. Tuttavia essi avranno bisogno di quelle tuniche, come l’astronauta della tuta spaziale, perché dovranno andare a vivere oltre il giardino dell’Eden… Per cui, andiamo a vedere cosa accade nel giardino dell’Eden. Eva, contravvenendo alle norme imposte dalla divinità, in questo caso incarnata da Yhwh, coglie un frutto dall’albero proibito, e ne mangia il contenuto. Apprendiamo che si tratta «dell’albero della conoscenza del bene e del male» (Ge 3,13). Non un albero qualsiasi, come un melo o un pero. Il Signore a questo punto va su tutte le furie, non riesce a controllarsi, e a causa di questo «affronto» porterà rancore all’intera umanità, o almeno così ci è stato fatto credere... Ciò che però dovrebbe saltarci agli occhi è ciò che l’Onnipotente domanda ad Eva: «Disse il Signore Elohim alla donna: “perché hai fatto questo?”» . La donna risponde: «Il serpente mi sedusse e io lo mangiai». Ma chi è questo personaggio che ha un così

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?

forte potere persuasivo sulla donna, al punto da invogliarla a desiderare di mangiare il frutto proibito? Frutto che per lei si rivelerà indigesto, fonte di dolore, un vaso di Pandora. A causa di quel gesto, la donna verrà condannata al cospetto della sua divinità, e dell’umanità intera (ricordo San Paolo… ). Serpente in ebraico diviene «nakhash», ed è un personaggio alquanto insolito. Il Signore persuase la donna a non cogliere alcun frutto dall’albero proibito, perché altrimenti sarebbe morta, ma il serpente le renderà noto: «Non morirete affatto, ma Elohim (dio) sa che al momento che ne mangerete (del frutto proibito), i vostri occhi si apriranno e sarete come lui (Elohim), poiché possederete la conoscenza del bene e del male» (Ge 3,4-5). A prima occhiata, ci accorgiamo che il serpente appare a Eva come un amico, un aiuto. E chi ci impedisce di pensare il contrario? Gli stereotipi e i pregiudizi generati negli anni dalla religione e dalla società! Il serpente è quella voce che a Eva giunge dal profondo di sé stessa, quella che anche noi intuiamo quando ci troviamo dinanzi a una norma che desideriamo contravvenire. Per Eva mordere il

Paolo Rinaldini

Perché E hai fatto questO ?

frutto proibito diventa un desiderio inalienabile, non riesce a frenarsi e, sentendo in lei il cambiamento, offre al suo compagno, la materia, di approfittarne. Khevvah, lo spirito, il non tangibile, è il primo a percepire l’alterazione generata dalla conoscenza; in seguito il corpo gode dei suoi successi e insuccessi, delle percezioni che esso assimila. Assimila, perché per lo spirito ogni esperienza equivale a un frutto d’azzannare, ogni morso è una sorta d’apprendimento che il corpo non può far altro che accettare. Difatti l’uomo dirà in seguito al Signore, quando verrà interpellato: «La donna che tu mi hai messa, è lei che mi ha dato del frutto dell’albero, e io ne ho mangiato» (Ge 3,12). Chiamato in causa, l’uomo si mostra simile a un automa. La donna impartisce e lui esegue, questo è ciò che avviene tra lo spirito e il corpo, tra l’intelligenza e la materia. Lungi da me sostenere l’esistenza di un divario tra i sessi, ma ciò che noi intravediamo sui testi sacri sono messaggi che abbiamo l’obbligo di valutare. I testi sacri sono dei fiumi in piena, e il compito di noi esegeti è quello di provetti cercatori d’oro che, setacciando granello su granello, tentano di portare alla luce l’aureo


messaggio.

perché non anche i suoi precetti?

La struttura del termine divinazione, nella lingua semitica, è identica a quella di serpente, poiché diviene «nekhash».

Se l’uomo non viola una regola, come può egli comprendere il perché essa possa cagionargli male?

In un altro testo della Bibbia compare una situazione simile.

E soprattutto, perché all’uomo deve esser precluso qualcosa?

Nel Libro di Giona il protagonista principale, lo stesso Giona, trasgredisce le regole dell’Onnipotente e si ritrova in mare aperto, in piena tempesta, su di un’imbarcazione che rischia il naufragio. L’aver eluso gli ordini del Signore ha generato avversione tra lui e i marinai, ed essi pretenderanno di sapere: «Perché hai fatto questo?» (Gn 1,10).

Ogni qual volta facciamo qualcosa che in teoria non dovevamo fare, veniamo poi interrogati con questa frase: «Perché hai fatto questo?»

Giona spiegherà in seguito le sue motivazioni, ma ciò che più conta è che anche in questo caso vi sia un elemento «bacchettone» che tenta in tutti i modi d’insinuare la colpa nel protagonista della vicenda. I marinai, viene descritto, fecero cadere la colpa su Giona; lo stesso farà Yhwh con la coppia primordiale. Nella Genesi è dio a fare le veci di vigilante delle regole, in Giona è la società stessa rappresentata dai marinai. Nel mio libro Giona affermo che la nostra società continua a essere determinata da leggi obsolete, che i grandi del passato hanno sempre cercato di scardinare. Gesù affermava a chi gli rimproverava di fare miracoli il Sabato, giorno di riposo, Shabbah, contravvenendo alle mosaiche norme dettate dal Signore, che esiste un’unica legge istituita dal Padre, che segue linee consone alla natura dell’uomo, e non il contrario. Einstein, molti anni dopo, sosteneva: «Risulta più facile spezzare un atomo che un preconcetto». Gli stereotipi e i pregiudizi si basano su norme che l’uomo non deve violare, regole che non vengono alterate con il tempo, ma stranamente il tempo altera l’uomo. Allora perché continuare a rispettarle? Se l’uomo cambia, e tutto intorno a lui muta,

Voi rispondete: «Perché necessitavo di comprendere!» Non si può comprendere una cosa se non la si vive!

La cultura filosofica indù legata all’«advaita vendanta», la sapienza del non duale, afferma che il male non è separato dal bene, e viceversa, un connubio perfetto che, separato, diviene deleterio per coloro che vogliono apprendere la verità. Eva necessita d’apprendere, e l’unico modo per farlo è quello di vivere le esperienze in prima persona. Il morso del frutto proibito equivale all’esperienza che lo spirito fa nella materia, per cui contravvenire alle regole corrisponde a conoscere ciò che ci circonda, ma soprattutto sé stessi. Affermando ciò, consiglio a tutti d’ascoltare il proprio serpente, così rischierete di venire a conoscenza di qualcosa…

Questa è una regola che possiede fondamenta e radici nel tempo. In Oriente, la cultura buddista e la filosofia legata all’induismo impregnano le loro radici di questo principio. L’evoluzione passa attraverso la conoscenza dell’errore, dello sbaglio. Apprendere cos’è giusto non avviene soltanto attraverso le ragionevoli intuizioni, ma mediante gli errori che mi hanno condotto fino ad esse. L’Iliade e l’Odissea, il vate cantore Omero le descrive come una sequela d’errori, eppure esse vengono considerati dei testi infallibili per comprendere sé stessi, lo sapevano bene Porfirio ed Eraclito. Pensate ai Promessi Sposi: l’opera è una serie infinita di malintesi, ma il Manzoni ben sapeva ciò, perché unicamente dall’errore si può giungere alla verità! La nuda verità ci giunge tramite l’apprendimento del bene e del male, attraverso la loro comprensione. Essi, notati, vengono prodotti dalla stesso albero, tuttavia li consideriamo separati, come la mela dalla pera. Soltanto assaporandone i frutti possiamo apprendere che le due essenze sono in realtà una cosa soltanto. Gustandoli!

Giona viene vomitato dalla balena miniatura tedesca del medioevo

Biografia : Paolo Rinaldini Scrittore, giornalista freelance, Esegeta, esperto in Filosofia e Teosofia, studioso di Simboli e Archetipi, Ricercatore, Alchimista, Esoterista, Operatore Tuinà, Radioestesista. Tiene seminari e corsi, nonché sedute individuali. Scrive per differenti mensili e riviste, con cui collabora e tiene conferenze. Il suo sito web è www.paolorinaldini. com. Delle sue pubblicazioni ricordiamo:

Michelangelo ( 1475 - 1564 ) Il Peccato Originale 41

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Giona, come una colomba nella pancia di una balena - Anima Edizioni, 2011


Giglio di S.Giovanni

I

l Giglio di S Giovanni è una pianta che presenta un’altezza che va dai 50 ai 100 cm.; possiede foglie lineari lanceolate, con fiori eretti, di colore arancio, con macchie nere, solitari o in gruppi di 2-5 esemplari. Questa pianta in origine non rientrava tra le essenze protette delle Alpi Apuane, ma a causa d’una raccolta spregiudicata, il Giglio di San Giovanni sta diventando assai raro, quindi la regione Toscana ha inserito tale pianta fra le specie protette. Pertanto limitiamoci a fotografarlo. Il giglio di San Giovanni ha un fiore di grande bellezza, molto appariscente per il colore arancio, che stimola raccolte sconsiderate; ma il principale fattore di rischio, ad onor del vero, è rappresentato dai cinghiali, che sono ghiotti dei suoi bulbi molto nutrienti. La specie è compresa nella LRT (Lista Rossa Toscana) delle essenze vegetali protette, anche se non è a rischio di estinzione. Naturalmente, non deve essere danneggiata ed il fiore non

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deve essere assolutamente colto. Sulle Alpi Apuane è in pericolo: infatti è molto ricercata da raccoglitori sconsiderati e minacciata anche dai cinghiali, che sono molto golosi del suo bulbo. IL GENERE LILIUM Il genere Lilium fu descritto da Linneo sin dal 1753. Comprende specie europee, asiatiche e nord-americane, dotate di bulbo con radici generalmente perenni. I fiori sono molto vistosi con forme e colori molto diversi tra loro e spesso molto profumati. Il genere comprende oltre ottanta specie, molti ibridi e varietà coltivate, usate anche come fiori recisi. I fiori sono conosciuti con il nome collettivo di “gigli”. Ricordiamo, tra gli altri: # il Lilium candidum (giglio di Sant’Antonio o della Madonna o di San Luigi). Si contraddistingue a prima vista per il suo intenso colore bianchissimo # il Lilium bulbiferum (giglio di San Giovan-

Giorgio Pattera

Lilium bulbiferum

ni), presente sulle Apuane con fiori gialloarancio # il Lilium martagon (giglio martagone) presente sulle Apuane, ha fiori roseo-violetti LILIUM BULBIFERUM subsp. CROCEUM Lilium bulbiferum L. subsp. croceum Chaix (1), Baker (2) Conosciuto volgarmente come: Giglio di S. Giovanni o giglio rosso. Il nome generico deriva dal latino lilium e forse da un’antica radice li che significa bianco. In greco giglio era leirion. Il nome specifico bulbiferum (= portatore di bulbi) deriva dal latino bulbus (= bulbo, cipolla) e dal verbo féro (= portare) e si riferisce ai bulbi; ma, forse, anche ai bulbilli (3). Infine il termine usato per la sottospecie deriva dal latino crocéus (= color zafferano, giallo oro), riferito al colore del fiore. Il nome più comune con cui è volgarmente conosciuto (giglio di San Giovanni) deriva dal fatto che esso raggiunge la sua massima


Alpi Apuane fioritura alla fine di giugno, nel periodo in cui ricorre appunto la festa di San Giovanni Battista, cioè il 24 giugno. Così riporta il botanico apuano Pietro Pellegrini (4): Lilium bulbiferum L., volg. giglio rosso. – pianta erbacea perenne; fiorisce in giugno e luglio. Prospera in centro-Europa, sulle Alpi, sul Giura e sui Carpazi ed in tutta l’Italia, eccetto Sicilia e Sardegna. Vegeta dai 400 ai 2000 metri di altitudine, su pendii umidi e assolati, prati di montagna, radure, margine dei boschi ed in boschi cedui, dove filtra la luce solare. Ben distribuita sulle Apuane, spesso in luoghi dove non è possibile arrivare facilmente. Nei rimedi popolari è riportato l’uso medicinale delle foglie come vulnerario, cioè sostanza che favorisce la cicatrizzazione delle ferite. Più singolare la credenza che, offerto come dono, indichi odio, disprezzo ed augurio di morte per chi lo riceve. Note: - 1 Chaix è l’abbreviazione usata per le piante descritte da Dominique Chaix (1730-1799), abate e bo-

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tanico francese.

Ospedaliero-Universitaria, come Tecnico d’Indagini Bio-Mediche; attualmente è distaccato in Direzione - 2 Baker è l’abbreviazione usata per le piante de- Sanitaria, ove ricopre la funzione di Capo-Tecnico Coscritte da John Gilbert Baker (1834-1920), botanico ordinatore. È laureato in Scienze Biologiche, iscritto inglese. all’Ordine Nazionale dei Biologi dal 1995 e, dal set- 3 I bulbilli sono organi che permettono la riprodu- tembre 2004, all’Albo dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti di Bologna. Appassionato di esobiologia (ricerzione vegetativa: basta staccarli e piantarli. ca e studio di possibili forme di vita extraterrestre), è - 4 Pietro Pellegrini: “Flora della Provincia di Apua- iscritto dal 1980 al C.U.N. (Centro Ufologico Nazionia, ossia Rassegna delle piante fanerogame indi- nale), di cui dirige la sede di Parma dal 1982; cura la gene, inselvatichite, avventizie esotiche e di quelle catalogazione informatizzata degli avvistamenti UFO largamente coltivate nel territorio di Apuania e delle (dal 1947 a oggi) su tutto il territorio provinciale, di cui crittogame vascolari e cellulari, con la indicazione è il Responsabile. Membro del Consiglio Direttivo del dei luoghi di raccolta”, Stab. Tip. Ditta E. Medici, CUN, dal 1999 Direttore Tecnico del Comitato ScienMassa, 1942. Il testo è stato ristampato in copia ana- tifico, per le ricerche sul campo e le analisi di laborastatica nel maggio 2009 dalla Società Editrice Apua- torio. Fa parte della Commissione scientifica “CSA”, na di Carrara, per conto della Fondazione Cassa di creata allo scopo di studiare il fenomeno “abduction” Risparmio di Carrara. in ogni sua manifestazione. Affianca le Autorità (Carabinieri, Polizia Municipale) duran te le indagini atte Biografia: Giorgio Pattera a smascherare la diffusione di “avvistamenti” falsi e Nato il 20 maggio 1950 a Parma, dove ha lavorato di notizie atte a turbare l’ordine pubblico; presiede per 16 anni presso i Laboratori d’Analisi dell’Azienda numerosi Convegni, Congressi e Conferenze, sia in ambito nazionale che internazionale.


“Una dea e non un demone, poiché è un essere semplice, puro e in sé sussistente” (Plotino, Eneadi, III 5, 2)

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a diverso tempo intendevamo discorrere su un argomento complesso e profondo allo stesso tempo: com’è la femminilità, nei suoi rapporti metastorici e simbolici col mondo della Tradizione e nei legami problematici con la quotidianità decadente dell’esistenza moderna. Finalmente ne abbiamo la possibilità, non prevaricando le “competenze” dell’altrui sesso, ma essendo “ispirati” in un’analisi morfologica del mito della donna e della patologia della sua attualità, da colei che ci sta vicino in ogni istante della nostra vita, nella lotta e nella fede, e che, per noi, rappresenta il simbolo vivente della donna “in piedi tra le rovine”. La presenza femminile nella storia dell’umanità è sempre stata caratterizzata da un ruolo fondamentale, non secondario, ma glorioso, di una polarità insostituibile nello sviluppo degli accadimenti mitici e storici che tutte le tradizioni serbano in sé, e che solo l’odio profondo per qualsivoglia altezza e per la Verità, da parte delle ideologie illuministe e liberalmassoniche della sovversione, ha potuto trasmutare in ombre, in presenze sommesse ed oscure, in storie minute di sottomissione. Si è dimenticato o si vuol far dimenticare il potere femminile che da sempre, manifestamente o in maniera sotterranea, agisce attraverso simboli e leggende, che, incredibilmente per chi ignora o non riconosce l’universalità della Tradizione, si ritrovano in situazioni storiche e luoghi geografici diversi e distanti. Crediamo che, non arbitrariamente, sia possibile associare la donna al valore simbolico dell’acqua, cioè ad un’idea di rigenerazione, di vita, di protezione – si ricordi come uno dei due volti di Giano, divinità romana, sia femmina e stia a rappresentare il potere temporale, la casta dei guerrieri, cioè coloro che sono deputati alla difesa della dottrina - di maternità universale, che solo in alcuni casi, come si esplicita nel significato delle acque inferiori, assume una valenza di degenerazione spirituale, di scatenamento di forze infere e ctonie, di sovversio-

ne amazzone. Nell’organicità tradizionale varie sono le forme assunte da tale polarità fondamentale e complementare, non opposta o inferiore a quello che è il centro maschile, avendo come archetipo primo, dalla sfera metafisica a quella mitica, il simbolismo della Luna rispetto al Sole. Nella tradizione indù troviamo Prakriti, la sostanza primordiale che attende il sigillo di Purusha, il principio attivo, l’essenza, per dar vita alle indefinite forme della manifestazione; parimenti, nella tradizione estremo-orientale è possibile riscontrare la complementarietà dello yin, elemento femminile e passivo, con lo yang, elemento maschile ed attivo, che si esplicita nel simbolo che erroneamente viene definito “del bene e del male”. Come non ricordare, inoltre, che sempre nel taoismo l’Uomo rappresenta la coincidentia oppositorum tra il Padre Cielo e la Madre Terra. Nella Cristianità tale è il senso della Vergine Madre di Dio, dello Spirito Santo che tutto consola e rigenera, e della figura di Maria Maddalena, così ignorata dall’ufficialità ecclesiastica, ma così giustamente apprezzata dalla tradizione gnostica e dalla letteratura apocrifa. Medesime considerazioni si posso concettualizzare se da un ambito d’analisi metafisica si passa ad un’interpretazione dei miti e delle leggende, presenti nelle più diverse tradizioni. Si rammenti la Teogonia esiodea, nella quale Crono, la potestà celeste, è sposo di Rea, la Terra, la quale in ogni modo cerca di difendere Zeus, suo figlio, dalla volontà omicida del padre: ritorna l’idea di protezione e di maternità universale. Identica è la valenza simbolica del mito di Iside, origine dell’universo, vergine, sposa, signora della natura, incarnazione del principio vitale e generatore, che raccoglie e ricompone il corpo di Osiride, fatto a pezzi dall’usurpatore Seth. E’ all’aspetto lunare a cui facciamo esplicito riferimento, alle leggi nascoste che governano l’universo, che gestiscono il contatto con la natura e la dominano – potere che fu spesso attribuito alle “streghe” – e che hanno, per esempio, in Demetra o in Artemide le proprie rappresentazioni noumeniche, speculari all’aspetto solare, identificato nelle divinità di Helios e Apollo. A questo punto riteniamo che sia essenziale porre in essere una precisa e decisa chiarificazione su come ortodossamente si debba intendere quel complesso di riti, simboli, miti e rivelazioni, che alla figura femminile fanno principalmente riferimento, sottolineando con fermezza la differenza tra forme di adattamento cicliche e forme di pura sovversione, come già abbiamo accennato in precedenza. Avendo chiarito, crediamo in maniera esauriente, il giusto rapporto di relazione e gerarchia dell’aspetto femmineo e lunare con quello maschile e solare e la sua reale valenza simbolica e spirituale, è fondamentale comprendere come, col trascorrere delle ere e la

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Luca Valentini

Il potere del Femminino tra miti arcaici e tragicita’ moderna


conseguente solidificazione del manifestato, fosse necessario un adattamento delle forme tradizionali in una direzione di riconquista dello stato edenico primordiale e, quindi, di quell’idea di rinascita associata alla donna. Tale processo – è bene ribadirlo con forza – esplicita un mutamento delle forme e non un’inversione dell’essenza tradizionale, che conserva sempre, al di là di ogni contingenza temporale e spaziale, la propria immutabilità. A coloro che sono ignare vittime di tale confusione, ricordiamo come, in saghe, leggende, miti di varie tradizioni, la ritrovata primordialità sia associata alla conquista amorosa di una donna, che simboleggia la Sophia, la Conoscenza: abbiamo già scritto di Iside ed Osiride e similmente sono i simbolismi legati alle pratiche tantriche, all’eros platonico, che ha come fine ultimo la ricomposizione dell’Androgino originario, fino a rammentare la figura dantesca di Beatrice o quella petrarchesca di Laura. La femminilità ha, poi, anche una sua immagine potente e terribile, come quella delle dee telluriche e ctonie, delle grandi “madri nere”, di Kalì, di Astarte, della ribelle Lilith, delle divinità sotterranee come Ecate, annunziata dal latrare dei cani. In tale poliedricità si presenta la donna nel mondo della Tradizione, ad un’analisi metafisica e mitica, e non come un costume, una moda, coacervi di regole dettate dal pensiero unico del neocapitalismo, che tutto omologa e che trasforma ogni essere umano, donna o uomo che sia, in semplice fruitore del mercato arrogante ed invadente. In quest’epoca di “schiavi senza Signoria”, in cui la parità dei sessi si esplicita nell’eguale asservimento ai “principi” del profitto e del consumo, parlare di femminilità è difficile, non potendone più riscontrare le caratteristiche peculiari. La donna, tradizionalmente intesa, trasmuta in potenza la devozione, la maternità, la libera fedeltà ad un destino modellato su un ordine cosmico; il femminismo moderno, invece, ammalato di sessuofobia, vieta la virilità olimpica e la femminilità eterica o demetrica, vietando, cioè, la differenziazione polare, spirituale e corporale tra i sessi, snervando completamente il senso dell’attrazione e del magnetismo. Nella società moderna, in cui tale dissacrazione è pacificamente accettata, in cui “propter vitam vitai perdere causas”, in cui la perdita non solo dei valori, ma del centro che li produce, come notava in un famoso passo dell’Antropologia Emanuel Kant, è totale, per l’uomo e la donna “differenziati”, è necessario comprendere le seguenti riflessioni di Julius Evola: “Mentre l’etica tradizionale chiedeva all’uomo ed alla donna di essere sempre più se stessi, di esprimere con tratti sempre più decisi ciò che fa dell’uomo un uomo, dell’altra una donna – ecco che la civiltà nuova volge il livellamento, verso l’informe, verso uno stadio che invero non sta al di là, ma al di qua dell’individuazione e della differenza dei sessi”.

Biografia : Luca Valentini E’ stato animatore in passato del Cuib Mikis Mantalkas Centro Studi Tradizionali. E’ un ricercatore in storia delle religioni, filosofia antica, dottrina ermetico-alchiimica, che collabora con numerose riviste di settore e con case editrici anche di rilievo nazionale. Nel 2010 e nel 2011 è risultato vincitore per Edit@, nella categoria poesia, del duplice concorso di saggistica erotica intedetta dalle suddette edizioni, dal titolo “Il Peccato tra le righe”.

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72

Dopo una lunga serie di approfonditi esami chimicocromatici effettuati sulla Gioconda di Leonardo da Vinci, condotti di comune accordo con la Sovrintendenza ai Beni Storici Culturali Francesi, durante una conferenza stampa del 2 Febbraio 2011, il Comitato Nazionale dei Beni Storici Culturali Italiani ha comunicato la scoperta della presenza, mai accertata prima, di due lettere poste negli occhi della Gioconda ed di un riferimento numerico inserito in una delle arcate del ponte presente sulla destra del ritratto. Le iniziali sono una “L” ed una “S”, mentre il riferimento numerico è il numero “72” (Fig.1). Prove di laboratorio, documentate e documentabili, hanno dimostrato senza ombra di dubbio che il numero e le lettere sono contemporanei all’esecuzione del capolavoro. I Beni Storici Italiani, pur aperti ad altre spiegazioni, ritengono che le sopraccitate lettere siano le iniziali del grande genio ” Leonardo” e di Gian Giacomo Caprotti, detto il “Salai”. Dato il presunto legame “omosessuale” che per anni legò i due, gli esperti hanno concluso che ci sia stata una conseguente volontà del Maestro di immortalarne il ricordo nell’opera alla quale fu più affezionato. Il fatto, sempre secondo i Beni Culturali, è ancor più avvalorato dall’uso esoterico del numero 72, frutto dell’interpretazione cabalistica del 7 e del 2, visti come l’unione cosmica del maschile e del femminile. Hanno quindi teorizzato che il volto della Gioconda sia una versione “femminile“ di quello dell’amato servo e allievo. QUANDO LA GIOCONDA DISSE 72 Da questi presupposti nasce l’articolo che segue, il quale, basandosi sui miei studi numerico simbolici, vuol dimostrare come, indipendentemente dalle “iniziali”, nell’opera del grande Genio la presenza numerica sia stata una costante sicuramente non dovuta alle sue presunte tendenze sessuali. A mio avviso, tale costante è dovuta, invece, ad un sistema conoscitivo universale, condiviso da pochi eletti come Leonardo, durante tutti i momenti della storia umana, presso tutte le civiltà. Permettetemi quindi di dire che “userò” il numero utilizzato da Leonardo per dimostrare una mia teoria secondo la quale su questo pianeta esiste, da “sempre”, un sapere la cui voluta frammentazione ha permesso di creare una miriade di applicazioni conoscitive, falsamente discordanti. Ho chiamato questo patrimonio conoscitivo il “Sapere dell’Ottava”. Ritengo che tale sapere sia una specie di “Codifica del Campo”, intendendo per “Campo” un sistema conoscitivo unificante, molto simile a un’auspicabile e mai raggiunta “Teoria del Tutto”. Tutto ciò con una grande ma essenziale differenza rispetto al nostro attuale modo di vedere e intendere la scienza: nell’Ottava possono coesistere il razionalismo numerico e l’intuito emozionale, entrambi garanti di una comprensione animico-spirituale della realtà, veicolata dal potere del simbolo. Il simbolo è il fulcro descrittivo di questo piccolo sag-

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gio, che vorrei suddividere in cinque parti.

Michele Proclamato

QUANDO LA GIOCONDA DISSE…

FIG. 1

Nella prima parte illustrerò come sono giunto ad interpretare il 72 Vinciano, poiché è uno dei “numeri” chiave che appartengono alla struttura dell’Ottava. Nella seconda parte approfondirò dove è possibile rintracciare un simile riferimento. Nella terza parte analizzerò cosa esso rappresenta Nella quarta parte accennerò alle commistioni fra scienza ed Ottava. Nella quinta e ultima parte, ritornando all’opera Vinciana, dimostrerò quanto essa sia debitrice al sapere in questione. Il tutto nella speranza di poter giungere a delle conclusioni condivisibili anche da chi finora ha creduto che l’Olismo sia un fenomeno privo di applicazioni meccanicistiche e razionalmente dimostrabili.

FIG. 2

Permettetemi però, prima di dare spazio alle mie scoperte, di farmi ispirare e spero ispirarvi da una piccola goccia di sapere, stillata da un uomo noto a pochi come il “Nolano”, ma conosciuto da tutti come Giordano Bruno: “Il numero e’ limpido principio fisico, metafisico e razionale“ COME Io vivo a L’Aquila, in Abruzzo, Italia. La mia storia di simbolista, legata all’Ottava, iniziò in un momento della mia vita davvero difficile, un momento in cui nulla sembrava avere più valore o significato. In un simile contesto, una mattina, un’amica mi disse: “Michele, osserva questa foto e dimmi cosa ci vedi”. Esaminai l’immagine e riconobbi il bellissimo rosone di una delle più importanti chiese locali: la Basilica di Collemaggio (Fig.2). Per chi non lo sapesse, la mia città fu fondata, più di sette secoli fa, da un “grande” del passato europeo. Il suo nome era Federico II di Svevia, un uomo che mai smise di ricercare un certo tipo di verità. Ma la storia della città si arricchisce anche di un’altra illustre personalità, divenuto Papa proprio a Collemaggio, (che fu costruita per suo espresso volere), passato alla storia come Celestino V. Dall’intrecciarsi di queste due vite

FIG. 3


e dalla fusione del loro speciale operato, prese spunto un’opera come quella ritratta nella foto. Un giorno, finalmente, decisi di osservare dal vero quel rosone. Per mesi fui rapito da quel mandala in pietra, rimanendo con il naso all’insù a fissarlo. Allora non potevo conoscere il “suo” potere, lo subivo e basta. Poi, come spesso avviene, improvvisamente cominciai a... ”ricordare”, e semplicemente decisi di contare. In quel preciso istante la mia vita cambiò. Per sempre. Mi resi conto, infatti, che quella meravigliosa opera artistica medioevale si poteva riassumere sotto forma di numero. Una sintesi che vorrei condividere con voi, partendo dal centro, formato da otto petali disposti intorno ad un piccolo cerchio. Da esso si diramano 12 raggi o braccia, tutte diverse, che terminano con 24 fori, che nel mio primo libro (Il Segreto delle Tre Ottave - Edizioni Melchisedek) definii mezzibusti, vista la loro somiglianza con i mezzibusti televisivi. Seguono poi altre 24 braccia, anch’esse caratterizzate da 48 mezzibusti. Il rosone è quindi composto da:

avesse contraddistinto il luogo della sua investitura ed il periodo del suo brevissimo operato ecclesiastico con numeri precessionali. Senza rendermene conto, quegli stessi numeri diedero inizio ad una ricerca che ben presto, sincronicamente, mi avrebbe condotto a tutta una serie di “ritrovamenti“ utili a soddisfare la mia inesauribile sete di sapere. La Lista Sumera dei Re Fu proprio la Perdonanza, che come detto cade ogni anno il 28/8, (che in fondo non è altro che un multiplo di quei 72 Mezzibusti) ad aprirmi nuovi orizzonti. Fu sufficiente infatti digitare il numero 288 su Google, per veder apparire un reperto archeologico famosissimo, oggi custodito ad Oxford presso l’Ashmolean Museum of Art and Archaeology . Si tratta del Prisma di Blundell (Fig.4) dal nome del suo scopritore - un oggetto giunto fino a noi grazie ad una serie di scavi svolti negli anni trenta del secolo

# 1 piccolo cerchio, # 8 petali, # 36 braccia e # 72 mezzibusti. Decisi di utilizzare tali informazioni. La prima operazione che eseguii fu “la moltiplicazione delle braccia per i mezzibusti”, ottenendo il seguente risultato:

Ma, cosa ancora più strana, la somma degli immensi ipotetici periodi regnanti (241200) corrispondeva numericamente alla struttura delle Braccia del Rosone. All’inizio non capivo cosa fossero le 5 Città chiamate ad ospitare i Re, ma osservando il rosone con più attenzione notai che anch’esso è suddiviso in 5 parti.

I 360° della suddetta ellisse vengono coperti attraverso spostamenti di 1° ogni 72 anni e, per effettuare un giro completo, la terra impiega 25920 anni.

FIG. 4

Vi era quindi una notevole corrispondenza fra un’opera medioevale ed un reperto millenario che si vanta di descrivere la storia di un periodo antidiluviano. In seguito mi accorsi che la Lista nasconde molte altre informazioni.

Come mai la stessa informazione è patrimonio dell’umanità da tempo immemorabile, visto e considerato che a causa del suo lunghissimo arco temporale non è umanamente osservabile?

IL SOFFITTO DI SEMNUT Continuai ad utilizzare il 288 per ottenere altre informazioni ,e questa volta la mia ricerca mi portò in Egitto, dove in un famosissimo soffitto affrescato nel 1750 a.C. da Semnut (Fig.5), architetto della regina Hatshepsut, ritrovai le stesse informazioni numeriche.

Furono delle domande alle quali si aggiunsero molti altri interrogativi, legati ad esempio al breve periodo di soggiorno di Celestino V nella nostra città, pari a 72 giorni, documentato da atti originali tutt’ora conservati. Senza contare la presenza di Otto Vescovi insigniti il giorno dell’investitura papale, che avvenne il 28\8 (il traduttore dovrà riportare la data in forma italiana) del 1294. In tale data fu istituita una ricorrenza religiosa, chiamata Perdonanza, che ancora oggi viene celebrata ogni anno nello stesso giorno.

RunaBianca aprile 2012

“Dopo la discesa della regalità dai cieli, la regalità fu a Eridu, in Eridu Alulim divenne re, Egli regnò per 28800 anni. Alalgar regnò per 36000 anni. “Due” re; essi regnarono per 64800 anni. Poi Eridu cadde e la regalità fu spostata a Bad-Tibira. Divenne re a Bad-Tibira Enmenluanna; egli regnò per 43200 anni. Enmengalanna regnò per 28800 anni. Dumuzi il pastore regnò per 36000 anni. “Tre” re essi regnarono 108000 anni. Bad-ti-bira cadde e la regalità fu spostata a Larak. A Larak, Ensipadzidanna regnò 28800 anni. “Un” re... Egli regnò per 28800 anni. Larak cadde e la regalità fu spostata a Sippar. A Sippar Enmeduranna divenne re e governò per 21000 anni. Poi Sippar cadde e la regalità fu spostata a Shuruppak. Ubaratutu divenne re, egli governò per 18600 anni. “Un” re... egli governò per 18600 anni. In Cinque città Otto re, essi regnarono per 241200 anni, poi il Diluvio travolse tutto”.

Gli Otto petali in Mesopotamia erano diventati Otto Re.

Come ebbi modo di appurare, la precessione è un movimento della terra che fa cambiare l’orientamento del suo asse di rotazione, disegnando un’ellisse.

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Lista Sumera dei Re

Paragonai immediatamente la Lista al Rosone.

Con mio grande stupore, mi resi conto che in un rosone di oltre sette secoli fa, un Papa aveva inserito un’informazione riguardante un fenomeno assiale ufficialmente noto come “Precessione degli Equinozi” (Fig.3).

Mi chiedevo come mai il 192° Papa della storia della Chiesa (le cui spoglie riposano non sotto il soglio di Pietro a Roma, come tutte le altre, ma in una teca, a Collemaggio)

Su di esso, in caratteri cuneiformi, è inciso ciò che segue:

Esaminai con molta attenzione l’iscrizione, ed immediatamente constatai che il 288 appare per ben tre volte, corredato da una lunga serie di zero.

36 x 72 = 2592

Perché, mi domandai, Celestino V aveva inserito una simile informazione in un rosone, in pieno medioevo?

scorso, nell’odierna zona di Bassora in Iraq.

Nell’immagine infatti si possono notare 12 ruote che contengono 24 raggi ognuna, suddivise in due gruppi: 4 a sinistra e 8 a destra. Il totale dei raggi è pari a 288.

FIG. 5

La cosa affascinante è costituita dal fatto che sotto le Ruote siano poste 2 file di Esseri che rappresentano stelle e pianeti in attesa di essere “collocati” in cielo, secondo un sistema numerico condiviso in tempi, luoghi e civiltà


mente spicca il numero 72.

diverse, per motivazioni che, a dire il vero, mi sono ancora oscure.

Dati questi presupposti allargai le mie ricerche e gli spunti del Santillana a tutti i riferimenti mitici, storici e religiosi, ottenendo le seguenti informazioni:

Ma il mondo egizio si dimostrò estremamente ricco di molte altre informazioni millenarie. Lo Zodiaco di Dendera Prendiamo ora in esame un altro importante reperto, oggi custodito al Louvre di Parigi. Mi riferisco al famosissimo Zodiaco di Dendera (Fig.6). Lo zodiaco in questione è ufficialmente riconosciuto come un esempio della visione cosmologica dei popoli antichi. Esaminiamolo, invece, dal mio punto di vista.

# in numerose rivelazioni mistiche si tratta spesso dei dodici Apostoli e dei 72 Discepoli degli ultimi tempi, che insegnano, predicano e guariscono, e questo in tutte le parti del mondo, in tutti i continenti.

Partendo dall’esterno troviamo 12 esseri enormi disposti secondo 8 direzioni, che abbracciano la nostra galassia con le loro 24 braccia. All’interno possiamo osservare 72 corpi celesti disposti secondo un percorso spiralico, suddiviso in 5 passaggi.

# L’attuale ripartizione dell’Apocalisse è in 22 capitoli, adottata dal XIII° secolo. Ma non sempre fu così. La più antica divisione conosciuta del testo è quella del commentatore greco Andrea di Cesarea – VI° secolo – in 72 capitoli. Per quanto fatta con sufficiente esattezza, questa strutturazione potrebbe facilmente essere ridotta a 70, mettendo nello stesso capitolo i numeri 60, 61 e 62 che costituiscono un tutto, il Regno millenario. Andrea aveva voluto inoltre raggruppare questi 72 capitoli tre a tre, in modo da ottenere 24 sezioni, corrispondenti ai 24 Anziani. Queste 24 sezioni erano del tutto arbitrarie e dividevano i testi a sproposito.

Dendera rappresenta quindi un caso perfetto, poiché contiene tutti i riferimenti numerici finora citati, trasformati in simbolo.

FIG. 5

Ma non è tutto: nel caso specifico, infatti, è possibile ottenere un’enorme massa di informazioni, che prenderemo in esame in seguito. Puerta del Sol Procedendo con la mia ricerca, mi rendevo conto dell’universalità dell’informazione, ma non della sua utilità: mi domandavo infatti perché fosse così importante per i popoli del passato utilizzare una simile matrice numerica.

# I 72 Anziani della sinagoga, secondo lo Zohar.

Spinto da questo interrogativo non tardai ad approdare in Sud America, dove un altro presunto mistero da millenni campeggia a Tiwanacu, in Bolivia. Da sempre l’iscrizione posta sulla Puerta del Sol (Fig.7) costituisce un enigma per gli studiosi, ma alla luce della mia chiave numericoanalogica il problema può essere sintetizzato in questo modo:

FIG. 6

# 24 esseri sono posti sulla sinistra del dio Inca Viracocha (Fig.7 a) # altri 24 sono sulla sua destra

# Secondo le visioni di Anna Caterina Emmerich, dopo la sua tentazione nel deserto, Gesù è servito da 12 angeli superiori e 72 angeli di rango minore. # Il Profeta Maometto suggerisce di cominciare e terminare il pasto con del sale, in quanto è un rimedio contro le 72 malattie. # Nel Vangelo secondo Filippo e nel Vangelo dell’infanzia di Gesù si racconta che un giorno, quand’era giovane, Gesù entrò nella tintoria di Levi. Prese 72 colori e li gettò nel caldaio. Allora Levi montò in collera, ma Gesù le trasse tutte bianche e disse: “È così infatti che il Figlio dell’Uomo è venuto, come tintore”.

# 16 guardano verso l’alto e # 32 di fronte. E’ sufficiente sommare le 2 sequenze da 24 esseri ciascuna per ottenere i 48 mezzibusti del Rosone. Di conseguenza l’iscrizione rientra nella chiave numerica che ho scoperto a L’ Aquila e, come vedremo più avanti, la stessa struttura viene utilizzata anche da Leonardo da Vinci in una delle sue opere più maestose.

# Durata della gestazione di Laotsé. # Durata delle stagioni secondo Tchouangtsé.

DOVE

# I 72 discepoli di Confucio. Ne «Il concetto di nostra Grande Potenza» (testo apocrifo dei manoscritti di Nag Hammadi), è scritto che Noè predicò in 72 lingue diverse.

Poiché il mio è uno studio completamente innovativo, ero alla ricerca di qualsiasi pubblicazione ufficiale in grado di chiarire o avvalorare in qualche modo le mie ipotesi. Presi spunto dai risultati precessionali del Rosone e giunsi a consultare una pubblicazione che fu sicuramente in grado di aggiungere qualcosa di nuovo ai miei studi. Si tratta de Il Mulino di Amleto, opera maestra dei professori Giorgio Santillana ed Hertha Von Dechend. Pubblicato in America nel 1969, aveva dato all’interpretazione del Mito i connotati di una scienza esatta, collegata in tutto il mondo a riferimenti numerici appartenenti alle epoche precessionali, dove chiara-

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FIG. 7

La celebre Stûpa di Giava datata 9° secolo, chiamata Borobudur, è una rappresentazione della via dell’Illuminazione sotto forma di Mandala. Questa stûpa è costituita da cinque terrazze quadrate, formanti pianerottoli, sormontati da tre piattaforme rotonde, coronate da un’ultima stûpa. Le pareti delle terrazze sono ornate da bassorilievi e


da statue dei buddha, mentre le piattaforme rotonde si abbelliscono di 72 stûpa in totale. # Secondo lo Zohar gli scalini della scala di Giacobbe erano 72. # Il nome di Dio è composto di 72 lettere secondo la tradizione cabalistica. È tratto dal testo mistico chiamato Schemamphorash dell’Esodo, capitolo 14, versetti 19, 20 e 21, ciascuno composto da 72 lettere nel testo originale ebraico. È il nome ineffabile di Dio che mormorava il gran sacerdote tra le urla della folla. Fu sostituito più tardi dal Tetragramma sacro, YHWH, che i Cabalisti pronunciano lettera per lettera: Yod, Hé, Waw, Hé. È anche per estrazione e trasposizione dei tre versetti del Schemamphorash che i Cabalisti traggono i nomi dei 72 Geni – o angeli – della Cabala, che essi chiamano il “nome divino spiegato”. # Lenain cita le 72 intelligenze che presiedono ai 72 termini zodiacali secondo la Cabala. # I 72 traduttori ebrei – sei per ogni tribù – che Tolomeo II, re d’Egitto (283-246 a.C.) chiese ad Eleazar, gran sacerdote di Gerusalemme, di inviargli per tradurre in greco i libri di Mosè, scritti in ebraico, per la sua biblioteca di Alessandria. È la più antica versione greca dell’Antico Testamento scritta in ebraico. # Viene indicata con il nome dei Settanta in quanto, secondo una leggenda, questi 72 traduttori avrebbero prodotto separatamente la stessa traduzione senza consultarsi, ed in 72 giorni. Questa traduzione è ufficialmente riconosciuta dalla Chiesa allo stesso titolo della Vulgata. # Osiride fu rinchiuso in una bara da 72 discepoli e complici di Thyphon. # L’astrologia cinese conta 36 stelle benefiche e 72 stelle malefiche, la loro somma costituisce il numero sacro 108. # I 72 strumenti di buone opere di San Benedetto dati nella sua regola sull’arte spirituale che regge l’esistenza monastica. # Nell’età della pubertà il giovane Parsi riceveva l’investitura del cordone sacro Kuçti, formato da 72 fili a simbolo della comunità mazdeana. # Maspero cita una favola di origine egiziana in cui Mercurio avrebbe, secondo la leggenda, giocato a scacchi con la Luna ed avrebbe vinto la 72a di un giorno. Orbene, la 72a parte di un giorno, moltiplicata per 360 – numero originale di giorni in un anno – dà i 5 giorni epagomeni che aggiungevano gli Egiziani ed i Peruviani nei loro calendari. # Sin dalla più remota antichità i Cinesi dividono l’anno in 24 parti di 15 giorni chiamate Tsié-Ki, e ciascuna Tsié-Ki, suddivisa in tre, produce 72 parti chiamate Kéou.

COSA Fui costretto a riprendere in esame lo Zodiaco di Dendera. Esso esercitava su di me un fascino simile a quello provato nei confronti del rosone di Collemaggio. Scoprii che il sistema numerico contenuto permette le stesse operazioni del manufatto aquilano. Infatti è possibile utilizzare la somma delle parti degli esseri (12 corpi e 24 braccia) per ottenere 36 e, moltiplicando i 36 riferimenti per i 72 corpi celesti, si ottiene lo stesso risultato precessionale del Rosone (2592). Ma con una grandissima differenza. La precessione non veniva vista in Egitto (come fa la scienza oggi) come un fenomeno circoscritto all’attrazione Luni-Solare nei confronti della Terra, ma come una legge in grado di coinvolgere tutta la “nostra” galassia. Con il procedere della ricerca, però, aumentavano di pari passo anche gli interrogativi.

Le 72 presenze sono chiaramente immerse nello “spazio” quindi, tenuto conto delle nostre attuali conoscenze, è necessario immaginare che sia presente anche il “tempo”. Al tempo e allo spazio va poi aggiunto il moto spiralico. Ciò premesso, la logica conclusione che ne ho tratto è che nel luogo descritto ci sia caducità, o morte, come comunemente la definiamo, ed esiste un solo elemento sottoposto a simili caratteristiche: la materia. Passai poi all’esame della parte esterna. Qui notai che gli Esseri sostanzialmente non sono immersi in uno spazio ben delineato come quello galattico. In mancanza di uno spazio definito, si può ipotizzare anche una mancanza di… tempo.

# Il volume di Saturno è 72 volte quello della Terra.

Di conseguenza, la logica conclusione è che gli Esseri non hanno nulla a che fare con la materia, anche se in qualche modo la “generano”, e ciò è avvalorato dal perfetto valore binario presente nella sequenza utilizzata (3672).

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Ma il simbolismo millenario in cui l’uomo vive, senza accorgersene, è in grado di andare oltre questa dichiarazione ritenuta eretica dall’ufficialità. Prendiamo, ad esempio, un simbolo indiano antichissimo come lo Shri Yantra (Fig.8).

Nella sfera spiccano delle caratteristiche fondamentali per la nostra realtà.

Perciò, in mancanza di spazio, tempo e movimento, è doveroso omettere la caducità.

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siamo di fronte ad un sistema numerico in grado codificare un evento che può giustificare la nascita della materia.

Passai all’esame dell’interno dello Zodiaco.

# La massa della Luna è un 72° di quella della Terra.

Secondo me, infatti, il 72 nasconde molto di più.

Valutate tutte le informazioni finora riportate ed alla luce dei miei studi, la conclusione alla quale sono giunto è che:

Ma soprattutto, conoscendo l’enorme perizia egizia nell’osservare i cieli, come mai avevano deciso di rappresentare solo ed esclusivamente 72 corpi celesti nel loro Zodiaco? Alla loro latitudine uno spicchio piccolissimo di cielo era sicuramente in grado di contenerne molte di più. Continuai ad indagare e stabilii che le differenze fra la parte esterna e quella interna sono notevoli.

# ll sentûr persiano ha 72 corde, tre per ogni nota.

Nonostante l’importanza delle informazioni raccolte da Santillana, non ero però d’accordo con le conclusioni del professore americano, secondo le quali la costante presenza del 72 è il frutto di una mitizzazione provocata da cataclismi collegati a varie epoche assiali.

Nel credere e pensare che i nostri antenati scientificamente e spiritualmente fossero degli sprovveduti. Per l’uomo moderno è inconcepibile un passato filosofico- conoscitivo superiore al presente. Ed invece la storia umana ha manifestato sempre tale incongruenza.

Mi chiedevo, infatti, perché gli abitanti della valle del Nilo avessero rappresentato gli Esseri più grandi di intere costellazioni, stelle e pianeti.

Proseguendo con l’esame, risultò evidente che i sopraccitati Esseri costituiscono una specie di ghiera immobile, a differenza dell’interno.

# La Regola di Vita dei Templari redatta da San Bernardo nel 1128 aveva 72 articoli.

fra il nostro passato sconosciuto e il nostro presente presuntuoso?

Di conseguenza, o gli Egizi vedevano a livello celeste cose che noi oggi con la nostra tecnologia non vediamo - ed è sicuramente da escludere - oppure loro conoscevano e rappresentavano, attraverso lo Zodiaco di Dendera, un sistema conoscitivo a noi sconosciuto. Ma dove risiede essenzialmente il problema

Secondo le tradizioni Veda, esso rappresenta la matrice creante del Macro Cosmo e del Micro Cosmo. Vediamo numericamente e brevemente come è composto. Possiamo osservare un quadrato caratterizzato da 4 zone che contiene una sfera, nella quale si trovano 8 + 16 petali, per un totale di 24 petali. All’interno dei petali troviamo 8 triangoli intrecciati. Ma 8 triangoli non sono forse costituiti da 24 lati? Perciò il 24 viene ripetuto 2 volte, esattamente come a Tiwanacu. Quindi, anche in India è un sistema numerico a decretare la nascita non solo delle stelle ma anche del corpo umano (microcosmo). Questo, a mio avviso, è il motivo per cui in Oriente sono nate tutta una serie di scienze mediche, arti marziali e filosofie spirituali collegate alla stessa matrice. Rimanendo in India, è sufficiente prendere in esame lo Yoga, il quale non per caso utilizza l’Astanga Yoga (Fig.9) e i suoi 8 stili principali


per attivare un’anatomia sottile basata su 72000 Nadi o canali, all’interno dei quali scorre il Prana. Passando alla Cina troviamo l’Agopuntura (Fig.10), che agisce da millenni su un sistema anatomico invisibile costituito da: # 8 Meridiani Simpatici, responsabili della nascita del corpo umano attraverso # 12 Organi, da cui dipartono # 12 Meridiani Principali, responsabili dei # 48 secondari, # per un totale di 72 unità. E’ interessante poi notare che gli agopunti utilizzati, secondo la tradizione, sono 360. Tale anatomia è condivisa da tutte le discipline marziali come il Thai Chi, il Chi Qong e il Baguanzang. Il tutto è estrapolato da un solo simbolo alla base di tutte le applicazioni orientali, il PaKua (Fig.11), che è in grado di contenere tutte le informazioni numeriche finora utilizzate. Esso è formato da 8 Trigrammi (24 unità), che possono essere suddivisi in: 12 grammi costituiti da una linea unita e 24 grammi da due linee spezzate. Ritroviamo così la stessa informazione che abbiamo esaminato in Cina, dove viene utilizzata per divinare attraverso l’I-Ching, per occuparsi di geomanzia attraverso il Feng –Shui e per pregare osservando il simbolo del Tao. A questo punto ritengo di poter aggiungere che i popoli antichi, tutti, possedevano la codifica numerica di una matrice creante che oggi la nostra scienza non riesce più a vedere. Ma cosa ancora più notevole, essi, attraverso tale legge, erano in grado di curarsi, pregare, costruire luoghi abitativi, divinare sul proprio futuro, difendersi, meditare, osservare e disporre gli astri in cielo . Oggi, abbiamo un termine con il quale siamo soliti indicare qualcosa o un luogo invisibile: DIMENSIONALE Infatti, da decenni ormai la Fisica, e non solo, parla di sistemi o livelli dimensionali utili a spiegare la nostra realtà. Secondo quanto ho appreso attraverso i miei studi, io penso che tutti i popoli antichi e, dopo di loro, una ristretta cerchia di iniziati, abbiano continuato a perpetuare la conoscenza di un sistema creante, dimensionale, posto a monte della nostra realtà. E’ giunto, quindi, il momento di spiegare

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perché, secondo me, in un tale sistema il 72 assuma una tale importanza. Suggerirei di ri-osservare l’immagine riguardante lo Zodiaco di Dendera.

Un fisico di fama mondiale come Michio Kaku, attualmente definisce i numeri dell’Ottava presenti nelle Equazioni Modulari di Ramanujan “numeri magici”.

In base alla mia ipotesi e come riferito in precedenza, abbiamo due fasi numeriche, costituite dal numero 36 (12 esseri + 24 braccia) e dal numero 72 (corpi contenuti nella sfera). Delle due però solo la prima è invisibile ai nostri occhi; diciamo che rimane in ambito “dimensionale”. La seconda è materia, quindi è visibile. In altre parole, il numero 72 indica sostanzialmente la Creazione, e per questo motivo è stato ed è utilizzato in modo trasversale da qualsiasi civiltà in qualsiasi contesto. LA PRESENZA DELL’ OTTAVA NELLA SCIENZA UFFICIALE Prima di passare definitivamente a Leonardo da Vinci, ritengo sia utile puntualizzare, attraverso qualche esempio, come e quanto l’ufficialità sia debitrice nei confronti di questo sapere, al quale tutt’ora non riconosce alcun merito. Nel primo decennio del secolo scorso un poverissimo indiano Tamil, spinto da un grande sogno, inviò due lettere nei templi dell’allora sapere matematico occidentale: Oxford e Cambridge. Ricevette una risposta dal Prof. Godfrey Herold Hardy, membro del Trinity College di Cambridge, il quale, di fronte alle 9 pagine di teoremi presenti nella missiva, rimase stupefatto.

Infatti, gli esperti nulla possono aggiungere in merito alla loro indiscussa capacità di “funzionare“ nel campo della Fisica Dimensionale, nonostante il motivo sia tutt’ora un mistero. Ora vorrei procedere con un secondo esempio. Se, come ipotizzo, la rappresentazione egizia non è altro che il compendio simbolico di un Campo dimensionale, di un Pattern, questo deve trovare un riscontro nella realtà. Dovrà quindi contenere dei riferimenti, nel frattempo diventati fondamentali per la nostra scienza, in grado di esprimersi come Leggi Universali appartenenti alla materia.

Hardy si era reso immediatamente conto di trovarsi di fronte al talento di uno dei più grandi matematici della storia umana.

Torniamo quindi allo zodiaco di Dendera, perché vorrei farvi notare un ulteriore particolare molto interessante.

Srinivasa Aiyangar Ramanujan ebbe l’opportunità di recarsi in Inghilterra, dove in pochissimi anni riuscì a gettare le basi equazionali di ciò che da li a poco sarebbe diventata l’unica teoria in grado di giustificare la nascita vibrazionale della materia: La Teoria delle Stringhe.

I numeri più volte già citati, 36 e 72, sono sostanzialmente 1\3 e 2\3 di un’ulteriore somma, sacra in tutto il mondo: 108 e 72 rappresentano i 2\3 di questo “nuovo” computo.

Oggi, tale teoria si è evoluta in Teoria delle Membrane, ma continua a poggiare i suoi fondamenti numerici su una semplicissima sequenza di numeri: 8

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In qualche modo, perciò, come già detto, dobbiamo ritrovare tale intervallo nella realtà. Ebbene da secoli ormai, ufficialmente, abbiamo adottato ed utilizzato una legge orbitale universale ri-scoperta per noi dal grande Keplero, grazie alla quale siamo in grado di inviare nello spazio satelliti e navicelle spaziali.


fig. 14

Essa recita: “Il Quadrato del periodo siderale di un pianeta (P) è uguale al Cubo del suo semiasse maggiore (A)” Da cui:

P 2= a3

“Stranamente” ritroviamo i numeri alla base della frazione di cui sopra (2/3) in un rapporto spazio-temporale. Di conseguenza, in questa realtà il movimento obbedisce a costanti frazionarie presenti nel Campo. Tale costante è rintracciabile anche in uno dei più grandi misteri della matematica di tutti i tempi: Il Teorema di Fermat. Davvero complicato per i non addetti ai lavori, vero? Ma il grande “potere” del mio metodo di ricerca, basato sul simbolo, sull’intuito e sull’analogia, è proprio quello di semplificare e rendere accessibile a chiunque ciò che altrimenti risulterebbe estremamente complicato e per “pochi eletti”. Quindi, torniamo a Dendera. Osserviamo che tipo di rapporto frazionario esiste fra i 12 esseri posti all’esterno della Via Lattea. Essi possono essere suddivisi in 3 gruppi di 4 esseri. Quindi l’intervallo in questione è pari a 3\4 o, specularmente parlando, pari a 4\3. Fu Cartesio il primo ad accorgersi che l’angolo di rifrazione di un raggio di luce che passa da un mezzo ad un altro, e quindi dall’aria all’acqua, è pari a 4/3. Dopo aver stabilito tale costante, Cartesio fu in grado di calcolare l’angolo di rifrazione della luce in un cristallo (pari a 3/2). Ciò diede inizio alla produzione di lenti capaci di prestazioni ottiche impensabili pochi anni prima. La ragione per cui ho riportato questi esempi, ai quali, tra l’altro, potrei aggiungerne molti altri, è quella di dimostrare che l’”ufficialità” è un concetto che trae origine da ”informazioni millenarie“ ingiustamente bistrattate.

fig. 17

fig. 15

fig. 18

fig. 16

IL GENIO Come ho accennato, chiaramente l’Ottava si ripercuote anche sul piano spirituale, oltre che su quello conoscitivo. Il fulcro della sua filosofia, per riprendere un esempio già citato in precedenza, è sintetizzabile attraverso l’incisione della Puerta del Sol. Se osserviamo con attenzione l’immagine, possiamo vedere che tutti gli esseri sono formati da animali, altri esseri, ecc, - esattamente come il loro creatore Viracocha (Fig.7 a). Tutto ciò, a mio avviso, per mettere l’accento su un fatto essenziale, il seguente: DIO è in tutto ciò che ci circonda DIO è LA CREAZIONE, come LA CREAZIONE è DIO Quindi, l’immanentismo ed il panpsichismo sono il fulcro tale sistema conoscitivo. Di conseguenza, tutti coloro che sposavano l’Ottava in passato ebbero la certezza di poter trarre direttamente dalla natura qualsiasi tipo di suggerimento utile a creare un tipo di scienza... sacra. Essi non potevano fare a meno di adorarla, ma soprattutto nulla avrebbero fatto per distruggerla. In un simile contesto può e deve inserirsi Leonardo da Vinci, poiché è storicamente risaputo con quale amore si rivolgesse alla “natura”, da lui ritenuta unica vera ispiratrice delle sue invenzioni. Perciò non dovremmo stupirci più di tanto nel constatare che egli spesso abbia messo in risalto la sua conoscenza del sapere in esame, inserendo numeri “sonici” nelle sue opere.

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A questo punto devo ammettere che il 72 è stato soprattutto una scusa, un’esca, spero non me ne vogliano i lettori, per condurvi a Milano al cospetto della Sala delle Asse (Fig.13), all’interno del Castello Sforzesco. Lì esistono centinaia di metri quadri di un affresco dipinto dal grande Leonardo, conservato egregiamente purtroppo solo nella parte riguardante il soffitto della Sala. E’ la rappresentazione di un meraviglioso bosco di alberi di gelso. Ponendosi al centro della Sala, si può facilmente osservare che cosa secoli fa Leonardo decise di dipingere intorno allo stemma del suo munifico “protettore”, il Moro. Visibile ad occhio nudo o meglio con una qualsiasi macchina fotografica dotata di zoom, è possibile osservare una ghiera di numeri 8, a testimonianza non solo del suo sapere, ma soprattutto di tutto ciò che finora ho riportato in questo articolo. Se vorrete utilizzare il numero come chiave, potrete scoprire 32 numeri 8 posti come una corona intorno agli apici di 16 alberi (Figg.14-15-16). Sostanzialmente, dopo millenni, la struttura numerica della Puerta del Sol fu ripetuta in Italia.

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Inoltre, nella parte esterna dell’affresco potrete osservare 8 sferette di puro e limpido cielo azzurro incastonate nella volta arborea. Intorno ad ognuna di esse Leonardo dipinse 12 numeri 8, portando così a termine il suo messaggio numerico. Con un minimo di pazienza, poi, potrete capire da cosa nascono i centinaia di Nodi presenti nel dipinto, passati alla storia come i “Nodi di Leonardo” e vi renderete conto di come quest’opera sia essenzialmente un testamento pittorico del suo vero sapere (Fig.18). Ma non è ovviamente questo l’unico esempio che posso portare a sostegno della mia tesi (come ho ampiamente descritto nel mio libro Il Genio sonico, Ed. Melchisedek) poiché possiamo ritrovare la sequenza in questione nel Cenacolo (Fig.19), o simbolicamente rappresentata attraverso i Nodi (Fig.20), nei suoi ritratti più famosi. Leonardo però non fu solo un pittore, quindi non dobbiamo stupirci se continuò ad utilizzare il Sapere dell’Ottava anche per creare, ad esempio, il grilletto di un fucile, disegnare la planimetria di Imola o progettare il Duomo di Pavia (Figg.21-22-23). 1. In sintesi, tutta la sua opera fu permeata dal “Sapere dell’Ottava”, che ritroviamo nuovamente nelle 6 incisioni donate alla scuola di pittura che fondò a Milano. Il significato di tali incisioni è tuttora un mistero per gli studiosi, ma se molto semplicemente seguiamo le iniziali da lui disseminate in un intervallo di Ottava (le sette Sfere), possiamo capire come il suo vero lascito non fu riposto in 2 probabili iniziali, ma nella volontà di trasmettere ai posteri . LA MATRICE PLATONICA DELLA NOSTRA REALTA’

CONCLUSIONI Riportando questi pochi esempi eterogenei riguardanti la presenza dell’Ottava nella storia umana, spero di aver fatto intuire ai lettori la possibilità concreta di poter rintracciare un unico filo conduttore in grado di dare un senso logico globale al divenire conoscitivo delle nostre

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civiltà, in tutti i campi. Ho cercato inoltre di dimostrare come e quanto sia sottile il diaframma fra ciò che erroneamente definiamo esoterico e l’ufficialità scientifica. Sono infatti convinto che la scienza-spirituale che ci ha preceduto fosse essenzialmente costituita da una Fisica basata sull’enorme conoscenza dell’interazione dei 5 solidi platonici (5 Città) che nascono dalla fusione dimensionale di 8 realtà a noi sconosciute. La somma vibrazionale delle loro caratteristiche è la Matrice di Campo di cui vi ho parlato. Alla luce di ciò mi rimane un unico scopo, quello di creare una sintesi conoscitiva fra il sapere del passato, che secondo me, nonostante tutto, rappresenta il sapere del futuro, e il sapere del presente, che rappresenta il nostro passato. Tutto ciò nella speranza che l’umanità possa regalarsi una nuova società trans-nazionale, capace di elaborare un’economia eco- e socio-compatibile, sorretta da valori etici e spirituali di tipo immanentistico. La ricerca di una verità dimensionale, che fu lasciata all’uomo in tempi molto remoti, non si è mai interrotta ed ha creato per millenni sulla Terra due fazioni, con intendimenti opposti. Rimane comunque, secondo me, l’assoluta necessità di poter affrontare una volta per tutte questo nodo del sapere, che cela la vera essenza dell’energia infinita ed intelligente posta a monte della materia. Questo nodo fu intrecciato quando l’uomo iniziò il suo cammino su questo pianeta, con la possibilità di essere sciolto solo attraverso l’accettazione di un unico fatto non più mitico che reale, secondo il quale mai ci hanno abbandonato coloro che ci regalarono la codifica della creazione.

Biografia : Michele Proclamato È uno scrittore, simbolista, che vive all’Aquila. Conduce una rubrica dedicata ai Crop Circles ed ha pubblicato numerosi articoli sulla rivista Hera, Misteri di Hera, Totem, Scienza e Conoscenza. Sono in uscita alcuni suoi articoli per Vivere lo Yoga e il Ria. È collaboratore di diversi siti telematici quali: Il Portale del Mistero, Stazione Celeste, Paleoseti, Cropcircle Connector, Altrogiornale, Riflessioni, Ufo network, Nonsiamosoli, Esonet. Ha partecipato a numerosi convegni e conferenze e tiene corsi e seminari. È accompagnatore di

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Tour basati sulle sue pubblicazioni: all’Aquila, Castel del Monte, Milano sulle orme conoscitive del grande Leonardo da Vinci, Assisi ed in Inghilterra, dove il sapere costruttivo dei Cerchi convive, da secoli, con alcune basiliche che recano il simbolo dell’OTTAVA. Il suo sito è: www.micheleproclamato.it. Tra i suoi libri ricordiamo: Il segreto delle tre ottave dai rosoni di Collemaggio ai cerchi nel grano alla ricerca delle leggi dell’universo (Melchisedek, 2007), Il genio sonico. La scoperta incredibile che lega ogni opera di Leonardo, ad un codice divino (Melchisedek, 2008), L’ ottava. La scienza degli dei (Melchisedek, 2008), La storia millenaria dei cerchi nel grano (Melchisedek, 2009), Quando le stelle fanno l’amore. Ossia: la teoria eterica del tutto (Melchisedek, 2010) e...


il grande mistero della cittàA'' perduta di

Labirinto

I

l Rio Guaporé (chiamato anche Rio Itenez, 1749 km di lunghezza) nasce nello stato brasiliano del Mato Grosso e scorre in direzione nord-ovest, disimboccando nel Rio Mamoré.

Il suo corso segna la frontiera tra la Bolivia e il Brasile, in particolare tra i dipartimenti boliviani di Santa Cruz e Beni con gli stati brasiliani del Mato Grosso e Rondonia. Fin dai tempi degli Incas il Rio Guaporé ha rappresentato una linea di frontiera, oltre la quale vi erano terre mitiche e poco conosciute, come il leggendario Paititi. Ecco un passaggio dello scrittore spagnolo Sarmiento de Gamboa, nella sua Historia de los Incas (1570): “E per il cammino che adesso viene chiamato Camata, [Tupac Inca Yupanqui] inviò un altro gran capitán chiamato Apo Curimache, che andò fino a dove nasce il Sole e camminò fino al Rio del quale adesso si ha avuto notizia di nuovo, chiamato “Paititi”, dove vi sono i Moxos dell’Inca Topa”. Il regno leggendario del Paititi veniva individuato presso un Rio chiamato appunto Paititi e veniva sovrapposto alle terre degli indigeni Moxos. Secondo Sarmiento de Gamboa gli Incas mantenevano rapporti amichevoli con il regno dei Moxos e con gli abitanti del Paititi, ma fece costruire due fortezze per delimitare l’influenza dell’impero incaico. Una di queste fortezze è stata individuata presso Riberalta, vicino alla confluenza del Rio Beni con il Rio Madre de Dios, mentre per quanto riguarda la seconda fortezza si ignora la sua possibile ubicazione. Secondo le cronache di Lizarazu (1635), gli Incas non si limitarono a costruire le due fortezze ma si instaurarono nel regno del Paititi assumendone il controllo. Ecco due passaggi della cronaca antica: “L’Inca del Cusco inviò suo nipote Manco Inca, il secondo a portare questo nome, alla conquista dei Chunkos, indios Caribe che vivono nella selva ad oriente del Cusco, Chuquiago e Cochabamba. E Manco entrò alla selva con ottomila indios armati, portando con sé suo figlio. E considerando la difficoltà del terreno [Manco] popolò la parte opposta della montagna del , dove dicono gli indios Guaraní, che sono arrivati in seguito a conoscere questo potente signore, che in quel monte si trovi grande quantità d’argento, e da lì tirano fuori il metallo, lo depurano, lo fondono e lo trasformano in perfetto argento. E così come fu a capo di questo regno del Cusco, lo è adesso in quel grandioso regno del Paititi, chiamato Moxos”. E’ possibile che realmente Manco (da non confondersi con Manco Inca) avesse governato il Paititi? Vi sono inoltre altri documenti antichi che narrano della fuga di Guaynaapoc (figlio di Manco) verso il Paititi, allo scopo di occultare i simboli sacri del Tahuantisuyo in un luogo nascosto, sicuro e lontanissimo dal Cusco. Ecco la cronaca di Felipe de Alcaya pubblicata nelle informazioni di Lizarazu (1635): “Quando finalmente il “re piccolo” [Guaynaapoc] arrivò alla città del Cusco, trovo tutta la terra conquistata da Gonzalo Pizarro, e suo zio [Huascar], assassinato dal re di Quito [Atahualpa], e l’altro Inca ritirato a Vilcabamba [Manco Inca]. E in quell’occasione così particolare riunì tutti gli indios che stavano dalla sua parte, e li invitò a seguirlo alla nuo-

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Yuri Leveratto

Spedizione nella selva del Rio Guaporé:

va terra che aveva scoperto suo padre [Manco], chiamata Mococalpa (adesso chiamata Moxos). […] Circa ventimila indios seguirono Guaynaapoc. Portarono con loro moltissimi capi di bestiame e artigiani dell’argento, e durante il cammino altri indigeni delle pianure si aggiunsero alla moltitudine, che alla fine raggiunse il Rio Manatti [Rio Guaporè]. E finalmente giunse al Paititi donde fu allegramente ricevuto da suo padre e da altri soldati e la sua felicità raddoppiò, per trovarsi in un regno inespugnabile e lontanissimo dal Cusco, che era ormai in mano agli invasori”. Questo luogo leggendario, il Paititi, inteso anche come terra mistica e rituale dove sono preservate le tradizioni antiche, è stato cercato per circa 500 anni in innumerevoli spedizioni, ma nessuno lo ha mai trovato. E’ stato cercato in Perú, Bolivia e anche in Brasile, ma nessuno ha potuto portare prove certe della sua esistenza reale. Durante il mio ultimo viaggio in Bolivia e Brasile ho potuto portare a termine alcune spedizioni per tentare di fare luce su questo mistero del passato. In Bolivia ho potuto, insieme al pilota ricercatore Jorge Velarde, compiere un’esplorazione aerea del parco nazionale Noel Kempff Mercado, allo scopo d’individuare dall’alto indizi importanti di queste antiche culture. La spedizione è stata un successo, in quanto abbiamo potuto documentare dozzine di laghi modificati dall’uomo ed orientati sull’asse nord-est/sud-ovest, oltre a moltissimi terrapieni e colline artificiali. In Brasile invece, insieme ad alcuni ricercatori dello Stato della Rondonia, ho potuto portare a termine alcuni viaggi sia nella conca del Rio Machado che in quella del Rio Guaporé. La nostra spedizione nella selva del Rio Guaporé aveva come scopo la ricerca di eventuali resti di culture incaiche o pre-incaiche che potessero essere riconducibili al leggendario viaggio di Manco e al rientro di suo figlio Guaynaapoc nella terra del Paititi. Il nostro obiettivo era una zona di

selva situata nelle vicinanze del forte Principe da Beira, un imponente baluardo costruito dai portoghesi nel 1776, per demarcare e controllare il territorio situato ad ovest del Rio Guaporé, appartenente al Portogallo a partire dal 1750 (trattato di Madrid). Nel versante occidentale del Rio Guaporé gli spagnoli avevano già costruito la missione di Santa Rosa (1743), che ebbe però vita effimera perché ormai tutta la zona era sotto il controllo dei portoghesi. I partecipanti alla spedizione sono stati: l’esperto in questioni indigene Evandro Santiago, il professore di Storia e Filosofia Zairo Pinheiro, il ricercatore Joaquim Cunha da Silva e il sottoscritto. Eravamo accompagnati dalla guida locale Elvis Pessoa. Ci siamo inoltrati nella selva in un luogo di-


stante circa quattro chilometri dal grandioso forte . Dopo aver camminato avanzando nella foresta per circa mezz’ora, ci siamo imbattuti in alcune strane rovine, dei muri antichi alti circa due metri.

ito con un architrave largo circa 1 metro che sorregge le pietre rustiche posizionate al di sopra di esso. La facciata è alta circa 2,30 metri. La nostra guida Elvis ci ha detto che tutto il luogo archeologico è denominato dai pochi nativi del posto Città Labirinto (cidade laberinto, in portoghese).

Quindi, camminando in direzione sud, abbiamo trovato un altro muro, questa volta alto circa quattro metri e lungo circa 15. La costruzione era rustica con pietre non molto grandi, incastrate tra loro in modo non perfetto. Dopo circa 20 metri ci siamo imbattuti in un altro muraglione, ma dalla parte opposta rispetto al primo (verso est), come formando un canalone.

ANTICA MAPPA DI “ PAITITI ”

Durante tutta la giornata abbiamo continuato ad esplorare la zona rendendoci conto che il Rio Guaporé è abbastanza lontano dalla Città Labirinto, più di un chilometro. Abbiamo inoltre esplorato la parte alta dei monticoli delimitati dagli alti muraglioni rustici, trovando degli spazi abitativi irregolari larghi circa due metri, delimitati da pietre non incassate perfettamente. L’indomani mattina abbiamo esplorato anche una zona situata ad est del portale, distante circa 700 metri, ed anche in quel luogo abbiamo trovato vari spazi abitativi o basi di vecchie fondamenta, ma non gli alti muraglioni di Labirinto. Siamo quindi tornati a Labirinto, concentrandoci non solo sull’interessante portale, dove si nota che i sedimenti nel suolo sono spessi circa 50 centimetri, ma soprattutto sui muraglioni e sulle basi di antiche fondamenta che sono negli spazi in cima ad essi. Una volta terminata l’esplorazione, abbiamo passato alcuni giorni nel paese rivierasco di Costa Márques, duranti i quali è sorto un dibattito tra di noi sull’effettiva origine di Labirinto. Il fatto che il forte portoghese Principe da Beira sia distante solo 4 chilometri potrebbe far pensare che Labirinto sia stato utilizzato come cantiere da dove i portoghesi del 1776 ritiravano e lavoravano le pietre, per poi trasportarle fino al forte con imbarcazioni lungo la corrente del Rio Guaporé. Secondo alcuni ricercatori di Rolim de Moura, inoltre, il portale sarebbe stato costruito per conservare le munizioni dei portoghesi in un luogo sicuro lontano dal forte. Questi ricercatori però non spiegano perché furono costruiti muri alti fino a 5 metri con tecniche rustiche, e soprattutto perché vi siano delle fondamenta di spazi abitativi negli spazi al di sopra di queste abitazioni. Inoltre non viene spiegato perché dei portoghesi, che ragionavano con una logica occidentale, avrebbero dovuto costruire un portale rivolto verso il nord nel bel mezzo della selva, proprio in un luogo dove abitarono popoli indigeni in passato. Secondo me la Città Labirinto è molto interessante dal punto di vista storico e archeologico, e anche se non si può dare un giudizio definitivo perché fino ad ora non sono stati effettuati scavi appropriati, è possibile avanzare alcune ipotesi.

La vegetazione all’interno del canalone era tanto fitta e densa che risultava effettivamente difficile distinguere molti dettagli senza avvicinarsi alle muraglie. Quindi ancora una volta, sul lato destro, ho notato che il muraglione formava un canale verso ovest, più stretto ma completamente occupato da fittissima vegetazione.

A mio parere gli alti muraglioni (almeno 4, ma potrebbero essercene altri) non possono essere stati costruiti da Europei del secolo XVIII, perché sono rustici ed imperfetti. La loro funzione sembra essere quella di delimitare delle zone elevate, dei monticoli, al di sopra dei quali vi sono dei resti di fondamenta di spazi abitativi che, per la loro forma e struttura, non possono essere stati costruiti né utilizzati da Spagnoli o Portoghesi.

Abbiamo quindi continuato ad avanzare con difficoltà fino a giungere ad una strana costruzione in pietra di forma quadrata di circa 5 metri di lato, all’interno della quale si può accedere attraversando un portale rivolto verso nord.

Vi sono anche poche possibilità che gli alti muraglioni siano stati costruiti da indigeni della selva bassa amazzonica, che storicamente non avevano la necessità né l’abilità di costruire delle strutture in pietra.

I lati della costruzione sono composti da muri diroccati alti circa 50 cm, mentre il portale è discretamente conservato, costru-

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La Città Labirinto potrebbe pertanto essere

Francisco Pizarro


stata costruita da popoli indigeni andini per ora sconosciuti, o forse da discendenti della famiglia reale incaica che si nascosero nella sponda occidentale del Rio Guaporé, come si evince dalla cronaca di Felipe de Alcaya. Per quanto riguarda il portale, anche qui i pareri sono discordanti. Anche se Labirinto fosse stato utilizzato come cantiere da dove venivano estratte le pietre dai portoghesi, che bisogno c’era di costruire un solo portale diretto verso nord? Non certo per fini abitativi; infatti, se così fosse, ne avrebbero costruiti altri. Per nascondere munizioni? E’ una possibilità, ma finora non provata. A questo punto pertanto, senza una seria campagna di scavo archeologico, è impossibile dare una risposta chiara e definitiva al grande mistero di Labirinto. La mia opinione finale è che tutta l’area fosse popolata da indigeni della selva bassa amazzonica. Vi è una reale possibilità che Labirinto sia stato modificato da discendenti di Incas ed utilizzato come centro cerimoniale per circa 200 anni (dal 1540 al 1740 A.D.). Quindi con l’arrivo degli Europei nella zona è possibile che sia stato abbandonato, ed in seguito utilizzato da portoghesi per estrarre pietre usate per la costruzione del forte Principe da Beira. Nella zona sono state trovate molte asce di origine inca e moltissima ceramica di stili diversi. Alcuni frammenti di ceramica sono raffinati e disegnati in modo esperto, altri sono rustici e forse erano usati solo come contenitori. Se fosse provata l’origine inca degli alti muraglioni di Labirinto, si potrebbe pensare che fosse un centro cerimoniale dove i discendenti di Huascar riportarono in vita le antiche tradizioni. Forse fu utilizzato per riorganizzarsi allo scopo di fondare una città vera e propria, il famoso Paititi, più all’interno, relativamente lontano dal Rio Guaporé. Forse all’interno del Parco Nazionale Pacaas Novos, dove sorge la Tracoá (picco Jarú), la montagna più alta della Rondonia? sito di riferimento : www.yurileveratto.com/it Sei sei interessato a sponsorizzare le prossime spedizioni contatta Yuri Leveratto Foto: Copyright Yuri Leveratto

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SEZIONE VIDEO occorre connessione ad internet

Video 1

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Biografia : Yuri Leveratto Nato a Genova nel 1968, ha conseguito la laurea in Economia nel 1995, e ha iniziato a lavorare presso un’agenzia marittima di Genova. In quel periodo ha dimostrato interesse per la letteratura e ha scritto il suo primo romanzo, “L’inverno dell’anima”. Successivamente ha vissuto a New York, dove ha lavorato come guida turistica, e poi, a partire dal 1999, si è imbarcato sulle navi da crociera della compagnia “Princess”, con funzioni amministrative. La sua passione per la fantascienza lo ha portato a scrivere “La guerra alle multinazionali”, e il suo proseguimento, “L’era degli autoreplicatori”. Nel 2004 ha lavorato come guida turistica in Italia. Dal 2005 vive in Colombia, continuando a viaggiare venendo a contatto con culture autoctone, studiandone la cultura e il loro modo di vita. Appassionato di storia cerca di trovare nel passato degli spunti che gli facciano comprendere il presente e le relazioni tra gli esseri umani. Il suo sito web è www.yurileveratto.com. Tra i suoi libri ricordiamo: La ricerca dell’El Dorado (Infinito Edizioni, 2008) e......

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di

AMELIA

‘ E''

Provincia di TERNI in UMBRIA

il 18 gennaio 2006, ore 7.05. E’ ancora buio nel borgo antico di Amelia quando si sente un grande frastuono. Si è verificato il crollo di un tratto di mura poligonali per un fronte lungo 25 metri e alto 15. Per pura fortuna, data la stagione e l’ora quasi notturna, nessuna persona si trovava a passare né lungo le mura sopra e né sulla strada sottostante. Nonostante la gravissima entità del danno, la notizia non uscì fuori dall’ambito regionale. Ci furono solo articoli sul Corriere dell’Umbria e sul Messaggero, nelle cronache di Terni e Perugia. Se fosse crollato un famoso monumento Romano quale, tanto per citare quanto accaduto di recente, il crollo della “casa dei gladiatori” a Pompei, che ha fatto rapidamente il giro del mondo, ci sarebbe stata una risonanza internazionale mondiale. Ciò non è avvenuto per Amelia, perché in realtà le sue Mura cosiddette Poligonali, come del resto tante altre mura simili che numerose e per lo più sconosciute sono sparse soprattutto nel Lazio in provincia di Roma, rappresentano misteriose opere dell’uomo di grandi dimensioni, diciamo “sovrumane”. Esse però non ci dicono niente, sono completamente mute, molte di esse (anche quelle di Amelia) sono opere molto elaborate, non costituite da semplici blocchi quadrati sovrapposti; non ci sono iscrizioni né incisioni che ne testimoniano la firma degli artefici. Insomma, niente storia da raccontare, a parte dei simboli fallici lasciati a scopo “apotropaico”, cioè propiziatorio, trovati piuttosto raramente, ad esempio tre sulla porta minore di Alatri, una a Cesi in provincia di Terni. Anche ad Amelia ne vengono citati, ma in una zona ben limitata e su mura all’interno di un terreno privato. . Effettivamente, dunque, l’assenza di storia collegata alle mura rende la loro esistenza piuttosto ignorata e poco studiata dalla maggior parte della gente, sia in Italia che all’estero. Tanto per cominciare, allo scopo di farsi un’idea delle loro forme e dimensioni su questi siti archeologici, comprendenti non solo il Lazio ma anche Toscana, Umbria, Abruzzo, Molise, Campania, si può consultare il Web 2 dove, per quasi tutti i siti nominati, si possono vedere una o più immagini delle mura. Andiamo ora a cercare di analizzare quali misteri si nascondono sulle M. P., cercando di capire CHI le ha costruite, QUANDO e COME, mentre il PERCHE’ sembra legato alla difesa/sicurezza (anche da eventi naturali), magari in relazione alla loro funzione di culto. Sul CHI le abbia costruite esistono moltissimi studi sull’argomento, condotti attraverso l’approfondimento delle opere di storici greci e romani, che però non portano a delle evidenze definitive. L’ipotesi più accreditata perché più ricorrente, e forse l’unica, è quella secondo cui il popolo dedicatosi a questo tipo di costruzioni sia stato quello greco antichissimo dei PELASGI. Il dossier di A. Arecchi3 tratta in modo diffuso dei Pelasgi e delle mura laziali. Sui “Pelasgians” si trovano le citazioni di molti autori quali Omero, Erodono, Tucidide, e di molti altri, per di più con notizie discordanti4. Alcuni punti di accordo sono, per esempio, che Pelasgus, il capostipite dei Pelasgi, era figlio di Zeus e di Niobe. Qualcuno riferisce che si debba andare indietro fino al periodo neolitico, intorno al 5.000 a. C.

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Poi si trovano dei Pelasgi sparsi in luoghi diversi e associati a popoli differenti. Dionisio di Alicarnasso fa invece riferimenti precisi sul trasferimento di una parte di Pelasgi in Italia e in particolare in Umbria (che era più estesa per lunghezza al centro Italia lungo le montagne dell’appennino, rispetto all’attuale piccola regione di Perugia e Terni). Hellanicus riferisce di Pelasgi dell’arcadia che andarono in Italia e fondarono Tirrenia, e perciò antenati degli Etruschi. In conclusione, pur essendo probabile l’origine Pelasgica ci sono troppi elementi di incertezza e, mentre su alcuni siti archeologici si parla espressamente di mura Pelasgiche, per molti altri si parla esclusivamente di Mura Poligonali (anche ad Amelia, fino ad una trentina di anni fa, la cinta muraria era denominata “Mura Pelasgiche”). Oggi si tende ad usare, per tutte, il termine generico di Mura Poligonali. Sul QUANDO siano state erette le mura non esiste la minima indicazione certa ma solo attribuzioni vaghe; di solito in tutti i riferimenti si parla in modo molto generico di opere costruite tra il VII ed il II secolo a.C., ma riteniamo che esse debbano essere molto più antiche, altrimenti gli storici Romani (in base alla datazione “ab Urbe Condita”, cioè alla fondazione di Roma nel 753 aC) ne avrebbero potuto dare notizia. In proposito, comunque, F. Della Rosa5 riporta una nota secondo cui, da una lettera di studiosi francesi, le mura di Amelia risalirebbero, a detta di Catone il Censore,

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Fabio Broussard

MURA POLIGONALI

citato da Plinio il Vecchio, a circa l’anno 1132 AC. Sul COME siano state costruite, qui si cade in un ambito comune ai misteri delle grandi opere dall’antichità distribuite in tutto il mondo. Come nel caso delle piramidi di Giza e delle grandi piattaforme di Baalbek, prevale il mistero: come tagliare i grandi blocchi di roccia, trasportarli, dargli la forma, mettere in opera. Non si trovano descrizioni del genere neanche per le mura poligonali d’Italia. Per quanto riguarda il Sacsayhuaman degli Incas, con le gigantesche mura fatte da blocchi alcuni pesanti più di 10 tonnellate, i riferimenti dicono che esse siano state costruite da Pachacutec e successori a partire dal 1438 fino circa il 15006. La grande muraglia è fatta di pietre alte anche 5 metri e larghe 2,5, con pesi di decine di tonnellate. Ci sono anche delle mappe dettagliate. Non possiamo fare a meno di porci l’interrogativo “ma come avranno fatto gli Incas con i mezzi tecnologici a loro disposizione qualche anno prima della scoperta dell’America?”. Non aggiungiamo altro. Concludiamo dicendo che gli interrogativi sovra esposti sulle Mura Poligonali Italiane restano dei misteri irrisolti, e potrebbero far pensare a tecnologie usate nel passato di cui non ci è arrivata traccia. Questo tipo di costruzioni è stato ovviamente molto studiato al fine di classificarle e differenziarle. Oltre al fatto di avere dato il termine generale di “Mura Poligonali” (usando talvolta il termine di ciclopiche o megalitiche), importante è la classificazione che è stata data da. G. Lugli7, per evidenziare le differenze delle forme dei blocchi di pietra che in realtà ci sono tra i vari siti, o nello stesso sito ma costruite in tempi diversi. Il Lugli ha suddiviso le Mura Poligonali in 4 categorie, da lui denominate di “I , II, III, e IV MANIERA” dove, senza entrare nei detta-


gli, si passa dalla “I Maniera” a blocchi non levigati, tagliati e messi a contatto tra di loro in modo piuttosto grossolano, a mura sempre più rifinite (più ricche di facce e superfici meglio combacianti ed esenti da interspazi). Supposto come premessa che ciascun popolo abbia voluto fare quanto di meglio possibile in complessità e solidità delle mura per garantire la maggior durata delle loro costruzioni, una tale classificazione può dare un’idea del grado di minore o superiore sviluppo tecnologico di quel popolo.

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Prendiamo ora in considerazione le mura poligonali di Amelia, che si possono considerare, per lunghezza e forma, tra le più elaborate d’Italia. Precisiamo innanzitutto che esse sono tutte rialzate, sovrapposte da muratura di piccola pezzatura tradizionale di periodo romano o medioevale. Ma la caratteristica più importante è che esse costituiscono un lungo semicerchio di circa 800 metri (circa 500 effettivi, togliendo i tratti brevi di rifacimenti in mura romane e medioevali). In realtà non si tratta di un vero semicerchio, perché le mura non hanno tratti ricurvi ma solo dritti, raccordati con angoli. Come risultato esse girano a segmenti invece di ruotare a tratti tondi. Ebbene, l’abilità dei costruttori si è manifestata proprio nella lavorazione di questi blocchi speciali, che non sono dritti ma angolati, realizzando nel punto di raccordo una grande stabilità delle mura che continuano come pezzi interi uguali ai tratti dritti. Ciò rappresenta un’ulteriore prova di abilità dei costruttori nell’esecuzione di incastri più elaborati tra i blocchi su linee non dritte. Da notare che su tutte le mura ci sono più di 10 di questi tratti ad angolo, come si può vedere nella pianta sotto riportata. Le mura sono inoltre di possente imponenza tanto che, con il passare dei secoli, gli abitanti ci hanno costruito sopra case, piazze, coltivazioni, giardini e tutte le opere di urbanizzazione, compresi i canali di scolo dell’acqua piovana. Il Comune di Amelia ha affisso delle informazioni turistiche con una pianta schematica dell’antico borgo quasi completamente circondato da mura, che qui viene riprodotta interamente. Nella figura successiva riproduciamo solo la parte delle Mura Poligonali (inframezzate anche da tratti

di mura dei periodi successivi, caratterizzati da pietre di piccola pezzatura). Nella pianta ritagliata il n° 2 è riferito alla Porta Romana, ai cui lati si dipartono le mura poligonali che, indicate con il n° 1, costituiscono tutta la parte di mura del ritaglio fatto.

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La sequenza delle foto sotto riportate, tutte opera dell’autore, è la seguente. La foto 1 rappresenta la Porta Romana (zona Sud) con, in entrambi i lati, i primi tratti di mura poligonali; di lato un tabellone illustra la storia di Amelia. In essa una breve citazione sulle Mura Poligonali informa che esse risalgono ai secoli VI – V a. C e che Catone il Censore riferisce nelle sue “Origines” sulla fondazione di Ameria (l’antico nome) a ben quattro secoli prima di quella di Roma.

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Le foto 2 e 3 sono i tratti di mura adiacenti alla Porta Romana. Foto 2: tratto di mura sulla sinistra di Porta Romana, andando verso Est. Foto 3: tratto di mura alla destra di Porta Romana, andando verso Ovest. La foto 4 mostra la parte finale della continuazione del tratto della foto 3, e si vede in fondo la zona di interruzione, dove inizia un tratto con muri “normali”, simili a quelli delle abitazioni sovrastanti. Scendendo oltre, riprendono i grandi blocchi Poligonali.

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Non potendo riportare in foto per ragioni di spazio il giro di tutte le complesse mura, ci limitiamo a mostrare altri tratti significativi dove

Confronto con le mura ciclopiche di Sacsayhuamán in centro america fonte Yuri Leveratto

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si vedono i cambi di direzione delle mura, alternando segmenti brevi e lunghi. Come già anticipato prima, gli spigoli sono stati fatti con dei blocchi angolari continui nel punto ad angolo delle mura, conferendo così una grande stabilità alla costruzione. Esempi sono dati nelle foto 5 , 6 , 7 , 8, che corrispondono alla continuazione delle mura dal lato sinistro (verso Est) di Porta Romana.

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Notare in figura 8 la torre contenente, all’interno, l’ascensore per l’accesso al borgo rialzato.

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Una notizia importante: proprio proseguendo oltre la torre c’è una ampia zona recintata e chiusa ai pedoni, laddove c’era stato il crollo dei 24 metri di mura poligonali in data 18 gennaio 2006. Si possono visionare, sul web, foto del crollo appena avvenuto, sul Sito Ufficiale Mura Poligonali Comune di Amelia. Da questo lato segue ancora un tratto poligonale, poi uno lungo a mura “normali” (romane o medioevali) fino alla Porta Leone IV (in pratica partendo dalla torre ascensore alla porta Leone IV, metà mura è poligonale e la successiva è normale), che viene mostrata in foto 11 con gli ultimi 20 metri di mura poligonali della parte Est. Fino a questo punto sono state mostrate le mura poligonali da Sud ad Est. La cinta muraria “normale” prosegue salendo in alto e si ricollega dopo un ampio giro con l’altro tratto poligonale ad Ovest.

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Ipotesi diffusione cultura pelasgica

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Ed è proprio nel tratto Ovest che è successo un altro sorprendente avvenimento. E’ accaduto infatti che durante i lavori di consolidamento eseguiti nella zona Occidentale delle mura sia venuta alla luce, circa due anni dopo, un’antica porta presso le mura poligonali in zona opposta a quella del grande crollo, cioè a Sud Ovest sulla destra di porta romana, proseguendo nella zona appresso al tratto di foto 4. Durante i lavori è stato evidenziato il contorno della nuova porta, che è ad arco a blocchi di pietre ricurve che non hanno niente in comune con quelle di mura poligonali tipiche ad architrave dritto posto sopra i massi laterali che fungono da pilastri di sostegno. Questa porta è stata messa bene in evidenza dei contorni, ma necessita di ulteriori accurati lavori di scavo in profondità, per accertare dove essa portava all’interno del borgo. Un articolo8 riferisce di ipotesi di esperti per cui la porta poteva essere quella di accesso alle terme del periodo romano. Se ciò sarà confermato, sarà sicuramente utile alla conoscenza della storia di Amelia, ma non aggiungerebbe altro sull’origine delle mura poligonali. D’altra parte, proprio in quella zona F.

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Della Rosa9 aveva preconizzato, sulla base di indagini storico-cartografiche, l’esistenza di una porta che doveva avere avuto in origine un architrave monolitico posto sopra due robusti stipiti ed un intorno del tutto di forma simile a quello della Porta Maggiore della Civita di Alatri, e poi di come crolli e rifacimenti di raccordo tra le mura avessero portato ad un tratto di mura (quello riportato in foto a pag. 46 dell’articolo) breve e discontinuo come appariva nel 2002, in cui un lato è fatto di mura poligonali. Pertanto gli scavi all’interno della porta ad arco ora messa in luce potrebbero portare a sorprendenti scoperte, se si trovassero parti di monoliti da far pensare all’effettiva esistenza nelle mura poligonali di Amelia e anche ad una porta ad architrave originale tipica delle mura poligonali per esempio di Alatri. Le immagini di foto 12, 13, 14, 15, sono state fatte rispettivamente il 12, 13 e 16 luglio 2008 (primi lavori di puntellamento, in una si vede in primo piano l’arco ai primi lavori e la successiva è un quadro laterale di insieme); in figura 14 (del 4 settembre 2008) il cantiere è consolidato e dotato di impalcatura, poi in figura 15 i lavori sono stati sospesi. Per quanto abbiamo sentito di recente, i lavori dovrebbero riprendere a breve. Questa porta antica si trova circa a metà tra porta romana e la fine poligonale della cinta muraria, in prossimità di un’altra grande torre di tipo quadrato. Ci limitiamo a mostrare il tratto molto interessante che dal punto della zona della nuova porta si allunga verso ovest. Qui le mura ad opera poligonale proseguono fino ad un punto dove si raccordano in modo obliquo, con un rifacimento in opera quasi quadrata di fattura tardo romana.

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C’è ancora qualcosa di molto importante a proposito delle mura di Amelia che si aggiunge ai misteri delle sue origini. Si tratta della presenza delle cosiddette “MURA MEGALITICHE” che sono all’interno del borgo, in posizione periferica, estese per un tratto molto breve a massi di forma “primitiva” poco elaborata. Prima di chiudere con le mura poligonali facciamo presente che, fotografando quasi al completo tutti i tratti delle mura in tempi diversi, ci siamo imbattuti in una pietra da record non per dimensioni ma riguardo agli angoli, che superano la famosa pietra di Cuzco a 12 angoli. Premettiamo che questa pietra record era già stata da noi fotografata alcuni anni indietro ma, in quanto coperta da vegetazione, non aveva angoli ben evidenziati. Riportiamo qui alcune foto: una con l’insieme verticale del tratto che la contiene, poi un ritaglio; una con la sola pietra ritagliata, schiarita, e resa in bianconero per meglio evidenziarne i contorni; infine come appariva nel 2003 con cespugli. Per fortuna ormai tutti i tratti di mura sono stati ripuliti in anni recenti e, dopo anni di ricerca di pietre degne da confrontare a kuzco, l’abbiamo trovata. Certamente, la pietra di kuzco è imbattibile in perfezione degli incastri (il famoso detto che nelle intersezioni non ci passa nemmeno una lametta da

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Pietra poligonale a 12 lati di Cuzco

barba) e tuttavia è pensabile che dopo oltre 2000 anni le condizioni climatiche diverse e la diversa composizione della pietra di Amelia a confronto con porfido e andesite degli Incas abbiano fatto la differenza. Con queste ultime immagini speriamo di aver dato un quadro generale discreto sullo stato, sulla varietà e sulla complessità delle Mura Poligonali di Amelia, che come quelle numerose del Lazio e di altre regioni italiane sono degne di essere prese in considerazioni dagli appassionati di archeologia protostorica, al pari delle lontanissime mura oltreoceano.

Biografia : Fabio Broussard

Libero ricercatore, vive in lombardia ma si reca spesso in umbria dove ha dei possedimenti. Suoi studi son stati pubblicati su riviste di settore italiane e estere quali la tedesca SAGEHHAFTE ZEITUNG. Studioso della civiltà peslagica, ne sta approfondendo alcune loro realizzazioni nelle mura megalitiche poliginali dell’umbria e del Lazio.


Leggenda o realta ?

Katia Celestini

Vampiri

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ono sempre stata affascinata dalle storie oscure di vampiri, fantasmi, mostri che popolano l’immaginario onirico umano fin dalla notte dei tempi. Queste creature sono state protagoniste della mitologia e di grandi capolavori della letteratura e dell’arte. Non ho mai pensato si trattasse solo di pura leggenda, pura fantasia, ma mai avrei immaginato che un giorno anch’io avrei catturato uno di questi strani esseri con l’obiettivo della mia macchina fotografica. Alcune settimane fa mi trovavo in zona Rovato per eseguire una serie di scatti a dei treni in transito lungo la linea Milano-Brescia. Camminando a lato dei binari adiacenti a dei campi, ho notato la carcassa di uno strano, piccolo animale dai denti straordinariamente grandi ed aguzzi. Avvicinandomi per osservarlo meglio ho visto che era lungo circa 20 cm., il muso era simile a quello di un topo o di un roditore, ma non aveva i tipici incisivi allungati che hanno questi animali, anzi, possedeva in realtà quattro lunghi canini notevolmente accentuati per lunghezza e dimensione, spropositati rispetto alle esigue dimensioni del corpo. Lo scheletro, piuttosto ben conservato, era ancora parzialmente ricoperto da pelo bruno-rossiccio. Ho escluso subito potesse trattarsi di un gatto perché gattini lunghi circa 20 cm. non hanno denti tanto sviluppati. Ho iniziato subito a scattare alcune fotografie col 55-300 mm. della mia Pentax che mi ha permesso, grazie allo zoom, di riprendere ogni dettaglio senza avvicinarmi troppo al limite del binario, sul quale transitano treni ad alta velocità. Questo animale era adagiato su un fianco accanto alla linea ferroviaria, in prossimità delle rotaie. Tutt’attorno c’è una zona di campi non coltivati con un piccolo canale di scolo che li attraversa. Ho ipotizzato che questa creatura sia potuta provenire dal canale e che possa aver trovato la morte ingerendo del veleno, forse un topicida, poiché la porzione di pelo attorno alla bocca sembrava sporca di una sorta di bava secca e schiumosa. Ho escluso l’ipotesi che possa essere stata investita da un treno perché lo

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scheletro si sarebbe frantumato, mentre è rimasto pressochè intatto. Nessuno finora ha saputo dirmi con certezza di che animale si tratti. Le ipotesi sono diverse: un topo dalla dentatura spropositata? Un qualche tipo di animale esotico fuggito da un’abitazione privata? Uno strano incrocio genetico nato spontaneamente nell’ombra profonda delle fogne o creato in qualche laboratorio di sperimentazione?

Appena l’ho visto, per via della dentatura ho pensato a quei pipistrelli vampiro che vivono in centro e sud America. Naturalmente non può certo trattarsi di uno di questi animali, ma ecco che le similitudini con le leggende e il folklore legato a mostri e vampiri tornano a farsi strada…forse perché l’immaginario di un bestiario fiabesco e fantastico riesce meglio a spiegare l’ignoto che ci circonda ?

Biografia : Katia Celestini Sono nata a Brescia, nel 1976. Dopo il liceo artistico ho frequentato la facoltà di Lettere Classiche, indirizzo Archeologico, all’Università Cattolica di Brescia. Fotografo da circa due anni e mezzo. Ritraggo soggetti vari, anche se, in particolare, mi occupo di realizzare reportage di archeologia industriale, aree dismesse, case od ex ospedali abbandonati, perché sono molto attratta dal mistero che questi luoghi racchiudono, dai ricordi e dalle storie che sono imprigionate fra i muri, le stanze, i corridoi degli ex ospedali psichiatrici o delle case disabitate che ho fotografato. Il passato di cui sono impregnati questi luoghi ha una memoria storica molto forte, e se si resta in silenzio, se ne può percepire la presenza. E’ questo che racconto con i miei scatti. Parallelamente alla fotografia mi occupo anche di scrittura, con l’Editrice GDS ho pubblicato due libri di poesia (“Luce d’ombra” GDS 2011 e “Incantesimi di carta” GDS 2012), una mia poesia “Ali di Gabbiano” è stata pubblicata nella silloge “Poesie del Nuovo Millennio”, Aletti Editore 2011 e un altro mio testo poetico, “Memento”, è stato pubblicato sul n.261 della rivista “Poesia”, Crocetti Editore. I miei lavori fotografici sono stati pubblicati su: PhotoVogue, iMag Magazine, Fluster Magazine, FrizziFrizzi, PH Magazine, SettePerUno, Iconology. Mostre Collettive: Saturarte, Genova 2011 e Arte Genova 2012. Sito Web: www.alchimilla.it Email: info@alchimilla.it

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Cari lettori di Runa Bianca, benvenuti su questa pagina di “Cultura Vedica”. Alcuni di voi avranno sicuramente sentito parlare del Karma, della medicina Ayurvedica e di reincarnazione in modo molto fugace. Certamente molti di voi si saranno chesti, almeno una volta nella vita, il motivo per cui siamo nati, chi siamo, da dove veniamo, dove siamo diretti, per quale motivo talvolta siamo infelici, nonostante i nostri sforzi per non esserlo. A questa e ad altre domande fondamentali, “Cultura Vedica” si propone di dare risposte puntuali, scientifiche, dettagliate e compresibili. Permettetemi di ringraziare Lilly Antinea Astore e tutta la redazione di Runa Bianca per avermi concesso questa opportunità. Buona lettura!

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Alessandro Puddu

CULTURA VEDICA La comprensione dell’anima


Presentazione della cultura vedica La cultura vedica affonda le sue radici in milioni di anni fa. Ma solo da cinquemila anni essa è disponibile in forma scritta. Fino ad allora, essa veniva tramandata oralmente, da maestro a discepolo. Di tutta la vasta letteratura vedica, lo Srimad Bhagavatam, assieme alla Bhagavad Gita, rappresentano il summum bonum, poiché sono l’essenza e la conclusione ultima. Veda trattano tutti gli argomenti, dall’astrologia all’astronomia, all’anatomia umana, la fisica, la fisica, la psicologia, la vita extraterrestre, l’alimentazione, la medicina e tanto altro. I Veda non sono una religione, ma scienza della vita. Lo scopo che si propongono è di offrire soluzioni permanenti a tutti gli interrogativi sulla natura intrinseca dell’essere umano, degli universi, di Dio, di come avviene la creazione. I lettori che seguiranno con costanza, ponendo domande personali, usciranno certamente arricchiti da tale esperienza. Invito tutti indistintamente ad usufruire di tale opportunità. Ad ogni numero di Runa Bianca, su questo spazio, tratteremo un argomento specifico. I lettori, attraverso la redazione, sono invitati a fare domande sui temi legati all’argomento trattato. Riceveranno risposta sul numero successivo. Buona condivisione a tutti. Dio e l’anima Prima di iniziare lo studio di questa immensa scrittura, permettetemi di rendere omaggio al mio maestro spirituale, Sri Srimad Bhakti Promode Puri Maharaja. Om ajnana timirandhasya jnananjana salakaya caksur unmilitam yena tasmai sri guurave namah. Traduzione: Sono nato nelle più profonde tenebre dell’ignoranza, ma il mio maestro spirituale mi ha aperto gli occhi con la torcia della conoscenza. Offro a lui il mio rispettoso omaggio. Nella Bhagavad Gita (che tradotto significa “il canto del beato”), Krishna spiega al suo amico Arjuna che tutti gli esseri sono legati a Dio da una relazione eterna, ma sotto l’influsso della materia dimenticano completamente tale legame. Il risveglio di questo legame divino è detto Svarupa Siddhi, realizzazione perfetta della nostra condizione originale ed eterna. Appena ci arrendiamo nuovamente a Dio ritroviamo la nostra relazione con Lui, che può manifestarsi in 5 modi diversi: 1. relazione passiva, o neutra; 2. relazione di servizio; 3. relazione di amicizia; 4. relazione genitoriale; 5. relazione amorosa. Ogni anima dunque, al suo stato “purificato”, riscopre l’eterna relazione che lo lega a Dio. Se, per esempio, voi avete una relazione amorosa con Lui, avrete l’opportunità, una volta liberati dall’energia materiale, di ristabilirla e viverla direttamente con Lui, divenendone mogli e amanti e trovando quell’appagamento e felicità totali che tanto bramiamo di raggiungere in questo mondo, senza ottenere il risultato sperato. Sapete perché cerchiamo ostinatamente la felicità? Perché è nella nostra natura di anime. E’ detto che Dio è “pura felicità”, e noi anime siamo fatte a Sua immagine e somiglianza, ma finché soggiorniamo in corpi materiali non avremo la possibilità di raggiungere la “pienezza della felicità”. Dobbiamo cercare di capire qual’è la nostra posizione originale, solo così potremo riconquistare la felicità. Unione con Dio non significa divenire un tutt’uno con Lui: non ci sarebbe relazione, non esisterebbe scambio di amore, diverrebbe tutto piatto, no! Noi con Dio abbiamo una relazione vera e propria, di divertimento, passione, emozioni, creatività, come individui, eternamente distinti da Lui. Lui è il Supremo, con la sua incredibile e inconcepibile personalità. Noi siamo minuscoli frammenti della Sua persona, e possediamo le Sue caratteristiche in quantità infinitesimale, mentre in Lui tutto ciò si esprime all’infinito. Altrimenti, cosa significherebbe il termine “Dio”? E’ talmente stupido credere di essere Dio, che se qualcuno lo fosse veramente si asterrebbe dal dirlo. Dio stesso ci insegna, nei Veda, come conoscerlo, come fare ad avvicinarlo, e ci spiega anche che Lui si riserva il diritto di celarsi agli stolti e invidiosi, attraverso le sue innumerevoli energie. Questa energia materiale, creata da Lui, è invaliccabile per gli esseri condizionati ma, per colui che sinceramente si arrende, diviene facile superarla. Questo è il vero significato del termine “trascendere”: superare l’energia materiale! Divenire trascendentali, andare oltre l’energia materiale, che ci offusca la visione e ci impedisce di vederLo.

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RunaBianca aprile 2012

Alcuni individui sostengono che mai nessuno ha visto Dio. Bisogna qualificarsi per poterLo vedere, sviluppare una visione spirituale. Supponiamo di chiedere udienza al Papa. Dovremmo per forza adeguarci a ciò che richiede tale occasione: vestirsi in modo adeguato, avere un comportamento educato e mite, essere puliti ed avere un’attitudine rispettosa della sua persona. Senza tali requiisiti, gli assistenti del Papa non ci permetteranno di incontrarlo. A maggior ragione, se noi vogliamo vedere Dio dobbiamo qualificarci per incontrarLo. Per concludere, coloro che si arrendono a Lui, con attitudine umile e sincera, possono incontrarlo, ma prima bisogna dimostrarGli che il nostro desiderio è puro e autentico. Se, per esempio, nel mondo materiale, una donna viene tradita dal proprio uomo, e questa donna vuole perdonare nonostante si senta offesa, accetterà la richiesta di perdono da parte dell’uomo, ma prima vorrà accertarsi della sincerità di tale pentimento, e gli assegnerà delle prove da superare. Vedete come siamo fatti a Sua immagine e somiglianza? Queste caratteristiche esistono in noi perché esistono in Lui. Per conquistare Dio e tornare ad occupare la nostra condizione originale dovremmo dimostrare di avere un sincero e autentico desiderio e superare molte prove; solo allora Dio, che è una persona, la Persona Suprema, ci concederà non solo di vederLO, ma anche di toccarLo, giocare con Lui, scherzare con Lui, mangiare, confidarsi con Lui, in uno scambio eterno, fatto di eternità e conoscenza. Ma tutto ciò accadrà nel mondo spirituale, la nostra dimora originale, dove non esistono ansietà, malattie, morte. I Veda descrivono pianeti spirituali dotati di luce propria, dove non esistono la notte e le tenebre, e descrivono il mondo materiale come il riflesso distorto di quello spirituale. La differenza sta nel fatto che nel mondo spirituale tutto si svolge eternamente, in uno scambio di sentimenti puri, mentre in quello materiale tutto è temporaneo, e gli scambi nei rapporti sono sempre macchiati da impurità. I Veda ci insegnano a purificarci e a tornare a Casa. Krishna dice nella Bhagavad Gita che ogni sforzo compiuto in questa via non andrà mai perso, ma ogni sforzo compiuto verso la gratificazione dei sensi andrà cancellato, nel momento della morte. Vi prego, dunque, di avere pazienza e tolleranza, se talvolta non comprendete o non condividete qualche concetto, e vi invito a fare domande che possano chiarire qualche dubbio che inevitabilmente sorgerà. Io sarò a vostra completa disposizione, per comprendere meglio, attraverso l’ausilio dei Veda, che sono stati enunciati direttamente da Dio. Vi ringrazio infinitamente. Biografia : Alessandro Puddu nasce a Capoterra (Ca) il 16/04/1960. Frequenta il primo anno delle scuole superiori, poi si dedica (come autodidatta) allo studio comparativo delle religioni. Contemporaneamente si dedica al restauro di antichità presso uno studio laboratorio a Cagliari. Nel 1980 si trasferisce a Roma, dove continuerà a lavorare come restauratore e ad estendere i suoi studi sulle religioni. Antiestremista e profondamente razionale, non si farà condizionare dai vari proselitismi. Nel 1982 inizia a studiare la cultura vedica, dalla quale rimane affascinato. Finalmente risposte esaudienti, spiegazioni scientifiche, dettagliate, la logica non come eccezione ma come regola. Inizia così a dissettare la sua anima e non smette più di bere il nettare che sgorga da quella fonte di conoscenza. Nel 2000 incontrerà un rappresentante autentico della cultura vedica (Guru), dal quale verrà iniziato e invitato a diffondere questo prezioso messaggio. Attualmente vive a Roma.

Manifestazioni di krishna

Om_Hrim_Siddhi_Chakra

chaitali

SRI SRIMAD BHAKTI PROMODE PURI MAHARAJA.

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RUNA BIANCA n°9 - Aprile 2012  

RunaBianca rivista di libera consultazione su : Archeologia, Scienza, Benessere, Medicina, Filosofia e Misteri

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