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Luca Tacchetti

Prima della fine

Erano mesi che non vedevo il mare. Una distesa a perdita d’occhio di acqua salata, inquinata da fiumi, fogne, piogge e motori diesel. La costa laziale per anni, senza adeguati depuratori, ha scaricato nelle proprie acque la spavalderia e il perbenismo della classe medio borghese romana, dai loro cessi di ceramica viterbese, villette a schiera in stretti consorzi abusivi non a norma. Giardini curati, piastrine anti-zanzare, pattumiere e gatti randagi, biciclette scrostate dalla salsedine. Io e Ilaria eravamo sull’orlo della rottura. Il destino è crudele come un scarpa nuova che ti fa sanguinare il tallone. Nei primi tempi è un dolore costante, fastidioso, poi basta porre un piccolo cerotto, rimuoverlo quando ti sei abituato e via, la vita può continuare. Non volevamo arrenderci definitivamente e per questo avevamo deciso di passare una giornata in completa solitudine lì, tra granelli di sabbia e plastica mediterranea. La spiaggia in un giorno feriale di maggio era popolata da qualche gabbiano sperduto, fuggito all’immondizia della città eterna. Ci sdraiammo su un asciugamano mentre Ilaria, sistemandosi le ciocche castane, prendeva il telefonino per spegnerlo. Mi tolsi gli occhiali da sole e li lanciai nella sua borsa, mancandola di qualche metro. Ilaria li prese ridendo e li pulì con cura con il lembo della polo. Fu un gesto che mi fece star male. Ilaria era un esperimento andato a buon fine della bellezza evolutiva. L’esempio più alto della letteratura da salotto buono, senza fodere di plastica sui cuscini. Aveva ventitré anni e sarebbe partita per Marsiglia da lì a poco. Una mattina, svegliandomi da lei, l’avevo trovata in cucina che mi preparava il latte. Lei era intollerante e aveva comprato il cartone unicamente per me. E mi aveva sorriso. Rimasi sconvolto. Il mare era un tavola impressionista. Entrambi eravamo consci dell’ipocrisia di questi gesti ripetuti secondo un codice di comportamento stabilito da anni. La presi tra le braccia. Aspirai il suo profumo. L’olfatto un senso emarginato,


rinchiuso tra categorie artefatte e preconcetti disegnati da ritardati mentali. Le persone non si soffermano sulle gradazioni, viaggiano tra categorie impostate, senza badare alla sensibilità che si cela nel profumo di una donna, quelle gocce versate per meravigliare un giovane amante all’apice della passione. La semplice maglietta che hai sempre amato e che lei conosce, abbinata al volto florido e limpido scatenano reazioni incontrollabili di sentimenti attutiti dalla sordità momentanea. La presi e le feci scorrere la mano per tutto il corpo. Era meravigliosa. La luce la colpiva di taglio insinuandosi nelle fossette. Io ero innamorato di quella ragazza, ma ancora cercavo di combattere contro il cocktail di ormoni e sostanze chimiche. Ci abbracciamo per aspirare le nostre anime. Eravamo drogati di sensazioni, alla ricerca senza fine di un singolo momento da eclissare sulla pellicola in bianco e nero dell’esistenza. Con l’indice della mano destra iniziò a seguire le linee del mio viso, incespicò nelle cavità oculari, sfiorò appena le labbra. Mi dipingeva nei suoi ricordi più intimi, al sicuro da sconvolgimenti esterni. Questo mi tranquillizzava. Presi una mela e gliela sbucciai. Prendeva gli spicchi delle mia mano guardandosi in giro. Un padre forse separato, forse disoccupato, forse erano affari suoi, aiutava suo figlio ad alzare l’aquilone. Il bambino piagnucolava perché il vento era calato. Il papà però cercava di incitarlo e iniziò a correre come un matto sulla sabbia asciutta. Dopo dieci minuti di andirivieni le sue scarpe di camoscio persero stabilità e, colpa anche di una buca perversa, collassò a terra. Suo figlio rise, risi anche io, Ilaria si accodò. Tranne il tipo che, rialzatosi, si pulì la camicia azzurra, si guardò in giro per vedere se vi fossero stati testimoni, blaterando scuse malposte. Ci lanciò un’occhiata e riprese la giostra con il suo erede. Facemmo l’amore quella sera stessa. Una cosa automatica, senza troppe elucubrazioni. La mattina successiva si alzò prima di me. Ero sveglio anche io e, seppur tenessi le palpebre chiuse ben strette, indovinai tutti i suoi movimenti. Ilaria. Capelli castani, non molto lunghi, occhi verdi, lentiggini, mani curate, delicata nei modi. Mi piangeva sulla sponda del letto. In silenzio, le sfuggivano dei singhiozzi. Era un pianto contenuto, non tragico. Rassegnato. Durante la notte le avevo chiesto di noi due, mentre ascoltavo i battiti dal suo petto e la luce dell’abat jour illuminava le ombre incise sul muro bianco. Lei mi rispose di non fare domande. Era meglio evitare di accampare scuse, sarebbe stata solo una perdita di tempo. Lo disse lentamente, con calma, prendendo la mia mano nella semioscurità. La stessa calma che mi uccideva in silenzio. Ho amato donne che hanno chiuso gli occhi. Li hanno celati in queste città divorate, hanno preferito soffrire in camere arredate in sabato pomeriggi ai centri commerciali. Sono schiave dell’estetica, di pubblicità allusive sulle consolari al ritorno dal litorale inquinato e maledetto. Dove i poeti si ammazzano a bastonate e l’amore a pagamento è coperto da amplessi plastici. Sono sporchi quegli occhi truccati che mi fissano nel vuoto senza perdono. Mentre i cieli della città si spaccano nelle pozzanghere di cemento alle sei di pomeriggio, tra le ruote delle carrozzine. Senza libertà di scelta troppo impaurite di negare le proprie mancanze, hanno preferito essere colpevoli pur di assaggiare il dolore del martire, uccidendo nel disperato tentativo di dare un senso a loro stesse. Piansero accanto a me lacrime a forma di proiettili nel silenzio di queste poche righe. Ci siamo passati tutti. Ci si affida alla religione, alla politica, qualcuno parte per un viaggio nell’Asia Centrale. Un giorno ti svegli e realizzi che la ragazza che ti dorme accanto ha smesso di essere una divinità. Ha i capelli sporchi, pesanti borse sotto gli occhi. La pelle è rovinata e un’espressione profonda di malessere le circonda i lati delle bocca. La guardi, pensi che se ti trovi in quella situazione, ad ammirarla in silenzio, mentre la luce inquinata di una pallida giornata filtra tra le tapparelle, lo devi solo alla fortuna. Le intricate equazioni sentimentali messe in campo da illustri professionisti del settore pubblicitario hanno fallito, si ritirano in ordine sparso di fronte alle regole del fato. Sei solo tu e la fortuna, una signorina maledetta che siede invisibile nel buio spezzato della stanza. Lei per te è bellissima, raccoglie al suo interno l’essenza, la risposta ultima alla grande domanda.


Non hai il coraggio di distogliere lo sguardo dal suo viso contratto nel dormiveglia. Le vorresti posare le labbra sulle sue, senza chiedere conto alla coscienza dibattuta in una partita a scacchi con l’oppressione dell’ambiente. Percepisci il respiro regolare. Durante la notte l’hai anche sentita sussurrare parole incomprensibili. Non è più una divinità. È figlia di un dio minore, immagine sbiadita della ragazza che ha reso momenti di tragedia collettiva per tutti gli occhi che le hanno rivolto attenzione. Sei stato tu, la colpa è anche tua. Non hai detto nulla. Adesso dorme accanto a te, mentre vorresti solo scappare dall’appartamento. Hai sempre sognato l’istante, hai lavorato come uno sceneggiatore nella tua mente. E adesso rimpiangi quella volta, nel parco, quando un’altra ti ha disegnato una margherita sul polso. Quello stesso fiore ingiallito dalla stanchezza. Per un attimo sorridi. Tra qualche ora un caffè annacquato le scivolerà veloce in gola, bruciando l’arcata superiore del palato. Scenderà le scale, si imbucherà nella squallida festa travestita da routine quotidiana, imbarcandosi su un aereo dai sedili scomodi. Se le andrà bene arriverai in ritardo, imprecherai contro il caldo, le hostess, le sale d’aspetto, le lacrime che le cadono copiose, pronte per spegnere questo nuovo inferno moderno. Una scelta decisamente d’autore. BIOGRAFIA LUCA TACCHETTI Sono nato il 15 agosto 1990 a Santa Rita do Sapucai, in Brasile ma vivo da sempre a Roma. Studio Giurisprudenza all’Università Roma Tre. La scrittura ha esercitato su di me una forte attrazione, grazie alla quale cerco di descrivere questi maleodoranti traffici urbani.


Prima della fine - Luca Tacchetti  

È un anonimo giorno di maggio sul litorale laziale. Su una spiaggia deserta, animata dal solo passaggio di qualche gabbiano, due giovani sta...

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