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Livio De Mia

Trattamento di Fine Rapporto

Ho 59 anni, come confermano la mia pancia abbondante ed i capelli grigi, o almeno ciò che ne restano, e quest’oggi è il mio ultimo giorno di lavoro. I miei colleghi, per l’occasione, hanno organizzato una cena di addio alla quale non vorrei andare. Mi piacerebbe tornare a casa come tutti i giorni, togliermi le scarpe e bere il mio vino quotidiano ma questa sera non posso, devo uscire per forza. Vorrà dire che farò un bel pieno di vino rosso e alla fine sarò felice e contento. Sono un classico impiegato statale, ho vinto il concorso giovanissimo e sono sempre rimasto fedele al mio ufficio, salendo pian piano di categoria più per necessità che per volontà. Di colleghi ne sono passati molti senza lasciare il segno, ma con qualcuno ho stretto un legame che può quasi essere definito “amicizia” e proprio per questo stasera non posso fare lo stronzo evitando la cena con una scusa banale. Che palle, chissà perché sembra che tutti si ricordino di te solo nel momento che stai per lasciarli. Ma adesso basta lamentarsi, è meglio terminare l’ultima serie di fotocopie della mia vita. Mi avvicino alla macchina, alzo il coperchio e sistemo i fogli. Odio fotocopiare, da sempre, ma ora, sentendo il rumore della fotocopiatrice, mi rendo conto che sentirò la mancanza della carta calda più dei miei colleghi. Accenno un sorriso e il mio sguardo viene catturato dall’orologio sulla parete. Cazzo, sono già le undici, devo prendere le pillole. Mi curo la pressione alta ormai da cinque anni, più o meno da quando ho divorziato da mia moglie, cinque anni di merda scanditi dagli intervalli tra una pillola ed un’altra. Il mio medico voleva prescrivermi addirittura delle pasticche contro la depressione ma gli ho sempre risposto di no, non voglio diventare come uno strampalato che si rimbecillisce di psicofarmaci. Se dovessi sentirmi solo o un po’ giù vado al bar vicino casa e mi faccio due chiacchiere e quattro bicchieri, non ho bisogno di nient’altro, anche se dovesse funzionare. Mando giù un po’ d’acqua rafforzato da questi pensieri e torno alla mia scrivania per sistemare tutte le carte. È incredibile la diligenza che ho nel mio ultimo giorno di lavoro, sono quasi sorpreso. Di solito ero quello che rubava lo stipendio allo Stato senza fare un cazzo dalla mattina alla sera, ma oggi mi sento particolarmente ipocrita e cerco di darmi da fare. Trascorro il resto della giornata passivamente,


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all’apice della routine intrapresa in tutti questi anni. Timbro il cartellino in modo piuttosto anonimo e torno a casa, finalmente l’ultimo viaggio coatto dell’ora di punta. Entro, sbatto la porta e apro il mio Barbera d’annata comprato apposta per l’occasione. La casa è una merda, sporca e disordinata, il frigo è vuoto e sono senza asciugamani puliti. Tracanno il primo bicchiere come per vincere la sete dell’anima e penso che tutto sommato non è male uscire stasera, qui dentro non riuscirei a stare. Mi faccio altri due bicchieri finché la mia bottiglia/clessidra non arriva a metà. È ora, devo prepararmi. Indosso il vestito più nuovo che ho con la testa leggera, sollevata. Era da un po’ che nessuno mi organizzava una festa, almeno dieci anni. Prometto a me stesso di finire la bottiglia prima di uscire e mi metto davanti alla tv ruttando vino a stomaco vuoto. Vorrei tanto sparlare ma i programmi di merda mi acquietano e così finisco il Barbera senza troppe interruzioni. Che vino, la bontà equivale al senso di equilibrio precario che sento per mettermi la giacca. Stasera dovrei prendere l’autobus visti i miei propositi, ma una vocina mi dice di uscire in macchina. Prendo le chiavi e scendo al parcheggio barcollando. È sempre la stessa storia, bevo una bottiglia pensando che non mi faccia un cazzo e poi mi ritrovo a barcollare per le scale. Accendo la mia Uno e parto a passo d’uomo, per fortuna il ristorante è vicino. La macchina sarà anche un cesso ma non voglio ammaccarla. Arrivo in anticipo come al solito e mi siedo nel desolante bar vuoto. I camerieri sono appena arrivati e stanno uscendo per fumarsi una sigaretta. Con l’esperienza di un bevitore cronico, ne chiamo uno prima che possa far finta di non sentirmi, ordinando un bicchiere di prosecco. Il ragazzo si gira un po’ stizzito, posa la sigaretta e mi serve. Cerco di sorseggiare quel misero calice ma non riesco ad imbrogliare neanche me stesso e dopo qualche secondo appoggio sul bancone il bicchiere vuoto. Sono nervoso, eccitato, forse solo ora sto realizzando che è finita, non lavorerò mai più per il resto della mia vita. Da non crederci, meglio dell’ultimo giorno di scuola, meglio del congedo dal servizio militare, meglio della laurea. È proprio vero che nella vita c’è sempre una novità, prima o poi. Aspetto i primi camerieri ancora sbuffanti di fumo e ordino il secondo prosecco. Sono ubriaco, non c’è dubbio, e non lo dico perché mi reggo a malapena in piedi ma perché mi sembra tutto troppo bello. Un’onda di cinismo mi investe, bevo il vino gelato tutto d’un sorso ed esco a fumarmi una sigaretta ancora ruttante di bollicine. L’aria fresca mi fa bene, la sigaretta mi rilassa. Sono pronto. Vado per rientrare ed incontro alla porta i primi arrivati, la mia collega col marito ed il mio vicino d’ufficio. È incredibile, stasera mi sembra eccitante anche la mia collega, un’altra prova che sono sbronzo. Scaccio dalla testa questi pensieri e dico due frasi di circostanza mentre invito i primi arrivati ad un aperitivo. Altro prosecco. Mi gira di nuovo tutto, mi si chiudono gli occhi. Chiedo qual è il nostro tavolo e vado a sedermi ma non appena si sistemano tutti mi alzo di scatto per andare in bagno. Non sono pronto per affrontare le discussioni, non ora. Mi chiudo dentro, piscio e mi sciacquo la faccia. Quando esco vedo il tavolo ormai pieno. Merda, ci sono già tutti. Saluto uno per volta con uno sforzo immane e dico loro qualcosa di generico. Mi porgono dei pacchetti incartati ed infioccati. Regali, non posso crederci. Rido a crepapelle e inizio a scartarli: un buono d’acquisto per qualche negozio di arredamenti, soldi, libri e qualcos’altro. Non ce la faccio a concentrarmi, rimando tutto all’indomani e mi siedo. L’alcol chiama la fame e gli antipasti la placano. Portano il vino e dopo due secondi ricordo che stasera ci sono altri bevitori al tavolo, colleghi di vecchia data uniti da qualche sbronza. Mi riempiono il bicchiere durante tutta la cena. Scherzo e rido a crepapelle alle cazzate che farfugliamo e ad ogni risata mi rendo conto che erano anni che non mi divertivo così. E come ogni ristorante che si rispetti, con il conto arrivano gli amari. Canto a squarciagola tra un bicchiere e l’altro abbracciato ai miei colleghi di una vita. Dovrebbe essere un momento commovente ma questa sera l’alcol non mi ha depresso. Voglio festeggiare, voglio ridere, voglio vivere. Continuiamo a bere fino a


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mezzanotte e poi, come nelle migliori fiabe, la gente inizia a riavviarsi. Se ne va uno e se ne vanno via tutti. Ringrazio di cuore alcolico i miei colleghi e poi mi riavvio anch’io. Sono devastato. Entro in macchina, apro un po’ il vetro e abbasso il sedile. Devo riposare prima di ripartire. Mi accendo una sigaretta, chiudo gli occhi e inizio a pensare. C’è una sola parola per descrivermi in questa notte: disadattato. Non sto bene da nessuna parte e con nessuno. Il mondo in fondo non mi appartiene. Gli unici individui con i quali posso instaurare un rapporto sono altri disadattati, altre persone che, volenti o nolenti, appartengono ad una minoranza. Mi fa schifo il conformismo e spesso ne sono vittima, mi fa schifo il consumismo ma a volte non posso farne a meno. Invece della solita domanda: “Che cosa ci sto a fare qui?”, sarebbe più opportuno chiedersi: “Che cazzo ci stanno a fare tutti gli altri?”. I più pragmatici, ne sono sicuro, riderebbero e, per non entrare in crisi esistenziale, si limiterebbero a dire: “Lei è proprio pazzo”, forti della sicurezza che solo l’ignoranza della superficialità può dare. Altri, meno pragmatici ma ugualmente vuoti, direbbero: “la vita è un dono, non buttarla!”, pieni di una concezione cattolico-religiosa che opprime il pensiero e lo incatena ai banchi di una chiesa. Ma i più scaltri, almeno in apparenza, negata una concezione religiosa, si cimenterebbero in lunghi resoconti filosofici di illustri autori del passato per cercare di dare una risposta che soddisfi la loro personale capacità dialettica, magari aiutati da qualche droga. Ebbene, nel corso degli anni sono passato praticamente tra tutte queste schiere, dapprima usando risposte già confezionate e poi cercando risposte in ogni modo, fino a quando mi sono ritrovato un disadattato. E da disadattato solo una cosa ho capito, l’importante non è cercare una risposta al “perché” ma continuare a porsi domande. Già, continuare a porsi domande. Giro le chiavi nel quadro, accendo e torno verso casa. Mi sono ripreso, ora sono pronto. Passo lungo i viali e vedo le puttane che continuano imperterrite a sgambettare nel freddo dell’inverno, coperte da vestiti troppo succinti. Quanti anni avranno? Diciotto? Venti? Venticinque? Sicuramente meno della metà dei miei. Sono assolutamente irresistibili nelle mie condizioni. È vero, dobbiamo continuare a porci delle domande e io ne ho pronta una: “Ho voglia di scopare?”. La risposta è più retorica della domanda. Accosto al marciapiede, si avvicina una e le chiedo quanto vuole per un’esperienza bocca-figa “completa”. Cento euro. Prendo la busta che mi hanno regalato, dentro ci sono duecento euro. Perfetto. La faccio salire in macchina e ci dileguiamo verso un posto appartato. Non c’è modo migliore di iniziare un TFR.


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Biografia    

Livio De Mia. Nato a Scerni (Chieti) il 10 dicembre 1983, maturato (?) a Roma fino ad averne la nausea, recentemente trasferito in modo precario a Bologna. Infermiere con la passione smodata per la fotografia e la scrittura, due modi per fermare lo spazio e il tempo.


Livio de Mia - Trattamento di fine rapporto  

Che cosa può dirti di bello la vita se hai 59 anni suonati, tua moglie ti ha lasciato e per mestiere non hai fatto altro che macinare fotoco...

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