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N. 03 - anno 2012

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SOMMARIO 1.COPYRIGHT Giurisprudenza Registrazioni di opere musicali prodotte ante 2004 ..................................................................................................................................... (pag. 6) Sentenza Apple/Samsung: violazione brevetti smartphone ..................................................................................................................... (pag. 7)

Legislazione Società di gestione collettiva dei diritti d’autore e dei diritti connessi (“collecting societies”)............................................................ (pag. 7)

2.DIRITTO DELLA PRIVACY Legislazione Semplificazioni in materia di videosorveglianza ........................................................................................................................................... (pag. 10)

3.DIRITTO INDUSTRIALE Giurisprudenza

Registrazione dominio.eu ................................................................................................................................................................................. (pag. 11)

4.DIRITTO DELLA RETE Giurisprudenza Le clausole vessatorie contenute in un modulo contrattuale on-line devono essere sottoscritte mediante firma elettronica. ... (pag. 13)

Legislazione Cambiano gli indirizzi internet: i domini personalizzati ................................................................................................................................. (pag. 14)

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EDITORIALE

PROVIDER E TITOLARI DI CONTENUTI: UNA MEDIAZIONE PER IL WEB

Avevamo prospettato un futuro a breve termine caratterizzato dall’introduzione di una serie di norme restrittive della libertà nel mondo del web. Ebbene, non potevamo essere smentiti in maniera più forte e clamorosa. Il Parlamento Europeo, con una votazione a larghissima maggioranza (478 contrari, 156 astenuti e 39 favorevoli) ha infatti bocciato, nello scorso mese di luglio, la ratifica del Trattato Internazionale Acta (acronimo di Anti-Counterfeiting Trade Agreement). L’Euro Parlamento non ha approvato un testo che, già condiviso da numerosi paesi (Stati Uniti, Australia, Canada, Giappone, Messico, Marocco, Nuova Zelanda, Singapore, Corea del Sud e Svizzera) avrebbe introdotto alcuni principi rigorosi in materia di lotta alla contraffazione e tutela del copyright nella Rete. Dunque la nostra era una previsione sbagliata? C’è stata una clamorosa inversione di tendenza? A nostro avviso, no! Semplicemente l’Euro Parlamento non ha apprezzato il testo di un Trattato negoziato nelle segrete stanze del potere americano (le lobby dei grandi operatori del settore da una parte e i membri del Congresso dall’altra) senza la preventiva concertazione con l’Europa e soprattutto con le comunità dei cittadini europei, che hanno clamorosamente manifestato il loro dissenso (milioni e milioni di e-mail di protesta contro Acta sono giunte sui computer degli euro parlamentari europei alla vigilia della votazione). O la rivisitazione delle regole del gioco nella Rete (da farsi, in ogni caso, e anche in fretta) si sviluppa in senso globale, democratico ed equilibrato, oppure meglio fermare tutto, riflettere e non approvare testi di parte, parziali e lacunosi. Questo in sintesi il pensiero raccolto a Strasburgo in queste settimane. Questo il dato politico e sociologico di cui tener conto nell’aprire doverosamente il cantiere delle nuove regole del gioco nella Rete. A maggior ragione, crediamo, il mondo dei giuristi ha, in tutti i paesi, la responsabilità e l’opportunità di approfondire la tematica individuando percorsi, per quanto possibile scevri da interessi di parte, mirati a disciplinare una nuova industria, fondamentale per la creazione di nuova ricchezza reale in un grave

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momento di crisi internazionale, ma non per questo legittimata a svilupparsi senza regole o, peggio, al di fuori delle regole. Come trovare dunque una giusta e virtuosa mediazione tra i sostenitori dell’open source e i difensori del copyright? Come individuare un punto di incontro tra l’esigenza dei cittadini di molte parti del mondo di poter avere approccio alla Rete libero di censure o oscuramenti e quella degli Stati che, per motivi di sicurezza interna, invocano vigilanza e controlli sui contenuti del mondo digitale? E’ di grande attualità il recente intervento del Parlamento russo che ha fortemente limitato la libertà nell’ambito della Rete, entrando in forte polemica con Wikipedia che si è addirittura autosospesa per un certo periodo di tempo. Dietro formali interventi contro i siti pedo-pornografici, violenti o inneggianti al consumo delle droghe, in realtà, si celano progetti normativi mirati a limitare fortemente la libertà nel web. Il dibattito, si badi bene, ha natura sicuramente economica ma non solo! Sono coinvolti interessi anche politici e sociali. Ci stiamo giocando tutti, o meglio, non giocando tutti, i nostri futuri diritti alla privacy, all’esclusiva titolarità dei nostri dati personali (con il relativo e non ancora completamente apprezzato valore economico) allo sfruttamento delle nostre opere dell’ingegno; al desiderio degli oppressi di avere un canale aperto per gridare le loro ingiustizie; al legittimo auspicio di tutelarci tutti, in tutto il mondo, dagli attacchi fisici e digitali del nuovo terrorismo internazionale. Uno scenario complesso, contraddittorio, ma non per questo una mission impossible. Incominciamo dalle piccole cose, dai piccoli comportamenti individuali per cercare di individuare una riforma che, alla fine, possa trovare un giusto equilibrio fra le opposte esigenze. Ci piacerebbe se ReP Mag diventasse una “piazza” dove, con rigorosità e professionalità ma nel contempo con passione civile, si aprissero dei confronti tra addetti ai lavori per cercare soluzioni o comunque per offrire spunti allo “sgomitolamento” di questa drammatica ma affascinante matassa.

Riccardo Rossotto

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UNO SPECIALE NUMERO ESTIVO Quando abbiamo deciso di mantenere la cadenza bimestrale del nostro magazine anche durante il periodo estivo, avevamo immaginato un numero nel quale, presumibilmente in assenza di particolari provvedimenti giurisprudenziali e legislativi, concentrare alcune nostre riflessioni su temi interessanti di ciascuna sezione. In realtà, abbiamo, con una certa sorpresa, verificato che, nel corso dell’estate, sono anche intervenute notizie di grande rilevanza sul piano pratico. Una tra tutte è la fine del primo round di quella che si annuncia la più importante battaglia legale degli ultimi anni tra la Apple e la Samsung. Ne è scaturito un numero “misto” nel quale troverete le nostre riflessioni su annosi temi (un esempio è rappresentato, nella sezione copyright, da un commento ad una, non più recente ma pressoché sconosciuta, decisione sul sempre attuale argomento dei contributi ENPALS - ora INPS – dovuti per gli artisti interpreti esecutori di opere musicali) e resoconti di notizie attuali legate a provvedimenti legislativi e giurisprudenziali di una certa rilevanza. Per quanto riguarda la legislazione, vi segnaliamo una breve sintesi della nota proposta di direttiva europea sulle collecting societies e della regolamentazione della questione dei c.d. domini personalizzati. Con riferimento alla giurisprudenza, invece, troverete una decisione della Corte di Giustizia sulla qualifica giuridica dell’incaricato alla registrazione di un nome a dominio ed un’interessante sentenza in tema di clausole vessatorie di contratti su internet.

Lorenzo Attolico

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1.COPYRIGHT Giurisprudenza italiana Corte d’Appello di Milano - Sezione Lavoro: REGISTRAZIONI DI OPERE MUSICALI PRODOTTE ANTE 2004 – NUOVO SCENARIO CIRCA LA DETERMINAZIONE DELLA BASE IMPONIBILE SU CUI CALCOLARE I CONTRIBUTI ENPALS (ORA, INPS) Ai fini della determinazione della base imponibile su cui calcolare i contributi ENPALS (ora, INPS), dovuti per le prestazioni rese dagli artisti nelle sale di registrazione per la realizzazione delle registrazioni di opere musicali prodotte negli anni antecedenti al 2004, deve essere tenuto in considerazione anche quanto pagato a titolo di royalty agli artisti stessi. Corte d’Appello Milano.pdf

nostra giurisprudenza, benché esistano precedenti anche di Cassazione che lo negano. Già nel passaggio finale di una sentenza del Tribunale di Milano del 13 giugno 2011, i nostri Giudici avevano enunciato qualcosa di velatamente simile, respingendo, però, la richiesta dell’ente per una questione processuale di mancato adempimento dell’onere della prova gravante su quest’ultimo in relazione alle diverse tipologie di compensi spettanti agli artisti anche in considerazione dell’annosa questione del calcolo che deve tenere conto delle “giornate lavorative” in sala di incisione. Ciò detto, riteniamo doveroso evidenziare che, in applicazione del predetto principio, si determinerebbe: (i) un doppio binario contributivo: un primo, forfetario, in relazione alle registrazioni dal 2004 in avanti, secondo quanto stabilito dal D.M. 29 dicembre 2003, ed un secondo, da calcolarsi tenuto conto anche delle royalty, per le registrazioni prodotte ante 2004;

Abbiamo ritenuto opportuno commentare questa sentenza, seppur emanata nel mese di dicembre del 2011, non solo perché, sino ad ora, la decisione in questione non era stata oggetto di attenzione persino da parte degli esperti della materia, ma anche in quanto, qualora il principio in essa sancito fosse accolto dalla giurisprudenza, si verificherebbero diverse dirompenti conseguenze, anche di natura economica, per l’industria discografica.

(ii) una nuova base di calcolo ricomprendente le somme liquidate agli artisti a titolo di royalty. Sul punto, desideriamo, però, evidenziare che, anche laddove venisse acclarata l’assoggettabilità contributiva di quanto versato a titolo di royalty, il relativo onere sarebbe limitato al 60% dell’importo riconosciuto all’artista. Ciò detto in quanto, come è noto, l’imponibile su cui calcolare i contributi ENPALS deve riguardare solo il 60% di quanto in realtà versato agli artisti, rimanendo il residuo 40% forfetariamente considerato a titolo di compenso per la cessione dei diritti oggetto del contratto discografico.

1. Il principio sancito dalla sentenza in oggetto.

2. Prescrizione degli oneri contributivi

La sentenza in oggetto, come descritto nella massima sopra riportata, ha stabilito che le somme liquidate agli artisti a titolo di royalty sulla commercializzazione delle registrazioni prodotte prima dell’anno 2004 facciano parte della base di calcolo per la determinazione dei contributi ENPALS (l’attuale INPS) relativi alle attività espletate dagli artisti medesimi in sala di registrazione.

Sulla base di una recentissima circolare dell’INPS, risulta ormai accertato il principio secondo cui l’obbligo di contribuzione soggiace ad un termine prescrizionale quinquennale. In considerazione di quanto sopra, un ente previdenziale non potrà, pertanto, chiedere il versamento di un onere contributivo dovuto oltre il quinquennio precedente al giorno della richiesta. Questa notazione ci sembra di grande importanza, perché limita fortemente le conseguenze negative economiche a carico

Commento

Il principio che sembra emergere dalla predetta sentenza non è proprio del tutto nuovo nella

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delle aziende coinvolte anche qualora fosse applicato il predetto principio. Se, infatti, trova applicazione una prescrizione quinquennale e poiché stiamo parlando di registrazioni ante 2004, nella peggiore delle ipotesi, la richiesta di versamento di contribuzione ipoteticamente avanzata dall’INPS potrà riguardare solo le royalty pagate dal 2007 ad oggi e, quindi, dopo che le registrazioni in questione abbiano già avuto almeno quattro anni di sfruttamento. (F.F.)

Giurisprudenza internazionale Tribunale di San Jose, California – Sentenza Apple/Samsung: VIOLAZIONE BREVETTI SMARTPHONE Lo scorso 24 agosto 2012, la giuria del Tribunale americano di San Jose, California, ha definito l’interessante controversia insorta tra due colossi della tecnologia, la Apple e la Samsung, avente ad oggetto la violazione di brevetti relativi i cosiddetti “smartphone”, dei quali le citate aziende sono i più grandi produttori nel mondo. Secondo l’atteso verdetto, la Samsung avrebbe violato alcuni brevetti della Apple, relativi alla progettazione dell’interfaccia grafica utilizzata dalla Apple medesima su iPhone e iPad, nonché ad alcune modalità di zoom e navigazione, oltre che al design dei dispositivi mobili. L’azienda coreana, in particolare, e solo per citare alcune delle violazioni di cui la stessa è stata riconosciuta colpevole, avrebbe violato il brevetto Apple relativo al cosiddetto "rimbalzo" dell'interfaccia grafica che si ottiene navigando tra i contenuti delle applicazioni su iPhone e iPad, nonché il brevetto del “pizzico allo schermo” ("pinch and zoom") e quello relativo all’ingrandimento delle immagini e dei documenti quando li si tocca con un dito ("tap to zoom"). Secondo la pronuncia in esame, l’unico brevetto che Samsung non avrebbe infranto è quello relativo al design del proprio tablet, caratterizzato dalla forma rettangolare e dagli angoli addolciti in una curva. In ragione delle citate violazioni, tuttavia, il Tribunale californiano ha condannato la Samsung al pagamento di oltre un miliardo di dollari in favore della Apple, per violazione,

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appunto, dei relativi brevetti tecnologici nella progettazione dei propri smartphone. Tale decisione non può che considerarsi solo la prima fase della insorta contrapposizione tra le due superpotenze industriali. (R.A.)

Legislazione Società di gestione collettiva dei diritti d’autore e dei diritti connessi (“collecting societies”): concessione di licenze per lo sfruttamento on line di opere musicali Si segnala la proposta di direttiva recentemente elaborata dall’Unione Europea nell’intento di garantire, nell’ambito del mercato unico, un’adeguata regolamentazione dell’attività esercitata dalle società di gestione collettiva dei diritti d’autore e dei diritti connessi, le c.d. “collecting societies”. Si rammenta che le collecting societies gestiscono collettivamente, per conto dei soggetti che le medesime rappresentano, i diritti d’autore ed i diritti connessi delle opere protette, svolgendo un ruolo di intermediazione quanto alla concessione di licenze, la riscossione delle royalties e la relativa distribuzione in favore dei citati autori. Ebbene, con riferimento alle opere musicali, la direttiva mira a migliorare i criteri di amministrazione e trasparenza adottati dalle collecting societies nell’esercizio della propria attività, affinché i soggetti per conto dei quali le medesime agiscono possano esercitarvi un più effettivo controllo. La proposta di direttiva mira, altresì, a facilitare il rilascio, da parte delle collecting societies, delle licenze multi-territoriali per lo sfruttamento on line delle opere musicali. Quanto al contenuto della proposta in esame, daremo conto, di seguito, di una sintesi dei punti più rilevanti del testo della proposta di direttiva in parola. A tal proposito, si segnala come la stessa preveda una suddivisione in tre “titoli”, i primi due dei quali aventi ad oggetto, rispettivamente, previsioni generali in ordine a


scopo e definizioni della medesima direttiva e regole di organizzazione e trasparenza a cui tutte le collecting societies dell’UE sarebbero tenute a conformarsi. Il titolo secondo è, a sua volta, suddiviso in cinque capitoli che, dall’art. 4 all’art. 20 dettano, come accennato, regole generali di trasparenza con particolare riferimento all’organizzazione interna delle collecting societies, alla gestione finanziaria dalle stesse posta in essere, alla gestione dei diritti per conto di altre collecting societies, ai rapporti di queste ultime con gli utenti ed al regime di informazione dell’attività svolta nei confronti dei propri membri e delle altre società. Quanto alla organizzazione interna delle collecting societies, il testo della proposta imporrebbe agli Stati membri di assicurare: a) che l’azione delle collecting societies venga posta in essere nell’interesse dei propri membri e senza imposizioni, nei confronti dei titolari dei diritti, di obbligazioni non strettamente necessarie per la protezione degli stessi; b) specifiche facoltà in favore dei titolari dei diritti, tra cui la facoltà di autorizzare le collecting societies in ordine alle scelte da effettuare quanto alla gestione dei diritti d’autore, nonché la possibilità di porre fine al mandato con congruo preavviso di 6 mesi; c) che l’eventuale rifiuto opposto da una collecitng societies ad una richiesta di partecipazione si basi su dei criteri oggettivi; d) che gli incontri tra i membri delle collecting societies si svolgano almeno una volta l’anno per decisioni relative alla politica ed alla distribuzione dei ricavi derivanti dallo sfruttamento delle opere; e) che le collecting societies svolgano una funzione di supervisione sui soggetti effettivamente responsabili della gestione dei diritti. Con riferimento alle regole dettate relativamente alla gestione finanziaria delle collecting societies, gli artt. 10, 11 e 12 del citato titolo secondo stabiliscono, tra l’altro, che le collecting societies dovrebbero gestire separatamente i ricavi derivanti dallo sfruttamento dei diritti d’autore da altre entrate, e che le medesime collecting societies sarebbero tenute al pagamento regolare e senza ritardi degli importi dovuti ai titolari dei diritti, nonché alla specificazione delle deduzioni per management fees. Quanto alla gestione dei diritti per conto di altre collecting societies, il testo della proposta in

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esame imporrebbe agli Stati Membri di assicurare che le medesime collecting societies non pongano in essere discriminazioni, in ordine alla applicazione di tariffe e condizioni, tra i propri membri e soggetti dei quali le stesse amministrino i diritti in forza di accordi di rappresentanza. Riguardo ai rapporti con gli utenti, la direttiva imporrebbe alle collecting societies ed agli utenti di condurre le negoziazioni di licenze secondo buona fede, mediante l’applicazione di criteri oggettivi e conformemente al valore dei diritti di autore sul mercato. Quanto infine al regime di informazione dell’attività svolta dalle collecting societies, la direttiva imporrebbe agli Stati Membri di assicurare, tra l’altro, trasparenza nell’informazione, nei confronti dei propri membri, degli importi raccolti e pagati sia in ordine allo sfruttamento dei diritti sulle opere protette che a management fees e deduzioni. Dopo esserci soffermati sulle previsioni generali di cui ai primi due titoli della proposta di direttiva, si segnala adesso come il titolo terzo della stessa detti le condizioni che le collecting societies sarebbero tenute a rispettare nella concessione di licenze multi territoriali per lo sfruttamento on line di opere musicali. In particolare, gli artt. 27-33 della direttiva imporrebbero agli Stati Membri di assicurare che le collecting societies: a) pongano in essere una elaborazione elettronica efficiente dei dati necessari per la concessione delle predette licenze, con riferimento alla identificazione del repertorio, al controllo del relativo uso nonché ai ricavi derivanti dallo sfruttamento on line delle opere protette e della relativa distribuzione tra i titolari dei diritti; b) garantiscano ai service provider, ai titolari dei diritti ed alle altre società la identificazione di tutte le opere musicali rappresentate; c) garantiscano ai titolari dei diritti ed alle altre società la possibilità di correggere dati inseriti nei data base che ritengano non essere corretti; d) controllino l’utilizzo, da parte dei service provider, delle opere rappresentate e coperte da licenze; e) paghino correttamente e senza ritardi gli importi dovuti ai titolari dei diritti. Per concludere, si segnala come il titolo quarto della direttiva in esame, regolamenterebbe, tra l’altro, la risoluzione di eventuali controversie che dovessero sorgere tra le collecting societies, gli utenti, i titolari di diritti ed altre società in ordine


alle condizioni di licenza, attribuendo la relativa competenza ad un’autorità designata dagli stessi Stati Membri, indipendente ed imparziale. (R.A.)

Proposta di Direttiva 11.7.2012.pdf

Coordinatori: Avv. Lorenzo Attolico Avv. Francesca Florio

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2.DIRITTO DELLA PRIVACY Legislazione Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali: SEMPLIFICAZIONI IN MATERIA DI VIDEOSORVEGLIANZA Il 16 aprile 2012, il Ministero del Lavoro ha emanato una nota con la quale ha disposto alcune semplificazioni nelle procedure per il rilascio delle autorizzazioni all’uso di impianti audiovisivi, reso indispensabile dall’aumento, rilevabile negli ultimi anni, delle richieste di autorizzazione. L’installazione di un impianto di videosorveglianza, infatti, non è più soltanto richiesta dalle grandi imprese, ma anche da moltissimi piccoli esercizi commerciali, nei quali non sono presenti rappresentanze sindacali aziendali e per i quali è necessario ottenere una autorizzazione da parte della Direzione Provinciale del Lavoro. La Direzione generale prende atto che, in tali ipotesi, l’autorizzazione è preceduta, nella prassi, da un sopralluogo volto a verificare la corrispondenza del sistema effettivamente installato con quello contenuto nella richiesta di autorizzazione: tale prassi, secondo il Ministero, non può essere più attuata, in quanto richiede un impiego di forze operative sproporzionato rispetto alle finalità della norma. Inoltre, per alcune attività, quali ricevitorie, tabaccherie, oreficerie, farmacie, edicole, distributori di carburante, ecc., considerate ad alto rischio di rapina per le consistenti giacenze di denaro, l’utilizzo di impianti audiovisivi assume il duplice scopo di fornire un deterrente nonché assicurare fonti di prova nei giudizi relativi ad eventuali condotte penalmente rilevanti. In tali ipotesi, pertanto, può operare una presunzione di ammissibilità, dal momento che le circostanze sopra descritte oggettivamente legittimano le esigenze legate alla sicurezza dei lavoratori, che possono essere tutelate dalla presenza degli impianti audiovisivi di controllo. Viene così eliminato il meccanismo del sopralluogo, essendo sufficiente la disamina della documentazione presentata dal

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richiedente, verificando che nel provvedimento di autorizzazione vengano valutati i seguenti elementi: 1. dovrà essere rispettata la disciplina dettata dal Decreto Legislativo n.196/2003 (Codice in materia di protezione dei dati personali) e dai successivi provvedimenti del Garante per la protezione dei dati personali, in particolare il Provvedimento dell’8 aprile 2010); 2. dovrà essere rispettata tutta la normativa in materia di raccolta e conservazione delle immagini; 3. prima della messa in funzione dell’impianto l’azienda dovrà dare apposita informativa scritta al personale dipendente in merito all’attivazione dello stesso, al posizionamento delle telecamere ed alle modalità di funzionamento e dovrà informare i clienti con appositi cartelli 4. l’impianto, che registrerà solo le immagini indispensabili, sarà costituito da telecamere orientate verso le aree maggiormente esposte ai rischi di furto e di danneggiamento (limitando l’angolo delle riprese ed evitando, quanto non indispensabili, immagini dettagliate), l’eventuale ripresa di dipendenti avverrà esclusivamente in via incidentale e con criteri di occasionalità; 5. all’impianto non potrà essere apportata alcuna modifica e non potrà essere aggiunta alcuna ulteriore apparecchiature al sistema da installare, se non in conformità al dettato dell’articolo 4 della Legge n.300/1970 e previa relativa comunicazione alla DTL; 6. le immagini registrate non potranno in nessun caso essere utilizzate per eventuali accertamenti sull’obbligo di diligenza da parte dei lavoratori né per l’adozione di provvedimenti disciplinari; 7. in occasione di ciascun accesso alle immagini (che di norma dovrebbe avvenire solo nelle ipotesi di verificazione di atti criminosi o di eventi dannosi), la ditta dovrà darne tempestiva informazione ai lavoratori occupati. 8. i lavoratori potranno verificare periodicamente il corretto utilizzo dell’impianto. (C.A.) Ministero del Lavoro – nota 16 aprile 2012, n. 7162.pdf

Coordinatori: Avv. Chiara Agostini Avv. Allegra Bonomo


3.DIRITTO INDUSTRIALE Giurisprudenza comunitaria Corte di Giustizia: AI SENSI DEL DIRITTO COMUNITARIO LA PARTE INCARICATA DI REGISTRARE UN NOME DI DOMINIO “.EU” PER CONTO DEL TITOLARE DEL MARCHIO NON PUO’ ESSERE QUALIFICATA COME “LICENZIATARIO” LADDOVE NON DISPONGA DEL DIRITTO DI UTILIZZARE IL MARCHIO Il 7 dicembre 2005 è stata avviata la registrazione dei nomi di dominio “.eu” disciplinata dal regolamento (CE) n. 874/2004 che ha ribadito il principio comune in materia «primo arrivato, primo servito» a mente del quale il primo a richiedere la registrazione ha diritto di precedenza. Il principio generale è stato tuttavia temperato dalla previsione di un trattamento preferenziale a favore dei diritti preesistenti. Per «diritti preesistenti» si intendono, tra l'altro, marchi nazionali registrati, marchi comunitari registrati, indicazioni o denominazioni geografiche di origine e, nella misura in cui siano tutelati dal diritto nazionale dello Stato membro in cui sono detenuti, marchi non registrati, nomi commerciali, identificatori di imprese, nomi di imprese, cognomi e titoli distintivi di opere letterarie e artistiche protette. Nelle intenzioni del legislatore comunitario il dominio di primo livello “.eu” dovrebbe garantire al mercato interno maggiore visibilità nell’ambito del centro di scambi commerciali virtuale basato su Internet, offrendo un nesso chiaramente identificabile con la Comunità e consentendo inoltre alle imprese, alle organizzazioni ed alle persone fisiche comunitarie di registrarsi in un dominio specifico che renda evidente tale nesso. Di conseguenza il regolamento esige, quale condizione essenziale per poter registrare un nome di dominio “.eu”, un legame con la Comunità europea che può esser costituito, per le imprese, dall’aver stabilito la propria sede legale, amministrazione centrale o sede di affari principale nel territorio della Comunità europea o, per le persone fisiche, nell’essere residenti all’interno del territorio medesimo.

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Il regolamento (CE) 874/2004 ha stabilito, inoltre, una procedura di registrazione per fasi, in modo tale da riservare ai titolari di diritti preesistenti un adeguato lasso di tempo per la registrazione dei loro nomi. A partire dal 7 dicembre 2005, infatti, per un periodo di quattro mesi (c.d. periodo «sunrise») solo i titolari di diritti preesistenti erano abilitati alla registrazione sotto il dominio “.eu”. In considerazione del fatto che tale trattamento privilegiato è stato esteso anche ai licenziatari di diritti preesistenti, la Cour d’Appel di Bruxelles ha chiesto alla Corte di Giustizia di definire la nozione di “licenziatario” che, ai sensi dell’articolo 12, paragrafo 2, terzo comma del regolamento (CE) n. 874/2004, aveva il diritto di chiedere la registrazione per il dominio “.eu” durante il periodo “sunrise”. La Corte, dopo aver chiarito che il termine “licenziatario” non trova definizione nel diritto comunitario, ribadisce la propria costante giurisprudenza secondo la quale l’applicazione uniforme del diritto dell’Unione esige che i termini di una disposizione comunitaria, priva di espresso richiamo al diritto degli Stati membri, debbano essere interpretati in modo uniforme in tutta l’Unione. Tale interpretazione deve essere effettuata tenendo conto del contesto della disposizione stessa e dello scopo perseguito dalla normativa. In considerazione delle finalità del dominio di primo livello “.eu”, creato per accrescere la visibilità del mercato interno nell’ambito del centro di scambi commerciali basato su Internet, la Corte di Giustizia ha chiarito che i licenziatari di diritti preesistenti devono soddisfare il criterio della presenza nel territorio dell’Unione e, al contempo, disporre al posto del titolare, perlomeno parzialmente o temporaneamente, del diritto preesistente interessato. Contrasterebbe difatti con gli obiettivi predetti il consentire al titolare di un marchio, che non soddisfi il criterio di presenza sul territorio dell’Unione, di ottenere la registrazione di un nome di dominio”.eu” attraverso una persona fisica o giuridica che soddisfa il criterio di presenza nella Comunità ma non dispone, anche solo parzialmente o temporaneamente, del diritto oggetto della licenza. Nel caso di specie la società americana Walsh Optical, poco prima dell’inizio del periodo «sunrise», aveva fatto registrare il marchio Benelux «Lensworld» ed aveva concluso un accordo, definito impropriamente «contratto di licenza», con la Bureau Gevers, una società


belga che effettua consulenze in materia di proprietà intellettuale. Il contratto aveva in realtà il solo scopo di far effettuare la registrazione del nome “Lensworld.eu” a nome della società belga ma per conto della Walsh Optical, in modo tale che la società americana, naturalmente esclusa dall’ambito di applicazione della normativa comunitaria, potesse tuttavia beneficiare del trattamento privilegiato (periodo “sunrise”) riservato dal regolamento (CE) n. 874/2004 ai titolari o licenziatari di diritti preesistenti stabiliti nella Comunità. La Corte osserva che, mediante la concessione di una licenza, il titolare di un marchio concede al licenziatario, nei limiti definiti dalle clausole del contratto di licenza, il diritto di usare tale marchio a fini commerciali, garantendo in tal modo ai consumatori la provenienza del prodotto interessato. Al fine di delimitare l’ambito di applicazione del regolamento la Corte chiarisce le differenze tra un contratto di servizi e un contratto di licenza: mentre la nozione di servizi implica che la parte che li fornisce effettui una determinata attività in cambio di un corrispettivo, il contratto di licenza, con il quale il titolare di un diritto di proprietà intellettuale concede alla controparte il diritto di sfruttarlo, non comporta siffatta attività. Pertanto l’accordo con cui una parte si impegna a depositare una domanda e ad ottenere la registrazione per un nome di dominio”.eu”, sebbene definito “contratto di licenza”, si avvicina più ad un contratto di servizi che ad un contratto di licenza. E ciò soprattutto quando tale contratto non accordi alla parte definita «licenziatario» il diritto di usare commercialmente il marchio corrispondente al nome di dominio. Di conseguenza, la parte che abbia il compito di registrare un nome di dominio”.eu” per conto del titolare di un marchio, senza poter utilizzare tale marchio a fini commerciali, non può essere qualificata come “licenziatario” ai sensi del regolamento 874/2004. http://curia”.eu”ropa”.eu”/juris/document/docu ment.jsf?text=&docid=125214&pageIndex=0&do clang=IT&mode=lst&dir=&occ=first&part=1&cid= 553409 (M.G.) Coordinatore: Avv. Gianluca Morretta

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4.DIRITTO DELLA RETE Giurisprudenza Italiana Tribunale di Catanzaro: LE CLAUSOLE VESSATORIE CONTENUTE IN UN MODULO CONTRATTUALE ON-LINE DEVONO ESSERE SOTTOSCRITTE MEDIANTE FIRMA ELETTRONICA Il Tribunale di Catanzaro, aderendo all’opinione dottrinale prevalente, ritiene che in caso di clausole vessatorie non sia sufficiente la sottoscrizione del testo contrattuale, ma sia necessaria la specifica sottoscrizione delle singole clausole, che, nell’ipotesi in cui il contratto sia in forma digitale, deve essere assolta mediante l’apposizione della firma digitale. Pertanto, nei contratti telematici a forma libera, il contratto si perfeziona mediante il tasto negoziale virtuale, ma le clausole vessatorie saranno efficaci e vincolanti soltanto se specificamente approvate con la firma digitale. Inoltre, la conoscibilità delle condizioni generali nei contratti telematici è soddisfatta anche quando tali condizioni generali non sono riportate nel testo contrattuale, ma sono contenute in altre schermate del sito, purché venga dato risalto al richiamo e la postazione contenente la clausola richiamata sia accessibile mediante il relativo collegamento elettronico (link). Tribunale di Catanzaro.30 aprile 2012. pdf Commento Con ordinanza n. 18 del 30 aprile 2012, il Tribunale di Catanzaro è stato investito del riesame di un ordinanza che definiva un procedimento di urgenza promosso da un professionista che lamentava l’indebita chiusura del proprio account professionale da parte di eBay. La difesa di eBay invocava, a fronte della chiusura dell’account di parte attrice, una specifica clausola, presente nell’Accordo per gli utenti, cioè nelle condizioni generali di contratto di eBay, ai sensi della quale in caso di abuso

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della piattaforma, eBay si riservava la possibilità di limitare o sospenderne l’uso. Il Tribunale di Catanzaro preliminarmente esclude l’applicabilità del Codice del Consumo alla fattispecie in esame, in quanto la piattaforma eBay veniva usata da parte attrice come ausilio alla propria attività di ecommerce, ritenendo invece applicabile l’art. 1341 del codice civile, ribadendo come, anche in questa ipotesi, si tratti di una tipologia di contratto caratterizzata da una tipica asimmetria di potere contrattuale tra le parti, temperata dalla necessità di una specifica approvazione scritta delle clausole considerate vessatorie. Nel caso di un contratto online, la sottoscrizione dello stesso può avvenire mediante l’utilizzo del tasto virtuale, come ad esempio un pulsante “Accetto” ovvero un flag. Le clausole vessatorie, diversamente, devono essere specificamente approvato mediante apposizione della forma digitale. Nel caso in esame, tuttavia, tale espressa sottoscrizione non era prevista: il Tribunale, pertanto, stabilisce che “mancando il requisito della specifica sottoscrizione, appare superfluo addentrarsi nella problematica della equiparabilità del sistema del point and click alla firma digitale debole e della sufficienza della firma digitale debole a soddisfare il requisito della forma scritta”. Proprio a causa di tale mancanza, la sentenza in esame, pur costituendo un passo avanti in tema di analisi giurisprudenziale delle tematiche connesse alla contrattazione su internet, non può essere considerata particolarmente innovativa. La necessità di sottoscrivere le clausole vessatorie mediante firma digitale, infatti, implica l’utilizzo di una tecnologia (quella della firma digitale) costosa ed, ancora oggi, poco utilizzata dagli imprenditori nonché dai consumatori italiani. Una presa di posizione più netta quanto all’equiparabilità dell’utilizzo di pulsanti o flag (peraltro già ritenuti sistemi idonei quanto alla sottoscrizione delle contratto online) contribuirebbe a dare certezza ad una materia che, ad oggi, rimane scarsamente disciplinata, soprattutto in considerazione della sempre maggior diffusione di contratti di questo tipo nel mercato interno. (C.A.)


Legislazione CAMBIANO GLI INDIRIZZI INTERNET: I DOMINI PERSONALIZZATI Da un po’ di mesi si parla, sempre con maggiore insistenza, di una novità di particolare interesse per quelle imprese (perlopiù medio-grandi) che vedono nel web un importante canale attraverso cui veicolare il proprio business: si tratta dei c.d. domini personalizzati che consentiranno di raggiungere un sito internet attraverso indirizzi differenti rispetto a quelli a noi familiari. Fino ad oggi, infatti, c’è sempre stata una chiara distinzione tra domini di primo livello (i c.d. Top Level Domain: TLD) e domini di secondo livello: gli uni assegnati dalle varie Registration Authority (pensiamo a quelli generici quali .com, .info, .net; ovvero a quelli “nazionali” come .it, .uk, .eu; i c.d. country code Top Level Domain: ccTLD); gli altri scelti dal titolare del sito e rappresentanti il principale segno attraverso cui quest’ultimo vuole essere raggiunto attraverso il web. La novità in atto riguarda la possibilità per il titolare di un sito internet (e, naturalmente, per chi vuole crearne uno) di scegliere, e dunque “personalizzare”, anche quella parte dell’indirizzo che si trova oltre il “punto” e che, fino ad oggi, è stata sempre “imposta” dalle Registration Authority. La registrabilità di nuovi TLD non conosce preclusioni particolari e, quindi, possono essere registrati come tali tanto marchi (come, ad esempio,.google e .facebook) quanto indicazioni descrittive e generiche di un servizio o di un prodotto (pensiamo ad esempio a .video, .news, .cloud ecc.). Tale novità, come tutte le innovazioni in un ambito in buona parte ancora deregolarizzato quale quello on line, presenta degli elementi certamente positivi insieme ad alcune criticità a cui l’ICANN (Internet Corporation for Assigned Names and Numbers; ente californiano che ha, tra le sue competenze, anche l’assegnazione dei nuovi domini personalizzati) sta cercando di porre rimedio visto il notevole numero di richieste già ricevute. Senz’altro i domini personalizzati consentono alle imprese di promuovere in modo più diretto ed immediato il proprio business grazie alla creazione di indirizzi internet aventi una maggiore capacità distintiva rispetto ai comuni

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domini di primo livello o, comunque, una maggiore presa sul pubblico (basti pensare che il TLD .com, oggi maggiormente utilizzato e nato come abbreviazione di “company”, è assolutamente privo di qualsiasi capacità individualizzante). La prima criticità che consegue all’introduzione dei domini personalizzati è rappresentata da ipotesi di domain grabbing sostanzialmente analoghe a quelle che si sono già verificati in passato per i domini di secondo livello. In altre parole potrebbe accadere che qualcuno richieda la registrazione di un TLD composto da un noto marchio di titolarità di un terzo, per il solo fine di rivenderlo. Si tratta tuttavia di un rischio prevalentemente teorico, temperato dagli elevati costi di registrazione e, soprattutto, dal fatto che chi chiede l’assegnazione di un TLD deve fornire all’ICANN i dettagli della propria organizzazione, nonché le modalità d’uso del dominio. Accanto alle ipotesi di domain grabbing vi è poi un’altra criticità che dipende anch’essa dalla regola “first come, first served” che contraddistingue da sempre la registrazione dei domain name. Si fa riferimento all’ipotesi in cui due soggetti siano entrambi interessati al medesimo dominio di primo livello, magari perché titolari di marchi identici utilizzati da sempre in settori merceologici differenti (pensiamo al marchio FERRARI che, al tempo stesso, contraddistingue la celebre casa automobilistica e uno spumante; oppure al marchio MARIE-CLAIRE che è sia un segno distintivo di titolarità di l’Oréal che il titolo di una rivista). Anche per questa criticità è comunque previsto un temperamento, in quanto, qualora ci siano due o più soggetti interessati al medesimo dominio, l’ICANN effettuerà tutte le verifiche del caso e, laddove necessario, istituirà un’asta assegnando il dominio al miglior offerente. Come detto l’ente che provvede all’assegnazione dei domini personalizzati è l’ICANN e il costo per tale registrazione si aggira intorno ai 180.000 dollari. Nonostante il costo non certo trascurabile della registrazione tra il 12 gennaio e il 30 maggio 2012 (periodo in cui era possibile presentare domande di assegnazione), l’ICANN ha ricevuto complessivamente circa 2.000 richieste. Dall’elenco di domande presentate, reso pubblico dallo stesso ICANN, si può notare come le principali società attive sul web abbiano dato vita ad una vera e propria corsa ad alcuni TLD personalizzati; basti pensare che Google (per il


tramite della società Charleston Road Registry, Inc) ha richiesto 101 domini e Amazon 76. Numerose sono le sovrapposizioni di richieste per alcune denominazioni che, vista la forte presa sul pubblico, risultano particolarmente ambite; si tratta di domini quali: .blog, .book, .cloud, .free, .game, .mail, .movie, .music, .news, .web. I nuovi domini non sono ancora stati assegnati e, presumibilmente tale assegnazione non avverrà prima del 2013; sarà certamente interessante vedere le modalità attraverso cui l’ICANN accoglierà o meno le varie comande e, soprattutto, a favore di chi saranno risolte le sovrapposizioni sulle denominazioni su cui si è maggiormente soffermata l’attenzione delle società richiedenti, nonché se queste ultime concederanno l’utilizzo di alcuni TLD personalizzati anche a terzi. (A.F.) ICANN – application.pdf

TLD

personalizzati_elenco

Coordinatori: Avv. Pierluigi De Palma Avv. Luca Egitto

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