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Rossano Maria Petrone

“Volto al Suo volto”


Grafica


Rossano Maria Petrone

“Volto al Suo Volto” prof. Liborio Curione

EDIZIONE ACCADEMIA


Rossano Maria Petrone Titolo tesi: “Volto al Suo Volto”

Triennio grafica arte MIUR AFAM Accademia di belle arti Catania anno accademico 2009/2010


Lontano è Iddio da ogni imperfezione e tutte le lodi spettano a Lui.

“Un papà ritornando da lavoro, preso dalla fretta, si sedette a tavola insieme alla sua famiglia per il pranzo; stava per iniziare quando, Laura, la figlia più piccola, lo interruppe dicendo: ”ma iniziamo senza ringraziare?”; allora il babbo abbassando gli occhi umilmente disse: “ringraziamo la mamma per averci preparato queste prelibate pietanze; ah si, anche la Barilla, per averci dato la pasta e il contadino di avere coltivato e raccolto il grano e il negoziante che ci ha venduto il pomodoro e continuò così finchè Laura, presa dalla fame disse: “ma papà, ringraziamo Dio per ringraziare tutti e mangiamo!”. Queste poche righe sono il riassunto di quello chè è per me un vero ringraziamento, perchè ogni persona a me cara, a me vicina, dai parenti agli amici, dalle persone più vicine e a quelle più lontane, ha contribuito e merita un ringraziamento ; dunque anche io come la piccola Laura ringrazio Dio per poter ringraziare e includere tutti, perchè tutto è per sua grazia e per sua benedizione.


Indice

Introduzione 1. L’importanza della ricerca, della riflessione, dell’osservazione e della conoscenza di Se Stessi in primis come punto di partenza. 2. Storia di Abramo. 3. L’inizio, “Iddio”. 4. In unione con la vera natura delle cose è l’uomo che deve protendere verso il Creatore e non viceversa. 5. ”Ovunque posi il mio sguardo, è Te solo che vedo.” 6. Ad ognuno il proprio compito, semplicemente me stesso. Opere Bibliografia


“Innammoratevi! Se non vi innammorate è tutto morto!”1 Questo dialogo, queste mie riflessioni sono nate grazie ad una ritrovata presa di coscienza, una nuova consapevolezza che si è mostrata in tutta la sua bellezza tutto intorno e dentro di me e che mi permette di poterla esprimere oggi in svariate forme. Non si tratta infatti di qualcosa a cui ho preso parte, ma un qualcosa che mi rispecchia e che mi dà gli strumenti adatti per poter cogliere l’essenza vera di ciò che mi circonda e con questa riuscire a mettere in dubbio ciò che voglio conoscere, per potere apprezzare il significato autentico non fermandomi a quello tipico e apparente del senso comune, non escludo il concetto di bello, ma parto da questo per guardare oltre e riuscire a cogliere ciò che sembra invisibile. “Non si vede bene che col cuore, l’essenziale è invisibile agli occhi”2 I concetti che intendo esprimere sono in realtà racchiusi in ognuno di noi per grazia divina, tutte cose che in sostanza possediamo, ma che spesso vengono offuscate, appannate dalla realtà, dalle situazioni, dalla quotidianità che ci circonda, che piuttosto che chiarirle e dargli l’importanza e l’unicità che gli è propria, che merita, li incatenano alla monotonia, all’abitudine e alla legge del “tutto è dovuto”; è in questa dimensione che la bellezza di un manto di giraffa, di una foglia al sole, di un tramonto lilla, dell’immensità del dono della vita, viene sminuita fin troppo. Il punto verso il quale protendo è l’arte e la bellezza infinita del Creatore, il vero Artista, Unico, perfetto e irripetibile, l’Amore della vita, esempio per la comprensione di me stesso e di quel che mi sta intorno. È Lui il mio inizio , il mio traguardo, il mio fine. Amore.

1 Roberto Benigni, “La tigre e la neve”, 2005. 2 Antoine de Saint-Exupéry, “Il piccolo principe”, XXI, pag. 98.


La società del nostro tempo, il mondo nel quale viviamo ha bisogno di ricercatori, mediatori, artigiani come ha bisogno di scienziati, di lavoratori, di professionisti, di maestri, di madri, che garantiscano la crescita della persona e lo sviluppo della comunità. Questo dialogo, impiantato non soltanto sulle circostanze storiche o da motivi funzionali, volge alla radicata essenza di se stessi, alla propria natura umana. Gli uomini della nostra epoca hanno capito che se vogliono fare del bene a se stessi, agli altri, ai propri cari, alla terra, a quel che li circonda, devono necessariamente invertire la rotta e riscoprire l’essenza della realtà. La riscoperta e la rivalutazione del vivere, così come l’unione degli uomini e la loro collaborazione nel migliorare se stessi, gli altri e quel che c’è stato donato da Dio, è divenuta sostenibile e necessaria. Ieri come oggi l’azione militante di pensatori, artigiani, filosofi, matematici, chimici, fisici ecc, nell’affermazione della verità, nella diffusione di un pensiero comune sulla rivalutazione dell’esistenza e il miglioramento di quest’ultima sono ormai divenuti essenziali. Gli uomini dotati di intelletto hanno dato e danno il proprio contributo alla società, rispecchiando l’istintiva collaborazione delle api, che costituiscono un modello di riferimento per vicendevole e reciproco aiuto comunitario. Dimostrare e far comprendere agli uomini questi concetti, dando a quest’ultimi i mezzi e gli strumenti necessari, guidati dalla logica e dal buon senso, è ormai divenuto imprescindibile. Gli uomini di oggi e di domani dovrebbero coltivare la bellezza, l’amore, l’entusiasmo, per affrontare e superare le sfide cruciali che si presentano quotidianamente e che si annunciano all’orizzonte. Grazie ad esse l’umanità, dopo ogni smarrimento e difficoltà potrà ancora rialzarsi e prendere il cammino.


In questo senso è stato detto con profonda intuizione che “la bellezza salverà il mondo”3. La bellezza, l’arte, il suo fluire e rifluire di forme, la sua natura ed essenza, la stessa importanza che viene data all’essere umano, alla sua anima, al suo spirito, all’essenza, alla sua esistenza, alla sua vocazione interiore, al suo ruolo, al suo operato, al suo rapportarsi agli altri, in un ritrovarsi fruttifero all’interno di quest’immenso, infinito amore costituisce l’essenzialità. Innamorarsi della vita e di tutta quella profonda bellezza e immensità che ci circonda è un forte punto di ancoraggio. A noi “mediatori” è stato dato quasi il compito di sottolineare l’infinita bellezza del Creatore in noi, nella nostra forma di espressione e nell’osservazione del mondo esterno. Siamo una delle infinite gocce del Suo amore, scintilla brillante della Sua luce. Le migliori soluzioni sono state trovate dai migliori osservatori, uomini, mediatori di se stessi e di quel che li circonda, come a lettura di una luce che viene carpita nella sua essenza, tanto più ci se ne avvicina con umiltà e serena rassegnazione; capire. “La bellezza è cominciata quando qualcuno ha cominciato a scegliere!”4

3 F.Dostoevskij, L’idiota, P.III, cap. V, Milano, p.645. 4 Roberto Benigni, “La tigre e la neve”, 2005.


1. L’importanza della ricerca, della riflessione, dell’osservazione e della conoscenza di se stessi in primis come punto di partenza. Sapermi guardare dentro, nell’immensità della grazia donatami, costituisce l’importanza della mia ricerca, esistenza e vita. L’amore di essere se stessi, coltivare la luce interiore, seguire la propria vocazione, rappresenta il punto di partenza della mia riflessione. Innanzitutto è attraverso me stesso (io come media) che ho la possibilità di vivere e di fruire di tutto quello che mi circonda e mi costituisce, colmandomi dell’immenso amore che Iddio ha riversato sulla terra e in me. Capirmi, ascoltare e sentire me stesso mi ha permesso nel corso degli anni di riscoprire innanzitutto chi sono, cosa voglio, cosa cerco, quel che desidero e soprattutto il perché di quel che faccio, che a mio parere costituisce un fondamento importante di vita. “Un soldato che va in guerra senza un piano, è un uomo senza futuro.”5 “Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza”6 La ricerca personale che ho intrapreso, per cogliere la verità, ha preso corpo negli studi accademici, scientifici, storici, teologici, chimici, matematici, geometrici, astronomici, ecc., che hanno di volta in volta avvalorato le mie intuizioni, hanno messo in dubbio le mie convinzioni e certezze, facendomi avanzare e crescere sotto diversi aspetti, uno di questi è la ricerca artistica e la luce della Bellezza. L‘intuizione, l’osservazione e la lettura di quello che mi circonda, sono gli espedienti privilegiati, che mi hanno permesso di riflettere sulla mia condizione e natura, spingendomi a non 5 Detto orientale 6 Dante Alighieri, “Divina Commedia”, Inferno, canto XXVI, 119-120


accettare ciecamente le credenze ed i valori che la società impone, ma di ragionare mettendo da parte tutti i pregiudizi, i tabÚ e le costrizioni sull’intelligenza, come risultato della ricerca interiore e quindi della verità.


2. Storia di Abramo. “Abramo non era né un ebreo né un cristiano: era nella sincerità e nella Sottomissione.”7 Quando la notte lo avviluppò guardò una stella e disse: «Ecco il mio signore.» Poi quando essa tramontò disse: «Non amo quelli che tramontano.» Quando vide sorgere la luna disse: «Ecco il mio signore.» Poi quando essa tramontò disse: «Se il mio signore non mi guida sarò certo fra gli smarriti.» Quando vide il sole sorgere disse: «Ecco il mio signore, egli è il più grande.» poi, quando tramontò disse: «Popolo mio, sconfesso tutto ciò che voi associate. Sincero, da monoteista io volgo il mio volto verso Colui che ha creato i cieli e la terra; e non sono tra i politeisti.» Il suo popolo discusse con lui. Disse: «Discuterete con me a proposito di Dio quando Egli mi ha guidato? Non temo ciò che voi gli associate; ma solo ciò che vuole il mio Signore. Con la scienza il mio Signore abbraccia tutto. Non rifletterete?8 Disse a suo padre e al suo popolo: «che cosa sono queste statue alle quali voi siete devoti?» Dissero: «Abbiamo trovato che i nostri padri le adoravano.» Disse: «Sì, voi e i vostri padri siete in uno sviamento evidente». Disse: «vieni a noi con la Verità oppure scherzi?» Disse: «Il vostro Signore è il Signore dei cieli e della Terra ed è Lui che li ha creati. Io sono uno di quelli che Lo testimoniano. O Dio! Userò astuzia contro i vostri idoli non appena avrete voltato le spalle.» Li fece a pezzi tranne il più grande. Senz’altro si sarebbero rivolti a quello. Dissero: «Chi ha fatto ciò ai vostri dei? Certo è, in verità, un prevaricatore.» Dissero: «Abbiamo sentito un giovane sparlare di loro, si chiama Abramo.» Dissero: «Conducetelo agli occhi della gente perché ne portino testimonianza.» Dissero: «Abramo, sei tu che hai fatto ciò ai nostri dei?» Disse: «Lo ha fatto il più grande di questi. Chiedetelo a loro, se essi parlano.» Allora si ravvidero e si dissero 7 Sura 3° (67) 8 Sura 6° (76-81)


l’un l’altro: «Certo siete voi gli iniqui.» Chinarono il capo e dissero: «Sai bene che essi non parlano.» Disse: «Adorate dunque di fuori da Dio chi non può né esservi utile né nuocervi? Uffah a voi e a quelli che voi adorate di fuori da Dio! Non ragionate?»9

9 Sura 21° (52-70)


3. L’Inizio, “Iddio”. Il punto di arrivo, così come l’inizio di queste riflessioni è l’amore di e per Iddio; l’inizio di tutto,così come il fine. Tutto quello che mi circonda compresa la mia stessa essenza e materia, proviene dalla Sua benevolenza, dal Suo amore, nell’elargire tutto con immensa misericordia, senza chiedere niente in cambio; un “Amico fedele” che fa tutto per me e per tutti. Immagino la mia vita, la mia esistenza come un barattolo; un contenitore all’interno del quale, esistono tutte le grazie che Dio mi ha donato: la famiglia, l’amicizia, la salute, il lavoro, ecc., insomma i pilastri della vita, che, per quanto immensi ed importanti, lasciano posto a quelle cose che lo sono meno, come: una casa, il saper fare, disegnare, cucinare, rapportarsi agli altri, ecc.; le quali a loro volta lasciano posto a altre cose meno importanti ancora e così via. Al di là dell’importanza che viene attribuita ad ogni cosa, nel quadro dell’esistenza, non penso esista una cosa più poetica di un’altra, ma che tutto faccia parte di questo infinito amore. L’immensità unica dell’amore, trova completezza nella molteplicità delle sue infinite forme. E come se l’amore non avesse punti di origine, tutto costituisce un circolo, dove ogni cosa, gesto, atto, emozione, fa parte dell’essenza dello stesso amore, dove il centro così come l’intorno è Dio stesso. Essendo parte integrante di questo circolo, rappresentiamo noi stessi, l’amore di Dio, che a nostra volta restituiamo, inconsciamente ed istintivamente, guidati dal cuore e dal suo sentimento più dolce, l’amore. Quest’immensità, si riscontra costantemente nel quotidiano vivere: vita, amore, lode. Ringraziare Iddio per tutto quello che mi dona, dalla vita stessa, al suo contenuto rappresenta per me la cosa più bella e importante.


4. In unione con la vera natura delle cose è l’uomo che deve protendere verso il Creatore e non viceversa. Iddio, Creatore di tutte le cose, si è fatto amare dall’uomo per l’infinito amore che ha riversato in lui e sulla terra. “Ogni cosa contiene il suo segno, la sua impronta.”10 L’infinita perfezione delle cose esistenti ha portato, nel corso dei tempi, l’uomo a riflettere sulla propria natura e sull’esistenza e l’immensità di un “ Essere superiore”; quesiti e dubbi, che hanno trovato riscontro, nelle varie discipline, quali la chimica, la fisica, l’astronomia, ecc., che lo hanno portato a potere solo confermare ed accettare l’esistenza e la grandezza del Creatore. Papa Giovanni Paolo II, nella “lettera agli artisti” sottolinea la particolare relazione esistente tra Dio e l’uomo, grazie alla vicinanza lessicale fra le parole polacche stwórca (Creatore) e twórca (artefice) “Creatore”, chi crea dona l’essere stesso, trae qualcosa dal nulla e questo in senso stretto, è modo di procedere proprio soltanto dell’Onnipotente; l’artefice invece, l’uomo artigiano, utilizza qualcosa di già esistente, di già creato, per generare delle soluzioni a cui dà forma e significato. Questo modo di agire è tipico dell’uomo, che costantemente rispecchia la luce del Creatore, prendendo costantemente la sua opera a riferimento e modello, lasciando ovviamente intatta l’infinita distanza tra il Creatore e la creatura, come sottolineava il cardinale Nicolò Cusano: “l’arte, che l’anima ha la fortuna di ospitare, non si identifica con quell’arte per essenza che è Dio, ma di essa è soltanto una comunicazione ed una partecipazione”.11

10 Detto sufi. 11 Dialogus de ludo globi, lib.II: Philosophisch-Theologisce Schrifen, Wien 1963, III, p.332.


L’abilità manuale fondamento dell’arte, è un linguaggio visivo concreto, scoperto fin dagli albori: Cennino Cennini asserisce: “[...] Onde cognoscendo Adam il difetto per lui conmesso, e sendo dotato da Dio sì nobilmente, sì come radice principio e padre di tutti noi, rinvenne di sua scienza di bisogno era trovare modo da vivere manualmente; e così egli incominciò con la zappa e Eva col filare. Poi seguitò molte arti bisognevoli e differenziate l’una dall’altra; appresso di quella seguitò alcune discendenti [...] e quest’è un’arte che si chiama dipingere, che conviene avere fantasia e operazione di mano, di trovare cose non vedute, cacciandosi sotto ombra di naturali e fermarle con la mano, dando a dimostrare quello che non è, sia?.”12 I mezzi servono a tradurre il linguaggio, sono di solito semplicissimi, coincidono con una realtà naturale (un pezzo di carta, un po’ di carboncino); si può fare disegno con niente, o quasi: questo il lato più autentico e stimolante, nutrimento da sempre alla portata di tutti. Fare disegno è stato da sempre un tutt’uno con il primo lavoro dell’uomo, per la possibilità di intervenire con mezzi elementari, strumenti di espressione nel corso dei tempi, incidendo sulla cultura. Per Leonardo il disegno è strumento di conoscenza e scandaglia le branche della natura; per Vasari il disegno è «idea e forma delle cose», ha origine nell’intelletto dell’uomo; per A. F. Doni, il rapporto arte-teologia, è «speculazione divina» e per Zuccari, come «disegno interno» entrerà in una categoria del conoscere. Secondo il nucleo di ricerca partito da Hegel (1828): disegno è un’idea «incarnata in una forma sensibile»; aiuta a fissarla rispetto a quella materialità della realtà circostante. Mentre in poesia le parole entrano dotate di un loro significato e rappresentano un materiale che ha un suo senso, almeno lessicale, il disegno esige l’invenzione di un dato tecnico di base. 12 Cennino Cennini, “Il libro dell’arte”, commentato e annotato da F. Brunello, prefazione di L. Magagnato, Vicenza 1971, pp. VI sgg.


Con Giotto avviene il mutamento decisivo e il disegno è percezione di cose «naturali» e di «altro spazio» mentale; lo avvertirà Vasari, chiaramente. Il segno già usato per idealizzare si sarebbe fatto più naturale, filtro per l’osservazione quotidiana. Il disegno diventa veicolo di cultura, ritrae e documenta: riprende «dal vero». Da sempre l‘uomo ha rivolto la sua attenzione alla perfezione dell’opera del Creatore come migliore guida per la conoscenza di se stesso e del mondo circostante. Quanto a Giotto, Vasari, identifica le due strade possibili del disegno: pensiero nuovo di fronte alla natura, e ricerca di una misura ideale. «lo ‘ ntelletto al disegno si diletta solo, ché da loro medesimi la natura a ciò gli trae, sanza guida di maestro, per gentilezza d’animo»13; in questa connessione è anche indicato, cosa molto importante, il disegno «entro la testa», per «acquisire a sé». Altrettanto evidente il superamento nella ripresa dal vero, che in Pisanello non si può certo dire sfiorasse solo la pelle delle cose e non indagasse oltre (pur non essendo Pisanello né Leonardo e neppure Dürer), fissava l’estrema possibilità di percezione di fronte alla natura; Giovanni Bellini si inoltrava dentro i problemi di una percezione sensibile e mutevole, di fronte alla natura intesa «col suo senso di sacralità universale», «il tutto unificato dalla luce, una luce dal valore quasi mistico, come in Jan van Eyck»14 «…interprete infra essa natura e l’arte » (Leonardo). Per Leonardo l’esperienza è maestra di vita e il disegno gli serve 13 W. Worringer, “Astrazione e empatia”, Torino 1975; R . Vischer, Über das Op-

tische Formgefühl, 1873; ID. , Der Ästhetische Akt und die reine Form, 1874; R. FRY, Vision and Design, 1920. Per un recente intervento cfr. J. Nigro Covre, La teoria della Einfühlung secondo Robert Vischer, con bibliografia, in “Ricerche di storia dell’arte”, 1977, n.5, pp. 3-23.

14 Zeri, “La percezione cit.”, 1976, p. 67


come un linguaggio espressivo nei suoi taccuini pieni di commenti e di scritture accanto a figure e prove grafiche. Toccherà sempre al disegno la chiarificazione finale di quanto viene annotato; ma intanto Leonardo ha sbloccato la materia e la funzione stessa del disegno, svincolandolo dai lacci esclusivi e possessivi delle arti visive, fino a proiettarlo in una direzione ben più aperta, in una dimensione in cui ogni filo è utile a procedere; disegno è appunto questo, per Leonardo. È all’opposto rispetto alla situazione che si era determinata con Brunelleschi – Alberti – Piero; procede in una Natura proliferante: l’idea base che riflette la struttura dell’universo può essere l’albero 15 , come la roccia (nella “Vergine” dell’ Louvre e nella versione di Londra, fino alla “Sant’ Anna”); e ancora l’ acqua nei fogli con il “Diluvio”. Altro punto essenziale: il disegno è ricondotto in uno spazio anche più totale rispetto a quello di Dürer. È salva la bellezza assoluta che il Quattrocento aveva raggiunto; ora meno astraente, perché aderisce al senso vitale della natura: la bellezza è dentro quella stessa vita, ne è una delle risonanze più complesse. Con Leonardo il disegno diventa “strumento per conoscere la natura”. Il segno ha l’urgenza e insieme l’esattezza del suo ritmo mentale; sceglie primi piani a luce zenitale, per concretare una ricerca che segue le strade più diramate, dall’ottica all’anatomia, dalla botanica alla geologia, alla meccanica, alla fisica, mirando ad un centro unico, lo stesso che riesce a conferire al segno una vitalità organica. La mano dell’artigiano lavora in armonia con la natura, e genera opere a somiglianza del reale. Pari per ricchezza espressiva a una lingua parlata che affronti una «nuova scienza» in rapporto con l’universo, il disegno è parte 15

La distribuzione tematica nei capitoli degli “Scritti” riuniti dal Richter (Botany for Painters and elements of Landscape painting), riserva a questi argomenti un settore importante: cfr. J. P. Ricter, “The Literary Works of Leonardo da Vinci”, Phaidon, London 1970, I, pp. 271-94. Per il testo del Richter, si confronti C. Pedretti, “Commentary”,Phaidon, London 1977.


integrante della ricerca. Tutto è visto nell’ambito di un «furor universalis»: conta ogni espressione della vita. Volendo provare a estrarre i nodi più evidenti di quel suo intricato sondaggio universale, anche per il disegno si possono fissare linee d’interesse (fitte di intersecazioni), a cominciare dal passeggio, continuando poi con l’anatomia, il movimento e gli atti dell’uomo; ma li riprende come fenomeni governati da leggi che la mente indaga cogliendoli dall’interno, nel loro stesso ritmo universale; moltiplicando le osservazioni: il paesaggio diviene il ritratto delle energie della natura, le stesse che si ritrovano nell’ uomo: «Nota il moto del livello dell’acqua, il quale fa [a] uso de’ capelli, che hanno due moti: de’ quali l’uno attende il peso del vello, l’altro al liniamento delle volte…»; si unisce il moto dell’acqua, a quello delle erbe e dei capelli. « …disegno non è altro che speculation divina». Il disegno, «la fonte primaria e l’anima di tutte le maniere di pittura e la radice di tutte le scienze», unisce in accordo con il Varchi, Michelangelo e Vasari teorico: “Il disegno, padre delle tre arti nostre, architettura, scultura e pittura, procedendo dall’intelletto cava di molte cose un giudizio universale, simile a una forma o vero idea di tutte le cose della natura […]. E perché da questa cognizione nasce un certo concetto e giudizio, che si forma nella mente quella tal cosa che poi espressa con le mani si chiama disegno, si può conchiudere che esso disegno altro non sia che una apparente espressione e dichiarazione del concetto che si ha nell’animo, e di quello che altri si è nella mente immaginato e fabbricato nell’idea “16 Nel settecento, sia nelle botteghe che nelle Accademie, il disegno, come nei due secoli precedenti, costituisce il fondamento 16 Vasari, “Le vite” cit., I, cap. XV, p. 115. In nota 1il commento avverte che «tutta

questa parte teorica sul disegno è un’aggiunta dell’edizione 1568. Nell’Archivio di Stato di Firenze (Lettere artistiche di diversi vol. II, inserto 3, n. 2), si conserva in abbozzo più prolisso e scorretto di questa parte, abbozzo risalente probabilmente al 1564, pubblicato dal Frey. Cfr. inoltre G. Vasari, “La Vita di Michelangelo” nelle redazioni 1550 e del 1568 a cura di P. Barocchi, 5 voll., Milano-Napoli 1962; E. Steinmann e R. Wittekower, “Michelangelo Bibliographie”, Leipzig 1972; L. Dussler, “Michelangelo Bibliographie “(1927-1970) Wiesbaden 1974.


indiscusso dell’educazione artistica. Esso, infatti, conduce l’autore a imitare le forme della realtà. «La parola disegno significa l’arte di imitare con tratti, le forme che gli oggetti presentano ai nostri occhi » scrive C.H.Watelet nella voce ‘’Dessein’’ dell’Encyclopédie (1754). E lo stesso Watelet, nell’introduzione del suo poema in versi, intitolato ‘’L’art de peindre’’ (1760), riprenderà, approfondendolo, lo stesso concetto. Nel primo canto del poema, dedicato appunto al disegno, egli riprende il medesimo concetto, paragonando questa forma espressiva (come farà più tardi Winckelmann, quando parlerà della bellezza), per la sua purezza e limpidezza, all’acqua sorgiva. «Il disegno ha lo scopo di imitare, attraverso il tratto, la forma che al nostro occhio ciascuno oggetto presenta. Deve la sua origine al riflesso di un’acqua pura…». Lo stesso concetto è alla base delle definizioni di disegno del grande conoscitore e teorico inglese Jonathan Richardson padre, secondo il quale (An Essay of the Theory of Painting, 1715), accentuando l’aspetto della percezione, il disegno è il mezzo più immediato per rendere visivamente e otticamente, in modo adeguato il reale. «Disegno. Questo termine significa talora esprimere i nostri pensieri sulla carta o su qualche altra cosa di questa natura, per mezzo di forme ottenute con penna, matita, carbone o altri media similari.» Il disegno così inteso, dunque, per il conoscitore settecentesco è il mezzo attraverso cui l’autore rivela il modo inequivocabile il suo ”spirito”. È una sorta di scrittura, altrimenti definita il suo “buon abito” e il suo “carattere”. L’arte come espressione e ricerca dell’assoluto, come aspirazione ad un ideale di bellezza di dimensione atemporale, espressione


del divino, la cultura romantica ripropone, al centro della considerazione artistica, la psicologia dell’io, l’espressione individuale, la sensibilità e creatività fantastica e personale. Il disegno ritorna dunque a essere, come già era stato intuito da alcuni intellettuali del primo settecento, la voce più autenticamente rivelatrice dell’interiorità risposta, lo squarcio sull’abisso dell’immaginario, del temperamento uomo-autore. Ben esprime questa posizione teorica il pittore e scrittore romantico Eugène Delacroix nel suo “ Journal”. Alla data 1857 sotto la voce “idea”,appunto per lemma di un progettato Dizionario sulle arti, l’autore annota: idea, generare. « Idea; prima idea. Le prime linee con cui un abile maestro indica la sua idea, contengono il germe di tutto ciò che l’opera presenterà di saliente. Raffaello, Rembrandt, il Poussin gettano sulla carta pochi tratti: non uno di essi sembra indifferente. Per occhi intelligenti, la vita è già presente dovunque e nello sviluppo del tema, in apparenza così indefinito, nulla s’allontanerà da questa concezione, appena schiusa alla luce e già completa». Nel disegno, in sostanza, traspare per Delacroix la forza dell’immaginazione, che è “la qualità dell’uomo […] non si limita a rappresentare gli uni o gli altri oggetti (ma) li combina per il fine che gli si propone» (Journal, 1857). La posizione di Delacroix sulla funzione dell’immaginazione e del disegno è ampiamente condivisa dal poeta e critico Charles Baudelaire, che considera l’artigianato frutto della fantasia, la quale trasforma i molteplici segni dell’universo visibile, ai quali l’essere umano si ispira nella sua opera. «[…] tutto l’universo visibile non è che un deposito di immagini e di segni ai quali l’immaginazione darà un posto e un valore relativo; […] Tutte le facoltà dell’animo devono essere subordinate all’immaginazione, che le assimila tutte in una volta» (Variétés critiques, I, 1924). In altri termini il disegno, per Baudaleir; è il mezzo tecnico-


espressivo per rendere concretamente il dualismo che si configura tra modello di natura e ideale, insito nell’animo dell’uomo. Ogni autore nel corso della storia ha utilizzato l’osservazione, il disegno e l’evoluzione di questo per imprimere non solo il gesto ma l’espressione ad esso connessa su di una superficie.


5. “Ovunque posi il mio sguardo, è Te solo che vedo.” « …osservando un’ape, mi accorgo che quel che mi attira, mi piace, amo, è la creazione divina e la scienza radicata in essa. Prima la guardo volare e già mi stupisco della bellezza che la riveste e la costituisce, del suo corpo nell’aria e del suo movimento coordinato e preciso. La vedo posarsi su un fiore e scopro il suo lavoro, il suo darsi da fare, il movimento delle zampette, delle antenne, di quel che gli è stato insufflato. Mi fermo a riflettere sull’osservazione. Scorgo in lontananza un’arnia, di quelle in vetro custodite da apicoltori, che solo la parola del mestiere, sà di bontà, buono, dolce, caro; di miele. Mi avvicino e vedo che il lavoro è in corso d’opera, tutti si avvicendano, ognuno col proprio compito, ma tutti con il ritmo del divenire, della verità, dell’armonia; loro hanno un tempo diverso dal nostro, o forse abbiamo noi lasciato un po’ lontano il loro e il nostro tempo. In mezzo a tutta quella confusione ordinata, scorgo solo delle cellette, come una rete, ma lontana è la mia conoscenza. L’apicoltore mi raggiunge con gli occhi illuminati di colore. Vedendomi interessato e incuriosito mi parla. Mi racconta di loro, della loro bellezza, del suo lavoro in questa catena di accostamenti reciproci, della loro importanza in questa esistenza e per la nostra stessa vita, dei benefici del miele per l’uomo, della loro organizzazione comunitaria, delle ricerche scientifiche moderne e di un’infinità di cose, che non trovano limite; come una guida che, donandoti da bere per dissetare i tuoi dubbi, quesiti e curiosità ti lascia assetato. Dentro di me balena un’emozione, una luce infinita, un sentire, che non mi farebbe tornare neanche a casa; quasi dimentico che è ora di cena. Tornando a casa mi accorgo che i muri hanno cambiato colore, il cielo buio è illuminato di mille colori, e poi le stelle, “i gioielli” e


la luna, mamma mia! Le scale oltre il portone, prima della soglia di casa mi sembrano più basse. I miei genitori sembrano avere venti, cinquantadue, ottanta, diciotto anni, tombola! Quella luce è ancora dentro di me. Mi siedo nel ritrovo notturno al tavolo e disegno. Ma cosa? Come disegnare tutta “quella” emozione provata e provata? Si, disegnare l’ape con l’arnia, il cielo, l’apicoltore …, sarebbe di per sé, già meraviglioso, come atto del divenire, crescere, provare, ma non sarebbe “l’emozione”. Cerco in me le sfumature, la luce, i segni. Ogni cosa dice “Amore”, “Dio”; ok! Per me, l’amore di e per Dio, è l’essenza di tutto, di ogni respiro, sguardo, gesto. La bellezza dell’Amato e il suo amore, è nell’essenza di ogni cosa: è la bellezza interiore degli esseri viventi, l’anima, quella luce immensa che si irradia dentro, riverbero, che si esterna al di fuori, come la pulsazione di una stella, che illumina con tenue amore senza graffiare, ne irrompere nella vista, nello sguardo, nell’anima. È la bellezza che viene esternata, che trova, nell’immensità di ciò che l’avvolge, un essenza, che costituisce l’essenza stessa: la luce, l’aria, il tangibile, il non tangibile, l’invisibile; è come se fossimo in una di quelle piscine piene di palline colorate, quelle dove i bambini si tuffano e sprofondano quasi interamente. Siamo immersi in questa immensità, in questo amore, in questa esistenza, in questa realtà, in quest’essenza, in questa Luce, che viene illuminata da altra luce, che a sua volta trova esistenza nella Luce stessa, Iddio; perfezione su perfezione, che ricopre costituisce, attornia, ricopre di nuovo costituisce, è ogni cosa. È l’amore istintivo per la donna amata, aspirata, guardata con occhi colmi di bellezza, perché Lui l’ha creata con una luce, un’immensità che non stanca la vista, ma la colma, la ricolma e l’appaga.


Cogliere quel colore, quell’intensità di luce che gli illumina i capelli e li fa vibrare nella loro leggera, setosa costituzione e vederli discendere con armonia sugli zigomi arrossati, come terracotta sporcata di porpora; colore che si attenua sulle guance, splendenti di una luce che è rossa, gialla, crema, bianca, azzurra, verde, viola, blu e poi di nuovo viola, gialla, rossa, verde, azzurra, blu, bianca. Osservare la sua materia e “luce”, sullo sfondo di un prato, mi permette di vederla nel complesso della luce che la scolpisce, che l’avvolge e che anche senza tanta grazia, sarebbe comunque luce, ma questa, l’abbellisce nuovamente e di nuovo, confermando la grandezza del Creatore e la sua perfezione infinita, pura, mera. Sentire la luce che entra in me, che mi permette di vedere all’oscuro della calotta, la bellezza del movimento degli esseri, quel pulsare vibrante del Suo soffio, che nessuno, neanche il migliore pittore o scultore riesce a dare, a donare, quel mistero che ci attira, perché meravigliosamente irripetibile, che non riusciamo nemmeno ad immaginare, che talmente immensa nella sua fragilità ed essenza da avere bisogno di una materia per potersi coprire. Queste gocce d’immensità si rispecchiano in me, nei miei occhi, nella sclera, nella lacrima, nell’anima, nel cervello, nel cuore, nel sangue, nei muscoli e nelle ossa, che tremano per la bellezza delle visioni, riverbera dentro di me come a far risuonare l’argilla che mi costituisce, illumina il mio volto, la mia mente, la mia anima, i miei occhi, mi dà forza ad ogni battito, passo, respiro e mi dice “ama, ama, ama, ama, …” infinito ritorno all’infinito, luce su Luce, un amore che non muore mai, che ogni giorno costantemente si rinnova, rompendo i battiti del tempo e scandendoli, con un infinito vivere d’amore per l’Amato. Vivere gustare l’esistenza di quel piacere costante ed evidente che ci fa vibrare l’anima, che ci fa guardare senza stancarci, forse perché non scorgiamo nessuna imperfezione o forse perché troppo innamorati, della vita dono di Dio, da poterci anche accorgere dei particolari della perfezione sulla perfezione che attribuiamo a volte a difetti, errori o imperfezioni di opere singolari; uniche impronte di Dio, Creatore costante di immensa perfezione.


O tu che sei morto nella ricerca di Colui che scioglie i nodi, O tu che sei nato nell’unione e morto nella separazione, O tu che rimani assetato ai bordi dell’oceano, O tu che sei morto di miseria sopra un tesoro, Un tesoro che non è con noi, e non è senza di noi. Dov’è? Dove si trova il Sovrano che risiede in nessun luogo? Non dire «qui», non dire «lì», dì la Verità. L’intero Mondo è Lui, ma chi trova chi Lo veda? Nel dolore, sempre intravedo il rimedio. Nella costrizione e nella tirannia, trovo la grazia e l’amicizia fedele. Sulla faccia della terra, sotto la volta del cielo, Ovunque posi il mi sguardo, è Te solo che vedo.17

17 Sultan Valad, Kitab al-Ma’arif (1207-1273)


Come si può parlare dell’immensità, della bellezza, dell’arte del Creatore, quando a volte le stesse parole si affacciano all’infinito? Come si può trasmette una vibrazione, un calore costante e vellutato, tenue nel suo trovarsi in armonia con l’anima ad ogni battito, respiro, togliendo per un attimo importanza alla sedia dove siamo seduti, sentendo solo noi e noi stessi, il nostro cuore, la nostra esistenza, l’amore e l’amore; amando e amando? Come è possibile rappresentare “il Creatore dei cieli e della terra e di tutto quello che vi è frammezzo”? Riduttivo sarebbe disegnarlo, il suo volto non entrerebbe in un foglio, su di un muro, nell’universo intero; amarLo lo farebbe comprendere nella sua immensità, solo il cuore Lo può contenere, solo col cuore si riuscirebbe ad esprimere: attraverso un emozione, un dire, un amarlo, un lodarlo, un sentirlo, un ritrovarlo, protendere, volto al Suo Volto. “Allahu akbar”, “Dio grande”, menzionato e tradotto dalla lingua araba, con la mancanza della “è”, del verbo essere, per l’impossibilità di precisare la Sua infinita immensità. Forza, potere prendere questa luce, questa immensa emozione vibrazione vitale e trasmettere questo immenso amore attraverso uno dei mille e di nuovo mille infiniti gesti dell’esprimersi, del dovere necessariamente far uscire quelle gocce, quel fluido fiume d’amore, che mi riempie, mi colma e mi fa trasbordare della sua immensità; infinito colore espresso attraverso il fare, il disegnare, l’ideare, l’aspirarsi, il tradurre, il sentire, condividere, crescere, vedere da altri punti di vista, emozionare ed emozionarsi e di nuovo emozionarsi attraverso l’immensa semplicità del dono, del “talento”, donatomi dal Creatore, dall’Amato e investirlo, affinché questo frutti come nella logica della parabola dei talenti18; come ad elargire del miele che viene preso da un barattolo che si riempie costantemente e che quando è colmo, cade spontaneamente in terra innalzandosi verso l’immensità dello stesso immenso trono. Sapersi rendere conto e innalzarsi 18 Cfr Mt 25,14-30.


ad ogni gesto, pregare, ringraziare per l’immensa immensità donatami rappresenta una forte presa di coscienza. La mia espressione di bellezza protende a Dio, alla sua lode; in quanto tutto trova esistenza in Lui, nel suo amore, nell’amare e nell’amarLo; è, mi costituisce. Trovare il giusto modo per dire che bel tramonto, “lode a Dio”; che meravigliosa creatura, “gloria a Dio”; che immensità l’anima, “gloria a Dio”; che corpo l’aria, “lode a Dio”, che bella la vita, “grazie Dio”. Ovunque posi il mio sguardo è solo Dio che vedo, la sua bellezza, il suo amore, il suo esserci, la sua arte, la sua essenza, talmente forte, immensa nella sua immensità da potere solo amarlo, da prendermi totalmente, “Luce” che cosparge ed è tutto. Intuire, sentire, ascoltare la vibrazione di quel dolce sentimento donatomi dal Creatore; capirla, seguirla, riflettere l’infinita bellezza attraverso la mia vocazione interiore, ammiratore stupito dell’immensità; essere amore, essere semplicemente me stesso.


6. Ad ognuno il proprio compito, semplicemente me stesso. Rossano, un topino dal pelo un pò rossiccio adempiuto il suo dovere, stava comodamente seduto su di una pietra, mentre i suoi compagni si adoperavano a raccogliere provviste per il lungo inverno: «Rossano, perché non lavori?» chiesero. «come, non lavoro» rispose Rossano stupito. «Sto raccogliendo i raggi del sole per i gelidi giorni d’inverno» […] «E ora, Rossano, che fai?» «Raccolgo i colori» rispose Rossano con semplicità. «L’inverno è grigio» […] Un’altra volta ancora: «Stai sognando, Rossano?» gli chiesero in tono di rimprovero. «Oh, no! Raccolgo parole. Le giornate d’inverno sono tante e lunghe. Rimarremo senza nulla da dirci». Venne l’inverno, la neve, ed i topini infreddoliti e senza più provviste ricordarono ciò che Rossano aveva detto. «E le tue provviste, Rossano?» «chiudete gli occhi» disse Rossano, mentre si arrampicava sopra un grosso sasso. «Ecco, ora vi mando i raggi del sole. Caldi e vibranti come oro fuso …» E mentre Rossano parlava, i quattro topini cominciarono a sentirsi più caldi. «E i colori, Rossano?» chiesero ansiosamente. «Chiudete ancora gli occhi», disse Rossano. E quando parlò del blu dei fiordalisi, dei papaveri rossi, del frumento giallo, delle foglioline verdi dell’edera, videro i colori come se avessero tante piccole tavolozze nella testa.19 Alla fine, quando i topini ringraziarono Rossano, egli disse che in fondo ognuno fa il proprio lavoro. Il mio lavoro è quello di “mediatore”, cerco per me e per voi messaggi di parole e di colore nella speranza che non siano inviati invano, ma diventino a loro volta …opere. 19 Tratto da L.Lonni, Le favole di Federico, Trieste, Einaudi Ragazzi, 1995,pp.23-26


L’uomo, quanto più è consapevole del suo dono, tanto più è spinto a guardare a se stesso e all’intero creato con occhi capaci di comprendere, contemplare e ringraziare, elevando a Dio il suo canto di lode. Solo così egli può comprendere a fondo se stesso, la propria vocazione interiore e la propria missione, essenza, luce. Noi tutti siamo chiamati al nostro compito, al piacere del nostro dovere, a seguire la nostra vocazione interiore, il nostro estro, spinti da una forza motore che proviene da un’inesauribile potenza d’amore e d’amare. Guardando oltre la disposizione grazie alla quale l’essere umano è l’autore delle proprie azioni ed atti, l’uomo è responsabile anche della morale, al di là della capacità di dare forma estetica alle idee concepite con la mente, esprime se stesso a tal punto che il suo lavoro costituisce un riflesso singolare del suo essere, di ciò che è e di come lo è. Non tutti siamo chiamati ad essere “mediatori” nel senso specifico del termine: c’e chi coltiva le piante affinché possiamo nutrirci e gustare i meravigliosi e singolari gusti, profumi, colori; chi compone musica spinto dai battiti del cuore e dal miglior strumento creato; chi scrive versi per la forza della parola e della materica scrittura; chi cucina per trovare il giusto equilibrio del gusto ricercato; c’è chi disegna, concepisce, genera, per la bellezza carpita e per amor di donarla così come Iddio l’ha donata a me.


“Iddio è bello e ama la bellezza.”


BIBLIOGRAFIA

Antoine de Saint-Exupéry, “Il piccolo principe”,Valentino Bompiani 1967. “Il Corano” introduzione di Khaled Fouad Allam, traduzione e apparati critici di Grabiele Mandel, UTET Libreria, Torino 2007. Marco Dallari, Cristina Francucci, “L’esperienza pedagogica dell’arte”, Enciclopaideia, La Nuova Italia. AA.VV.,”Il disegno forme, tecniche, significati”, Istituto Bancario San Paolo di Torino, Amilcare Pizzi Editore 1991. AA.VV.,“Storia dell’arte italiana grafica e immagine I. Scrittura miniatura disegno”, Giulio Einaudi Editore, Torino Harun Yahya,“I segni nei cieli ed in terra per gli uomini con discernimento”, Vural Yayıncılık, İstanbul, Turchia, 2008. Papa Giovanni Paolo II, “Lettera del papa Giovanni Paolo II agli artisti”, Città del Vaticano, 4 aprile 1999.



"Volto al Suo Volto" di Rossano Petrone