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Aperiodico dell’I.T.C. G.D. Romagnosi di Piacenza, esente dalla legge sulla stampa, in quanto soggetto alla C.M.P.I. n.242 del 02/09/1988

Giugno 2011

CONCORSO FOTOGRAFICO


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Dopo un intero numero sul 150esimo...rieccoci ancora qua...più frizzanti e scoppiettanti che mai! Un anno di festeggiamenti, manifestazioni: le varie mostre nella nostra scuola, la pubblicazione del libro del nostro Istituto e, come sempre, l’uscita primaverile del The Mente! Vi è piaciuta l’idea del giornale su carta opaca, se ve ne siete accorti?! Bene: abbiamo deciso di proseguire con questa modalità. Non rubiamo altro tempo alla Vostra lettura, sperando ancora una volta che: IL THE MENTE VI REGALERA’ EMOZIONI! Damiano Borella, III PA

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La nostra redazione Professore Referente: Paola Cordani Caporedattore e Grafica: Damiano Borella Redattori: Mara Merlini , Erika Manfredi, Rebecca Bettera, Aron Marino, Viola Sturaro, Cristina Sartori, Oprea Rodica, Christian Basini, Alessia Romagnoli, Simone De Lorenzi, Matteo Scotti, Marco Popolla, Giulia Luberti, Barbara Bonini, Letizia Del Giudice, Asmae Laghrik, Silvia Segalini, Lorena Pasquali, Donald Gjni, Manjola Kosta, Luca Tinelli, Georgiana Palladino, Katri Ennada Khalfaoui, Francesca Carini, Elisa Ricci, Simone Bertozzi, Mauro Tirelli, Silvia Giani, Chiara Morisi, Loredana Bucur, Samuele Cesa, Federica d’Avolio, Elaina Isufi, Susanna Dosi, Agata Paleari.

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QUATTRO PROPOSTE PER UN TERRITORIO A MISURA DI RAGAZZO

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A seguito di un'indagine riguardante le proposte per migliorare il territorio e renderlo a misura di giovane,sono emerse principalmente quattro carenze: il notevole divario tra la città e la provincia, la scarsa efficienza del sistema dei trasporti pubblici, la mancanza di centri ricreativi e l’ assenza di spazi verdi nel centro cittadino. DIVARIO CITTA’-CAMPAGNA La totalità dei ragazzi della provincia, partecipanti all'iniziativa, ha riscontrato una forte discrepanza tra le possibilità offerte ai ragazzi che vivono in città, pur sempre insufficienti, rispetto a quelli della provincia di Piacenza;la principale differenza riguarda la carenza di strutture sportive e l'assenza di centri ricreativi. I ragazzi della provincia denunciano la mancanza di luoghi che favoriscano la socializzazione dei giovani e di impianti sportivi ed agonistici, che per essere raggiunti, in “città”,dovrebbero essere collegati da una rete di trasporti pubblici quantomeno frequenti. TRASPORTI PUBBLICI Da qui emerge un ulteriore problema: quello dei trasporti nella zona extraurbana,che necessiterebbe di un potenziamento non solo in termini di efficienza, ma anche di frequenza e comodità oraria, per poter consentire ai più giovani di seguire i propri interessi in maniera indipendente ed autonoma. Inoltre una delle tante proposte avanzate è quella di estendere gli orari dei pullman anche alle fasce serali soprattutto nel periodo estivo per permettere ai ragazzi di raggiungere il centro storico con maggiore facilità, dato che l’estate è l’unico periodo in cui vengono proposti al pubblico intrattenimenti musicali, fiere, eventi. SPAZI VERDI La percezione globale è che Piacenza manchi di spazi verdi sicuri, bisognerebbe integrare nella disciplina urbanistica le nuove esigenze ecologiche, considerando che il “verde” ha una funzione anche sociale e ricreativa. La necessità di spazi verdi nei centri abitati serve a garantire possibilità di svago e di riposo. Il verde offre aree più salubri, la possibilità di incontrarsi e un più sereno e piacevole impiego del tempo libero. SPAZIO ALLA CREATIVITA’ GIOVANILE Per fare sentire i giovani parte integrante della città in cui si confrontano quotidianamente, bisognerebbe coinvolgerli, e dar loro la possibilità di esprimersi. Ad esempio si potrebbero affiggere le opere dei ragazzi del liceo artistico ed adibire meno spazi a reclame pubblicitarie, per favorire e valorizzare la libera espressione giovanile. PEER EDUCATION Un’ulteriore proposta sarebbe quella di introdurre la peer-education, che permetta di mettere in moto un processo di comunicazione, attingendo alla strategia del reciproco insegnamento tra studenti appartenenti a scuole specializzate in varie discipline che mettono a disposizione dei coetanei le loro conoscenze e le condividono. Insomma il fulcro della questione è la condivisione: necessitiamo di piazze di incontro per non essere tante piccole isole, ma una generazione che attraverso la condivisione dei propri interessi cresce. Giulia Luberti, IIcoC

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W LA LEGALITA’ Il Romagnosi invitato al Concerto-spettacolo della Polizia a Roma Giovedì, 14 aprile, presso il Gran Teatro di Roma si è svolta la IV edizione del Concerto per la Legalità che quest’anno aveva lo slogan “Uniti nei Valori”. Il filo conduttore dell’evento era ispirato alle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, intesa non solo come condivisione di un territorio e di una bandiera, ma anche di valori, cioè di principi e di idee. Da anni la Polizia è entrata tra i banchi di scuola per avvicinarsi ai giovani e parlare delle regole e della sicurezza attraverso un percorso che li coinvolge e li accompagna ed il cui momento conclusivo è rappresentato dal “Concerto per la Legalità”, un modo per parlare ai giovani attraverso il linguaggio che preferiscono: la musica. La nostra scuola è stata scelta dal Ministero dell’Interno (attraverso la Questura di Piacenza) come beneficiaria di un viaggio di due giorni a Roma. Siamo partiti in 30, scelti tra gli studenti delle quarte e abbiamo viaggiato sul pullman “azzurro” della Polizia di Stato. Tutor per l’occasione alcuni poliziotti della Questura di Piacenza , in particolare l’ispettore Gaudenzi, che, durante il viaggio, per unire l’utile al dilettevole, ci ha intrattenuto con alcune conversazioni, fornendo risposte alle nostre curiosità e cancellando ogni pregiudizio sulle Forze dell’ordine. Abbiamo alloggiato e “dormito”( a dir la verità poco!) alla scuola di Polizia di Spoleto.Nel ritorno c’è stato il tempo anche per una bella gita ad Assisi. Al concerto eravamo oltre 3.000 ragazzi ed è stata l’occasione per trascorrere una serata all'insegna del “puro” divertimento con la presenza, sia sul palco che seduti in platea, di importanti personaggi del mondo della musica, molti volti noti del cinema e della televisione. Roberto Vecchioni, il vincitore di Sanremo, ha aperto lo spettacolo ed è stato seguito da numerosi artisti, tutti molto amati dal pubblico giovanile: Raul Bova, Fiorello, Emma ed i Modà, Zero Assoluto, J-Ax, Maria De Filippi, e tanti altri. La banda musicale della Polizia di Stato ha chiuso il concerto suonando l’Inno di Mameli, che è stato cantato in coro da tutti in un momento molto suggestivo. Meno successo ha avuto il ministro dell'Interno Roberto Maroni che ha ricevuto più di qualche fischio. Ai ragazzi è stata offerta la possibilità di partecipare attivamente ed essere protagonisti dell’evento attraverso la partecipazione ad un concorso finalizzato alla realizzazione di un brano rap sul tema della legalità. Il nostro purtroppo non si è classificato tra i brani scelti dalla giuria. Un’esperienza indimenticabile. Che belle persone i nostri amici poliziotti! Valerio Bertuzzi, IVPB

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CANZONE RAP ROMAGNOSI PIACENZA PER IL CONCERTO DELLA LEGALITA’ Cento cinquant’anni d’unità Uniti siam più forti lo sa perfino Totti!! Uniti siam contenti, non son più i vecchi tempi! Se tra regni si litigava, ore le regioni fanno a gara Niente impero o papato, l’Italia ha tutto senza fare alcun reato. Rispetto, onesta, uguaglianza Sono i valori della speranza, sono merci molto rare, con tutti i soldi non si possono comprare! Verde bianco rosso che unisce tutti i regni Senza alcuna sfera, per ognuno il motto era:”saremo fedeli ad una sola bandiera”. La magia non ci serve, nessun trucco o inganno Questo paese ha passato ogni danno! RIT. Portiamo sorrisi Portiamo valori Che rimarranno nei vostri cuori Vediamo la gioia sui vostri visi Piacenza (e) Roma uniti, mai divisi! Da Palermo a Bolzano Tutti urlano “sono Italiano!” Niente regno, ducato o regime Sono le montagne che segnano il confine . Famiglia, amore e legalità Questa è la ricetta della felicità Lo stivale ci distingue e non si parlan più di duemila lingue ve lo dico in confidenza siamo qui da Piacenza E’ qui I.T.C E canta in coro così RIT. Portiamo sorrisi Portiamo valori Che rimarranno nei vostri cuori Vediamo la gioia sui vostri visi Piacenza (e) Roma uniti, mai divisi!

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INTERVISTA A DUE

DONNE IMPEGNATE

Milena Bolzoni e Rachele Sambala Massolola: Cultura significa soprattutto conoscenza di geografia, storia, usi, costumi e pensiero che ha accompagnato i popoli di tutto il mondo nella loro crescita sociale e tecnologica. Per questo sono importanti gli scambi tra le genti, perché soltanto conoscendo il pensiero degli altri possiamo approfondire e migliorare il nostro. Queste motivazioni ci hanno spinto ad invitare Rachele Sambala Massolola e Milena Bolzoni ad una riunione della redazione del nostro giornale d’Istituto per confrontarci e per divulgare il loro impegno. Rachele Sambala Massolola, nata nel Congo Democratico, è da 18 anni qui in Italia. Presidente dell’associazione “Comunità Congolese” di Piacenza ha anche pubblicato a giugno il libro “Via dall’Africa” editrice Triskele. Milena Bolzoni invece è piacentina e si è laureata a Bologna nella facoltà di “Storia orientale”. Approfittando della loro gentilezza e singolare disponibilità abbiamo rivolto loro delle domande. Di cosa ti occupi nel Centro interculturale di Piacenza?

M: “Seguo il progetto di comunicazione interculturale che il Centro promuove dal 2008, realizzando una rivista bimestrale (Mosaico) e una trasmissione televisiva (Mondo in onda) trasmessa ogni domenica alle 19.10 sull'emittente locale Telelibertà. Nello specifico, coordino il gruppo della redazione composto da una dozzina di persone appartenenti alle associazioni che aderiscono al Centro. Ogni due mesi circa ci incontriamo per discutere i temi da trattare per la stampa e per la tv, decidiamo le consegne degli articoli, pianifichiamo la registrazione delle interviste e dei servizi televisivi.” R: “Collaboro attivamente alla redazione, sia per la stesura di articoli che per la conduzione della trasmissione tv.” Cosa vuol dire per voi la parola "interculturalità"?

M: “Per me vuol dire incontro, dialogo, confronto, arricchimento reciproco. Le singole differenze di origine, lingua o religione non devono essere viste come un ostacolo, ma come fonte di possibile arricchimento per tutti.” R: “Dialogare dei problemi quotidiani fra persone di culture diverse.” Qual è lo scopo che volete raggiungere?o il messaggio che volete dare?

M: “Come redazione, lo scopo che vogliamo raggiungere è quello di dare testimonianza di un modello di immigrazione positiva, fatto di persone che vivono e lavorano nella nostra città da anni; un'immagine, dunque, molto lontana dal binomio immigrato -clandestino (o criminale) che troppo spesso i mass media tendono a divulgare puntando l'attenzione solo sui fatti di cronaca negativi.” R: “Sulla base della mia esperienza:combattere la discriminazione nei posti di lavoro.”

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SUL FRONTE DEL DIALOGO

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giornale e televisione come mezzo per comunicare Avete incontrato difficoltà?

M: “No.” R: “Le difficoltà incontrate sono tante: ancora adesso, infatti, non sono riuscita a realizzarmi nel lavoro per cui ho studiato (interprete).” Ricevete appoggio da qualcuno o da qualche istituzione?

M: “Il Centro Interculturale è un servizio del Comune di Piacenza, facente capo all'area dei Servizi alla Persona e al Cittadino.” R: “Nella realizzazione dei progetti dell'associazione "Comunità Congolese" riceviamo un contributo da parte del Comune di Piacenza.” Oltre alle mostre nelle scuole, che progetti avete al momento?

M-R: “La mostra nelle scuole dal titolo "Accogliamoci" è, al momento, l'unico progetto che stiamo portando avanti con la collaborazione delle varie associazioni iscritte al Centro.”

Tutti coloro che sono interessati a partecipare alle attività del Centro o vogliono saperne di più sull’argomento possono: - visitare la pagina web sul sito del Comune di Piacenza; - chiamare il Centro Interculturale o inviargli un fax al numero 0523490768; - andare alla sede in via XXI Aprile, 15. Francesca Carini, II E

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A conclusione del progetto "Concittadini" che ha coinvolto cinque classi del nostro Istituto, il nostro magico capo redattore, Damiano Borella, ha esposto i risultati del lavoro comune a Bologna, alla presenza dei tre consiglieri regionali piacentini che si sono detti interessati alle proposte di istituire un medico all’interno della scuola per il rilascio di eventuali certificati medici e di idoneità sportivi e l’istituzione di una tessera per i trasporti urbani, ad un costo più basso di quello ordinario.

Da quanto tempo insegna diritto ed economia politica? Da troppi anni, in questa scuola dal 1985 ma in realtà dal 1976. Secondo lei, ai ragazzi piace studiare diritto ed economia politica? Questa è una domanda cattiva, io penso che piaccia studiare diritto ed economia ma non certamente a tutti perché per qualcuno sono materie difficili e prima di appassionarsi ci vuole un po’ di tempo. È indispensabile studiare diritto? Cosa insegnano ai ragazzi le sue materie? Studiare diritto è importantissimo, non solo per la scuola, ma per la vita quotidiana:sapere che ci sono delle regole da rispettare garantisce la pacifica convivenza e il rispetto fra le persone, ti dà una serie di valori che sono indispensabili, almeno per quello che ritengo io. Anche economia politica è utile: se uno andrà a lavorare in banca, economia gli servirà per consigliare meglio i suoi clienti ,ma una parte dell’economia politica serve anche quando vai a fare la spesa al supermercato perché ti rendi conto che alcune cose effettivamente studiate succedono anche nella vita reale. Durante gli anni di insegnamento si è mai presentata l’occasione di cambiare lavoro? Sì, ma l’ex preside Torlaschi mi ha impedito di andare via dalla scuola: avrei voluto andare a lavorare all’ufficio legale dell’Inps, ma lui mi ha detto:” Ma no, fai l’insegnante che è il tuo mestiere!” e allora sono rimasta e sono contenta. Adesso mi rendo conto che non avrei mai potuto fare nessun altro lavoro, mi piace ancora moltissimo. Non avrei voluto fare nemmeno l’avvocato dove si guadagna di più, ma non mi interessa.

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Vede la pensione come un traguardo, la fine o l’inizio di qualcosa? Come l’ inizio di una nuova vita in cui non avrò orari, non avrò impegni obbligati, non dovrò fare quello che mi dicono di fare, ma solo quello che voglio fare. Non ho paura di andare in pensione, perché ci sarà un maggior impegno nelle attività di volontariato che già faccio ad esempio nell’Avis di cui sono consigliera e nella Federconsumatori. Crede che la scuola, i ragazzi e i colleghi le mancheranno? Sì, principalmente i colleghi, qualche ragazzo, ma credo che la scuola non mi mancherà. Quali valori le ha lasciato la scuola? Sicuramente la collaborazione tra colleghi, la partecipazione di ciascuno alle vicende di altri perché quelli che come me sono in questa scuola da tanti anni hanno formato come un’altra famiglia che dà sostegno. Io l’ho provato quando mia mamma era ammalata e ho avuto delle difficoltà personali. Lavorare in un ambiente in cui la gente collabora con te è una cosa molto positiva. E poi mi ricorderò dell’allegria, della voglia di scherzare, dello stare insieme, le feste, le gite scolastiche Che cambiamenti vede nella scuola dai primi anni di insegnamento ad adesso? Grandi cambiamenti: il primo è nella popolazione scolastica perché prima c’erano studenti che ascoltavano gli insegnanti; adesso vedo studenti che non ascoltano più: tu dici una cosa nel loro interesse e loro fanno costantemente quello che vogliono e sono molto meno motivati a studiare forse non condividono la scelta che i loro genitori hanno fatto di questa scuola e quindi sono poco interessati a quello che si fa. Forse anche meno preparati: arrivano dalle medie con difficoltà maggiori rispetto a prima. Consiglierebbe ad un/una giovane di intraprendere la carriera di insegnante? A qualcuno lo consiglierei per il carattere della persona, per il modo di fare, per la voglia di trasmettere le conoscenze però non lo consiglierei dal punto di vista della carriera perché adesso è molto difficile entrare , soprattutto entrare stabilmente. Questo ormai è un lavoro da precari e non è bello. Un consiglio a noi ragazzi che dobbiamo ancora finire la scuola? Studiare con serietà, con impegno e con passione tutte le materie perché sennò diventa un peso, un macigno. Studiare per aver una preparazione di base generale buona per affrontare la vita, l’università e il mondo del lavoro con un buon bagaglio. Se uno è preparato bene è probabile che trovi lavoro nell’ambito per cui ha studiato, se non si è preparato bene invece no. Si faccia una domanda e si dia una risposta. Se pensassi a tutta la vita scolastica fatta, quindi dal 1976 ad oggi e mi domandassi:” Rifaresti tutto?” risponderei:”Sì, lo rifarei ancora e anche allo stesso modo con entusiasmo e interesse, non ho rimpianti”. Non parlo solamente a livello scolastico ma sono stata anche collaboratore del preside, sono stata nel consiglio d’Istituto, ho fatto da tutor negli stage estivi e rifarei proprio tutto perché mi è piaciuto.

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Da quanto tempo insegna geografia economica? Penso circa un ventennio. Ha sempre insegnato la stessa materia? No, ho un percorso molto particolare perché appena diplomata maestra ho insegnato alle elementari per le supplenze brevi, poi sono passata di ruolo nella scuola media poi ho avuto una parentesi in cui ho vinto un concorso e ho fatto la capostazione e alla fine sono approdata ad insegnare geografia, prima in provincia e poi al Romagnosi. Secondo lei ai ragazzi piace studiare geografia economica? Piace a me la geografia e cerco di farla piacere anche agli altri; a qualcuno è piaciuto molto. Continua>>

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È indispensabile studiare geografia? Cosa insegna ai ragazzi la sua materia? È indispensabile oggi studiare, dall’età in cui si impara a leggere e scrivere fino alla fine della vita perché studiare è curiosità. La geografia è una materia che ti fa diventare molto curioso e oggi ti permette di viaggiare con consapevolezza . Durante gli anni di insegnamento si è presentata l’occasione di cambiare lavoro? Diciamo che esperienze diverse ne ho fatte però “il mio amore” è la scuola, vivrò bene anche senza la scuola ma è stata una parte fondamentale della mia vita. Vede la pensione come un traguardo, la fine di qualcosa? È un momento della vita. È l’inizio di che cosa? Del secondo tempo. È felice di andare in pensione o le dispiace? Diciamo che mi prende un po’ d’angoscia d’ogni tanto, mi rassicura il fatto che non dovrò fare 50 minuti di strada in macchina per attraversare il ponte sul Trebbia, quindi questo mi solleva un po’. Mi angoscia invece perché vivere in un mondo dove si fa cultura penso che sia il posto più bello che c’è e soprattutto lascio un lavoro che ti fa sentire libero e ti aiuta a fare sentire liberi gli altri perché sapere è libertà. Crede che la scuola, i ragazzi e i colleghi le mancheranno? Direi di sì soprattutto le persone, sia i ragazzi e anche se non mi ricordo i vostri cognomi o le vostre facce quando uno di voi viene a salutarmi perché sono stata la sua prof è molto gratificante ed è la cosa più bella che possa capitare. La cosa più brutta invece quando si incontra un alunno che gira il viso dall’altra parte, non ti saluta e ti sfugge . Quali valori le ha lasciato la scuola? Spirito d’avventura, capacità di adattamento e senso di umanità molto forte. Che cambiamenti vede nella scuola dai primi anni di insegnamento ad adesso? È un tasto un po’ doloroso questo perché la società è molto cambiata e la scuola ha una influenza molto limitata oggi. Ci sono troppe sollecitazioni e mi sembra che siano pochi i ragazzi che danno veramente valore allo studio . Era più faticoso insegnare allora o adesso? Non sembra ma insegnare è faticoso, la fatica adesso èa livello della disciplina: i ragazzi sono più refrattari alle regole della società e alle regole in genere e questo si nota ancora di più a scuola. Poi il numero degli alunni per classe che è aumentato molto ed è difficile fare poi delle lezioni dove ci sia partecipazione. Consiglierebbe ad un/una giovane di intraprendere la carriera di insegnante? Se uno pensa allo stipendio dico no, se uno pensa alla “bellezza” dell’ambiente dico sì. Vedere ad esempio nel corso di un triennio delle persone che entrano e hanno delle difficoltà ad esprimersi, riuscire a portarle in quinta e poi dopo la quinta vederle affermarsi nel mondo del lavoro o superare brillantemente corsi di laurea anche di tipo specialistico è sicuramente bello.. Un consiglio a noi ragazzi che dobbiamo ancora finire la scuola? Non scappate mai di fronte agli ostacoli, magari vi spezzerete la gamba ma poi vi dovrete rialzare da soli. Interviste realizzate da: Luca Tinelli e Georgiana Palladino, III A

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Jen scuote la testa, si guarda allo specchio, poi con una mano smuove i capelli lunghi ben oltre le spalle, prima di legarli con un elastico in modo che non gli ricadano sul viso. Con un matita nera comincia a delineare il contorno degli occhi: parte dal basso, alzando lo sguardo al soffitto, poi chiude le palpebre e con cieca maestria disegna una precisa linea nera sopra le ciglia. Apre e chiude gli occhi più volte, poi fa per passarmi la matita. “No...lo sai che non sono capace. Mettimela tu.”, dico. Con un pollice mi tira leggermente la pelle del viso, sfrega la punta della matita sul contorno superiore degli occhi. Poi su quello inferiore. Le mie pupille cominciano a sfrecciare in tutte le direzioni. “Guarda in su”, dice Jen dando gli ultimi ritocchi. Mi guardo allo specchio, non sono la maschera di trucco nero sbavato che temevo d'essere. “Grazie.” “Ma va...” Arriva Angy. “Hai lo smalto?”, chiede Jen. Mi incammino verso la porta; mi volto prima di aprirla: “Devo ancora accordare la chitarra, io vado...”. Jen scatta: “Vengo con te.” Poi entrambi usciamo dal bagno degli uomini. *** Dal cielo una goccia di pioggia cade per poi schiantarsi contro un piatto della batteria. Dopo la prima, ne scendono a migliaia, accompagnate dal frastuono dei tuoni e i flash dei lampi. Sul palco, il gruppo continua ad esibirsi: ancora un assolo indiavolato mentre i fulmini illuminano la chitarra di un rosso fiammeggiante, ancora una rullata mentre ogni colpo di bacchetta sulla batteria scatena un'esplosione di schizzi d'acqua, ancora un ultima nota urlata a squarciagola. Qualche secondo, un ultimo momento di gloria bagnata. Io e il mio gruppo siamo sotto il palco. Ci inzuppiamo, mentre guardiamo i ragazzi sul palco imprecare dopo l'iniziale attimo di esaltazione- prima di correre a riparare se stessi e, soprattutto, i loro strumenti. Guardo Angy: ha i capelli appiccicati alla fronte; gocce di pioggia gli scorrono sugli occhi e sulle guance portandosi dietro il trucco, così che sembra stia piangendo lacrime nere. ***

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10 minuti prima

Scrivo un messaggio veloce: “Tra 20 minuti suoniamo”, poi lascio il cellulare a mio fratello, mio primo e fin'ora unico fan. Guardo Michele Genna, detto Jen, che guarda Riccardo, detto Anger (ma per me Angy), che guarda Matteo, detto Matt 69, che guarda me, che ho un nome abbastanza complicato da non avere bisogno di un soprannome. Per fortuna, perché la fantasia degli aspiranti rocker padani, in fatto di nomi d'arte, non si spinge molto oltre l'accostamento, al proprio diminutivo, di un numero con vaghi richiami ad antichi testi in sanscrito. E se dovessi scegliermelo io, mi farei chiamare l'”electro dandy” o qualcosa del genere, che a detta degli altri del gruppo non è per nulla hard rock; forse cyberpunk industrial con influenze alternative, ma hard rock...hard rock no, cavolo. Così ci guardiamo, nessuno vuole ammettere di essere agitato, ma intanto Matt si è già scolato mezzo litro di Jagermeister, che per far passare inosservato aveva versato nella bottiglia vuota di un tè

freddo al limone. Angy allarga le braccia e pare volerci abbracciare tutti contemporaneamente; urla per farsi sentire sopra la musica: “Ragazzi, dopo questo gruppo tocca a noi! Speriamo che il tempo regga. Se piove ce ne torniamo tutti a casa!”. Abbozzo un sorriso. “Non pioverà! Stanne certo! Non pioverà....”

Electro Dandy

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so ed abuso di alcool solo per moda: negli ultimi anni e soprattutto in età giovanile, questa pratica dannosa si è trasformata in un’abitudine quasi indispensabile. Questo problema, essendo difficile da trattare e ancor più da risolvere, spesso viene esaminato nel modo sbagliato o cade nel baratro del silenzio. La presenza costante di alcool tra i giovani sta diventando, in Italia, un fenomeno di proporzioni sempre maggiori . Ormai viene quasi considerato un rito e non più un episodio sporadico per pochi individui. E’ la voglia di sperimentare, trasgredire ed essere parte integrante del “gruppo” che porta ad iniziare questa pratica. Anche la nostra provincia è stata più volte toccata da tragedie legate a questo problema, l’ultima risalente ad alcune settimane fa. L’onda emotiva che ha suscitato è stata molto forte, ma si corre il rischio che passato il momento critico tutto rientri nella solita routine sbagliata. E’ sbagliato bere perché gli altri bevono, tornare a casa all’alba perché adesso usa così e poi aggrapparsi sempre ai soliti stupidi alibi pur di non ragionare con la propria testa ed avere il coraggio di dire “no” . Se non cambierà qualcosa, i morti per gli incidenti legati all’alcol, le famose stragi del sabato sera, saranno ancor più riportati dai media come un’ovvietà che non sconvolgerà più nessuno, tantomeno i giovani. L’età media in cui in Italia si inizia a consumare bevande ad alto tasso alcolico è 13 anni, l’età più bassa di tutta Europa. Da varie statistiche emerge come i minorenni siano il target che fa crescere questo mercato: infatti è stato riscontrato che più l’età aumenta, più si abbassano le pratiche di abuso. Il problema, quindi, raggiunge il suo picco massimo nelle generazioni più giovani. Un ruolo importante é sicuramente quello della pubblicità, che si insinua nel problema trasformandolo in un valore positivo, rendendo l’alcool uno strumento di divertimento e affermazione sociale. Le bevande alcoliche diventano così protagoniste di campagne senza scrupoli, abbinando il loro uso ai concetti di moda, divertimento e spensieratezza. Mettere dei confini chiari, sensibilizzare di più sul concetto di “limite” sin dai primi anni di scuola e mettere dei paletti alle pubblicità sono solo alcuni dei campi in cui si potrebbe iniziare ad intervenire. Secondo una ricerca dell’Istituto Mario Negri di Milano, l’alcol è la terza causa di morte in Italia con 30.000 decessi ogni anno e in Europa è la prima causa di decesso per i giovani sotto i 30 anni. Dopo le dovute riflessioni…a voi la scelta. Viola Sturaro, IV co.A

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SPECIALE: FESTIVAL DEL DIRITTO Ecco le menzioni che alcuni nostri ragazzi hanno ottenuto, dopo aver partecipato alle manifestazioni promosse

a REBECCA BETTERA

Giudizio: per la profondità, la sensibilità e la capacità di raccontare, nell’articolo “Niente di straordinario, Franca Viola, la ragazza che cambiò la Sicilia”, presentato al concorso tra testate scolastiche, indetto per la 3^ edizione del Festival del Diritto, un argomento particolarmente difficile da trattare, quale è la violenza sulle donne. La chiusura con una citazione poetica dà all’articolo una particolarità e intensità notevoli.

a VALERIO BERTUZZI

Giudizio: per aver saputo sintetizzare, nell’articolo “Il diritto tra le strade di Piacenza” presentato al concorso tra testate scolastiche, indetto per la 3^ edizione del Festival del Diritto, non solo l’evento ma anche i luoghi e gli ambienti che hanno ospitato il Festival del Diritto, valorizzandone la bellezza architettonica e il valore artistico.

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a DAMIANO BORELLA

Giudizio: otre che descrivere con chiarezza ed esaustività l’incontro a cui ha partecipato, l’autore dell’articolo “Insieme, verso un futuro di uguaglianza e dignità”, presentato al concorso tra tesate scolastiche indetto per la 3^ edizione del Festival del Diritto, con un “attacco giornalistico” molto personale ma anche molto sincero dà al pezzo una leggerezza e gradevolezza notevoli.


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Io devo emigrare

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econdo me in Moldavia non si arriverà mai a parlare di libertè, egalitè, fraternitè. Ma questo perché? Da sempre è esistita una malattia e, a mio parere, non sarà facile trovare il vaccino giusto. Innanzitutto, noi moldavi viviamo in uno stato di arretratezza ma di questo siamo responsabili, perché abbiamo tenuto le porte sempre chiuse. difficilmente penetrava l’odore di sviluppo, crescita, evoluzione o, forse, è solo “colpa” della natura perché l’inverno in Moldavia dura a lungo. Vale la pena accontentarti di un chilo di riso scaduto oggi e chiudere un occhio, di un pezzo di pane raffermo domani e chiudere l’altro, per renderti alla fine conto che la tua vita è scivolata via? No, non dobbiamo accontentarci della possibilità di sopravvivere senza pensare al futuro dei nostri figli. A fatica i genitori arrivano ai 60 anni, afflitti dalla disoccupazione e dalla malasanità. E i nipoti, mi domando, in che condizioni di salute verranno al mondo?! E quale sarà il futuro della Moldavia? usiamo un pochino la ragione, almeno nei giorni festivi. Inutile star li 5 anni per eleggere un presidente, ma presidente di chi? degli emigrati? forse di se stesso! Perché non guardiamo al di là del “mercoledì di coppa”, che sarebbe un giorno all’anno in cui si sta bene, ma neanche perché??? i russi staccano la corrente. In Moldavia la parola “ repubblica” non deriva dal latino: res (cosa), publica (pubblica) ma dalla “dittatura”, il vero problema non sta nell’eleggere un presidente. L’unica soluzione sembra l’emigrazione. E’ necessario ammetterlo, i tempi sono questi: ormai abbiamo il televisore che non ci nasconde niente e vediamo che le cose prendono un’altra piega. Il bambino non è più soddisfatto di indossare le stesse scarpe per tutto l’anno, non vanno più di moda, quindi cari genitori datevi da fare! “Un attimo” voi direte “siamo disoccupati”, e in qualità di genitori vi sentite un po’ a disagio. Recarsi alle urne per le votazioni non basta, anzi risultato è già scontato. Quindi l’emigrazione ci invita fare “dell’altro” perché si deve poi sopravvivere e mi chiedo un’altra volta quale sia in questo caso la politica da applicare. In effetti si perde di vista qualsiasi ideale politico; mi sorprendo da solo, wow! iniziamo a vedere delle porte spalancate finalmente. Ci si arriva con il buon senso, direi che tutto si risolve con l’emigrazione purtroppo. Ormai la maggior parte della nostra popolazione ha “abbandonato” i propri nidi, e ci si domanda, in quanti torneranno a riprendere quella vita.

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Ammettiamo che qualcuno voglia tornare… ma quando mai; nessuno al mondo sarebbe contento Sogno una moldavia internazionale, decentrata i cui cittadini, emigrando, possano integrarsi e far parte della popolazione di altri stati, lasciando per un po’ quella terra moldava a “riposo”. Se nessuno la frequentasse per un po’ di tempo “i vampiri” di cosa si nutrirebbero?! almeno così potremmo eliminare quella “stirpe”, “la dinastia” comunista, priva d’animo, per poi riprendere una “nuova vita”. Ritorno all’emigrazione pensandola come un vantaggio: alcuni di noi col passare del tempo avranno acquisito varie cittadinanze nei vari stati in cui sono “ospiti”. Sarebbe bello proprio da parte di questi cittadini poter vedere la moldavia come una sorta di museo, un luogo pittoresco dove poter tornare fieri di avere un storia. Io dico sempre: dobbiamo conoscere la storia per capire da che mondo arriviamo, le nostre radici, ma condivido pienamente anche l’dea che non possiamo vivere solo di storia, rivolgendo lo sguardo unicamente al passato, per cui dovremmo fare spazio al futuro perché è quello che ci preoccupa di più.

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Nicolae Ciobanu

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L’idea di scrivere questo articolo prende spunto da un’affermazione del Papa che è stata riportata da tanti giornali e in gran parte travisata. Il Pontefice ha sostenuto che alcuni corsi di educazione sessuale sono pericolosi. A questo punto ci siamo messi in moto e abbiamo sentito i pareri autorevoli di due fazioni per certi versi contrapposte, ma non inconciliabili come credevamo. Ma non vogliamo anticipare nulla. “Godetevi” queste interviste a don Pietro Cesena (a sinistra) e al dott. Emanuele Soressi (a destra). Cosa pensa dell’educazione sessuale a scuola? Può essere utile? Come dovrebbe essere strutturata? DON PIETRO: Penso che sia utile se fatta in un determinato modo. Partendo dal presupposto che noi non siamo macchine, l’educazione sessuale non dev’essere una mera istruzione per l’uso, ma un’educazione alla scoperta dell’ amore, dell’altro sesso e dei nostri valori di dignità e stima. La materia non dovrebbe insegnare il movimento meccanico, ma far capire l’importanza del gesto e dell’affettività e dei sentimenti che sono convogliati in esso. Ed è inoltre estremamente importante non confondere la sessualità con la banale genitalità. DOTT. SORESSI: E’ una cosa complicata e difficile, ma necessaria. La società sotto questo punto di vista si è evoluta moltissimo e non possiamo non trattare questa materia. Personalmente penso che la scuola sia l’ambiente ideale per trattare di ciò, ma solo se supportato da un lavoro in famiglia e nell’ambiente parrocchiale. Il lavoro che noi proponiamo è strutturato basandosi sui vari aspetti dell’adolescenza (fisiologico, psicologico, culturale e sociale) non tralasciando però l’aspetto affettivo. Inoltre questo progetto non viene imposto ma è correlato da una preventiva discussione sulle modalità di insegnamento. Secondo Lei perché l’età media del primo rapporto sessuale si è abbassata e si abbassa così tanto? DP: Tutto è eroticizzato! I nostri ragazzi sono bombardati da continui messaggi subliminali che li inducono all’errore gravissimo di sottovalutare l’importanza del gesto. E’ un errore gravissimo rendere precoce l’atto sessuale.

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Nell’età adolescenziale il rapporto tra uomo e donna deve essere semplicemente una grande amicizia. Non dobbiamo basare i rapporti solo sul sesso e dobbiamo re imparare ad amare. Bisogna vivere le emozioni poco alla volta in modo da non bruciare le tappe del nostro sviluppo; difatti chi commette questo sbaglio può rovinare la sua giovinezza. Vediamo oggi infatti tantissimi trentenni che si ritrovano al bar in gruppi di soli maschi o sole donne e non cercano alcun rapporto con l’altro sesso in quanto l’hanno già vissuto precocemente in età adolescenziale. DS: Penso che i nostri ragazzi non possano fare a meno di venire a conoscenza precocemente di queste cose. Basti pensare alle miriadi di messaggi subliminali a sfondo sessuale che ogni giorno vediamo per molte e molte volte in ogni programma televisivo. Vi porto l’esempio della pubblicità della Miel Pops ( i cereali) in cui le api radunate in uno stormo a forma fallica penetrano in un alveare a forma di vagina!!! Anche la Disney si è abbassata a tanto. E’ facilmente rintracciabile su Internet il fotogramma dell’originale Bianca e Bernie in cui, mentre un simpatico albatros spicca il volo, si intravede alla finestra di un grattacielo una donna in topless!

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Può essere la Chiesa lo strumento di divulgazione dell’educazione sessuale? DP: Ovviamente la Chiesa ha una grande missione educativa, ma non può farcela da sola. I nostri ragazzi, che sono allo sbando, non vengono aiutati abbastanza sia da noi che dai vari enti sociali. DS: Si, la Chiesa sarebbe molto utile. Ma nella società odierna c’è una tale globalizzazione che bisognerebbe far intervenire allora anche rappresentanti di altre religioni.

Noi tre, autori di questo articolo, prima di questa esperienza davamo decisamente poca importanza all’argomento, in quanto credevamo di essere abbastanza informati. Dopo aver sentito i pareri dei nostri intervistati ci siamo ricreduti e, soprattutto dopo i dati e le esperienze concrete del dottore, non possiamo far altro che sostenere il progetto Filo Diretto dell’ AUSL di Piacenza e di leggere i libr consigliati da don Pietro. Questo serio progetto può veramente toccare un punto debole della nostra società in tutte le sue fasce: dalle scuole medie alle superiori, dagli insegnanti ai genitori; un lavoro a 360 gradi che coinvolge attivamente le parti in gioco rendendole consapevoli sui rischi, l’affetto e tutto ciò che concerne questo sottovalutato problema. I libri del don sono: “Consumo, dunque sono” di Bauman e “Only You” di Cubic Marco Popolla, Simone De Lorenzi e Matteo Scotti, IV PA

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BETLEMME NON È POI COSÌ LONTANA

Trenta dicembre. Ore 14. Fa freddo, ma il sole, basso sull’orizzonte, ci illumina la strada. Partiamo, timorosi, per un’avventura strana: fotografare presepi nella campagna di S. Protaso, nell’ambito della bella iniziativa Il Presepe delle Campagne, promossa dall’Associazione “Le Terre Traverse”. La nostra ritrosia “piacentina” ci frena un po’. Dovremo suonare il campanello? Ma ci apriranno? Abbiamo una mappa ma non siamo molto esperti. Invece, quasi subito, un presepe innocente, semplice, fatto di tela di sacco ci allarga il cuore. E’ lungo la strada. Che bello! Dopo vari scatti ci dirigiamo al secondo, che però non troviamo. Nell’aia della cascina un signore intento ai lavori agricoli ci accoglie mortificato: “Speravo di riuscire a preparare il presepe, ma non ce l’ho proprio fatta. Mi dispiace moltissimo. L’anno prossimo però …”. Ci affrettiamo a rassicurarlo: capiamo benissimo. Lui sposta gentilmente il muletto per evitarci una manovra. Alla tappa successiva di presepi ne troviamo addirittura quattro, uno solo all’esterno. La padrona di casa, una signora gentilissima di origini meridionali, insiste perché accettiamo caffè e dolci e ci conduce progressivamente nel cuore della casa per mostrarci con orgoglio il presepe più bello, quello allestito con statuine acquistate a Napoli, la sua terra, una per una. Ci fermeremmo qui, tale è il calore di questo posto, ma altri presepi ci aspettano, diversi per caratteristiche, uguali per la cura e l’amore che hanno guidato l’allestimento. Sono davvero tanti: ci rimangono in mente quello dei vignaioli, quello situato in una piccola cappella, un altro collocato addirittura in una cucina economica a legna o quello artistico, quasi sospeso fra i rami degli alberi. Di tutti ci portiamo le foto. Chissà se riusciranno a rendere le emozioni che abbiamo provato. In realtà ciò a cui ciascuno di noi ripensa, tornando verso la città, col sole che ormai tramonta, sono soprattutto le persone che abbiamo incontrato e ci stupiamo di scoprire che il vero presepe sono loro, con la loro ospitalità, il loro sorriso e la loro fede. Un presepe vivente, inconsapevole, forse, ma non per questo meno vero. E insieme al contadino che si rammaricava di non avere avuto tempo e che da offrire aveva “solo” il suo prezioso e duro lavoro, insieme alla signora che di Napoli aveva conservato l’allegria e il calore, verso la grotta vedevamo avviarsi la signora del presepe del mais, col cane Marcello e il gatto Ferruccio che non ne volevano sapere di allontanarsi dalla capanna; ed il papà col figlio che l’aveva aiutato a preparare le figurine applicando immagini di carta a tronchetti intagliati; e ancora la giovane a cui a I Doppi avevamo chiesto informazioni: essa, appoggiando per un attimo la carriola con cui trasportava la legna per il camino, ci aveva confessato che anche a lei sarebbe piaciuto preparare un presepe, ma era stata occupata a curare la nonna, ricoverata in ospedale. Che ricchezza! Ed è bello sentire che in questo grande, magico presepe di S. Protaso ci siamo anche noi, con le nostre macchine fotografiche in mano. Nessuno parla, ma tutti abbiamo il cuore pieno di gratitudine. La preghiera non ha bisogno di parole. No, davvero: Betlemme non è poi così lontana.

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Luca: Ti puoi presentare? Jurgen: Mi chiamo Jurgen Rruga e ho 18 anni. Georgiana: Sappiamo che hai scritto due libri, “Uomo” e “Il campaccio”; ci puoi parlare del primo? Jurgen: “Uomo” l’ho iniziato a novembre di due anni fa e poi l’ho pubblicato verso aprile, con la libreria Romagnosi. L’ho scritto perché avevo voglia di scriverlo e mi sembrava una buona idea. Luca: Quando ti è nata la passione per la scrittura? Jurgen: Quando ero in terza media. Georgiana: Il secondo libro, “Il campaccio”, non è ancora in libreria perché devi ancora finire di scriverlo. Puoi anticiparci qualcosa? Jurgen: Sì: “Il campaccio” è la storia vera di me e di alcuni miei amici successa l’anno scoro e nell’estate 2009. Luca: Perché hai deciso di scrivere libri e non ad esempio fumetti o altri generi? Jurgen: A disegnare faccio schifo; l’unica cosa che mi riesce è scrivere. Georgiana: Hai progetti per il futuro? Jurgen: Si, ne ho alcuni. Per esempio adesso ho un gruppo musicale di death metal e voglio farci un paio di dischi, poi di libri ne ho in mente un bel po’e voglio pensare anche a sceneggiature per dei film. Ho la testa piena di idee. Luca: Cosa vuoi fare da grande quando avrai finito la scuola? Jurgen: Boh, non lo so di preciso, a parte continuare a scrivere e fare quello che mi piace. Georgiana: Che consiglio daresti a qualcuno che vuole scrivere e pubblicare un libro come te? Jurgen: Nessuno; fate quello che vi pare senza stare ad annoiarvi e scrivete tutto quello che vi passa per la testa.

Giorgia Palladino & Luca Tinelli, III A

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Come ogni anno,il nostro caro ministero dell'istruzione ha deciso di fare un regalo agli studenti di tutta Italia :ha messo a disposizione la LIM (lavagna interattiva multimediale),da tutti chiamata lavagna elettronica. Per chi non lo sapesse, cercherò di spiegare al meglio com'è fatta:un normale computer è collegato ad un proiettore che mostra le immagini su uno schermo grande quanto una lavagna. Quindi qualsiasi cosa scriva il prof. sul pc si vedrà immediatamente sulla lavagna. Oppure il prof. può toccare direttamente

la lavagna con un pennino,dato che lo schermo è touch. Oltre a ciò,durante i cambi d'ora(o durante le lezioni se preferite) si può ballare sulle note di qualche musichetta già presente. Ma mi raccomando,non fatevi beccare dalla Ida! La LIM(e il fatto che ne verranno comprate altre) ha suscitato un acceso dibattito:chi pensa che noi alunni staremmo molto più attenti(?), chi le getterebbe volentieri fuori dalla finestra. Di seguito le opinioni di due prof.

La risposta dei professori…

L'utilizzo della lavagna interattiva multimediale nelle scuole secondarie di primo e secondo grado non porta,a mio avviso,al conseguimento degli obbiettivi prefissati e tanto elogiati da diverse istituzioni. Gli studenti,che hanno bisogno di essere guidati in tutto,talvolta non hanno nemmeno il materiale per seguire le lezioni e dimenticano la chiavetta per memorizzare gli esercizi(di informatica),affermano che gli strumenti multimediali servono per studiareiare, ma bisogna usare prima di tutto la testa,poi,forse,il computer per approfondire certi argomenti ed avere accesso a maggiori fonti (biblioteche,banche dati ecc.). Certamente si possono fare approfondimenti utilizzando la LIM per ricerche in Internet senza dover accedere ai laboratori multimediali già esistenti (nella nostra scuola sono 6),ma la mia esperienza mi porta ad affermare che ben poco di produttivo può essere fatto in un'ora di lezione.

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Nelle mie ricerche impiego pomeriggi interi nella selezione dei siti e degli argomenti per ottenere qualcosa di utile dal MARE MAGNUM della rete. Altro argomento di promozione della LIM è la possibilità di salvare la lezione svolta e metterla a disposizione degli allievi per poterla riutilizzare in seguito. Poiché insegno informatica ho la possibilità di effettuare tale procedura ormai da anni, ma rarissimamente, nonostante ripetuti inviti,gli alunni assenti ad alcune lezioni si interessano di recuperare i dati a loro disposizione. Esistono inoltre malfunzionamenti,che compromettono parzialmente le possibilità di lavoro per materie che richiedono la scrittura manuale,in quanto l'utilizzo della penna non è ancora sufficientemente ottimizzato per avere un tracciato accettabile. Tutto questo fa supporre che la decisone sia esclusivamente di

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tipo "politico"(acquisto delle apparecchiature,installazione ed adeguamento degli impianti,acquisto dei software specifici,licenza annuale dei software,manutenzione periodica,corsi di formazione per l'utilizzo ecc.)mentre a scuola mancano laboratori idonei ad accogliere 30/32 alunni: attualmente gli studenti hanno a disposizione 15 computer per laboratorio con software del 2003. VISTA:"Chi l'ha visto?" nei laboratori del biennio? Anna Ceresa 1)

Il nostro Istituto ha aderito al progetto di diffusione delle LIM che il Ministero dell’istruzione ha attuato in tutta Italia per introdurre gradualmente in tutte le scuole questo nuovo strumento didattico. Dato il costo ancora abbastanza elevato il Ministero ha inviato alla nostra scuola due LIM, una per il Romagnosi e una per il Casali, nel prossimo anno scolastico ne dovrebbero pervenire altre tre. Lo scopo della LIM è di visualizzare ed interagire con contenuti e applicazioni in formato digitale: testi, immagini, animazioni, video, software. Attraverso lo schermo interattivo, un normale personal computer si trasforma nel “computer della classe”: una superficie sulla quale l'insegnante e gli studenti possono condividere contenuti ed operazioni in un processo di costruzione collaborativa delle conoscenze. 2) la LIM trasforma completamente il modo di fare lezione; i docenti non sono immediatamente pronti a questa innovazione e per questo motivo il ministero sta organizzando dei corsi di formazione per gli insegnanti. Tre docenti del Romagnosi, tra cui il sottoscritto, ha partecipato all’attività di formazione. Che cosa ne ho tratto? Sicuramente lo strumento è molto interessante: all’inizio sembra solo un bel video proiettore che evita alla classe il trasferimento in un laboratorio, ma è ovvio che lo scopo della LIM non è solo questo, ad esempio tutto ciò che si fa con la LIM può essere salvato sul computer e trasferito sui supporti digitali degli studenti. E’ chiaro anche che l’uso proficuo della LIM, per renderla veramente interattiva, richiede un lavoro notevole di preparazione preliminare da parte dei docenti. Alcune materie in cui gli aspetti visuali e iconografici sono molto importanti (penso alla storia dell’arte ) traggono immediatamente beneficio dall’uso della LIM; in altre discipline, dove prevalgono i concetti e le astrazioni richiedono invece proprio un ripensamento del modo di fare lezione. E’ una sfida da raccogliere sia per i docenti che per gli studenti. Marco Carini

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nte e Speciale...LE NUOVE AMICIZIE eM

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Anche quest’anno il nostro Istituto ha partecipato al concorso promosso dall’Associazione “La Ricerca” e come sempre ha fatto bella figura! I risultati non si sono fatti attendere ecco in esclusiva l’elaborato di Aron Marino (secondo classificato) e il sondaggio di Damiano Borella, meritevole di una menzione speciale.

SONDAGGIO: AMICIZIA E FACEBOOK Storia di false verità e decise indecisioni La parziale veridicità di una sperata introduzione Matrix, fin dalla sua uscita nel 1999, è diventato subito un film cult. Merito degli incredibili effetti speciali, senza dubbio, e della adrenalica regia dei fratelli Wachowski, ma non solo. Ciò che rese Matrix un cult era la sua sceneggiatura, capace di essere profetica e attuale allo stesso tempo. Lo spettatore rimaneva folgorato dal mondo informatico virtuale neuro-stimulatore (nulla a che vedere col Tesmed) in sostituzione di quello reale e dalla subordinazione dell'uomo alle macchine, alla tecnologia a cui egli stesso aveva dato vita. Con la nascita e l'affermazione dei social network, con Facebook in prima linea, la matrixiana profezia pare compiuta. Questa, a grandi linee, era l'introduzione che avevo in mente per l'analisi dei risultati del sondaggio "Amicizia e Facebook". Prima ancora, ovviamente, di aver controllato i risultati stessi. Mi pareva che la cosa fosse sotto gli occhi di tutti. Ho posto domande quali "Facebook è il mezzo che usi più spesso per contattare i tuoi amici?" oppure "Quante ore al giorno passi su Facebook?" in modo da evidenziare come l'internettiana realtà di Facebook si sostituisse alla realtà reale (e passatemi il gioco di parole). O ancora, ho chiesto: "Ti vergogneresti di vedere appesa in classe una foto di quelle che hai pubblicato su Facebook?" sperando, dopo aver raccolto una valanga di "Sì" come risposta, di porre l'accento sull'alterata ed assurda percezione che i giovani hanno dei social network. E invece no. I risultati (reali e non presunti) hanno in parte deluso le mie aspettative. L'incredibile certezza dell'incerto L'unico dato veramente significativo emerso dal sondaggio è che i giovani trascorrono una notevole quantità di tempo connessi alla grande rete di Facebook. Alla domanda "Quante ore al giorno passi su Facebook?", il 40% dei ragazzi ha infatti risposto "Circa 2 ore" e il 23% "Più di 2 ore". Se la matematica non è un'opinione, il 63% dei giovani trascorre almeno 2 ore davanti al computer ogni giorno. Non si può parlare di una realtà virtuale che si sovrappone a quella materiale (come auspicato nell'erronea introduzione), ma rimane comunque interessante notare come ai giovani faccia piacere passare gran parte del tempo libero con le natiche su una sedia e gli occhi fissi su un monitor.

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Vale la pena di evidenziare una cosa curiosa: moltissimi hanno dapprima barrata la casellina corrispondente alla risposta "Più di 2 ore", per poi evidenziare l'incredibile sbaglio commesso con un enorme "NO" scritto a fianco della suddetta casella e, infine, rispondere "Circa 2 ore". Il mio ruolo, in questo caso, non mi permette di giungere a conclusioni certe; lascio al lettore e alla sua fervida immaginazione questo ingrato compito. Dicevo che questo è l'unico dato significativo emerso dal sondaggio. Nel rispondere a tutte le altre domande, infatti, i giovani si sono scissi in maniera tanto equa quanto inaspettata tra le varie alternativa di risposta. Come già accennato, volevo mettere in luce determinati aspetti di Facebook. Una domanda chiedeva: "Aggiorni il tuo stato abitualmente?" e un'altra: "Ritieni indispensabile aggiornare l'aggiornabile della tua situazione sentimentale?"; l'intenzione era quella di capire se e quanto i cambiamenti che avvengono nella vita reale acquistino, sempre secondo i giovani, una dimensione più "reale" di quanto già non abbiano se "proiettati" su Facebook. Ebbene, per entrambe le domande un (quasi) 50% secco ha risposto "Sì" e un altro 50% "No". Che sono ambedue delle cifre considerevoli, ma è proprio quell’ "ambedue" che complica la faccenda. Altre domande miravano a far chiarezza sul fenomeno degli "amici virtuali", ovvero quelle persone con cui si instaura una sorta (oserei dire "surrogato", ma mi affido di nuovo alla diabolica immaginazione del lettore) di rapporto d'amicizia pur senza averle mai incontrate fisicamente; una era, banalmente: "Conosci anche di persona i tuoi amici di Facebook?" e l'altra: "Ci sono persone con cui intrattieni abituali rapporti virtuali pur senza conoscerle?". Se avete, anche distrattamente, seguito un po' il filo del discorso, potreste già immaginare come le percentuali di ragazzi che hanno scelto ciascuna delle risposte possibili siano incredibilmente prossime all'essere identiche. Per la cronaca, le risposte possibili erano, nel primo caso: "Tutti", "Più della metà" e "Meno della metà"; nel secondo: "Molte", "Meno di dieci", "Meno di tre", "No". Veniamo ora a quelle che considero le domande cardine del sondaggio. Una è la già citata "Ti vergogneresti di vedere appesa in classe una foto di quelle che hai pubblicato su Facebook?". Se avessi ottenuto una considerevole percentuale di "Sì" come risposta, sarebbe bastato un attimo per mostrare quanto poco i giovani si rendano conto delle potenzialità (sia in positivo che, soprattutto, in negativo) di uno strumento quale Facebook. Perché pubblicare una foto su un social network espone la foto in questione a un pubblico ben più grande di una sola classe. Se avessi ottenuto una considerevole percentuale di "Sì", dicevo, mentre mi sono dovuto accontentare di un 50%. La mia idea non viene confermata né viene fortemente smentita. E il dubbio continua ad aleggiare , denso come la nebbia. L'altra domanda cardine era: "Ti è mai capitato di mettere in crisi rapporti (sia d'amicizia che d'amor platonico e/o carnale) per colpa di Facebook?". Per quanto riguarda i risultati ottenuti, essi si attestano ancora una volta intorno ad un fifty-fifty. Mi pare, però, doveroso segnalare l'iniziativa di uno (o una) degli intervistati che ha cancellato con un rapido segno di penna la parola "platonico" dalla domanda. Questo potrebbe essere lo spunto per un'ulteriore analisi sociologica a proposito di una sessualità sempre più precoce (tenendo conto che i sottoposti al sondaggio hanno tutti tra i 14 e i 15 anni), ma per l'ennesima volta lascio tutto alla mefistofelica immaginazione del lettore. (Che poi a cose del tipo "L'età del primo rapporto si sta abbassando sempre di più", si fa fatica a credere. Basta pensare un attimo al medioevo per rendersi conto che l'età si è alzata parecchio, con lo scorrere del tempo.) Il sondaggio, quindi, ha evidenziato come l'unico dato certo sia l'incertezza. Che è un po' quello che abbiamo sotto il naso tutti i giorni: il destino pare divertirsi a sorprenderci e a non permetterci di dare nulla per scontato. Continua>>

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nte e M E in fondo è anche un po' uno dei temi principali di Matrix. Quando persino il reale

e non è reale, quando la realtà è solo un'illusione, quando la creatura diventa artefice del Thcreatore, allora ogni certezza comincia ad ondeggiare come una palma al vento per poi abbat-

tersi rumorosamente al suolo. E l'introduzione non era poi così peregrina.

L'improbabile strategia giornalistica del sondaggio disegnabile Ogni sondaggio a cui sono stato sottoposto mi ha empiricamente insegnato come l'attività di risposta a un questionario sia generalmente noiosa, annoiata, distaccata, fredda. Volevo aggirare quella sorta di barriera che si crea tra l'interrogato (dal sondaggio) e il foglio, volevo che i ragazzi fossero più volontariamente partecipi. Semplicemente, in alto, prima della prima (e passatemi l'ennesimo groviglio di parole) domanda, ho scritto: "Ammessi insulti e parolacce; graditi disegnini a bordo pagina." Per quanto riguarda gli insulti e le parolacce, sono contento che quasi nessuno vi abbia fatto ricorso. I disegnini, invece, speravo fossero un'iniziativa gradita e così è stato. Quasi ogni questionario che mi è stato riconsegnato aveva i suoi bei capolavori artistici sparsi qua e là. Ma non solo: anche le risposte alle domande erano impreziosite da simpatici orpelli grafici. Una crocetta non era mai solo una crocetta. I disegni erano i più svariati; riguardavano l'amore (i cuoricini non si contavano e ho attribuito la responsabilità di ciò alla simpatica e primaverile stagione in corso), l'attualità (un ancor più simpatico Bin Laden con tanto di bomba in mano campeggiava sul retro di un questionario), la natura (o, perlomeno, in questa categoria mi permetterei di classificare dei rifiuti organici solidi) e molto altro. Con una punta di orgoglio e immodestia, segnalo la scritta a caratteri cubitali "Mi piace questo questionario" disegnata dal più abile tra coloro che sono stati sottoposti al sondaggio. Missione riuscita, oserei dire, considerato che dei 100 questionari che ho distribuito non me n'è tornato indietro nessuno non compilato. Risposte intelligenti a domande non poste In modo un po' provocatorio (ma anche solo divertente e divertito, per rendere il compito meno gravoso sia a me che agli altri) l'ultima domanda era: "Ti è venuta in mente una risposta intelligente a una domanda che non ti ho fatto? Se sì, scrivila". Anche in questo caso, le risposte sono state molteplici e variegate, con picchi ora di saggezza, ora di non-sense. Con mio grande stupore molti hanno scritto "Ti diverti su Facebook? (facendosi quindi anche la domanda) Sì, tanto". Insomma, su Facebook, i ragazzi si divertono. E tanto. Difficile controbattere: il piacere di stare seduti per almeno due ore (e sappiamo che lo fa il 63% dei quattordicenni) non si discute. Per quanto riguarda l'appena inaugurato angolo di saggezza zen, cito la risposta: "Facebook non è un social network, ma è un boomerang che prima ti fa conoscere persone nuove del tutto inutili, ma quando ritorna rompe tutti i legami, anche i più forti, con le persone a cui tieni di più." Bella metafora. Un altro esempio in cui, oltre a darmi la risposta, un intervistato si fa anche la domanda è: "Pensi che Facebook sia un mezzo di distrazione? Sì troppo". Per una questione esclusivamente di impatto sul lettore io avrei aggiunto "di massa" dopo "distrazione". Gran finale, una splendida perla di umorismo dell'assurdo (o una sincera richiesta di aiuto mal interpretata): "Sì, ce l'ho un opossum verde a forma di lattuga che mi cresce in giardino".

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L'inattesa conclusione di un punto fermo Non sì è ancora detto prima d'ora. La prima domanda era: "Sei iscritto a Facebook?". Su 100 che hanno risposto, solo 3 hanno dichiarato "No".

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Aron Marino, 5PA

Chi trova un amico...lo trova al computer! Passano gli anni e con questi anche le mode, ma sembra che una di queste stenta a tramontare, anzi sembra diffondersi di giorno in giorno sempre di più, specialmente tra i giovani. Stiamo parlando di Facebook e degli altri più famosi social network. Sì, proprio così, definirei questi ultimi come una "moda", una sorta di gara tra coloro che hanno il profilo più bello o tra chi ha più amici. Proprio a riguardo, abbiamo sentito il parere dei ragazzi di una classe seconda del nostro istituto (ITC Romagnosi di Piacenza) e, alla faccia di chi dice "ci sono sempre di mezzo anche loro?!", dei loro genitori. Ecco cosa è sorto dal semplice questionario che gli abbiamo somministrato. Partiamo dai più giovani, alla nostra prima domanda: "Qual è stata la prima cosa che hai pensato quando hai sentito parlare di Facebook o di qualsiasi altro social network?", la stragrande maggioranza ha risposto che inizialmente non sapeva di cosa si trattasse e pensavano che era un passatempo inutile e una perdita di tempo, ma successivamente molti si sono ricreduti sostenendo che è un modo facile e gratuito di comunicazione, un nuovo modo di allargare le proprie conoscenze e stare in contatto con amici e parenti; ben l'84%, infatti, ha affermato di essere riuscito a rimanere in contatto con amici lontani. Per capire il valore che i nostri ragazzi danno all'amicizia abbiamo provato a chiedere quali fossero le qualità che dovrebbe avere il l'amico/a ideale. Non c'è stata una scheda che non presentasse la parola: sincerità. E da qui parte la critica: come si può affermare che la sincerità sia un il valore indispensabile di un vero amico per poi frequentarsi dietro uno schermo?! Le generazioni stanno cambiando, è incredibile vedere che il 45% dei nostri ragazzi preferisce passare il pomeriggio davanti al computer, piuttosto che uscire con gli amici. Sembrano ormai lontane le infinite chiacchierate davanti a casa, con la cena già pronta in tavola e la mamma che continua a ripetere:"Sbrigati che si raffredda!". Altro fatto piuttosto curioso, di solito quando si ha paura o timore di qualcosa si tende ad allontanarsi ed evitarla. Perché i nostri ragazzi invece no? Alla nostra domanda: "Terribilmente facile fare amicizia con i social network, spiare nella vita dell’altro, ti senti veramente a tuo agio?", più della metà risponde di no. Non è che questi social network sono come la droga, più ne fai uso e più non riesci a smetterne?! Bene, penso di aver delineato abbastanza il ragazzo medio, di quindici o sedici anni, ma sentiamo ora il parere dei loro genitori. Tutti sostengono di conoscere Facebook o gli altri più famosi social network, ma solamente il 35% è iscritto a uno di questi. Chi è iscritto dice di averlo fatto per rimanere in contatto con gli ex-compagni di classe, piuttosto che con amici lontani o colleghi. Chi invece non è entrato nel "piccolo" mondo creato da Mark Zuckerberg sostiene che sia qualcosa che accomuna i giovani e che per questioni lavorative o famigliari non gli permettono di passare il tempo al computer. Quasi tutti affermano che i loro ragazzi non passano molto tempo al computer e comunque non trascurano né la famiglia né gli amici. Dalle risposte, però, si evince un lato che non è particolarmente felice e sereno. Continua>>

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Molti sembrano preoccupati, tanto che il 65% di essi pensano che suo figlio/a possa in qualche modo entrare in contatto con "falsi amici", attraverso la rete. Entrambi i questionari riportavano come ultima domanda: " Secondo il Papa i social network, come Facebook o MySpace, potrebbero portare a "banalizzare" il concetto stesso di amicizia, qual è il suo pensiero a riguardo?". Questo quesito ha, in un certo modo, costruito un muro tra l'opinione dei più giovani e dei loro genitori. La maggior parte dei ragazzi è andato contro l'affermazione del Papa, dicendo che dovrebbe pensare alle sue vicende e non intromettersi nei rapporti tra i giovani. Pochi sono invece coloro che, insieme a quasi tutti i genitori, sono d'accordo con la tesi del pontefice. Il fatto di non vedersi non trasmette le vere sensazioni. Il concetto di amicizia è così grande che non si può ridurre ad un computer. Mi piacerebbe provare a riproporre lo stesso questionario agli stessi ragazzi, magari fra vent'anni o quando saranno diventati madri o padri di famiglia, il loro pensiero come cambierà, se cambierà?

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Damiano Borella, III PA

Ma i premi non finiscono qua! Ecco i vincitori del concorso letterario e fotografico di quest’anno!

1^ Foto classificata: “Soffio d’infinito” di Chiara Fusconi, liceo Gioia

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2^ Foto classificata: “Il piccione bevitore” di Chiara Cirioni, liceo Mattei-Fiorenzuola

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3^ Foto classificata: “Dialogo muto” di Ilaria Cassinelli, ITC Romagnosi

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4^ Foto classificata: “Vorrei un mondo a colori” di Valeria Giovene, liceo Gioia

5^ Foto classificata: “Salti di gioia” di Matilde Velenti, ITC Romagnosi

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Primo posto:

Senza fili di Aron Marino, V PA "Il rancore appartiene ai vinti", scrivo per vivere. Oppure: "La morte è ciò che rende inutile e indispensabile la vita". O ancora: "Incoerente è colui che crede in Dio e non in Babbo Natale". Fin da piccolo ho sempre voluto scrivere. Fin da quando, in terza elementare, partecipai a un concorso di disegno con un racconto. Non andò bene. Descrissi la mia amara delusione per la mancata vittoria in un altro racconto con cui partecipai a un concorso di poesia. Quando mi comunicarono che non avrebbero accettato il mio scritto, mi feci furbo e composi una poesia che, per chiudere il cerchio, inviai ad un concorso di narrativa. La mia carriera di scrittore non iniziò, forse, nel migliore dei modi, ma mi fu facile, al tempo, dare la colpa a fattori del tutto indipendenti dalle mie capacità. E' tutta sfortuna, dicevo. Ora scrivo: "La sfortuna è il più famoso capro espiatorio della storia". Ad ogni modo, non mi diedi per vinto e cominciai, ad undici anni, a progettare il mio primo romanzo. Se non l'avesse già fatto qualcuno, scriverei: "Non è forte colui che non cade, ma colui che si rialza". La mia scostante costanza e la mia decisa indecisione remavano contro la realizzazione di questa grande impresa. Se, un giorno, ero affascinato dal fantasy e cominciavo a scrivere di un elfo guerriero intento a salvare la sua principessa, l'indomani trovavo la fantascienza più avvincente e sostituivo l'arco del mio elfo con un cannone a particelle subatomiche. Poi magari guardavo un film horror, leggevo il mio primo romanzo di Sherlock Holmes, cominciavo ad appassionarmi a Dawson's Creek e...isomma, fu quando misi il mio elfo armato di cannone, in piena crisi adolescenziale, in una villa invasa da zombi, ad indagare sulla morte della già citata principessa, che decisi di lasciar perdere. Scrissi ancora qualche verso mieloso a tredici o quattordici anni, quando i miei quotidiani e folli innamoramenti erano puntualmente non corrisposti, poi conobbi la mia prima ragazza: ero al settimo cielo e riempivo le mie giornate di piaceri ben più immediati della scrittura. Ora scrivo: "La sofferenza è l'unica musa". Il mio primo amore adolescenziale fu, senza troppe sorprese, tanto intenso quanto breve. Tornai a sottoporre i miei guai, accuratamente trascritti, alle giurie dei concorsi letterari. Non vinsi mai nulla, né alle medie, né durante i primi quattro anni di superiori. In quinta, però, avvenne ciò che interpretai come un segno del destino -e poco importa se oggi scrivo: "Crede nel destino chi non ha voglia di vivere"-. Un mio racconto conquistò un dignitosissimo terzo posto, pensai che la mia grande ascesa fosse iniziata e mi iscrissi alla facoltà di lettere. I miei anni da universitario non furono troppo diversi da quelli precedenti, se non fosse che tutti cominciarono a perdere fiducia nelle mie abilità scribacchine e a ritenermi un incosciente buono a nulla. Con mio enorme disappunto, le cose non cambiarono quando dissi a mia madre che finalmente era iniziata la mia carriera di scrittore e le sventolai sotto il naso un contratto stipulato con un'industria dolciaria. Continua >>

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Ebbene sì. "La morte ci rende timorosi, la paura ci tiene in vita", scrivo per vivere. Aforismi anonimi da incartare insieme a un cioccolatino e distribuire in bar e negozi -solo i migliori, come ci insegna la pubblicità-, filosofia spicciola per tutti, pillole di saggezza a soli venticinque centesimi più un dolcetto in regalo...e guai a dirmi che è il contrario. "L'amore ci rende folli, la follia ci rende innamorati", scrivo. Oppure: "Noi stessi siamo la persona più facile da ingannare". Per esigenze di contratto, mi firmo come Anonimo. Coloro che mi sono più vicini, che sanno associare il mio volto a quell'" Anonimo", spesso mi chiedono: "Sei soddisfatto?". Io non rispondo, dico: "Faccio quello che ho sempre voluto fare". Sorrido amaramente, pensando a quando, ancora alle superiori, mi chiesero: "Cosa vuoi fare da grande?" e io risposi: "Vivere di quello che penso, di quello che scrivo". Non sarò come i grandi autori che ho sempre cercato di emulare, ma in fondo non ci sono andato troppo lontano. Novalis, alla morte della sua fidanzata, compose gli Inni alla notte; Foscolo, in occasione della morte del fratello, scrisse uno dei suoi sonetti maggiori; dal canto mio, quando è morto il gatto della mia vicina e ho dovuto offrirle la mia spalla su cui piangere, ho scritto: "La morte non è la fine di tutto, è la fine di ciò che conosciamo". Sempre coloro che, sfortunatamente, mi sono più vicini talvolta mi chiedono: "Sei felice?" e io rispondo: "Certo", poi scrivo: "La felicità è l'illusione più crudele dell'uomo". Mi chiedono: "Quand'è che ti trovi una ragazza?", io rispondo: "Non mi interessa" e poi scrivo: "Senza amore siamo solo un corpo vuoto". E quando io stesso mi chiedo se non sia ora di smetterla di raccontar fandonie, mi consolo scrivendo: "La menzogna è ciò che rende virtuosa la verità". Oh, non fate quelle facce. Se per caso voi che leggete sentite di dovermi recriminare qualcosa, sappiate che un giorno potreste leggere, sfogliando un cioccolatino: "L'errore è libertà. Siamo liberi in quanto liberi di sbagliare; altrimenti saremmo burattini nelle mani di Dio". E fine della questione.

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Secondo posto: di Costanza Mariani, liceo Mattei C'è stato un momento particolare nella mia infanzia in cui ho capito il segreto per vivere bene. Avevo circa otto anni e come mi era consueto il sabato pomeriggio andai a casa della nonna materna per fare i tortelli con la marmellata per la domenica.-Fare la pasta è semplice- mi diceva mia nonna l'impotante è che poi la marmellata e il cioccolato del ripieno siano ben amalgamate con le nocciole,e il più è fatto!- .La nonna senza volere mi aveva rivelato che la vita doveva essere un po' come un tortello dolce:semplice ma allo stesso tempo originale,buono,e saporito. E così da allora la mia filosofia di vita è stata questa,e non mi è mai venuto in mente di cambiarla,semplicemente perché è perfetta! Gli ingredienti che occorrono per avere una vita piena e felice alla mia età sono pochi però devono essere di qualità e ben amalgamati altrimenti si rischiano reazioni indesiderate che potrebbero portare ad una brutta infelicità.L'ingrediente base sicuramente è la famiglia. Almeno io posso dire che per me lo è,e credo che lo sarà per sempre,anche quando un giorno deciderò di abbandonare il nido che i miei genitori hanno creato e protetto per la mia felicità. La mia mamma e il mio babbo sono le persone che meglio mi conoscono,e mi capiscono e anche quando le situazioni più difficili sembrano essere muri invalicabili,se so di avere loro al mio fianco posso farcela senza alcun problema. Ad esempio durante la scorsa estate sono stata operata. Nei giorni prima dell'operazione avevo una paura che mi mangiava tutte le ore di sonno. Ogni notte gli stessi incubi,sulla morte,sulle malettie insomma un inferno. I miei

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genitori mi hanno aiutato tantissimo,anche se so che hanno passato un periodo

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molto brutto e alla fine ne siamo usciti probabilmente più forti e uniti di prima,e

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quando sono venuta fuori dalla sala operatoria mio papà ha detto -Hai visto che non era poi così terribile?

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-Avrei voluto piangere dalla gioia. Ma non sono importanti solo i momenti difficili: ci sono quegli attimi di pura serenità che mi regalano un'allegria difficile da definire a parole. Per fare un esempio potrei dire che ogni volta che il mio babbo mi porta a fare un giro sulla vespa è un emozione per me:il vento che ci corre incontro,le nostre magliette che si gonfiano d'aria per la velocità, il mio sguardo che corre per la campagna sopra la spalla di papà e il caldo del sole estivo che ci grida -Godetevi le vacanze-;oppure anche i pomeriggi che passo con la mamma che cerca di spiegarmi qualcosa sulla matematica,anche se alla fine ,ridendo,mi dice che resto sempre un caso disperato.Ecco,avere dei ricordi come quelli che ho io già può rappresentare un ingrediente base per formare un'esistenza solida. Il secondo e il terzo ingrediente sono amalgamabili in un delizioso tutt'uno che danno alla vita quell'aroma divertente e anche un po' bizzarro. La scuola e gli amici per me rappresentano il gradino che ti porta alla felicità completa,quel qualcosa che rende la vita più saporita. Ho avuto la fortuna di conoscere,durante le ore di lezione scolastica,i ragazzi e le ragazze che ora sono il mio fantastico gruppo. Siamo in una decina,a volte anche di più e il nostro rapporto si basa su sentimenti di amicizia abbastanza profondi,che non avevo mai provato in precedenza. Dopo la mattinata scolastica,quando i compiti e lo studio ce lo permettono,usciamo a fare un giretto per Fiorenzuola. Durante l'inverno solitamente,davanti al vapore di una bella cioccolata calda,commentiamo assieme gli avvenimenti scolastici:voti,gite,interrogazioni e, perché no,anche qualche imitazione di insegnanti particolari. L'estate invece veniamo chiamati "i pensionati" per il semplice fatto che quasi tutti i pomeriggi andiamo al bocciodromo (un bar frequentato anche dai miei nonni..) per organizzare dei super tornei di briscola,in quattro o in cinque. Tutti i momenti che passiamo insieme sono meravigliosi,un po' anche per il fatto che facciamo tante esperienze nuove :siamo andati una giornata intera a Parma da soli,ci siamo trovati per preparare con le nostre mani i dolcetti per capodanno e ,quando uno di noi sta male per qualche motivo,siamo tutti pronti ad aiutarci reciprocamente. Ci sono dei gesti che per poco non portano a commuovermi,per esempio quando d'estate qualcuno partiva per le vacanze,l'ultima volta che lo vedevamo facevamo un cerchio e ci abbracciavamo tutti (attimo denominato abbraccione collettivo) per ricordarci bene come era essere tutti uniti,oppure quando nella notte di capodanno a un nostro compagno è esploso un petardo in mano eravamo tutti convinti che saremmo potuti andare al pronto socccorso per essegli vicini:faceva male anche a noi vedere quelle bruciature nere sulle sue dita,come anche il sentire che piangeva dal dolore. Insomma la forza del nostro gruppo ci permette di vivere con allegria ogni cosa:persino a scuola noi troviamo il modo di ridere come dei matti,per non parlare delle verifiche,nelle quali se appena possiamo facciamo un ben organizzato lavoro d'equipe. Spero che anche al termine del liceo,io possa rimanere a stretto contatto con loro perché sono gli unici veri amici che io abbia mai avuto e perderli sarebbe come lasciare andare un vagone carico d'oro. La miscela di queste tre ingredienti,se ben fatta, già da sola può garantire una vita serena e felice. Certo poi come sui tortelli dolci si possono mettere tante altre cose,un po' di zucchero a velo o una spruzzata di panna,ma anche semplici sono gustosi. Continua >>

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Ed ecco allora che poi per completare la vita ci può essere un po' di sport,nel

mio caso il tennis, oppure la musica,oppure altri interessi,però diciamo che ciò che im-

porta maggiormente è una solida base e io penso di averla. Nella mia classe chiamano il nostro

gruppo "felice" e penso che sia proprio vero perché siamo persone semplici,tranquille e felici;non abbiamo bisogno di discoteche,alcol o droghe a noi basta una pizza e un film il sabato sera,con qualche commento sul mondo che ci circonda....e poi dicono che la generazione dei giovani è trasandata.......

Terzo posto:

Lettera dal passato di Rodica Oprea, II coC Ciao, chiunque tu sia … maschio o femmina, bambino o adulto, ebreo o tedesco. Ti scrivo dal passato: siamo nel 2011. E siccome si dice che nel 2012 potrebbe finire il mondo, ho pensato di mettere degli oggetti dentro questa cassaforte … di lasciarteli: ecco delle foto, perché tu veda com’è il nostro mondo, il mio libro preferito e qualche consiglio che spero possa esserti utile. Mi chiamo Rodica. Mi hanno detto che questo nome proviene da un fiore, forse la rosa. Ho 15 anni, l’età perfetta per fare solo sciocchezze. Sono una adolescente ingenua e testarda, insomma come tutti gli adolescenti della nostra epoca. Sono allegra e triste, sono curiosa, ma anche pigra, sono veloce e lenta… giusto qualche indizio per farti capire meglio come sono. La mia vita la potrei descrivere come un fulmine: è tutta un po’ storta . Non sono mai a tempo con gli altri: o corro troppo a vivere, o sono troppo lenta ad aspettare. Sono unica come ognuno di noi. Nella mia corta e lunga vita non ho incontrato mai una persona perfetta. Tutti , tutti hanno qualche difetto, qualche particolarità. La vita è come l’oceano pieno di squali dove una sirena fragile come me potrebbe essere mangiata in un secondo. Ma, sai, ho deciso di vivere, di combattere per l’esistenza piuttosto che abbandonarmi in mano alle bestie. Ho deciso di combattere per te , il futuro. E se un domani parleranno di noi come di Atlantide sarò un poco fiera di aver fatto parte di questo mondo. Non so cosa ne sai tu della nostra civiltà, ma ti posso garantire che non è un paradiso. Forse per questo sembra che Dio ci voglia levare dalla faccia di questo pianeta. Spero che nel mondo in cui vivi tu, la gente sia un po’ più comprensiva. La vita è fatta così, di cose belle e brutte , ma credi a me: non arrenderti mai davanti alla difficoltà. Se siamo sicuri che nel 2012 sarà la fine, allora ti posso confessare il mio grande sogno: a parte viaggiare, vorrei aiutare il mondo. Capisco che è un po’ difficile, ma pensaci: non sarebbe bello poter offrire una vita migliore a chi se lo merita,alle persone che soffrono di fame e di sete? In questo mondo nel quale vivo io si pensa solo ai soldi. Ogni relazione ha lo scopo di ricevere qualcosa in cambio. Nessuno ti chiama più per chiederti come stai, ma si fa vivo solo quando ha bisogno, a parte gli amici più intimi. Invece penso che la relazione dovrebbe essere basata sulla fiducia reciproca. Al giorno d’oggi nessuno non vuole rischiare investendo negli altri, perché verrebbe considerato un idiota. Se uno sta bene nella sua casa, non si interessa di chi sta morendo di fame nella strada. Si sono chiusi tutti nelle loro conchiglie che sono difficili da aprire. Perche ci hanno condizionato.Ci hanno condizionato la TV e l’internet( anche se sono gli uomini stessi a fare la tv e coordinare l’internet). E nessuno vuole fare niente perche”a me non interessa”,“ ah, ma neanche a me!” e quindi a chi deve interessare il vostro, nostro futuro? Che domanda difficile …

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La vita è l’ unica ragione per cui stiamo vivendo ti sembra normale? Perché la vita non può essere leggera facile come una piume o farfalla – perche non sarebbe più cosi interessante a vivere!!! A volte osservo il mio gatto(si ho dimenticato di scriverti che ho un gatto. Si chiama FUFI): vive la sua vita tranquillo, dorme, gioca, mangia… Quante volte gli ho proposto di fare uno scambio, io al posto suo e lui al posto mio , specialmente se il giorno dopo c’ era una verifica a scuola. Ma sai, subito dopo mi immaginavo la vita che farei da gatto, senza leggere, scrivere ,disegnare. A volte lo osservo mentre guarda dalla finestra con quella luce negli occhi: lui cosi vivace, giocoso, coccolone, quando guarda dalla finestra diventa come tutti, diventa triste perché magari vorrebbe volare come gli uccelli, vorrebbe uscire dalla ignoranza che lo limita impedendogli di scoprire tante cose. E pensare che ci sono delle persone nel mondo che hanno questa possibilità, ma preferiscono limitarsi nell’ignoranza e nell’indifferenza. La cosa più bella che mi sia capitata? E’ di sorridere alla gente sconosciuta mentre camino per strada. La vita è cosi piena di sorprese… devi essere solo pronto ad accoglierle. Ti voglio dire solo di credere nelle fate e nei moscerini perché durante la tua vita ne incontrerai di sicuro una/o. Ti renderà la vita magica. Prova a vivere la vita come ho fatto io fino adesso: il giorno più bello è oggi, perché potrebbe essere l’ultimo. La felicità più grande per me è essere utile agli altri, il regalo più bello che posso ricevere e regalare è il perdono, la sensazione più piacevole che ho è la pace interiore, l’accoglienza che do è il sorriso, e la cosa più bella del nostro mondo nonostante a tutto è l’amore. Ricordati che la radice di tutti i mali è l’egoismo. Io non so come sarà il vostro mondo pero ti voglio dire: dona sempre un sorriso anche quando sei giù, donalo dal cuore e vedrai che il mondo ti risponderà allo stesso modo. Si dice che quando vuoi una cosa con tutto il tuo cuore alla fine si avvererà , Gesù diceva “Basta fede quanto un granellino per spostare le montagne”. Io credo in te, futuro. E in fine ti dico: non smettere mai di sognare e ricorda sempre di sorridere, chiunque tu sia, maschio o femmina, bambino o adulto, ebreo o tedesco. Con amore ,la tua amica dal passato 2011

Aiuta Cupido a raggiungere il cuore!!!

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Cordani: «I giovani sono molto meglio di noi vecchi che non vogliamo mollare la poltrona»

Tanti i ragazzi premiati nei giorni scorsi in Sant’Ilario per gli elaborati realizzati nel corso dell’anno scolastico. Futuri scrittori, giornalisti, fotografi e pittori sono stati premiati nei giorni scorsi in Sant’Ilario. Davvero tanti i ragazzi delle scuole della nostra città e della provincia che hanno riempito gli spazi di Sant’Ilario. Un momento significativo e che è andato a mettere in luce le doti di giovani ragazzi che stanno per concludere il proprio percorso di studi, ragazzi dunque che partecipando a concorsi letterari, giornalistici piuttosto che artistici e teatrali hanno riempito pagine importanti della cultura locale. Tra gli ospiti e critici presenti, numerosi i ricercatori, economisti, teologi, fotografi e Franco Balesta nonché preside dell’Istituto Romagnosi di Piacenza. «L’obbiettivo è rendere i ragazzi consapevoli del loro potenziale creativo – ha esordito l’insegante Paola Cordani - non se ne può più di gente che dice che i giovani dormono e non hanno più voglila di fare niente, sono passivi e dei bamboccioni; questo lo diciamo noi vecchi perché ci fa comodo non mollare le poltrone. Viceversa i giovani sono molto meglio di noi. Tutti gli studenti nella preparazione degli elaborati sono sono divertiti e si sono espressi ma a rendere più felice tuti noi è che lo fanno volentieri e questa è la cosa principale e lo dimostra il fatto che il numero degli elaborati cresce nel corso degli anni». Nel corso della mattinata sono stati proiettati anche scatti e video che appunto mostravano il backstage del teatro scolastico, iniziativa che continuerà anche il prossimo anno. Christian Basini

(Seneca) Piango. Mi chiudo in bagno per non farmi vedere da nessuno; non vorrei che i miei si preoccupassero o iniziassero a farmi domande. Sto male, mi dispero, mi asciugo le lacrime salate che lente scorrono sul mio viso. Devo piangere in silenzio, e tenere questo peso per me senza destare preoccupazioni: non vorrei che chi mi vuole bene soffrisse per me. Mia madre mi chiama per cenare, quindi esco dal bagno. Ho gli occhi gonfi e rossi. I miei genitori si chiedono quale possa essere il motivo di tale tristezza, ma non ricevono nessuna risposta. Sono una scema… ora sono preoccupati, e chiudersi in bagno non è servito a nulla: tanto vale raccontare tutto. Bastano poche parole che mi ritorna subito il sorriso. Ora sto meglio, ed è tutto grazie a loro. ... Sono tante le persone che preferiscono soffrire in silenzio, senza confidarsi, e io, spesso divento una di esse… Ma la verità è che chi soffre in silenzio, soffre il doppio. Perché lasciar fermentare tutte le angosce nel nostro profondo, quando potremmo benissimo sfogarci con qualcuno? Forse per paura di far stare male gli altri, di essere giudicati, per timore di perdere qualcuno, o semplicemente per apparire più forti. Aprirsi agli altri è un modo per crescere, confrontarsi, e in certi casi è la soluzione che pone fine ai nostri problemi o alle nostre paranoie. Non è sempre facile farlo, ma il più delle volte parlare con un amico, un genitore, o con qualcuno che ti vuole bene allevia lo stress e la tristezza, e finché abbiamo accanto persone che si interessano a noi affettuosamente, è proprio quello che dovremmo imparare a fare per vivere meglio con noi stessi, e con gli altri.

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Due parole sulla mia generazione

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La mia generazione. Una generazione dalla quale mi sento profondamente delusa; una generazione di persone incapaci di riflettere, di capire ciò che accade attorno a loro; una generazione pigra, anche e soprattutto nel pensare, che delega il pensiero a terzi, preferendo una vita che ha come unico scopo quello di soddisfare i propri bisogni primari; una generazione che con il suo tacito assenso sta contribuendo alla rovina del nostro paese. Questa è la mia generazione. Ragazzi e ragazze soggetti all’omologazione ed al lavaggio del cervello causato dai costanti modelli che la società ci propone. Tralasciando le generalizzazioni nutro ancora qualche speranza nei confronti della mia generazione. Forse un giorno si sveglieranno dal loro sonno perenne, quasi un’ anestesia che non permette loro di ribellarsi di fronte ai continui attacchi , repressioni ed ingiustizie che subiamo . Forse un giorno capiranno che le classi dirigenti di tutto il mondo e di tutte le fazioni politiche stanno giocando con la nostra vita ed il nostro futuro, facendosi forza del nostro silenzio. Vivian LaMarque diceva: “Nel mondo esistono due tipi di persone: i primi seduti sulle poltrone a comandare, a criticare ed i secondi, instancabili a fare , ad agire”. I primi certamente non mancano ed i secondi oggigiorno sono ben pochi. Il “fare” e l’ ”agire” di LaMarque io lo interpreto in tutte le sue forme: avere delle passioni di qualsiasi genere, fare esperienze, vivere la propria vita. L’apatia e l’insofferenza di chi vive subendo la vita e non vivendola, di chi assume un atteggiamento passivo nei confronti di tutto ciò che lo circonda, non sono più concepibili. Sogno una generazione che non tema il confronto, che si metta in gioco, che abbia il coraggio di rischiare. Solo così metteremo fine al regime di delegittimazione che ci

Essere adolescenti nel 2011 non è poi una passeggiata. Ovviamente non è come ai tempi di guerra dove i ragazzi della mia età indossavano tute mimetiche e imbracciavano fucili e le ragazze lavoravano nei campi dall’età di dieci anni, se andava di lusso erano arrivati alla quinta elementare. Non per questo per noi dev’essere tutto rose e fiori. Ho sedici anni e faccio parte anagraficamente di questa generazione, noi che saremo gli adulti del futuro. Non so quali siano i requisiti per farne parte, ma credo proprio di essere esclusa. Più mi guardo intorno e più mi rendo conto che non sono e non voglio essere come la maggior parte di quelli che rientrano nella “mia generazione”. Sempre più difficile trovare qualcuno con cui scambiare opinioni su un buon libro perché leggere è da “sfigati”; è molto più probabile che ti venga chiesto un parere sull’ultimo eliminato dalla casa del grande fratello. Quasi impossibile stare a casa il sabato sera a guardarsi un film: c’è d’andare a ballare e guai a te se torni a casa prima delle tre. Ed è meglio non provare a chiedere di una canzone che abbia più di un mese perché è già vecchia e fuori moda. Mi piace leggere, scrivere, preferisco guardarmi un film che andare a ballare, non mi piacciono i vestiti firmati e ascolto musica di qualche anno fa, anzi un bel po’ di anni fa. Questo non vuol dire che non so divertirmi anzi mi diverto con cose molto semplici e non ho bisogno di essere ubriaca. Tutto questo mi fa sentire alcune volte sola; non che io sia sola anzi, però le persone che mi circondano è come si mi andassero strette, della serie “nessuno mi capisce”, per questo mi trovo meglio a stare sola. D’altra parte non condivido il fatto che gli adolescenti di oggi siano descritti nel peggiore dei modi, e anche se per molti è la verità non bisogna sempre generalizzare. Dopo tutte le critiche che ho fatto alla domanda “Come vorresti che fosse la tua generazione?” vi aspetterete una risposta epica e invece dirò soltanto che una generazione perfetta non è mai esistita e mai esisterà! Però io sono stanca di vedere ragazzi robotizzati davanti a televisione e computer e che non hanno una minima idea di quello che succede intorno a loro, che non pensano con la loro testa e vanno dietro alla massa come pecoroni.

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E’ ormai innegabile, anche se qualcuno cerca ancora di abbindolarci, che la crisi economica ha colpito pesantemente anche il nostro Paese e di conseguenza tutte le imprese e le persone che fanno parte di esso. Si sente spesso parlare di imprese e società dal nome prestigioso che faticano a far quadrare i bilanci, oppure che sono addirittura costrette a chiudere. Anche per loro, dunque, non è facile mantenersi sul mercato e riuscire a competere con le grandi multinazionali. Di conseguenza gli imprenditori, anche loro vittime di questa preoccupante situazione, sono costretti a ridurre i costi su tutti i fronti, anche su quello del personale. Ormai chi ha 35-40 anni e una carriera decennale o ventennale alle spalle, si sente più al sicuro della stragrande maggioranza dei giovani che hanno appena finito il liceo o l’università, e si affacciano per la prima volta sul mondo del lavoro. Effettivamente i giovani sono molto più vulnerabili di coloro che hanno già esperienza. I ragazzi sono vittime delle inevitabili scelte che gli imprenditori devono operare in merito al lavoro salariato; collaboratori occasionali, lavori a chiamata, contratti a progetto, sono tutte figure professionali nate nell’ultimo decennio in margine alla crisi economica. Non bisogna nemmeno dimenticare che l’Italia è un paese “vecchio”, dove la speranza di vita media si aggira intorno agli ottant’anni e il numero di anziani è sempre più elevato. Questo fattore ha avuto come conseguenza un notevole incremento dell’età pensionabile, che è arrivata a 65 anni. D'altronde lo Stato non ha molte alternative: non può permettersi di mantenere un così alto numero di anziani per più di 15 anni, e non può nemmeno incrementare ulteriormente le quote di contributi da versare. Naturalmente tutti questi ultrasessantenni sono persone che tolgono posti di lavoro ai giovani, ,ma che non possono permettersi di abbandonare la loro occupazione. Una soluzione al problema dell’occupazione potrebbe consistere nell’incentivare l’apertura di nuove aziende, ma in un Paese come l’Italia con una pressione fiscale così alta è molto difficile per le imprese emergenti affermarsi sul mercato, soprattutto in un periodo di crisi come quello che stiamo attraversando. Il problema del sistema italiano, dimostrato anche dalla fuga dei cervelli, è che non importa se hai studiato, se sei un genio plurilaureato o se hai idee innovative che possono cambiare il mondo; in Italia riesci a combinare qualcosa di buono per te stesso solo se sei ricco, raccomandato, oppure se hai partecipato al Grande Fratello. Matteo Bravi, IV PB

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Qual è stato il tuo primo pensiero quando hai visto l'elenco dei compagni di classe? Il mio primissimo pensiero è stato: “Non è possibile!!”, seguito da una risata; perché non trovavo possibile una cosa del genere, soprattutto qui al Romagnosi ! Comunque non ero preoccupata del fatto di essere l’unica femmina: più che altro erano le mie amiche e genitori che avevano paura che non mi trovassi bene; infatti mi continuavano a chiedere se fossi a mio agio. Ti trovi bene nella classe? Sì, mi trovo bene, ma la maggior parte dei miei compagni li conoscevo già dalla prima, quindi avevo già un po’ di confidenza. Non ti è mai venuto in mente di cambiare sezione, incontrando probabilmente alcuni tuoi ex-compagni, ma soprattutto le tue excompagne? Il pensiero di cambiare classe non mi ha mai nemmeno sfiorato la mente, da una parte perché tanto vedevo comunque le amiche durante l’intervallo, dall’altra perché non avrei proseguito la mia strada ,dato che loro hanno scelto il corso Igea. E poi non è così male essere l’unica ragazza! Descrivi brevemente il tuo passaggio tra il biennio e la classe terza. Devo dire che il passaggio dal biennio alla terza si è fatto sentire: un po’ perché ho cambiato tutti i professori e dall’altra perché tutti pretendono di più. Una classe con soli ragazzi: pregi e difetti? Pregi: non c’è nessuna ragazza con cui litigare e che debba sopportare per forza. Secondo me i ragazzi hanno meno sbalzi di umore e alle 8 sono ad-

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dormentati come me! Difetti: spesso parlano di calcio e io non ne capisco niente, ma devo dire che incomincio a essere aggiornata! Materia preferita? La mia materia preferita non c’entra niente con il Romagnosi perché è la biologia. Appena dopo l’informatica. Tre parole per descriverti. Timida, semplice e bassa Dolce o salato? DOLCE!!!!!!!!! Piatto preferito? Le tagliatelle e il tiramisù Colore preferito? Verde! Il tuo più bel sabato sera? Ovviamente passato fuori con gli amici a fare i mongoli!!! Pratichi sport? Se sì quale? Gioco a pallavolo Ultimo libro letto? Ultimo libro letto è “Cuore d’inchiostro”, adesso sto leggendo il seguito. Film preferito? Il mio film preferito è “Million dolllar baby” anche se è un po’ triste Un ricordo dell'infanzia? Tanti, i preferiti sono i viaggi fatti . Il tuo cuore batte per...? Il mio cuore batte per le scarpe!!!

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Forse non tutti sanno che nella nostra scuola ci sono alcune ragazze che oltre ad essere studentesse a tempo pieno come ognuno di noi, si trovano a vivere anche un’altra realtà, quella di mamma. Alcune decidono di continuare la scuola insieme a noi al mattino, altre preferiscono trasferirsi al serale. Riesce difficile comprendere i ritmi di vita che devono affrontare e le loro difficoltà, per questo cerchiamo di conoscere meglio una di loro. Maurizia Mariglioni, nata il 5 Ottobre del 1992, frequenta la classe 4A programmatori nella nostra scuola. Vive a Castell’Arquato con il suo compagno e la loro bimba Deborah di un anno e quattro mesi. È una ragazza schietta, sfacciata e al contempo disponibile, solare e dolce anche se, dice lei, non lo dà a vedere per paura di soffrire. Anche se ha una figlia si ritiene ancora bambina e le piace esserlo. Le piace ascoltare le persone e confidarsi con chi la sa ascoltare senza dare facili consigli. Dopo il diploma ha intenzione di iscriversi a giurisprudenza. - Riesci a gestire la situazione casa-scuola? Sì, grazie alla presenza di mia mamma che è un appoggio importante. Al mattino tiene la bambina in modo che io possa continuare ad andare a scuola, quindi diplomarmi e un giorno laurearmi. Al pomeriggio resto a Roveleto da mia mamma e sto con la bimba che mi occupa molto tempo dato che sente molto la mia assenza al mattino. Quando torno a casa poi mi occupo della cena del mio compagno e di Deborah . Solo quando lei si addormenta riesco a studiare, anche se spesso è difficile per la stanchezza. - Qual è la difficoltà maggiore che incontri giorno per giorno? La bimba crescendo capisce che devo andare via la mattina e diventa difficile lasciarla a mia mamma perché è molto legata a me. - Riesci a trovare il tempo anche per uscire con le persone che frequentavi prima della gravidanza? Se voglio trovare il tempo lo trovo, ma preferisco stare con la mia bambina e quando esco con le amiche c’è sempre anche lei. Comunque faccio più cose di prima proprio grazie a lei! - La scuola ha cercato di aiutarti per quanto poteva? Si, mi hanno appoggiato i professori, la vicepreside e il preside. Mi hanno capita e aiutata, nonostante le numerose assenze e la mancanza di voti sono riuscita a recuperare bene.

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- Hai trovato appoggio da parte delle persone che ti erano più vicine? Si, ho trovato l’appoggio da parte di tutti coloro di cui avevo bisogno, specialmente da parte di mia mamma e di due compagne di classe. - Qual è stato il tuo primo pensiero quando hai saputo di essere in dolce attesa? Vuoto totale. Solo quando ho realizzato la cosa ho escluso la possibilità di abortire che va assolutamente contro ogni mio principio. È stato molto difficile dirlo a mio padre perché è molto geloso. Con mia mamma invece è stato più semplice perché mi ha capita. - Ti sei mai sentita in qualche modo giudicata dai ragazzi che ti vedono o che ti conoscono in ambito scolastico? Non giudicata, ma alcuni in classe pensavano che la mia promozione non fosse meritata, così s’è venuto a creare un po’ d’astio. E non mi interessava ciò che pensavano i ragazzi esterni alla classe, anzi ne andavo fiera perché poche persone riescono a gestire casa, scuola e famiglia non vivendo con i genitori. - Raccontaci il rapporto tra te e tua figlia Qua ci farei un papiro! È la mia vita. Vengo a scuola non per staccare un po’, ma per lei, per garantirle un futuro. Anche se in parte cresce con mia mamma, le manco tantissimo e quando torno da scuola non posso pensare di non stare con lei. Di notte mi riesce difficile non dormirle accanto, anche se so di viziarla, ma riuscirò a rimediare in futuro. È un rapporto molto bello. Ho diciotto anni e vorrei poter essere la persona con cui si confiderà e a cui si affiderà, mantenendo comunque il mio ruolo di mamma. - C’è una canzone che le dedicheresti? Le dedicherei Dancing di Elisa. Alessia Romagnoli IVPA

Non serve essere medici per salvare una vita Ancora una volta “Progetto Vita” entra anche nelle classi delle scuole per far conoscere ai ragazzi l’importantissimo uso del defibrillatore. Uno strumento che in pochi secondi può salvare tantissime vite. Attenta la partecipazione di tutti i ragazzi coinvolti in questo breve corso sul defibrillatore che si è svolto anche con la pratica grazie a un manichino su cui tutti gli allievi presenti, insieme alla professoressa Paola Cordani, hanno svolto la simulazione di soccorso. Christian Basini

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Tra le sue mille curiosità, il Romagnosi ha scelto di dedicare alcune delle sue classi a illustri personaggi che hanno reso importante la nostra città, ma che, a quanto pare, sono destinati a rimanere confinati nell’oblio degli eroi sconosciuti. La mia classe è dedicata a Pietro Inzani. Detto Aquila Nera, nasce a Ferriere presso il Monastero di Morfasso nel lontano 1914 e non si sente parlare di lui fino al 1940, anno in cui decide di arruolarsi come tenente medico per prestare soccorso ai soldati feriti e moribondi. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 partecipa attivamente alla Resistenza, organizza una banda partigiana in Val d’Arda e collabora nell’organizzazione e nel comando della 38° Brigata insieme a Wladimiro Bersani per contrastare l’esercito nazifascista. Qualche tempo dopo viene scelto da Emilio Conzi per entrare a far parte del Comando Unico come Capo di Stato Maggiore in merito alla sua capacità organizzativa e alla grande volontà nel combattere per liberare l’Italia dall’oppressione tedesca. L’1 gennaio 1945, durante uno scontro a fuoco in Val Nure, viene dapprima ferito e poi catturato dai soldati nazifascisti e condotto al loro comando. Qui viene torturato, ma Pietro Inzani piuttosto che tradire i compagni che lottano per la liberazione del Paese, preferisce sopportare stoicamente il dolore. E’ l’8 gennaio quando viene trascinato davanti al plotone d’esecuzione e fucilato all’inizio della strada che da Piacenza porta a Pertuso. In suo onore, oltre alla Medaglia d’Argento al valore militare alla memoria, è stato eretto un cippo nel punto in cui è stato fucilato e il comune di Ferriere ha fatto scolpire un monumento commemorativo nell’atrio delle scuole affinché il suo sacrificio sia esempio e monito per tutti i giovani. Ancora oggi, la divisione partigiana in cui ha militato porta il suo nome e il comune di Ferriere e la targa apposta vicino all’aula 56 del nostro Istituto lo ricordano orgogliosamente con queste parole:

“Già distintosi nella guerra partigiana come organizzatore infaticabile e come capace e volenteroso comandante ripetutamente sperimentato in duri combattimenti e difficili situazioni, nel corso di un rastrellamento e nell’esercizio della sua attività di comando, cadeva in mani nemiche dopo essersi strenuamente battuto ed aver riportato grave ferita. Con esemplare fierezza rivendicava davanti al tedesco l’onore di essere partigiano e di combattere per la libertà della patria. Seviziato e portato davanti al plotone d’esecuzione, cadeva forte.” – Ferriere (Val Nure) – Piacenza, 8 gennaio 1945 Ora che siete venuti a conoscenza del grande sacrificio di Inzani, quando passerete davanti alla sua targa commemorativa, invece di tirar dritto, fermatevi solo un attimo e rivolgete a lui il vostro pensiero, così il suo gesto non sarà stato vano. Rebecca Bettera, IV PB

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La musica è sempre stata una grande passione per me. Fin da piccola mi piaceva ascoltare musica, soprattutto con le mie cugine, oppure con i miei genitori e mia sorella in macchina, durante i nostri soliti viaggi per andare alle riunioni di famiglia dagli zii a Imola. In genere ascoltiamo musica congolese che, però, noi comprendiamo perché le canzoni sono cantate in un dialetto che si parla anche in Angola, il mio paese. Il mio genere preferito è l'hip-hop, nonostante mi piacciano molti altri generi come il pop, il punk e il soul. Reputo l’hip-hop il genere musicale più bello al mondo, anche se a volte i testi sono volgari e le rime un po' scadenti. La mia passione per questo genere mi porta ad amare molti stili legati all'hip-hop come, ad esempio, il ballo. Non mi ritengo una ballerina provetta, però mi piace molto ballare al ritmo di questo genere e inventarmi nuove mosse. Ammiro molto una mia compagna di classe che frequenta un corso di danza hip-hop, anche se non ho mai avuto la fortuna di vederla ballare Comunque la mia passione per la musica è talmente grande che, qualche mese fa, mi è venuta in mente l'idea di fare un sondaggio tra alcuni miei compagni classe: ho scritto su un foglio un elenco di cantanti e i miei compagni dovevano mettere una X vicinoa quelli che conoscevano. Ho notato che i cantanti più noti dalle sono soprattutto quelli che fanno anche gli attori o le attrici come, ad esempio, Miley Cyrus o Demi Lovato, che sono grandi star del canale Disney Channel, oppure cantanti che hanno raggiunto fama mondiale, vendendo milioni di dischi, come Michael Jackson o la band rock Queen. I meno conosciuti, invece, sono quelli che magari sono molto apprezzati all’estero, op­pure cantanti che conosco solamente io grazie alla mia grande passione per la musica hip-hop, come ad esempio Christina Milian o Rick Ross. Secondo me questo è dato dal fatto che i miei compagni preferiscono generi musicali più elettronici come la musica House o la Techno, dato che la maggior parte di loro frequenta discoteche. Io non amo questi generi e tendo a stare lontana dalle discoteche, anche perché i miei genitori non mi darebbero comunque il permesso di frequentarle . Jasmine Kita

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e di Muhammad Yunus

Yunus, economista e banchiere bengalese, conseguì la Laurea in Economia presso l’Università di Chittagong e quando, verso la metà del 1974 ,il Bangladesh fu colpito da una violenta inondazione egli decise di mettere la scienza economica al servizio della lotta alla povertà, inventando il microcredito. Proprio per questo ricevette il premio Nobel per la pace. Il libro parte dalla presa di posizione di Yunus sui problemi della povertà prima nel villaggio dove era situata l’università dove insegnava e poi in tutto il paese e dalla decisione di fare qualcosa per migliorare la situazione. Incomincia indagando sui problemi e scopre che la causa della povertà principalmente non è la svogliatezza della popolazione, ma la mancanza della proprietà dei mezzi di produzione da parte dei lavoratori. Yunus tramite i suoi studenti fa compilare un rapporto su quando servirebbe agli abitanti del villaggio per vivere meglio ed esce la cifra di 27 $; Esso presta questi soldi al villaggio e da qui nasce l’idea di Grameen (Banca rurale) che presta piccole cifre ai poveri a un tasso di interesse vantaggioso. L’autore torna più volte sui punti salienti della vicenda perché vuole fare capire il concetto che i poveri sono solvibili e degni di credibilità e anche che il modello Graamen è esportabile. Il libro è interessante, anche per la sua attinenza con l’economia. Paolo Cattivelli, IIIPB

Il 9 maggio in Biblioteca si è svolta la cerimonia di consegna degli attestati ai 25 studenti delle classi quinte Igea e Mercurio che hanno partecipato al Progetto Laboratorio di studio ed approfondimento di Economia aziendale in convenzione con la facoltà di Economia dell'Università Cattolica. Hanno consegnato gli attestati la prof.ssa Anna Maria Fellegara e la Dott.ssa Carlotta D'Este alla presenza del nostro Dirigente, prof. Franco Balestra. Gli studenti avevano partecipato a un seminario di approfondimento su "Comunicazione economico finanziaria e governance" tenuto dalla prof.ssa Fellegara e successivamente, suddivisi in gruppi, hanno analizzato e valutato la documentazione di 4 aziende quotate e precisamente ENI , ENEL, Mediaset, Lottomatica. I lavori finali sono stati presentati in Università e valutati. Le votazioni sono state buone per tutti (dal 27 al 30/30) e daranno la possibilità di usufruire di 2 crediti da spendere presso l'Università Cattolica per chi proseguirà gli studi dopo il sospirato diploma. Complimenti a tutti e soprattutto grazie alle proff. Fellegara e D'Este che hanno collaborato con noi con tanta professionalità e disponibilità !

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“Il Romagnosi ama lo sport”, questo è lo slogan che si potrebbe attribuire alla nostra scuola in quanto in questi ultimi anni il suo legame con lo sport sta diventando sempre più forte. A darne prova sono la partecipazione e la grinta dei ragazzi, due ingredienti che spesso fanno di un match una vittoria. «Siamo soddisfatti di come voi ragazzi vi approcciate allo sport», afferma orgogliosa un’insegnate di educazione fisica, facendo in bilancio complessivo. Nei giorni scorsi intanto tutte le classi dell’Istituto si sono recate negli spazi del Polisportivo di Piacenza dove per tutta la mattinata, immersi nel verde tra musica e gioia, hanno potuto sfidarsi in diversi tornei. Una giornata dello sport che è andata, ancora una volta, a scrivere pagine importantissime di un Istituto che da 150 anni non molla e punta molto sui giovani che sono le leve del futuro. È stata inoltre un’importante occasione per premiare gli studenti più talentuosi che nel corso dell’anno si sono messi in mostra vincendo diverse gare e tornei riconosciuti dal Coni. Christian Basini

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METODO ALTERNATIVO PER SPOSTARSI IN CITTA' Avete mai visto in giro per la città gruppi di ragazzi che saltano e scavalcano muretti, ringhiere o sbarre?Se la risposta è sì, probabilmente vi sarete chiesti cosa stessero facendo: stanno praticando il Parkour, disciplina metropolitana nata in Francia alla fine degli anni '80. Essa è l'arte dello spostamento, che consiste nel muoversi da un punto A ad un punto B della città nel modo più veloce, efficiente e sicuro possibile, superando qualunque ostacolo si incontri. Il Parkour fu inventato da David Belle, abitante di un sobborgo parigino chiamato Lissa. Non avendo a disposizione spazi verdi per passare il tempo libero, decise di utilizzare l'ambiente urbano a suo piacimento per divertirsi. Così, adattando il corpo a tutto ciò che lo circondava, creò questa disciplina il cui nome in francese significa “percorso”. Da questa piccola località francese il Parkour si è poi diffuso in tutto il mondo grazie a Internet, arrivando anche in Italia nel 2005. Il metodo di allenamento prevede diverse fasi : il primo passo, dopo un buon riscaldamento del corpo, consiste nel condizionamento, ossia la preparazione della mente e del corpo all'attività pratica mediante esercizi fisici. Dopodiché si passa al potenziamento, ossia svolgere diversi esercizi a corpo libero per potenziare i vari muscoli e renderli più efficienti nell’attività. Infine si arriva alla tecnica, che consiste nel praticare i movimenti del Parkour. Con la tecnica si impara come muoversi in maniera fluida tra i vari ostacoli che l'ambiente urbano ci propone e ci mette davanti tutti i giorni. Da qui deriva la vera e propria filosofia della disciplina: imparando a superare gli ostacoli fisici si apprende anche come affrontare i problemi che la vita vera ci costringe ad affrontare, senza quindi aggirarli. Il Parkour è un'attività che tutti posso praticare ma non è per tutti: sono necessari molta costanza, spirito di sacrificio e allenamento al fine di riuscire a padroneggiarla. L'aspetto più importante è quello di approcciarsi poco per volta ai vari ostacoli che si vogliono superare, senza quindi strafare mettendosi in situazioni pericolose: Parkour non è saltare da palazzo a palazzo! A Piacenza da circa un anno è presente in maniera attiva l'associazione Parkour Piacenza di cui facciamo parte: se qualcuno fosse interessato ad allenarsi con noi o semplicemente vuole saperne di più, ci contatti! A presto e buon flow a tutti! Andrea Dallatorre, V COC & Claudio Zonfrillo, V PA

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È ormai un’idea comune che le arti marziali siano discipline violente e che chi le pratica sia una persona rude, aggressiva e violenta; in poche parole, una persona da evitare. Analizzando il significato delle arti marziali e le basi di alcune delle discipline più praticate, si scopre che tutto ciò è solo un pregiudizio infondato. Con arte marziale, infatti, si intende una disciplina legata al combattimento che raccoglie al suo interno determinate pratiche e tecniche fondate su particolari principi fisici, culturali e filosofici. Oggi le arti marziali vengono studiate per varie ragioni: ottenere abilità di combattimento, autodifesa, sport, salute fisica, autocontrollo, meditazione, acquisire confidenza col proprio corpo, sicurezza nelle proprie capacità e consapevolezza dei propri limiti. Esiste una grande varietà di arti marziali, ma in generale esse condividono un obiettivo: sconfiggere fisicamente l’avversario o difendersi da un’aggressione fisica. In molte arti marziali, l’apprendimento va al di là dell’abilità di combattimento, includendo l’accrescimento delle capacità fisiche, mentali e spirituali. Alcune discipline, uniscono conoscenze mediche a quelle di combattimento. In particolare le arti marziali tradizionali cinesi insegnano anche alcuni aspetti della medicina tradizionale cinese come il qigong, l’agopuntura e l’agopressione. Facendo un esempio pratico, analizziamo l’arte marziale più praticata a livello mondiale: il pugilato. Dagli appassionati il pugilato viene chiamato la “noble art”, la nobile arte. Per moltissime persone, invece, esso è solo una forma brutale di violenza, da condannare senza remissione. Dov’è dunque la verità? Come al solito nel mezzo. Senza dubbio il pugilato è uno sport violento e talvolta è stato, e può essere, micidiale; ma quanti altri sport non sono pericolosissimi? D’altra parte, il pugilato pone uno di fronte all’altro, ad armi pari, due uomini o due donne: non ci sono trucchi, i mezzi sono uguali. È una lotta leale, a viso aperto, equilibrata, nella quale non ci si affida solo alla forza bruta, ma anche all’intelligenza, allo stile, alla volontà. Tantissimi sono i praticanti di arti marziali in Italia; in ogni paese, in ogni palestra, in ogni angolo. Istruttori e maestri si impegnano ogni giorno per trasmettere i loro valori agli allievi, tenendoli spesso lontani dalla strada, dall’alcool, dalla droga, dalla noia. Nelle arti marziali persone di ogni età, peso, altezza, possono esprimersi alla grande e senza bisogno di sentirsi campioni per forza. In Italia le arti marziali hanno anche un compito educativo: gli istruttori e i maestri insegnano a ragazzi e ragazze concetti basilari come onore, impegno, sacrificio per una causa, forza di volontà, conoscenza del proprio corpo, stile di vita sano, e ultimi, ma non meno importanti, il rispetto e la disciplina, qualcosa che ormai nessuno insegna più, nè nelle famiglie, nè tantomeno in televisione e nei media, nè in altri sport dove molto spesso il rispetto per l’avversario, per l’arbitro e per i giudici viene a mancare.

Cristina Sartori, IV Co.A

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E' sempre vero che i miracoli rendono felici? Un caso veramente unico ha visto protagonista Monique van der Vorst, olandese di 26 anni, atleta paralimpica di handcycle, due argenti a Pechino, tre volte campionessa del mondo e molti altri titoli. Dopo 12 anni in carrozzina a causa di un errore medico, ecco la svolta: Monique ha avuto un incidente e…miracolo! Monique torna a camminare. Così la ragazza olandese dà il benvenuto sul suo sito: “La mia è stata una vita di sfide. Dopo essere diventata disabile all’età di 13 anni, non ho mai rinunciato: ho cercato tutte le opportunità di vivere la mia vita appieno e sono diventata un’atleta professionista. Mi sono data la missione di portare la mia vita al più alto livello possibile. Dopo aver vinto il Campionato mondiale degli Ironmen, ero in prima linea verso le Paralimpiadi di Londra 2012. Ma… qualcosa all’improvviso è cambiato. Dopo un incidente, nel 2010 il mio corpo ha cominciato a cambiare, e dopo un lungo e duro periodo di riabilitazione, sono di nuovo in piedi! Ora per me comincia una nuova sfida. Non so dove o quando finirà, ma ci riuscirò e tornerò di nuovo a correre!”. Come afferma anche il capo missioni del comitato paralimpico olandese, Andrè Gatos: <<All'inizio lo choc è stato forte, al punto che sul momento per lei è stato duro abbandonare la possibilità di competere ai Giochi Paralimpici>>. Tutto il 2010 lo stava dedicando per raggiungere l'oro alle Olimpiadi di Londra 2012 e di punto in bianco, tutto da riprogrammare. Si aprono le porte di una nuova vita, nuovi progetti e nuove speranze. Monique è sicuramente un esempio di grande forza di volontà e proprio riguardo questo sentimento vorrei chiudere con il ritornello di una bellissima canzone: <<Il meglio deve ancora arrivare, nei doni che la vita ci porterà; il meglio è ancora tutto da fare, sfruttando a fondo ogni opportunità. Senza subire il destino, con tanta forza di volontà. Senza temere nessuno, perché nessuno ci fermerà>>. Damiano Borella, III PA

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Piacenza nel suo piccolo in questi ultimi anni sta facendo emergere giovani talenti che pian piano, riscuotendo risultati da veri professionisti, si stanno mettendo in mostra per le buone capacità che un giorno o l’altro li porteranno ad essere dei veri campioni. Stiamo parlando del neo-driver Alessandro Guglielmetti, 22enne di Quarto Piacentino che fin da bambino porta con sé una grande passione per il rally. «Mio padre già da piccolissimo mi portava a vedere i rally e pian piano capii che volevo essere io protagonista delle gare. – racconta Guglielmetti – L’anno scorso poi mi sono deciso: mi sono informato sulla documentazione necessaria per diventare pilota e ho fatto la licenza, partecipando al Rally Le Strade dei Mulini, esperienza che si è rivelata un successo». Con determinazione e sacrifici, Alessandro ha saputo concretizzare un sogno fortemente desiderato. A seguirlo con precisione sia dai test, alle verifiche fino ad arrivare in assistenza e in gara sono gli amici di Quarto, ma in particolare il fratello Thomas, studente di VPA. Cosa c’è nel futuro di Alessandro Guglielmetti? « Nel mio futuro c’è la speranza di trovare sponsor per poter portare avanti questa mia passione perché è davvero tanto costosa». Chi è il tuo punto di riferimento? «Non saprei dirlo perché ognuno guida secondo il proprio carattere ». C’è qualcuno in particolare che ti senti di ringraziare? «Sono tanti gli amici che ringrazio, soprattutto quelli del mio paese, Quarto, che fino ad ora mi hanno seguito da spettatori». C’è una vettura in particolare su cui vorresti, prima o poi salire? «Vetture in particolare no: qualsiasi auto anche se vecchia o brutta, purchè sia preparata da rally». Un ragazzo dunque che ha già le idee chiare e nel momento in cui s’infila il casco e sale in macchina si concentra sempre al massimo per portare a casa ottimi risultati, divertendosi. Christian Basini

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Il calcio femminile è, nel nostro paese, una delle discipline più sottovalutate in assoluto. Nonostante esista un campionato di serie A composto da quattordici squadre, la Nazionale e si disputino numerose competizioni, i media parlano solo ed esclusivamente del calcio maschile. In altri stati Europei, in America e Australia, la tendenza invece è incredibilmente invertita: i colleghi maschi, infatti, non solo hanno meno visibilità, ma si ritrovano ad avere anche meno spazio in quanto gli stadi sono pieni di tifosi entusiasti pronti a gioire delle imprese della propria squadra del cuore e a urlare a gran voce il nome della loro beniamina. Il giorno 10 gennaio 2011, a Zurigo, è andata in scena la consegna del Pallone D’Oro vinto, per la seconda volta di fila, dal giocatore del Barcellona Lionel Messi. Accanto a questo grande campione, però, c’era anche una fuoriclasse del calcio femminile, Marta Vieira da Silva, brasiliana, al suo quinto Pallone D’Oro consecutivo. Questa ragazza alta solo 154 centimetri, ex stella dei Los Angeles Sol, vanta nel suo palmarès cinque scudetti e una finale mondiale. Ha vinto in Svezia, uno dei campionati europei più difficili e negli Stati Uniti, prima di tornare a casa. A dicembre,infatti, ha siglato un contratto con il Santos che ora si vanta di essere la casa della migliore del mondo, "la regina". Marta ha una stanza apposta dove tiene i suoi trofei che, fra scudetti, medaglie, scarpe d'oro e palloni d'oro, iniziano a essere davvero parecchi. Con la sua nazionale, il Brasile, questa venticinquenne mira ad arrivare a disputare la sesta edizione del Campionato mondiale di calcio femminile 2011, dal 26 giugno al 17 luglio in Germania, che ha vinto il diritto di ospitare l'evento nell'ottobre del 2007. La gara di apertura sarà disputata all'Olympiastadion di Berlino, il luogo della finale del Campionato mondiale di calcio del 2006 e sarà l'unica gara che si giocherà nella capitale tedesca. La finale del torneo sarà giocata alla Commerzbank - arena di Francoforte sul Meno. Per decisione del segretario generale della DFB, Wolfgang Niersbach, la Coppa del Mondo femminile inizierà nello stadio dove quella maschile terminò nel 2006. Ogni città dovrebbe ospitare un massimo di quattro gare e, approssimativamente, saranno resi disponibili un milione di biglietti. Chiunque fosse in zona per le vacanze estive ci faccia un salto, sicuramente non rimarrà deluso. Con delle campionesse così, lo spettacolo è assicurato! Viola Sturaro, IV co.A

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Realizzati da Marco Lambri, Aprea Mariarosi & Chiara Morisi

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Con grande dispiacere diamo l’addio ai ragazzi (speriamo tutti?!) delle classi quinte...augurando loro un grandissimo “IN BOCCA AL LUPO”

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LE MIGLIORI SCUSE PER NON AVERE FATTO ECONOMIA La vendetta del professor Pommella! L: Mi sono dimenticata di farlo, non c’avevo voglia di farlo stamattina! C: Non ci sono stata tutta la scorsa settimana, non ho gli appunti ,non ho niente! C: Giuro non l’ho finito, non me ne sono accorta, poi ha detto che c’era l’interrogazione! E: Non l’ho finito e non c’ho neanche il pezzo…. (NON HA NIENTE!!!) G: Pensavo che dovevo finirlo in classe. M: Io sono andata avanti in classe poi non ho capito che dovevo finirlo a casa. A: Non ho nessun libro oggi, ho portato la borsa al posto dello zaino e ci sono dentro i libri di ieri! F: Libro, dimenticato libro! A: Non ho fatto l’ultimo pezzo, l’ho fatto stamattina in pullman, il pullman andava piano. L: Non l’ho segnato, mi sono dimenticato. E: Ho dimenticato il libro a casa. A e V: A- Mi sono dimenticato, il giorno che l’ha dato non avevo il diario, ce l’aveva lui! (Indica il compagno di banco) – V: Non ho il libro, il libraio non è ancora arrivato, ci andrò oggi pomeriggio! (NB: V frequenta questa scuola dall’1/02/11 e oggi pomeriggio, giovedì, i librai sono chiusi!) Viola Sturaro e Cristina Sartori, IV co. A

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Prof: “Sono domande molto semplici come risposte!” (Ah beh allora…) Prof: “Controllate pagina 15 se non c’è o se manca” (Sarà fatto!) Prof: “Allora sei tu che giustifici?” (Sisi, è lei è lei) Prof: “Fate voi il calcolo così usate un po’ le cerminingi” (Cervello + meningi = cerminingi) Prof: “Segnatevi che dovete essere studiare” Prof: “E’ un puntino rotondo” (Non sapevo che esistessero anche dei puntini quadrati!) Prof: “… vi salutiamo distintamente” Prof: “La terra ferra” (la terra ferma) Prof: “Prende di meno rispetto ai figli minori più grandi” (???) Prof: “Anch’io preferirei avessere, essere interrogata prima” (Ah beh…) Prof: “Andiamo per ordine alfabetica” Prof: “Sono degli spettacoli veramente sorprendente” Prof: “La Cordigliera delle Alpi, no cioè, la Cordigliera delle Ande” Prof: “Nel secondo quadrimestre anticipiamo tutto, così a maggio abbiamo finito tutto: verifiche, interrogazioni… Perché IO in maggio voglio andare a raccogliere le margherite.” Prof: “Dovete mettere un numero molto altro” (Più precisamente?!) Prof: “Si è salvata per il dritto della cuffia” (Ma non era il rotto della cuffia?) Prof: “Vengo implica a chi là… ma là… non io vengo!” (Ci scusiamo con i lettori, ma qui non siamo riusciti a trovare una spiegazione logica…) Prof: “Il Canada commercia salmoni, storioni, troti…” Prof: “Come si chiama il primo libro della Bibbia? E non ditemi GENESIS come hanno fatto in molti…” Prof: “Avete delle cordinette” (Sarebbero coordinate, ma è uguale…) Prof: “Chi di spada perisce, di spada ferisce” (A meno che una persona non resusciti, mi sembra che sia il contrario!) Prof: “Su questa roba vi ci interrogo fuori!” (Fuori dove? In cortile?) Prof: “Non ti è mai capitato di essere quello che è successo a questo ragazzo? (no ma è chiaro...) Prof (dopo una pausa presa durante la lezione): “Ok basta! L’intervallo inizia e finisce quando lo dico io… Sono Hitler in gonnella!” (ahahaha) Prof: “Prendete e iniziate a prendere il libro” (sicuramente…) Cristina Sartori, IV co. A

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eM Abbiamo pensato che fosse giusto fare un bestiario en te con le nostre perle di saggezza, e perciò ecco a voi il…

T: “ Devo calcolare l’assegno nucleare” (Abbreviazione di: assegno del nucleo famigliare) D: “Io i capelli lisci così non ce li ho nemmeno se mi rapo a zero!” (Eh beh di solito…) Z: “Andiamo ad Avila (Spagna) a vedere la Muraglia Cinese!!” (Dato che la Muraglia Cinese è in Cina, qui si intendeva la Muraglia Romanica) Prof: “Come si chiama il nipote di bisnonni?” Alunne: “Bisnipote!” (Maaaaa… non si diceva pronipote?) D: “Eh si poi esce il lampado… no cioè, il genio della lampada” Z: “Quando? In giugno?” Prof: “No, en Julio” Z: “Ah ok, in Giulio!” C: “ Hanno fatto i cavoli alla calcolo!” (Erano buoni?) Z: “E’ un indirizzo linguestre” (Linguistico semmai…) M: “Sofronia non c’è più, perché Sofronia non c’è più” (Eh beh, fino a prova contraria è così) T: “Ci permetteranno di metteranno” C: “Mettono tutte le cose sui nomi…” (???) M: “Agilulfo si ricorda che è stata salvata da Agilulfo” (Che memoria!) C: “ La Giusemma Liberata” (Sarebbe la Gerusalemme Liberata, ma è lo stesso…) M: “Non si esprime tanto e parla poco” C: “Orlando era alla ricerca di Arlanda” (Ma non si chiamava Angelica?) T: “Ma tu cosa hai sbagliato?” Z: “Solo due date…” T: “ Ah beh ma allora hai vinto!” (ti piace vincere facile!!) M: “ Ma stai zitta e taci” (Il concetto è chiaro!) S: “Eravamo a Vicenza!” F: “No, eravamo a Parma!” Z: “ Si, eravamo a VINCENZA!!” (Ah beh allora…) C: “Non apriva parola” (Beh non deve essere facile aprire le parole!) T: “ Mancavano 8 assenti” (Beh a regola…) C: “Se vendi l’IVA è a debito, se invece crediti è a credito” (Ah beh…) T: “Sembra difficile, ma non è facile!” (Il ragionamento non fa una piega) C: “Le lingue dove si parla l’inglese” (Che siano gli stati dove si parla l’inglese??) D: “Tu inizi e io finiscio” Prof: “Dovete sedervi tutte!” F: “Eh ma nevica, prof!”

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The Mente giugno 2011