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Š 2009 adidas AG. adidas, the Trefoil, and the 3-Stripes mark are registered trademarks of the adidas Group.

adidas.com/originals


ISSUE/N 54 12 Rodeo i ta l i a N. 54 FEB B R AIO 20 09

Editorial Director Daniele Bossari daniele@rodeomagazine.net

Creative Director Tim McIntyre tim@rodeomagazine.net

Editor in Chief Leo Mansueto leo@rodeomagazine.net

Senior Fashion Editor Marcelo Burlon marcelo@rodeomagazine.net

­ — Art Director Francesco Petroni

British Renaissance p. 50

francesco@rodeomagazine.net

Editorial Consultant Gisella Borioli gisella@rodeomagazine.net

Editor Pier Mario Simula

pier@rodeomagazine.net

La vita dovrebbe essere vissuta al contrario. Tanto per cominciare si dovrebbe iniziare morendo, e così tricchete tracchete il trauma è bello che superato. Quindi ti svegli in un letto di ospedale e apprezzi il fatto che vai migliorando giorno dopo giorno. Poi ti dimettono perché stai bene e la prima cosa che fai è andare in posta a ritirare la tua pensione e te la godi al meglio. Col passare del tempo le tue forze aumentano, il tuo fisico migliora, le rughe scompaiono. Poi inizi a lavorare e il primo giorno ti regalano un orologio d’oro. Lavori quarant’anni finché non sei così giovane da sfruttare adeguatamente il ritiro dalla vita lavorativa. Quindi vai di festino in festino, bevi, giochi, fai sesso e ti prepari per iniziare a studiare. Poi inizi la scuola, giochi con gli amici, senza alcun tipo di obblighi e responsabilità, finché non sei bebè. Quando sei sufficientemente piccolo, ti infili in un posto che ormai dovresti conoscere molto bene. Gli ultimi nove mesi te li passi flottando tranquillo e sereno, in un posto riscaldato con room service e tanto affetto, senza che nessuno ti rompa i coglioni. E alla fine abbandoni questo mondo in un orgasmo.

Music & Cinema Editor Tommaso Toma tommaso@rodeomagazine.net

Beauty Editor Ian Radolovich ian@rodeomagazine.net

Fashion Assistant Andrea Pappalettera andrea@rodeomagazine.net McQueen per Puma p. 34

Web Editor & Special Projects Harold Barberini web@rodeomagazine.net

Graphic Designer Didier Falzone didier@rodeomagazine.net

— Contributors Phoebe Arnold, Harold Barberini, Daniele Bolelli, Franco Bolelli, Nicolò Bongiorno, Piergiorgio Brunelli, Lorenza Carlone, Jacopo Fo, Francesco Foppoli, Giuseppe Gasparin, Giovanni Gastel, Guido Gazzilli, Franca Mazzei, Enzo Mansueto, Matteo Montanari, Massimo Pamparana, Alberto Pellegrinet, Marianna Randelli, Stefano Roncato, Saturnino, Seto. — Advertising Francesco Di Carlo fdicarlo@rodeomagazine.net Simone Mantello smantello@rodeomagazine.net Administration Connie Helena Vona connie@rodeomagazine.net Chief Operating Officer Per Tegelöf per@rodeomagazine.net Publisher Simona Varchi simona@rodeomagazine.net — Rodeo Italy Srl Superstudio, via Forcella 13, 20144 Milano T +39 02 8940 5560 info@rodeomagazine.net www.rodeomagazine.it Speciale Studio 54 p. 44

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Woody Allen

Fotolito Mygraph, Via S. da Vimercate 27/5, Milano Printed by Grafiche Vela, Via Copernico 8, 20082 Binasco (MI) Direttore Responsabile Leo Mansueto Reg. Tribunale di Milano n. 538 del 24/09/03

British Renaissance p. 50

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I N C O P E R T I N A Fotografia Giuseppe Gasparin. Modella Darya Kurovska. Giacca Tommy Hilfiger. Reggiseno CK Underwear. Pantaloni House of Holland.


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Glimpse Dino Buzzati Attualità Moda Moda Felice Limosani Moda Albino Shot! Silvia Prada Shot! Kim Ann Foxman Shot! Alainq Speciale Studio 54 Elio Fiorucci Speciale Studio 54 Albertino + Baldelli Cinema Cinema Thomas Vinterberg Pin-up Leggere Giuseppe Genna Leggere Philip Roth Architettura Abu Dhabi Evolution Retro Tech Attualità Musica Glasvegas Musica Musica Playlist Musica Lily Allen Dischi Religione Find Calendario L’oroscopo

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Pg 41, Shot! Kim Ann Foxman. Fotografia Matteo Montanari. Realizzazione Marcelo Burlon


ÔSCILLATION Vibrating. Infinite. Powermascara Il 1° mascara auto-vibrante di Lancôme: 7000 oscillazioni al minuto

Lancome.it

Il gesto a zig-zag dei make-up artist Ciglia moltiplicate all’infinito al tocco di un pulsante


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moda/fotografia

Moda Luce Bianca Bellezza Aristocratic Awakening Mood Board Stile Night on the Town Fotografia Paul Graham Moda Come As You Are Moda Breathless

Pg98, Breathless. Fotografia Massimo Pamparana. Moda Marianna Randelli. Maglia metallica Archivio Versace. Rodeo M aga zi n e FEBBR AIO


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cammin facendo, ho cercato, con la penna e poi anche con i pennelli, di raccontare delle storie. Se una sola di esse è riuscita, o riuscirà, a toccarvi il cuore, vuol dire che non ho lavorato inutilmente.

Io sono un uomo ormai vecchio che ha trascorso la propria vita cercando di capire quello che gli accadeva intorno, quello che gli accadeva dentro. Non mi sono mai dato arie da superuomo. Non ho mai fatto cose eccezionali. Poiché dovevo guadagnarmi il pane quotidiano, ho scelto la professione del giornalista perché mi è sembrata la più adatta ai miei mezzi. Intanto, cammin facendo, ho cercato, con la penna e poi anche con i pennelli, di raccontare delle storie. Se una sola di esse è riuscita, o riuscirà, a toccarvi il cuore, vuol dire che non ho lavorato inutilmente. Dino Buzzati, 1906-1972

Quando Dino era in crisi o doveva scrivere in emergenza, si chiudeva nel suo studio e nessuno poteva entrare. La sala invece era il posto dove lui amava stare quando dipingeva e quando scriveva. Aveva degli orari precisi. Alle 8 del mattino scriveva per il Corriere, consegnava alle 10, ritornava all’una, mangiava un ovetto, si faceva un riposino sul divano (era importante perchè lavorava fino alle 4 di mattina), poi andava a visitare le mostre e quindi tornava al Corriere dove rimaneva fino alle 20. Dopo andavamo a cena fuori fino alle 23 e tornati a casa, lui lavorava alle sue opere per gran parte Rodeo M aga zi n e FEBBR AIO

della notte. Se aveva in mente un racconto si sedeva sul divano con la macchina da scrivere sulle ginocchia e anche se avevamo degli ospiti, degli amici in casa, noi chiacchieravamo e lui buttava giù il pezzo. Gli elzeviri per il Corriere li scriveva in redazione. Qui a casa si dedicava ai suoi racconti. In bagno, invece, ci sono le opere più trasgressive che Dino faceva per sé stesso: un gioco che solo le persone più intime potevano osservare, essendo i quadri nascosti là dentro. Almerina Buzzati


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Glimpse/dino buzzati Fotografia alberto pellegrinet

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20 /attualità

il network dei sé di franco bolelli

Nel mondo che esisteva fino a pochi anni fa -quello delle identità lineari e binarie- non ci stava che un fenomeno fosse tanto un passatempo adolescenziale quanto uno strepitoso strumento antropologico. Invece oggi -nel mondo dove tutto si connette con tutto- è proprio così che funziona una cosa come Facebook. È un gioco leggero e fatuo, ma è anche e innanzitutto un’esposizione universale di piccole biografie, un evidenziatore di attitudini e comportamenti umani. È te da solo davanti al computer ma nello stesso tempo è il più grande moltiplicatore di contatti e relazioni. Che poi queste relazioni rimangano in rete o si estendano ai corpi, che ce le giochiamo al livello più superficiale o a quello più intenso, questo -come ogni altra cosa al mondo- riguarda le nostre scelte e le nostre capacità personali: ma adesso è così che ci si connette al di là dei confini, in diretta, dal vivo. Oggi la nostra evoluzione ci spinge tanto verso un mondo più immateriale quanto verso un mondo più fisico: le due cose -la rete e il corpo, il tecnologico e il biologico- non sono affatto in opposizione, e i social network sono la prova più piena che la rete tecnocomunicativa può arricchire la rete delle relazioni umane. Quello dei social network è in questo senso il primo strumento di massa che non soltanto non appiattisce ma anzi evidenzia -in una proliferazione di legami fluidi e dinamici- le unicità singolari e che nello stesso tempo mette in relazione le unicità singolari. Naturalmente non è che se uno è una zucca, Facebook è la bacchetta magica che lo tramuta in una scintillante carrozza con i cavalli. E non c’è dubbio che tanti -quelli che lì ci entrano per colmare mancanze- si ritrovano il loro vuoto amplificato in una bolla di illusioni e disillusioni: ma non è guardando verso il basso che si capisce dove va l’evoluzione. Come tutto ciò che estende le nostre possibilità di scelta, i social network ci offrono la palla in mano per giocarci la nostra partita: è questo -umano e antropologico- il grande gioco.

THE NEW WEST Di NICOLÒ BONGIORNO

Sono partito per una lunga “navigazione” (con Rodeo terrò una specie di diario di viaggio) per scrivere/preparare e girare il mio nuovo film, un documentario per il cinema che si pone l’obiettivo di approfondire e raccontare le dinamiche della “nuova povertà” in occidente. Sull’aereo per gli USA leggo John Steinbeck Of Mice and Men e mi riguardo sul laptop Furore di John Ford: credo che mi saranno di grande aiuto per proiettarmi nella dimensione del grande sogno americano. Penso allo spettro di “Tom Joad” che si aggira per le grandi pianure tra l’Oklahoma e la California, come aveva già profetizzato Bruce Springsteen qualche anno fa... mentre il mio sguardo scivola via tra gli spazi infiniti oltre l’oblò, e si aprono improvvisamente degli squarci di terre ghiacciate sotto il mare di nuvole. Deserti di ghiaccio che formano intricati labirinti, spirali e affascinanti forme geometriche. Ma forse, mi dico, il labirinto è soltanto nella mia testa perché mi sto sforzando di trovare una via, un “taglio” da dare a questo mio nuovo progetto. Non mi sono mai occupato di economia, sono sempre stato più attratto dalla psiche e dalle emozioni, e in tutta sincerità sento dentro e attorno a me la necessità profonda di un’economia che metta al centro l’uomo, più umana. Rifletto sul fatto che il mio film non dovrà essere un documentario scientifico sulla crisi economica, né un reportage giornalistico di inchiesta… ma ovviamente non posso trascurare l’aspetto tecnico della crisi, né la necessità di dover menzionare le grandi speculazioni, le frodi, la fallibilità del “sistema” che l’ha generata. Soprattutto mi sto rendendo conto che voglio condurre il racconto su un piano drammaturgico e antropologico… addirittura psicologico... abbiamo fatto e stiamo facendo tanto per capire, comprendere, modificare, migliorare il nostro aspetto e il nostro essere esteriore, gli aspetti materiali della nostra esistenza... ma sappiamo ben poco, o meglio non approfondiamo debitamente, la nostra dimensione interiore. Mi affascina moltissimo l’idea che l’origine della crisi sia il risultato di fattori psicologici, prima ancora che economici… e che vengano fatti oggi studi e ricerche dagli istituti scientifici mondiali più accreditati per sondare l’irrazionalità umana! I mercati sono dominati dalla psicologia! Questo viene detto da analisti/saggi di altissimo livello mondiale, addirittura premi nobel... che in un’area di studi di frontiera chiamata neuro-economia stanno verificando come le decisioni finanziarie si intreccino con la rabbia, la frustrazione, l’invidia, l’orgoglio, la paura, il panico, la mancanza di fiducia, la tristezza… a Princeton e Harvard, dove cercherò di andare, si studia metodicamente addirittura quanto incide al giorno d’oggi il benessere economico sulla nostra felicità come individui e come collettività! Le emozioni agiscono come variabili incontrollabili, e la crisi obbliga tutti a prendere atto della loro influenza, anche se non rientra nei modelli tradizionali della teoria Rodeo M aga zi n e FEBBR AIO

economica. La maggior parte delle persone nel nostro modello di società ovviamente vuole guadagnare di più, e si fa in quattro per perseguire questo scopo… ma mentre la ricchezza dei paesi occidentali ha continuato a crescere (oggi non più…) e gli standard di vita a migliorare, è ormai provato che noi abitanti non siamo affatto diventati più felici. L’aumento del PIL registrato negli ultimi 40 anni è inversamente proporzionale all’aumento della felicità! Per dare “polpa” emotiva alla trama del documentario mi orienterò verso i confini tra economia e psicologia, e sui fecondi effetti di contaminazione fra questi linguaggi diversi… approfondendo una serie di storie, passando dallo sfondo della crisi del mercato automobilistico USA ai paesaggi agricoli delle grandi pianure centrali (come inquadrati da John Ford in Furore…) per raggiungere poi l’Islanda, l’Inghilterra, la Spagna, l’Italia, la Germania… fino in Bhutan, piccolissimo paese da sogno sull’Himalaya in cui esiste davvero un modello economico basato sulla felicità del cittadino (Gross National Happiness GNH) e non sul PIL… Il fatto che inizio il mio viaggio e le riprese proprio dagli USA, e che arrivo non a caso il 1° giorno di insediamento ufficiale di Obama mi fa riflettere sulla sincronicità degli eventi, e in un certo senso battezza e dà il ritmo a questo mio nuovo progetto. Il 2009 segna l’inizio di una nuova epoca? Un’era più responsabile, più evoluta, più saggia? Il discorso e l’avvento di Obama hanno ispirato le coscienze di molti, e ovunque nel mondo si parla di un’evoluzione… di un cambiamento… di una nuova era. C’è voglia di cambiare, di costruire un sogno… e la crisi economica da una certa angolatura può essere anche vista come un’occasione globale di rinnovamento, di una trasformazione dei nostri valori. Ci vuole una dedizione dal cuore per credere in questo, piuttosto che un’accettazione razionale... ma il mutamento degli eventi e degli orizzonti sembra dirci che in fondo è l’unica strada possibile.


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Moda/Luce

Bianca. Fotografia Seto, Moda Jean Marc Masala. Jamie indossa giacca denim Wrangler. A destra: Ed indossa piumino in nylon smanicato Lee, camicia in cotone Tommy Hilfiger, collana McQ by Alexander McQueen, e pantaloni in cotone Polo Ralph Lauren.

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Pete indossa cappotto in fustagno CK by Calvin Klein, canottiera in cotone by Calvin Klein, cintura G-Star e pantaloni in fustagno Benetton. A destra: Pete indossa sciarpa in lana Lacoste sulle spalle, t-shirt in cotone J. Lindeberg e jeans in cotone Lee.

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Jamie indossa camicia in cotone Stone Island Denim, pantaloni in pelle Diesel e maglione Lacoste. A destra: Pete indossa maglione in lana Z Zegna ed orologio D&G Time. Modelli Jamie K/FM, Ed Gell/ Nevs e Pete Bolton/Models 1. Grooming Shama/CLM. Assistenza Fotografica Chris Bromley. Printing Andrea Concina/NumĂŠrique.

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28 /moda

Antonioli si espande. Lo scorso 17 gennaio, in pieno clima di sfilate, Antonioli ha battezzato una limited edition bag di Jas M.B., marchio londinese di accessori di alta gamma. Per l’occasione Claudio Antonioli ha presentato ai suoi ospiti una nuova area della sua boutique milanese di via Paoli proseguendo il sodalizio storico con l’architetto Vincenzo De Cotiis, già autore del rifacimento dei locali occupati negli anni 20 da una sala di cinema muto e che oggi firma la trasformazione di un’ex officina meccanica che si fonde con il precedente spazio. La nuova appendice, in prevalenza nei toni chiari dei metalli freddi, è destinata a momenti speciali, mostre ed eventi. antonioli.eu

Fujiwara apre a Milano. Lastre in fibrocemento a lisca di pesce per il pavimento di una grande scatola bianca essenziale, pannelli neri sparsi in un modo intenzionalmente casuale a diversificare le molteplici aree del negozio, luce off-white pura. Due piani, uno per le collezioni e uno per il relax nella V.I.P. room, per un totale di 270 mq. È lo spazio voluto da Masataka Matsumara, direttore creativo di Giuliano Fujiwara, per il nuovo flagshipstore milanese. Fedeli alla concezione wabi-sabi, le tre vetrine di Via Borgospesso sono dichiaratamente una tappa imprescindibile di un percorso di espansione del marchio giapponese affettivamente e strategicamente legato a Milano. giulianofujiwara.com Marsèlleria Permanent Exhibition. Eccellenza tecnica ed espressiva sono da sempre attribuiti del DNA negli accessori di Marsèll. Ora, dedicato proprio alla manifestazione più libera della creatività, nasce uno spazio compatibile con le più diverse sfaccettature artistiche. Inaugurata il 16 gennaio scorso in via Paullo a Milano, la Marsèlleria, ospita come prima iniziativa una collaborazione tra Marsèll Goccia, brand del gruppo, e Canedicoda, che firma la collezione con segni gestuali e linee gentili su materiali inusuali. marsell.it (Harold Barberini)

Aquilano e Rimondi da Ferré Uomo Continuità e rinnovamento sono esigenze della Maison Gianfranco Ferrè, così come un guardaroba completo, libero e versatile è il desiderio del nuovo uomo, tra esistenza e sogno. È ben chiaro l’obiettivo di preservare l’eredità lasciata dall’Architetto della Moda. Per supervisionare lo stile della linea maschile vengono investiti Tommaso Aquilano e Roberto Rimondi. Già direttori creativi della collezione donna, i due hanno debuttato durante Milano Moda Uomo lo scorso Gennaio presentando accostamenti inediti di pelle e neoprene, maglie lavorate a mano con telai antichi e il taffettà in versione moiré. Le linee assecondano il relax nelle giacche costruite architettonicamente, ma ammorbidite e stilizzate da spalle insellate e bombate, mentre spesso i volumi sono oversize nei pantaloni di taglio classico, per il rispetto di un Italian Style sobrio e naturale. Un po’ di eccentricità è riservata a tocchi equilibrati di luce sulle materie, con inserti di minipaillettes plissettate e finiture che vengono da un’incessante ricerca che è nell’animo dei due creatori coerenti con la storia del marchio. gianfrancoferre.com Harold Barberini

Tod’s Solar Charger Nel panorama degli accessori in ambito di stile e utilità arriva un caricatore ad energia solare che permette di ricaricare cellulare o iPod in qualsiasi luogo. È Tod’s a proporlo: un accessorio indispensabile, perfettamente in linea con le esigenze di oggi e con la ricerca ecologica. Il caricatore, realizzato con celle fotovoltaiche, è contenuto all’interno di un astuccio realizzato dalle mani di artigiani esperti e disponibile in vitello e in coccodrillo. Il tutto può essere custodito e trasportato all’interno di una bustina in tessuto tecnico con dettagli in pelle. A scelta: nero, testa di moro, verde, rosso fragola, viola o magenta. tods.com

The New Valentino Era sicuramente l’appuntamento clou dei defilé parigini dedicati all’alta moda. Ovvero il debutto di Maria Grazia Chiuri e Pier Paolo Piccioli alla guida creativa della maison Valentino. I due designer, che hanno preso le redini stilistiche della maison dopo l’uscita di scena di Alessandra Facchinetti lo scorso ottobre, hanno scelto di andare in scena al Grand Amphiteatre della Sorbona, una location d’eccezione per siglare il nuovo corso della griffe appartenente al fondo Permira. Grandi speranze erano giustamente riposte nelle capacità del tandem ChiuriPiccioli, che per dieci anni ha lavorato accanto a Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti, occupandosi degli accessori, fiore all’occhiello dei conti. Tanto che la loro nomina era stata apprezzata dallo stesso couturier. «Rimarremo fedeli ai valori fondamentali del marchio sviluppando nuove idee che possano legare l’eredità della maison ad un concetto decisamente contemporaneo», avevano spiegato i due stilisti, «siamo molto coinvolti sia professionalmente che emotivamente con l’azienda e il suo management e siamo pronti a cominciare questa nuova sfida». valentino.com Stefano Roncato

Harold Barberini

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NIKESPORTSWEAR.COM


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Aristocratic Awakening

Fotografia alberto pellegrinet Realizzazione ian radolovich

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Da destra a sinistra: Daily face cream CRABTREE&EVELYN. Pomata per capelli Dirty English JUICY COUTURE. Deo-stick per le ascelle Blenheim Bouquet PENHALIGON’S, sapone viso violetta PENHALIGON’S. Set da barba pennello in tasso e osso e rasoio in osso PLISSON. Eau de toilette e lotion après-rasage Opium YVES SAINT LAURENT. Luxury shave cream Sienna CRABTREE&EVELYN. Si ringrazia 1950 Studio Corso di Porta Ticinese 68, Milano.

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FELICE LIMOSANI Il Mio Sport è la Vita Una vita completa e trasversale, invenzioni indimenticabili e indimenticate (è sua la creazione dei primi servizi emoticon per i linguaggi MMS). Felice Limosani, barese, quarantadue anni, ha sicuramente le caratteristiche professionali per garantire l’obiettivo di adidas Originals: integrare individualità ad una ricerca espressiva e autentica che viaggia su due binari paralleli, stile e vestibilità. Incontriamo il direttore creativo a Firenze in occasione di una serata speciale durante Pitti Uomo. Sono passati sessant’anni per le tre strisce, e per festeggiare insieme “60 years of soles and stripes” ci immergiamo in un magic house party da Luisa Via Roma.

Intervista pier mario simula

adidas.com/originals

Felice Limosani, art director. A sinistra: Liquid Story, tecnologia industriale, 3D animation, musica elettronica, luce.

— L’arte è una delle tue passioni. Hai esposto tue opere in posti come il Tempio di Adriano, il Padiglione Mies Van der Rohe a Barcellona e Sketch a Londra. Cosa significa per te? Narrare la mia visione, dare un’estensione umana al mio lavoro, lasciare il profumo della mia creatività altrove. — L’opera site specific che rappresenta adidas Originals “Celebrate Originality” è una tua creazione. A cosa ti sei ispirato? Quali aspetti dell’essenza del brand hai voluto interpretare/sottolineare? Ho sottolineato e remixato il mitico trifoglio e i suoi petali. Li ho ripensanti, ricreati e ridisegnati in modo organico, liquido, elettronico. Ho fatto in modo che fosse un campo magnetico ad esprimere in

innumerevoli combinazioni le sue punte dolci poi trasformate in aculei eleganti, sofisticati perché semplici. Un mix di magia, stupore, eleganza, interazione, fluidità, magnetismo, design digitale… perdonatemi il rigurgito di aggettivi, ma veramente non bastano per esprimere un attimo di ispirazione preso poi per mano da Alegra O’Hare (head of Style di adidas) e accompagnato a destinazione. — Individualità, originalità e creatività. Come sei riuscito a sintetizzare questi tre concetti nel progetto da te curato? Semplicemente attenendomi alle regole del design thinking di cui sono sostenitore e appassionato, all’esperienza estetica legata al «sentire», al gusto e all’intuizione. Tutto questo pervade il mio modo di lavorare Rodeo M aga zi n e FEBBR AIO

in una direzione vicina all’esperienza rinascimentale come incrocio tra arte, spirito e tecnologia. Sono riuscito a realizzare questa idea grazie all’apporto professionale nel campo dell’ingegnerizzazione e dell’architettura elettronica di Mauro Chiarle e Alberto Mitoli, che si sono innamorati del progetto. Colgo volentieri l’occasione per ringraziarli su Rodeo per l’amore e l’energia che hanno dedicato a questa creazione. — Felice Limosani e lo sport. Sei uno sportivo, pratichi o hai praticato qualche sport? Il mio studio è al quarto piano, il mio sport è andare su e giù per le scale a piedi! Tutto qui. Il resto del mio sport è di testa, di cuore, di pancia... Il mio sport è la vita •


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34 /moda

albino L’Eccentricità Discreta Il destino sembrava aver già deciso per lui. Visto che a Roma aveva un vicino di casa speciale, Valentino Garavani. Nella cui cassetta della posta, Albino D’Amato ancora adolescente lasciava disegni e schizzi. Finché il couturier non gli ha risposto tramite una segretaria consigliandogli i corsi di moda a Parigi. Messaggio recepito. D’Amato a 20 anni ha iniziato il suo percorso multisfaccettato. Mezzo napoletano e mezzo francese, un inizio di studi in architettura poi un anno all’École de la Chambre Syndicale de la Couture a Parigi. Quindi i primi passi come stilista lavorando da Emanuel Ungaro, Guy Laroche (sotto la direzione artistica di Alber Elbaz) e Lolita Lempicka. Poi in Lvmh come consulente per le seconde linee di Kenzo e di Christian Lacroix. Quindi la collaborazione con Versace e poi Dolce & Gabbana. Fino al 2004, quando il marchio Albino nasce dall’incontro con l’architetto e designer partenopeo Gianfranco Fenizia, già consulente di importanti fashion brand. La scelta coraggiosa di essere indipendenti e di seguire la creatività viene premiata dalla vittoria al concorso Who is on next?, che gli apre le porte in maniera ufficiale, lanciando Albino tra i nuovi hot names. Non senza fatica visto che il brand si autofinanzia, non essendo legato a nessun grande gruppo. “È tutto talmente sofferto, sudato, che ogni piccolo obbiettivo è una piccola soddisfazione”, come spiega Albino D’Amato in un’intervista a Rodeo, “ma quella vera la sto ancora aspettando”. Intervista STEFANO RONCATO

albino-fenizia.com

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moda/35 “

Dopo le supertop sarà il momento della donna in carriera, della politica. La gente vuole personaggi di spessore.

— Cosa vuol dire iniziare oggi per un giovane designer? Quando ho cominciato io, era un periodo più roseo. Anche se si sentiva la crisi in Giappone. Mi ero messo da parte dei soldi e al posto di comprarmi una casa, ho provato a lanciarmi sul mercato. Con il mio socio Gianfranco abbiamo diviso le spese e abbiamo presentato una piccola collezione a Parigi in una galleria d’arte, con 20 abiti, capispalla e accessori. Il grosso cambiamento è arrivato con la vittoria del premio Who is on next?, con cui abbiamo rivoluzionato un po’ tutto. Abbiamo iniziato a sfilare a Milano, la collezione è cresciuta, è arrivata la precollezione. C’è stato un cambiamento di strategia. — E il prossimo step? Sarà l’uomo, che se tutto va bene dovrebbe essere presentato a Giugno, con la stagione primavera estate 2010. Secondo i progetti sarà un numero zero, un flash con una serie di must del guardaroba maschile come trench e blazer rivisitati con lo stile Albino. A seconda del responso del mercato, metteremo a punto la collezione. Nascerà da una costola della donna. Ma lo stile sarà più quotidiano che couture, meno d’occasione, meno eccentrico. Basico ma interpretato con tessuti belli, con dettagli studiati. — Chi è la donna Albino? Intellettuale e interessata alla moda. Eccentrica senza strafare. — Si considera eccentrico? Si, nella mia discrezione però. Magari uno mi vede normale all’inizio, poi nota una scarpa tutta strana, un cappotto tutto tagliato dietro. Ci penso, mi piace il casuale studiato, è tutto voluto. È l’idea delle sorprese. E questo torna anche nelle collezioni. Sempre una sorpresa. — Come tradurrà questo anche nella prossima passerella? L’approccio iniziale è un po’ architettonico: le forme sono sempre un’ossessione. Quando preparo una collezione, individuo due o tre capi che funzionano e da lì inizio a sviluppare il resto. Quest’anno mi piaceva la forma a imbuto, sia nella precollezione che nella sfilata. Spalla importante, fondo stretto, un po’ eighties come concetto. E per non dare una connotazione troppo anni 80, sono andato ancora più nel passato, agli anni 30 con i colori delle pietre preziose. Rubino, smeraldo, ametista, topazio. Declinati in satin e crepe. E per ispirarmi ho rivisto dei vecchi film tratti dai libri di Agatha Christie. Come Assassinio sull’Orient Express o Assassinio sul Nilo. Mi piace molto Vanessa Redgrave. E sento questa voglia di Oriente ma non Estremo Oriente, più l’Impero Ottomano. Sono stato in vacanza in Turchia, ho visto Istanbul e il Bosforo, ho osservato il Gran Bazaar. Le forme sono rigide ma con tessuti morbidi, anche per dare femminilità visto che nel decennio dell’edonismo era dura. — Il tutto sembra uscire da una spy story. Come le sue donne un po’ misteriose… Tutti pensano siano delle assassine, sono sempre sospettate, ma alla fine non hanno fatto niente. Ecco sempre il discorso dell’apparenza che inganna, come in tutte le collezioni. Nell’estivo adesso nei negozi, pensavo a Sibil Shepard di Moonlighting. Spallone, beige chiari, un po’ un seventy ovattato. Era la versione quotidiana di Lauren Hutton, con giacche tipo accappatoio, raso. Sono nuove signore in giallo? Ma anche in nero. Come Eva Kant. C’è sempre il mistero di mezzo anche se alla fine non sono così cattive, non sono colpevoli. — Lei veste da Rania di Giordania fino a Cameron Diaz. Serve ancora essere un celebrity darling? É sempre importante, una pubblicità indiretta sempre forte. Anche se si stanno delineando delle nuove donne per l’immaginario. — A chi toccherà, dopo le supertop, le icone musicali e le stelle di Hollywood? Sarà il momento della donna in carriera, della politica. La gente vuole personaggi di spessore. Icone di stile forse lo diventano in seguito.

Michelle Obama, Carmen Chacon ovvero il ministro della difesa spagnola, Hilary Clinton. Ma anche Carla Bruni. Le prossime campagne pubblicitarie secondo me mostreranno il concetto della power woman. — Iniziamo con un gioco della torre. Meglio creare il proprio business o disegnare un marchio blasonato? Normalmente è più facile seguire un altro brand, perché ci si può concentrare sullo stile. Una maison ha dietro una struttura completa. Creando il proprio marchio si è costretti a guardare anche gli aspetti di business, di pubblicità, delle vendite. É più gratificante disegnare un marchio importante finché non va bene il tuo. Ho scelto di avere la mia maison perché, lavorando per gli altri, dovevo adattarmi a tutto, a stili diversi. Si rischia di perdere di identità. Avevo bisogno di dire “questo sono io”. — Conta più lo stilista o lo stylist? Sempre lo stilista. È lui che crea il mood, i capi. Ci può essere un bravo stylist che mette insieme le cose, ma se non c’è una bella collezione si vede. Non può fare miracoli. Diciamo che ci deve essere il giusto connubio. Se il designer lavora sempre da solo entra in un circolo vizioso, lo stylist ti apre delle porte che non pensavi. Diventa il tuo alter ego, come gli stilisti che lavorano a coppie, le nuove idee nascono dal confronto. — Meglio la creatività o il marketing? Creatività. Anche se con il marketing alla fine potrebbero essere la stessa cosa. Se il marketing è in mano a una persona di numeri, diventa soltanto un riempimento di caselle. Un marketing illuminato, creativo riesce a cogliere lo spessore, lo spirito del momento. C’è molta voglia di cose nuove. Per questo i giovani stilisti si fanno notare. I grandi marchi incominciano a stancare, impongono ai clienti budget grandi. Chi è bravo a capire questo desiderio di nuovo anche nelle grandi aziende riesce a dare qualcosa di diverso. — L’eterna diatriba, Milano o Parigi? Io sono mezzo italiano e mezzo francese. Preferisco Parigi, dove è nata anche mia madre. Se avessi l’opportunità sfilerei nella capitale francese, è un progetto che mi passa sempre in testa. Per il mio tipo di moda è più gratificante. — Per chi le piacerebbe disegnare? Sicuramente per qualcuno che fa la couture, massima punta di creatività. Anche una maison piccola, preferibilmente francese. Dove non devi neanche guardare quanto costa un tessuto… — Pricing, budget, commerciale sono termini che ormai devono masticare anche i giovani stilisti… É scattato un meccanismo nuovo, che negli anni 80 non c’era. Allora era tutto più facile. Non c’erano precollezioni, si vendeva tanto, c’erano le star. Nel Duemila alcune aziende si sono moltiplicate, quelle più grandi sono diventate enormi e hanno dovuto creare una struttura. Sono entrati in gioco manager, la finanza, direttori commerciali. La moda si è organizzata. Chi comincia deve tenere presente come si strutturano le grandi aziende. — Chi l’ha influenzata negli anni? Sicuramente Monsieur Ungaro, un genio della couture. Con Domenico Dolce ho imparato le cose più concrete, è molto bravo. Lacroix ha una cultura pazzesca, che spazia dall’arte alla musica. Anche con l’ultimo assistente, si andava a vedere le mostre insieme. Mi sarebbe interessato lavorare con Gianni Versace, mi è sempre piaciuto come persona. Lo seguivo negli anni 80 anche se in quel periodo il mio stilista preferito era Valentino. E poi avrei voluto incontrare Franco Moschino. — Ha paura che questo sogno finisca? Son sempre pessimista. Adesso che c’è la crisi mi preparo psicologicamente che possa succedere qualcosa di brutto. Le paure vere e proprie sono altre, più personali. Riguardano la malattia, certe situazioni familiari… — Un sogno da realizzare? Disegnare un’automobile. Non una Ferrari, ma anche una Fiat piccolina. Avevo una passione per le 500. — La dipingono come super timido… Lo sono nei rapporti con le persone, non sono un pr. Apparentemente sembro chiuso, devo conoscere per aprirmi, poi alla fine do tutto. Ma timidezza, sul lavoro, decisamente no •

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McQueen per Puma

Eryn Brinié sbarca in Occidente Il gruppo coreano Avista ha solo cinque anni di vita, ma sta conquistando con i suoi marchi una grande fetta del mercato globale. Ora, dopo aver lanciato BNX e Kay Lee Tankus in 26 nazioni nel mondo, la nuova scommessa è Eryn Brinié, già presente con 37 monomarca in Corea del Sud e alcun altri punti vendita in Asia. Dopo aver aperto il suo primo flagship store a Soho, New York, arriva in Italia negli store Coin di Milano e Varese con la collezione primavera/ estate 2009. erynbrinie.com n.d.c. made by hand I belgi Arnaud Zannier e Enrique Corbi sono due amici con una passione sfrenata per le calzature; nel 2001 hanno creato un brand, n.d.c., ovvero nom de code (nome in codice) che ora arriva a Milano con uno showroom in via Ripamonti. Una varietà ampia e complessa di lavorazioni classiche si fonde con tecniche artigianali ricercate e raffinate in un’infinità di colori per un prodotto che è ormai diventato culto per trendsetters, amanti del lusso e dello stile non urlato. Per la primavera/estate 2009 le collezioni uomo e donna spaziano dal “BeachChic”, al “Bohemian”, allo “Zingaro”. ndcmadebyhand.com

Il compleanno di Add I piumini leggerissimi di Add compiono dieci anni e per celebrare l’importante traguardo il brand ha presentato a Pitti Uomo una serie di dieci capi ispirati ai modelli storici d’archivio e rieditati nei materiali brevettati dall’azienda: nylongloss, addlight e microribstop light. Vengono riproposti, in un packaging speciale, il piumino con collo a scialle, diventato il simbolo della casa, il plaid e il blazer con imbottitura in piuma d’oca per la donna e il bomber con i tasconi per l’uomo. A Firenze, durante il Pitti_W precollection, è stato anche annunciato per il prossimo autunno/ inverno il lancio di una nuova etichetta, che sarà distribuita in esclusiva a poche selezionate boutique: Add Black arricchirà il gruppo Comei&Co con una tecno-couture che unirà ricerca sperimentale, tagli sartoriali e tessuti preziosi. adddown.it

Il Potere, fisico e mentale, è l’ispirazione per la prima collezione d’abbigliamento disegnata dallo stilista inglese Alexander McQueen per Puma. I dettagli ergonomici, i tagli più che innovativi fanno di questa collezione un must nell’abbigliamento sportivo. Dopo il successo della linea sneakers in cui McQueen ha esplorato e varcato i limiti di forma e funzione delle calzature sportive, Puma estende la collaborazione con il designer, progettando una nuova linea d’abbigliamento. La campagna advertising sarà affidata all’obiettivo fotografico del suo amico e collaboratore, l’artista Nick Knight, conosciuto nel mondo per le sue immagini spazio/androgine, e per il suo Showstudio.com. puma.com Marcelo Burlon

Japan Fashion Week Tokyo vuole farsi spazio nell’asse Milano-ParigiNew York affermandosi come quarto polo del sistema della moda internazionale. Il governo giapponese e il settore privato si sono uniti per dare vita alla Japan Fashion Week che ambisce a creare un link tra il settore produttivo e gli stilisti nipponici, consolidati o emergenti, per la promozione del tessile e dell’originalità creativa del paese. Durante il prossimo appuntamento, dal 23 al 29 marzo, con una serie di eventi collaterali a fare da cornice in varie location dei nij_ sanku, i quartieri speciali della città di Tokyo, si svilupperanno due iniziative: la Tokyo Collection Week e la JFW Designers Exhibition. jfw.jp Harold Barberini

(Harold Barberini)

Lagerfeld pour Repetto A Parigi, durante la presentazione della collezione donna P/E 2009 di Karl Lagerfeld, hanno debuttato in passerella due modelli di calzature, in vendita da aprile in edizione limitata, frutto della collaborazione tra il designer tedesco e la maison parigina Repetto. Nascono come ispirazione alla linea Cabaret della casa specializzata in abbigliamento e accessori per la danza. Le novità stilistiche stanno nella forma grafica, nelle finiture e nella scelta dell’immancabile bianco e nero di Lagerfeld, colori che si alternano in diverse varianti nella zeppa, nella suola e nella tomaia. I due modelli, uno con zeppa e tacco alto, l’altro un sandalo basso, prevedono un cinturino alla caviglia con lavorazione “a tutù”, removibile. repetto.com HB

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folk

Realizzazione marcelo burlon

Dummy... Sull’aereo per gli USA leggo John Steinbeck Of Mice and Men e mi riguardo sul laptop Furore di John Ford: credo che mi saranno di grande aiuto per proiettarmi nella dimensione del grande. Da destra a sinistra: Daily face cream CRABTREE&EVELYN. Pomata per capelli Dirty English JUICY COUTURE. Deo-stick per le ascelle Blenheim Bouquet PENHALIGON’S, sapone viso violetta PENHALIGON’S. Set da barba pennello in tasso e osso e rasoio in osso PLISSON. Eau de toilette e lotion après-rasage.

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Night on the town

Assistente stylist: Andrea Pappalettera

Fotografia alberto pellegrinet Realizzazione marcelo burlon

Da sinistra a destra: Cintura Diesel. Scarpe Raf Simons per Dr. Martens. Occhiali Persol. Papillon Jil Sander. Sciarpa Maison Martin Margiela. Cappello Giuliano Fujiwara.

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silvia prada Mi ispira You Tube Silvia è una donna pratica, sintetica, decisa. La sua fisionomia rigida contrasta con i suoi modi cordiali e l’approccio curioso. Fa domande e cerca similitudini, gesticola ininterrottamente come una vera spagnola. È una sperimentatrice attiva, ama la vita contemporanea e “fare soldi con le intuizioni”. Nel suo passato un’infinità di esercizi: interior designer per Mango e Zara, la moda con Nike e Gas, le illustrazioni per la Barcelona Fashion Week e per The Face, Dazed&Confused, BlackBook, Hercules Magazine. Silvia disegna a matita e lo fa molto bene, prediligendo i grigi. Intervista pier mario simula Fotografia matteo montanari Realizzazione marcelo burlon

silviaprada.com

— Quali sono i tuoi miti classici del passato? Amo l’arte classica, ma i miei riferimenti sono contemporanei. Se mi spingo nel passato arrivo fino a Kandinsky, non oltre. — Cosa ti ispira? Tutto. Da You Tube alle riviste americane. E amo il trash quando si trasforma in decorativismo. Vivo ora, rielaboro tutto ciò che già esiste per far sognare. — Qual è il tuo sogno artistico? E nella vita privata? Professionalmente non ho grandi sogni. Piuttosto vivo e resto sveglia. Nella vita privata? Una cucina enorme. Mi piace cucinare per gli amici, godere di lunghe serate a bere un buon vino. — Cosa pensi della moda attuale? Cosa ti stimola? Mi interessa la commistione tra moda e marketing, quando la moda comunica. Una delle operazioni che ho applaudito è stata la collaborazione H&M/Lagerfeld. Un segno di cambiamento forte. Nella vita quotidiana, poi, un nome per tutti: Margiela • Rodeo M aga zi n e FEBBR AIO


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KIM ANN FOXMAN Last night a dj saved my life Un anno fa ci siamo immamorati degli Hercules And Love Affair e nello sfavillante circo musicale di Andy Butler ha trovato posto, oltre al grandioso Antony Hegarty, anche la sorprendente Kim Ann, piccola di statura, look Anni 80, ma soprattutto dotata di una levigata voce soul. Kim disegna anche gioielli dallo stile punk metropolitano e fa la dj. Intervista TOMMASO TOMA Fotografia MATTEO MONTANARI Realizzazione marcelo burlon

kimannfoxman.com

— Adesso che stai avendo successo con la musica continuerai a fare gioielli? Cambieresti stile? Penso che continuerò, anche se sono molto impegnata al momento, come potrai immaginare. Uno stile nuovo? Mi evolverei verso un mood ispirato alla musica. Ecco, sì, dedicherei i miei gioielli alla musica. — Questo numero di Rodeo è in parte dedicato allo Studio 54 e visto che ami la club culture ci piacerebbe sapere che cosa ti piace di più della musica, dell’iconografia di quella discoteca leggendaria… Lo spirito libero, più di ogni altra cosa. Un posto in cui generi molto diversi di persone stavano insieme a godere della musica. E ballare. — Hai una bellissima voce, quando hai scoperto il tuo talento e quali cantanti del passato ti hanno ispirata per imparare a cantare? Non ho propriamente imparato a cantare prima di iniziare. Quando Andy (Butler, ndr) mi ha chiesto di collaborare alle sue idee, ero molto timida all’inizio, ma poi il rapporto con lui mi ha dato sicurezza. Sono stata un po’ la sua cavia. Ma poi, più cantavo, più acquistavo autostima. Tra le cantanti che amo ci sono Elizabeth Fraser, Alison Moyet, Lady Miss Kier (che mi ha dato ispirazione e grandi consigli) e Paris Grey (ex Inner City, ndr). — Per quale artista, dj oltre agli Hercules ti piacerebbe cantare? Ora lavoro con Andy e credo che lui sia un genio. Il mio sogno si è realizzato. Ero la sua prima fan. Certo, mi sentirei onoratissima di poter lavorare con tutti gli artisti che ho nominato prima • Rodeo M aga zi n e FEBBR AIO


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alAINQ Uno Doppio Alain nasce in Toscana e qui assimila gli odori reali e metaforici della pelle animale: la sua famiglia ha un’azienda che produce calzature e lui si appassiona, si mescola tra i macchinari, le conce e lo studio stilistico. Durante la sua formazione subisce il fascino di tematiche come il dualismo, il sogno, la metamorfosi, e la trasformazione meccanica del corpo umano. Londra è la città che lo assorbe e lo contamina, Parigi il suo campo di prova, Tokyo la sua mania, con le trame di tradizione e gli orditi di tecnologia. Da qualche stagione produce la sua linea personale di scarpe, AlainQ, con una cura maniacale in tutte le fasi di creazione. E il mercato risponde bene. Intervista pier mario simula Fotografia MATTEO MONTANARI Realizzazione marcelo burlon

alainq.com

— Uomo e macchina. Cosa mi dici di questo binomio? Ho sempre subito il fascino dell’uomo che si scontra e che vive nella metropoli. Il corpo che costretto a vivere in un ambiente artificiale subisce una mutazione, anzi una fusione tra carne e metallo. — Materiali e colori. Come li scegli? I colori della prossima collezione sono solo quattro e ci riconducono alla duplice rappresentazione dell’uomo e della macchina: il cipria (la carne), l’amarena (il sangue), il nero o grigio “dark iron” (la meccanica) e il bianco (con duplice valenza: purezza e vuoto/il nulla). I materiali che ho utilizzato sono il vitellino opaco, un nabuk soffice chiamato “petalo” (la sensazione al tatto è quella della pelle di una mano), l’effetto bottalato del toro, il vitello vegetale e il vitello lissato. — Cinema, arte, musica, moda. Fammi un elenco, niente verbi. Cinema: il filone cyberpunk con film come Tetsuo e Le avventure del ragazzo del palo elettrico di Shinya Tsukamoto e Videodrome di Cronenberg, per il concetto della mutazione del corpo e della fusione tra carne e metallo. Arte: Schiele o il più contemporaneo e drammatico Francis Bacon, per la concezione della vita come tragedia che trova nella morte la sua più profonda verità. Musica: Zeitgeist, Ladytron, M83, Black Dice, Heartbreak e The Knife. Moda: Jun Takahashi, Louis Goldin, Hussein Chalayan e soprattutto Rick Owens • Rodeo M aga zi n e FEBBR AIO


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ELIO fiorucci Studio 54 Memories L’appuntamento è nel suo ufficio milanese, all’ora del tè. Elio Fiorucci ci accoglie nel suo studio, traboccante di colori, illustrazioni e oggetti dalle linee morbide, arrotondate perché -puntualizza il padrone di casa, icona della “moda democratica”- lui non ama gli spigoli. Ma non siamo qui per un’intervista sul design o un’indagine sulle prossime strategie legate al marchio Love Therapy. No. Questo è il numero 54 di Rodeo e, non a caso, l’oggetto dell’intervista è lo Studio 54. Con i ricordi, tantissimi, che quell’insegna riaccende nella memoria di chi lì ci è stato per davvero. E dall’inizio… Intervista daniele bossari

fiorucci.it

He wears the finest clothes / The best designers, heaven knows / Ooh, from his head down to his toes / Halston, Gucci, Fiorucci / He looks like a still / That man is dressed to kill (He’s The Greatest DanceR, Sister Sledge, 1979)

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speciale/47

— Partiamo dal principio. 1977: Fiorucci, l’opening dello Studio 54, New York e il made in Italy… Sì, l’idea era quella di trasformare un exstudio televisivo sulla 54esima Strada, a Manhattan, in una discoteca futurista. Accettai subito di “sponsorizzare” l’inaugurazione del locale e chiamai Antonio Lopez, collaboratore portoricano di Warhol e illustratore delle copertine di Interview, per disegnare i costumi per un balletto di Alvin Ailey. Quei disegni, fra l’altro, sono stati recentemente in mostra alla Triennale di Milano. Giusto un anno prima avevo aperto il Fiorucci store a New York. All’epoca nella Grande Mela c’erano solo due grandi aziende italiane: una era Gucci, che produceva accessori, e l’altra era Ferragamo, grande firma della scarpa. Però nel total look della moda non c’era nessuno a rappresentare il nostro paese. Non c’era ancora Armani e neanche Versace. Io, probabilmente per una questione anagrafica, li ho anticipati, ho fatto il grande passo un po’ prima di loro. Era un periodo in cui, dopo anni di buio e repressione culturale, si andava diffondendo

una voglia di cambiamento, uno spirito di curiosità. Avevano tutti voglia di uscire, di guardare cosa stava succedendo dall’altra parte del mondo. C’era chi, come i Beatles, andava in India alla ricerca di una nuova dimensione mentale e c’era chi volava in America per trovare la libertà fisica e spirituale. Credo nell’immagine dell’America come quella di una grande isola che ha sempre accolto l’umanità intera. Era anche il luogo in cui, con largo anticipo sui tempi, l’omosessualità non era discriminata. Una delle discoteche più originali fra quelle che alla fine degli Anni 70 dividevano la scena newyorkese con lo Studio 54 era un club frequentatissimo proprio dal pubblico gay. Si chiamava 12 West ed era essenzialmente una palestra nella quale i gay facevano ginnastica e ballavano. In quei giorni si respirava realmente un’aria di grande libertà. Un libertario come me non poteva che guardare con occhi ammirati quel paese. — In Italia, intanto, cosa succedeva? La moda italiana emetteva i primi vagiti. Non c’era ancora il prêt-à-porter e le grandi firme erano agli inizi del loro percorso. Basti Rodeo M aga zi n e FEBBR AIO

pensare che la prima sfilata di Armani si svolse nel 1975, ma in sordina, con la timidezza dell’esordiente. La moda in Italia è nata così, in maniera sommessa. Il successo del made in Italy arriva dopo decenni di performance di tutti quegli straordinari personaggi che hanno creato il prêt-à-porter. In quanto a esperienza, essendo nato nel 67, Fiorucci aveva un vantaggio di dieci anni sugli altri. Avevamo già aperto negozi a Londra e Parigi ed avevamo anche già esportato la nostra produzione in tutta Europa. — Che impressione le fece lo Studio 54 quando lo vide per la prima volta? Era un ex-studio televisivo, uno spazio enorme che per quanto dismesso aveva chiaramente tutte le potenzialità per diventare un club straordinario. Ricordo che per l’opening organizzai un charter da Milano Malpensa, eravamo io e il mio gruppo di amici, clienti e giornalisti. Raggiungemmo il locale in tempo per l’inaugurazione e mentre i miei amici riuscirono ad entrare a me toccò restare fuori. Parlavo un pessimo inglese e stentavo a farmi capire. Fu così che i buttafuori non mi lasciarono passare.


48 /speciale Mi rassegnai a sedermi sul marciapiede di fronte all’ingresso e, inebetito come un bambino davanti alle giostre, rimasi tutta la sera a guardare il traffico di limousine e celebrities che c’era lì fuori. Feci come Siddharta quando diceva che dobbiamo cercare di vedere sempre il meglio in ogni situazione che ci capita. E il meglio in quel caso era là fuori. Il locale lo conoscevo bene e se fossi entrato sarei finito in un angolo a bere champagne e a non vedere niente, perché era stracolmo di gente. Chiunque altro avrebbe vissuto quell’esclusione come un’offesa. Per me fu invece una grande fortuna. — Trasgressione, eccessi, follie: lo Studio 54 divenne il bersaglio simbolico di un’agguerrita campagna contro il decadimento morale e spirituale di New York. Ha mai pensato allo Studio 54 in questi termini? Sono sempre stato educato a elaborare un giudizio personale sulle cose che mi circondano, slegato dai dettami religiosi o dalla morale comune. Dal mio punto di vista gli eccessi da “caduta dell’impero romano” che si consumavano allo Studio 54 non erano altro che la rappresentazione, seppur estrema, dello spirito di libertà che l’America vagheggiava già negli Anni Sessanta, col movimento hippy. Il bene e il male, il bello e il brutto sono qualcosa che ci deve appartenere fortemente, senza nessuna imposizione dall’esterno. Il mio approccio al mondo e ai suoi colori, alle sue sfumature, è sempre stato naif. É stato grazie alla mia naiveté che ho trovato fortuna nel mio lavoro e ho conosciuto gente speciale, gente che alla fine ho scoperto essere come me. E poi ho sempre mantenuto una posizione privilegiata, quella di chi osserva, di chi fa il testimone. Ho fatto la moda senza essere della moda, ho fatto il negoziante senza essere negoziante… — Deve allo Studio 54 il suo incontro con Andy Warhol? No, devo la fortuna di quell’incontro al mio negozio, aperto nel cuore di Manhattan nel 1976 con l’aiuto di Ettore Sottsass, Andrea Branzi e Franco Marabelli. Warhol amava venire nel nostro negozio, gli piacevano i colori e non mancava di elogiare l’unicità dei

prodotti presenti in negozio. Aveva capito che ogni articolo, una volta terminato, non veniva riassortito. Warhol era un artista dotato di una straordinaria intelligenza intuitiva. Non parlavamo molto ma scattò subito una forte empatia tra noi due, avevamo molte cose in comune. Scoprii, per esempio, che entrambi avevamo un retroterra rurale e che per questo siamo persone sostanzialmente semplici e consideriamo un valore restare sempre con i piedi per terra. Avevamo in comune anche l’amore per la modernità e tutti e due avevamo mosso i primi passi artistici realizzando scarpe. Ebbi l’onore di ospitare Warhol nel mio negozio anche in occasione di un suo incontro con il pubblico per autografare le copie della sua rivista Interview. Ma questa è un’altra storia… Ai più curiosi suggerisco di dare un’occhiata al video amatoriale finito nel grande serbatoio di You Tube. — Lo Studio 54 era il punto d’incontro -da Bianca Jagger a Grace Jones e Debbie Harry- di personalità a volte anche molto diverse fra loro. Qual era il filo che li legava? La medesima attenzione nei confronti del nuovo. Certi luoghi generano complicità fra tutte le persone che amano le novità. Il nuovo è uno straordinario catalizzatore e inevitabilmente attrae e seduce personaggi famosi. Alla fine degli Anni Settanta lo Studio 54 era quanto di più insolito e attraente ci fosse nel panorama internazionale delle discoteche. — A proposito di discoteche, sull’esempio dello Studio 54 ci sono stati nel nostro paese localiculto che hanno avuto un impatto altrettanto rumoroso sui costumi? Dirompenti come lo Studio 54 forse no. Ma in Italia abbiamo comunque una tradizione di grandi discoteche. Mi viene in mente la Baia degli Angeli, uno di quei luoghi magici che qualcuno molto generoso ha messo a disposizione degli altri. Non bisogna mai dimenticare che tutte le cose hanno successo se dietro c’è generosità. Steve Rubell e Ian Schrager, soci fondatori dello Studio 54, oltre che geni erano ragazzi generosi… — 1983: Fiorucci festeggia i suoi 15 anni con una grande festa alla Studio 54. Al party partecipa anche Madonna che all’epoca non era ancora una star planetaria…

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Sì, pensa che sull’invito che fu distribuito per quella festa il nome di Madonna veniva dopo quello di altri ospiti praticamente sconosciuti. Fra i ballerini di Madonna c’era anche suo fratello minore che fra l’altro lavorava come commesso nel nostro negozio di New York. — Se oggi dovesse azzardare una definizione di Madonna in quale categoria artistica la metterebbe? La metterei sicuramente in molte importanti categorie, ha cambiato le sorti di milioni di giovani, ha sempre avuto grande capacità intuitive, è sempre riuscita a percepire il nuovo con grande anticipo sugli altri. Ha cambiato la moda molto più di quanto non abbiano fatto tutti gli stilisti messi assieme. E poi le darei un posto d’onore anche fra i filosofi. Ha fatto più rivoluzioni positive lei che Mao Tse-Tung. Mao ha provocato la morte di milioni di persone mentre Madonna, a cominciare da Like a Virgin, ha liberato i cuori di intere generazioni. — Sull’onda delle celebrazioni, nel 1998 Mark Christopher realizzò un film sullo Studio 54 a cui lei partecipò nella parte di se stesso… Sì, il regista mi volle per interpretare un piccolo cameo, un breve dialogo nel quale il proprietario mi dice “Fiorucci, mi piacciono i tuoi jeans!”. A tutti consiglio comunque di recuperare anche Downtown 81, un film da me prodotto nell’80 insieme a Rizzoli Usa. Quella pellicola, che in origine s’intitolava New York Beat fu smarrita e venne ritrovata da Maripol, grande amica di Madonna, solo molti anni dopo. Fu restaurata e presentata a Cannes nel 2000. Il protagonista è un giovanissimo e ancora sconosciuto Jean-Michel Basquiat. — Studio 54, rivoluzione culturale, Fiorucci: cosa è rimasto oggi di “quegli” Anni Settanta? Purtroppo stiamo attraversando un periodo di regressione, oserei dire di restaurazione. Le rivoluzioni degli Anni Sessanta e Settanta hanno inciso nella vita e nel costume della gente ma non hanno avuto lo stesso impatto sulla politica, che è rimasta molto arretrata e ha perso l’opportunità di fare finalmente suoi i valori della libertà, della democrazia e della modernità •


speciale/ 49

albertino + baldelli Boogie Night L’epoca sfavillante dello Studio 54 ha lanciato nell’orbita del puro protagonismo il dj. Come in ogni parte del mondo occidentale, anche in Italia arrivò la febbre per il ballo e la nascita delle moderne discoteche. In particolare un luogo seminale, La Baia degli Angeli (a Gabicce). Lì suonava Daniele Baldelli, un genio nel mettere i dischi, un maestro del mixer e degli effetti sonori che seppe “inventare” con coraggio e incredibile talento generi dance come l’Afro e il Cosmic sound. Pochi anni dopo, sempre tra le mura di una discoteca, prese il via la fortunatissima carriera di un dj e conduttore radiofonico che ha saputo comunicare autenticamente con i giovani: Albertino. Rodeo li ha messi davanti a un microfono e a un mixer (il loro dj set sul nostro sito) per parlare dei loro inizi e del mitico Studio 54. Intervista tommaso toma Ritratti matteo montanari

In alto: Baia degli Angeli, 1977. A sinistra: l’ingresso del Cosmic Club, 1981. A destra: Baldelli alla Baia degli Angeli, 1978.

— Che significato ha avuto per voi lo Studio 54? Albertino Forse pochi se lo ricordano ma a Milano, per un brevissimo periodo, c’è stato uno Studio 54 (l’ex cinema Ambrosiano e inaugurato nell’aprile del 1979 davanti a una folla di giovani contestatori che riuscirono ad entrare e a sabotare il locale, ndr). Io ho iniziato lì, o meglio fra quelle mura quando cambiò nome in Rolling Stone. Suonai per l’inaugurazione del locale, ero giovanissimo. Nel vero Studio 54, invece, ci sono stato da turista, quand’ero ancora un ragazzino. La mia carriera è

comunque iniziata presto, i primi dischi li ho suonati a 16 anni e quando ho cominciato a fare il resident al Rolling ne avevo 18. Fate i conti voi, sono nato nel 1962… Daniele Buffo… abbiamo esattamente dieci anni di differenza, io sono del ’52! Ma abbiamo tutti e due iniziato a fare questo lavoro alla stessa età. Anch’io i miei primi passi li ho fatti tra i 16 e i 18 anni. Oggi sono 40 anni di professione! A proposito dello Studio 54 di Milano, dovevo essere io il dj, ma il proprietario, Lello Liguori, mi disse “tu devi Rodeo M aga zi n e FEBBR AIO

venire a lavorare gratis, perché poi diventerai una stella a Milano…” Immaginate la mia risposta! (ride, ndr) Albertino Mi spiace! Tornando ai nostri inizi, penso che quando vieni folgorato da una passione negli ultimi anni dell’adolescenza, ne rimani condizionato per tutta la vita. Il mio percorso è comunque diverso da quello di Daniele, perché, come sapete, contemporaneamente ho iniziato a fare radio. Daniele Eh già, ma tu eri “fortunato” perché sei cresciuto a Milano. Io ero un ragazzo


50 /speciale di Cattolica… le opportunità che avevi tu qui a Milano non le potevo nemmeno immaginare ai miei tempi! Quando ho iniziato a mettere i dischi, parliamo del 1969, non venivo neanche considerato un dj, il mio ruolo era equiparato a quello di un cameriere o del barista: facevo solo un servizio. E poi ti dirò, noi dj di Cattolica provavamo un certo antagonismo verso quelli che lavoravano nelle radio! Una curiosità poi, quando agli inizi facevo il dj, tutti avevamo l’abitudine di parlare al microfono. Albertino Mi pare che anche a New York, nell’autentico Studio 54 i dj erano soliti parlare al microfono… daniele Comunque io mi rifiutavo di parlare al microfono, a me interessava solo la musica. — In Italia il fenomeno americano dello Studio 54 è stato subito assorbito dal punto di vista iconografico dal contemporaneo successo globale del film La Febbre Del Sabato Sera scatenando il mito di Tony Manero e la rivincita del proletariato, della piccola borghesia che nel weekend poteva riscattarsi ed emanciparsi con audaci balli ed esibizione di look inediti… Albertino Abbiamo importato dagli USA il mito del venerdì e del sabato sera in discoteca, però la cosa interessante è stata

l’esplosione della musica come fenomeno di massa, perché non era mai accaduto in maniera così potente nella nostra società. Ad aggregare la gente negli Anni 70 ci avevano pensato i grandi concerti rock ma dalla fine del decennio ci fu un radicale cambiamento. Però, essendo un dj vorrei sottolineare un aspetto che va di pari passo al fenomeno delle discoteche, ed è quello squisitamente tecnico. Arrivano i piatti Technics, i mixer professionali, il pitch control e, tornando a quello che diceva Daniele, si smette di parlare al microfono: il dj diventa protagonista con la sua selezione musicale e la sua abilità tecnica. — Nelle vostre due storie che hanno avuto uno sviluppo differente c’è una caratteristica che vi accomuna: la spregiudicatezza e la creatività. Baldelli, nel modo di proporre la musica, hai inventato nuovi generi come l’Afro e poi il sound del Cosmic, hai suonato i 45 giri alla velocità dei 33 e la musica del Bolero di Ravel inserendoci lampi di new wave o di musica etnica. Albertino, tu ti sei concentrato sul linguaggio radiofonico, hai proposto un modo nuovo di comunicare con i giovani e mutuando il loro linguaggio hai inventato dei tormentoni

che sono rimasti impressi a lungo nella memoria di molti, penso al celebre “piach”. Albertino Analisi perfetta. Avendo avuto la radio come attività principale ho cercato di servirmi di questo mezzo per comunicare con i giovani, avvicinandomi ai loro gusti, al loro linguaggio. Negli Anni 90 tutto questo era comunque più facile, oggi sarebbe difficile pensare a un “unico” pubblico giovane. Gli interessi dei ragazzi, il modo di comunicare sono così stratificati, differenti che sarebbe un’impresa titanica rivolgersi a tutti loro in un’unica maniera. Ho senza dubbio cavalcato il genere “commerciale” nel panorama dance, anche se le mie intime passioni sono proprio gli stili musicali che si suonavano allo Studio 54 come il funky, la disco music e poi l’hip hop… vabbé, col tempo sono un po’ “degenerato” (ride, ndr)… DanieleQuando mi parli di creatività direi che anche qui viene fuori questa peculiarità di noi italiani e ti spiego il perché. Solo noi potevamo permetterci di suonare dei brani stranieri a velocità differenti! Immagina che reazione si sarebbe scatenata se avessi messo in discoteca un 45 giri di Lucio Battisti alla velocità di un 33: una sommossa! E invece mi

PLAYLIST: DANIELE BALDELLI 01: HOT R.S. Slow Blow (1977) 02: ROUNDTREE Get On Up (1978) 03: BAY CITY ROLLERS Don’t Stop The Music (1976) 04: K.I.D. Don’t Stop (1980) 05: KISSING THE PINK Big Man Restless (1983) 06: QUEEN SAMANTHA Take a Change (1979) 07: SAM JAM Dance and Chant (1979) 08: JERMAINE JACKSON Erucu (1976) 09: HANK CRAWFORD Sugar Free (1976) 10: SMOKEY ROBINSON Big Time (1977)

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Perché ho scelto questi brani? Non c’è un vero perché, suono sempre quello che mi piace. Dovevo selezionarne solo dieci di brani e non volevo fare un torto ad altri quattro o cinquemila titoli, quindi mi limito a raccontare giusto qualche aneddoto o curiosità. Slow Blow di Hot R.S. l’ho comprato perché sulla copertina c’era la modella Veruska nuda e poi alla Dimar di Rimini gli ellepì non te li facevano ascoltare... Don’t Stop The Music dei Bay City Rollers era davvero una grande hit alla Baia Degli Angeli! Big Man Restless dei Kissing the Pink era invece suonatissimo al Cosmic. Erucu di Jermaine Jackson è semplicemente un grande pezzo. Sugar Free di Hank Crawford: qui c’è il groove, c’è sentimento… qui si suona! Altro che la minimale!


speciale/ 51 potevo permettere di suonare Enola Gay degli OMD a velocità lentissima, tanto nessuno capiva il testo (ride, ndr). Come dice Albertino ora i tempi sono cambiati… i ragazzi per fortuna conoscono meglio l’inglese! Nei lontani Anni 80 mi sono inventato questa cosa di suonare a velocità sfalsata i pezzi, non per puro gioco ma perché in questo atto di sfasamento accadeva qualcosa di miracoloso, tiravo fuori una musicalità inaspettata da un pezzo. Ci sono stati parecchi dj che mi hanno imitato e adesso mi sono stancato, salvo rari casi, di fare questo “giochetto” con i vinili. Albertino All’epoca, per intenderci quella che voi volete celebrare, la prima preoccupazione per un dj era trovare un modo per essere originali usando i pochi mezzi tecnici che aveva tra le mani. Non dimentichiamoci che quasi nessuno allora sapeva cosa volesse dire mixare un disco, era tutto da scoprire. Daniele Vero, prima dell’avvento dei piatti Technics c’erano i Lenco… si metteva direttamente la puntina sul disco mentre andava, si faceva a occhio e non si potevano avere grandi variazioni di velocità, mica esistevano i pitch control di adesso. Ci si doveva

ingegnare. Le cose per me, a livello tecnico, cambiarono quando sbarcarono alla Baia degli Angeli (siamo nel 1977, ndr) i due dj americani di dance music Bob e Tommy. La loro forza era giustificata dal fatto che arrivassero da New York, la città dello Studio 54, e si portavano dietro dischi introvabili qui in Italia. Albertino Vorrei sottolineare che il fulcro storico della club culture italiana è stata ed è Cattolica. Ancora oggi, non si sa per quale ragione, i club più cool sono tutti da quelle parti. Daniele Io aggiungerei anche una parte del Veneto. A Lazise ho potuto lavorare per un club straordinario come il Cosmic, un posto fichissimo (nato nel ‘79 ed esploso come mega fenomeno l’anno successivo, ndr), arredato da una ragazza che lavorava per Elio Fiorucci e scenograficamente curato da gente già al servizio dell’Opera di Verona, persone serie e preparate. — Veniamo ai giorni d’oggi, è passato davvero così tanto tempo da quel periodo che abbiamo sommariamente definito “quello dello Studio 54”? Qualcosa è rimasto, escludendo l’ovvia considerazione che la gente va ancora a ballare?

PLAYLIST: ALBERTINO 01: IDRIS MUHAMMED Could Heaven Ever Be Like This 1976 - è uno dei primi pezzi disco funk che mi hanno avvicinato al mondo della musica da ballare... 02: CHIC Everybody Dance È il primo vinile che ho acquistato in società col mio amico Ricky. 03: SUGARHILL GANG Rappers Delight Un classico della old school. Grazie a questo pezzo ho conosciuto la musica rap. 04: ERIK B AND RAKIM Paid in Full Un cult dell’hip-hop anni ‘80 super campionato. 05: M. JEFFERSON Move Your Body Il primo disco house ad entrare in classifica nella storia. 06: YAZOO Situation Mi ricorda il periodo del passaggio dalla musica disco alla house. Nei club si ballava l’elettronica inglese ed io suonavo all’ex “Studio 54” poi Rolling Stone di Milano.

07: MARRS Pump up the volume La frase “Pump up the volume” è campionata da Paid In Full di Erik B and Rakim. 08: LIL LOUIS French Kiss In questi anni (inizio anni 90) il mio programma radiofonico in onda il pomeriggio su Radio Deejay, il Deejaytime (trasmissione dedicata alla musica dance), con mio grande stupore diventa un programma cult nonchè più ascoltato d’Italia. 09: ROBIN S Show me love 1994 - questo pezzo, che forse molti conoscono per i remix attuali, l’ho scelto per rappresentare gli anni 90. 10: UNDERWORLD Born Slippy Un disco che non ho mai smesso di suonare nei miei dj set.

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Albertino Direi che quei tempi sono andati… Oggi siamo troppo esterofili per quanto riguarda la musica ma anche i dj. Oggi è fico se un dj ha un nome e cognome straniero, ha più appeal sui giovani. Io ho sempre lanciato nuovi talenti e alcuni di loro sono diventati famosi. E poi in generale oggi il pubblico dance non ha una grandissima cultura, non credo che sappia distinguere i generi o la qualità. Daniele Io sono sempre più convinto che ci sarà un ritorno a quelle origini, a quel periodo in cui i dj erano anche musicisti. ALBERTINO Diciamo che un certo tipo di musica dance ha allontanato la massa, io non mi sono mai permesso di dover stupire, di dover essere per forza fico, bisogna sapere guardare il pubblico e il suo gusto. Daniele Mi accorgo che la gente mi chiama per far riemergere musicalmente l’atmosfera e il mood dei tempi di Lazise o della Baia Degli Angeli, infatti ogni anno, intorno alla terza settimana di giugno, celebriamo un Remember La Baia Degli Angeli, e sono tanti quelli che vengono a ballare, non solo quelli di allora che oggi hanno 40 o 50 anni, ma anche molti giovanissimi •


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British Renaissance!

Berlinale! In questi giorni si sta svolgendo uno dei più bei festival di cinema nel mondo: la 59ma edizione della Berlinale. Tra i candidati all’Orso d’Oro noi facciamo il tifo per questi film: il nuovo del britannico Stephen Frears, Ricky di François Ozon, In the Electric Mist di Bertrand Tavernier, con Tommy Lee Jones e Peter Sarsgaard, La Teta Asustada (The Milk of Sorrow) di Claudia Llosa e Happy Tears di Mitchell Lichtenstein. Tra i film fuori concorso vi segnaliamo il collettivo Deutschland 09 (diretto da tredici affermati registi tedeschi, tra cui Fatih Akin e Tom Tykwer) ed Eden à l’Ouest di Costa-Gavras, con Riccardo Scamarcio e Ulrich Tukur. berlinale.de I 50 Anni Della Nouvelle Vague Anche se la data di nascita di un movimento è un fatto controverso (tuttavia il 1959, anno de I 400 Colpi di François Truffaut, sembra mettere un po’ tutti d’accordo), noi vogliamo consigliarvi alcuni film per celebrare un’epoca fondamentale del cinema europeo. à Bout De Souffle (‘60) e Une Femme Est Une Femme (‘61) di JeanLuc Godard, Toute La Memoire Du Monde (‘57) di Alain Resnais, Le Feu Follet (‘63) di Louis Malle, Ascenseur Pour L’échafaud (‘57) di Louis Malle, L’année Dernière À Marienbad (‘61) di Alain Resnais. Buona visione.

Anni 80, Inghilterra, cinema. Probabilmente molti di voi collegherebbero queste tre coordinate con questi tre film: Momenti di Gloria, Gandhi e Camera Con Vista. Tutto giusto, bravi. Ma se andiamo oltre a questo granitico terzetto che riuscì ad ottenere un’invidiabile palata di Oscar, troviamo una ricchezza nascosta, un panorama di produzioni coraggiose, visionarie e talvolta oltraggiose catalogate sotto la frettolosa definizione di British Renaissance, nuovo fenomeno culturale che prese forma all’epoca della Lady di Ferro, ricordate? La signora primo ministro Margaret Thatcher ebbe un “padrino” indispensabile: il canale televisivo Channel Four, nato nel 1982 secondo regole spregiudicate: nessuna assunzione per evitare contatti pericolosi con gli inflessibili sindacati e un utilizzo massivo delle nuove tecnologie, in netto anticipo su ciò che succede oggi. Ebbero così la possibilità di nascere film capolavori partoriti da registi spudoratamente talentuosi: Another time, Another Place di Michael Ratford (il futuro regista de Il Postino di Massimo Troisi), My Beautiful Laundrette di Stephen Frears, Lettere A Breznev di Chris Bernard, i primi lavori di Peter Greenaway e numerosissimi altri film degni di essere visti almeno una volta nella vita. Con la British Renaissance arrivò nelle sale del mondo intero un affresco vivo, inquieto e terribilmente premonitore di quello che sarebbe successo: il crollo degli ideali e delle ideologie, una nuova redistribuzione del reddito e, alla fine dei conti, un’umanità viva, delusa o confusa, alla ricerca di una nuova identità. Come stiamo facendo adesso un po’ tutti. Per godervi le immagini di questo cinema straordinariamente vivido recuperate il recentissimo saggio illustrato British Renaissance, a cura di Emanuele Martini edizioni Il Castoro. (Sopra: M. McDowell in Britannia Hospital, 1982, di Lindsay Anderson) Tommaso Toma

DONATELLA FINOCCHIARO min

La Vita Di Serge Gainsbourg Sono iniziate a Parigi le riprese del primo lungometraggio di finzione del disegnatore Joann Sfar dedicate al grandissimo cantante francese: Serge Gainsbourg (Vie Héroïque). Nel cast del film, che racconterà la sua vita dalla Seconda Guerra Mondiale agli Anni 80, figurano Éric Elmosnino, Laetitia Casta e Anna Mouglalis. Scritta dal regista, la sceneggiatura si presenta come un racconto fantastico, “dove un giovane poeta timido lascia la pittura per calcare le scene dei cabaret trasformisti degli swinging sixties”. Attendiamo ansiosi il risultato.

2 Attrice siciliana, dopo il liceo classico si iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza di Catania, ma già dopo qualche anno comincia a frequentare corsi di canto, danza e recitazione, scoprendo la sua passione per il teatro. A Roma il suo debutto (1996) al Teatro dell’Orologio. Nel 2002 esordisce al cinema come protagonista del bel film Angela, regia di Roberta Torre. Poi recita per Roberto Andò, Davide Ferrario, Franco Battiato e nel 2005 per Marco Bellocchio ne Il Regista di Matrimoni, grazie al quale ottiene il Globo D’Oro della stampa estera come attrice rivelazione. L’abbiamo recentemente apprezzata ne I Galantuomini del pugliese Edoardo Winespeare con cui incassa, al Festival Internazionale del Film di Roma 08, il Marc’Aurelio d’Argento per la migliore attrice protagonista.

DVD Novità Il film scandalo Amen di Costantin Costa-Gravas, uscito sul grande schermo la primavera scorsa e presto tolto dalle sale, perché il regista ha affrontato il silenzio del Vaticano di fronte ai crimini compiuti dalle SS. Un tema talmente delicato da scatenare la censura anche contro il discusso manifesto, ideato da Oliviero Toscani. La seconda novità è lo struggente The Saddest Music In The World di Guy Maddin, girato in un bellissimo bianco e nero, con un tocco post moderno di rara abilità dove la protagonista assoluta è una strepitosa Isabella Rossellini. Entrambi i DVD sono distribuiti dalla Dolmen. dolmenhv.com

RODEO Qual è il film più bello che hai visto nel 2008? DONATELLA FINOCCHIARO Gomorra... sicuramente,

(Tommaso Toma)

donatellafinocchiaro.com TT

credo che raccontare quella realtà agghiacciante con quei toni asciutti, veri, quasi da documentario e quindi assolutamente drammatici sia un grande merito che bisogna riconoscere a Matteo Garrone e agli impeccabili attori che ha scelto R E in assoluto? DF Blade Runner, un vero capolavoro del cinema! R Quello che hai visto al cinema più volte? DF Non vado a vedere i film più volte al cinema, se mi sono piaciuti davvero li rivedo in dvd a distanza di anni R Il primo? DF Forse Il Tempo delle Mele ma non mi ha proprio cambiato la vita... La colonna sonora però te la potrei cantare in questo momento! R Il più bel film musicale? DF Ultimamente sono rimasta folgorata da Moulin Rouge! di Baz Lurhmann. Stupendo, anche se la Kidman non mi fa impazzire in quel film R Quello che ti ha fatto ridere di più? DF Burn After Reading dei fratelli Cohen. Ho riso tanto, Rodeo M aga zi n e FEBBR AIO

ho trovato Brad Pitt geniale, per non parlare di George Clooney, strepitoso! In generale amo l’umorismo sottile e intelligente, non vado a vedere i film comici, al cinema preferisco piangere... R E piangere? DF Ho scelto di fare l’attrice proprio perché mi commuovevo di fronte allo schermo… Quando andavo al cinema o a teatro mi emozionavo sempre, piangevo, ero una ragazzina sensibilona! Dopo qualche anno ho pensato che sarei potuta essere io il tramite di quelle emozioni e così sono diventata attrice. I film per cui ho pianto? Troppi! Ma adesso mi emoziono meno facilmente R La sala cinematografica più bella? DF Il King, l’Ariston a Catania e l’Eden a Roma. L’importante è che abbia uno schermo grande. Le multisala non fanno per me, il cinema deve farti sognare e l’immagine e la qualità della proiezione è fondamentale R L’attore che emana maggior fascino? DF Clooney e Pitt ma anche gli italiani Sergio Castellitto, Alessio Boni, Luigi Lo Cascio, Raul Bova R E l’attrice? DF A me piacciono le bionde gelide: la Kidman, Foster, Thurman. I miei opposti R Un attore sopravvalutato? DF Forse un po’ Tom Cruise. R La scena più intensa che hai fatto? DF Le scene di violenza, mi sono capitate in diversi film: La Fiamma sul Ghiaccio, Il Dolce e l’Amaro. Non sono mai piacevoli. Verso il finale de I Galantuomini, il mio ultimo film, ho dovuto affrontare un pianto straziante che quando al terzo, quarto ciak è venuto non riuscivo più a fermarlo R Il regista con il quale vorresti lavorare? DF Sicuramente Matteo Garrone, Paolo Sorrentino, di nuovo Marco Bellocchio… R Il regista che stimi di più? DF La parola stima non può che legarsi a Marco Bellocchio R Fai collezione di dvd di qualche regista/ attore? DF Non faccio collezione di niente!


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thomas Vinterberg Evviva le Sceneggiate in Famiglia Arriva dalla Danimarca, come Lars von Trier. Thomas Vinterberg e Lars sono molto amici, assieme avevano dato vita allo storico movimento Dogma 95, il cui celebre manifesto rimanda a una sorta di “voto di castità” registica, prescrivendo una messa in scena essenziale e priva di qualsiasi artificio. Una dichiarazione estetica copiatissima nel mondo cinematografico intero. Per Vinterberg, tuttavia, il momento della svolta fu il 1998 con la realizzazione del film Festen, potente pellicola che suscitò un grande clamore, riscuotendo un enorme successo e conquistando innumerevoli riconoscimenti, compreso il Premio della Giuria a Cannes. Vinterberg lavora poi anche con i grandi attori USA e gira Le forze del destino (2003), che vede come protagonisti Joaquin Phoenix, Claire Danes e Sean Penn. Dopo il controverso Dear Wendy, scritto da Lars von Trier, sta per uscire anche da noi Riunione Di Famiglia che segna il ritorno di Vinterberg nella sua patria, anche se il film è pieno di omaggi all’Italia, della quale riprende i forti colori del paesaggio, i litigi, le urla e alcune scoppiettanti sceneggiate amorose. Intervista tommaso toma Fotografia GUIDO GAZZILLI

teodorafilm.com

DA PICCOLO, QUANDO ANDAVO AL CINEMA A VEDERE FILM ITALIANI, PENSAVO A VOI COME L’UNICO POPOLO EUROPEO CHE POTESSE CAPIRMI.

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cinema/55 — Partiamo da un elemento importante di Riunione Di Famiglia: la luce e i paesaggi. Bellissimi, c’è tanto calore e luce, sembra un film girato in Italia, che ne pensi? Oh, grazie, devo ammettere che molti film italiani, su tutti quelli di Federico Fellini, e i paesaggi italiani, soprattutto la Toscana, sono stati di ispirazione per realizzare Riunione Di Famiglia. Possiamo dire che abbiamo lavorato molto con i colori organici e caldi, pieni, come il giallo o l’arancio, proprio come faceva Fellini. L’effetto notte lo abbiamo realizzato con dei blu pieni, una resa della luce quasi innaturale. Questo è un film “colorato”, una reazione al pallore che c’è dalle mie parti… ma è anche una scelta estetica perché ho eliminato la desolazione scenografica e il tipo di illuminazione che oggi prevale nelle immagini dei film nordici, specialmente danesi. — Sembra anche un film lontano dal presente, colpisce il fatto che questa rutilante storia non si riesca a collocare in un’epoca precisa… La questione è… che volevo compiere una fuga da ciò che mi circonda… Se volevo fare qualcosa di contemporaneo, attuale sarebbe stato meglio scegliere dei toni freddi, visto che in Danimarca non stiamo attraversando i momenti più “caldi” della nostra storia (ride, ndr)! “Due ore di sole in una vita molto grigia”: così potrei riassumere il concetto di partenza per il film. Per questo ho dovuto tirarlo via dalla realtà e crearlo senza una collocazione temporale. Alla fine direi che questo è un film quasi onirico! — Eppure ci sono dei personaggi come il tenore playboy o la mamma “femminista” del giovane protagonista che convive con una donna, che hanno un atteggiamento molto Anni 70, sei d’accordo? Penso che “zio” Anna e la mamma siano veramente Anni 70! E si può dire che il giovane Sebastian (il protagonista principale, ndr) possieda una parte della mia personalità, da bambino ero abbastanza timido e mi sa che è per questo che faccio balbettare il giovane protagonista… E pensare che ora ho 40 anni, sono un pochino “corrotto” e ho una fidanzata molto giovane, così in una certa maniera rappresento il tenore, il vero papà del protagonista. Tornando al tempo filmico… ripeto, abbiamo cercato di fuggire dalla realtà com’è adesso a Copenhagen. — La storia del film vive di momenti ilari e spiazzanti tipici delle commedie di ispirazione vaudeville… Forse sì, ma non appositamente ho utilizzato quel tipo di struttura narrativa, ma sai, quando rubi da altri generi o registi, spesso non lo fai di proposito, è una cosa che semplicemente succede… ammetto le similarità dunque. — La critica danese ha accusato il tuo film di essere troppo “urlato”, troppi litigi e momenti esplosivi. A me pare invece un altro omaggio all’Italia! Questo è quello che penso! Io mi sento molto vicino alla sensibilità tipica di un mediterraneo, di un italiano. Sento la vita attraverso forti emozioni, mi infervoro facilmente, rido e piango con maggiore frequenza rispetto a un nordico! (ride, ndr). In Danimarca pensiamo che gli italiani urlino e piangano troppo spesso… ma a me non dispiace, perché durante la mia infanzia sono vissuto in una situazione ambientale dove urla e pianti erano frequenti. — Ci spieghi meglio? Sono cresciuto dentro una vera e propria comune, stile hippy, vivevo in un luogo dove la mia famiglia interagiva continuamente con almeno altre 14 persone che ci vivevano accanto. Addirittura per i primi anni della mia esistenza ho vissuto nel quartiere di Cristiania a Copenhagen, un posto molto famoso anche per i turisti italiani che vengono in vacanza dalle nostre parti. E spesso capitava che la vicinanza così stretta causasse situazioni impreviste come urla o manifestazioni d’affetto o repulsione molto forti, qui la gente s’innamorava facilmente, faceva sesso e poi si litigava. E così tutto questo mondo mi è rimasto dentro. Da piccolo, quando andavo al cinema a vedere film italiani, pensavo a voi come l’unico popolo europeo che potesse capirmi, che potesse entrare in completa sintonia con il mio ambiente. — Molto divertente è la parte del film dedicata al cuoco svedese superstar e alla sua devota crew. Anche qui ci sono scene di isterismo paradossali! Direi che in generale gli atteggiamenti isterici del cuoco e dei suoi assistenti che vivono ogni decisione dello chef con assurdi atteggiamenti patologici riflettono le situazioni tipiche che accadono quando ci si trova in un ambiente dove sta operando un artista un po’ sopra le righe! Sai, quei momenti dove lui è in azione e tutte le persone che gli stanno intorno non aspettano altro che assisterlo, consolarlo… (ride, ndr). Succede spesso di vedere cuochi famosi che si comportino tra i fornelli di un grande ristorante come delle bizzarre rockstar o come alcuni stilisti nel loro atelier o i registi su un set cinematografico… Vale per molti lavori. Comunque gli svedesi non sono così... diciamo emotivamente volubili, anzi! — Riunione Di Famiglia mette anche a nudo le fragilità degli esseri

Fotogrammi dal nuovo film di Vinterberg Riunione Di Famiglia

umani, effettivamente il film vive di momenti molto forti dal punto di vista emotivo, oltre agli atteggiamenti bizzarri e le urla, c’è molta conflittualità scaturita dai sentimenti d’amore… Sì, da alcune scene si capisce che spesso gli uomini non riescono a gestire le proprie emozioni. Nel film ho cercato di mettere a confronto le due nature dell’uomo: quella pura, giovane e innocente e quella corrotta e viziosa. Inoltre, ho voluto esaminare i due aspetti dell’amore: quello immenso, incomprensibile e totalizzante, che ti paralizza, e quello che si è affievolito con gli anni e rischia di lasciare un vuoto assordante. — Anche in Italia il bellissimo Festen scritto e diretto secondo il Dogma è considerato un film di culto. Volevo chiederti da dove arriva il tuo amore per le storie che nascono dai conflitti in famiglia? Penso di aver dato la risposta parlandoti della mia crescita in una comunità, da bambino ho speso la maggior parte del tempo insieme a un sacco di persone. È molto interessante la questione delle relazioni familiari, perché non sono decise da noi, è un destino che ti fa avere questa gente intorno a te. Può essere, come nel mio, un caso “claustrofobico”. Comunque anche nella mia situazione, ho ricevuto amore e attenzione… — A proposito del mitico movimento Dogma 95, che fine ha fatto? Dogma era fantastico, era un’esplosione di luce e chiarezza, ma eravamo negli Anni 90 e adesso la luce è sparita e l’onda si è frantumata. E Dogma è diventato una moda. E quindi Dogma è morto. — Hai girato un video per la canzone The Day That Never Comes dei Metallica, che tipo di esperienza è stata lavorare per una band icona del rock? I Metallica siano una grande band ma non è la musica che ascolto regolarmente… Comunque ho trovato quel pezzo interessante, potente e ben riuscito, un po’ come tutto il loro nuovo disco. Un album “monumentale” direi. Lavorare con i Metallica lo ritengo molto importante per la mia carriera perché il significato finale del video è un messaggio di pace nel mondo. Ho saputo che molti soldati americani impegnati nella guerra in Iraq ascoltano nel loro iPod i Metallica e il nostro video è dichiaratamente un invito a non uccidere. Tutto questo ha dato vita a una combinazione molto interessante… A te è piaciuto? — Direi che mi ha fatto pensare a Hurt Locker di Kathryn Bigelow, hai saputo creare un’atmosfera epica e drammatica nello stesso tempo. Grazie, è tutto quello che volevo sentirmi dire… — Ultima curiosità, hai diretto Sean Penn, cosa pensi di questo grande talento? Sean è un eroe! Per me è stato un onore lavorare con lui. Lui è un intellettuale, di sinistra, un rosso, un politico, è umile ed è uno degli attori più bravi del mondo. Tutto quello che io amo! E mi piacerebbe lavorare di nuovo assieme ma non glielo chiederò prima di avere in mano una sceneggiatura perfetta! •

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Fotografia Vicky Trombetta. Realizzazione Marcelo Burlon. Grooming Federico Ghezzi / Victoria’s. Modello Jon Kortajarena / Beatrice Models. Abiti del modello. Postproduzione Numerique.

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Fotografia Paul Maffi. Hair Miki/Tim Howard. Make Up Valery Gherman/Defacto. Costume Lisa Marie Fernandez. Modella Olya/Women. Si ringrazia Marc and Ross / KM TRIBECA.


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62 /leggere

GIUSEPPE GENNA COME SI DISIMPARA AD AMARE L’ITALIA

Il 2008 da ricordare Tommaso Pincio, Cinacittà (Einaudi, pp. 340, euro 17): la sconvolgente ucronia di una Roma assediata dal riscaldamento atmosferico e dai cinesi, per uno sguardo catastrofico e romanzesco sulla Caput Mundi ridotta a ventre putrescente della nostra società, tra Fellini e Philip K. Dick. Mario Desiati, Il paese delle spose infelici (Mondadori, pp. 240, euro 17,50): il terzo romanzo, della maturità, del giovane autore pugliese, in cui la Taranto degli anni Ottanta e Novanta, tra videopolitica, disastro ambientale e malamministrazione, diviene l’emblema dell’odierno Bel Paese. Letizia Muratori, La casa madre (Adelphi, pp. 120, euro 16): un libro profondo e leggero, fatto di due racconti speculari, sul ricordo delle bambole Cabbage Patch come nascita del virtuale negli anni Ottanta e su un bambino che gioca con certe ambigue Winx in carne, ossa e… minigonne nella pineta dietro casa. Mario Maffi, Tamigi (Il Saggiatore, pp. 288, euro 18,50): uno straordinario viaggio psicogeografico tra le memorie letterarie, architettoniche, leggendarie del grande fiume londinese, dai secoli passati ad oggi. Uno sguardo dall’acqua sulle metamorfosi della grande metropoli europea. Mario Benedetti, Pitture nere su carta (Mondadori, pp. 120, euro 14): torna il poeta di Umana Gloria, ma stavolta con versi raggrumati e incisivi. Schegge, lampi, oscurità aspra, come traumatici giochi di luce livida su una tela di Rothko. Un incubo lirico. Angelo Sindaco, Skinstreet: The Skinhead Way of Life (Drago, pp. 160, euro 26). Tra le più controverse e stigmatizzate sottoculture, quella degli skinheads è qui attraversata dall’interno, in tutte le sue dimensioni geosociali, dall’occhio fotografico, complice, di Angelo Sindaco. Un reportage per immagini, come già il precedente Amplified Youth, che ci dice degli Skin, più di quanto cronaca o teorie non sappiano raccontarci. (Enzo Mansueto)

La definizione di autofiction restituisce solo pallidamente ciò che Italia De Profundis, l’ultimo oggetto narrativo firmato Giuseppe Genna (minimum fax, pp. 352, euro 15), è. Un’instabile scrittura di sé, che sutura storie e memorie personali indicibili, dal ritrovamento del cadavere del padre nella solitudine domestica del Capodanno a degradanti esperienze sessuali a esperimenti con l’eroina, l’eutanasia, sino ad un infernale e grottesco viaggio finale in un villaggio turistico siciliano. Il tutto composto con frammenti eterogenei di cronaca, echi massmediali, protesi web che ci sbattono nell’inferno contemporaneo. Una scrittura che si fa carico delle mutazioni profonde in atto nella società e che supera d’un balzo ogni cerebralità neoavanguardistica e ogni residuo ideologismo. Anche per questo il libro sta avendo ampia risonanza. Italia De Profundis è il testo narrativo italiano più importante dell’annata appena trascorsa. giugenna.com Intervista ENZO MANSUETO

— Se Dies Irae liquidava venticinque anni di decadente storia patria, IDP appare come la clausola testamentaria di una Nazione in rigor mortis: c’è un collegamento tra i due testi? IDP è l’ideale continuazione di Dies Irae, nel senso che porta a compimento l’idea stessa della dissoluzione e rigenerazione del personaggio e del Paese. — Colpisce, nell’agghiacciata e terminale critica dei costumi dell’Italia presente, l’assenza di pose snob, un autocoinvolgimento distruttivo, liquidatorio: narcisismo, terapia dell’Io o autoflagellazione moralista? IDP è per me un processo di disintossicazione dalle scorie dell’Io, anche se può apparire un’operazione di narcisismo. La questione è porsi materialmente la domanda: «Chi è Io?». — L’umanità qui rappresentata pare avere subìto una mutazione definitiva, dalla condizione degli «alienati» a quella degli «alieni»: da questo punto di vista, i riferimenti di certa critica all’ultimo Pasolini non risultano superati? Ti ringrazio di questa domanda! È a Burroughs che guardo, non a Pasolini. Tento di rappresentare ciò che è antiumano ed è penetrato nell’umano – la scomparsa dell’empatia, dell’amore, della pietà. — Ti stupisce che un libro così difficile e duro si sia guadagnato una visibilità così ampia? Moltissimo. E’ merito soprattutto dell’editore, minimum fax, a cui noi lettori dovremmo gratitudine per la battaglia culturale che da quindici anni sta conducendo. — In un testo che scardina le categorie della fiction, del diario, del reportage, si afferma l’erranza interminata di uno zibaldone, in cui il precario principio di coerenza è garantito da una cosa di nome «Giuseppe Genna»: c’entrano i tuoi esordi poetici? Rodeo M aga zi n e FEBBR AIO

Uno dei testi matrice per IDP è il poemetto Aprire di Antonio Porta, la sua impietosa scansione poetica, l’autodissolvimento personale in una vicenda che pare una fiction poetica nera. — I materiali sul web, i booktrailer da te prodotti costituiscono protesi parassitarie della scrittura: dove finisce davvero IDP? Spero che un’opera oggi abbia terminazioni indefinite e prolungamenti che allarghino con ogni mezzo la narrazione. — Una forza centrifuga si emana dunque dalla pagina di IDP, verso nuove scritture e ibridazioni multimediali. Cosa ci riserva per il futuro Giuseppe Genna? La pubblicazione di questo libro apre una crisi personale. Mi è necessario scrivere, ma non più di mie ossessioni. Una disintossicazione è avvenuta. Penso muteranno stile e temi. Guardo alla tragedia. Ora, scriverei un libro fatto solo di domande. Enzo Mansueto


onitsukatiger.it

ultimatel 81 specia

L E O R I G I N A L I O N I T S U K A T I G E R - U LT I M AT E 8 1 - L E T R O V I N E I N E G O Z I C H E E S P O N G O N O L A TA R G A AU T H O R I Z E D D E A L E R


64 /leggere Vai al cinema e prima dell’inizio dello spettacolo ti obbligano alla visione dei soliti 4 trailer. Quei pochi minuti di montaggio vorticoso e sincopato, di suoni sparati alla massima potenza e di frasi ad effetto condizioneranno la tua voglia di andare a vedere quel film o di ignorarlo. Il limite fra il “deve essere bello” e “che gran cazzata” sarà determinato da quei 90 secondi. Credi sia bello? Andrai a vederlo! Poi torni a casa. Hai voglia di silenzio e di una buona lettura. CERCHI QUALCOSA CHE TI POSSA IMMEDIATAMENTE FAR VENIRE VOGLIA DI LEGGERE QUEL LIBRO E NON QUELL’ALTRO, che ti faccia capire subito in che universo ti calerai nei prossimi giorni/settimane/mesi e soprattutto se quel mondo ti interessa o no. Ecco… questo vorrebbe essere lo spazio che avete davanti agli occhi… NIENT’ALTRO CHE UN TRAILER “LIBRARIO” PIÙ CHE LETTERARIO, il più chiaro, diretto e distaccato possibile. Partiamo con 15 brevi passaggi per riassumere le 230 pagine de IL FANTASMA ESCE DI SCENA (Einaudi, euro 19), L’ULTIMO LIBRO DI PHILIP ROTH, scrittore americano ultrasettantenne, vincitore di tutti i premi letterari immaginabili… ad eccezione del più famoso Nobel per la Letteratura. 15 estratti per descrivere la forza, la vitalità, le problematiche di quello che molti ritengono il più importante scrittore americano vivente e del suo alter ego Nathan Zuckerman.

Testo FRANCESCO FOPPOLI

il fantasma esce di scena di philIp roth

Il romanzo è il classico “Philip Roth” degli ultimi anni. Dopo essere vissuto per 11 anni lontano dal mondo, coltivando solo la sua arte letteraria, il vecchio Nathan, ormai incontinente ed impotente, decide di ritornare a New York per sottoporsi ad un’operazione che potrebbe alleviare il suo disturbo alla prostata. Inizia così un viaggio fisico e mentale che gli darà l’effimera speranza di poter tornare l’uomo eroticamente potente, virilmente sfrontato di una volta. Proverà a far innamorare una giovane che vuole fuggire da N.Y., perché non vuole essere fatta fuori in nome di Allah. Cercherà lo scontro con un aspirante biografo, invidiato per quello che rappresenta ai suoi occhi: l’insolenza e la vitalità dei giovani. Quell’arroganza che lo caratterizzava ai tempi del suo irrefrenabile potere virile. Si imbatterà in una vecchia amica, una volta fisicamente irresistibile, ora devastata nel corpo da un male incurabile e nella mente da un’infanzia tragica di persecuzioni naziste. E ancora Billy, talmente innamorato della moglie da voler ripercorrere tutti i luoghi dove lei ha vissuto.

pg 025 — Alla fine ero rimasto lontano per disfarmi di ciò che non mi interessava più e per liberarmi delle prolungate conseguenze degli errori di una vita.

028 — Come un fantasma che tornasse dopo una lunga assenza…la vita sembrava di nuovo SENZA LIMITI.

pg

043 — Quei giorni spettacolari in cui non arretri davanti a nulla e hai sempre ragione. Ogni cosa è un bersaglio, vai all’attacco e hai sempre ragione tu, solo tu. pg 107 — C’è un bel po’ di rabbia là fuori! pg

045 — Guardi… che gli uomini vecchi odino gli uomini giovani è cosa nota.

pg

089 — Tu stai morendo, vecchio! Presto sarai morto. Puzzi come una carogna. Puzzi come la morte!

pg

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leggere/65 O Larry che, da bambino, aveva già pianificato la propria vita a venire, ad eccezione dell’atto finale.

I destini dei personaggi si incrociano; si scambiano informazioni e abitazioni, si lasciano andare ai ricordi o alle false speranze. I veri fatti della vita si mischiano con l’invenzione.

158 — Per la maggior parte della gente, dire “sono rimasta ferma all’infanzia per tutta la vita” significherebbe “sono rimasta innocente e tutto è stato bello.” Per lei… significa quando ero giovane, ho sofferto così tanto che, in un modo o nell’altro, ci sono rimasta per sempre. pg 175 — Billy è geloso dei miei sogni. Quando vado in bagno, è geloso del bagno. È geloso della mia biancheria. In tutte le tasche dei suoi calzoni ci sono dei miei indumenti intimi. pg

Quanto è vero il “terribile segreto” che ha devastato gli ultimi anni di vita del grande scrittore Lonoff? Non è troppo simile al segreto di Nathaniel Hawthorne?

pg

E quanto corrispondono a realtà le prove di seduzione fra Nathan e Amy?

pg 197 — È il nostro tempo, è la nostra umanità. Dobbiamo farne parte anche noi.

Alla fine tutto si riduce allo scontro fra i <NON ANCORA>, “l’ignara gioventù, furente di salute e armata di tempo fino ai denti”, giovani che ancora tanto devono cogliere dalla vita, inconsapevoli dell’importanza delle cose, e i <NON PIÙ>, i vecchi che ormai non possono più pretendere nulla e, per questo, incapaci di difendersi, preferiscono scomparire dal mondo e rinunciare alla vita.

pg

Si giunge così alla fine di un romanzo che presenta anche forti richiami politici. La certezza di un rinnovamento che i protagonisti giovani identificano nella non rielezione del 2004 di Bush, si infrange contro la realtà di interessi economici di coloro che detengono IL POTERE.

pg 181 — Ho sentito del ragazzo della squadra di tennis di Tulane che durante l’estate del suo 14° anno le ha spinto il cazzo così in fondo alla gola da costringerla a vomitargli addosso.

FAMOUS LAST WORDS Le ultime parole sono l’incitamento di un vecchio al suo oggetto di attrazione erotica, a colei che rappresenta il suo appiglio all’emozione della vita. L’invito è quello di seguire le parole di Joseph Conrad nell’incipit de LA LINEA D’OMBRA: “Soltanto i giovani hanno momenti simili. Momenti di noia, di stanchezza, di insoddisfazione. Momenti precipitosi. Parlo di quei momenti in cui chi è ancora giovane è pronto a compiere atti avventati, come sposarsi all’improvviso o abbandonare un lavoro senza motivo alcuno.”

pg

Tutto finito? Non proprio. PHILIP ROTH ha in serbo altre 5 righe e mezzo in corsivo che cambiano il finale.

pg

IL FANTASMA ESCE DI SCENA. Gli adoratori di Roth lo avranno già letto. Per coloro che invece si avvicinano per la prima volta alla sua narrativa, non si tratta del miglior modo per entrare nel mondo di Nathan Zuckerman. Forse è meglio tornare in libreria e leggersi PASTORALE AMERICANA.

007 — Figlio unico, su un quadernetto etichettato “Cose da fare”, da bambino, stilò un elenco di programmi per il futuro che seguì alla lettera per il resto della vita.

212 — Aprite le porte a ciò che ripugna!

200 — Costoro non sono dei <NON PIÙ>, ormai privi di certe facoltà, fuori controllo, vergognosamente spossessati di se stessi, segnati dalla perdita e colpiti dall’organica ribellione scatenata dal corpo contro gli anziani; sono i <NON ANCORA>, e, non hanno ancora capito con quale rapidità le cose prenderanno un’altra piega.” Pg 167 — Se gli amici di Bush fossero i soli che hanno votato per lui, staremmo molto meglio. No???”

226 (mancano le ultime righe) LUI: Stai per attraversare la linea d’ombra di Conrad, prima dall’infanzia alla maturità, poi dalla maturità a qualche altra cosa. LEI: Alla follia. Presto ci sarò. LUI: Bene. Corri. Verso la follia. Butta i vestiti e gettati nel bayou. Nell’acqua color caffelatte piena di vecchi alberi morti.

IL FANTASMA ESCE DI SCENA DI PHILIP ROTH Trad. Vincenzo Mantovani Einaudi Supercoralli pp. 230 / euro 19 / einaudi.it

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66 /evolution

ALBERTO MEDA Il Sole per l’Acqua

econews di daniele bossari Risonanza da record I ricercatori IBM di Almaden, in collaborazione con il Center for Probing the Nanoscale alla Stanford University, hanno dimostrato l’imaging a risonanza magnetica (MRI) con una risoluzione 100 milioni di volte più alta rispetto alla risonanza magnetica tradizionale. Questo risultato, pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS), autorevole rivista scientifica americana, rappresenta un traguardo importante per la biologia molecolare e la nanotecnologia, offrendo la possibilità di studiare strutture tridimensionali complesse su nanoscala. Questa tecnologia è destinata a rivoluzionare il modo in cui osserviamo virus, batteri, proteine e altri elementi biologici. Forza artificiale Armature che aiutano l’uomo ad affrontare gli sforzi più impegnativi o a superare gravi handicap fisici. Appartiene alla prima categoria l’esoscheletro giapponese sviluppato dalla Tokyo University of Agriculture and Technology. Nasce infatti per aiutare agricoltori e giardinieri in età avanzata, specie quando sono alle prese con la vegetazione più “robusta”. E’ provvisto di otto motori e sedici sensori ma benché esista un prototipo già funzionante, per acquistarla bisognerà aspettare circa tre anni. Prezzo ipotizzato: tra i 4 e gli 8000 euro. É invece destinato a chi è affetto da distrofia muscolare o altre patologie invalidanti, l’esoscheletro a cui stanno lavorando alla University of California. L’ingegnosa tuta-armatura è provvista di elettrodi non invasivi, che si appoggiano sulla pelle e rilevano i movimenti da compiere. Questi modelli si aggiungono al già esistente Hal, creato dallo scienziato nipponico Yoshiyuki Sankai e in commercio dallo scorso ottobre. Energia dalle onde dell’oceano É nata ad Agucadoura, Portogallo, al largo della costa atlantica, la prima “fattoria delle onde” al mondo, capace di produrre energia elettrica sfruttando le oscillazioni prodotte dalle onde oceaniche. Per catturare l’energia vengono impiegati 4 convertitori di carbonio e acciaio lunghi 142 metri e del peso di 700 tonnellate, disegnati e costruiti dalla Pelamis Wave Power. Producono energia pulita per almeno 1.500 abitazioni. Si prevede che la stazione di Agucadoura aprirà altre 25 unità di conversione nel prossimo periodo, fino a generare un totale di 21 Mega Watt.

Intervista LORENZA CHIARLONE

Da sempre il design italiano è all’avanguardia: ispirato, geniale, ammirato. Oggi è anche funzionale. Mai come negli ultimi anni, i designer hanno cambiato le regole della creatività, aggiun-gendo al fascino dell’oggetto l’efficienza. Cose belle, e utili. Alberto Meda è uno dei maggiori designer industriali contemporanei. Inizia la carriera, giovanissimo, nella Kartell, per poi collaborare con Alfa Romeo e Gaggia. Più volte Compasso d’oro è oggi una delle figure di riferimento per la progettazione italiana. Di ritorno da un viaggio in Etiopia, comincia a elaborare un progetto per un contenitore in pet trasparente, capace di depurare l’acqua contaminata attraverso la radiazione solare. É nata così la Solar Bottle, progetto ancora oggi in cerca di un investitore. In quest’intervista Alberto Meda ci racconta tutto della “bottiglia magica”. albertomeda.com Testo GIOVANNI GASTEL

— Da dove arriva l’idea di Solar Bottle? La bottiglia nasce in seguito ad un viaggio in Etiopia che mi ha messo in contatto diretto con la problematica dell’acqua. Da quelle parti la gente è costretta ad affrontare viaggi di chilometri a piedi per procurarsi acqua non potabile e gli agenti patogeni di malattie letali vengono trasmessi bevendo: non c’è scampo. Vedere di persona la condizione in cui vivono mi ha colpito molto, ricordo che ogni tanto bambini mi chiedevano bottiglie di acqua usata, che normalmente gettiamo. Mi sono chiesto il perché. Una volta rientrato a Milano, ho ricevuto un invito per realizzare un progetto sul tema dell’acqua. Era così forte il ricordo della mia esperienza africana che ho cominciato a riflettere sul problema, immaginando un sistema per depurare l’acqua senza doverla pastorizzare, poiché questo processo richiede energia, combustione: legna. Un problema, in Africa. — In cosa consiste esattamente la depurazione dell’acqua attraverso i raggi solari? Mi sono casualmente imbattuto nel sito della Sodis-Solar Disinfection, un sistema scoperto da un istituto di ricerca Svizzero che da anni divulga il proprio know-how: prendere bottiglie d’acqua costruite in pet ed esporle al sole per un periodo di circa 5-6 ore. Le molecole degli agenti patogeni presenti nell’acqua, come il colera, vengono scomposte e rese innocue dai raggi UV-A del sole. L’acqua che conteneva molecole nocive si depura. Questo mi ha molto colpito. Il prodotto era efficace, così mi sono concentrato sulla forma: il diametro non era ancora comodo da trasportare. Un altro problema è che la gente si sposta per chilometri per cercare fonti d’acqua: bisognava trovare un compromesso tra dimensione del contenitore e necessità di depurazione. — Quale modus operandi hai adottato per arrivare all’idea finale? Sperimentazione, ricerca, studi, collaborazioni. Occorreva uno spessore più sottile, e c’era bisogno di ingrandire il volume fino a poter ospitare 4 litri di acqua: la superficie deve essere più ampia, più schiacciata, per assorbire meglio i Rodeo M aga zi n e FEBBR AIO

raggi del sole. Per ottimizzare questo processo ho coinvolto nel progetto il giovane designer argentino Francisco Gomez Paz. — Com’è fatta una Solar Bottle? É un contenitore con due facce, una trasparente per favorire l’azione dei raggi UV-A e l’altra riflettente, per recepire la maggior quantità possibile di luce. Questo aumenta la temperatura del liquido contenuto, mentre una maniglia risolve la questione del trasporto, oltre a fungere da sostegno per esporre la bottiglia con la giusta inclinazione, poiché quella dei raggi solari varia in funzione dell’ora e della latitudine: tenere la Solar Bottle sempre perpendicolare rispetto alla luce del sole ne ottimizza l’esposizione. Essenziale è anche la grafica sul corpo della bottiglia: dev’essere comprensibile per chi non sa leggere. Vengono scelti i pittogrammi: icone disegnate per un’interpretazione chiara e accessibile a tutti del corretto utilizzo. — Quale dev’essere, secondo te, il ruolo del designer oggi? Realizzare e costruire progetti che siano non solo belli ma anche utili. L’estetica deve essere assolutamente legata alla funzionalità, dopo un’epoca in cui l’attenzione è stata rivolta a progetti più effimeri — Il progetto Solar Bottle, che ha vinto l’INDEX award 2007 è in produzione? Siamo in trattativa con diverse aziende. Se riuscissimo ad accendere l’interesse dell’industria si potrebbe innescare un fenomeno imprenditoriale più attento al sociale. Orientare la propria attività verso il benessere degli altri è un tema basico che ritengo abbia un ritorno importantissimo.


retro tech/ 67

odYssey Il gioco elettronico del futuro 1972, il Magnavox Odyssey

inaugura la dinastia dei videogiochi domestici. Progettato da Ralph H. Baer durante la seconda metà degli Anni 60, l’antenato di tutte le console era una scatola marrone che custodiva la magia del primo gioco da televisore in assoluto. Funzionava a batterie, era privo di memoria fisica, aveva un cuore analogico ed era orfano di audio. Non fu un successo commerciale. Convinto che potesse funzionare solo con i televisori Magnavox il pubblico lo accolse in maniera tiepida. Ne furono venduti solo 350mila esemplari, costava 100 sonanti dollari. Fu subito surclassato dal celebre Pong dell’Atari Inc., sulle cui confezioni campeggiava, astuto, l’avviso: “Funziona con qualsiasi apparecchio tv, bianco e nero o a colori”. • Leo Mansueto

Felice Limosani, art director. A sinistra: Liquid Story, tecnologia industriale, 3D animation, musica elettronica, luce.

A TOTAL PLAY AND LEARNING EXPERIENCE FOR ALL AGES

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68 /architettura

ABU DHABI Il Paese dei Balocchi Se rinasco architetto vado subito a giocare nel Paese dei Balocchi degli Emirati, dove tutto è concesso e anche i sogni più arditi vengono realizzati sfidando regole obsolete come statica, forza di gravità, limiti di altezza, ortogonalità, leggi urbanistiche, vincoli paesaggistici, economie di budget, tempi di costruzione, e altre quisquiglie che appesantiscono i vecchi paesi occidentali. L’illuminato Sceicco Khalifa Bin Zayed Al Nahyan, presidente degli Emirati Arabi Uniti e governatore di Abu Dhabi, da quando ha deciso che la capitale, oltre ad essere la più ricca del Golfo, sarebbe stata anche perla di cultura, non ci ha messo molto a mettere insieme un poker d’archistar di fama mondiale e a dare loro carta bianca per inventare l’edizione futurista dei musei più importanti del globo. Uno dietro l’altro, nel Distretto della Cultura. testo gisella borioli

saadiyat.ae

A sinistra: Jean Nouvel. Louvre Abu Dhabi. Courtesy Ateliers Jean Nouvel.

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architettura /69

Sopra: Frank O. Gehry. Guggenheim Abu Dhabi Museum. Courtesy Gehry Partners, LLP A destra: Jean Nouvel. Louvre Abu Dhabi. Courtesy Ateliers Jean Nouvel. In alto a destra e qui in basso: Zaha Hadid. Abu Dhabi Performing Arts Centre. Courtesy Zaha Hadid Architects.

La mostra all’Emirates Palace, in città, toglie il fiato per la bellezza e l’audacia dei progetti, presenti con plastici, foto, rendering e dichiarazioni d’intenti degli autori. Il luogo prescelto non esiste ancora. O meglio Saadiyat Island è una bianca striscia di sabbia a 500 metri dalla costa, che si trasformerà in un’isola delle meraviglie dove arte e conoscenza sono la buona ragione per residenze miliardarie, turismo d’elite e di massa, business dorati, obiettivi altrove impossibili. Gli archistar non hanno lesinato in fantasia. Il Guggenheim di Frank Gehry fa sembrare

quello di Frank Lloyd Wright di New York banale come una scala a chiocciola e quello di Bilbao un timido abbozzo: la versione abudhabiana evoca una torre di babilonia crollata con tutti i suoi vecchi saperi, decine di edifici sghembi e ammassati casualmente come macerie sono pronti ad ospitare i capolavori delle nuove arti. “Progettare un museo per Abu Dhabi ha significato immaginare un edificio che non sarebbe mai stato possibile realizzare negli Stati Uniti o in Europa” ha puntualizzato infatti Gehry. Il Louvre diventa nella trasposizione di Jean Nouvel il Classical Museum, con una fila di Rodeo M aga zi n e FEBBR AIO

piccoli edifici che stanno ordinatamente sotto una enorme cupola traslucida simile a una medusa che gioca con la luce e con l’acqua. Il Museo Marittimo di Tadao Ando è una forma purissima sospesa sull’acqua, quasi senza peso, e si visita in barca. Il Performing Arts Center di Zaha Hadid è ancora più fumettistico delle sue solite invenzioni, è un alieno che cresce smisurato con pelle di vetro e vene d’acciaio e cela all’interno ben cinque teatri e un’Accademia. Cosa è, in fondo, un Kakà perduto a confronto del’empireo in costruzione che aspetta a casa il visionario sceicco?


70 /attualità

LA RIVOLUZIONE PIGRA

C’è TANTRA E TANTRA DI jacopo fo

Siamo abituati a pensare che ci sia un solo modo per far l’amore. Non è vero. Il sesso tantrico dolce è un modo completamente diverso di concepire il contatto fisico. Se avrai voglia di fare qualche esperimento scoprirai che si possono raggiungere stati incredibili di beatitudine non facendo praticamente niente. Ma andiamo per ordine. Quando si parla di tantra yoga e del tao del sesso c’è molta confusione. Nei testi antichi il modo di esporre le idee porta a mettere sotto un’unica etichetta tre diversi modi di fare sesso. Esistono due tecniche, spesso confuse tra loro, che prevedono di arrivare all’orgasmo senza che vi sia una reale emissione del liquido seminale. Vorrei premettere che giudico questi due modi insani e un po’ assurdi e che, comunque, se vi interessa sperimentarli dovete seguire dei corsi presso maestri molto preparati perché se non sono accompagnati da particolari pratiche di rilassamento (yoga o chi kung) possono provocare anche gravi stati di irritazione e di contrazione. Quindi agite con cautela. Definirò questi due sistemi come eiaculazione ritenuta e eiaculazione asciutta (e mi prenderò tutto il merito per essere stato il primo a riuscire a descriverli in modo comprensibile). Per raggiungere l’eiaculazione ritenuta, l’uomo, quando sente avvicinarsi l’eccitazione si ferma, inspira, ritrae i muscoli addominali e contrae con forza il muscolo pubococcigeo (quello che si usa per bloccare la pipì). Quando poi lo desidera, arriva all’orgasmo ma contrae questo muscolo riuscendo a chiudere il canale dell’uretra mentre il seme sta per uscire, cioè, ne impedisce proprio la fuoriuscita. L’eiaculazione ritenuta viene erroneamente definita da alcuni come orgasmo multiplo. Non c’è nulla di multiplo. Solo che dopo la prima eiaculazione ritenuta non si perde l’erezione e si può continuare. In effetti non c’è neanche un vero orgasmo in quanto il maschio, invece di abbandonarsi al piacere e lì che si contrae. Mantiene il controllo razionale della situazione. È un sistema che serve per far bella figura, non per godere profondamente. Il sistema dell’eiaculazione asciutta prevede di far l’amore contraendo ritmicamente, lentamente, il muscolo che chiude l’ano. Dopo circa mezz’ora si ha una specie di scarica piacevole senza che però lo sperma tenti di uscire. Anche in questo caso il piacere non è molto.

Niente di questo avviene nel sesso tantrico dolce. Non bisogna preoccuparsi neppure che il pene sia in erezione. Infatti si resta a lungo uniti, senza far nulla ed è scontato che l’uomo perda l’erezione. Non importa. È sufficiente che stia dentro di lei. Ci hanno insegnato che il pene non può entrare nella vagina se non è eretto. Ma non è vero, basta usare il sistema tubetto di dentifricio semivuoto. Si stringe alla base e lo si fa scivolare dentro. Ovviamente il sesso della donna deve essere in stato di scivolosità. Perché il pene resti in posizione anche senza erezione questo modo di far l’amore richiede posizioni particolari. La più comoda è quella della forbice. Quel che accade restando così uniti è che circa dopo 31 minuti si ottiene la sintonizzazione cerebrale tra i due amanti. Uno stato di profonda empatia caratterizzato da una lieve sensazione di calore sotto l’ombelico. Questo stato di nirvana calmo è l’obiettivo. Si passa il tempo che si vuole in questo stato e poi si conclude il rapporto muovendosi in modo tradizionale e raggiungendo un orgasmo normale con eiaculazione. Ma l’orgasmo diventa molto più forte e appagante. Questo è tutto. Fare entrare lui dentro di lei, non fare niente, non muoversi, non ansimare, ascoltare il piacere di stare allacciati, lasciando andare il respiro come nel sospiro di sollievo. Riempi profondamente i polmoni e svuotali fino in fondo. Come dice Lowen: tutti sanno che chi non respira è morto. Pochi hanno capito che più si respira più si è vivi. Il resto vien da sé. L’unica difficoltà è che non bisogna fare proprio nulla. L’amore tantrico non si fa, bisogna lasciare che succeda da solo. La cosa essenziale è ascoltare le sensazioni. Ascoltandole il cervello razionale si spegne. Infine il sesso tantrico ti fa perdere l’ansia dell’impotenza e dell’eiaculazione precoce (si sta fermi) ed è quindi un ottimo modo per alleviare il circolo vizioso dei fallimenti e dell’ansia da prestazione. Te lo consiglio. Almeno qualche volta è da provare. Buon sesso a tutti. sessosublime.it.

Ma esiste anche un terzo sistema, poco conosciuto, che io ho chiamato tantra dolce. È caratterizzato dal fatto che non si fa nulla per trattenere l’eiaculazione o impedirla... Per comprendere questo modo di fare sesso bisogna cambiare punto di vista. L’obiettivo principale non è l’orgasmo ma uno stato di beatitudine, una specie di nirvana di coccole. Qualche cosa di simile all’estasi che abbiamo sperimentato da bambini stando sotto le coperte abbracciati alla mamma. Ma non si tratta di uno stato psicologico. È qualche cosa di fisico: una tempesta di dopamine e altre droghe naturali prodotte dal nostro corpo ci porta in uno stato di grazia. Generalmente quando si fa l’amore si è tesi, spesso l’espressione del viso è seria. A volte addirittura drammatica. Noi uomini siamo preoccupati: sarò virile?

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Fotografia/

a shimmer of possibility By Paul Graham.

Paul Graham appartiene a quella generazione di fotografi nati negli anni Cinquanta che si sono dedicati a questa disciplina in un tempo in cui non era ancora ben accetta nel sacro mondo dell’arte. Graham è stato il primo a portare il colore nel reportage sociale, rompendo a metà degli anni Ottanta l’egemonia del bianco e nero nel panorama britannico. Il suo ultimo lavoro, a shimmer of possibility (edito da steidlMACK), è ora raccolto in un unico, accessibile volume che comprende i dodici librini pubblicati per la prima volta nel 2007 in sole mille copie. L’opera ridefinisce il concetto di photobook raccontando la vita nell’America contemporanea con brevi storie visive, tra sequenze e interruzioni. paulgrahamarchive.com / steidlmack.com

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Q&A:

Paul Graham

Intervista PIER MARIO SIMULA

— Immergersi nella corrente invece di fissare i fiumi dall’esterno: un suggerimento interessante. Puoi approfondire questo punto di vista? È una semplice metafora – troppa fotografia si tuffa nel fiume della vita per poi riemergere con un bel sasso da ammirare. Invece, sarebbe forse più saggio rispecchiare qualcosa dello scorrimento delle acque, i vortici e le correnti, che parlano della natura delle nostre vite, delle forze che le muovono e le plasmano. — Come definiresti il tuo stile? Non ho uno “stile”. Garry Winogrand ha detto bene: “Non fare scatti che somiglino a fotografie che hai già visto, comprese le tue...” — Il tuo gruppo di libri, a shimmer of possibility è un insieme di ministorie. Come interagiscono tra loro? Per un certo verso sono storie, per un altro sono come Haiku visivi - piccole strofe sulla vita che rispecchiano il mondo in frammenti flottanti. — Qual è il criterio che unisce le sequenze? Nessuno – come nella vita. — Come è cambiato l’impatto della fotografia sul mondo dell’arte negli ultimi decenni? L’accettazione della fotografia nel mondo dell’arte è stata bramata a lungo finchè nei tardi anni 80 non si è avuto un parziale e selettivo consenso. Il vasto mondo dell’arte è ancora dipendente da una sinteticità creativa dell’opera – c’è la necessità di avvertire cosa l’artista ha fatto per creare l’opera. La fotografia che piace al mondo dell’arte solitamente ha un aspetto impostato che coinvolge, per esempio, un Tableaux Vivant, o uno studio con un modello o una modella costruiti e poi fotografati. Nella migliore fotografia – i lavori di Frank /Winogrand /Arbus /Evans - non esiste questo approccio, la creatività non è sintetica ma intuitivo-analitica, prende il mondo com’è e tesse una tela con i fili della vita • Rodeo M aga zi n e FEBBR AIO


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a shimmer of possibility by Paul Graham published by steidlMACK

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82 /musica

Empire Of The Sun

Maximo Park Ad un anno e mezzo dalla loro esibizione all’Independent Days tornano in Italia i Maximo Park per un’unica data allo Zion Rock Club di Conegliano (TV). Il gruppo sta ultimando il terzo album con l’aiuto del produttore Nick Launay (Nick Cave, Grinderman, Yeah Yeah Yeahs) a Los Angeles. Il nuovo disco pare sia caratterizzato da un leggero cambiamento di atmosfere: tastiere in maggior evidenza e un groove più dance. maximopark.com Antony And The Johnsons In Tour Preparatevi e prenotate ora il vostro biglietto, prima di pentirvene. La band del gigante buono Antony porterà in giro le note del nuovo disco The Crying Light e le altre stupende perle disseminate in una scarna discografia. Il 28 marzo saranno ad Ancona al Teatro delle Muse, il 29 all’Auditorium di Roma, il 31 al Teatro Politeama di Prato e il 1° aprile alla Sala Verdi del Conservatorio di Milano, in occasione della nuova edizione di Uovo. antonyandthejohnsons.com

Il Ritorno dei Röyksopp La band norvegese ha ultimato le registrazioni del terzo album in studio che si chiamerà Junior (EMI). Uscirà il 20 marzo ma noi abbiamo già sentito un po’ di brani, decisamente electropop con una spruzzata dance Anni 70. Tra gli ospiti ci sono molte voce femminili: la “solita” Anneli Drecker, le fichissime Karin Dreijer-Andersson (The Knife) e Lykke Li, infine Robyn. Ne riparleremo. royksopp.com

Expanded Radiohead Prosegue l’operazione di re-packaging del catalogo dei Radiohaead. A partire dal 24 Marzo la Capitol spedirà nei negozi nuove versioni espanse (in formato doppio cd o doppio cd + dvd) dei primi tre album della band: Pablo Honey, The Bends e OK Computer. È prevista la presenza di contenuti extra, audio e video, inediti. Annunciata anche la release in vinile, il 21 Aprile, dei 12 EP dei Radiohead, a cominciare da Drill, del 1992. radiohead.com War Child Nuova compilation per l’omonima associazione nata durante la guerra nell’ex Jugoslavia, a difesa dei bambini. Nel disco, marcato Emi, spiccano l’eccellente cover di Running To Stand Still (U2) realizzata dagli Elbow e l’immortale Heroes (Bowie) nella rivisitazione dei TV On The Radio. Inutili invece appaiono Superstition (Stevie Wonder) di Estelle e Transmission (Joy Division) nella versione senza pathos di Hot Chip. Soluzione: basta skipparle… warchild.org.uk

(Tommaso Toma)

Saranno il fenomeno pop del 2009. Gli australiani Luke Steele (ex Sleepy Jackson) e Nick Littlemore sono i protagonisti di questo epico, psichedelico e retrofuturista progetto che riesce a sincronizzare la purezza easy listening del pop Anni 80 (Fleetwood Mac e i Duran Duran di Rio su tutti) con l’eclettismo estetico stile MGMT e rockocò del film Marie Antoinette di Sofia Coppola. Non definiteli semplicisticamente una band, Luke parla degli Empire come se si trattasse di un oggetto complesso, anzi di una vera entità spirituale ed erratica, contaminata dai differenti respiri del mondo. L’album di debutto uscirà solo il 10 aprile, noi lo abbiamo già messo sullo stereo ed è davvero una bomba. Per adesso godetevi il loro singolo Walking On A Dream (EMI) e il loro myspace. Il viaggio plurisensoriale degli Empire Of The Sun è solo ai nastri di partenza. myspace.com/empireofthesunsound Tommaso Toma

Dark Was The Night É il nuovo e monumentale doppio cd (disponibile anche in triplo vinile e, of course, in digital downloading) realizzato dalla Red Hot Organization, l’associazione benefica che da oltre 20 anni raccoglie fondi per la lotta all’AIDS. In uscita il 20 febbraio su 4AD, Dark Was The Night è stato prodotto dai gemelli Aaron e Bryce Dessner dei newyorkesi The National e schiera un cast stellare costituito, ad eccezione del solo Stuart Murdoch degli scozzesi Belle & Sebastian, da fuoriclasse della scena indie americana contemporanea: Arcade Fire, Sufjan Stevens, Iron & Wine, Cat Power, Feist, Bon Iver, Beirut e The New Pornographers, tanto per citarne alcuni. La tracking list, un totale di 31 tracce, offre brani inediti e una manciata di cover eccelse e tutt’altro che prevedibili, come Cello Song di Nick Drake rivisitata dai Books insieme a Jose Gonzalez, I Was Young When I Left Home di Dylan nell’ interpretazione di Antony Hegarty e Bryce Dessner o ancora With A Girl Like You dei Troggs, riletta da Dave Sitek dei TV On The Radio. É un disco, come ha orgogliosamente dichiarato John Carlin, fondatore della Red Hot, che “cristallizza un grande momento musicale”. Un miracolo in tempi di compilation posticce e raccolte di dubbio valore artistico. darkwasthenight.com Leo Mansueto

Circlesquare/Jeremy Shaw min

2 Jeremy Shaw, giovane talento canadese di Vancouver, è anche la mente dei Circlesquare. Nel 2000, ancora diciottenne, Jeremy trovava in Trevor Jackson il mentore che lo lanciava come grande promessa della scena electro attraverso la propria label Output, ahimè ora defunta. Dopo una serie di singoli strepitosi, nel 2003 debuttava sulla lunga distanza con l’album Pre-Earthquake Anthem, viaggio electro funk di altissima qualità. Ora Jeremy ha trovato una nuova casa discografica a Berlino e uno stretto collaboratore, il talentuoso video-artista Nathan Whitford. Il secondo e nuovo album dei Circlesquare si intitola Songs About Dancing And Drugs (!K7/Audioglobe) che pare una citazione di lontane opere di Leonard Cohen e Talking Heads. Musicalmente invece, grazie a sonorità dark e minimali, sembra rievocare la new wave primitiva. myspace.com/circlesquare

RODEO Il disco che hai ascoltato di più ultimamente? JEREMY SHAW The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders From Mars David Bowie R Il primo che hai comprato JS A Smurfing Sing-Along The Smurfs R La colonna sonora dei primi baci JS Coolin’ At The Playground Ya Know? Another Bad Creation R Chi ti piaceva quando avevi quindici anni? JS Quando ero

teenager ascoltavo molto hip hop e hardcore, poi negli anni mi sono fatto una bella “dieta” musicale con la drum’n’bass. Oggi non ascolto più nessuno di questi generi. Evidentemente con l’età si cambiano gusti… R E adesso JS Twin Peaks e Live in Bari Matthew Johnson R Il cantante e la cantante più sexy JS David Bowie e Nico R Una colonna sonora per fare l’amore Rodeo M aga zi n e FEBBR AIO

JS The Disintegration Loops William Basinski R La domenica mattina JS Belle and Sebastian, Brian Eno e Lee Hazelwood R Il tuo programma radiofonico preferito e perché JS Brave New Waves CBC Radio.

Perché è un programma aperto alle contaminazioni e puoi ascoltare artisti che difficilmente hanno spazio nelle altre radio. Lo scorso anno la trasmissione è stata cancellata ma io continuo ad ascoltarla visto che molte puntate le ho registrate. E sono ancora attuali R Un disco da salvare JS The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders From Mars David Bowie R E una canzone JS Doot Doot (12” version) Fruer R Un artista italiano JS Giorgio Moroder! R Le tue cover version preferite JS Kangaroo dei Big Star rifatta dai This Mortal Coil, Always on My Mind (Elvis Presley) Pet Shop Boys, We Have All The Time In The World (Louis Armstrong) My Bloody Valentine R La tua copertina preferita JS La colonna sonora di Stand By Me R Il concerto più bello che hai visto JS Public Enemy nel 1989 R Una passione inconfessabile JS L’arte R Un obbiettivo per il prossimo anno JS Fare sempre la cosa giusta!


musica/ 83

EMOTIONAL PLAYLIST Di Saturnino Missione ristabilire l’equilibrio dopo una giornata particolarmente pesante Mood di partenza stressato

Brano 13: Jardin D’Hiver di Henri Salvador A lbum : Performance! (2002) Genere : Bossanova

Brano 1: Femme Fatale di The Velvet Underground & Nico Album The Velvet Underground & Nico Genere Alt. Rock

Brano 2: Lesson Learned di John Mayer & Alicia Keys Album As I Am (2007) Genere R&B / Soul

Brano 3: Driftwood di Travis A lbum : The Man Who (1999) Genere : Alt. Rock Brano 4: Lovely Day di Billy Paul A lbum : The Best of Billy Paul (1972) Genere : R&B / Soul

Brano 5: Fishing for a Dream di Turin Brakes A lbum : Jackinabox (2005) Genere : Pop/Folk

Mood di arrivo sereno

Brano 8: It’s Amazing di Jem A lbum : Sex and the City: Music From The Original Motion Picture (2008) Genere : Power Pop

Brano 9: Galaxy of the Lost di Lightspeed Champion A lbum : Falling Off Lavender Bridge (2008) Genere : Alt. Rock Brano 10: Così Ti Amo di Nina Simone A lbum : Tell It Like It Is (1969) Genere : R&B / Soul

Brano 11: Flute Concerto No.1 in G Major, K 313: III. Rondo: Tempo di Minuetto di Academy of St. Martin in the Fields, James Galway & Sir Neville Marriner A lbum : Mozart: Flute Concertos (1997) Genere : Classica

Brano 14: (Have You Ever Been To) Electric Ladyland di The Jimi Hendrix Experience A lbum : Electric Ladyland (1968) Genere : Rock Blues Brano 15: New York I Love You di LCD Soundsystem A lbum : Sound of Silver (2006) Genere : Alt. Rock

Brano 16: La Baie di Etienne Daho A lbum : Corpes et armes (2000) Genere : French Pop Brano 17: Man Up di Eels A lbum : Yes Man, Motion Picture Soundtrack (2008) Genere : Alt. Rock

Brano 18: Je Suis Venu Te Dire Que Je M’en Vais di Serge Gainsbourg A lbum : The Originals (2006) Genere : French Pop Brano 19: Les Fleurs di Minnie Riperton A lbum : Come to My Garden (1970) Genere : R&B / Soul

Brano 6: It’s Not the Spotlight di Funk Inc. A lbum : Priced to Sell (1974) Genere : Soul/Folk Brano 7: Tom’s Dinner di DNA & Suzanne Vega A lbum : Solitude Standing (1987) Genere : Sexy Hip Hop

Brano 12: Brighter Discontent di The Submariner A lbum : Declare a new state! (2006) Genere : Alt. Rock Rodeo M aga zi n e FEBBR AIO

DURATA TOTALE 1:16:15


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lily allen All by myself Ventitre anni, londinese di Hammersmith e una consolidata fama di “cattiva ragazza”, Lily Allen arriva al traguardo del secondo album a due anni di distanza da “Alright, Still”, il disco del mega-hit Smile e relativo clamore internazionale. Bersaglio costante della stampa scandalistica britannica, la giovane popstar impertinente ed esibizionista quanto fragile e controversa, assicura con fierezza che, a differenza del primo, il nuovo disco “It’s Not Me, It’s You” (Regal/ Emi) è tutto farina del suo sacco e del produttore Greg Kurstin. É un album in cui Lily dice la sua su discriminazione, consumismo, effetti collaterali del successo, droga, teledipendenza, eiaculazione precoce, undici settembre e amore. Ce lo racconta in esclusiva, vis a vis, nella vulnerabile intimità di un ristorante di Londra. Intervista Piergiorgio Brunelli

lilyallenmusic.com

In linea di massima il sesso è sempre meglio per gli uomini. Puoi chiederlo a qualsiasi donna: l’uomo ha sempre un orgasmo, la donna no.

Fotografia: Simon Emmet

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musica/ 85 — It’s Not Me, It’s You non sembra un album felice, ci sono angosce e molto malumore… Sì ma ci sono anche dei momenti di felicità qua e là. Anche il primo album, a pensarci, non era particolarmente allegro. Forse dava l’impressione di esserlo per via del suo vestito reggae. Questo è invece un album molto più riflessivo, c’è molto più di me qui dentro che sul precedente. Sono molto cambiata in tre anni. Non credo di potermi definire cresciuta, ma la mia testa oggi lavora diversamente, vivo le mie esperienze in un altro modo. — Musicalmente ci sono molte sperimentazioni che creano emozioni contrastanti. Come nel caso del brano It’s Not Fair, triste nel testo ma contraddistinto da un arrangiamento country & western bizzarro e allegro... È stata un’idea di Greg Kurstin, il produttore. Per me l’album era un libro aperto. Quello che ci è venuto in mente l’abbiamo provato senza porci alcun limite estetico e sonoro. Certe cose erano troppo stridenti e le abbiamo scartate, ma altre anche se lo erano un po’ sono finite nel disco. Hanno aggiunto carattere all’album. — La fisarmonica all’inizio di Never Gonna Happen fa invece pensare a una canzone folkloristica francese. Anche quella è stata un’idea di Greg. É una canzone che abbiamo prima scritto al pianoforte e poi arricchito con la fisarmonica, tanto per mescolare un po’ le carte. — Ci sono strumenti veri nell’album o è tutto elaborato al computer? In quanti eravate in studio? Eravamo solo io, Greg e un ingegnere del suono. Sinceramente non ho visto nessun altro in studio, anche se devo confessare che non sono sicura al cento per cento che tutta la musica sia stata partorita da un computer, perché quando sono andata via da Los Angeles non avevamo ancora finito il disco e Greg potrebbe aver convocato dei musicisti veri per terminare il lavoro. É un po’ un suo segreto… — All’inizio dello scorso anno hai vissuto la difficile esperienza di un aborto spontaneo (Lily aspettava un bambino da Ed Simmons, dei Chemical Brothers, ndr). Quell’incidente ha avuto molte ripercussioni sull’umore dell’album? No, perché quando è successo le canzoni erano state già scritte, dovevo solo registrarle. Quell’esperienza quindi non ha influenzato in modo diretto il nuovo album.

— Torniamo alle canzoni. Ce n’è una che s’intitola 22. Autobiografica? Stranamente no. È una canzone che ho scritto pensando a una mia amica, una ragazza molto intelligente e bella che ha passato gli ultimi 5 anni a gozzovigliare, migrando da un party all’altro. Si rende conto di aver superato il limite quando forse è oramai troppo tardi per tornare indietro. — E The Fear, invece? Il mio terapeuta a posteriori ti direbbe che senza dubbio riguarda me. Quando ho cominciato a scriverla avevo in testa l’immagine di certe ragazze giovanissime che non hanno altre aspirazioni nella vita eccetto quella di essere scheletriche, belle, con i capelli perfetti, la borsa alla moda e un uomo ricco come marito. Come ci insegna la televisione, insomma. Mentre scrivevo ho cercato di immedesimarmi in una di quelle ragazze. Riascoltando la canzone però mi sono resa conto che c’era molto della mia vita là dentro. — E del suo testo “esplicito” spiattellato in testa alla tua nuova biografia e subito ripreso dalla stampa britannica cosa ci puoi dire? Le biografie sono fatte per generare curiosità e per far vendere dischi. Come ho detto prima The Fear è una canzone che mi riguarda direttamente e in generale non è, come raccontano, un brano sullo sfruttamento delle donne. Trovo assurdo quello che le donne devono sopportare… in linea di massima il sesso è sempre meglio per gli uomini. Puoi chiederlo a qualsiasi donna: l’uomo ha sempre un orgasmo, la donna no. Per l’uomo c’è un inizio e una fine, ma non per la donna. Di tutto questo non si parla mai. Perché questa è una società controllata dagli uomini e quelli che sono al potere nell’editoria trovano l’argomento imbarazzante e lo evitano. Quello che dico nella mia canzone può suonare crudo e diretto, ma è solo realistico. Ho il totale controllo creativo di quello che scrivo, non c’è mai nulla di falso o di forzato. — Come vivi la condizione di assediata a cui ti costringono paparazzi e media inglesi? È una situazione che vivo quotidianamente e che odio, al punto che ho la fobia di uscire di casa. Tutto questo è ingiusto, anche se la mia vita, secondo molti, è piena di vantaggi. Ma non è così. — Sono accampati davanti a casa tua tutto il tempo? Certo, sono fuori da questo ristorante anche adesso: guarda! (indica qualcuno al di là del vetro e poi mi mostra delle foto sul suo Blackberry, ndr) Gli fotografo la macchina mentre mi seguono. Questa invece l’ho scattata ieri, è la foto del tizio là fuori che mi rincorre con la sua moto; quest’altra è di stamattina: è una storia senza fine. Quando li fotografo e riesco a immortalare il numero di targa per un po’ mi lasciano in pace perché hanno paura che vada alla polizia a denunciarli per molestie. Per loro una brutta foto ha più valore di una bella. La gente che mi incontra per la prima volta spesso mi dice che sono più carina dal vivo che non nelle foto e non so mai se è un complimento o no. — Dopo l’aborto il tuo addetto stampa ha chiesto loro di lasciarti in pace per un po’. Lo hanno fatto? Fu emesso un comunicato stampa, ma non ci ha fatto caso nessuno. Ho dovuto barricarmi in casa per un mese intero. — Con Everyone’s At It tocchi invece il tasto della droga, parli di adolescenti allo sbando… Sì le mie considerazioni sulla droga sono molto esplicite. La droga è dappertutto, circola fra le persone agiate così come fra i disperati. È una faccenda che riguarda tutti, è ipocrita puntare il dito contro i poveracci dei quartieri popolari. — Si racconta che Fuck You doveva essere una canzone sul BNP, il partito inglese di estrema destra, ma poi l’hai “dedicata” a George W Bush. Perché hai voluto cambiare destinatario? Succede mai di autocensurarti per evitare guai? No, non mi faccio mai troppi scrupoli: quando devo dire qualcosa la dico. Le canzoni si sviluppano a poco a poco ed ho la situazione costantemente sotto controllo, per cui so sempre dove andranno a parare. Credo che questa canzone sia diventata più efficace ora che è dedicata a Bush. Spero solo che non mi mettano i bastoni tra le ruote quando sarò in tour negli States. Bush non è più al potere, ma non si sa mai… •

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GLASVEGAS Epica Scozia Avrebbero potuto chiamarsi The Allan Brothers, i due fratelli James (voce) e Rab (chitarra) dall’east end di Glasgow. Per la loro devozione nei confronti del rock degli esordi Made in USA: Roy Orbison, Elvis, Everly Brothers. I Glasvegas sono stati capaci di uscire dal nulla e lanciare un sensazionale disco di debutto che alla fine della scorsa estate ha bruciato le classifiche inglesi di vendita. La loro musica è epica come quella dei primi U2 e ha saputo anche recuperare la forza istintiva del rock primitivo. In più sono la prima band del nuovo millennio che torna a occuparsi della gente, della società, provocando così un impatto emotivamente inedito nei confronti delle nuove generazioni di ascoltatori vergini del rock di protesta. È un altro indizio per fare dei Glasvegas un caso. Adesso, finalmente, il loro debutto discografico diretto, essenziale, rock, esce anche in Italia. Un’occasione in più per fare la loro conoscenza e recuperare il tempo perduto… visto che intanto hanno già fatto uscire un disco natalizio e stanno per registrare il loro secondo album.

Intervista TOMMASO TOMA

Fotografia: Steve Guilick

glasvegas.net

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musica/87 “

Cerchiamo di fare le cose con naturalezza e onestà, non costruiamo niente a tavolino ed è per questo che siamo molto rispettati dal pubblico.

— Come sta andando il breve tour promozionale negli USA? Secondo me, da quelle parti piacete un sacco… RAB ALLAN Sai che me ne sto accorgendo! (ride, ndr). Siamo a Los Angeles, in questi giorni ci siamo concentrati a fare gli ospiti, tra radio e tv, ma la cosa più bella è stata la reazione del pubblico quando abbiamo suonato in un locale, l’atmosfera era caldissima. — So che amate tutti la musica pop americana a cavallo tra gli anni 50 e 60. A Los Angeles avete avuto il tempo di andare per negozi di dischi? In realtà andrò proprio oggi in un negozio di dischi alternativi, dove faremo un mini-concerto (rivelatosi poi un successo, in prima fila anche vip del cinema e della musica, ndr). Ma abbiamo tutti intenzione di organizzarci per partire alla ricerca di vecchi vinili, visto che ancora non abbiamo avuto la possibilità di fare shopping. Non vediamo l’ora di andarci… io in particolare, perché amo collezionare vinili. In questo periodo sto collezionando tanta musica Anni 50, 70. — Che musica stai ascoltando durante il tour? Molto Roy Orbison, sono un suo grandissimo fan, poi Beach Boys, Ray Charles, Camera Oscura e anche un po’ di Iggy Pop… — Pensando a voi negli USA mi viene in mente Elvis Presley, vostra icona… Hai ragione, siamo tutti grandi fan di Elvis. Noi abbiamo conosciuto Lisa Marie Presley grazie a un amico e lei è venuta in Scozia l’anno scorso, siamo usciti a bere un po’ di drinks… Verrà anche al concerto e farà una festa in nostro onore, a casa sua domani sera, sarà divertente. Vogliamo registrare una canzone insieme a Lisa Marie, so che James ha scritto delle canzoni e che le piacciono tanto, ma non ci sono ancora delle registrazioni previste. Magari glielo chiediamo domani. — Piccola domanda impertinente: i Glasvegas sono famosi in patria per il loro proverbiale legame di amicizia. Ora che state diventando famosi, come procedono le cose? Oh sì, vanno bene (ride, ndr)… Anzi, le cose sono probabilmente migliorate, perché passando così tanto tempo insieme siamo diventati più intimi. — Siete una band che riesce a tirare fuori un sound potente e, come ha scritto sul The Guardian il mitico Alan McGee (tra i fautori della indie generation, grazie alla sua forza di talent scout, ndr), anche epico, capace di attingere dal rock primitivo. Che ne pensi? Penso proprio che sia una definizione azzeccata. Comunque noi cerchiamo di fare le cose con naturalezza e onestà, non costruiamo niente a tavolino ed è per questo che siamo molto rispettati dal pubblico che ci ha scoperto. — Cosa intendi per onestà? Non lo so… personalmente penso che l’onestà sta di casa nei testi e nella voce di James, il suo timbro è molto “attraente”. Se io non fossi un membro della band e se ascoltassi un disco dei Glasvegas, la prima cosa che mi colpirebbe è James. E parlando con i fan ai concerti, viene sempre fuori la parola “onestà”... Poi, pensandoci, ci sono ovviamente delle cose che ti influenzano. Parlando sempre di James, che è anche mio fratello, è una grande fan di Bob Dylan e dei giovani songwriters degli Anni 60. Per questo non mi sorprenderebbero certi paragoni. — Tuo fratello tradisce una certa somiglianza con Joe Strummer, sono in molti a dirlo. Io volevo aggiungere che quando canta mi ricorda Billy Bragg, un altro cantore del proletariato, delle persone disperate… Penso che sicuramente lui assomigli t-a-n-t-o a Joe Strummer, uno si spaventa quasi! Nessuno ha mai menzionato Billy Bragg: devo assolutamente raccontarglielo! Di sicuro lo prenderà come

un complimento! — E veniamo al capolavoro pop del vostro album, Geraldine, diventata un nuovo inno sociale: raccontaci tutto, ho anche letto in giro che Geraldine esiste davvero! Geraldine parla del lavoro, meglio dei lavori socialmente utili, professioni oscure ma fondamentali nella nostra società. Una canzone di conforto e di rassicurazioni. La voce che Geraldine esista e venga in tour con noi è invece parzialmente vera. Vi svelo il segreto… Quando lavoravamo con la nostra vecchia manager Denise, lei ci accompagnava ai nostri concerti e si metteva a vendere il merchandise: dischi, badge, poster e magliette. E in quelle occasioni James parlava spesso con lei, della sua precedente professione come assistente sociale e mi sa che questi racconti gli sono rimasti così tanto in testa da entrare poi anche nelle canzoni. Prima ha scritto Daddy’s Gone e poi Geraldine. Avrebbe voluto intitolarla Denise ma non suonava così bene come Geraldine. E tuttora Denise/Geraldine viene sempre con noi sul tour bus per poi vendere il merchandise ai concerti. — Curiosità: ma è vero che avete inciso in Transilvania il vostro disco natalizio? Verissimo. Sai quando hai un gruppo musicale ti prende la voglia di visitare luoghi dove normalmente non potresti andare. Quando abbiamo registrato il nostro disco di debutto, siamo stati a New York ed è stato incredibile. C’è venuta voglia di registrare in luoghi impossibili, visto che avevamo già raggiunto il top andando a NY! E quando si è trattato di decidere dove registrare l’album di Natale, James ha detto: “Ma perché non andiamo in Transilvania?!”. Da ragazzino James guardava Scooby Doo a tutto spiano. Devo ammettere che il posto assomigliava tanto a una puntata di Scooby Doo… — Vi piace l’ultimo disco dei vostri concittadini Franz Ferdinand? Non ho ancora sentito l’album nuovo, ma ho incontrato Alex per la prima volta circa otto mesi fa, ed è un tipo molto piacevole. Non vedo l’ora di ascoltare l’album perché ho sentito dire che è grandioso. Li considero comunque uno dei gruppi più rappresentativi della Scozia. Un altro mio gruppo preferito scozzese sono i Camera Obscura. — E i “papà” del pop scozzese, gli Orange Juice? Orange Juice! Grandissimi. Mi piace ancora Edwyn Collins (il cantante, ndr), l’ho incontrato ed è molto interessante parlare di musica con lui. — Il vostro disco è uscito solo adesso in Italia. Quanto dovremo aspettare prima di vedervi da noi in concerto? Verremo in Italia! Ma effettivamente tra un po’… mi sembra ad Agosto, durante qualche festival. Intanto stiamo già pensando al nostro secondo album, James ha cominciato a scrivere e penso che inizieremo a registrare presto, molto presto. Non penso che cambieremo il nostro suono drasticamente, ma è certo che ci svilupperemo, ci saranno altre idee e approcci! •

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88/dischi 88

ILLA J

STANCEY BOYS

gospel

funk

AAVV

ANTONY AND THE JOHNSONS

MOTOWN 50

THE CRYING LIGHT

soul hip hop

folk ANDREW BIRD NOBLE BEAST

blues

MARISSA NADLER LITTLE HELLS

pop

VAN MORRISON ASTRAL WEEKS: LIVE AT THE HOLLYWOOD BOWL

JAMES YUILL

TURNING DOWN WATER FOR AIR

FRANZ FERDINAND Tonight

electro rock

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dischi/ 89 Solo per voi, ogni mese, una selezione di dischi, i migliori, che muovono aere (e sederi) qui a Rodeo.

AAVV MOTOWN 50 Universal Forse lo sapete già, quest’anno si celebrerà alla grande il mezzo secolo di questa leggendaria etichetta che è riuscita a diventare progressivamente un marchio di qualità e di successo per la musica black, in quasi tutte le sue sfumature. In un triplo cd i “pezzi grossi” si ritrovano tutti assieme: Marvin Gaye, Smokey Robinson, Diana Ross, Michael Jackson, Four Tops, Stevie Wonder… Il boss di questa impresa, Berry Gordy, compie 80 anni ed è in splendida forma. Forse anche perché è riuscito a far conoscere con onestà, passione e genuino senso della competizione la cultura afro-americana a tutto il mondo. Una lezione che potrebbe essere utile per i prossimi 4 anni di Barack Obama tra le mura dello studio ovale. motown.com Tommaso Toma

MARISSA NADLER

LITTLE HELLS Kemado Records/Audioglobe Storie d’amore e fantasmi, storie di piccoli inferni. Le nuove canzoni della cantautrice Marissa Nadler, classe 1981, americana del Massachusetts, sono le ballad spettrali che ti aspetteresti da una fan di Allan Poe e Leonard Cohen. Che per l’occasione si fa produrre da Chris Coady (Cat Power, Grizzly Bear…) e Dave Scher (Beachwood Sparks…) e accompagnare da polistrumentisti di rango come Myles Baer (alias Black Hole Infinity) e Simone Pace dei Blonde Redhead. Il risultato è un album di folk etereo, dai toni elegiaci, i riflessi psichedelici, gli arrangiamenti scarni (esile scenografia di organi, theremin, chitarre elettroacustiche e percussioni) e il soprano di Marissa, sorta di languido mix di Hope Sandoval e Chan Marshall, che si riverbera malinconico. marissanadler.com Leo Mansueto

ANDREW BIRD NOBLE BEAST Bella Union/Self

Ottavo album in studio per l’estroso cantante, autore, violinista, chitarrista (e quant’altro alla voce “funambolo”) di Chicago ed ennesima prova di un talento che non sembra conoscere momenti di stanchezza creativa. Anzi. Partorito a Nashville, Noble Beast non solo è ricco di belle intuizioni ma si rivela essere uno dei lavori che meglio sintetizzano le diverse anime di Andrew Bird: il folker intimista e dolceamaro che dipinge quadri pastorali (Masterswarm, Effigy), il performer pop, svagato e visionario

(Fitz & Dizzyspells, Not A Robot But A Ghost), il menestrello che fischietta come in uno Spaghetti Western e suona il violino come se fosse un sax tenore (Oh No). Un album di meraviglioso artigianato acustico e rara eleganza melodica: da non perdere. andrewbird. net Leo Mansueto

FRANZ FERDINAND

Tonight Domino/Self Terzo disco per la band di Glasgow che ha saputo ridare vita all’eccentrico pop inventato dal “movimento” Postcard nell’era post punk. Tonight è snello e notturno, lineare e melodico. Nato sotto la luce artificiale o al buio, d’istinto e per divertimento. Si sente, in parte. Se Send Him Away è una felice intuizione (tra afro music e la leggerezza psichedelica di certi Doors) e Turn It On è spigolosa come le vecchie cose dei FF, il resto è fin troppo accattivante al primo ascolto. Ulysses è disarmante nella sua semplicità, Lucid Dreams è un mix di LCD Soundsystem-Justice-Ultravox… Va bene così, visto che il disco è apertamente dedicato a quanti vogliono farsi un viaggio spensierato verso il centro della notte. franzferdinand.co.uk Tommaso Toma

ANTONY AND THE JOHNSONS THE CRYING LIGHT

Secretely Canadian/Self

Se in passato Antony Hegarty ci aveva sprofondati nell’intimità torbida e vellutata, con l’ambiguo lirismo delle ballate al piano, col nuovo album l’artista sembra aver insegnato al suo ingombrante corpo sonoro a volteggiare (in copertina c’è il maestro danzatore Kazuo Ohno...). Il viaggio introspettivo di Hegarty giunge a quella profondità dove l’Io si ricongiunge con le forze basiche della Natura ed il canto, panico, ne dipinge lo spettro ampio. La varietà di colori e arrangiamenti, il caleidoscopio di ritmi, timbri, generi, si sostituisce alla monocromia sofferente dei primi cd, con la spiritualità di One Dove, l’invenzione ciclotimica di Epilepsy Is Dancing o il gospel postrock di Dust and Water. antonyandthejohnsons.com Enzo Mansueto

ILLA J

STANCEY BOYS Delicious Vinyl/Goodfellas

Stupendo debutto del fratello minore del compianto dj/producer di Detroit James Rodeo M aga zi n e FEBBR AIO

Yancey aka J Dilla. Qui l’eleganza sta di casa, da sempre, e se Illa J non esprime la vulcanica creatività nel ricomporre i beats come faceva James, riesce però a dare alla luce un disco di black music che riassorbe le umidità sexy di Marvin Gaye e il vero funk, adagiandolo su un tappeto nu jazz, seguendo i passi di Prince. Illa J ha lasciato la nativa Detroit e si è trasferito con tutta la strumentazione del fratello nella più solare Los Angeles, una buona svolta perché, come lui ammette, qui ha trovato la forza di scrivere canzoni con uno stile che avrebbe fatto felice il maestro-fratello. E anche noi. deliciousvinyl.com Tommaso Toma

JAMES YUILL

TURNING DOWN WATER FOR AIR Moshi Moshi/Self James fa parte di quella 1. You always do Left handed girl categoria 2.3.di artisti No pins allowed 4. This sweet love che gli anglosassoni 5. Head over heels 6. The ghost definiscono con 7. No surprise 8. Over the hills squilibrati9.neologismi: How could I lose 10. She said in jest in balladisco,11.12.Breathing songtronica, Somehow bleepadour. Si tratta Turning down water for air di un’unica cosa: fare musica da soli (comporre, suonare e arrangiare) e frullare i beats della disco elettronica con trame melodiche di derivazione folk. Ogni tanto arriva un nuovo musicista che fa il suo capolavoro grazie a questa delicata alchimia: nel passato Erland Oye, Adem, più di recente Jeremy Warmsley, Dan Deacon. Oggi tocca a questo giovane londinese dall’aspetto pulito e la voce calda e garbata. No Pins Allowed pare Blue Monday dei New Order contaminata da Nick Drake, The ghost ci ricorda i Notwist. Il giochetto dei rimandi potrebbe continuare all’infinito, ma in sostanza ci troviamo di fronte a un disco godibilissimo per chiunque. All tracks written, played and produced by James (emi music publishing) Except backing vocals on 7, 10 and 12 by Ellie Gray Backing vocals on 3 and 8 by Jess Bryant Cello on 9 by Alison Gregory

jamesyuill.com Tommaso Toma

VAN MORRISON

ASTRAL WEEKS: LIVE AT THE HOLLYWOOD BOWL EMI 1968: Van Morrison dava alle stampe un disco miracoloso, denso, mistico. La sua voce, i sussurri dei violini, la profondità del vibrafono, del contrabbasso e quella partitura dal lungo tracciato pieno di intrecci di generi. Astral Weeks ha continuato a vendere nei decenni collezionando nuovi cultori fra gli ascoltatori più sensibili. Dopo 40 anni “The Man” rende omaggio al suo gioiello e per la prima volta nella sua carriera fa un intero concerto dedicato a quel disco. La voce è cambiata, si è fatta più ruvida e l’orchestra pare seguire con troppa disciplina la tessitura folkjazz-blues-boogie delle canzoni. Ma ancora una volta un brivido corre lungo la schiena. vanmorrison.com Tommaso Toma


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Moda /

Come As You Are. Fotografia Giuseppe Gasparin, Moda Phoebe Arnold.

Giacca in pelle Tommy Hilfiger. Reggiseno CK Underwear. Pantaloni House of Holland. Rodeo M aga zi n e FEBBR AIO


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A sinistra: Cappello Nike. Camicia Meadham Kirchhoff. Qui: Vestito Mark Fast. Maglia Armani Exchange. Shorts Lee.

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Cappotto Ashish.

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A sinistra: T-shirt Alexander McQueen. Cardigan Prada. Qui: Canotta GAP. Jeans Leviâ&#x20AC;&#x2122;s. Underwear CK Underwear.

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Qui: Vintage T-shirt Adidas, Abito Brora. A destra: Camicia BLLACK NOIR. Vestito con pelliccia CRISTOPHER KANE. Underwear CK UNDERWEAR. Stivali vintage da MINT VINTAGE.

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Model Darya K @ Supreme. Hair Naoki Komiya for Bumble&Bumble. Make-up Shama @ CLM for M.A.C. Photographic Assistance Stefano Secchia. Printing Andrea Concina for Numerique.

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Dress by Miu Miu, crop sweater by Limi Feu, printed Leggings by Louise Goldin, socks by Calvin Klein, shoes by Pierre Hardy


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Moda/

BREATHLESS Fotografia Massimo Pamparana, Moda Marianna Randelli. Giacca oversize in lana moschino.

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Long johns vintage HAYNES. Bomber vintage da WHAT COMES AROUND GOES AROUND.

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Nella pagina a sinistra: Coprispalle in pelle con rinforzi PAOLo errico. Qui: Tuta taglio smoking mcq by ALEXANDER MCQUEEN.

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Blusa in tulle di seta roberto cavalli.

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Qui: Reggiseno in pelle verniciata agent provocateur. Nella pagina a destra: Abito kate moss per topshop. Stivali yves saintc laurent.

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Hair&Make-up Pierluigi Tavelli/Freelancer. Modella Mina Cvetkovic/ Women. Assistente fotografo Davide Vagni, Lorenzo Candioto. Digital operator Sheyla /Studio Digital. Grazie a Studio Digital. Ritocco Stella Digital NY.


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108 /religione C’era una volta un mondo in cui le persone venivano prontamente indottrinate a seguire i dogmi di qualunque fosse la religione dominante nella nazione in cui gli era capitato di nascere. Le informazioni disponibili su altre possibili forme di spiritualità erano tra il poco e il nulla. E quindi, in mancanza di alternative, “SCEGLIERE” NON ERA CERTO UN VERBO CHE SI POTESSE APPLICARE ALLA RELIGIONE. — Bene, quel mondo è arrivato al capolinea. Oggi, le idee

viaggiano ad una velocità che i nostri antenati non si sarebbero mai sognati. In quasi ogni angolo del mondo è possibile mescolare tradizioni provenienti da tutto il globo. I cibi che mangiamo, la musica che ascoltiamo e perfino il bagaglio etnico di moltissimi individui sono il risultato del mescolamento che è alle radici della globalizzazione. Visto che più o meno ogni aspetto della cultura umana è stato toccato da questa trasformazione, è inevitabile che la stessa cosa accada alle religioni. DAVANTI AD UNA SEMPRE CRESCENTE POSSIBILITÀ DI SCELTE, LE FORME DI AUTORITÀ TRADIZIONALI E LE IDENTITÀ RIGIDE COMINCIANO A CADERE UNA DOPO L’ALTRA. Le risposte preconfezionate

soddisfano sempre meno gente. É arrivata l’ora di rimettere in discussione tutto ciò che ci è stato insegnato e creare da noi il nostro cammino. É ARRIVATA L’ORA CHE QUALCUNO FACCIA ALLE RELIGIONI CIÒ CHE BRUCE LEE HA FATTO ALLE ARTI MARZIALI. — Bruce Lee?!? Scusa, Bolelli, ma di che cazzo stai

parlando? — Va bene. Se avete pazienza vi racconto perché il buon Bruce Lee aveva davvero capito tutto, e che cosa questo centri con la religione.

Come ha fatto bruce lee di daniele bolelli

In un’epoca in cui un’attitudine di confuciana riverenza verso la tradizione caratterizzava il mondo delle arti marziali, Lee buttò tutto per aria con una sfida mai vista prima. In quei giorni, proprio come i membri di diverse religioni, gli esponenti di vari stili di arti marziali litigavano tra di loro su quale arte fosse la migliore. Secondo Lee, ogni stile—per quanto potesse contenere qualche buona idea—si trasforma in una prigione ideologica nel momento in cui cerca di imporre il proprio metodo come se fosse l’unico metodo possibile. Seguire un singolo metodo ci priva della flessibilità necessaria per affrontare la vita, visto che per definizione la vita è più vasta di qualunque legge o dottrina. Invece, il cammino individuale, per Lee, è molto più ricco e più interessante di qualunque ortodossia. Per questo motivo, Lee invitò gli artisti marziali di tutto il mondo ad abbandonare la devozione ai singoli stili in favore di un approccio che mettesse l’individuo in condizione di pescare ogni ingrediente che gli sembrasse utile da tutti gli stili possibili. La semplice ma rivoluzionaria filosofia di Lee si articola in quattro passi: “Osserva la tua esperienza. Assorbi ciò che funziona. Rigetta ciò che non funziona. Aggiungi qualcosa di tuo”. Che in

altre parole è un invito a sperimentare molti stili diversi per estrarne i punti di forza senza tirarsene dietro i limiti: fidarsi di se stessi più che di un metodo prefissato. Dire che la maggior parte della comunità marziale inizialmente non rispose bene alla sfida di Bruce Lee è un blando eufemismo. Gli risposero con odio profondo, oltraggiati da ciò che consideravano un arrogante attacco alla sacralità delle loro tradizioni. Questa è la stessa reazione in cui si va ad imbattere chiunque abbia mai abbandonato dogmi secolari per esplorare nuovi cammini. L’idea di “creare la propria…(fate voi: potete metterci arte marziale come suggeriva Lee, o religione o qualunque altra cosa) suscita sempre ostilità. Una delle obiezioni più classiche ci dice che la sintesi di diversi ingredienti porta alla confusione e ad un debole relativismo. Ci dicono che l’approccio faida-te è per gente che sceglie opportunisticamente di seguire qualunque idea gli faccia comodo; gente senza la disciplina per seguire in profondità una singola tradizione. Ma invitare a confrontarci con una più grande possibilità di scelte è tutto meno che relativista. Non solo il mescolamento di diversi ingredienti è più in sintonia con il mondo globalizzato, ma è anche più in sintonia con l’essenza

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religione/109 biologica della vita. I cani di razza pura sono sempre meno sani dei bastardi. Sviluppare i talenti necessari per esplorare molteplici tradizioni, scoprirne i punti di forza e mescolarli in maniera armoniosa non è segno di debolezza o di mancanza di disciplina. Semmai è vero il contrario. Essere disposti a sperimentare e a cambiare idea è segno di grande forza. Ci vuole un mostruoso coraggio, infatti, per lasciarsi dietro il gregge ed esplorare la vita senza una mappa. É più coraggioso essere un’altra pecora che segua il pastore senza fare troppe domande o diventare il proprio leader forgiando se stessi nel fuoco dell’esperienza senza filtri? La ragione per molta dell’ostilità verso l’idea di creare il proprio cammino viene da una paura senza fondo. La maggior parte degli umani è troppo intimorita per prendersi la responsabilità di scegliere i propri valori e la propria vita. Sono terrorizzati dalla prospettiva di dover far conto al 100% su di sé senza un dogma né un’organizzazione né una chiesa che li sorregga. Il panorama religioso oggi è inevitabilmente trasformato da una possibilità di opzioni infinitamente più vasta di quanto fosse disponibile in passato. Molti individui appartenenti alle religioni storicamente più popolari hanno risposto a questo cambiamento mutando alcuni dei loro credi fondamentali. Altri hanno deciso di esplorare cammini spirituali staccati dai recinti della religione organizzata. Le fazioni più fondamentaliste di diverse religioni hanno invece scavato trincee per resistere al cambiamento e per lottare contro chiunque metta in discussione la loro autorità. L’ampliamento delle possibilità di scelta per loro significa un aumento delle opportunità per cadere in errore e perdere l’Unica Verità. Nella loro visione del mondo, la possibilità di scelta è uno strumento demonico fatto per sviarci. E quindi, sono in guerra con un mondo globalizzato in cui scegliere e mescolare è la norma. Questa è una battaglia tra la pesantezza di tradizioni ostili al cambiamento e il coraggio di chi vuole creare; una battaglia tra l’individuo che dà forma al proprio destino e la folla che lo vuole far conformare. É ben chiaro dove molte (ma non tutte) fra le religioni organizzate si schierino. Se tutti si mettessero a pensare di testa loro, queste religioni diventerebbero obsolete. Ciò che stiamo proponendo qui è un

progetto eretico, nel senso originale della parola greca per eresia che significa “scegliere” o più poeticamente “andare per la propria strada”. Ma agli occhi di molte religioni, scegliere il proprio cammino è un orrendo crimine che merita le più severe punizioni. La storia sia del Cristianesimo che dell’Islam è macchiata con il sangue di migliaia di persone torturate e messe al rogo per aver commesso l’imperdonabile peccato di mettere in discussione le risposte offerte dalle autorità religiose. La cosa buffa (ammesso che si possa trovare qualcosa di buffo in secoli di massacri) è che i fondatori di queste stesse religioni erano loro stesso eretici secondo le autorità religiose dei loro tempi. Gesù è stato crocifisso per bestemmia e Maometto è fuggito dalla Mecca con una schiera di assassini sulle sue tracce. Tutte le religioni sono nate quando un individuo ha abbandonato ciò che gli era stato insegnato per aprire una nuova strada, ma questo è qualcosa che i fondamentalisti amano dimenticare. Che questo piaccia ai fondamentalisti e ai paladini della tradizione poco importa. La sfida che il mondo moderno lancia ai fedeli di tutte le religioni è ogni giorno più chiara. Piantiamola di credere in qualcosa solo perché è stata professata da Gesù, da Maometto, da Budda, da Lao Tzu o da me (ok, chiaramente ignorate quest’ultima frase. L’ho buttata lì giusto per sembrare democratico. Chiaramente se vi dico io qualcosa, dovete crederci ciecamente…). Piantiamola di credere nei preconcetti altrui e, come il buon Bruce Lee suggeriva, scopriamo il coraggio per creare la nostra religione.

La New Age Nonostante il fatto che difendiamo il sincretismo a spada tratta e pensiamo che mescolare elementi da diversi tradizioni sia essenziale, non vuol dire però che chiunque ci provi ottenga buoni risultati. Il movimento New Age, ad esempio, è un esempio perfetto di ciò che accade quando l’idea giusta finisce nelle mani sbagliate. I vari libri e movimenti che finiscono etichettati come New Age sono ricchi di inviti a saccheggiare svariate tradizioni (dal misticismo cristiano ai sufi, dalla spiritualità degli indiani americani alla meditazione tibetana, e un po’ da qualunque altra fonte) per creare un proprio cammino. Sfortunatamente, però, mescolare elementi differenti è un’arte, ma buttare un sacco di ingredienti in pentola senza capirne davvero nessuno è una caricatura patetica. Il problema della New Age sta proprio nel fatto che più spesso che no i suoi guru finiscono per cucinare osceni minestroni spirituali fatti per attirare casalinghe annoiate. Ciò di cui stiamo parlando qui è tutta un’altra storia. Daniele Bolelli Rodeo M aga zi n e FEBBR AIO


110 /calendario 110

LUNEDI

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• MUSICA / OXFORD COLLAPSE Live. Pescara, Mono. Anche il 4 a Milano (Circolo Magnolia), il 5 a Bologna (Locomotiv), il 6 a Roma (Sinister Noise) e l’8 a Firenze (Ex-Fila) myspace. com/theoxfordcollapse • ARTE / Ha Appena Inaugurato “Pop Remixes”, Prima Personale a Roma di TV BOY. Roma, CO2 Contemporary Art, Fino al 28/03 co2gallery.com • FESTIVAL / FESTIVAL DEL FUMETTO Quinta Edizione. Novegro (MI), Parco Esposizioni, Anche Domani festivaldelfumetto.com

VENERDI

MARTEDI

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• ARTE / Continua 100ANNIMARINETTI A Cura di Beatrice Buscaroli. Una Mostra Tesa a Rievocare Una Serie di Fatti Poco Noti sul Futurismo Bolognese. Bologna, Casa Saraceni, Fino al 30/04 fondazionecarisbo.it • MUSICA / MOGWAI+ERRORS+CHRIS BROKAW Live Bologna, Estragon. Anche il 10 a Milano (Rolling Stone) myspace.com/mogwai • FOTOGRAFIA / Continua l’Imperdibile Mostra BOOGIE: 5DAYS Un’Indagine sulla Città di Milano e i Suoi Tratti Grotteschi e Poetici allo Stesso Tempo. A Cura di Davide Giannella. Milano, Avantgarde Gallery, in Corso dal 5 artcoup.com

12

• USCIRE / Darwin 1809-2009 A 200 Anni dalla Nascita dello Scienziato Inglese Charles Darwin, Una Mostra sulla Sua Vita, gli Studi e le Scoperte. Roma, Palazzo delle Esposizioni, Fino al 3/5 palazzoesposizioni.it • MUSICA / EMILIANA TORRINI Live (Immagine in Alto). Milano, Magazzini Generali. Anche il 13 a Scandiano (Corallo) e il 14 a Roma (Auditorium Parco della Musica) myspace.com/emilianatorrini • FOTOGRAFIA / GIUSEPPE MASTROMATTEO: INDEPENSENSE A Cura di Denis Curti. Un Inedito Percorso Digitale del Direttore Creativo Esecutivo dell’Agenzia Armando Testa. Milano, Fabbrica Eos, Fino al 15/03. Inaugurazione h 18.30 fabbricaeos.it

David LaChapelle, Recollections in America - Beer Bottle with Baby and Beatrice Minda, Bucarest 2004. Terrier, 2007.

VENERDI

Mark Dion, Concerning Hunting, Hunting Blind - “The Slob” and “The Dandy Rococò”, 2008. Photo A. Bereuter. Courtesy the Artist and George Kargl Fine Arts.

GIOVEDI

19

• MUSICA / HANDSOME FURS Live. Bologna, Locomotiv Club. Anche il 17 a Brescia (Lio Bar), il 18 a Milano (La Casa 139) e il 20 a Roma (Traffic) myspace. com/handsomefurs • MUSICA / ISLANDS Live. Milano, Circolo Magnolia. Anche il 20 a Bologna (Covo Club) myspace.com/islands • ARTE / GLI AMICI DEL CAFFÈ VOLTAIRE: DADA TRA EUROPA E AMERICA Incontro A Cura di Francesca Marianna Consonni. Lissone (Mi), Museo d’Arte Contemporanea h 21 comune. lissone.mb.it

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DOMENICA

28

• FOTOGRAFIA / DAVID LACHAPELLE A Cura di L. Poggiali. Firenze, Galleria Poggiali e Forconi, Fino al 6/05. Inaugurazione h 18 poggialieforconi.it • ARTE

• MODA / Inizia Oggi MILANO MODA DONNA. Luoghi Vari, Fino al 4/03 cameramoda.it • ARTE / Continua la mostra MARK DION: CONCERNING

HUNTING A Cura di Verena Gamper e Dieter Buchhart. Modena, Galleria Civica, Fino al 26/04 T 059 2032911 • ARTE / Continua PEGGY GUGGENHEIM E LA NUOVA PITTURA AMERICANA A Cura di Luca Massimo Barbero. Vercelli, Arca, Ex Chiesa di San Marco, Fino all’1/03 guggenheimvercelli.it

/ Ha Appena Inaugurato la Personale dell’Iraniana SHIRANA SHABAZI A Cura di Sarah Cosulich Canarutto. Milano, Galleria CardiBlackBox, Fino al 4/04. cardiblackbox.com • MUSICA / TELEFON TEL AVIV Live. Bologna, Locomotiv Club myspace.com/telefontelaviv • USCIRE / SELEZIONI MEDITERRANEE, “Tra Artigianato e Design: l’Esperienza Radical” Interviene Paola Navone e Coordina Marco Petroni. Lecce, Foyer Teatro Koreja h 18.30 teatrokoreja.com

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111 Gennaio/Febbraio Il da fare questo mese.

Boogie, La Famiglia, 2008.

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GIOVEDI

• MUSICA / THE DAMNED Live. Roma, Black Out Rock Club. Anche il 12 a Milano (Circolo Magnolia), il 13 a Bologna (Estragon) e il 14 a Recanati (Extra Alternative Club) officialdamned.com • ARTE / Continua la Mostra FUTURISMO 1909-2009. VELOCITÀ+ARTE+AZIONE Milano, Palazzo Reale, Fino al 7/06 futurismo.milano.it • ARTE / Continua MAGRITTE: IL MISTERO DELLA NATURA Milano, Palazzo Reale, Fino al 29/03 mostramagritte.it

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SABATO

• MUSICA / MOUSE ON MARS +

MOKADELIC Live. Roma, Parco della Musica. Anche il 14 a Bologna (Locomotiv) myspace.com/mouseonmars • ARTE / Continua FRANCESCO VEZZOLI: GREED, A NEW FRAGRANCE (Accanto, Fotografia Guy Ferrandis, dal Set di Roman Polanski). Roma, Gagosian Gallery, Fino al 21/3 gagosian.com

MERCOLEDI

DOMENICA

14

• ARTE / Inaugurano Tre Personali: MICHELANGELO PISTOLETTO “Il

Tempo del Giudizio” SOL LEWITT “Planes With Broken Bands Of Colors” SHILPA GUPTA “Second Moon”. San Gimigano, Galleria Continua, Fino al 2/05 galleriacontinua.com • ARTE / TIBETAN VISIONS Cinque Pittori Tibetani in Omaggio alla Salvaguardia della Cultura della Loro Patria, Anche Oltre il Buddismo. Collateralmente Incontri ed Eventi. Roma, Galleria Alessandra Bonomo e Altri Luoghi, Fino al 3/03 asia-ngo.org • PERFORMANCE / IN BREVE Quarta Edizione del Festival di Corti. Campi Bisenzio, Firenze, Budrio, Roma e Milano, Luoghi Vari. Fino al 26/03 inbreve.org

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GIOVEDI

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• USCIRE / ROME TO ROMA All’Interno di “FuoriLuogo/OutOfPlace” • MUSICA / 59° FESTIVAL DELLA CANZONE ITALIANA In Teatro e su Rai Uno. Il 21 la Finale. Sanremo, Teatro Ariston sanremo.rai.it • ARTE / Continua ROBERT GLIGOROV: Mammut - Songs From The Blue Garden L’Artista Macedone Presenta Un Album Musicale in Collaborazione con Vari Artisti. Milano, Galleria Pack, In Corso dal 6 e Fino al 28 galleriapack.com MARTEDI

Attraverso il Ribaltamento dei Luoghi Comuni sulle Popolazioni Nomadi, Stalker Affronta il Territorio Complesso dell’Identità Culturale e dell’Integrazione. Interventi di Giorgio De Finis, Fabrizio Boni, Najo Adzovic. Milano, Centro di Documentazione Connecting Cultures connectingcultures. info • ARTE / Continua DONNE DI ROMA Un Omaggio alle Donne della Capitale, con 58 Scrittori e Altrettanti Artisti. Roma, Foyer Auditorium Parco della Musica. Fino all’8/03 auditorium.com

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• ARTE / FUTUROMA FUTURISTA Una Serie di Mostre e Iniziative per i 100 Anni del Manifesto Futurista. Roma, Vari Luoghi, Fino al 16/05 culturaroma.it

• MODA / Inizia la LONDON FASHION WEEK Che Celebra Quest’Anno Un Quarto di Secolo della Moda Britannica. Londra, Vari Luoghi, Fino al 25 londonfashionweek.co.uk • MUSICA / OASIS Live. Roma, Palalottomatica. Anche il 21 a Villorba (Palaverde), il 23 a Bolzano (Palaonda) e il 24 a Firenze (Mandela Forum) oasisinet.com • CINEMA / Esce THE READER di Stephen Daldry con Ralph Fiennes, Kate Winslet e David Gross. Tratto dal Romanzo “A Voce Alta” di Bernhard Schlink thereader-movie.com

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MERCOLEDI

21

• ARTE / Con SICILIA 1968/2008 “Lo spirito del tempo” Si Inaugura Ufficialmente Riso, Museo d’Arte Contemporanea della Sicilia. Palermo, Fino al 31/03 palazzoriso.it • ARTE / ALIGHIERO&BOETTI “Mettere l’Arte al Mondo” Una Retrospettiva su Uno dei Massimi Esponenti dell’Arte Povera e dell’Arte Concettuale. A Cura di ABO. Napoli, Madre, Fino all’11/05 museomadre.it • ARTE / TRISHA DONNELLY Personale della Giovane Artista di San Francisco a Cura di Andrea Villani. Bologna, Mambo, Fino al 13/04 mambo-bologna.org

1

SABATO

5

• MODA / Inizia Oggi PARIS PRÊT-À-PORTER. Parigi, Luoghi Vari, Fino al 12 modeaparis.com

• ARTE / Continua illuminazioni. avanguardie a confronto.

italia-germania-russia Che Indaga le Relazioni Poco Note tra i Futuristi e gli Esponenti delle Avanguardie Russe e Tedesche. Nell’Ambito di “Futurismo100” A Cura di Ester Coen. Rovereto, Mart, Fino al 7/06 mart. trento.it • FOTOGRAFIA / Ultimo Giorno per ASIAN DUB PHOTOGRAPHY Artisti Vari con Conferenze, Proiezioni ed Eventi Speciali Correlati. A Cura di Filippo Maggia. Modena, Foro Boario Mostre fondazione-crmo.it

• ARTE / Continua BOLOGNA BATTE BERLINO (Accanto, Fucktory, American Nightmare Revolutions). Scultura, Pittura, Fotografia e Video in Un Ironico Scontro Artistico-Culturale tra Berlino (Città all’Avanguardia) e Bologna (Città Assopita). Bologna, Oltre Dimore, Fino al 7/03 dimore-sas.com

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112/find Contatti: cercare in rete quello che c’è in queste pagine.

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114/l’oroscopo 114

L’unica scienza esatta, indagata ogni mese per voi. Di Franca Mazzei.

Capricorno — FEBBRAIO 2009 Il mese. Il mega accumulo planetario in Acquario (Sole, Mercurio, Marte, Giove e Nettuno) pone l’accento sui valori tipici del Segno: apertura al nuovo, ribellione ai luoghi comuni e allo status quo, attenzione al sociale, rilancio di ideali, utopie, organizzazioni umanitarie e diplomatiche. Tendenzialmente penalizzati invece i valori dell’opposto Leone: lusso, vitalità, vita notturna, spettacolo, procreazione, voli aerei. Intanto Venere comincia un lungo soggiorno in Ariete che si concluderà il 6 giugno: molto favoriti i coupe de foudre.

Ariete — Lo stellium planetario in 11a Casa vi vuole equilibrati, socievoli, morbidi, propositivi e disponibili al mondo: ma allora è proprio vero che voi non siete cattivi, vi disegnano così..! Amore. Specchiatevi: da quant’è che non eravate cosi tanto fascinosi? È il momento di inserire una foto su facebook (eliminando finalmente il triste fantasmino). Denaro. Tranquilli: eventuali contrattempi svaniranno senza contraccolpi dal 15 in poi.

Toro — Calo d’umore e d’energie, ostacoli e ristagni, impegni stressanti, idee tante e confuse: appellatevi alla convenzione di Ginevra! Oppure (meglio) provate a riflettere sul fatto che forse non di solo lavoro vive l’uomo (non ne parliamo della donna). Amore. Cautele addio: adesso che Venere viaggia in 12a Casa le complicazioni ve le andrete a cercare con inedita pervicacia (ma che vi salta in mente..?). Denaro. Specie dopo il 15 più down che up...

Gemelli — Complici i trigoni dalla 9a Casa, le sfighe del recente passato sono lontanissime ora che davvero vi librate più in alto del sole ed ancora più su: energie vitali, ottimismo e una buona dose di “fattore C” saranno le vostre armi vincenti! Provare per credere. Amore. Relazioni libere e complici come piace a voi (e gli amori rottamati sono ormai solo un puntino dipinto sul cuore). Denaro. Talmente bene che vi chiederete dove sia il trucco.

Cancro — Passata la tempesta di gennaio, non solo udite augelli far festa ma vi riscoprite molto più tosti e audaci della vostra (senza offesa) non altissima media: rischiare conviene, e ne avrete presto la prova! Amore. Meglio un tiepido San Valentino il 14, o un’agguerrita Festa dei Single il 15? A voi la scelta. Denaro. In lenta ma inesorabile ripresa nella seconda metà del mese. Soddisfatti o rimborsati (per eventuali rimborsi rivolgetevi alla redazione).

Leone — Sarà proprio in questo sfrangiato frangente in cui dovrete subire le opposizioni contemporanee di Sole, Mercurio, Marte, Giove e Nettuno, che una svolta netta e risolutiva si staglierà nitida all’orizzonte: quando il gioco si fa duro i duri scendono in campo! No..? Amore. Che sia reale o inventato, folle o saggio, ecco l’unico vero squarcio d’azzurro del vostro tempestoso febbraio. Accendere un cero a Venere! Denaro. No comment, no cry...

Vergine — Lo stellium planetario in 6a Casa ringalluzzisce la vostra più intima essenza: quella igienista, rigorosa, puntuale, organizzata, laboriosa, sensata, capace di apprezzare la magia che si nasconde nelle mezze misure e nell’uovo oggi senza sforzo alcuno. Contenti voi… Amore. In tanta normalità, almeno il cuore a tratti scantona! Merito/colpa di una tenebrosa e tentatrice Venere in 8a Casa. Denaro. Quanto basta (e di questi tempi non è poco).

Bilancia — Sarà frizzante, energetico, esplosivo e travolgente il vostro pazzo febbraio in cui premere sull’acceleratore, alzare il tiro e osare con una carica vitale che stupirà voi per primi! E qualche salutare eccesso non potrà che umanizzarvi agli occhi di chi vi considera prigionieri del bon ton... Amore. Ne vedrete delle belle ora che l’opposta Venere irrompe a scompigliare polverose certezze! Era ora. Denaro. Benissimo, ma non strafate.

Scorpione — Saturno, Urano e Plutone vi spingono verso ambizioni ardite, ma dovrete in parte rimandarle al prossimo giro: le quadrature planetarie dalla 4a Casa vi costringono ad occuparvi con urgenza di alcune problematiche ancora irrisolte nel settore casa/ famiglia: inutile nascondere la polvere sotto i tappeti! Intesi..? Amore. Sbiadito e ristretto. Sesso. Non pervenuto (orrore!!). Denaro. Forse Dio non gioca a dadi, ma sospettate che bari a poker...

Sagittario — Vi sentirete al centro di un variopinto caleidoscopio di stimoli nuovi, curiosi e leggeri, pieni d’iniziativa, molto meno bacchettoni, ringiovaniti di una decina d’anni senza neppure ricorrere al botulino. Dunque è già primavera? Amore. Il cuore vola e non lo ferma più nessuno! Sponsor ufficiale: uno splendido, invidiabile trigono di Venere che vi accompagnerà fino al 6 giugno. Denaro. Tempo di grandi affari! (e non indaghiamo…).

Rodeo M aga zi n e FEBBR AIO

Solidità e certezze: queste le parole d’ordine di un febbraio non esplosivo ma lungimirante in cui porre le basi per un exploit che di qui a breve promette di rendervi ricchi, famosi e anche più alti. Amore. Ecco l’unico settore in cui i conti non tornano. Sarà che l’alfabeto delle emozioni sfugge ai vostri infallibili piani quinquennali..? Meditateci su. Denaro. Piedi per terra e dispensa piena: ma che sagge formichine!

Acquario — Ora che nel vostro radiosissimo cielo irrompe l’energetico Marte a congiungersi appassionatamente a Sole, Giove e Nettuno, sentite di possedere la chiave giusta per tutte le porte: le occasioni fioccano quasi come per magia, e nessuna andrà perduta (alla faccia delle leggi statistiche). Amore. Il disgelo primaverile per voi è già iniziato: buttate le ghiande, uscite dalla tana e riscopritevi malandrini e intriganti!.. Denaro. Inarrestabile espansione.

Pesci — Dormire, forse sognare, di certo defilarvi dal mondo così come lo vedono gli altri, quelli che non sanno quanto sia bello perdersi nel luna-park della mente: a questo vi induce lo stellium planetario in 12a Casa. E il lavoro..? Mandateci lo spirito guida o il corpo astrale (sennò che ce li avete a fare?). Amore. Mi ami? E quanto mi ami? E sei solo mio? (poi non chiedetevi perché il partner mostra segni d’insofferenza). Denaro. Minimi sindacali garantiti.


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Rodeo Magazine #54  

Rodeo Magazine #54. Featuring: Fashion Stories by Seto, Massimo Pamparana and Giuseppe Gasparin / Albino / Kim Ann Foxman / Silvia Prada /...

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