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Mensile - Anno 2 - Novembre 2013

#15

PLAY IT LOUD, READ IT NOW

PROTEST the HERO Mathcore & fun

Nirvana The Bloody Beetroots We Are the in Crowd Red Fang L’Invasione Degli Omini Verdi Pay

Korn The Devil Wears Prada The Story So Far – Marsh Mallows – Strengthcode – Audrey – Shide – living dead lights


Mensile - Anno 2 - Novembre 2013

#15

PLAY IT LOUD, READ IT NOW

THE DEVIL WEARS PRADA Il verso giusto

Korn Protest The Hero

Nirvana - The Bloody Beetroots We Are the in Crowd - Red Fang L’Invasione Degli Omini Verdi - Pay

The Story So Far – Marsh Mallows – Strengthcode – Audrey – Shide – living dead lights


#15

PLAY IT LOUD, READ IT NOW

Mensile - Anno 2 - Novembre 2013

korn korn

Protest The Hero The Devil Wears Prada

Gli intoccabili

Nirvana The Bloody Beetroots We Are the in Crowd Red Fang L’Invasione Degli Omini Verdi Pay

The Story So Far – Marsh Mallows – Strengthcode – Audrey – Shide – living dead lights


EDITO

Foto Claudine Strummer

WHO ARE YOU?

Per presentare questo nuovo numero di RockNow, prendo spunto da alcune considerazioni fatte nelle ultime settimane, sia parlando con alcuni lettori, sia durante recenti concerti. Gli Alter Bridge e gli Avenged Sevenfold hanno riempito il forum di Assago. La cosa non può ovviamente che farci molto piacere, dal momento che sono due gruppi che abbiamo anche messo in copertina. Ma tutta quella gente presente ai due concerti ha anche comprato i loro album? E legge riviste? Mi piacerebbe pensarlo… Anche se i dubbi non sono pochi. Oggi è difficile individuare chi ascolta un certo tipo di musica, capire se compra dischi, quanto spende per la musica e come la ascolta. Non sono interrogativi che lasciano il tempo che trovano, tutt’altro. Per questo, sul prossimo numero, troverete il solito referendum di fine anno. Rispondere alle domande (non solo quelle sui vostri dischi preferiti) ci aiuterà a capire meglio chi siete, cosa vi aspettate da questa rivista e allo stesso tempo ci permetterà di migliorare ulteriormente RockNow. Who are you? (dicevano gli Who). Vi anticipo anche che con il nuovo anno ci saranno delle novità… Ma ve ne parlerò appunto tra meno di un mese. In questo numero, intanto, troverete tanta roba, di tutti i generi e per tutti i gusti. Anche cose quasi inaspettate, come i Bloody Beetroots, ma per niente fuori luogo. Un po’ lo stesso discorso fatto in precedenza per Salmo, anche se qui elevato all’ennesima potenza. Il rock è anche dove meno te lo aspetti, no? Keep on rockin’!!! Daniel C. Marcoccia @danc667

RockNow 3


sommario 06 08 10 11 12 14 15 16 18 19 20 21

ROCKNOW #15 – NOVEMBRE 2013 – www.rocknow.it

06-21 PRIMO PIANO:

Audrey Strengthcode All in the name of… Rock Dischi violenti: Living Dead Lights Marsh Mallows The Story So Far Remains In A View / Unwise Shide Hi-Tech Games Crazy… net Open Store

www.rocknow.it Registrazione al Tribunale di Milano n. 253 del 08/06/2012

Scrivi a: redazione@rocknow.it DIRETTORE Daniel C. Marcoccia dan@rocknow.it ART DIRECTOR Stefania Gabellini stefi@rocknow.it COORDINAMENTO REDAZIONALE ONLINE EDITOR Michele “Mike” Zonelli mike@rocknow.it

22-51 ARTICOLI:

22-26 Protest The Hero

28-31 The Devil Wears Prada

32-35 Korn

COMITATO DI REDAZIONE Marco De Crescenzo Stefania Gabellini COMUNICAZIONE / PROMOZIONE Valentina Generali vale@rocknow.it

36-37 Nirvana

38-39 The Bloody Beetroots

40-42 We Are The In Crowd

44-45 L’Invasione Degli Omini Verdi

46-48 Red Fang

50-51 Pay

COLLABORATORI Arianna Ascione Giorgio Basso Andrea Cantelli Nico D’Aversa Sharon Debussy Michele Fenu Stefano Gilardino Marco Mantegazza Luca Nobili Eros Pasi Andrea Rock RockZone Stefano Russo Piero Ruffolo Silvia Richichi Barbara Volpi Extreme Playlist fotografi Arianna Carotta, Andrea "Canthc" Cantelli Claudine Strummer SPIRITUAL GUIDANCE Paul Gray Editore: Gabellini - Marcoccia Via Vanvitelli, 49 - 20129 Milano

52-57 RECENSIONI

52 Disco del mese: Tribute to Tony Sly 53 Nu rock 54 Pop/Rock 56 Metal/Punk 58-61 The Line 62 Last shot: Bring Me The Horizon

44RockNow RockNow

Tutti i diritti di riproduzione degli articoli pubblicati sono riservati. Manoscritti e foto, anche se non pubblicati, non saranno restituiti. Il loro invio implica il consenso alla pubblicazione da parte dell'autore. È vietata la riproduzione anche parziale di testi, documenti e fotografie. La responsabilità dei testi e delle immagini pubblicate è imputabile ai soli autori. L'editore dichiara di aver ottenuto l'autorizzazione alla pubblicazione dei dati riportati nella rivista.


PRIMO PIANO

AUDREY Promessa mantenuta

“Lost in promises” è un album che sa essere moderno ma che al tempo stesso non disdegna il passato attraverso soluzioni sonore originali e sperimentazione. Abbiamo incontrato Ivano “Ozzo”, chitarrista e produttore del disco. Di Giorgio Basso

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ttivi dal 2007, gli Audrey sono arrivati all’esordio discografico solo nel 2011, un fattore decisamente strano, specie coi tempi che corrono dove tutti hanno fretta: “Diciamo che il progetto nasce per scherzo e senza velleità di pubblicazione. Ognuno di noi arrivava da band di stampo punk-HC piuttosto conosciute e io nella fattispecie avevo anche deciso di smettere di suonare… Finché la musica non mi ha richiamato! ! Il problema iniziale fu quello di trovare un cantante che fosse in grado di esprimere quello

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che noi all’epoca volevamo, il sole della California batteva ancora nei nostri cuori ma avevamo voglia di svernare. Nell’estate del 2010 arrivò Breg, l’attuale cantante che ha preso i pezzi e si è adattato dandoci ciò che mancava. Della formazione originale siamo rimasti solamente io e lui, ma non siamo dei ‘mangiacomponenti’!”. E a distanza di due anni ecco “Lost in promises”, un disco moderno dove l’alternative rock abbraccia screamo e altri stili: “Rispetto al suo predecessore, questo disco vanta molte differenze, a iniziare dall’ingresso in scena dell’elettronica e non solo. Per scrivere i

nuovi pezzi abbiamo consumato la serie televisiva Twin Peaks, abbiamo esplorato il mondo di Lynch, siamo giunti ai tempi nostri prendendo spunto da film come ‘The ring’ e ispirandoci dalle ambientazioni di Badalamenti, il tutto senza andare troppo verso il metal come attitudine. L’esperienza ha poi fatto il resto”. “Lost in promises” ha un suono moderno e decisamente caldo, frutto dell’ottimo lavoro di squadra: “È stato una sorta di parto, circa un anno speso tra pre-produzioni e registrazione. Il lavoro in studio è stato svolto da me e Teo Magni, chitarrista dei Rhyme. Ho

passato mesi per capire come fare dell’elettronica che potesse in qualche modo ricordare band come Asking Alexandria o Bring Me The Horizon, e al tempo stesso far capire che siamo figli dei Depeche Mode e di quello che prima di essere chiamato dubstep era brit-garage”. Infine chiudiamo parlando dei migliori dischi di questo 2013, tra nomi italiani ed esteri: “In Italia pensiamo siano stati ottimi i lavori di Rhyme, Devotion e Arms Like Anchors, mentre in chiave estera applausi a scena aperta per l’ultimo lavoro dei Bring Me The Horizon”. www.facebook.com/audreyband


PRIMO PIANO

STRENGTHCODE Prova di forza

Ogni tanto il metal italiano sa stupire: grazie al supporto di mostri sacri della scena tricolore come gli Extrema, i romani Stregthcode giungono al debutto discografico dopo anni di onorata e sudata gavetta. Di Luca Nobili

A

Foto Nick Brooks Photography

scoltare i romani Strengthcode nel loro debutto “Inside power” è come fare un (bel) tuffo negli anni ’90. Chitarre pesanti e “grasse”, voce urlata, groove; hardcore che incontra il metal insomma. Quel suono che grazie ai riff perfetti del mai abbastanza compianto Dimebag Darrel hanno fatto la storia del rock duro di quel decennio. Pro-Pain, Pantera, Hatebreed, Machine Head a

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più non posso per un disco che non vuole pretendere di essere originale ma di spaccare le orecchie dei metal heads nostrani. “Abbiamo lavorato molto, ‘Inside power’ è stato concepito in due fasi” racconta il singer Steph, “questo in parte ci ha permesso di dare una nostra impronta alle influenze da cui proveniamo. Nonostante i vecchi ascolti, abbiamo cercato di miscelare cose più recenti. Chiaramente, questo è il debutto e ne siamo soddisfatti, ma cerchiamo anche di fare

evolvere le idee mantenendo lo stesso concetto, come già stiamo facendo per il prossimo lavoro”. Un’occasione non male è stata per gli Strengthcode poter contare sul supporto degli Extrema, per molto del pubblico metal LA band italiana per eccellenza! Tommy Massara è tra gli artefici della pubblicazione dell’ album grazie alla sua etichetta Extremateam, GL Perotti è ospitato nella canzone “Inside power” e nel relativo video. “La collaborazione con gli Extrema è un grande valore aggiunto al nostro lavoro; avevo

circa 18 anni quando li ho scoperti e spaccavano il culo! Circa 18 anni dopo, avere la loro amicizia e il loro supporto è un onore, oltre che uno stimolo in più per fare bene”. E con chi vorrebbero nei sogni più sfrenati suonare i nostri eroi? Steph ha le idee chiare solo per quanto riguarda le band Italiane: “Chiaramente vorrei farmi un bel giro con gli Extrema. Band straniere non saprei... ultimamente si stanno smembrando tutte”. www.facebook.com/pages/ StrengthCode/276537902214


PRIMO PIANO

sk u D t A Anger

NOME: brosio za: Milano Mattia D'Am ), Provenien e c o (v i in fano Main voce), Luca , te a S rr : a p it -u h e (c in li L o iacomo Lori Giambini (batteria) (chitarra), G y a J so), Mattia s a (b io rz o P 2014 visto per il re P : o c etalcore is D e metal, m iv s s re g e The ro Genere: p d, Bring M e R s rn u B August Influenze: ngage illswitch E K usk , n o z ri o H m/AngerAtD o .c k o o b e w.fac https://ww

Kurai

NOME: ce), za: Ohio hitarra, vo (c t ld Provenien e H n Vo ria) cott "SVH" llejo (batte a V l e b Line-up: S A ), inie (basso 013) Ryan Mart ken" EP (2 ro b e th g akin Disco: "Bre metal l, modern ta e m : re e evelle n Ge , Korn, Ch e n y a v d u M iband Influenze: k.com/kura o o b e c a .f w https://ww

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All in the name of

A cura di Andrea Rock

M

rock

ilano è una città tentacolare. Lo diceva la mamma di Artemio (Renato Pozzetto) nell'immortale “Il ragazzo di campagna”, piccolo capolavoro della commedia italiana che credo tutti conosciate. Niente di più vero. Questa città, che amo da sempre e che odio saltuariamente (a causa di coloro che ci vivono), riesce sempre a stupirmi. Ottobre 2013: 4 gruppi punk (Knife 49, Andead, The Crooks, The Wetdogs) si esibiscono gratuitamente al Live Forum di Assago (ovvero dietro al Forum di Milano), ingresso gratuito, consumazione non obbligatoria. 4 set da circa 35 minuti l'uno. Vengono circa un centinaio di persone. Ok, peccato. Vorrà dire che forse il locale non è ancora conosciuto dalla comunità di punk rocker milanesi. Settimana successiva: stesso locale, dj set trash/dance/pop, ingresso a pagamento. Vado a salutare alcuni amici lì presenti e chi ci trovo? Un mini gruppetto di skin/streetpunker con tanto di maglie di gruppi Oi!, cresta e look anni '80. Sono ubriachi, quella sera si sono proprio divertiti, tanto che uno di loro è svenuto e viene trascinato (stile Ercole a Troia) fuori nel parcheggio e poi in ambulanza. Ok, fermi tutti. È veramente questo quello che ci resta di “punk” a Milano? Vestirsi come in “SLC Punks” e ubriacarsi fino a svenire durante un dj set che va dai Backstreet Boys a Skrillex? No, per fortuna, no. Novembre 2013: è lunedì sera e in Corso di Porta Romana (centro), un mini gruppetto di ragazzi attacca un foglio sul muro di una scuola che indica il luogo presso il quale quella sera si terrà un mini concerto acustico di Tim Vantol (ex Antillectual) insieme a due gruppi punk locali. La “venue” è un centro scout di circa 75mq (compreso bagni e ingresso). L'offerta è libera per coloro che vengono alla serata. Ci saranno una cinquantina di persone, tutte sorridenti. Il songwriter olandese si emoziona nel sentirli cantare i suoi testi. Alcuni di loro (decisamente punk nell'attitudine e molto poco nell'abbigliamento), la mattina dopo alle 6:15, partiranno per Lione perché l'hanno promesso all'artista. Grazie a questa insolita serata, ho fatto nuovamente pace con coloro che abitano la mia città.


ALAN DAMIEN ((Living Dead Lights) )

DISCHI VIOLENTI

Di Daniel C. Marcoccia - foto Robert John

Primo album comprato: Stray Cats “Built for speed”. Avevo 7 anni e pensavo che il loro look fosse cool. Grande band e ottimi musicisti. ULTIMO DISCO COMPRATO: “Sempiternal” dei Bring Me The Horizon e “Hail to the king” degli Avenged Sevenfold. Adoro l’ultimo disco dei BMTH e spero di potere andare in tour con loro un giorno. Il nuovo degli A7X, nonostante le varie polemiche, ha una bella energia e mi piacciono sia la produzione, sia il nuovo batterista. DISCO CHE HA CAMBIATO LA TUA VITA: “Appetite for destruction” dei Guns N’ Roses. C’è poco da aggiungere, è perfetto in tutto e Slash è il motivo per cui ho voluto suonare la chitarra. DISCO SOPRAVVALUTATO: Qualsiasi roba dei Florida Georgia Line, un duo di country music ridicolo… DISCO SOTTOVALUTATO: Ne dico almeno due: “The devil put Dinosaurs here” degli Alice In Chains e “Young loud and snotty” dei Dead Boys. Gli AIC, nonostante la grossa perdita di Layne Staley, continuano a fare dell’ottima musica mentre I Dead Boys sono stati una grossa influenza per me. DISCO “BOTTA DI VITA”: Judas Priest “Painkiller”, questo è il metal. Se lo ascolto mentre guido, inizio subito a fare “air drum”… DISCO “LASSATIVO”: Quelli delle band che vogliono diventare I nuovi Nickelback. Non sono un loro fan ma li rispetto per quello che sono riusciti a fare. A dire il vero, mi fanno cagare tutte le band che cercano di seguire le mode. Il mondo ha bisogno di veri artisti per evolvere. DISCO PER UNA SERATA ROMANTICA: “Repent & remix” di Marilyn Manson. Questi remix sono cupi e sporchi, perfetti per queste situazioni. DISCO SUL QUALE AVRESTI VOLUTO SUONARE: Mi servirebbe un numero intero di RockNow… Sicuramente il “White album” dei Beatles, “Appetite…” dei GN’R e “The wall” dei Pink Floyd. Sono dischi che hanno portato qualcosa alla musica e quindi mi sarebbe piaciuto prenderne parte. DISCO DA VIAGGIO: Mi piace ascoltare delle commedie, cose divertenti di Eddie Murphy, Andrew Dice Clay o Richard Prior… Lo so, sono pazzo. DISCO PER UNA NOTTE DI BAGORDI: “Ace of spades” dei Motörhead. Pesante e rude, un carico di energia che ti prende a calci nel culo. E poi Lemmy è un mito, una persona vera e onesta come poche. DISCO DEL GIORNO DOPO: “16 biggest hits” di Johnny Cash. È di un’epoca diversa ma posso ritrovarmi in ognuna delle sue parole. I suoi dischi sono senza tempo. DISCO CHE TI VERGOGNI DI POSSEDERE: Troppi! Ma a mia difesa c’è il fatto che li ho comprati pensando di trovare qualcosa di interessante…

ng i Liviion”. e d olo lut singour evo o v nuo s is io to ilhts “Thivo album i enna c s È u ad Lig Nuo ers” a g tt De ck le a l B “

CANZONE CHE VORRESTI AL TUO FUNERALE: “Happy songs for happy people”, il quarto album dei Mogwai. Sono strumentali, ottimi per meditare e hanno anche una bella energia. Un modo perfetto per ricordare alcuni momenti della mia vita.

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PRIMO PIANO

MARSH MALLOWS vivi e forti

Dopo tre anni di silenzio tornano in tour i riminesi Marsh Mallows per celebrare il decennale di “Qualcosa di nessuno”, il disco che li rese noti al grande pubblico. Facciamo il punto con Jim, il cantante, sul ritorno e i loro progetti futuri. Testo e foto di Andrea “Canthc” Cantelli

S

i parla molto di questa reunion della band ma Jim ci tiene subito a precisare che i Marsh Mallows non si sono mai separati. “Questa non è una reunion, non c’è mai stata nessuna rottura o decisione di smettere. Semplicemente, gli impegni della vita erano diventati altri. Abbiamo avuto dei figli e nessuno ha voluto invadere lo spazio degli altri,

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ben sapendo comunque che al momento giusto saremmo ripartiti. I Marsh Mallows sono prima di tutto un gruppo di grandi amici”. Ecco quindi cosa ha portato la band a una lunga pausa durata comunque tre anni. Altro argomento di discussione, sicuramente più interessante, è il decennale di “Qualcosa di nessuno”. Il cantante ce ne parla con molto entusiasmo: “Quando ci siamo rivisti per la prima volta in sala prove, abbiamo suonato tutto quel disco dall’inizio alla fine,

ero eccitatissimo, ho risentito tutte le emozioni, i sentimenti di quel periodo. Quella era una scena forte, una faccia importante dell’Italia. Non era una scena unita, ma poteva comunque dire qualcosa e in parte l’ha fatto, anche se facendosi prendere troppo dal protagonismo e non dall’idea che si poteva realmente costruire qualcosa di serio, duraturo e vero”. Inevitabile parlare anche dei progetti futuri della band: “Abbiamo registrato recentemente una cover acustica

('Alien' dei Pennywise, nda) per la compilation 'Punk goes acoustic 2', riassaporare lo studio e lo stare insieme è stato per noi un’ulteriore spinta per tornare a metà febbraio a scrivere il quinto capitolo della nostra storia. Per quel che riguarda il sound, posso già anticipare che sarà un punk/ hardcore diretto e veloce in pieno stile Marsh Mallows”. E di questo non possiamo che essere felici. Bentornati… dalla pausa. www.facebook.com/marsh. mallows.98


PRIMO PIANO

THEFunnySTORY SO FAR kids Incontro milanese, in pieno centro, con i The Story So Far poche ore prima del loro debutto dal vivo nel nostro Paese. Di Michele Fenu

P

arker (voce) e Kevin (chitarra) mi fanno mille domande sulla scena italiana. Quasi mi sento a disagio nel dirgli che con loro suonerà anche la mia band. Tra una pizza e un panzerotto, mi raccontano che sono in tour da poco meno di un mese e lo saranno ancora per due settimane. Suonare in giro è diventato il loro lavoro, come hanno sempre sognato. Certo, non è stato facile e neppure

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privo di rinunce. Parker ci dice: “Io ho dovuto lasciare la scuola, Kelen (basso) e Ryan (chitarra) pure. Non credevo fosse così drammatico farlo. Mi manca in effetti… Però il mio sogno, anzi, il nostro sogno di vivere di musica si è realizzato. Come potrei essere triste?”. In effetti non c’è da lamentarsi. Oggigiorno il pop-punk, o easycore, è di nuovo in voga e loro sono diventati i portabandiera di questa rinascita! Kevin aggiunge “È successo tutto molto in fretta. La band di Walnut Creek,

California, è stata in tour per tanti mesi, molto spesso come opening band, e continuava a raccogliere consensi, sicché ci hanno proposto il nostro primo tour da headliner. Dal primo al secondo e così via, è stato molto semplice, non abbiamo fatto nient’altro che suonare come ci piace. Abbiamo in seguito registrato il nuovo disco ('What you don’t see', nda), prodotto da Steve Klein dei New Found Glory e lo stiamo portando in giro sera dopo sera”, Sopraggiunge Parker con un bel gelato artigianale e mi racconta

quanto sia contento di essere in Italia: “Amo il gelato, questo è il vero gelato italiano. È qualcosa di assurdo, se avessi una gelateria così nella mia città ci vivrei dentro”. A questo punto chiedo ai nostri amici se vogliono dire qualcosa in particolare ai nostri lettori. Non si fanno pregare: “Come si chiama quella band rap del cartonato con il quale abbiamo fatto la foto? Club qualcosa? beh, non ascoltate loro, ascoltate noi!” (per la cronaca, erano i Club Dogo, nda) www.thestorysofarca.com


REMAINS IN A VIEW

La band di Sulmona è ciò che comunemente potremmo definire hardcore new school, un gruppo con molte idee e tanta voglia di emergere. A parlare con noi sono Pier e Dave, rispettivamente chitarrista e urlatore. Di Giorgio Basso

I Remains In A View nascono tra il 2007 e il 2008 dall’unione di elementi della scena hardcore melodica locale e metalcore per dare vita a un progetto che vede il suo primo capitolo discografico nel 2009, un EP di tre pezzi che poco ha da condividere con ciò che è stato fatto anni dopo in “Elegies”, il nuovo lavoro. “Questo disco rappresenta ognuno di noi, è l'insieme dei diversi stili e del tipo di musica che ascoltiamo quotidianamente. Ogni membro ha un suo background musicale ed è stato proprio questo il punto su cui ci siamo soffermati durante la scrittura dei brani. L'idea generale è stata quella di uscire dai classici schemi metalcore inserendo influenze musicali che, in un certo senso, lasciassero di stucco l’ascoltatore. Volevamo

UNWISE

che l'alternanza di suoni swedish ad altri post-rock/ambient fosse il nostro marchio di fabbrica, qualcosa che rendesse ‘Elegies’ diverso”. Vista la particolarità della proposta, è lecito chiedersi come hanno preso vita i pezzi del disco: “Non c'è una regola fissa, di solito ci piace entrare in sala prove con un riff già pronto sul quale sviluppiamo l'intero pezzo. Completata quella che è a grandi linee la canzone, passiamo alla cura dei particolari, correggendo, e a volte eliminando, quelle piccole parti che secondo noi non suonano bene nell'insieme. Siamo molto pignoli nella cura dei suoni e pensiamo che questo aspetto si capisca all’interno dell’album, pervaso da un mood malinconico che abbiamo mantenuto anche nell'artwork e nei testi. Sentendo l'esigenza di esporre considerazioni personali a proposito di sentimenti, condizioni e passioni umane, abbiamo concepito il disco come fosse una sorta di raccolta di elegie. Nell'Antica Roma, l'elegia era un genere letterario in cui i poeti analizzavano i loro sentimenti, le passioni i sogni e la fuga dalla realtà. Coincidenza vuole che uno dei massimi esponenti, Ovidio Nasone, sia nato proprio nella nostra città, Sulmona”. www.myspace.com/remainsinaview

In un periodo dove i trend sembrano avere il sopravvento sulla parola musica, gli Unwise propongono un prog rock ispirato e di qualità. Di Giorgio Basso

Gli Unwise sono una band molto particolare - basti solo pensare che sono attivi dal 2006 ma giungono solo oggi al debutto discografico: “La band si è formata nel 2006 ma l'attività vera e propria è iniziata successivamente, ossia una volta formulata l'idea di un concept, un lavoro particolarmente complesso. Il progetto iniziale era sicuramente ambizioso e non semplice da realizzare, poi magicamente tutto è risultato naturale sia nella composizione che nell'arrangiamento. L'essere riusciti a integrare la musica con la storia che tratta tematiche esistenziali alle quali qualsiasi ascoltatore può relazionarsi personalmente ci rende molto orgogliosi”. Concept a parte, ciò che interessa capire è quale sia l’intento principale di questi musicisti viste le ambizioni: “Lo scopo è quello di poter trasmettere su di un palco le emozioni e le sensazioni che il disco può trasmettere, coinvolgendo le persone che lo ascolteranno. Proporre questo lavoro dal vivo è abbastanza complesso, viene suonato dall'inizio alla fine senza pause, esattamente come è stato registrato. Inoltre, per avvicinare il pubblico, stiamo preparando uno show particolare che sarà proposto in teatro. La cosa che vorremmo fosse più apprezzata di ‘One’ non è un particolare ma proprio la sua interezza - packaging compreso - visto che è tutto frutto delle nostre menti”. Spesso, quando si parla degli Unwise, si vanno a scomodare nomi altisonanti quali Fates Warning e Queensryche, band che hanno sicuramente detto la loro all’interno del disco: “L'accostamento a queste band che conosciamo e apprezziamo ci fa sicuramente piacere. Va comunque detto che ogni membro del gruppo ha i suoi riferimenti a livello di influenze, che sono a volte diversissime tra loro. Più che l'accostamento a un filone, la nostra impronta stilistica è la combinazione di quello che ognuno di noi ha nel proprio bagaglio tecnico e culturale. Durante la registrazione di 'One' non ascoltavamo niente in particolare e questo ha reso ancor più naturale il disco”. www.facebook.com/UnwiseBand

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PRIMO PIANO

SHIDE

Al di là del muro

Per fortuna, non un’altra band italiana in crisi depressiva! Dalla Puglia arrivano al debutto discografico gli Shide, quartetto grintoso, convinto e con il piglio giusto PER PORTARE IL SUO ROCK FUORI DAI CONFINI TRICOLORI. Di Luca Nobili - foto Antonella Argirò

G

li Shide sono uno dei nomi nuovi da tenere d’occhio per il rock italico degli anni a venire. Sia per una proposta musicale orecchiabile e al contempo decisamente hard rock che per il tasso di intraprendenza un bel po’ sopra la media. Soprattutto italiana. “Quando nel 2012 abbiamo realizzato la campagna di crowdfunding, eravamo una delle prime band in Italia ad aver avuto quest’idea, soprattutto una delle poche ad aver mirato anche all’estero” mi racconta Renata Morizio, cantante del quartetto pugliese. “Il primo a pensarci è stato Stefano, chitarrista/produttore della band e di ‘Between these walls’. Lavorando nel

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settore come produttore si è scontrato moltissime volte con la mancanza di budget per la realizzazione dei dischi da parte sia degli indipendenti che delle major label. In una delle tante notti insonni, si è imbattuto in una fortunata campagna di crowdfunding su KickStarter.com e gli si è accesa una lampadina, così abbiamo cominciato a interessarci al fenomeno e a studiarne il funzionamento, realizzando che potevamo provarci anche noi per la produzione del disco”. Altra prova di coraggio: gli Shide hanno scelto di proporsi al mondo usando l’inglese, una scelta in questo momento non facile per chi suona rock nel Bel Paese... “non ti nascondiamo che il ‘chi ce l’ha fatto fare’ è sempre stato ricorrente

nei nostri discorsi; ma solo per farci una risata! Non è certo una novità la mostruosa difficoltà che una band emergente incontra per riuscire a essere considerata nel panorama musicale che conta. Ancor di più per una band che canta in inglese in Italia. La verità però è che non ci siamo mai pentiti della nostra scelta perché non è stata dettata da un’esterofilia fine a se stessa e né dall'idea che l’inglese fosse più cool della nostra lingua madre. Semplicemente volevamo che la nostra musica fosse comprensibile sia in Italia che fuori, e l’Inglese è la seconda lingua parlata nel mondo”. Tocco il tasto influenze/paragoni con il resto della scena rock e Renata non mi nasconde (come darle torto) che “è stato un tasto dolente per molti

anni. Ci siamo sentiti paragonare ai Lacuna Coil, agli Evanescence, ai Paramore... tutte ottime band, ma l'unico elemento in comune che noi cogliamo è la voce femminile! Capiamo anche che sia la prima cosa che arriva all'ascoltatore ma c'è molto di più da valutare. Il sound degli Shide è davvero il risultato dei diversi riferimenti di ogni membro della band e abbiamo ascolti molto vari e a volte lontani. Certo, per chi scrive in questo campo è necessario fornire un riferimento quando si tratta di un gruppo emergente e purtroppo non si può ancora dire ‘avete un sound tipo Shide’”. Chissà che non accada Renata, io di escluderlo non me la sento. www.shide.it


HI-TECH LG SOUNDPLATE LAP340

Soundbar dalle elevate prestazioni (e conseguente prezzo) per LG, che immette sul mercato la SoundPlate LAP340. Design ultra sottile (altezza 35mm), audio 4.1 con doppio subwoofer (potenza totale 120W), collegamento Sound Sync Wireless per smart TV, Bluetooth (per mobile) e base ideale per schermi da 32 a 55 pollici. www.lg.com

MIDLAND XTC400

Nuovo aggiornamento di Midland per la sua action cam, ora dotata di Wi-Fi e obiettivo rotabile. Il primo permette il controllo della camera tramite tablet e smartphone (con apposita app), il secondo offre una lente in grado di ruotare di 270 gradi. Inalterati design e qualità video: 30fps a 1080p o 60fps a 720p. www.midlandradio.eu

ASUS MIRACAST DONGLE

Chiavetta HDMI 1.3, la Miracast Dongle di Asus permette di trasferire su grande schermo (TV e PC) i contenuti audio e video di tablet e smartphone (con sistemi Android 4.2 Jelly Bean e Windows 8.1). Portata 10m, risoluzione massima Full HD 1920×1080 e supporto allo standard Miracast (tramite adattatore Wi-Fi dual band). www.asus.com

SKULLCANDY AIR RAID

Skullcandy debutta nel segmento speaker wireless per dispositivi mobile con l’Air Raid. Alimentato da una batteria ricabile (14 ore di autonomia) e costruito con materiali Rugged (in grado di resistere a urti e intemperie), il dispositivo promette il livello sonoro più alto del settore. Collegamenti via jack e Bluetooth. www.skullcandy.com

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TOQ QUALCOMM Gli smartwatch sono ormai realtà e nel corso dei prossimi mesi molti dei modelli annunciati faranno la loro

comparsa. Tra questi il Toq di Qualcomm. Connessione a dispositivi Android, autonomia fino a 5 giorni, ricarica induttiva (tramite base nella confezione) e schermo Mirasol (in grado di sfruttare la luce naturale). www.toq.qualcomm.com


A cura di Michele Zonelli

games

BATTLEFIELD 4

Piattaforma: XONE/PS4/X360/PS3/PC Produttore: EA Genere: FPS Tra i titoli più attesi di questi mesi, “Battlefield 4” approda su console e PC in tutto il suo splendore. Senza perdersi in inutili preamboli, DICE ci scaglia immediatamente nell’azione, con tutta la violenza e le innovazioni del caso. Breve e intensa, la campagna singleplayer vi vedrà vestire i panni di Daniel Recker, sergente dei marines e membro della squadra Tombstone. Vostro compito: evitare il più devastante dei conflitti e riportare la pace tra Stati Uniti, Cina e Russia. Non molte novità da questo punto di vista. Per gli appassionati del genere la trama non offre grosse sorprese e a livello narrativo nulla lascia davvero sbalorditi. Il nuovo motore Frostbite 3 regala grandi emozioni, ricreando paesaggi, luci ed elementi in maniera pressoché inattaccabile. Se da un lato l’azione in singolo non conquista appieno, dall’altro il multiplayer si dimostra essere il vero cuore del gioco. Esteso, coinvolgente, dalle infinite personalizzazioni e mai così vario. Terra, cielo e mare: nessun limite al campo di battaglia grazie a nuovi mezzi d’assalto e a un arsenale in grado di soddisfare ogni vostra esigenza. Giocare online non è mai stato così divertente e appagante e, da questo punto di vista, Battlefield spazza via la concorrenza dando voce alle molte richieste dei fan e offrendo un’esperienza che difficilmente abbandonerete.

WWE 2K14

CRIMSON DRAGON

Acquistati i diritti dopo la chiusura di THQ, 2K Games approda nel mondo della WWE con “WWE 2K14”. La decisione di proseguire sui binari tracciati paga in più occasioni e rassicura i fan. I contenuti, come da tradizione, sono molti e a fianco degli odierni lottatori (perfettamente ricreati) trovano posto stelle del passato, protagoniste dell’inedita Trent'anni di Wrestlemania: modalità dedicata agli scontri più entusiasmanti dagli anni 80 a oggi.

“Crimson Dragon” potrebbe non dire molto a chi si è avvicinato da poco al mondo dei videogiochi, ma chi ha avuto modo di apprezzare “Panzer Dragon” (tra i più amati shooter dell’era Sega Saturn) non rinuncerà a questa occasione. Le meccaniche di gioco sono le stesse viste negli anni 90: uno sparatutto come oggi non se ne fanno più. Il gameplay è immediato e diretto e la gestione dei draghi, complessa ma non inverosimile, soddisfa senza stufare

PS3/X360 2K Games

XONE Microsoft Studios

ASSASSIN’S CREED IV: BLACK FLAG

Piattaforma: XONE/PS4/X360/PS3/PC/WIIU Produttore: Ubisoft Genere: Azione Puntuale come sempre, Ubisoft torna con un nuovo capitolo della blasonata saga Assassin’s Creed, capitolo accolto (a ragione) come uno dei migliori dell’intera serie. Temporalmente antecedente ad “Assassin’s Creed III”, Black Flag narra le vicende di Edward Kenway, pirata vissuto tra la fine del 1600 a la metà del 1700 (e nonno di Connor Kenway). Cornice della coinvolgente e profonda trama (sviluppata con il supporto dell’esperto di pirati Colin Woodard): l’arcipelago dei Caraibi. In un arco temporale compreso tra il 1712 e il 1722 vivrete la nascita de La Repubblica dei Pirati e farete la conoscenza di alcuni dei più noti personaggi dell’epoca, da Barbanera a Anne Bonny. Il gameplay non si discosta da quanto noto ma si dimostra più fluido, intuitivo e libero. Diversi gli approcci disponibili per le molte missioni, con un apprezzato ritorno delle dinamiche stealth. Immancabili le missioni secondarie e le attività non necessariamente legate alla storia principale, come la pesca in alto mare, la ricerca di tesori sommersi e la raccolta di pelli e altri materiali. Altra novità: l’arrembaggio, completamente rivisto e ricco di pacevoli e inedite soluzioni. Edward affascina e conquista fin dalle prime battute, così come i compagni che incontrerete durante l’evolversi degli eventi, tutti ben caratterizzati e dall’inconfonfibile carisma. Da avere.

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crazy net

A cura di Michele Zonelli

NECOMIMI BRAINWAVE CAT EARS

HAPPY HOUR TIMEPIECES

Di cerchietti con orecchie da gatto ne avrete visti (o indossati?!?) parecchi, ma come questo... Il Necomimi Brainwave Cat Ears legge e interpreta le onde celebrali facendo muovere le appendici in base allo stato d’animo. Miao. www.necomimi.com

Seconda collezione di orologi per Happy Hour, nome quanto mai esplicativo e

design altrettando indicativo. Una sola ora mostrata (le 5, ovviamente) e un pratico apribottiglie integrato nella chiusura del cinturino. Cheers. www.happyhourtimepieces.com

WAX SEAL SKULL & CROSSBONES Se siete tra chi ancora apprezza il fascino delle care e vecchie lettere scritte a mano o, più semplicemente, volete sigillare con stile documenti o altro materiale cartaceo, questo timbro potrebbe fare al caso vostro. www.nostalgicimpressions.com

UNICORN & HORSE WEDDING CAKE TOPPER Gli invitati, la chiesa, il ristorante, tutto è pronto... Ah già, la torta... se solo ci fosse un modo per renderla indimenticabile. Nessun problema: diamo il benvenuto a Mr. e Mrs. Sprinkles Thundercloud. Può baciare la sposa. www.perpetualkid.com

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CREDIT CARD LIGHTBULB Avete avuto un’idea geniale e volete mostrarlo al mondo? O siete banalmente rimasti al buio? Nessun problema: aprite il portafoglio, rovistate tra le carte di credito e... sia fatta la luce (batterie incluse). www.thinkgeek. com


A cura di Eros Pasi

OPEN STORE

Into The Out by Eastpak

Look rétro e dettagli premium per la nuova collezione targata Eastpak Into The Hout, che predilige uno stile minimal e presenta prodotti con colorazioni accese e dettagli in pelle premium. Da 35 a 129 euro. www.eastpak.com/it-it

Independent Masters Camicia in flanella della nuova collezione autunno/ inverno Independent, per tutti gli skaters che non si fanno fermare dal freddo. 61.90 euro. www.srdsport.it

Vans Collection Holiday 2013

Cer la stagione Holiday 2013, Vans presenta il nuovo Denim Pack: tre proposte premium dei modelli Alomar e Bedford, entrambe caratterizzate da un lavaggio blu scuro, con una colorazione tie-dye. Ispirato all’heritage del brand il modello Alomar è un'estensione del Chukka Boot mentre il Bedford sviluppa l’eredità dell’Half Cab con un profilo sintetico e minimalista. www.vans.com

Starter Star Wars Rebel

Cappellino invernale della nuova collezione dedicata da Starter a Star Wars! Supportate l’alleanza ribelle con questo beanie e che la forza sia con voi! 24,90 euro. www.srdsport.it

Santa Cruz Hutson Cutback Graphite Loaded Slalom

Modello di punta della linea che Santa Cruz ha realizzato per celebrare il suo quarantesimo anniversario, unendo lo stile degli albori dello skateboarding alle migliori tecnologie e materiali dei giorni nostri. 169.90 euro. www.srdsport.it

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PROTEST THE HERO Eccentrici, stravaganti, completamente fuori di testa. Semplicemente fenomenali. I Protest The Hero stupiscono e crescono disco dopo disco. A testimoniarlo ci pensa “Volition�, ennesimo capolavoro di una discografia eccelsa. E chi meglio del chitarrista Tim Millar poteva parlarcene? Di Eros Pasi

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PROTEST THE HERO

P

er la prima volta nella vostra carriera avete optato per la totale indipendenza, dando il via a una raccolta fondi che ha dato risultati stupefacenti. Cosa vi ha spinto a mettere in piedi tutto ciò? Tim Millar (chitarra): Non avevamo nulla da perdere e inoltre l’idea di mettere in piedi una sorta di crowdfunding era qualcosa di nuovo ed eccitante, quindi ci siamo detti perché no? Abbiamo sempre collaborato con diverse etichette e, seppur senza esperienze traumatiche, l’idea di avere a che fare con cavilli contrattuali e discorsi il cui tema principale era il denaro non ci andava molto a genio. Mettere in piedi una simile iniziativa è stata un’esperienza molto interessante e al tempo stesso faticosa: l’idea di dover ripagare l’amore e gli sforzi fatti dai nostri fan per darci modo di lavorare su un nuovo disco ci ha infatti portato a lavorare sodo come mai prima d’ora. Col senno di poi, mi sento di consigliare questo tipo di campagna solo a chi è veramente sicuro di poter dare qualcosa di speciale al proprio pubblico. La vostra iniziativa è stata un vero successo: oltre 340.000 dollari racimolati in poche ore vi ha portati nella storia di Indiegogo come miglior campagna di sempre. Come vi siete sentiti di fronte a un simile traguardo? T.M.: È stato un grande sollievo. Pensavamo sarebbero servite diverse settimane per raggiungere il traguardo prefissato. Quando invece notammo che l’obiettivo era stato raggiunto in meno di 24 ore e che, anzi, i fondi continuavano a salire, inizialmente ci sentimmo quasi a disagio in quanto mai avremmo pensato di essere così tanto apprezzati. Finalmente potevamo iniziare a pensare al disco senza preoccupazioni economiche a turbarci. “Volition” è un disco complesso, melodico e istintivo al tempo stesso. Come avete ottenuto questo tipo di sound? T.M.: Il nostro obiettivo è scrivere canzoni dalle molteplici caratteristiche, facendo sì che ogni ascolto sveli qualcosa di nuovo. L’importante, nel nostro caso, è trovare il giusto equilibrio tra la complessità del sound e l’armonia generale che rende una canzone ascoltabile. Credo che “Volition” sia il nostro disco più ricco di particolari e al tempo stesso accessibile, merito soprattutto di Rody (Walker, voce - nda) che ha saputo interpretare vocalmente in maniera perfetta il sound contorto da noi elaborato.

“L’importante, nel nostro caso, è trovare il giusto equilibrio tra la complessità del sound e l’armonia generale che rende una canzone ascoltabile” Metal, punk, hardcore, math, rock… I termini per descrivere il vostro stile si sprecano oramai. Ma cos’è per te “Volition”? Personalmente parlerei quasi di una sorta di rock opera, che ne pensi? T.M.: Sarebbe una rock opera se suonassimo di fronte ai nostri fan in un anfiteatro, non male come idea (risate)! Non amo perdere tempo nel cercare definizioni, ma dovendo trovare due parole che identifichino il nostro stile, direi “progressivo” e “aggressivo”. Col passare degli anni siamo maturati e cresciuti, un po’ come il vino: compri una bottiglia e la tieni in cantina per 10 anni. Quando la apri e la bevi, gli ingredienti sono sempre gli stessi ma il sapore è qualcosa di delizioso. Quali band citeresti in fatto di influenze? T.M.: Ci sono tantissimi nomi che potrebbero averci influenzato, specialmente durante la composizione del disco. I nomi che mi hanno in qualche modo stimolato sono Symphony X, Dream Theater, Rush e Dillinger Escape Plan. Complessità e non solo, in “Volition” le emozioni sembrano non mancare. Cosa viene prima nelle vostre menti quando dovete scrivere un brano, un riff o un’emozione? T.M.: Solitamente si tratta di un riff scaturito da un’emozione. Per quanto possa sembrare banale, il nostro intento è sempre quello di scrivere musica che abbia un senso e che suoni bene, cercando poi di montare e rifinire il tutto con particolari di ogni sorta. Passato questo step, tocca poi a Rody divertirsi con ciò che abbiamo da proporgli! A proposito di Rody, i suoi testi si sono fatti più impegnati o mi sbaglio?

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PROTEST THE HERO CROWDFUNDING: COS’È?

Negli anni 80, il termine DIY era assai gettonato nell’ambiente alternative, una sorta di ribellione nei confronti del sistema e interpretato con dedizione soprattutto da band punk/hardcore. Oggi ovviamente i tempi sono cambiati ma la voglia di sentirsi indipendenti sembra essere tornata in auge, come testimoniato - per l’appunto - da Tim dei Protest The Hero. Sono diversi i portali che offrono alle band la possibilità di raccogliere fondi per svariate campagne, che vanno dalla registrazione di un disco al finanziamento per la produzione di una nuova salsa barbecue, il tutto con gadget e memorabilie che i partecipanti offrono a chi decide di mettere mano al portafogli e finanziare il progetto. Ovviamente i pareri in merito al crowdfunding sono assai diversi tra loro, come testimoniano le varie diatribe in Rete a riguardo di singoli progetti intrapresi da band più o meno note. Per farvi un’idea di cosa sia effettivamente, date un’occhiata al sito di Indiegogo (http://www.indiegogo.com/).

T.M.: È il nostro cantante, nonché la persona che si occupa da sempre dei testi. In quest’occasione credo si sia concentrato soprattutto su alcuni aspetti interni alla band, situazioni vissute da tutti noi in prima persona insomma. E quale miglior esempio per descrivere una faida interna se non citando Star Trek o Star Wars? A proposito di faide interne, prima della registrazione del disco, Moe (Carlson, batteria – nda) ha lasciato la band, scelta che vi ha poi spinto ad annoverare tra le vostre fila come turnista Chris Adler dei Lamb Of God. Com’è nata questa collaborazione? T.M.: È stato tutto dettato dal tempismo. I Lamb Of God erano fermi in attesa del processo in Repubblica Ceca del loro cantante e conoscendo le qualità artistiche di Chris, ci siamo decisi a contattarlo attraverso il nostro manager che è anche il loro. Lui si mostrò da subito entusiasta di prendere parte al disco e il risultato finale è stato semplicemente eccezionale. Mike Ieradi è invece il vostro nuovo batterista ufficiale. A cosa dobbiamo questa scelta? T.M.: Mike è un amico di vecchia data, oltre che un ottimo batterista. Abbiamo tenuto diverse audizioni per trovare il sostituto di Moe e alcuni musicisti erano davvero fenomenali. Ciò che ci turbava era però il fatto di non sapere che tipo di persone fossero e come sarebbe stato dividere il tour bus per mesi con qualcuno che non conoscevamo abbastanza. Da qui la scelta di affidarci a lui. Tornando al disco, “Clarity” è un singolo semplicemente fantastico. Ci puoi parlare di questa canzone e qual è invece la tua preferita? T.M.: Sono felice che ti piaccia e credo sia il brano giusto per farsi un’idea di ciò che è contenuto nel disco. Ha una struttura sonora molto interessante e ricca di particolari, una discreta quantità di ripetizioni e per finire un’interpretazione vocale azzeccata. La mia preferita è “Mist”, forse quella più easy listening di tutto l’album e parla del nostro posto preferito dove suonare, Newfoundland.

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A gennaio partirà il tour europeo. Quali sono le vostre aspettative e qual è il Paese dove amate esibirvi? T.M.: Sono entusiasta all’idea di tornare in Europa. Sono curioso di vedere come reagiranno i nostri fan davanti ai nuovi brani e ai nostri show. Non credo ci sia un Paese speciale, ma di sicuro posso dire che amo l’Italia. Purtroppo nell’imminente tour ci esibiremo in un solo show, ma sarà senza ombra di dubbio speciale visto che per la prima volta arriveremo a Milano! Un tour che vi vedrà protagonisti con band molto quotate in ambito progressive: Tesseract, The Safety Fire e Intervals. Cosa ne pensi di loro?. M.: Come hai appena detto tu, sono tutti nomi validissimi. Dividere il palco con loro sarà fantastico, conosciamo tutti i musicisti e per questo motivo credo che questo tour sarà qualcosa di molto, molto divertente! Quali album stai ascoltando in questo periodo? T.M.: Mi hai beccato in un momento in cui sono presissimo da Beethoven! Ora sto ascoltando “Piano Concerto 1” e “Piano Concerto 3”! Il migliore e peggior disco di questo 2013? T.M.: Oh mio Dio! Sono un fan sfegatato di “Mouth of swords” dei Safety Fire, per me il disco dell’anno! Non so se sia molto popolare in Europa, ma “Blurred lines” di Robin Thicke mi ha inquietato per ben sei mesi! Mia moglie non voleva saperne di toglierlo dal lettore maledizione!!! Un messaggio per i fan italiani? T.M.: Come ho detto prima, amo l’Italia, la sua gente, il suo vino e il suo cibo. Quindi, per favore, portatemi la miglior pizza (o pasta) allo show e sarò per sempre in debito con voi. Non vedo l’ora di arrivare!!! www.protestthehero.ca


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THE DEVIL WEARS PRADA

Ilverso giusto

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Crescere, migliorare, progredire. RockNow incontra Jeremy DePoyster dei lanciatissimi The Devil Wears Prada e sono queste le parole che piÚ spesso utilizza il chitarrista per descrivere l’approccio della band... alla conquista del mondo! Di Luca Nobili

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THE DEVIL WEARS PRADA

“Il titolo del disco si riferisce a un verso tratto dal Nuovo Testamento, ottavo capitolo versetto 18 della Lettera di San Paolo ai Romani. Parla della sofferenza e di come questa un giorno verrà ricompensata” 30 RockNow

N

uovo disco per i The Devil Wears Prada, il quinto. Cosa si devono aspettare i vostri fan? Jeremy DePoyster (chitarra, voce): “8:18” è diverso sotto numerosi punti di vista rispetto a quanto abbiamo prodotto in passato. Ci siamo concessi di sperimentare qualche sonorità nuova per noi, ci sono in questo disco le parti più heavy che abbiamo mai registrato e allo stesso tempo le parti più melodiche e soft. In precedenza i nostri dischi erano più omogenei e diretti. In generale il mood dell’album è fondamentalmente dark e pessimista sia quando pestiamo duro che quando lasciamo spazio alla melodia. “8:18” è il lavoro dei The Devil Wears Prada più oscuro, senza dubbio. Il vostro approccio così dark, come tu stesso lo definisci, è di


musica così metal, estrema e senza compromessi ci ha incoraggiato tantissimo e ha influenzato la composizione del materiale per “8:18”. È stato per noi una prova di come sia possibile raggiungere il cuore di tante persone pur suonando musica pesante, una prova che non è necessario scrivere canzoni rock orecchiabili per crescere. Il concetto è semplice, avere successo significa continuare a incidere quello che hai dentro senza preoccuparti troppo delle mode o di quello che pensano discografici e altri. Qual è il significato di "8:18"? Quale concetto sta dietro questa scelta? Ammetto la mia ignoranza in materia ma immagino si riferisca a un verso della Bibbia... J.D.: È un verso tratto dal Nuovo Testamento per la precisione, ottavo capitolo versetto 18 della Lettera di San Paolo ai Romani. Parla della sofferenza e di come questa un giorno verrà ricompensata. La sofferenza è un argomento che è stato spesso al centro dei nostri testi e in questo album la canzone “Martyrs” ne è probabilmente l’esempio migliore. Vi è stata appiccicata addosso l’etichetta di “christian metalcore band” fin dagli esordi. Come la vivi? La trovi una definizione efficace su quello che sono i TDWP? J.D.: Semplicemente non mi interessa granché come il pubblico vuole definirci. Ricordo che quando ero un ragazzino, io stesso ero solito etichettare le band in modo categorico. Questa band è metal, quest’altra è metalcore, quest’altra ancora suona heavy metal, quest’altra new metal. Mi sembrava a quei tempi una cosa così rilevante! Ora, crescendo e avendo avuta la possibilità di suonare insieme a realtà molto diverse una dall’altra, guardo indietro e capisco la futilità del voler etichettare a tutti i costi la musica e chi la suona. In conclusione, né io né il resto della band ha problemi riguardo a come i The Devil Wears Prada vengono catalogati dalla stampa o da chicchessia: noi continuiamo sulla nostra strada suonando quello che ci piace, tu chiamalo come ti pare! È stato difficile emergere provenendo da Dayton, in Ohio, non esattamente la mecca della musica rock? J.D.: Non direi difficile... o almeno non più difficile che da altre parti. Sicuramente Dayton ha però influenzato quello che suoniamo. Ai tempi degli esordi dividevamo il palco quasi esclusivamente con band hardcore e straight edge e la vicinanza ad una scena così oltranzista ha indirizzato il suono dei TDWP verso il lato più heavy e aggressivo del rock. Non abbiamo subito l’influenza di sonorità più trendy e modaiole, in altre parole, come magari sarebbe successo se fossimo nati in metropoli come Los Angeles, Seattle o New York City. La scena metalcore statunitense mi sembra stia perdendo qualche colpo… Che ne pensi da musicista di quello che si ascolta attualmente dalle tue parti? J.D.: Al di là di una manciata di band che apprezzo e che stanno facendo cose davvero egregie, come i Converge, tanto per citarne una, il resto mi sembra più che altro una scena che vive di giganteschi furti reciproci. Non sento né originalità né qualità in giro, e la cosa mi fa incazzare perché in questo modo il pubblico viene truffato e arriverà il giorno in cui perderà definitivamente interesse. Noi cerchiamo di rimanere sulla nostra strada e di migliorarci di album in album. Se riascolto i nostri primi lavori, vedo una crescita e la cosa mi fa stare in pace con me stesso e il nostro pubblico. Diciamo che cerchiamo di imparare dagli errori delle band che ci circondano (risate).

sicuro il filo conduttore che unisce tutti i vostri album. C’è una ragione particolare per tanto pessimismo e oscurità? J.D.: Ci chiedono spesso il perché, ma non esiste una vera e propria ragione. O almeno io non riesco a trovarla così facilmente. Quello che mi viene da dire è che questa è la musica che ci piace e che amiamo, e per noi è naturale continuare a fare musica per tutte quelle persone che come noi amano un certo tipo di atmosfera. A proposito, esiste una band o un particolare movimento musicale che ispira più di altri i TDWP? J.D.: Per la band un momento importante e sotto certi aspetti “di svolta” è stato partecipare al Rockstar Mayhem Tour con Slipknot e Slayer. L’aver visto ogni sera questa incredibile quantità di persone apprezzare

Hai sottolineato più volte quanto sia importante per i TDWP migliorarsi. Mi sembra di capire che questo sia il vostro “mantra vincente”... J.D.: Finito le scuole superiori abbiamo cominciato ad andare in tour, come supporter prima e poi come headliner... abbiamo suonato e suoniamo tutte le volte che possiamo ma nonostante questo non ho mai pensato ai TDWP come a un lavoro o comunque a qualcosa di stabile. Certo sono consapevole che le cose per noi vanno sempre meglio, le vendite aumentano e i tour sono più grandi ma tuttora non voglio considerarla “una carriera”. Nessun musicista dovrebbe chiedersi per quanto durerà, fino a quando riuscirà a vivere di musica. Non dare mai per scontato il tuo successo è una mentalità che ti aiuta a rimanere ambizioso, a voler sempre migliorare e progredire. E a non lasciare che l’ego ti porti a prendere decisioni che alla lunga ti danneggiano come persona e come musicista. www.tdwpband.com

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KORN Gli alfieri del nu metal sono tornati con l’ottimo “The paradigm shift” e noi ve li presentiamo dalla A alla Z. di Michele Zonelli - foto Stefano Micchia Fadewood Studios

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Leade intocca


er abili

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korn

A

- A.D.I.D.A.S.: All Day I Dream About Sex… “A.D.I.D.A.S.” è il secondo singolo da “Life is peachy”. Presentata live nel 1999 a Woodstock, il brano è ancora oggi tra i più rappresentativi dell’intera discografia della band, per la gioia dei nostalgici.

B

- Blind: “Are you ready?!”. Riuscite a immaginare uno show dei Korn senza “Blind”? Noi no e molto probabilmente nemmeno la band. Apparsa per la prima volta nel demo “Neidermeyer's mind” (1993) e riarrangiata l’anno successivo per aprire “Korn”, questa canzone ha letteralmente fatto la storia. E poco importa quanta acqua sotto i ponti è passata da allora: i Korn senza “Blind”... non sarebbero i Korn.

C

- Cornamusa: ecco un altro tra i momenti più attesi dal pubblico, Jonathan Davis in kilt con la fedele cornamusa pronto a introdurre “Shoots and ladders”. Valso una nomination ai Grammy nel 1997 come “Best Metal Performance”, il brano raccoglie frasi da filastrocche popolari per bambini che, ingenuamente (come fa notare Davis), si divertono a intonare rime sulla peste nera.

D

- David Silveria: membro fondatore e storico batterista della band, il bel (eh sì, ai tempi ha fatto anche il modello) David ha contribuito a definire il suono dei Korn per poi abbandonare la formazione del 2006. Ma i problemi sono iniziati con “Issues”. Già, perché a quanto pare Silveria proprio non voleva adattarsi all’evoluzione tecnologica, per lui la fine della band è iniziata con l’avvento del Pro Tools. E ora? Ora lo trovate (con qualche chilo in più) dietro il bancone della sua steakhouse in California: la Silvera's Steakhouse & Lounge.

E

- Encounter: incredibile performance live per la pubblicazione di “Korn III: remember who you are”. Incredibile perché i Korn si inventano una serie di video virali realizzando crop circles, per poi suonare l’intero album in un campo di grano, con il loro nome visibile da chilometri di altezza.

F

- Fieldy: stile inconfondibile quello di Reginald Quincy "Fieldy" Arvizu che annovera tra i suoi artisti di riferimento Flea (Red Hot Chili Peppers) e Billy Gould (Faith No More). L’anima più hip-hop della formazione, come ha dimostrato nel progetto solista “Fieldy's dreams - Rock'n’roll gangster”.

G

- Guinness: nel 2000 i Korn entrano nel Libro dei Record per il più potente impianto live: 250.000 Watt! Durante uno show tenutosi il 25 marzo del 2000, la band raggiunge i 288.034 Watt, ovvero il più alto livello sonoro mai registrato durante un concerto.

conosciamo. Il graduale distacco (anche se non totale) dall’amato nu metal non è stato subito digerito ma i numeri parlano chiaro e, ancora una volta, i Korn dimostrano di sapere il fatto loro.

J

H

- Jonathan Davis/J Devil: davvero c’è qualcosa che non sapete su Jonathan Davis?! La Rete è così ricca di informazioni su di lui e il suo alter ego che a noi non resta che toglierci il cappello e inchinarci davanti a uno degli artisti simbolo di un genere che è ormai parte indelebile della storia musicale.

I

- Korn: il primo album, la scintilla da cui tutto ha avuto inizio. Un’opera ancora oggi ritenuta tra le migliori (per molti la migliore) della band. Un disco in grado di rivoluzionare quanto fatto in precedenza e di

- Here to Stay: titolo quanto mai azzeccato e attuale per la traccia di apertura di “Untouchables”. Pubblicato nel 2002, il brano è stato premiato nel 2003 con il Grammy “Best Metal Performance”.

- Issues: quarto album in studio, il secondo più venduto (con oltre 11 milioni di copie) e il primo a introdurre sperimentazioni che apriranno la strada a ciò che oggi ben

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K

influenzare artisti e scena musicale per molti anni a venire. In altre parole: una pietra miliare senza tempo.

L

- L.A.P.D.: all’inizio c’erano gli L.A.P.D. (Love And Peace Dude, poi cambiato in Laughing As People Die). Nati nel 1989, la prima formazione comprendeva Munky, Fieldy, Richard Morrill e Pete Capra. Arruolato Silveria, la band registra un primo demo. Morrill esce di scena e così Munky e Fieldy chiamano un loro amico, Head. Dopo il primo disco, la separazione con Capra e una breve parentesi con un altro cantante (licenziato su consiglio di Ross Robinson) c’è l’incontro (quasi) fortuito con Jonathan Davis... Il resto è storia.

M

- Mid-Cabin Class A: la cabina del Titan Airways 757 in cui la band ha tenuto un concerto privato (a quota


37.000 piedi) davanti a pochi eletti (vincitori di un contest per MTV e 8 militari americani, reduci di Afghanistan e Iraq). Un altro primato.

Gordon (produttore, giornalista e frontman) la “Blind” che tanto amiamo non sarebbe la stessa.

N

P

- Nu Metal: i Korn non sono certo l’unica band cui attribuire il merito di aver portato alla ribalta questo genere e di nomi ce ne sono diversi, spesso altisonanti e dal meritato rispetto. Non tutti, però, sono esperti di musica e non tutti sanno ancora oggi cos’è il nu metal, ma per far capire di cosa stiamo parlando basta citare loro: i Korn. Serve altro per evindenziare il valore e il peso di quanto fatto da Davis e compagni?

O

- Orgy: una delle prime band che i Korn hanno aiutato e supportato. E ci mancherebbe... perché senza Jay

- Paradigm shift: ottobre 2013, esce l’undicesimo album dei Korn, il primo con Head da “Take a look in the mirror”. Il ritorno alle atmosfere di “Issues” e “Untouchables” con le innovazioni di “The path of totality” o, se preferite, l’ennesima e inattacabile presa di posizione.

Q

- Queen of the damned: film uscito nel 2002 (e passato tragicamente alla storia per la scomparsa di Aaliyah Dana Haughton) per il quale JD ha scritto e diretto musiche inedite. Ascoltatele, non ne resterete delusi.

R

- Ray Luzier: membro a tempo pieno dal 2009, Ray Luzier non è certo il primo arrivato. Nel suo curriculum: David Lee Roth, James LoMenzo, Dean DeLeo, Richard Patrick... Iniziate le audizione per il sostituto di Silveria e ascoltati numerosi pretendenti, i Korn si preparavano a incontrare Joey Jordison... che però non si è presato causa degli impegni in studio per “All hope is gone” (possiamo anche perdonarlo). Tocca a Luzier che, invece di preparare 5 brani come richiesto, si presenta con un set di 30. I Korn avevano trovato il loro nuovo batterista.

S

- Skrillex: il polverone sollevato dalla collaborazione con Skrillex, e da “Get up” in particolare, è stato da un lato giustificato e dall’altro esagerato. Giustificato perché i Korn avevano trovato nuovamente il modo di mischiare le carte in tavola e segnare una nuova svolta, personale e globale. Esagerato perché condannare per partito preso chi ha il coraggio di uscire dagli schemi solo perché si vuole continuare ad ascoltare le stesse cose non ha davvero senso (per questo ci sono i vecchi dischi, no?).

T U

- Take a look in the mirror: forse uno dei dischi più controversi e anche l’ultimo con la line-up originale. Cupo, aggressivo, introverso e tuttora sottovalutato. - Ubisoft: Davis non ha mai nascosto la propria passione per i videogiochi, pensate la sua gioia quando Ubisoft ha contattato la band per creare un brano in esclusiva per “Haze” (FPS uscito nel 2008 su PS3). Un’occasione da non perdere.

W

- Welch: la pecorella smarrita, è proprio il caso di dirlo. “Ho scelto il Signore Gesù Cristo come mio salvatore, dedicherò a lui le mie ricerche musicali". Con queste parole Brian Phillip “Head” Welch lasciava la band nel 2005 per dedicarsi, poi, ad altri progetti. Il 06 maggio 2012 Head sale nuovamente sul palco con i vecchi compagni per la prima volta dopo la separazione. Allora si è trattato di un solo brano, oggi di un intero disco. Il figliol prodigo è tornato.

X

- Xmas: in “Korn” c’è anche spazio per una canzone di Natale, denominata semplicemente “Christmas song” e scartata insieme ad altri 4 brani (tra cui “Twist” e “Sean Olsen”).

Y

- Y'all want a single: terzo singolo da “Take a look in the mirror”. In poco più di 3 minuti, 89 modi diversi di usare la parola “fuck”… Tutto perché l’allora etichetta della band (una major) aveva chiesto ai Korn di scrivere una hit radiofonica. E in radio il brano c’è pure andato, censurando “fuck” con “suck”.

Z

- Zac Baird: avete presente il tastierista che dal 2006 vedete (più o meno nascosto) sul palco con la band? Ecco, ha anche un nome: Zachary Baird. Al debutto con i Korn durante il tour dedicato a “See you on the other side” (era quello con la testa da cavallo), è oggi collaboratore essenziale dal vivo e in studio (senza contare l’apporto nei progetti solisti di Munky, Head e Davis). www.korn.com

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NIRVANA `

In occasione del ventesimo anniversario di “In utero”, festeggiato con l’immancabile “deluxe edition”, torniamo a parlare di un disco che ha segnato la storia del rock e il destino dei Nirvana e del loro leader. Di Barbara Volpi

S

ono passati più di vent'anni da quel 13 settembre 1993, data di uscita del terzo e ultimo lavoro in studio dei Nirvana. Il 5 aprile dell'anno successivo Kurt Cobain avrebbe messo definitivamente fine al suo mal di vivere e alle sue contraddizioni con un colpo di fucile alla testa, e ciò avrebbe gettato un alone funesto su quell'ultimo lavoro che, interletto ora, è colmo di inquietanti premonizioni, a partire dal suo brano di chiusura “All apologies”, una sorta di chiedere scusa a tutti per la prematura quanto ineluttabile uscita di scena. Questo box deluxe che omaggia la band caposaldo della scena grunge, colei che ribaltò il verbo del rock alternativo traghettandolo dall'underground al mainstream, presenta una rimasterizzazione del disco originale avvenuta ad Abbey Road, più alcune B-sides (ad esempio “Marigold” e “Moist vagina”) e bonus-track (tra cui “I hate myself and I want to die” originariamente uscita per “The Beavies and Butthead experience”, “Pennyroyal tea” missata da Scott Litt, più “Heart-shaped box” e “All apologies” missate da Steve Albini”). Il secondo CD invece contiene una versione dell'album originale remixata in analogico da Steve Albini nel suo studio di Chicago nel 2013 sotto l'occhio vigile di Krist Novoselic e Dave Grohl, più dei demo alcuni missati da Jack Endino (come “Scentless apprentice”, “Dumb”), altri da Barret Jones (come “Frances farmer will have her revenge on Seattle” e “Marigold”), ma tutti non eclatanti nella loro versione rudimentale e per lo più strumentale. L'edizione contiene anche il CD e il DVD con il concerto tenuto dal gruppo al Pier 48 di Seattle il 13 dicembre 1993, trasmesso da MTV in “Live And Loud”, più alcune immagini inedite dei Nirvana tra cui quelle girate alla trasmissione televisiva italiana “Tunnel” nel febbraio 1994, in occasione dei concerti nel nostro paese. Registrato tra varie difficoltà, mentre Kurt teneva continuamente un piede dentro e uno fuori dal baratro, perso nel suo dolore esistenziale ed esasperato dalle spire della tossicodipendenza, “In utero” rappresenta un deciso passo in avanti rispetto al celeberrimo “Nevermind” in quanto più maturo e specchio fedele dell'Acheronte che la band stava attraversando in quel periodo. Allora, i membri dei Nirvana non comunicavano più tra loro, Cobain appariva sempre più isolato all'interno delle sue paranoie ed incapace di mediare in studio anche con Steve Albini con il quale ebbe degli scontri, dilaniato dai suoi

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problemi coniugali, dalle sue grane di salute e dal senso di colpa per avere, a suo sentire, tradito l'attitudine punk-rock degli inizi. Ancora a cavallo tra aggressive abrasioni e melodia, tra vituperanti incursioni ritmiche e avvenenza pop, “In utero” resta una conferma del valore universalistico del songwriting di Cobain, che era in grado di condensare attraverso il suo corpo smunto e la sua voce dolente e disperata, le sofferenze della sua generazione. Ogni trilogia è in realtà una trinità perfetta che non conosce il numero quattro. In soli tre dischi la parabola interrotta del gruppo di Aberdeen giunse a compimento per cadere nel vuoto. Un disco totalmente punk e distorto come “Bleach” aveva lasciato spazio al levigato (da Andy Wallace) “Nevermind”, il quale era scivolato nell'opera consapevole “In utero”. Il tutto in quattro anni. Poi il colpo ultimo, la fine. Chissà come sarebbe stato il quarto album se Kurt Fosse rimasto in vita. Egli nel 1993 voleva smembrare i Nirvana per dedicarsi ad altri progetti più integrali e punk-rock. Non reggeva più la fama, la popolarità e il successo planetario che lui stesso, suo malgrado, si era impegnato a perseguire. Ciò che sarebbe stato non lo sapremo mai. E per questo la leggenda continua.

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THE ` BLOODY BEETROOTS

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ome sta andando il tour a supporto del nuovo album “Hide”? Sir Bob Rifo: Sta andando bene, questa è la quarta data di questo nuovo tour iniziato a Los Angeles. Quella data è stata figa, ci son state 30.000 persone carichissime, abbiamo suonato assieme a Boyz Noize, Skrillex, Deadmau5, tutta la scuola new electro. I Bloody Beetroots erano l’unica band del festival, quindi è stato parecchio scioccante per i presenti che di solito percepiscono il dj set e non il live. Poi abbiamo fatto Londra al LEAF, invitati da Rob Da Bank, è stato un bellissimo concerto underground nel basement di una warehouse con un sacco di persone che si divertivano. Siamo stati all’Olympia di Parigi, un altro concerto incredibile. Per me è stata una cosa importante perché i Beatles nel ‘66 avevano suonato lì ed è stato bello portare i Bloody Beetroots dove è passato Paul McCartney, tanto per chiudere il cerchio della collaborazione con lui (nel brano “Out of sight”, presente in “Hide”, ndr). È andato tutto molto bene, c’è sempre un sacco di gente che si diverte. Mi ricordo la vostra ultima data milanese, era stata un vero successo. Come ti aspetti questa serata rispetto alla scorsa? S.B.R.: In termini di pressione sonora ho migliorato considerevolmente le frequenze con cui andiamo a operare sul pubblico, quindi sarà tutto molto più cristallino. A livello sonoro si riusciranno a percepire molte cose che si possono ascoltare su “Hide”. C’è una nuova intro, una versione di “You promised me Bob Rifo”, che assomiglia molto a quella del disco, e infine c’è un ospite speciale: Penny Rimbaud dei Crass, che va a portare ancora una volta questo progetto in un territorio sconosciuto. La mia intenzione, come quella di “Hide”, è di creare un ponte tra passato e presente per dare un’estetica contemporanea alla cultura che si dovrebbe raccontare perché molte cose vengono dimenticate. Non bisogna far perdere un certo tipo di iconografia. Penny è forse la persona più estrema per questo tipo di passaggio di testimone. Forse proprio per la natura borderline, ho voluto averla in queste date europee: è necessario che le persone si facciano delle domande e poi vadano a scoprire chi è questo personaggio che ha contribuito alla

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Ecco una band che ha un background e un’attitudine punk maggiori di molte formazioni che si vantano di suonare quel genere. Sir Bob Rifo, leader del progetto Bloody Beetroots ce lo conferma anche in questa intervista. Di Marco Mantegazza - foto Foto Chiara Mirelli

House


formazione di un certo tipo di cultura contemporanea. Dal vivo preferisci riprodurre fedelmente quello che hai inciso su disco o invece lasciare spazio a improvvisazioni? S.B.R.: L’esibizione live è un ibrido tra il suonato e quello che c’è su disco, quindi è un mix delle due cose. Mi scosto un po’ dall’album perché “Hide” è veramente molto complesso da portare dal vivo proprio per la natura della musica. Cerco di “sintetizzarlo”, essendo solo tre musicisti sul palco è molto difficile da replicare. Idealmente avrei bisogno di 17 strumentisti per suonare “Hide” dal vivo. L'immagine dei Bloody Betroots è sicuramente associata alla maschera di Venom, ci dici come è nata quest'idea? S.B.R.: In verità è molto semplice, io sono nato a Bassano del Grappa e la vicinanza con Venezia mi ha fatto innamorare del teatro della Commedia dell’Arte. Ho sperimentato quanto potere catalizzatore abbia una maschera sulla gente. Questo crea curiosità, oltre al fatto che tu potresti essere Bob Rifo quando vuoi grazie a una maschera. Ma prima di tutte queste cose c’è la musica, poi la maschera. C'è per caso una sorta di Dr. Jekyll & Mr. Hyde, un passaggio tra la persona che sei normalmente e quella che si trasforma quando ti metti la maschera? S.B.R.: Sono sempre io, chi mi conosce bene sa che i miei comportamenti sul palco rispecchiano la realtà. Mi vedi ora qui, che sono calmo, ma mi vedrai tra poco agitato sul palco. In ogni caso sono sempre io in due momenti diversi. In conclusione, puoi dire qualsiasi cosa ai lettori di RockNow? S.B.R.: Che cosa potrei dire? Di prendersi del tempo per ascoltare “Hide”, secondo me dovrebbe essere fatta una valutazione calma e attenta senza nessun tipo di pregiudizio perché con questi, a volte, ci si lascia scappare la bellezza della musica, che ha invece bisogno di tempo per essere scoperta.

of punk

www.thebloodybeetrootsofficial.com

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WE ARE THE IN CROWD A due anni di distanza dall’album di debutto, “Best intentions”, i We Are The In Crowd stanno tenendo i loro fan sulle spine con la pubblicazione a breve di un nuovo lavoro, di cui ancora non si sa molto ma che sicuramente segnerà un nuovo importante traguardo per la band. Di Silvia Richichi

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ei due anni trascorsi dall'uscita di “Best intentions” avete trascorso molto tempo in tour. Quanto ha influenzato la scrittura e la registrazione del nuovo album? Taylor “Tay” Jardine (voce): Moltissimo. Non abbiamo voluto limitarci per quanto riguarda il processo di scrittura del nuovo album, non volevamo avere freni o condizionamenti su come comporre. Abbiamo seguito cosa pensavamo suonasse bene nella nostra testa e cambiato poi ciò che credevamo fosse necessario cambiare. Abbiamo sicuramente preso in considerazione come i brani potessero risultare dal vivo, dopo un po’ di tempo impari che ci sono canzoni che dal vivo non si possono proprio suonare. In estate avete pubblicato il nuovo brano “Attention” e a breve uscirà il nuovo album. A che stadio pensi che siano attualmente gli We Are The In Crowd? T.J.: È difficile a dirsi, penso che questo nuovo disco sarà un passo davvero importante per noi e identificherà ancora di più la nostra band. Quando abbiamo realizzato l’EP e il primo album, eravamo molto giovani e ancora non avevamo molto chiara quale fosse l’identità della band. Per questo motivo questo disco sarà un traguardo significativo. Nel ritornello di “Attention” canti “I know the way I wanna be but I’m trapped in who I am, the only thing that holds me back is believing that I needed change”... T.J.: Penso che tutti possano identificarsi con questo testo. Essere se stessi è molto importante ma lo è altrettanto essere aperti al cambiamento, purché sia positivo. Cercavo di dire proprio questo, che è possibile cambiare ma che spesso si è intrappolati in se stessi; si sente il bisogno di cambiare ma nello stesso tempo non si è sicuri di quale possa essere il cambiamento. È una sorta di autovalutazione, un interrogativo a se stessi. Chi sono? Chi voglio essere? Ho bisogno di un cambiamento? Che tipo di cambiamento? Sono praticamente trascorsi due anni prima della realizzazione di nuovo materiale, come mai tanta attesa? Volevate sentirvi pronti prima di esporvi nuovamente ai fan? T.J.: Non ci abbiamo pensato molto, è solo capitato. Stavamo suonando così tanto che ci siamo quasi dimenticati di dover lavorare al nuovo materiale. Siamo stati assolutamente fortunati a poterci esibire con lo stesso disco per due anni... Ho notato che siete molto attivi su Instagram e su altri Social Media. Quanta importanza pensi che abbia al giorno d'oggi questo tipo di interazione con i fan? T.J.: Se sei invisibile online, sostanzialmente sei invisibile ovunque. Da un lato è un po' triste perché richiede molto lavoro e soprattutto è una cosa parecchio personale perché devi condividere e pubblicare molte cose su di te . A volte diventa stressante. Cerco sempre di avere un certo equilibrio, so quello che voglio dire, cosa voglio mostrare e quali filtri utilizzare ma nonostante tutto mi diverto, mi piace che i fan cerchino di trovare una connessione con me sul piano personale ed è una bella sensazione quando pensano di conoscermi. Ho guardato il video "Getting weird with WATIC Episode 1: The gang makes a record” dove, in riferimento al nuovo disco, hai detto: “it's a different side of us, sort of, that we've never really been able to express as much”. Ora che

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WE ARE THE IN CROWD

“Essere se stessi è molto

importante ma lo è

il disco è completo, pensi che la band sia stata in grado di esprimersi come non era riuscita a fare in precedenza? T.J.: Assolutamente! Ci sono parecchie canzoni personali in questo album, brani che ci riguardano in prima persona e praticamente è in esso racchiuso tutto ciò che ho sempre voluto dire su di noi. Penso che in passato fossi spaventata, genuinamente nervosa riguardo a cosa la gente avrebbe detto e pensato. È una sensazione normale ma che bisogna cercare di affrontare e superare, soprattutto quando ci si trova nel mondo della musica. Come ti senti al pensiero che presto i vostri fan ascolteranno nuovo materiale dopo un bel po’ di tempo? T.J.: Molto ansiosa. Al momento l’unica persona che ha ascoltato il nuovo materiale è stata mia madre (ride). Sono molto nervosa ma nello stesso tempo non vedo l’ora di poter finalmente smettere di aspettare, perché in questo momento abbiamo la sensazione di essere fermi. Saremo davvero entusiasti e penso che anche i nostril fan lo saranno, questo album rappresenta una crescita per la band. Ancora non si sa molto del disco, ce ne parleresti un po'? Troveremo ancora qualche “duetto” vocale? T.J.: Ci saranno ancora canzoni con duetto, non ci siamo allontanati molto da quella formula, in molti brani però canto da sola. Come ho detto prima, non ci siamo voluti limitare per il nuovo album, se una canzone sembrava migliore in un certo modo allora non l’abbiamo cambiata. Definirei questo disco come la rappresentazione di chi siamo, è l’unico modo in cui potrei descriverlo in questo momento. Quanto a lungo avete lavorato ai brani? T.J.: Molto velocemente, abbiamo iniziato a scrivere a febbraio e continuato fino all’ultimo minuto ma la registrazione è avvenuta in soli 22 giorni. Abbiamo lavorato quasi 18 ore al giorno, dalle 9 del mattino alle 3 di notte. È stata parecchio dura e avremmo potuto prendere le cose con più calma ma eravamo così eccitati e determinati. Abbiamo scritto circa 30 canzoni, tra cui ne abbiamo dovute poi scegliere 10. John Feldmann ha prodotto il nuovo disco. Come ha influenzato il vostro lavoro? T.J.: Ha un orecchio incredibile e riesce a capire al volo le band con cui

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altrettanto essere aperti

al cambiamento, purché sia positivo”

lavora. Ci ha più volte detto di sapere cosa vedeva in noi, per questo ci siamo fidati. Un giorno mi ha fatto parlare molto di me stessa, cosa che non faccio spesso, mi ha fatto parlare della mia famiglia e di dove sono cresciuta, per conoscermi e capirmi meglio. Durante il processo di scrittura, mi ha fatto sempre notare quando secondo lui non stavo esprimendo me stessa. Mi ha aiutato ad aprire e per questo nel disco c'è molta onestà. Nel vostro sito si intravede qualche foto del set di un video... T.J.: Sì, il video uscirà prima della fine dell'anno, è stato filmato nello stesso deserto dove sono stati girati sia il film “Holes – Buchi nel deserto” che un video delle Spice Girls. Da bambina ero una grande fan delle Spice Girls e non appena me l'hanno detto, la versione “io a 7 anni” è impazzita! Tempo fa girava una falsa voce su una tua collaborazione con un rapper. Scherzi a parte, hai in progetto qualche vera collaborazione? T.J.: Quella diceria è stata davvero divertente! Mi ricordo che inizialmente non capivo perché venisse menzionata questa collaborazione, per un periodo ho fatto anche finta che fosse una cosa vera e segreta, incuriosendo così la gente. Nel nuovo album non ci saranno collaborazioni ma uno dei miei sogni più grandi sarebbe di collaborare con Pink. Non molte persone lo pensano ma in realtà sono una sua grande fan, penso che sia una persona genuina che dice quel che pensa. È una figura rispettabile nell'industria musicale. Purtroppo non l'ho mai incontrata e penso che morirei se ciò accadesse! www.wearetheincrowd.com


L`INVASIONE DEGLI OMINI VERDI `

Impegno e denuncia Una delle band più longeve della scena punk italiana, con quattordici anni di carriera e un nuovo album, “Il banco piange”. E sempre tante cose interessanti e importanti da dire. Di Nico D’Aversa - foto Oriella minutola

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Troviamo stimoli e motivazioni dalla nostra musica e da tutte le esperienze vissute in questi anni. Sentiamo che abbiamo ancora qualcosa da dire e da comunicare. La situazione politica e sociale attuale, inoltre, fornisce tantissimi spunti di riflessione e crea la necessità di dire la propria e condividere il proprio pensiero con chi la pensa come noi e non solo”. Testi da sempre impegnati, in un periodo in cui il rock lo è sempre meno: “Negli anni abbiamo sentito il bisogno di affrontare temi che riguardassero tutti noi. Personalmente lo riteniamo quasi un obbligo morale, la

musica è un forte mezzo di comunicazione e l’opportunità non va assolutamente sprecata! Troppe cose non vanno e ognuno di noi deve, a proprio modo, cercare di cambiarle!”. Un sound che allarga gli orizzonti fino a sfiorare lo stoner, come in “Troia brucia”: “La gestazione di questo disco è stata lunga per nostra scelta. Volevamo poterci esprimere con naturalezza e fuori dagli schemi. Prenderci il nostro tempo. Essendo i nostri ascolti sempre stati molto vari abbiamo suonato quello che ci veniva. ‘Il banco piange’ ne è il risultato. Naturale evoluzione di quello che siamo”. Il singolo “Il meglio di me” è una sorta di faccia a faccia tra i mostri della società contemporanea e la purezza di chi ancora resiste: “Esattamente, hai colto nel segno. Ormai siamo costretti ad accettare disonestà, ignoranza e stupidità come cose normali. Quella canzone è stata scritta con il preciso intento di attaccare chi fa della speculazione della banalità e della povertà di valori la propria naturale dimensione e ci sguazza senza problemi. Chi vive sulle spalle degli altri ogni giorno e chi attinge da portafogli vuoti come le banche ci fa schifo. Nel brano gridiamo in faccia a queste persone ed entità che mai potranno essere come noi e voi, che si prendessero pure tutto di noi, ma mai potranno prendersi quello che noi siamo e che loro non potranno mai essere”. Altro

tema delicato toccato, ne “L’ultima cavia”, è la vivisezione: “Due di noi sono di Montichiari e abbiamo vissuto da vicino il problema Green Hill e possiamo assicurarti che ci vergognavamo come ladri quando accomunavano la nostra città a quelle atrocità. Inoltre il 2013 è stato l’anno di Stop Vivisection e abbiamo voluto dare il nostro piccolo appoggio”. Cantano la necessità di una “Rivoluzione” ma si sa che “il popolo italiano ha di meglio da fare”: “In questo pezzo prendiamo in giro l’italiano che si riempie la bocca di parole che non lo rappresentano. È pieno di gente che nei discorsi da bar dice: ‘Ah ci vorrebbe una bella rivoluzione e vedi come cambierebbero le cose’, ma poi, all’atto pratico, ordina un altro spritz e butta i soldi nelle macchinette”.

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RED FANG

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Cool guys play loud La poderosa band di Portland ha fatto recentemente il suo ritorno con l’ottimo “Whales and leeches”, un album potente e sempre all’insegna dell’heavy rock venato di stoner. Abbiamo incontrato i Red Fang per voi. Di Jordi Meya/RockZone

Quali sono secondo voi le caratteristiche principali di questo nuovo lavoro dei Red Fang? Aaron Beam (voce, basso): La sua creazione è stata completamente diversa rispetto agli altri dischi. Prima avevamo altri lavori e dovevamo conciliare i tempi per fare tutto e scrivere canzoni. Questa volta abbiamo passato invece molto tempo on the road e quindi stando maggiormente assieme abbiamo avuto la possibilità di lavorare di più ai brani. Diciamo che abbiamo avuto più tempo da dedicare alla realizzazione di questo nuovo album. Come pensate che si sia evoluta la vostra musica in questi anni e come si pone il nuovo album all’interno del vostro percorso artistico? A.B.: Sarò obiettivo, credo che un grande salto lo abbiamo fatto tra i primi due EP che abbiamo registrato. Passò un anno tra i due, il primo era molto veloce e con un approccio punk. Sul secondo abbiamo invece cominciato a contribuire tutti e a lavorare per strati. Puoi ascoltare queste differenze nel primo album, che li raggruppava entrambi. Per me, comunque, tutto quello che abbiamo fatto dopo è un’evoluzione di quel secondo EP. Secondo voi l’evoluzione è più un fattore legato alla vostra crescita come musicisti oppure alle influenze esterne? A.B.: È una domanda interessante, sono sicuro che è grazie a entrambe le cose. Penso che abbia molto a che fare con il fatto di suonare assieme da molto tempo, perché questo, oltre a creare dei

forti e solidi legami, permette anche di crescere come gruppo. Infine non ci piace ripetere sempre le solite cose e credo che con il tempo siamo diventati anche più saggi. La musica sta comunque cambiando e ci sono sempre più nuovi gruppi interessanti, è facile quindi essere influenzati anche da qualcosa che hai ascoltato e che poi finisce nella tua musica. Detto questo, la nostra evoluzione dipende per gran parte da noi stessi e dall’impegno che mettiamo da sempre nei Red Fang. John Sherman (batteria): Premesso che i Red Fang sono stati influenzati parecchio dai Melvins, non abbiamo mai copiato nessuno deliberatamente. Naturalmente, a volte abbiamo scritto canzoni che qualcuno ha poi trovato simili ad altre ma è inevitabile nel rock'n'roll. Ci sono solo un certo numero di riff e nessuno sta cercando di reinventare la ruota. Tranne se vuoi fare qualcosa di sperimentale come John Zorn. Prima di formare i Red Fang, eravate un gruppo di amici che suonavano in formazioni diverse. Cos’ha fatto scattare la voglia di fare una band assieme? J.S.: David (Sullivan, chitarrista, nda) e io abbiamo suonato insieme per 15 anni. Avevamo una band nel North Carolina, mentre Bryan (Gilles, l’altro chitarrista, nda), invece, militava in un gruppo a San Diego. A un certo punto siamo finiti tutti a Portland. Sapevo di voler continuare a suonare con Bryan e David e abbiamo quindi formato una nuova band chiamata Party Time. Siamo andati avanti per circa tre anni e quando ci siamo separati, abbiamo

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RED FANG cercato di suonare con altre persone ma non ha funzionato. A quel punto siamo tornati assieme e abbiamo tirato dentro Aaron. Fin dal primo giorno ho capito che questa era la gente con cui volevo suonare. Non riusciamo a farlo con altre persone, quindi o suoniamo insieme per sempre con i Red Fang in giro per il mondo o suoniamo da soli a casa nostra (ride). Molti considerano i Red Fang un gruppo stoner. Siete d’accordo? J.S.: Mettere un’etichetta è la cosa più facile quando non sai come definire il suono di una band. Cerchi delle affinità con altri gruppi o generi. Nel nostro caso, lo spettro delle nostre sonorità è così ampio che è davvero difficile trovare un’unica etichetta per definire la nostra musica. Se ripenso allo stoner degli anni 90, mi vengono in mente riff ripetitivi e pedali fuzz, cose che non mi dispiacciono affatto, ma preferisco dire che siamo una band che suona heavy rock. In più, i farmaci e l’erba non svolgono alcun ruolo nel nostro processo creativo (risate). Pochi anni prima di formare i Red Fang, a molte miglia da Portland, ad Atlanta, ha iniziato a emergere la scena metal/stoner con i vari Mastodon, Baroness, Kylesa. Ne siete stati in qualche modo influenzati? J.S.: Avevamo incontrato i Mastodon a inizio carriera, quando suonarono in un piccolo club di Portland, ma non direi che ci hanno influenzato musicalmente. Sono poi molto più tecnici di noi (ride). Anche se il nostro è un paese enorme, è abbastanza facile sapere che cosa stia accadendo da costa a costa. Andare in giro con loro è stata una grande esperienza e sono dei musicisti davvero incredibili. Portland è una città conosciuta maggiormente per le sue band indie-rock che non per quelle heavy… J.S.: La scena musicale locale è da sempre molto valida. È come un paradiso per i musicisti. Per quel che mi riguarda, ho sempre avuto gusti eclettici. Mi piacciono sia gli Slayer che i Beatles. Trovo veramente noioso limitarsi ad ascoltare un solo e unico genere. Ritenete che il nuovo disco rappresenti una tappa fondamentale per il gruppo? J.S.: Non mi faccio mai questo tipo di domande. Se il disco si rivelerà un grande flop e tutti lo odieranno, andremo avanti lo stesso e ne faremo un altro. Non è mica la fine del mondo.

“Se il disco si rivelerà un grande flop e tutti lo odieranno, andremo avanti lo stesso e ne faremo un altro. Non è mica la fine del mondo”

E se succedesse invece il contrario e le major iniziassero a interessarsi a voi? Come vi comportereste? J.S.: Non ne ho la minima idea, te lo giuro! La Relapse è davvero l'unica etichetta che io abbia mai visto. Non riesco a immaginare di lavorare con un’altra label perché stiamo molto bene con loro. La cosa divertente è che quando abbiamo registrato “Murder the mountains”, abbiamo fatto tutto per conto nostro e poi abbiamo iniziato a cercare un’etichetta. E in un primo momento non erano neppure interessati a noi, ma abbiam o insistito (ride). Mike, il proprietario, si è trasferito a Portland, cinque anni fa, ormai siamo amici e capita di trovarci negli stessi bar. È bello avere un'etichetta con la quale avere un rapporto personale e non solo legato all’attività del gruppo. Ci siamo subito sentiti come a casa. www.redfang.net

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PAY `

Tempi di virus Un EP e DVD sono la prova materiale che la formazione varesina è ancora in ottima forma. Ci siamo fatti raccontare da Mr. Grankio come si sopravvive ai tagli di capelli trendy a colpi di autoproduzione e rock'n'roll. Di Stefano Russo

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ome diavolo vi è venuto in mente di ispirarvi a un racconto di Moravia per il vostro ultimo lavoro e perché qualcuno non ha cercato di convincervi a ripensarci? Mr. Grankio (voce, chitarra): Mi assumo la responsabilità piena della scelta. Avevo l'esigenza, dopo “Federico Tre”, di provare a confrontarmi con una storia scritta da qualcun altro. “L'epidemia” di Moravia era perfetto per noi, c'era quella strepitosa metafora sui cervelli che calzava a pennello con la scrittura Pay e per la prima volta volevo far coincidere le tematiche della band con quello che stavo facendo nella mia altra "vita comunicativa" sul Web (Virus Television su Youtube, nda). Cambiare il nome da “epidemia” a “virus” era talmente semplice che mi è sembrato quasi obbligatorio. Certo avrei potuto usare altri autori italiani che amo maggiormente rispetto a Moravia, non me ne voglia, ma quel racconto sembrava scritto proprio per diventare un’opera punk. Un concept che traduce in musica un'opera letteraria e un corto sono le ultime due espressioni del vostro estro che ha da sempre avuto una forte componente teatrale. Per il futuro dobbiamo aspettarci un musical o da quando lo hanno fatto i Green Day è troppo mainstream e non si può più fare? Mr.G.: Non abbiamo mai badato a cosa è mainstream o no, anzi, per uno strano gioco del destino direi che siamo sempre riusciti a essere fuori dalla moda del momento con precisione quasi millimetrica ma involontaria. La scrittura in italiano ci ha da sempre forzato a concentrarci particolarmente su quello che stavamo dicendo, da qui forse quella componente "teatrale" che hai intravisto. In realtà molto di quello che siamo è cresciuto spontaneamente, certo il non voler prenderci mai troppo sul serio è una componente che ci accompagna dalle prime esibizioni della band. Che problemi può incontrare una punk rock band con esperienza decennale e da sempre dedita all'autoproduzione e a un sacco di altre cose molto anni 90 (tipo scrivere dei bei ritornelli) che si ritrova in un mondo dove ogni band di ragazzini con il giusto taglio di

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capelli lotta ad armi pari a colpi di “views” su YouTube e “like” su Facebook? Mr.G.: Per quanto riguarda Facebook, ti basti sapere che il profilo della band è stato aperto poche settimane fa, nel corso degli anni ne abbiamo viste di piattaforme che avrebbero rivoluzionato la musica internazionale ma che poi, in realtà, sparivano nel nulla dopo pochi anni. L'idea, invece, di autoprodurre un disco che avrebbe avuto da subito tutti i video ad accompagnarlo è stata in parte una scelta fatta proprio pensando a YouTube. Certo è che ora, rispetto a qualche anno fa, il Web ha scardinato definitivamente i meccanismi che reggevano l'industria musicale. Che sia un bene o un male forse potremo dirlo più avanti. L'autoproduzione, come scelta lucida del nostro percorso, complica molti aspetti della vita di una band ma aiuta anche a focalizzare gli obiettivi e le motivazioni garantendo una certa longevità. Noi siamo ancora qui. Il punk rock mantiene giovani? Mr.G.: Noi, oggi, compiamo 17 anni… e non mi sto riferendo agli anni di carriera. Secondo alcuni, l’italiano non si adatta al rock'n'roll. Non è che invece un sacco di gente non è capace di scrivere testi decenti? Mr.G.: Temo di pensarla anch'io come te. Pulcinella, scherzando, diceva il vero. Visto che siamo in regime di non serietà, dimmi, scherzando, una terribile verità sulla musica italiana che nessun artista può dire in un'intervista seria? Mr.G.: Nel nostro paese, più che in altri, essere musicista è diventato un hobby discretamente dispendioso. Rispetto a qualche anno fa, è sempre più difficile riuscire a raccimolare almeno la cifra che ti serve per mantenere in piedi la baracca. Noi "operai del rock'n'roll" stiamo facendo più fatica del solito: il cachet dei live è drasticamente calato, la vendita dei dischi non ne parliamo, la nostra fortuna è di avere nel corso degli anni collezionato molte persone che hanno apprezzato il nostro lavoro e che sembra abbiano ancora voglia di seguirci. Grazie a loro la baracca PAY sembra ancora in grado di muoversi. Ma se rinasco, voglio rinascere ricco. A proposito di "fuori tempo massimo", ho il piacere di annunciare che per Natale daremo alle stampe una musicasseta con alcune cover e due inediti. Tenete pronti i mangianastri. www.ammore.net

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DISCO DEL MESE

AA.VV.

“The songs of Tony Sly: a tribute” (Fat Wreck Chords) ★★★★★ Devo essere sincero. È quasi impossibile ascoltare questo disco senza versare qualche lacrima (a patto che si fosse grandi fan dei No Use For A Name, ovviamente). È finalmente uscito il tanto atteso tributo al grandissimo e compianto Tony Sly, un omaggio fortemente voluto da Fat Mike dei Nofx per la sua Fat Wreck Chords. Era il 31 luglio 2012 quando, all’età di 41 anni, Tony ci ha lasciati. La sua morte improvvisa è stata per tutti quelli come me, cresciuti negli anni 90, un amarissimo boccone

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da mandare giù. Numerosi tributi gli sono già stati fatti ma questo dovrebbe essere quello che più di tutti rimarrà nel cuore dei suoi fan. Il disco si apre con una versione vocale di “Biggest lie”, cantata niente meno che da Karina Denike (Dance Hall Crasher). Da pelle d’oca. Veramente ottima “Soulmate” in chiave Strung Out, uno dei pezzi meglio riusciti, seguito a ruota da “For Fiona” dei Rise Against, anche se in realtà è il solo Tim in acustico (con background vocale di Jon Snodgrass). Pollice alto

recen anche per Bad Religion, Alkaline Trio e Simple Plan che stravolgono nel loro inconfondibile stile dei classici dei NUFAN come “Let it slide”, “Straight from the jacket” o ancora “Justified black eye”, mentre a mio avviso sul podio finiscono Swingin’ Utters (con “Not your savior”), Snuff (“On the outside”) e Old Man Markley (con “Feel good song of the year”). Tra le delusioni (o per meglio dire, gli artisti dai quali si aspettava qualcosa in più) direi Frank Turner e i Bouncing Souls. Gran belle versioni elettriche, infine, dei pezzi del progetto solista di Tony, come la straordinaria “Already won” fatta dagli Yellowcard, “Via Munich” dei Teenage Bottlerocket e “Fireball” stravolta dai Flatliners, ma su tutti, i NoFx con “The shortest pier”. Molto emozionante anche la versione di Brian Fallon dei Gaslight Anthem di “Capo 4th fret”. In sostanza, si tratta di un album molto vario nei generi, ma che dall’inizio alla fine

rende il giusto omaggio a uno degli artisti più importanti della scena punk rock degli anni ‘90. Tutti i proventi del disco (ordinabile dal sito della Fat Wreck in doppio vinile trasparente, oltre che su CD e digital download) verranno destinati al fondo Memorial Tony Sly che aiuta economicamente la moglie Brigitte e le 2 figlie Fiona & Keira. Michele Fenu


nsioni AUDREY

“Lost in promises” (This Is Core Music)

★★★★

Attivi dal 2007, gli Audrey hanno avuto quella che potremmo definire un’evoluzione costante, migliorando anno dopo anno la loro proposta. Se l’esordio “The missing heartbeat part 1” era qualcosa di acerbo, di certo non si può dire altrettanto di “Lost in promises”, disco ricco di sostanza e qualità. Gli scenari rimangono sempre gli stessi, ovvero quell’alternative rock/ screamo che tanto sembra piacere a questi musicisti, interpretato a velocità sostenute e sorretto da cori che sembrano pensati appositamente per il live.

A spiccare nella tracklist è soprattutto “The bride”, un brano dove metal, rock ed elettronica sortiscono un risultato finale decisamente sorprendente ed energico. Se siete cultori della scena alternative, questo disco è sicuramente pane per i vostri denti! Giorgio Basso

CRY EXCESS “The deceit”

(This Is Core Music)

★★★★

Questi Cry Excess vanno assolutamente tenuti d’occhio. Hanno studiato nei minimi dettagli l’evoluzione stilistica del metalcore e oggi finalmente si sono decisi a venire allo

nu rock scoperto con “The deceit”. Un album che ricalca alla perfezione il mood e lo stile dei Devil Wears Prada, ossia sound compatto, dualismo vocale rimarcato e perfettamente interpretato e l’uso ponderato di tastiere a rendere ancora più corposo il sound. Un disco che porta alla luce una band decisamente preparata in fatto di tecnica (il fatto di avere alle spalle un tour inglese e show con Tarja Turunen ha sicuramente aiutato non poco) e che non ha nulla da invidiare a ciò che viene prodotto oggi in fatto di metalcore. Bravi e sicuramente da seguire. Giorgio Basso

FIVE FINGER DEATH PUNCH

“The wrong side of Heaven and the righteous side of Hell Volume 2” (Eleven Seven Music/Warner)

★★★

Secondo disco in quattro mesi per i Five Finger Death Punch, che presentano la parte conclusiva di “The wrong side…”. Frutto di un’unica sessione in studio, i due album hanno molti punti in comune e questo secondo volume prosegue quanto ascoltato nel predecessore senza offrire grosse sorprese. Perfetto manifesto di ciò che sono i 5FDP, “Here to die” apre le danze, in un susseguirsi di cambi di ritmo, assoli e accattivanti melodie. La ballata “Battle born” rallenta il ritmo, subito ripreso dalle successive “Cradle to the grave” e “Matter of time”. Si prosegue così fino alla conclusiva “House of...”, cover di un tradizionale brano folk. Dai toni più cupi di “Volume 1”, il lavoro non deluderà i fan, confermando il crescente successo degli autori. Piero Ruffolo

KORN

“The paradigm shift” (Caroline Records/EMI)

★★★★

Che abbiate condiviso o meno le soluzioni artistiche promosse dai Korn negli ultimi anni, una cosa è certa: “The paradigm shift” sarà ricordato in primis per il ritorno di Head. Le atmosfere sono quelle di “Issues” e “Untouchables”, oscure e introverse, le melodie e i groove guardano con forza al passato (“Love & meth”, “Mass hysteria”, “Tell me what you want”), mentre la struttura, infine, non abbandona le sperimentazioni tanto millantate (“Spike in my veins”). A conti fatti, “The paradigm shift” è un ottimo album, non scontato e in grado di riassumere alla perfezione la blasonata carriera. Continuare a sperare in un nuovo “Korn” non ha davvero senso e, da questo punto di vista, condividiamo appieno le forti, innovative e coraggiose prese di posizione di Jonathan Davis e compagni. Michele Zonelli

MY LAST FALL “Vega”

(The Alternative Factory)

★★★

Risultato di due anni di lavoro, “Vega” si erge a portavoce di una nuova e personale dimensione artistica firmata My Last Fall. Il quartetto romano non si è certo risparmiato e il lungo processo creativo dà oggi i frutti sperati. La parola d’ordine è: rock. Un rock sporco, schietto e dalle (volutamente) non celate desinenze grunge. “Elliott” e la

stessa “Vega” ben rappresentano l’opera. Senza scomodare mostri sacri della scena US, l’influenza di quanto sviluppatosi negli anni nei dintorni di Seattle è evidente. Ottime le linee vocali, derivative in più occasioni (“Fifth Helena drive”) ma non per questo prive di personalità. Lo stesso si può dire di musica e struttura, in grado di regalare la cercata internazionalità. Piero Ruffolo

SEETHER

“Seether 2002 -2013” (Cooking Vinyl/Self)

★★★

Tempo di celebrazioni anche per i Seether, storica formazione sudafricana, prima di rimboccarsi le maniche e mettersi al lavoro su un nuovo disco di inediti. Fatta eccezione per la copertina, francamente orrenda, le 27 tracce raccolte su due CD meritano più di un ascolto se vi piace il genere, ovvero quel post grunge/ alternative di inizio millennio. Interessanti le chicche: oltre a 15 brani storici, nel secondo dischetto ci sono infatti ulteriori 12 tracce, tra cui due inedite, alcune rarità, canzoni inserite in varie colonne sonore di film e telefilm (Daredevil, Freddy vs Jason, NCIS) più una cover della leggendaria band Veruca Salt, “Seether”, da cui si capisce l'origine del nome. Arianna Ascione

VEARA

“Growing up is killing me” (Epitaph/Self)

★★★

Grande prova di coraggio per i Veara, forti di un precedente disco molto valido, prodotto da Jeremy McKinnon (A Day To Remember). Anche questo nuovo lavoro, pur non essendo d'impatto come il precedente, ha qualcosa da dire. Certo, bissare il successo di “What we left behind” non era facile e fortunatamente ritroviamo i ritmi i che ci hanno fatto innamorare della band. Manca solo quel non so che per rendere il disco "immancabile" nella vostra collezione. Notevoli i featuring con Soupy (The Wonder Years) sulla title-track, Shane (Silverstein) e Andrew (Close To Home). Speriamo solo che per un altro disco non ci vogliano più di 3 anni e che passino più spesso in Italia !!! Michele Fenu

RockNow 53


ROCK/POP ALTERIA

ARCADE FIRE

(Alterhead/Master Music)

(Barclay/Universal)

“Reflektor”

“Encore”

recen

★★★

★★★★

Debutto solista per Alteria, ex voce dei NoMoreSpeech e sicuramente una delle cantanti più brave del panorama rock italiano. “Encore” è un disco bello energico con canzoni dal taglio marcatamente heavy rock e perfette per essere suonate dal vivo. D’altronde, è proprio quella la dimensione ideale di Alteria e della sua band. Se “Suck my soul”, “Bad trip”, “Protection” e “In your grave” vi arrivano dritte in faccia, “Sickness” è invece una riuscita ballata che consente di rallentare un po’ il ritmo frenetico del disco. Un lavoro curato e ben prodotto, che non cerca l’originalità a tutti costi e forse proprio per questo risulta particolarmente efficace. A questo punto, auguriamo alla cantante di suonare il più possibile fuori dai nostri confini, dove potrebbe conquistare parecchi estimatori. Piero Ruffolo

C’era molta attesa per questo quarto disco degli Arcade Fire, da molti definiti il migliore gruppo indie-rock degli ultimi anni. “Reflektor” è il tipico disco destinato a sorprendere la critica e i fan, soprattutto per via di alcune scelte artistiche che portano il gruppo canadese a flirtare perfino con il dancefloor. Anticipato dal singolo omonimo (con il featuring di David Bowie), l’album vede una band che ha voglia di sperimentare e, quasi, rimettersi in gioco. Una grossa mano in quel senso l’ha data sicuramente James Murphy (LCD Soundsystem), produttore di “Reflektor”: spazio quindi a beat electro (“We exist” proietta gli Arcade Fire nella dance, mentre l’elettronica s’impadronisce di “Porno”). Non mancano neppure richiami eighties (“You already

know”), digressioni funky (“It’s never over”) e qualche ritmo caraibico (“Flashbulb eyes”) che si insinuano idealmente tra le sonorità indie-pop abituali dei canadesi. Esperimento più che riuscito. Nico D’Aversa

DEADBURGER FACTORY

“La fisica delle nuvole” (Snowdonia/Goodfellas)

★★★★

Da dove comincio? Da un cofanetto pesantissimo, sia a livello puramente fisico che per quanto riguarda il concept, oppure dall’importanza – sommersa, quasi mai in primo piano – dei Deadburger negli ultimi 15 anni di musica italiana? Dagli esordi su Fridge fino a oggi, la carriera della band ha sempre regalato grandi soddisfazioni e questo “La fisica delle nuvole” è un bellissimo punto d’arrivo (e ripartenza, si spera). Dietro a una splendida

copertina, opera del disegnatore Paolo Bacilieri, si nascondono ben tre CD e un libretto che spiega, introduce, allarga i confini e stimola l’ascolto. Tre dischi che raccolgono ben quattro colonne sonore composte nell’arco di dieci anni per il teatro, con formazioni diverse (a volte tutti i Deadburger, altre con combinazioni differenti), ma la stessa devastante intensità, tra rock e sperimentazione. Difficili da catalogare, i Deadburger sono un’eccellenza italiana. Tanto vi basti. Stefano Gilardino

DELUDED BY LESBIANS

“Deluded By Lesbians" (Godz)

★★★★

La spumeggiante band milanese per il suo secondo album ha pensato di fare le cose in grande: un album presentato sia in inglese, sia nella lingua del Bel Paese. Il sound, invece, fonde il meglio del rock più scanzonato, con abbondante ironia e una matrice stoner sempre presente. L’elettronica analogica della open track “The drummer”/“Il batterista” ha un effetto straniante, ma le schitarrate sono subito in agguato già nello stesso pezzo. “V.I.T.O. AN.TO.NI.O.” è garage al punto giusto, “Supersummersong”/“Canzone dell’estate” pop punk spensierato, ma con “Torture”/“Cane morto” il basso comincia a farsi pesante. Ecco quindi le beffarde e animalesche “Walking on the beach”/“Cuccioletto” e “Pig are indifferent to gastronomy”/“I suini non sono fini gastronomi”, già presenti nella versione italiana in “The beastiality EP”. Energia allo stato puro. Nico D’Aversa

DIAFRAMMA “Perso nel vortice” (Diaframma Records/Self)

THE BLOODY BEETROOTS
 “Hide”


(Ultra Music/Sony)

★★★★

Sir Bob Rifo colpisce ancora! I suoi Bloody Beetroots sono una delle band più dirompenti d’Italia e questo senza suonare heavy metal o hardcore. Anzi, a dire il vero, il punk fa parte del DNA del musicista veneto e lo ritroviamo nell’energia genuina sprigionata dalla sua musica e nella sua attitudine. Rifo ha saputo conquistare un pubblico mondiale con la sua electro/house travolgente dal taglio rock, un ibrido decisamente riuscito e dalla forte personalità. A conferma di questa popolarità e del rispetto conquistati, ci pensano le collaborazioni presenti in “Hide”, a cominciare dalla più illustre, ovvero Paul McCartney (“Out of sight”, assieme a Flood). E poi, a seguire, Tommy Lee (“Raw”), P-Thugg dei Chromeo (“Please baby”), Peter Frampton (“The beat”) o ancora Theophilus London (“All the girls”). Finalmente qualcosa di bello, violento e originale. Daniel C. Marcoccia

54 RockNow

★★★★

Passeranno pure gli anni ma il caro Federico Fiumani mantiene una verve invidiabile. Lo dimostra questo nuovo capitolo dei suoi Diaframma che va a inserirsi in un percorso artistico/ discografico esemplare iniziato ben 30 anni fa. “Perso nel vortice” si muove tra rock e pop con disinvoltura e grande classe, raccontando di amori e altre storie nell’inconfondibile stile (a tratti poetico, a tratti ironico) del musicista toscano. “Claudia mi dice”, “Hell’s angels”, “Il suono


nsioni che non c’è”, “L’amore è un ospedale”, “L’uomo di sfiducia” e “Ottovolante (Una canzone per Piero Pelù)” non mancheranno di ben figurare nelle prossime scalette live del gruppo. Massimo rispetto (e non è un caso se “Siberia”, uscito nel 1984, prende a calci tutta la discografia dei vari Editors e Interpol). Daniel C. Marcoccia

GIUDA

“Let’s do it again”

(Damaged Goods/Fungo Records)

★★★★

Ma che bravi i Giuda! E questo nuovo lavoro sembra avere tutto quello che serve per portarli in giro per il mondo per parecchio tempo. Già, perché il quintetto romano che suona “glam-pop-rock’n’roll” (definizione loro) è sicuramente una delle cose migliori che abbiamo ascoltato in questi ultimi mesi. Nulla di nuovo, parliamoci chiaro, ma solo del sano rock fatto di riff, ritornelli fighi ed efficaci e richiami seventies in bella evidenza (ad esempio Slade, T-Rex e compagnia bella) per tutto il disco. “Wild tiger woman”, “Yellow dash” e “Get that goal” sono le tre tracce d’apertura che molti gruppi anglosassoni vorrebbero avere sui loro dischi, mentre “Hold me tight”, “Roller skates rules O.K.” e “Get on the line” si inseriscono a pieno titolo nella categoria di canzoni chiamate “anthem”. E una volta ascoltato il disco, let’s do it again… Mai titolo fu più azzeccato. Daniel C. Marcoccia

KINGS OF LEON “Mechanical bull” (RCA/Sony)

★★

I Kings Of Leon sono diventati una band enorme, merito di un suono che si è fatto disco dopo disco sempre più pulito e calibrato per accattivare un pubblico sempre maggiore. Nulla da ridire in merito e d’altronde i più recenti “Only by the night” e “Come around sundown” rimangono due ottimi lavori. Il problema della “family band” più famosa (dopo gli Oasis?) sta piuttosto nei rapporti spesso tesi per motivi di ego o altro (come gli Oasis?). “Mechanical bull” è un disco che lascia un senso di incompiutezza, come se i quattro Followill si fossero messi a raccogliere i vari cocci senza troppa convinzione. Di conseguenza, se “Supersoaker” (il

ROCK/POP

primo singolo), “Don’t matter” e “Tonight” sono canzoni piuttosto riuscite, il resto scivola via in maniera piuttosto piatta. Piero Ruffolo

LONDON GRAMMAR “If you wait” (Universal)

★★★★

I London Grammar sono la sorpresa britannica degli ultimi mesi, un giovanissimo trio guidato dalla bella e brava Hannah Reid. Paragonabili per certi aspetti (sonori) agli XX, la band si presenta con un disco d’esordio superlativo, ricco di atmosfere accattivanti e melodie fragili. Il risultato sono canzoni che regalano brividi e capaci di alternare momenti di toccante malinconia (“Wasting my young years”) a slanci emozionali di rara bellezza (il beat trip hop di “Metal & dust”, “Flickers”). La voce di Hannah è sorprendente (considerata la giovane età), guida o si lascia trascinare dalle affascinanti composizioni di Dot Major (tastiere, percussioni) e Dan Rothman (chitarre). “Hey now”, “Strong”, “Nightcall” e “Interlude” sono infine quattro validi motivi per comprare “If you wait”. Daniel C. Marcoccia

NICKELBACK

“Best of Nickelback – Volume 1” (Roadrunner Records/Warner)

★★★

Se è vero che il numero di dischi venduti non sempre è la prova dell’effettiva qualità di una band, non si può non ammettere che più di 50 milioni di album acquistati nel mondo dal 2001 ad oggi costituiscano come minimo la conferma che più di qualche canzone buona i Nickelback devono averla scritta. Se poi, queste stesse canzoni le impacchetti tutte in un “best of”, ti verranno fuori come minino 73 minuti orecchiabili e perfetti per un ascolto poco impegnato e/o per un excursus divertito di quelle hit che, volenti o nolenti, hanno scandito i passaggi radiofonici degli ultimi 10 anni. Impossibile non canticchiare, sorridendo, canzoni come “How you remind me”, “Rockstar”, “Someday” o “Burn it to the ground”. I Nickelback sono bravi a fare questo: trasferire energia positiva, leggerezza e, soprattutto, zero stress. Sharon Debussy

RockNow 55


recen

METAL APOCALYPTICA “Wagner reloaded – Live in Leipzig”” (Heartwork)

★★★ Gli Apocalyptica ci avevano abituato a fantastiche cover di hit del metal più o meno contemporaneo, finché, quest’anno, hanno deciso di reinterpretare non l’attualità ma l’autore riconosciuto come l’ispiratore del metal moderno: Richard Wagner. Il compositore tedesco, con le sue sinfonie impetuose, cupe, e drammatiche, è uno dei padri del nostro linguaggio musicale. Accompagnati dalla Leipzig Symphony Orchestra, la band finlandese reinterpreta la vita, gli amori e i drammi di Wagner attraverso le sue composizioni. Sublimemente orchestrate, le 14 tracce evocano in maniera impeccabile la personalità del musicista classico, regalandoci ancora una volta un meraviglioso esercizio di stile mai fine a se stesso e attualizzando, alla loro maniera, il nostro passato. Sharon Debussy

RUBLOOD “Star vampire”

(Bakerteam Records)

★★★★

“Star vampire” è il disco metal italiano più figo che ho ascoltato durante il 2013. Non so se è il migliore in assoluto, sempre sia possibile affermare una cosa del genere, e probabilmente non è nemmeno il più originale... Infatti, il sound gotico-industrial-metallico che si può ascoltare in questo disco non è quello che si dice una rivoluzione copernicana. Fatto sta che il primo lavoro discografico dei Rublood mi ha fatto dimenticare che di quartetto italiano stiamo parlando, che l’album è uscito per una etichetta indipendente e che è solo il debutto di chi ha ancora tanta tanta strada da fare. Vi pare poco? Voglio dire, una band come i Deathstars (altro gruppo ad alto tasso di figosità, almeno per chi scrive) pagherebbe per poter registrare pezzi come “Heart” o “Throught the the looking glass”. E che dire dei fan del Reverendo Manson? Non potranno che andare in estasi ascoltando “Electro starfuckers” piuttosto che la cover di “Policy of truth”! Speriamo che il mondo si accorga dei Rublood. Io me ne sono accorto, eccome... Luca Nobili

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DREGEN “Dregen” (Caroline/Universal) ★★★★ Caro Dregen, lo sai già cosa vogliamo noi, fan dei compianti Backyard Babies, da te. Sì, il tuo disco solista, dal sapore street rock, ci sta e anzi, molto meglio delle infatuazioni country/acoustic altrui. Quando ti sei messo a collaborare con la leggenda degli Hanoi Rocks, Michael Monroe, ne siamo stati felici, e ancora di più quando hai annunciato il primo lavoro che porta impresso il tuo marchio di fabbrica. Ci hai fatto poi un grandissimo regalo chiamando a lavorare con te - tra tutti gli ospiti - Nicke Andersson (The Hellacopters e Imperial State Electric), Danko Jones e John Calabrese (Danko Jones). Però come si è già detto, sai cosa ci aspettiamo da te. Restiamo in trepidante attesa. Arianna Ascione

STRENGTHCODE “Inside power”

(Buil2kill Records)

★★★

Sponsorizzati e supportati a più riprese dagli Extrema, loro convinti estimatori fin dai loro primi passi musicali, i thrasher romani Strengthcode fanno il loro esordio con “Inside power”. Pantera, Pantera e ancora Pantera... e magari anche un po’ di Machine Head. Non è difficile pensare con che dischi sono cresciuti musicalmente i ragazzi degli Strengthcode, e di conseguenza non è certo complicato descrivere il suono a cui si ispirano palesemente e dichiaratamente. Thrash metal ad alto tasso di groove, nella declinazione che negli anni ’90 ha fatto la fortuna dei suddetti mostri sacri. Ottimamente prodotto, suonato e cantato, aggiungo! Se vi piace il genere, non potrete che godere delle dieci tracce di “Inside power”, un disco non particolarmente originale o innovativo ma di sicuro impatto. Luca Nobili

HEART OF A COWARD

SOUNDGARDEN

(Century Media)

★★★★

Metalcore d’oltremanica, signore e signori... e se state pensando “ancora?”, avete tutta la mia comprensione. Il genere è vicino alla saturazione e i dischi tutti uguali usciti negli ultimi sei mesi si contano sulle dita di due mani, a voler essere ottimisti. C’è un però, ed è che gli Heart Of A Coward, qui al secondo disco dopo il debutto autoprodotto dello scorso anno, ci sanno fare e si smarcano dai canoni del genere con un sound più personale della media della suddetta sovrappopolata scena. Per la gioia di chi, come il sottoscritto, non è nato (musicalmente) negli ultimi 5 anni, i punti di riferimento sono più verso il metal groovy dei nineties di Pantera, Machine Head e Sepultura che non verso i giovincelli Bring Me The Horizon & Co. Una band da tenere d’occhio, senza dubbio. Luca Nobili

Se non avete questo disco siete dei fanfalucchi. “Screaming life” dei Soundgarden è un 'must have' e quale migliore occasione questa per acchiapparne in un colpo solo la nuova riedizione, appena pubblicata da Sub Pop insieme a “Fopp”, ovvero il primissimo e il secondo EP già ripubblicati insieme nel 1990. All'epoca della prima uscita, Chris Cornell era ancora un capellone lontano anni luce da quel maranza acchiappafemmine che conosciamo oggi. E a Seattle cominciavano a farsi strada i primi virgulti di quello “scatolone chiamato grunge” (cit. vedi intervista alla band su RockNow #4). A separare i due EP, c'è anche un altro pezzo, tratto dalla compilation Sub Pop 200: “Sub Pop City Rock”. Ribadisco, da avere assolutamente. Arianna Ascione

“Severance”

★★★

“Screaming life/Fopp EP” (Sub Pop/Audioglobe)


nsioni 4 SEASON “Sit of shame” (This Is Core Music)

★★★

Nuova realtà del panorama pop-punk tricolore, i 4 Season si presentano con questo mini di 5 tracce intitolato “Sit of shame”. Un EP semplice nel complesso, dove la matrice californiana ha spesso la meglio sulla voglia dei nostri di distinguersi dalla massa. “Epic fail” e “Wanda’s back” sono i brani che più si avvicinano allo stereotipo classico del genere, mentre in “Sick love” pathos e scenari distensivi la fanno da padrone. Poco convincente la voce, causa forse una produzione che ha messo fin troppo in evidenza le chitarre. Una prova tutto sommato acerba ma se non altro utile alla band per correggere il tiro in vista di un ipotetico debut album. Giorgio Basso

BAD RELIGION

“The Christmas songs” (Epitaph/Self)

★★★ Che dir si voglia, i Bad Religion in 33 anni di attività hanno sbagliato pochissimi colpi. E se è vero che l’abito non fa il monaco, ecco il primo di una (sicuramente) lunga lista di album natalizi del 2013. “The Christmas songs” presenta 8 cover (più un diverso mix di “American Jesus”) di grandi classici come “Hark! The Herald Angels sing”, “White Christmas” o “Oh come all ye faithfull” (già ripresa dai Lagwagon nella loro “Razorburn”) nell’inconfondibile chiave punk rock che ha reso famosa la band guidata di Greg Graffin. Purtroppo, è anche il primo album (dal 1983) registrato senza il chitarrista Greg Hetson, fuoriuscito dalla band (forse?) per motivi ancora sconosciuti. Il 20% dei proventi di questo disco andranno alla fondazione SNAP (Survivors Network of those Abused by Priests), che si occupa dei minori vittime di abusi sessuali da parte dei preti. Michele Fenu

volezza uno degli ingredienti che ha contribuito alla buonissima riuscita di questo “Role model”. Il punk rock melodico della band australiana rimane sui livelli dei più blasonati colleghi statunitensi e, pur non essendoci quel paio di pezzi con il potenziale da singoloni, l’album vanta un livello medio altissimo e farà felici tutti i 30enni che ci stanno ancora sotto con gli anni 90. Se invece avete meno di 30 anni, date comunque una possibilità a questi vecchietti, potrebbero ancora spiegarvi due o tre cosette. Stefano Russo

IRON CHIC

“The constant one”
 (Bridge Nine Records)

★★★★★ Gli Iron Chic sono una band di culto nata da una costola dei Latterman e si sono sempre distinti per il loro punk rock emozionale e i loro live intensissimi. A tre anni di distanza dall’ottimo “Not like yhis”, tornano con un nuovo full length con un’etichetta di primissimo piano come la Bridge Nine e non sbagliano la grande occasione. Infatti “The constant one” è il punto più alto raggiunto finora dalla band di Long Island. La formula degli Iron Chic rimane

PUNK/HC invariata, punk-rock energico e molto melodico, grandi parti corali e testi stupendi. Un disco da ascoltare e riascoltare per apprezzarne meglio le sfumature e quei piccoli dettagli che lo fanno grande. Questo è a parer mio un grandissimo disco punk-rock, la storia ci dirà poi se rimarrà o verrà dimenticato. Sicuramente uno dei migliori lavori usciti in questo 2013. Andrea “Canthc” Cantelli

SUNDOWNER “Neon fiction” 
 (Fat Wreck Chords)

★★★

Quando i Lawrence Arms hanno deciso di prendersi un’inaspettata pausa, il cantante e chitarrista Chris McCaughan ha subito trovato il tempo di formare i Sundowner e di dare così libero sfogo alla sua vena artistica non espressa con la sua band di origine. Questo primo album, “Neon fiction”, è uno di quei lavori che bisognerebbe classificare negli scaffali con la dicitura “relax”. Registrati in chiave semiacustica, questi pezzi sono azzeccatissimi, mai banali e veramente rilassanti. A momenti ricordano i lavori solisti di Chuck Ragan (Hot Water Music). Il disco doveva originariamente essere

autoprodotto, ma dopo una chiacchierata con Fat Mike, eccolo pubblicato dalla Fat Wreck Chord. Michele Fenu

VANILLA SKY “Unplugged”

(The Alternative Factory)

★★★

Dopo il gradevole “The band, not the movie” uscito nel 2012 e che li rimetteva sui binari del pop/punk melodico degli inizi, i Vanilla Sky ci regalano oggi quattro brani in versione acustica e racchiusi in un EP. Lo abbiamo ripetuto più volte, una bella e riuscita canzone lo rimane anche con un vestito nuovo addosso e questo discorso vale giustamente per “Ten years”, Invincible”, “30 is the new 20” e “The longest view” (con il featuring di Daniele Zed). Anzi, questa nuova veste regala ai brani un taglio neo-folk niente male che potrebbe accattivare anche un pubblico diverso. Ottimo come sempre l’alternarsi alla voce di Brian e Vinx, soluzione che caratterizza da sempre la simpatica band romana. Un ottimo regalo, ora li aspettiamo con una nuova prova elettrica. Daniel C. Marcoccia

RED CITY RADIO “Titles”

(Paper + Plastick)

★★★★

Per una band che esordisce con un disco come “The dangers of standing still”, dettando anche gli standard di un genere (anche se di nicchia come l’orgcore-punk), confermarsi con una seconda uscita è un’impresa molto difficile. I Red City Radio, però, ci riescono con “Titles” e forniscono un album che rispetta le altissime attese che ci si aspettava da questa band. Ai primi ascolti, “Titles” risulta meno immediato del suo predecessore, ma poi i pezzi crescono in maniera esponenziale. Su tutti va citato il singolo pieno di pathos “Show me on the doll where the music touched you”, destinato a diventare un classico del punk-rock per gli anni a venire. Insomma, una prova di maturità per la band di Oklahoma City e speriamo che sia la volta buona per venire a suonare anche nel nostro paese. Andrea “Canthc” Cantelli

BODYJAR “Role model”
 (We Are Unified)

★★★

Dopo 8 anni di pausa, i Bodyjar sono tornati e, per fortuna, non sono cambiati di una virgola! Ormai, nel 2013, non corrono più nemmeno lontanamente il rischio di fare il botto vero ed è forse questa consape-

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THE LINE

In collaborazione con Extreme Playlist

RIP CURL PRO PORTUG Il mare è una delle più affascinanti forze della natura, soprattutto quando ci regala delle splendide onde e ancora di più quando si riescono a surfare. Di Markino - Foto Rip Curl

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GAL

P

er chi, come me, è appassionato di board sport, il mese scorso dal 12 al 20 ottobre si è tenuta la nona tappa del ASP world tour. Stiamo ovviamente parlando di surf, uno degli sport acquatici piu difficili e impegnativi che, negli ultimi anni, sta "cavalcando l'onda" della popolarità anche nel nostro bel paese. Il tempo per praticare questo sport è sempre poco per la maggior parte degli appassionati ma anche fuori dall’acqua c’è la possibilità di seguire tutte le tappe del campionato mondiale via streaming. Seguire l'evento sul web è sicuramente il modo meno costoso dato che le dieci tappe mondiali si svolgono nei “best spot” di tutto il mondo: Australia, America, Fiji, Tahiti, due tappe in Europa, di cui una in Portogallo e una in Francia alla quale, quest’anno, ho avuto la fortuna di partecipare come spettatore. Le mete europee sono abbastanza accessibili per chi ha un po’ di tempo libero per farsi una vacanza all'insegna del surf, delle feste e dei concerti gratuiti, come al Pro France in cui hanno suonato i Klaxons. La penultima tappa si svolge a Peniche, in Portogallo, nella spiaggia di Supertubos, chiamata così per i fantastici e perfetti tubi che il mare regala. Tappa molto discussa che porta alla finale di Pipeline, alle Hawai, il prossimo dicembre e durante la quale si proclamerà il vincitore. A contendersi il titolo, tra i primi 5 classificati, ci sono Kelly Slater, Joel Parkison, Mick Fannig e Jordy Smith, ma, come tutti ben sanno, il mare può giocare brutti scherzi. Kelly esce nell’ultimo round e subito dopo gli altri finalisti vengono battuti tutti da giovani promesse del surf mondiale. Tra questi nuovi talenti assetati di trick e tubi ha avuto la meglio Kai Otton che riesce a vincere per pochi punti.

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THE LINE

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Extreme Playlist

Ogni mercoledĂŹ, su rocknrollradio.it dalle 19 alle 21, Markino e Fumaz ci raccontano cosa succede nel mondo degli action sport attraverso le parole e i gusti musicali dei suoi protagonisti. Stay tuned!!!

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LAST SHOT

BRING ME THE HORIZON Milano, Alcatraz, 25/11/13 Foto Arianna Carotta

"This is sempiternaaaaal!!!"

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RockNow #15