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bianca


prefazione


Febbraio non ha più la faccia dei primi amori, con le mani dietro la schiena e un gesso d’intonaco grigiastro per graffiare, tono su tono il muro. Resta bozza tra nascite e una morte che ricomincia una pausa di vinile, mentre mi parli – quanto sei bella Leda- vestita di viola e l’orlo sulle cosce, i lacci in vita È duttile febbraio, porto di compleanni, autunno fuori posto propagato alle finestre. Per gli innamoramenti non ha foglie, ma anime su punteruoli, mentre te ne stai piatto nella circostanza Con la mano ai vecchi documenti, sfondi di chierici e calesse e gruppi di parole. “Il vetro rotto, la zampogna. Il ballatoio deve avere il sole” Febbraio stira tutte le camicie fino a un certo punto perché non c’è domani che ti aspetti seriamente, se non il tempo dei bambini

Leda


Come una chiave persa, un sorriso abbandonato all’an sapore di qualcosa lasciato a metà, mese indefinito e indefi stanchi, montagne di momenti, scritte d’occasioni, odor di s arrende arrese, costringe la riservatezza d’anni e tutto è bianco e se non un addio è una chiamata p

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Febbraio passa sulle rive come un piccolo vento che non piega i vetri dove muoiono le falene e gli entusiasmi del ragazzo sempreverde. Vibra dei fuochi di S. Agata e delle illusioni senza armonie dei percorsi malandati come quegli occhi senza più colore, come le punte dei combattimenti. Ah se ci fosse spazio prima del debito d’aprile, se ci fosse luna senza cosce bianche o secchi melograni per lasciare con fierezza ogni garanzia e anche tu, Leda viola e lacci, a rimandarmi scolaretto ‘61, sui nuovi libri… nuovi libri… Nessuna risposta in quegli intonaci, solo graffi e cenci e piccole, molto piccole gemme incastonate nell’avorio della dignità, palandrana che ci copre appena, che non sfugge ai principi della concorrenza, della geniale sopravvivenza. A febbraio il circolare s’apre a tutte le risacche e rientra il tempo gravido d’incompreso vero amore

Sebastiano


Come una chiave persa, un sorriso abbandonato a il sapore di qualcosa lasciato a metà, mese indefin cartelloni stanchi, montagne di momenti, sensazioni. Soffoca pendii, arrende arrese, costri tutto è una partenza, fazzoletto bianco e se no


Febbraio è il confine tra le maschere e la pioggia e nelle sembianze colorate della gioia si diverte giocando all'inganno. Nasconde allora quella bozza di poesia che nei semi di un prato nuovo è già pronta a ritornare Febbraio raggomitola le spalle -la brevità si nutre dell'amore- e scioglie mantelli stesi a terra, proprio come linee d'altri volti vòlti ai fiumi, agli innamoramenti repentini quali mani ora si tendono, sgretolando i gessi che scrissero ti amo su muri rattrappiti e ora cadenti, se ogni scritta non manent e vale poco meno di un respiro.

Roberta


Come una chiave persa, un sorriso abbandonato all’angolo del –non stato- ha il sapore di qualcosa lasciato a metà, mese indefinito e indefinibile, appende cartelloni stanchi, montagne di momenti, scritte d’occasioni, odor di sensazioni. Soffoca pendii, arrende arrese, costringe la riservatezza d’anni e tutto è una partenza, fazzoletto bianco e se non un addio è una chiamata persa. (Francesca Coppola)


Febbraio stecca negli acuti e rimpicciolisce i sogni rimettendo in gioco la memoria, quella senza scrupoli, con le mani in tasca e nessuna remora I ti amo cancellano i ti amo con spugnette appese al collo da sempre lungo i salti con rimbalzo degli amori più infiniti … e Febbraio stecca negli acuti e raggomitola le spalle - finto serio che sa di fritto - e non si cura della solitudine. Nunzia piangeva, era Febbraio sotto i limoni e i bagnasciuga e nessuno ricorda il perché Altro rimase, altro passò come il tempo che sparisce

Sebastiano


Come una chiave persa, un sorriso abbandonato all’angolo del –non stato- ha il sapore di qualcosa lasciato a metà, mese indefinito e indefinibile, appende cartelloni stanchi, montagne di momenti, scritte d’occasioni, odor di sensazioni. Soffoca pendii, arrende arrese, costringe la riservatezza d’anni e tutto è una partenza, fazzoletto bianco e se non un addio è una chiamata persa. (Francesca Coppola)


Finirà febbraio, noncurante di un tempo tutto perso, d’una luna sghemba dove a una tomba degna d’orizzonte, fu l’apertura sul costone a rendere respiro agli anni occlusi, e fiori, e sete e voci diventare adulte ed altre stanche, amate voci silenzi amati su per gli angoli operai I fermi alle clavicole aspetteranno ancora gli abiti succinti, la spalla che cade e quell’odore di pane quando ce ne staremo fuori a raccontarci dallo svettare d’aceri fino a litigarsi l’alba Non diserto notti a licenziare acque su acque, croci sull’orgoglio approdi sconvenienti d’anni ammanettati a tacche sugli arbusti e luci inclini del sapermi verande e rosmarino Tu, che m'imprimi dormiveglia ai tarli d’immagine scomposta e misticanze che pendono dai treni Leda


Come una chiave persa, un sorriso abbandonato all’angolo del –non stato- ha il sapore di qualcosa lasciato a metà, mese indefinito e indefinibile, appende cartelloni stanchi, montagne di momenti, scritte d’occasioni, odor di sensazioni. Soffoca pendii, arrende arrese, costringe la riservatezza d’anni e tutto è una partenza, fazzoletto bianco e se non un addio è una chiamata persa. (Francesca Coppola)

Giuseppe Pellizza da Volpedo Prato fiorito Pelizza, Giuseppe 1868-1907. "Prato fiorito" (Meadow in blossom), c.1900/1903. Painting.


Finirà febbraio e degli occhi reclamerà la sete, noncurante di voci, spighe a crescere sul ventre si farà traccia fino a cogliere dell'altro tutto ciò che non ha fine a rigare querce con le unghie per non mentirsi le carezze, coi rami bianchi stesi attorno alle parole ai canti d'oltremare le lingue sussurrate, impigliate nelle gonne in lacci di risate reclamerà febbraio l'istante tra amore e fine, sillabando mani calde nel cadere le promesse, come semi e solchi rinnovati arriveremo, poi, a raccontarci acque e fuochi sulle colline, in braccio a chiglie adagiate alla risacca, come conchiglie sparse di una vita sola

Mirella


Come una chiave persa, un sorriso abbandonato all’angolo del –non stato- ha il sapore di qualcosa lasciato a metà, mese indefinito e indefinibile, appende cartelloni stanchi, montagne di momenti, scritte d’occasioni, odor di sensazioni. Soffoca pendii, arrende arrese, costringe la riservatezza d’anni e tutto è una partenza, fazzoletto bianco e se non un addio è una chiamata persa. (Francesca Coppola)


oh febbraio, scivolato così in fretta e sulla sedia mille panni da stendere Fermati ancora un poco sulle ginocchia su queste occhiaie al sapore di nicotina apriti febbraio che non c'è festa se non quella del santo abbandonato, riciclato dimenticato. Domani forse ci sarà un giorno nuovo uno dall'aspetto folle e una pagina da strappare ma sei ancora qui mio febbraio, nelle suole di fango e zuppa fritta, nelle sciarpe lavorate dalla mamma, in quell' ecciù che non va via

Francesca


Come una chiave persa, un sorriso abbandonato all’angolo del –non stato- ha il sapore di qualcosa lasciato a metà, mese indefinito e indefinibile, appende cartelloni stanchi, montagne di momenti, scritte d’occasioni, odor di sensazioni. Soffoca pendii, arrende arrese, costringe la riservatezza d’anni e tutto è una partenza, fazzoletto bianco e se non un addio è una chiamata persa. (Francesca Coppola)


E' finito febbraio! Ora scivola dentro lo strabico marzo Dal ventre profuso e trapuntato a sfarzo - finirà anch'esso non molto in lontananza Prima però avrà disciolte le danze Tra scudisciate strianti tra i nembi E non è detto che non mi serri Assopito in queste stesse stanze Ad ingugitar visioni: Ho visto gli occhi tuoi A cavalcioni di un lupo Ed agnelli e agnelle poi Scivolare in un imbuto cupo Visioni di temporale a marzo: Le mammole flettersi in bui corridoi E sui prati spruzzate di quarzo In larghe vedute di giada sfarinata Tra peste di flaccidi buoi A traino di scarni scheletri d'annata Sfocati dagherrotipi occhi di ieri Bianco fumo che scorre in voi E il mondo è solo il più fragile dei bicchieri Sguardo fantasmagorico in un pazzo Bolscioi! Se tornerò aprilante con voi


Sarà un evento da discuterne col senno di poi ...

Rosario

Come una chiave persa, un sorriso abbandonato all’angolo del –non stato- ha il sapore di qualcosa lasciato a metà, mese indefinito e indefinibile, appende cartelloni stanchi, montagne di momenti, scritte d’occasioni, odor di sensazioni. Soffoca pendii, arrende arrese, costringe la riservatezza d’anni e tutto è una partenza, fazzoletto bianco e se non un addio è una chiamata persa. (Francesca Coppola)


Continuerà a finire come sempre questo febbraio retroguardia della neve, con le guance stanche di luci e coriandoli. Nulla penderà dalle cime né dagli anulari quando cadranno gli ultimi ventotto -Seguiamoci, amore, sulle rotte delle api, nei nettari golosi del millefiori acceso aprendo varchi nelle cartapeste… prendiamo le corde per tutte le giunture luna e sole e poi ancora lunaVerso le unghia s’aprono i compleanni, nei pacchetti d’ametista e rose, senza dolcetti o…boschi di betulle ma pece germogliata da freddi persistenti. Rincorre l’anatra le linee dei canti nei cieli neutri di questo mezzogiorno -Vicini al silenzio dei rosmarini, già rossi in viso noi, apriamo le finestre-


Sebastiano

Come una chiave persa, un sorriso abbandonato all’angolo del –non stato- ha il sapore di qualcosa lasciato a metà, mese indefinito e indefinibile, appende cartelloni stanchi, montagne di momenti, scritte d’occasioni, odor di sensazioni. Soffoca pendii, arrende arrese, costringe la riservatezza d’anni e tutto è una partenza, fazzoletto bianco e se non un addio è una chiamata persa. (Francesca Coppola)


se scivola acquazzoni e le falangi sembrano tegole di vetro, grondaie a raccogliere desideri dell'ultimo del mese, rimane compimento dell'inverno febbraio, cosĂŹ corto, con la febbre delle utopie pronte a esplodere negli schizzi azzurri del rosmarino che profuma le finestre attacchiamoci -allora- alla cima di un frusciare una carrozza ci porterĂ  lontano dal bianco delle nevi, nel rinverdire dei sassi, nelle sabbie lievi, ai rimessaggi che trasudano catrame e hai macchie nere in viso, residui di un carnevale strascicato cosĂŹ se ne andrĂ  (o ce ne andremo noi) deposto lo sferruzzare di lane nei cassetti febbraio con le luci accese delle cinque e orizzonti rannicchiati sulle nocche

Roberta


Come una chiave persa, un sorriso abbandonato all’angolo del –non stato- ha il sapore di qualcosa lasciato a metà, mese indefinito e indefinibile, appende cartelloni stanchi, montagne di momenti, scritte d’occasioni, odor di sensazioni. Soffoca pendii, arrende arrese, costringe la riservatezza d’anni e tutto è una partenza, fazzoletto bianco e se non un addio è una chiamata persa. (Francesca Coppola)



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