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LUGLIO 2008

V

iviamo in un tempo in cui la connessione è agevole, anche se la rapidità non può che essere buona alleata del pensiero.

Un messaggio in posta elettronica si intreccia, allora, con la molteplicità non solo delle culture e delle competenze ma anche dei silenzi e del disincanto. Con testi brevi, speriamo di aggiungere qualche nota alla visibilità di alcuni argomenti, ispirandoci a documenti che, in questi anni, ci fanno compagnia nelle nostre professioni. Raggiungiamo un certo numero di persone che conosciamo o che abbiamo avuto, con noi, come destinatari di condivisa comunicazione. Inviamo qualche appunto, contando nella esattezza di una sola intuizione: l’orizzonte di una cittadinanza attiva, responsabile della qualità della democrazia. Iniziamo a giugno 2008, guardiamo al 2028 e speriamo che questo sia anche di qualche aiuto per cercare e trovare sintesi innovative nelle assemblee rappresentative. I post it sono nel segno della leggerezza. Ma realizziamo questi messaggi al plurale, come abbiamo imparato nelle nostre associazioni. Lieti se altre voci si potranno aggiungere, strada facendo.

01

Siamo convinti, con Don Lorenzo Milani, che “ Da soli è avarizia, insieme è politica”.

Marco Polo descrive un ponte, pietra per pietra.

«Ma quale è la pietra che sostiene il ponte?» chiede Kublai Kan. «Il ponte non è sostenuto da questa o quella pietra» risponde Marco «ma dalla linea dell’arco che esse formano». Kublai Kan rimane silenzioso, riflettendo. Poi soggiunge: «Perché mi parli delle pietre? E’ solo dell’arco che m’importa». Polo risponde: «Senza pietre non c’è arco». (Italo Calvino, Le città invisibili)

in questo numero

La Carta di Belluno dall’autarchia all’ascolto

La Carta di Lipsia coesione sociale e territoriale appunti di buone pratiche

La Carta di Saint Denis nuovi diritti di cittadinanza

La Carta di Aalborg ambiente, mobilità, sostenibilità


DALL’AUTARCHIA ALL’ASCOLTO

La Carta di Belluno 21 gennaio 2008

I

l 21 gennaio 2008 a Belluno si è svolto, al centro culturale San Luca, un incontro - promosso da Provincia, Forum P.A. e Legautonomie dedicato alle modalità di rendicontazione delle Pubbliche Amministrazioni. Relazioni ed esperienze si sono agilmente succedute, dando così occasione di presentare le motivazioni della presentazione della "Carta di Belluno".

1. Che cosa è E’ un testo conciso proposto all’attenzione di quanti amministrano gli enti locali. I promotori sono persuasi che occorra mettere i cittadini nella condizione più trasparente per esercitare scelte consapevoli e informate. L’invito agli enti è quello di mettere a disposizione modelli e metodi di misurazione, valutazione e rendicontazione rispetto alle risorse reperite ed usate. Gli Enti sottoscrittori riconoscono e si impegnano a garantire i seguenti diritti: • informazione: il diritto dei cittadini ad essere informati con completezza e regolare periodicità sull’andamento dell’amministrazione sia dal punto di vista dei risultati che dell’impiego delle risorse; • diffusione: il diritto dei cittadini alla chiara e leggibile esposizione dei documenti di rendicontazione e alla loro divulgazione in molteplici canali fisici e virtuali in modo da raggiungere con facilità la più ampia popolazione possibile; • identificazione:il diritto dei cittadini a poter identificare nei documenti di rendicontazione le risorse impiegate per le singole categorie di portatori di interesse (ad es. giovani, anziani, donne, fasce deboli, imprese, commercio, ecc.); • confronto: il diritto dei cittadini a poter confrontare i documenti di rendicontazione sia in forma diacronica, garantendo quindi una sostanziale uniformità nel tempo che permetta di leggere e confrontare l’andamento dei capitoli nei vari esercizi; sia in forma sincronica ossia mediante confronti tra amministrazioni omogenee • valutazione di coerenza: il diritto dei cittadini a poter leggere facilmente gli elementi di coerenza tra le linee di mandato, la relazione revisionale e programmatica, eventuali documenti di pianificazione volontaria (es. Piano Strategico) e gli strumenti di rendicontazione. Ogni punto esplicitato nei documenti sopraccitati dovrà trovare uno specifico riscontro nei documenti di rendicontazione, anche a fronte di azioni non attivate o sviluppate solo parzialmente • partecipazione: il diritto dei cittadini a conoscere per tempo e in forma completa, chiara e leggibile i documenti di programmazione e i bilanci preventivi dell’ente e di poter contare su un canale interattivo per far sentire la propria voce nelle scelte relative Si vuole, quindi, la costituzione di un club volontario di amministrazioni che scelgono di mettere a disposizione l'una delle altre gli indicatori che hanno costruito e usato, studiando principi comuni di riclassificazione dei documenti di rendicontazione nell'ottica della semplicità della trasparenza e del confronto. Il club sarà poi promotore di incontri e confronti sia virtuali che fisici, in modo da avere come obiettivo di medio termine l'omogenizzazione di alcuni di indicatori e la costruzione di "manuali di utilizzo" degli indicatori stessi.

2. Perché è interessante. Soprattutto perché, qualche settimana dopo ( marzo 2008), è stata resa nota una indagine svolta da CIVICUM sui 22 principali comuni italiani e la rispettiva capacità di rendicontare, nei bilanci, in termini di trasparenza e chiarezza : siamo molto lontani dai rating europei…. E l’audit civico è fattore base della cittadinanza.

Gianni Saonara  Per approfondire: www.forumpa.it ; www.legautonomie.it ; www.misurapa.it ; www.blog.civicum.it


COESIONE SOCIALE E TERRITORIALE

La Carta di Lipsia 2 maggio 2007

L’

Europa ha bisogno di città e regioni forti, in cui si vive bene. Il contenuto della Carta di Lipsia sulle città europee sostenibili è riassunto nella frase con cui il documento si conclude, e che ne sottolinea senza equivoci l’obiettivo. Un documento che pone una questione su cui governo del territorio e impresa sono chiamati a riflettere, per individuare il futuro di un modello, quello urbano, le cui ragioni sono apparentemente in crisi ma che rimane tuttora privo di alternativa in termini storici, culturali, ambientali. Le città esistono e ce le dobbiamo tenere. Così come sono? Secondo le indicazioni del documento dipenderà solo da quanto si riuscirà a rendere sostenibili le dimensioni sostanziali dello sviluppo: la crescita e la prosperità economica, l’equilibrio sociale e l’ambiente. La rete delle città europee, con le loro risorse economiche, storiche, culturali, e l’idea di struttura policentrica su un territorio di scala continentale non rappresentano di per sé una intuizione nuova, se non per il fatto che al centro dell’attenzione per lo sviluppo urbano integrato siano posti i caratteri di sostenibilità ambientale ed economica, di equità sociale e di condivisione che rappresentano il solo modo di ottenere un processo davvero coordinato sugli tutti gli aspetti delle politiche urbane, siano essi spaziali, settoriali, temporali. Ed il livello continentale appare tanto più adatto sia per l’ampiezza del terreno analitico, sia sul piano dei termini propositivi, in particolare riguardo all’altro significativo punto di forza della Carta, rappresentato dalle politiche della formazione e dell’istruzione. Le città come motori della cultura, luoghi della conoscenza, che non hanno perduto questa peculiarità e che nella nuova comunicazione globale trovano un modo efficace di condividere, di scambiare, di aggiornare. Maggiore condivisione per una migliore inclusione, per eliminare la marginalizzazione e le disparità che genera le zone di degrado, le banlieu, e più in generale le realtà considerate periferiche. Le ragioni per l’utilità pratica di questo modello appaiono chiare anche sul piano strettamente economico, considerato che, come già visto in molti esempi anche a noi vicini, riportare un quartiere degradato a livelli accettabili di sicurezza e di decoro può rivelarsi molto dispendioso e talvolta scarsamente efficace.

Che fare. La guida irrinunciabile dell’attore pubblico, nell’indirizzo qualitativo degli standard vitali della città e nella realizzazione di infrastrutture che rappresentino, in ogni applicazione, il massimo livello di eccellenza, la partecipazione condivisa dei privati nel perseguire obiettivi di alto valore significante, la condivisione più ampia delle scelte di orientamento che vincolano lo sviluppo, l’allargamento della formazione culturale e la massima facilitazione per l’accesso alla cultura, anche in termini strettamente fisici, non sono soltanto un contenuto di fondo, distante e vagamente sognato, ma rappresentano il solo modo per organizzare un sistema coordinato, integrato, in altre parole vivibile e sostenibile, che coinvolga i livelli nazionali, e quelli locali, all’interno di una strategia che ha ragione di esistere solo se condivisa. Conforta sottolineare che, laddove le idee hanno già trovato una via per concretizzarsi, i risultati non hanno tardato ad arrivare e raccontano di sinergia nell’impiego di risorse tra pubblico e privato, di efficienza amministrativa, di diritti rispettati e di doveri assunti, di una nuova complementarietà che, in molti casi, costituisce già una alternativa possibile, e in quasi tutti gli altri, probabile.

Mario Zanazzi

 Per approfondire: www.ideali.be/it


APPUNTI DI BUONE PRATICHE Proprio in questi giorni riceviamo la lettera aperta del prof. Siviero riguardante una delle tante aree urbane sulle quali è urgente aprire alle idee. Volentieri ne diamo diffusione per dare concretezza ad un esempio del fare.

Il Foro Boario a Padova di Giuseppe Davanzo Una Architettura da far rivivere distanza di qualche decennio si è ora in grado di valutare gli A esiti di una stagione in cui la prefabbricazione ha destato grandissimi entusiasmi cui sono seguiti ahimè altrettanto forti delusioni. La rivista “La Prefabbricazione” (poi evolutasi in “L’Edilizia”) era densa di articoli magnificanti il “nuovo” ma, è proprio il caso di riaffermarlo, pochi segni di eccellenza sono stati lasciati a futura memoria come gesti evidenti non di “edilizia” ma di “architettura” contemporanea. Uno degli esempi da citare, anche se non così noto come meriterebbe, è il Foro Boario di Giuseppe Davanzo in Corso Australia a Padova. Qui, come esito non a caso di un appalto concorso, vi appare una declinazione colta e raffinata dell’arte del costruire, che ancor oggi stupisce per la sua modernità evidente, anche nella “tenuta” nel tempo, allorché modestissime se non nulle attenzioni sono state poste alla tematica manutentoria. Questa straordinaria “architettura strutturale”, dopo quarant’anni è ancora viva e vegeta, anche se piena di acciacchi e con manifesti segni di vecchiezza (non certo precoce), avendo ampiamente superato i limiti di vita utile di servizio nella sua “funzionalità”, mai esplicitata appieno, ma ancora all’interno dell’arco temporale della vita di servizio tecnica se non economica. In sintesi, un segno della cultura applicata al mestiere più bello del mondo: l’architetto costruttore. Ecco perché la concreta e rinnovata attenzione del Committente (Comune di Padova) è molto ben vista e opportuna con l’obiettivo di far partecipare questo bene prezioso all’intera collettività. Così, in chiusura della tavola rotonda “Quale destino per il Foro Boario di Padova: il riuso del Foro Boario di Corso Australia e l’opera di Giuseppe Davanzo” tenutasi a maggio a Padova presso l’Accademia Galileiana sotto la presidenza di Oddone Longo, e per iniziativa di Paolo Pavan, ho lanciato qualche idea, che succintamente ripropongo sotto forma di lettera aperta. Rispetto alle molte ipotesi emerse in questi anni, ivi compresi gli studi dello stesso Davanzo, e i vari studi progettuali di architetti, artisti e studenti, a me sembra che questa “Cattedrale” possa e debba diventare parte integrante della città, e da questa percepita allo stesso modo di Prato della Valle o di Pontecorvo (le distanze del centro non sono poi così dissimili: 1 Km e mezzo all’incirca come rilevato dall’arch. Bepi Contin). Ciò implicherebbe un connettore, sia viario che percettivo, capace di oltrepassare le barriere urbanistiche (soprattutto la ferrovia) e migliorando l’accessibilità e la visibilità del manufatto (nei suoi significativi rapporti spaziali di pieno / vuoto). Questa riappropriazione alla città, rimetterebbe in vita, quale propaggine delle antiche mura veneziane, un intero quartiere ora confinato a nord dalla ferrovia che, non dimentichiamo, rappresenta ancor oggi una vera e propria ferita nel tessuto urbano che dura da oltre un secolo e mezzo. Non volendo (ma è proprio così impossibile?) pensare a ciò che in altre città italiane coraggiosamente è stato fatto: ovvero l’interramento della ferrovia, almeno se ne copra l’area costruendo una nuova “piazza urbana” ove far confluire funzioni anche ludiche, vissute quale luogo di incontro e di scambio di socialità condivisa, per l’accesso al nuovo luogo reidentificato per se, quale museo di se stesso e punto di riferimento dell’architettura contemporanea di Padova e del Veneto. Non vi è dubbio infatti, che l’effetto mediatico dell’architettura-evento (quella per intendersi, appannaggio delle “archistar” internazionali) abbia determinato quanto meno un circolo virtuoso di attenzione

anche verso l’architettura contemporanea che, nella nostra regione e nell’intero Nord Est, non è certamente marginale. Quale modo migliore per declinare questa idea di identificare un percorso di architettura contemporanea che vede il proprio inizio all’interno dell’opera “viva”? Ciò quanto meno nell’immaginario collettivo degli addetti ai lavori, ancorché la sua lenta agonia appaia al cittadino comune come il segno dell’incultura praticata da un mondo più volto al costruire – spesso male - che al mantenere! Un centro museale dell’architettura contemporanea (anche nel suo divenire pseudo ipertecnologico). Un DARC ( Direzione generale per l'Architettura e l'Arte Contemporanee) che apra una potente appendice da Roma al Veneto. Un luogo ove, nella concretezza del fare, si mostrano gli oggetti e la loro vita. Ove concentrare la tensione culturale e l’innovazione, il motore dell’energia e la piena evoluzione della sostenibilità, nell’applicazione specifica che, nel restauro del Moderno, trova oggi uno dei punti chiave per far rivivere il nostro passato più recente. Utopia? Non credo! Con l’Expo 2015, Milano sarà il centro di un sistema multipolare che vedrà sicuramente Venezia e il Veneto molto presenti. Cosicché la proposta immediata di questa idea va portata al più presto nella sede decisionale supportata da Comuni e Province, con in testa la Regione Veneto. Idea da condividere, operativamente, con il mondo della produzione: Industria, Artigianato, Professioni, ecc. Spinta concreta all’essere noi stessi, con la nostra cultura e l’ingegno che ne ha contraddistinto il vissuto. Un’idea da portare già ai primi di luglio del 2008 al Congresso Mondiale degli Architetti che si terrà a Torino, supportata dalle Facoltà di architettura e dei Corsi di laurea di ingegneria edile-architettura all’insegna della Tutela e della Valorizzazione di luoghi e oggetti di cui noi tutti dobbiamo, idealmente ed emotivamente, riappropriarci. Proviamoci! Attiviamo iniziative didattiche ad hoc: workshop intensivi, laboratori d’anno e tesi di laurea, applicazioni nei master, tesi di dottorato! Facciamone esemplificazione operativa nei corsi di istruzione permanente! Iniziative in tal senso sono già programmate in varie sedi universitarie. Si tratta di lavorare insieme, per fare sistema e presentarci unitariamente al tavolo decisionale. Forse stavolta non serve andare a Roma con il cappello in mano! Ma, ove tutto ciò si rivelasse impraticabile, debbo confessare che, provocatoriamente, pur di salvare l’oggetto, non escluderei a priori l’ipotesi di chiedere a qualche sceicco arabo di “adottare” il monumento, adibendolo a luogo di culto, della pace multietnica e multi religiosa: quasi una testimonianza che l’odio tra le popolazioni non è così diffuso come si pensa, mentre chi ne fomenta la pratica è, spesso, proprio ai vertici governativi per motivi ben noti: l’ingordigia del potere. Dunque non più un Foro Boario ma un Foro di romana memoria, l’incontro tra popoli e civiltà tra culture certo diverse, ma tutte unite attorno all’Uomo. Roma, maggio 2008

Enzo Siviero Vice Presidente CUN


COESIONE SOCIALE E TERRITORIALE

La Carta di Saint Denis 18 maggio 2000

P

erché elaborare, all’alba del 21° secolo, una Carta europea dei diritti umani nella città?” La domanda che apre il documento approvato 8 anni fa nella città dell’Île-deFrance, assume tutta la sua evidente complessità non (solo) alla luce degli eventi che dal settembre 2001 ad oggi hanno sacrificato alla visione dei diritti, anche in Europa, la visione della sicurezza, ma soprattutto ad una prospettiva apparentemente immodificabile nel breve periodo: le città – oggi e sempre più nel futuro - luogo di tutti gli incontri e di tutti i possibili.

Cosa è La Carta, impegno sottoscritto dalle città europee a muoversi secondo direttrici coerenti con i Diritti Umani, in parte tracciate ed assunte - Dichiarazione dei diritti umani (1948), Convenzione europea (1950) – ma non sempre ed uniformemente rese effettive, mette a disposizione di chi amministra – e sicuramente anche dei cittadini individui e delle forme organizzate e plurali della società civile – uno strumento di elevato spessore culturale ed una fonte inesauribile di declinazioni operative, in grado di modificare sostanzialmente il livello del dibattito e la co-costruzione di condizioni pubbliche necessarie all’appagamento del desiderio di felicità privata di ciascuno. Idea guida è il ruolo della Città, futuro dell’umanità, spazio fecondo per l’et/et più che dell’out/out. Luogo di ogni incontro e pertanto di tutti i possibili, terreno di tutte le contraddizioni, e quindi di tutti i pericoli - dalle frontiere mal definite dove si ritrovano le discriminazioni legate alla disoccupazione, alla povertà, al disprezzo delle differenze culturali – ma nel contempo spazio dove si delineano e si moltiplicano le prassi civiche e sociali di solidarietà. Spazio di esercizio del rigore che ci impone di precisare meglio certi diritti – abitazione, lavoro, mobilità – e di riconoscerne di nuovi: rispetto dell’ambiente, garanzia di un cibo sano, di tranquillità, di possibilità di scambi e di svaghi. Risorsa per un nuovo spazio politico e sociale, dove democrazia di prossimità, partecipazione, diritto di cittadinanza di tutti gli abitanti contribuiscono a promuovere una cittadinanza a livello cittadino dove viene riconosciuto ad ogni persona ognuno dei diritti definiti e spetta ugualmente a ciascun cittadino, libero e solidale, di garantirli tutti. La Carta si presenta contemporaneamente strumento guida orientato al principio di sussidiarietà, per chi amministra e risposta alle aspettative dei cittadini, un insieme di costanti di riferimento – a loro volta altrettante occasioni di superare le difficoltà e di conciliare le logiche talvolta contraddittorie che si ritrovano all’interno della vita stessa della città - sulle quali far poggiare i loro diritti, riconoscerne le eventuali violazioni e farle cessare. La Carta, articolata in 5 parti, 28 articoli e disposizioni finali, regolamenta i Diritti civili e politici della cittadinanza locale, i Diritti economici, sociali, culturali ed ambientali di prossimità, i Diritti relativi all’amministrazione democratica locale, i Meccanismi di garanzia dei diritti umani di prossimità. Esprime la volontà di inserire il legame sociale, in modo duraturo, nello spazio pubblico, ispirata ad un principio di uguaglianza con l’obiettivo di una accresciuta consapevolezza politica di tutti gli abitanti.

Cosa far(se)ne Lettura indispensabile per pubblici amministratori che ambiscono ad orizzonti più ampi del mandato, per dirigenti associativi che intendono rivitalizzare radici e senso, per soggetti sociali e politici che vivono con passione la città che abitano, per cittadini che sentono di aver bisogno e diritto a spazi di protagonismo e di felicità.

Marco Baldini

 Per approfondire: http://www.centrodirittiumani.unipd.it/a_strumenti/scheda.asp?id=88&menu=strumenti http://www.euromedi.org/medlab/page/partenar/Conferenza/Barc_nov_1995.pdf http://www.admin.ch/ch/i/ff/2004/91.pdf http://www.un.org/documents/ga/conf151/aconf15126-1annex1.htm


COESIONE SOCIALE E TERRITORIALE

La Carta di Aalborg 27 maggio 1994

‘U na visione che prevede città ospitali, prospere, creative e sostenibili’ U

La frase sintetizza bene gli “Aalborg Commitments”, approvati alla quarta Conferenza Europea delle Città Sostenibili…Aalborg, cittadina danese, è diventata un po’ la capitale europea dei ragionamenti sulla sostenibilità da quando nel 1994 si è tenuta la conferenza europea sulle città sostenibili: un tema che allora non aveva ancora drammaticamente impattato sull’opinione pubblica e sugli amministratori, e che invece oggi diventa sempre più non solo importante ma direi necessario, forse indispensabile per il futuro nostro, ma soprattutto delle generazioni future. Come sintetizzare il concetto di sostenibilità? E cosa vuol dire per la complessa vita di una città (avendo in mente la nostra città!)? Nel 1994 a Aalborg si dichiarava che sostenibilità è consumare non di più di quanto viene reintegrato: questo vuol dire conservare il capitale naturale. Ma guai a pensare in modo negativo al termine conservare! Si sta parlando di un equilibrio dinamico - non certo ad un ritorno impossibile ad un’era primigenia - che permetta di mantenere la biodiversità, di sostenere nel tempo la vita umana e animale, di regolare gli inquinanti perché non superino le capacità di assorbimento e di trasformazione della biosfera. Per realizzare tutto ciò la Carta focalizzava alcuni punti nodali: innanzitutto l’esigenza di pensare globalmente ma di agire localmente, a livello di singole città: “Ogni città ha la sua specificità e pertanto occorre che ciascuno trovi la propria via alla sostenibilità”. Tra le molte cose importanti mi pare fondamentale il punto 1.7: l’equità sociale per un modello urbano sostenibile; la consapevolezza che sono i poveri le principali vittime dei problemi ambientali, perché hanno meno mezzi di “difesa” spinge a postulare la necessità di integrare i bisogni sociali fondamentali con la sostenibilità ambientale: credo che questa sia la chiave di volta per arrivare alla realizzazione della sostenibilità, altrimenti la conservazione ambientale verrà sempre percepita, e quindi trattata, come una battaglia di retroguardia condotta da pochi “illuminati”, oppure di avanguardia appannaggio di chi può permettersi il lusso di cambiare l’auto ad ogni nuova normativa Euro. La Carta sottolinea fortemente il ruolo fondamentale dei cittadini, il coinvolgimento della Comunità (attraverso lo strumento partecipativo dell’Agenda 21, ma non solo, la necessità di una vera sussidiarietà e di autogoverno locale. Dopo 10 anni, nel 2004, sempre ad Aalborg, si stilano gli Aalborg Commitments, dieci impegni, ciascuno rappresentante un tema chiave sui cui declinare la sostenibilità locale: un aiuto alle comunità locali per individuare priorità, compiti ed obiettivi, attraverso la realizzazione di un rapporto preliminare che definisca cosa si vuole raggiungere, con prima verifica a livello europeo prevista per il 2010. I Commitments mirano a dare una serie di indicazioni per “ispirare il futuro”, affrontando sfide importanti, che dovranno coniugare lo sviluppo tecnologico e la globalizzazione economica con la necessità di sostenibilità naturale e ambientale, collocando l’ambiente naturale e le sue risorse in stretta sinergia con aspetti economici, di inclusione sociale, di diversità culturale, di pace e conflitti. I 10 impegni sono: Governance (attraverso una migliore democrazia partecipatoria), gestione locale per la sostenibilità, risorse naturali comuni, consumo responsabile e stili di vita, pianificazione e progettazione urbana, migliore mobilità e meno traffico, azione locale per la salute, economia locale e sostenibile, equità e giustizia sociale, da locale a globale. C’è veramente molto di quello che concerne la crescita di una comunità. Oggi la Carta e i Commitments non hanno certo perso di attualità: qualcosa si è mosso anche nelle nostre ricche città, a Padova un certo cammino è stato fatto - anche se riguardo ai Commitments risulta solo la dichiarazione d’intenti - il tema della sostenibilità ambientale è uscito pian piano dal recinto degli addetti ai lavori per arrivare alla opinione pubblica: ma ancora oggi si tende forse troppo a ragionare per slogan, in un campo ove la complessità non permette vie di uscita facili e comode; altri problematiche (in primis oggi economia e sicurezza) spesso relegano questi temi a comparire sporadicamente sui media, spesso solo in coincidenza ad eventi sfavorevoli, che da sempre sono peraltro esistiti quasi indipendentemente dall’azione dell’uomo. E le macrodecisioni, oggi si parla ad esempio di tornare in Italia alle centrali nucleari frettolosamente abbandonate sull’onda emotiva di Chernobyl, rischiano di generare superati dibattiti ideologici, sovrastando e mal orientando i processi partecipativi, quando invece occorrerebbe cimentarsi in una pacata analisi di sostenibilità, scientifica ed economica. Ne riparleremo….

Andrea Bertolo Per approfondire: www.cittasostenibile.it ; www.a21italy.it ; www.padovanet.it


focus

ᔢ Foto di Giovanni Umicini. Mostra “ Per Padova”. Museo Civico di Padova, 2007//2008. www.cnf.padova.net.it

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