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gyÖrgy konrÁd

PARTENZA E RITORNO Romanzo autobiografico

Traduzione di Andrea Rényi

Keller editore


N

el febbraio del 1945 eravamo seduti sulla panca di un carro bestiame fermo, immobile. Non riuscivo a staccarmi dalla porta aperta, dalla quale penetrava il vento tagliente della pianura innevata. Volevo tornare a casa da Budapest per non rimanere ospite, e per farlo mi sobbarcai un viaggio di una settimana a Berettyóújfalu, dove erano stati prelevati i nostri genitori e da dove eravamo riusciti a venir via il giorno prima della deportazione. Se avessimo tardato un solo giorno, saremmo finiti a Auschwitz. Mia sorella aveva quattordici anni e forse sarebbe sopravvissuta, ma io ne avevo undici e il dottor Mengele aveva inviato tutti i miei compagni di classe nella camera a gas. Dei nostri genitori non sapevamo nulla, ed entrando dalle scale nell’ingresso e poi nel soggiorno blu mi aspettavo di non ritrovare niente di quello che avevo lasciato. Non potevo esserne certo, ma sentivo che tutto sarebbe stato diverso. Tuttavia quando chiudevo gli occhi rievocavo i passi di una volta: scendere dall’appartamento al negozio di mio padre, entrare dalla porta posteriore di ferro tinteggiato di giallo, mio padre che si strofina le mani di fronte a me, accanto alla stufa, sorride, parla, guarda tutti 9


negli occhi fiducioso ma con quella sua aria da monello, come se stesse domandando: «Ci siamo intesi, vero?» Lui, che nel torpore del dopo pranzo si stende sulla sedia a sdraio in balcone, accende una sigaretta Memphis con il bocchino d’oro, sfoglia i giornali e si appisola. * Fin dalla prima età della consapevolezza ho sempre sospettato fra me e me che le persone che mi circondavano fossero molto infantili. Che lo fossero stati anche mio padre e mia madre l’avevo capito ascoltandoli scherzare amabilmente nel letto matrimoniale quando credevano che noi non potessimo sentirli. Giocherellavano esattamente come facevamo mia sorella e io. Avevo cinque anni quando venni a sapere che se Hitler avesse vinto, mi avrebbero ucciso. Una mattina la mamma mi prese in grembo e io le domandai chi fosse quell’Hitler e perché parlasse tanto male degli ebrei. Rispose che neppure lei lo sapeva, forse era pazzo o malvagio. Quell’uomo diceva che gli ebrei dovevano scomparire. Ma perché saremmo dovuti scomparire dalle nostre case, e poi, dove saremmo dovuti andare? Solo perché quell’Hitler, che la mia bambinaia ascoltava in estasi, inventava sciocchezze come quella, noi non saremmo dovuti stare là dove eravamo? Perché tutto questo piaceva tanto a Hilda? Come poteva piacere a Hilda la mia scomparsa, se tutte le mattine

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mi faceva il bagno con tanto garbo, giocava con me, ci sfioravamo affettuosamente e a volte si immergeva anche lei nella vasca? Come poteva volermi del male quell’Hilda, che mi trattava tanto bene? Hilda era bella, ma chiaramente stupida. Giunsi presto alla conclusione che tutto quello che mi minacciava non poteva che essere privo di senso, perché io non rappresentavo una minaccia per nessuno. Non ero disposto a considerare ragionevole ciò che mi faceva male. Da quando ne conservo la memoria, io sono sempre stato lo stesso, non sono cambiato, e non ero più infantile nemmeno a cinque anni, quando con la bici mi spingevo al ponte Berettyó e mi specchiavo nel fiume che d’estate era largo solo otto-dieci metri e scorreva giallo, melmoso e apparentemente mite nel suo letto erboso, pur nascondendo insidiosi mulinelli. In primavera dal ponte lo vedevo scorrere gonfio e largo, trascinare con sé case, sradicare grossi alberi e trasportare carogne, al punto da divellere la diga interna, e poi andavamo in barca fra le case, perché le strade sulla riva erano tutte immerse nell’acqua. Sentivo di non potermi veramente fidare di nulla, perché tutto celava qualche pericolo. Nella torre Monca l’aria era fresca e odorava di muffa, vi volteggiavano i pipistrelli e i ratti mi mettevano paura. Secoli prima la torre era stata assediata e occupata dai turchi; quella era una terra selvaggia, di invasioni, spesso attraversata da eserciti, una pianura testimone di banditi a cavallo, di vassalli dei tur-

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chi, aiducchi e guardie, che a volte costringevano la gente del villaggio a nascondersi nelle paludi. Nei miei ricordi d’infanzia le conversazioni erano formali, molto cortesi e procedevano lentamente. Le comunicazioni non erano mai affrettate: nessuno si aspettava tempi rapidi di reazione. Di pomeriggio, quando conducevano a casa le vacche, i mandriani facevano scoccare con forza il mazzafrusto. Giravano storie sugli accoltellatori di Bihar, e i balli del sabato sera non di rado finivano ai coltelli, perché qualcuno invitava a ballare l’innamorata di un altro. * Entrai nel soggiorno con i capelli lunghi arricciati di lato e indossando pantaloni con le bretelle. I mobili erano blu e lo era anche la tovaglia sul tavolo; il soggiorno dava sul balcone assolato e sul tavolo aspettavano già la cioccolata calda e la tortina di ricotta. Tutti volevano compiacermi, quel giorno molti avevano lavorato per me e perché potessi fare quell’ingresso in scena: la stufa nel bagno e quella nel soggiorno erano accese, le pulizie erano già state fatte e dalla cucina provenivano rumori invitanti di accurati preparativi. Tendevo l’orecchio. Forse c’era il signor Tóth, un ometto che ci portava il latte e il burro di bufala, delle bufale che vedevo dal finestrino del treno quando andavamo a

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Várad: d’estate erano immerse in una grande pozzanghera fino al collo. Il signor Tóth era poco più alto di me, con le sue piccole mani srotolava con molta grazia il fazzoletto orlato nel quale teneva il denaro e dove infilava l’anticipo del mese, per il quale ci avrebbe consegnato latte, ricotta e panna acida; tutto tanto bianco quanto erano nere le bufale. Desideravo diventare molto forte. Tastavo speranzoso i muscoli spessi e gonfi del braccio del nostro cocchiere, speravo di riuscire ad averli anch’io così e di poter esibire braccia tanto abbronzate. András portava l’acqua con il carro cisterna verniciato di grigio e trainato dal cavallo Gyurka dal pozzo artesiano dove le donne facevano la fila, ognuna con due taniche. Ricordo András e Gyula, i cocchieri, Vilma, Irma, Juliska e Regina, le inservienti in cucina, e Annie, Hilda e Livia, le bambinaie, nel letto accanto al mio, a loro riservato. Nella stufa di maiolica crepitava ancora il fuoco, lo sportello non doveva essere chiuso prima che la brace stesse per collassare; davo delle pacche alla stufa, poi mi sedevo sulla sedia resa più alta dai cuscini. Erano le nove, mio padre era sceso al negozio alle otto dove, davanti alla porta interna, lo stavano aspettando i commessi e gli aiutanti. Dovevo far colazione senza mio padre, ma in compagnia di mia sorella Éva e della governante, in seguito sarebbe arrivata anche mia madre, non appena si fosse liberata dai suoi impegni; avrebbe posato il mazzo

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di chiavi sulla tovaglia blu, chiudere e aprire porte e cassetti richiedeva del tempo. Forse era il mio terzo compleanno. Era sabato, mi abbagliavano le forti luci irradiate dal muro giallo della sinagoga dietro il palazzo. Nel giardino germogliavano il noce e il ciliegio acido. Nel soggiorno ero circondato dal silenzio, ma dall’anticamera giungevano sussurri. Era bello sentire bisbigliare nella camera da pranzo, tuttavia non volevo che la porta si aprisse, per non manifestare pubblicamente la mia gioia. Avrei ricevuto i regali e avrei dovuto giocarci, ma quanto tempo sarei dovuto rimanere sul cavallo a dondolo? C’era una novità: le cicogne sulla colonna di cinta accanto all’arca dell’alleanza. L’inverno non aveva scomposto il loro nido, un bastione serviva da casa di famiglia, un altro da studio del padre, nel quale la sera, dopo aver rifornito la famiglia di cacciagione, si ritirava in solitaria meditazione con una zampa sollevata e il becco puntato contro se stesso. Venivamo via dall’odore della cassa di legna e della quercia arsa, ci spostavamo verso la camera da letto dei miei genitori dove regnava il profumo dell’armadio di mia madre, impregnato dell’immancabile lavanda contro le tarme. Un altro eccitante concerto di aromi invitava in cucina, ma non era ancora il momento, tranne forse per la tortina di ricotta e il caffellatte. Non volevamo essere raggiunti dall’odore della cipolla e della carne appena macellata, preferivo non vedere la gallina sul pavimento di pietra e

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PARTENZA E RITORNO, György Konrád  

Trad. dall'ungherese di Andrea Rényi. Questo romanzo autobiografico è la storia di una giovinezza, quella del grande scrittore e intellettua...

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Trad. dall'ungherese di Andrea Rényi. Questo romanzo autobiografico è la storia di una giovinezza, quella del grande scrittore e intellettua...

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