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Brossura | collana PASSI | pp 184 | euro 14 Traduzione dal tedesco Franco Filice KELLER www.kellereditore.it | www.kellerlibri.it


JO LENDLE Jo Lendle è nato nel 1968 a Osnabrück. È stato caporedattore del giornale letterario «Edit» e insegnante presso le Università di Monaco, Lipsia e Hildesheim. Ora vive a Colonia e dirige la casa editrice DuMont.


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JO LENDLE

LA COSMONAUTA Traduzione di Franco Filice

Keller editore


Quando, nella notte, cercava di immaginare dove fosse Tobi, ora, più che un luogo le veniva in mente una musica. Le venne da pensare a una domenica sera, era tardi, lei voleva uscire e si stava accingendo a cambiarsi quando una scheggia dell’armadio le si ficcò in un dito. Con il dito in bocca e una pinzetta in mano, bussò quindi alla sua porta per chiedergli aiuto, ma visto che non rispondeva aprì ed entrò. Era buio, in un primo momento pensò che fosse sparito. Poi vide la sua ombra davanti alla finestra, se ne stava con le gambe divaricate intento a guardare oltre i vetri i cumuli di nuvole in cielo, una mano era sollevata, mentre l’altra si muoveva davanti al corpo. Lì per lì era convinta di averlo sorpreso mentre si masturbava, ma si sbagliava. Stava mimando il gesto di suonare una chitarra. Nel suo profilo notò la curvatura semicircolare delle sue vecchie cuffie, il luccichio dell’impianto e un bisbiglio pulsante, crepitante. Suonava bene. Naturalmente Hella non riusciva a stabilire cosa suonasse, ma lo faceva con calma e determinazione. Non puntava al virtuosismo, anche se c’erano dei tempi veloci. Quando un passaggio sulla tastiera faceva sì che la mano sinistra si avvicinasse al corpo, sollevava un po’ il collo del suo strumento invisibile inclinando in modo appena percettibile il corpo all’indietro. Lei se ne stava lì a guardarlo, e pensava a quanto fosse singolare. Lo guardava spesso in quel modo, da quando esisteva, stupita dell’autonomia di quell’essere, quando faceva le cose per conto proprio, senza nessuna consapevolezza che fuori di sé c’era un altro mondo. Aveva appena un anno quando lo vide staccare dal suo tiglio da camera tutte le foglie alle quali arrivava con le manine per poi osservarle una a una prima di allinearle in una lunga fila sul pavimento, alla stregua di una

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piccola, silenziosa regata di fogliame verde. Lei sapeva che avrebbe dovuto fermarlo, fargli capire che non gli era permesso, e invece era rimasta impietrita nel vano della porta. Segnali del genere si erano manifestati anche altre volte, ma sempre all’interno di un quadro di riferimento che era anche quello di Hella (il bambino spensierato che giace supino nel lettino sparando al soffitto con le dita che mimano una pistola; il ragazzino che svuota il cesto pieno di biancheria appena lavata ordinando gli indumenti per colore sul pavimento della lavanderia dando così vita a un arcobaleno di pantaloni, camicie e biancheria intima). Ma solo quella sera, sotto le nuvole scure, aveva preso coscienza che tutto ciò lo aveva portato alla sua indipendenza. L’avrebbe lasciata sola. Poi aveva iniziato a cantare. In un primo momento Hella pensava che stesse piangendo, per quanto suonava lamentoso, un tono dimesso, un mugolio, ma evidentemente erano frasi pronunciate su note alte. Non si riusciva a capire di che canzone si trattasse e in quale lingua cantasse, non era indirizzata a nessuno. L’unica funzione del canto era di far cantare la sua mente, facendogli credere di essere lui a produrre quella musica nelle sue orecchie. Non era bello quello che Hella ascoltò quella sera, ma suonava così dissociato dai fini e dalle norme di questo mondo che da quel momento in poi non riuscì a immaginare un canto più bello per gli angeli nell’aldilà. Un pensiero che invece non riusciva assolutamente a rievocare era che Tobi fosse morto proprio all’incrocio che voleva bloccare. In fondo non era morto perché, braccandolo, l’avevano spinto a cercare una via di fuga sulla carreggiata. Alla

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fine la colpa era semplicemente di un’auto in corsa. Stava percorrendo una strada sulla quale, secondo le sue aspettative, non dovevano transitare mezzi, e le cose sarebbero effettivamente andate così se non li avessero portati via a forza, in fondo c’era solo qualche fila di auto incolonnate con persone impazienti alla guida, ma che comunque non avrebbero fatto niente a nessuno. Hella viveva avvitata su se stessa, per ostinazione o per l’incapacità di farsene una ragione. Quella notte in ospedale, quando Alice le riferì dell’incidente al capezzale di Tobi, Hella si rese conto che da tredici anni non entrava più in un ospedale, dalla nascita del figlio. Non appena venne al mondo (e con lui le relative preoccupazioni), un’infermiera l’aveva preso in braccio esaminandolo per bene, aveva preso le sue minuscole manine tra le sue e aveva iniziato a contare le dita, una dopo l’altra, fino a cinque e fino a dieci, e poi di nuovo all’indietro, in tutta calma, come se il risultato non fosse scontato. Alla domanda di Hella aveva risposto che era tanta la trepidazione di vedere entrambe le manine con cinque dita che era facile non accorgersi se ne mancava una o se ce n’era una di troppo. Pochi giorni dopo il suo funerale era arrivata una lettera del commissariato di polizia in cui si comunicava che era stata avviata una procedura a carico di Tobi per aver provocato un intralcio al traffico veicolare. E sebbene non avesse desiderato altro che l’apertura di un tale procedimento, Hella decise di rispondere, scrivendo a mano una lettera abbastanza breve. Nella copisteria non abbassò il coperchio della fotocopiatrice. Quando arrivò il lampo verde chiaro, per un attimo sembrò più abbagliante di qualsiasi altra cosa, per niente oscurato dal foglietto al centro della lastra che certificava la morte di Tobi. Era uscito un foglio A3 con larghi margini neri

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e luccicanti. L’aveva piegato e infilato nella busta insieme alla sua lettera. La richiesta di archiviazione della procedura fu accolta, la documentazione restituita. Ritrovandosi di nuovo tra le mani la copia del certificato di morte, senza pensarci su due volte scrisse sul retro ciò che era successo. C’era abbastanza spazio, era un grande foglio di carta. Poi lo ripiegò com’era prima, avendo cura di stendere bene con la mano ogni singola piegatura, lo infilò di nuovo in una busta indicando come destinatario TRANSz, l’agenzia viaggi che aveva bandito il premio per il quale Tobi non poteva più concorrere. Poche settimane dopo, la telefonata, gli auguri, il fotografo, i fiori, una lettera apparentemente commossa della direzione del settore marketing con l’invito a raggiungere la base insieme, in aereo, la revoca di quell’offerta poche settimane dopo visto che il gruppo era fallito. Ma la vincita era rimasta valida. Quando non le capitava di essere chiamata al tavolo della direzione da Pador, Hella era una tra i tanti nella mensa, e sebbene fosse lei la persona che non sarebbe rimasta a terra, non veniva tuttavia percepita come diversa. Lei era inserita in quell’ambiente e, pur non essendo una di loro, era ben tollerata, anche se doveva essere diversa da tutti i suoi predecessori, una sorta di “cosmonaustra” della base. Hella si era fatta l’idea che bastasse guardare in faccia chiunque lavorava alla base per capire che i preparativi per il lancio erano ormai imminenti, benché non fosse in grado di dire da cosa si intuiva. Un po’ alla volta conobbe i suoi vicini al tavolo della mensa. Belgar, un metereologo di Kamčatka con i basettoni e una predilezione per i dolci, a cui a volte girava il suo dessert e lui

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ringraziava con un inchino appena accennato. Altre volte riferiva a Waldek, un astronomo che le aveva dato lezioni sulle caratteristiche della Luna, quali crateri e mari della superficie lunare individuava la mattina dal ballatoio avvolta nelle sue coperte, e lui l’elogiava. C’erano due medici, di cui Hella non riusciva a ricordare il nome, anche se aveva dovuto trascorrere alcuni pomeriggi nel loro studio dove entrambi l’avevano sottoposta a visite accurate, brontolando un po’ ma senza riscontrare niente di importante. I due andavano sempre insieme in mensa, sempre nei loro camici beige, mangiavano svelti e sparivano per primi senza mai parlare con nessuno. C’era un esperto di balistica indiano, Shams, che risvegliò in lei le nozioni basilari di hindi che Hella credeva ormai irrimediabilmente perse e con cui condivideva la passione per le pietanze a base di uovo. Qualche volta parlava anche con il pappagallino ondulato verde erba, lui si avvicinava saltellando alla grata della gabbia e le rosicchiava il dito, mentre lei gli sussurrava qualcosa. I tavoli erano già apparecchiati quando Hella arrivava, sulle posate era inciso in caratteri cirillici curvilinei il nome della base. Da quando aveva fatto la conoscenza approfondita di Maya Ivanova, ogni giorno veniva servita insalata fresca.

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La cosmonauta