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vie


max blecher

CUORI CICATRIZZATI Traduzione di Bruno Mazzoni

Keller editore


Quel terrible souvenir Ă affronter Kierkegaard


E

manuel salì la scala buia. Nell’aria c’era odore di prodotti farmaceutici e di gomma bruciata. In fondo all’angusto corridoio riconobbe la porta bianca che gli era stata indicata. Entrò senza nemmeno bussare. Lo spazio in cui si trovò pareva più vetusto e più ammuffito del corridoio. La luce proveniva da un’unica superficie vetrata e diffondeva un chiarore azzurro e incerto sul disordine del salottino, dove le riviste giacevano sparpagliate dappertutto, ricoprendo il tavolo di marmo e le sedie solenni, avvolte in camici bianchi quasi fossero abbigliate da viaggio, pronte per un trasloco. Più che sedersi, Emanuel crollò su una poltrona. Osservò con sorpresa delle ombre che attraversavano la stanza e scoprì all’improvviso che il vetro in fondo era in realtà un acquario in cui fluttuavano pigramente pesci scuri, grassi e dagli occhi sporgenti. Per alcuni secondi rimase immobile con gli occhi sbarrati, seguendone lo scivolamento ozioso, dimenticando quasi perché fosse lì. In realtà, perché era venuto qui? Ah! se ne ricordò e tossì piano per annunciare la propria presenza, nessuno però rispose. 11


Le tempie gli pulsavano ancora, più per la corsa che aveva fatto per arrivare dal dottor Bertrand fin qui che non per reale emozione. In questo spazio severo e polveroso si sentì un po’ più tranquillo. Una porta si aprì e una donna attraversò a passi veloci il salottino, scomparendo da un’altra porta che dava sul corridoio. A Emanuel dispiacque di non averla fermata per chiederle di annunciare che lui era lì. I pesci continuavano a scivolare tristi nella luce cupa. Nella stanza c’era così tanto buio e silenzio, tanta quiete che se questa condizione fosse durata un’eternità Emanuel non avrebbe avuto nulla da obiettare. Al contrario, l’avrebbe accettata con rassegnazione, rimanendo così per parecchio tempo ancora al di qua della brutale verità che avrebbe dovuto scoprire, forse, qualche istante dopo. Da dietro una porta si sentirono alcuni colpi di tosse, quasi una risposta in ritardo alla sua tosse di poco prima. Sull’uscio apparve un essere minuto, tenebroso, simile a un animale spaventato che viene fuori da una tana. «La manda il dottor Bertrand? Bene! Lo so, mi ha telefonato… violenti dolori lombari, giusto?… Una radiografia della colonna vertebrale». L’omino si fregava nervosamente le mani, come per scrollare i resti di terriccio che gli erano rimasti fra le dita quando si era scavato il covile. Aveva occhi piccoli da talpa, gonfi, che luccicavano dorati nella luce fioca. «Vedremo subito di cosa si tratta… Mi segua, prego». 12


Emanuel lo seguì, percorse il corridoio e si trovò davanti a una stanza totalmente buia. Dalla quale proveniva l’odore pungente di gomma bruciata. Una lampadina fioca si accese, svelando una sala piena di apparecchiature medicali con strutture cromate di tubi e sbarre da circo. C’erano così tanti fili elettrici dappertutto che Emanuel rimase sulla soglia, perplesso, nel timore di toccarne qualcuno, entrando, e di provocare una formidabile scossa elettrica piena di folgori e scintille. «Prego!… prego…» gli disse il medico, prendendolo quasi per mano. «Si può svestire qui…» E il dottore gli indicò un cassone pieno di viti, una macchina enigmatica che serviva di tanto in tanto, come si intuiva, anche da sofà. Emanuel compiva per la prima volta in vita sua l’atto tanto semplice e intimo di togliersi i vestiti in un contesto così solenne. Il medico continuava a fumare, lasciando cadere incurante la cenere sul pavimento, sul pavimento di questo terribile spazio della scienza dove ogni centimetro quadrato sembrava carico di misteri e di elettricità. «Si tolga solo la camicia…» Emanuel era pronto. Cominciò a tremare. «Ha freddo?» chiese il dottore. «Il tutto dura soltanto un minuto». Il contatto gelido, tagliente, con la superficie di lamiera su cui si distese lo attraversò con un brivido ancora più intenso. 13


«E ora attenzione… quando glielo dirò io, trattenga il respiro… voglio che esca una radiografia perfetta». Il dottore aprì e richiuse una scatola di metallo. La lampadina si spense. Un tintinno produsse uno scatto preciso. Una manetta calò giù, con un taglio lineare nel buio. La corrente elettrica cominciò a vibrare sorda, simile a un animale rabbioso. Il tutto avveniva in maniera metallica e regolare, come in quei giochi di precisione in cui una biglia cromata cade con assoluto rigore di scomparto in scomparto… «Ora, ci siamo!» disse il dottore. Emanuel smise di respirare. Il cuore prese a battergli forte echeggiando quasi nella lamiera su cui stava disteso. Tutta l’oscurità fischiava nelle sue orecchie. Si udì un nuovo sibilo, che divenne più intenso e che si spense poi all’improvviso, come un carbone ardente gettato in acqua. «Respiri pure» disse nuovamente il dottore. Ritornò la luce. Emanuel ebbe un inaspettato attimo di estrema lucidità. Perché era lì disteso sul lettino? Perché? Ebbe la chiara certezza di essere molto malato. Ogni cosa intorno a lui lo esprimeva con grande evidenza. Cosa significavano tutte queste macchine? Di certo non erano fatte per persone sane. E dal momento che lui si trovava lì, in mezzo a loro, sotto assedio… Il medico estraeva la lastra dal lettino di lamiera. 14


«La prego, non si rivesta ancora… vediamo se è uscita bene… rimanga così… disteso». Il dottore prese la giacca di Emanuel e gliela posò sul petto, sistemandogliela con premura affettuosa; soltanto sua mamma, quando era piccolo, lo copriva così con la trapunta prima di addormentarlo. Cosa dirà il dottore? Cosa mostrerà la lastra? Orribile lastra… Si sentiva di nuovo a suo agio ora, sotto la stoffa calda e soffice della giacca. Se non l’avesse disturbato la lamiera del lettino, con la spiacevole sensazione gelida, e se avesse potuto poggiare il capo su qualcos’altro che non fosse una barra di metallo, si sarebbe forse addormentato. Tremava un po’ a causa del freddo, si sentiva però sopraffatto da una gradevole e rilassante spossatezza. Da qualche parte, in fondo al corridoio, si udì una porta sbattuta con forza. Dunque, la vita in lontananza continuava ancora… Lui ebbe la sensazione di ritrarcisi dentro, al riparo sotto una giacca, così com’era, nudo sopra il lettino ambulatoriale. «La lastra è venuta bene» disse il dottore uscendo dalla cabina. «Mi sembra però che una vertebra sia davvero assai compromessa… Ci manca una parte di osso…» Il dottore si espresse in un francese veloce, che Emanuel non comprendeva troppo bene, e con delle interruzioni, bruciandosi le dita col mozzicone di sigaretta che aveva recuperato da sopra a un tavolino e dal quale aspirava con avidità. 15


Emanuel restò perplesso, non capì bene. Gli mancava un pezzo di osso da una vertebra? Ma come era scomparso da lì? Interpellò il medico. «È corroso… corroso da microbi» rispose l’omino scuro. «Completamente divorato… come un dente corroso da una carie». «Giusto nella colonna vertebrale?» «Sì, giusto nella colonna… una vertebra distrutta…» “Ma allora, com’è che fino a ora non sono cascato giù mentre stavo in piedi, dal momento che l’asse stesso di sostegno del corpo è a pezzi?” pensò Emanuel. Si rammentò che doveva rivestirsi, ma non osò alzarsi se non con infinite precauzioni, appoggiandosi di continuo alle apparecchiature medicali. Nel petto gli si era fatto un tale vuoto che ne udiva il sibilo chiaro, come il ronzio all’interno di una conchiglia poggiata accanto all’orecchio. Il cuore batteva invano con pulsazioni amplificate. Così, il suo corpo avrebbe potuto cedere da un momento all’altro, come un albero rotto, come una bambola di stoffa. Una volta, alla pensione dove alloggiava, aveva posto sull’impiantito della sua camera una trappola e un topo vi era rimasto impigliato nel cuore della notte. Emanuel aveva acceso la luce e lo aveva visto dibattersi, folle di terrore, nel groviglio di fili metallici della trappola. Alle prime luci del giorno il topo non era più lì; era riuscito ad aprire il cancelletto e si era liberato. Si aggirava però nella stanza così inebetito, così impaurito, con movimenti così lenti e irresoluti, che sarebbe stato possibile prenderlo con la 16


mano. Più volte il topo passò vicino al foro davanti al suo rifugio, lo annusò appena ma non vi entrò… era totalmente frastornato per la paura e lo stress della notte trascorsa in trappola. Emanuel, andando fino al cassone che custodiva le sue cose, ebbe movimenti lenti e guardinghi che gli ricordarono il topo che si trascinava sull’impiantito. Anche lui ora, di fatto, più che camminare si trascinava. Si immedesimava col quel topo fin nel più minuto comportamento. Procedeva ugualmente terrorizzato, ugualmente inebetito… Il medico entrò di nuovo in cabina. D’acchito Emanuel pensò di uccidersi, di impiccarsi con la cinta dei pantaloni a una delle barre di metallo. Però questo pensiero era così debole e inoperante da non avere in sé nemmeno l’energia necessaria per sollevare un braccio. Di sicuro era un’idea eccellente, così come per il topo, ad esempio, quella di rientrare nel suo rifugio, ma ugualmente vaga e priva di realtà. Del resto, non rimase troppo a lungo da solo. Il medico tornò con la lastra, ancora umida, per mostrargliela. Accese una lampadina più potente e mise la radiografia in controluce. Assorto, assente, Emanuel guardò le ombre nere che rappresentavano il suo scheletro: la più segreta e intima struttura del suo corpo impressa lì, in trasparenze funeree e tenebrose. «Ecco… qui… C’è una vertebra sana» spiegò il medico. «E qui, più in basso, quella a cui manca un pezzo di osso… si vede bene che è corrosa». In realtà lì c’era una vertebra smussata. 17


«Questo si chiama Morbo di Pott… tubercolosi ossea, localizzata alle vertebre». Tutto sembrava molto chiaro, dal momento che la smussatura aveva anche un nome scientifico. «C’è poi ancora qualcosa di sospetto qua…» continuò il dottore e indicò un’ampia ombra a forma di imbuto. «Non vorrei si trattasse di un ascesso… Dovrei visitarla nel mio studio». Fino a quel momento il dottore aveva parlato per tutto il tempo senza guardare Emanuel. Quando alzò gli occhi e lo vide così pallido e gelido, si precipitò in cabina per lasciare la lastra, poi, tornando, lo afferrò per le braccia e cominciò a scuoterlo. «Ehi, su! Che succede? Coraggio… un po’ di coraggio! È qualcosa che si può curare… andrà a Berck… è lì la guarigione… un po’ di coraggio… un po’ di coraggio!» Lo trascinò dietro di sé lungo il corridoio e il vetusto salottino, dove i pesci nell’acquario, impassibili, continuavano prigionieri la loro oscura migrazione. Entrarono nel consultorio delle visite. Anche qui le tende erano chiuse, anche qui c’era buio, anche qui era accesa un’unica lampadina al centro di una caterva impietrita di libri e farmaci vari. L’omino passava con agilità fra di essi, scoprendoli quasi per caso e scovandoli agevolmente con fiuto animalesco. «Vediamo come prima cosa le spalle» disse il dottore. Emanuel si distese a pancia in giù sopra un divanetto coperto con un lenzuolo bianco. 18


Il medico prese a tastare piano, con cura, dall’alto in basso, la colonna vertebrale, pigiando su ogni vertebra, come un accordatore sui tasti di un pianoforte. Da un punto in cui premette più forte si propagò un dolore lancinante. «È giusto quello che mostra la radiografia… Qui c’è la vertebra malata». E il dottore fece pressione ancora una volta e ancora una volta si propagò nella spina dorsale quella stessa chiara nota di dolore. «Se non sono indiscreto, perché è venuto in Francia?» chiese il dottore mentre lo visitava. «Ho capito dall’accento che lei è straniero». «È vero» rispose Emanuel. «Sono venuto qui per studiare». «E cosa studia in particolare?» chiese ancora il medico. «Chimica» rispose Emanuel. «Ah! La chimica!… le piace la chimica, la interessa?» “Ora m’interessa solo la vita” voleva rispondere Emanuel, ma tacque. «Crede che i suoi genitori potranno mantenerla qui, in una località al mare?» Continuò il dottore. «Le occorre molto riposo, buon cibo… quiete soprattutto… a Berck, ad esempio, sulla costa atlantica, in un sanatorio che c’è lì…» «Scriverò a mio padre in Romania» rispose Emanuel. «Credo che mi aiuterà». Cosa strana, la parola “sanatorio” pronunciata dal medico riportò d’improvviso in Emanuel un ricordo soave e pie19


no di sole, simile a un alitare fresco di brezza nell’atmosfera soffocante del consultorio. L’anno prima a Techirghiol, sul Mar Nero, dov’era rimasto un mese per curare il suo presunto reumatismo (così tutti i medici avevano diagnosticato i suoi dolori alle spalle), era stato ossessionato per tutto il tempo dall’idea che molto presto avrebbe vissuto in un sanatorio. Ora si ricordava perfettamente di una mattina soleggiata, sulla spiaggia, sotto un ombrellone dove i suoi amici giocavano a carte, distesi a pancia in giù sulla sabbia, quando gli era passato per la mente, in modo assurdo e repentino, che sarebbe stato il caso di accomiatarsi da loro, dicendogli che sarebbe andato in un sanatorio. Ora, nell’oscurità del consultorio, nella luce clorotica della lampadina, questo ricordo era tutto ciò che poteva esserci di più chiaro e più puro, in mezzo alle carte polverose. «E adesso vediamo l’addome…» Emanuel si girò col volto all’insù. Il medico stese il palmo della mano su tutto il corpo, lo fece scivolare piano e rimase d’un tratto stupefatto, guardando Emanuel fisso negli occhi. «Ce l’ha da molto questo?» Gli mostrò sull’addome un rigonfiamento spesso e rotondo, liscio e ben delineato simile a un uovo cresciuto là sottopelle, vicino all’anca (“enorme” pensò fra sé Emanuel, incredibilmente spaventato). Cercò invano di ricordarsene, non l’aveva mai visto là. E nemmeno il dottor Bertrand l’aveva notato. Era forse qualcosa di nuovo, comparso da pochissimo. 20


«In ogni caso, è bene che l’abbiamo scoperto in tempo» disse il medico. «Se questo fosse scoppiato avrebbe prodotto una bella caciara… è un ascesso freddo pieno di pus e proviene dall’osso malato… Andrà punto… andrà estratto il pus con la siringa». Da un’ora in qua tante cose terribili erano accadute in maniera calma e sentenziosa, c’era stata tanta disperazione che a Emanuel, prostrato dall’eccezionalità della giornata, in un attimo di esaltante incoscienza venne da ridere. La visita dal dottor Bertrand, la radiografia, la vertebra consunta e ora l’ascesso freddo, ogni cosa sembrava come predisposta da prima. Aspettava che da un momento all’altro il dottore aprisse una porta e lo invitasse nella stanza a fianco: “Entri, la prego!… La ghigliottina è pronta…” Ma il dottore tacque, senza distogliere lo sguardo dall’ascesso. «E ora cosa occorre fare?» chiese fievolmente Emanuel con una voce d’oltretomba. «Orbene, la paracentesi!» rispose il dottore. «Come prima cosa la paracentesi! Io le consiglierei di farla effettuare comunque dal dottor Bertrand, che l’ha mandata da me per la radiografia. Posso telefonargli, se crede. Ha una mano molto sicura… del resto, non si tratta di un’operazione difficile… una semplice puntura con l’ago… solo questo. Gli telefonerò perché venga da lei a casa con tutto il necessario. Qual è il suo indirizzo?» 21


Mentre il dottore annotava l’indirizzo su un taccuino, Emanuel respirò un po’ per liberarsi di un peso. Aveva ascoltato col fiato mozzato tutto ciò che il dottore diceva. «Poi, fra qualche giorno, partirà per Berck, al mare…» «Berck?» chiese Emanuel. «E dov’è?» Il dottore tolse da uno scaffale un volumone Larousse e lo aprì dov’era la carta geografica della Francia. «Ecco, qui… vede… il Canale della Manica… più giù di Boulogne c’è Berck… Sulla carta non è segnata. È una piccola spiaggia, sperduta fra le dune, un paesino di mare dove malati come lei vanno, per curarsi, da ogni parte del mondo… Stanno lì sdraiati nel gesso, ma conducono una vita del tutto normale. Escono persino a passeggio col barroccino, barrocci speciali su cui stanno distesi, trainati da cavalli o da somarelli». Il dottore snocciolava tutte queste spiegazioni con un tono erudito, e appena bisbigliato, continuando a guardare la carta geografica, come se stesse leggendo nel dizionario enciclopedico tutto quel che diceva. «Ma finché arrivo a casa il rigonfiamento non scoppierà?» chiese Emanuel. Avrebbe voluto chiedere molte altre cose: se non gli si spezzerà la colonna vertebrale prima di arrivare alla pensione, se non crollerà per terra lungo la strada, se non gli cadrà la testa dal collo, rotolando giù sul marciapiede come una boccia da bowling. Da un po’ di minuti si sentiva come incollato assai maldestramente. Nelle fonderie dove si lavora il vetro gli operai si divertono a gettare in acqua 22


pezzi di impasto fuso, che si induriscono e diventano più resistenti del vetro normale, tanto da poter essere persino colpiti col martello, se però un piccolo frammento si stacca tutta la massa si tramuta in polvere. Una sola vertebra sbriciolata, non era forse sufficiente a trasformare in polvere l’intero corpo? Camminando per strada si sarebbe potuto staccare l’osso malato e allora Emanuel sarebbe cascato in terra, e di lui non sarebbe rimasto altro che un semplice mucchietto di cenere fumante. Il dottore lo tranquillizzò con argomentazioni mediche e scientifiche. Quanto all’onorario, non volle accettare nulla. “Non prendo soldi dagli studenti…” Nei suoi piccoli occhi ardevano scintille vive. Emanuel si sentì invaso da una tenerezza così languida che gli vennero le lacrime agli occhi. Ringraziò il dottore con eccessiva effusione. Si aggrappò a questa gratitudine come in un delirio liberatorio. Gli veniva di gettarsi ai piedi del dottore e di restare prosternato davanti a lui. «La ringrazio, esimio dottore!». (Osanna! Osanna!) Si vestì in fretta e ripassò per lo stesso vecchio salottino. «Coraggio!» ripeté ancora una volta il dottore dalle scale, con un piccolo schiocco di lingua simile a un domatore che esorta l’animale a saltare attraverso un cerchio. Coraggio! Coraggio! risuonò dentro Emanuel l’eco contro le pareti del torace. Si ritrovò così, d’un tratto, in mezzo alla strada, nella luce piena del giorno. Era come una dilatazione brusca 23


e smisurata del mondo. Dunque esistevano ancora case, asfalto vero e un cielo lontano, vaporoso e bianco. Aveva lasciato il mondo esterno in siffatta luce e lo ritrovava ora identico, forse più vasto e più desolato, con una maggiore quantità di aria tersa e un po’ meno cose rispetto alle stanze tenebrose dell’appartamento del dottore. Tutto pareva però molto più triste e più indifferente… Ora procedeva in questo mondo un Emanuel malato, con una vertebra corrosa, un infelice sul cui cammino le case si ritraevano spaventate. Passeggiava molle sul marciapiede, come se stesse fluttuando sulla consistenza dell’asfalto. Nell’intervallo di tempo in cui era rimasto rinchiuso nello studio del dottore, il mondo si era stranamente assottigliato. Il contorno degli oggetti continuava ancora a esistere, ma questo filo sottile che, come in un disegno, delimita una casa per fare di essa una casa, o fissa il profilo di una persona, quel contorno che racchiude cose e uomini, alberi e cani, a malapena tratteneva ancora entro i suoi margini la materia pronta ad andare in malora. Sarebbe bastato che qualcuno tirasse quel filino dal margine esterno delle cose perché d’un tratto quegli edifici imponenti, privati del loro proprio profilo, si liquefacessero in una materia uniformemente torbida e grigia. Lui stesso, Emanuel, non era ormai altro che una massa di carne e ossa tenute su dalla rigidità di un contorno. Lo sorprese il pensiero che non aveva mangiato affatto quel giorno. Cosa cercava questo pensiero in un momento del genere? Emanuel constatò con amarezza che in un 24


mondo tanto vago e inconsistente doveva ancora assolvere a dei compiti precisi. Si incamminò verso il ristorante. Pranzava in un piccolo ristorante per studenti nella parte vecchia della città. Ci venivano pure impiegati e operai; si mangiava male e in fretta, c’era sempre folla e i clienti in piedi aspettavano che si liberasse un posto, che occupavano quando era ancora caldo. Per la prima volta arrivava ora assai tardi a tavola, quando non c’era più nessuno. La sala era deserta, silenziosa e gravida di fumo. In un angolo, mangiavano le cameriere. La cassiera mangiava in cassa, dietro la cornice di legno, quasi fosse stata destinata a compiere lì tutte le sue funzioni esistenziali, appollaiata sul suo sgabello, e rinchiusa dentro quella rigida chiostra. C’era un silenzio impressionante nel ristorante, come dopo un cataclisma. Le sedie erano sparpagliate dappertutto e Emanuel non trovò che un unico tavolo coperto con una tovaglia bianca. Tutte le altre erano state raccolte. Si sedette lentamente sulla sedia, nel timore di far scoppiare l’ascesso. Attorno a lui, le pareti rivestite con grandi specchi, con cornici bronzee, riflettevano, di campata in campata, la medesima sala vuota con un aspetto sempre più sbiadito e più verdognolo, fino a che, nelle ultime specchiere più lontane, la sala diventava acquosa come l’acquario del salottino del dottore. Lì in lontananza, in riflessi immobili e tenebrosi, fluttuava pallido e solitario il volto flaccido, da carpa, della 25


cassiera, con lo sguardo tardo del suo occhio rotondo e gelido. Era, d’altronde, l’unico animale subacqueo di quegli abissi oceanici, e Emanuel l’unico annegato.

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Max Blecher, Cuori cicatrizzati - KELLER  

BROSSURA | PP. 240 | COLLANA VIE Traduzione dal romeno Bruno Mazzoni Giovane studente di chimica, Emanuel scopre all’improvviso di essere...

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