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NICOLAS DICKNER

APOCALISSE PER PRINCIPIANTI Traduzione di Silvia Turato

Keller editore


Per Z e G


The future ain’t what it used to be. Yogi Berra


1 VAPORIZZATI

Agosto 1989. Ronald Reagan aveva lasciato la Casa Bianca, la Guerra fredda si avviava alla sua fine e la piscina municipale all’aperto era (ancora una volta) chiusa. Causa del disguido: rottura delle tubature. Rivière-du-Loup era immersa in un brodo di pollo – un’aria giallastra, satura di polline – e io vagavo malinconico nel quartiere, l’asciugamano intorno al collo. Mancavano tre giorni all’inizio della scuola, e solo stare un po’ a mollo nell’acqua clorata avrebbe potuto sollevarmi il morale. Mi ritrovai allo stadio municipale. Nessuno in vista. Avevano appena ritracciato le linee del campo da baseball e aleggiava ancora un profumo di gesso nell’aria. Il baseball mi lasciava indifferente, ma senza una ragione precisa adoravo gli stadi. Passai lungo la panchina dei giocatori, vicino alla quale stava abbandonato un vecchio giornale ingiallito dal sole. Con un po’ di sforzo si riconosceva una colonna di carri armati su piazza Tienanmen. Fu allora che notai la ragazza seduta lassù, in ultima fila, il naso immerso in un libro e l’aria di chi ammazza il tempo prima della prossima partita. Senza troppo riflettere salii i gradoni nella sua direzione. Non l’avevo mai vista nel quartiere. Era snella, con le mani nodose e un viso costellato di lentiggini. Portava un cappellino dei Mets di New York (la visiera calata sugli occhi) e un

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paio di jeans strappati sul ginocchio destro – non una di quelle robe all’ultimo grido lavate con l’acido, ma un pantalone da lavoro dal taglio grezzo, un vecchio paio di Levi’s riesumato da una cava di carbone nel deserto del Nuovo Messico. Addossata alla balaustra leggeva un manuale di lingua: Apprendere il russo da autodidatta – volume 13. Mi sedetti senza dire una parola. Lei non fece una piega. Sotto il sedere il legno era rovente. Il sole batteva molto forte e se non avessi temuto di sembrare ridicolo mi sarei improvvisato un turbante con l’asciugamano. Guardai in alto verso il cielo. Alto nell’atmosfera un 747 tracciava dei lunghi cirri rettilinei. Tempo secco in arrivo. Stavo per formulare una banalità meteorologica quando la ragazza sollevò il frontino del suo berretto. «La notte scorsa ho sognato la bomba di Hiroshima». Passò qualche secondo durante i quali riflettei su questo esordio atipico. «Perché proprio la bomba di Hiroshima?» Incrociò le braccia. «La potenza delle bombe moderne supera l’immaginazione. Prendi un banale missile balistico, di circa 500 chilotoni. L’esplosione potrebbe catapultare in orbita una punta di placca tettonica. È al di là della comprensione della mente umana». Da dove veniva questa ragazza? Aveva un accento indefinibile: inglese, dell’Acadia, forse proprio del New Brunswick. Scommisi fosse di Edmundston. Raccolse una scatola di Cracker Jack incastrata tra due panchine e si dedicò a ridurla in coriandoli. «Little Boy faceva più o meno 15 chilotoni. Non proprio un petardo, ma già più facile da misurare. Se esplodesse sopra

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le nostre teste, a circa 600 metri d’altitudine – come a Hiroshima –, allora l’onda di shock raserebbe al suolo la città per un raggio di 1,5 chilometri quadrati. L’equivalente di…» Strizzò gli occhi, assorta in una prodigiosa divisione a mente. «… 2500 campi da baseball». Smise un istante di strappare la scatola di Cracker Jack per inglobare i dintorni con un elegante gesto pedagogico. «Il centro commerciale finirebbe in briciole, le case verrebbero soffiate via, le auto lanciate come scatole di cartone, i lampioni stesi a terra. E questo è solo per l’onda di shock. Dopo c’è anche la radiazione termica. Sarebbe tutto ridotto in cenere per decine di chilometri quadrati – molti, moltissimi campi da baseball! In prossimità della bomba il calore supererebbe la temperatura della superficie solare. Il metallo entrerebbe in fusione. La sabbia formerebbe delle piccole biglie di vetro». Aveva concluso la sua operazione di triturazione e soppesava il cumulo di coriandoli nel palmo della mano. «Sai cosa succederebbe a noi, due poveri minuscoli primati composti al 60% da acqua?» Rovesciò lentamente la mano e una brezza di vento trasportò il suo pugno di coriandoli in direzione del campo sinistro. «Noi saremmo vaporizzati in tre millesimi di secondo». Si girò finalmente verso di me e mi esaminò con occhio attento, senza dubbio per valutare come avrei incassato il suo esordio. Abbastanza bene, tutto sommato. Il suo sguardo mi attribuì la sufficienza. Il suo viso si distese. Abbozzò un sorriso amichevole e, senza aggiungere altro, si rituffò nel suo manuale di russo. Un po’ danneggiato dall’onda di shock, mi lasciai andare

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contro la balaustra. Mentre mi asciugavo la fronte con un angolo dell’asciugamano osservavo furtivamente la ragazza. Avrei giurato che rilasciasse un campo magnetico – la radiazione dei suoi 195 punti di Q.I. Non solo non avevo mai visto questa ragazza, ma non avevo nemmeno mai visto una ragazza del genere – nel momento preciso in cui facevo questa riflessione, mi colpì una certezza: se dovevo farmi vaporizzare in compagnia di qualcuno, sarebbe stato con lei.

2 L’ANIMALERIA

Si chiamava Hope Randall ed era appena sbarcata da Yarmouth, in Nuova Scozia. «Sai dov’è?» Con l’indice tracciò nell’aria una mappa della Nuova Scozia e infilzò un punticino tutto a sud della penisola, proprio di fronte al Maine, a milleduecento chilometri da Rivière-duLoup. «Mai sentito nominare». «Non importa». Arrivate in città tre giorni prima, lei e sua madre si erano sistemate in rue Amyot, in un appartamento intrappolato tra la lavanderia Clean-O-Matic e le cucine del ristorante Chinese Garden. Due templi della salubrità locale. Diede qualche giro di chiave nella serratura e un calcio alla porta. «Benvenuto all’Animaleria Randall!»

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Improvvisamente mi ricordai: questo posto era un vecchio negozio di animali – L’Arca di Noè (sic) – chiuso dall’inverno precedente e convertito in un alloggio (moderatamente) abitabile. Sul pavimento si potevano ancora notare i segni là dove si trovavano il bancone, gli scaffali e gli acquari. Un odore di frittura asiatica aleggiava ovunque, soffocante, senza però arrivare a mascherare l’odore di escrementi di pappagallino, di urina di cincillà e di crocchette per gatti. L’arredamento (incluso nel prezzo) consisteva in un tavolo traballante, quattro sedie, un insieme di elettrodomestici malmessi e un divano che, in assenza di televisore, costituiva l’immagine stessa dell’inutilità. Hope disse di essere arrivata da meno di settantadue ore, eppure una quantità inverosimile di cibo si ammassava in ogni angolo; sacchi di farina, sacchetti di ramen*, taniche d’acqua e d’olio, latte di conserve di ogni tipo. In effetti, il solo oggetto non commestibile nei dintorni era una pila di Apprendere il russo da autodidatta (volumi 8, 14 e 17) sulla quale Hope appoggiò delicatamente il volume che stava leggendo allo stadio municipale. «Hai sete?» Annuii. Mentre lei mi versava un bicchiere d’acqua, con lo sguardo perlustrai l’Animaleria alla ricerca di altre stanze. Non ce n’erano, tranne un bagno curiosamente spazioso – senza dubbio il vecchio terrario. Lei quindi dove dormiva? Anticipando la mia domanda, Hope indicò il divano. «Si apre. Io dormo nella vasca, con la porta chiusa. È impossibile chiudere occhio a meno di tre metri da mia madre». *Il Ramen è un tipico piatto giapponese di origine cinese a base di tagliatelle di frumento servite in brodo di carne o di pesce. N.d.R .

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«Russa?» «No, parla nel sonno». «Davvero?» Presi un goccio d’acqua. Aveva un gusto inquietante di metallo. «E cosa dice?» Con aria annoiata Hope iniziò a mangiucchiarsi l’unghia del pollice. «Non ne ho idea. Robe in assiro». «In assiro?» «In assiro o in aramaico, va’ a sapere. Non ne so niente delle lingue morte». Con un colpo di denti si strappò un pezzetto di unghia che lanciò poi nel vuoto. «Vengo da una famiglia poliglotta». «Noto» dissi indicando con il piede i manuali di russo. «Avevo anche cominciato il tedesco, ma ho dovuto lasciare i miei libri a Yarmouth. Non ci stavano in auto». «Lasciare?» «Sì, siamo partite di notte perché…» Sospirò. «Beh, è meglio cominciare dall’inizio». 3 I RANDALL

Mary Hope Juliet Randall detta Hope era la più giovane rappresentante di una famiglia che, da un’epoca imprecisata – ma che di sicuro si collocava indietro di sette generazioni –, soffriva di una grave ossessione per la fine del mondo.

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I Randin, famiglia d’origine vagamente acadiana, erano stati deportati dai Britannici nel 1755. Paracadutati nel Maryland, adottarono il patronimico Randall senza tuttavia lasciarsi assimilare, e tornarono in Nuova Scozia, dove consacrarono i decenni successivi a occupare illegalmente dei lembi di torbiera ingrata. Si poteva d’altro canto credere che l’ossessione familiare per l’apocalisse rimontasse a questo trauma geopolitico. Non era normale, se non addirittura inevitabile, che una discendenza di agricoltori deportati provasse una certa sensibilità nei confronti degli agglomerati urbani, delle grandi catastrofi e del corso naturale della storia? Questa teoria tuttavia non godeva di grande consenso, e certi genealogisti sostennero piuttosto l’ipotesi di una malattia congenita sviluppata a forza di unioni tra consanguinei (i Randall erano pantofolai). Una cosa era certa, gli stessi sintomi si ripetevano di generazione in generazione con una precisione coreografica: arrivando alla pubertà, ogni Randall si vedeva istruito in modo soprannaturale della fine del mondo fin nei minimi dettagli – data, ora e tipologia. Regola generale, la visione avveniva di notte. D’altronde non si trattava davvero di una visione, che avrebbe potuto passare per un banale incubo. No, i Randall sintonizzavano l’apocalisse in tre dimensioni. Sentivano sulla loro pelle il crepitio della pioggia e le bruciature degli shrapnel, soffocavano negli incendi, assaporavano la cenere, udivano le urla, sentivano l’odore dei cadaveri in decomposizione. I Randall chiamavano questo fenomeno la “Rivelazione notturna”, l’“Illuminazione”, la “Predizione” o, più comunemente, il “Brutto-Quarto-d’Ora”. Ogni Randall riceveva una data differente, cosa che com-

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Apocalisse per principianti di Nicolas Dickner  

Estate del 1989. Caricata in fretta e furia sulla vecchia Lada, stretta tra scatolette di conserva, sacchi di riso e una collezione di bibbi...

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