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sorj chalandon

CHIEDERĂ’ PERDONO AI SOGNI Traduzione di Silvia Turato

Keller editore


a coloro che hanno amato un traditore


“Sapete cosa dicono gli alberi quando la scure entra nella foresta? Guardate! Il manico è uno di noi!” un muro di belfast


Prologo

«Ora che tutto è venuto allo scoperto, saranno loro a parlare al mio posto. L’ira, i Britannici, la mia famiglia, persone a me vicine e giornalisti che non mi hanno nemmeno mai incontrato. Alcuni oseranno spiegarvi perché e per come sono arrivato a tradire. Forse su di me scriveranno dei libri, e questo mi manda in bestia. Non ascoltate nulla di quel che diranno. Non fidatevi dei miei nemici, e ancor meno dei miei amici. Fuggite quelli che sosterranno di avermi conosciuto. Nessuno è stato dentro la mia testa, nessuno. Se oggi parlo, è perché sono l’unico a poter dire la verità. Perché dopo di me, spero nel silenzio». Killybegs, 24 dicembre 2006 Tyrone Meehan

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Q

uando mio padre mi picchiava gridava in inglese, come se non volesse mischiarvi la nostra lingua. Colpiva con la bocca storta, urlando parole da soldato. Quando mio padre mi picchiava non era più mio padre, ma solo Patraig Meehan. Il viso stravolto, lo sguardo di ghiaccio, quel cupo vento di Meehan che si evitava cambiando strada. Quando mio padre aveva bevuto batteva la terra, squarciava l’aria, feriva le parole. Quando entrava nella mia camera, la notte aveva un sussulto. Non accendeva la candela. Respirava come un vecchio animale e io aspettavo i suoi pugni. Quando mio padre aveva bevuto, occupava l’Irlanda come lo faceva il nemico. Ovunque era ostile. Sotto il nostro tetto, sulla nostra terra, tra i sentieri di Killybegs, nella landa, ai margini del bosco, di giorno e di notte. Ovunque s’impossessava dei luoghi con movimenti bruschi. Lo si vedeva da lontano. Lo si sentiva da lontano. Barcollava frasi e gesti. Al Mullin’s, il pub del paese, scivolava giù dallo sgabello, si avvicinava ai tavoli e sbatteva le mani di piatto tra i bicchieri. Non era d’accordo? Quella era la risposta. Senza dire una parola, le dita nella birra e quel suo sguardo. Gli altri stavano zitti, con i berretti calati a celare gli occhi. Lui allora si rialzava, sfidava la sala a braccia incrociate. In attesa della risposta. Quando mio padre aveva bevuto, faceva paura.

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Un giorno, sulla strada del porto, diede un pugno a George, l’asino del vecchio McGarrigle. Il carbonaio aveva chiamato l’animale come il re d’Inghilterra per poterlo prendere a calci in culo. C’ero anch’io, seguivo mio padre. Lui camminava con passo irregolare, reso malfermo dall’ebbrezza del mattino, e io gli trotterellavo dietro. Il vecchio McGarrigle si dannava a un angolo della strada, di fronte alla chiesa. Tirava il somaro immobile, una mano sul basto e l’altra sulla cavezza, minacciandolo a suon di bestemmie. Mio padre si fermò. Guardò il vecchio, l’animale ribelle, la disperazione dell’uno, l’ostinazione dell’altro, e attraversò la strada. Spinse via McGarrigle, si mise di fronte all’asino e lo minacciò, come se parlasse al sovrano britannico. Gli domandò se sapeva chi fosse Patraig Meehan. Se solo immaginasse a chi stava tenendo testa. Si chinò su di lui, a fronte a fronte, minacciando e aspettando dall’animale una risposta, un gesto, la resa. E poi lo colpì, una botta terribile tra l’occhio e le narici. George vacillò, cadde su un fianco e il carretto rovesciò i ciocchi di carbone. «Éirinn go Brách!» urlò mio padre. Poi mi tirò per il braccio. «Parlare gaelico è resistere» mormorò ancora. E continuammo per la nostra strada. • Da bambino mia madre mi mandava a cercarlo al pub. Faceva notte e non osavo entrare. Passavo più volte davanti alla porta di vetro del Mullin’s e alle finestre con le tende tirate. Aspettavo che uscisse qualcuno per scivolare dentro l’odore agre della birra, il sudore, l’umido dei cappotti e il fumo rappreso. «Pat? Credo che sia ora di cena» ridevano gli amici di mio padre. In privato alzava le mani su di me, ma quando entravo nel suo mondo aveva braccia aperte ad accogliermi. Avevo sette anni. Te-

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nevo la testa bassa. Rimanevo in piedi vicino al bancone finché non concludeva la canzone. Lui stava a occhi chiusi, una mano sul cuore a piangere il Paese diviso, gli eroi morti, la guerra persa, chiamando in soccorso i Grandi Antichi, gli insorti del 1916, la triste schiera dei nostri vinti e tutti quelli del passato, i capiclan gaelici e anche san Patrizio con il pastorale per scacciare la serpe inglese. Io lo guardavo dal basso. Lo ascoltavo. Osservavo il silenzio degli altri ed ero fiero di lui. Comunque e nonostante tutto. Fiero di Pat Meehan, fiero di quel padre, malgrado la schiena solcata dai lividi e i capelli strappati a ciocche. Quando cantava la nostra terra, tutti stavano a testa alta con gli occhi che si riempivano di lacrime. Ancor prima di essere cattivo, mio padre era un poeta irlandese e io venivo accolto come il figlio di quell’uomo. Una volta oltrepassata la porta, trovavo un po’ di calore. Mani sulla schiena, pacche sulle spalle, una strizzatina d’occhio da uomo a uomo, a me che ero bambino. Qualcuno mi lasciava bagnare le labbra nella schiuma color ocra scuro di una birra. La mia amarezza proviene da lì. E la assaporavo. Bevevo quel miscuglio di terra e sangue, quel nero profondo che sarebbe diventato l’acqua della mia vita. «Beviamo la nostra terra. Non siamo più uomini, ma alberi» cantava mio padre quand’era felice. Gli altri lasciavano il pub poggiando i bicchieri sul tavolo e calzando il berretto. Lui no. Prima di varcare la porta raccontava sempre una storia. Catturava un’ultima volta l’attenzione. Solo allora si alzava e infilava il cappotto. Poi tornavamo a casa, insieme. Lui con passo incerto, io credendo di sostenerlo. Indicava la luna, il suo chiarore sulla strada. «È la luce dei morti» diceva. Sotto quei riflessi, avevamo già modi da fantasma. Una sera di nebbia mi prese per le spalle. Davanti a quelle colline mutevoli, mi promise che dopo la vita tutto sarebbe stato così, tranquillo e

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bello. Mi giurò che non avrei più avuto nulla da temere. Passando davanti al cartello sbarrato na cealla beaga, che annunciava la fine del paese, mi assicurò che in paradiso si parlava gaelico. E che la pioggia sarebbe stata sottile come quella sera, ma tiepida e col gusto del miele. E rideva. E mi alzò il bavero della giacca per proteggermi dal freddo. Una volta addirittura, sulla strada di casa, mi prese la mano. Mi sentii male. Sapevo che quella mano sarebbe tornata pugno, che sarebbe passata presto dalla tenerezza al metallo. In un’ora o domani e senza che io ne conoscessi il motivo. Per cattiveria, per orgoglio, per collera, per abitudine. Ero prigioniero della mano di mio padre. Ma quella notte, con le mie dita intrecciate alle sue, avevo approfittato del suo calore. • Mio padre aveva fatto parte dell’Esercito repubblicano irlandese. Era stato un volunteer, óglach in gaelico, un soldato semplice della Brigata Donegal dell’ira. Nel 1921 lui e qualche compagno si opposero al cessate il fuoco negoziato con i Britannici. Non accettava la costruzione del confine, la creazione dell’Irlanda del Nord, lo smembramento della nostra patria in due. Voleva cacciare gli Inglesi da tutto il Paese, battersi fino all’ultimo proiettile. Dopo la guerra d’indipendenza contro i Britannici, fu la volta della guerra civile tra noi. «Traditori, vigliacchi, venduti!» vomitava mio padre parlando degli ex fratelli d’armi allineatisi alla tregua. Quei traditori erano armati dagli Inglesi, vestiti dagli Inglesi, aprivano il fuoco sui loro compagni. Di irlandese avevano solo il nostro sangue sulle mani. Mio padre era stato incarcerato dai Britannici senza processo, condannato a morte e graziato. Nel 1922 fu arrestato di nuo-

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vo, dagli Irlandesi che avevano scelto il compromesso. Non me lo aveva mai raccontato ma lo sapevo. A sei anni di distanza si ritrovò nella stessa prigione, nella stessa cella. Dopo essere stato maltrattato dal nemico, lo fu dai suoi ex compagni. Lo picchiarono per una settimana. I soldati del nuovo Stato libero d’Irlanda volevano sapere dove si trovavano gli ultimi combattenti dell’ira, i refrattari, gli insubordinati. Volevano scoprire i nascondigli delle armi ribelli. Per ore, giorni e notti di violenza, quei bastardi torturarono mio padre in inglese. Imprimevano alle loro voci il ferro nemico. Come se non volessero mischiarvi la nostra lingua. «Lei è inglese?» gli aveva domandato una volta un’anziana donna americana. «No, l’esatto contrario» aveva risposto mio padre. Quando mio padre mi picchiava, era il suo contrario. Nel maggio del 1923 gli ultimi óglachs dell’ira deposero le armi e papà invecchiò di colpo. Il nostro popolo era diviso. L’Irlanda tagliata in due. Pat Meehan aveva perso la guerra. Non era più un uomo, ma una sconfitta. Cominciò a bere molto, a urlare molto, a battersi. A battere i suoi figli. Ne aveva tre quando l’esercito si arrese. L’8 marzo 1925 raggiunsi Séanna, Róisín e Mary, pigiati uno contro l’altro nel lettone. Dal ventre di mia madre ne sarebbero usciti altri sette. Due non sarebbero sopravvissuti. • Fu nel novembre del 1936 che mi imbattei per l’ultima volta nel coraggio di mio padre. Tornava da Sligo. Con alcuni ex dell’ira aveva attaccato un incontro pubblico delle “camicie blu”, i fascisti irlandesi, che sarebbero andati a combattere in Spagna al fianco del generale Franco. Una volta conclusa la battaglia, condotta a

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suon di pugni e sedie, mio padre e i compagni avevano deciso di unirsi alla Repubblica spagnola. Per giorni non fece che parlare di ripartire in guerra. Era bello, ritto e febbrile, camminava nella nostra cucina a grandi passi da soldato. Voleva ricongiungersi con gli uomini della Colonna Connolly, delle Brigate internazionali. Diceva che l’Irlanda aveva perso la battaglia e che ormai la guerra si combatteva laggiù. Mio padre non era solo repubblicano. Cattolico per nascita, aveva combattuto tutta la vita per la rivoluzione sociale. Per lui l’ira doveva essere un esercito rivoluzionario. Venerava la bandiera nazionale ma ammirava il rosso delle lotte operaie. Aveva quarantun anni, io undici. La borsa per Madrid era pronta. Mi ricordo quel mattino. Mia madre era in cucina, loro due avevano parlato tutta la notte. Lei aveva pianto. Lui aveva quel suo sguardo di pietra. Lei pelava le patate, snocciolando i nostri nomi uno dopo l’altro. Li mormorava, una preghiera, una litania dolorosa. Stava lì, al tavolo, dondolando leggermente il corpo avanti e indietro, recitandoci come grani di un rosario. «Tyrone… Kevin… Áine… Brian… Niall…» Mio padre le dava le spalle in piedi contro la porta d’ingresso, la fronte incollata al legno. Lei gli diceva che se fosse partito noi avremmo sofferto la fame. Che non sarebbe mai riuscita a occuparsi di tutti noi. Gli diceva che senza il suo uomo, la terra non ci avrebbe più nutriti. Avrebbero distolto lo sguardo al nostro passaggio. Gli diceva che avrebbero dovuto crescerci le suore di Nostra Signora della Compassione. Che saremmo stati spediti in Québec o in Australia con le navi di padre Nugent, con i bambini di strada. Gli diceva che sarebbe rimasta sola, a lasciarsi morire. E che lui sarebbe morto. E che non sarebbe mai più tornato. E che la Spagna era ancora più distante dell’inferno. Mi ricordo il gesto di mio padre. Tirò un pugno alla porta. Violento, una

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sola volta, come a chiedere udienza all’angelo caduto. Si girò lentamente. Con le labbra strette guardò mia madre e la tavola ingombra di bucce. Poi prese la borsa pronta per l’indomani, la lanciò attraverso la stanza, fin nel caminetto. Anche il fuoco sembrò sorpreso. Indietreggiò a quel soffio d’aria. E poi le fiamme blu avvolsero la bisaccia di tela in un odore di torba e stoffa. Mio padre rimase di stucco. A volte gli succedeva di fare gesti così, di cui non afferrava il senso. Un giorno mi diede un calcio nelle reni. E poi mi guardò, steso sulla pancia, le braccia piegate sotto di me, senza capire cosa ci facessi lì a terra. Allora mi tirò su e scrollò via i sassi che mi incidevano le gambe. Mi abbracciò, chiedendomi scusa ma che era tutta colpa mia, comunque, che non avrei dovuto guardarlo con quell’aria di sfida e quel sorrisetto sulle labbra. Ma che mi voleva bene. Che mi voleva bene come ne era capace lui. Un’altra volta ancora vide che avevo del sangue in bocca. Conoscevo quel gusto acre e apposta lasciavo il sangue colare sul mento, roteando gli occhi all’indietro a far finta di svenire. Credo che ebbe paura. Mi pulì le labbra e il collo con la mano aperta. Ripeteva «Mio Dio!» «Mio Dio!» come se fosse stato qualcun altro a picchiarmi. A volte, al buio, dopo avermi preso a schiaffi, mi passava le dita sotto gli occhi. Voleva scoprire se piangevo. Sapevo che l’avrebbe fatto. Fin dai primi colpi, lo sapevo. Le sue punizioni finivano sempre controllando il mio dolore. Ma io non piangevo. Non ho mai pianto. «Ma piangi, forza!» mi supplicava mia madre. Così, riparandomi il viso con le mani, mi passavo le dita nella bocca. Le bagnavo di saliva e mi impiastricciavo le guance. Lui allora scambiava la mia bava per lacrime, sicuro che quel diavolo di suo figlio avesse finalmente imparato la lezione. Quel mattino, davanti al fuoco, ebbe lo stesso sguardo sorpreso. Non capiva cosa avesse appena fatto. Guardava la borsa, tutte

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le sue cose, la sua vita. I pantaloni, le camicie alla coreana, i due maglioni, le scarpe, la pipa di scorta. Fu un rogo repentino. La borsa fu sventrata dalle fiamme. La Spagna bruciava, e così le sue speranze di rivincita, i suoi sogni d’onore. Mia madre stava immobile, senza dire più nulla. Silenzio. Solo le scarpe di mio padre a scoppiettare come legno. E la sua Bibbia, che mandava una fiamma di un azzurro intenso. Mio padre mi prese per il braccio. Mi costrinse con la forza a uscire di casa. Mi trascinò così fino in strada. E poi mi lasciò andare. Cominciò a camminare e io lo seguii in silenzio. Prendemmo la strada del porto. I suoi occhi erano praticamente chiusi. Quando incrociammo McGarrigle e George il somaro, mio padre sputò per terra. L’animale gemeva sotto le spinte del vecchio carbonaio. «Éirinn go Brách!» urlò mio padre dopo aver picchiato la bestia. «Irlanda per sempre!» Il grido di guerra degli “Irlandesi uniti”, la frase sacra che ornava la bandiera verde con l’arpa dorata. Era venerdì 9 novembre 1936. Patraig Meehan aveva appena picchiato un asino. Io perdevo insieme un padre e un eroe. A Killybegs mio padre finì per diventare il “bastard”, un nome sussurrato dietro le spalle. Io lo chiamavo “il mio cattivo”. Lui, l’ex combattente dell’ira, il veterano leggendario, la magnifica e grande voce, il narratore delle notti, il cantore del pub, lui il giocatore di hurling, il più grande bevitore di stout mai nato sulla terra del Donegal. Lui, Patraig Meehan, era diventato qualcuno di cui aver paura, temuto per la strada, ignorato nel suo pub, abbandonato nel suo angolo di indifferenza tra le freccette e il bagno degli uomini. Era diventato un bastardo, ovvero, in conclusione, un uomo senza importanza.

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• Pat Meehan morì con le tasche piene di sassi. Fu così che decise di mettere fine alla sua vita. Ci lasciò soli nel dicembre 1940. Si vestì a festa in mezzo ai silenzi di mia madre. Lasciò casa un mattino per andare a occupare il suo posto al Mullin’s. Bevve come tutti i giorni, molto, e rifiutò che gli portassero via i bicchieri vuoti. Li voleva lì impilati, stretti al bordo del tavolo per far vedere di cosa era capace. Beveva da solo, non leggeva, non parlava con nessuno. Quella notte lo aspettammo. All’alba mia madre si avvolse nello scialle per proteggere la piccola Sara che le dormiva in grembo. Cercò suo marito nel paese deserto. Io andai al pub. Il cameriere faceva rotolare i fusti di birra sul marciapiede. Mio padre aveva lasciato il bar verso l’una. Fu uno degli ultimi ad andarsene. Poco prima della chiusura si era messo a vagare tra i tavoli, cercava uno sguardo. Nessuno aveva incrociato il suo. Il padrone gli aveva indicato la porta con un cenno della testa. Una volta uscito, si era diretto a sinistra. In direzione del porto. Aveva camminato urtando i muri del paese. Due testimoni l’avevano visto chinarsi sul cammino e raccogliere qualcosa dal ciglio della strada. Faceva un gran freddo. Lo ritrovarono al sorgere del giorno appena fuori dal paese, su una strada che portava al mare. Era livido, steso sulla terra gelata, col ghiaccio al posto del sangue. Aveva il braccio destro alzato, il pugno chiuso come se avesse lottato con un angelo. Prima di spostarlo, la polizia aveva creduto fosse morto all’improvviso. Che ubriaco fosse caduto e, incapace di rialzarsi, si fosse addormentato aspettando il giorno. Fu girando il corpo che gli uomini della garda síochána capirono. Mio padre era morto andando incontro alla morte. Si era riempito le tasche di pietre. Nei pantaloni, nel gilet, nella giacca, nel cappotto di lana blu. Aveva fatto scivolare dei sassi addirittura nel berretto. Erano scaglie

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di roccia che la sera aveva raccolto da terra lungo il cammino. Marciava incontro alla fine quando il suo cuore aveva ceduto. Voleva andarsene come muoiono i contadini di qui. Entrare in mare perché fosse l’acqua a prenderlo. Nelle tasche portava un po’ del suo Paese. Se ne andava pieno della sua terra, senza una parola, senza una lacrima. Solo il vento, le onde e la luce dei morti. Patraig Meehan voleva quella fine leggendaria. Mio padre se ne andò come un poveraccio, il viso schiacciato sulla brina e i suoi sassi per niente.

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SORJ CHALANDON, Chiederò perdono ai sogni, KELLER  
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