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Da una grigia ad una verde politica Gli elettori , comparse di un teatrino

“Il servo non odia il padrone che lo opprime , a lui si abitua ed arriva ad amarlo. Il servo odia l’uomo che non si lascia ridurre in schiavitù perché gli ricorda le sue colpe e la sua pochezza”

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Sommario Prefazione ……………………………………………………………………………………………………………….3 La genesi: “dall’ecopessimismo all’ecottimismo”………………………………………….……………6 La nascita del Ministero dell’Ambiente………………………………………………………..……………9 Un anemone azzurro, i Verdi liberaldemocratici……………………………………………………10 Associazione Ambientalista Kronos………………………………………………..…………..…………..12 Con Segni per promuovere l’Assemblea Costituente…………………………………….……......14 Dai Verdi Liberaldemocratici ai Verdi Verdi………………………………………………….…………16 Chi di spada ferisce di spada perisce……………………………………………………………….….…..23 Cogito o…..coito ergo sum!.......................................................................................24 La Trasparenza amministrativa: il nostro cavallo di Troia…………………………………….....31 Una piccola parentesi che evidenzia la doppiezza dei nostri politicanti!...................43 La Class Action…………………………………………………………………………………………..…………...47 Il “bluff” del Referendum sul nucleare……………………………………………………………….......48 Per un ambientalismo non ideologico………………………………………….……………..…………..52 Diritti degli animali e falsi sillogismi…………………………………………………………..………….65 L’inquinamento atmosferico e la sfera dei diritti soggettivi……..…………………..………….68 Storia del movimento verde……………………………………………………………………………………..71 La testimonianza di un Ecologista, Alex Langer…………………………………………..……………74 Conclusioni da un sistema elettorale clientelare ad un sistema meritocratico……....76 Schede dei simboli presentate alle Europee……………………………………………………………..85

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Prefazione di Giorgio Prinzi

La conoscenza tra me e Roberto De Santis è stata propiziata, oltre che da comuni amici, dalla comune “passionaccia” per la politica, per quella voglia di battersi per un’idea in cui si crede e nell’affermare la quale si pensa di potere cambiare il mondo. Purtroppo non è così e se il mondo non riesce a cambiarti, come spesso avviene ed è avvenuto, ci si accorge alla fine di non essere neppure riusciti a scalfirlo; come diceva John Kennedy, rimangono gli ideali ma si perdono le illusioni. Questo libro è per molti versi la testimonianza biografica dell’Autore che si affaccia al mondo ed alla scena politica nel variegato caleidoscopio ambientalista, in cui si impegna con una carica di giovanile entusiasmo nella prospettiva demiurgica di edificare quella “società migliore”, che in genere tutti i giovani sognano, e che si ritrova, in maturità, carico di esperienza e di disillusioni, ma per questo non demotivato nel suo impegno, anzi determinato con rinnovato vigore a proseguire e andare avanti, dopo una pausa di riflessione e di ridefinizione delle strategie. È la sostanziale essenzialità di questo libro, una meditazione che guarda al passato e ai suoi ammaestramenti, partendo dall’esperienza personale per poi allargarsi a considerazioni che la trascendono. L’esperienza personale biografica caratterizza la prima parte del libro. È la meno coinvolgente, sia pure necessaria a introdurre e fare intendere il processo evolutivo successivo, che comunque va letta con attenzione perché è da essa e dalle disillusioni di cui è stata causa che origina il pensiero maturo, prima quello sulla realtà del mondo dell’ambientalismo politico e politicizzato, poi in generale sul modo di essere di tutta la realtà politica e sociale italiana. Superata la prima parte strettamente biografica, l’esposizione della personale esperienza si sublima in una visione sociologica più ampia, ponendosi e ponendo quesiti sul modo in cui l’ambientalismo si è affermato in Italia e sul perché non è riuscito ad evolvere in forme mature ed originali. Il concetto cardine al riguardo è che esso ha finito con il diventare un contenitore nuovo per vecchie ideologie in crisi, una sorta di scialuppa di salvataggio sulla quale sono saliti i naufraghi di queste obsolete ideologie, che, rientrate dalla classica finestra dopo essere uscite dall’altrettanta classica porta, hanno riproposto gli stessi concetti e gli stessi dogmi, in forma diversa ma nella identica sostanza. Il rendersi conto di Roberto De Santis che l’ambientalismo italiano si è sempre più caratterizzato come riedizione della visione rivoluzionaria marxista che predicava e coerentemente tuttora predica, nel suo zoccolo duro, l’abbattimento delle società di tipo liberale, ha portato l’Autore ad elaborare una sua propria visione e un suo 3


proprio pensiero, il cui punto focale è a mio avviso l’avere ribaltato il concetto di ambiente come bene da preservare in modo “fotografico” in quello dell’ambiente come opportunità di sviluppo in tutti i sensi, compreso quello sociale ed economico attraverso la sua valorizzazione e la sua fruizione razionale ed antropocentrica. E qui ci fermiamo per non togliere al lettore la gioia ed il gusto di scoprire questa visione personale, per taluni aspetti anche inedita. Il passo successivo della parte finale del libro è un ulteriore allargamento dell’orizzonte, in un’analisi a tutto campo dei maggiori fenomeni sociali e dei loro principali attori, in genere collettivi quali la Magistratura e la sua azione, che hanno caratterizzato la fase di passaggio tra la cosiddetta “prima” e la cosiddetta “seconda” Repubblica. Non manca nell’esposizione una puntuale analisi della vicenda nucleare in Italia, le cui vicissitudini hanno portato a farci conoscere e condividerne in parte la battaglia a favore. Anche al riguardo l’Autore non può astenersi dal rilevare che gli stessi attori che furono tra i più impegnati nello sforzo per abbandonarlo, sono ora ancora e pertinacemente in prima linea, quando il “vento” comincia inequivocabilmente a spirare in direzione opposta. Questa amara considerazione è una delle più emblematiche del contenuto e della sostanza del lavoro “autobiografico” dell’ambientalista “diverso” Roberto De Santis. Non nascondo la mia perplessità di fronte alla “provocazione” – così l’ha definita al telefono Roberto De Santis – della proposta di condizionare l’eleggibilità dei candidati ad una sorta di “laurea in scienze politiche”, magari un diploma per i municipi e i piccoli comuni, una laurea breve per i grandi comuni, una laurea per il parlamento nazionale, il master per incarichi di governo. Nessun titolo specifico per il parlamento europeo, visto che neppure degli analfabeti potrebbero fare di peggio. Scherzi a parte, il problema della qualificazione della classe dirigente, non solo di quella politica, mi sembra serio e reale anche se è difficile ipotizzare meccanismi di selezione su elementi di valutazione oggettiva, quali ad esempio un titolo di studio. Prendo atto del fatto che l’Autore lo abbia posto – e credo in maniera pertinente – nelle conclusioni del suo saggio, però, quantunque mi sia sforzato di tradurre in forme di proposte pratiche questa esigenza non sono riuscito a trovare una possibile reale soluzione. Peggio, la considerazione finale a cui propendo è maledettamente pessimistica. La classe dirigente, sia essa politica, amministrativa e dell’informazione è lo specchio del Paese. La nostra classe dirigente è scadente perché a mio avviso il livello medio della nostra società è scadente. Grandi responsabilità sono senza dubbio della politica e dei politici a tutti i livelli, ma per restare in tema di ecologia anche di quei movimenti, associazioni, singoli cittadini che si sono avvicinati al problema dell’ambiente con superficialità, con un approccio ideologico senza porsi il problema di approfondirne i reali aspetti.

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Come uscirne fuori? Non lo so. È il classico serpente che si morde la coda. Un Paese scadente ha una classe dirigente scadente; una classe dirigente scadente rispecchia e perpetua un Paese scadente. Da parte mia non posso che mettere il mio impegno personale, come credo stia peraltro facendo Roberto anche – ma non solo – con la pubblicazione di questo libro. Rispetto a quando eravamo più giovani abbiamo senza dubbio qualche illusione in meno, ma le disillusioni non hanno spento gli ideali. Come diceva John Fritzgerald Kennedy «Gli ideali sono come le stelle. Sappiamo di non poterle raggiungere, ma ci indicano la via da seguire nel buio della notte». Per questo, nonostante tutto, credo ancora nell’impegno civile e non dispero di fronte alle tante disillusioni. Il testo del libro scorre fluido e senza elucubrazioni, essenziale e concreto come nella migliore tradizione gialla e in quella che dovrebbe essere, ma non sempre lo è, esposizione divulgativa di tipo giornalistico. Questo almeno superato l’impatto biografico delle ineliminabili pagine introduttive, che sono la premessa e le fondamenta delle più elaborate analisi veicolate dal libro, che, come ogni testo, va letto dall’inizio e in maniera consequenziale. Come in una caramella al miele, il più dolce è sotto la scorza superficiale, che comunque non è meno appetibile del suo contenuto. Giorgio Prinzi Consigliere Nazionale Ordine dei Giornalisti

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La genesi: “dall’ecopessimismo all’ecottimismo” Abbiamo sempre sostenuto che il movimento maggioritario abbia avuto nella politica italiana un padre nobile rappresentato dal movimento verde , quando per la prima volta nella storia della nostra repubblica si presentò ai suoi elettori al di fuori degli schieramenti ideologici. I verdi si presentarono e questa fu la vera novità che anticipò la caduta dei partiti ideologici, con un programma e dunque con una precisa identità. Tale elemento caratterizzante, verso la metà degli anni ottanta ne decretò il successo elettorale anche perché gli elettori erano ormai stanchi delle vecchie contrapposizioni ideologiche ed anticiparono con tale scelta, precorrendo i tempi, la nascita del sistema bipolare che solo qualche anno dopo avrebbe scandito la scena politica italiana. Lo stesso approccio programmatico fu determinante in seguito, anche per il successo di Forza Italia alle elezioni del 1994, perché anche in questo caso gli elettori stanchi delle vecchie ideologie, colsero in questo contenitore l’opportunità di riconoscersi in un nuovo movimento non ideologico. Il successo elettorale di Forza Italia fu la conseguenza diretta di un rifiuto ormai generalizzato e diffuso tra l’elettorato nei confronti di quei partiti che avevano costituito e rappresentato le ideologie dominanti. L’istanza “monotematica” del movimento Verde, nato intorno gli anni ottanta, mise in luce le profonde critiche nei confronti delle ideologie dominanti e sostituì alle consuetudini ideologiche ormai superate del vecchio e declassato mondo politico, proposte programmatiche che avevano più attinenza con le problematiche dei cittadini. Questa fu la chiave del successo. Non nascondo che inizialmente ne fui personalmente attratto fino a prenderne le distanze, quando con bieche operazioni, tale movimento antitetico ai due schieramenti, si collocò in un’area di estrema sinistra. Molti di noi ancora ricordano un’operazione condotta anche da movimenti extraparlamentari molto vicini a Democrazia Proletaria, che con una lista civetta operarono e contrapposero ai Verdi del sole che ride, la nascente formazione dei Verdi arcobaleno. Tale bieca operazione decretò la fine di un movimento ambientalista che rappresentasse tale istanza sotto il profilo politico e non partitico. Inoltre, evidenziò il disprezzo della vecchia classe politica verso quel nuovo contenitore apartitico, nato al di fuori del controllo della politica di professione e che per tale motivo veniva visto con diffidenza. Era un modello innovativo, che metteva in fortissima crisi tutti quei partiti ideologici presenti in parlamento e pertanto si trovava ad essere senza reali sponde. Mettere in evidenza la fallacità delle vecchie categorie ideologiche significava mettere in discussione tutti i vecchi partiti e 6


decretare il superamento del loro ruolo. Ma la caduta del muro di Berlino , che avvenne qualche anno dopo, seppe poi fare giustizia! Quel nuovo contenitore verde suscitò comunque un certo interesse , ma per altri fini. I movimenti di estrema sinistra capirono l’opportunità di poter riproporre, attraverso quel nuovo soggetto, le loro vecchie e desuete ideologie, ricollocandole sotto mentite spoglie. Una certa sinistra colse nel movimento ambientalista un’opportunità per rimodulare i vecchi temi di sinistra in un nuovo contenitore sostenendo la tesi che entrambi i movimenti avevano come comune denominatore un nemico comune, ovvero il progresso, dunque il consumismo, che aveva determinato la crisi della nostra civiltà! Era un approccio anticapitalistico che vedeva, nelle regole economiche e nel progresso, un avversario da contrastare a tutti i costi! Inoltre, e non a caso, veniva riconosciuto allo Stato un ruolo centrale nel settore delle politiche ambientali. Vi fu dunque un processo di statalizzazione dei beni che esaltò e rafforzò il principio secondo il quale lo Stato, poteva tutelare i beni ambientali con maggiore efficienza del privato. Nel diritto romano, diversamente, la visione era in netta antitesi, riconoscendo alla proprietà privata un ruolo non indifferente. La dottrina delle “immissiones” che provenivano dal diritto romano e che il nostro codice aveva ereditato, vietavano qualsiasi tipo di invasione nella proprietà del vicino anche con fumi, odori o polveri. Nel caso in cui fossero lesi tali diritti, il cittadino romano poteva appellarsi ad un magistrato per porre fine al danno e riscuotere il giusto indennizzo. Oggi una nuova ventata ecologista ha rimesso tutto in discussione affidando allo Stato l’esclusiva competenza nella tutela del bene ambientale. Questa nuova visione del diritto ha sottratto ai singoli cittadini la possibilità di difendersi in difesa di nostri comuni diritti, per affidare tale tutela alla collettività degli Stati. Questa concezione dominante, incarnata dai movimenti che si definiscono ambientalisti, condivide pertanto tratti comuni con il marxismo. Costoro, propugnando il ritorno dell’uomo alla natura e proponendo una crescita zero, riprendono sotto altra forma le concezioni tipiche del pensiero marxista: l’anticapitalismo e la concezione antindustriale . Il loro approccio è permeato da una visione fortemente pessimista. Predicano da sempre l’avvicinarsi di imminenti catastrofi ambientali, senza però considerare e stimare e credere nelle potenzialità e nelle capacità dell’uomo. Il loro ragionamento pecca di presunzione in quanto pensano alle risorse ed alle capacità dell’uomo, solo in termini statici e non dinamici. Già dall’antichità abbiamo assistito a profezie di sventura che dichiaravano l’imminente fine del mondo, ma l’uomo,alleato della ricerca e della scienza, ha trovato sempre risposte adeguate. Pensiamo ad esempio a come potrebbero essere le nostre città, se l’uomo non avesse scoperto il petrolio e inventato l’automobile come nuovo mezzo di locomozione! Fino ai primi del ‘900, l’unico mezzo di trasporto era il cavallo e senza tale scoperta, oggi le città, causa il vertiginoso aumento demografico, affogherebbero nei liquami di questi quadrupedi, senza considerare tra l’altro tutti gli altri benefici susseguenti! 7


Non potevamo fare a meno di analizzare tutte quante queste distorsioni e contrapposizioni nel concepire e nel modo di intendere il rapporto con la natura di questa galassia ecologista. L’uomo era visto quasi come un nemico della natura in antitesi con la stessa; per costoro il recupero di tale equilibrio e rapporto era possibile solo rinunciando al progresso e con una castrazione chimica atta a combattere l’aumento demografico. Non c’era pertanto una soluzione ottimistica, mentre noi in netta antitesi, ritenevamo che il diffondersi di questa nuova cultura fosse inversamente proporzionale al grado di risposte che l’uomo, attraverso le scoperte scientifiche, poteva dare. Pertanto ritenevamo il progresso e la scienza come i nostri migliori alleati. Mentre per gli ecologisti radicali la scienza era sotto accusa, in quanto considerava il progresso che da essa scaturiva come la peggiore minaccia per la sopravvivenza del pianeta. Per noi la questione era del tutto diversa, convinti che solo la scienza, sottoposta ad un giudizio etico, potesse dare serie risposte e procedere verso nuovi ed avvincenti traguardi. Inoltre, come lucidamente osservò Giovanni Paolo II, in un convegno organizzato dal Rotary Club International nel 1997, non potevamo non prendere in considerazione alcuni messaggi escatologici che questo nuovo pensiero recava con se, ovvero la loro profonda concezione, ispirata al biocentrismo come valore assoluto. Una concezione che accantonava definitivamente la differenza ontologica e assiologica tra l'uomo e gli altri esseri viventi, che doveva e poteva essere indistintamente combattuta da laici e cattolici, accomunati da un diverso sentire. Un messaggio che abdicava e metteva in discussione la superiore responsabilità dell'uomo a favore di una visione “egualitaria” che promuoveva la dignità di tutti gli esseri viventi senza alcuna distinzione: quel finto egualitarismo tanto professato da una certa sinistra, che da sempre utilizza con fini ideologici tale slogan più per asservire le masse che per difenderle. Negare la superiorità ontologica ed assiologica dell’uomo, significava altresì negare il principio creazionista a favore di una teoria evoluzionistica che negli ultimi decenni si era andata determinando. Ci siamo sempre chiesti, per quale motivo dovesse essere proprio necessario combattere questa “dottrina”, anche perché se alcune persone riconoscono nelle scimmie i loro progenitori , allora perché deluderli! Sinceramente abbiamo sempre creduto di essere dotati di una spiritualità che ci distingue dall’essere animale e che tale scintilla, che è in ognuno di noi, è quel qualcosa che ci eleva spiritualmente e moralmente e ci differenzia dall’essere animale. Questo approccio rimetteva in discussione ogni valore fondante della nostra cultura, molto più vicino ad una cultura atea che spirava da paesi con dottrine di fede marxista. E non a caso, dunque, tale visione era recepita e condivisa da questo movimento apparentemente verde. . Questa visione ingenerò non poca confusione e procurò anche diverse crisi di coscienza. Per molti, la domanda direttamente connessa a questo nuovo assunto era comprendere, ad esempio, se fosse lecito per l’uomo, animale onnivoro, nutrirsi di altre specie, questione questa che condusse molti a riconoscersi in una cultura 8


animalista. Tale visione apriva scenari molto lontani dalla nostra formazione culturale, creando profonde lacerazioni. Un predatore che cattura una preda e se ne nutre, è un processo che è parte della normale evoluzione e del diverso ruolo assegnato ad ogni essere vivente e l’attività susseguente non può essere considerata un crimine, ma una semplice attività di caccia che viene sempre posta in essere tra specie diverse. Solo quando tale attività viene posta tra specie interspecifiche,, ovvero tra esseri della stessa specie, come quando ad esempio tali azioni sono compiute da un uomo ai danni di un altro, solo allora entriamo nella sfera del crimine e tali azioni dunque condannabili. Anche in questo caso si finiva per assegnare una distorta visione etica ad un processo evolutivo che aveva assegnato all’uomo un ruolo specifico e dunque in tal modo si metteva in crisi un intero sistema, aprendo enormi contraddizioni. Era pertanto inaccettabile sposare questo approccio, senza se e senza ma, e non comprendere il pericolo velato di questa nuova forma di pensiero, senza tentare di adoprarsi per ristabilire e recuperare un messaggio che si potesse confrontare apertamente smascherando questa assurda concezione.

La nascita del Ministero dell’Ambiente La nascita del Ministero dell’Ambiente avvenne parallelamente alla nascita ed affermazione del nuovo soggetto verde e segnò il tramonto definitivo della tutela di quei diritti soggettivi che avevano in precedenza garantito al singolo cittadino la possibilità di difendersi da forme di inquinamento per delegarla, sic et simpliciter, allo Stato. Ulteriore smacco, fu il compromesso, sancito tra il Ministero dell’Ambiente e le Associazioni ambientaliste. A tali associazioni venne riconosciuto il diritto di rappresentanza di interessi collettivi, ovvero venne loro assegnato un ruolo nei processi penali in difesa degli interessi dei cittadini, con la costituzione di parte civile. In sostanza, i poteri di rappresentanza e difesa dei cittadini, contro eventuali danni al territorio ed alla loro salute, vennero assegnati ad alcune associazioni. In quel momento si decretò non solo la fine reale della tutela del territorio ma, altresì, un passaggio di potere alle associazioni ambientaliste che , forti di quella delega, seppero ritagliarsi un enorme peso contrattuale con il mondo delle imprese. Il tutto avveniva chiaramente “al buio”, senza nessun controllo dei cittadini, inconsapevoli tra l’altro di affidare alle associazioni ambientaliste una delega in bianco. Senza contare che molto spesso, tra associazioni ambientaliste ed imprese, si creava una commistione di interessi che portava le ultime a sponsorizzare le prime, travalicando così ruoli e confini naturali che spesso si andavano a sovrapporre, senza più alcuna certezza. Questo stato di cose , anche per l’impossibilità da parte dei cittadini di accedere ai bilanci delle associazioni ambientaliste e di approfondire le varie voci di finanziamento sempre accomunate sotto categorie 9


molto generiche, escludeva qualsiasi reale controllo sulle stesse impedendo non solo di verificare da chi provenissero ed a quanto ammontassero tali contributi, ma, soprattutto, rendevano impossibile qualsiasi comprensione circa la bontà di certe iniziative che venivano promosse! Altro centro di potere, che tale riforma promosse, assegnando alle associazioni ambientaliste un enorme peso , è il Consiglio nazionale del Ministero dell’Ambiente. In tale organismo, come è noto, siedono di diritto i vari rappresentanti eletti dalle associazioni ambientaliste in base alla l.394/’91. L’unico che tentò di porre rimedio a tale indecorosa situazione fu l’on. Bassanini, che propose, verso la fine degli anni ’90, lo scioglimento di tale centro di potere. Ma favorito da un emendamento presentato dagli On. Turroni e Cento dei Verdi del sole che ride, tale tentativo naufragò miseramente. Questa egemonia e massiccia presenza delle associazioni ambientaliste nelle istituzioni impresse una svolta nella comunicazione, assolutamente fuorviante, anche e soprattutto per una visione fortemente biocentrica che si contrapponeva ai nostri comuni valori. Un esempio veniva da un nuovo messaggio escatologico, che promosse il riconoscimento e l’estensione di quei diritti soggettivi a tutto il mondo animale, tipico di una visione totalizzante, ben sapendo che per tali diritti soggettivi, fosse fondamentale la potestà di agire che attiene alla sfera umana e non animale . In realtà, tale messaggio era assolutamente controproducente e finiva per allontanare la responsabilità dell’uomo dalla sfera dei doveri e dalla consapevolezza che la terra, in quanto organismo vivente, poteva venire maggiormente tutelata solo riconoscendo il nostro ruolo essenziale ed il dovere morale di difendere tale bene. Dunque la tutela del mondo animale finiva per essere degradata ad un semplice slogan. Un anemone azzurro, i Verdi liberaldemocratici Agli inizi degli anni novanta, conobbi Silvano Vinceti , ex coordinatore e promotore del movimento Verde in Italia con il quale si decise di promuovere i primi incontri con personalità del variegato mondo ambientalista al fine di trovare appoggi e consensi che potessero sostenere quel progetto culturale e politico che i Verdi avevano definitivamente abbandonato. Era infatti evidente che la connotazione partitica dei Verdi ed il loro schieramento all’estrema sinistra aveva minato il reale progetto iniziale, ora poco attinente con la causa ambientalista. Era palese che la spinta di rinnovamento e cambiamento che proveniva dalla società civile, di cui i Verdi furono inizialmente gli eredi indiscussi, venne da costoro imbrigliata ed utilizzata per un secondo fine ed il nostro obiettivo mirava a ricondurre tale istanza nel suo alveo iniziale. Il Movimento dei Verdi negli anni ’80 venne avvertito da diversi esponenti politici, dai radicali al Pci, come una grossa opportunità da usare come clava per decretare la fine dell’egemonia politica della Democrazia Cristiana. Molti ricorderanno ancora la 10


famosa fase dell’onorevole Andreotti che in occasione delle elezioni politiche definì i Verdi come i cocomeri “Rossi dentro, Verdi fuori”! Il successo del movimento Verde, con percentuali tra il 7% e 9% , rappresentava una grossa opportunità , anche e soprattutto perché l’elettorato verde proveniva da una area politica non ideologica più affine e vicina a movimenti liberali e repubblicani, in quegli anni sostenitori ed alleati della democrazia cristiana, ma anche da ambienti cattolici. Accaparrarsi quella fetta di elettorato e traghettarla attraverso quel nascente contenitore Verde in un’area di sinistra, poteva determinare l’avvicendamento sulla scena politica italiana di partiti ai quali era stata da sempre preclusa una alternanza. E’ chiaro che quella manovra tutta partitica rappresentò il primo tentativo nello scomporre un processo ideologico antitetico ed antistorico che, , qualche anno dopo, con la caduta del comunismo, venne definitivamente sancito. Il successo del movimento verde non fu dunque analizzato nella sua completezza da quella classe dirigente che per decenni aveva governato incontrastata senza rendersi minimamente conto che le vecchie categorie ideologiche fossero superate dalla storia e di come lo scenario politico internazionale, parallelamente, stesse in realtà mutando. Le prime riunioni che portarono alla nascita del nuovo soggetto verde furono fatte nella sede di Kronos 1991, storica associazione ambientalista' , 'dove pochi anni prima militò il verde Alfonso Pecoraro Scanio. Silvano Vinceti ricopriva allora la carica di presidente. Alla nascita del nuovo soggetto politico, di matrice ambientalista, parteciparono diversi personaggi della ex galassia verde: qualcuno a titolo personale, come Lele Rizzo e Federico Clavari, rispettivamente ex portavoce nazionale dei Verdi del sole che ride, la prima, ex tesoriere nazionale dei Verdi, quest’ultimo, altri in rappresentanza di movimenti ambientalisti che si erano caratterizzati e presenti a livello regionale come Enrico Balducci, Presidente di Ambiente club, movimento politico localizzato in Puglia, Maurizio Lupi dei Verdi Verdi in Piemonte, la Piermarini ex coordinatrice dei Verdi delle Marche, e tanti e tanti altri che a vario titolo avevano aderito. Il braccio di ferro ricadde inizialmente sulla scelta del nome da assegnare al nuovo soggetto politico. Per la maggioranza doveva richiamare la denominazione Verde, definizione sicuramente ed immediatamente identificativa, poiché riconosciuta universalmente da un potenziale elettorato. Per la minoranza, tra cui il sottoscritto e Balducci, era opportuno scegliere un nuovo termine che potesse identificarsi e diversificarsi allo stesso tempo con un soggetto verde alternativo e si propose di adottare una nuova definizione da scegliere tra Ambiente Club od Ecologisti. La scelta, in realtà, ricadeva su due differenti impostazioni: coloro che optavano per la parola Verde ritenevano che in questo modo si potesse recuperare una fetta di elettorato verde non di sinistra al quale offrire nel nuovo contenitore, una opportunità di differenziazione del prodotto. Un percorso sicuramente meno in salita, soprattutto per l’uso di un termine immediatamente identificativo e più facilmente riconoscibile per l’elettorato. Inoltre, costoro consideravano questa scelta una opportunità, una dote da poter offrire al centro destra in cambio di un riconoscimento politico che 11


permettesse di traghettare tale istanza anche nell’area politico culturale di centro destra. Il sottoscritto e Balducci optarono diversamente, per una scelta diversa, consapevoli certo delle maggiori difficoltà sia in termini di comunicazione che di contrattazioni politiche ma certi che in questo modo si potesse mettere al riparo il nuovo soggetto politico da sicure e future strumentalizzazioni. La nostra formazione fu infatti da sempre attaccata dai Verdi del sole che ride ed additata come una lista civetta. L’unico gruppo che non aderì per posizioni del tutto personalistiche, furono i Verdi Federalisti, movimento a carattere regionale presente nel Lazio e rappresentato da un ex consigliere regionale dei Verdi del sole che ride, Laura Scalabrini. A onor del vero, occorre ricordare che i Verdi Verdi di Maurizio Lupi del Piemonte e Ambiente Club di Enrico Balducci in Puglia, vi aderirono semplicemente senza in realtà mai confluirvi, mantenendo dunque sempre una certa ambiguità che scomunica le tesi leghiste, sottolineando diversamente una comunanza e fratellanza di intenti e comportamenti che ci accomuna senza limiti geografici da nord a sud . Fu dunque scelto il simbolo, un anemone azzurro ed il nome “Verdi liberaldemocratici”. Mi resi ben presto conto che molti di questi personaggi confluiti nel nuovo soggetto politico conservavano nel loro Dna caratteristiche e modalità tipiche dei loro cugini presenti nello schieramento di centro sinistra, ovvero solo meri e semplici calcoli elettorali che potevano utilizzare per proiettarli sulla scena politica. In effetti, nessuno di questi signori era particolarmente interessato alla nuova elaborazione culturale e programmatica dei Verdi liberaldemocratici, in quanto ancora legati ed ancorati a vecchie campagne ideologiche e dogmi del movimento verde quali ad esempio il No al nucleare, la forte presenza dello stato nei beni ambientali, etc.etc. Altri, diversamente, vista la loro recente vicinanza e comunanza di fede con i cugini sul fronte opposto, avendo abbracciato in prima persona tali battaglie, manifestavano ora timori e paure per questa loro improvvisa conversione temendo che potesse dare adito a duplici letture. Ad esempio, ebbi questa netta sensazione con Silvano Vinceti. Il suo atteggiamento, timoroso e prudente, era per lo più determinato da una sua non lontana partecipazione al referendum contro il nucleare, ,di cui fu uno dei promotori. Mi muovevo su un terreno poco consono e con una ingenuità ed inesperienza di fondo in quanto da sempre fortemente scettico e distante dal mondo politico e dalla politica in generale ma soprattutto dai suoi certosini metodi dialettali, senza mai aver preso parte ad alcuna manifestazione o riunione e senza mai alcuna tessera politica. Ma, nel complesso, anche se furono anni difficili, mi regalarono grandi lezioni di vita ed ebbi modo di conoscere e comprendere anche dalle contraddizioni connesse a quell’esperienza molte cose. Inoltre compresi perfettamente che molti personaggi saliti sulla nuova arca fossero molto più allettati da calcoli elettorali , come sempre tra l’altro avviene in politica, e che la scelta programmatica fosse in realtà un “gingillo” di scarso interesse confinato in secondo piano. Questo male è comune a tutti i partiti e ne sono testimonianza certe improvvise conversioni sulla via di Damasco di molti eletti che avvengono con una rapidità tale da far impallidire anche i 12


meno accorti, una transumanza bieca e senza scrupoli sulla quale bisognerebbe riflettere e porre un freno. Associazione Ambientalista Kronos Mentre da una parte ero impegnato nella costruzione del nuovo soggetto politico, ebbi la possibilità di entrare a far parte del direttivo di Kronos 1991, associazione ambientalista storica, nata con Jacque Costou negli anni sessanta. Anche in questo caso cercammo di promuovere contatti con esponenti del centro destra manifestando l’importanza di promuovere iniziative che potevano sensibilizzare e promuovere una nuova identità ambientalista e contribuire a spezzare quell’egemonia culturale dei verdi del sole che ride, ma con scarso successo. Il responsabile ambiente del centro destra era, in quel momento, Bob Lasagna, dirigente del WWF che non amava certo interferenze estranee alla sua confessione. L’associazione Kronos non godeva in quel periodo di ottima salute attraversando un momento di crisi: la capitolazione definitiva avvenne qualche anno dopo quando Silvano Vinceti, in quel momento sicuramente il mio mentore e la mia guida, con una operazione bizantina e di scarso peso politico, consegnò l’associazione nelle mani di Paolo Togni. Questo personaggio, allora poco conosciuto, ma noto agli addetti alla politica, per essere stato il padre uno dei pezzi grossi della Dc , assurse alle cronache qualche anno dopo per l’incarico che gli venne assegnato di capo di Gabinetto del Ministero dell’Ambiente. Paolo Togni non aveva nulla a che fare con la storia dell’ambientalismo: infatti anti democraticamente parlando, okkupò l’associazione per un preciso tornaconto personale. Preoccupato per quell’operazione riprovevole, riuscii ad interessare l’on. Tatarella, in quel momento Presidente della Camera, che con grande cortesia e sensibilità, sollevò da subito forti perplessità non condividendo minimamente le mire, neppur tanto velate, di Togni sull’associazione Kronos, fissandomi un appuntamento. In quell’occasione all’incontro era presente un giovane, fedele segretario dell’on Tatarella, l’on. Bocchino, oggi eletto in Parlamento. Tatarella era assolutamente intenzionato a bloccare il golp di Togni ai danni dell’associazione. Tatarella definì, queste le sue parole, Kronos “non più una associazione ambientalista ma una associazione tognista”. Purtroppo tutti erano al corrente che lo stato di salute dell’on Tatarella era fortemente minato e che doveva a breve sottoporsi ad un intervento delicato dal quale purtroppo non sopravvisse. Lo ricordo, ancora oggi, con affetto, come un uomo che sotto l’aspetto apparentemente rude nascondeva sensibilità ad altri precluse, sottolineando in ogni occasione con i fatti e con sincera devozione un profondo rispetto verso le istituzioni. . Mi sentii da subito a mio agio, ed esposi le varie implicazioni e perplessità dell’operazione “Togni” e quello che doveva essere e rappresentare sotto il profilo culturale e programmatico la crescita di tale istanza nello schieramento di centro destra. Non è un caso che Tatarella, proprio in quegli anni, fu uno dei pochi a sostenere la nostra iniziativa che tutti ricordano . “Oltre il Polo” era lo slogan, e 13


doveva concretizzarsi nell’allargamento ad altri soggetti politici, tra i quali per l’appunto, i Verdi liberaldemocratici. L’on. Tatarella, raccolte le informazioni, ci fissò un secondo appuntamento, subito dopo il suo delicato intervento. Era fermamente intenzionato ad impedire a tutti i costi l’ascesa e l’occupazione dell’associazione, anche a costo di mettersi di traverso ad un’altra componente di Alleanza Nazionale dalla quale Togni, in quel momento traeva il suo consenso ma, come è noto, le cose andarono diversamente. Uscii pertanto da Kronos, ormai totalmente nelle “ grinfie”di Togni, del figlio Simone e della figlia Bianca, pensando altresì come fosse amaro il destino che tra l’altro vedeva in quella famiglia i rappresentanti ed eredi di coloro che in passato ebbero gravi responsabilità di uno dei più gravi scempi ambientali che la storia della Repubblica potesse ricordare:la strage della diga del Vajont. Togni, era il figlio del Ministro dei Lavori Pubblici al tempo in cui avvenne il crollo della diga, una strage da sempre annunciata con molte ombre. Ma la delusione più grande fu il cambio improvviso di direzione di Silvano Vinceti, che svendette l’associazione alla causa “tognista” mantenendo, frutto di quel malsano accordo, la carica di vice presidente. E’ inutile dire che dell’associazione Kronos non si seppe più nulla e sparì definitivamente inghiottita dagli abissi. Da quell’esperienza trassi una grande lezione e maturai un profondo senso critico verso un certo associazionismo e verso certi presunti ambientalisti pronti a virare e cambiare sponda e casacca a seconda del vento.

Con Segni per promuovere l’Assemblea Costituente A cavallo tra il 1994 e 1995 , i Verdi liberaldemocratici aderirono alla campagna per promuovere l’Assemblea Costituente che ebbe come primo firmatario l’On. Segni. L’intento era di promuovere una Assemblea Costituente che potesse procedere ad una riforma della nostra Costituzione consapevoli che per molti notabili e burocrati tale argomento fosse un tabù! Il sottoscritto fu tra i 40 firmatari, insieme al Presidente Cossiga, all’on. Zamberletti, all’on. Segni ed tantissimi personaggi del mondo politico e della cultura. Come una casa richiede, a distanza di anni , di essere ristrutturata allo stesso modo ritenevamo, allora come oggi, che trascorsi sessanta anni dall’approvazione del primo testo alcuni ritocchi e modifiche fossero necessarie anche per renderla compatibile con le evoluzioni di carattere sociale, politico e culturale del nostro paese. Tutti sanno che la nostra Costituzione è nata in un periodo storico estremamente delicato e che molti passaggi del suo testo racchiudono dei compromessi allora comprensibili , oggi superati. Ad esempio, il primo articolo della nostra Costituzione riconosce che l’ Italia è una Repubblica fondata sulla democrazia e sul lavoro. Un articolo fortemente permeato e figlio di quel compromesso storico che oggi riteniamo superato. Il braccio di ferro tra la DC ed il PCI di quegli anni è 14


tutto racchiuso in quelle due parole di riferimento, democrazia e lavoro , termini che per le due maggiori forze politiche antagoniste di allora erano irrinunciabili. Noi tutti crediamo e pensiamo che democrazia e lavoro abbiano oggi scarsa attinenza mentre preferiremmo senz’altro che a questo secondo termine fosse sostituito la parola libertà. Una democrazia non sarà mai riconosciuta pienamente se avulsa dal termine libertà: le democrazie sono anzi chiara espressione di questo termine. Aderimmo pertanto all’iniziativa, anche e soprattutto perché convinti, che una formazione ambientalista non poteva tralasciare la questione costituzionale per quanto riguardava l’aspetto ambientale. E’ noto e riconosciuto come le problematiche ambientali siano da sempre maggiormente avvertite e considerate in società prettamente industriali, mentre assumono minore considerazione in quelle società con una forte connotazione agricola, come quando fu promulgata la nostra Costituzione del 1948. Infatti nella nostra Costituzione la situazione è anomala poiché in nessuna parte del testo si evincono impliciti riferimenti alla protezione dell’ambiente. Questo è un problema storico, come detto precedentemente, dovuto per lo più alla cultura e sensibilità del tempo in cui la nostra Costituzione fu approvata. Nella nostra Costituzione dunque, i riferimenti in materia ambientale non sono inseriti direttamente: troviamo solo alcune norme generiche espresse dall’art. 9, che fa riferimento alla tutela del paesaggio, e dall’art. 32 che riguardano la tutela della salute, ma che mai comunque si riferiscono direttamente all’ambiente come valore. Ritenevamo pertanto la nostra adesione al Comitato di Segni, per promuovere l’Assemblea costituente, un momento irripetibile al fine di attribuire all’ambiente il giusto valore costituzionale. Riconoscere l’ambiente come valore aveva una importanza che andava oltre la questione meramente legata al diritto, ma mirava ad assicurargli quella corretta valenza interpretativa che permetteva di realizzare quel giusto processo attraverso il quale una società poteva riconoscere la valenza e l’importanza dei beni ambientali strettamente connessi ai principi di libertà, democrazia, uguaglianza. Significava ribadire e sottolineare la stretta interdipendenza e legame tra la nostra esistenza e la protezione dell’ambiente e del ruolo fondamentale dell’uomo in questa direzione. La mancanza di un preciso riferimento ed una appropriata considerazione alla questione ambientale nella nostra Costituzione ha finito per riflettersi negativamente nel momento legislativo, in cui una norma trova attuazione producendo spesso una legislazione caotica e frammentaria che ha influito la stessa Corte Costituzionale. La precisa mancanza di un chiaro riferimento all’ambiente come valore ha prodotto una selva caotica di leggi, molto spesso in contrasto tra loro, producendo numerose antinomie . L’ art. 9 della nostra costituzione attribuisce per lo più al bene ambiente una concezione estetica e culturale, categoria pertanto più vicina all’interesse di un singolo che affine ad una considerazione di generale responsabilità condivisa. Questa interpretazione estetica è stata pertanto recepita dalla Corte Costituzionale ed è la continua causa di diversità di interpretazioni. Solo nel 1986, con la sentenza n.151, 15


vi fu per la Corte Costituzionale una minima inversione di rotta, quando riconobbe l’ambiente come valore presente nella sua globalità nella nostra società. Ma successivamente, con una visione non condivisibile, la Corte Costituzionale nell’individuare i soggetti competenti atti a stabilire le modalità di tutela ambientale riservò in esclusiva tale competenza allo Stato. Una posizione, questa, in antitesi con qualsiasi principio liberale e solidale che fu alla base della scarsa considerazione ed attribuzione riservata a tali beni. La Corte Costituzionale considerava pertanto che i beni ambientali potessero ricevere adeguata protezione solo con un controllo dall’alto non considerando diversamente che poiché di tutti, e dunque di nessuno, finivano per essere oggetto di incuria. Una posizione scarsamente condivisibile e senza nessun fondamento che la Corte Costituzionale giustificò sul campo degli obblighi internazionali, ma una cosa era la responsabilità dello stato in ambito internazionale, altra cosa la suddivisione delle competenze in ambito statale. Si entrò dunque nella sfera cosiddetta degli interessi diffusi dove la protezione veniva scippata ai singoli per essere affidata ad una collettività astratta e dunque allo Stato. Ma lo Stato non poteva essere l’affidatario in esclusiva della protezione di tali beni senza riconoscere lo stesso diritto ai cittadini attraverso altre forme di rivendicazione, che garantissero la tutela dei principi e diritti lesi. Quindi tali interpretazioni della nostra Costituzione e la normativa di riferimento da cui trae ispirazione finivano per non riconoscere alcun nesso tra la tutela della salute e la tutela dell’ambiente evitando accuratamente di tenere in considerazione le implicazioni connesse in conseguenza di rischi ambientali e del fatto che le condizioni di ciascun individuo, in tali gravose circostanze , potevano venire inderogabilmente compromesse. Pertanto, era visibile ed evidente il vuoto lasciato dai Verdi del sole che ride nel non affrontare in alcun modo l’aspetto costituzionale sicuramente più interessati ad altre problematiche, come quelle legate alla loro mera sopravvivenza attinenti alla legge elettorale. Ma la cosa non ci colse poi così di sorpresa in quanto i Verdi del sole che ride erano noti per essere più inclini a posizioni di stampo statalista per loro reminiscenze culturali e dunque, era normale la loro inclinazione verso tali concezioni. Dai Verdi Liberaldemocratici ai Verdi Verdi Sin dalla nascita dei Verdi liberaldemocratici, il nostro tempo venne completamente assorbito dal nuovo progetto. Si passava dal confezionamento dei comunicati stampa, ai rapporti con le varie testate d’agenzia e giornalistiche, agli incontri politici, all’organizzazione del movimento sul territorio. I Verdi liberaldemocratici si sciolsero definitivamente nel 1997 , ma nel 1996 furono ad un passo dalla chiusura di un accordo politico con Forza Italia. Si convenne infatti di procedere su una ipotesi che vedeva i Verdi liberaldemocratici correre da soli sul territorio e Forza Italia garantire la nostra presenza in un collegio in quota al Polo delle libertà favorendo l’elezione di un nostro rappresentante. 16


Ricordo, come se fosse ancora oggi, che in attesa del ritorno di alcuni eminenti esponenti di Forza Italia all’Hotel Plaza, riunitisi nel frattempo in via dell’Anima, dove stavano decidendo candidature e liste, il Tg5 di Mentana interruppe il telegiornale con un comunicato sopraggiunto nel frattempo in redazione. Tale comunicato informava della presenza dei Verdi liberaldemocratici alle elezioni politiche del 1996 e dell’accordo sottoscritto con il Polo delle libertà. La gioia fu di breve durata in quanto si seppe successivamente che nella riunione decisiva di Via dell’Anima una componente di un partito che rivendicava di aver rappresentato da sempre, negli anni, l’istanza ambientalista, sentendosi scippata, si oppose fermamente alla nostra presenza. Questa almeno fu la motivazione ma in realtà non sappiamo realmente come andarono le cose e se questa è la versione attendibile. Il risultato fu che il Pdl, in quella tornata elettorale perse le elezioni per una manciata di voti ed il nostro progetto sconfitto anche se momentaneamente. L’occasione si presentò qualche anno dopo quando la nostra componente si riavvicinò ai Verdi Verdi del Piemonte di Maurizio Lupi, in precedenza co-fondatore dei Verdi liberaldemocratici. Conoscevamo perfettamente Maurizio Lupi e le sue personali ambizioni ma soprattutto conoscevamo le sue caratteristiche. Il nostro amico non aveva una precisa identità culturale ma solo fini personalistici. Questo ci permetteva, garantendogli quello spazio elettorale di cui aveva bisogno, di avere mani libere nel costruire un percorso politico dotandolo di uno specifico programma e dunque di un’anima. L’incontro con Lupi avvenne poichè eravamo a conoscenza e consapevoli delle ambiguità di un sistema che da sempre predilige la forma e non la sostanza. Il contenitore dei Verdi Verdi, almeno formalmente poiché da sempre storicamente presenti, poteva dare maggiore credibilità al progetto. Nel mondo della comunicazione esisti non tanto per i contenuti ma solo su analisi superficiali e frivole. Pertanto agli occhi della collettività, la valenza del prodotto Verde esiste non per una sua precisa dignità e peso specifico ma in una società consumistica legata alle apparenze esso ha acquistato una sua valenza in quanto riconosciuto come un marchio e dunque ritenuto “affidabile”. Ovvero noi tutti, molto spesso, non elaboriamo le cose per quelle che sono ma per come vengono riferite o per come ci arrivano attraverso manipolazioni mediatiche. Un esempio banale , sempre per rimanere in tema, viene offerto da alcuni prodotti consumistici di uso quotidiano come i bocconcini di carne reclamizzati per i nostri cani e gatti. Ebbene, pur essendo tali animali entrambi carnivori ed alimentandosi di carne o pesce a seconda dei gusti, negli scaffali dei supermercati vengono offerte le scatoletta di cibo per cani le scatolette di cibo per gatti differenziate e allo stesso identico prezzo. Ma con una differenza sostanziale: pur essendo allo stesso prezzo, gli acquirenti scelgono in base al pets posseduto non considerando minimamente che la scatola del cane, a differenza di quella del gatto, pesa dieci volte di più!!! Un risparmio assicurato che la manipolazione mediatica ha saputo approntare per suo tornaconto e che tutti noi oggi inconsapevolmente ed automaticamente, osserviamo come un diktat . 17


Sempre per rimanere in tema, come non ricordare alcuni esperimenti che ci portarono ad esempio a leggere alcuni passi del nostro programma tra alcuni componenti del mondo venatorio, dove il problema caccia veniva affrontato con approccio scientifico e dunque con una visione di gestione delle risorse e non di chiusura nei confronti di tale pratica. Ebbene, nonostante tutto, alla fine ci sentivamo sempre dire: “si ma tu si nu verde”! Il potere della comunicazione generalista, travalicava idee e pensieri annegando i doverosi distinguo nel calderone dell’impotenza culturale senza dare prospettive di uscita. E' chiaro che la valutazione oggettiva dei prodotti non avviene in base ad esperienze soggettive, ma attraverso inaffidabili promozioni legate più a campagne di marketing, attraverso il controllo dei media. Naom Chomski, famoso politologo, ha affrontato nel suo saggio “La Fabbrica del consenso”, in modo ineccepibile, come venga precostituito ed elaborato il consenso tra le masse e come siano vitali in questa direzione i contributi apportati dai mezzi di comunicazione. Una successiva considerazione, dalla quale non vogliamo esimerci, ci permette di analizzare ed elaborare altri ulteriori elementi che hanno diffuso e promosso un certo consenso alle liste verdi. Una di queste ragioni, è strettamente legata al livello di industrializzazione e di urbanizzazione degli anni ’70 ed ’80. Ovvero, più aumentava il livello di urbanizzazione ed industrializzazione, più si avvertiva l’esigenza di un ritorno alla natura ed ai suoi tempi che intercorrevano con effetti meno stressanti. Da qui si evince come tale consenso si sia diffuso, non a caso, in maggior misura nelle grandi città dove il contatto con l’ambiente naturale è ormai completamente falsato ed un lontano ricordo. Proprio in questi ambienti fortemente antropizzati, i Verdi del sole che ride raggiungevano percentuali di voto considerevoli, mentre nelle zone di campagna dove il rapporto con il territorio e con l’ambiente circostante è diretto e non mistificato , il loro consenso era praticamente inesistente. Ma nonostante tutto, con percentuali minime, sono ormai considerati i veri detentori del dogma ambientalista e questo è potuto accadere solo perché da sempre sono l’unico soggetto politico deputato a rappresentare tale istanza. Una sensazione ed un ricordo che riscontrammo quasi sempre, era la profonda diffidenza che molti avevano nei nostri confronti solo perché ormai nell’immaginario collettivo la parola Verde era associata alla sinistra e dunque i sottoscritti venivano sempre visti con diffidenza. Questo perché non esisteva ancora culturalmente e sotto il profilo programmatico, un approccio alle problematiche ambientali con un taglio e profilo in netta antitesi al pensiero ideologico dominante. Ed anche perché in questo paese esiste sempre il bisogno di confinarti in una categoria se non sei di destra, sei di sinistra e viceversa. Ma non avevamo altri mezzi e pertanto eravamo senza via d’uscita. Non è un caso che la politica e le imprese siano oggi in conflitto per accaparrarsi con ogni mezzo l’informazione, ben sapendo il potere che ne deriva. 18


La cartina tornasole furono le elezioni provinciali di Roma del 2003 dove venni candidato dai Verdi Verdi, di cui nel frattempo ero diventato coordinatore e segretario nazionale, alla Presidenza della Provincia con lo slogan il “verde non è rosso”! Nel frattempo continuavano gli incontri per rafforzare la nostra presenza sul territorio anche se con immane fatica. Gli addetti della politica sono perfettamente al corrente che la presentazione delle liste è in realtà una attività professionale cui è richiesta una certa preparazione alla quale sono dediti sempre e solo gli stessi gruppi di potere e di interessi localistici. Questi gruppi sono sempre pronti a saltare su un nuovo “carrozzone” solo se intravedono la possibilità di poter essere eletti ed un soggetto politico come il nostro non aveva, come dire, il giusto “appeal”! La svolta avvenne nel 2004, quando alle elezioni europee i Verdi Verdi si presentarono su tutte le circoscrizioni e contemporaneamente alle elezioni comunali di diverse città come ad esempio Napoli, Milano, Torino, Viterbo. La possibilità di presentarci alle europee nacque grazie all’apporto e sostegno di Forza Italia che ci permise di presentarci con il simbolo “Abolizione Scorporo” inserito all’interno del nostro, un escamotage questo che ci evitava l’impossibile ed arduo compito della raccolta delle firme. La legge elettorale alle Europee permetteva infatti a simboli che avessero racchiuso al loro interno altri simboli con eletti in Parlamento, la possibilità di presentarsi senza la raccolta delle firme. Nel frattempo, una mediazione di una componente politica vicina a Forza Italia, portò al tavolo delle trattative i Verdi Federalisti, rappresentati da Laura Scalabrini. Iniziarono subito i primi scontri tra la Scalabrini e Lupi solo, e sottolineo solo, per ambizioni personali. Alla fine la rappresentanza e il deposito del simbolo nelle varie circoscrizioni venne affidata al Nord a Maurizio Lupi, al centro al sottoscritto, al Sud alla Scalabrini. La presenza dei Verdi Verdi alle elezioni europee del 2004 fu un duro colpo per i Verdi del sole che ride che tentarono in tutti i modi, con mezzi leciti ed illeciti, lo scontro per gambizzare la nostra formazione. Si concordò altresì, tra le due componenti, i Verdi Verdi ed i Verdi Federalisti, la divisione della presenza sui Mass media nazionali. In tutti gli spazi assegnati ai Verdi Verdi, mi venne affidata la rappresentanza della nostra componente, anche perché Lupi non era assolutamente adatto ad alcun tipo di confronto su questioni ambientali. Le schermaglie iniziali furono per la composizione del simbolo dove necessariamente dovevano essere ricomposte le due “anime”, i Verdi Verdi ed i Verdi Federalisti. Lupi era più incline per optare per l’elemento grafico rappresentato dall’orsetto, lasciando alla Scalabrini, l’altro elemento identificativo, ovvero la dicitura Verdi Federalisti. Iniziai da subito un braccio di ferro con Lupi perché non condividevo la scelta dell’orsetto, ma propendevo bensì per la scelta Verdi Verdi, sia per una questione più politica che per una più incisiva potenzialità nella comunicazione. Verdi Verdi era assolutamente una scelta chiaramente identificativa della nostra collocazione e del nostro approccio ed antitetica ai Verdi rossi. Ebbi grande sollievo e, con grande smacco per la Scalabrini, la meglio. La prima partita era vinta! 19


In quelle settimane che ci separarono dal voto, occorsero altri episodi di cui mi preme raccontare. Venni infatti contattato contemporaneamente, in quanto avevo la rappresentanza della circoscrizione centro e dunque la delega in bianco per scegliere i candidati, da due noti personaggi assolutamente agli opposti per identità politiche, ovvero l’on.Rauti e l’on. Ripa di Meana. Rauti usciva da un congresso in cui era stato messo alle porte da l’on. Fiore e dunque era alla ricerca di una sua candidatura alle elezioni europee che potesse in qualche modo contrapporsi al suo nemico del suo ex partito. Capii immediatamente il sottile gioco ed il rischio per noi di venire identificati come un movimento verde di estrema destra. Sapevo altresì che, una volta eletto, l’on Rauti, avrebbe preso altre strade e che la sua fosse una operazione di mera contrapposizione e rivendicazione nei confronti di Fiore. Inoltre non potevamo politicamente accettare in quanto da sempre impegnati per spezzare la falsa equazione che il verde fosse uguale al rosso: ora non potevamo finire, accettando tale accordo, con l’identificare il verde con l’estremo opposto! Ho sempre sostenuto che il verde non potesse essere né di destra né di sinistra ed invitato, attraverso i Verdi del sole che ride, a sostenere la nascita di un movimento verde nell’area politica antagonista pena la deriva di questa istanza che monopolizzata da un solo soggetto e priva di un reale confronto sui temi, sarebbe stata prima o poi destinata a sparire dalla scena politica, come poi successivamente, di fatto accadde. Ma, come tutti sanno, nessuno vuole perdere i monopoli acquisiti, fanno tropo comodo. Alle europee del 2009, una di queste componenti di estrema destra, con un bizantinismo ed un trasformismo senza pari, si è trasformata in “Fronte Verde Ecologisti”, accreditandosi su “wikipedia”, l’enciclopedia sul web, come partito pur senza alcun parlamentare eletto. Ma, ed è forse questa la questione più meritevole di attenzione, tale piccolo raggruppamento ideologico di estrema destra ha adottato un programma che ricalca e condivide le stesse posizioni di un ambientalismo ormai condannato dalla storia. Osano presentarsi come partito ambientalista, mentre appare evidente il tentativo di una operazione trasformista, legata ad ambienti di estrema destra che non hanno mai avuto nessun interesse per le problematiche ambientali, se non forse quello di aver capito che la loro esistenza sarà possibile solo attraverso una nuova operazione di riciclaggio. In ultimo, come ciliegina sulla torta, hanno ripreso una frase di Alex Langer che sosteneva che i verdi non fossero nè di destra, nè di sinistra. Dunque, con una faccia tosta inaudita, hanno ripreso una posizione di Langer, sicuramente condivisa ma assolutamente ilare se si considera che tale monito viene da signori che sono gli eredi del movimento sociale di Rauti! L’incontro con Ripa di Meana si tenne in un bar della stazione Termini, non con lui personalmente, ma con due suoi ex compagni di partito, Federico Clavari ex tesoriere nazionale e Lele Rizzo ex coordinatrice nazionale e portavoce dei Verdi del sole che ride e nel 1994 altresì tra i promotori dei Verdi liberaldemocratici, dunque due vecchie conoscenze. Dare forma e sostanza alla nostra operazione politica, rafforzandola con la presenza di Ripa di Meana, non era una cattiva idea e non ci dispiaceva affatto. Non ne feci mistero, avrei ceduto volentieri la mia candidatura di 20


capolista della circoscrizione centro a Ripa di Meana. Chiesi però in cambio un accordo politico programmatico che rappresentasse e desse poi voce al nuovo progetto. L’impulsività e la reazione di Lele Rizzo a quella richiesta, dettata probabilmente da cattiva fede, fecero immediatamente capitolare ogni possibilità. Ripa di Meana era, sia culturalmente che a livello programmatico, ancorato ad alcuni vecchi temi che sono stati il cavallo di battaglia dei Verdi del sole che ride, come, tanto per fare un esempio, il No al Nucleare e da sempre a favore del grande bluff dell’eolico. Oggi diversamente, da Presidente di Italia Nostra, l’on. Ripa di Meana è ferocemente schierato contro l’eolico, insistendo, ed a ragione, che è solo una operazione che serve molto più alle grosse aziende per procurarsi i famosi certificati verdi contribuendo però negativamente alla distruzione del paesaggio. Dunque l’idea era quella di voler non solo creare un contenitore verde ma avevamo l’ambizione di dotarlo di una nuova identità ed un taglio culturale: da una parte Ripa di Meana poteva rafforzare la nostra presenza a livello di immagine, avrebbe poi ereditato senza colpo ferire una bella dote con il rischio successivo di rappresentare quelle stesse tematiche ideologiche, ereditate dai Verdi del sole che ride! Nel frattempo la Scalabrini, che non poteva accettare lo smacco di aver perso la sua circoscrizione storica, ovvero il Lazio, più per il significato politico che questa perdita rappresentava, cercò in tutti i modi di convincerci a cedergli la candidatura di capolista. Arrivammo ad un accordo: avrei lasciato il primo posto nella lista e abdicato di conseguenza in suo favore ad una sola condizione. Infatti chiesi ed ottenni la garanzia che avrebbe sostenuto il nostro programma ed a tal fine si sarebbe adoperata, se fosse stata eletta, a scindere il movimento tra la rappresentanza del direttivo e la rappresentanza parlamentare delegando alla prima la definizione delle linee guida programmatiche. Caddi ingenuamente nel tranello, anche se in realtà ero ben consapevole dell’identità ed ambizioni del personaggio e sperai che mantenesse ad ogni modo i patti. Ero nel frattempo impegnato a sostenere la strenua difesa dagli attacchi irati dei Verdi del sole che ride che, in vari tribunali, cercavano con numerosi ricorsi nei vari gradi di appello ed in ogni comune e circoscrizione dove eravamo presenti con il nostro simbolo, di ostacolarci con ogni mezzo. La sentenza decisiva, venne dal Consiglio di Stato che con una decisione sui generis e fortemente in antitesi rispetto a tutte le altre sentenze che da circa venti anni avevano sostenuto le nostre ragioni, respinse il simbolo da tutte le elezioni comunali sostenendo la sua confondibilità. Alle elezioni europee, probabilmente perché non si poteva fare una figuraccia in Europa rimandando le elezioni, in quanto mancavano pochi giorni ed i manifesti e le schede elettorali erano già stati stampati, decisero di lasciarci correre ma con una indicazione che non aveva mai avuto precedenti. Il piccolo simbolo, “Abolizione scorporo”, doveva essere ingrandito a dismisura fino a camuffare e nascondere il simbolo della nostra lista. Era chiaro che eravamo stati abbandonati al nostro destino, anche perché i Verdi del sole che ride misero in atto una serie di manifestazioni attaccando pesantemente il premier Berlusconi ed a 21


bordo di gommoni circondarono la sua villa in Sardegna, oggetto di recenti e profonde ristrutturazioni. La villa era stata trasformata in un bunker di tutta sicurezza ed i Verdi del sole che ride minacciarono azioni e denunce per opere realizzate in totale violazioni di leggi ambientali. Per Forza Italia poteva essere un’arma a doppio taglio e dal Ministero degli Interni, dove sedeva un esponente dello stesso partito, ci arrivò questa insolita richiesta. Il momento più bello fu quando, alla presentazione dei simboli presso l’ufficio di accettazione del Ministero dell’Interno, il nostro simbolo venne accolto. Diversamente, quello dei Verdi del sole che ride fu ricusato con un ricorso della loro stessa maggioranza, perché era stato inserito all’interno del loro simbolo, la dicitura “Per l’Ulivo” che era al contempo utilizzata dal partito democratico e da altre componenti del centro sinistra. Pecoraro Scanio era chiaramente su tutte le furie quando, con un nostro comunicato, come ciliegina sulla torta, titolato “Caro Alfonso non fare il Pecoraro” si ricordò la parabola del pastore e del lupo. In effetti, in quell’occasione magica, si fece accenno alla parabola ed al suo insegnamento. Pecoraro Scanio, a furia di aizzarsi contro di noi, avrebbe corso il rischio non solo di perdere credibilità ma altresì di essere abbandonato alla fine al suo amaro destino. Il comunicato fu ripreso da tutte le agenzie suscitando grande ilarità: un momento unico, irrinunciabile ed indelebile. E tale parabola, esaminata a distanza di tempo, fu assolutamente veritiera e preveggente, anticipando il suo destino. Tornando a noi, la improvvida decisione del Consiglio di Stato era assolutamente incomprensibile. Solo un anno prima, alle elezioni provinciali di Roma, con addirittura presenti tre simboli, i Verdi Verdi, i Verdi Federalisti, i Verdi del sole che ride, lo stesso Consiglio di Stato aveva deciso per la sostenibilità e legittimità dei simboli! In quel caso, il ricorso dei Verdi del sole che ride, venne respinto in quanto il Consiglio di Stato sostenne e motivò che la parola Verde, come la parola Democrazia, la parola Comunista , appartengono ad una vasta area cultural-politica e pertanto non potevano essere di esclusiva appartenenza di un solo soggetto politico. Non a caso, nel nostro Parlamento, a sostegno di quanto affermato dal Consiglio di Stato, sono stati presenti partiti con in comune non solo la dicitura identificativa ma, altresì, lo stesso simbolo. Ad esempio i Comunisti Italiani e Rifondazione Comunista, con in comune non solo lo stesso termine “Comunista” ma oltretutto lo stesso simbolo: la falce ed il martello! Inoltre, da quindici anni, ogni sentenza fu sempre favorevole nei nostri confronti ed in tale ambito la giurisprudenza consolidata. Questa decisone da paese dei balocchi , evidenzia come la legge sia un diritto e prerogativa per pochi. Tutto veniva improvvisamente sconfessato ed il nostro lavoro di quindici anni, le nostre fatiche, le nostre ambizioni annullate tra l’indifferenza ed il compiacimento generale. Ciononostante arrivò il giorno delle elezioni e senza alcun mezzo e con una campagna elettorale priva di manifesti e di ogni minima iniziativa che potesse sostenere e dare visibilità alla nostra causa, in un sistema bipartitico dove la presenza elettorale e l’esistenza di un soggetto politico, la si misura anche in termini di presenza sui media, ottenemmo lo 0,6 per cento. Ricordo che la Mussolini, con lo 0,7 22


per cento e dunque con solo un 0,1 per cento in più, fu eletta al Parlamento Europeo. Successivamente emersero i soliti brogli e si scoprì che in molte sezioni, con Presidenti più vicini allo schieramento antagonista, dove il voto era attribuito ai Verdi Verdi, veniva diversamente assegnato ai cugini del sole che ride: furono circa diecimila le schede contestate che, se attribuite correttamente, avrebbero probabilmente coronato il nostro progetto. In una società fortemente informatizzata, risulta particolarmente fuori luogo e contraddittorio, che ancora oggi si debba andare a votare barrando la scheda elettorale con la matita, sempre chiaramente nel rispetto della decisione popolare e della sua sovranità: l’equazione è dunque molto semplice, la matita sta ai brogli come la sovranità al popolo!! E questo, qualora ci fossero ancora dubbi, è un ulteriore termometro della scarsa considerazione dei partiti nei confronti dell’ elettorato. L’anno successivo arrivò un’altra scadenza elettorale: fu il turno delle elezioni regionali del 2005, dove si consumò la rottura definitiva con la Scalabrini e Lupi, che cercarono un accordo sottobanco con i Verdi del sole che ride, testimoniato anche da un editoriale di Repubblica. Scalabrini e Lupi tentarono una doppia trattativa, sia con i Verdi del sole che ride , cercando un accordo di desistenza ed allo stesso tempo non rinunciarono di trattare con il centro destra. Erano pronti ad offrirsi al miglior offerente. L’accordo non si chiuse perché i Verdi del sole che ride non accordarono né a Lupi, né alla Scalabrini, le due candidature blindate richieste, che garantissero la loro elezione. Era una richiesta troppo svantaggiosa, soprattutto per le caratteristiche dei due personaggi, troppo rischiosa. Nel Lazio la Scalabrini fu neutralizzata, poiché la nostra componente, che nel frattempo aveva dato vita alla nuova formazione degli “Ecologisti”, chiuse un accordo con Francesco Storace. Lupi in Piemonte, nonostante tutto, si presentò nella coalizione di centro destra con i Verdi Verdi ma fu costretto a modificare il simbolo causa un ricorso dei Verdi del sole che ride, forti della sentenza del Consiglio di Stato dell’anno precedente. Il nuovo simbolo di Lupi presentava la scritta “Ambientalisti“ in piccolo ed in grande, ben visibile, “Per Ghigo” ovvero il nome del candidato alle elezioni regionali del PDL. Questa sua inventiva, tipica del personaggio, abilissimo nel presentare simboli civetta, perché questa in fondo era la sua reale vocazione, gli garantì con meno di 20 voti l’elezione a Consigliere regionale. Speriamo che le prossime elezioni possano fare giustizia e ricacciare definitivamente questo personaggio nel dimenticatoio. L’anno successivo, il 2006, arrivò la scadenza delle elezioni politiche. In questa tornata elettorale con efferatezza fu decisa, con contrattazioni sotto banco, la nostra definitiva capitolazione. Lo scambio sulla legge elettorale in discussione ed oggetto di modifica presso le due Camere, apportò una sostanziale variazione al testo, dove si garantiva e legittimava sempre la presenza elettorale, pur in presenza di simboli aventi la stessa dicitura, vedi ad esempio Rifondazione Comunista e Comunisti Italiani ma, e qui era la grossa novità, solo ai partiti che avessero una rappresentanza parlamentare. Dunque, con tale norma, fortemente anticostituzionale, si ritennero non confondibili dei partiti come Rifondazione Comunista ed i Comunisti Italiani, pur con identico simbolo, la falce ed il martello e stessa denominazione “Comunisti” 23


solo perché con deputati presenti in parlamento, mentre i simboli, tra virgolette come il nostro, privi di rappresentanza, vennero esclusi dalle competizioni elettorali perché confondibili fra loro!!! La casta, che non veniva ad essere minimamente intaccata da tale norma anzi, tutt’altro, ne veniva rafforzata, si trovò comunemente in piena sintonia e nessuno pensò minimamente non tanto di difendere le nostre pretese quanto i principi e valori che sono garantiti dalla nostra carta costituzionale. Chi di spada ferisce di spada perisce La nostra buona stella, nonostante tutto, non ci abbandonò, anzi appoggiò la nostra causa, rendendo presto il ben servito ai nostri cugini. Infatti, nel richiamare un famoso detto che ricorda “Chi di spada ferisce di spada perisce”, nel 2008 non solo i Verdi del sole che ride ma anche i Comunisti Italiani ed altre frange di estrema sinistra e di estrema destra sono stati proiettati, per la prima volta nella storia del nostro paese, fuori dal Parlamento e dunque senza più una rappresentanza parlamentare, aprendo così alle prossime elezioni politiche un vero grattacapo per quelle forze antagoniste facenti capo allo stesso schieramento e con simboli identici . La scelta ricadrà tra due opzioni, la prima di presentarsi con un unico simbolo cercando una ricomposizione e mediazione tra le due anime di sinistra, Rifondazione e Comunisti Italiani od, in alternativa, pressare il Parlamento per una soluzione che possa intervenire sulla legge elettorale, garantendo loro la doppia presenza, senza incappare nella norma della confondibilità, dei simboli non rappresentati! La cosa, sicuramente irripetibile, è che con i Verdi del sole che ride fuori dal Parlamento, tutto viene rimesso in gioco e dunque per assurdo, per noi lecito riproporre un simbolo che richiami la dicitura Verde. Non vi nascondo che la tentazione è forte ed avrebbe solo il fine di impedire a tutti i costi la presenza lesiva e la rappresentanza di un finto soggetto ambientalista. Se ai Verdi Verdi si impedì la presentazione della lista, con una sentenza clamorosa che sollevò ombre e dubbi, lo stesso non avvenne, quando a metà degli anni ’80, due movimenti si presentarono alle elezioni politiche eleggendo parimenti deputati e senatori nelle liste dei Verdi del sole che ride e dei Verdi Arcobaleno! Questo era altresì un ulteriore precedente a sostegno delle nostre ragioni, ma nel paese dei balocchi niente è certo. E non furono nemmeno prese in considerazione, le sentenze di quindici anni precedenti che avevano sempre sostenuto le nostre ragioni, sin da quando venne presentato il primo ricorso da Ripa di Meana nel 1993. Non nascondo che la collocazione dello schieramento Verde fuori dal Parlamento, scaturita con le elezioni politiche del 2007, fu una rivincita personale ma non politica. L’istanza ambientalista, pur con tutte le sue contraddizioni, contraddistinta da un movimento che aveva ben poco di “verde” più impegnato sui temi pacifisti, più vicini a gruppi e movimenti oltranzisti ed ideologici, aveva perso la sua rappresentanza istituzionale ed il progetto nel suo complesso ne usciva fortemente indebolito. Ma senza perdermi d’animo, voglio augurarmi che sin dalle prossime elezioni tale vuoto istituzionale possa trovare in misura eguale, in entrambi gli schieramenti, la sua 24


definitiva collocazione politica e non partitica. Il movimento verde, che nei primi anni ’80 aveva ottenuto risultati incredibili, attestandosi intorno all’otto per cento, proprio perché riconosciuto dall’elettorato come movimento non ideologico, speriamo e crediamo, che possa ritrovare, in un sistema bipolare, una paritetica rappresentanza nei due schieramenti, perché la dialettica può solo accrescere tale istanza e dunque favorire e contribuire ad accrescere in entrambe le ali degli schieramenti politici attenzione e sensibilità verso il problema. Questo sarà possibile solo se si attiveranno dei processi di reciproca legittimazione perchè, come è noto, i monopoli sono sempre deleteri e nascondono in realtà non la tutela di reali interessi, ma di personali rendite di posizione. La storia ne è stata, e ne sarà sempre, testimone. Cogito o…..coito ergo sum! A distanza di anni, se un bilancio deve essere fatto, mettendo insieme gli obiettivi raggiunti anche se l’ago della bilancia pende sicuramente sul meno, non per una questione sostanziale ma semplicemente formale, dobbiamo assolutamente riconoscere che comunque siano andate le cose, sono stati anni di grande esperienza che ci hanno arricchito sotto ogni profilo. Abbiamo acquisito quelle conoscenze ed esperienze che ci hanno permesso di vedere le cose con luce nuova. Riesco oggi ad evitare quelle semplicistiche categorie che sono l’una in antitesi con l’altra e portano o a pontificare o a demonizzare l’avversario, cogliendo sfumature e particolari che prima mi erano preclusi. Queste lezioni non si apprendono dai libri di scuola o dai testi universitari che sono assolutamente propedeutici ad un percorso formativo e dunque sicuramente determinanti ma è la palestra della politica a marcare la differenza alla quale, una volta avvicinato, fai fatica a farne a meno e fornirti quel quid in più che ti caratterizza e ti forma. La politica intesa, non come arte per sopraffare gli altri o concepita come luogo per esercitare sugli altri il proprio dominio. Per questo sono diversamente convinto che sia molto più verosimile che il potere diversamente da quanto affermato, logori più chi ne sia venuto in possesso , di quanto possa logorare la moltitudine, più vicina, diversamente, a problematiche quotidiane e di mera sopravvivenza. Pertanto credo che tale sindrome, sia più affine alla sfera politica, di quanto non si voglia diversamente far credere. Ed è forse oggi, questa diversa interpretazione del potere, alla base della crisi del sistema. Una politica concepita e pensata per esercitare la propria sfera di influenza sulle persone più deboli ed in difficoltà e non diversamente finalizzata ad accrescere un popolo e liberarlo da quelle catene rappresentate da quel gap culturale alle quali immoliamo la nostra crescita, il nostro sviluppo. Il potere è diversamente ricercato da coloro che hanno in realtà compreso che i meccanismi di uno stato , non sono mai orientati verso la ricerca del giusto, della verità, ma vengono sempre sacrificati per altri subdoli fini , e dunque la conquista del potere gli garantisce una immunità assoluta ! L’idea di dedicarsi interamente ad un progetto culturale aveva in sé, sin dall’inizio, profonde contraddizioni ed enormi difficoltà, ma se penso a quanto poche persone 25


insieme, sono riuscite a fare, credo e sono convinto che non abbiamo nulla da rimproverarci. Il problema vero è che non tutti sono disposti allo stesso modo a sognare, poiché sono molti di più coloro che per mancanza di coraggio finiscono per relegare i propri sogni in un cassetto, preferendo vivere in un limbo senza fine, dove da attori si finisce per essere inutili spettatori della propria vita, rinunciando a vivere, per sopravvivere. Inoltre, una nostra comune ed atavica consuetudine che ci contraddistingue, ritiene molto meno dispendioso e gratificante saltare sul carro dei vincitori piuttosto che battersi per principi e valori. Questi sono i motivi per i quali, la classe dirigente dei partiti, nel corso degli anni, è rimasta immutata. Sono cambiate le sigle ma non la sua rappresentanza sempre pronta ad approfittare del carro più ricco e meglio “allestito”. Agli inizi del 1990 il nostro pensiero e taglio programmatico era assolutamente innovativo. L’ecologia di mercato, la tutela dei beni in senso privatistico, prendendo spunti da Sant’Agostino, che senza dubbio era stato il precursore di questa filosofia, il biocentrismo contro ogni relativismo, erano tematiche, ancora per lo più sconosciute. Nei pensieri di Sant’Agostino e nei suoi discorsi, ritroviamo affermazioni e considerazioni che affermavano e sostenevano come solo l’interesse del singolo avesse potuto tutelare al meglio i beni ambientali, in quanto solo il singolo individuo poteva avere maggiore interesse nella tutela, piuttosto che una indefinita collettività. La nostra sfida era di affrontare e fare fronte al pensiero dominante della galassia verde, permeata di una cultura statalista e biocentrica, nettamente in antitesi con il nostro comune sentire. Nel lontano 1990, questo nuovo approccio fu sicuramente innovativo e ci consentì di distinguerci e caratterizzarci, rappresentando in solitudine questa nuova corrente di pensiero. In effetti, il concetto egoistico e di indifferenza, tipico di una cultura statalista, che i beni collettivi, ovvero aria, acqua e terra fossero di tutti e di conseguenza di nessuno, consentiva che questi beni non fossero adeguatamente apprezzati, anzi fossero oggetto di scempio e devastazione. Non assegnando agli stessi un valore intrinseco, proprio perché indefiniti, senza alcun prezzo, si lasciava all’uomo la totale libertà di utilizzarli senza alcuna considerazione, scaricando, con opportunismo sulle fasce deboli della popolazione, tutti gli aspetti negativi che scaturivano dalle varie e numerose fonti di inquinamento. Dunque lo Stato, almeno virtualmente, sempre per un approccio etico, finiva per rappresentare al meglio la protezione di tali beni, mentre il singolo, l’individuo ne veniva definitivamente spodestato. Addirittura, veniva affidato, con una delega in bianco, alle associazioni ambientaliste, le uniche destinate a rappresentare tali interessi, cosiddetti diffusi, presso le sedi istituzionali , senza alcun controllo da parte dei cittadini, scippati dei loro diritti e ridotta di conseguenza la loro potestà soggettiva. Questo ha permesso alle associazioni ambientaliste di essere le uniche interlocutrici delle imprese. Un paradosso questo, che ha dato vita a commistioni di interessi, diritti e doveri, da cui sono scaturite strane alleanze, sacrificando molto spesso l’interesse dei cittadini a cause e logiche che con la protezione dell’ambiente hanno ben poco a vedere. Da qui nacque la necessità di fare muro a queste ambigue percezioni ed in tal contesto, l’ecologia umanistica doveva contribuire ad un riposizionamento di tali surreali visioni, sorrette 26


da laici e cattolici, accomunate da un identico denominatore che sostiene la centralità dell’uomo. L’uomo doveva essere considerato, a pieno titolo, come soggetto di diritto e l’ambiente in cui vive rilevante per un suo concreto ed equilibrato sviluppo. Era opportuno sostituire alla vecchia concezione che riconosceva l’ambiente come qualcosa di separato e distinto dall’uomo, una nuova concezione, che considerasse come il nostro sviluppo non potesse essere separato dall’ambiente in cui viviamo poiché ad esso è strettamente connessa la nostra sopravvivenza sul pianeta. Dall’applicazione di questo principio, scaturiscono una serie di conseguenze brevemente riassumibili. Nel XXI secolo abbiamo potuto assistere alla vittoria dell’uomo sulla natura, questo in realtà ha prodotto una forte devastazione del pianeta ed un altissimo inquinamento. La sfida del nuovo secolo sarà tutta nel riscoprire quel rapporto osmotico e di interazione con la natura, non combattendola ma cercando di comprenderla per sancire una alleanza. Da questa alleanza potremo carpire i suoi segreti reconditi e, utilizzare le forze della natura a nostro vantaggio, senza distruggere il pianeta. Aria, sole e acqua sono le nuove fonti energetiche nelle quali bisognerà investire perché sono la chiave per uno sviluppo sostenibile del pianeta, pertanto la scienza, la nostra migliore alleata. Le nuove tecnologie, che si stanno sviluppando in tali settori, non sono ancora sufficientemente mature e non possono ancora sostituirsi alle tradizionali fonti di approvvigionamento come il petrolio od il nucleare ma sono necessari sempre più investimenti in tale ambito ed un maggiore impegno per scoprirne delle altre. Occorrerà un profondo lavoro per sostituire, ad un eco-pessimismo imperante , una visione eco-ottimistica, alleata della scienza e della fede. Da qui scaturisce l’idea che l’ecologia umanistica non è solamente limitata al rapporto tra uomo e natura , ma deve allargarsi ed estendersi ed abbracciare ogni cosa. L’ecologia umanistica è un modo di porsi nel confronto e nel rapporto con gli altri esseri viventi, tenendo in considerazione un principio assolutamente condivisibile, che riconosce un limite alla nostra libertà nel preciso momento in cui essa si interseca e rapporta con altri soggetti ovvero nella consapevolezza che la nostra libertà finisce dove inizia la libertà di un altro, che trova dunque nel rispetto la sua ragione d’essere, la sua essenza intrinseca. In conseguenza di ciò, rispettare l’altro, significa anche rispettare l’ambiente e le generazioni future. Per noi, senza mezzi di comunicazione, è stato senza alcun dubbio un’impresa ardua cercare di portare tra la gente tale messaggio, senza contare, poi, che molti di coloro che avevano intrapreso tale viaggio, avevano insiti nel loro Dna, valori in netta antitesi con gli obiettivi prefissi. Molte persone che sono state nostri compagni di viaggio, erano difatti, non particolarmente interessate al progetto culturale ma, bensì, ad una loro e personale affermazione politica. Tutto questo era oggetto di continue e consapevoli mediazioni, che tentammo di cavalcare cercando di raggiungere quell’obiettivo minimo che avesse potuto fare da apripista , ovvero il riconoscimento politico di un soggetto verde nell’area politica antagonista dei nostri cugini! Era per noi chiaro che il tentativo di portare avanti nel centro destra una qualsiasi politica verde sarebbe stato sempre zoppo e l’insuccesso garantito, in quanto, in un 27


sistema bipartitico dove tutte le anime erano egualmente rappresentate, come ad esempio con i socialisti, i democristiani, i liberali, i repubblicani presenti in entrambe le ali dei due schieramenti, l’anima verde ed ambientalista era praticamente assente. Questo sicuramente il motivo che rafforzò il monopolio dei verdi e la più convinta e radicata sensazione tra l’elettorato che il verde fosse rosso! Nulla di tutto questo poteva essere più errato. Tale istanza, pur non trovando nella classe dirigente di centro destra soggetti credibili che potessero incarnarla, aveva tra il suo elettorato ed anche tra l’elettorato verde, collocato una folta rappresentanza elettorale nello schieramento di sinistra, più per mancanza di una alternativa che per convinzione mentre l’ideologia dominante sosteneva senza ragione e con un evidente gap culturale la falsa equazione che il verde fosse rosso! La nostra collocazione, nell’area politica di centro destra, era dettata non solo da una maggiore affinità culturale ma in realtà, dalla presenza nello schieramento di sinistra di un soggetto verde. Altro elemento caratterizzante, che in un certo senso rappresentò un grosso “gap”, era dovuto al fatto che il nostro gruppo aveva preso forma al di fuori del controllo della cittadella politica. Non era, come dire, sostenuto, pensato e strutturato per irretire e convogliare parte dell’elettorato al servizio di lobbies partitiche, interessate non tanto a sostenere progetti culturali che si caratterizzassero con una loro precisa identità ma ad operazioni di marketing finalizzate ad accaparrarsi con metodo scientifico voti al servizio di progetti legati a gruppi di potere. Il sistema elettorale attuale non è basato su maggioranze che democraticamente si alternano, questo forse valido per tutti coloro che realmente non riescono a vedere oltre, bensì è un sistema corporativo che garantisce solo l’alternanza di piccole minoranze oligarchiche e di potere. E’ un sistema maggioritario zoppo, dove in assenza di elezioni primarie, i cittadini sono privati del sacrosanto diritto di eleggere i loro rappresentanti e tale compito diversamente affidato alle segreterie di partito. Il momento del voto si traduce in una passiva “ratifica” di decisioni prese da altri. Non possiamo però muovere alcuna critica al nostro sistema elettorale ed a qualsiasi altro sistema se non comprenderemo in primis che nessun sistema elettorale potrà mai garantire maggioranze democratiche se contemporaneamente noi tutti, non innalzeremo il nostro livello culturale e la nostra capacità di analisi e di critica . Non è un caso pertanto ma, contrariamente, una conseguenza dei principi precedentemente affermati,che molti soggetti politici negli ultimi anni sono nati o si sono semplicemente trasformati con operazioni parlamentari al di fuori della reale portata e controllo della popolazione chiamata ad esprimersi con il voto. La nostra mancanza di ipocrisie e forse il nostro bisogno di porci e sentirci culturalmente più lontani dalla gestione del potere non essendone ancora stati ammaliati e pertanto più vicini alla gente di quanto diversamente una certa nomenklatura era tenuta a fare, è stato senza dubbio il motivo per il quale personaggi e politici avvezzi e navigati, ci hanno sempre considerato con tenerezza. Era noto a costoro che in un sistema politico come il nostro, difficilmente certi obiettivi potevano essere raggiunti senza, come dire, 28


benedizioni dall’alto perché la politica senza generalizzare , ha perso certi valori di riferimento ai quali dovrebbe diversamente ispirarsi. Queste esperienze hanno rafforzato la nostra convinzione che fino a quando il paese non si libererà da certe pastoie e da forse un nostro vizio recondito, che nei secoli ha sempre visto contrapporsi guelfi e ghibellini, lo Stato Sabaudo ed il Regno del Meridione, la Repubblica di Salò e lo Stato Italiano, i rossi ed i neri, non si arriverà mai a nessuna consapevolezza e la verità sarà sempre opportunamente occultata a vantaggio di ideologie predominanti alleate del revisionismo, nemiche della storia, che rifiutano di riconoscere nella parte soccombente il lato buono, demonizzando tutto senza preclusione di sorta, rivendicando sugli altri solo il primato morale. Questo processo sarà possibile solo se ognuno di noi acquisirà la reale consistenza e consapevolezza di chi realmente siamo, attraverso una profonda e convinta maturazione culturale. Non a caso l’Onu, dalle indagini statistiche in suo possesso, rileva che ancora oggi nel nostro paese è presente un forte tasso di analfabetismo, circa un 30% , ed una bassissima percentuale di laureati, il 12 %. Sempre l’Onu, scorporando i dati, ed analizzando la reale percezione e conoscenza delle varie fasce della popolazione, ad esempio attraverso indagini quali ad esempio sondaggi sull’uso del computer, sulla percentuale di giornali e libri letti, considera che circa il 50-60% della popolazione italiana, non ha strumenti idonei e sufficienti per poter leggere un articolo ed elaborare con indipendenza e nel merito un giudizio appropriato. Questo è il vero vulnus, il vero tallone d’Achille della nostra democrazia. E’ naturale e legittimo, esercitare noi tutti il nostro sacrosanto diritto di voto, ma per avere un peso reale, esso dovrà essere esercitato, non solo con fede, ma con una adeguata preparazione! E guarda caso la politica, solo nel momento del voto, si rivela democratica, attribuendo a tutti quanti, senza distinzione, senza considerare le diverse esperienze formative e culturali, lo stesso identico peso, riconoscendo ad ogni testa un voto. Questo finisce inesorabilmente per penalizzare la formazione di una classe dirigente, più vicina ai cittadini e lontana da certe concezioni e logiche dei partiti. In ogni consultazione elettorale, e questo è il dato e la conseguenza, il voto viene regolarmente esercitato da un massimo del 60% dell’elettorato mentre un 40% da sempre si astiene. Questo è il motivo per il quale, all’interno delle liste dei partiti ,sono catapultati sempre più nani, ballerini, veline che con la loro presenza sono un forte richiamo per quell’elettorato più sensibile a certi belletti. Sono testimonianza di questo, tutte quelle persone che per anni hanno con fede e profonda convinzione votato a sinistra od alla destra degli schieramenti, da sempre schierati, almeno a parole, in difesa delle classi sociali meno abbienti, fino a scoprire a proprie spese che quei movimenti, erano in realtà preordinati per scoprirsi, caduti certi muri, tutti democristiani! Ed anche qui permettetemi un breve distinguo, perché se oggi l’utilizzo del termine democristiano è a senso unico, non possiamo usare indiscriminatamente tale termine senza pensare che non tutti i democristiani, così come non tutti i comunisti od i socialisti, possano essere racchiusi nella semplice categoria che li divide tra buoni e cattivi. Quella stessa classe dirigente, che per anni aveva eretto barricate in difesa delle classi sociali meno abbienti, si dimostrò 29


improvvisamente molto più sensibile alle ragioni di bottega, di quanto abbia in realtà voluto far credere in precedenza. In questo la natura è palestra di vita ed al di fuori di falsi sillogismi, è molto più attenta alla fisiognomica che al politichese, riconoscendo che la nostra forza non esiste e non proviene dagli altri, non è una rendita ma una lotta che giorno dopo giorno con sacrifici e dure prove si conquista. Chiunque spera e pensa al miracolo ed all’aiuto della provvidenza, magari sotto forma di incentivi sociali, dovrà rendersi conto che fino a quando non svilupperà esso stesso una propria coscienza, ma non di classe, bensì di conoscenza, accrescendo consapevolmente il proprio livello culturale, sarà sempre un utile strumento nelle mani di pochi a suo personale discapito, pesando dannosamente sulla collettività! Inoltre, si renderà colpevole di sostenere e contribuire alla diffusione delle ideologie dominanti. Comprendere appieno la differenza tra le ideologie e gli ideali è determinante. Le ideologie sono quelle idee di poche persone che finiscono per diventare universali senza un effettivo riscontro. Sono, al pari dei dogma, diritti precostituiti e inalienabili, che si riconoscono non nella ragione delle cose ma dalla percezione di una realtà che viene loro attribuita. Diversamente gli ideali sono idee riconosciute e condivise attraverso criteri oggettivi e di verifica continua. La libertà è pertanto un diritto che non si eredita ma si conquista. E dunque se in tali affermazioni avvertiamo tutte le contraddizioni di certe classi dirigenti che biecamente si sono approfittate senza troppi scrupoli del loro elettorato di riferimento, dall’altra non possiamo considerare, stimare e plaudire tutti quei singoli elettori, da destra a sinistra, che con fede e convinzione, irretiti da logiche avulse al reale sviluppo sociale e culturale del nostro paese, ma in buona fede, sono state attratte in queste orbite, mostrando più di tutti fede e coerenza. Pertanto sarà necessario riconsiderare il peso effettivo ed il significato rilevante del nostro gesto che compiamo al momento del voto ed invitare i cittadini ad accrescere con percorsi formativi il proprio livello di conoscenze e comprendere che l’ignoranza non è mai un male ma una presa di coscienza utile ad elevarci moralmente e spiritualmente. La strada della conoscenza, è un viaggio senza fine di cui nessuno può vantare di detenere la cattedra. Non possiamo lasciare ed affidare la gestione del paese nelle mani di pochi senza comprenderne certi meccanismi. Bisognerà per questo imparare a diffidare ed analizzare ma, soprattutto, verificare ogni messaggio, ogni notizia perché la critica, quella vera, è fondamentale per determinare gli sviluppi futuri. Un primo passo potrebbe essere nell’ inserire tra le materie della scuola dell’obbligo l’insegnamento del Diritto Costituzionale, di cui non viene pienamente colta l’importanza ma che rappresenta la base per comprendere le regole ed i principi su cui si fonda la nostra democrazia. La classe politica ritiene la nostra Costituzione inalienabile ma non fa nulla per diffonderla ! Il referendum rappresenta sicuramente la cartina di tornasole delle affermazioni precedenti ovvero che la classe politica sia a ragione convinta e la maggiore sostenitrice in ombra delle tesi sopraddette. Analizziamo ad esempio il referendum. In effetti non tutti sanno che questo strumento che dovrebbe rappresentare una forma 30


libera di espressione della volontà popolare è, in realtà, un semplice sondaggio dove il Parlamento è poi chiamato o ad uniformarsi o, diversamente, a modificarne e stravolgere completamente l’esito. Tutti ricorderanno ad esempio il Referendum per abolire il Ministero dell’Agricoltura, che non fu soppresso ma semplicemente mantenuto con un escamotage tutto bizantino e ribattezzato “Ministero delle Risorse Agricole e Forestali”! Questo accade perché il nostro sistema costituzionale si basa su un referendum abrogativo e non propositivo. La differenza tra i due strumenti non è di poco conto. In effetti il primo non proponendo ma semplicemente abrogando, rimette tutto in discussione delegando nuovamente il Parlamento ad esprimersi nel merito per apportare le dovute ed opportune modifiche. Questo strumento è servito quasi sempre infatti, per legittimare operazioni partitiche, mettendo nelle mani di molti referendari, da destra a sinistra, un’arma che spesso è stata utilizzata per scopi di contrattazioni politiche a proprio uso e consumo. La contraddizione di questa seconda repubblica è inoltre nel non essersi accorta che la caduta del muro di Berlino non ha rappresentato il crollo di una sola ideologia, ma di tutti quanti quei movimenti ideologici che si richiamano alla tradizione del ‘900 e questo sempre con un escamotage che ha permesso di contravvenire alle chiare indicazioni manifestate dall’elettorato con il referendum sul sistema maggioritario. Contravvenendo alla volontà popolare, il referendum dell’on. Segni sul maggioritario, è stato infatti opportunamente sradicato, mantenendo la possibilità, con una successiva presa di posizione del Parlamento, di eleggere alla Camera sul proporzionale un quorum di deputati. Questo piccolo escamotage, oltre ad annullare gli effetti del sistema maggioritario, permise ai partiti legati alla prima repubblica, di sopravvivere tutti, indistintamente, ed anche di dimostrare lo scarso peso e considerazione attribuito alla volontà popolare, ancora una volta tradita ed immolata alle esigenze della casta. Si passò da un sistema bipolare, acclamato a furor di popolo con la scelta referendaria, ad un sistema bipartitico, voluto dalla casta per mantenere vivi tutti i partiti della prima repubblica e non fare torti a nessuno. Con questa scelta si accantonò ancora una volta la possibilità di un confronto solo sui programmi tipico di democrazie mature. Programmi che finirono per essere relegati e confinati in un alveo, acuendo lo scontro categorico dell’elettorato di destra e di sinistra. Siamo ormai allo sbando, assistiamo a lotte intestine solo per la conquista del potere, in una monarchia partitica che si è addirittura esonerata dalla raccolta delle firme per la presentazione delle liste. Questa è senza dubbio una iniziativa che costituisce una ulteriore discriminante per coloro che volessero impegnarsi in politica al di fuori dei partiti di riferimento. Una monarchia dei partiti, dove i loro Re, segretari e Presidenti, e non i cittadini possono scegliere i candidati più affidabili premiandoli con un nuovo mandato, se rispettosi delle regole imposte o spediti a casa in caso contrario. La sintesi è dunque implicita: più basso sarà il livello culturale e di conoscenza della popolazione chiamata ad esprimersi con il voto, tanto più alto sarà il potere dei partiti sempre più svincolati dal loro elettorato, con deleghe in bianco affidate per tutta la legislatura senza alcuna reale verifica e controllo. A farne le spese sarà tutto il paese che si troverà una classe dirigente formata non tanto da giovani impegnati a 31


costruirsi il proprio curriculum con corsi universitari, master, stage di ricerca e formazione , ma intraprendenti arrivisti che senza meriti occuperanno posti di potere. Questo è un ulteriore affronto se si pensa all’altissimo investimento dello Stato nel settore universitario, considerando che ogni laurea ha un costo esorbitante per i cittadini contribuenti di quasi 400 milioni di euro ! Senza considerare altri effetti negativi quali l’altissima migrazione dei nostri giovani ricercatori sempre sottopagati, costretti ad approdare all’estero per ritrovare quella considerazione, stima e rispetto che gli sarebbe diversamente dovuta. Ad esempio è sufficiente pensare che il 15-20% di quanto brevettato nelle università americane è made in Italy. O come non considerare l’altissimo divario esistente nel nostro paese tra produzione di conoscenza e sua valorizzazione economica. Questo significa semplicemente che l’Italia apporta e contribuisce a creare circa il 4% della conoscenza mondiale ma in termini di competitività nei paesi Ocse il nostro paese si colloca al 46 posto. Dunque non riusciamo a concretizzare e passare dalla fase della ricerca alla fase produttiva, anche per l’esistenza di logiche corporative all’interno delle università in mano a pochi baroni dove la meritocrazia fa posto al servilismo ed al clientelismo. Inoltre da non sottovalutare l’altissima burocrazia e, non ultimo, il fatto di essere all’ultimo posto nel settore della ricerca se rapportato al pil con un investimento per l’Italia dello 0,90 contro ad esempio un 3,70 della Svezia od , un 3% della Germania. E siccome le teste emigrano ma aumentano le pletore di questuanti, assistiamo per questi motivi, da sempre impotenti, al triplicarsi dei numerosi carrozzoni statali rappresentati da enti inutili e fatiscenti. Assistiamo a nomine di consiglieri di amministrazione o presidenti con un bassissimo livello formativo e culturale ma con compensi stratosferici . Il motivo è uno ed uno solo: la politica deve garantire a questi trebbiatori di cartelli elettorali, a questi speculatori di teste, senza cervello, il giusto compenso. Per questo riteniamo l’ambiente, come una nuova concezione a cui ispirarsi, che deve muoversi a trecentosessanta gradi vista la stretta interdipendenza che esiste tra le nostre scelte e il mondo circostante. La Trasparenza amministrativa, il nostro comune cavallo di Troia. Assistiamo impotenti da anni a conflitti dove l’unica parte soccombente è sempre il cittadino, considerato più come utile elemento decorativo dello Stato che soggetto di diritto a tutti gli effetti. Uno Stato che a parole attribuisce a tutti lo stesso peso, gli stessi diritti, mentre nella pratica riconosce questo criterio valido solo per la sua schiera di cortigiani, premiati soltanto perché mostrano cieca obbedienza al padrone. Quale dunque il mezzo per divenire finalmente noi attori e protagonisti dello sviluppo reale del paese partecipando alla crescita meritocratica, ben sapendo che se valorizziamo chi merita, creeremo una catena che porterà a tutti lavoro e ricchezza ? Uno scienziato che emigra, perché nel nostro paese non è riuscito ad avere un adeguato trattamento, rappresenta una perdita non solo in termini di conoscenza, ma anche di opportunità di lavoro, di possibilità di impresa, di sviluppo. Il cavallo di Troia, per assicurarsi un reale controllo e presa di conoscenza sull’operato dello 32


Stato, avverrà solo se capiremo l’importanza di acquisire in ogni settore, un corretto controllo della pubblica amministrazione, basato sulla trasparenza assoluta. Questa pratica, come precedentemente accennato, è attuata in Svezia dove ad ogni cittadino è permesso di avere libero accesso ai documenti ufficiali che non siano espressamente catalogati come riservati. In Italia non esiste un diritto di accesso generalizzato, bensì il diritto dei soli soggetti giuridicamente interessati di prendere visione e di estrarre copia dei documenti amministrativi verso cui abbiano un interesse diretto, concreto e attuale. Lo scarto tra le due legislazioni, non va misurato sul dato dell’accesso, generalizzato o meno, quanto sulle finalità per le quali l’accesso è dato. Se per il legislatore italiano l’accesso ai documenti amministrativi costituisce principio generale dell’attività amministrativa al fine di favorire la partecipazione e di assicurarne l’imparzialità e la trasparenza (articolo 22, comma 2, legge 241/1990), per il legislatore svedese il diritto dei cittadini di avere libero accesso ai documenti ufficiali è dato allo scopo di favorire il libero scambio di opinioni e la disponibilità di un’informazione esaustiva. Crediamo non ci sia bisogno di commento. Mentre il legislatore italiano sente la necessità di tutelare l’imparzialità e la trasparenza della Pubblica Amministrazione attraverso un possibile eventuale controllo, ma limitato solo ai “diretti interessati”, il legislatore svedese lo dà sostanzialmente per scontato e considera l’accesso ai documenti come un diritto di ciascun cittadino ad essere liberamente ed esaustivamente informato. Pertanto, nel nostro paese per "interessati" si intendono tutti i soggetti privati, compresi quelli portatori di interessi pubblici o diffusi, che abbiano un interesse diretto, concreto e attuale corrispondente ad una situazione giuridicamente tutelata e collegata al documento al quale è chiesto l'accesso. Questo comporta, ad esempio, che se un Comune affida un incarico ad una società ed un cittadino volesse approfondire e verificare il rapporto sottostante ne sarebbe automaticamente escluso in quanto terzo e non diretto interessato. Il cittadino in quanto parte di una comunità ha tutto l’interesse a verificare ed accedere agli atti del suo comune: in Italia, a differenza della Svezia, da tale diritto ne viene giocoforza escluso. Questo è il motivo per il quale i nostri amministratori e politici solo al momento del voto si dimostrano veramente interessati alle nostre esigenze. Sanno che una volta eletti avranno un mandato in bianco e godranno di un potere assoluto. Sappiamo perfettamente che la battaglia sulla trasparenza amministrativa sarà la vera conquista, la vera sfida ,per contrapporsi ad uno stato volutamente e fortemente burocratizzato ,che tra queste sue inique maglie si contrappone ai cittadini, richiedendo doveri ,senza riconoscere uguali diritti. Consapevoli inoltre che la trasparenza fortemente osteggiata dalla nomenklatura, come già sperimentato sulla nostra pelle, sarà combattuta in ogni modo proprio perché non voluta. Alle elezioni del 2007, la nostra lista Ecologisti si presentò, unico caso in Italia, alle elezioni Comunali di Viterbo insieme all’IDV. Come Ecologisti, inserimmo al primo punto 33


del programma, l’approvazione di un regolamento comunale, sulla base del modello svedese, che assicurasse ai cittadini un reale riscontro sull’operato del Comune. E qui apriamo una piccola parentesi. L’accordo con Di Pietro nacque sulla base di una esigenza meramente personalistica dell’IDV, che aveva bisogno di una copertura sul Comune di Viterbo, in quanto questo le permetteva di poter superare la soglia del quattro per cento sul Lazio e incassare l’elezione di un ulteriore deputato. L’Italia dei Valori, alle elezioni del 2007 non aveva nel Comune di Viterbo nessun riferimento politico. Garantimmo dunque con la alleanza Ecologisti-Italia dei Valori, la presenza di quest’ultima alle elezioni comunali. In contropartita fu richiesto all’IDV si sostenere le nostre iniziative politiche nel settore ambientale. L’accordo fu siglato con l’on. Claudio Bucci, eletto prima nelle fila di Forza Italia, poi con i socialisti, dunque con i democristiani ed ora miracolosamente convertito alla causa “dipietrista”, ricoprendo in quel momento la carica di Presidente della Commissione Ambiente alla Regione Lazio. Il documento politico programmatico venne dunque sottoscritto ma l’accordo chiaramente non fu mantenuto. Cos’altro potevamo aspettarci da un partito composto in maggioranza da transfughi molto lontano individualmente dalle posizioni,a torto o ragione, di Di Pietro ma,accomunato da una classe politica che ha fatto della transumanza la sua ragione di sopravvivenza! Ed il loro opportunismo è dimostrabile. Ricordiamo ad esempio l’invito rivolto da Di Pietro ai suoi eletti, come le interviste del Corriere della Sera del venti dicembre 2008 possono confermare, di dimettersi dopo lo scandalo Romeo, dalle giunte in Campania. Ebbene, i vari consiglieri comunali eletti con l’IDV nelle varie giunte con il PD, rifiutarono tali indicazioni e l’invito rimase inascoltato, dimostrando così la veridicità delle affermazioni precedenti. Non solo, ma,dimostrarono anche ,la demagogia di Di Pietro,che come leader di partito, avrebbe dovuto cacciare i suoi assessori per non aver rispettato le indicazioni politiche, mentre,sapendo che avrebbe perso potere e controllo del territorio,si guardò bene di farlo ! Un dato incontrovertibile ,che emerse durante alcune riunioni dell’Italia dei valori, era la diffidenza e la profonda avversione di quest’ultima nei confronti del Pd. Gli addetti ai lavori erano ben informati di questi pii sentimenti e dunque era noto che l’Italia dei Valori fosse pronta sin dalla campagna elettorale delle politiche del 2007 a remare, una volta in Parlamento, contro la coalizione di centro sinistra. Era anche noto che la stessa avrebbe poi costituito alla Camera un gruppo a sè. Chiaramente i sentimenti per l’IDV erano ricambiati dal Pd e l’on. Sposetti, tesoriere dell’omonimo partito e candidato alla carica di sindaco di Viterbo, non ne fece mai mistero. Ma allora, e la domanda è più che lecita, perché il Pd accettò di lasciar correre da solo, unico caso per tutto lo schieramento di sinistra, il movimento dell’Italia dei Valori rischiando non solo in termini di immagine in quanto si presentava agli occhi degli elettori disunito ma bensì a conoscenza e consapevole che qualsiasi contenitore al di fuori dello schieramento avrebbe raccolto una percentuale di voti altissima e che successivamente per logiche di potere e meccanismi naturali sarebbe diventata la sua maggiore antagonista! Un piccolo articolo inquietante apparso sul quotidiano Libero 34


prima delle elezioni del 2007, riportava che il Pd era sotto ricatto. E quello che sta succedendo oggi al Pd nelle giunte di sinistra rappresenta forse una conferma. Una recente intervista di Verderami al Senatore a vita on. Cossiga, pubblicata dal Corriere della sera del diciannove dicembre del duemilaotto, riporta testuali le affermazioni di quest’ultimo, secondo il quale il Pd è legato all’Italia dei Valori come sono legati due gemelli siamesi. Il Pd, continua Cossiga, vorrebbe scrollarsi di torno l’Italia dei Valori, ma non può farlo perchè Di Pietro li sta aiutando con la magistratura convincendola a non infierire sul partito di Veltroni. Inoltre il senatore a vita afferma che i magistrati si fermano di fronte le inchieste sull’IDV. Sembra infatti che a Napoli siano coinvolti anche esponenti dell’IDV, ma nessuno sembra muoversi di conseguenza. In fondo, come Cossiga sottolinea, riferendosi ai magistrati, l’on Di Pietro li difende e loro devono pur avere un partito di riferimento in Parlamento! Questa piccola intervista è scandalosa e di una gravità inaudita ma non dubitiamo dei suoi contenuti perché il Senatore a vita, il famoso “picconatore”, è sempre stato di una schiettezza imbarazzante. Le conseguenze di tale accordo saranno, per il Partito Democratico, catastrofiche in quanto,per paura delle conseguenze giudiziarie che si sono abbattute sul partito, hanno accettato il compromesso, il silenzio, lasciando terreno libero al partito giustizialista dell’Italia dei Valori che, messo in un angolo il Pd, si candida ad essere la nuova opposizione. Assistiamo a stesse modalità messe in atto alla fine della prima Repubblica, quando la magistratura aiutò una parte del potere politico a farsi largo per la conquista del potere, solo che oggi rafforzata, si candida con Di Pietro a governare in prima persona. Pertanto, la modifica del sistema giudiziario, messo in atto dal governo Berlusconi, è in questo momento a parole fortemente avversa dal Pd ma, nei fatti, auspicata. Se pensiamo infatti che le molte Procure che stanno indagando sul Pd si avvalgono come mezzo di prova di intercettazioni telefoniche e che la nuova legge di revisione dell’ordinamento giuridico si muove in questa direzione, è facilmente deducibile comprendere chi potrà trarre maggiori vantaggi da queste modifiche ! L’errore del Pd, in questo momento, è proprio quello di abdicare alle proprie responsabilità non trovando il coraggio di parlare agli italiani con un altro linguaggio, senza falsi moralismi. Siamo convinti che per loro sia più controproducente, in termini elettorali, questa totale abdicazione e subordinazione all’Italia dei valori di quanto non possa essere un atto di fede. E’ un paese questo dove anche certi sillogismi, legati al linguaggio politichese, non hanno minor impatto. Sempre durante le giornate delle indagini campane ci chiediamo cosa avrà voluto sottendere l’on Bocchino quando, intervistato per sue responsabilità emerse durante le indagini, dichiarava ai giornali che l’imprenditore Romeo avesse appalti anche con la Procura di Napoli e con il Quirinale! Cosa in realtà dobbiamo carpire tra le pieghe di quelle affermazioni rilasciate in politichese! Tornando a noi, in pochi giorni, moltissimi cittadini avvertirono l’importanza ed il significato della nostra proposta tanto che i successivi sondaggi accreditarono la 35


trasparenza amministrativa al terzo posto. Fu sicuramente un successo, considerando le ingenti forze in campo delle altre componenti, altresì avvalorato dal vuoto creato intorno a noi dai media che soffocarono ed oscurarono la nostra iniziativa. Questa manovra infruttuosa, dimostrò a ragione la bontà dell’iniziativa e che se ci fosse stato più tempo ed il messaggio avesse potuto diffondersi la casta sarebbe stata sicuramente costretta a capitolare. Ma per la nostra piccola forza, l’impresa era chiaramente insostenibile. Bisogna pertanto condividere e procedere convinti verso questa direzione, altrimenti la nostra voce fuori dal coro sarà solo una piccola stella invisibile causa il buio prodotto dall’inquinamento notturno delle luci artificiali. Come possiamo solamente pensare di affidare la gestione della cosa pubblica, senza controllo e verifica a pochi eletti, soprattutto consapevoli del fatto che l’occasione fa l’uomo ladro? Chi affiderebbe la propria casa, la propria auto e la propria fabbrica ad estranei senza mantenere un controllo continuo e costante, senza avere la possibilità di verificare le entrate e le uscite! Ad esempio, avete mai provato a comprendere un bilancio di un comune? Missione impossibile! Tutto viene inghiottito da bilanci di previsione che non permettono al cittadino di conoscere l’andamento della cosa pubblica. Mettiamo in luce ed analizziamo il recente scandalo dei derivati, rilanciato con estrema prudenza sui media con articoli di secondo ordine ma che mette in evidenza l’enorme conflitto tra banche, imprese e Stato. Quanti sono i comuni italiani che hanno contratto debiti con le banche estere per operazioni di finanza strutturata ed a quanto ammontano le perdite dello Stato! Ebbene nessuno sa niente, tant’è che vi è stato recentemente un incontro riservato tra il Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi ed il Presidente dell’Anci, associazione che raggruppa i comuni italiani, proprio per far luce su questo nuovo scandalo. Ma nessuno ha dato più di tanto risalto alla notizia. Le Banche che hanno partecipato al banchetto, si sono rivolte nella maggioranza di casi a consulenti nominati ad hoc dai comuni. La contrattazione di questi titoli, questo è quanto ha rilevato la Corte dei Conti, è stata per i Comuni un pessimo affare, che ha prodotto solo un ulteriore indebitamento. Dunque, come sempre, anche in questo caso, la mancanza di trasparenza si ripercuoterà solo sui cittadini chiamati a recuperare gli ammanchi prodotti da amministratori corrotti, con ulteriori tasse e balzelli. Tra i comuni coinvolti ritroviamo anche grandi città come Roma e Milano. Riteniamo pertanto necessario che la trasparenza debba estendersi a tutti i settori dello Stato: diversamente ed inesorabilmente, il livello di sopraffazione e di instabilità avvertito dalla popolazione darà sempre più forza a movimenti giacobini, che, in realtà, incamereranno il voto di cittadini ignari per ottenere favori e prebende per la schiera dei loro cortigiani, senza nulla cambiare. In caso contrario, nessuno potrà recriminare, perché con la nostra diffidenza, con il nostro egoismo, la nostra ignoranza ci saremo resi colpevoli e dunque complici di questo stato di cose. Lo scontro tra magistratura e classe politica dovrà essere risolto garantendo quella terzietà e trasparenza dei processi , anche assicurando ai semplici cittadini il diritto di poter essere rappresentati ed avere un peso e controllo reale sul sistema . Pertanto sarebbe opportuno, ad esempio, eleggere in ogni Procura dei rappresentanti eletti dal 36


popolo al fine di verificare e controllare il corretto operato della magistratura. Verificare i motivi per i quali molti processi finiscono in prescrizione. Conoscere gli imputati eccellenti dei processi prescritti che hanno goduto di tali elargizioni. Verificare le modalità di carriera dei magistrati, le loro nomine all’interno di Commissioni, i loro incarichi extra-ruolo, con compensi strabilianti, le modalità delle loro nomine e carriere, approfondire il ruolo delle correnti ed il peso politico di certe scelte. Inoltre, rendere possibile la presentazione di magistrati al di fuori di liste bloccate che sono sempre fortemente politicizzate e che escludono volutamente tutti quei magistrati che rifiutano certe logiche correntizie!! Oggi i magistrati inquirenti, pubblici Ministeri e giudicanti, siedono all’interno dello stesso organismo ed entrambi nominano i loro rappresentanti in seno al Consiglio Superiore della Magistratura attraverso liste che rappresentano le varie correnti di riferimento delle varie forze politiche. Pensate dunque quale conflitto di interessi possa provocare la candidatura di un magistrato al Consiglio Superiore della Magistratura che debba cercare il consenso anche tra i Pubblici Ministeri con i quali condivide importanti processi penali! Per questo risulta fondamentale dividere le due funzioni per dare garanzia e certezza dell’equità del giudizio non condizionato da implicazioni di carriera e nomine estranee alla giustizia. Non condividiamo diversamente la nomina dei Pubblici ministeri attraverso l’elezione popolare, sul modello dei “Prosecutor” come negli Usa. Sarebbe pertanto auspicabile dare vita ad un organismo indipendente dal Csm, proprio per evitare conflitti latenti tra magistrati. Ottimale prevedere ad esempio un organo terzo ed indipendente sia dalla classe politica che dalla magistratura, con una maggioranza qualificata rappresentata da persone estranee sia alla magistratura che alla politica. Personaggi scelti tra professionalità della società civile attraverso criteri qualitativi, con liste aperte, di nomina quinquennale e non più ricandidabili, al fine di garantire eventuali commistioni ed il più ampio coinvolgimento possibile dei cittadini. Questo elemento di democrazia potrebbe sicuramente disinnescare i conflitti tra magistratura e politica ed affidare anche ai cittadini un ruolo superpartes e di controllo. Altra questione rilevante, è l’infallibilità del magistrato che attualmente non è assolutamente ed in alcun modo responsabile delle sue condotte. Una dichiarazione di infallibilità , che attiene più ad una sfera divina , che umana. Meriterà porre attenzione, in quanto non meno rilevante, alla valutazione psico-attitudinale di un magistrato, che non ha minore influenza sui giudizi. In altri paesi anglosassoni, i test psico-attitudinali non solo costituiscono un criterio di selezione dei neo magistrati, ma vengono effettuati periodicamente nel corso degli anni. Già oggi, ad esempio, da anni in Italia per ottenere il porto d’armi e per altre attività tali test sono propedeutici e dunque vista la delicatezza delle decisioni che i magistrati si assumono sarebbe opportuno estendere tale criterio di valutazione agli stessi. Altro momento fondamentale e di primaria importanza, è il momento elettorale. Anche in questo caso occorrerà attivare un processo che possa contribuire e rendere trasparente tale attività che è stata spesso sconveniente ed oggetto di voti di scambio. Un primo passo in tale direzione consisterebbe nell’archiviare schede e matite, ormai elementi preistorici ed 37


anacronistici che appartengono al secolo precedente, figlie e causa di moltissimi brogli, che ad ogni elezione puntualmente si ripetono, per sostituirla con il voto elettronico. Ma fino a quando il voto rimarrà segreto non saremo mai al riparo da certi giochini! La trasparenza dunque è, senza dubbio, l’unico strumento che potrà assicurare ai cittadini il controllo effettivo su tutti gli apparati dello Stato e darà contemporaneamente vita ad un processo meritocratico che garantirà ai migliori e non ai tanti furbetti del quartierino di farsi strada a vantaggio della collettività. La trasparenza, come un cavallo di Troia, decreterà la fine delle ideologie ed il confronto programmatico . Coloro che si definiscono giustizialisti, avranno dunque una lancia spezzata in quanto per primi consapevoli della doppiezza di uno stato, che con forte presenza di burocrazia e pastoie, mancando di trasparenza, favorisce la corruzione a tutti i livelli. Non a caso le due vere novità politiche di questa seconda repubblica sono rappresentate dalla Lega Nord e dal movimento di Di Pietro, entrambe con un comune denominatore ovvero una vocazione giustizialista e moralista che ha trovato in slogan, a volte fortemente antidemocratici, come quello della secessione, la sua ragione di essere. Bisognerebbe mettere al bando ogni moralismo, perché in realtà il suo fine recondito è spesso non tanto quello di voler effettivamente risolvere il problema, ma assurgersi a giustiziere solitario, senza comprendere a fondo la vera ragione di certi risvolti sociali, per sostituirsi ai vecchi dignitari , senza nulla cambiare. Una funzione nobile quella di Di Pietro, ma che si è trasformata in un potere con un passaggio letale che confonde e rischia di interferire con l’indipendenza di un magistrato a cui la Costituzione ha da sempre riconosciuto indipendenza ed equidistanza dalla sfera politica. L’abbraccio con il mondo politico di Di Pietro, inizialmente avversato e criticato ed anche in un certo senso con merito, fino alla sua improvvisa ed improvvida conversione, ha finito per delegittimare il suo precedente percorso ed ha contribuito e favorito ad alimentare una certa perdita di credibilità. La valenza politica di questo passaggio, dall’uomo Di Pietro magistrato, all’uomo Di Pietro politico, non è stata in realtà adeguatamente soppesata. Ed anche in questo caso, bisognerebbe negare ad ogni magistrato di candidarsi liberamente alla fine o nel corso di processi che spesso assumono connotati mediatici creando delle regole, perché il loro ruolo non possa essere oggetto di critiche o dare adito a cattive interpretazioni. E’ innegabile che privo di quel successo mediatico acquisito l’on. Di Pietro ,non sarebbe certo oggi in politica, addirittura come leader di un partito. E’ questo un passaggio torbido, che non giova all’indipendenza della magistratura e non rende merito a tutti quanti quei magistrati che in silenzio ogni giorno con molte difficoltà si adoperano per contribuire al bene del paese. Non giova altresì alla politica, che si vede scavalcata da una funzione che si trasforma in potere, causando non pochi conflitti. Ciò nonostante, il processo di mani pulite, avviato con la fine della prima repubblica, non contribuì a migliorare le cose, anzi tutt’altro. Poche persone pagarono, anche con la propria vita, mentre la maggior parte furono assolte. Gli eccessi di Mani Pulite,, non portarono in realtà a 38


nulla, il sistema non fu minimamente intaccato e le cose in realtà peggiorarono. Questo stato di cose ha rafforzato non poca sfiducia verso una certa politica, ma e soprattutto, ha contribuito a minare la credibilità della giustizia. Le aule dei tribunali in questi anni hanno sempre cercato un capro espiatorio, senza comprendere, citando Montesquieu, che l’interesse dei singoli si trova sempre ricompreso nell’interesse comune ed ogni qual volta che ignoreremo questo nesso, finiremo per sottacere le responsabilità più ampie di un sistema ormai marcio. Ci preoccupiamo della pagliuzza nell' occhio ma non del trave nel pagliaio, curiamo un tumore ma non la sua causa. La gente, diversamente, ha avvertito questo nesso e di conseguenza ha compreso che molte persone coinvolte nei diversi processi di tangentopoli, sono state immolate per ipocrisia generale. Craxi ha così pagato per le colpe di un intero sistema . La parabola discendente di Ottaviano Del Turco è un fulgido esempio. Da sempre socialista, quando scoppiò il caso Craxi e tangentopoli, si elevò a moralista e giustiziere, ora, a sua volta travolto dalle scandalo delle tangenti in Abruzzo, abbraccia la causa garantista! Come dire che chi è senza peccato scagli la prima pietra! Occorre anche un mea culpa di tutta la sinistra, che in quegli anni accusò una parte del potere politico, per ritrovarsi oggi invischiata in scandali dalla Campania, all’Abruzzo alla Toscana. E' dunque questa la riprova che non sarà mai sicuro un sistema basato sulla gestione della cosa pubblica affidata solo a singoli uomini se continueremo a credere che costoro possano essere immuni da certi vizi italici, perché, come tutti sanno, la carne è debole, ma la sola salvezza sarà nel dare vita a regole trasparenti e condivise. Per questo è importante diffidare dei moralizzatori e bacchettoni perché, come ricorda giustamente un proverbio, l’occasione fa l’uomo ladro! La storia è un esempio, i giustizialisti di ieri sono i garantisti di oggi. Alla fine, molte di quelle persone che sono state la pietra dello scandalo di tangentopoli, furono assolte o subirono condanne lievi e non a caso. Erano state, volontariamente o non, questo il corollario, i rappresentanti di un sistema e pertanto non potevano espiare e pagare per l’intera collettività. Questa, alla fine, è stata la parabola conclusiva di tangentopoli di cui tutti si sono resi conto. Ma a poter solo pensare di pronunciare queste parole negli anni di tangentopoli, si correva il rischio di venire decapitati. Si aspettarono dunque tempi migliori ed momenti propizi, sapendo benissimo che gli italiani avrebbero presto compreso o perlomeno dimenticato, se non altro perché nei nostri pensieri più reconditi ma inconfessati, siamo consapevoli che la classe politica ed il sistema in cui viviamo, altro non è che lo specchio riflesso dei nostri costumi, dei nostri comportamenti. Ed anche se pochi hanno finito per espiare qualche condanna minima, questo non è servito e non servirà mai a ripagare lo Stato, la collettività dell’enorme danno arrecato al tessuto economico ed imprenditoriale del paese, costituito non semplicemente dalle tangenti ma da quelle opere elefantiache realizzate con costi elevatissimi che non sono mai state ultimate o, se compiute, considerate poi inutili ed a distanza di anni, dichiarate inservibili perché superate od ormai inagibili. Quante sono le opere inutili od inservibili realizzate nel nostro paese negli anni? A 39


quanto ammonta il danno economico? Questo è il vero dramma! Nessuno in questi casi è ritenuto responsabile, perché in fondo, l’opera è realmente compiuta e dunque non esistono colpevoli. Ma a cosa ed a chi è servito realizzare un impianto industriale, in zone collocate al di fuori di sistemi viari principali, se non forse a politicanti senza scrupolo, preoccupati solo di mantenere il loro bacino elettorale! In questi comportamenti si uniformano atteggiamenti, linguaggi e consuetudini che hanno un peso ed una valenza che vanno oltre ogni nostra possibilità di immaginazione. Gli avvenimenti di questi ultimi decenni hanno dunque finito per dare forma e corpo a movimenti che, banalmente, ma strumentalmente, hanno agitato come clava, semplici slogan, tipo ad esempio Roma ladrona, cogliendo così il malcontento dell’elettorato del Nord. Siamo certi che tali movimenti, se avessero soltanto tentato di raccogliere le folle non su semplici slogan populisti, non avrebbero avuto sicuramente storia e seguito. Hanno, diversamente, compreso che potevano raccogliere e mobilitare le folle solo offrendo al popolino un nemico apparentemente reale e tangibile. Questo nostro insano malcostume è stato usato ideologicamente e con cinismo più per contrapporre che per costruire, come se il federalismo fosse la panacea di tutti i mali e non diversamente i nostri usi e costumi. Roma è diventata dunque il capro espiatorio ed un luogo comune di un processo ideologico organizzato e pensato a misura. Mentre, diversamente, la Casta, come emerge dal libro sui privilegi della nostra classe politica, di recente pubblicazione, ha reso bensì evidente come le amministrazioni del nord non siano scevre da certe logiche anzi tutt’altro. Senza diversamente cogliere che le colpe del nostro sistema non sono racchiuse in un luogo geografico ma in un approccio culturale di cui tutti, da nord a sud, sono inconsapevolmente responsabili. La difesa ad oltranza delle province dalla Lega Nord ne è un esempio, anche se forse sarebbe meglio rafforzare ad esempio diverse altre istituzioni, come gli Enti Parco o le Comunità Montane, contemporaneamente avocando ed assorbendo quei comuni che ne fanno parte, mentre diversamente ci ritroviamo altre inutili sovrapposizioni di soggetti con continuo sperpero di denaro pubblico. Un sistema il nostro che, non a caso, ha nella mazzetta una sua consuetudine che obbliga tutti, senza distinzione alcuna, a chinarsi alla volontà di una burocrazia volutamente spropositata. Solo a titolo di esempio è sufficiente considerare le lunghe attese cui siamo obbligati per ottenere una licenza edilizia in tempi celeri, perché le pastoie e le numerose e difformi leggi edilizie impediscono di poter comprendere appieno la materia e,trovare con facilità quell’escamotage che gli addetti ai lavori, sicuramente più esperti, riescono a cogliere tra le maglie delle numerose interpretazioni giuridiche e tecniche. Questa mancanza di lungimiranza della politica, causa la mancata attuazione dei piani regolatori, ha costretto i cittadini a trovare altre strade. Sfruttando un decreto ministeriale, risalente alla fine degli anni sessanta, i terreni agricoli sono stati oggetto di speculazioni edilizie incontrollate. Quindi per molti andare a costruire case fuori dal paese, in campagna, piuttosto che imbarcarsi nelle lungaggini previste dai P.R.G. risultava di gran lunga più conveniente. Abbiamo assistito ad un fenomeno , le cui dimensioni , si possono definire catastrofiche sotto il profilo paesaggistico, ovvero 40


l’uso della campagna e dei terreni agricoli come base per un incontrollato sviluppo edificatorio. Migliaia di ettari all’anno sono stati fagocitati, a causa di una edilizia incontrollata, sono sfuggiti ad ogni piano regolatore, hanno prodotto un forte impatto ambientale . Questo, d’altronde , è sotto la vista di tutti . Tra le città e la campagna , è un susseguirsi di case a macchia di leopardo a danno esclusivo del territorio e dell’ambiente. Un inquinamento senza precedenti che testimonia il chiaro fallimento dei piani regolatori generali dove l’edificazione di case fuori dal perimetro dei paesi viene alimentata dall’eccessiva complessità e lentezza di attuazione dei programmi di espansione previsti dai piani. Per ottenere un nuovo alloggio, ammesso che il piano regolatore generale sia operativo, c’è da costruire un consorzio tra i proprietari di un comparto edificatorio, da stipulare una convenzione con il comune, realizzare le opere di urbanizzazione ed infine dare inizio a grossi cantieri, tutte attività che richiedono molti anni prima che un certo numero di alloggi possa venire assegnato all’interno dei centri abitati. Ma, se da una parte per il cittadino chiedere di poter costruire una casa, ottenere un piccolo ampliamento od una modifica risulta uno scoglio insormontabile, dall’altra osserviamo inermi i soliti palazzinari che, in barba a tutti, riescono ad ottenere concessioni impensabili, con vantaggi spropositati a danno della comunità e con guadagni improvvidi per i costruttori senza scrupoli. Non vi è dunque giustizia se, ad esempio pensiamo, come tale edificazione incontrollata sul nostro territorio, ha ridotto le nostre campagne, oggi inaccessibili ad un processo di riunificazione, in aziende di medie e grandi dimensioni, ed un forte ostacolo per la riqualificazione ed un recupero del territorio. Considerazioni queste di particolare importanza soprattutto per un paese come il nostro, con una forte connotazione artistica e turistica e che ora giace sotto una cappa di cemento! E chi non ha mai provato la strada della raccomandazione, solo magari per partecipare ad un bando e trovarsi la strada facilitata per un concorso. Oppure per una semplice assunzione. O solo per conoscere modalità, tempi, notizie di concorsi, senza distinzione alcuna. Perché anche la raccomandazione, come la mazzetta, è comunque legata ad un rapporto di scambio, anche se non tangibile, ma i cui effetti sono incalcolabili, non solo sotto il profilo economico ma con ulteriori risvolti e ricadute per lo Stato, sotto il profilo di efficienza, se pensiamo che tale abitudine si contrappone ad effettivi criteri di selezione qualitativi. Tutti sono a conoscenza che questo corrisponde a verità e tutti, senza esclusione e moralismi, sappiamo cogliere debitamente ed opportunamente quei giusti privilegi che di volta in volta ci vengono offerti. Perché non ci sono categorie buone e categorie cattive ma solo uomini che a seconda delle occasioni possono avere comportamenti onesti o disonesti con una certezza che fino a quando le pastoie burocratiche mancheranno di trasparenza, senza dubbio ci sarà sempre qualcuno pronto ad approfittarsi della situazione. Dunque in un sistema come il nostro ricorrere ad un espediente è una regola e non l’eccezione e se non ci fosse quel finto moralismo ed ipocrisia generale, bisognerebbe , in assenza di regole e trasparenza, ammettere che la corruzione è un effetto del sistema e non la causa. Ed anche in questo vi è un chiaro approccio ideologico. Le ideologie, come già detto, sono delle catene dalle quali vale la pena liberarsi, 41


allontanano sempre il confronto sui programmi che sono il reale comune denominatore mentre le stesse dovrebbero essere confinate in una sfera personale e semmai, se proprio non ne potessimo fare a meno, divenire luogo di reciproco rispetto, considerazione e stima. Le ideologie sono paragonabili alle varie fedi nelle quali, con differenti percezioni, cristiani, ebrei e musulmani invece di riconoscere il denominatore comune di ognuno di noi ovvero la nostra comune aspirazione di ricerca del bene nonostante tutto, tali comuni valori ,causa la diffidenza, l’ignoranza ed il fanatismo finiscono per fare spazio a feroci lotte senza pari, immolate sull’altare dell’ipocrisia. Ma in realtà dietro queste battaglie di religione spesso si celano finalità economiche e di potere. Dobbiamo tutti assumerci le nostre responsabilità sul cattivo funzionamento del sistema indistintamente e comprendere la stretta interazione esistente tra trasparenza e corruzione. Con la certezza, ovvero, che in assenza di trasparenza, il livello di corruzione sarà inversamente proporzionale costituendo terreno fertile per le infiltrazioni mafiose. Lo Stato ha una precisa responsabilità nel dover risolvere questo conflitto, che rappresenta il vero cancro della società. Non è un caso che le infiltrazioni mafiose e la corruzione siano maggiormente avvertite nel sud del paese dove lo Stato è presente in misura maggiore. Potrebbe sembrare una contraddizione ma non lo è. Non è veritiero chi sostiene che lo Stato al sud non sia presente, tutt’altro: manca diversamente nel momento del controllo ma le sue istituzioni sono egualmente rappresentate come in tutto il resto del paese. Il sud difatti, rispetto al nord , vive soprattutto di spesa sociale e le sue imprese traggono sostentamento esclusivamente attraverso appalti e gare statali. Questo rapporto incestuoso ha origini storiche legate sempre al ruolo strategico e di difesa che l’Italia costituì sin dalla fine della seconda guerra mondiale. Sarebbe opportuno, per poter meglio comprendere il problema, rileggere con attenzione le origini ed il ruolo di personaggi chiave come Salvatore Giuliano e Lucky Luciano. Approfondire i testi che analizzano gli effetti di un compromesso che scaturì in quegli anni, legato alla riforma agraria e al patto che siglarono i latifondisti del sud e le forze politiche, per poter realmente comprendere quali le origini e le contraddizioni di un popolo, di una classe dirigente che ostenta ipocrisia e del profondo “burrone” che si frappone tra il momento del fare e del pensare. E di questo stato di cose non hanno certo responsabilità alcuna nè i nostri concittadini meridionali, nè la classe dirigente che li rappresenta ma la responsabilità è di noi tutti. Per questo non possiamo ipocriticamente scagliarci contro il Sud, come viene suggerito da alcuni partiti secessionisti, che ,on ipocrisia,vedono la pagliuzza ma non la trave. Lo Stato Borbonico, Il Regno delle due Sicilie, sono state ,prima ancora della nostra Repubblica, un modello da seguire. La loro ricchezza culturale è stata di esempio e modello per molte altre nazioni. Il problema di fondo ha origini antiche. Tra questi Stati e lo Stato Sabaudo, al momento in cui venne costituita la Repubblica, non vi fu una condivisione di obiettivi ed un fine comune ma una semplice annessione dove gli ultimi prevaricarono i primi che pagarono a caro prezzo scelte e ragioni che furono calate dall’alto. Per questo inizialmente ci fu 42


una mirata scelta politica che pensò di investire, in termini di infrastrutture, solo nelle regioni del Nord, mentre lasciò il Sud al suo destino in uno stato di profonda arretratezza. C’era alla base una volontà precisa: la paura generale, che superata la crisi e la paura, riorganizzate le forze in un territorio dove era ancora presente l’influenza borbonica ed ancora vivo il ricordo delle vittime che la guerra aveva causato, la popolazione avesse potuto trovare il coraggio di ribellarsi e di affrancarsi dall’annessione. La città di Gaeta fu l’ultimo fulgido baluardo di quel periodo storico, combattè strenuamente e con coraggio fino all’ultimo uomo. Anche in questo caso, in tutta risposta, gli aggressori invece di rendere a costoro l’onore delle armi, pensarono bene di condurre i prigionieri al nord e tradurli in galere marcescenti per lasciarli morire. Furono trattati non come soldati ma come briganti. Anche la Chiesa ebbe il suo ruolo, nel ritardare e contrapporsi all’unificazione del paese e, come osservò Machiavelli, il problema di fondo fu nella sua ostentazione di voler mantenere a tutti i costi il potere temporale acquisito. Pertanto non esitò a seconda dei casi di allearsi con gli Spagnoli, i Francesi, gli Austriaci. Per fortuna questi episodi appartengono ormai alla storia, che oggi con cinismo, ingiustamente, si rivela con slogan velleitari e secessionistici rivendicando senza ragioni la richiesta di un affrancamento del nord dal sud, degli aggressori dagli aggrediti: oltre al danno la beffa! E’ evidente dunque che lo scontro innescato tra il potere politico e la magistratura avviene su un terreno prettamente etico, dove entrambe rivendicano il controllo finale sulla giustizia, la prima perché afferma che il suo potere emana direttamente dal popolo, la seconda perché afferma che lo Stato le abbia affidato, in piena autonomia l’applicazione delle leggi. La soluzione del conflitto si risolve per il potere politico nell’indebolire e circoscrivere l’ambito di operatività dei magistrati, viceversa per i magistrati, in un rafforzamento delle pene che si traduce per analogia nella stessa identica estensione di potere a scapito dei primi. Ma non sono queste le soluzioni. Alla base di tali rivendicazioni vi è solo un diverso giudizio, un approccio etico, un conflitto tra poteri che non ha niente a che vedere con la giustizia. Entrambe le due forze contendenti rivendicano di fatto un primato morale su quale delle due forze in campo debba avere il controllo della giustizia, pertanto prevalere sull’altra. Diversamente, alla base di uno Stato di diritto devono esserci non primati morali ma regole certe che possano assicurare a tutti i cittadini e non solo ai due poteri precostituiti, il controllo effettivo sull’operato di ogni settore dello Stato. Entrambi sembrano dimenticare o non attribuire la benchè minima importanza al fatto che il loro potere e le loro funzioni sono una diretta emanazione del popolo sovrano. Per questo crediamo fortemente nella trasparenza ed in regole certe che possano assicurare non solo un ruolo al cittadino ma anche una pari dignità . Per tornare ad esempi pratici che possono illuminare e mettere a nudo quante scorrerie sono avvenute negli ultimi anni, basta ad esempio gettare uno sguardo sulla vendita degli immobili pubblici! Quanti sono stati gli immobili venduti dallo Stato, con le dismissioni, in questi anni, a che prezzo sono stati venduti? Ebbene tutto questo è opportunamente velato di misteri. Sappiamo solo che nel 2000 a Roma, 43


dalla moltitudine di denunce pervenute in Consiglio Comunale ed interrogazioni, furono venduti in pieno centro storico appartamenti a Piazza Navona per sessanta milioni di lire per circa cento metri quadrati. In periferia, appartamenti obsoleti e fatiscenti sono stati venduti nello stesso anno a parità di metratura per duecento milioni! Dunque molti immobili periferici e degradati sono costati più di molti immobili centrali. E per molti appartamenti, i prezzi elevati hanno impedito a migliaia di famiglie il loro acquisto. Ma attraverso vendite all’asta in blocco centinaia di questi immobili sono stati venduti per pochi spiccioli, con una doppia beffa: in primis, per le famiglie che con una cifra di importo minore avrebbero sicuramente acquistato gli immobili e in seconda battuta per lo Stato che ha perso con la “svendita” del patrimonio pubblico un’occasione per pareggiare i bilanci, con notevole danno erariale! Quindi il nostro vero problema è garantire, attraverso una legge dello Stato, l’accesso gratuito ed incondizionato ad ogni documento che entro le successive ventiquattro ore deve essere reso disponibile a tutti indistintamente, anche attraverso internet, per favorire la circolazione e conoscenza delle notizie non più gestite da pochi eletti a danno della Comunità. Siamo sicuri che questo espediente garantirebbe una reale selezione degli amministratori eletti poichè, privati di un potere assoluto che gli garantisce di governare l’informazione e la libera circolazione di notizie, non potranno più agire indisturbati. Circolazione di notizie che sono fondamentali per garantire trasparenza ed efficienza. Risolveremo a quel punto anche il problema degli amministratori corrotti in quanto tale escamotage, renderà inappetibile tale scelta, non più opportunistica ma abbracciata per vocazione. Il nostro paese è ancora figlio di quella visione contadina, governata da uomini che apparentemente esprimono una aurea curiale ma dietro tale aurea celano altre mire. In realtà tengono le folle sotto giogo con politiche di sussistenza ma la loro vera aspirazione non è la trasparenza dello Stato ma il suo controllo che deve essere appannaggio di pochi per permettere una indebita gestione. Se capiremo l’importanza di tale assunto, potremmo a quel punto aspirare di partecipare legittimamente alla costruzione di una democrazia, in caso contrario saremo sempre spettatori, utile zimbello al servizio dei poteri dominanti. Solo raggiunto questo obiettivo, potremmo finalmente dichiarare concluso il passaggio dalla prima alla seconda Repubblica, solo così faremo luce sul medioevo e potremmo sperare in un nuovo risorgimento. Una piccola parentesi che evidenzia la doppiezza dei nostri politicanti ! Come già detto precedentemente, per capire quanto è successo a Viterbo, tra il Pd e l’IDV, è sufficiente comprendere certi messaggi cifrati comparsi ad esempio sul quotidiano Libero poco prima delle elezioni del 2007 che riportavano come il Pd fosse sotto ricatto dell’IDV o, come già menzionato precedentemente, rileggere l’intervista di Verderami al Senatore a vita on. Cossiga, pubblicata dal Corriere della sera il diciannove dicembre del 2008 . 44


Fatta questa premessa, ricordiamo esattamente come sono andati i fatti. Il Senatore Pedica dell’Idv, poco prima delle politiche del 2007, ci contatta per organizzare una lista al Comune di Viterbo. La presenza della lista di Di Pietro alle elezioni del Comune di Viterbo aveva una rilevanza fondamentale in quanto, poiché in concomitanza con le politiche, avrebbe dato maggiore visibilità a livello regionale dell’Italia dei Valori e dunque la possibilità di superare nel Lazio la soglia del 4% permettendole di far scattare un secondo deputato. Questa era l’unica ambizione per l’Idv e null’altro. Quindi l’accordo sottoscritto e siglato tra il nostro gruppo degli Ecologisti e l’Idv non ha mai riguardato questioni programmatiche , lasciandoci campo libero e permettendoci di presentare il nostro programma in piena autonomia. Chiaramente non ci lasciammo sfuggire l’occasione e presentammo autonomamente il nostro programma inserendo al primo punto la promozione di un modello comunale che recepisse la “Trasparenza amministrativa “ sul modello svedese. Fu divertente notare la totale indifferenza dell’Idv in merito alla nostra iniziativa che con evidenza mirava non alla trasparenza ma evidenziava come la sua unica preoccupazione fosse di aumentare la sfera di potere con l’elezione di un altro deputato. L’ accordo siglato tra gli Ecologisti e l’Idv scaturì anche per gli attriti di questi ultimi con il candidato a sindaco del centro sinistra, l’on. Sposetti , che si era rifiutato di stringere qualsiasi accordo a Viterbo con il partito di Di Pietro. Così l’Idv, senza alcuna presenza significativa, era impossibilitata ad organizzare una sua lista in mancanza dell’aiuto del Pd. Era a tutti noto che il Pd , ed in particolar modo l’on. Sposetti, avesse un particolare astio nei confronti di Di Pietro. Infatti proprio in quei giorni sul blog di Di Pietro comparve una bella paginetta dal titolo “Mani Sporche” con un attacco diretto a Sposetti ed alla gestione dei debiti dei democratici di sinistra. Tali episodi attirarono ben presto l’attenzione dell’Agenzia “Il Velino” e di Gianni Fregonara con un articolo pubblicato sul Corriere della sera il 23/4/2008. Orbene, tali fatti mettono in chiara luce e sono la prova tangibile di nefandezze e comportamenti inverosimili verso il Pd da parte dell’Italia dei valori proprio come affermato da Cossiga e dal quotidiano Libero. Evidenziano e mettono in luce un Di Pietro completamente diverso che sembra interessato ad utilizzare l’arma della giustizia più per soli fini di potere che non di interesse generale. Dunque se nel merito le iniziative di Di Pietro potevano essere condivisibili, esse avvenivano con modalità discutibili che evidenziavano non tanto la volontà di fare chiarezza su alcuni episodi del Pd , bensì di colpire l’avversario solo per proprio tornaconto. La demagogia della nostra classe politica è sempre la stessa: apparentemente sembra elevarsi moralmente al di sopra degli altri ma in realtà in ogni modo tenta di accalappiarsi solo serbatoi di voti senza voler effettivamente mettere il cittadino nelle condizioni di poter essere parte attiva. Questa concezione della nostra classe politica non nasce a caso , ma dalla consapevolezza della mancanza di strumenti e di analisi di una larga parte dell’elettorato e così ,mentre apparentemente gli riconosce attraverso il “ diritto di voto “ la sensazione di poter realmente scegliere, determinare ed influire, in realtà le cose sono molto diverse. 45


Tornando alle elezioni di Viterbo, la scelta di presentare un programma, interamente incentrato sulla trasparenza amministrativa sul modello svedese, fu per la classe politica un elemento a dir poco devastante. Chiaramente nei nostri confronti vi era una certa avversione e pertanto con pochissimi mezzi a disposizione fu estremamente difficile portare nelle case della gente le nostre proposte. Al secondo turno, improvvisamente, grazie a quelle poche interviste e comunicati che riuscimmo con grande abilità, superando l’ostracismo di una nomenclatura, a portare a conoscenza dell’opinione pubblica, la trasparenza amministrativa, in un sondaggio, era salita tra circa una ventina di istanze programmatiche, al terzo posto. Tale sondaggio, commissionato su internet e certamente con un bacino elettorale sicuramente più colto ed elevato, aveva scoperto il tallone dei due maggiori contendenti in campo, Sposetti e Marini. Si apriva dunque uno spiraglio! Ben presto, infatti, arrivò la telefonata di Sposetti con il quale si concordò un incontro, che in verità fu molto breve. Chiesi al candidato sindaco di Viterbo per il Pd, in cambio del nostro appoggio al secondo turno, di recepire un punto fondamentale del nostro programma e così da approvare uno Statuto Comunale incentrato sulla trasparenza amministrativa sull’impronta del modello svedese. Sposetti ci lasciò senza alcuna risposta definitiva che arrivò nel pomeriggio attraverso un suo personale comunicato stampa, (pubblicato il 19/4/2008 al seguente link http://ugosposetti.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=1879137 ) che per mio diletto e spero anche il vostro riporto testualmente: ” Caro De Santis, ho avuto modo di argomentare in questo mese di campagna elettorale e ragionare con te, anche questa mattina, sulla mia convinzione che Palazzo dei Priori debba diventare una casa di vetro. Il cittadino deve conoscere tutto quello che viene discusso e deciso in Comune. I cittadini devono avere la possibilità di accedere agli uffici comunali e agli atti amministrativi. Non escludo nemmeno che Sposetti sindaco possa incaricare una persona di alto profilo professionale (dunque se non lui un suo amico di bottega!) e culturale alla cura della trasparenza e di un rapporto più ravvicinato con i cittadini. In fondo, caro De Santis, questa è sempre stata la mia linea di condotta, sia da presidente della Provincia di Viterbo, sia da sindaco di Bassano in Teverina, che nel lavoro di direzione politica e negli incarichi ricoperti in questi anni.” Il messaggio era chiaro , Sposetti ed il Pd stanno alla trasparenza , come il diavolo all’acqua santa. Ilare anche il tentativo di nominare un suo “fido” che potesse assicurare la trasparenza, ben sapendo che in questo modo avrebbe eretto tra il Comune ed il cittadino una nuova sovrastruttura escludendo sempre da quel rapporto gli unici soggetti di diritto, noi cittadini! Ebbene, ditemi se non vi sembra di una ingenuità senza misura. Diversamente da queste poche righe, traspare tutta la vera natura del personaggio, interessato solo ad intercettare il voto di milioni di imbelli ma figuriamoci se si possa poi solo pensare di affidar loro quegli strumenti utili per verificare e controllare, non sia mai! 46


Chiaramente si rispose a Sposetti che la trasparenza, quella vera, deve essere terza rispetto alle parti e dunque pur apprezzando la “sua trasparenza” non potevamo non auspicare la nascita di un diverso modello di fare politica. Ma dirò di più, di fronte ad una risposta come questa non vi è alcun dubbio che la nostra proposta ha colto pienamente nel segno mostrando non solo la vera natura di tali signori ma che la trasparenza, quella che noi auspichiamo, mette paura e tale rifiuto ne è sicuramente la prova tangibile. Tornando a noi, come era presumibile, a quel punto arrivò anche la telefonata di Marini col quale siglammo l’accordo e si impegnò ad approvare uno statuto improntato sulla trasparenza. E’ inutile dire che Marini, subito dopo il voto, si è dileguato . L’accordo, ad oggi, non è stato rispettato nè mai lo sarà, in quanto se la classe politica decidesse realmente di approvare un modello di gestione della cosa pubblica, improntato sul modello svedese , non ci sarebbero più “filetti” da spartire, nè conquiste di seggi e scranni ma solo miseri stipendi che non giustificherebbero quelle corse e guerre senza tregua, quelle spese colossali per la campagna elettorale, che ogni candidato sostiene se non fosse consapevole che quanto investito tornerà con enormi interessi . La nostra incursione, proprio per le enormi contraddizioni delle due liste, apparentemente amiche ed alleate, il Pd e l’Idv, ed il nostro sostegno al sindaco Marini finirono ben presto per attirare l’attenzione della stampa nazionale. Il Corriere della Sera ed il Velino furono accorti ad intervistare prontamente i due contendenti. Chiaramente costoro, faccia della stessa medaglia, negarono ogni cosa. Sposetti infatti, affermò, ben sapendo di mentire, nonostante ci fossero altri comunicati a contraddirlo e, cosa di una bassezza senza misura , che la richiesta fatta dal nostro gruppo fosse stata di un apparentamento ed un assessorato . Ma cos’altro poteva dire un signore figlio di quella cultura marxista leninista, da sempre educato a vedere il popolino dall’alto verso il basso e mentire anche l’evidenza!?! Non dimentichiamo infatti che tutta la politica del Pci è sempre stata basata su una precisa consapevolezza ovvero che la classe operaia, il popolo, non era assolutamente in grado di poter programmare qualsiasi scelta e che appunto per questo, solo una piccola elite poteva essere all’altezza del ruolo. Dunque per costoro la soluzione non è stata mai quella di dare al popolo gli strumenti per comprendere ed evolversi ma, bensì, dare dei futili ed ideologici programmi, utili a conservare il potere di una nomenclatura di stato! Marini, e con nostro grande dispiacere, in quanto avevamo avuto sensazioni diverse e positive del personaggio, fece altrettanto, nonostante sul suo blog al seguente indirizzo “http://www.giuliomarini.com/”, è ad oggi ancora presente il comunicato che menziona e pubblicizza l’accordo siglato. Per par condicio con Sposetti, riportiamo testualmente quanto apparso sul blog di Marini all’indomani del patto siglato: “Si è tenuto stamani l’incontro tra Giulio Marini e Roberto De Santis, nel quale è stato siglato un accordo per avviare un percorso all’interno dell’Amministrazione, di tipo svedese, al fine di assicurare la 47


trasparenza degli atti. E’ un fatto storico e senza precedenti in Italia, che permetterà ai cittadini di vivere il Comune con uno spirito completamente diverso, garantendo meritocrazia e partecipazione. Sarà nostro dovere vigilare su questo processo dichiara De Santis - al fine di assicurare la totale imparzialità e lanciare un messaggio alla cittadinanza perché la politica, quella vera, ha sempre e solo il bene comune come riferimento”. “Saremo liberi in quanto super partes e Marini sarà garante di tale accordo, affinché tale atto non sia solo formale, ma sostanziale. Inoltre tale accordo si svilupperà per promuovere e diffondere sul territorio della Tuscia una concreta cultura di governo ambientale. Smentendo dunque l’evidenza, Marini intervistato dalla agenzia “Il Velino” e da Gianni Fregonara del Corriere della sera , dichiarava diversamente: ” De Santis, non lo conosco, non l’ho sentito, ma lo ringrazio. Poi contraddicendosi ”comunque niente apparentamenti è solo una dichiarazione di stima”. Caro Marini, non era una dichiarazione di stima ma un accordo politico che prevedeva un suo impegno a portare avanti la nostra legittima istanza ed aprire il suo Comune ed evidentemente non il nostro, alla trasparenza. Questa piccola parentesi , deve far riflettere in quanto una nostra piccola incursione, in poche settimane, ha smascherato comportamenti e doppiezze dei nostri rappresentanti. Ma soprattutto capire che la trasparenza non è un messaggio rivolto al “popolino” per accaparrarsi la sua fiducia ed usarla poi per scopi personali. Non è, come sempre avviene, un semplice slogan, ma uno strumento reale, tangibile che chiunque abbia interesse, potrà utilizzare per difendersi da uno Stato sempre più distante dai cittadini. La trasparenza amministrativa è la chiave che servirà a rivoluzionare i rapporti tra cittadini e Stato, assegnando a questi ultimi un ruolo effettivo e non di mera comparsa. La Class Action La Class Action è stata approvata dalla Finanziaria 2008 e sarebbe dovuta entrare in vigore dal Gennaio 2009, mentre recentemente si è deciso per una sua successiva proroga. Tale legge è uno dei tanti strumenti che potranno garantire ai cittadini, se effettivamente applicata, la tutela dei propri diritti nei confronti delle problematiche che potranno soprattutto insorgere con le aziende. Come sempre, per capire quali saranno le reali intenzioni del legislatore e gli effetti della legge, bisognerà in primis verificarne il suo impianto. Se la legge sarà approvata, riconoscendo il diritto di agire in giudizio e affidando tale strumento operativo nelle mani delle solite associazioni riconosciute solo per numero di iscritti senza dare alcuna possibilità di iniziativa privata ai singoli cittadini, l’iniziativa sarà svuotata di ogni significato. Infatti attribuendo ad associazioni, appoggiate dalle solite corporazioni, un simile ruolo, in realtà si compromette il fine e l’operatività di una norma che diversamente deve adoperarsi per dare dignità ai cittadini dando loro possibilità di associarsi 48


“indipendentemente” per singole iniziative. Anche perché molte associazioni di consumatori, com’è noto, sono in rapporto diretto ed emanazione di sindacati. Ad esempio Federconsumatori legata alla Cgil, Adiconsum alla Cisl, Aduc alla Uil, il movimento Consumatori vicino all’Arci, la Lega consumatori alle Acli. Senza poi analizzare che molte di queste associazioni non hanno mai nascosto le loro ambizioni politiche: ad esempio, dal Codacons è nata la lista Consumatori che ha eletto il senatore Fuda in Calabria. Pertanto è assolutamente controproducente che tali associazioni siano riconosciute solo per numero di iscritti, che risultano inoltre come emerso da diverse indagini di quotidiani, essere “immortali”. Il bottino in questi ultimi anni è stato per le Associazioni di Consumatori di quasi 50 milioni di euro, assegnati, udite udite, non tanto su principi meritocratici, numero di cause intentate, ma per numero di iscritti!!! E proprio sul numero di iscritti le associazioni vengono cooptate nell’albo del Consiglio dei Consumatori ed Utenti istituito presso il Ministero dello Sviluppo Economico. Un altro capitolo velenoso è la vicinanza di queste associazioni alle imprese ed anche in questo caso mancando effettivi criteri di trasparenza e di controllo dei cittadini su tali associazioni, queste finiscono per ricevere dalle aziende inopportune sponsorizzazioni soprattutto se, in cambio del ritiro della denuncia, come emerso da una indagine di Rità Querzè sul Corriere della Sera, incassano indebite somme di denaro. O molto spesso evitano di non vedere e, soprattutto, di non sentire. Ad esempio, ci siamo sempre chiesti i motivi per i quali gli operatori della telefonia portatile fanno pagare ai cittadini lo scatto alla risposta, che oltre ad essere un furto legalizzato, è ancor più vergognoso se si pensa che molto spesso, durante una chiamata si è costretti, causa continue cadute della linea che dipendono dal malfunzionamento e dalla copertura della rete, a pagare tale scatto molte e molte più volte. Tali costì vengono, impropriamente, addebitati ai cittadini nonostante che la caduta della linea sia imputabile ad una cattiva connessione delle aziende telefoniche! La Class Action può essere un primo banco di prova per verificare l’effettiva considerazione della classe politica nei confronti del suo elettorato anche perché, com’è facilmente comprensibile, è un tassello importante per dare garanzie al cittadino ed obbligare le imprese ad agire con maggiore rispetto e, come sempre ricordiamo, con....... trasparenza!!!! Il “bluff” del Referendum sul nucleare Il movimento verde, nella battaglia contro il nucleare, trovò una spinta propulsiva ed una nuova ed enorme opportunità politica. L’avversione contro il nucleare nacque inizialmente per la comunanza e vicinanza che ebbe questa nuova ma vecchia classe dirigente accomunata, dalla bandiera ambientalista, con i movimenti sessantottini e pacifisti, memori dell’utilizzo che tale tecnologia ebbe nella seconda guerra mondiale. Condividendo pienamente l’avversione verso l’uso militare che fu fatto 49


del nucleare, lo stesso non poteva dirsi per le sue applicazioni in campo energetico. Anzi, in tale ambito, lo sviluppo del nucleare poteva realmente contribuire ad affrancare i popoli e renderli veramente liberi. Inoltre, come ciliegina sulla torta a convalidare e sostenere tali aberranti tesi, si aggiunse l’incidente di Chernobyl. La gente non ebbe il tempo di rendersi effettivamente conto e comprendere come stavano effettivamente le cose. Questa nuova ma vecchia classe politica, fortemente permeata di motivazioni ideologiche, facendosi scudo della recente tragedia, cavalcò l’onda e contribuì a plagiare ed allontanare dalla verità milioni di cittadini che furono chiamati ad esprimersi con un referendum. Era assurdo che un tema così delicato e con una forte connotazione scientifica, fosse oggetto di una consultazione popolare senza che le persone si rendessero veramente conto delle reali implicazioni e conseguenze per il nostro paese. Era, e doveva rimanere, una decisione solo politica, di enorme responsabilità ma la nostra classe dirigente non fu all’altezza della situazione ed abdicò ad un processo di demagogia generale che aveva pervaso tutti, incurante delle conseguenze future di tale scelte. Fu un periodo torbido per la nostra Repubblica anche se ancora non ce ne si è resi pienamente conto; sarà sicuramente la storia a tornare su tali eventi facendo luce in tempi più opportuni. La scelta del no al nucleare ebbe non solo implicazioni di carattere economico ma finanche politiche e sociali. Non è un caso che esponenti politici degli anni ’60 consapevoli di certe scelte ed animati dal senso di patria, tra questi ricordiamo Mattei, Presidente dell’ Eni, che si prodigò in tutti i modi per liberare questo paese da una forte dipendenza di materie prime con l’estero, tentarono di spezzare il monopolio che in questo settore alcune superpotenze esercitavano, cercando accordi anche con la Russia in un periodo che storicamente vedeva contrapposti due blocchi e, non a caso, tale tentativo decretò la sua condanna a morte. L’Italia, grazie anche alle spinte di Mattei, investì già negli anni sessanta nella ricerca del nucleare, accolta a pieno titolo tra i fondatori dell’Euratom e le sue ricerche ed il stato di know-how in tale settore erano fortemente invidiate. In tempi non sospetti eravamo i primi della classe, oggi solo derisi e commiserati. Senza contare il contributo determinante sul nucleare, ottenuto nella ricerca già nei primi anni quaranta dai “ragazzi di Via Panisperna” e dal premio nobel Enrico Fermi. Fu quella una scelta folle che pesò sul futuro del paese e contribuì ad aumentare il livello di disoccupazione. L’alto costo dell’energia elettrica, più del doppio rispetto all’Europa, pesò enormemente sulle bollette delle imprese e sul costo dei prodotti finali e, di conseguenza, sulla competizione del made in Italy e questo non solo sul mercato interno ma anche sui mercati internazionali. Gli stessi effetti economici si riflessero in egual misura sulle famiglie, ancora doppiamente beffate, perché chiamate a contribuire senza che ne fossero state adeguatamente informate e ancora oggi, dopo più di venti anni, alle spese di smantellamento delle centrali ed alla loro riconversione. Negli stessi anni la Francia, che era fortemente in ritardo sulla ricerca, contrariamente all’ Italia, realizzò, pur avendo contro tutta l’opinione pubblica, numerosi test nucleari. Ricordiamo ad esempio gli esperimenti di Muroroa nel Pacifico risalenti ai primi 50


anni ottanta, assicurandosi in breve la leadership in Europa per numero di centrali realizzate ed energia prodotta. L’energia in eccesso servì alla Francia a consolidare due obiettivi: ottenere una sua indipendenza energetica e dunque politica ed per di più garantire al paese un forte sostegno sia alle politiche sociali che imprenditoriali anche attraverso la vendita in eccesso dell’ energia prodotta, acquistata da altri paesi, Italia in testa. Senza contare che la rinuncia al nucleare del nostro paese ed il ricorso a fonti di energia fossile, di gran lunga più inquinanti, non permisero di osservare e rispettare i parametri imposti da vari trattati sullo sforamento delle emissioni di Co2 in atmosfera. La conseguenza è che ci vediamo obbligati a causa di queste improvvide scelte a rincorrere il bluff dei certificati verdi, tra l’altro fortemente onerosi, al fine di controbilanciare i costi imposti per il superamento della soglia di emissioni riconosciute a livello internazionale e dal protocollo di Kyoto. Questi i motivi per i quali l’Italia nel nuovo trattato europeo, sottoscritto alla fine del 2008, che impone di diminuire del venti per cento le emissioni in atmosfera, è stata costretta a frenare e cercare misure meno penalizzanti mentre chiaramente la Francia, avvantaggiata dalla scelta energetica e dal minor impatto delle centrali nucleari, sorride e guarda con ottimismo al futuro! In quegli anni, Chicco Testa, egregio signore, Presidente di Legambiente, fu il promotore di quella campagna anti-nucleare, iniziativa sostenuta anche dai suoi compagni di brigata, i Verdi del sole che ride. Come premio per la vittoria referendaria, Chicco Testa ottenne un riconoscimento eccellente, la presidenza dell’Enel. Il suo primo passo appena nominato per assurdo fu quello di sottoscrivere un accordo nefasto accettando di importare l’energia elettrica prodotta dalle centrali nucleari francesi! Se penso che il simbolo della loro campagna mediatica contro il nucleare fu il sole adottato poi dai Verdi e che in compenso ottenemmo solo una grossa “sola”, non posso fare a meno di trattenere la rabbia. E’ sufficiente pensare, per capire come fummo abili a castrarci con le nostre stesse mani, che il costo complessivo dell’energia acquistata dalla Francia per il nostro paese ammontava al costo di una intera finanziaria! Dunque, in sintesi, questi i passaggi successivi: ci calammo letteralmente le braghe, si riconvertirono le centrali nucleari che avrebbero potuto diversamente contribuire e sostenere il Pil del nostro paese e dare un forte impulso allo sviluppo ed ancor rinunciammo alla nostra dignità politica e di rappresentanza. In sintesi il paradosso fu che si decise di comprare dalla Francia, quella stessa energia che eravamo in grado di produrre nel nostro paese! I francesi ancora oggi ci sono grati a tal punto che per renderci la cortesia, investono acquisendo nostri settori strategici quali banche, aziende leader in ogni settore, sia della produzione che della distribuzione. Questo risultato fu reso possibile fin oltre la nostra immaginazione, e tale analisi non deve essere sottaciuta, per una presenza massiccia sui media, dei Verdi del sole che ride, durante la campagna contro il nucleare. A distanza di tanti anni sarebbe oggi utile fare luce su quelle campagne verificando chi e da dove vennero quei contributi per quella massiccia propaganda. Capire i legami che ci furono tra alcuni movimenti 51


dell’estrema sinistra, ricordando che alcuni di costoro erano legati, o ,comunque vicini, ad alcuni personaggi della nuova galassia verde e la particolare protezione ed attenzione che veniva loro riservata da paesi che negarono a molti brigatisti rossi ogni nostra richiesta di extradizione. Ad esempio, solo recentemente la Francia si è opposta all’estradizione di Marina Petrella ex membro delle brigate rosse e colonna portante delle br romane. Molti sono stati i brigatisti che hanno trovato rifugio in Francia: tra i più noti Toni Negri, Cesare Battisti, Paolo Persichetti, Oreste Scalzone , Sergio Tornaghi. E questo lo dobbiamo alla dottrina di Mitterand, ex Presidente della Repubblica Francese, che nel 1985 negò l’estradizione, in particolare, di italiani ricercati per atti di natura violenta ma di ispirazione politica, purchè tali azioni non fossero dirette contro lo Stato francese!!!! La dottrina Mitterrand traeva spunto da una pretesa superiorità della legislazione francese sulle altre legislazioni europee in tema di diritti umani. Tale principio non era analogamente estendibile, però, nel caso inverso e dunque non si applicava nel caso in cui ad esempio si fosse attentato in qualsiasi modo alla democrazia francese. E’ proprio il caso di dire viva la France, viva la liberté, l’égalité, la fraternité. Ma c’è di più. Oggi il nostro amico Chicco Testa è passato sul fronte opposto, dichiarando che la scelta contraria al nucleare fu errata. Bisognerebbe pertanto approfondire i suoi nuovi legami economici e verificare la bontà di tali dichiarazioni, che comunque a prescindere sono inaccettabili per una persona dotata di un minimo di intelligenza critica. In compenso l’opinione pubblica, ovvero i soliti media, mancando completamente di memoria , ma molto attenti agli interessi di bottega, sponsorizzano questa sua nuova conversione attribuendogli incarichi ed onori. Questo signore ha, diversamente, sulle spalle il peso di una scelta che è costata al nostro paese lacrime e sangue. Un paese che per poter essere realmente indipendente aveva bisogno di contare sulla scena internazionale, libero da ogni condizionamento. Dipendere totalmente dall’estero per rifornimenti primari e vitali quale è l’energia che, come tutti sanno, costituisce il motore di un paese, significa sempre e comunque essere sotto scacco di qualcuno. Il conflitto in Iraq ed in Afganisthan ed il disegno criminale di Bin Laden, per il controllo delle vie di rifornimento energetiche ,costituiscono un chiaro monito. Senza contare che le numerose centrali nucleari francesi, a pochi km dal nostro confine, nonostante il No al nucleare, rappresentano una minaccia continua e la nostra scelta, alla luce di queste considerazioni, pertanto ridicola e sconsiderata. L’opzione referendaria, contraria al nucleare, avrebbe potuto avere un significato se fosse avvenuta in seno ed in un contesto condiviso da tutta l’Europa, mentre, nel nostro caso, fu quanto di peggio si potesse auspicare. Un’altra conversione miracolosa, riportata di recente da un editoriale del Corriere della Sera del diciannove aprile del duemilasei, riguarda il fondatore di Greenpeace. Di seguito tracciamo i contenuti delle sue dichiarazioni nell’intervista rilasciata: << All’inizio, nei primi anni ’70, esordisce Moore, pensavo al nucleare come qualcosa di terribile, ma a distanza di trent’anni il mio punto di vista è cambiato poiché ritengo che il nucleare potrebbe essere la sola fonte energetica in grado di salvare il nostro pianeta 52


dal disastro. Ritengo pertanto che il no al nucleare è stato un grosso errore. Il carbone è responsabile dell’effetto serra nel nostro pianeta, il gas è troppo costoso ed è una energia che non durerà per sempre, impianti eolici e solari offrono una erogazione intermittente e scarsamente prevedibile. Il nucleare oltre a costare poco è ad oggi l’unica energia pulita ed economica. Siamo stati contagiati dal terrore, ma non avevamo elementi a sufficienza per una analisi obiettiva. Per quanto riguarda lo smaltimento delle scorie radioattive, continua Moore, queste vengono impropriamente definite scorie ma, in realtà, sono combustibili nucleari che dopo essere stati utilizzati per un ciclo al 95% dell’energia potenziale, possono essere riutilizzate per un nuovo ciclo e quindi smaltite!>> E molte di quelle persone che oggi sostengono il nucleare, tutte quante indipendentemente dal colore politico, sono le stesse persone che, pur consapevoli di tale follia, hanno scelto in tutti questi anni la strada del silenzio. Il motivo è sempre lo stesso. La classe politica senza nessuna distinzione dovrebbe contribuire con il proprio impegno e passione allo sviluppo del paese in quanto, proprio perché classe dirigente è l’unica ad essere dotata di strumenti di analisi che le permettono di anticipare i tempi e traghettare il paese su lidi sicuri. Diversamente questa classe politica capì che l’onda antireferendaria era più facile da cavalcare, in termini elettorali e che qualsiasi scelta diversa avrebbe finito per isolarla e condannarla in un eremo, dove la mancanza di potere avrebbe finito per logorarla senza più appello. Il corollario evidente: le logiche dei sondaggi prevarranno sempre sulle scelte e sull’interesse di un paese condizionandone lo sviluppo. Ma la colpa è anche e soprattutto nostra. Per un ambientalismo non ideologico. Siamo e saremo sempre convinti che ad uno statalismo di una certa cultura ambientalista, sia necessario contrapporre un approccio meno dirigista consapevoli che la tutela dell'ambiente si realizza dal basso. Partendo da questo presupposto, è necessario affidare ai cittadini il controllo sul territorio rifiutando come soluzione unica la delega, incondizionata e di parte, affidata a certe associazioni. Siamo ben consapevoli che una nuova cultura e politica ambientale possano divenire il motore per il rilancio dell’economia e contribuire alla riduzione del debito pubblico e alla creazione di nuove imprese e posti di lavoro. E’ pertanto indispensabile promuovere un nuovo patto fra sviluppo economico e compatibilità ambientale, tra scienza, mercato ed ecologia. Dunque lo sviluppo e le imprese non devono essere considerati come il male contro cui combattere ma come una opportunità. I due modelli, ovvero stato ed impresa, non sono assolutamente alternativi così come capitalismo e statalismo non sono modelli contrapposti: da qui nasce la demagogia ma devono diversamente competere con regole certe ed al mercato, e dunque ai cittadini, è necessario affidare la possibilità di scegliere liberamente tra i due modelli. Questa concorrenza sana tra privato e stato rappresenterà una garanzia tangibile dei prodotti 53


finali e della loro qualità. Purtroppo in questi ultimi decenni siamo stati spettatori inconsapevoli di un passaggio deleterio. Da un modello statalista di gestione dei beni siamo passati ad un modello privatistico. Abbiamo assistito impotenti, negli ultimi anni, alla svendita dei beni pubblici perché la classe politica, sbandierando le direttive comunitarie che imponevano al nostro mercato di aprire alla concorrenza, ha svenduto ai soliti “prenditori” i gioielli di stato. Così, per assurdo, siamo passati da un monopolio pubblico basato su una corretta concezione solidale ad un monopolio solo privato, abbandonando molte fasce deboli al loro destino. Diversamente, sarebbe stato utile aprire al mercato senza privare lo Stato della scelta di poter gestire in concorrenza prodotti e servizi con il privato. Si sono in realtà create commistioni pericolose dove in moltissimi casi all’interno di Società Pubbliche siedono fianco a fianco anche i privati. In questo caso risulta così difficile controllare chi in realtà dei due soggetti, con diverse finalità, capitalizzerà le perdite piuttosto che gli utili! Chi sarà dei due a trarne maggior vantaggio? Viviamo oggi, una situazione con profonde contraddizioni dove non c’è più distinzione tra imprenditori e politica, tra imprenditori e banche. E’ stato svilito il ruolo di ognuno di questi soggetti e si è dato vita ad un caotico intreccio di interessi che ha finito sempre per sfavorire i cittadini. Il crac di Parmalat è solo la punta di diamante di un male che ha messo a nudo, a vario titolo, le responsabilità scaturite da accordi tra politica, imprese e banche. E la sentenza che ha riconosciuto come unico colpevole il presidente della società salvando le banche è un chiaro affronto nei confronti dei risparmiatori doppiamente beffati! Chi può legittimamente affermare senza dubbi ed ombre ed assicurare che tra banche ed impresa non vi siano insane alleanze quando nei consigli di amministrazione delle prime siedono e sono rappresentati anche i secondi! Quando una banca viene sul mercato e ci propone dei prodotti, siano essi fondi che semplici azioni di una società, chi può garantirci e metterci al sicuro da spiacevoli e successivi inconvenienti! I risparmiatori della Parmalat sono un esempio ed un monito di questo precedente assunto. Dunque l’abuso delle concessioni dei beni pubblici ai soliti noti è stato fatto nel reale interesse della collettività o sono prevalsi altri comportamenti. Perché si è scelto di affidare concessioni dei beni collettivi di lunghissimo periodo quando sarebbe stato più opportuno, per la collettività, dare questi beni ai privati solo in gestione, sapendo che questa formula è più consona ed adeguata. Infatti l’affidamento in gestione dei beni a differenza delle concessioni, è sempre revocabile: pertanto questa formula sarebbe stata sicuramente più idonea nel tutelare gli interessi generali. In realtà non potrà mai esserci una reale tutela del nostro ambiente ed è qui che applichiamo un criterio analogico ed estensivo, se non dimostreremo ed estenderemo i nostri sani ed individualistici interessi e principi anche a tutto l’ambiente circostante attraverso regole comuni e condivise, prive di approcci moralistici . Riteniamo che una seria politica ambientale, i cui valori comuni siano riconosciuti e condivisi dal mondo cattolico e laico, non possano prescindere dal porre in essere una serie di azioni e programmi che abbiano come obiettivo la centralità dell’uomo con 54


un ruolo teso e mirato a ripristinare un rapporto armonico con il Creato. Così una corretta politica ambientale, se da un lato non può prescindere dal recuperare una giusta armonia tra uomo e Creato, dall’altro dovrà occuparsi anche di migliorare le condizioni di vita degli esseri umani e della qualità della loro esistenza. Uomo e natura non sono entità contrapposte ma, diversamente, sono entità che devono riprodursi ed interagire in un corretto rapporto osmotico. Proteggere un corso d’acqua o l’aria che respiriamo non significa solo proteggere l’ambiente ma permettere soprattutto la sopravvivenza della specie umana. Essere sicuri che la gestione di un bacino idrico sia ispirata a principi di salvaguardia ed uso razionale delle risorse, non solo tutela l’ambiente ma garantisce la nostra esistenza. Questa diarchia e contrapposizione ,deve essere finalmente superata ,promuovendo e sensibilizzando le coscienze degli abitanti di questo pianeta, gli unici ad essere dotati di ragione, con il dovere morale di garantire la sopravvivenza del pianeta per le generazioni future . Il problema reale è che una certa comunicazione , tende a confondere e non percepire minimamente la distinzione tra ambientalismo e protezionismo , come se questi due concetti fossero in realtà una sola cosa , senza diversamente capire che sono profondamente in antitesi l’uno con l’altro. L’ambientalismo è difatti una scienza che studia le relazioni che esistono nel nostro mondo cercando di comprenderne i meccanismi. Il protezionismo è una pseudo filosofia che si è radicata ed ha trovato terreno fertile , in un mutato contesto storico che ha visto in pochi decenni il nostro paese , prima con una vocazione prettamente agricola, assumere in breve tempo una diversa vocazione industriale. Questo passaggio non è stato privo di conseguenze: insieme all’allontanamento delle campagne, questo fenomeno ha prodotto una fortissima ed elevata specializzazione del lavoro cosicché i nostri prodotti alimentari arrivano oggi sulle nostre tavole già impacchettati e confezionati. Ovviamente anche per una certa ipocrisia, non ci rendiamo assolutamente più conto, che altre persone al posto nostro hanno allevato, macellato e confezionato quegli stessi alimenti, che nei decenni precedenti ci arrivavano sulle tavole direttamente, senza troppi passaggi. Finiamo per sentirci con la coscienza a posto solo per non essere noi gli autori materiali di tale trasformazione e così sollevati da ogni responsabilità. Tale processo ha avuto un altro ulteriore risvolto, di una certa rilevanza. Abbiamo finito per attribuire ai nostri “pets”, che prima erano i nostri compagni di lavoro, una diversa considerazione nella nostra vita e li abbiamo trasformati oggi in animali da compagnia. Il protezionismo è dunque permeato di una visione etica senza alcun approccio scientifico, che trae origine da nostre esperienze personali, che non ci permettono di vedere la naturalità di certe azioni in quanto tale naturalità è stata da noi stessi, confinati e relegati in ambienti “urbani”, completamente alterata e mistificata. In poche parole in questa società fortemente industrializzata, abbiamo in realtà perso il contatto con la natura e le leggi che la regolano. Questo processo è stato metabolizzato e sconvenientemente elaborato da certi movimenti protezionisti. Movimenti che si scandalizzano e sono pronti a sollevarsi indignati per carretti trainati da cavalli come le recenti polemiche a Roma sulle botticelle hanno rilevato. 55


Non considerano però un altro aspetto non meno importante, ovvero che tale attività costituisca per molte persone una fonte di reddito per le proprie famiglie, assicurando loro una certa dignità. I cavalli, come tutti gli animali, devono essere rispettati e non ci sembra che il loro impiego in ambiti lavorativi sia condizione sufficiente per far venir meno questa prerogativa. Si finisce per confondere dunque la naturale fatica, tipica delle attività lavorative, con la sofferenza che ricade nella sfera dei maltrattamenti e già ampiamente affrontata sotto il profilo punitivo nel nostro codice penale. Quelle stesse persone che scandalizzate si scagliano contro tali fenomeni, al contempo, non si rendono minimamente conto che loro stessi sono per primi causa di sofferenze verso i loro amici animali e che, per loro insani egoismi, hanno trasformato i propri cani in animali da baraccone snaturandone i comportamenti. Un cane rinchiuso tutto il giorno all’interno delle nostre abitazioni in solitudine nell’attesa del padrone, sarà prima o poi vittima di depressioni poiché la sua indole di cacciatore, di pastore, di cane da guardia finisce per essere immolata sull’altare del profondo senso di egoismo di chi se ne prende cura. Un’altra forma di violenza, che tutti evitano accuratamente di sottoporre ai media, è il maltrattamento genetico a cui sono esposte diverse razze. Ad esempio moltissimi cani sono stati trasformati in veri e propri status symbol, come lo sharpei, con le sue caratteristiche pieghe della pelle, il carlino con il muso schiacciato, i king cavalier dal cranio piatto e le lunghe orecchie, i buldog inglesi dalle caratteristiche zampe storte od i cani da borsetta tanto in auge tra le dive di Hollywood. Ebbene, tutte queste caratteristiche fisiche sono in realtà frutto di manipolazioni genetiche per rendere i nostri amici più buffi e simpatici ad uso e consumo di una società frivola e consumistica. Animali selezionati appositamente sulla base di considerazioni estetiche , ma senza tenere minimamente conto degli effetti collaterali di tali manipolazioni sulla loro salute. Questi sono in realtà i veri crimini da condannare: malformazioni estetiche create ad hoc che sono causa di deformazioni, sofferenze e morti precoci dei nostri piccoli amici. Questa è la dimostrazione e la riprova che favorendo un approccio soltanto etico, emergeranno sempre contraddizioni e distingui, se non cercheremo diversamente di ispirarci a comuni e condivisibili principi. Dobbiamo pertanto garantire la libertà a tutti di possedere un animale sia per lavoro sia per compagnia senza assurde distinzioni, riconoscendo un unico comune denominatore da rispettare: garantire ai nostri amici animali quel minimo di cure e di amore ed evitare loro ogni sofferenza. La nascita negli Stati Uniti, ed ora anche in Italia, della una nuova figura dello psicologo degli animali è una evidente evoluzione e conseguenza di tali condizioni, precedentemente descritte, che traggono origine proprio dalla perdita di identità dei nostri amici animali trasformati a nostro uso e consumo. E mentre per assurdo coloro che si definiscono animalisti si scandalizzano e trovano orrore e disgusto per situazioni in cui gli animali vengono magari impiegati in ambito lavorativo, d’altro verso non si rendono conto di situazioni analoghe, dove nostri consimili, meno fortunati, spargono con duro lavoro sudore e fatica all’interno di cantieri, rischiando spesso la vita. Difendono i loro cuccioli senza se e senza ma, nonostante che la 56


detenzione di alcune razze abbia mietuto in questi anni sempre più vittime. Anche in questo caso falsamente e con cinismo diffondono e si attribuiscono un diverso primato morale. Sostengono, ed a ragione, che gli animali non possono essere divisi tra buoni e cattivi senza minimamente considerare che proprio perché animali e non oggetto dei loro egoistici desideri, hanno diverse attitudini e pertanto alcune di queste razze possono essere pericolose. Non capiscono che l’attitudine di un barboncino sia molto diversa da un dogo argentino, proprio perché negli anni l’uomo è intervenuto selezionando le varie razze a seconda dei propri bisogni. Non comprendono che tutti i cani indifferentemente possono reagire, ma, un conto è la reazione ed un morso di un barboncino, un altro conto il morso fatale di un molossoide. Sembra quasi che la morte di un bambino non debba minimamente scalfirli mentre se è l’uomo a commettere sevizie o violenze su un animale, sarebbero disposti a dispensare la pena capitale. Alla luce di questo mutato contesto, non è un caso che la nuova legge in Parlamento sulle violenze commesse sugli animali è stata riconsiderata trasformando il reato da semplice sanzione ad un reato maggiore che prevede anche pene detentive. Il problema dovrebbe in realtà essere avvertito diversamente e tali violenze commesse sugli animali dovrebbero costituire un campanello d’allarme per la società cercando attraverso diverse altre forme punitive, con maggiore valenza sotto il profilo sociale, la riconversione del reo. Si potrebbe infatti pensare ad un suo inserimento obbligato in un canile per avvicinare la persona agli animali e prendersi la dovuta cura al fine di comprendere il significato ed il rispetto. L’approccio punitivo e detentivo, in casi come questo, è assolutamente sconsiderato perché non servirà minimamente da deterrente per coloro che commettono sevizie sugli animali se non magari ad aumentare il loro rancore e costituire oggetto di nuovi sfoghi e violenze una volta tornati in libertà. Diversamente, considerare un periodo di lavoro dove il reo è costretto a prendersi cura degli animali, potrebbe risultare sicuramente più terapeutico. Anche questo approccio, semplicemente punitivo, non è privo di certi vizi e diretta conseguenza di un certo moralismo imperante . E’ d’uopo estendere ed approcciarsi alle questioni ambientali, con moderazione, senza considerazioni di parte, ma con una visione raziocinante e costruttiva. Inoltre certe razze canine , vere macchine da guerra, dovrebbero essere vietate e comunque rilasciate solo attraverso appositi esami e test psico attitudinali. Non è possibile pensare che tali cani possano essere acquistati da chiunque in totale libertà senza alcun accorgimento preventivo. Riteniamo, in generale, che un ambientalismo non ideologico, massimalista e integralista debba porsi nei riguardi del nucleare, della questione dei rifiuti e della caccia, in modo realistico e politicamente compatibile. Ad esempio se si prenderanno in considerazione certe tematiche non permeate da personali concezioni etiche ma bensì applicando il metro delle scienze ambientali, molte saranno le riconsiderazioni che dovranno avere luogo. Non potranno più esserci valutazioni categoriche ma, applicando al territorio concetti scientifici di gestione delle risorse, bisognerà ammettere che non è possibile accettare ed ammettere una cultura di divieti bensì comprendere che si possa ad esempio intervenire nella gestione delle risorse 57


faunistiche. Tutti sanno notoriamente che il prelievo venatorio può considerarsi una forma di sviluppo e di risorsa economica. Come quando si interviene sulle popolazioni con criterio selettivo abbattendo i capi in eccesso che altrimenti sarebbero causa di epidemie perché, come ben sappiamo, un territorio non può sopportare più di un certo numero di capi. Questi concetti vengono applicati e condivisi dal WWF in molti parchi del mondo dove, con gli introiti dei capi abbattuti, si riescono a gestire programmi di tutela del territorio, che non pesano sulle casse dello Stato. Lo stesso avviene in Europa, ad esempio nella Francia centro meridionale, dove il Parco Nazionale di Cevenne si finanzia attraverso la selezione venatoria. Ma in Italia, a causa una finta visione buonista, si tende sempre a revisionare per scopi personali gli obiettivi legittimi per tornaconti personali. Cosicchè il WWF, pur abbracciando in tutti gli altri paesi un approccio conservazionista e di gestione delle risorse, in Italia, causa l’eccessivo monopolio di questa tematica, ha finito per sposare l’ideologia imperante ed abbracciare la causa animalista. Ricordo ancora molti dirigenti del WWF, durante la campagna contro il referendum sulla caccia da una parte erano impegnati a parole a sostenere queste posizioni, dall' altra si contraddicevano però con i fatti, perché in certi ambienti gli stessi erano noti per le loro passioni e pratiche venatorie. La scomparsa e la rarefazione delle specie animali e vegetali è, diversamente da quanto sostenuto, strettamente legata al livello di buona salute del territorio. Per questo molte specie ad esempio non cacciabili, come la lontra o la foca monaca, sono ormai scomparse proprio a causa dell’inquinamento dei mari e dei fiumi. Una testimonianza questa ed un indicatore inconfutabile che ci indica come in realtà i problemi non siano legati al prelievo venatorio ma alla conservazione dell’ambiente. Ad esempio sembra che nessuno si sia reso conto che la nostra agricoltura faccia da decenni uso di prodotti e sostanze chimiche e che i prodotti finali assumono, ed assumeranno, sempre più rilevanza per le controindicazioni che potranno sviluppare nella nostra alimentazione. La celiachia è senza dubbio una di queste e sicuramente una delle prime forme di controindicazioni che si è sviluppata in molti soggetti. Un intervento genetico effettuato dall’uomo sul grano, in decenni precedenti, ha prodotto una immediata risposta del nostro organismo che si è manifestato con le intolleranze. Oppure come nessuno abbia prestato minimamente attenzione alle proteste di molte associazioni di apicoltori che hanno denunciato come in questi ultimi anni in Italia siano andati persi circa ottocentomila alveari, su un milione circa a causa dei trattamenti chimici effettuati sul mais. Un problema di una gravità inaudita se solo pensiamo alle api come alle nostre fedeli collaboratrici addette all’impollinazione e dunque del rilevante ruolo assegnato loro da madre natura e quali le terribili conseguenze che ne derivano. E’ sufficiente pensare che in caso di loro scomparsa non vi sarà più nessun impollinatore con effetti che si ripercuoteranno drasticamente su tutta la catena alimentare. Non possiamo pertanto salvare le specie animali se prima non si interviene con misure adeguate di gestione del territorio. Ma dovremo presto renderci conto di una certa ambiguità ed evitare di essere attratti nella sfera di coloro che ricevono impassibili certi messaggi senza verificarne l’affidabilità. Prendiamo la 58


concezione prevalente ormai dominate del Parco , figlia di una visione pseudoambientalista, nettamente permeata da una cultura del divieto ed analizziamo in realtà i suoi profondi, radicati e sconvenienti approcci . Ebbene, a tale concezione, figlia di una cultura ideologica e non scientifica, occorrerà anteporre principi di gestione faunistica creando sul territorio le condizioni ideali e di sviluppo per le popolazioni residenti che potranno così avere la possibilità di vedere il parco come un alleato e non un nemico. Bisognerà ,in primis, annullare tutti quei carrozzoni degli Enti Parco che hanno distribuito solo prebende ai soliti amici con compensi economici ad inutili ed illogici consigli di amministrazione, senza alcun reale beneficio per le comunità ricadenti nei territori del parco e con costi altissimi per lo Stato e nessun apporto migliorativo delle risorse naturali. Dietro queste politiche, in realtà, si celano altri interessi che hanno offerto appannaggi e privilegi ai finti protagonisti del cosiddetto mondo “verde”. Questa ipocrisia generale ha finito per penalizzare il territorio e l’ambiente e molto spesso, dietro apparenti slogan, si sono verificate situazioni imbarazzanti e compromettenti. Basta ad esempio ricordare l’indagine della Corte dei Conti dei primi anni del 2000, dove si scoprì che il Parco Nazionale d’Abruzzo aveva investito le numerose risorse finanziarie a sua disposizione non tanto per salvare l’orsetto bensì per affittare una sede a Roma in un palazzo nobiliare del centro storico e un’altra sede a New York, con compensi elevatissimi ai consiglieri dell’Ente Parco, macchine di lusso a disposizione oltre ogni misura, per circa ventidue milioni di euro spesi inutilmente in pochi anni! Questo episodio opportunamente velato dai media, costrinse Fulco Pratesi e Franco Tassi, rispettivamente Presidente e direttore del Parco alle dimissioni . Senza considerare altri e diversi scandali come l’indagine aperta dalla Procura di Palermo per una guerra che si è scatenata tra associazioni ambientaliste per la gestione di una oasi in Sicilia che ha messo a nudo un sistema di distrazione di fondi pubblici di circa un milione di euro. L’indagine in questione riguarda la gestione della riserva del Lago Preola e Gorghi Tondi , dove il Wwf percepisce ogni anno circa 70 mila euro, senza tenere in conto i 35 mila euro destinati al suo direttore ed altri 75 mila euro per i suoi tre operatori, circa duecentomila euro annui. La guerra tra associazioni è scoppiata quando è stata messa in discussione la gestione dell’oasi del Lago Preola e Gorghi del Wwf che ha evidenziato come una specie fortemente minacciata di estinzione l’anatra marmaronetta, circa 2500 esemplari nidificanti in tutta Europa, a causa della scarsa vigilanza dell’associazione che non si è preoccupata di denunciare pratiche agricole incompatibili ed addirittura bonifiche abusive sia definitivamente scomparsa! Inoltre sono in corso indagini su alcune aree acquistate con fondi europei, che dovevano essere destinate a gestione e protezione integrale mentre poi sono state tenute fuori per non entrare in conflitto con i proprietari terrieri. Se ci fosse stato un reale interesse di gestione e tutela del territorio nel mondo protezionista si sarebbe speso non per progetti solo educativi, che sono semmai di 59


competenza del Ministero dell’Istruzione e che servono per lo più solo a fare cassa, ma per progetti di riproduzione in cattività di specie minacciate e dunque con un approccio finalizzato alla gestione delle risorse, ma nulla è stato fatto. E’ opportuno dunque rivedere certe competenze ed affidare a tali enti precisi obiettivi di gestione sottoponendoli a controlli e verifiche. Queste modalità di corretta gestione delle risorse non vengono mai applicate causa la scarsa competenza e conoscenza che in tale ambito ha dimostrato il cosiddetto mondo ambientalista. Sono pertanto obbligati a seguire impostazioni ideologiche e massimaliste, senza alcun fondamento che dimostrano invero tutta la loro approssimazione. Diversamente, coloro che da sempre hanno manifestato amore e passione per la natura e per la tutela del patrimonio ambientale sono riusciti ad ottenere i maggiori successi, senza gravare sullo Stato, con progetti di riproduzione in cattività come ad esempio per la starna, per il fagiano, per la lepre, come pure con i caprioli, i cervi, i cinghiali etc.etc. Il mondo venatorio ha dimostrato con i fatti che quando vi è un interesse reale, senza doppi fini, si possono attraverso regole e logiche di mercato assicurare corretti criteri di gestione e protezione dell’ambiente. I successi nella riproduzione delle specie in cattività sopra menzionate scomparse non tanto per la pressione venatoria ma per la rarefazione degli habitat, ne sono la testimonianza. La Scozia, paese a fortissima vocazione turistica venatoria, è l’esempio più eclatante e la misura che, quando si applicano principi di gestione, le risorse naturalistiche possono essere occasione di reddito e di sviluppo per le popolazioni residenti in ambienti cosidetti svantaggiati e fornire un baluardo per offrire una possibilità di sviluppo che contribuisce a ripopolare i paesi di montagna. Ed anche in questo caso il modello di economia ecologica risulta essere più affidabile e concreto. Bisogna riconoscere, senza troppa demagogia, che la rarefazione delle specie e la loro scomparsa, siano per lo più da attribuirsi agli effetti dannosi di una agricoltura intensiva applicata a larga scala nel nostro paese. Non a caso sono scomparse tutte quelle specie che, come la starna, nidificano a terra e dunque maggiormente colpite dagli effetti di una agricoltura intensiva, mentre l’abbandono delle zone collinari e susseguente riforestazione hanno creato le condizioni ideali per il ripopolamento di cinghiali, cervi, caprioli. Se è accertato e comunemente dimostrato che un certo territorio può sopportare una pressione faunistica non superiore ad un certo numero di capi, allora perché non è possibile prevedere che gli animali in eccesso vengano prelevati, dietro il pagamento di un congruo indennizzo, con tecniche di selezione autorizzate dagli organi competenti, favorendo non solo le casse dei parchi ma anche apportando maggiore impulso a progetti di conservazione come avviene già in Scozia! Questo perché non osiamo difendere sacrosanti diritti manipolati negli ultimi decenni attraverso tecniche mass mediali! Ed anche in questo caso si è creato un primato morale del finto mondo ambientalista sul mondo venatorio, senza rendersi conto che entrambi sono accomunati da un identico fine: la conservazione dell’ambiente. Orbene, un diverso spirito collaborativo e di rispetto reciproco, e non il muro contro muro, avrebbe potuto dare risposte reali al territorio. Questo è avvenuto perché come sempre il moralismo prevale sulle regole. Il mondo “protezionista” ha finito per demonizzare 60


solo il mondo venatorio, omettendo le gravi responsabilità del mondo agricolo, perché non si poteva inimicare politicamente le associazioni che rappresentavano un forte bacino elettorale e ecco che per demagogia si è finito per demonizzare sempre e solo una parte. Anzi certe competenze e passioni invece di essere apprezzate venivano ad arte strumentalizzate da un certo finto ambientalismo perché rischiavano di contrapporre ad un modello assistito del parco, un modello economico sano che avrebbe finito per chiudere definitivamente il rubinetto delle casse dello Stato. Ma nessuno si è reso conto che in un diverso contesto sociale ed economico sia già mutata l’iniziale accezione di parco che ha subito negli anni una sua rimodulazione. Pertanto, alla luce di queste considerazioni, riteniamo opportuno cogliere il cambiamento che deve essere armonizzato ed adeguato in un contesto legislativo. Per il beneficio ed il godimento delle generazioni future: è questo lo slogan col quale i fondatori del Parco di Yellowston, nel 1872, istituirono il primo parco del mondo. Un compito decisamente approntato sulla pura conservazione sottolineava l'unicità e l'eccezionalità delle bellezze naturali, da preservarsi dalle alterazioni che l'uomo avrebbe potuto provocare, a vantaggio, delle generazioni future. Ma cosa è nel frattempo intervenuto da quel lontano 1872! Dei numerosi parchi istituiti molti sono stati sottoposti ad una forte pressione antropica. Pertanto il concetto di parco ha subito conseguentemente inevitabili trasformazioni ed evoluzioni anche se l'impostazione originaria e' risultata dominante per quasi un secolo. Se inizialmente la sola preoccupazione era di mettere sotto teca il paesaggio, le specie animali e vegetali, poi sotto la pressione di mutati contesti storici e culturali, la presenza umana ha iniziato a fare capolino ponendo non pochi problemi di mediazione ed armonizzazione fra gli interessi antropici e protezionistici. Si è passati dunque da una visione monofunzionale dei parchi ad una polifunzionale, che ottenne pieno riconoscimento alla Conferenza di Caracas dell'I.U.C.N. (World Conservation Union) nel febbraio del 1992. Dunque da un approccio meramente protezionistico e con una impostazione meramente orientata al divieto siamo passati ad una visione conservazionista. Se dunque l’ obiettivo primario della direttiva della I.U.C.N. nel caso del parchi nazionali, rimane lo stesso, ovvero la totale conservazione della natura, ci si è resi conto che per quanto riguarda l'Europa, i " Parchì Nazionali" sono ormai ecosistemi con una forte presenza antropica. Se si applicassero fermamente i principi originali della direttiva dell’ I.U.C.N . molte aree dell’Europa meridionale e centrale e molte aree dell' Europa settentrionale sarebbero escluse avendo definitivamente perso quelle iniziali caratteristiche. Era dunque necessario procedere , ridefinire e rivedere la visione attribuita al concetto del parco, rendendola meno restrittiva. In questo la legge 394/91 e' tutt’oggi contestualmente testimone di questa involuzione storica del concetto di parco, una visione ancora protezionista di stampo ottocentesco. Riteniamo auspicabile e necessario procedere ed adeguare la legge sui parchi a questo mutato contesto sociale, una legge pensata non più sulla sottrazione del territorio e delle sue risorse ma ad uso e consumo da parte dell' uomo conciliando ed armonizzando le esigenze di tutela ambientale. Sarà necessario ed utile un cambio di direzione che vada incontro ad un' idea di selezione ed indirizzo dell' uso delle 61


risorse, dove uomo e natura vivono in una sana integrazione, piuttosto che in una rigida separazione e contrapposizione. L' obiettivo e la nuova sfida del XXI secolo è di procedere alla costruzione di una nuova generazione di parchi caratterizzati più dal controllo della dinamica della interazione fra sistema antropico e naturale che dalla pura e semplice sospensione dei diritti d'uso delle popolazioni ivi residenti. Ai parchi di seconda generazione realizzati quasi tutti per lo più in zone parzialmente o fortemente antropizzate, si chiede dì attuare progetti di sviluppo locale a compatibilità ambientale coniugando la difesa dell' ambiente con lo sviluppo del reddito e delle popolazioni. Il parco quindi non più come fortino assediato, vuota cattedrale in mezzo ad un deserto ma punta di diamante di un processo integrato dove la sfida sarà quella di puntare, con l’aiuto della scienza, allo sviluppo di processi ad impatto zero ed a ciclo chiuso. Si renderà utile creare le condizioni ottimali di un modello, anche economico, che possa garantire reddito e sviluppo per le persone residenti ad impatto zero. Un modello dunque pensato e creato in un corretto rapporto armonico da estendere all’intero territorio e che possa essere di esempio per le generazioni future. L’improvvisazione di un certo ambientalismo deve essere fortemente messa in discussione attraverso un approccio illuminato e consapevole. Coloro che sono i veri fruitori ed estimatori delle risorse naturali non devono essere demonizzati, anche perché, pur se in secondo piano, sono stati essi stessi i paladini di iniziative in difesa dell’ambiente spesso passate in secondo piano. Pochissimi sono a conoscenza,tantro per fare un esempio, che il pericolosissimo DDT, fu messo al bando grazie allo studio ed all’amore di alcuni falconieri americani. Negli anni’80, il prof. Tom Cade, della Cornelly University, amante e maestro della falconeria, studiando la biologia dei falchi pellegrini capì che la rarefazione e la scomparsa di questa specie era dovuta ad un eccessivo assottigliamento del guscio delle uova che provocava la rottura e la morte dei pulcini. Il falco pellegrino che era al vertice della catena alimentare ed è considerato un “indicatore biologico”, assumeva attraverso la predazione ingenti quantitativi di DDT. Tale sostanza venne conseguentemente bandita in tutto il mondo. Tom Cade contribuì successivamente al ripopolamento di tale specie fondando il Peregrine Fund, una associazione che si occupò di seguire programmi e progetti di conservazione, estesa a rapaci in via di estinzione in tutto il mondo. Anche in Italia in quegli anni, ma con scarsi mezzi, ci furono dei pionieri che riprodussero falchi pellegrini e lanari ma furono immediatamente contestati e messi al bando da numerose associazioni ambientaliste che sostenevano che la falconeria fosse deprecabile ed antistorica. Questa avversione verso i falconieri avvenne senza tra l’altro minimamente considerare che in tutto il mondo, dove la falconeria viene praticata sin dal Medioevo, i rapaci erano tenuti in altissima considerazione e protetti già da secoli. Ciò nonostante, tali associazioni si prodigarono in tutti i modi nel tentare di eliminare la falconeria come mezzo di caccia senza fortunatamente riuscirci. L’obiettivo prefisso, ma non dichiarato, era di continuare a gestire senza concorrenza i numerosi centri di recupero rapaci ed i relativi fondi pubblici destinati 62


per questi progetti ben sapendo che la riproduzione in cattività era per costoro praticamente insostenibile, in quanto richiedeva conoscenze che solo i falconieri avevano. Tali centri di recupero versavano e versano tutt’oggi, in condizioni pessime gestiti senza nessuna o scarsissima cognizione e soprattutto senza alcun approccio scientifico. I rapaci feriti e curati vengono dopo diversi mesi, messi in libertà senza nessun reale studio sui casi di successo che una semplice radio trasmittente avrebbe ad esempio potuto comprovare. Tutti sanno che un rapace così fortemente specializzato ha bisogno per predare di ottime condizioni fisiche. Di conseguenza liberare un rapace ferito senza alcun training è come chiedere ad un atleta di correre i 100 metri subito dopo tolto il gesso e senza un adeguato recupero fisico! I falconieri di tutto il mondo sono consapevoli che i loro rapaci, tirati fuori dalle voliere mesi prima, senza tra l’altro alcuna frattura, devono essere messi in condizione di volare tutti i giorni per arrivare all’apertura della caccia ed ottenere qualche successo. Per di più, la loro scarsa conoscenza si evince anche perché costoro sono sprovvisti di minime nozioni di etologia. Tanto per fare un esempio, oggi in moltissime città italiane si ricorre per l’allontanamento degli storni all’utilizzo di diffusori acustici che imitano il verso del falco pellegrino, acerrimo ed agguerrito predatore di questi volatili. L’obiettivo dichiarato è simulare il verso del rapace al fine di allontanare gli storni dai loro ricoveri notturni. Gli illusi non sanno che il pellegrino è un rapace che per le sue caratteristiche è in grado di predare solo in volo e che il verso riprodotto convince ancora di più lo storno, qualora ce ne fosse stato bisogno, a trovare riparo definitivo sul platano prescelto, conscio che questo costituisce una barriera di protezione invalicabile per il rapace. Così invece di provocare la fuga degli storni, tale richiamo risulta determinante per il nostro amico storno che, in preda al panico, trova definitivo riparo sulle piante senza più abbandonarle. Tutto questo sarebbe per assurdo vero se il nesso tra causa ed effetto fosse comprovato scientificamente ma non è così , tutt’altro! Amplificare il verso del rapace a migliaia di watt, altera a tal punto il grido naturale del rapace che forse è più verosimilmente somigliante ad un tirannosauro e di conseguenza non credibile in natura. A Roma, ad esempio, si può assistere allo spettacolo degli storni che con totale indifferenza, nonostante il richiamo, si posano indisturbati sui platani della stazione Termini. Anche in questo caso le amministrazioni, delegano tali iniziative ad alcune associazioni senza un reale beneficio per la collettività, ma procurando solo una ulteriore voce di spesa. Questo dimostra che certe prese di posizioni radicali ed estremiste non hanno niente in comune con la tutela dell’ambiente ma, semplicemente, mire occulte legate spesso ad interessi di parte. Abbiamo dunque analizzato il settore delle Aree protette riferendoci con questo termine a tutte quelle aree quali Parchi Nazionali, Regionali, Riserve ed Oasi: ma qual è realmente, allo stato attuale, la situazione? Il paradosso è che tali aree versano in una situazione catastrofica sia per la mancata approvazione dei Regolamenti che stabiliscono quali attività sono possibili all’interno di dette aree sia per la scarsa programmazione e gestione del territorio. I motivi molto semplici 63


perché se si dovessero realmente attribuire agli Enti Parchi gli strumenti individuati dalla legge, i Comuni ricadenti nella comunità degli stessi perderebbero sicuramente il loro ruolo senza contare che questi ultimi a differenza dei primi sono legittimati attraverso regolari consultazioni popolari. Inoltre la sovrapposizione di ruoli tra Enti Parco ed Enti Comuni e, non minore come importanza, delle Comunità Montane avrebbe ripercussioni tali che non sarebbe possibile più alcuna gestione. Pertanto, proprio per andare incontro a nuove esigenze sarebbe auspicabile sciogliere tutti quei piccoli comuni ricadenti nei territori degli Enti Parco e procedere ad una modifica della legge istitutiva dei parchi adeguandola ad esigenze in linea sia con le finalità dei parchi che delle comunità ivi ricadenti, procedendo all’elezione dei rappresentanti di tali enti attraverso consultazioni popolari, le stesse previste dalle leggi elettorali per le elezioni dei comuni. Ma tali problematiche sono state sempre volutamente celate e trascurate perché in realtà dietro queste politiche sono poi prevalsi altri interessi che hanno offerto, in cambio del silenzio, appannaggi e privilegi ai finti protagonisti del cosiddetto mondo “verde”. Tra questi privilegi non possiamo non menzionare il potere assegnato a talune associazioni ambientaliste di poter nominare loro rappresentanti all’interno dei consigli direttivi degli Enti Parco e dunque in perenne conflitto di interessi soprattutto in occasione di bandi che finanziano progetti di educazione ambientale ai quali possono partecipare sempre e solo le solite associazioni riconosciute con decreto dal Ministero dell’Ambiente. Oltre ai rappresentanti delle associazioni ambientaliste ritroviamo all’interno di questi Enti molti trombati della politica. Così il nodo vero, il vero carrozzone tutto all’italiana, è costituito da questi “Enti” che gestiscono le aree protette con personaggi che per demeriti “elettorali” si vedono catapultati all’interno di questi consigli di amministrazione senza avere alcuna competenza. Ma la politica assistenziale di questi carrozzoni non si ferma ai consigli di amministrazione di un ente che rappresenta l’apice del problema irradiandosi ad una gestione e visione complessiva. E' ormai prassi consolidata che ad una certa superficie di area protetta deve corrispondere un livello di protezione che si garantisce solo con l’assunzione di una nuova figura professionale, i guardaparco. Figure queste ultime create ad arte da certe pseudo politiche ambientali per avallare e dimostrare che l’ambiente può essere occasione di sviluppo e può contribuire a creare nuovi posti di lavoro. Queste figure figlie di politiche clientelari non sono in realtà il prodotto di un processo di sviluppo ma un patto scellerato tra ambiente e politica. Hanno in realtà contribuito a creare solo conflitti e duplicazioni di ruoli tra loro e le guardie forestali, innescando non poche complicazioni di gestione e sovrapposizione di competenze e ruoli. In realtà la nuova figura dei guardaparco aveva come logica quella di attribuire più potere agli assessorati regionali ed alimentare un economia che attraverso concorsi ed assunzioni trovava occasione e terreno ideale per favorire il voto di scambio. Ecco che, in sintesi, i nuovi mestieri che avrebbero dato slancio e creato occupazione tanto decantati da un certo ambientalismo, altro non sono che la duplicazione dello storico corpo della Guardia Forestale. Ma cosa ancora peggiore e difficilmente comprensibile è che questo approccio ha innescato un meccanismo perverso dove mentre enormi 64


fette del territorio vengono affidate al controllo di pochissimi uomini della guardia forestale diversamente piccole aree protette spesso di poche centinaia di ettari hanno, in rapporto, un numero di guardaparco elevatissimo. E’ facilmente deducibile ed altrimenti comprensibile, il dilagarsi di questa crescente ”parcomania” che in sintesi si può esprimere con questa facile equazione: più parchi, più enti inutili, più potere e gestione clientelare! Un altro conflitto scaturito dal monopolio di alcune associazioni nel settore delle politiche ambientali che ha alimentato tra i cittadini la sensazione che tali soggetti fortemente burocratizzati a cui tutti riconoscono una indubbia utilità abbiano in realtà perso quella originale spontaneità ed autonomia sino a diventare parte integrante del sistema di potere. Siamo stati spettatori inermi e molto spesso inconsapevoli della vicinanza di molte associazioni al potere politico. Oggi le associazioni riflettono e sono lo specchio di quel potere contro il quale sarebbe necessario mantenere una reale autonomia per garantire una concreta politica di governo dell’ambiente. Il primo atto di questo processo avvenne alla metà degli anni ottanta, quando l’illustre Presidente del WWF, Fulco Pratesi, fu eletto in Parlamento ed una giovane dirigente del PCI, Grazia Francescato, prendeva ed assumeva la Presidenza del WWF in sua vece. Nessuno si avvide e si rese conto dell’incesto messo in atto ed il significato e la valenza politica di tale scambio di ruoli e di consegne ma di certo per l’ambientalismo italiano fu l’inizio della fine. Lo stesso si ripete oggi con Legambiente dove il suo Presidente Ermete Realacci è al contempo deputato ed esponente di una nota associazione ambientalista di centro sinistra. Occorre pertanto proseguire sulla linea tracciata con l’iniziativa messa in atto con onestà intellettuale dal decreto Bassanini e sciogliere il Consiglio Nazionale del Ministero dell’Ambiente, trasformato in luogo e centro di potere delle associazioni ambientaliste; procedere al riconoscimento delle stesse, sulla base di valutazioni reali che considerino anche la democrazia effettiva dei loro statuti, garantendo ai soci iscritti la reale partecipazione agli organi direttivi e favorire così l’alternanza delle cariche. Bisognerà pertanto rivedere la legislazione relativa al riconoscimento delle associazioni che non possono operare per fini di parte con denaro pubblico, in una situazione che ne privilegia alcune e ne esclude altre. Esempio ne sono le numerose campagne propagandistiche messe in atto dalle associazioni con sovvenzioni statali. Finanziare le associazioni su campagne di sensibilizzazione e monitoraggio dello stato di inquinamento dei mari, è per le stesse più una occasione e gestione di potere di quanto diversamente possa sembrare. Il controllo sullo stato delle acque è un compito istituzionale che lo Stato non può affidare alle associazioni ambientaliste tra l’altro finanziato con sovvenzioni statali. Le associazioni dovrebbero avere soprattutto il ruolo di controllo di veridicità e corrispondenza delle analisi prodotte dalle istituzioni e non sostituirsi a queste ultime come normalmente accade. In tale ambito si rende necessario recuperare quello slancio iniziale e questo potrà essere possibile solo se le associazioni opereranno in totale indipendenza dalle istituzioni, perché solo allora potranno rispondere pienamente e senza conflitti alle esigenze dei 65


cittadini. Una bandiera blu che è diventata oggi un elemento inconfondibile sulla salubrità e balneabilità delle acque di un certo comune ha una valenza economica tale che non può essere appannaggio esclusivo di associazioni di parte. Una corretta democrazia nel settore ambientale deve assicurare, sul principio federalista, una base di controlli dal basso riconoscendo non solo alle associazioni ambientaliste ma anche alle associazioni dei cittadini il diritto di intervenire nelle procedure amministrative e giudiziarie, deve dare la possibilità di utilizzare in alcuni casi l’istituto del referendum e deve dare impulso a sistematiche iniziative di informazione. Una cura particolare dovrà esser posta nel settore della educazione ambientale affidando alle scuole tale compito, le uniche che hanno la responsabilità di contribuire alla formazione ed educazione del bambino, non alle associazioni ambientaliste. Per questo riteniamo che la Scuola debba recuperare un ruolo che le è stato sottratto con la delega concessa in questo decennio nel settore dell’educazione ambientale a soggetti esterni e spesso di parte. A tal fine riteniamo necessario rivedere le competenze attualmente affidate al Ministero dell’Ambiente restituendole nel giusto alveo, anche dal punto di vista finanziario, al Ministero della Pubblica Istruzione. Dovrà finire l’attuale spreco di risorse che ha finito per annullare o rendere estremamente difficile,l’ azione educativa ,in balia e sottoposta al libero campo di azione e programmazione, con denaro pubblico, ad alcune Associazioni ambientaliste monopolizzanti ed ideologicamente orientate a senso unico. Inoltre, nel settore delle politiche ambientali sarà opportuno procedere sul piano legislativo, alla semplificazione, razionalizzazione ed armonizzazione delle leggi attraverso un testo unico per l’ambiente. Ormai, il sedicente ambientalismo rossoverde del “popolo dei no”, ha toccato il fondo del parossismo paranoico. Il loro oltranzismo “negazionista” li rende assolutamente incapaci non solo di scelta, ma persino di semplice raziocinio politico. Così vediamo che nel Lazio il Presidente Marazzo, sostenuto dai “no coke”, si oppone al carbone e propone in alternativa la realizzazione di un rigassificatore; in Toscana avviene esattamente il contrario, con i “no gas” che si oppongono al rigassificatore e chiedono, in alternativa, l’utilizzo del carbone. Serve un’alternativa a questo stato confusionale della sinistra ambientalista perché l’ambiente e la sua difesa richiedono un approccio pacato, razionale e soprattutto scientifico.

Diritti degni animali e falsi sillogismi: no alla sacralità degli animali. Il finto buonismo di certe malsane pratiche si è poi indubbiamente riflesso in altri ambiti. Si è fatta strada una erronea concezione che attribuisce al mondo animale diritti che rientrano nella sfera potestativa degli uomini. La falsità di tale argomentazione si comprende perfettamente da sé poiché gli animali, privi di “ratio”, non potranno ad esempio mai e poi mai costituirsi in giudizio per far valere le loro 66


azioni. Pertanto, proprio per questo motivo non possiamo parlare di diritti degli animali , ma di un profondo dovere morale di assunzione di nostre responsabilità verso il Creato. Anche questa visione è figlia di una cultura animalista e biocentrica che non riesce a collocare armonicamente l’insieme e l’interazione esistente tra mondo antropico e biotico. Per assurdo, i diritti degli animali saranno inversamente e proporzionalmente garantiti tanto quanto maggiore sarà il livello di responsabilità dell’uomo verso il Creato. Queste azioni non si promuovono attraverso assunti privi di logica ed evocanti diritti senza fondamento che rientrano più in un approccio demagogico ma si rende educare i nostri bambini, sin dalla tenera età, al rispetto profondo verso tutte le creature attraverso corretti programmi formativi. Per questo motivo riteniamo vitale promuovere una corretta informazione ambientale al di fuori di usi strumentali. Pensiamo all’uso sviato del Cantico delle creature di San Francesco. Cantico, che non è come si suole e si vuole far credere, un inno alla protezione degli animali ad uso di retoriche culture protezioniste. In realtà esso è una preghiera che mette in evidenza come le specie viventi di questo pianeta, altro non sono che la prova e lo specchio riflesso dell’esistenza di un Dio creatore. Il Cantico è dunque una esaltazione alla vita ed un implicito invito alla ricerca della prova dell’esistenza di Dio, che si manifesta attraverso la natura, sua anima riflessa e prova della sua esistenza. Il Cantico non è dunque un rituale pagano che inneggia e sacralizza gli animali ma piuttosto un inno alla vita ed al rispetto della natura che noi uomini abbiamo il dovere di difendere e preservare per le generazioni future, superando quell’insistente menefreghismo che ci caratterizza e che ci spinge a considerare le risorse senza attribuire loro nessuna considerazione. Rispettare gli animali significa evitare loro inutili sofferenze e cercare di porre un freno, ad esempio, all’acquisto sconsiderato ed al commercio dei nostri cani e dei nostri gatti, solo per fare fronte a nostri passeggeri capricci. Capricci abbandonati in seguito sulle strade durante il periodo estivo e che finiscono per alimentare il fenomeno del randagismo. L’obiettivo che dobbiamo porci, in questo caso, è di riconsiderare i canili non come una soluzione ma, come un ripiego poiché siamo consapevoli delle sofferenze inutili che provocano agli animali, senza considerare che spesso sono dei veri e propri lager. Per risparmiar loro tali sofferenze dobbiamo pensare a politiche che abbiano maggiori considerazioni per questi esseri viventi. L’obbligo di una anagrafe canina e l’utilizzo del microchip è sicuramente un altissimo deterrente ed è questa senza alcun dubbio la strada da intraprendere per debellare il fenomeno. Secondo uno studio dell’ ex Istituto Nazionale della Fauna Selvatica esistono in Italia circa un milione e duecentomila cani abbandonati. Questa incresciosa situazione, oltre a rappresentare una totale mancanza di rispetto e di sensibilità verso altre forme di vita, è anche causa di incidenti stradali, senza contare le evidenti ripercussioni ambientali connesse al fenomeno e l’impatto dei cani randagi sulla popolazione faunistica. E' noto che nello stagno del Molentargius, presso Cagliari, ogni anno i cani randagi per procacciarsi il cibo fanno razzia di uova e piccoli di fenicotteri, di avocette e di cavalieri d’ Italia. E’ stato calcolato che più di cinquemila 67


fenicotteri hanno completamente abbandonato il sito e che annualmente circa 2.500 di questi cadono preda dei cani. Nel Parco della Maiella, i cervi e caprioli introdotti sono stati annientati ad opera di cani randagi. Non parliamo poi dei danni causati al bestiame domestico, dove quasi sempre finisce sotto processo ingiustamente il lupo o degli incidenti automobilistici connessi al fenomeno del randagismo. Dunque le implicazioni connesse al randagismo sono molteplici e riteniamo opportuno porvi un freno. La legge che si è occupata di regolamentare il fenomeno del randagismo, è la n. 281 del 14 agosto 1991: con tale legge venne istituita l'anagrafe canina e la marcatura dei cani. Tale disposizione in molti casi non solo non è stata recepita da molte regioni italiane ma, dove recepita, è ad oggi nella maggior parte dei casi disattesa. Il paradosso è che questa anomalia ha contribuito ad espandere il randagismo. Altro problema da tenere in evidenza è che non è stata ancora realizzata una gestione centralizzata della anagrafe canina così da permettere un controllo a monte del fenomeno. Oggi , e qui solleviamo una spinosa questione, la legge pone l’obbligo per i comuni di mantenere a vita nei canili i cani catturati. Questo comporta chiaramente costi elevatissimi per le amministrazioni che preventivamente ed accuratamente evitano la cattura dei randagi. Senza contare che il contributo giornaliero assicurato dalla legge per ogni animale è al di sotto della soglia di sopravvivenza, a malapena sufficiente per il sostentamento e figuriamoci per le spese veterinarie ed altro. Per questo riteniamo l’opzione del canile disdicevole e causa per i poveri animali di una condanna all’ergastolo senza appello, obbligandoli a vivere in angusti spazi, tra grosse privazioni e stenti Inoltre sempre secondo le statistiche, solo il quaranta per cento dei cani nel nostro paese risulta tatuato come prescrive la legge e per di più le diverse tecniche di marcatura adottate, con notevoli differenze dei codici, non consentono in molti casi di risalire al proprietario. Nel trenta per cento dei casi il tatuaggio risulta addirittura illeggibile. Per sanare questa incresciosa situazione è necessario affrontare il problema tenendo in considerazione cosa sia veramente auspicabile per questi piccoli e fedeli compagni. Personalmente auspichiamo, come unico rimedio al randagismo, un sano programma di sterilizzazione, rifiutando per principio lager di qualsiasi natura e per qualsiasi creatura. Mentre, per quelli più fortunati e con un padrone, al fine di evitare il pericolo dell’abbandono, riteniamo come rimedio unico e risolutivo, l’utilizzo sotto cute di microchip che ne permettano l’identificazione a vita responsabilizzando così definitivamente tutti coloro che, interessati, decidono per l’acquisto di un cucciolo. I canili offendono e privano di dignità i nostri amici. Occorre pertanto una profonda inversione di tendenza per arrivare ad assicurare loro quel rispetto che sicuramente meritano. L’appiattimento culturale, cui abbiamo fatto riferimento, si è riflesso anche in altri ambiti. E’ a tutti noto come alla base della procreazione vi sia una interazione tra specie di diverso sesso. Questa concezione fondamentale, causa un tale appiattimento ed una distorta realtà e percezione, rischia forti ripercussioni. Molte associazioni gay sono balzate ultimamente alle cronache con pretese inaccettabili. Le 68


loro rivendicazioni sotto il profilo civile sono assolutamente condivisibili perché deve essere riconosciuto loro di avere nella società uguali diritti e garantito il rispetto di ogni persona. Non possiamo però accettare le unioni matrimoniali, per il valore intrinseco che hanno nella società, poiché tali unioni minano quel concetto di famiglia strettamente connesso alla sacralità della concezione. Un atto questo che , ripetiamo. può avvenire solo tra persone di sesso diverso. Tale riconoscimento rischia di essere l’anticamera per le adozioni che non possono essere affidate a persone dello stesso sesso, non tanto per una concezione etica, non perché tali persone non possano essere meno all’altezza di altri, ma perché nell’adozione, da sempre, comprese quelle etero, deve essere ed è prevalente non il nostro interesse, ma l’interesse del bambino che per un suo equilibrato sviluppo deve avere a fianco, nella sua crescita, sia la figura del padre che della madre. E a chi sostiene che sono tanti i bambini abbandonati, possiamo tranquillamente rispondere che allo stesso modo sono tantissime le coppie desiderose di adozione ma la burocrazia e le lungaggini amministrative sono spesso un grosso limite ed un freno. L’inquinamento atmosferico e la sfera dei diritti soggettivi. Da anni alcune associazioni ci flagellano con le solite campagne di denuncia sull’inquinamento atmosferico ed osserviamo, ormai rassegnati, alle solite lenzuola annerite poste fuori dai balconi. Dalle parole non si è mai poi realmente passati ai fatti. Ma, come sempre, mentre da noi si continua a brancolare nel buio ponendo in essere misure restrittive ed ideologiche non possiamo non notare le differenze con altri paesi. Negli Stati Uniti, città inquinate come Los Angeles (California), sono negli anni ricorse alle benzine ossigenanti che si sono dimostrate una valida alternativa. Scoprimmo le benzine ossigenate ed i loro effetti sull’inquinamento agli inizi del novanta , dopo un nostro viaggio negli Stati Uniti ed, in particolare, proprio a Los Angeles. Una città che in precedenza era sempre stata raffigurata sotto una cappa nera di smog, ci sbalordì per il reale miglioramento occorso. Miglioramento, che, non a caso, coincise con la decisione di adottare le benzine ossigenate. Tornati in Italia tentammo di promuovere e diffondere la soluzione praticata negli Stati Uniti che aveva realmente permesso di abbattere le emissioni inquinanti nelle città. La composizione di queste benzine prevedeva in sostituzione del benzene, l’aggiunta di una certa quantità di additivi ossigenati tali da consentire alla benzina di bruciare in modo più completo e pulito. Dunque in tal modo si ottennero effetti insperati quali la riduzione delle sostanze nocive ed in particolar modo di quelle volatili. Le nostre proposte, nonostante l’interessamento di numerosi quotidiani nazionali, non furono prese in considerazione. Qualcosa si mosse solo nei primi anni del duemila. L’allora Ministro dell’Ambiente Edo Ronchi, decise di ricorrere anche in l’Italia alla soluzione delle benzine ossigenate che dovevano essere poste in commercio con una miscela che contenesse una percentuale di ETBE del 15 per cento, un additivo ossigenato di origine vegetale in sostituzione di una parte degli idrocarburi 69


policiclici aromatici. Il Ministro Ronchi promise anche un raddoppio della produzione di ETBE entro il 2002, portandola successivamente a trecentomila tonnellate l’anno, con previsione di incentivi per compensare il maggior costo della benzina ossigenata. Tali benzine ossigenate erano una alternativa valida alle marmitte catalitiche che, come è a tutti noto, sono efficienti solo se sottoposte a continui controlli e per chilometraggi limitati, dopodiché devono essere sostituite, altrimenti il loro potere inquinante, risulta essere pari come quello di una autovettura catalitica. Inoltre, i numerosi stop and go del traffico cittadino, non sono ottimali per il corretto funzionamento di tali marmitte catalitiche. Ma, inspiegabilmente, le benzine ossigenate, dopo una timida comparsa, furono poi accantonate senza una reale motivazione. A quel punto, senza più alcuna alternativa ma sotto la scure di una direttiva comunitaria ci obbligarono ad acquistare e rinnovare il nostro parco macchine causa i numerosi divieti imposti dalla circolazione, qualora sprovvisti di autovetture conformi alle direttive euro uno, due, tre, ed ora quattro! Probabilmente sotto la spinta ed ingerenza di alcune lobbies, si abbandonò la soluzione delle benzine ossigenate. Ed anche in questo caso, le esigenze dei cittadini, non vennero minimamente contemplate in quanto la soluzione delle benzine ossigenate avrebbe potuto conciliare sia i diritti di proprietà e circolazione dei cittadini che ottemperare alle esigenze di protezione ambientale. Altra questione da analizzare, ed è questa una domanda legittima, è perché si è sempre pensato di affrontare il problema delle polveri sottili considerando solo come unica fonte di inquinamento le autovetture, sottacendo altre cause come ad esempio gli impianti di riscaldamento? Infatti, mentre il settore auto otteneva forti aiuti economici per la riconversione, nessun tipo di provvedimento veniva adottato per la riconversione dei vecchi impianti di riscaldamento che necessitavano di essere trasformati a metano. Senza contare che ancora oggi nelle grandi città, sono ancora presenti impianti alimentati a carbone che inquinano come migliaia di autovetture e moltissimi altri sono ancora alimentati a nafta o gasolio. Dunque, se da una parte abbiamo assistito ad una particolare attenzione per una sola fonte di inquinanti dall’altra abbiamo potuto verificare come tutte le altre non siano state minimamente considerate, mentre se si fossero affrontate tutte allo stesso modo, oggi avremmo potuto godere dei benefici! Dunque se nel settore auto ci sono stati ingenti contributi, per la metanizzazione delle caldaie, quasi niente è stato fatto. Per assurdo, gli unici provvedimenti intrapresi, hanno limitato la circolazione delle auto che hanno penalizzato solo e sempre i cittadini. Perchè ad esempio nel settore dei trasporti pubblici, è a tutti noto che il parco autobus è altamente inquinante, non si è ritenuto di tornare ai vecchi filobus e tram elettrici, che sicuramente contribuirebbero alla soluzione del problema? Quindi l’assurdo è che delle varie sorgenti di emissione di sostanze inquinanti provenienti da impianti termici, industriali, di produzione di energia e traffico veicolare, privato, pubblico e pesante, le nostre amministrazioni ne hanno considerata sempre e solo una, la circolazione delle vetture private, escludendo quindi tutte le altre fonti. Questo ha obbligato i cittadini ad adeguarsi alle normative, 70


costretti a rottamare in continuazione il parco macchine. Tali misure hanno diversamente escluso le pubbliche amministrazioni, a cui è stata riservata una particolare immunità, nonostante che il D.M. 27/3/1998 abbia stabilito, all’art. 5, che tutte le amministrazioni dello Stato, nel rinnovo annuale del loro parco auto, debbano prevedere l’acquisto di una quota di veicoli elettrici, ibridi, o alimentati a gas naturale, GPL o con carburanti alternativi e che entro il 31/12/2002, tale percentuale avrebbe dovuto raggiungere il 40%! Perché i privati cittadini sono dovuti intervenire di tasca propria per adeguarsi, costretti a rottamare in continuazione il parco macchine e le autovetture pubbliche, sono state considerate immuni da tali divieti? Ed anche in queste situazioni i diritti soggettivi dei cittadini con provvedimenti tampone imposti dalle amministrazioni, come le targhe alterne o il blocco delle auto, sono stati calpestati. Provvedimenti che non solo sono lesivi del diritto alla libertà di movimento ma anche lesivi del principio della proprietà. Altro nesso causato da tali provvedimenti, riguarda il danno economico. Chi rimborsa il cittadino che ha pagato l’assicurazione ed il bollo auto per l’intero anno quando viene privato della disponibilità della sua autovettura per diversi giorni soprattutto se si considera che in nessun caso la legge vieta l’utilizzo delle autovetture nei casi di superamento delle soglie di inquinamento! In effetti, i provvedimenti di limitazione del traffico emanano da un decreto fissato di concerto tra il Ministero dell’Ambiente e della Sanità che dovevano fissare i criteri ambientali e sanitari ma che sono andati ben oltre le loro competenze. Infatti, poichè è stato preso un provvedimento, quello del blocco del traffico, senza la concertazione con il Ministero dei Trasporti, è stata chiaramente invasa una sfera attribuita a quest’ultimo. Questo provvedimento dunque, ci lascia legittimamente supporre di essere in presenza di un atto in carenza di legge. Comunque, a prescindere da tale considerazione, è evidente che il peso di certe scelte sia stato fatto ricadere sempre sui cittadini e non ci sembra che i provvedimenti adottati dalle amministrazioni abbiano mai provato a conciliare i vari interessi in campo risultando spesso sproporzionati ed inidonei. Inoltre, l’art. 52 della Carta dei diritti fondamentali della Unione Europea osserva che ogni volta che si interviene per modificare o limitare le libertà attribuite dalla Costituzione, è necessario rispettare il principio di proporzionalità. Da qui scaturisce che ogni provvedimento limitativo della libertà dei singoli individui deve essere sempre quello meno lesivo e idoneo, necessario e adeguato. Se ad esempio le amministrazioni non prendono in considerazione tutte le fonti di inquinamento atmosferico ma solo quelle prodotte dalle autovetture limitandone con divieto l’utilizzo, tale atto, in questo caso, risulta essere non solo inidoneo, superfluo e inadeguato ma anche iniquo. Provvedimenti che sono sempre stati più attenti alle ragioni delle case automobilistiche piuttosto che orientati a pensare con logiche manageriali. Se si continuerà ad investire nel settore delle auto adotteremo sempre e solo politiche di mercato con logiche assistenziali. Il nostro paese non ha saputo rispondere adeguatamente, causa la gerontocrazia della classe dirigente, alla rivoluzione del mercato occorsa con lo sviluppo di internet, perdendo una grossa occasione. Si è 71


dunque pensato di continuare ad investire, per garantire occupazione, in un settore in crisi, senza pensare di diversificare gli investimenti e questo non riguarda solo le internet company ma anche altri settori. Per assurdo l’Italia è il paese con più telefonini acquistati e non esiste una sola società che fabbrica telefonini! Pertanto, per garantire le solite imprese e l’ occupazione in un settore in crisi, siamo ricorsi ad uno stratagemma obbligando con la scusa dell’inquinamento i cittadini a rinnovare continuamente il parco auto per rispondere alla crisi del mercato con autovetture ora euro quattro, poi cinque e domani non sappiamo cosa aspettarci, quando ad esempio esistono tecnologie che senza alcun bisogno di cambiare autovettura, possono abbattere gli inquinanti emessi in atmosfera dalle nostre auto! Se solo avessimo investito in altri settori tecnologici, i risultati attesi sarebbero stati di gran lunga superiori, non solo in termini economici ma anche di occupazione. Rinunciare ad investire nelle nuove tecnologie,significa rinunciare non solo al progresso ed allo sviluppo ma anche alla tutela ambientale. La scommessa del ventunesimo secolo è infatti strettamente connessa al rapporto esistente tra progresso, scienza ed ambiente . La realtà è che non vi è stata una vera strategia da parte delle istituzioni nell’affrontare il problema dell’inquinamento atmosferico , ma come sempre ci si è mossi a tentoni, brancolando nel buio. Ad esempio, la sola politica degli incentivi a tutto il settore auto non si pone come obiettivo la risoluzione dell’inquinamento atmosferico nè è di stimolo per le aziende automobilistiche nel realizzare macchine meno inquinanti ma è finalizzata semplicemente nel concedere sussidi, senza nessun reale beneficio. Le aziende, pertanto, non sono invogliate ad investire nella ricerca ed innovazione, accontentandosi di vivere di rendita. Bisognerebbe riconoscere benefici al settore auto concedendo incentivi fiscali solo a chi acquista vetture ibride, funzionanti ad esempio a diesel e batterie elettriche o benzina ed elettrico o benzina e gas. L’acquirente, consapevole del risparmio ottenuto con gli incentivi fiscali, avrebbe a quel punto maggiori stimoli ad acquistare macchine ibride e tutti noi indistintamente ne trarremmo vantaggi. Così facendo le aziende sarebbero sempre più interessate ad investire in tale ambito ed incrementerebbero le risorse, per la ricerca di nuove e migliori tecnologie. E’ questo un approccio in netta controtendenza con il pensiero ambientalista dominante, imperniato sul principio punitivo di “chi inquina paga”, assolutamente deleterio, per rimodellarlo intorno ad un nuovo concetto ottimistico e premiante del “chi disinquina viene premiato”! In media,è stato calcolato, che tali autovetture consumano il trentacinque per cento in meno e pertanto contribuiscono effettivamente ad abbattere gli inquinanti in atmosfera . E’ fondamentale evitare inutili sovvenzioni in questo settore che alla lunga saranno controproducenti in quanto trovandosi le case automobilistiche a sopravvivere solo con gli incentivi, non avranno più tanti stimoli ad investire nella ricerca ed innovazione ma navigheranno a vista. Inoltre, tale nuovo approccio darà un enorme contributo non solo ad abbattere le sostanze inquinanti nella nostra città ma anche a prevenire le numerose malattie respiratorie e tumorali. Ed è proprio questa la scommessa di un ambientalismo non ideologico ovvero sostituire alla 72


cultura del divieto, di matrice ideologica, una differente impostazione che scommette sulla scienza e sulle sue innovazioni tecnologiche e dunque promuovere una seria cultura di programmi legata non alle proteste , ma alle proposte. Storia del movimento Verde in Italia. La fine degli anni sessanta è caratterizzata da movimenti di protesta che si raccolgono intorno al movimento studentesco e da battaglie legate al pacifismo alla libertà di costumi ed una sorte generica di ribellione contro un certo conformismo. Questi militanti verso la metà degli anni settanta si ritrovano senza più “patria”, ed iniziano pertanto l’avvicinamento verso altre esperienze quali ad esempio le attività di volontariato delle nascenti associazioni ambientaliste. Ricordiamo, a vario titolo, l’Associazione Amici della terra, promossa e molto vicina al Partito Radicale, la Lega per l’Ambiente, oggi Legambiente, che si diffuse in settori della sinistra classica , il WWF, Italia Nostra , tutte accomunate da un profondo antimilitarismo, contrarie al nucleare e profondamente critiche verso un certo consumismo. Dunque l’approdo ai movimenti ecologisti, fu visto da molti come una possibilità di riconvertire il proprio impegno politico in un nuovo progetto che aveva non pochi punti in comune con le tematiche tipiche dei movimenti degli anni sessanta e settanta. In effetti vi era tra i militanti una generale condivisione che considerava in modo critico il sistema dei partiti e vedeva, nel movimento ambientalista, la possibilità di potersi esprimere liberamente al di fuori delle vecchie logiche dominanti. Dall’altra parte questa fu un’occasione unica per molti militanti che colsero questo nuovo processo come una opportunità, consapevoli che il successo di tale iniziativa poteva risolversi a loro favore ma era necessario agire, rivisitando e travasando l’ideologia comunista, ormai in crisi, in un nuovo contenitore. La crisi tra i cittadini ed i partiti aveva toccato il fondo e l’apporto concreto e non ideologico di una alternativa come l’istanza ambientalista, che si poneva nei confronti degli elettori con tematiche e programmi reali, iniziò a solleticare e trovare riscontro tra la gente. Agli inizi degli anni ottanta tali movimenti pensarono di organizzarsi per costituire una nuova forza politica, non senza difficoltà di diverso genere che dovettero essere superate. Ad esempio, sul fronte dell’associazionismo vi erano posizioni diverse. La Lega per l’Ambiente, molto vicina ed organica al Pci, considerava tale possibilità come una minaccia in quanto la sua osservanza di fede ad un partito, le garantiva già una certa libertà di azione e vedeva la nascita di un movimento politico verde con diffidenza. Diversamente, altre associazioni ambientaliste, meno politicizzate come il WWF, la LAV e la Lipu, vedevano la nascita di un partito verde come una possibilità che potesse offrire loro una rappresentanza diretta nelle istituzioni, permettendo di acquisire maggiore incisività nelle azioni di politica dell’ambiente. Altre, come Italia Nostra, rifiutarono a priori un loro impegno politico preferendo diversamente le solite azioni di lobbies. 73


Queste tensioni e resistenze vennero definitivamente superate attraverso numerosi convegni e dibattiti ed alle elezioni del 1985, per la prima volta, si presentò un soggetto politico verde che ottenne risultati sbalorditivi creando un certo sconquasso nello scenario politico nazionale. Le percentuali raggiunte dalle liste verdi, tra il 6% e l’8% , rappresentarono una sorte di protesta nei confronti delle forme partitiche classiche e delle ideologie e furono un segnale chiaro della fine degli schieramenti della prima Repubblica. Se possiamo dare una lettura politica in chiave internazionale tali segnali anticiparono ancora un' altra gli eventi della caduta del muro di Berlino, successiva di solo qualche anno. Fu un segnale evidente della perdita di consenso delle forme partitiche ideologiche. Segnale premonitore ed in un certo senso prevedibile che segnò ben presto il crollo della ideologia comunista. Dopo le elezioni amministrative del 1985, si costituì nel novembre del 1986 una organizzazione delle liste verdi sul modello federativo, denominata “Federazione Nazionale delle Liste Verdi”. Questo improvviso risultato, insperato, solleticò non poco la sinistra, tanto che Marco Pannella e Democrazia Proletaria proposero alle “ liste verdi” la creazione di un soggetto unitario i “Verdi Arcobaleno”. Chiaramente la proposta non venne accolta ed alle successive europee del 1989 e regionali del 1990 si ebbero due liste distinte, i Verdi del sole che ride ed i Verdi Arcobaleno. Questa operazione nasceva con un solo obiettivo, quello di intercettare quel voto verde tra il 6% e l’8%, per annetterlo ed incamerarlo nello schieramento di sinistra al fine di provocare la caduta della Democrazia Cristiana ed avviare quel processo democratico dell’alternanza che era stato da sempre negato al paese. Un noto esponente democristiano che aveva perfettamente intuito la manovra non a caso mise in guardia gli elettori dal votare i Verdi, definendoli una costola della sinistra. La riunificazione di queste due liste venne sancita dalla Assemblea delle Liste Verdi, nel dicembre del 1990 ed in quel preciso istante l’istanza e la matrice ambientalista, rappresentata da una variegata appartenenza di militanti di varia estrazione anche moderata, fu sostituita con le istanze tipiche di una sinistra marxista. Quella “Rifondazione Verde “ vide sul terreno di battaglia un unico vincitore, i Verdi Arcobaleno, rappresentati da vasti esponenti anche della sinistra extraparlamentare che, conseguentemente e coerentemente con il loro substrato culturale, adattarono le loro istanze rielaborando un profilo ed un modello partendo sempre da una certa critica consumistica che sposava pienamente la causa ambientalista, annettendola. Il pensiero dominante, revisionato dall’approccio marxista, aveva trovato nelle battaglie ambientali un punto di partenza utile per sviluppare una certa tesi , ovvero che il pericolo legato allo sviluppo incontrollato del pianeta portasse in breve tempo alla catastrofe. La sintesi per costoro era dunque la stessa, una visione anticapitalista ed anticonsumista. Questo diede loro la possibilità di presentarsi all’elettorato sotto una nuova veste mantenendo occulti e velati quei tratti caratterizzanti di una certa sinistra. Le associazioni ambientaliste dunque, parallelamente, seguirono lo stesso percorso. Pur avendo affrontato e cercato di mantenere, con la nascita di questo nuovo soggetto 74


politico verde, una certa indipendenza, queste associazioni finirono per essere ingerite ed attratte verso questo nuovo pianeta, orbitante nella galassia di sinistra. Questa attrazione e la perdita di autonomia rispetto ai movimenti ideologici di cui erano stati inizialmente profondamente avversi, determinò non solo la fine dell’istanza tematica ma allo stesso modo la fine della loro credibilità che si rifletterà sui risultati elettorali di quegli anni. Se inizialmente i Verdi, con il loro 6%,7% ,8%, rappresentavano e si ponevano sullo scenario italiano come la quarta forza politica, improvvisamente, l’abbraccio letale con la sinistra e la perdita di autonomia fu per costoro deleteria, penalizzandoli con risultati elettorali che scesero improvvisamente al 2-3%. La perdita di autonomia del nuovo soggetto politico e la sua debolezza si riflesse sempre anche nella scelta dei suoi leader. Leader presi sempre in prestito da altri partiti come ad esempio Ripa di Meana proveniente dal Psi e poi confluito in Rifondazione, Rutelli Radicale poi confluito nell’Ulivo, Boato di Democrazia Proletaria, Grazia Francescato dirigente del Pci poi Presidente del WWF e successivamente dei Verdi etc.etc. Tale mancanza di autonomia impedì ai Verdi del sole che ride di selezionare al loro interno una propria classe dirigente. La nomina di Pecoraro Scanio fu in un certo senso più autonoma ma avvenne attraverso un percorso più rischioso al di fuori ed ai limiti della sinistra parlamentare, favorita dall’ abbraccio letale di istanze giustizialiste ed antidemocratiche del movimento dei No Global . L’inizio della crisi del movimento verde non a caso inizia proprio nei primi anni novanta. Ragione molto semplice in quanto al progetto ambientalista iniziale si sostituirono temi e battaglie estranee al “dna” ambientalista. Inoltre, il nuovo sistema elettorale “maggioritario” smascherò definitivamente la loro collocazione e gli elettori compresero finalmente quale in realtà fosse la loro reale connotazione politica. Fu subito chiaro che il movimento verde, nonostante le iniziali critiche al sistema dei partiti, si trasformò esso stesso in un apparato burocratico e di tessere. Questo determinò profonde divisioni interne e fenomeni di altissima litigiosità, fino all’epilogo ed alla loro definitiva esclusione, dopo più di venti anni, dall’arco parlamentare. La testimonianza di un Ecologista , Alex Langer. Alla domanda se è di destra o di sinistra o di centro, la proposta di ridurre l’inquinamento del pianeta o di combattere l’inquinamento dei mari, dei fiumi dei laghi o di abbattere lo smog nelle città o di avanzare proposte per rendere qualitativamente migliore la vita di ogni essere vivente sulla terra, tutti coloro che non sono sicuramente “targati” potrebbero e dovrebbero rispondere che queste scelte non possono essere connesse a mere questioni ideologiche ma ad un comune bisogno. Diversamente per tutta una serie di dinamiche di diverso tipo ed entità la verità oggi ha assunto il valore di un dogma incontrastato per cui non si può essere verdi se non 75


si è rossi e di conseguenza come ribadito dai custodi dell’ortodossia di sinistra “chi è rosso, non può non essere verde”. Da queste considerazioni ed analisi alla fine degli anni ottanta parte una profonda critica ai Verdi da Alex Langer, padre nobile e tra i primi fondatori del movimento di cui di seguito ci preme riportare alcuni passi principali di un suo intervento: <<In altra occasione mi è capitato di paragonare il rapporto tra il "verde" ed il "rosso " (termini semplificativi, ovviamente) al rapporto che i cristiani vedono intercorrere tra il Nuovo ed il Vecchio testamento, tra cristianesimo ed ebraismo. "Non si può essere cristiani, senza essere ebrei" decretavano - nel primo secolo di predicazione cristiana - i custodi della tradizione, pretendendo la circoncisione e la frequentazione della legge israelitica dai novelli seguaci del Vangelo. Se il cristianesimo non avesse superato quell'angusta impostazione, sarebbe diventato uno dei filoni dell'ebraismo di allora ed ancor più probabilmente una setta. Accettando invece di operare in campo aperto e tra i "gentili", esso è diventato un fenomeno “epocale” e di “seguito”. Ma sempre meno si potrà dire impunemente che non si è verdi senza essere rossi, ed anzi si dovrà capire - a sinistra - che non si potrà più essere verdi senza essere rossi. Al di là dei giochi di parole sui colori, sarà la stessa emergenza ecologica e la crisi dello "sviluppo" ad aprire molti occhi. E' possibile quindi che i verdi diventino punto di incontro, di rifondazione e di fusione di aspirazioni vecchie e nuove e che intorno all'ecologismo, accanto a qualche bandiera lasciata cadere a sinistra (magari sessantottesca), si raccolga anche qualche idealità smarrita tradizionalmente dalle sinistre e magari rifugiata a destra: per esempio il senso della differenza contro un malinteso trionfo dell'uguaglianza; o il bisogno di identità, di tradizione, di "patria" (parlo delle piccole patrie, non di quelle che chiamano al fronte); o una domanda di spiritualità e di interiorità; o la rivalutazione dell'iniziativa personale e comunitaria rispetto allo statalismo ed all'adorazione dell'"ente pubblico"; o una ricerca di "comunità" non riconducibile alla socialità politicizzata e strutturata propria della tradizione di sinistra. Ora mi pare che per il movimento verde possa aprirsi uno spazio di coinvolgimento e di affermazione popolare laddove i "rossi" non sono riusciti a fare breccia. Se i verdi sapranno rinunciare alla tentazione intellettualistica di presentarsi come rinnovatori del mondo in nome di progetti e principi astratti e riusciranno invece a collegarsi a quanto di vivo e di propositivo si può ricavare dall'esperienza non ancora cancellata dei rapporti tra uomo e natura e tra uomini, nella cultura popolare il discorso verde potrebbe smascherare contemporaneamente la falsità del "conservatorismo" della destra e del "progressivismo" della sinistra, prospettando una via d'uscita davvero liberata dalla consunta polarizzazione ereditaria tra destra e sinistra. Un motivo in più per chiedere che i verdi non si presentino come semplice appendice o riedizione della sinistra ma facciano il possibile per sviluppare piena autonomia e per recuperare un saldo rapporto con elementi della tradizione e della "conservazione"..”>> Non possiamo non cogliere da questa lettura il tentativo di Langer di superare il confinamento ideologico dei Verdi per spingerli fuori dal guscio al fine di intercettare quel malcontento della società civile e proiettare il movimento in una fase nuova. 76


Questo discorso assume una particolare rilevanza se si pensa inoltre che avvenne nel periodo di poco precedente alla caduta della prima repubblica e pertanto si comprende come Langer avesse in realtà percepito ed anticipato una fase critica che sarebbe stata esplosiva. Ma la sua arringa , è soprattutto una critica a quei processi che portarono il movimento verde ad isolarsi dalla società civile sposando certe tesi in un fatale abbraccio ideologico. Fu per Langer l’inizio di una fase critica che lo portò all’isolamento fino al momento in cui pur se inizialmente convinto pacifista, con un cambio di direzione, resosi conto del dramma che la ex Jugoslavia stava attraversando, arrivò ad invocare l’intervento dell’Onu. Tale richiesta non fu capita e tenuta nella giusta considerazione dal gruppo dirigente dei verdi, sposato alla causa pacifista, che approfittò per voltargli le spalle accusandolo di tradimento. In realtà il pacifismo sbandierato dai Verdi era di mera facciata, in realtà poco interessato alla soluzione dei conflitti. Langer in preda a sconforto ed abbandono non riuscì a superare quel periodo di crisi ed il sipario calò inesorabile sulla sua vita. Nessuno può mettere in discussione, quanto siano ancora attuali le sue osservazioni ed il suo acume ma, soprattutto, nessuno potrà negare il suo coraggio, quello di aprirsi al confronto per ricercare continuamente, pur tra mille difficoltà, il bene comune. Non so quante persone avrebbero avuto la forza, rileggendo questo suo discorso, di presentarsi ad un dibattito politico ben sapendo che quelle sue parole, quelle sue critiche sarebbero state sicuramente invise e fortemente osteggiate. Per questo riconosciamo a Langer una onestà intellettuale, una verità senza peli che, per dirla come lui, avrebbe potuto “smascherare contemporaneamente la falsità del "conservatorismo" della destra e del "progressivismo" della sinistra, prospettando una via d'uscita, davvero liberata dalla consunta polarizzazione ereditaria tra destra e sinistra”! Conclusioni: da un sistema elettorale clientelare ad un sistema meritocratico. Con questo libro abbiamo voluto attraverso esperienze personali far comprendere che la conoscenza delle istituzioni, dei loro processi, delle loro dinamiche è fondamentale. Abbiamo tentato di far rivivere, attraverso le nostre esperienze, carichi inizialmente di speranza ed entusiasmo, quella fiamma che ci ha spinti a tentare e contribuire al cambiamento di mentalità e luoghi comuni di un paese, con l’ingenuità di chi credeva che potesse essere parte attiva di un processo che avesse con tutti in comune e come fine la ricerca del bene . Una ingenuità colma di molte aspirazioni ed una visione ottimistica del mondo. Una ingenua carica di ottimismo che ha spalancato la porta su un mondo governato da democrazie succubi molto spesso di oligarchie economiche e che ha messo a nudo come dietro aspirazioni e parole ecumeniche dei rappresentanti delle istituzioni, in realtà si celino comuni bisogni mortali. I politici sono consapevoli che non la dialettica ma l’eristica è l’unico linguaggio che ci meritiamo, pertanto da sempre hanno diviso le folle attraverso categorie scomode come quelle imperanti da anni tra destra e sinistra. La colpa non è della 77


classe politica ma della nostra ignoranza. Sono finezze dialettali che hanno dato vita ad un linguaggio artefatto e confezionato ad hoc per brandire le folle. Chiunque tentasse di portare avanti un progetto costruttivo sarebbe schiacciato negli ingranaggi di una macchina ben oliata che si erge in difesa di una oligarchia. La nostra esperienza è sicuramente un esempio: diverso sarebbe stato adeguarsi, iscriversi ad uno dei tanti partiti presenti sulla scena italiana e dimostrare fedeltà al padrone. La verità è che la causa reale di questo malessere è appunto la nostra ignoranza. Una qualsiasi iniziativa, che portasse avanti un progetto basato sulla meritocrazia, rischierebbe di mettere in seria discussione gran parte della nostra classe “digerente,” non solo quella politica; pertanto tale processo sarebbe ostacolato, tritato, rielaborato ad arte dai media per annullarne la vera portata. In effetti senza adeguati strumenti culturali, risulta difficile tentare di comprendere certi meccanismi ed in mancanza di tali presupposti la classe politica si adegua. Chi in fondo rischierebbe il proprio posto, la propria carriera, i propri privilegi acquisiti ben sapendo che la battaglia sarebbe persa già in partenza! In effetti le nostre convinzioni si fondano non su certezze ma su opinioni che sono aleatorie mentre la conoscenza, quella vera, è come la matematica, non si discute. Di certo oggi più che mai siamo convinti che la politica potrà essere condotta e traghettata sul lido della liceità e della meritocrazia solo attraverso nostre scelte. Se non ci preoccupiamo minimamente e non capiamo come lo scontro in atto in questo momento nel paese non ha come obiettivo quello di salvaguardare l’interesse dei cittadini, ma le oligarchie dei numerosi califfati; se non ci rendiamo conto che la gestione occulta della cosa comune, è un chiaro invito a compiere ed ordire cordate politiche ed economiche a danno della collettività e che senza falsi moralismi e senza ipocrite doppiezze, solo le regole potranno assicurare l’imparzialità, la concorrenza leale e salvaguardare tutti noi dalle ingiustizie; se pensiamo che tutto possa essere risolto dalla politica, soprattutto se continuerà ad essere avvertita come un qualcosa di estraneo; se continuiamo a disinteressarci della cosa pubblica, convinti erroneamente che la libertà sia un dono e non una conquista, non avremo alcuna speranza e continueremo ad essere rappresentati dai soliti nani. Allora solo nostra sarà la colpa e non potremo permetterci di accusare e colpevolizzare chi è sull’altra sponda semplicemente disprezzando od additando la classe politica perché in mancanza di una nostro impegno non gli avremo lasciato, come alternativa alcuna, che adeguarsi! E’ uno Stato il nostro la cui doppiezza è dettata da una finta ipocrisia che permette ad individui senza scrupoli di farsi scudo delle istituzioni che rappresentano per sottrarsi dalle loro responsabilità. Di uno Stato al quale non si possono attribuire responsabilità dirette, in quanto entità metafisica indefinita, che si crogiola consapevole che in quanto “ istituzione “, non potrà mai essere messo in discussione e dunque, ambiguamente, continuerà a lavarsi le mani scaricando le sue colpe sui suoi fedeli servitori. Ma se questo appare scontato sotto il profilo oggettivo altrettanto non potrà essere sostenuto sotto il profilo politico, in quanto le istituzioni oggi più che 78


mai rischiano di perdere la loro legittimità. La gente, i cittadini, avvertono sempre più tali doppiezze, evidenziate di certo dal profondo baratro e dalle discrepanze assegnate nell’assunto che separa nettamente la sfera dei diritti da quella dei doveri e dal diverso peso attribuito, dove il cittadino è scippato di ogni reale diritto. La gente, diversamente, non ha ancora compreso con quale strumento poter recuperare il rapporto con le istituzioni perché non ne ha spesso i mezzi e l’unico modo per sottolineare la loro protesta è il rifiuto con il quale esprimono il loro dissenso, non andando a votare nelle varie consultazioni elettorali. Qual è l’assunto che regola dunque i rapporti tra stato e cittadini: è lo Stato ad essere emanazione diretta del ruolo che i cittadini gli riconoscono o lo Stato esiste a prescindere! Oggi sembra più verosimile questa seconda ipotesi. E’ proprio nella risoluzione di questo conflitto che investe sempre più le istituzioni, che le vedrà nei prossimi anni impegnate a giocarsi un loro futuro, la loro credibilità, in quanto la sensazione lampante è che oggi lo Stato esiste per un incarico “a divinis” e non per volontà dei cittadini. Le istituzioni, sul finire del secolo scorso, sono state fortemente minate, in quanto una minima emancipazione culturale ha permesso ai cittadini un rapporto più diretto e non mediato come nel 1948 quando la Chiesa ebbe un ruolo fondamentale per la vittoria della Democrazia Cristiana, causa anche l’elevato tasso di analfabetismo e di ignoranza che interessava il paese. Le cose oggi sono cambiate e si è avviato, anche se in minima parte, un processo di emancipazione culturale. Oggi vi è una certa perdita di fiducia e di consenso nei confronti delle istituzioni colpevoli di essersi allontanate dalla gente, arroccandosi in difesa di posizioni acquisite, ereditate dal passato . La costruzione di uno Stato democratico reale e di certi valori, nasce proprio dalla mancanza di un adeguato livello culturale e da un generico ed umano bisogno di affidare la nostra redenzione nelle mani di altri, senza in realtà comprendere che la nostra identità e sopravvivenza non possono essere affidate ad alcuno e che nulla è scontato in quanto solo noi possiamo avere un interesse reale nel riconquistarci un peso nella società che può metterci al riparo da eventi spiacevoli . Questo è un paese dove si è andata rafforzando una considerazione teocratica delle istituzioni e della loro invulnerabilità , mentre se esse sono sicuramente inviolabili questo non può metterle al riparo da errori e coinvolgimenti di altra natura. Ed il trasformismo di molti partiti che hanno rinnegato il loro passato per diventare improvvisamente “democristiani”, è l’assunto dei principi precedentemente enunciati. Questa è la riprova e la dimostrazione dell’utilizzo distorto ed ideologico dei messaggi utilizzati dalla classe politica solo per irretire le folle ed acquisire consensi, diversamente non si capisce il motivo per il quale questa classe dirigente, sconfitta dalla storia, sia ancora alla guida del paese. Ma questa è la chiara ed evidente dimostrazione della debolezza culturale di un paese del suo menefreghismo, della sua totale mancanza di conoscenza e memoria che ha permesso il trasformismo di questi personaggi. Un paese con storia e memoria e con una sua cultura non avrebbe 79


permesso a costoro di riciclarsi come se fossero stati folgorati sulla via di “Damasco”, ma li avrebbe come minimo confinati e relegati nel dimenticatoio gettando le basi per la rinascita di una nuova classe dirigente. Ma è un paese, il nostro, dove il riciclaggio, in mancanza di critici all’altezza, è un’arte non priva di espedienti, con folle di artisti improvvisati. Ci rendiamo conto delle difficoltà con le quali si costruisce una democrazia ed oggi siamo consapevoli che la differenza tra una democrazia reale e virtuale è segnata dal nostro abisso culturale. Ci sentiamo sempre di prevaricare gli altri, abbiamo un profondo bisogno di anteporre la nostra supremazia ma ci risulta difficile, poi, indossare altri panni e capire dai linguaggi usati, da certe espressioni e costruzioni dialettiche il livello culturale strettamente connesso e quindi riconoscere, a chi è diverso da noi, i suoi giusti meriti. Questa mancanza di umiltà e di conoscenza ha finito per penalizzare tantissimi giovani che si sono messi in gioco ed oggi con una laurea, un dottorato o un master sono condannati a fare le comparse. Questo finto egualitarismo ha prodotto una insana arroganza e supponenza che ci ha portato a sottovalutare gli altri e negare le loro qualità perché ancora figli di quel sessantotto che ha promosso politiche di demerito. Politiche che hanno impedito ai migliori di esprimersi, rischiando di venire additati da una società meschina ed ignorante, che hanno finito per deprezzare i secchioni piuttosto che incoraggiarli! Non a caso tale termine ha acquisito nella nostra società una valenza dispregiativa e non positiva!! La nostra lacuna culturale e l’enorme baratro che ci divide da una conoscenza reale delle cose ha prodotto una democrazia virtuale ma non virtuosa. Siamo figli di una certa cultura sessantottina che ha promosso una cultura di appiattimento dove i primi della classe, mentre una volta erano additati ed il fiore all’occhiello della società, oggi vengono derisi. Una cultura del rispetto e delle diversità è stata sostituita da una cultura di appiattimento che, anche nei rapporti interpersonali, ha segnato il passaggio dal voi al lei, dal lei al tu, producendo quel conformismo tribale ed una falsa equiparazione tra individui che non corrisponde però sotto il profilo socio-culturale. Questo stato di cose deve pertanto cessare, riconoscendo ai cittadini pari meriti e dignità, promuovendo e sostenendo le differenze e le peculiarità di ciascun individuo. Uno Stato, il nostro, che ancora oggi non è riuscito a sconfiggere la Mafia. Come osservò Giovanni Falcone, come mai lo Stato riuscì nei primi anni del XX secolo con un solo uomo, il Prefetto Morì, a debellare la Mafia in pochi anni mentre oggi questo traguardo appare impossibile? Perché mentre lo Stato è riuscito ad esempio a sconfiggere le Br, non ha debellato allo stesso modo la mafia, il vero cancro della nostra società. Forse dobbiamo arrivare alle stesse conclusioni di un emerito ed illustre personaggio che evidenziò come il terrorismo fosse stato sconfitto perché a differenza della Mafia, era contro lo Stato. Di queste affermazioni ne è stato sicuramente testimone un magistrato che è nel cuore di tutti e, che ha pagato con la sua vita, a caro prezzo e con la sua testimonianza, che 80


sicuramente non meritavamo. Un magistrato che è stato ancor prima che dalla Mafia ucciso dalle stesse istituzioni che rappresentava. Falcone, e non dimentichiamolo, è stato indebolito e messo “k.o.” quando il Consiglio Superiore della Magistratura ne decretò la sua fine rifiutandogli l’incarico di Consigliere Istruttore della Procura di Palermo, preferendo affidare l’incarico ad un altro magistrato. In realtà, tale decisione minò ed indebolì Falcone, un segnale che la Mafia seppe immediatamente cogliere legittimando l’attentato di cui fu poi vittima! Riportiamo alcuni passi dell’intervento di Borsellino sulla vicenda: << Però quello che ha detto Antonino Caponnetto è vero, perché oggi che tutti ci rendiamo conto di quale è stata la statura di quest'uomo, ripercorrendo queste vicende della sua vita professionale, ci accorgiamo come in effetti il paese, lo Stato, la magistratura che forse ha più colpe di ogni altro, cominciò proprio a farlo morire il 1° gennaio del 1988, se non forse l'anno prima, in quella data che ha or ora ricordato Leoluca Orlando: cioè quell'articolo di Leonardo Sciascia sul "Corriere della Sera" che bollava me come un professionista dell'antimafia, l'amico Orlando come professionista della politica, dell'antimafia nella politica. Ma nel gennaio del 1988, quando Falcone, solo per continuare il suo lavoro, il Consiglio superiore della magistratura con motivazioni risibili gli preferì il consigliere Antonino Meli. C'eravamo tutti resi conto che c'era questo pericolo e a lungo sperammo che Antonino Caponnetto potesse restare ancora a passare gli ultimi due anni della sua vita professionale a Palermo. Ma quest'uomo, Caponnetto, il quale rischiava, perché anziano, perché conduceva una vita sicuramente non sopportabile da nessuno già da anni, il quale rischiava di morire a Palermo, temevamo che non avrebbe superato lo stress fisico cui da anni si sottoponeva. E a un certo punto fummo noi stessi, Falcone in testa, pure estremamente convinti del pericolo che si correva così convincendolo, lo convincemmo riottoso, molto riottoso, ad allontanarsi da Palermo. Si aprì la corsa alla successione all'ufficio istruzione al tribunale di Palermo. Falcone concorse, qualche Giuda si impegnò subito a prenderlo in giro, e il giorno del mio compleanno il Consiglio superiore della magistratura ci fece questo regalo: preferì Antonino Meli>>. Il resoconto della seduta tenuta dal Consiglio Superiore della Magistratura dove si manifestano le ragioni e le propensioni in favore di Antonino Meli e non di Giovanni Falcone, rappresenta una pagina oscura della magistratura. La motivazione ed il criterio adottato, propesero verso l’anzianità di servizio, che venne anteposta alla professionalità e all'esperienza specifica di Falcone. La nomina di Meli venne giustificata sottolineando una specifica esigenza di non favorire il presunto "protagonismo" e "carrierismo" di alcuni magistrati ed oggi, quanto mai, questa frase appare inverosimilmente ilare. Dopo quel giorno Antonino Caponnetto dichiarò che Giovanni Falcone cominciò a morire proprio in quel gennaio del 1988, con la decisione del CSM che preferì Meli a Falcone. Lo stesso Borsellino sostenne le argomentazioni di Caponnetto, arrivando ad affermare come la strage del 1992 sia stato il naturale epilogo di questo processo di morte. 81


E’ anche sbagliato affermare ed incriminare il Consiglio Superiore della Magistratura, come istituzione, perché furono molti i magistrati, ad onor del vero, a votare per Falcone. Votarono a sostegno di Meli 14 magistrati e dieci furono i voti a sostegno di Falcone ma, ancora oggi, non riusciamo a capire come si sia potuto consumare tale atto. Certo è che una parte della magistratura si sia resa complice di una delegittimazione, senza alcun merito, di un uomo, che quel ruolo se l’era più di ogni altro conquistato sul campo. Purtroppo questi episodi sono sconcertanti e rilevano una giustizia che viene spesso amministrata non di certo in nome del popolo italiano! Ed allora se una considerazione finale deve essere fatta, alla luce di quanto precedentemente descritto, appaiono risibili gli scontri epici di cui siamo stati osservatori passivi, concentrati sulla riforma del sistema elettorale di questo paese come se tale riforma fosse la panacea di tutti i mali. La realtà che per un fatto meramente egoistico e di opportuna sopravvivenza, nessuno dei nostri rappresentanti politici vuole fornire alla popolazione, ai cittadini, gli strumenti adeguati per governare ben sapendo che tale atto provocherebbe un loro suicidio politico in quanto, acquisita la consapevolezza degli strumenti in nostro possesso e raggiunta la nostra autonomia, costoro sarebbero soppesati per quello che sono. Dunque, in realtà, nessun programma politico nè altresì nessuna legge elettorale saranno da soli sufficienti ad assicurare il nostro benessere, se non capiremo che tali scelte dovranno avvenire in totale autonomia e consapevolezza! Un nuovo sistema elettorale, dovrà dunque porsi come finalità, la creazione e la cernita di una vera classe dirigente e non la sopravvivenza di una classe desueta non più all’altezza. Pertanto una vera riforma della legge elettorale dovrà superare le vecchie logiche di selezione, determinate con criteri quantitativi, ma dovrà avvenire attraverso criteri qualitativi. La verità è che né con il sistema proporzionale, né con il sistema maggioritario o con qualsiasi altro sistema ibrido elettorale, sdoganeremo la nostra ignoranza fino a quando non capiremo che la vera rivoluzione nel paese potrà avvenire solo quando si abbandoneranno sistemi elettorali basati su criteri quantitativi e geografici, legati per lo più a serbatoi di voti che facilitano solo politiche clientelari. La chiave di volta è dunque un nuovo sistema elettorale che abbia nel suo “dna” una chiara indicazione meritocratica dove i seggi verranno assegnati non più su criteri quantitativi, ma qualitativi. Non si potrà e dovrà pertanto permettere che sia messo sullo stesso livello il voto di un analfabeta con quello di una persona con un certo livello di istruzione. Così , come la rotta di una nave deve essere governata da un capitano e non da un passeggero, allo stesso modo la guida del paese deve essere posta nelle mani dei più capaci e non di coloro che sono portatori di bacini elettorali. Con questo non vogliamo assolutamente che qualche revisionista utilizzi tale nostra concezione per esporci al pubblico lubidrio come classisti perché, come già detto, la vecchia e desueta divisione tra classe operaia e borghese, è ormai superata dalla storia. Siamo consapevoli che il rispetto di una persona, anche di un semplice 82


operaio, non è dato dalla posizione e dal ruolo assegnato nella nostra società, ma dalla sua dignità e dal suo lavoro insostituibile, piccolo ingranaggio di una catena che, se viene a mancare, si spezza interrompendo ogni attività. Una attività rilevante di un uomo che con la sua opera contribuisce a sostenere la famiglia anelando per i figli una vita diversa, un buon livello culturale e una laurea. E dunque, se riteniamo legittima l’aspirazione di un uomo a crescere la propria famiglia ed assicurare, attraverso la laurea, una posizione nella società ai propri figli, perché, allo stesso modo, per analogia, tale concezione non deve essere estesa ad ogni livello dello Stato? Pertanto un sistema elettorale su base meritocratica, dovrà essere concepito assegnando agli elettori più meritevoli, dunque a quella parte della popolazione più preparata, la possibilità di eleggere, in esclusiva, una minoranza di seggi. Questa è dunque la sfida reale, recuperare un criterio di selezione della classe dirigente ed elettorale, imperniato su logiche meritocratiche che possano garantire ai migliori la possibilità di concorrere come rappresentanti delle nostre istituzioni. E’ chiaro che è un progetto ambizioso: crediamo però che siano finalmente maturi i tempi per aprire un dibattito al fine di mettere a nudo la falsità di un sistema che non è assolutamente premiante. Non è questa una visione elitaria perché, e lo ripetiamo, fortunatamente oggi la maggior parte delle persone laureate è figlia di quella vecchia classe operaia e contadina dal momento che la scolarizzazione ha interessato tutte le classi sociali, indistintamente. Senza contare che tali persone, per assurdo, seppur laureate, proprio a causa di un sistema elettorale clientelare, sono oggi quelle maggiormente penalizzate. Il paradosso è che, mentre nella pubblica amministrazione sono arruolati personaggi con scarsissima preparazione, cooptati quasi sempre dalla politica, ragazzi, con tanto di laurea, vengono per assurdo impiegati nei call center, senza essere minimamente valorizzati! E’ altresì chiaro che a questa nostra proposta provocatoria, ma sicuramente attinente, molti potrebbero sostenere che una classe dirigente, selezionata solo tra coloro che sono dotati di un titolo di laurea, possa essere assolutamente riduttiva. Se tale premessa non è condivisa, allora sarebbe opportuno parlare chiaramente ai nostri studenti fin d’ora, mettendoli al corrente che il loro processo formativo sia solo sconveniente, le loro fatiche ed i loro studi inutili, poiché domani saranno comunque scavalcati non dai migliori ma dai più furbi! Tale proposta potrà suscitare scandalo ma è una visione sicuramente realista che non si nasconde dietro finte e moralistiche elucubrazioni del potere politico, utilizzate ad arte per abusare dell’ingenuità della popolazione per fini personali. Il divario culturale esiste ed è un problema sociale a tutti gli effetti e di questo bisogna rendersene conto al fine di assicurare due obiettivi fondamentali: evitare che la parte meno sviluppata del paese sia utilizzata dalla politica per usi distorti che finiscono per nuocere all’intera collettività. Una nuova classe dirigente così selezionata, deve assumersi la responsabilità di condurre il proprio paese verso mete che possano favorire migliori livelli qualitativi e garanzie sociali ma, soprattutto, migliori livelli culturali affinché sempre più persone possano partecipare alla vita politica del paese, contribuendo anch’essi a divenire nuova classe dirigente, scelta non più 83


attraverso criteri quantitativi ma qualitativi. Questo nuovo sistema favorirà la crescita del paese e scoprirà nella nuova legge elettorale, basata su un nuovo sistema meritocratico, una opportunità, una spinta per accrescere la propria conoscenza e comprendere appieno il significato del voto che non è una scelta dell’ultimo momento ma una conquista. Non possiamo permettere dunque, da una parte, che questo vecchio e desueto sistema elettorale continui a frenare ed ostacolare la sana competizione per logiche che non hanno il bene comune come obiettivo ma interessi letali di una sparuta e obsoleta classe “digerente”. Non possiamo permettere che con la scusa del “sociale”, con elemosine calate dall’alto, i più deboli finiscano per essere il perno di politiche assistenziali, che rifiutano di dare a queste persone opportunità vere, in quanto il loro status, la loro sudditanza è per costoro fondamentale per assicurarsi la rielezione a vita. Dall’altra, si rende necessario evitare che la classe più debole e meno istruita sia preda di chiunque, facendo loro pertanto comprendere che il diritto di voto è prima ancora che un “diritto”, una conquista che potrà avere effettiva valenza ed efficacia solo se contribuirà ad accrescere il bagaglio culturale e potenziale di ciascuno di noi. In caso contrario, il nostro voto sarà sempre gestito da politicanti senza scrupoli. Questa in realtà è la sfida di questo nuovo secolo, questo è il vero obiettivo: dare alle persone gli strumenti per essere esse stesse soggetti di diritto e non di “dritti”. Per questo riteniamo che la trasparenza amministrativa sul modello svedese ed una riforma elettorale su criteri quantitativi sia una opportunità per tutti, perché permetterà a chiunque interessato alla gestione della cosa pubblica ed al bene comune, un controllo effettivo. Una democrazia per essere tale, deve essere condivisa. Non è un caso che nelle antiche democrazie delle città greche, i cittadini, a turno, partecipavano alla vita della “Polis” e tutti erano soggetti alla stessa legge, tutti venivano coinvolti a partecipare alla vita pubblica attraverso la rotazione e il sorteggio nella partecipazione alle cariche politiche. Questo stava ad indicare che tutti godevano della medesima “arete”, ovvero di quella virtù, che è in ogni uomo, di eccellere in qualsiasi attività trovando così ognuno il senso e la giusta dimensione nella partecipazione alla comunità. Oggi, diversamente, sembra evidente il contrario ovvero che la legge sia terreno di conquista per assicurare l’impunità! Non potrà mai esserci dunque interesse, nel programmare e sensibilizzare i cittadini verso la tutela ambientale, se non si comprenderà prima l’importanza che tale progetto debba investire lo Stato, la sfera pubblica, ed estendere dunque la concezione di un ambiente “pulito” a trecentosessanta gradi. Non è questa una visione classista, e ci teniamo a ribadire tale concetto, ma fortemente meritocratica perché supererà finalmente le vecchie contrapposizioni ideologiche del XX secolo, relegate in mere divisioni tra classe operaia e borghese, che permetterà di cestinare le desuete divisioni tra ricchi e poveri e produrrà una nuova e sana competizione nel paese tra teste, tra cervelli che assicureranno a 84


cascata il bene di tutta una società. Un sistema autenticamente democratico che dovrà assicurare una sana competizione non solo tra coloro che sceglieranno un percorso formativo e di studi, ma anche tra chi, pur avendo abdicato, comprenderà, che, come non è possibile guidare un’auto senza prima aver passato l’esame per la patente, allo stesso modo non potrà pretendere di partecipare alla crescita sociale di un paese senza avere un minimo di “infarinatura” e , dunque dovrà adeguarsi per essere all’altezza della sfida. Da ogni livello della Pubblica Amministrazione dovranno sparire personaggi catapultati per logiche partitiche. Poiché, se per un ragazzo appena laureato è obbligatorio e preliminare mostrare le proprie capacità e competenze sulla base di curriculum, allo stesso modo bisognerà individuare e selezionare i nostri dirigenti con gli stessi criteri, soprattutto se si considera che a differenza dei primi, questi ultimi occuperanno presidenze e consigli di amministrazioni di importanti società, occuperanno importanti incarichi in seno ai consigli comunali, od all’interno del parlamento. Un ulteriore problema nel nostro paese, è il voto di scambio, favorito dalla preferenza sulla scheda elettorale. Organizzazioni che controllano i pacchetti di voti chiedono ai loro “sostenitori” di scrivere il nome del candidato in modo riconoscibile. Un banale esempio è come quando nell’indicazione di voto di “Mario Rossi”, si chiede che la M venga appositamente scritta capovolta. Questo è il motivo per il quale una riforma del voto con sistemi elettronici sarebbe plausibile , accantonando definitivamente schede e matite ormai preistoriche e superate. Un sistema paese basato sulla meritocrazia sarà utile per spazzare via quella finta autarchica classe dirigente che a parole si dichiara democratica ma che in realtà, poiché a conoscenza della scarsa elevazione culturale, irretisce con doppiezza e con grande demagogia le folle, difendendo l’inviolabilità e la sacralità del diritto di voto, poiché consapevole che l’attuale legge elettorale le assicurerà, già dal giorno successivo al voto, di scippare i cittadini di ogni loro diritto. Gli elettori, privati di ogni possibilità di verifica, saranno costretti ad affidare per i successivi cinque anni, la guida del paese a persone collocate in posti chiave che si muoveranno senza trasparenza e spesso con fini personali. Questo è il nostro peso, è il nostro fardello che portiamo non per nostre colpe e dal quale vogliamo definitivamente liberarci. Un piccolo contributo che desideriamo lasciare in quanto l’attuale situazione ci impedisce di crescere e, senza falsi moralismi, ci condanna a vivere una vita come derelitti che, come diceva Foscolo, sono condannati a non lasciare traccia. E' dunque questa la motivazione alla base di questo libro, una testimonianza di chi rifiuta l’anonimato sepolcrale da cui è stato impietosamente avviluppato ma non per sua colpa. 85


E’ orbene chiaro che l’analisi dei partiti ha in comune le nostre stesse premesse, la nostra stessa consapevolezza ovvero la convinzione del profondo baratro culturale che attanaglia il nostro paese, ma mentre i primi sono convinti che l’unico strumento sia la demagogia, in quanto condividono il principio secondo il quale meno persone capiscono e meglio è , i sottoscritti ritengono che sia diversamente utile colmare quel gap culturale che ci divide in quanto una vera democrazia esiste solo se adeguatamente condivisa e compresa. E’ un compito arduo e non vorremmo un domani svegliarci con la consapevolezza che la nostra analisi fosse impietosa e dare ragione a coloro che diversamente avevano compreso la nostra vera natura umana. A quel punto, pur con i remi in barca, nessuno comunque ci potrà convincere del contrario ovvero che qualsiasi potere politico che governa senza trasparenza non ha alcuna legittimazione né sovranità e non potrà mai garantire né giustizia, né democrazia reale, ma solo asservimento delle folle ai suoi voleri.

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Schede dei simboli presentati alle Europee del 2004 Verdi Verdi

Verdi del sole che ride

Diversamente questi simboli non sono mai stati considerati confondibili ! I socialisti democratici italiani ed il nuovo partito socialista, presenti il primo nello schieramento di centro sinistra, il secondo nello schieramento di centro destra, entrambi con simboli in comune (il garofano) e stessa espressione letterale(socialisti)

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La Lega Nord e la Lega Lombarda presenti il primo nelle regioni del nord Italia, il secondo presente esclusivamente in Lombardia accomunati entrambi dalla stessa

Il Partito di Rifondazione Comunista ed i Comunisti Italiani entrambi caratterizzati da simboli identici (la falce ed il martello) e da stessa espressione letterale (Comunisti) entrambi presenti nello schieramento di sinistra

Il partito di Alleanza Nazionale, della Mussolini e della Fiamma tricolore presenti con lo stesso simbolo (la fiamma)

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Verdi del sole che ride e Verdi Arcobaleno I Verdi del sole che ride presenti insieme ai Verdi Arcobaleno hanno presentato liste in competizione sin dal 1985 fino al 1990 anno in cui in un congresso bolscevico, la sparuta componente ambientalista è stata ghettizzata. I Verdi arcobaleno, movimento composto da persone provenienti dall’estrema sinistra, che si sono caratterizzati sempre per visioni e posizioni ideologiche, che nulla hanno a che fare con l’istanza ambientalista, hanno letteralmente occupato il movimento politico dei verdi del sole che ride. Da sottolineare dunque che per cinque anni il nostro paese ha visto due movimenti Verdi in competizione, con propri eletti alla Camera ed al Senato ma mai in nessun caso Tribunali amministrativi si sono pronunciati escludendo una o l’altra formazione politica dalle competizioni elettorali pur utilizzando la stessa espressione letterale:”VERDI”!

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Il nostro simbolo attuale

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Da una grigia ad una verde politica