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Organo ufficiale di stampa del Mepi

Anno I - Numero I Marzo 2012


Indice

La Libertà di emozionarsi di fronte alla verità

Editoriale La Libertà di emozionarsi di fronte alla verità

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Comunitas Dall’ideale alla fondazione del Movimento Civico

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La Famiglia in crisi

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Buongoverno L’Europa e le Donne

7

Il Buongoverno

8

Perchè sono a favore della Casta

9

Religione San Giorgio e il bene comune

11

Io non sono in crisi, ma con Cristo

13

Economia Articolo 18?

15

Veneto, fine di una favola?

17

Liberalizzazione delle farmacie

18

Cultura La Straniera Sterile

19

Il positivismo giuridico contemporaneo

21

Architetture divine nel medioevo

24

150 + Italia - Firenze

26

Internazionale Una enorme sfida per i giovani greci

LaLibertas Periodico mensile Anno I - Numero I Marzo 2012 Sede Redazione Via Tintoretto 4/A Montebelluna TV Direttore Responsabile Mauro Pigozzo Vice- Direttore Roberto Cavarzan Grafica e Impaginazione Roberto Cavarzan Editore Mepi-Movimento Civico Via Verona 30 Altavilla Vicentina VI

Iscrizione al Registro Stampa N.184/12 del 01/02/2012 del Tribunale di Treviso

Le notizie in era di social networking Il periodico Libertas nasce da un gruppo di giovani, radunati attorno all'associazione Mepi, in una era globalizzata e inondata di dati e contenuti. Nasce nell'era dei social network e dei giornali on line, dove il quotidiano deve settimanalizzarsi per vendere e dove dopo pochi minuti la notizia sul web è già vecchia. Nasce in una società dove d'improvviso cambiano priorità, dove aree intere del pianeta sono dimenticate e altre aree sono invece sezionate col microscopio. Siamo quotidianamente bombardati di informazioni, di tag, di parole, di titoli, di fotografie, di spot, di priorità. In ogni attimo può cambiare tutto. Per giorni si parla solo di un argomento, che poi per mesi viene lanciato nell'oblio nero del “fuori schermo”. Persone che fino a ieri non esistevano, di colpo finiscono nel tritacarne mediatico per poi scomparire. Velocità, adrenalina, consumo di dati e notizie. In una società dove confliggono le due velocità dell'informazione: quella dei social network e quella dei mass media tradizionali. Chi si informa on line, chi attende il tiggì della sera, seduto sul divano. Sotto il titolo, niente Il bombardamento di informazioni – includendo in esso tutto l'agglomerato di sub-culture residuali che circolano in Internet – ha però due difetti enormi. Il primo è la mancanza di verticalità. Sotto il titolo, niente. Dopo l'urlo, il silenzio. Le tematiche che vengono affrontate sono spesso prive di colonna vertebrale. Non rappresentano il fenomeno, rappresentano il titolo e basta. Un esempio, su tutti: in Italia la politica è solo polemica. È battuta ilare contro battuta volgare, è sfottò. Raramente si basa su dati, informazioni, numeri: e quanto più razionale sarebbe se fossero i tecnici a parlare delle cose tecniche. Sarebbero articoli più difficili da leggere, ma sicuramente più formativi. Autorevolezza nell'informare Il secondo è una sorta di anestetizzazione verso la realtà e una diffusa incredulità per quello che si legge. Il motivo: si fatica ad individuare l'autorevolezza di chi parla sottovoce in una piazza dove tutti urlano. E in un'era dove chiunque può comunicare verso migliaia di persone on line, dove l'informazione è gestita da centri di potere che rappresentano i propri interessi e dove a forza di ripetere menzogne si crea la verità, il lettore non può che rimanere indifferente a tutto. Perché non ha più la capacità di capire cosa sia, oggi, la verità. E il giornalista dovrebbe, in questo mondo privo di paletti, fungere da filtro tra ciò che è vero e ciò che è semplicemente raccontato come vero. Il lettore deve poter fidarsi: il giornalista non è google, che vomita informazioni a caso, solo perché sono state scritte o ripetute on line. Emozionarsi Sia questo il monito e l'ambizione di Libertas e di tutte le persone che vi graviteranno attorno. Informazione verificata, pulita, certa, senza errori e ragionata. Magari non saremo in grado di raccontarvi il mondo intero. Ma quando decideremo di mettere un fascio di luce su un punto, sappiate che quella è luce vera e onesta. Citeremo le fonti, verificheremo dati e numeri, ve li spiegheremo. A volte invece decideremo di analizzare una tematica dal nostro punto di vista soggettivo, dal punto di vista di giovani impegnati e coscienziosi che vogliono dire la loro. Il nostro impegno è quello di farvi capire esattamente la distinzione tra fatti e opinioni, tra idee e realtà. Mettendoci la faccia. Non abbiamo paura, e vogliamo avervi a fianco in questo volo: noi, voi. Gente che ancora si emoziona di fronte alla verità.

Il Direttore

Mauro Pigozzo

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Comunitas Dall’ideale alla fondazione del Movimento Civico “Era la sera del 25 Aprile del 2008, quando, passeggiando con il buon Roberto in quel di Firenze con lo sguardo agli scudi araldici medievali del Palazzo Vecchio, si ebbe l’estrema intuizione di dover costituire un ente che raccogliesse l’esperienza del Libero Comune italiano e che si facesse portatore dei valori di libertà e giustizia, rafforzando i legami di fratellanza tra le persone, pur di estrazione sociale diversa, nel solco della fede e della tradizione Cristiana. Tornai a casa, accesi il computer ed iniziai a buttar giù tutte le idee che avevo per la testa: la prima fondamentale era mettere al centro dell’azione la persona”. Fu così che nacque, nell’ottobre dello stesso anno, il MEPI, ovvero la sigla di Movimento Europeo per il Progresso e l’Innovazione. Quel giorno ponemmo la prima pietra miliare di un ideale di grandezza che si fondasse davvero sulla centralità della persona e che operasse nella vita quotidiana secondo i principi cardine della fratellanza umana, dell’amore della patria, della fede e della sua elevazione, ed infine, della elevazione materiale, ovvero la scienza. Da quel lontano aprile con lo spirito e la volontà di essere partecipi in ogni sfera della società civile ed istituzionale, ci eravamo spinti oltre, fondando altre nuove pietre miliari come associazioni negli ambiti economico – istituzionale e socio - culturale. Grande era l’entusiasmo, non eravamo molto esperti ma non ci perdevamo mai di animo. Con il passar del tempo, il gruppo si consolidava e mossi dallo spirito di fratellanza e di apportare un modello morale ed etico basato sul Cristianesimo Popolare, decidemmo di rafforzare ulteriormente il nostro percorso. Nei mesi di maggio e giugno dell’anno scorso avevamo sviluppato quello che si può definire un processo di fusione: il tredici luglio dell’anno scorso dalle “vecchie” Mepi e Mepi Civitas nacque con atto pubblico il Movimento Civico, non un soggetto ne politico ne partitico ma un ente morale e territoriale formato da cittadini (per quello l’uso dell’aggettivo “civico”), che in onore della tradizione storica si fregiava della sigla MEPI. Avevamo apportato dunque un processo di ammodernamento dotandosi di una forma statutaria classica di un libero comune fiorentino e di una contrada senese perfezionandone la struttura rendendola molto più pragmatica. Il nuovo ordinamento era un forte cambiamento a testimonianza della esperienza matura negli anni: dal primo statuto sociale del vecchio Movimento composto da ventidue articoli si era passati ad uno statuto sociale composto da un proemio, dodici capitoli e settantadue articoli statutari. Con la nascita del Movimento Civico diversi erano gli aspetti nuovi: il cambio della concezione della persona non più socio ma “protettore”, la creazione di uno stemma come insegna distintiva che presentasse gli elementi comuni di una città, la festa titolare ed il Santo Patrono (dal latino Padre Protettore) nel solco della fede e della tradizione cristiana. L’organizzazione interna si strutturava con l’Assemblea Generale, la Presidenza, il Magistrato Generale, il Collegio dei Gonfalonieri e le Compagnie Civiche. L’Assemblea Generale diventava l’arrengo del Movimento a cui partecipano tutti i protettori sia singoli che famiglie in regola con il versamento del protettorato (quota annuale di finanziamento dei Protettori), la Presidenza era, come nel passato medievale, il Capitanato del Popolo, ovvero l’organo di guida e di proposta del Movimento, mentre il Magistrato Generale divenne il Consiglio centrale formato dai Deputati, come organo di governo del Movimento. Il Collegio dei Gonfalonieri era la novità, un organo di vigilanza e di garanzia delle “costituzioni” ovvero degli Statuti e dei rispettivi Codici, mentre le Compagnie riprendevano lo spirito della vecchia Mepi Civitas e diventano le suddivisioni territoriali del Movimento con un loro ordinamento in relazione alle proprie tradizioni e consuetudini. Con l’avvento del nuovo, tutte le associazioni nate per testimoniare una presenza in ogni sfera della società civile diventavano “istituzioni civiche” del nuovo MEPI. Innumerevoli i progressi: stabilità politica e programmatica, fruibilità delle risorse sia umane che finanziare e la possibilità di coincidere i programmi per ogni settore con una visione comune dettata dall’Assemblea

Generale. Il Movimento Civico dunque andava fondandosi sullo ius commune (diritto comune) ovvero sull’ideale di una Respubblica Christiana: un Ente nato e formatosi laico ma che per fede e tradizione aveva ed ha radici nel Cristianesimo. Un Ente nuovo capace di saper consolidare l’attenzione verso la centralità della persona e nel saper predisporre per essa programmi ed attività validi per la sua affermazione morale e per la sua elevazione sia spirituale che materiale: con grande attenzione risposta perché non può esistere un elevazione spirituale senza una materiale e viceversa. Il rischio concreto è che con troppa elevazione spirituale si diventi troppo spirito oppure con troppa elevazione materiale si diventi troppo materia. L’errore nell’eccedere comporta in conseguenza un’opera quotidiana nella società e nelle istituzioni senza un lume guida che ispiri un complesso di azioni con fine ultimo il bene comune. Le due elevazioni devono aver un equilibrio anche perché senza non esisterebbe più la centralità della persona tanto auspicata. Per lume guida intendo le virtù, ovvero quelle teologali e quelle civili. Solo con l’applicazione delle virtù l’essere umano è virtuoso e quindi opera con costanza e con fermezza alla ricerca del proprio bene, riconoscendo il vero dal falso ed il bene appunto dal male. La mancata applicazione delle virtù comporta da parte della persona il passaggio allo status di vizioso. La differenza sostanziale tra lo status di virtuoso e di vizioso è molto semplice: se il vizioso opera solo per il suo bene, con il pensiero fisso che la sua ragione sia la suprema e vera verità, concedendosi alle varie pulsazioni umane come la rabbia o l’odio, l’uomo virtuoso raggiunge la perfezione dell’suo essere sia dal punto di vista personale ma anche come riferimento della società. Un uomo vizioso non potrà mai costruire una Famiglia in modo duraturo, come allo stesso tempo, una società ed istituzioni capaci di ricercare per i propri “membri” il bene comune. Questo è il MEPI, Movimento Civico e le sue “fondamenta”. Perdonatemi se mi son dilungato ma vi ho voluto far comprendere l’ideale e l’atto di fondazione del Movimento.

Sebastian Orrù

Comunitas

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Comunitas La Famiglia in crisi Nonostante tutti i cambiamenti che l’ hanno attraversata sia nella struttura che nelle dinamiche che dall’ interno la riguardano, la famiglia è il nucleo della società, istituzione primaria di socializzazione e pertanto di trasmissione culturale. Allargata o ristretta, la famiglia è spazio fisico e mentale di sviluppo del senso di appartenenza, di processi di trasmissione, assimilazione e condivisione di valori e norme culturali, che può facilitare o ostacolare la presa di coscienza dell’ essere membro del contesto sociale di appartenenza più ampio. Nel senso ristretto del termine, rappresentato dal padre e dalla madre, assolve alle funzioni di sopravvivenza e sviluppo fisico e psichico del neonato. Contemporaneamente, come primaria fonte di socializzazione, permette tramite i diversi stili educativi possibili, espliciti ed impliciti, la trasmissione delle rappresentazioni collettive. Se la famiglia è in crisi sono in crisi anche i processi di trasmissione culturale? Rispondere a questo interrogativo è un’ impresa ardua, poiché bisognerebbe in primis definire in cosa consiste la crisi della famiglia e, in seguito, quali fattori di detta crisi familiare, e in che modo, influenzano l’ eventuale crisi culturale. Nel corso del tempo essa ha assunto diverse forme: un tempo essa consisteva di genitori, figli e nonni. In seguito la sua forma si è ristretta in genitori e figli. Oggi con l’ aumentare di separazioni e divorzi si parla di “famiglia allargata” per cui i figli di una coppia condividono familiarità e appartenenza con due diversi contesti-famiglia, due nuove coppie formate dai genitori e dai nuovi partner di questi ed eventuali altri figli. Nonostante queste forme possono generare dinamiche relazionali assai complesse, sostanzialmente e semplicisticamente si potrebbe dire che siano aumentate le persone facenti parte al contesto familiare di riferimento con il quale le nuove generazioni interagiscono e questo dovrebbe garantire più opportunità di comunicazione e maggiori stimoli di condivisione culturale. E’ anche vero che un altro fenomeno strutturale la riguarda, ossia la diminuzione delle famiglie “in-formazione”. La crisi economica con l’ aumento del carovita e della disoccupazione determinano la difficoltà a dar vita e forma a nuove famiglie. Anche le modalità di relazione tra i membri si sono modificate nel tempo. I ruoli genitoriali di madre e padre nell’accudimento dei figli si sono quasi invertiti. L’ emancipazione lavorativa della donna la porta a trascorrere molto tempo fuori casa delegando il padre o altre persone esterne alla famiglia alla cura e all’ educazione dei figli. E non solo. Nuovi bisogni emergono, come la cura del proprio corpo per il mantenimento della bellezza fisica e del benessere, nuove forme di svago, nuovi interessi, nuovi bisogni. I figli tendono ad una crescita veloce ed alla veloce sostituzione della famiglia col gruppo dei pari. Questi fattori determinano una crisi, un cambiamento delle dinamiche familiari non necessariamente negative. Può questo cambiamento produrre una crisi nella trasmissione dei valori culturali? Sì. Ma simultaneamente e quasi paradossalmente valori e norme, usi e costumi che sono gli elementi del sistema culturale si modificano essi stessi al loro interno. Se da una parte gli uomini grazie ai mezzi più evoluti di comunicazione di massa riescono a rompere confini fisici e culturali, conoscendo e confrontandosi con altre culture che ne potrebbero influenzare i comportamenti, dall’ altra parte anche i sistemi culturali stessi sono dinamici, non statici, ed evolvono essi stessi facendo sì che i comportamenti dei membri della società si modifichino in relazione al modificarsi di essi, come conseguenza del formarsi di nuove credenze, di nuovi bisogni. E quindi altresì possibile che i cambiamenti di cui è stata protagonista la famiglia siano stati una conseguenza dei cambiamenti culturali. E se è vero che la famiglia è la fonte principale di trasmissione dei valori e delle norme, la crisi di questi non deve

essere attribuita ad un venir meno della famiglia (a causa dei cambiamenti che la riguardano) alla funzione sociale. E nemmeno si deve credere che ci sia una crisi del valore-famiglia perché, sebbene essa sia cambiata nella forma e nella sostanza, è perché sono cambiati i bisogni delle persone che ne fanno parte e la compongono, bisogni che non si sono trasformati o nati ex-novo dalle menti stolte degli individui, bensì bisogni e nuove forme di vita che il sistema culturale stesso ha generato nel corso del tempo tramite la sua evoluzione. A partire da queste brevi e sintetiche considerazioni si potrebbe concludere che la crisi della famiglia non è da attribuire esclusivamente alla famiglia stessa che sembra non assolvere più le sue funzioni fondamentali, quanto piuttosto ad un insieme di fattori di cui la famiglia ne “subisce” le influenze. L’ uomo è l’ animale culturale per eccellenza. Organizza la sua vita secondo principi e regole, valori e significati. Le scienze sociali hanno messo in evidenza come i sistemi culturali stessi siano dinamici, soggetti a cambiamenti, ad evoluzione e quindi i nuovi stili di vita sono il prodotto di una interazione tra uomo e ambiente, uomo e contesto sociale /culturale parallelamente e simultaneamente in evoluzione.

Ida Morgano

Comunitas

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Buongoverno Il Buongoverno L’Europa e le Donne Nel corso del ventesimo secolo lo status sociale della donna europea è gradualmente ed inesorabilmente avanzato, trovando sempre più spazio e riconoscimento. In questo processo di conquista di diritti, l'Unione Europea ha giocato sempre più da protagonista nonché da propulsore di tale emancipazione. Vale la pena ricordare che la parità tra donne e uomini è uno dei valori fondanti dell'Unione Europea. Il trattato di Roma stabiliva nel lontano 1957 il principio di parità di retribuzione per lo stesso lavoro tra le due metà del cielo. In particolare al Parlamento Europeo la commissione dei diritti della donna e dell'eguaglianza di genere (FEMM) di cui sono Vicepresidente é impegnata in prima linea nella definizione, nella promozione e nella tutela dei diritti della donna nell'Unione europea e nei paesi terzi e stabilisce le misure da adottare in merito. Le competenze in materia di pari opportunità della commissione riguardano specialmente le tematiche del lavoro e si attiva per eliminare ogni forma di discriminazione fondata sul sesso mediante la realizzazione e lo sviluppo dell'integrazione. Nonostante gli enormi passi avanti fatti negli ultimi cinquanta anni le donne restano fortemente discriminate sia sul posto di lavoro sia per quanto riguarda i salari a esse corrisposti. Di fronte a questi squilibri é necessario dare nuovo impulso all'eguaglianza di genere. In questi mesi vi sono numerosi progetti che hanno l'obiettivo di permettere a donne competenti e qualificate di accedere a posti che oggi sono difficilmente raggiungibili. Mi riferisco sostanzialmente ai consigli di amministrazione di società pubbliche, di imprese private nei settori più svariati come quello agricolo e ittico, senza dimenticare le opportunità insite in nuovi comparti economici come quelli riguardanti l'economia verde. Le quote rosa sono indubbiamente uno strumento cruciale per consentire una maggiore partecipazione femminile nei consigli d'amministrazione delle imprese e nei posti dirigenziali. L'Italia può nel prossimo futuro fare addirittura da esempio per le altre nazioni europee grazie alla legge varata il 28 giugno 2011 che ha introdotto un efficace strumento di inclusione, con regole rigide e che puntano ad incrementare la partecipazione femminile dei CDA fino ad un minimo di un terzo entro il 2015. Nel settore della pesca il ruolo della donna incontra ancora nel 2012 fortissime discriminazioni, come il mancato riconoscimento giuridico e dei benefici sociali ad esso connesso. Tutto questo nonostante essa sia una parte fondamentale del processo dell'attività. Come ha affermato il Commissario UE per gli Affari Marittimi e la Pesca Maria Damanaki il 31% degli occupati di questo settore sono donne e il 56% in quello dei processi connessi alla pesca. All'interno dell'UE le donne italiane, greche, cipriote ed olandesi sono le uniche a non avere una connotazione giuridica. La donna però non solo deve guardarsi da discriminazioni figlie del passato ma anche rispetto alle nuove opportunità che si aprono. L'economia verde in particolare rischia di diventare una nuova fonte di discriminazione. Ed é per questo che la Commissione parlamentare FEMM ha il dovere di inserire la dimensione di genere nell'analisi dell'accessibilità ai cosiddetti lavori verdi. In conclusione, la disparità di accesso ai diversi livelli ed in particolare negli ambiti sottolineati sono ancora uno sbarramento per il raggiungimento di una vera parità ed uguaglianza di genere nel mondo del lavoro. E' quindi fondamentale nonché vitale l'impegno che la Commissione parlamentare FEMM eserciti per far sì che quella barriera e quel muro inizino a scricchiolare e infine crollare

Il massimo benessere per tutti i cittadini. Definizione accattivante ma la realizzazione pratica passa attraverso scelte giuridiche, economiche, filosofiche che, dal livello ideale, diventino pratica costante, attraverso comportamenti ispirati allo spirito di servizio della cosa pubblica. Tramite democratiche elezioni, giudichiamo l'operato dei nostri rappresentanti. Purtroppo, avendo avuto molti governi mediocri, dovremmo concludere che anche noi Italiani siamo mediocri. La verità è che spesso il momento del voto esaurisce la partecipazione dei cittadini che, a fronte di benefici o danni per i loro interessi personali, valutano in modo partigiano il lavoro dei governanti. Esiste un altro criterio per definire positivamente quanto ci viene propinato? Si, alla condizione di accettare il principio che non vi è necessariamente equivalenza tra buon governo e interessi personali o di categoria. Alcuni indicano spesso quali sarebbero i parametri per definire in positivo l'attività di chi ci amministra ma, il più delle volte, costoro non hanno responsabilità di governo e anche quando ciò eccezionalmente accade, come in questo momento storico con tecnici eccellenti nel loro campo di competenza, trovano le stesse difficoltà a metterli in pratica e si scontrano con lobby, categorie, sindacati che li obbligano, con la pressione della piazza e dei media, a ridimensionare i loro progetti iniziali. Da decenni si parla in Italia di “riforme strutturali” e nessuno finora ha avuto il coraggio di realizzarle fino in fondo. Qualcosa si sta muovendo ma troppo lentamente e cominciando sempre dai pesci più piccoli. Oggi molti ripetono come un mantra la celebre frase di Alcide De Gasperi, la quale, da sola, riassume ciò che accade: “ I politici guardano alle prossime elezioni, gli statisti alle future generazioni”. Qui sta il nocciolo della questione. Tutti i politici: di destra, di sinistra, di centro, sanno perfettamente come si dovrebbe governare. Purtroppo la loro stella cometa è la rielezione e quindi faticano parecchio a toccare interessi stratificati nella società, in alto come in basso, anche se i sacrifici devono essere distribuiti in modo virtuoso. Poiché è difficile immaginare una società moderna senza la politica, che è l'incarnazione della democrazia, dobbiamo rassegnarci? I politici sono chiamati a gestire i conflitti tra interessi diversi e quindi generalmente si prendono i voti dalle categorie che difendono e perdono quelli delle categorie che non tutelano. Questo problema appare irrisolvibile, perché è implicito nella realtà sociale ma, quella frase di De Gasperi mi fà pensare che vi è la possibilità di lavorare bene, senza guardare in faccia a nessuno e concentrandosi sull'interesse generale e non su quello particolare di qualcuno o di pochi privilegiati, con la mente e l'azione rivolti al bene comune. Oggi non vedo in giro tanti De Gasperi, Don Sturzo, Ugo la Malfa, Einaudi o altri politici del dopoguerra e degli anni sessanta, dei quali si poteva dire che non solo erano onesti, ma che apparivano anche tali. In conclusione per ciascuno di noi, politici compresi, è la nostra coscienza che ci deve indicare la via. In tutti i problemi da risolvere ci sono aspetti tecnici da approfondire ma il come farlo dipende sempre dalla politica che può scegliere tra la propria convenienza e quello che è giusto per il nostro Paese: libertà, giustizia, equità, onestà, competenza sono solo parole. La differenza in chi le pronuncia è determinata esclusivamente dal fatto se le applica o no, a prescindere dai voti che pensa di prendere alle prossime elezioni. So che in politica gli idealisti non sono ben visti ma le condizioni dell'umanità sono migliorate grazie a persone che, sfidando le opinioni correnti, hanno pensato che tutto si potesse cambiare. 2500 anni fa Platone diceva che la politica è “l'arte regia”. Più vicino a noi Gandhi, che battè gli Inglesi con la semplice non violenza, ha detto: “Prima ti ignorano. Poi ti deridono. Poi ti combattono e alla fine vinci tu”. Fare politica significa dare una chance all'impossibile, come dice Tony Blair

On. Barbara Matera

Antonio Romeo

MEP Committee on Women’s Rights and Gender Equality Committee on Budgets Committee on Regional Development

Presidente del Consiglio comunale Comune di Montebelluna TV

Buongoverno

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Buongoverno Perchè sono a favore della Casta Aspettate ad assalirmi, lo potrete fare tra poco, con calma. In ogni caso, deponete pure le baionette: non vi espongo, qui, una vaga impressione, bensì la mia opinione. E poiché, si sa, ciascuno cambia tutte le opinioni meno che le proprie, potete risparmiarvi da subito le critiche più feroci: serviranno a ben poco. Ma veniamo al dunque, al perché sono favorevole della Casta. Perché, cioè, tra la piazza ed il palazzo, simpatizzo per il secondo. Molto semplice e – almeno in apparenza – paradossale: perché la Casta, questa Casta, non mi piace. Proprio così: come i più, la vorrei diversa. Più onesta, più efficiente e, a Dio piacendo, pure più salda sui valori fondamentali. Il punto è che il sentimento anti-Casta – la cui diffusione è iniziata, a livello peninsulare, dal 2007, l’anno del libro-inchiesta di Stella e Rizzo – mi piace ancora meno della Castaperché lo trovo non avverso bensì funzionale ad essa. Pensateci: il ragionare, ormai ossessivo, sui costi della politica, che cosa ha prodotto? Parecchio sul versante editoriale (alzi la mano chi, fino a cinque anni fa, conosceva Stella e Rizzo), molto a livello d’opinione pubblica (non si parla praticamente d’altro), ma zero, o quasi, in ordine ai sospirati “tagli” (!) e, quel che è peggio, meno di zero a livello di contenuti. Intendo dire che oggi, quando commentiamo le cronache, tendiamo sempre più a denunciare la politica che non vogliamo anziché elogiare quella che vorremmo. E questo è grave per quattro ragioni. Anzitutto è un atteggiamento che ci porta a vedere solo il bicchiere “mezzo vuoto”, e quindi ad equiparare puntualmente il politico al corrotto. Con la conseguenza non trascurabile di un avvelenamento degli animi che se poco produce – come dimostra l’esperienza – sul versante delle riforme, compromette molto, invece, quella stabilità di cui abbisogna ciascuno di noi. In seconda battuta non si può non registrare come l’ostilità trasversale verso la Casta, -come si è già in parte detto - abbia progressivamente rubato attenzione alla dialettica politica. Creando così l’illusione che Destra e Sinistra non esistano più o, peggio, siano equipollenti. Il che è del tutto falso dal momento che, sia pure modulate da epoche ed esperienze, Destra e Sinistra sono categorie fondamentali che descrivono orizzonti antitetici in assenza dei quali l’istituzione parlamentare stessa sarebbe ridotta, de facto, a dequalificanti mansioni notarili. E qui veniamo al terza ragione per la quale, a parer mio, conviene “tifare” Casta – dove per Casta non s’intende, ovvio, la politica degli sprechi, bensì la politica lato sensu- : l’anti-politica non contrasta, ma serve la Casta. Rafforza, cioè, il potere politico. Per una ragione molto semplice: perché, attirando l’attenzione sulle mere questioni contabili (che pure sono importanti, soprattutto in tempi di crisi) ed imbavagliando la dialettica Destra-Sinistra, mette da un lato i reggenti della Casta nelle condizioni di riempire i vuoti programmatici con dichiarazioni demagogiche, e, d’altro lato, consente a costoro di agire indisturbati su versanti ben più decisivi. Mentre il popolino, incavolato com’è, non sviluppa più alcuna critica che vada oltre il mero dato economico. Un’ultima annotazione sui costi della politica. Non pare realistico sostenere che essi siano aumentati a causa di una presunta sonnolenza dell’opinione pubblica su questo versante. Mentre è verosimile, invece, ritenere che la loro crescita fuori controllo sia l’esito di uno smarrimento morale, anzi spirituale dell’intero sistema. In tal senso ci sarebbe molto da dire, ma è importante, quanto meno, soffermarsi su un dato: la politica, per essere virtuosa, più che temere il controllo dell’opinione pubblica, deve essere mossa da grandi ideali. Non è infatti il terrore di qualcuno, bensì l’aspirazione a qualcosa il motore del vero cambiamento. Tornando al tema generale, se - come abbiamo visto poc’anzi - l’antipolitica non indebolisce, anzi!, la Casta, allora come uscirne? Come cambiare, in meglio, il sistema? Qui le possibilità potrebbero essere molte, ma mi limito a suggerire la riscoperta di

un termine passato di moda ma di grande importanza: impegno. Serve che tutti - a partire dai più giovani - tornino a riflettere sulla possibilità di cambiare non il portafogli ma l’intera anima delle istituzioni. Serve che si torni a preferire non già la politica che si dichiara astrattamente più parsimoniosa, bensì quella che dimostra concretamente di essere più equa, più in grado di rispondere alle esigenze reali dei cittadini i quali, urge ricordarlo, hanno bisogno della politica almeno quando, se non di più, la politica ha bisogno del loro consenso per legittimarsi. Al bando, dunque, il pregiudizio demagogico contro le istituzioni e porte aperte, anzi spalancate, a tutti coloro che – da Destra a Sinistra – intendono studiare, prepararsi e farsi avanti.

Giuliano Guzzo

Buongoverno

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Religione San Giorgio e il bene comune Quanti di voi sanno chi è San Giorgio? Quanti ne hanno conosciuto le gesta e quanti di voi lo conoscono di “persona”? Come credo, la maggioranza di voi dovrebbe conoscere il mito di San Giorgio e la sua leggenda, ma mai vi siete chiesti perché il mito è diventato leggenda popolare di importanza mondiale? Ebbene con questa analisi andiamo alle radici di che cosa sia il Cristianesimo popolare ed la sua consistenza: centralità dell’uomo basata sia sul diritto divino che naturale. Scritta dal Vescovo di Genova, Jacopo da Varagine, la Leggenda Aurea decanta le gesta dell’eroe cavaliere. Si narra che in una città della Libia, Selem per la precisione, vi fosse uno stagno talmente grande da poter ospitare un drago. Il drago tutte le volte che si avvicinava alla città, uccideva con il sol fiato tutti i cittadini che incontrava. Il Popolo per cercare di placarlo, gli offriva due pecore al giorno, ma quando codeste scarseggiavano gli offrivano una pecora ed un giovine estratto a sorte. Un giorno, post estrazione, fu il momento della figlia del re, la principessa Silene. Il Re scosso dall’esito, in preda al terrore, offriva metà del suo regno più tutto il suo patrimonio, ma il Popolo scosso per i figli precedentemente perduti, si ribellò. Dopo una settimana e più di mediazione, il Re dovette cedere e la giovane Principessa si avviò allo stagno per esser offerta al drago. Il giovane Giorgio, cavaliere, passando in quel momento per lo stagno, seppe del grave fatto e tranquillizzò la Principessa garantendoli di salvarle la vita. Quando il drago usci dalle acque sprizzando fuoco e fumo dalle narici, il giovane Giorgio disse alla Principessa di porre al collo della creatura la sua cintura. Una volta messa, il drago segui docilmente la principessa fino in città. Il Popolo, nell’intravedere il drago avvicinarsi alla città, si terrorizzò. Il giovane Giorgio arrivato nella città tranquillizzò il Popolo dicendo loro di non aver timore perché Iddio lo aveva chiamato per la salvarli dal mostro, con il messaggio che se loro avessero abbracciato la fede in Cristo e ricevuto il battesimo, lui avrebbe ucciso il drago. Il Re ed il Popolo nel sentire le sue parole, abbracciarono la fede e ricevettero il battesimo. Il giovane Giorgio per promessa uccise il drago e lo fece portare fuori dalla città trascinato da quattro paia di buoi. Questa è la leggenda popolare ed il mito di San Giorgio. Nel corso dei tempi molti hanno connesso l’origine della leggenda ad un dipinto dell’Imperatore Costantino raffigurante con il piede schiacciare un drago. Da li, secondo alcuni, la credenza popolare si sarebbe sparsa per il tutto il mondo erigendo in onore del Santo diverse chiese e monasteri. Fin qui potrebbe trovare fondamento ma sforzatevi di andare oltre con lo sguardo, oltre con la mente e soprattutto con il cuore. Ebbene la leggenda di San Giorgio trova grande fondamento non tanto per le sue gesta eroiche ma perché è l’uomo che incarna la bellezza ed il lume guida delle virtù. Cosa sono le Virtù? Sono la disposizione dell’animo volta al bene, di eccellere e di compiere un atto in maniera ottimale. Sono due i tipi di virtù: quelle teologali e quelle civili. Dico civili perché incorporano le cardinali ed hanno ancora maggior legame con la natura dell’uomo. Le virtù teologali sono quelle che riguardono Dio, aiutano l’uomo a vivere in legame con la Trinità e vivificano le virtù civili. Le teologali sono tre e sono la fede, la speranza e la carità. Il giovane Giorgio è “chiamato” da Dio a compiere una missione. Giorgio non si fa domande ma crede effettivamente alla chiamata del Signore. E’ la virtù della fede, perché Dio è la verità. Il giovane Giorgio incarna la virtù della speranza, perché con la sua missione salva prima la Principessa e poi il Popolo. Essi ripongono la fiducia in Dio e Nostro Signore chiama il giovane Giorgio a portare la salvezza ad essi. Il giovane Giorgio poi incarna l’ultima ma prima per forza: la carità, la pienezza della legge divina. La carità è rappresentata dal gesto del giovane Giorgio ovvero l’amore perché la vera gratuità ed la vera bellezza si realizza nel nome di Cristo: il cavaliere recandosi allo stagno compie un grande atto di carità. Chi glielo faceva fare?!? Rischiare la vita, mettendola nelle mani di Dio per salvare altra gente? Una follia si direbbe oggi. Eppure il giovane Giorgio illuminato dalla vera fede e dal vero amore che gli deriva da Dio, interviene. Il cavaliere come abbiamo detto prima incarna le virtù teologali ma anche le

civili. Cosa sono le virtù civili? Con una breve definizione si potrebbe dire che sono quelle che riguardano l’uomo e la sua vita nel segno dell’opera con fine ultimo il bene. Nella sua opera la virtù civile che risalta di più è quella della fortezza: il giovane Giorgio interviene manifestando, nonostante la difficoltà del momento, una estrema fermezza e costanza nella ricerca del bene. Prima tranquillizza la Principessa, poi le indica di apporre la sua cintura al collo del drago (nell’incredulità della donna), e poi entrando con il drago in città. La virtù della Fortezza è la vittoria delle proprie paure, della pigrizia, dei propri limiti cercando sempre di andare avanti nonostante le avversità e le situazioni difficili. Il contrario della “Fortitudo” è un esistenza mediocre perché rilegata alla paura di elevare se stessi e che si ferma senza combattere ad ogni ostacolo con parvenze insormontabili ma che con la forza del cuore e della fede si possono abbattere. Il giovane Giorgio si fa portatore di un'altra virtù ma non è così semplice arrivarci. Pensate al gesto che appare come un imposizione del giovane Giorgio verso il Popolo. Il cavaliere dice al Popolo di abbracciare la fede e di ricevere il battesimo. Chi sta leggendo nella sua mente tuonerebbe dicendo che è un opportunista perché si approfitta della paura del Popolo. Invece, mi dispiace contraddire chi lo può pensare, ma il giovane Giorgio compie il più bel gesto che mai si sarebbe pensato nella leggenda: facendoli abbracciare la fede e ricevere il battesimo, il Popolo riceve la prudenza. La prudenza? E cosa ha di bello direte voi lettori! Ebbene la virtù della prudenza è la ragione disposta nel ricercare il nostro vero bene. La prudenza evoca il dono della sapienza ovvero il vedere tutto con la luce di Dio e nel senso più pratico il distinguere il bene dal male, il vero dal falso. La prudenza dona all’uomo la possibilità di smascherare le false verità approfondendo ciò che si vede. Pensate mettendovi nei panni del Popolo a cosa mi sto riferendo: essi riconoscono nelle parole del giovane cavaliere la vera verità. E’ in quel momento che ricevono la fede. Con il battesimo sanciscono il profondo legame con Dio. Con la prudenza che fa distinguere ciò che è vero dal falso e ciò che è bene dal male, segue nel gesto del giovane Giorgio di uccidere il drago, un'altra virtù: la giustizia. La virtù della giustizia è l’opera con cui diamo a Dio ed al prossimo ciò che spetta. E’ brutto pensarlo ma il drago portatore di morte e disperazione, viene poi “pagato” con la morte stessa. E’ l’atto dovuto e promesso dal giovane Giorgio. Non fermatevi però, pensate adesso alla figura del giovane cavaliere e capirete le altre virtù. Giorgio dopo che interviene allo stagno, salva la Principessa e fa abbracciare la fede al Popolo mantiene un comportamento moderato, quasi terzo con un atteggiamento che pare distaccato: è la virtù della temperanza. Il giovane cavaliere modera l’attrattiva da quelli che sono i piaceri e le pulsioni naturali date dalla natura umana. Dar sfogo alle proprie pulsioni naturali arreca danno alla prudenza ed alla giustizia e ne offusca la capacità di ragione e di giudizio. Giorgio però incarna anche la Magnanimità, un'altra virtù. La Magnanimità è la virtù moderatrice di onori e fama. Giorgio è magnanimo perché si ritiene degno di onori e fama perché ne è veramente degno ma senza eccedere e senza cadere nel vizio della vanagloria. Infine con l’opera di Giorgio si compie l’ultima delle virtù civili: quella della Pace. Pace che non allude solo alla concordia ma anche alla comunione con Dio: il Popolo ripone la speranza in Dio, Dio chiama Giorgio in missione, e tramite Giorgio regala la salvezza che il Popolo sperava. Immaginate ora la leggenda come in due dipinti: nel primo le scene relative al drago, nel secondo quelle relative al cavaliere. Noterete subito che cosa sono i risultati: nel primo il risultato è il timore (il popolo ha paura del drago), il terrore (il Re si spaventa per la figlia) e la discordia (il Popolo si ribella). Nel secondo il risultato è il contrario: la sicurezza (il cavaliere tranquillizza, salva la Principessa ed il Popolo) e la Concordia (il Popolo è unito, abbraccia la fede e vince la propria paura perché conosce la verità). Questo è il perché il mito di San Giorgio ha avuto una grande importanza ed è sempre rappresentato per il Popolo un grande riferimento. Tutto questo che vi ho appena descritto non trova fondamento soltanto nell’ambito spirituale ma lo trova anche nell’ambito materiale. Siamo nell’anno Mille precisamente tra il 1190 ed il 1192 ed in Terra Santa è in corso la terza crociata. Tale crociata è famosa nei libri di storia per le vittorie di Riccardo I Re d’Inghilterra, detto anche Riccardo Cuor di Leone, alla quale apparve in sogno San Giorgio che gli consegnava una giarrettiera da far indossare alla cavalleria cristiana. In Italia sono già nati e si sono costituiti i Liberi Comuni. I Comuni si dotano di proprie insegne detti anche Stemmi o Gonfaloni. Molti sono i Comuni come quello di Genova, di Milano, di Padova (in Firenze tale stemma era quello del Popolo, a Siena è riportato nel gonfalone del Terzo di Città, mentre in Sardegna è riportato nel famoso

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Religione gonfalone con i quattro mori) che si dotano di uno stemma contenente una croce di rosso su scudo di color argento (bianco). La scelta non è un caso: non si richiama soltanto alla fede cristiana ma anche al vero e proprio bene comune. In San Giorgio sono riassunte le virtù teologali e civili ovvero del cosiddetto “Bon Homine”, l’uomo virtuoso alla ricerca costante del bene. Pensate dunque alla scelta del Governo comunale si dotarsi di un insegna, quindi di un segno distintivo, che richiamasse non solo alla fede cristiana ma anche al bene comune (o buon governo). Un modo dunque per ricordarsi sempre che pur essendo Clerici o Laici qualsiasi uomo chiamato al governo fosse sempre virtuoso alla ricerca costante del bene non solo per stessi ma per tutta la comunità. Questo è San Giorgio ed il mito cristiano. Noi Miepini lo abbiamo riconosciuto nostro Patrono (dal latino significa Padre Protettore) non tanto per le gesta eroiche ma per cosa rappresenta e come figli di quel Popolo timoroso del drago, ne abbiamo siglato il ricordo nel nostro stemma come patto rinnovato dell’aver abbracciato la fede in Dio ed aver ricevuto il battesimo come Cristiani.

Sebastian Orrù

(o fa finta di non accorgersene) che vivere una vita lussuosa ti impoverisce nelle idee e spiritualmente; si diventa sterili e non si è più in grado di far nascere una società alla pari, dove tutto è per tutti, dove ognuno ha ciò di cui necessita; come si fa a possedere tutto, ad accumulare beni materiali e negare qualsiasi tipo di aiuto a chi ha bisogno, anzi a togliere pure il minimo indispensabile per vivere? Continuiamo a subire la cosciente e lucida volontà egoistica di una generazione malata di egocentrismo, e la folle raccolta di ricchezze vane di chi ruba pane, acqua, vestiti, casa, lavoro, soldi, e uccide volutamente il diritto di vivere di ognuno di noi. Abbiamo bisogno di giovani con coscienza spirituale e altruista che, con coraggio e voglia di cambiare questo mondo corrotto per renderlo migliore, con più rispetto anche per il nostro pianeta Terra, prendano il posto di questa classe politica ignorante, negligente, incapace di gestire realmente un paese, e che punta al prestigio più che alla crescita, e nega il progresso reale e vero per il bene comune del Popolo Italiano! Ora è il momento di predicare “La Parola” con i fatti concreti! Dicono che c'è la crisi ma, i politici e i ricchi non sono in crisi, il calcio non è in crisi, le lotterie e il gioco d'azzardo non sono in crisi, le case farmaceutiche, le fabbriche di armi, le guerre non sono in crisi, e molti altri settori che non sto qui ad elencare, “c'è pure chi gioca in borsa con le borse”... Allora perché se la prendono con questa povera crisi? Riguardo a me, io non sono in crisi ma sono con Cristo!

Domenica Borghese

Io non sono in crisi, ma con Cristo La crisi sembra essere la causa di tutti i mali di questo mondo, ma è davvero così? Cosa significa crisi? Ho voluto fare una breve ricerca per andare al seme di questa parola, prima di affrontare e parlare di questo argomento. Andare in crisi significa che qualcosa è cambiato e ci si deve preparare a nuove opportunità facendo le dovute scelte con responsabilità.Di certo la crisi che stiamo vivendo, che non riguarda solo il campo economico-lavorativo, non si è creata da sola, ma qualcuno ha voluto puntare il dito contro di essa dandole la colpa. Già da tempo, forse da sempre, viviamo anche nella crisi dei valori; essi sono vittime di chi ha deciso di provare ad ucciderli e sotterrarli, ma i valori resistono, non muoiono, perché ci sono persone che ci credono con sano discernimento e salda coscienza. È assurdo che le persone debbano subire la crisi indotta e voluta dai “potenti del mondo economico”! Trovo inaudito che politici, multinazionali, sportivi dei “gironi” del calcio, ed altri ancora, guadagnano somme di denaro lussuosissime oltre ad avere privilegi che si sono auto-attribuiti. La vita che viviamo in quest'epoca in cui i massoni-mammoniani (io li definisco così) giocano con la parola “crisi” per fare impazzire le persone e farle cadere nella disperazione, è tutta colpa della loro scelta di seguire il “dio denaro” e “la sete di potere”. Se esistesse davvero la crisi dei soldi allora tutti coloro che vivono nel lusso, dovrebbero patirla; invece no! Ed ecco che s'inventano la crisi, così, chi non lavora vende l'oro che ha per poter vivere, oppure c'è chi ha famiglia o chi vorrebbe costruirne una ma non può perché o è stato licenziato o non trova lavoro (come si fa a vivere in queste condizioni?), i giovani (ragazzi e ragazze) spaventati dalla disoccupazione, si arruolano nell'esercito e vanno a morire per nessuno o per delle finte missioni di pace, convinti di fare del bene al prossimo mentre invece servono i “mammoniani” che devono conquistare delle terre per avere il controllo “sull'oro nero” e non solo. Ultimamente ricordo spesso a me stessa queste parole di Gesù: “Ma guai a voi, ricchi, perché avete già la vostra consolazione. Guai a voi che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi che ora ridete, perché sarete afflitti e piangerete” (Lc. 6,24-25). Con queste parole Gesù condanna, non la ricchezza in sé, ma il modo sbagliato con cui essa viene vissuta, come se fosse l'unico motivo di vita, l'unico valore, senza che la gente, che ne è schiava, si accorga

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Economia repentino del valore d'acquisto del 40%.

Articolo 18? Il 14 maggio 1970 la Camera approvava la legge n. 300 conosciuta più comunemente come "Statuto dei diritti dei lavoratori". Erano presenti 352 deputati su 630, 217 votarono a favore, 135 si astennero, non ci fu nessun voto contrario. L'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori s'intitola "reintegrazione sul posto di lavoro" e disciplina le conseguenze in caso di licenziamento illegittimo (perché effettuato senza comunicazione dei motivi, perché ingiustificato o perché discriminatorio) nelle unità produttive con più di 15 dipendenti (5 se agricole). La questione sull'Art.18 poggia da un lato, su coloro che lo considerano l'articolo 18 un baluardo intoccabile, l'ultimo muro contro il dissolvimento della tutela sui lavoratori e dall'altro, chi invece ritiene che si debba rendere più "flessibile" il lavoro. Il governo sostiene che le modifiche all'art. 18 porteranno più occupazione, mentre i sindacati parlano di un attacco ai diritti fondamentali dei lavoratori. Personalmente ritengo che ripensare all'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori non sarebbe indencente se non fosse che prima di attuare un confronto per una simile modifica, sarebbe utile prevedere delle tutele verso i soggetti deboli dell'art.18 appunto i lavoratori, tutele che di fatto paesi piu' liberisti del nostro hanno da tempo in modo collaudato. Esempio: estendere in maniera strutturale i sussidi di disoccupazione a tutti i lavoratori dipendenti del settore privato, creando un fondo apposito finanziato dalle stesse imprese. Detto questo bisogna anche porsi la domanda quale modifiche vuole attuare il Governo ? quali benefici vuole ottenere ? solo partendo da questi fattori e' possibile effettuare una attenta analisi sulla questione Art. 18. Tagliare la "gamba ad un malato" perche' non si conosce la terapia per guarirlo e' fin troppo facile, bisogna prima curare nonche' capire se una volta amputata, il malato sara' salvato altrimenti si diventerebbe terapia distruttiva. Le modifiche che il governo vorrebbe effettuare si basano sulle proposte presentate in passato dal giuslavorista, nonché Senatore del Pd, Pietro Ichino: in sostanza i lavoratori verranno assunti a tempo indeterminato, ma dovranno svolgere un periodo di prova pari a sei mesi, in cui non si applicherà la tutela reale prevista dall' articolo 18. Ritengo che alcune modifiche andrebbero effettuate ma prima di farlo sarebbe utile discutere di riforma degli ammortizzatori sociali. Se vogliamo piu' flessibilita', se vogliamo piu' lavoro bisogna non solo modificare degl'articoli ma rendere il nostro sistema Imprenditoriale e delle Professioni veramente flessibile e aggiornato al sistema Americano o dei paesi del Nord, altrimenti questa flessibilita' si traduce in quelle che negl'ultimi 10 anni abbiamo prodotto un surrogato della flessibilita' che si chiama precariato continuo e permanente (quello che una volta si chiamava disoccupazione). Sulla base della mia esperienza politica, di lavoratore nonche di rappresentante sindacale Fials rimango del parere che qualcosa in questo sistema Europeo liberista non funziona. Basta ricordare i proclami pronunciati da fior di Economisti sui benefici della globalizzazione, della flessibilita, delle privatizzazioni e sull'Euro Casa, oggi a distanza di 14 anni da quel lontano 1998 dobbiamo registrare da statistiche e fatti reali il fallimento di questa politica poco centrata sul valore "uomo" e tutta concentrata sul fattore Finanza. Quale Imprenditore investirebbe in una azienda che ha prodotto disoccupazione, crisi e un abbassamento

Pur rimanendo una voce fuori dal coro, definendomi un tradizionalista tifoso del valore del posto fisso e del protezionismo sono consapevole che il mondo e' cambiato e qualcosa bisogna fare per difendere le nostre Imprese e i nostri Lavoratori dalla delocalizzazione produttiva a basso costo e se per ottenere questo bisogna mettere mano all'Art. 18 lo si faccia, con un accordo generale che investa Imprese, Sindacati e Governo prevedendo sin da subito tutti quei sistemi di tutela paracadute che una maggiore flessibilita' esige (politiche di salvaguardia e valorizzazione dei diritti umani) Anche perche' gli Stati Uniti insegnano con Obama, bisogna non solo pensare ad una modifica dell'Art. 18 per porre rimedio alla crisi del mercato interno e mondiale, ma anche ad un altro punto di vista, come alla delocalizzazione produttiva che genera effetti retroattivi, sempre sul versante dei diritti dei lavoratori e della valorizzazione del capitale umano. Bisogna attuare un programma complesso e condiviso dalle varie forze sociali che includa piu- fattori assieme all'Art.18 in modo da impedire l’intenzione di ridurre i livelli occupazionali in patria in seguito alle iniziative di investimento all’estero in particolare rivolti verso i paesi a basso costo del lavoro. Sarebbe illusorio pensare che con la sola modifica dell'Art.18 si possa risolvere di fatto il problema occupazionale e della delocalizzazione delle nostre imprese. Mi spiego: non e' pensabile che per avere piu' lavoro e per competere con la delocalizzazione sfrenata bisogna diminuire i diritti dei lavoratori. Spesso nostre Imprese delocalizzazono verso paesi con sitemi caratterizzati da standard sociali, livelli retributivi, sistemi di welfare, modelli di sicurezza, sistemi legislativi e dei controlli differenti e, generalmente, meno avanzati rispetto a quelli occidentali, determinando conseguenze dirette sul versante del rispetto dei diritti umani e della salvaguardia dei diritti dei lavoratori. Un paese civile non puo' pensare di porre rimedio a questo sistema ponendosi sullo stesso piano di chi di fatto produce a basso costo e senza tutele. Bisogna tutti insieme ragionare su sistemi di riqualificazione e adattamento del personale, prevedendo questo si una maggiore flessibilita' del mercato professionale e delle imprese che possano dare spazio a sistemi di Mobilità verso altre aziende dello stesso gruppo, Riduzione dell’orario di lavoro insomma progettare soluzioni legate all’adozione di ammortizzatori sociali. Anche perche' chi ci assicura che la sola modifica dell' Art. 18 dara' maggiori vantaggi e non sara' l'inverso. Voglio ricordare che esistono problematiche Italiane legate alla disoccupazione, svincolate dal fattore delocalizzazione o contingenti alla crisi mondiale, basta pensare alla perenne e ormai incancrenita situazione del Mezzogiorno d'Italia le cui cause strutturali poggiano nell'impossibilita' di competere nei mercati globali per mancanza infrastrutturale. Il problema della disoccupazione e' stata sempre grave in Italia, tranne forse negl'anni del boom 50 e 60, ma oggi e' ridiventato drammatico come gli anni 70 pur con una riforma Biagi alle spalle. Numeri drammatici: 2 persone su 5 nel Mezzogiorno non lavorano con percentuali quasi del 35%. Si alla deregolamentazione del sistema Lavoro, ma eliminando le cause oggettive onde evitare che ai pochi benefici ne seguano costi sociali ben piu' alti.

Remo Pulcini

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Economia Liberalizzazione delle farmacie Veneto, fine di una favola? Il veneto è sempre stato una delle punte di diamante dell'Italia, luogo dove l'economia sembrava non smettere mai di andare a gonfie vele, nel quale fondare nuove fabbriche, imprese e società finanziarie era all'ordine del giorno; imprenditori caparbi ed operai volenterosi collaboravano più o meno armonicamente traendo il meglio gli uni dagli altri; le banche concedevano mutui, anche a tassi molto bassi, e la detrazione fiscale era più che accettabile Come tutte le favole, però, anche questa, di punto in bianco, è finita; dal 2008, infatti, l'economia sembra aver preso una svolta allarmante; grandi multinazionali spostarono la produzione all'estero, dove costo della manodopera e la detrazione fiscale erano minori, provocando, cosi, la chiusura o il fallimento di medie e piccole imprese ed il licenziamento di migliaia di operai. In questi ultimi 3 anni si è registrato un incremento del 29.1% di fallimenti; i posti di lavoro da dipendente, nell'ultimo anno, sono diminuiti di 14 mila unità lasciando spazio a quasi 2000 contratti a chiamata, il tasso di disoccupazione è arrivato a sfiorare il 7%. Tutti questi avvenimenti hanno provocato una grande crisi identitaria nel cittadino che si vede privato di ogni prospettiva futura; uomini di mezza età disoccupati, troppo giovani per andare in pensione, ma troppo vecchi per riuscire a trovare un posto di lavoro; ragazzi che sognano di crearsi una famiglia, ma che si vedono obbligati a rinunciarvi perché non hanno un posto fisso e nessuna banca eroga mutui con la credibilità che può dare un contratto a chiamata. Sembra di essere stati abbandonati al proprio destino, sembra che nulla si possa fare per uscire dai guai e, anche se un strada la si trova, si viene bombardati da tasse e minacce di pignoramenti; ogni scelta d'impresa plausibilmente valida è un arma a doppio taglio che il 90% delle volte nuoce a chi la impugna. Sempre più voli partono e sempre più depressioni rimangono; come cadere improvvisamente in una pozzanghera d'acqua palustre; chi ha la forza di liberarsi dalla vischiosa morsa delle alghe se ne andrà lontano, per non venire risucchiato mai più, chi invece vi rimane intrappolato, annega dimenandosi e sprecando tutte le energia nella direzione sbagliata, ci sarà anche chi, però, avrà il coraggio di rimanere e di bonificare quella zona creando un verde prato nel quale i bambini possano giocare, ma per far ciò dovrà essere sostenuto, non abbattuto.

Selene Bailo

In questi ultimi tempi si e' molto parlato delle farmacie, ma spesso si sono tralasciate le doverose spiegazioni su quali sono le regolamentazioni attuali riguardanti la titolarità -o meglio il modo per conseguirla- e su quali sono le novità che introduce o vorrebbe introdurre il governo Monti. Attualmente in Italia il numero di farmacie presenti sul territorio e' disciplinato dalla cosiddetta pianta organica : in pratica si può aprire una farmacia ogni 4000 abitanti nei comuni con più di 12500 abitanti, oppure ogni 5000 abitanti nei comuni più piccoli. Sono previste deroghe a questo principio in casi particolari. Ma come fa un farmacista laureato ed abilitato alla professione a diventare titolare di una nuova sede? o ereditandola dal padre, oppure acquistandola dopo almeno due anni di pratica professionale -a prezzi che superano il milione di euro per una farmacia piccola, e svariati milioni per una sede più appetibile- oppure mediante un concorso regionale che si svolge ogniqualvolta la revisione del numero di residenti nei comuni della regione superi le soglie suddette, fatto che non accade sovente (nella regione Veneto ad esempio, negli ultimi 12 anni i concorsi sono stati due ed hanno assegnato una manciata di nuove farmacie in tutta la regione; vi sono comunque zone d'Italia in cui da decine di anni non si effettuano concorsi). Ben si comprende perciò il motivo che ha spinto l'attuale governo a metter mano al sistema: la proposta e' stata quella di diminuire la soglia di abitanti per ogni farmacia a 3000 e di effettuare un concorso unico a cui possa partecipare chi una farmacia non ce l'ha, e possano concorrere anche i titolari di farmacia rurale, ovvero delle farmacie poste in centri con meno di 5000 abitanti, ma non coloro che sono titolari di farmacie sopra tale soglia di popolazione. Chiaramente tutto ciò ha sollevato proteste da parte delle associazioni di titolari di farmacia, che ora si troverebbero con il numero di sedi in Italia aumentato da 18000 circa a 23000 o più a seconda delle stime e perciò con una ingente concorrenza; c'e' da dire però che in alcuni paesi europei come la Germania l'apertura di nuove farmacie e' libera e ciò non ha portato al tracollo del sistema. D'altro canto e' pur vero che in realtà in Italia il rapporto farmacie/abitanti si pone già attorno a una ogni 3000/3500, grazie alle sedi aperte in deroga al principio di cui sopra e a quelle aperte prima dell'introduzione del sistema attuale. Certo non guasterebbe che un farmacista laureato ed abilitato, dopo un periodo di doverosa pratica da dipendente, avesse la possibilità di mettersi in proprio senza bisogno di essere molto facoltoso o figlio di titolari. Non ci resta che attendere l' approvazione definitiva del testo di legge in esame al senato il cui iter dovrebbe concludersi entro il mese di marzo.

Alberto Grigoletto

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Cultura La Straniera Sterile Ogni giorno, da tanti anni, una donna guardava dalla finestra della sua stanza, e stringeva le mani sull'inferriata bianca, come per scardinarla. Oltre la finestra, però, stava un alto muro di pietre: come avrebbe superato quel recinto, fitto di rampicanti quasi secchi? Le sue dita si aggrappavano alle spalle, come l'edera al muro, mentre guardava con gli occhi gialli le foglie del cespuglio bruciate dal sole. Quando però serrava le palpebre a gustare la gioia della fuga, una ruga dubbiosa le segnava il viso scialbo. Cosa avrebbe fatto, dopo? Così chiudeva adagio i battenti sull'inferriata bianca, voltando le spalle con rassegnazione. La donna era vecchia e abitava, in una casa non sua, una stanza bassa e bianca col soffitto di canne, da cui sporgevano grumi di calce grigiastra. Benché la sua fosse stata una stanza di sposa, era piccola e affollata di oggetti, quasi lugubre: sui vecchi comodini di noce scuro poggiavano tazze sbeccate e calici incrinati; una madia dagli sportelli senza vetri, portata là dalla cucina, conteneva tovaglie e vecchi stracci ormai preda della ruggine; un armadio dalle ante sconnesse traboccava di tappeti e ceste tarlate. Il letto soltanto era nuovo, alto e duro. Esso portava una larga fascia ricamata al piede, ed era avvolto da una coperta in lana tessuta in fiamme multicolori.stran-sterileL'antica sposa dormiva sola, su quel letto: il marito le era mancato presto, diciotto mesi dopo esser partito in cerca di fortuna. Lei restava, inquieta e triste, in quel ripostiglio di cui non poteva mai chiudere la porta, nemmeno la notte. Le facevano compagnia un ritratto scuro e attonito del suo sposo, e due pelli d'agnello conciate, complete della lana ricciuta e della testolina dal muso muto e spalancato. Quel giorno, però, compì gli stessi gesti con insolita, tremula energia. Una nuova idea di fuga le balenava in mente, e si sentì quasi forte: era giunto il tempo, pensava quasi ridendo di sè stessa e delle passate indecisioni. Scansò col piede uno di quei macabri tappeti, e si chinò a cercare una piccola arca nascosta sotto il letto. Con espressione irata, e il viso quasi bello (aveva gli occhi lucidi e le guance rosse) ne estrasse degli abiti variopinti, fioriti dei fiori fasulli che crescono sui velluti e sui broccati di seta. Erano le sue vesti di nozze, sgargianti e quasi lussuose, abbandonate da quando era giunta in quella casa, in un paese straniero. Si spogliò in fretta degli indumenti bruni, indossando sulla camicia bianca il voluminoso costume fiorito, in cui dominavano i colori del rosso, del nero e del giallo. Avvolse le trecce grigie con delle fettucce colorate, le coprì con una cuffia di broccato a trine, cingendo sul capo una benda di lino giallo, che mostrava qua e là un punto di ruggine. Chiuse sul petto un busto di raso a fuselli d'argento, antico regalo di sua madre, e si guardò in uno specchio arrugginito che stava accanto alla finestra. Era serena, finalmente, e

fremeva come un insetto che è ansioso di volare per mostrare la sua elegante livrea. "Dunque, sei qui" disse alla figura che era rimasta a scrutarla nell'ombra, come se ne avesse notato solo in quel momento la presenza. L'uomo non rispondeva, ma restava immobile accanto all'uscio socchiuso: teneva il berretto a cencio tra le mani incrociate, e sorrideva imbarazzato. "Hai visto come sono vestita?" civettò, sedendo come una regina in una bassa seggiola dal fondo di paglia: e aveva cura di spargere le tante pieghe della gonna simile a una campana. Gli occhi però le restavano seri, indagando quelli dell'ospite che brillavano di incredulità. "Sono venuta in questa prigione perché ero una sposa innamorata" dichiarò con tono duro, ma fermo. Teneva le mani inerti incrociate sul grembo, come nei ritratti antichi: all'anulare sinistro le brillavano un rozzo anello d'oro, di forma squadrata, e un gioiellino in argento, con incisi una forbice e un ditale da cucito. "Son dovuta restare perché, da vedova, dovevo onorare mio marito e la sua famiglia. Sola e senza figli: ho avuto per famiglia mio suocero, il vecchio aguzzino; mio cognato e sua moglie. Tutti mi han trattato come serva povera..." "Lo vedi, dove sono rinchiusa?" La mano destra si mosse a indicare la finestra, e nel farlo scosse l'unica chiave che teneva al fianco: quella, inutile, della sua stanza, dove era padrona di qualche abito e di pochi ricordi. "La finestra è sbarrata, e oltre le sbarre sta il muro. Mio suocero però era ancora più insormontabile. Mi teneva qui per pietà, ma anche perché non tornassi al paese, alla mia casa, che avessi una nuova vita". "Non ho avuto figli..." soggiunse. Gli occhi erano asciutti, ma il mento scialbo, su cui spuntava qualche pelo come su un frutto avvizzito, tremava convulso. "...e mi dispiace non esser madre. Avrei voluto anche un figlio solo, per raccontargli del padre e farlo simile a lui". "Vedi l'altra?" disse con voce cattiva, mentre l'uomo taceva sorridendole con indulgenza. "Il vecchio aguzzino le voleva bene: é di questo paese, non straniera come me. E' sempre stata bella, ed egli l'ha sempre elogiata per ogni piccola cosa: per i modi, per i silenzi, per i vestiti! Così simili ai miei, ma più sgargianti e familiari. Prima di morire, il tiranno l'ha fatta padrona; le erano nati tre bastardi, a quella cagna..." "Se prima mi trattava da sorella mi ha poi evitata, quasi avessi una peste che potesse ucciderla. E tuo fratello? Era buono soltanto per ubriacarsi e darle ragione. Mi hanno chiusa in questa stanza e ne hanno fatto un ripostiglio. Hai capito? La stanza NOSTRA!" Gridò, alzandosi in piedi. Teneva la fronte sollevata e le mani sui fianchi: le labbra pallide erano serrate in una fessura sdegnata. Bussarono alla porta, e senza aspettare risposta, una donna soave entrò: era l'altra, la cognata padrona. Pur avanti negli anni era ancora bella, di quella bellezza un po' compiaciuta che hanno le donne fiere di sé stesse. Vestiva anche lei di lutto: la testa avvolta da un voluminoso scialle nero frangiato, il petto ormai molle cinto da una fascia di cartone foderato di seta nera, dalle lunghe punte minacciose; sulle gonne rozze e rigonfie ostentava al fianco un grosso mazzo di chiavi. "Che ti succede, sorella cara?" chiese alla cognata, di cui aveva notato con apprensione l'insolito abbigliamento; nel parlare le si sciolsero i lembi dello scialle, le cui frange tremarono e si scossero come le serpi sul capo si Medusa. "Nulla che ti riguardi, sto parlando con mio marito, e gli stavo giusto per dire che voglio andarmene di qui. E' da tanto che voglio farlo". La cognata si reputava saggia, e non volle contrariare la straniera, credendo che vaneggiasse. Può mai una serva voler scappare dalla mano che la nutre? Perciò cercò di blandirla, suggerendole con aria distratta tutti quegli inviti alla pazienza e al cammino di sofferenza che i buoni padroni riservano ai servi stanchi. "Con tuo marito?" chiese tuttavia con tono incredulo e canzonatorio. "Ma se volevi andar via da tanto tempo, potevi farlo. Nessuno t'ha mai trattenuto ,e la porta è aperta...",rise. "Bugiarda. Per mio marito son dovuta restare qui. Per lui ho fatto la schiava in una casa straniera, ho visto la mia stanza di nozze trasformata nel magazzino del ciarpame. Per lui non mi son ribellata a mio suocero, e ti ho servita in tutti questi anni". "E ora sarà lui a portarmi via di qui. Lo esigo". Sedette risoluta sulla seggiola bassa, indicando con un gesto secco del capo il vecchio ritratto appeso ac-

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Cultura canto alla porta. Il marito stringeva tra le mani un nero cappello a cencio, e sorrideva incerto come a chiederle di avere pazienza, di non essere dura. La moglie non si mosse.

Giuseppe Udas

Il positivismo giuridico contemporaneo Un Antologia Giapichelli, 2005 Il “positivismo giuridico contemporaneo” è un'interessante antologia dei principali contributi di saggi di autori italiani e stranieri sul tema del positivismo giuridico. Saggi di veri maestri sul tema. Raccolti da due illustri professori dell'Università di Palermo, il primo, e dell'Università di Milano, il secondo. Non solo raccolti ma anche preceduti da ottime introduzioni che rendono i saggi più chiari anche al lettore medio. Li rendono anche più organici. Cioè li inseriscono in un quadro generale. Per spiegare cosa sia il positivismo giuridico. Le sue caratteristiche, in Europa. Ciò che lo differenzia oppure in cosa si avvicina con idee e temi “anglosassoni o americani”. Cominciando dalla classica distinzione tra giurisprudenza espositiva e giurisprudenza censoria, cioè la differenza tra come il diritto è nella sua pienezza e come dovrebbe essere. La distinzione tra descrizione e politica del diritto. Su questo aspetto, in particolare l'ultimo, che appassiona la dottrina, particolarmente interessante è il saggio, riproposto, di Herbert L.A. Hart, “La jurisprudence americana attraverso gli occhi di un inglese: l'incubo ed il nobile sogno”. Perché questo saggio è particolarmente interessante per il lettore medio italiano? Perché non solo è scritto da un grande maestro del diritto, oramai scomparso, in modo semplice, come solo i grandi sanno fare, ma perché affronta un tema di attualità in Italia. Come, cioè, si comporta il giudice, come è giusto o come dovrebbe comportarsi. I suoi rapporti con il legislatore e la legge. Temi, in Italia, particolarmente rilevanti, anche tenendo conto di alcune sentenze, di tipo fiscale e civile, che possono avere un impatto sull'economia in genere. Vediamo in particolare la tematica. “L'incubo e il nobile sogno. Alcune recenti sentenze, di carattere tributario e non, fanno venire in mente un vecchio saggio di H.L.A. Hart, il più importante filosofo del diritto del '900, riproposto di recente in un'antologia dal titolo “La jurisprudence americana attraverso gli occhi di un inglese: l'incubo ed il nobile sogno”. Faccio riferimento, per esempio, alle sentenze della Cassazione a Sezioni Unite del 15 novembre 2007 n.23726, sempre della Cassazione n.20106/2009 o della Cassazione Sezione Tributaria n.20398 del 2005, per cui la motivazione dell'accertamento può essere “cambiata” dal giudice per “abuso di diritto”. La Corte afferma testualmente “Trasferendo la regola alla problematica dell'abuso di diritto, nella quale si tratta pur sempre di verificare se l'operazione rientra in una normale logica di mercato, si deve affermare che il carattere abusivo deve essere escluso per la compresenza, non marginale, di ragioni extra fiscali che non si identificano necessariamente in una redditività immediata dell'operazione, ma possono essere anche di natura meramente organizzativa, ed inoltre può consistere in un miglioramento strutturale e

funzionale dell'impresa. Tale risulta essere la regola emergente dal sistema, sul modello comunitario, che prende in considerazione soltanto il contenuto oggettivo dell'operazione, a differenza di altri ordinamenti. Proprio la recente riforma USA già richiamata prevede che, per essere riconosciuta dal fisco, un'operazione deve avere non solo “sostanza economica” ma anche “un fine di profitto” ( a business pur pose).” Infatti qui la Cassazione oltre a far riferimento a questioni di politica legislativa, pur se nel caso concreto esprime un giudizio favorevole al contribuente, in pratica sostiene la possibilità di entrare nel merito delle scelte economiche, in analogia a presunti principi americani di governo dell'impresa da parte dei giudici. Invece per quanto riguarda la tematica dell'abuso del diritto vi sono sentenze anche della Cassazione in materia contrattuale. Faccio riferimento alla Cassazione a Sezioni Unite del 13 settembre 2005 n.18128 in Notariato n.1/2006, IPSOA, pag.13-26, sulla clausola penale dove si attribuisce al giudice il potere di riduzione della penale non per la tutela di un interesse che lo trascende. Con ciò ponendo dei problemi, a mio parere, di carattere costituzionale circa i limiti all'autonomia privata. Tutti questi fenomeni giurisprudenziali, di carattere civilistico o tributario, urtano con una certa impostazione del positivismo giuridico ed attentano al principio oppure esigenza della certezza (caro anche al mondo delle imprese, preoccupate non a caso soprattutto circa la sentenza in tema di abuso del diritto e/o elusione fiscale). Queste sentenze richiamano quel fenomeno tutto americano impersonato da Jerome Frank in Law and The modern mind, del 1930. Infatti questo autore svilisce il valore della certezza del diritto al punto di paragonarlo all'effetto del perdurare negli adulti immaturi della tendenza del bambino a cercare sicurezza nella forza e nella sapienza del padre (“Nonostante il passare degli anni”, dice Frank, “molti uomini sono a volte vittime del desiderio infantile di completa serenità e della paura infantile della sorte incontrollabile. Essi vogliono credere di vivere in un mondo in cui la sorte è solo un'apparenza e non una realtà”). Si parla di “riscoperta del padre”, di “surrogati del padre”, di “diritto che assomiglia al padre-giudice”. Sulla stessa linea Karl Llewellyn, che afferma che le norme giuridiche difficilmente possono servire come guida per la vita. Infatti conta solo la società che si da un proprio ordine da se e che lo riceverebbe dal diritto solo in minima parte. Il diritto sarebbe solamente, come dice il Giudice Holmes, quello che fanno i giudici riguardo alle controversie. Giudici che, aggiunge Holmes, assolvono ad un compito morale, di morale sociale cioè politica. Si deve guardare e considerare ciò che è conveniente alla comunità interessata, risultante da orientamenti di politica sociale consapevoli oppure inconsapevoli (sul tema si veda più ampiamente Guido fassò. Storia della filosofia del diritto, Laterza, Volume III, pag.260 e pag.270-271). Inoltre da lì e da queste idee che deriva l'incubo e/o il nobile sogno per usare le di parole di Hart. Tali idee possono provocare danni non solo all'economia ma alla società in genere. Idee che dimenticano la lezione, prima, di Aristotele e, poi, di San Tommaso D'Aquino, su cosa sia il diritto e sulla sua funzione ed il suo valore. Strettamente connesso alla convivenza sociale (virtù pròs hèteron, ad alterum), che serve per regolare, in modo tendenzialmente certo, i rapporti tra individui. La prima generazione di giuristi pratici si è formata, in gran parte, circa questi temi, sulle opere di Norberto Bobbio ( Bobbio. Il positivismo giuridico - lezione di filosofia del diritto raccolte da Nello Mora. Giapichelli, Torino, 1996, pag. 233-250). Senza voler accomunare fenomeni diversi, il positivismo come ideologia che preferisce Norberto Bobbio è quello che rappresenta l'antitesi, per esempio in riferimento all'interpretazione del diritto, di certe teorie che fanno riferimento “al sano sentimento popolare”, di matrice tedesca, anche se oramai superate dalla storia, oppure fanno riferimento alle espressioni di Holmes. Il positivismo etico moderato (per usare l'espressione di Bobbio) è quello che permette di coniugare la tenuta di una società e lo sviluppo economico ed proprio perché la versione moderata del positivismo etico, come dice Bobbio, afferma che il diritto ha un valore in quanto assicura il valore dell'ordine. Il diritto ha un valore strumentale in funzione dell'ordine e realizza, perciò, la certezza giuridica. Certezza giuridica che si identifica e viene giustificata dall'ordine (Bobbio, Il positivismo giuridico, cit., pag.242-243). La giustizia come ordine giusto. I principi del suum cuique tribuere e del neminem laedere intesi come “Instaurare l'ordine” (cioè attribuire a ciascuno ciò che gli spetta secondo un sistema normativo) e come “ Non distruggere l'ordine” (non superare i limiti posti alla condotta umana dal sistema normativo). Può essere tutto questo tacciato di retorica? Il diritto certo serve per gli uomini dalla mentalità infantile? Forse..

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Architetture divine nel medioevo Sant’Antioco di Bisanzio (Ozieri)

Ma pensare diversamente significa negare in parte la lezione che risale ad Aristotele, che serve per mantenere e regolare i rapporti interindividuali e sociali. E' preferibile in questo caso ritenere Aristotele il filosofo per antonomasia, come era considerato in altre epoche. Oggi si tende (vedi Natalino Irti in alcune recenti opere dal titolo Nichilismo Giuridico, Laterza 2004 oppure il Salvagente della Forma, Laterza 2007, anche se, forse il Professor Irti constata un fenomeno che non apprezza, al contrario di certa giurisprudenza che lo favorisce e sostiene) maggiormente a ridurre il diritto più che ad una visione nichilista ad una visione tipica di Carl Schmitt. Di quello Schmitt che riduceva il diritto alla decisione politica presa da una autorità esistente. Egli vedeva ogni autorità giustificata per se stessa. Cioè il diritto che si risolve nella politica la quale risulta essere espressione di pura volontà, che fa riferimento alla categoria amico-nemico che prescinde, per esempio da esigenze di giustizia o di ordine ( nel senso Bobbiano). Infatti è paradossalmente l'incubo oppure il nobile sogno, oggi, arrivano non dalla Germania ma dagli Stati Uniti. Per esempio con alcuni epigoni del realismo. Sia i Critical Legal Studies sia l'analisi economica del diritto, che sembrano opposti per certe tesi sostenute, sono affini. Il primo, con influenze marxiste, vuole decostruire il diritto. Ritiene il pensiero liberale giurusìdico come rappresentante concetti e principi funzionali agli interessi del capitalismo ed agli interessi economici del liberalismo. Anche principi come l'anglosassone “stare decisis” sarebbe una mascheratura. I giudici agirebbero sempre su un piano politico e no giuridico, anche se si richiamano al valore del precedente. Bisogna “sfrondare” e mostrare la contraddizione del discorso giuridico e l'ideologia che si annida. La seconda, che si richiama all'utilitarismo di Bentham, sostiene che bisogna affrontare i problemi giuridici evitando nozioni astratte ma procedendo all'analisi delle soluzioni sulla base delle conseguenze, degli effetti. I giudici, anche inconsapevolmente fanno norme per massimizzare la ricchezza, per un'efficiente allocazione delle ricchezze. Bisogna affrontare i problemi giuridici tenendo conto degli effetti delle soluzioni proposte, delle analisi costi/benefici, scegliendo quella che porta benefici maggiori. Senza tener conto troppo dei precedenti ( o delle norme si direbbe in ambiente civil law e della loro interpretazione logica) per giungere ad una decisione nuova che possa migliorare anche il diritto esistente, sulla base cioè di scelte di valore. Cioè politiche. Il diritto non come serie di soluzioni in qualche modo preconfezionate ma attività di giudici volta a soluzioni dettate da valutazioni (loro) di valore. Il che andrebbe bene se tale operazione fosse del legislatore ma va meno bene se svolta da giudici! Proprio se si vuol essere fedeli all'insegnamento di Aristotele, prima, e dal ultimo alle osservazioni di Bobbio. Certezza come ordine, come civile convivenza, come regola per la convivenza. Di cui gli operatori pratici (ìn primis, per esempio i notai, che intervengono per regolare per i primi, o per apprestare strumenti per regolare i rapporti tra le persone o le imprese, sulla base di norme), devono essere gli esecutori. I Critical Legal Studies e l'Analisi economica del diritto, epigoni del realismo di inizio '900, negano o tendono a negare Aristotele ed una tradizione secolare che porta all'Illuminismo. Parlare di post illuminismo nell'interpretazione, magari, non porta al “sano sentimento popolare”, alla comunità di popolo (Volkgemeinshaft) tedesca ma il formalismo moderato di Bobbio aiuta ad evitarlo. Per evitare che il nobile sogno diventi un incubo.

Stefano Scavo

Percorrendo la strada statale 597, meglio conosciuta come SassariOlbia, è possibile ammirare tre chiese che, un tempo, godettero di prestigio e potere. Stiamo parlando della Basilica della Santissima Trinità di Saccargia (Comune di Codrongianos), della Cattedrale di Sant’Antioco di Bisarcio (Comune di Ozieri) e di Nostra Signora di Castro (Comune di Oschiri). Le tre chiese, facilmente raggiungibili operando delle piccole deviazioni, sono considerate, per le loro caratteristiche uniche, dei capolavori di arte e architettura medievale. Tralasciando Saccargia e Castro, che meritano particolare attenzione, in questa sede ci concentreremo sulla Cattedrale di Sant’Antioco di Bisarcio che rappresenta, almeno in Sardegna, un unicum per caratteristiche e integrità architettonica. Collocata su un’altura rocciosa e circondata da una vasta pianura, la chiesa, con la sua imponente mole, domina il paesaggio circostante dove tavolati vulcanici, si alternano a piane e distese immense dai colori suggestivi. Una scalinata conduce i visitatori proprio nel piazzale antistante la chiesa dove è possibile respirare il profumo del medioevo attraverso le vestigia del complesso episcopale, visibile in prossimità dell’edificio sacro. A primo impatto si resta affascinati dall’eleganza della facciata del portico-nartece, di chiara ispirazione francese che, secondo gli storici dell’arte medievale, richiama le famose galilées francesi, ossia i portici sopraelevati collegati alle cattedrali. Il nostro portico, infatti, ospita tre ambienti che, in passato, erano utilizzati dal Vescovo e dal Capitolo bisarcense. Ultimate le scale che conducono al piano superiore, si accede alla sala capitolare in cui è possibile ammirare l’esclusiva cappa di camino a foggia di alta mitria e, nella parete laterale destra un sedile in pietra, dove sedevano i membri dei Capitolo. Nel secondo ambiente, utilizzato come cappella privata, è possibile notare l’epigrafe di consacrazione della cappella, graffita nella parete sinistra: CONSECRATUM EST HOC ALTARE AD HONORE S(AN) C(T)I IACOBI AP(OSTO)LI S(AN)C(T)I / TOME ARCHIPRESULE ET MARTIRE S(AN)C(T)I MARTINI EP(ISCOP)I ET C(ON) F(E)S(SORI) S(AN)C(T)E CE/CILIE VIRG(INIS) Essendo addossato alla vecchia facciata romanico-toscana, il portico è collegato con la navata centrale della chiesa attraverso l’apertura della bifora presente nella sezione della facciata corrispondente alla cappella privata.

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Cultura Dall’apertura della bifora, forse, il Vescovo ascoltava le funzioni che si officiavano in cattedrale. Le chiese medievali sono da molti considerate dei “catechismi” a cielo aperto che, attraverso le simbologie tipiche del romanico, potevano essere facilmente “letti”, interpretati e diffusi. Normalmente le decorazioni delle facciate presentano riferimenti aventi dei richiami alla vita quotidiana in modo da essere facilmente comprese e interpretate anche dalle categorie di fedeli poco scolarizzati. Si pensi alla presenza di figure animalesche e mostruose che, oltre ad avere un indubbio pregio artistico, hanno anche un significato religioso chiaramente identificabile. A Bisarcio abbiamo il leone che, posto alla base di una colonna, simbolo della regalità e della potenza divina, fa da guardia all’edificio sacro. Nella arcata centrale poi, si nota una scena di caccia: un maiale/cinghiale (simbolo demoniaco), un capretto (simbolo della lussuria o dei dannati del Giudizio Finale) forse separati da un albero (allusione alla foresta, simbolo di peccato e perdizione). Abbiamo poi un uomo che tiene un cane al guinzaglio e un toro con delle lunghe corna, (simbolo dell’ingordigia e della violenza). Non si tratta di una scena agro-pastorale, poiché l’uomo non sta arando, ma di una caccia, tema che ricorre frequentemente nelle facciate delle chiese romaniche. L’Interno della chiesa è organizzato secondo il classico schema basilicale: aula trinavata, scandita da colonne monolitiche in trachite di colore rossastro, disposta su due livelli: la platea e, rialzato da cinque gradini, il presbiterio. Esternamente si possono ammirare le decorazioni presenti in facciata e sulla parete absidale, dove, in un concio a circa 2,8 metri da terra; è graffita un’epigrafie in caratteri onciali che riporta l’anno 1164 e il nome del vescovo Giovanni Thelle: MCLXIIII Joh[anne ]s [Thelle e]p[iscopu ]S. La Cattedrale bisarcense è da considerarsi un’antologia stilistica che racchiude le principali caratteristiche del romanico-sardo e consente al visitatore di poter ammirare ed apprezzare le tecniche e i vari stili scanditi dalle diverse fasi costruttive.

150 + Italia - Firenze Il primo di una serie di servizi fotografici atti a continuare a celebrare i 150 anni dell'unità d'Italia, perchè anche se per qualcuno sono già passati noi continuiamo a ricordarli, ed il primo è dedicato a Firenze.

Fabio Solinas

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Internazionale Una enorme sfida per i giovani greci

Elvis Geoffrey Valdez Domingo

E' inizio dicembre, il sindaco di Atene ha chiamato a raccolta la popolazione perché quest'anno la città non ha un soldo per pagare il tradizionale albero in piazza Syntagma, la piazza davanti al parlamento. Poco male, un paio d'anni prima qualcuno lo ha bruciato e i turisti giocavano a farsi le foto assieme all'albero… e al cordone di polizia in tenuta antisommossa che lo proteggevano. Questa è la fotografia di un natale in Grecia, un natale Austero, che però racchiude in se tutto lo spirito Greco e non di meno l'enorme sfida e fardello che i giovani Greci si dovranno accollare nei prossimi anni. Nonostante la gravità della situazione a guardarli, i giovani greci, sembrano essere più adolescenti che gente matura pronti ad affrontare il futuro che gli si prospetta. Un paio di esempi sono il modo più semplice per capirlo. Fin'ora lo stato Greco ha elargito ai propri studenti una istruzione gratuita; gratuita significa che non vi sono rette universitarie semestrali o annuali, nè tanto meno i libri a costo delle famiglie. Lo stato si carica di ogni spesa perché l'istruzione è un diritto fondamentale. A settembre dello scorso anno, per la prima volta i libri sono stati forniti via CD-Rom, in modo austero vista la crisi, in modo che gli studenti potessero farsene delle copie o usarle virtualmente sullo schermo del loro computer. Una rivoluzione che se fosse fatta in Italia avrebbe probabilmente il sostegno di tutto il mondo studentesco, Universitari per primi. In Grecia invece, tutto questo è stato contestato, effettivamente dal loro punto di vista il diritto al "cartaceo" è venuto a mancare, ma c'è la crisi qualcosa bisogna pur fare. E se finisse qui una parvenza di ragione la protesta potrebbe averla. Invece parlando si viene a scoprire che esisteva una singolare tradizione, fortunatamente non perseguita da tutti, degna del periodo più nero della storia Europea. i libri di testo venivano addirittura "bruciati" dagli stessi studenti che finito di utilizzarli probabilmente pensavano di esorcizzare l'anno scolastico facendo un bel falò. Una assurdità, i giovani qui sembrano perenni diciottenni, non potrebbe spiegarsi sennò perché la maggioranza di loro ami così profondamente la loro terra, ma la maltratti così tanto. Nazionalisti della "carta per terra", tanto qualcuno pulisce, del io non riciclo nulla e anzi difendono la raccolta indifferenziata perché gettare spazzatura come voglio e un mio diritto e libertà. Appena gli spazzini sono in sciopero e l'immondizia inizia ad accumularsi sono i primi a gridare allo scandalo, e sempre i primi a gettare i rifiuti in strada che pian piano coprono mezza carreggiata e qualche auto lasciata parcheggiata per qualche tempo troppo vicino al cassonetto, ormai invisibile. Questi esempi sono solo una piccola parte degli altri che si potrebbero citare, esempi di cosa è stato fatto per arrivare a quel "commissariamento" tanto osteggiato e all'insediamento della Troica, una mescolanza di rappresentanti del Fondo monetario internazionale, della Banca centrale Europea, e della stessa Unione Europea che da poco è divenuta il solo ed unico male assoluto della Grecia. Anche qui tutti pronti a scendere in strada con le bombolette e a scriver sui muri delle poche case dell'800 rimaste in piedi nella capitale "Germans F**K off" e a dare alla Germania la colpa di un enorme debito che l'incapace classe dirigente ha creato. I vecchi da bar che trovi ad Athians e che dicono <> si mischiano ai giovani che decretano <>. Pochissimi hanno le informazioni o la lucidità di capire cosa effettivamente sia successo qui! Ed è questa probabilmente la sfida più ardua che la Grecia riserva ai giovani. La sfida che si ritrovano davanti è quella di riuscire a scardinare gli schemi creati dai loro genitori, di rivalutare i loro diritti. Del dire <> al libro in Cd-Rom che è pur sempre meglio del pagarlo a prezzo pieno. Del dire: <> - così da non dover pagare qualcun altro per farlo al nostro posto.

Walesa Porcellato

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La Libertas N.1