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MI RITORNA IN MENTE DEDICATO AI MIEI NIPOTI

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La foto che compare sulla copertina, è uno scorcio del paese di San Giovanni Lupatoto, dove io ho abitato fino all’età di 26 anni. Come si può intuire, il fondo stradale era ancora in terra battuta ed è all’incirca in questo periodo che si svolge questo racconto, (minuto più minuto meno)! Adesso tenterò di farvi rivivere insieme a me, quei fatti, quelle sensazioni, quelle passioni e quei giochi che mi hanno accompagnato in quegli anni.

Nonno Roberto

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I^ PARTE L’ASILO Non è facile per un illetterato come me, lasciare scritto racconti di vita che possano interessare dei nipotini che prima o poi, crescendo avranno modo di leggere e criticare, ma visto che sono ancora fissi nella mia memoria, forse ancora per poco, ci voglio provare. Cari nipoti vediamo un po’ cos’ha da raccontarvi il nonno Roberto. Dovete sapere che quando avevo circa quattro anni, ho cominciato a frequentare l’asilo che, unico nel mio paese, era gestito dalle suore dove la più alta in carica veniva chiamata Maestra Fide, non ho mai saputo se questo era un nome o una carica ecclesiastica. All’epoca non vi erano pulmini per la raccolta dei bimbi dalle loro abitazioni, ma esisteva un sistema naturale che funzionava così: una suora che se ricordo bene, era alta poco più di noi bambini, passava di casa in casa e raccoglieva tutti noi mocciosi e poi, a piedi ci faceva incamminare verso l’asilo.

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Se pioveva, tutti col nostro ombrellino e in fila indiana come sempre, con suor nanetta in testa. Prima di iniziare a raccontarvi qualche aneddoto del mio passato, mi sembra doveroso menzionare una delle abitudini tassative dello stesso periodo che vi ho appena accennato. Si tratta del bagnetto del sabato. Si svolgeva all’incirca così: durante il periodo estivo, veniva riempito di acqua il mastello, solitamente usato per il bucato e messo al sole tra le mura del portico di casa e, quando fratello sole era riuscito a riscaldarlo, venivo lavato, risciacquato, asciugato e riempito di borotalco, che doveva durare fino al sabato successivo. D’inverno, l’operazione sabato pulito, si svolgeva invece in casa, con l’acqua riscaldata da sorella stufa. Questo era il nostro modo di vivere di allora molto semplice ma decoroso.

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TIPICA RACCOLTA DI BAMBINI

(ma suor nanetta era molto più piccola di queste suore)

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I OSI DEI PERSEGHI (detti anche miole) La strada che attraversava in lungo il mio paese, dal nome altisonante di San Giovanni Lupatoto, non era ancora asfaltata ma aveva il fondo in terra battuta, bianca e polverosa dove ogni tanto passava qualche carro trainato da cavalli o da buoi e qualche volta da qualche macchina rumorosa e puzzolente di gas di scarico. Il paese era circondato da campi coltivati a frumento che noi chiamavamo el formento e da mais che noi chiamavamo el gran. Alcuni campi invece, erano coltivati con alberi da frutto come mele, pere, pesche e uva (pomi, peri, pèrseghi e ua). La mia famiglia in quel periodo era formata da mia mamma Lina, dal nonno Isidoro, detto Doro, dalla nonna Livia, dalla bisnonna Fiorina, dallo zio Renato fratello di mia mamma Lina, il quale ha tentato inutilmente di insegnarmi a suonare la tromba e dai prozii Silvano e Rita, una coppia senza figli.

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Mio padre non c’era già più e lo zio Adelio, fratello della nonna Lina, era già emigrato in Argentina. Prendiamo il nonno Doro che mi aveva nominato suo aiutante nei lavori da uomini. Con lui ho intrapreso alcune avventure, una delle quali era la pesca notturna sulle rive del fiume Adige con il metodo della bilancia. Era di una noia pazzesca perché tra una risalita e l’altra di questa grande rete, passava anche mezz’ora e io nel frattempo crollavo dal sonno. La bilancia era una grossa rete quadrata, tenuta tesa da due ferri sottili e flessibili e una carrucola in cima ad un’asta sulla quale scorreva la fune per la risalita. LA BILANCIA PER LA PESCA

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Come vi ho descritto poco fa, sulla strada che percorreva in lungo il paese, passavano i carri dei contadini che andavano o tornavano dai campi. Dall’inizio alla fine dell’estate, si raccoglievano le pesche che andavano consegnate ai magazzini di lavorazione, che nel tragitto che vi conduceva, invadevano il paese di profumo della frutta matura. Durante il percorso, chi conduceva lentamente i carri si mangiava qualche pesca contenuta nelle ceste più vicine e gettava i noccioli detti osi dei perseghi, (ma anche miole) lungo la strada e lì restavano fino a scomparire. Visto che la quantità di osi lasciata a terra era notevole, all’intraprendente nonno Doro, venne l’idea di raccoglierli per bruciarli nella stufa, assieme alla legna e al carbone, durante l’inverno, dato l’alto potere calorifico che essi sviluppavano. Il nostro riscaldamento consisteva appunto in una stufa che riscaldava una sola stanza, tutto il resto della casa, era gelo completo. Avevamo anche il camino ma vi racconterò più avanti quando veniva usato.

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Avevo allora 5 o 6 anni ed essendo io l’aiutante maggiore del nonno Doro, partivo con lui di buon mattino, dando inizio alla spedizione; il nonno avanti a me di qualche passo che mi indicava la posizione degli osi e io dietro con il cesto, che facevo la raccolta fino a “battuta di caccia” ultimata dove, a quel punto, si poteva rientrare a casa e mettere i osi ad essiccare. Dai un giorno e dai un altro e poi ancora un altro, un giorno, appena partiti mi sono stufato e ho mollato l’intrepido nonno Doro lungo la strada e me ne sono tornato a casa a giocare, mentre il Doro continuava così: Roberto, uno li, Roberto, un altro la e ancora li, senza accorgersi che io lo avevo abbandonato già da un po’. Ah, dimenticavo di dirvi che nel frattempo avevo avvisato la nonna Livia, che si faceva con me un sacco di risate.

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CARETI COI BO’ (CARRI CON I BUOI)

L’estate intanto stava finendo e, se durante questo periodo ci eravamo limitati a mangiare qualche fetta di anguria alla molonara, (chiosco di vendita di angurie e meloni), adesso che la stagione stava finendo, i prezzi delle angurie erano calati tanto da permetterne l’acquisto di una intera, anche alle famiglie meno abbienti che, una volta svuotata e mangiatone l’interno, ne intagliavamo la scorza facendone comparire un volto diabolico, mettendo all’interno una candela accesa, così da dare l’impressione di una visione spettrale.

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Questa usanza, di circa cento anni fa e forse più, sembra ricordare la zucca di halloween. Come vedete, gli halloweenisti, non hanno inventato proprio niente. Zombi esclusi. Finita l’estate, l’autunno passava pigro – pigro fino all’arrivo dell’inverno, ma un evento è bene ricordare dell’autunno e cioè, i traslochi. Si, i traslochi tra una abitazione e l’altra, avvenivano solo ed esclusivamente il giorno 11 di novembre, giorno di san Martino. I traslochi perciò, presero così il nome di san Martin, (fare trasloco quindi, si diceva fare san Martin). FILASTROCCA DI SAN MARTINO

San martin de paia La rosina le canaia Le canaia el so butin Viva viva san martin

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SANTA LUSIA (Santa Lucia) Così, di settimana in settimana, si arrivava a dicembre mese di feste una in fila all’altra. Quella che più mi interessava era la festa di Santa Lucia che, dalle mie parti, era chiamata Santa Lusia ed era colei che portava i regali ai bambini a dorso di un asinello. I regali consistevano in: un piatto con tre mandarini, due arance, una decina di dolcetti di pasta frolla spolverati con zucchero a velo, qualche nocciolina, qualche noce e qualche caramella. Non poteva mancare però il regalo richiesto che per me, era quasi sempre una pistola di latta. Quello che oggi è conosciuto come Babbo Natale, a quei tempi non esisteva, ma il suo “sostituto” era Gesù Bambino.

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Dovete sapere che pur essendo cieca, Santa Lucia, ci faceva trovare i regali alla mattina del tredici di dicembre che poi, come per incanto sparivano il giorno dopo per ricomparire, portati da Gesù Bambino la mattina di Natale. Come facesse Gesù Bambino a portare gli stessi doni di quelli di santa Lucia, è tutt’ora un mistero.

FILASTROCCA DI SANTA LUCIA

Santa lusia la ven de note Con le scarpe tute rote Col capel a la mantoana Santa lusia le me mama

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SANTA LUSIA (SANTA LUCIA)

Santa Lucia (Siracusa, 283 – Siracusa, 13 dicembre 304) fu una martire cristiana, morta durante le persecuzioni di Diocleziano a Siracusa; è venerata come santa dalla Chiesa cattolica e dalla Chiesa ortodossa.

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FINALMENTE NATALE Ed ecco finalmente Natale e qui entrava in ballo la coppia di prozii Silvano e Rita che, forse per ingraziarsi la possibilità di un posto in paradiso, sceglievano di partecipare alla prima messa del mattino. (loro dicevano che valeva di più). Non ci crederete, ma la messa in questione iniziava tragicamente alle cinque del mattino ed io ero costretto ad andare con loro. Dalle mie parti il periodo in questione era solitamente un periodo di freddo intenso, ma io non avendo giubbotto o cappotto caldi da assicurarmi tepore durante il tragitto da casa alla chiesa, circa un chilometro, camminavo avvolto sotto il tabarro dello zio Silvano mentre la zia Rita era coperta con un paltò con collo di pelliccia, probabilmente finta e le scarpe eleganti, perché si andava in chiesa. Come se alle cinque del mattino d’inverno qualcuno verificasse l’abbigliamento; ma tant’è che la cosa funzionava così.

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Spesso in questo periodo, il paese era ammantato di neve che dalla mia altezza o bassezza, nei sentieri ripuliti e percorribili, mi dava l’impressione di camminare fra due trincee bianche e gelate, questa però, era la parte piÚ bella della tragedia del risveglio alle quattro del mattino. Altro lato piacevole erano i canti gregoriani che il coro di voci imponenti accompagnava la messa in ogni liturgia.

(Questa foto mi ricorda proprio una di quelle tragiche e gelide mattinate)

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Finita la messa, si svolgeva un rito altrettanto “religioso” e tradizionale di casa mia e cioè: mentre il terzetto di devoti era alla messa, i restanti componenti il nucleo familiare, si dedicava ad abbrustolire un buon numero di fette di polenta fatta la sera prima e ad arrostire una quantità interessante di salsicce dette “mortadele” grasse e fumanti, su quel camino che vi ho accennato all’inizio e che veniva acceso proprio per l’occasione. Quando il terzetto, quasi congelato dal “viaggio” di ritorno entrava in casa, veniva accolto da un calore e un profumo come solo le cose che stavano cuocendo potevano dare. Così, si dava inizio alla “colazione” che era costituita appunto da polenta abbrustolita, salsicce arrostite e udite udite, vino chiaretto del Garda detto bardolin o bacaro della bassa, secondo le annate.

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Tutti facevano questa colazione io compreso che a quell’ora (sei e mezzo circa) del mattino, mi trovava ubriaco dopo soli cinque minuti. Subito dopo però, mi venivano consegnati i regali da parte di Gesù bambino, che altro non erano, che quelli portati il tredici di dicembre da Santa Lusia, la cosa però non mi importava perché, da adesso in poi, avrei potuto tenerli e giocare fino all’arrivo del prossimo 13 di dicembre. Di questo periodo, mi affiora una filastrocca relativa al passare del tempo, che si riferiva all’aumento delle ore di sole durante le giornate. Recitava così: a santa Lusia na pònta de ùcia, a Nadàl un pàso de gàl e a sant’Antonio un paso da demonio ossia, il 13 di dicembre le ore di sole iniziavano ad aumentare e cosi via il 25 di dicembre e poi con un gran balzo da “demonio”, il 17 di gennaio, giorno che ricorda S. Antonio abate. Era solo un detto popolare, ma un po’ ci prendeva.

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OMO COL TABAR (UOMO COL TABARRO) STILE ZIO SILVANO

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RISCALDAMENTO (molto) AUTONOMO D’inverno, il mio paese, era sempre freddo, umido, spesso imbiancato da abbondanti nevicate e avvolto dalla nebbia. La casa dove abitavo con la mia famiglia, si svolgeva in verticale e cioè, era lunga, stretta e alta, almeno per l’epoca. (Vedere la foto nelle pagine seguenti). I locali non erano riscaldati tranne la cucina dove ci si riuniva tutti per mangiare, chiacchierare e la sera per giocare alle carte. Al mattino le donne aprivano tutte le finestre e rifacevano i letti, svuotavano i pitali (vasi da notte dove all’occorrenza di notte si faceva la pìpì) e poi, lasciando aperte le finestre per il ricambio dell’aria, scendevano in cucina per preparare il pranzo di mezzogiorno. Come vi ho già detto, la nebbia da noi era una costante e provate ad immaginare, quando la sera andavo a letto e chiudevo le finestre, chiudevo dentro anche la nebbia trovando la coperta del letto completamente umida.

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La stanza come è comprensibile era gelata, ma sotto le coperte c’era un bel calduccio perché poco prima di andare a dormire, mia mamma infilava il preo con la scaldina tra le lenzuola, dove spesso io mi accovacciavo accanto in attesa della mamma. Fuori dal letto però regnava sempre un freddo cane. La mia stanza da letto era l’ultima in alto, sul fianco della casa e veniva chiamata granar forse perché in passato veniva utilizzata come deposito per il grano e aveva le travi a vista che spuntavano all’esterno della casa senza essere isolate, così che durante la primavera, le rondini nidificavano proprio dentro la stanza cioè sotto il tetto, ma avendo tutte le aperture per il passaggio delle travi, era come avere gli uccellini in casa. EL PREO E LA SCALDINA (in italiano il prete e la monaca)

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La casa color arancione, che vedete in questa foto, oggi così ristrutturata, è quella dove sono nato e cresciuto e, quell’edificio attaccato è l’albergo “Milano” dove si svolse il casting per il film che vi racconterò più avanti, il famoso ”Retaggio Di Sangue”

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Sempre durante l’inverno il pasto di mezzogiorno non era una gran cosa, si trattava quasi sempre di minestroni fumanti di verdura con i dialòni, una specie di maccheroni e un po’ di formaggio, salame o bòndola, con l’insalata condita alla maniera del nonno Doro che, secondo lui doveva essere con poco asèdo e ben moliata, vale a dire poco aceto e molto olio. A me di tutto questo, non piaceva nulla, tranne la bondola, chiamavamo così la mortadella. C’era invece chi apprezzava tutto questo “ben di Dio”, ed era un senza tetto che tutti i venerdì si presentava alla porta e veniva fatto entrare per mangiarsi un piatto di minestrone. Era chiamato con rispetto, el poarèto del vènerdi (il povero del venerdì).

Eccolo un bel piatto di minestrone 23


INVERNO ADDIO L’inverno piano piano se ne stava andando e noi piccoli aspettavamo la fine di febbraio per partecipare ad un gioco collettivo che si svolgeva appunto l’ultimo giorno di quel mese, rito propiziatorio utile secondo la tradizione, a svegliare la natura e tornare a vivere dopo il letargo invernale. (questo rito o gioco, si chiamava bater marso). Il clima in quei giorni, di solito era inclemente, ma per noi bambini era già tempo di pantaloni corti e vestiario primaverile, ciò comportava che il giorno dopo eravamo quasi tutti a letto con la febbre. Ma veniamo al “gioco propiziatorio” che consisteva nell’assemblare, legati ad un filo di ferro o una corda lunga quattro o cinque metri, un numero imprecisato di grossi barattoli di latta (bandoti, bidoni e busoloti) sui quali una decina di bambini picchiava con bastoni di legno con tutta la forza possibile, mentre il capo squadra correva trascinando questo assordante barattolame, su e giù per il paese sollevando oltre al rumore, una nuvola di polvere.

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A questo punto dopo un’ora di scorribande, sudati ed impolverati tornavamo a casa con l’interno cosce arrossato e “rasio”, che lo sfregamento della corsa procurava alle nostre coscette nude e gelate, visto che avevamo i pantaloncini corti.

BATER MARSO COI BANDOTI

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EL MUSO DEL SIO UGO Dovete sapere che la mia famiglia era imparentata un po’ con molti personaggi abitanti nel paese e, uno di questi era lo zio Ugo, fratello del nonno Isidoro. Questi, era un contadino che abitava a circa un chilometro da dove abitavamo noi, ma mentre noi stavamo in una casa del “centro storico” del paese, lo zio Ugo con la sua famiglia abitava in una casa colonica, dove la cucina, che fungeva da stanza per tutte le attività giornaliere, era separata, con una porta in legno imbiancata, dalla stalla dove convivevano le mucche, un cavallo e appunto l’asino detto el mùso. Durante la primavera, cominciavano a proliferare le feste paesane. Una di queste feste mi ricorda proprio lo zio Ugo e il suo asino che se ben ricordo si chiamava Ari. Al centro di questa festa, vi era il palio della strada de le bote. Si trattava di un circuito su strade limitrofe al paese, che finiva con il traguardo di fronte alla chiesa della Madonnina.

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(Guarda tra qualche pagina, la vera foto, attuale, della chiesetta in questione) Ma torniamo a noi. Se consideriamo che la chiesetta della Madonnina si trovava sulla direttrice che portava alla casa dello zio Ugo, vi spiego ora cosa succedeva: la corsa della quale stiamo parlando, era praticata dagli asini dei contadini del paese. Dovete sapere che el mùso del sio Ugo, ha vinto tutte le edizioni della corsa. Perché vincesse sempre lui però, se lo chiedevano ogni volta gli altri partecipanti, ma la risposta non riuscirono mai a darsela. La verità è questa: dato che il traguardo era posto sulla dirittura di casa sua, Ari, el mùso, correva più forte di tutti, non per tagliare il traguardo per primo, ma per correre a casa a mangiare. Così, dopo qualche edizione di questa gara, fu decretata l’impossibilità di battere tale campione e il palio non si svolse più, senza che nessuno sospettasse di nulla.

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EL MUSO DEL SIO UGO (L’ASINO DELLO ZIO UGO)

Questo gli assomiglia proprio

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La chiesetta della Madonnina venne eretta dall’agosto del 1630 dopo un periodo di pestilenze e invasioni delle truppe imperiali, come ringraziamento alla Madonna per aver fermato gli armigeri alle porte del paese salvando la popolazione.

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LA FESTA DELLE BOCCHE Un’altra delle feste popolari, in vigore ancora oggi (2015), era la festa delle bocche. Si trattava in realtà della rievocazione della inaugurazione di un’opera idraulica dedicata alla irrigazione delle campagne, progettata e realizzata da un architetto molto ingegnoso per l’epoca, ma di questo non ve ne parlo adesso perché troppo complicato. In futuro forse, quando darete la tesi in ingegneria. Sta di fatto che la festa si svolgeva nella domenica che capitava a metà del periodo di Quaresima, così tutta la popolazione o quasi, si riversava sulle sponde del fiume Adige portando con se focacce dolci, pane con salame, vino, arance e uova sode, spesso colorate dalle donne di casa. Così, tutti attovagliati per terra si faceva un gigantesco pic-nic tra canti balli e chiacchere. Era immancabile il gelataio Rato.

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Veniva chiamato da tutti così, ma come si può intuire, ratto cioè topo è evidentemente un soprannome visto che il suo vero cognome era Perbellini. La nonna Norma però, appena sposata col nonno, andando un giorno a fare la spesa nel suo negozio di frutta, verdura e gelati, avendo sempre sentito chiamarlo così in casa, si rivolse a lui chiamandolo proprio signor Ratto al momento dell’acquisto di frutta e verdura. E’ inimmaginabile quale potrà essere stata la reazione del signor Perbellini per tutti però Rato. UN GELATAIO SIMILE AL SIGNOR PERBELLINI DETTO RATO

SORIO E LA CUCCAGNA 31


La festa che invece coinvolgeva una piccola comunità limitrofa al paese, era la festa di Sorio, piccolo borgo, ma proprio piccolo, vicino alla zona bassa del paese e cioè in piena campagna, sulla sponda destra del fiume Adige. Sorio, non era altro che una grande corte con la chiesetta, le case coloniche, i fienili e i ricoveri per gli animali e attrezzi agricoli, che la cingevano completamente lasciando un solo varco per il transito dei carri. La festa in questione però, richiamava molta gente che, oltre a mangiare e bere, sempre portato da casa, voleva partecipare al gioco della cuccagna. Forse saprete già di cosa si tratta, ma vi garantisco che per la gente, grandi e piccoli di allora, la cuccagna era un vero evento. Sappiate che, quell’alto palo che sorreggeva un cerchione di bicicletta, al quale erano appesi salami prosciutti e altre leccornie, veniva completamente cosparso di grasso di maiale così da renderlo scivoloso.

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Molti uomini forti e muscolosi si avventuravano nella scalata, ma pochi alla fine riuscivano a conquistare gli ambìti premi, la soddisfazione però alla fine era enorme. La festa comunque finiva come tutte le sagre, con grandi abbuffate innaffiate da fiaschi di vino e con l’orchestrina che invitava tutti a ballare. L’ALBERO DELLA CUCCAGNA

IL CINEMA 33


Ormai da un bel po’ di tempo in paese, era arrivato il CINEMA. Si trattava di una sala dove venivano proiettati i film, regolarmente in bianco e nero, ed era la mitica sala IDEAL. (ne esistevano altre ma L’IDEAL era la mitica). Le poltroncine erano scomodissime, in legno e inchiodate al pavimento anch’esso in tavolame di legno. La maggior parte dei film trattava di battaglie tra cow boy e indiani o di avventure del mitico Tarzan con la scimmia cita. Anche noi bambini, una volta tanto, andavamo a vedere qualche film e parteggiavamo per le truppe dei soldati dell’esercito americano contro gli indiani così, quando arrivava la cavalleria in aiuto di qualche gruppo di coloni accerchiati dagli indiani, si scatenava un battere di piedi sul pavimento in legno che oltre al rumore che provocava, faceva alzare un polverone che riempiva come una nebbia, tutta la sala del cinema.

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Da grandicello, dodici o tredici anni, con qualche amichetto, andavo a vedere anche dei film così detti d’amore. Le scene si svolgevano nel nostro più totale disinteresse, l’argomento non ci coinvolgeva per nulla; fino a quando, il “matto” (ma forse non tanto) del paese, tale Adelino Paeùsca, nel bel mezzo della scena del bacio tra i protagonisti, si alzava sedendosi sulla spalliera della poltroncina e nel silenzio più totale, data l’intensità della scena, allentava una scorreggia rumorosissima che scatenava l’ilarità più totale del pubblico e la rabbia dei morosi che nella scena si sentivano molto coinvolti. Per noi ragazzini però, diventava la cosa più esilarante di tutta la serata.

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Dovete sapere che Adelino, autore della peruzza, era da solo una macchietta di per sé esilarante, era basso, magrissimo, curvo, con una faccia rinsecchita, due occhialini tondi e un berretto sempre in testa e due denti da coniglio che gli spuntavano dalle labbra. Uno spettacolo no? Ho tentato di raffigurarlo ma non mi è stato facile, prendetelo così com’è.

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Di cosiddetti “matti”, noi però li chiamavamo strambi, non mancavano all’epoca e ve ne posso citare velocemente un’altro. Il suo nome era Guerrino, ed era figlio di una famiglia ricca del paese, “la famiglia Giusti”, questo era il loro cognome, proprietari terrieri che avevano, oltre al figlio Guerrino, una figlia della quale però non ricordo il nome. Un bel giorno, la figlia dei Giusti decise di prendere marito così, vennero organizzate le nozze: cerimonia in chiesa e poi grande festa nella villa dei Giusti. Si presentava però il problema Guerrino che avrebbe, con molta probabilità, creato qualche disguido durante i festeggiamenti. All’epoca, i figli con qualche disabilità mentale, venivano tenuti, o segreti o lontani dalla vita reale, così per il Guerrino venne deciso di rinchiuderlo nel granaio, per tutta la durata della festa, cerimonia compresa. Il granaio, in quel periodo, era stracolmo della raccolta dei vari cereali come, granturco e frumento, separati dallo spazio sufficiente a non farli mischiare tra di loro.

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Quando la cerimonia e la festa finirono, si ricordarono di liberare il Guerrino, cosĂŹ salirono le scale che portavano al granaio e aperta la porta trovarono Guerrino disteso a terra, stanco dalla fatica per aver mescolato tutti i grani tra di loro, come ripicca per averlo lasciato da solo. Il danno fu immenso perchĂŠ la mescolanza dei due cereali, compromise tutto il lavoro di una annata; dovettero darlo quasi tutto, in pasto agli animali che facevano parte della grande fattoria. (galline oche maiali mucche, qualche cavallo e qualche asino). Come potete capire, il danno fu grande ma la grandezza della famiglia Giusti era tale da sopravvivere a Guerrino e alle sue malefatte.

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II^ PARTE PROSEGUONO I RICORDI Credo di avere ancora qualche cosa da raccontarvi, ed ecco affiorarmi alla mente altri aneddoti, così potrete confrontare il tipo di vita che io ho vissuto, con quello che voi oggi state vivendo. Vi garantisco che non è facile credere a come siano diversi questi mondi, ma vi posso assicurare che quello che vi sto per raccontare è tutto vero. La casa dove io vivevo con la mia famiglia, che avrete imparato a conoscere nella prima parte di questo racconto, non era di proprietà, ma per abitarla, veniva pagato l’affitto a un proprietario nostro vicino di casa chiamato Torelo el molinar, ricco, di cognome Mozzo, che di professione faceva il mugnaio nel proprio mulino. Un bel giorno i nonni e gli zii decisero di acquistarla così, dopo aver stipulato un preliminare di compravendita, che io conservo ancora in originale, cominciò un periodo di vacche magre e cioè, si cominciò a fare una grande economia per poter pagare quelle rate decise nel contratto di acquisto. Era il 1952 e io avevo nove anni. 39


In quel periodo, il nonno Doro lavorava in una fabbrica di cartoni speciali, in qualità di conduttore di caldaia per la produzione di vapore, utile alla lavorazione della polpa di cellulosa, mentre lo zio Renato figlio del nonno Doro e fratello di mia madre, era addetto, nella stessa fabbrica, alla formazione dei fogli di cartone. Lo zio Silvano invece, faceva il messo comunale e il capo dei netturbini. il nonno Doro lo chiamava el Comunale. Pensate, mentre lo zio Renato era riuscito a conseguire la licenza di terza media, il nonno Doro ha dovuto dare gli esami di quinta elementare perché il ruolo di conduttore di caldaie prevedeva un “titolo di studio”. Vi prego di non ridere, è tutto vero in quanto all’epoca non c’erano soldi per mandare i figli a scuola, o andavano ad aiutare nei campi o, se c’erano come nel nostro caso, andavano a lavorare nelle fabbriche. La fabbrica dove erano occupati il nonno e lo zio, si chiamava S.A.I.F.E.C.S. acronimo che stava per “Società Anonima Industria Fibre E Cartoni Speciali”. 40


La fabbrica in questione, aveva istituito una mensa, a disposizione dei dipendenti, con la possibilità da parte dei famigliari, di ritirare ogni giorno un contenitore capiente di minestrone, da consumare in famiglia. Ecco, il ruolo di staffetta toccava sempre a me, perchÊ ognuno doveva dare il proprio aiuto, nel pagamento per l’acquisto della casa.

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EL RAMINON (GROSSO TEGAME PER IL TRASPORTO DEL MINESTRONE)

Quindi, in bicicletta, con qualsiasi tempo, mi sciroppavo circa un chilometro per arrivare alla fabbrica, mi mettevo in fila ad aspettare il mio turno, ricevevo la mia razione fumante e via di corsa a casa, prima che il minestrone si raffreddasse, per poi sederci tutti a tavola e dare inizio a quel “lauto pastoâ€?. La cosa allora era normale, ma adesso invece, ripensandoci, era proprio un modo di vivere che oggi per le nostre famiglie sarebbe impensabile. Le fabbriche a quel tempo, si stavano impiantando nel nostro territorio, perchĂŠ la zona essendo percorsa dal fiume Adige, con un progetto intelligente, le sue acque vennero usate per la produzione di energia elettrica, grazie ad una nuova centrale.

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ALBINO IL SOMMELIER Comunque, era un periodo in cui convivevano due sistemi di vita e cioè la coltivazione delle aree a vocazione agricola e la nuova situazione industriale. Le campagne comunque erano ancora rigogliose e davano ricchezza al paese. In quegli anni, non esistevano ancora i fertilizzanti chimici e tutto veniva concimato naturalmente con il letame, dal momento che l’agricoltura conviveva con l’allevamento del bestiame.

UN TIPO DI LETAMAIO

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Dovete sapere che la produzione di letame, avveniva in grandi vasche dette letamai, luamàri in dialetto, dove conferivano tutte le deiezioni degli animali (cacca, pipi, avanzi di cibo, vegetali ecc.), che dovevano maturare prima di essere utilizzati. Ed anche per questa mansione, c’era un esperto per tutti, il suo nome era Albino de Scalzi detto Coràsa, nonno del mio amico Gino. Era un tipo assai singolare, era alto, rossiccio, con un nasone paonazzo, un cappellaccio di colore indefinito, un tabarro sgualcito, spesso ubriaco e grande bestemmiatore. Non vi sto a ripetere nessuna delle sue bestemmie, ma una frase colorita ve la posso dire; quando doveva maledire qualcuno, lo infieriva così: che te vegnèse un cancaro nel piloro. Non vi sto a spiegare però la traduzione. Sta di fatto che i contadini, nell’imminenza dell’utilizzo del letame per la concimazione dei campi, si rivolgevano all’Albino, per conoscerne il grado di maturazione.

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Questi, si presentava dai proprietari e, con grande professionalità da sommelier navigato, assaggiava questa nauseabonda mistura, riuscendo a capire se questa era matura al punto giusto. Credetemi, anche se sembra incredibile, è tutto assolutamente vero.

IL CAPPELLACCIO DI ALBINO CORASA

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RETAGGIO DI SANGUE Nel periodo del quale vi sto parlando, viveva nel paese una famiglia abbastanza ricca, non proprio sfondata, ma agiata si. Era proprietaria di alcune case e non se la passava niente male. L’ultimo rampollo della famiglia si chiamava Giuseppe e di cognome come tutta la famiglia, faceva Mignoli. Visto che era un po’ sempliciotto e non aveva grilli per la testa, di mestiere faceva il cameriere negli alberghi e ristoranti di lusso della città. Col passare degli anni, alla morte dei genitori, rimase unico erede della ricchezza ricevuta in eredità. Nello stesso periodo viveva, sempre a San Giovanni Lupatoto, la famiglia Baldini detti (stronseti) che al contrario dei Mignoli non aveva un soldo e, siccome abitava proprio vicino a me, di loro vi posso elencare anche i nomi che erano: Adelio, Veronica, Etia e Antonio detto El Toni. Quest’ultimo, sarà stato senza un soldo, ma era di una furbizia senza pari e grande giocatore d’azzardo.

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Ecco allora l’intreccio della storia. El Toni, venuto a conoscenza dell’eredità del Mignoli, studiò il modo per mettere a “frutto” il di lui capitale, visto che tra loro esisteva già una certa amicizia, data la frequentazione del Toni negli ambienti dove circolava il denaro, ambienti dove il Mignoli lavorava invece come cameriere. Fatto sta che il cervello del Toni cominciò ad elaborare una idea grandiosa: con i soldi del Mignoli, si sarebbe potuto girare un film tratto da un fotoromanzo molto in voga all’epoca. Il titolo era “Retaggio di Sangue”. Ed ecco che vennero ingaggiati gli attori principali della storia, mentre le parti marginali vennero affidate a persone abitanti nel paese. Io non ricordo i nomi degli attori, ma uno fra tutti, il più importante, quello si, ed era quello della protagonista della storia, tale Anna di Lorenzo, attricetta di fotoromanzi in voga a quel tempo.

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Gli “attori non protagonisti” invece, vennero scelti tra gli abitanti del paese ed erano: il figlio del Bandar (lattoniere del paese) il figlio biondino del Cabalin, (così era chiamato) e poi c’era Ferareto, proprietario dell’albergo dove alloggiava il “cast” di attori. La Giuseppina, mia vicina di casa, che tanto agognava un ruolo nel film, non venne selezionata perché nella foga di arrivare prima ai provini, inciampò e si sbucciò un po’ dappertutto, compromettendo la sua “avvenenza”. Questo era il clima eccitantissimo di quei giorni ed io ne sono testimone perché abitavo proprio attaccato all’albergo Milano, sede del casting. Il film fu girato in gran parte a villa Arvedi di Grezzana sulle colline della Valpantena, nota soprattutto per i suoi vini e non certo per quel “famoso film”, Retaggio di Sangue. Una volta finite le riprese del film e montate le scene, venne distribuito nelle varie sale cinematografiche, ma per quanto mi risulta, fu visto quasi esclusivamente nella sala cinematografica del mio paese.

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Finale della storia: El Toni intascò i soldi dei diritti e sparì dal paese per un po’ di tempo e il Mignoli, rimasto in bolletta continuò col suo lavoro di cameriere con la signorilità che lo ha sempre contraddistinto. VILLA ARVEDI DI GREZZANA

Le origini di villa Arvedi risalgono al 1200 ed è documentata come casa di proprietà della famiglia “della Scala” signori di Verona.

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ZAMPANO’ Chissà perchè, quando penso a quello che vi sto per raccontare adesso, mi viene in mente il periodo invernale, nebbioso e freddo. Le attrazioni in voga all’epoca del racconto, non erano molte e consistevano principalmente dalla sala cinematografica, della quale vi ho già parlato, dalle giostre, che stazionavano in paese nei periodi di festa del Patrono e del circo, che piantava le tende un paio di volte l’anno. Ma il più spettacolare era un personaggio che incantava tutti noi bambini, ma penso anche i grandi. ( Era il terribile Uomo Forzuto e Mangiafuoco ). Mentre le giostre e il circo sono sopravvissuti ai tempi, questo personaggio, così come ve lo sto descrivendo, non esiste più.

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Ecco perchÊ mi ricorda il periodo invernale: questo gigante si presentava a petto nudo in giornate invernali gelide e si faceva incatenare da una ragazza, sua figlia e poi, con una forza che sembrava sovrumana, si liberava dalle catene con delle urla inimmaginabili facendo sfoggio del suo fisico da lottatore. Poco dopo, passava alla fase del mangiafuoco e li noi bambini godevamo un po’ spaventati, nel vedere queste lingue di fuoco che uscivano dalla sua bocca. L’intrattenimento proseguiva con dei virtuosismi da giocoliere con clavette cerchi e palloncini. Prima che ultimassero le esibizioni, la figlia passava con un cappello per raccogliere qualche soldo, ma nel contempo vendeva anche dei pacchetti di lamette da barba di una marca sconosciuta, che secondo la ragazza, si trattava del meglio che vi fosse in commercio.

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A modo loro, facevano spettacolo e commercio allo stesso tempo e, a pensarci bene, avevano anticipato la pubblicità che oggi compare durante tutti gli spettacoli televisivi. Noi ragazzini fuggivamo, perché non avendo un soldo in tasca non potevamo fare la figuraccia di non aver apprezzato la rappresentazione. La scena che vi ho descritto, la potete vedere in un film di Federico Fellini dal titolo “La Strada” con Giulietta Masina e Antony Quinn. I personaggi del film si chiamavano Zampanò e Gelsomina. Può sembrare che io ne abbia copiato la sceneggiatura, ma vi garantisco che il periodo descritto nel film che è del 1954, è successivo al periodo di ambientazione di quello che vi ho fin qui raccontato, avendolo vissuto davvero.

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ZAMPANO’ Da una scena del film “La Strada”

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ZAMBON Un altro personaggio che in qualche modo mi ritorna alla mente, era il babbo di un ragazzino, mio amico di giochi che si chiamava Gianni, mentre del suo babbo adesso mi sfugge il nome, ricordo solo il cognome, Zambòni che, storpiato alla veneta e per tutti, era chiamato Zambòn. Quest’uomo era un tipo un po’ particolare, insomma, per farla breve, di professione faceva il ladro. Non proprio un ladro di grandi cose, ma per definizione era detto, “ladro de galine” per la pochezza dei suoi furti. Un pomeriggio di primavera inoltrata, io con i miei compagnucci, decidemmo di visitare una grotta dove si diceva fossero nascoste delle armi della seconda guerra mondiale. La grotta, detta giasara, in italiano ghiacciaia, durante la guerra era utilizzata come rifugio antiaereo e, a quanto mi raccontava la mia mamma, anch’io, con il resto della famiglia venivo portato in questo rifugio di fortuna durante i bombardamenti.

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Ma torniamo a quel pomeriggio. Mentre esploravamo l’interno della giasara, sentimmo degli spari provenire da chissà dove e siccome sapevamo che era proibito entrare in quella grotta, pensammo che fosse il proprietario del terreno dove si trovava questo ex rifugio, che ci stava dando la caccia. La nostra fuga fu immediata e con le gambe in spalla scappammo verso una possibile via d’uscita. Quando ci girammo per constatare se fossimo al sicuro, vedemmo dei carabinieri che rincorrevano una persona che nel frattempo aveva saltato una rete di recinzione e fuggiva in direzione opposta alla nostra. Felici di non essere stati raggiunti dal terzetto, credendo che l’oggetto della caccia fossimo noi, cominciammo a deridere il gruppetto. Si avvicinava intanto l’ora di andare in chiesa alla funzione pomeridiana del sabato, così al nostro arrivo venimmo informati che, nella zona dove stavamo esplorando la grotta, i carabinieri del paese avevano sparato e catturato il Zambòn.

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Lo avevano colto sul fatto, proprio mentre rubava due galline da un pollaio. Pensate, lui rubava solo per portare a casa da mangiare in quanto era l’unico lavoro che aveva fatto in vita sua e cioè il ladro. Ma come vi ho già detto, poveraccio, era solo un ladro di polli.

LOCANDINA DEL FILM GUARDIE E LADRI CON IL MITICO TOTO’

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COLONIA ELIOTERAPICA ESTIVA Poi però, arrivava l’estate e come tutti gli anni con i ragazzini amici di banco o di giochi, si andava alla famosa Colonia Elioterapica sulle sponde del fiume Adige, meglio conosciuta in dialetto come “Colonia a l’Adese”. Tutte le mattine, di buonora, ci raccoglievano alla maniera di suor nanetta (personaggio già conosciuto) e, tutti in fila per due, ci incamminavamo verso quella che per noi era la spiaggia modello balneare. C’era una grande vasca in cemento profonda un solo metro, un capannone con tavoli e panchine e, lungo la parte corta della vasca, un tubo con dei forellini che all’occorrenza diventava un abbeveratoio. La giornata iniziava con un po’ di ginnastica, un po’ di corsa, qualche gioco di gruppo tipo ruba bandiera e poi tutti in acqua, quando la temperatura era ritenuta sufficientemente calda, dai nostri responsabili, per poter entrare.

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La temperatura dell’acqua, veniva regolata “automaticamente” dai raggi del sole, quindi potevamo fare il bagno solo verso le undici e mezzo del mattino. Dopo qualche gioco in acqua arrivava l’ora del pranzo che spesso consisteva in una minestrina con le mioline, pastina a forma di aghetti, o stelline, tipi di pasta che io odio ancora adesso. Ma soprattutto, odiavo quell’odore di brodo di dado che mi dava la nausea, quello però c’era e quello dovevamo mangiare. Il secondo consisteva quasi sempre in una fetta di brasato indefinito o una fetta di carne bollita. Il “dolce”, quando c’era, era un cremifrutto, che non vi sto a spiegare quanto fosse disgustoso, francobolli a parte, o da un simil gianduiotto e questo invece era quasi buono, almeno per i miei gusti.

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Finito il “lauto pasto”, tutti a dormire seduti sulle panchine con la testa sulle braccia appoggiate sui tavoli, così da far passare il tempo fino alle tre del pomeriggio ora in cui l’acqua era veramente calda e si poteva finalmente sguazzare fino alle sei della sera, ora in cui ci si rivestiva si raccoglievano le nostre cose e si tornava a casa, per continuare i nostri giochi. Nessuno di noi bambini era capace di nuotare, nonostante il “maestro Lavorenti”, uomo energico e pieno di iniziative tentasse di insegnarci il modo per stare a galla. Un bel giorno venne a trovare il suo babbo la figlia del maestro Lavorenti, era una ragazzina della mia età quindi otto o nove anni molto carina, si chiamava Gabriella, era bianca di carnagione, dai capelli ramati, con le lentiggini tipiche di quelle carnagioni e si avvicinò al suo babbo, mentre lui stava dando lezioni di galleggiamento alla ciurma.

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Con molta probabilità, neanche la figlia del maestro sapeva nuotare e con fare da istruttore militare, mi chiamò vicino alla sponda della piscina e disse alla figlia, guarda come si fa a nuotare e mi incaricò di darle dimostrazione. Coinvolto dalla bellezza della ragazzina e un po’ intimorito, mi lanciai in uno sbracciamento simile al nuoto che, al di la della prestazione pietosa, mi fece capire almeno, come galleggiare. Da li ad imparare a nuotare, ne è passato del tempo, ma quella esperienza mi fece capire i primi rudimenti del nuoto.

LA FAMOSA VASCA DELLE (COLONIE A L’ADESE) FOTO DEGLI ANNI ‘50 IL MITICO MOSQUITO 60


Il paese di San Giovanni, era già esistente in epoca preistorica e il suo nome di Lupatoto, potrebbe derivare dal latino Lupi ad Totum, (lupi dappertutto) molto probabilmente per la presenza in epoca antica, di molti branchi di lupi nella zona boschiva che lo caratterizzava. Questo è un cenno storico del paese e, forse per la presenza del fiume Adige, l’insediamento umano si concentrò sul terrazzamento a ridosso appunto del grande fiume. L’Adige divideva il mio paese dalla zona ad est di Verona chiamata San Michele, ma poiché questo borgo era situato sulla strada statale che collegava Verona a Vicenza, molte attività commerciali sorsero appunto lungo questa via così importante. Ora veniamo al fatto che vi voglio raccontare. Per attraversare il fiume, le autorità locali avrebbero potuto costruire un ponte che collegasse le due sponde, ma una famiglia del luogo, ebbe un’idea geniale per far soldi con poca spesa.

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Fece costruire un traghetto che veniva mosso dalla corrente del fiume, non era proprio una invenzione, visto che fu inventato da Leonardo da Vinci, ma la genialità fu proprio nell’applicarla allo scopo. Si trattava di due grossi barconi in legno collegati tra di loro da una piattaforma in tavolato sempre in legno e da un casottino per il ricovero del traghettatore dove all’interno c’era la leva che comandava il timone. (Il traghetto in questione fu inaugurato nel 1871 poi distrutto da una piena del fiume e ricostruito nel 1970). Per consentirne il movimento, dato dalla corrente del fiume, il traghetto era collegato con una grossa fune metallica, ad un cavo in acciaio di grosse dimensioni, tenuto teso tra due piloni zavorrati a terra da enormi basamenti in cemento armato, sul quale scorreva una enorme carrucola. La corrente del fiume spingeva contro il traghetto, tenuto saldo dai cavi di acciaio e, secondo il verso del timone, il traghetto andava piano piano da una sponda all’altra del fiume.

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Adesso veniamo al fatto. L’intraprendente nonno Doro, aveva bisogno di un mezzo di locomozione che gli permettesse di spostarsi più facilmente e con minor dispendio di energie nelle sue varie attività, così decise di acquistare un motorino. Quello scelto dal nonno fu un Mosquito 48, il quale non era altro che un telaio di bicicletta irrobustito e un piccolo motore applicato sotto il telaio, il quale veniva messo in marcia da un piccolo rullo che andava a contatto con la ruota posteriore. Il rivenditore che aveva questo tipo di motorino, si trovava a San Michele, borgo al di la dell’Adige, così partimmo in due sulla bicicletta del nonno in modo che al ritorno lui potesse portare il mosquito e io la bici. Attraversammo il fiume sul traghetto chiamato “el Porto” pagando naturalmente il pedaggio e, dopo l’acquisto e le spiegazioni per l’uso del “mezzo” da parte del rivenditore, tornammo indietro nel percorso, compreso l’attraversamento del fiume, per poi arrivare a casa e fare sfoggio dell’acquisto.

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EL PORTO de LUPATOTO

Alle spiegazioni per l’uso del motorino, oltre al Doro, anch’io stetti molto attento, così mentre tutti erano intenti nelle loro faccende e il motorino era appoggiato sul cavalletto davanti alla casa, io presi il mosquito e me ne andai verso il campo sportivo per farmi ammirare dai miei amici. Tenete presente che all’epoca avevo circa dieci anni.

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Quando arrivai nei pressi del campo sportivo, imboccai la curva che vi si immetteva, come ero solito fare con la bici, ma lo sterzo del mosquito era tutt’altra cosa, così nel panico più totale invece di frenare e decelerare, accelerai e andai a sbattere a tutta velocità contro la facciata monumentale dello stadio. Così, tutto sanguinante dalla faccia alle gambe, venni soccorso dal guardiano dello stadio che mi riconobbe, mi medicò e mi rispedì a casa tutto incerottato e dolorante. Il motorino però, che fino a pochi minuti prima era nuovo fiammante, adesso si trovava con la forcella della ruota davanti piegata all’indietro. Non vi dico la reazione del Doro che mi rincorse per riempirmi di botte e ne avrebbe avuto tutte le ragioni, ma fu fermato dalla nonna Livia che lo impietosì facendogli vedere le mie ferite sanguinolente così da fargli sbollentare la rabbia, per altro giustificata, che deve aver avuto. Povero nonno Doro!

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Dopo questa esperienza mi fu proibito anche di guardarlo quel motorino che, oltre alla spesa per l’acquisto, il nonno fu costretto a riportarlo dal rivenditore, questa volta senza di me, per farlo aggiustare. Qualche anno dopo però mi fu prestato ancora, nel periodo in cui fui assunto da Fernando, un elettricista del posto, quando dovevamo intervenire in località lontane dal paese e dovevamo trasportare tutto il materiale appeso al motorino o in spalla o nel caso dei rotoli di filo elettrico, infilati nelle braccia. Capirete che conciato così non avrei potuto pedalare una bici, così mi venne prestato all’occorrenza, il malefico motore.

IL MITICO MOSQUITO

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VIA TARZAN Questa avventura che vi voglio raccontare, invece, sembra tratta da una delle novelle del Decamerone di Giovanni Boccaccio, ma vi garantisco che ne fui testimone insieme al mio amico Renato Morini, detto Tempestina. Il fatto si svolse durante uno dei pomeriggi di noia, mentre stavamo gironzolando per i vicoli che portavano ai fossi della bassa Paquara. La zona si chiamava appunto Pace Paquara. (Luogo dove il 28 agosto del 1233 alla presenza di 400.000 persone, del religioso frà Giovanni da Schio e molti politici e dignitari dell’epoca, fu firmata una pace tra le varie signorie delle città confinanti con Verona). Stavamo passando appunto al crocicchio tra vicolo Cristoforo Colombo e via grolette, quando sentimmo un grido e un tonfo. Non ci crederete ma era un uomo seminudo che saltava da un terrazzino al primo piano, sulla stradina sottostante.

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Li per li, ci mettemmo a ridere e a gridare: venite a vedere, sta scappando Tarzan, associando la sua nudità al personaggio immaginario che avevamo visto al cinema.

TARZAN Di li a poco la notizia fece il giro del paese (non è che ci volesse molto) ma tant’è che venimmo a sapere che il fantomatico Tarzan, altro non era che l’amante in fuga di una signora che, all’arrivo del marito, lo dovette far scappare per non farlo scontrare con il di lei coniuge. Ma non finisce qui, perchè il giorno seguente, io e l’amico Renato Morini detto Tempestina, andammo, con un barattolo di vernice bianca e scrivemmo, sotto la targa che indicava il nome di via Grolette, a caratteri cubitali “via Tarzan”. 68


Per quanto mi risulta, nonostante i tentativi provati negli anni per cancellare questa infamia, la scritta riaffiorò continuamente fino a pochi decenni fa e nessuno nel tempo ha mai saputo chi fossero stati gli autori di questa Pasquinata. STATUA DEL PASQUINO

La tradizione delle statue di pasquino, nasce in epoca pontificia, a Roma, quando il popolo cominciò ad appendere cartelli con scritte satiriche al collo di queste sculture. Da allora vennero dette pasquinate, tutte le satire anonime scritte su muri o cartelli appesi. 69


SGRENDENA Un altro personaggio abbastanza singolare, era il MAESTRO BRUNO SPREA, grande musicista e personaggio libero e anarchico, insegnante di musica di tutte le generazioni che gli sono passate attorno durante la sua vita. Cercherò di descrivervelo: era un tipo malvestito che viveva da solo e, se non avesse avuto un ruolo così importante per la nostra comunità in quanto a musica, sembrava proprio un barbone. Aveva i capelli lunghi bianchi e ricci, disordinatissimo così che, vivendo da solo, aveva accumulato disordine su disordine. Il suo soprannome era: Sgrendena. (Significato: spettinato e arruffato). Io l’ho conosciuto che era già anziano perciò lo descrivo così, ma in passato è stato un vero personaggio fuori dagli schemi canonici dell’epoca, molto chiusi e bigotti.

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L’interno della sua abitazione era costituito da un uno stanzino con un fornello, una stanza con delle mensole alle pareti, due sedie e io non ricordo nient’altro. Non so dove dormisse. Sulle mensole, tutto attorno alla stanza dove viveva e insegnava, c’erano accatastati centinaia di spartiti musicali coperti di polvere. Non ci crederete, ma quando gliene chiedevi uno in particolare, lui riusciva a trovarlo immediatamente, spostando pile di fogli di carta contenenti musica e coperti di polvere. Una sera, avevo l’appuntamento per una lezione di solfeggio così entrai nella sua abitazione, dal momento che la porta era sempre aperta, lui però non c’era. Aspettai qualche minuto e dopo un po’ sentii un odore strano, andai nel retro della stanza dove c’era il fornello acceso, sul quale vi era una pentola con dentro due grosse patate, ma dal tempo che lui le aveva messe a bollire, l’acqua era evaporata tutta e le patate erano ormai rinsecchite con la consistenza di due pezzi di legno. Io spensi il fuoco sotto la pentola e restai ad aspettare.

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Al suo ritorno, non badò alle patate, forse neanche le ricordava e incominciò la sua lezione di musica. Oltre ad impartire lezioni di musica ai ragazzi del paese, aveva messo in piedi una “grande orchestra”, della quale lui era il direttore, e si esibiva durante le feste paesane. Il suo strumento preferito era il flauto piccolo e più specificatamente l’ottavino. Durante una rappresentazione nella piazza del paese, senza che qualcuno se ne accorgesse, sparì e quando il pezzo musicale prevedeva l’assolo di flauto, lui si mise a suonare da sopra il campanile della chiesa, incantando tutti col suo ottavino, facendo uscire un suono tanto melodioso, da ricordare il canto di un usignolo. Non vi dico l’entusiasmo e la meraviglia del pubblico, era davvero un genio musicale nonostante fosse stonato come una campana.

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Una delle prime orchestrine messe insieme dal maestro Sprea. Lui, ancora giovane, è quello con la camicia scura al centro in alto nella foto.

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III^ PARTE Le Grate Devo aggiungere ancora un capitolo di storia spicciola raccontatami dai nonni, in quanto, i protagonisti della prima parte di questo racconto, furono proprio loro, il nonno Doro e la nonna Livia, che avete già imparato a conoscere. Con lo scoppio della “Sporca Guerra di Libia” (1911-1931), il nonno Doro, fu chiamato alle armi, che brutta parola e destinato in Cirenaica. Poi, finito il tentativo di conquista di questa Terra e avendo salvato la pelle, fu congedato e rimandato in Italia. Così, dopo varie peripezie, passando dalla Francia e poi via mare sbarcando a Senigallia, arrivò finalmente a casa e, non avendo ne arte ne parte, decise assieme alla nonna Livia, di aprire una rivendita di frutta e verdura. In quel tempo le famiglie, avevano tutte il loro orticello e qualcuna anche un pezzo di terra dove coltivare le proprie verdure, così l’attività dei nonni non fu proprio un grande affare, tant’è che dopo qualche tempo, l’attività fu smessa e il nonno come vi ho già descritto nelle pagine precedenti, andò a 74


lavorare come fuochista, (così si chiamava), nella fabbrica già citata, la famosa S.A.I.F.E.C.S.. Ora veniamo alla nostra storia; delle attrezzature utilizzate nel negozio di frutta e verdura, si salvarono poche cose, forse a pensarci bene erano le uniche ed erano rispettivamente, il tavolo grande, che serviva da bancone di vendita e che adesso è utilizzato come scrivania a casa di Belinda, dopo essere stato il tavolo da pranzo di casa Stoppato prima e di casa Broccati poi e ancora, la bilancia, vero e proprio strumento che oggi potrebbe far sfoggio come pezzo da museo, con i piatti e i pesi in ottone, che andavano dai 10 grammi al chilo, timbrati da un organo di vigilanza di allora, in quanto per uso pubblico e una specie di pialletto in alluminio non ben definito, che si scoprì in seguito essere una grattugia raschia ghiaccio, per la preparazione di granite, appunto, “Le Grate”.

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Dicesi Grata, (come direbbe il ragionier Ugo Fantozzi), quel ghiaccio tritato grossolanamente, con l’aggiunta di sciroppi alla menta, al tamarindo, all’orzo al succo di limone e allo sciroppo di amarena chiamata anche: granita, granatina, cremolata, rattata, e grattachecca a secondo delle località. E fu così, che lo spirito “imprenditoriale” insito nel DNA, mi spinse ad intraprendere l’attività di grattacheccaro o meglio preparatore di granite allo sciroppo. Con me, coinvolsi la Giuseppina che già ho nominato nel racconto del film “Retaggio di Sangue”. All’epoca io avevo circa undici anni e la Giuseppina forse quindici. Con questa coppia male assortita, un tavolino sbilenco, il raschietto del nonno e i vari sciroppi, ordinammo il ghiaccio che ci veniva recapitato giornalmente “fresco” dall’uomo del ghiaccio e, gratta tu che gratto anch’io, demmo inizio alla nostra attività. Il ghiaccio, che non si poteva conservare più di tanto, veniva fornito in stecche tronco piramidali e doveva essere consumato al più presto per non ritrovarsi con un secchio d’acqua.

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Il successo fu immediato, perché all’epoca, senza bisogno di tanti permessi, ognuno poteva fare ciò che voleva o quasi, così il fatto di vedere due ragazzini con tanta voglia di fare, era accettato con simpatia e incoraggiato. Questo impegno, ci tenne occupati per alcuni pomeriggi di quella nostra estate, ma come il ghiaccio, piano piano si sciolse anche il sodalizio con la Giuseppina così, al termine dell’estate ebbe termine anche l’impresa messa in piedi dalla mia vena “imprenditoriale”.

ECCOLO LO STRUMENTO CHE DIEDE ORIGINE A QUESTA STORIA

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I GIOCHI DI ALLORA I giochi in voga durante la mia gioventù e parlo fino ai dieci undici anni, erano molto semplici ed erano quasi sempre costruiti da noi bambini, oppure si usavano cose già esistenti, ma da noi modificate ad arte. Il più coinvolgente era il gioco dello sciànco che non si pronuncia con la sc morbida ma con la c dura. Consisteva in un pezzo di manico di scopa di circa trenta centimetri e un altro molto più corto di circa dieci undici centimetri, affusolato alle due estremità. Questa era la parte costruttiva, mentre il gioco consisteva nel picchiare una delle due punte del pezzo più piccolo che, con un colpo ben assestato si librava in aria e poi, colpito in volo, veniva lanciato il più lontano possibile. A questo punto l’avversario ti chiedeva se volevi stimare la distanza o rinunciarvi, passando la mano e lasciare il prossimo tiro a lui.

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Se accettavi, dovevi stimare quanti potevano essere i metri, misurandoli con il bastone più lungo. Più ti avvicinavi alla misura dichiarata e più possibilità avevi di fare un altro tiro. Credetemi la misurazione era la parte più rognosa di tutto il gioco, ma noi giocavamo così.

LO Sciànco (IN ITALIANO LIPPA)

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Un altro gioco, ma meno importante era il cerchio, detto cèrcolo dove si utilizzava ancora il bastone lungo dello sciànco e un cerchio di bicicletta privato di copertone e raggi. A questo punto si partiva in due tre o più bambini, picchiando di sguincio il cerchio rincorrendolo fino ad esaurimento delle forze. Pare che il gioco del cerchio risalga a 500 anni prima di Cristo. Sarà?

IL CERCHIO E IL BASTONE

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Altro gioco di gruppo era il cosiddetto salta moleta, consisteva nel mettersi in fila uno dopo l’altro, chinati in avanti con il primo appoggiato ad un muro o ad un albero. I restanti ragazzi prendevano la rincorsa e saltavano sulle spalle di quelli curvati e attaccati gli uni agli altri. Il gioco finiva quando i sostenitori non ce la facevano piÚ e rovinavano a terra portandosi dietro tutti gli assalitori. Il grido che annunciava l’arrivo di ogni assalitore era il seguente: salta moleta che vegno, e la risposta era, salta che te tegno!!!!!!!!!!!!!! SALTA MOLETA

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Un gioco antichissimo invece era la trottola. Era un cono di legno rovesciato, dove sulla punta veniva piantato un chiodo detto broca, che serviva a non far usurare il vertice in legno. Gli veniva avvolto in torno uno spago che serviva a lanciarla e dargli l’avvio. Questa prendeva a roteare e, con l’aiuto di una frusta detta scuria la si faceva girare fino a che si continuava a dare frustate (scuriate).

LA TROTTOLA

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Il più tecnologico dei giochi però, era la cosiddetta lanterna magica che, a giudicare dal risultato finale, dava proprio l’impressione di una magia. Anche qui, siamo di fronte a due tipi di divertimento ossia, la prima fase, che consisteva nel costruire il meccanismo che dava il piacere della fantasia e dell’impegno tecnico e, la seconda, il gusto di stupire amici e parenti che a volte, a fine rappresentazione, non era raro che battessero pure le mani. Ma veniamo alle spiegazioni: si trattava di prendere una scatola da scarpe e dopo aver tolto il coperchio, si inseriva al suo interno uno specchio su una delle pareti piccole in fondo alla scatola, poi si introduceva una lampadina con portalampade e relativo filo elettrico. Si eseguiva poi un foro sul fronte opposto allo specchio dove si sistemava una lente di ingrandimento convessa e tra la lampada e la lente si costruiva una sorta di cursore, nel quale far scorrere una specie di pellicola realizzata con striscioline di “carta oleata”, carta che aveva una discreta trasparenza, sulla quale si disegnavano personaggi copiati dai giornalini dell’epoca o di pura fantasia.

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Ecco, spente le luci della stanza e accesa quella all’interno della scatola opportunamente chiusa dal coperchio, si procedeva a far scorrere una ad una le figure disegnate sulla striscia di carta, così da proiettare il fascio di luce su di una parete bianca della stanza, che si portava con se, ingrandite, quelle immagini che vi erano state disegnate. Lo stupore, finto o vero che fosse, mi inorgogliva e mi dava ancora spunti per altre storie disegnate sempre su “carta oleata”.

Questo è una fattispecie di schema di una lanterna magica, la mia però era tecnologicamente più avanzata, perché avevo inserito lo specchio che amplificava la luce e la lampadina al posto della candela, ma comunque il principio è quello qui rappresentato.

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Qualche giorno fa, mi è capitato tra le mani un libro di Francesco Guccini, dove ricorda aneddoti della sua gioventÚ e visto che tra me e lui ci sono solo tre anni di differenza, (a mio favore però), lui racconta quel periodo, che assomiglia in parte, al racconto che sto affrontando in queste pagine. Oltre a molti aneddoti di vita simili, mi ha attratto la descrizione di un gioco che avevo rimosso dalla mia memoria ossia, il rocchetto carro armato. Questo giocattolo come molti altri, veniva costruito usando oggetti di vita quotidiana. Nella fattispecie, veniva usato un rocchetto in legno che era servito a contenere del filo per il cucito; a volte lo srotolavamo apposta scatenando le ire delle donne di casa poi, con un coltellino si ricavavano delle tacche sui lati sporgenti del rocchetto, si infilava un elastico nel foro centrale, fissando una estremità in una delle facce del rocchetto, infilando un bastoncino.

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Dall’altra, si infilava un altro bastoncino un po’ più lungo, si sfregava una candela sulla faccia del rocchetto per farlo scorrere più facilmente e si arrotolava il bastoncino più lungo fino a mettere l’elastico in tensione. A questo punto si appoggiava a terra il rocchetto, si lasciava il bastoncino e quello che sembrava un carro armato, si metteva in movimento, superando ogni ostacolo. Questo giocattolo noi lo chiamavamo carriarmato. Ed eccolo il carriarmato, questo, che ho trovato su internet è un po’ sgangherato, ma vi assicuro che se fatto bene, diventava un giocattolo divertentissimo.

ROCCHETTO CARRO ARMATO (IL MITICO CARRIARMATO) 86


Ancora un altro gioco che forse era solo in uso nella mia famiglia o poche altre, ed era chiamato l’urlòn. Di cosa si trattasse è difficile da spiegare, ma tenterò di essere il più descrittivo possibile. Si trattava di tagliare circa un metro e mezzo di filo molto resistente ma abbastanza sottile e passarlo nei fori di un grosso bottone a quattro fori da cappotto infilando il filo nei fori diagonalmente opposti, legando poi la parte terminale del filo. Spostando il bottone al centro del doppio filo teso, si procedeva ad avvolgerlo su sé stesso, mantenendo il bottone al centro, ottenendo così quasi un elastico che, messo in tensione più e più volte, emetteva un suono che ricordava il suono del vento. Anche questo era un giocattolo fatto in casa e chissà perché il suo suono ci affascinava così tanto! Provare per credere. Fuuuùfuuùfuuùfuuù! Eccolo L’Urlon

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Da non dimenticare, c’era anche il telefono a filo. Si trattava di unire due bicchieri di carta o barattoli di latta, con un filo di spago morbido, lungo a sufficienza per tenere lontani gli interlocutori e poi, convinti forse, parlavamo dentro al bicchiere, cosÏ da trasferire la nostra conversazione, lungo il filo tenuto teso, da un capo all’altro dei bicchieri, come fossero delle vere e proprie cornette telefoniche.

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E poi, c’erano una serie infinita di giocattoli costruiti da noi bambini, vi faccio un elenco sommario: il fucile spara elastici, la fionda, la trasformazione della bici, che con un pezzo di cartoncino tra il telaio e i raggi della ruota, faceva il rumore simile ad un motorino, i tappi metallici delle bottigliette che riempiti di mollica del pane diventavano corridori o auto da corsa a secondo delle gare che via via ci inventavamo e poi ancora gli aquiloni che costruivamo con carta leggera e piccole cannette tenute ferme da colla, ottenuta mescolando acqua e farina. E altri strumenti, come pistole o pugnali che ricavavamo da pezzi di legno. Lo specialista per la costruzione delle spade di legno, ero io e poi ancora gli zufoli, costruiti con un tronchetto di legno tenero del sambuco, gli archi e le frecce, ricavati dalle stecche degli ombrelli dette “marele”, giocattolo però pericolosissimo, soprattutto in mano a dei bambini come noi, fortunatamente non è mai successo nulla di grave,

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tranne una volta che un ragazzino ha scagliato una di queste frecce a casaccio, andando a colpire però l’occhio di un amico (tale Forcellini), che in seguito ebbe qualche problema alla vista, ma questo fu l’unico incidente capitato. Questi erano i nostri divertimenti che avevano la funzione di impegnarci nei giochi, ma soprattutto nella costruzione delle nostre fantasiose realizzazioni. Poco tempo fa, ho avuto modo di conoscere telefonicamente la figlia di Forcellini e ricordando quanto accaduto al padre, mi precisava che non fu una freccia, ma bensì un proiettile detto “piombino”, sparato per gioco da una pistola ad aria compressa. Questo per la precisione!

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LA FINE DI UN’EPOCA Il tempo intanto passava e io diventavo un ragazzetto. I giochi da bambino erano finiti e cominciava l’era dei corteggiamenti alle ragazzine, la scuola secondaria e l’ascolto della musica che intanto stava cambiando, passando dal melodico classico, a un nuovo e travolgente ritmo, chiamato Rock and Roll. La passione fu immediata e noi ragazzini scimmiottavamo i personaggi che arrivavano dagli Stati Uniti, attraverso i film, ma soprattutto con i dischi che nel frattempo avevano cambiato le loro dimensioni e consistenza passando dai padelloni in bachelite a 78 giri, ai più attuali, allora, 45 giri più fruibili e meno costosi. Oggi sono chiamati vinile.

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BALLERINI DI ROCK AND ROLL

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Potrei raccontarvi ancora un pezzo della mia vita, ma nel frattempo tutto stava cambiando, cambiavano i mezzi di locomozione, gli attrezzi usati a scuola, nasceva la televisione in bianco e nero, cambiava il modo di vestire, le strade venivano asfaltate, arrivava il metano e l’acqua corrente nelle case, e poi il bagno, inteso come gabinetto finalmente dentro casa, (prima usavamo un casottino promiscuo fuori di casa), sparivano gli animali per il lavoro nei campi a favore dei mezzi meccanici, praticamente tutto andava via via evolvendosi e, come potete capire, in questa rivoluzione dello stile di vita, tutto piano piano veniva ad assomigliare a quello che oggi voi conoscete. Perciò, Con l’arrivo di queste novità, anche la mia vita stava cambiando e si adeguava ai tempi. Questo però non mi ha mai fatto dimenticare quanto è stato bello e spensierato quel tempo di giochi e vita semplice che vi ho raccontato.

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Non ci crederete, ma quello sciagurato tutto piegato accanto alla batteria, sono io a quindici anni che mi esibivo come cantante di rock and roll.

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Adesso vi lascio con una serie di aforismi e detti popolari che i miei vecchi ripetevano sempre. Filastrocche La storia de san lorenso, che dura tanto tempo che mai no la se destriga, vuto che te la conta o vuto che te la diga………………….e così via nei secoli dei secoli, perché ogni risposta ricevuta, faceva ripartire tutto da capo! Prova!!!!!!!

Le more: ci magna more el more Ci no le magna el crepa La pansa de la bepa Le tuta rapolà.

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Detti popolari Tempo cul e siori i fa quel che i vol lori. Significato: a questi tre soggetti, non si può imporre nessun condizionamento. Faranno sempre quello che vogliono.

Spalar la neve bater le nose e copar la gente, je tuti laori fati par gnente. Significato: è inutile togliere la neve tanto prima o poi si scioglierà, far cadere le noci dall’albero non serve, tanto prima o poi cadranno da sole e perché uccidere le persone, visto che la vita non è eterna.

E se mòla no i le fa, par tri pasti no i ghe nà Significato: se la polenta non la fai morbida, dura poco.

Braghe onte, palanche pronte Significato: quando ti sporchi (in questo caso i pantaloni), devi spendere soldi per farli pulire.

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Con acqua e ciacole no se impasta fritole Significato: Con acqua e chiacchere non si impastano le frittelle. (chi lavora chiacchierando non combina nulla).

Tempo e pàea se maùra anca le nespole Traduzione: con tempo e paglia maturano anche le nespole. Significato: basta aspettare e tutto si aggiusta.

No ghe ponsar che straca Traduzione: non c’è riposo che stanchi.

A ci no ghe piase el vin Dio ghe toga l’acqua Traduzione: a chi non piace il vino Dio tolga l’acqua.

Marso ci no g’ha calseti va descalso Traduzione: a marzo chi non ha calze va scalzo Significato: chi è povero, da marzo in poi può andare anche senza calze che il freddo è passato.

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Schei fa schei e miseria fa miseria, variante (schei fa schei e pioci fa pioci) Traduzione: i soldi fan soldi e la miseria fa miseria. Ci nàse tacà a 'n fosso, el spussa sempre da freschin traduzione: chi nasce vicino ad un fosso/canale, avrà sempre quell’odore da pesce marcio.

Tuti i nàse pianzendo e nissun more ridendo traduzione: tutti nascono piangendo e nessuno muore ridendo.

Ci vòl vaga, ci no vòl manda Traduzione: chi vuole vada, chi non vuole mandi ossia, chi ha bisogno si deve arrangiare. Fiòi e nissòi, no ìè mai massa Traduzione: figli e lenzuola, non sono mai troppi. Libri, done e cavai no se inpresta mai traduzione: mai prestare libri, donne e cavalli.

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ALLEGATO

Allego al racconto ultimato, tutti i soprannomi del mio paese, che, con lo zio Renato, abbiamo catalogato in ordine alfabetico.

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A albinète, àgate, apòstolo. B bussòl, bii pìto, bii duro, busolòto, baeardèla, bepi duro, biàra, biondìn, bo’, braga, baratìn, bànda, becamòrti, bombesìn, bocalìna, budìna, bengasìn, bisbào, bruscòni, bii dalpero, baratèl, burèl, bàgole, bìrba, brusòna, bersalièr, bòlpe, bepi dal sciòpo, brusa quarti, brìsoli, bascheròn, brombàno, bòrna, boia, bii braga, bocia, bole, bale, boschi, balòte, benìfe, bailòn, biri curto, busèto, bìroli.

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C ciòpa, ciaeghìn, cucomòro, càna, casàn, cabalìn, cuba, culèti, ciucèli, ciciàn, cristo, cordàr, carpi, caco, caràta, carùso, ciàci, ciuìn, capèl, cagnamàgra, catache’, ciciòngia, caminòn, ciampàn, ciòci, caregàr, camisabianca, campanàri, caminàndo, caramèle, ciciburèsio, carlocòdega, culdefèr, carnera, cacaraga’, culibianchi, conserva, cesi, caretèlo, cinto, cacèfo, ciocolatìn, coke, ciufèto, càpero, cosàchi, catèteri, ciàpa ladri, càiser, còla, ciòlo, cogomèta. D donèse, disòna, dàndara, dièl, dèle, diaolèta, don biscòti, don cìschi, don piòpa, don ton, divìne.

E 101


emète F fiàca, fighèti, ferarèto, ferarìn, frìcia, formìga, fritàea, farinòn, futìna, fae. G gobo sèno, garìn, galìna, gobèti, grombialèta, gioanòn, gabiàr, grèso, gambèto, giamò, giachetìna, gròle, gèma, gèbo, gnòlo, grasiadìa, gatìn. I ìsio. L lupa, loèto, leorìn, làmpo, laamùse, laoròn, lèca.

102


M meète, merda, mòcolo, morèciola, mòro òsto, moraròn, marinèlo, macasàsi, maranghèla, maeaòstie, moratìn, morìno, manìna, mortadèla, me morti, màgo, marùfola, malìsia, mosca, masèla, merla, màea paesi, mòni, montagnòle, mìcolo, mostacìna, misiansìna, mànego de suca, màea mosche, magnòssi, màea frànchi, maghe, memi, mìcola, mostra àstichi, marino duro, mantelìna. N nisùna, nàne ònto, nàsa, nialòto, nèdia. O ovèti, ocialèti, ombrelàr, òeo, ombrelèta, òpi, omèto.

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P pè, pusè, pùnfete, pensièr, pioesìna, petène, pocète, porcellino, petào, papa, pule, puble, paeùsca, polène, pin, postìn, parulòto, poeàna, pelumìn, pìsiga, piàne, pacèno, pòncio, pino mato, pèlico, peduìna, pàvio, pòci, pèlo, potòna, pesaròl, podrèca, puinarète, padoàna, petòto, petolòto, pignàta, penèla, piopìne, pìta de camarìni, paciùgo, piòpa, pesatìna. Q quindesìn, quartaròl. R rìnci, rato, ropetìn, rìscite, risièri, rau, raminèta, ramòn, rondenìn, resca, ruèli, (detto el gobo).

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S stronsèti, seghèti, sgàlmara, strasèta, sgalòso, sgrèndena, sisto, stegagnè, sogàr, satana, scorlìna, sirèsa, sgnàcara, sengaloni, slarga, sìbiri, sesaròne, spendòni, scùria, spùsa, sgiànfiro, seedàr, sedìse, scàea, sprampanà, stèla, sento òmeni, spasiàn, sàntola, siòna, sòsena, stròlico, spìngi, scàmpoli. T taèla, tampelòn, tininèl, tomète, tita, teno, teresòn, toti, trielìn, taeapière, tola, tartàea, tàrzan, tèrio, tantàn, tarabàra, titi, truchèta, tadìn, tenàea, tàuro, timonèla, tataìn. U ùlio. V vècia da l’oro, verodìo, vàrsa, violìno, vintìn.

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Z zàne.

E qui finisce davvero la mia “opera prima”, chissà, magari in futuro mi verrà qualche altra idea o ricordo, per il momento lo “sforzo” finisce qui! Nonno Roberto

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Racconti modificati  

E' la storia della mia infanzia raccontata ai miei nipoti.

Racconti modificati  

E' la storia della mia infanzia raccontata ai miei nipoti.

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