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SOMMARIO

Croce del Sud ALLA RICERCA DEL PARADISO SULLE STRADE DEL CAMMINO DI SANTIAGO di don Aurelio Russo —————————————————————— IL GOUM DI UN GIOVANE ANZIANO di Umberto Bosetti —————————————————————— DAGLI APPENNINI AL MARE di Sabina Ticozzi —————————————————————— SULLA GIOVINEZZA Poesia del Generale Douglas Mac Arthur, 1945 —————————————————————— UN PRIMO GOUM: GALLERIA FOTOGRAFICA di Rosalia Quartana —————————————————————— Dt. 30, 11-16 di Lorenzo Calestani —————————————————————— GOUM IN SPAGNA di Ester Rossi —————————————————————— Notizie di qui e di là

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ALLA RICERCA DEL PARADISO SULLE STRADE DEL CAMMINO DI SANTIAGO Dal diario di un prete un po’ pellegrino don Aurelio Russo

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Si sa che tutti gli uomini sono alla ricerca della felicità e che tutti si interrogano su come potrebbe essere il Paradiso. Anche un prete italiano voleva capire a tutti i costi come potesse mai essere il paradiso, per poi spiegarlo anche ai suoi bambini. Un giorno si mise in viaggio nella speranza di trovare una risposta. Percorse il mondo in lungo e in largo, finché giunse sul “cammino di Santiago”. Gli avevano, infatti, parlato di questo cammino dove tutti, percorrendo la stessa strada, si sentono fratelli. Qualcuno lo aveva anche definito la sintesi del cammino della vita e l’anticipazione di quello che potrebbe essere il Paradiso. Decise allora di percorrerlo tutto, per scoprire il fascino di quel cammino, attraversando il sentiero francese, quello più frequentato dai pellegrini provenienti da ogni parte del mondo che si recano presso la tomba dell’apostolo Giacomo il Maggiore. Lungo la strada, conobbe tanti pellegrini, ma in particolare un prete, don Emilio, originario della Romania, con il quale condivise un bel tratto di strada. Furono giorni intensi, vissuti nella semplicità e nella fraternità. Quell’esperienza, seppur di pochi giorni, fu così bella che rimase impressa nel suo cuore, tanto che si chiedeva se un giorno avrebbe mai potuto incontrato di nuovo quel prete rumeno dal fisico possente che sembrava un gigante dal cuore di fanciullo. Qualche anno dopo, il prete italiano decise di ritornare sul cammino di Santiago, ma questa volta percorrendo il “cammino primitivo”, non molto frequentato perché impervio e faticoso. Negli itinerari che portano a Santiago si incontrano molti pellegrini e di ogni tipo, ma in quello primitivo se ne incontrano pochi a causa della difficoltà delle montagne asturiane, che si presentano con continui dislivelli e offrono poche comodità. Proprio su quelle montagne, accadde un

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Croce del Sud Sacre Ceneri 2014 Bollettino dei goumier italiani, fratello de “Á la belle etoile”, francese. Lo ricevono a casa coloro che hanno fatto un raid negli ultimi quattro anni e chi lo ha espressamente richiesto. La quota di abbonamento è compresa nell’iscrizione a un raid Goum e vale quattro anni. Chiunque può abbonarsi spedendo €10 a Luigi Perico, via Nembrini 6, 24027 Nembro (Bg). A questo numero hanno collaborato Maria Gioia e Fabio Cenci, Betty e Roberto Cociancich, Lorenzo Locatelli, Elena e Stefano Scovenna, Gigi Perico, Dario Cerioli, Maria Grazia Oberti, Mirco Bassi, Betta Ferrario, Laura Vitali. Redazione e impaginazione a cura di Elena e Stefano Scovenna. Spedito grazie a Gigi Perico e fra Carlo Poloni/Sui tuoi passi. Tiratura in 480 copie, chiuso in redazione il 26 gennaio 2014. Recapiti: cds@goum.it Croce del Sud c/o Cenci, via Marx 36, 20153 Milano.

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evento che ha del prodigioso. Il secondo giorno di cammino, il prete italiano, dopo aver percorso i primi 10 chilometri, decise di fermarsi per comprare del pane e fare colazione e qualche provvista per il viaggio. Vide entrare nello stesso panificio un altro pellegrino dalla stazza imponente. Si limitò a salutarlo e andò oltre alla ricerca di un caffè. I due si trovarono fianco a fianco nello stesso bar. Il prete italiano guardò con curiosità quel pellegrino che aveva scelto lo stesso bar e, attirando l’attenzione di quell’omone, gli chiese: “Da dove vieni?”. Il pellegrino gli rispose in perfetto italiano: “Da dove vengo oggi? O da quale Paese sono partito?”. Il prete italiano ebbe un’illuminazione: “Ma io ti conosco?”. Anche quel pellegrino, rallegrandosi molto, rispose: “Anch’io ti conosco: tu sei don Aurelio!”. Fu una festa grande. I due si abbracciarono forte. Era accaduto un fatto straordinario! Milioni di pellegrini percorrono ogni tipo di sentiero e di strade, ma, a distanza di due anni, incontrarsi con lo stesso pellegrino conosciuto alcuni anni prima, senza essersi dato appuntamento, ha veramente del miracoloso! Il prete italiano comprese, finalmente, perché i pellegrini, arrivando a Santiago, abbracciano forte la statua dell’Apostolo di Gesù Cristo. E pensò che quell’incontro era il simbolo del Paradiso: il ritrovarsi con le persone amate, il riconoscersi abbracciandosi per una festa senza fine nel Signore, il quale farà cadere ogni barriera che ci tiene distanti, prima fra tutte la morte che vorrebbe strapparci per sempre all’affetto delle persone care. Sì, perché Gesù, vincendo la morte, ci ha regalato la vita che non ha fine, donando a tutti la speranza dell’Incontro Eterno. Questo è il “Paradiso”: il luogo dove l’eternità di Dio ci farà vivere per sempre insieme a Lui e ai alle persone care nella pace, nell’amore, nella gioia e nell’amicizia.

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Notizie di qui e di là Il 21 settembre alla Cascina Pagnana si sono sposati Emanuele Locatelli e Chiara Baggio in un tripudio di amici, bel tempo e bellezza. A loro i nostri migliori auguri per il loro nuovo cammino insieme. Don Giuseppe Ghirelli sta studiando l’inglese in Irlanda per partire come missionario in Etiopia. Sarà un sacerdote diocesano missionario fidei donum. Gli facciamo i migliori auguri per questa nuova avventura. Stiamo organizzando un incontro aperto a tutti i goumier nel weekend del 3-4 maggio 2014 a Sant’Antimo… seguiranno maggiori informazioni. Tenetevi pronti! I vecchi goumier

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dover per forza avere cose a cui pensare, risposte da trovare, scelte da fare, ma in realtà no, niente di tutto questo faceva parte di me nel momento in cui mi sono iscritta; fino a che il mio fidanzato (conosciuto tra l’altro nel mio secondo Goum) mi ha detto di stare serena, di partire e gustarmi quello che giorno dopo giorno mi sarebbe stato donato di vivere… e così è stato! Se potessi riassumervi quei giorni in Spagna vi direi che sono stati giorni in cui ho assaporato la bellezza, sentendomene parte e ringraziando per questo, punto. E credo che a volte serve tornare a vedere la vita come un dono in cui semplicemente “stare” ; sì, la vita è impegno, fatica, scelte, ma credo che la vita sia prima di tutto stare con il cuore aperto ad accogliere, e poi viene tutto il resto. Ho trovato la Spagna stupenda, vi consiglio di camminare in quelle terre almeno una volta; i suoi paesaggi, i suoi colori, richiamano molto il deserto e la gente incontrata è stata di un’ospitalità pazzesca! Teresa, una giovane signora in villeggiatura in questo paesino che abbiamo attraversato, dopo essersi fermata a parlare un po’ con noi alla fonte dove ci stavamo rinfrescando, ci ha invitati ad andare a casa sua e così con Rosalia c’incamminiamo con lei; ci porta in questa casetta, molto piccola, ma accogliente, dove sembra esserci solo, ma tutto, il necessario. Tutta contenta della compagnia e della parole che riusciamo a scambiare, ci racconta di lei, ci chiede di noi… ci scambiamo gli indirizzi e le lasciamo il sito del Goum. Nel frattempo inizia a mettere sul tavolo tutto quello che ci voleva regalare, con una generosità che ci ha spiazzate; dal frigorifero prende le poche verdure che ha (a noi sembrano tantissime quel giorno), e mette in un sacchetto due carote, un pomodoro, qualche pera, i resti di una torta rimasta attaccata alla tortiera, e quattro fette di pancarrè (noi siamo in 4, e di fette ne ha 5; ne ha tenuta una dicendoci, questa la tengo per la mia cena). Grazie a Teresa e a tutte le altre persone incontrate quest’estate in Spagna!

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C’è forse un’età massima per partecipare a un Goum? L’esperienza di Umberto e dei suoi amici piacentini ci mostra che per affrontare un Goum, più che la prestanza fisica, conta conservare uno spirito giovane. ______________________________________ IL GOUM DI UN GIOVANE ANZIANO di Umberto Bosetti Non avevo mai sperimentato o pensato a una vacanza con sacco a pelo; piuttosto avevo cercato comode sistemazioni. Successivamente la mia vita lavorativa mi ha impegnato in brevi e frequenti trasferte in Europa o oltreoceano rendendo impensabili vacanze di questo genere. Un’esperienza pregnante ma alla lunga limitante nei rapporti familiari, al punto da sentire la necessità di rallentare la frenesia del lavoro in favore di una maggiore condivisione e partecipazione alle difficoltà, ma anche alle gioie della crescita di una famiglia. Un desiderio che mi ha accompagnato senza soluzione fino alla pensione, quando programmare una camminata sulle nostre belle colline per una settimana e alla “belle etoile” è diventato possibile. Infatti, questo desiderio ha trovato ottimo alimento nell’amicizia di altri goumiers, Francesco, Giordano, Gianni e Mimmo, il “gruppo piacentino”. Così a 64 anni ho intrapreso, per la prima volta nella mia vita, un Goum. Ma, prima di questo, ho dovuto superare le ovvie resistenze dei miei familiari molto dubbiosi che in me la vecchiaia portasse anche la saggezza, e la logica preoccupazione del tipo: “cosa succede se...?” senza telefonino, orologio, soldi, ovvero tutti i “necessari” di una vita normale. Sempre sorrido al pensiero della vigilia del mio primo Goum con mia figlia Sara, esperta scout, a chiedermi dove avevo messo i calzini dopo aver chiuso lo zaino ed io che contavo fino a 10 respirando profondamente. Si parte! Ricordo ogni giorno di quel percorso, ogni partecipante uomo/donna, “giovani” con qualche anziano tra i quali io… Le prime ciocche ai piedi, l’unghia annerita ma, soprattutto, la pace e la serenità che aumenta man mano che 3


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procedi nel cammino, l’amicizia che si diffonde con persone mai viste prima con le quali condividi prima le fatiche e poi le confidenze reciproche liberamente, come faresti con un fratello, indifferentemente se giovane o anziano. E poi il riso, la sveglia alle 5 del mattino, ancora al buio, l’avanzare della luce mentre assistiamo alla Messa mattutina. Della faticosa salita sugli Aserei, sul Carevolo o sul Maggiorasca si ricorda unicamente l’ammirazione e lo stupore dinnanzi alla mirabile visione del panorama che si spinge fino alla corona delle Alpi o il mare all’orizzonte. [...] Che magnificenza del creato ci hai messo a nostra disposizione, grazie mio Dio! [...] E poi, in un paesino sperduto, con 50 case e sei o sette abitanti, la celebrazione della messa in paese diventò un avvenimento, con un signore che, a fine messa, pregò il sacerdote di visitare e benedire la moglie allettata da molti anni incosciente e perché portasse conforto in quella casa dimenticata dai più. Il suo “Grazie” ci riempì il cuore per averci permesso il conforto al suo dolore di marito che accudisce, da anni ed amorevolmente, la moglie che la malattia ha ammutolito e ha reso assente. Eravamo noi a ricambiare il suo “GRAZIE” per una così forte testimonianza d’amore coniugale difficilmente spiegabile se non con l’Amore, il vero Amore. Ecco che il cammino diventa metafora della vita con tante gioie ma anche tanti dolori che possono trasformarsi solo se vissuti con amore. Lungo il percorso sfilano i goumiers, ognuno si posiziona secondo le sue possibilità e le sue forze, i “giovani” davanti e gli “anziani” dietro, ognuno col suo desiderio di solitudine o di comunità: tutti si ritroveranno in cerchio attorno al fuoco per la cena, per chiacchierare di tutto ciò che desiderano condividere con amici mai visti prima e che non dimenticheranno mai. Arrivare alla meta col sole ancora alto è molto importante per lavare i panni bagnati dal sudore e intrisi dalla polvere del cammino, per curare l’igiene personale. Ma dopo una settimana diventa impossibile non emanare qualche odore cipollino4

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Ester ci racconta motivazioni, dubbi e circostanze che l’hanno riportata sulle strade del Goum dopo tanti anni. Ester ha camminato in Spagna con Alice, Roberto e Padre Etienne.

________________________________________ GOUM IN SPAGNA di Ester Rossi Quest’estate sono andata a Milano alla presentazione del libro di don Francesco, con cui avevo camminato al mio primo Goum, ignara di quello che avrebbe risvegliato in me quella serata; infatti non avevo intenzione di tornare a camminare per vari motivi pensati e ragionati, ma poi ci sono esperienze che per tutto il bello che ti lasciano dentro, diventano più forti dei tuoi ragionamenti.. E così eccomi in partenza, zaino in spalla, direzione Madrid! A dire la verità avrei voluto camminare con Fra Marcello o con Stefano, a me molto cari, e forte della sicurezza della loro presenza, partire. Ma il Signore mi ha detto chiaramente: “No cara, è di Me che ti devi fidare più di tutti, è nella Mia presenza che tu ti devi sentire forte, e abbandonata alla fiducia nella Mia presenza ti darò Io tutto quello di cui hai bisogno perché il male delle tue paure non sia più forte del bene che c’è in te”. È stata una lezione molto forte e molto chiara per me. Concretamente le uniche ferie che avevo erano nel periodo del Goum in Spagna, ma gli occhi della fede mi fan vedere come Dio ha usato questa cosa concreta per parlare al mio cuore, alla mia anima. E come sempre succede, Dio è fedele alle Sue promesse… Di Goum ne avevo già fatti due, sette anni fa, dopo i quali avevo fatto scelte impegnative, lasciando casa e intraprendendo strade che mi hanno portato a fare un profondo percorso di conoscenza di me, della parte più fragile di me che però dopo aver incontrato la Misericordia di Dio, ha trovato pace con se stessa. In questo Goum non sapevo cosa aspettarmi; pensavo di 21


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quotidianamente (performata). “Ecco io sto alla porta e busso” (Ap. 3, 20). Per la vita nella pienezza quello che Dio ci chiede è l’azione, la scelta. Quello che non vuole da noi è che si resti imbambolati all’incrocio, zompettando da un piede all’altro, indecisi, congelati nel timore di sbagliare, dalla paura di commettere peccato. Bussa alla nostra porta e aspetta la risposta. È probabile che apprezzi di più quando sbagliamo, quando inciampiamo, quando pentiti torniamo indietro chiedendo perdono. Quando rispondiamo responsabilmente il nostro “Eccomi”, consapevoli di poterne anche pagare il prezzo piuttosto che quando, vittime delle nostre paure, nascondiamo i talenti sottoterra, o nascondiamo la mano che abbiamo ancora imbrattata di marmellata. È una proposta di umanizzazione e di vita nella pienezza. Il viaggio non è completo se non contempla in esso anche il movimento del ritorno.

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caprino che infastidisce il villeggiante raffinato di una primaria località come Rapallo. Al punto da incrociare il distinto signore che ti chiede, con un po’ di spocchia: “ma cosa fate?” Tu gli spieghi. Lui ti guarda dall’alto in basso e di rimando: “ma lei, alla sua età, non si vergogna ad andare in giro così conciato?” Cosa fai? In altri momenti reagiresti, ma ti viene automatico di riderci sopra come un matto, sì come un matto perché se è vero che bisogna essere matti per farlo, è altrettanto vero che È TANTO BELLO!! Tanto che non lo dimentichi più. Pensavo che dopo due goum su questo percorso, non sarei certamente tornato su quel Goum. Mai dire mai: infatti Francesco mi invitò a rifarlo, magari con mia figlia Sara. Il sì di Sara mi ha reso così felice da farmi dimenticare le tante fatiche e voler ripetere l’esperienza con la figlia accanto. “Accanto” si fa per dire perché lei era sempre là davanti con i pari età mentre io arrivavo sempre tra gli ultimi e col fiatone pesante. Il solo sapere che c’eravamo l’uno con l’altra ci ha riempito di vera gioia che quando ci si incontrava e ci si sedeva accanto l’uno all’altra era un piacere reciproco che non richiedeva alcun commento. Un’esperienza unica che ha toccato profondamente i nostri cuori, che abbiamo vissuto con molta delicatezza e che resterà per sempre in noi, al di là d’essere padre e figlia. La sintonia tra “giovani” e “anziani” scatta da subito come due poli che si attraggono completandosi. È successo che a metà percorso un “anziano” meditasse l’abbandono, ma subito ripreso dalle parole di una signora “anziana”: “che esempio dai a questi giovani che sono stanchi come o più di te?”. Ma, ancor più importante, ha dato una scossa a continuare anche ai quei “giovani” che, sotto sotto, avevano la stessa meditazione. È bello chiudere in bellezza un’esperienza che, senza nostalgia, lascia un ricordo così profondo sia nello spirito, per la pace e l’amicizia vissuta, che nel fisico, perché difficilmente avrei pensato di riuscire da solo a sostenere uno sforzo così pesante e prolungato. È un’esperienza molto significativa che cura molti mali dell’anima oltre che del corpo. Buon cammino. 5


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Sabina, madre di cinque figli, ci trasmette con freschezza e immediatezza riflessioni, emozioni e sensazioni che la sua prima esperienza al Goum ha suscitato in lei. Sabina ha camminato sull’Appennino Piacentino Ligure con Stefano Scovenna, Sergio Preite e don Francesco Preziosi. _______________________________________ DAGLI APPENNINI AL MARE di Sabina Ticozzi Apro gli occhi. È chiaro. C’è il sole. Un letto morbido e comodo sotto di me. Che bello! Sento un piacevole profumino di buon caffè… quello vero, della moka! Mi alzo. Ahia! I piedi! Che male, già, le vesciche ci sono ancora. Alzandomi lentamente, a piccoli passi vado in cucina a gustarmi questo buon caffè preparato con amore da mio marito; anche dei buoni croissant pronti lì sul tavolo! Il mio primo Goum. Dagli appennini al mare. Ho aderito al Goum perché qualcosa dentro di me sentiva il bisogno di mettersi in discussione. Probabilmente volevo cercare un’esperienza per me stessa, per ritrovare il nocciolo, il senso della mia vita. Non che non ne abbia di senso la mia vita, anzi. Ma fare il punto a 46 anni non è una cattiva idea! Avevo sentito parlare da tempo del Goum, da vari amici. Ma mai, assolutamente mai, avevo pensato di parteciparvi. Chissà cosa è stato, ma quest’anno ho detto: sì, facciamolo! Non ho voluto pensarci troppo, non ho voluto sapere troppo. Ho seguito le indicazioni dei miei lanciatori per fare lo zaino; ho preso l’attrezzatura dai miei figli: zaino della più piccola, materassino del secondo, poncho della terza, torcia del quarto, bibbia della grande; una maglietta di mio marito, per portarlo un po’ con me; poi dai vicini il rosario, ebbene sì, non ho mai avuto un rosario. Avevo quello Basco, degli scout, ma chissà dove l’avevo cacciato! In fondo era da ventun anni che non mi capitava un’esperienza così. Certo, il campeggio classico; oppure la passeggiata. Tutto qui. E sono partita. Ero preoccupata. Pensavo che non ce l’avrei fatta a saltare il pranzo. Camminare non mi preoccupava 6

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sempre tempo in-quieto nel quale il corpo e lo spirito non possono/riescono a quietarsi. [...] Scelta, e conseguenza, è l’opportunità di mettersi in un ascolto non distorto e distratto di noi, della natura, della Parola, dello Spirito. Di ciò che ci è Altro. Lo spogliarci, la libertà, il prendere le distanze ci mette nella condizione di essere certi di non poter bastare a noi stessi. Ci costringe ad una relazione autentica e – anch’essa – immediata, urgente con l’altro per poter far fronte ai nostri bisogni e ai bisogni degli altri. Tanto più ci intestardiamo a voler risolvere i nostri problemi da soli tanto più le soluzioni si allontanano. A fronte di tutta questa immediatezza, di questa urgenza, ci troviamo di fronte alla difficoltà della testimonianza dell’esperienza e della Parola. Della difficoltà che si incontra nello “scendere dalla montagna” sulla quale abbiamo partecipato alla trasfigurazione. Come possiamo fare partecipi gli altri di tutto questo? [...] Dopo quello della partenza dobbiamo scegliere anche il movimento del ritorno. Quali sono le scelte che anche questo movimento implica? Diventa altrettanto importante, allora, che il ritorno non sia semplicemente dovuto dalla fine del tempo a nostra disposizione, dalla fine della tappa, dal fatto che – inevitabilmente – ci sono altri impegni e date sul calendario che reclamano la nostra presenza. Abbiamo l’urgenza e l’immediatezza di fare sì che il ritorno non sia solo la conseguenza inevitabile del fatto che un’esperienza è finita, di trasformarlo in una scelta: per fare si che l’esperienza stessa possa continuare. [...] In questo modo l’esperienza non è più chiusa in sé stessa ma è storia, è narrazione in continuità con quello abbiamo vissuto e stiamo vivendo, che abbiamo scelto di vivere. Non è una parentesi o una vacanza, ma vita. Così come è im-mediata l’esperienza del Goum, è necessario che sia altrettanto immediata la scelta del ritorno. Non può essere raccontata (dichiarata) ma “testimoniata”, agita 19


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qual è lo scopo e la funzione essenziale della tecnologia con cui siamo in rapporto. C’è la scelta di sparire dalle nostre abitudini. Per viverle nella distanza, per osservarle da un punto di vista inconsueto. Per riscoprire possibilità e capacità che credevamo non essere più, o mai, state nostre. Per vedere come il solco dell’abitudine rischia di essere una trincea nella quale ci ripariamo e proteggiamo ma che ci chiude la vista ad un orizzonte più ampio. C’è la scelta di porci come persone libere. È l’opportunità di entrare in contatto con le altre persone scoprendo che non è un vincolo o un obbligo ma è una scelta responsabile. I legami che si stringono non sono più portatori di vincoli, forzature e pesantezze ma di opportunità e condivisione, ancora: di poter esserci. È riconoscere senza false ipocrisie e arroganze che ciò di cui abbiamo essenzialmente bisogno sono rapporti autentici e immediati con gli altri. Tanto quanto gli altri sentono lo stesso bisogno nei nostri confronti. Questo ci fa apprezzare l’importanza che possiamo avere per le altre persone, solo e nella nostra essenza di uomini e donne, non per una specifica competenza. [...] C’è la scelta di mettersi immediatamente in cammino. Si cammina a piedi con il tempo che il respiro, la strada, il sole ci permettono. Il tempo, in questa immediatezza, torna ad essere il luogo privilegiato in cui agire la relazione e l’incontro: con sé, con gli altri, con il mondo, con Dio. Ci si trova di fronte a un’inversione paradossale: il tempo, svuotato della sua funzione di cronologia, diventa uno spazio, e lo spazio – la strada camminata e percorsa – è il tempo della relazione. L’immediatezza ci riporta alla dimensione della fatica, del pellegrinaggio, della conquista, di significare in modo quasi ancestrale il ciclo della giornata. Nel quotidiano siamo protagonisti (o vittime?) di una cronologia dis-umana, in cui ogni tempo è funzionale a qualcosa e il tempo del riposo sembra quasi depredativo della produzione, vissuto spesso con angoscia, affanno e senza una reale e sana stanchezza. È 18

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molto. Mi piace. […] Anzi, ero molto attirata dal fatto di dormire fuori sotto le stelle. Quello mi è capitato solo poche volte, e lo ricordo con grande emozione. Un bel gruppetto. Tanti giovani, belli da vedere e a volte mi sento ancora come loro: o forse mi illudo di essere come loro! Però anche alcuni un po’ più avanti di età, e questo mi rassicura un po’. Diciamo che quando mi sono iscritta in realtà avevo paura di essere già un po’ troppo “vecchia” (nonostante continuo a credermi giovane). Potrei definirla una delle esperienze più belle, vere, grandiose, speciali, toste della mia vita. Sono arrivata alla fine; ce l’ho fatta! E questa è la prima vera e grande soddisfazione. Ma che fatica! Altro che fame. La fame e la mancanza di cibo non sono assolutamente il problema. Si mangia sufficientemente; si mangia in modo adeguato; si mangia anche bene, se si vuole. Al pranzo proprio non si ha nemmeno il tempo e la voglia di pensarci! Ma si fa fatica e tanta. Certo, è soggettiva. Per me è stata tanta. Ma anche per quelli che erano più allenati di me, perché in fondo loro erano poi quelli che accendevano il fuoco e pensavano a cucinare per tutti. E quindi le energie che avevano in più di me, le hanno utilizzate per il benessere di tutti. E questa è la cosa meravigliosa e straordinaria di questa esperienza. La tribù. La comunità. Ognuno ha dato il massimo che poteva, a seconda anche delle sue potenzialità per il bene di tutti. Ore e ore di cammino. Tanta acqua... dal cielo! Ma tanta davvero! Sprazzi di sole che diventavano gioia e facevano bene a tutti i cuori. La frustrazione al terzo giorno di arrivare a “La Ciapa Liscia”, bellissimo luogo nei monti piacentini, tipo paesaggio lunare con roccione e un’alta parete che spunta da un gran bel prato verde, bellissimo luogo di bivacco e per godersi le stelle, ma da dover abbandonare perché la pioggia, appena finita, minaccia di riprendere. Quindi rimettersi in cammino dopo una giornata allucinante a combattere contro la pioggia e il sentiero irto fangoso per arrivare al fantomatico Monte 7


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Carevolo. […] E poi si va avanti. Il buio sta arrivando. Qualcuno di noi non ce la fa più. Avendo piovuto quasi tutto il giorno non c’è stato modo di farsi un buon riposo a metà cammino; siamo agli stremi. E c’è ancora poi da accendere il fuoco, cucinare. Non ce la posso fare. Vedere chi ha esaurito le sue energie mi dà la forza e la consapevolezza che invece, se voglio, io posso ancora. I più forti si fanno carico dello zaino di chi è stremato. Che stima per loro, che emozione vedere che si fanno carico dello zaino extra con spensieratezza e serenità (credo per non fare sentire in colpa l’altro, ma credo che per loro sia stato davvero uno sforzo non indifferente), e che energia inaspettata mi hanno infuso. Così riprendo il passo. Ancora una mezz’ora e siamo a Prato della Cipolla. Posto molto bello, ma forse un po’ turistico. Ma la sera è vuoto e silente, e quindi fa al caso nostro. […] Un passo dopo l’altro, un giorno dopo l’altro siamo andati avanti nel cammino. Un cammino di fatica, ma anche di grandi gioie. La scoperta degli altri in cammino con me; le loro vite; le loro fatiche quotidiane. Scoprire la fraternità e il servizio. Scoprire dentro di se tante emozioni e sensazioni rispetto a ciò che si sta vivendo e a ciò che si è vissuto fino ad oggi. Nei momenti di cammino solitario riuscire a entrare in contatto con la propria anima, riscoprire Dio dentro di me e con me. Non c’è nulla che mi distrae. Sono lì sola con me stessa. Ripercorrere le tappe della mia vita e capirne il senso; riconfermare le scelte fatte e darne il giusto significato. Meditare sul futuro prossimo e lontano. Ripensare a chi ho lasciato a casa e capirne la loro importanza nella mia vita. In mezzo a tutto questo la tanta fatica. Credere davvero di non potercela fare. Chiedermi chi me l’ha fatta fare. Poter incolpare solo me stessa, perché nessuno mi ha obbligato. E poi, quel giorno vicino al Monte Aiona, arrivare e trovare un bel fuoco grande acceso. I primi arrivati che avevano già acceso il fuoco, messo su le pentole e iniziato a cucinare! Che grazia, che bravi! E che voglia di dare una mano! Massaggi ai tendini infiammati di chi non sta molto bene. Un buon risotto 8

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che… “magari altri 5 minuti!”. Per godere dell’alba, degli altri, per fare lo zaino e partire. Perché si è in-mezzo, immediatamente, in-sieme ad altre persone. Ecco, allora, che grazie all’azione im-mediata un poco l’attenzione si sposta. Dal mal-essere all’essere-con, dalla contemplazione del dubbio e della paura all’azione contemplativa del nostro essere-con. Questo è già un cambio di prospettiva radicale, se ci pensiamo. Non siamo più al centro della nostra attenzione, della nostra costellazione esistenziale. Gli occhi non sono più introiettati a contarci i giorni e le pulci ma si aprono su ciò abbiamo intorno. Il focus dell’esperienza non è già più un io ma un noi. L’azione ci costringe, dolcemente e inevitabilmente, a mettere da parte paure e difese e a metterci in gioco. Nel gioco. Nel mondo. A essere-con. Il senso, il significato e la direzione di un’esperienza non sono mai un a-priori ma si definiscono nel mentre. Come in ogni esperienza performativa e non dichiarativa, ciascuno arriva a trovare e sentire ciò di cui ha più bisogno. [...] Ecco che il partecipare a un Goum si trasfigura: non è una sfida, una vacanza, una sciocca scuola di sopravvivenza, una route per scoutisti nostalgici. Non è una fantasia a-priori ma il qui e ora di un’esperienza che si vive, si significa e consuma nel presente. È la risposta a una chiamata. È lo scegliere, rispondere dicendo “Eccomi!” di fronte alle nostre insicurezze. È libertà che si traduce e agisce in un modo completamente umano e responsabile. Libertà che non è fuga ma scelta. Pare che avesse ragione Gaber quando cantava che “la libertà non è stare sopra un albero, libertà è partecipazione”. La dimensione del partecipare a un Goum ci mette di fronte a diverse scelte da prendere. Proviamo a vederne alcune. [...] C’è la scelta di spogliarci del nostro superfluo o di quello che, in seconda battuta, ci rendiamo conto esserlo. È la possibilità di (ri)scoprire la differenza che esiste tra ciò che è utile e ciò di cui siamo schiavi. Di scoprire quando un oggetto ci serve e quando si trasforma in una prospettiva di fuga per riempire il tempo. Di 17


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Lorenzo ci offre una riflessione articolata sul Goum ponendo l’accento sull’ im-mediatezza dell’esperienza. Lorenzo ha camminato in Val D’Orcia con Lorenzo Locatelli, Paola Nervosi e don Giuseppe Ghirelli ______________________________________ Dt. 30, 11-16 di Lorenzo Calestani “Questo comando che oggi ti ordino non è troppo alto per te, né troppo lontano da te. Non è nel cielo perché tu dica: Chi salirà per noi in cielo, per prendercelo e farcelo udire e lo possiamo eseguire? Non è di là dal mare, perché tu dica: Chi attraverserà per noi il mare per prendercelo e farcelo udire e lo possiamo eseguire? Anzi questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica. Vedi, io oggi pongo davanti a te la vita e il bene, la morte e il male, poiché oggi ti comando di amare il Signore tuo Dio, di camminare nelle sue vie, di osservare i suoi comandi, le sue leggi e le sue norme, perché tu viva e ti moltiplichi e il Signore tuo Dio ti benedica nel paese che tu stai per entrare a prendere in possesso.” (Dt. 30,11-16) Il dubbio, la delega, il timore succedono quando diamo troppo fiato alla paura e lo togliamo alla fiducia. Il Signore ci conosce intimamente. Conosce i nostri bisogni, sa cosa ci nutre, cosa e quanto possiamo fare in ogni momento. E poi scopri che la zavorra più pesante che puoi portarti dietro non è tanto la Bibbia illustrata dal Doré o il pelouche Paco ma le tue paure. Di non farcela, di non essere abbastanza allenato, che era meglio un paio di calzini in più… di quanta strada, e in salita… e caldo… e saranno simpatici? … e… e… La testa e i pensieri sono intrappolati in tanti interrogativi che ci rendono pesanti le gambe, fiacche le ginocchia, scomodo lo zaino. Nonostante i dubbi però, durante il tempo del Goum si vive l’immediatezza dell’agire, del mettere un piede davanti all’altro, dello spostarsi attraverso quel luogo indefinito e precisissimo che è il deserto. Si vive una sorta di urgenza che ci porta ad agire, ad alzarci dal sacco a pelo al mattino nonostante 16

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coi funghi e le erbe trovati sul cammino da chi se ne intende e li sa riconoscere! Un bel bivacco; canti e racconti e pensieri dei vissuti della giornata. Prima giornata e serata senza pioggia; stanchi ma felici di essere insieme e in questo bel posto. Si dorme fuori, a raggio intorno al bel fuocone. Vedo ben tre stelle cadenti ... La mattina sono molto carica! La meditazione, la Santa Messa che il nostro Don sa sempre far vivere in modo molto intenso, un bellissimo altare.. Ce la posso fare, lo so. Sono arrivata fino a qui, sotto la pioggia e salite tremende, so che allora non avrò più problemi! Parto tranquilla ad affrontare la mia salita. Passo dopo passo, con calma. Non mi interessa sapere quanto in alto. I miei pensieri, tra un affanno e l’altro, sono molto positivi. Mi viene anche da pensare che le mie vesciche in fondo sono un modo per sentire veramente ogni singolo passo di questo Goum. Sono l’ultima, ma raggiungo gli altri alla loro sosta e ovviamente mi aggrego con molta gioia! Tolgo gli scarponi per far respirare i miei poveri piedi; e mi metto giù per una buona pennica...ma...goccioloni di pioggia svegliano tutti di soprassalto. Veloci veloci a richiudere gli zaini, poncho addosso e via. Cammino sotto l’acqua a dirotto. I miei scarponi sono diventati dei catini pieni d’acqua dove i piedi quasi galleggiano ... però noto con piacere che in questo modo non sento male ai piedi! Non tutti i mali vengono per nuocere, dopo tutto! Mi sento comunque ancora carica. Quasi alla meta; le gambe iniziano a fare un po’ “giacomo giacomo”, ma vado avanti tranquilla tra i miei pensieri. Eccomi ad Acero! Arrivata! Vedo due miei goumier davanti alla Chiesa. Mi chiamano. Li raggiungo ... c’è la fonte d’acqua. C’è un bel braciere e anche della legna li accanto. Guardiamo dentro: si possono mettere poi le pentole sui due bei mattoni. Fantastico. Dormiremo poi qui davanti alla Chiesa. Tanto è tutto chiuso qui intorno. Nessuno ci disturberà. Ero stanca morta, ma felice anche perché per la prima volta non ero l’ultima! Fa freddino, ma sto bene. Arrivano altri e poi ancora. Ma ... contrordine. Non ci si ferma li. Non davanti alla Chiesa. Non è bello. Andiamo su un 9


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prato. A circa 1 km di distanza in salita. Ecco che la situazione si ribalta completamente. Era stata dopotutto una giornata comunque molto positiva. Bagnata, ma soddisfatta del cammino fatto. Mi ero finalmente rilassata; i piedi erano a pezzi e le gambe sembravano non voler rispondere. Ma tutti si mettono in marcia. Devo anche io. Ma un senso di frustrazione mi assale. La tentazione di rimanere davanti alla Chiesa da sola era forte. Mi viene davvero da piangere. Risalgo. Mando giù le lacrime perché non voglio essere vista così. Il mio orgoglio. I miei piani stravolti dagli altri. Il positivo che ero riuscita a vedere nella fatica, stravolto completamente e rabbia verso tutto e tutti. Arrivo al luogo del bivacco. Non guardo nessuno. Porto il cibo e mi metto in un angolino. Avrei voluto scavarmi una buca e sparire. Ma mi sono coperta dal poncho e chiusa nel mio mondo, lontano da tutto e da tutti. Tranquillizzato chi veniva a chiedermi come stavo. Dieci, quindici minuti ... non saprei quanto tempo, ma dovevo stare da sola a far sbollire la mia crisi. Passato il peggio, raggiungo gli altri. In fondo mi sentivo parte di loro, e ne avevo bisogno. Nessuna parola. Solo la mia presenza. L’abbraccio caldo di un amico, le belle chiacchiere degli altri; poco per volta mi riprendo. Ma rimane la stanchezza. Si mangia che è buio ormai. Si dorme sotto un magnifico cielo stellato. Un’altra stella cadente. Dormita formidabile. Sicuramente meglio che sull’asfalto davanti alla Chiesa. La delicata determinatezza e la forza di volontà dei lanciatori è un ingrediente fondamentale nel Goum. Questa volta come altre. E ancora la sveglia, colazione e si riparte. Come ogni giorno di questo cammino. Ma siamo arrivati al mare. Un’ultima Santa Messa insieme al sorgere dell’alba, dopo un cammino in silenzio. E poi via al mare! I saluti e ... buon cammino a tutti.

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Ottava foto L’ultimo giorno, la messa, due ragazze prendono la croce Goum. Una parola: Andate! Tornando incontriamo il gruppo che sta partendo per il Goum successivo, è mattino e per loro è il primo giorno di cammino, rivedo noi in loro, nei loro sguardi di chi parte per il deserto, il Goum continua…

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bivacco che lasciamo, il fuoco spento e nascosto, senza lasciare segni, se guardo il luogo da cui siamo passati non vedo nessuna differenza esteriore, se non che il luogo è mutato, ha un’energiadiversa, una traccia invisibile. E allora senti la leggerezza, quella che è povertà e bellezza. Passare leggeri su questo pezzo di mondo, non possedere, lasciare una traccia che non sia fisica ma sia solo bellezza. Sesta foto L’altare costruito con cura, con le pietre, per la Messa del mattino, che si staglia contro un altro cielo. L’immagine della Madonnina dei goumier circondata di fiori, che qualcuno in silenzio ogni giorno ci regala questo piccolo spettacolo. La musica, la Parola che ci accompagna sempre, i sorrisi, le lacrime, le lacrime i sorrisi di nuovo...non so come ti chiami, qui ti chiamano Padre Nostro, ma sento che mi sto, ci stiamo innamorando di te. Settima foto Un piccolo pezzo di prato: ci sono spighe alte, sottili, bionde, fiori a palletta, altri a celice, altri come piccoli puntini a grappolo, alcuni pelosetti, altri pungenti, con diverse sfumature di giallo e ocra, verde-intenso, verde-giallo, verde-azzurro. Basta osservare da vicino un pezzetto piccolo di questa terra per vedere quante specie, colori, forme, sensazioni, profumi diversi la natura crea. E a me viene in mente la nostra comunità Goum, fatta di persone così differenti, e di piccoli dettagli. C’è chi addobba tutti i giorni l’altare, chi aspetta una persona che sta indietro, chi cura le vesciche ai piedi di un altro, chi lungo il cammino raccoglie le prugne da mettere nel riso, chi arriva prima per cucinare, chi va incontro agli ultimi arrivati per portare gli zaini e fargli strada la sera. Come una cosa preziosa che ci è stata donata, per essere come il deserto, questo paesaggio immenso che ci circonda, fatto di piccole cose. 14

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Sulla giovinezza La giovinezza non è un periodo della vita, essa è uno stato dello spirito, un effetto della volontà, una qualità dell’immaginazione, un’intensità emotiva, una vittoria del coraggio sulla timidezza, del gusto dell’avventura sulla vita comoda. Non si diventa vecchi per aver vissuto un certo numero di anni; si diventa vecchi perché si è abbandonato il nostro ideale. Gli anni aggrinziscono la pelle, la rinuncia al nostro ideale aggrinzisce l’anima. Le preoccupazioni, le incertezze, i timori, i dispiaceri, sono nemici che lentamente ci fanno piegare verso la terra e diventare polvere prima della morte. Giovane è colui che si stupisce e si meraviglia, che si domanda come un ragazzo insaziabile “ e dopo?”, che sfida gli avvenimenti e trova la gioia al gioco della vita. Voi siete così giovani come la vostra fede, così vecchi come la vostra incertezza. Così giovani come la vostra fiducia in voi stessi, così vecchi come il vostro scoramento. Voi resterete giovani fino a quando resterete ricettivi. Ricettivi di tutto ciò che è bello, buono e grande. Ricettivi al messaggio della natura, dell’uomo e dell’infinito. Se un giorno il vostro cuore dovesse essere mosso dal pessimismo e corroso dal cinismo, possa Dio avere pietà della vostra anima di vecchi. Generale Douglas Mac Arthur ai cadetti di West Point, 1945

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A chi non è capitato di conservare negli occhi e nel cuore immagini vivide e sgargianti del proprio raid? Rosalia ci regala le sue permettendoci di “vedere” attimi vivi del suo primo goum. Rosalia ha camminato con padre Etienne in Spagna, dal 16 al 24 agosto 2013 ________________________________________ UN PRIMO GOUM: GALLERIA FOTOGRAFICA di Rosalia Quartana Quante volte mi son seduta davanti alla pagina bianca per scrivere di questo Goum, ma questo foglio è troppo piccolo per una cosa così immensa. E allora sfoglio le foto, non quelle della macchina fotografica, ma quelle fatte con gli occhi, come dice Padre Etienne, e racconto alcune di quelle, una per ogni giorno di deserto. Prima foto Una terra rossa che diventa gialla quando è coperta dal fieno tagliato. Un deserto dipinto di paglia, girasoli, colline dolci, paesini che sembrano abbandonati, surreali, e tanto cielo. Così ci accoglie questa terra, quasi si fosse preparata a festa per noi. Siamo in ventidue, 18 italiani e 4 spagnoli, tra cui un prete italiano, un prete e un diacono spagnoli e il Vescovo di Solsona, a Rienda – da qualche parte in mezzo alla Spagna. È la prima sera del mio primo Goum. Nel gruppo ci sono altri goumier al primo Goum, come me, e altri più “veterani”, scambio di sguardi, ci si sente vicini subito. Facciamo un cerchio, ci presentiamo, ci parlano della povertà, dell’essere qui, del vivere il presente, del togliersi i sandali come Mosè per attraversare il deserto. Poi prendiamo la djellaba, un foulard blu, il libretto del Goum e il necessario per la settimana, lasciamo tutto e partiamo per la prima notte nel deserto. Seconda foto Le stelle, così tante stelle, è sempre stato così grande il cielo? Il profumo del timo. Prima di dormire un cerchio, e quelle parole. Quelle parole che ho ascoltato già altre volte, ma che mi 12

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sembra di “sentire” per la prima volta qui, come se questo fosse un posto privilegiato in cui il silenzio è lo spazio per accogliere.. quelle parole… la Parola. La prima notte, sotto un cielo che ci regalerà incanti diversi ogni volta. Il sacco a pelo bagnato di rugiada. E poi, aprire gli occhi quando ancora ti sembra notte, che il sole non è sorto, e vedere che qualcuno già accende il fuoco per la colazione, qualcuno già si prende cura. Terza foto Camminare nel deserto nelle ore più calde, a bere il giallo e il verde e il rosso e tutte quelle sfumature in mezzo, a essere riconoscenti ad una nuvola che da il sollievo di togliere il sole a picco per un attimo, a capire quanto è amica l’ombra di un albero, sotto cui sciamano insetti che si diradano quando arrivi ma si abituano poi subito a condividere con la tua presenza quel poco di fresco. Sentirsi come quello che sta attorno, secco, arido, spinoso, fatto di terra crepata e sassi, e così bello e immenso! Sentire la tenacia di quando non ce la fai più ma sai che quella è la strada, cercare nel suolo le orme degli altri goumier passati prima di noi. Quarta foto Il sorriso. Abbiamo “tirato por el campo”, camminato sui sassi a fatica e con i piedi incerti. Ci siamo visti stanchi a vicenda dopo km su strada asfaltata, a scherzare ridendo, per sentire quella finestra che è il sorriso che si apre nell’altra persona e in noi, assaporarla in modo diverso, più autentico, come acqua quando hai sete nel deserto. Che ti da la voglia di cantare e di ballare, con lo zaino in spalla, dopo km di cammino. E poi arrivare a sera, e sentire quanto è bello avere qualcuno che ti aspetta, che ti porge un brodo caldo e un altro gran sorriso: “aperitivo Goum”! Quinta foto La partenza, al mattino, dopo la messa e la meditazione. Il 13

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