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aprile/maggio 2009

Direttore responsabile

Claudio Carella Redazione

Antonella Da Fermo (grafica e foto), Fabrizio Gentile (testi), Mimmo Lusito (grafica) Hanno collaborato a questo numero

Michele Camiscia, Stefano Campetta, Giuseppe Capone, Andrea Carella, Galliano Cocco, Sergio D’Agostino, Lisa De Leonardis, Gianfranco D’Eusanio, Laura Grignoli, Roberto Mingardi, Giovanna Romeo, Selenia Secondi, Daniela Sideri, Raffaella Sideri, Fabio Trippetti, Ivano Villani. Editing AB Puzzle Pescara Progetto grafico Ad. Venture - Compagnia di comunicazione Stampa, Fotolito e Allestimento Litografia Brandolini Via Aterno 122, Sambuceto di S.Giovanni Teatino (Ch) Claudio Carella Editore Autorizzazione Trib. di Pescara n.12/87 del 25/11/87 Copia singola Euro 4,50 Abbonamento annuo (sei numeri) Euro 24, estero Euro 40 Vers. C/C Post. 13549654 Rivista associata all’Unione Stampa Periodica Italiana Redazione Via Puccini, 85/2 Pescara Tel. e Fax 085 27132 www.vario.it redazione@vario.it


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Sommario 12 19 20 24 29 30 37 39 40 46

INCHIESTA Gente di Chiodi PERSONAGGI Le presidentesse Deborah Caldora Valentina Maio

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INCHIESTA L’Abruzzo che verrà PERSONAGGI Maria Rita D’Orsogna FORMAZIONE Come ti disegno l’accoglienza 24

ECONOMIA Wall street, Abruzzo AZIENDE Walter Tosto SpA SPECIALE Distretto Agroalimentare di Qualità 29 37

VARIO 5 STELLE

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RISTORANTI Café Les Paillotes

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RIBALTA

VINI Brindisi di gruppo

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INIZIATIVE L’isola del mangiar sano

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AGRITURISMI Qualità Abruzzo

40 56

LETTERATURA Domenico Vecchioni RIBALTA Libri CINEMA Gianluca Arcopinto

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RIBALTA Cinema 68

DOCUMENTARI Gadjò RIBALTA EVENTI Eriberto Sub

62 80

RIBALTA Eventi

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LIBRI Il tempo ritrovato 76

TABÙ

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Gente di Chiodi di Fabrizio Gentile foto Antonella Da Fermo

orte e gentile, proprio come la sua terra. Ritratto del neo presidente della Regione, Gianni Chiodi, proprio come la sua “gente” lo vede, lo avverte, lo sente. O anche soltanto l’immagina o lo vorrebbe. Professionista prestato alla politica, alla nuova avventura umana - la politica, si diceva - ha finito per appassionarsi davvero. Come tanti dei suoi protagonisti di primo piano, quei professionisti della politica che a destra come a sinistra hanno casa. Nata quasi per caso, certo ben prima che gli fosse mai venuto in mente di programmarla - e complice, evidentemente, la fine traumatica e rovinosa dell’esperienza precedente - la sua scalata allo scranno più elevato della Regione s’è rivelata una corsa vincente. Forse anche perché quel diavolaccio del Cavaliere, e i suoi maghi sondaggisti con lui, hanno intuito in quella faccia da “presidente della porta accanto” quella giusta per tentare l’impresa. In un’epoca dove ormai è difficile distinguere essere da apparire, poco incline ai toni urlati, Gianni Chiodi si presenta davvero come modello nuovo della politica abruzzese, ed è gioco facile immaginare che il tempo e la giovane età lavoreranno per lui, e con lui, per aiutarlo a costruire una immagine che il mercato della politica, sempre così frenetico, sempre così tiranno, rischierebbe altrimenti di bruciare. Così, l’ex sindaco di Teramo (a proposito: vorrà dire qualcosa, in fatto di tenacia, l’esser diventato primo cittadino dopo aver perso il confronto la volta precedente?) svela intanto i suoi aspetti più apprezzati e la gamma delle sue virtù: ambizioso ma umile; fermo ma disponibile; incline a sognare ma con i piedi ben piantati per terra; pronto al confronto ma anche determinato a difendere le proprie posizioni; entusiasta quanto basta, ma sempre capace di galvanizzare il suo team, comunque attento a mantenere lo sguardo lucido. Svelto di passo, ma pure con la capacità di resistenza di uno scalatore. Insomma: che sia nata davvero un’era Chiodi?

F

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Federica Carpineta

Giorgio De Matteis Alfredo Castiglione

Assessore Risorse umane e strumentali e Politiche di genere È un uomo che mi dà molta fiducia, è preparato, ragionevole, affronta i problemi con lucidità: è un maestro per me. Pregio: la calma con cui affronta tutti i problemi Difetto: ancora non lo conosco.

Peppino De Dominicis Collaboratore Gianni è come un alpinista esperto, gran camminatore, in grado di raggiungere anche le vette più alte e gli obiettivi più duri con costanza e determinazione. Il pregio: è altruista, fa tutto con un grande spirito di abnegazione perché sente la responsabilità del suo ruolo anche e soprattutto a livello sociale. Il difetto: ci sarebbe da scegliere…

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Vice Presidente della Giunta Spontaneo, di buon senso, non è imbrigliato nei meccanismi di partito, riesce a farsi interprete delle esigenze degli abruzzesi. È un vero abruzzese. Siamo in perfetta sintonia su come dev’essere interpretata oggi la politica regionale: rimettere al centro l’uomo, le imprese, la famiglia, con tutti i loro problemi, e mettersi alle spalle i falsi problemi all’interno della politica o dei partiti e affrontare di petto le situazioni di crisi, le priorità. Credo che l’Abruzzo abbia scelto il miglior candidato che aveva per rimettersi in gioco. Pregio: quello di mettere al centro della vita politica l’interesse del cittadino. Difetto: essere un decisionista, ma può essere un pregio in un momento come questo in cui si ha bisogno di un uomo di polso.

Vice Presidente del Consiglio regionale Conosco Chiodi da oltre 10 anni, quando era il capogruppo dell’opposizione. Incredibile in Italia che un candidato sindaco bocciato a una prima elezione diventi sindaco a una successiva con un plebiscito, segno che il segnale trasmesso è stato molto positivo. Il suo modello per Teramo è stato vincente, e in condizioni di difficoltà economiche e sociali come queste, è stato un punto di riferimento importante. Lo è anche per la società abruzzese, che ha bisogno di forti punti di riferimento e situazioni chiare, limpide e trasparenti. Per età, conoscenza e anche per “lucida inesperienza” credo abbia le condizioni favorevoli per agire, anche nel senso di una ricostruzione del rapporto di fiducia tra cittadini e politica. Ora sta al Consiglio regionale recuperare dignità e prestigio e diventare il veicolo per l’approvazione di leggi adeguate, e soprattutto perché gli abruzzesi sappiano che i partiti, non solo quelli della maggioranza, ma tutti, hanno a cuore gli interessi dell’Abruzzo e non solo quelli del proprio partito. Il pregio: affronta lucidamente le cose con la volontà di portare a casa il risultato. Il difetto: è quello di essere un po’ troppo disponibile.


Mauro Di Dalmazio Vanni Di Giosia Assessorato Sviluppo del turismo e Politiche culturali Una persona perbene. Ha forte senso di responsabilità, è serio ed onesto e non è autoreferenziale;nella vita amministrativa si è sempre calato nei panni di chi doveva amministrare, e su quello ha costruito la propria figura di uomo politico. Pregio: leale, impegnato, ha capacità di studio e di approfondimento, non lascia nulla al caso e sa assumersi le responsabilità delle scelte anche quando sono difficili o impopolari. Difetto: è troppo poco incline ad arrabbiarsi.

Imprenditore Uno dei tre moschettieri, ma non saprei dire quale: forse d’Artagnan, perché era certo il più bello di un terzetto di amici composto da lui,da Carmine Tancredi e da me. Un amico con la A maiuscola, rappresenta per me il periodo più bello della mia vita. Studioso e metodico, ha sempre avuto una grande capacità analitica, riesce ad essere rassicurante e a dare fiducia. Ha una forte passione civica, uno spiccato senso civile. Il pregio: sa fare squadra e circondarsi di persone di qualità. E parla sempre di cose che sa, non vende mai fumo. Il difetto: mi viene da dire “ambizioso”, ma l’ambizione non è un difetto finché non supera i limiti della moralità.

Angelo Di Paolo Assessorato Lavori pubblici, Servizio idrico integrato, gestione integrata dei bacini idrografici, difesa del suolo È una persona squisita,seria,sa che cosa vuole. Pregio: ha la capacità di ascoltare, di capire le ragioni degli altri. Difetto: non ho ancora avuto modo di riscontrarne.

Mauro Febbo Francesco Di Polidoro Parrucchiere Persona buona, di buona cultura, avvezzo alla socialità e sensibile nei confronti del prossimo. Gianni Chiodi è capace di parlare con chiunque e ascolta attentamente qualsiasi persona su qualunque argomento. È un uomo sensibile, che rifugge le logiche di potere. È una fortuna che Teramo l’abbia avuto come sindaco ed è una fortuna per l’Abruzzo che sia diventato Presidente della Giunta regionale. È un bel fiore, e di quelli che durano tanto, come le orchidee. Il pregio: è attaccatissimo alla famiglia. Il difetto: non riesco a trovargliene.

Daniela Chiodi Assistente sociale È un animale forte, un toro: coraggioso e leale ma anche ostinato e diffidente. Io lo chiamo San Tommaso, perché non crede a nulla se non può vederlo con i suoi occhi. È razionale e coi piedi ben piantati per terra. Il pregio: è generoso. Il difetto: la testardaggine, nel bene e nel male.

Assessorato Politiche agricole e di Sviluppo rurale, forestale, caccia e pesca È un professionista prestato alla politica, che applica i metodi della sua professione alla vita dell’amministratore, e ci stimola a lavorare in questo senso. Spesso non “fa politica”. Pregio: la sua calma e la sua tranquillità. Difetto: non so trovarne, non lo conosco ancora così bene.

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Carlo Masci Paolo Gatti Assessorato Politiche Attive del Lavoro, Formazione ed Istruzione, Politiche sociali Gianni Chiodi dev’essere il tentativo di questa regione di costruire un futuro migliore, lo pensavo già quando fu eletto sindaco di Teramo. Riesce ad incarnare la figura dell’amministratore moderno. Pregio: la capacità di lavoro enorme, conservando sempre una grande lucidità. Difetto: a volte non ragiona in termini politici, e non è detto che sia un difetto.

Assessorato Riforme istituzionali, Enti Locali, Bilancio, Attività sportive È Ulisse: sa muoversi bene in un mondo difficile e ottiene risultati grazie alla sua capacità di stare al mondo. Pregio: saper ascoltare. Difetto: non l’ho ancora scoperto.È Ulisse: sa

muoversi bene in un mondo difficile e ottiene risultati grazie alla sua capacità di stare al mondo. Pregio: saper ascoltare. Difetto: non l’ho ancora scoperto.

Enrico Mazzarelli

Antonio Grazietti Amico d’infanzia È la coca-cola, buona e frizzante. Se fosse una macchina sarebbe una macchina scattante, ma in grado di fare lunghi viaggi. Il pregio: è umile e buono. Il difetto: non si arrabbia mai, ma se succede è meglio non stare nei paraggi…

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Sottosegretario alla presidenza della giunta Gli oppositori, durante la campagna per Teramo, lo chiamavano Harry Potter. Pensando a come sono andate le cose, direi che è Harry Potter davvero. È partito nel 2004 quando vinceva solo il centrosinistra, e ha vinto col centrodestra; si è trovato un comune disastrato e ha scalato le classifiche della stampa specializzata sulle qualità, sulla ripresa economica; si è candidato alla regione e tutti lo davano perdente, ma ha vinto: più Harry Potter di così… Pregio: è un grande lavoratore, non ha tempi. Difetto: è troppo propenso a sopportare situazioni che gli pesano senza darlo a vedere.

Giandonato Morra Assessorato Trasporti e Mobilità, Viabilità, Demanio e Catasto stradale, Sicurezza stradale È l’uomo che realizza i sogni degli abruzzesi. Ha avuto la capacità di venir fuori dai luoghi comuni della politica, lo dimostra la sua storia come sindaco di Teramo: dopo la sconfitta ha sacrificato molto, ma ha creduto in quest’avventura, ha trasmesso entusiasmo, sogni; molte persone anche non di centrodestra lo hanno votato, e gli è stato possibile creare quella vittoria amministrativa che ha portato al “modello Teramo”, che oggi viene riportato anche nella nuova avventura in Regione. Evidentemente è riuscito a toccare corde che non hanno a che fare con la politica. Gli abruzzesi in lui vedono una possibilità di rinascita, e in politica si lavora anche per un sogno. Pregio: sa dire di no, ha toni netti. Difetto: a volte quando dice “no” a qualcuno, dovrebbe anche mettergli una mano sulla spalla e farglielo capire.


Marcello Perpetuini Enotecario È come un vino dolce, gradevole, ma con una buona struttura e un alto grado alcolico. È un politico di nuova generazione, molto capace e preparato, e umanamente è squisito e gentile. Il pregio: è sempre molto disponibile verso tutti. Il difetto: che ora a Teramo non si vede quasi più.

Carmine Tancredi Dottore Commercialista È come Talleyrand (grande diplomatico napoleonico): ha una grande capacità di mediazione, è preparato, metodico e fatalista. Non affretta mai le soluzioni ai problemi, è molto razionale. Tratta successi e insuccessi come due impostori: non si appassiona troppo ai primi e non si fa abbattere dai secondi. Questo gli consente di dare il meglio di sé nei momenti che contano. Il pregio: tiene sempre alta la soglia della razionalità, quindi non la perde mai. E poi è una persona di cuore, corretta, trasparente e intellettualmente onesta. Il difetto: è quello di essere un po’ troppo attendista, di ponderare parecchio le sue decisioni. Ma questo può rivelarsi anche un gran pregio.

Lanfranco Venturoni Assessorato Politiche della Salute È la nuova generazione: rappresenta il cambio generazionale in tutto, nella politica, ma anche nelle idee sull’imprenditoria, sulla cultura, sull’immagine e su quello che dev’essere il futuro dell’Abruzzo. Pregio: è molto riflessivo, prima di prendere una decisione si prepara tantissimo. Difetto: non è immediato.

Daniela Stati Diego e Italo Ferretti Assessorato Protezione civile e ambiente È arrivato in un momento in cui si aveva bisogno di lui, come fosse stato mandato dalla Provvidenza. Visto il periodo particolare che viviamo, ben vengano altri quattro Gianni Chiodi nelle quattro province. Pregio: è un uomo ponderato Difetto: il suo maggior pregio/difetto è che finalmente tratta gli assessori donna come componenti della giunta.

Imprenditori Un capitano coraggioso come quelli di una volta. È l’uomo delle quattro “c”: coraggioso, concreto, competente e corretto. È di una serietà, umana e professionale, sbalorditiva. Garantisce sempre una risposta e soprattutto non fa mai affermazioni che non può sostenere coi fatti. Peccato che non sia una donna, se no sarebbe da sposare… Il pregio: sa sempre quali sono i suoi limiti, non è un incosciente. Il difetto: dovrebbe mostrarsi più sorridente, a volte è troppo rigido nella sua veste istituzionale.

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Presidentesse Pescara e Lanciano, ovvero i club piĂš blasonati del calcio abruzzese

Valentina MAIO

affidano a due imprenditrici giovani, belle e ambiziose le loro speranze di rilancio. In grande stile

Deborah CALDORA

di Sergio D’Agostino foto Claudio Carella


Deborah Caldora

Nel nome del padre Arrivata alla guida della società biancazzurra trentadue anni dopo il mitico papà Armando, ha salvato il club dal fallimento con una cordata tutta abruzzese. E ora studia come far grande una squadra che giocò in serie “A”

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n campo c’era già stata. Correva il 1977, era piccolissima, e suo padre Armando, che era stato il primo presidente di una società del calcio abruzzese a portare una squadra, il Pescara, nel mondo del calcio che conta, l’aveva svezzata al pallone presto presto. Quello era lo squadrone allenato da mister Cadè, dei Nobili e dei Zucchini, dei Repetto e dei Galbiati. Una squadra che trasformò lo stadio Adriatico in uno stadio-regione e il Pescara nella squadra di mezzo Abruzzo. Il miracolo durò appena poche stagioni, ma tanto bastò all’immaginario collettivo per trasformare il papà presidente nel presidentissimo. E quel cognome, Caldora, nel sogno conservato nel cassetto di chiunque volesse immaginare un ritorno agli antichi fasti e rinverdire le ambizioni che furono. La sorte ha voluto che fosse lei, Deborah, figlia di quel presidente che la città non ha mai scordato, a trovare trentadue anni dopo la strada per salire al vertice della società, alla guida di una cordata composta da imprenditori, tutti abruzzesi, che ha salvato il Pescara dal baratro del fallimento. Chiudendo forse definitivamente la stagione dei tanti, troppi capitani di ventura scesi in riva all’Adriatico per promettere e non mantenere, saccheggiare consensi per poi scappar via. Abituata a scegliere nei momenti difficili – a soli 23 anni, dopo la morte del padre e della madre si ritrovò a gestire la non facile situazione dell’azienda di famiglia, una corazzata immobiliare che naviga ora in acque sicure – non si è lasciata scappare l’occasione. Con quel cognome che porta, adesso le aspettative sono enormi. «Vero, sento quasi una obbligazione. Ho ereditato la passione di mio padre, ho ancora il ricordo vivo di quei tempi. Una cosa sempre presente, volenti o nolenti: papà nel cuore di tutti, primo a portare in “A” la squadra, figura generosa e unica. Lui era sempre legato a quei momenti, al rapporto con la gente. Poi, lo confesso, questo passo lo avverto come una liberazione. Sentivo di doverlo fare, il mio nome ricorreva a ogni crisi della squadra, mi spiaceva non aver mai potuto concretizzare. Poi, mi ha mosso anche per quel certo spirito di servizio verso la città che ho sempre sentito. Ho provato

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dispiacere a non aver concretizzato prima, ma c’erano situazioni insuperabili». Si sente una donna sola al comando? «Quando devi fare una scelta, sei sempre sola. Donna sola al comando suona male, ma quando devi fare un passo decisivo è con te stessa che devi confrontarti. Certe volte mi guida anche l’istinto, non tutte le scelte sono razionali. A 23 anni mi sono ritrovata a capo dell’azienda di famiglia: ci voleva soprattutto istinto di sopravvivenza. E anche il calcio è stato così, in fondo ha prevalso la passione, il sentimento». Ora che è arrivata, ci si immagina che resti a lungo. «Vedremo. È una società particolare, con tanti soci. Bisogna studiare gli obbiettivi, capire se riesco a rappresentare tutti nel giusto modo. Non ci sono scadenze, vedremo con il tempo…». Adesso, dopo i tavoli tra dirigenti, è arrivato il momento dei tifosi: paura di sbagliare? «La tifoseria me la ricordo da piccolina, quando invadeva casa. Ricordo il rapporto bellissimo che aveva con mio padre. Ho ritrovato quel calore, anche se sono preparata a qualche dispiacere: in questo mondo è una questione fisiologica, non è che non ci abbia pensato». Qualcuno l’ha sconsigliata? «Qualcuno? Tutti! Però mi è arrivato il consenso e il conforto della famiglia, dove tutti sentono questa scelta. Presto tornerà da New York anche mio fratello Andrea a darmi una mano. Tutti hanno colto l’aspetto sentimentale, il rispetto per i valori che papà ci ha trasmesso…». Una scelta della maturità imprenditoriale, la classica ciliegina sulla torta? «Quando sei tranquillo rispetto alle cose fatte in azienda, allora forse puoi fare un passo come questo… E se poi ti viene anche richiesto…». Il calcio in Italia è anche una fabbrica di consenso. Ponte per arrivare ad altro con la stessa determinazione e volontà? «Non lo so. Non ci ho mai pensato, però qualsiasi imprenditore almeno per una volta ha provato a mettersi


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dall’altra parte del tavolo, a pensare ad esempio di immaginarsi in politica, fare quello che gli altri non fanno. Ma davvero non ci ho mai pensato sul serio». In questa missione quanto conta l’amore per la città? Pescara adesso sogna in grande. «Abbiamo vissuto momenti bellissimi in questa città anche con altri sport come la pallanuoto, il volley, il basket. La città ha sempre risposto positivamente. Questo forse è un momento più mesto, per via delle disavventure istituzionali, e forse il calcio sarà un modo per ritrovare entusiasmo. D’altra parte, i pescaresi si fanno coinvolgere con facilità, ricordo un tifo che era soprattutto passione di intere famiglie». Nel vostro gruppo credete ai valori dell’etica applicata al mondo dell’imprenditoria. Si può applicare a un calcio che ancora non ha smaltito le tossine di Calciopoli? «Lo so, sarà dura. Ma finché avrò la sensazione di poter continuare a operare secondo questa linea lo farò, altrimenti pazienza, passerò la mano… Ma forse anche per questo è una esperienza stimolante. Però poter portare il messaggio che nel calcio si può stare anche in maniera diversa è un fatto importante…fa parte della mia visione della vita e del fare impresa». Una visione che certe volte fa quasi pensare che lei sia in guerra con il mondo. Ripercorrendo le sue tappe imprenditoriali, si legge ad esempio sul sito della società di cui è titolare che a un certo punto “…Ingaggia una guerra contro tutti, politici, imprenditori, e amministratori locali…”. Insomma, Deborah contro tutti? «Quando occorre tagliare non bisogna avere paura di girarsi indietro. Avere il coraggio di farlo senza alcun pregiudizio, ma con la consapevolezza delle scelte da fare e la capacità di rompere con il passato. Chi mi ha chiesto di rappresentare questa società forse lo ha fatto anche per quel che ho rappresentato sotto questo profilo, i valori di cui sono portatrice… ed è quello che cercherò di fare». Con il suo arrivo al vertice biancazzurro, l’Abruzzo conquista un primato: capitale delle presidentesse del calcio che conta. «In effetti il calcio è percepito come mondo prettamente maschile, anche se parlando di presidenza si esce dall’ambito un po’ più strettamente tecnico, e quindi dei valori forse ritenuti più maschili del calcio, per fare invece riferimento ad aspetti più marcatamente manageriali e aziendali. Una donna determinata che ha mostrato di avere la volontà per stare nel mondo del lavoro può certamente cimentarsi anche con il calcio. Per me, poi, questa è una passione che mi arriva dritta da mio padre, una specie di eredità: perché prima che donna nello sport sono stata donna nell’azienda di famiglia, che per tradizione è maschile come lo è il campo immobiliare». Con la presidentessa del Lanciano, Valentina Maio, ora siete in due. «L’ho conosciuta di recente e provo grande simpatia per lei, che è intelligente, vispa, furba, vivacissima. Si era parlato

anche di un possibile ingresso della sua famiglia nella nuova società. Non se ne è fatto nulla, ma è persona con cui ci si capisce al volo». Qualcosa da fare assieme, allora, lo troverete. «Non mi piace nel calcio questo eccesso di campanilismo, insieme forse potremo portare un messaggio nuovo. Magari pensando a un progetto da mettere in piedi per lo sport. Mi piacerebbe davvero, bisogna rompere certi schemi e certe separatezze. Poi anche lei è stata mossa da ragioni familiari, anche se rispetto a me è più fortunata perché ha ancora il papà accanto». L’ azienda, infine: novità all’orizzonte? «Guardo avanti, il mondo immobiliare, il nostro, guarda sempre in avant. Stiamo per presentare questo nuovo progetto, “Opera” realizzato con un grande architetto, Mario Botta, che è fortemente innovativo anche per i servizi offerti al cliente. Poi, abbiamo acquistato anche una quota della società che gestisce il borgo di Santo Stefano di Sessanio, per portare la nostra competenza immobiliare in quella bella esperienza. Il grosso dei nostri interessi resta legato all’area della città di Pescara, in futuro si vedrà…».

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Valentina Maio

Calcio, amore mio Contesa dalle tv, protagonista sulle copertine dei quotidiani. Lo sport italiano scopre la giovanissima lady che guida il Lanciano col piglio da veterana. E in campo, la domenica, getta anche un pezzo di cuore...

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n Italia si contano sulla punta delle dita di una sola mano. Sono le signore italiane del pallone, un mondo dove prima a dominare era solo il genere maschile. Si chiamano Rosella Sensi, Francesca Menarini, Elisabetta Pasini, Deborah Caldora, Valentina Maio. Guidano squadroni che “tremare il mondo fanno” come la Roma o hanno fatto (come il Bologna), club ambiziosi come la Pro Sesto o la Virtus Lanciano, nobili decadute come il Pescara: che piaccia o no sono loro le facce nuove del pallone italiano. Non sono “una” novità, sono “la” novità.Un discorso che vale per tutte loro, ma forse soprattutto per la più giovane del lotto, la 26enne presidentessa della squadra frentana, Valentina Maio, concentrato vivente di determinazione ed esplosività. Da qualche tempo è lei la donna-copertina del calcio italiano, che stanco delle vecchie cariatidi cerca volti nuovi e credibili. Facile, così, che il discorso muova proprio da qui. È finita su Sky. Buca il video. Le prime pagine dei quotidiani sportivi le dedicano le copertine. Impazza sui blog, compreso quello di Alex Del Piero. Si becca titoli tipo “sexy presidentessa”. Più l’imbarazzo per tanta notorietà oppure, sotto sotto, è di più la soddisfazione? «L’impatto all’inizio non può che essere gratificante, e del resto a chi non farebbe piacere? Alla lunga però espressioni come “carina” o “sexy” non bastano, contano altri giudizi che con la bellezza non hanno nulla a che fare. Resta quello che fai nella vita». La visibilità certo non manca. «La visibilità che offre una società di calcio è grande, non mi ero neppure accorta di questo effetto mediatico, a volte mi stupisce. Quando mi ha chiamato Alessandro Bonan di Sky, mi fa “Ciao Valentina…”. Io ho chiuso il telefono dicendo “Sì, e io sono Claudia Schiffer”, pensando a uno scherzo. Ma quello invece mi ha richiamato poco dopo, era davvero lui. Sono io a non aver capito i meccanismi di visibilità che il calcio offre, in questo senso ti dà davvero tantissimo». Ora deve farci l’abitudine. «In un’azienda come la mia la cosa è particolarmente sentita, visto che non operiamo a diretto contatto con il pubblico, e

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quindi abbiamo meno occasione di farci conoscere». Chissà che ora non ci prenda gusto, magari pensando pure a come capitalizzare consensi in altri campi. «Non ci ho mai pensato. Devo ancora crescere, pensare soprattutto al mio lavoro, e questo vale anche come presidente di calcio». Però in questa nouvelle vague del calcio al femminile c’è adesso anche lei. «E io sono pure la più giovane… Nel mio caso, però, è stata la casualità a determinare la scelta: qualcuno di famiglia avrebbe dovuto guidare la società, mio padre e mio fratello hanno voluto così, e questa in fondo è stata anche la bellezza di questa vicenda. Hanno voluto me come presidente». In un mondo che resta al maschile. «Sarà pure così, ma io non ho mai trovato riscontri negativi, semmai è vero il contrario. Certo, forse adesso ci sarà anche un certo elemento di moda, ma per la mia esperienza posso dire che a volte i diversi interlocutori sembra abbiano più piacere a parlare con una donna. Nelle trattative tra procuratori, tra dirigenti, diciamolo pure che a volte siamo noi le più brave. Con noi certi confronti sembrano andare meglio rispetto a un discorso tra soli uomini. Così diventa giusto che in un mondo percepito soprattutto come maschile inizino a entrare con forza le donne». Questione di valori? «Il sistema di valori è più o meno lo stesso, che a guidare una società di calcio sia un uomo o una donna. Guidare uno staff complesso credo sia difficile tanto per un uomo che per una donna, forse noi riusciamo a stemperare di più certe tensioni… Bisogna essere seri, superare certi meccanismi che hanno fatto male allo sport; nelle aziende normali esiste una certa dimensione etica di fondo, che non sempre è facile da mantenere, nel calcio bisogna impegnarsi di più. E le donne possono dare un contributo aggiuntivo». Non aveva mai pensato al calcio? «Né io né altri in famiglia. Magari tifosi sì, ma da questo ad acquistare una società ce ne corre. La città ci teneva, il sindaco pure, ci hanno definito salvatori della patria. Abbiamo deciso di


farlo per la gente: Lanciano ci ha dato tanto e avvertivamo il bisogno di restituire qualcosa. Questa del resto è una piccola città, bene o male ci si conosce tutti, e questo è stato un vantaggio». Un dovere? «Il calcio dà immagine, togliere alla città questa visibilità avrebbe comportato un danno alla comunità. Per questo ci siamo gettati nell’avventura». Esperienza transitoria o no? «Non si può dire, spero duri per tanti motivi. Se non accadesse potrebbe essere per noi il segno di un fallimento, e questo non ci piacerebbe. Come non ci piacerebbe dare dispiaceri alla gente». Però perché a lei la presidenza? «Mio fratello è amministratore delegato, mio padre è il patron della società. Forse più di tutti mio fratello ha intuito che in una società di calcio un volto femminile potesse dare qualcosa di più». Come una dose di cuore in più? «Tutte le scelte fatte hanno avuto questo segno. La scelta del mister, dei giocatori, del direttore sportivo. Non stando nell’ambiente, del resto, non avrei saputo come gestire una società di calcio. Stiamo imparando anche sulla nostra pelle cosa cambiare, come per il caso dell’allenatore: perché è stato doloroso esonerare un tecnico (Eusebio Di Francesco, ndr) con il quale c’è soprattutto un rapporto di stima e di amicizia». Il cuore, per lei porta dritti al campo di calcio. Il suo compagno, Manuel Turchi, veste la maglia rossonera della squadra di cui lei è presidente… Come si sta in questi doppi panni? «Benissimo. Il lavoro è lavoro, e quello che poi avviene tra le mura domestiche è tutta un’altra storia. Del resto noi stavamo già assieme da anni, abbiamo un bambino, la nostra è una storia collaudata che con il calcio non ha nulla a che fare». Ma che succede se gioca male? «Succede che mi arrabbio, da presidente. Con lui l’ho sempre fatto, gli leggevo le pagelle, forse lui adesso è solo un pochino più attento a non sbagliare… ma d’altra parte non sbaglia mai». Torniamo alle donne del calcio. La più vicina, in tutti i sensi, è la Caldora. «Con lei mi sono trovata da subito benissimo. Anche perché siamo due mamme, e ci sono tante cose in comune, le faccio i migliori auguri. Rispetto a me, però, lei aveva già alle spalle un curriculum importante». Progetti comuni? «Certo, del resto ne abbiamo già parlato, ci saranno occasioni. Nello sport due figure femminili possono contribuire a stemperare tensioni». Lei, come la Caldora, è una imprenditrice. «Nell’azienda di famiglia ci occupiamo di ambiente a 360 gradi. Io di risorse umane, curo i contatti con tutti i nostri dipendenti, ma devo dire che il paragone con il calcio è difficile, si tratta di

una esperienza del tutto differente. Sul lavoro ti affezioni di più a una persona, nascono anche rapporti umani intensi e amicizie. Nel calcio non funziona così, e non perché i diversi protagonisti non vogliano. I rapporti sono più volatili, spesso un calciatore ha altri obbiettivi, diventa dura sviluppare un’amicizia: se poi vanno via che fai? Occorre fare attenzione a trovare il giusto confine». Coi tifosi pure? «Ecco: loro mi hanno sempre mostrato affetto, però qualche piccola tensione c’è stata a ridosso della sostituzione del tecnico. Io ero dispiaciuta dei risultati, ma lo difendevo perché è pure un amico. Loro però mi chiedevano di accelerare il cambio». Perplessa della scelta fatta? «No, sono ottimista in generale, anche se magari qualche momento di scoramento ce l’ho pure io».

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L’Abruzzo che verrà

Meglio l’olio che il petrolio Il progetto di un mega insediamento petrolifero sulla costa teatina solleva la protesta di popolazioni, imprese, associazioni ambientaliste e semplici cittadini. In ballo, un’idea di sviluppo che fa a pugni con il modello della regione verde d’Europa fondato su un turismo sostenibile e su un mare di incomparabile bellezza. E che stride con una ricchezza di colture –dalla vite all’olivo– che in tanti temono possa assumere il gusto acre degli idrocarburi. Così, dopo le immancabili promesse elettorali, le troppe reticenze e i colpevoli silenzi, mentre si aspetta che politica e istituzioni scrivano la parola “fine”, da Ortona a San Vito, da Fossacesia a Lanciano, da Tollo a Miglianico, la mobilitazione resta altissima. Grazie anche all’aiuto insperato alla causa che è arrivato da lontano: in nome dell’amore verso un territorio che rischia di subire una ferita indelebile. Se prevarranno scelte sbagliate.


Maria Rita D’Orsogna

Questa terra è Americana di nascita e di spirito, abruzzese d’origine, la giovane docente dell’Ucla racconta di sé e della sua lotta contro il colosso petrolchimico che minaccia l’Abruzzo. Una battaglia che combatte per amore

Domenico Turchi

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attore

Giancarlo Di Ruscio

Questa terra è parte di me: la mia vita, i miei ricordi, la mia attività, sono tutti legati a qualcosa che, se dovesse realizzarsi questo centro oli, scomparirebbe, lasciando me e le generazioni future senza memoria di quello che abbiamo vissuto e di quello che questa terra ci ha dato. Non posso permetterlo, il mio no ha ragioni sentimentali, al di là delle considerazioni tecniche e scientifiche. È un no detto per amore.

presidente Cantina Tollo Il centro oli è un discorso fondamentalmente antieconomico: sono anni che l’Abruzzo viene “venduto” come regione verde, come luogo di eccellenza della produzione vitivinicola e olearia… non ha molto senso perseguire una ricerca petrolifera che porterebbe solo danni a un patrimonio che è già, di per sé, un valore economico.


a è la mia terra di Fabrizio Gentile foto Antonella Da Fermo e la vicenda del movimento popolare sorto in opposizione alla costruzione dell’ormai famigerato centro oli di Ortona non vi è ignota, allora conoscete anche il nome di Maria Rita D’Orsogna: è lei la principale paladina del fronte del no, giunta dagli Stati Uniti dove vive e dove insegna Matematica applicata all’Università della California. Trentasei anni, newyorkese di nascita e un’infanzia trascorsa tra la Grande Mela e l’Abruzzo, Maria Rita è il personaggio più importante di questa vicenda tutta italiana che vede il popolo forte e gentile movimentarsi oggi come negli anni ‘70, quando un altro colosso inquinante, la Sangrochimica, stava per nascere in una zona strategica per l’economia regionale, tutta basata sull’agricoltura e sulla promozione di prodotti tipici, genuini e sani. Due anni orsono, quando l’Abruzzo si è svegliato apprendendo la notizia che la campagna di Ortona avrebbe ospitato una raffineria di petrolio, Maria Rita era in California, e fu avvisata della faccenda da un suo amico che la chiamò al telefono, raccontandole con tono rassegnato che “tanto ormai ci sono

S

le firme, non si può fare niente”. Sarà stato lo spirito del sogno americano, o semplicemente la sua natura di abruzzese, ma da allora Maria Rita D’Orsogna ha imbracciato le armi dell’informazione e della sensibilizzazione, e ha fatto ciò che né le istituzioni né le associazioni ambientaliste avevano fatto fino ad allora: combattere. Difendere l’Abruzzo dalla morsa petrolchimica che potrebbe compromettere l’intera immagine della regione e un’economia che faticosamente da oltre dieci anni viaggia sulle note armoniose del turismo e della natura incontaminata. Risultato: il progetto è in standby, e si attendono sviluppi in termini di leggi a tutela del patrimonio naturale regionale. Dall’Adriatico all’Hudson e ritorno. Come è successo? «Sono nata nel Bronx. I miei genitori (mamma di Ortona, papà di Lanciano) erano emigrati prima che nascessi. Ho avuto un’infanzia tranquilla, poi mia madre decise che era meglio venissimo a vivere in Italia e per molti anni abbiamo trascorso le estati a New York e l’inverno a Lanciano, per andare a scuola. Poi, a un certo punto, abbiamo deciso di trasferirci

Riccardo Mantini

Lisa Celeste

Gianni Belcaro

presidente Abruzzo Rinnovabile

avvocato

medico

Fabrizia Arduini

Che senso ha proseguire sulla strada del petrolio quando perfino gli arabi guardano alle possibilità offerte dalle energie rinnovabili? Noi non siamo integralisti, non diciamo “no” a tutto. Ma dal punto di vista delle imprese non ci sono giustificazioni valide per percorrere una strada che, economicamente, ormai non porta da nessuna parte.

Sono una madre di tre figli, i cittadini devono essere consapevoli e partecipare alla vita politica, e qui siamo di fronte al contrario. Troppo tardi si è scoperto quel che bolliva in pentola. Si sbandierano trasparenza e partecipazione, qui non se ne è visto nulla. La verità è che la colpa è nostra, di cittadini e contribuenti, dovremmo pretenderlo ma non lo facciamo.

La ricerca petrolifera appartiene al passato: c’è stato un tempo per il vapore, uno per la legna, uno per il carbone… ora è il momento di guardare avanti. Perfino gli Usa, adesso che c’è Obama, vanno sulla strada di Kyoto. Noi dobbiamo dare all’Abruzzo l’opportunità di andare avanti, non di tornare indietro.

Wwf, Centro internazionale Crocevia È un insulto alla modernità, archeologia industriale. L’Italia ha già pagato un prezzo altissimo all’inquinamento. Il gioco non vale la candela, abbiamo siti protetti dall’Unesco, non ha senso lavorare ancora sul petrolchimico per estrarre il pochissimo petrolio che ha l’Abruzzo.


Dino De Marco Tommaso D’Anchini

Raffaele Cavallo

comitato Punto Ortona

presidente regionale Slow Food Italia

Antonio Bianco

Parlare oggi di futuro legato al petrolio mi sembra francamente antistorico; per anni abbiamo veicolato un’immagine dell’Abruzzo legato al verde, alla produzione agroalimentare e vitivinicola d’eccellenza, al turismo: è questa la strada per promuovere la regione. Se copriamo il verde col nero del fango petrolifero, cosa sarà di noi?

No perché la petrolchimica è incompatibile con passato e futuro dell’Abruzzo, con la nostra salute. Tutto il mondo capisce che non ha più senso portare avanti economie che contrastano con la salute e che si deve dare spazio ad attività che si nutrono del contrario; qui si va nella direzione opposta.

Sin dall’inizio ci siamo chiesti cosa rappresentasse, abbiamo confrontato le ragioni del sì e del no. Non vogliamo ostacolare l’Eni, che qui ha dato da mangiare a tante persone, ma diciamo no alla petrolizzazione della costa, perché siamo la regione dei parchi e dobbiamo dare un messaggio forte. Per lo sviluppo esistono vie più compatibili, quelle delle fonti rinnovabili.

definitivamente in Abruzzo. Dopo, all’università, ho studiato Fisica a Padova e infine ho scelto il dottorato negli Usa. Mi sono ritrovata a Los Angeles, dove vivo da dieci anni. Però sono emotivamente legata all’Italia perché ci ho trascorso gli anni formativi, quelli più importanti». Fuga di cervelli o un cervello che, una volta tanto, ritorna? «Io non mi sento né un cervello né una persona in fuga. Voglio bene all’Italia e voglio bene agli Usa. Il fatto di essere così coinvolta in questa storia del centro oli, significa che sono rimasta molto legata a questa terra. E che anche se non posso vivere qui, perché professionalmente non so che cosa potrei fare, c’è sempre un senso di appartenenza; io, prima di tutto questo, nel mio piccolo cercavo di spiegare agli americani quanto è bello l’Abruzzo». Per usare un’espressione “dipietresca”, che c’azzecca una fisica con la lotta al petrolio? «Ben poco, in effetti. Solo che la mia formazione mi permette di capire un po’ di letteratura medico-scientifica. Mi sono informata, parlando con persone più esperte di me: a Los Angeles abita uno dei più grandi esperti di inquinamento da lavorazione petrolifera: sono andata a parlarci, mi ha dato delle referenze, dei consigli. Ho cercato di imparare. È un anno è mezzo che le mie ferie vengo a passarle qui, lo faccio con tanto amore, e lo rifarei anche per la Basilicata. In tutto questo percorso non ho mai detto di no a chi mi chiedeva di dargli una mano, ed è successo così con Viggiano, in Lucania, che ha il problema del petrolio da molto tempo prima di noi. Non sapevano assolutamente niente, nessuno ha fatto opera di

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sindaco di Miglianico gruppo Ecovie

Possiamo fare a meno di questa forma di energia, nella mia cittadina abbiamo puntato sul fotovoltaico, in questa zona ci sono altre forme e opportunità di reddito alternative a questo insediamento. E tanto per restare a Miglianico, ce le vedete le ciminiere di una raffineria a fare da sfondo per un campo da golf frequentato da nordeuropei? E poi, da medico, mi rendo conto dei danni che ne potrebbero derivare per la salute.

educazione, prevenzione, neppure le istituzioni. Nessuno aveva cognizione dei danni ambientali, dei rischi collaterali, e soprattutto, del fatto che questa presunta ricchezza non è per loro ma per chi il petrolio lo estrae e lo lavora». Una soluzione ecocompatibile esisterebbe? «La lavorazione del petrolio inquina e basta. Ma si può lavorare sulla sicurezza: posso dire che negli Stati Uniti la distanza minima di una piattaforma in mare è di 160 chilometri, mentre qui vogliono farle a una manciata di chilometri, solo che nessuno ha spiegato alla popolazione che gli scarti petroliferi vanno in mare, e questo significa fanghi inquinanti, pesca contaminata, turismo compromesso, e rischi alti di incidenti». Di piattaforme ce ne sono anche adesso e sono abbastanza vicine... «Sì, però ne vorrebbero fare delle altre. A Ortona e Vasto ce ne sono già a 5 o 6 chilometri dalla costa e questo è qualcosa di folle, non solo per l’inquinamento giornaliero: se avvenisse un incidente quali sarebbero le conseguenze? L’anno scorso un incidente in Corea ha inquinato 40 chilometri di spiaggia; qui interesserebbe un tratto di costa che va da Ortona fino a Pineto passando per Pescara». Nel caso degli Usa parliamo di un Paese circondato da oceani. Noi abbiamo l’Adriatico, un mare dai fondali bassi e dove la circolazione dell’acqua è molto minore che nel Pacifico. «Questo fa capire che non è proprio il caso di petrolizzare terra e mare, soprattutto perché qui c’è già un certo tipo di


Antonello Tiracchia Cristiano Lo Medico

Guido Sansini

Davide Colaiezzi

associazione Nuovo senso civico

associazione Officina Ortona

associazione Officina Ortona

Abruzzo in movimento

Ci occupiamo delle opportunità che mancano ai giovani, qui si realizzano solo i parcheggi. C’entra, perché il centro oli conferma il disinteresse per il futuro della comunità, altro che Europa. È una resa, un passo indietro, promuovere queste vecchie forme di energia va nella direzione opposta.

Questo regresso intaccherà il turismo, la nostra salute, il nostro fertile territorio che produce vini di pregio. Ci sono prospettive diverse, manca alla classe politica la forza di introdurle nel nostro sistema economico e produttivo.

Rispondo con una domanda: perché in un territorio che ha delle peculiarità sul piano enogastronomico non insediare un centro d’eccellenza sulle tecnologie del futuro? Si tratta di un progetto contrapposto alle attività del territorio, che crea danni. L’Abruzzo regione verde d’Europa dovrebbe rivolgere altrove le sue attenzioni.

Noi cittadini spesso facciamo finta di niente, ma ora non si può ficcare la testa nella sabbia. Questa è una battaglia che va combattuta con tutte le armi a disposizione. E la comunicazione gioca un ruolo decisivo: bisogna far conoscere i casi di Taranto, Gela, Falconara, sapere che siamo il paese con il più alto indice di tumoralità infantile. Se riusciamo a battere il mostro petrolifero saremo in grado di vincere qualsiasi battaglia, ma è vero pure il contrario.

sviluppo, una certa vocazione: dobbiamo sfruttare meglio le nostre risorse, il nostro turismo del mare. C’è tutta la costa teatina, che è terra quasi vergine, perché la ferrovia l’ha protetta. Invece che voler mettere insieme turismo, vino e petrolio, uno deve fare una scelta, non ne puoi fare cinque che fanno tutte a cazzotti». Come hai cominciato la lotta al centro oli? «Nell’ottobre 2007, dopo la telefonata di quel mio amico, scrissi tre lettere: una al Corriere della Sera, a Beppe Severgnini; una al sindaco di Ortona, Nicola Fratino, e una alla Chiesa cattolica, perché ho pensato che questi fossero i tre cardini della società: la stampa, la sede politica e la chiesa. Due non ottennero risposta (la Chiesa ha preso posizione solo in tempi recenti, ndr), Severgnini invece pubblicò il mio esposto sul suo sito. Da allora cominciarono a scrivermi in molti, mi informavano della situazione. Da lì abbiamo iniziato a lavorare insieme e pensai che la prima cosa da fare era creare un un documento scientificamente rigoroso, ma nello stesso tempo comprensibile. Per una settimana mi sono chiusa in casa e ho scritto questo documento». Come è accaduto che un giorno l’Abruzzo si sia svegliato con la notizia che l’Eni avrebbe costruito una raffineria di petrolio in un posto come Ortona? «Io so quello che è stato scritto sui giornali, le carte ufficiali non me le ha date nessuno. Ma non è difficile reperire tutte le informazioni in rete, come l’acclarato conflitto di interessi del sindaco di Ortona, gestore con il fratello della società portuale». (Ma sull’argomento l’interessato ha smentito di

recente ogni coinvolgimento del consorzio nel progetto centro oli, ndr). Prima di costruire un ecomostro non si dovrebbe eseguire uno studio di impatto ambientale? «L’Eni ha presentato una valutazione di impatto ambientale dalle stime dei rischi decisamente al di sotto dei valori effettivi. Ma la cosa che più colpisce è il fatto che nessuno degli enti che avrebbero dovuto sollevare obiezioni ha mosso una sola osservazione a questo studio. Tra i politici c’è chi è stato ed è tuttora favorevole per ignoranza o malafede, ci ha messo la firma perché “si trattava di atti dovuti”. Destra o sinistra non fa differenza, la storia del petrolio in Abruzzo è cominciata con Pace ed è proseguita con Del Turco: su questo tema sono stati tutti d’accordo. Idem enti parco, vigili del fuoco, Asl: per il centro petrolifero di Ortona alla fine tutti quanti hanno approvato, ci sono voluti venti giorni affinché tutti questi permessi venissero dati. Poi, alla fine del 2007, la Provincia di Chieti ha commissionato uno studio indipendente al Mario Negri Sud dal quale emerge chiaramente che l’Eni ha sottostimato anche di venti volte gli agenti inquinanti». Perché la regione verde d’Europa ha dato l’opportunità all’Eni di costruire il centro oli? «Le ragioni di questa concessione sono da ricercare nella superficialità e nell’incompetenza che regnano ormai sovrane nella classe dirigente del Paese.Temo che quanto proposto dall’Eni sia stato visto come un’opportunità di ricchezza per il territorio. Poi, naturalmente ci sono gli

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interessi privati di tutti gli attori coinvolti nella realizzazione del centro: perché qualcuno lo deve costruire, e di solito ci sono sempre gli interessi di qualcuno del posto. Ortona non fa eccezione». Dunque, gli interessi di pochi potrebbero finire per arrecare un danno irreparabile alla collettività. «È esattamente il punto. Ed è incredibile che si debbano fare delle lotte di questo genere in un’epoca in cui non si fa che parlare di rispetto per l’ambiente. Chiunque abbia dato il via a questo scempio dovrebbe recarsi in Basilicata e vedere con i suoi occhi: tutti i paesi hanno un pozzo di petrolio, un qualche sistema di tubi, di oleodotti, il 70% del territorio è sottoposto a trivelle. Gli scarti petroliferi vengono disseminati alla meno peggio: due milioni di chili di terreno sono stati inquinati con il solo trasporto». Forse basterebbe andare a Falconara… «No, lì è diverso perché si occupano di un altro stadio di raffinamento del petrolio. Non che non sia inquinante, intendiamoci, e lo è anche parecchio; ma da noi sarebbe peggio. Quello che dovrebbe avvenire a Ortona è il primo trattamento, che elimina acqua e zolfo; le fasi successive comportano la separazione delle varie componenti del petrolio per ottenere prodotti diversi (benzina, olio combustibile), e sono i processi che si fanno a Falconara». Ma il petrolio che c’è in Abruzzo perché fa tanta gola all’Eni? «In Abruzzo il petrolio è scarso e soprattutto di qualità

scadente, ma interessa perché con l’aumentare del prezzo dei carburanti è l’ultima strada percorribile da una compagnia petrolifera. Si potrebbe obiettare che basterebbe estrarlo e portarlo dove ci sia già una raffineria, la più vicina è proprio Falconara, ma non è in grado di trattare questo materiale grezzo. Il petrolio abruzzese è una sostanza melmosa, molto difficile da trasportare. L’obiettivo dell’Eni è entrare sul territorio, perché poi è più facile allargarsi, come hanno fatto in Basilicata: credo vogliano fare la stessa cosa in Abruzzo, dove il tratto di costa da Vasto a Teramo è interessato dalla costruzione di questi impianti». Questa storia ha un sapore anacronistico, visto che l’Eni punta molto anche fonti alternative ed energie rinnovabili. «Già. Addirittura ha devoluto circa 50 milioni di dollari al Mit di Boston per sviluppare modelli ultranuovi di pannelli fotovoltaici. Quindi, da un lato fanno questi investimenti, poi da noi in Abruzzo sono ancora fissati con questa idea antica». Ma il centro oli entro quando dovrebbe essere costruito? «Adesso è tutto fermo. Non so quanto ci voglia effettivamente per costruirlo. Per ora c’è una moratoria, in vigore fino al dicembre 2009, che vieta ogni tipo di estrazione e ogni tipo di costruzione di impianti petroliferi sul territorio. Questa legge, che scadeva a dicembre 2008 ed è stata prorogata, è frutto unicamente dell’impegno popolare, perché circa 6mila persone manifestarono all’Aquila. Il governo centrale sta cercando di impugnarla definendola

Palmerino Ricci cittadino

Luciano Monticelli

Angelo Di Matteo

Ho poche informazioni tecniche, ma a livello sociale tutti i luoghi che hanno ospitato questi insediamenti hanno intrapreso una strada senza ritorno, i danni sono irreversibili. La Svezia nel 2012 rinuncerà all’energia fossile, e noi invece rifacciamo la 500 mentre qui intorno tutti vanno con il jet. Arriveremo tutti e due a destinazione, ma noi in un mese e il jet in un’ora. Nel frattempo saremo morti per colpa della chimica. È una battaglia progressista, le tecnologie esistono già. Negli anni ‘60 ci dissero di usare eternit per le costruzioni, poi abbiamo scoperto che era cancerogeno. In questo caso neanche serve scoprirlo.

sindaco di Pineto

presidente Legambiente Abruzzo

Pineto è uno dei comuni interessati dalle autorizzazioni concesse all’Eni per le trivellazioni. La rabbia più grande è che tali autorizzazioni sono state date bypassando le competenze comunali, oltreché per il fatto che le zone interessate sono da anni in attesa di essere messe sotto tutela ambientale, come l’area marina protetta Torre di Cerrano. Non fosse stato per le associazioni ambientaliste che hanno sollevato il polverone, noi amministratori non ne avremmo saputo nulla. E meno male che si parla tanto di federalismo...

No al centro oli per noi significa una sola cosa: uscire dal petrolio. Il futuro è nelle energie rinnovabili, guardare al petrolio oggi significa fare passi indietro. Il meccanismo energetico internazionale è basato esclusivamente sulle fonti fossili, ed è ampiamente dimostrato che avrà vita breve. L’Abruzzo ha tutte le carte in regola per diventare la culla delle nuove tecnologie energetiche, bisogna puntare su quelle.

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Giovina Catia Mattioli comitato spontaneo cittadini di Miglianico Miglianico è sorpresa di non essere stata informata preventivamente di quanto il governo stava scegliendo per i cittadini. È per questo che diciamo no: per essere stati vittime di una mancata informazione sui rischi che si corrono con un impianto del genere, e soprattutto perché finora nessuno del fronte del sì ha esposto argomentazioni convincenti per farci cambiare idea.


non costituzionale: dal momento in cui si dovesse sbloccare, il centro oli potrebbe avviare la costruzione anche il giorno dopo, terminando i lavori entro un anno o due ed entrare in funzione in tempi relativamente brevi». Hai scritto ai candidati presidenti alla Regione. «Costantini si disse contrario; Chiodi prima parlò di una grande occasione di sviluppo ma poi si dovette ricredere. Una volta eletto ha assicurato che il centro oli non si farà. Ma francamente non mi sento sicura, perché malgrado le sue parole ci vuole una legge che imponga una moratoria regionale sulle attività petrolifere per almeno trent’anni, come avviene negli altri paesi, altrimenti sono solo parole». Sei un’idealista romantica. Come sposi questa tua natura con il rigore scientifico che richiede la tua professione? «Una persona, anche di scienza, è fatta di tanti aspetti. Quando mi sono resa conto che si voleva far del male a qualcosa che amo, ho usato tutto ciò che fa parte della mia personalità per difendere la mia terra. In questo sono grata all’America, che per certi versi è un paese bellissimo, dove si respira sempre un clima di ottimismo, dove cresci con la convinzione che se ci credi veramente, tutto è possibile, everything is possible. Con le nostre azioni abbiamo intanto bloccato da due anni la realizzazione di questo ecomostro. Io ci voglio credere, perché se non ci crediamo noi che siamo abruzzesi, chi ci crederà?». Possiamo dire “Yes, we can”? «Qualcosa del genere».

Il mare? Facciamone un parco Dalla regione verde una proposta “blu”: un progetto per tutelare l’Adriatico Proteggere un intero mare, l’Adriatico, dall’invasione delle compagnie petrolifere e dall’industrializzazione incontrollata –così da evitare danni che potrebbero provocare cambiamenti irreparabili– trasformandolo in un parco storico-culturale: una proposta come questa non poteva che provenire dalla terra dei parchi, l’Abruzzo. E precisamente da Gianni Belcaro, medico “illuminato” e fervido sostenitore di molte iniziative ambientaliste, che col suo Sealab Jfk (una barca-laboratorio marino) si è fatto promotore dell’AdriaPark, ovvero del progetto per un parco biologico marino e storico-culturale che includa tutto il mare Adriatico. L’area del parco, secondo il progetto, dovrebbe seguire i confini dell’Adriatico, estendendosi fino a circa 3 chilometri all’interno, sulla costa; oltre a scoraggiare l’industrializzazione, scopo dell’area protetta sarebbe quello di ricreare commerci, contatti e connessioni utilizzando anche tutti gli edifici ed i siti storici legati alla Repubblica di Venezia ed alla sua cultura, che potrebbero idealmente diventare punti di divulgazione e di aggregazione per il parco. «Il progetto è complesso e, in questo momento, allo stato embrionale –spiega Belcaro– ma mi piacerebbe comunque che Venezia, per il suo ruolo culturale predominante e ampiamente riconosciuto diventasse la “capitale”, il fulcro di questo parco e che le attività di avviamento del progetto partissero da Venezia». Per contribuire alla causa e diventare soci fondatori «basta un centesimo», prosegue Belcaro. «Un progetto finanziario è allo studio ma posso garantire che gran parte dei costi non richiede nuovi finanziamenti ma solo uno sforzo di attenzione ed una politica di kaizen, miglioramento continuo, non basato su fondi esterni». Chiaro e limpido. Come il mare.

Dante Caserta Gaetano Basti

Wwf

direttore generale Arta Abruzzo

Il centro oli è la punta dell’iceberg di quanto accade nella nostra regione. Ci sono decine di richieste, in mare e sulla terraferma, per ricerche petrolifere: è in atto una trasformazione e siamo solo all’inizio. Quello che contestiamo è che si stanno compiendo scelte sottotraccia, senza neppure strumenti di pianificazione. L’Abruzzo deve definire un piano energetico-ambientale.

Il centro oli è un danno irreversibile per il territorio, sia dal lato ambientale e sanitario che da quello paesaggistico. I rischi di quest’iniziativa sono enormi, come illustrato dallo studio del Mario Negri Sud. E vogliamo parlare dell’impatto sull’economia? L’intera produzione di olio e di vino sarebbe compromessa. Non c’è altra ragione per approvare quest’installazione se non gli interessi privati. Non possiamo permettere uno scempio simile.

Luigi Tiberio

Andrea Rosario Natale

vice presidente comitato Natura Verde

gruppo mare Wwf Abruzzo

Non si svende un territorio per trenta posti di lavoro, ecco perché diciamo no. Tra venti anni ci troveremo con un centro oli in disuso e una mole enorme di conseguenze ambientali e sanitarie disastrose. Chi ci guadagna è solo l’Eni. L’Abruzzo dovrebbe investire sulle energie rinnovabili, e spendere meglio la sua immagine di regione verde.

Crediamo in un modello di sviluppo rappresentato dalle nostre aree protette, che hanno prodotto un’ altra idea di economia possibile, rispettosa dell’uomo e della sua salute, del patrimonio storico e di tradizioni che l’Abruzzo vanta. Il centro Oli è tornare al passato

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VARIO

Formazione

Come ti disegno l’accoglienza Ultima impresa della Fondazione Pescarabruzzo: un Master in collaborazione col più prestigioso degli istituti di design italiani opo il recupero delle sale cinematografiche pescaresi, dopo la creazione della Maison des Arts e dopo gli innumerevoli interventi degli ultimi anni a sostegno dell’arte e della cultura, la Fondazione Pescarabruzzo ora lancia la sua ultima proposta: un master di alta formazione in Design dell’Accoglienza, mirato alla creazione di professionalità avanzate nel campo del design, in grado di realizzare progetti, strutture e formazione nell’ambito del sistema “accoglienza”. Coordinato dall’Isia di Roma (l’Istituto superiore per le industrie artistiche), considerato tra le migliori scuole di design in Italia, il Master ha aperto i battenti alla fine di gennaio per i quindici studenti ammessi, e si concluderà alla fine del 2009. «Questo non è che l’ultimo tassello di un programma –spiega il presidente Nicola Mattoscio– che la Fondazione Pescarabruzzo sta attuando da alcuni anni, e cioé quello di creare un distretto culturale che sia strumento per lo sviluppo economico del territorio.Il Master appena attivato è la risposta alla crescente

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domanda dei produttori di beni e servizi di operatori specializzati nel campo del design, in grado di contribuire alla valorizzazione culturale e economica del territorio». Il Master vanta un prestigiosissimo corpo docente di acclarata fama internazionale, composto dal direttore, professor Giordano Bruno, dal professor Giulio Angelini, direttore dell’Isia di Roma e dal professor Giuseppe Marinelli De Marco, anche lui parte del prestigioso istituto formativo. L’organizzazione didattica si articola attraverso singoli corsi, laboratori interdisciplinari di “scenario”della complessità e di “design dell’accoglienza“; è previsto un workshop sull’innovazione tipologica del prodotto e del servizio.Per il raggiungimento degli obiettivi formativi è stabilita la presenza di due tutor, che saranno di supporto alla docenza, in particolare nei laboratori. Tutti gli ammessi al Master beneficeranno del contributo della Fondazione Pescarabruzzo, che coprirà la tassa di iscrizione al Master, pari a 2mila euro per ogni iscritto.Il corso si articola in 696 ore

complessive, di cui 192 ore di formazione teorica, 192 di formazione teorico-pratica e 312 di laboratorio.Alla fine del corso gli studenti potranno utilizzare i crediti formativi ottenuti per iscriversi al secondo anno accademico di un corso di laurea specialistica sullo stesso tema che si prevede di attivare a Pescara nell’anno accademico 2009/2010, come preludio alla nascita del quinto Isia in Italia, con sede proprio nella città adriatica.Per il prossimo anno accademico, così, si lavora per attivare i seguenti corsi: il primo anno della triennale ed il biennio della specialistica.«Ciò costituisce –prosegue il presidente Mattoscio– un obiettivo ambizioso e di completamento del sistema abruzzese di alta formazione accademica, perfettamente in linea con le dinamiche moderne più virtuose della regione.Un vivo ringraziamento, pubblico e personale, va all’Onorevole Gianni Letta, che ha incoraggiato e sostenuto sin dall’inizio questa iniziativa, favorendo in particolare i rapporti istituzionali con il Ministero competente guidato dall’onorevole Gelmini». Raffaella Sideri

Il presidente della Fondazione Pescarabruzzo Nicola Mattoscio, il professor Carlo Di Pascasio e gli allievi del master

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VARIO

Economia

Wall Street, Abruzzo Esperti a convegno per indagare le ragioni della crisi finanziaria. E trovare una soluzione per uscire dal tunnel ettete insieme un economista come Marcello De Cecco, un suo pari come Pierluigi Ciocca e un giornalista economico prestigioso come Marco Panara, e avrete un’idea della caratura di un convegno –dall’eloquente titolo “Da Wall Street alla Val Di Sangro”– tenuto recentemente nella sala della Carichieti. Confronto durante il quale i tre personaggi, insieme al direttore generale della banca teatina, Francesco Di Tizio, hanno riflettuto sulle ragioni della crisi mondiale, sulle sue ripercussioni in Italia, sui suoi effetti nella nostra regione e sulle possibili vie d’uscita. Ma perché proprio loro? La risposta è semplice: sono tutti abruzzesi. Pierluigi Ciocca, ex vicedirettore generale di Bankitalia, ha origini pescaresi

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e ha studiato al liceo classico di Chieti; Marcello De Cecco, ordinario di Storia della finanza e della moneta alla Normale di Pisa, è di Lanciano; Marco Panara, giornalista di Repubblica e responsabile del settimanale Affari & Finanza, presente in veste di moderatore, è di Chieti. Davanti a un nutrito parterre (troppo presto i 250 posti di cui dispone la sala si sono rivelati insufficienti a contenere la grande massa di pubblico intervenuto) Ciocca ha spiegato che la crisi finanziaria non è la vera causa di un indebolimento cominciato nel 1992, quando il tasso di crescita si è fermato allo zero. De Cecco, da parte sua, ha replicato puntando il dito contro i vertici della finanza americana, “colpevoli”di aver portato con la loro

avidità e spregiudicatezza il sistema al fallimento. Panara ha invece evidenziato come parte della crisi sia dovuta alla globalizzazione e all’apertura di nuovi mercati come India e Cina. «La ricetta per uscire dalla crisi –ha sostenuto Ciocca– è esorcizzare il rischio di inazione, intervenire sulla pubblica amministrazione e sulle infrastrutture inadeguate, e soprattutto ridare slancio ai sindacati perché non abbiano un atteggiamento morbido e salvaguardino i salari». Francesco Di Tizio ha concluso ammettendo che la crisi è palpabile, ma che comunque il sistema bancario abruzzese è solido, tanto che ha incrementato gli impieghi del 5,2 per cento in più dal 2003 al 2008. A.C.

La gremita sala conferenze della Carichieti. Nelle foto piccole: in alto gli economisti Marcello De Cecco e Pierluigi Ciocca; sotto il direttore della Carichieti Francesco Di Tizio e il giornalista di Repubblica Marco Panara (Ph Michele Camiscia)

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Nella foto: Luca Tosto. Nella pagina a fianco, il corpo cilindrico di un reattore realizzato in una lega di acciaio e cromo (spessore pareti 13cm) mentre viene imbarcato su una nave nel porto di Ortona


Walter Tosto SpA

Dinastia dâ&#x20AC;&#x2122;acciaio

Profilo di una famiglia di imprenditori, forgiata dai sacrifici del fondatore, diventata in pochi anni leader in un settore industriale dove la qualità è tutto. E la concorrenza spietata di Claudio Carella

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i sono aziende che magari saranno nate pure piccoline, ma a furia di pensare in grande sono diventate grandi anche loro. Aziende che, a dispetto di una crisi che divora tutto, inclusa l’esistenza di decine di migliaia di piccoli imprenditori e dei loro dipendenti, riescono a incrementare ordini e fatturato. Riescono perfino ad aumentare l’occupazione, arrivando a “saccheggiare” la concorrenza dei migliori quadri, pur di assicurarsi professionalità all’altezza del compito. In Abruzzo questo modello risponde all’identikit di un’azienda ormai diventata leader nel proprio campo, la Walter Tosto SpA, ex Walter Tosto serbatoi, ovvero Wts. Dall’acronimo al marchio il passo è breve: e, sarà forse per la sigla vagamente ammiccante che ricorda colossi mondiali come il Wtc (World Trade Center) o il Wto (organizzazione mondiale del commercio o, a scelta, del turismo), diventa facile pensare a cose realizzate in grande, in una dimensione di scala che si proietta sul mondo. Che è poi, a ben vedere, il perimetro effettivo entro cui vive l’azienda che ha sede nell’area industriale di Chieti Scalo, divenuta in pochi anni leader nella produzione di serbatoi e contenitori speciali in acciaio. E che guarda a mercati come quello brasiliano, cinese, russo o indiano un po’ come si guarda al giardino dietro casa. Così, conferma Luca Tosto, amministratore delegato e figlio del carismatico fondatore, Walter, il «nostro mercato è il mondo. Ed è anche grazie a questo che la nostra azienda non risente della crisi che investe l’economia. Eppure, fino al ’98 non potevamo competere a livello intenzionale: quando iniziai a lavorare alla rinascita della nostra impresa, cominciai a visitare le aziende dei nostri clienti, e in particolare quelle che facevano “Epc”, Engineering, Procurement e Construction, ovvero progettano e costruiscono chiavi in mano. Parlai col titolare di una di loro, gli dissi che eravamo in grado di costruire quello di cui lui aveva bisogno. Sa cosa mi rispose? Che preferivano comprare i pezzi in Romania, rivolgersi a mercati più economici, ma non in grado di costruire grandi pezzi. Ci sforzammo tantissimo e alla fine individuammo nella zona del porto di Ortona un’area adatta per la costruzione di grandi serbatoi: quelli che facciamo oggi sono enormi, alcuni raggiungono i 90 metri per quasi 900 tonnellate di peso, e vengono trasportati con navi speciali che si chiamano heavylift vessel, ce ne saranno una ventina nel mondo. Addirittura il National Geographic Discovery Channel è venuto a filmare il trasporto di un componente molto grande costruito per una raffineria della Shell in America». Per spiegare il corso della storia, però, è necessario fare un piccolo passo indietro, per l’esattezza alla fine degli anni Cinquanta. A quando il papà di Luca, ovvero Walter, era un ragazzino dall’enorme passione per i motori, inversamente proporzionale all’amore per lo studio: «I miei –racconta il fondatore– pensavano di fare di me un meccanico. Avevo 14 anni, ma nessuno prendeva un apprendista, e così nell’attesa di trovare un’officina fui “parcheggiato” nella bottega di un

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amico di mio padre, che faceva il fabbro. Mi appassionai talmente a quel lavoro che ne tornavo entusiasta ogni sera e con altrettanto entusiasmo vi tornavo ogni mattina. Lasciai poi quell’officina e ne girai molte altre, finché a 20 anni mi misi in proprio: era il 1960. Qualche tempo dopo costruii una calandra, macchina che arrotola le lamiere, firmando cambiali per 10 milioni e mezzo. Spesso mi ritrovai ad avere a che fare con gente che tentava di darmi solenni fregature, e ci riusciva anche. Ma cominciai a muovermi in quell’ambiente, e a produrre macchine più velocemente per non mandare le cambiali in protesto». Quegli esordi così duri hanno finito per temprare il codice genetico di famiglia, e così oggi nella Walter Tosto SpA lavora un’intera dinasty imprenditoriale: in pratica, tutta la famiglia Tosto. Perché al capostipite si sono affiancate, con Luca («Avrei voluto intraprendere la carriera militare dopo il servizio di leva in Marina. Era il periodo della prima guerra del Golfo, ma i miei avevano paura che quella vita mi piacesse troppo…» confessa), anche le figlie Catia e Emanuela. Con la prima a curare la divisione “gas” del gruppo; e l’altra che, oltre a commercializzare apparecchiature, svolge una funzione –diciamo così– politica e di rappresentanza. È infatti lei a occupare la poltrona di presidente nazionale dell’Ucc (Unione costruttori caldareria), costola di quell’Anima (la sigla si chiama così) che è poi la federazione di tutte le aziende metalmeccaniche, e della quale è vice presidente. Un team familiare che Luca descrive come frutto di una precisa linea educativa: «Nostro padre ci ha fatto capire che saremmo entrati in azienda non come figli, ma conquistandoci il rispetto degli altri. Non abbiamo dovuto dare nulla per scontato. Abbiamo dovuto lavorare bene. Capendo ogni sfaccettatura del rapporto con gli altri. Ascoltando le esigenze di tutti. Da ragazzini, ricordo che un mese delle vacanze estive, a seconda dell’età e delle potenzialità di ciascuno, papà ce lo faceva passare in azienda. E questo mese poteva allungarsi o restringersi, a seconda se uno era stato rimandato in qualche materia… Vedevamo poco il mare, ecco. Dieci anni fa la nostra azienda era totalmente diversa, avevamo altri crucci, altre preoccupazioni. I momenti difficili si superano con la passione e l’impegno, e in questo è stato bravo papà, non senza il nostro aiuto di figli che non si sono fatti etichettare come “figli di”Walter Tosto, ma hanno lavorato per essere parte dell’azienda nel modo più puro possibile. Io spesso ho espresso un parere negativo, ma ho sempre mantenuto inalterato il mio rispetto per le scelte di papà, non l’ho mai messo in discussione. Prima di contestarlo mi sono sempre chiesto se potevo vedere le cose da un altro punto di vista, e sono stato bravo io. Se oggi siamo agli inizi di un passaggio generazionale è perché abbiamo avuto entrambi disponibilità nel capirci». Partita dalla produzione di serbatoi in acciaio al carbonio (tradotto: ferro zincato) per l’agricoltura o per carburanti, l’azienda è approdata all’acciaio inossidabile: con una


Luca Tosto col padre Walter, fondatore della Walter Tosto SpA


Qui sopra, un hydro cracking complex destinato a una raffineria di San Pietroburgo. Sotto, uno scambiatore di calore per una centrale elettrica. Nella pagina a fianco, da sinistra, Emanuela e Catia Tosto.

affezionata clientela che spazia dalle distillerie ai vinificatori, fino a lambire pure gli esigentissimi produttori lattierocaseari. «Ogni volta che abbiamo aggredito un mercato –illustra ancora Luca Tosto– col tempo abbiamo avuto sempre voglia di cercare altre sfide. Con la crescita della globalizzazione, alcuni spazi vanno abbandonati, lasciati ad altri. Dunque, una miscela di attenzione agli equilibri e alle dinamiche familiari, ed un occhio sempre vigile gettato sul mercato globale». Un riconoscimento al lavoro della prole che papà Walter sintetizza così: «Oggi la Walter Tosto S.p.A. è un’azienda molto diversa da quella di dieci anni fa, quando eravamo in crisi e avremmo tranquillamente chiuso se non fosse arrivato Luca, che è più bravo di me per molte cose. Oggi lavoriamo con i russi, i tedeschi, i francesi, gli americani. Costruiamo apparecchiature per raffinerie: sono pezzi di una complessità tale che in Italia non abbiamo concorrenti. I nostri competitori sono semmai nei mercati emergenti come Corea, Cina, che possono permettersi una manodopera a costi inferiori. Ma ci sono inferiori quanto a know how». Il prodotto che ne risulta oggi è dunque una creatura al passo con i tempi. Che la estrema complessità della lavorazione

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(«Occorrono circa due anni e mezzo per farne uno, visto che siamo nel campo dei componenti definiti appunto di lunga produzione o critici») adatta alle caratteristiche costruttive attraverso tutti i diversi processi, evidentemente fuori portata per la gran parte dei produttori: «Facciamo componenti che pesano anche mille tonnellate, o raggiungono i 200 millimetri di spessore di parete, e allora devi avere una struttura adatta per costruirli. Ancora non siamo completamente autonomi nei processi di lavorazione, ma presto lo saremo: stiamo per costruire la calandra più grande del mondo, una macchina senza limiti di acciaieria: l’abbiamo progettata talmente potente che le acciaierie non riescono a produrre lamiere in grado di metterla in crisi». Dalla calandra che Walter acquistò per avviare l’azienda al “mostro” in arrivo, però, il passo è lungo come la storia di questa azienda: «In confronto, quella del 1960 era come un cavallo a dondolo paragonato a un purosangue. Ci siamo arrivati respirando sempre la stessa polvere di ferro. Abbiamo sempre investito nelle risorse umane, anche in settori non specifici della costruzione del prodotto di vendita. Volevamo crescere per essere autonomi nel processo produttivo, per concretezza: tutti i nostri impianti, tra l’altro ancora oggi


all’avanguardia nel settore, sono stati completamente costruiti e progettati all’interno». Il valore aggiunto, allora, è nell’attenzione dedicata ai processi formativi: «Abbiamo rapporti con la facoltà di Ingegneria dell’Aquila, agganci con l’ateneo delle Marche, con la facoltà di Economia della d’Annunzio. Abbiamo attivato collaborazioni, stage: persone che hanno fatto stage qui o tesi di laurea su di noi oggi lavorano per noi. E sono tante. Abbiamo poi supportato da qualche tempo i laboratori di fisica nucleare del Gran Sasso, col progetto “Borexino”, realizzato integralmente da noi una decina d’anni fa. E abbiamo attivato ormai da tre anni una modesta ma utile collaborazione con l’Istituto tecnico “Di Marzio” di Pescara». Conclusione: «Oggi competiamo per la capacità di innovare. Perché il cliente, dall’altra parte del mondo, vuole che il suo elemento sia costruito esattamente come ce lo ha chiesto, sennò cercherà qualcun altro più vicino in grado di farlo. Dunque, ci è toccato mettere a punto un sistema gestionale interno che abbraccia tutti gli aspetti della vita aziendale, che rende perfino il cliente partecipe dei processi, gli permette di denunciarne eventuali carenze e limiti». Insomma, un sistema inossidabile: sotto tutti i punti di vista.

I NUMERI DELLA WALTER TOSTO S.P.A. Un portafoglio ordini cresciuti in quattro anni, tra il 2003 e il 2008, di quattro volte. Un incremento del fatturato che ha seguito proporzionalmente lo stesso andamento virtuoso. Si può sintetizzare così l’onda lunga che ha portato la Walter Tosto SpA a diventare in pochi anni un autentico leader internazionale, in grado di competere ad armi pari con le più grandi aziende del mondo. Le cifre ufficiali dell’azienda che ha sede a Chieti Scalo dicono che il fatturato di 35 milioni di euro del 2003, nel giro di pochi anni è stato capace di crescere fino a quota 110 milioni (2008). Un arco di tempo nel quale anche la curva di crescita del portafoglio-ordini si è impennata, passando da 22 milioni di euro a 80, l’80% dei quali frutto dello sbarco in grande stile sui mercati esteri. Anche l’occupazione, nei due presidi in cui il gruppo divide il suo lavoro (lo stabilimento principale di Chieti Scalo e il cantiere che sorge nell’area del porto commerciale di Ortona, “hub” privilegiato di collegamento con i paesi del Medio Oriente) ha subito tra il 2003 e il 2008 una vistosa impennata: una crescita costante che si è tradotta nei 278 addetti del 2003, i 295 del 2004, i 281 del 2005, i 315 del 2006, i 325 del 2007 e i 350 del 2008. Interessante anche il profilo dei dipendenti di casa Walter Tosto SpA: 37 anni di età media, al 95% sono uomini. Sul piano della formazione, infine, a un 8% di laureati si affianca un 36% di diplomati. Lingua ufficiale, infine: inglese e naturalmente... abruzzese.

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Distretto agro-alimentare di qualità della provincia di Teramo

Il gusto di fare squadra rovate a mettere l’abito della festa al pecorino di Atri e al tacchino alla Canzanese. Ai marroni di Valle Castellana. All’olio Petruziano e al Montepulciano d’Abruzzo delle Colline Teramane. Alla capra alla Neretese, al mosto cotto ed alla ventricina di Crognaleto. Provate a prendere filiere note soprattutto al pubblico degli intenditori, ma che già producono reddito e valore aggiunto, mettendo in rete i produttori, sviluppando una efficace politica di marketing e di promozione sui mercati internazionali, e avrete un’idea abbastanza chiara di quella che è la missione di un distretto agro-alimentare. Di quanto - è davvero il caso - stia bollendo in pentola nell’area teramana, dove è in avanzata fase di costruzione il distretto agro-alimentare di qualità, esempio vivente di sistema produttivo integrato locale legato al mondo del food, ai suoi produttori, ai suoi prodotti, ai protagonisti istituzionali. Il progetto, nato da una intuizione dell’ ex assessore regionale all’Agricoltura, Marco Verticelli, è affidato per ora alle “cure”

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paterne della Provincia guidata da Ernino D’Agostino che, in attesa della costituzione definitiva degli organismi consortili, deve farsi carico della complessa gestione dello start-up del distretto, già peraltro a uno stadio avanzatissimo. Parola perciò a D’Agostino: «Abbiamo lanciato una sfida al territorio, e il territorio ha risposto. Ad essere sinceri, perfino oltre le nostre aspettative. Grazie anche ad un’opera di sensibilizzazione che ha cercato di far comprendere agli interessati finalità e vantaggi dell’operazione, abbiamo potuto raccogliere un numero significativo di manifestazioni d’interesse sia da parte delle imprese sia da parte di diversi attori istituzionali, che entreranno tutti a far parte del distretto con l’acquisto delle azioni. La prenotazione, scaduta il 15 gennaio scorso dopo la pubblicazione del relativo avviso, da una prima verifica rivela un ottimo andamento: sono un centinaio i soggetti che a vario titolo ci hanno scritto, confermando il loro impegno o dichiarando per la prima volta la loro intenzione di entrare a far parte del progetto». Il “Daq” è una oggi realtà a tutti gli effetti, visto che il


Prende corpo la rete che vuole unire le ragioni di prodotti e produttori, ed intercettare risorse finanziarie. Il presidente della provincia Ernino D’Agostino: “sfida vinta, le adesioni di enti e imprese superano largamente le aspettative della vigilia”. Ernino D’Agostino, presidente della Provincia di Teramo

Consiglio provinciale ne ha approvato lo statuto: «Da questo momento possiamo cominciare a costruire mattone dopo mattone la struttura, la casa comune che ci consentirà di condividere strategie e progetti. I veri protagonisti dovranno essere gli imprenditori, mentre alle istituzioni spetterà soprattutto il compito di creare i presupposti perché la rete di relazioni, di esperienze, di iniziative possa funzionare nel migliore dei modi, intercettando finanziamenti e risorse per far crescere il comparto agroalimentare in una logica di sistema». I documenti ufficiali - esiste un progetto denso di cifre e riferimenti - affidano al distretto questa missione possibile, che ancora il presidente della Provincia spiega nelle sue linee strategiche attingendo ai testi elaborati: «Vogliamo rendere riconoscibile sui mercati una eccellenza produttiva. Integrare la filiera agro-alimentare. Stimolare la collaborazione tra le industrie di trasformazione e i produttori locali. Sostenere l’agricoltura di qualità con i sistemi di certificazione. Sviluppare la formazione continua degli addetti. Contrattare spazi e condizio-

ni con la grande distribuzione. Agire sulla commercializzazione». Oltre a facilitare, aggiugiamo noi, la cattura di finanziamenti al settore, altrimenti facile preda di lobby più agguerrite e ben più organizzate. Una intuizione che sembra muovere lungo il sentiero giusto, se è vero che alla rete dei distretti industriali italiani (compreso quello teramano) è destinata pure una bella fetta di risorse, 300 milioni di euro, che il ministero della Ricerca potrebbe mettere a disposizione. Il Teramano dell’agro-alimentare potrebbe dunque assaporare gli effetti benefici che l’industria ha già sperimentato in alcune aree italiane, mettendo assieme i produttori di un determinato settore, come ben sa lo stesso presidente della Provincia: «Si tratta di circuiti virtuosi, che hanno trasformato grandi solisti in solide orchestre, insegnato agli imprenditori “a fare squadra”. Esperienze che hanno fatto la fortuna di alcuni dei punti di forza del made in Italy, come gli occhiali nell’area del Bellunese o il tessile a Prato, le calzature nel Fermano o la A.C. ceramica nel Faentino».

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Distretto agro-alimentare di qualità della provincia di Teramo

Il fattore ricerca na spinta decisiva al nascente distretto delle produzioni agro-alimentari di qualità potrebbe venire dalla ricerca. Un campo in cui, sotto il profilo della concentrazione degli organismi di prestigio, il territorio teramano sta al resto d’Abruzzo come – tanto per fare un parallelo – la città dell’Aquila sta alle istituzioni culturali. Perché a Teramo la fliera agro-alimentare può contare sulle uniche facoltà regionali di Agraria o Veterinaria presenti nella regione. E perché, sempre qui, ha sede uno dei più accreditati organismi nazionali nel campo della sicurezza agro-alimentare, l’Istituto zooprofilattico sperimentale per l’Abruzzo e il Molise “G. Caporale”. Insomma, il fattore “R” potrebbe davvero rappresentare la benzina in grado di assicurare una marcia in più al nascente distretto. Qualcuno, come il professore Dino Mastrocola, preside della facoltà di Agraria, ha lavorato fin dall’inizio del percorso: «Con un collega di Veterinaria, su delega del rettore, ho partecipato fin dalla fase di preparazione dell’idea progettuale e della messa a punto dello studio di fattibilità». Chiara la mission che il mondo accademico prevede di ritagliarsi al suo interno: «L’università entra con le sue competenze e la sua funzione

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istituzionale, che è sviluppare ricerca e formazione. E per ricerca intendo soprattutto ricerca applicata alla filiera agro-alimetare, con l’obbiettivo di innovare prodotto e processo». Perché tutto ciò sia meglio farlo in un distretto, Mastrocola lo spiega così: «Con la sua struttura trasversale, il distretto favorisce la capacità di sviluppare ricerca molto più efficacemente di quanto potrebbe mai fare un’azienda da sola. Perché è in grado di intercettare fondi specifici, e quindi di sostenere costi altrimenti insostenibili. Vogliamo valorizzare le produzioni, caratterizzarle, dare loro una buona comunicazione, perché certo oggi non basta più dire che l’olio teramano è il più buono del mondo: bisogna saper spiegare perché». Gli esempi per farsi capire, in campo agro-alimentare, nel Teramano non sono difficili da trovare: «Dobbiamo saper valorizzare anche sotto questo profilo il prodotto locale. Prendiamo l’olio, di cui si parlava prima: quello delle nostre colline possiede virtù anti-ossidanti tre volte superiori a quello toscano, ma occorre saperlo dire. Oppure, facciamo il caso di prodotti con caratteristiche qualitative di alto profilo, ma a rischio estinzione, come la mela piana: se si rimette a coltura, chi la produce deve contare su un bonus aggiuntivo. Devono essere trovati i


Da università e Istituto zooprofilattico un contributo decisivo all’affermazione del progetto. Nel segno dell’eccellenza

Dino Mastrocola, Preside della Facoltà di Agraria dell’Università di Teramo. A destra, Giacomo Migliorati, dell’Istituto Zooprofilattico di Teramo

motivi, anche attraverso un processo di caratterizzazione che leghi l’immagine al territorio, che possa giustificare un maggior costo». Insomma: legare la tipicità ai luoghi, in modo da poter lanciare sul mercato produzioni ad alto valore aggiunto. Una sfida che, sul fronte dei salumi (è il caso di Castel Castagna) da queste parti è già sinonimo di alta qualità: «Se prendi la direzione dell’export verso i paesi arabi – dice Mastrocola - certo non puoi utilizzare carni suine, per evidenti ragioni religiose: però, mentre è possibile individuare un possibile sostituto per la parte magra, più complesso appare immaginare una alternativa alla parte grassa, meno reperibile con altri animali e certo non dalle stesse caratteristiche, di gusto e sapori. Occorrerebbe introdurre perciò alcuni criteri qualitativi che in pochi anni sono riusciti a proporre, ad esempio nel terreno vinicolo, nuove produzioni come Pecorino e Passerina riscontrando grande successo. Cosa che si è verificata perché al vino è stato conferito il valore aggiunto della qualità». Parallela, complementare, per certi versi sovrapponibile all’attività dell’università, nei piani del nascente distretto dovrebbe essere la funzione affidata all’Istituto zooprofilattico per

l’Abruzzo e il Molise “G. Caporale”. Soprattutto in tema di sicurezza alimentare, capitolo delicatissimo della filiera agro-alimentare, perché di certo una delle corde più sensibili quando il consumatore diventa protagonista. Dice Giacomo Migliorati, che è il responsabile del laboratorio degli alimenti dell’Istituto: «Quando si parla di alimenti, noi svolgiamo una importante attività di controllo sulla filiera, sulla tracciabilità. Vogliamo soprattutto importare sistemi innovativi per la gestione di aspetti delicati, come quelli sanitari; ma anche agire attivamente per la riduzione degli eventuali fattori patogeni. L’obbiettivo, insomma, è migliorare il livello igienico, ma anche dare ai prodotti una ulteriore caratterizzazione qualitativa, individuando pure in questo fattori possibili di tipicità». Qualche esempio? «Esistono sistemi diagnostici per individuare la provenienza geografica: è stato fatto per il vino, si può fare anche per latte e olio. Ecco, noi potremmo contribuire proprio a individuare quei fattori di tipicità che possono poi essere inseriti in un processo produttivo, dando ai prodotti caratterizzazione geografica. E possiamo essere preziosi anche nella formazione degli operatori e dei tecnici che interGianfranco D’Eusanio vengono in questo settore».

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Distretto agro-alimentare di qualità della provincia di Teramo

IMPRESE protagoniste l progetto per la costituzione del distretto agro-alimentare di qualità del Teramano partecipa anche la Camera di commercio: snodo fondamentale del sistema delle imprese, l’ente guidato da Giustino Di Carlantonio – imprenditore di lungo corso ed apprezzata guida della Cciaa– è pronto a fare la sua parte per sostenere l’iniziativa. Vario ne ha parlato proprio con il massimo esponente dell'ente camerale. Qual è il ruolo della Camera di commercio all’interno del distretto agroalimentare di qualità? «Contribuire a sviluppare e rafforzare il sistema delle imprese a livello locale e, quindi, a realizzare o supportare gli interventi che abbiano come obiettivo l’allargamento, la qualificazione e la promozione delle imprese del territorio provinciale. L’istituzione del distretto rappresenta una chiara ed innovativa opportunità per tutelare, qualificare e contraddistinguere concretamente lo sviluppo del sistema agroalimentare teramano, attraverso un ampio e efficace coinvolgimento fra gli attori economici e sociali locali sia pubblici che privati. Le funzioni dell’ente camerale all’interno delle attività distrettuali sono molteplici e spaziano dalla sensibilizzazione nei confronti delle imprese sui suoi obbiettivi, all’offerta di servizi reali alle imprese, alle attività di promozione dei prodotti, al sostegno alle attività di ricerca, di formazione delle risorse umane, di individuazione di fonti di finanziamento». Un fenomeno interessante, andato forse al di là delle più rosee aspettative, è stato l'altissimo numero di adesioni. In che modo il distretto può portare vantaggi immediati alle imprese? «L’aspetto innovativo, che caratterizza le fasi costitutive del distretto si rileva proprio nell’alto numero di imprese che hanno da subito aderito al progetto, condividendone le finalità e le strategie operative. La forza di questa iniziativa, che la Provincia di Teramo ha fortemente sostenuto, risiede proprio nella spinta che è venuta dal basso, principalmente dalle stes-

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Giustino Di Carlantonio, Presidente della Camera di Commercio di Teramo

se imprese e dalle loro associazioni di categoria. È fuori di dubbio che l’istituzione del distretto potrà portare vantaggi diretti alle imprese in termini di sostegno all’innovazione, alla ricerca, alla valorizzazione dei prodotti attraverso la promozione di un marchio di qualità. Ed inoltre potrà favorire l’allargamento dei mercati di riferimento delle imprese e la fruizione da parte delle imprese di servizi reali consortili». Quali saranno i benefici successivi per l'intera economia territoriale? «L’impatto del distretto sull’economia teramana si sostanzierà innanzitutto in termini economici, nell’incremento del valore della produzione e dei livelli occupazionali. Inoltre benefici verranno dal rafforzamento dell’intera filiera agroalimentare, dal consolidamento delle relazioni con gli altri attori locali pubblici e privati, dal miglioramento delle condizioni ambientali con l’implementazione su scale distrettuale di modelli certificabili di gestione ambientale integrata fra i diversi settori produttivi». Il distretto è una risposta istituzionale per fronteggiare una crisi che investe anche l'agroalimentare. Ma può essere l'unica? O ci sono altre strade percorribili? «Si tratta di uno strumento fondamentale per rispondere adeguatamente alla fase di difficoltà che interessa il sistema agroalimentare locale. Puntare su elementi competitivi vincenti quali la qualità delle produzioni ed il legame con il territorio, sul miglioramento delle condizioni ambientali, sul consolidamento strutturale delle piccole e medie imprese e sull’allargamento dei mercati, può rappresentare un’efficace risposta alla grave crisi che è in atto. Altre misure, indispensabili per innalzare la competitività del settore in questo difficile momento congiunturale, dovrebbero essere finalizzate a migliorare le condizioni di accesso al credito delle imprese e la possibilità di usufruire delle risorse messe a disposizione S.C. dall’Unione europea».


il sapore dei numeri All’atto di nascita del distretto, il fronte delle adesione alla nuova struttura, che ha individuato cinque diversi settori vitivinicolo, oleario, zootecnico, ittico e ortofrutticolo - era già piuttosto imponente: 18 imprese di grandi dimensioni (tra cui alcune corazzate del settore come Quartiglia, Industrie Rolli, Leafit Saila, Adriaoli, Gelco, Aiprol, O’Haora), 21 comuni (compresi tra il capoluogo,, centri importanti della costa come Giulianova, Roseto, Pineto, Silvi, Alba Adriatica e Martinsicuro, ma anche comuni “Lilliput” come Ancarano e Torano Nuovo), istituzioni del calibro dell’università, dell’Istituto zooprofilattico, dell’Asl e della Camera di commercio, ben 18 (numero che evidentemente porta fortuna da queste parti) associazioni in rappresentanza della varia umanità imprenditoriale che il ricco territorio teramano esprime. A descrivere le potenzialità della nuova struttura sono insomma le cifre della filiera: secondo i dati elaborati dal prestigioso istituto di ricerca Tagliacarne, nel Teramano l’agro-alimentare crea (si tratta di stime del 2005) un valore aggiunto pari a 162 milioni di euro, che vale il 3,1% dell’intera economia locale; l’industria agro-alimentare 290 milioni di euro (5,5%); la pesca, che pure concorrerà a definire la sfera d’interessi del distretto, 17,38 milioni di euro. Mentre, complessivamente, le imprese agro-alimentari sono poco meno di 8mila (per un 21, 83% sul totale delle imprese registrate nei diversi settori), e gli occupa-

ti ammontano a poco meno di 10mila. Per finire, il contributo dato all’export è tutt’altro che disprezzabile: quasi il 10% dell’intero valore provinciale. Piuttosto fornita è poi anche la batteria di “armi di persuasione di massa”, munite di regolare certificazione, che la filiera agroalimentare teramana mette in campo nel perimetro del distretto, forte tra l’altro di ben 74 prodotti tradizionali del territorio, secondo il censimento condotto dall’Arssa, l’Agenzia regionale di servizi allo sviluppo agricolo. Numeri cui vanno sommati i riconoscimenti assegnati, attraverso le varie certificazioni ufficiali, a olio e vino soprattutto: ecco così la “Dop” (denominazione di origine protetta) delle olive ascolane del Piceno e dell’olio pretuziano delle Colline teramane (ma ci sono pure i salamini italiana alla cacciatora), l’”Igp”(Indicazione geografica tipica) del vitellone bianco dell’Appennino centrale; il mix di “Docg”,“Doc”, e “Igp”(Denominazione di origine controllata e garantita e Indicazione geografica tipica) che la filiera viti-vinicola vanta con i suoi “Montepulciano delle Colline teramane”, “Controguerra” e con le sottozone del Montepulciano d’Abruzzo “Terre di Casauria” e “Terre dei Vestini”, con il “Trebbiano d’Abruzzo” e con i “Colli Aprutini”. Quanto basta perché, metaforicamente parlando, alla tavola del distretto ci si possa adesso accomodare.

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Distretto agro-alimentare di qualità della provincia di Teramo

Le aziende partecipanti Consorzio Sviluppo Industriale

Sochil Chimica Srl

Agritec Srl

Il Paniere Srl

Via Gammarana 8, Teramo

Mosciano - Tel. 085807188 Detersivi, detergenti e disinfettanti

Teramo - Tel. 0861327457 Allevamento animali

S. Nicolò a Tordino Tel. 0861212220 Produzione e vendita alimenti

Gelco Srl

Metron Srl

Cooperativa Il Volo

Castelnuovo Vomano Tel. 086157223 Prodotti alimentari dolciari

S.Omero - Tel. 0858089025 Organizzazione gestione aziendale e sviluppo sistemi di qualità

Giulianova - Tel. 0858007517 Gestione aziende diverse

Banca Tercas

Società Agricola Collebello

Gioie di Fattoria Srl Torano Nuovo - Tel.0861851873 Prodotti biologici alimentari

Cimar Srl Teramo - Istituto di credito

Giulianova - Tel. 0858004957 Commercio prodotti ittici

Consorzio del Tacchino alla Canzanese

Alpha Dermo Line Srl

Canzano - Tel. 0861555569 Consorzio per la tutela del Tacchino alla Canzanese

Tortoreto - Attività agricola

Piccioni Carni Snc Mosciano - Tel. 0858061097 Vendita carni macellate

Astra Studio Chimico Associato Teramo - Tel. 0861413103 Società di servizi

Centro Carni Val Tordino Mosciano - Tel. 0861711893 Macellazione carni

Azienda Agricola De Santis Gabriele Martinsicuro - Tel. 0861796565 Attività agricola

I Tesori Del Vomano Castellalto-Canzano Promozione prodotti tipici

Confindustria Teramo Teramo - Tel. 0861232417 Associazione no profit

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Oleificio Matalucci Spinosi Vincenzo & C Snc Martinsicuro - Tel. 3351400473 Pesca e commercio prodotti ittici

Italsur Srl Notaresco - Tel. 085898733 Prodotti alimentari surgelati

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Bellante - Tel. 0861230034 Colture miste

Pineto - Tel. 0858709060 Certificazioni di qualità

Certi Euro Srl Pescara - Tel. 0854312170 Verifica certificazione sistemi gestione aziendale

Prontogel Srl Colleranesco - Prodotti alimentari

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Martinsicuro - Tel. 3292031790 Sapone e detergenti per il corpo

Pineto - Tel. 0859462129 Produzione olio di oliva

Società Foods Import Flli Monti Spa Corropoli - Tel. 0861839048 Lavorazione e refrigerazione del pesce, prodotti agricoli e alimenti

Agriservice

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Bellante - Tel. 0861230034 Consorzio settore agricolo

Basciano - Tel. 0861650165 Carni suine

Pap Srl

M&B SNC di Marco di Marcantonio & C

Teramo - Tel. 0861587645 Produzione alimentari

Giulianova - Tel. 0858005032 Commercio prodotti alimentari


Ditta Ferroni Doralice

Impresa agricola Bozolo Cesare

S.Nicolò a Tordino Coltivazioni ed allevamento

Mosciano - Tel. 0858061710 Attività agricola, agriturismo

Associazione Arco Abruzzo

Ditta Individuale Marsili Stefano

Pescara - Tel. 08528212 Associazione tutela consumatori

Martinsicuro - Tel. 3487402860 Coltivazioni e allevamento

Società Agricola Rapone

Soc. Coop. Casa Vinicola Montonica

Castelnuovo Vomano Tel. 086157374 Coltivazioni e allevamento

Consorzio tutela del montepulciano d’abruzzo “colline teramane” Mosciano - Tel. 085/8072853

Industria Rolli Alimentari Roseto Degli Abruzzi Tel. 085/220611

Quartiglia Spa Abruzzo Pesca-Turismo

Roseto Degli Abruzzi

Tortoreto - Tel. 0861786484

D. Lazzaroni & C. S.P.A.

Centro Fieristico Del Mobile Consorzio Enti Locali

Bisenti - Tel. 3333904974 Coltivazioni e allevamento

Isola Del Gran Sasso Tel. 086197701

Mosciano S. Angelo Tel. 0858072853

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Copagri Agricoltori

Oleificio Chiodi &C Tortoreto - Tel. 086156800 Produzione olio d’oliva

Morro D’Oro – Tel. 085/895141 Molitura di olive

Teramo - Tel 0861/329440

Azienda Agricola Di Giacinto Luca

Societa’ Agrinatura Di Ceci Antonio E C.

Castelnuovo Vomano Tel. 086157528 Coltivazioni e allevamento

Contr. S. Arcangelo Tel.0861245445 Coltivazioni e allevamento

Agricola San Giovanni

Vallese Mirco

Roseto - Tel. 0858709246 Attività agricole

Masseria Erasmi

Roseto degli Abruzzi Coltivazioni e allevamento

Lefa Italia - Saila Soc.Cooperativa Produttori Olicoli “Aiprol”

Silvi Marina Industria dolciaria

Colonnella - Tel. 0861710854

Regal service Pineto - Pastificio artigianale

Cimar S.R.L. Giulianova - Tel. 0858004957

Adriaoli Srl

Società Crudi d’Italia Spa

Mosciano S.Angelo Oli alimentari e frantoi

Colledara - Tel. 086169781

Chinookfish Srl Api teramo Teramo - Tel. 0861/212226

Pineto - Tel. 0859492854 Adiconsum Teramo - Tel. 0861/449221

Nereto - Tel 0861808096

Societa’ Nuova Toria Srl

Civitella del Tronto Pesce conservato

Teramo - Tel. 086120751

Gruppo Amadori

O’Hara Srl

S. Vittore Di Cesena (FC) Tel. 0547/343943

Villa Vomano Caseificio

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CafĂŠ Les Paillotes a Pescara

Lo staff del ristorante con al centro lo chef Antonio Strammiello e Andrea Zana, food & beverage manager

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Alta cucina, staff internazionale, nel locale pensato per la sua cittĂ  dal re della pasta Filippo De Cecco

Atmosfera esotica, gusto mediterraneo di Roberto Mingardi foto Claudio Carella

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e le vie del Signore (si dice) sono infinite, non meno articolati e curiosi sono i percorsi del gusto e della gola. Quello che vi vogliamo raccontare oggi parte dalle Mauritius e approda a Pescara, passando per la Germania e Brescia. Dalle suggestioni esotiche dell’atollo dell’Oceano Indiano nacque infatti sei anni fa l’idea del re della pasta Filippo Antonio De Cecco di creare sul lungomare di Pescara un nuovo stabilimento-ristorante. E le citazioni di stili e atmosfere orientaleggianti sono esplicite negli arredi. Dalla cittadina tedesca di Dachau, dove è nato casualmente, proviene lo chef Antonio Strammiello, cui si affianca dalle terre di Franciacorta il manager Andrea Zana che dirige questa piccola holding della ristorazione, cioè Les Paillotes. Strammiello, a parte i natali tedeschi, è di Muro Lucano; dopo le immancabili scuole alberghiere e qualche esperienza di buon livello a Firenze, ha frequentato maestri importanti, Alain Ducasse in Francia e il pluristellato Heinz Beck alla Pergola di Roma, prima di arrivare qui a Pescara. Dal maestro tedesco ha imparato una cosa soprattutto: la presenza costante in cucina ad assaggiare tutto ciò che esce dai fornelli e va in sala. Andrea Zana, nato a Brescia, studi in economia del turismo, vanta esperienze professionali varie prima a Cortina all’Hotel Cristallo, poi nella catena Hyatt a Milano, in Francia e a Zurigo. A Pescara, par di capire, li ha attratti un progetto ispirato alla qualità totale, pur con proposte gastronomiche diversificate, raffinate nel ristorante-gourmet Les Paillotes, più informali nel ristorante pizzeria Il Granchio, cui si aggiungono d’estate il grill e il sushi-bar sulla spiaggia. Come collocarli in un prevedibile gioco di squadra –azzardo all’esordio dell’intervista– se non regista e centravanti? «No –risponde Zana– penso che lo chef sia fondamentale nell’espressione di un posto, perché se non si mangia bene non ci si va. Può anche essere bellissimo ma… certo poi bisogna costruirci attorno tutta una serie di cose e penso che questo sia il mio compito, soprattutto mantenere un livello di qualità costante senza sbalzi e altalene». Già, la qualità che torna come leit motiv, e che diventa rigore professionale nel riflettere su se stessi. «Non mi definirei un artista –dice Strammiello– perché lui lavora quando scatta l’ispirazione, noi dobbiamo lavorare sempre con la stessa costanza e lo stesso livello. Più giusto dire un artigiano che ha a che fare con i materiali, nel nostro caso le materie prime che cambiano però ogni giorno». Anche qui, ma ormai è una costante inevitabile nei sempre più numerosi ristoranti che vogliono lavorare ad un certo livello, la scelta dei prodotti di base è fondamentale: pesce fresco del giorno, verdure di stagione, niente prodotti in scatola, pane fatto in proprio nel forno a legna, ma anche carne di allevamenti locali di cui si conosce il percorso e l’origine. Il tutto ovviamente sotto la

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supervisione dello chef e di qualche stretto, fidato collaboratore. Da tutto ciò che cucina nasce? «Mediterranea rivisitata» dichiara Strammiello. «Non ci piace andare troppo lontano con l’innovazione, facciamo anche i classici come la chitarrina alle paparazze, la frittura o il brodetto alla vastese». «Pescara è un mercato difficile per l’innovazione –aggiunge Zana– sicuramente non ama troppo le divagazioni; bisogna trovare un giusto compromesso e non dimenticare che siamo in una regione di cucina verace, tradizionale. Non ci debbono essere troppi fronzoli, ma piatti di giusto carattere e consistenza». Di certo sono le doti che fanno del loro sformato di zite il piattosimbolo del ristorante, da tre anni punto forte di una pur ampia carta: tre piani di pasta farciti di scampi dell’Adriatico, calamari, e fiori di zucca che ricordano il fresco dell’orto. «A me piace molto preparare i primi, le paste –confessa lo chef– anche se non mi posso limitare a questo, sarebbe da dilettante dire “preferisco fare”questo o quello. Noi dobbiamo fare sempre tutto nel miglior modo possibile. Certo –aggiunge ridendo e alludendo al blasone del titolare– sulla pasta proprio non possiamo sbagliare…». Ma quando i ruoli si ribaltano e si diventa commensali cosa si cerca nel ristorante? «Io sono per una cucina che si sappia riconoscere –dice Strammiello– troppa aria, troppe schiume, troppe creme non vanno bene, a volte troppe cose complicano il piatto e lo rendono disordinato. Poi mi piace fare un’esperienza a tutto campo, posti dove si cura tutto, dall’accoglienza al bagno al servizio sino alla pietanza vera e propria». «Come cliente sono molto esigente –dice Zana– molto attento alle cotture di primi e carne, basta poco per convincermi a non rimettere piede in un locale. Certo un ricordo particolare ce l’ho: quel vitello marinato allo yogurt che ho mangiato da Beck a Roma… dopo 10 portate del menu degustazione ne avrei mangiata un’altra porzione, tanto era buono». E forse trovarsi ogni tanto nel ruolo del cliente aiuta anche a migliorare il proprio lavoro, a capire meglio cosa fare per fornire la massima soddisfazione a chi si siede a tavola. E così come in una squadra in cui tutti, pur nella distinzione dei ruoli, lavorano per uno stesso obiettivo, chef e manager applicano al concetto di ristorazione quell’idea di “convergenze parallele”che decenni fa il pensatore barese Aldo Moro escogitò per definire i percorsi politici di Dc e Pci. «Io vedo il nostro locale come una grande casa in cui ospitare e soddisfare il cliente -dice Zana- e oggi bisogna offrirgli un servizio totale perché è sempre più esigente: dobbiamo farlo


sentire protagonista, diciamo che il cliente ha sempre ragione anche quando sbaglia e magari chiede una cosa poco ortodossa, che va contro alcune regole basilari della cucina, come una “fiorentina”ben cotta… E del resto da un cliente sempre più esperto, che legge riviste specializzate o segue corsi di cucina, chi lavora al meglio non ha nulla da temere, anzi vede apprezzato il proprio lavoro mentre tavolta il cliente superficiale può non gradire alcune scelte di lavorazione (magari un pesce appositamente poco cotto) perché non le capisce». «Ma anche lo chef –interviene Strammiello– è cambiato non è più solo quello che sta in cucina, si informa, studia, è consapevole di ciò che fa anche tecnicamente (tecnica e tecnologia sono importanti perché consentono di fare oggi senza sprechi e ottime riuscite ciò che era impossibile 10 anni fa) e lo sa comunicare. Poi magari qualcuno di noi diventa troppo show man e si lascia sedurre dalla ribalta, e lì bisogna ritrovare il giusto equilibrio perché se stai troppo lontano dai fornelli rischi di trascurare il lavoro vero». Antonio e Andrea guardano con attenzione, ma, pare, senza dipendenze eccessive, ai voti e alle recensioni della critica specializzata. Le guide orientano il turista e quindi servono, così possono essere buon metro di riferimento quando giudicano con parametri rigorosi e in qualche modo scientifici il lavoro del ristoratore. Poi ovviamente davanti al piatto scatta la soggettività del palato e allora sovrano diventa sempre e comunque il giudizio finale del cliente, cui entrambi si rimettono rispettosamente. A Les Paillotes, per conquistare ancora di più il cliente e creare un rapporto che non sia solo commerciale, si organizzano corsi

di cucina (l’ultima volta in cattedra c’era addirittura Heinz Beck) che servono anche a chi mangia a capire meglio l’impegno e lo sforzo di chi ti ha preparato quel piatto. Insomma il percorso dei sensi passa anche attraverso la mente, lo studio, l’aggiornamento, quello che Andrea e Antonio praticano quasi costantemente: «Se dovessimo dare un consiglio a chi vuole intraprendere questo mestiere –dicono– consiglieremmo di fare più esperienze possibili e le più formative senza perdere tempo. Solo così si può capitare nei posti giusti, dove l’incontro con il maestro ti da lo stimolo a continuare e ti evita invece il rischio di abbandonare tutto. Spesso la passione per questo lavoro non scatta improvvisamente come una “chiamata”, ma cresce poco a poco frequentando ambienti e persone che ti aiutano a capire che quella per te è la strada da seguire e ti forniscono le basi necessarie per percorrerla». Ma anche per loro dietro lo studio e l’aggiornamento professionale c’è una passione di fondo e la capacità di trovare ogni giorno nuovi stimoli. E anche qualche sogno ambizioso perché se proprio si deve volare tanto vale volare alto. In questo senso Andrea non pecca di falsa modestia: «Vorrei che diventassimo un punto di riferimento per la città e la regione. Quando siamo nati nel 2003 all’inizio abbiamo cercato un po’la nostra strada, ora che l’abbiamo trovata sappiamo cosa vogliamo fare da grandi: con il tempo dobbiamo diventare quasi… un’istituzione… direi». Heinz Beck, chef del ristorante La Pergola di Roma con Antonio Strammiello, chef del Café Les Paillotes durante lo stage riservato ai clienti del ristorante pescarese. In alto, alcuni piatti preparati dallo chef del Café Les Paillotes Antonio Strammiello.

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5stelle/ Vini

Brindisi di gruppo Nelle parole di Sebastiano Porello, presidente del Consorzio tutela vini d’Abruzzo, la ricetta per affrontare i nuovi mercati testo e foto Mimmo Lusito

na DOCG (il Montepulciano d’Abruzzo Colline teramane), quattro DOC (Montepulciano d’Abruzzo con le sue sottozone di cui due già riconosciute –Casauria e Terre dei Vestini– e tre in corso di riconoscimento: Alto Tirino, Valle Peligna e Teate; Trebbiano d’Abruzzo, il cui disciplinare è in corso di revisione e prevede anche due nuove tipologie “superiore” e “riserva”; il Controguerra e Tullum o Terre Tollesi), nonché nuove DOC in arrivo quali: Abruzzo o d’Abruzzo (che tutelerà i vitigni autoctoni regionali quali Pecorino, Passerina, Montonico e Cococciola), Cerasuolo d’Abruzzo, Villamagna, Ortona; infine una decina di IGT recentemente revisionate ed aggiornate. In più, due Doc comunali: Tullum (o Terre tollesi, già riconosciuta) e Villamagna, in corso di approvazione. Una produzione vitivinicola da 2.146.465 ettolitri (dati Istat 2007). Insomma, l’Abruzzo ha sicuramente i numeri per fare del vino il suo prodotto più rappresentativo, ma può bastare a sconfiggere i venti di crisi che ormai soffiano anche sul settore agroalimentare? Lo abbiamo chiesto a Sebastiano Porello, presidente del Consorzio Tutela Vini d’Abruzzo nonché presidente delle cantine Citra. Qual è lo stato di salute del “vitigno Abruzzo”? «In un momento di difficoltà globale come quello che stiamo vivendo, il settore vitivinicolo si trova davanti alla necessità di prendere decisioni strategiche. Il Consorzio di tutela ha in preparazione uno studio per approfondire questa tematica, con lo scopo di sollecitare una politica di alleanze e una crescita della managerialità nell’intero settore della cooperazione. Solo con questi strumenti si potrà dare nuovo impulso al settore». Che intende per politiche delle alleanze? «A livello nazionale e internazionale si stanno formando forti aggregazioni, anche di carattere cooperativo, allo scopo di accrescere le capacità organizzative e finanziarie necessarie per aggredire i mercati. Noi non possiamo pensare di raggiungere in breve tempo questi risultati ma è necessario agire in tal senso per ottenere visibilità sui mercati internazionali e per

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essere più competitivi». Chi deve farsi promotore di quest’iniziativa? I privati o le istituzioni? «Lo studio da noi commissionato ha lo scopo di suggerire interventi da porre in atto per cercare di raggiungere quest’obiettivo. È chiaro che è difficile che la singola cooperativa possa entrare in questa dimensione senza un giusto supporto manageriale. Per avere risorse economiche dobbiamo aggregare più cooperative, cosa già avvenuta in tutta l’Italia settentrionale dove cantine sociali di già grandi dimensioni si sono fuse con altre realtà, dando luogo a veri e propri colossi cooperativi. In Abruzzo bisogna entrare nella mentalità che le vecchie divisioni non hanno più senso, è l’unione che fa la forza». Il settore vitivinicolo è il più indicato, fra quelli abruzzesi, per “fare sistema”? «Sì, per quantità e qualità, ed è il nostro grande punto di forza: l’80% della produzione è gestito dal sistema cooperativistico, per cui circa 35-40 soggetti governano questo sistema; se queste persone mettessero a fuoco questo punto potrebbero prendere decisioni strategiche, fornire risposte in tempi brevi e fare la differenza. Se non si comprende fino in fondo questo passaggio potremmo anche essere travolti da un processo ineluttabile che si sta verificando a livello globale». E potrebbe anche fare da traino all’intera economia agroalimentare? «Ha certamente i numeri per diventare punto di riferimento anche per altri settori di più modeste dimensioni e che hanno meno capacità di inserirsi in un simile processo. E c’è da dire un’altra cosa: con la riforma dell’Organizzazione Comune di Mercato (OCM) la Comunità Europea ha progressivamente ridotto i suoi interventi di sostegno diretto alla produzione; in alternativa c’è una serie ingente di risorse messe a disposizione per la promozione, un elemento sul quale abbiamo speso molto poco negli anni passati. Quindi saremo chiamati anche a quest’inversione di tendenza, che è concettuale ma anche di


impegno: il 50% delle risorse verrà messo a disposizione dall’Unione Europea mentre il restante 50% sarà a carico dei produttori. Aggregare il mondo della produzione diventa, pertanto, un obiettivo strategico al fine di reperire le risorse necessarie per organizzare e realizzare operazioni di ampio respiro». Qual è l’offerta al consumatore? «La produzione abruzzese ha un’arma vincente, ovvero il rapporto qualità-prezzo; però siamo poco conosciuti. Dobbiamo fare lo sforzo di immaginarci in mercati in cui l’approccio al mondo del vino è relativamente recente. Il consumo pro capite del vino sta subendo una vistosa flessione nei paesi tradizionalmente consumatori, ma cresce nei nuovi mercati. Solo che per chi non è molto esperto è più facile richiedere vini blasonati e più conosciuti piuttosto che avvicinarsi a prodotti meno noti, anche se qualitativamente alla pari con gli altri. Bisogna quindi farsi conoscere, avere il coraggio di investire nella promozione o rischiamo di non fare la nostra parte». E i consumatori come percepiscono il nostro prodotto? «Nelle rassegne e nei concorsi –e anche nel mercato– all’Abruzzo viene riconosciuta una crescita qualitativa; ma non basta, bisogna promuovere anche il territorio. La scommessa è questa: creare un appeal per il nome Abruzzo. Per far questo bisogna lavorare in sinergia con le istituzioni, cercare di far confluire tutte le risorse verso un obiettivo comune, e far sedimentare nei consumatori il legame con l’Abruzzo. Per farlo abbiamo le risorse messe a disposizione dal Piano di sviluppo rurale, fondi riservati proprio ai consorzi. Nell’ambito di questa promozione si potranno inserire quelle delle singole aziende, ma è importante promuovere le Doc, che sono patrimonio comune, e questo si può fare solo attraverso un consorzio. Secondo lei bisogna puntare più al mercato nazionale o a quello internazionale? Nella distribuzione moderna il Montepulciano d’Abruzzo è tra

Nella foto in alto al centro: Sebastiano Porello, presidente del Consorzio tutela vini d’Abruzzo

i più venduti a livello nazionale. Ma oggi credo che nessuna regione produttiva possa fare a meno del confronto con l’estero. Del resto, i maggiori competitors emergenti li troviamo nella prima fascia, quella del consumatore di nuova generazione, ed è lì che il nostro prodotto, com’è provato, riesce a sfondare. Possiamo essere competitivi, non c’è dubbio. E a mercati nuovi come quello statunitense non si può rinunciare. In questo senso le comunità abruzzesi possono essere un punto di forza? Sicuramente, anche se finora poco utilizzate. Quel che dovrebbero fare le comunità è non tanto promuovere il vino, quanto tutto lo stile enogastronomico nel suo complesso, cosa che altre regioni fanno da tempo. Se si conosce un territorio e le sue abitudini, se si è certi di ciò che quel territorio veicola –in termini di qualità del prodotto, di sicurezza alimentare– il prodotto si vende più facilmente. Far conoscere l’Abruzzo significa automaticamente creare un canale preferenziale per i suoi prodotti.

I PREMIATI VINITALY 11 medaglie all’Abruzzo, ovvero quattro in più rispetto allo scorso anno: questo il bilancio della 43esima edizione di Vinitaly. La parte del leone la fa Cantina Tollo con due Gran Medaglie d’Oro: una per Aldiano, Montepulciano d’Abruzzo doc 2007 e una per Cuore Cerasuolo d’Abruzzo; una Gran Medaglia d’oro va anche al Montepulciano d’Abruzzo doc “Negus” 2003 dell’Az. Agr. La Cascina del Colle; 2 medaglie d’oro sono andate a: Montepulciano d’Abruzzo Tatone 2006 (Terra d’Aligi) e Montepulciano d’Abruzzo Cerasuolo “Casale di San Biase” (Vitivinicola Del Casale Sergio) ; 3 medaglie d’argento a: Montepulciano d’Abruzzo doc “Nero dei Due Mori” 2006 (Anfra), Montepulciano d’Abruzzo Negus 2001 (La Cascina del Colle) e Montepulciano d’Abruzzo Cerasuolo Valle d’Oro (Cantina Tollo). Medaglie di Bronzo a: Terre di Chieti Rosato Maglia Rosa (Cantine Spinelli), Montepulciano d’Abruzzo Cerasuolo Mallorio della Vinicola Orsogna e Chardonnay IGT Colline pescaresi “Punta di colle” di Marramiero. Le Gran Menzioni sono state 73. «Questi risultati –commenta l’assessore regionale alle Politiche agricole Mauro Febbo– sono la conferma che la nostra regione ha puntato sulla qualità. Il Montepulciano oggi non teme la concorrenza dei vini blasonati, anzi molto spesso li ha superati».


VARIO

Iniziative

L’isola del mangiar sano “Non mi piace, non mi va!”: grazie al libro realizzato da una scuola materna di Pianella, L’isola che c’è, ecco uno strumento utile per capire cosa mangiano i bimbi. Realizzato con l’apporto di una grande azienda alimentare Testo e foto Mimmo Lusito

certamente capitato a chiunque di sentire un bambino dire “Non mi piace, non mi va” davanti a un piatto di verdure. E infatti le statistiche indicano che tra gli alimenti preferiti dai bambini i cibi genuini e sani sono agli ultimi posti nella graduatoria, mentre al contrario merendine e dolciumi occupano i gradini più alti del podio. Non solo: molti bambini tra i tre e i dieci anni di età non conoscono i piatti della tradizione locale. Colpa del fast food o del fast living, della vita frenetica che spesso porta intere famiglie a consumare pasti veloci senza porre troppa attenzione alla dieta. A riequilibrare le cose e a informare gli interessati ci prova il libro allegato a questo numero di Vario:“Non mi piace, non mi va!””, realizzato dalla scuola privata paritaria “L’isola che c’è” di Pianella, diretta da Stefania Peduzzi, che fa capo all’associazione BluDreams di cui la stessa Peduzzi è presidente. «Il libro – spiega la

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direttrice, titolare anche del pastificio Rustichella d’Abruzzo– è nato da un progetto annuale svolto nel 2007 ed è stato un modo per avvicinare i bambini a una corretta alimentazione. Il fatto è che spesso le mamme mi chiedono se i loro figli a scuola mangiano: quando io dico di sì, loro si meravigliano perché a casa, invece, faticano assai a farli mangiare. Nel corso del progetto abbiamo fatto sì che i bimbi familiarizzassero con gli alimenti e che scoprissero il gusto dei cibi genuini». Un vero e proprio progetto di educazione alimentare, portato avanti con passione e dedizione da tutto il corpo insegnante. «Ho portato nella mensa della scuola non solo alcuni dei prodotti Rustichella –biologici e non– ma anche il bagaglio di cultura culinaria dell’Abruzzo rurale, allo scopo di rendere quello della mensa un momento gradevole, anche per avvicinare il bambino a quelle pietanze che di solito rifiuta,


come appunto le verdure. Da quest’esperienza è nato il progetto e infine il libro. È nato a fini didattici, ma poi ha superato i suoi stessi limiti e ha affrontato altri argomenti, come il territorio, la tradizione, le nostre radici». Il volume si apre con una sezione informativa sul progetto, per poi passare alla descrizione dell’esperienza collettiva dei bambini e della realizzazione dei piatti; per chiudere, una serie di ricette utilizzate a scuola, come il “Riso con i raggi di sole” (allo zafferano) o la zuppa di farro, con la descrizione dei prodotti impiegati per la loro preparazione. «È un libro che nasce da una reale esperienza di vita. Alla fine del volume abbiamo voluto inserire anche delle filastrocche che aiutano i genitori a far mangiare i loro figli. È diretto non solo alle famiglie dei nostri alunni ma a tutti quelli che desiderano far conoscere ai propri bambini i principi di una corretta alimentazione improntata alla tradizione locale».

“Non mi piace non mi và!” Le ricette più amate dai bambini Scuola privata paritaria “L’isola che c’è” di Pianella - PP 96

Nelle foto grande i bambini con le insegnanti della scuola materna paritaria L’isola che c’è di Pianella. Qui sopra il volume. Per info: Sc.Materna Paritaria "L'Isola che c’è" Via Aldo Moro 91/93 Pianella PE tel/fax 085 9727172

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La nuova area espositiva che amplierà il Porto Turistico “Marina di Pescara” e recupererà una parte delle aree Ex-Cofa Un progetto affascinante e funzionale che sarà ultimato a breve e che, con molta probabilità, costituirà la sede del Villaggio Mediterraneo dei Giochi del Mediterraneo 2009

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ANGELUCCI Lanciano è l’antica città delle fiere, ricca di storia e di tradizioni; viene ricordata anche per essere la città dove, tra il 730 e il 750 d.C., ebbe luogo il famoso Miracolo Eucaristico che ancora oggi attrae ogni anno migliaia di visitatori. Attorniata dalle colline che precedono il massiccio della Maiella, a poca distanza dal centro cittadino, si trova l’azienda agrituristica Angelucci, a conduzione familiare, perfetta per chi vuole trascorrere le vacanze in un ambiente rurale godendo anche dei comfort cittadini. L’ospitalità è offerta in quattro camere doppie e triple con servizi privati.

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allo scorso dicembre Cantina Tollo appare tra gli sponsor di “Che tempo che fa”, la popolare trasmissione di RaiTre condotta da Fabio Fazio con Luciana Littizzetto. Un’iniziativa che completa una massiccia campagna di comunicazione che ha già portato la cantina abruzzese on air durante i programmi di RadioRai Zapping e Decanter, trasmissione quest’ultima principalmente dedicata al vino. «Con questa iniziativa –afferma il direttore di Cantina Tollo Giancarlo Di Ruscio– siamo certi che daremo un contributo alla visibilità dell'intera regione. Vogliamo offrire un'immagine di un Abruzzo pulito, che ha molto da raccontare, e che trova nel vino una delle sue eccellenze. È la prima volta che un'azienda vinicola abruzzese sceglie la radio e la televisione di Stato per promuoversi. Siamo orgogliosi di avere questo primato e siamo certi che sarà un bene per tutto il territorio». Al primato nella comunicazione si aggiunge quello che Cantina Tollo conquista al Vinitaly 2009: ben due Gran Medaglie d’Oro, una al Montepulciano d'Abruzzo Doc Aldiano 2007, la seconda al Montepulciano d'Abruzzo doc Cerasuolo “Cuore” 2008. Questo riconoscimento rappresenta il gradino più alto del podio del Concorso Enologico Internazionale di Vinitaly e Cantina Tollo è l'unica azienda italiana ad averne ottenute ben due. A queste si aggiungono la Medaglia d'Argento ex aequo andata al Montepulciano d'Abruzzo Cerasuolo Valle d'Oro 2008 e le 4 Gran Menzioni andate al Montepulciano d'Abruzzo doc Alpiago 2007, al Cuore 2007 e Valle d'Oro 2007, e al Terre degli Osci Igt Pinot Grigio. «La regione Abruzzo –conclude il Presidente di Cantina Tollo Tonino Verna– sta attraversando un momento difficile, sia a livello politico che ambientale. I fatti che in questi mesi hanno riempito le pagine dei giornali sono purtroppo noti a tutti. Noi di Cantina Tollo, però, vogliamo dimostrare che c'è un Abruzzo pulito, che lavora, che sta portando la regione ai vertici qualitativi rafforzandone l'immagine. Oggi più di ieri abbiamo bisogno di messaggi positivi: siamo certi che anche noi, con il nostro lavoro, possiamo dare un grande contributo, continuando allo stesso tempo a lottare perché i nostri diritti non vengano calpestati».

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VARIO

Letteratura/ Domenico Vecchioni

Il nostro uomo all’Avana osa lega l’Abruzzo forte e gentile, gli 007 con il loro immaginario ammantato di segreti e misteri e la caliente, latina e danzereccia Cuba? Apparentemente niente, anzi sono realtà quasi dissonanti, ma il cerchio sorprendentemente si chiude attorno alla figura di un saggista, scrittore, storico a tutti gli effetti nonché importante diplomatico. Nonostante sia un vero esperto di spionaggio e intelligence, parlare di lui non è top secret. Ma ecco qualche indizio: è l’ambasciatore italiano a Cuba, un insospettabile abruzzese doc, nato ad Atri, vissuto a Roseto degli Abruzzi, amante della sua terra d’origine e delle sue tradizioni, che ha speso gran parte della sua vita e gran parte delle sue internazionali peregrinazioni raccogliendo notizie di italiani (e abruzzesi) celebri all’estero. Risolto il quesito? Ecco la soluzione: parliamo di Domenico Vecchioni, un abruzzese eccezionale, nel vero senso della parola.Tra gli incarichi da ambasciatore ricoperti nel corso della carriera, dopo essere stato assegnato alla Direzione generale per l’emigrazione e gli affari sociali, è stato Vice Console a Le Havre e poi a Buenos Aires. Rientra a Roma nel 1979, poi è Consigliere alla Rappresentanza permanente d’Italia presso la Nato. Dal 1991 è Primo Consigliere alla Rappresentanza permanente d’Italia presso il Consiglio d’Europa a Strasburgo, e nel ‘95 è Console Generale a Madrid per spostarsi ancora a Nizza con lo stesso incarico; l’anno successivo è nominato Ministro Plenipotenziario e infine, naturalmente, La Habana. Ma oltre al suo onorevole dovere,Vecchioni ha trovato il tempo per coltivare molteplici piaceri. L’abbiamo incontrato a Pescara durante l’affollatissima presentazione della sua ultima fatica editoriale: «La mia passione per i grandi personaggi della storia –ci racconta l'ambasciatore– è diventata qualcosa di importante da quando ero a Buenos Aires e studiavo Evita Peron». Un’affermazione che da sola basterebbe ad evocare il fascino che stilla la storia personale di Domenico Vecchioni. E se poi si tratta di un abruzzese, l’orgoglio ci guadagna. Una ricostruzione, quella della “Madonna dei descamisados”, che gli è valsa una ristampa nonché l’introduzione di uno dei massimi storici contemporanei, Sergio Romano. Dunque Vecchioni non è nuovo alla scrittura, anzi, torna sugli scaffali per la dodicesima volta con un nuovo lavoro di ricerca sullo spionaggio e l’intelligence: Storia degli 007 dall’era moderna ad oggi che segue solo di due anni la pubblicazione

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che riguarda lo spionaggio dall’antichità all’era moderna, entrambi editi da Olimpia. Vecchioni ci racconta le vicende avventurose, drammatiche e sorprendenti degli uomini d’intelligence più celebri degli ultimi quattro secoli.Veniamo a sapere di spasmodiche corse contro il tempo per decifrare i sistemi crittografici del nemico. Scopriamo storie di spie che persero la loro battaglia per troppo amore o per troppa avidità. Ci vengono svelati fatti singolari e stuzzicanti curiosità. Per esempio, che l’espressione «eminenza grigia» deriva da un padre cappuccino, stretto collaboratore del cardinale Richelieu, per conto del quale divenne spia. E che Benjamin Franklin, oltre che l’inventore del parafulmine, fu anche un brillante agente segreto. E poi lei, Mata Hari, la mangiatrice di uomini, l’artista del travestimento e dello striptease, che davanti al plotone di esecuzione inviò baci a chi stava per giustiziarla ma che, tutto sommato, come spia non valse un granché. «Mi interessa parlare di gente che è diventata nota lontana dal luogo d’origine», ci racconta Vecchioni, perché, dice, «so quant’è grande il desiderio di tornare, quanto è vera la nostalgia». E infatti, dalla turistica Cuba, lui le vacanze torna sempre a farsele in Abruzzo, nella sua Roseto: «Sembra quasi un paradosso», scherza, sorridendo. E poi aggiunge: «Noi diplomatici non abbiamo modo di radicarci veramente nel posto dove lavoriamo.Viviamo una vita piuttosto distante da quella dei residenti». E a proposito di popolazione e di emigranti scopriamo un’altra cosa interessante riguardo all’isola caraibica: «Tra residenti e semi-residenti ci sono circa duemila italiani a Cuba e centocinquantamila sono gli arrivi turistici dallo Stivale ogni anno. Sono numeri destinati a crescere, così come i matrimoni misti, tra italiani e cubani, che nel 2008 sono stati circa mille». Un dato, ci spiega, che sta dando ragion d’essere ad una nuova realtà sociale, cubana e italiana insieme. «Il popolo cubano non è molto diverso da noi, ci sono molti elementi di contatto, dal punto di vista culturale, comportamentale, che mettono in evidenza le comuni radici latine». Una riflessione che, per coloro che conoscono da dentro il contraddittorio ma profondamente umano mondo di Cuba, fa solo piacere. E forse Vecchioni dall’isola si porta appresso proprio la tranquillità e la calma, anche se non sembra assolutamente volersi fermare con il suo lavoro di ricerca. Sarà sempre il mondo delle spie e degli 007 che occuperà le sue ore di studio? Stavolta sì, che è un mistero. Lisa De Leonardis

Domenico Vecchioni è nato ad Atri (Te). Per l’Editoriale Olimpia ha pubblicato Spie della seconda guerra mondiale (2004), Le spie del Fascismo (2005) e Spie. Storia degli 007 dall’antichità all’era moderna (2007).

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Domenico Vecchioni, ambasciatore italiano a Cuba, ci presenta la sua ultima fatica editoriale: una storia degli 007 dall’era moderna a oggi

DOMENICO VECCHIONI Storia degli 007 dall’era moderna a oggi 192 pp., Euro 16,50 Da Benjamin Franklin a Mata Hari fino a Ian Fleming, le avventure tra realtà e leggenda delle spie più celebri degli ultimi quattrocento anni.

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Libri

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Satira/Rosato

Saggi/Patricelli

Saggi/Tempo zero

Work/Botolini

Poeta di rara sensibilità, Giuseppe Rosato è anche un raffinato autore di satira, come dimostrano gli “spilli”da lui pubblicati sulla Gazzetta del Mezzogiorno dal 2003 al 2007, raccolti in questo volume. Brevi scritti dolceamari che rimandano a Flaiano, di cui Rosato fu amico, come testimoniano le lettere raccolte in “Lettere a Giuseppe Rosato 1967-1972”: un prezioso strumento per capire il rapporto tra Flaiano e il suo Abruzzo, ma ancor di più “a definire il carattere dell’uomo, la solitudine del satiro versatile, che osserva il mondo dall’alto di una convinzione basata sull’inutilità del tutto”(dall’introduzione di Gianni Oliva).

Un’altra avvincente incursione dello storico e giornalista pescarese nella storia della II Guerra Mondiale.Stavolta l’obiettivo di Patricelli è puntato su ciò che accadde tra il 9 e il 12 settembre, quando il Re e il Duce furono protagonisti di due clamorose fughe che li videro entrambi passare in Abruzzo: Umberto I fuggì dal porto di Ortona e Mussolini, prigioniero sul Gran Sasso, venne liberato dai soldati tedeschi capeggiati dal maggiore Harald Mors. Un appassionante libro di storia che si legge come un romanzo. Settembre 1943 - I giorni della vergogna/Marco Patricelli/Laterza, pp.352, Euro 20,00

Come può la “società della conoscenza e dell’informazione”accettare di essere governata da una classe politica che dispone ancora di categorie mentali di tipo confessionale,ideologico o di senso comune? È l’interrogativo a cui tenta di rispondere questo affascinante saggio di D’Alessandro,Ferone e Pitasi,che individua nell’economia attuale e nella sua strategica tensione a rendere immediato,rapido e vincente l’incrocio tra domanda e offerta la creazione di uno scenario insostenibile:il Tempo Zero del desiderio. Il Tempo Zero del Desiderio - Una

Il valore professionale di una grande tradizione tipografica diventa un book, di facile consultazione e distribuito in esclusiva ai propri clienti. La Litografia Botolini, con sede a Rocca San Giovanni, ha realizzato un campionario che raccoglie un gran numero di esempi di quello che è in grado di realizzare con la tecnologia a disposizione.Il book, dal titolo Oltre la Stampa, si presenta in un elegante cofanetto di plexiglass che conserva al suo interno un pratico raccoglitore ad anelli. Al suo interno, tutte le possibilità offerte dalla storica tipografia lancianese. Un biglietto da visita di grande prestigio.

strategia evolutiva per l’economia e la società della conoscenza/A.Pitasi,E.

Ferone,S.D’Alessandro/ McGraw Hill, Euro 15.00 pp.140

Romanzi/Paramana Architettura/Carsa Romanzi/ Del Giudice Dall’Impero di Bisanzio fino ai giorni Città veloce, si dice di Pescara. Veloce nostri, un manoscritto papale innesca una serie di vicende che coinvolgono il lettore in un crescendo di suspence. Il thriller storico tanto in voga negli ultimi tempi si arricchisce ora di una nuova storia scritta a quattro mani dagli autori che si celano dietro lo pseudonimo di Lorenzo Paramana: una laureata in lettere e un ingegnere “che svolgono attività del tutto diverse da quelle dello scrittore ma che si sono trovati tra le mani una storia da raccontare”. Ellenico/Lorenzo Paramana/ Ed. Tracce, pp.498, Euro 19,00

in tutto: nell’espandersi, non solo in senso orizzontale; nel trasformarsi, non solo dal punto di vista architettonico; veloce nell’apprendere le lezioni di altre, ben più storiche, città italiane e d’oltremare, nel proporsi come porta su quella grande piazza che è l’Adriatico. In questo bel volume si tracciano le più evidenti trasformazioni subite dal capoluogo negli ultimi anni, unitamente a testi che ne delineano i possibili scenari architettonici. Pescara, una città in trasformazione/a cura di Carlo Pozzi e Domenico Potenza/Carsa edizioni, pp.120

Il primo romanzo di Antonio Del Giudice, ex direttore del Centro, racconta della lenta agonia di una coppia di contadini, che comincia quando apprendono della morte del figlio Pinuccio falciato da un mitra a pochi chilometri da casa. La catena di eventi prende avvio dalla minacciosa credenza popolare che la “Pasqua bassa”, ovvero quella che cade di Marzo, sia foriera di sciagure. La pasqua bassa/ Antonio Del Giudice / San Paolo edizioni, Euro 14,00, pp.176

Poesie/Cavicchia

Daniele Cavicchia accarezza ancora la sua gemma Micol con questo splendido e commovente libro. Scrive:“Quando il dolore diventa silenzio / temi che anche lei sia silenzio / quando tu stesso sei dolore / temi che puoi seccare l’albero / solo sfiorandone una foglia”. E Micol ancora vive Daniele: l’assente per noi è forse solo quello che non c’è mai stato, e lei rimane presente perché “vi sono vuoti che riempiono se stessi”. Cavicchia affronta un argomento tabù: chi è genitore “deve” non pensarci, chi non lo è non sa. Chi ha perso un figlio come Daniele in genere tace. Nessuna parola rende la morte di chi resta. Dal libro di Micol/Daniele Cavicchia/ Passigli, pp. 116, Euro 14,50

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VARIO

Cinema/ Gianluca Arcopinto

Produttoredi talenti a all’attivo come produttore oltre centocinquanta pellicole tra corti e lungometraggi; ha recitato egli stesso in alcuni film; ha battezzato, in senso cinematografico, molti attori e registi che oggi giocano sui campi del cinema di serie A; e nessuna metafora potrebbe essere più azzeccata, dato che una leggenda metropolitana racconta che scelga i registi da produrre sul campo (vero) di calcio,“testandoli”nella sua squadra. Gianluca Arcopinto, romano, classe 1959, è sicuramente il più famoso dei produttori indipendenti italiani, e ha un rapporto di lunga data con la nostra regione. Le sue due ultime “incursioni”in Abruzzo hanno portato alla nascita di un regista come Stefano Chiantini (di cui Arcopinto ha prodotto il primo film, Forse che sì… forse che no) e di due cinematografari di razza come i fratelli Di Felice, autori di Non lo so e del prossimo film ancora in lavorazione, sempre sotto l’ala del produttore romano. Lo abbiamo incontrato a Pescara, in occasione proprio della presentazione al pubblico del film dei due registi di Cerratina, in una libreria gremita di gente, visibilmente emozionato per la presenza di tanto pubblico. Cosa l’ha convinta a produrre i fratelli Di Felice? «La loro freschezza. La storia che raccontano, di là dall’essere particolarmente originale, è però raccontata in un modo che originale lo è davvero, e si discosta dalla gran parte delle produzioni contemporanee a tema giovanile per una profondità di contenuti che è pari alla grande qualità estetica del film. Di certo non è stata solo la bellezza della confezione ad attrarmi, benché sia una spanna sopra a molte cose che ho visto». Secondo lei, esiste (o può esistere) un “cinema abruzzese”? «Sono sempre stato contrario alle etichette. Credo che in Abruzzo esistano persone che hanno grandi potenzialità e molta voglia di fare cinema, a tutti i livelli, non solo registi. Conosco tanti bravi tecnici, e sono ruoli non secondari nell’industria cinematografica. Il mio ultimo incontro fruttuoso in questa regione è stato quello con Stefano Chiantini (lui sì che l’ho conosciuto prima come calciatore che come regista: era stato instradato da un mio collaboratore che ha lavorato con lui per un cortometraggio, e me lo portò sul campo dicendomi che giocava bene a pallone; per fortuna era vero) e dopo averlo conosciuto produssi, non da solo, il suo primo lungometraggio. Chiantini è un ragazzo svelto, ci sa fare, per me sarebbe un grande regista di fiction: è in grado di lavorare bene e in maniera molto rapida, ma mi sembra che ambisca a produzioni più orientate alla massa. I fratelli Di Felice invece sono propensi a fare un cinema d’autore, che è, diciamo, la mia dimensione». L’Abruzzo ha prodotto comunque poche personalità degne

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di rilievo finora. È una terra che deve ancora trovare una sua vera identità per poterla poi esprimere sul grande schermo? «Sul fatto che l’Abruzzo sia una specie di “terra di mezzo”non ci sono dubbi, ma a differenza per esempio della Puglia, che oggi ha un “cinema salentino”in grande ascesa, qui manca ancora –affinché si focalizzi l’attenzione sul presunto “cinema abruzzese”– un fenomeno, un movimento, un episodio trainante che permetta ai talenti inespressi di venir fuori e al grande pubblico di accorgersi della loro esistenza. Restando all’esempio pugliese, che conosco bene, manca uno come Edoardo Winspeare. Gli stessi registi che si autodefiniscono abruzzesi –Riccardo Milani, Daniele Vicari– per non parlare poi di Odorisio, hanno avuto sempre troppo poco successo, malgrado la qualità dei loro lavori, per creare quel fenomeno trainante come è avvenuto invece in altre regioni d’Italia. Se ad esempio Liberi, film dal discreto riscontro, fosse stato girato dai fratelli Di Felice, forse si sarebbe riusciti a puntare i riflettori su questa terra che certamente nasconde ancora numerose personalità capaci e desiderose di uscire dall’anonimato». Lei è spesso presente in Abruzzo tra i membri delle giurie dei festival e, quest’anno, anche alla direzione artistica del Festival del corto che si è recentemente tenuto all’Aquila… «”Direttore artistico”è parola grossa, in realtà per alcuni problemi dell’ultimo momento mi sono dovuto limitare a dare una mano ai ragazzi dell’organizzazione nella selezione dei partecipanti. Ma è vero, sì, sono stato in giuria per diversi anni a Pescaracortoscript, e trovo che sia proprio un bel concorso, dal quale sono usciti alcuni bei talenti. Quanto ai festival, sono stato di recente al Sulmonacinema: con gli organizzatori abbiamo ricordato le prime edizioni, quando mandavo talmente tanti film in concorso che quasi potevo sostenere l’intera programmazione… quest’anno invece ci sono stato da partecipante, col mio ultimo lavoro da regista, Angeli distratti». Regista, attore e “giovane” produttore: qual è il ruolo che sente più suo? «Come attore faccio in genere solo piccole parti. Come regista ho fatto alcuni documentari (l’ultimo, Nichi, è stato candidato alla Grolla d’oro a Saint-Vincent, ndr) …Quindi direi che il ruolo che prediligo è quello di produttore. Quanto al “giovane”, in Italia si è considerati giovani fino a 50, 60 anni, io ne ho circa 50 quindi passo ancora per essere un giovane. Quando ho conosciuto i Di Felice, però, ho conosciuto anche la loro mamma, che li ha molto aiutati nella realizzazione del film, e ho visto che ha più o meno la mia età. Il che significa che sono un giovane produttore che potrebbe avere due figli così, e questo la dice lunga…» F.G.


Il pi첫 coraggioso dei produttori indipendenti parla del cinema in Abruzzo e delle sue pi첫 recenti scoperte: Stefano Chiantini e i fratelli Di Felice

Nella foto di Claudio Carella, Gianluca Arcopinto fotografato in una sala della libreria Edison di Pescara, in occasione della presentazione del film dei fratelli Di Felice.

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Cinema

VARIO

Cinema/Aria

Cinema/Sigismondi

Un’anima alla ricerca di se stessa. Nato donna nel corpo di un uomo, Giovanni vive la sofferenza e l’atrocità del conflitto di una natura ambivalente.Dotato di una sensibilità musicale fuori dal comune, pur assecondando i desideri del padre riuscirà a coronare il sogno di diventare pianista.È la storia alla base di Aria, dal 20 marzo nei cinema di tutta Italia, un film che parla abruzzese: prodotto dalla Beffa di Monica Iezzi, è il primo lungometraggio di Valerio D’Annunzio, giovane regista pescarese. «L’idea del film –spiega il regista– è venuta a Monica, che aveva scritto il soggetto ispirandosi alla storia di un suo conoscente.Inizialmente credevo di dover scrivere solo la sceneggiatura, poi mi è stata proposta la regia e da allora il film l’ho vissuto, confrontandomi con Monica e appassionandomi alla vicenda. È una storia che coinvolge e che credo tocchi la sensibilità di tutti». Girato tra Roma e Trieste, il film ha per protagonista uno dei più grandi attori itraliani viventi, Roberto Herlitzka, accanto a Galatea Ranzi e Agnese Nano; unico abruzzese presente nel cast è Ezio Budini, giovane talento delle scene già noto al pubblico teatrale pescarese per la sua attività con la compagnia del Teatro Immediato.La vicenda è commentata dalle musiche di Giovanni Allevi, che per il film ha scritto il tema principale che porta l’omonimo titolo.«Allevi quando l’ho conosciuto non era così famoso: era uscito da poco il suo secondo album, e si cominciava a riscoprire il primo.Devo dare atto alla produzione di aver avuto una grande intuizione puntando su quello che pian piano, durante la lavorazione del film, ho scoperto essere un vero genio.La sua sensibilità era tale che riusciva a suonare senza guardare il video ma andando comunque in sync con le immagini, è stata un’esperienza davvero entusiasmante».

Da 40 anni vive in Canada,ma Floria Sigismondi è nata a Pescara. Dopo essersi affermata come fotografa (è da poco uscito il suo secondo libro,Immune),e aver diretto videoclip di artisti quali Bjork,The Cure,Sigur Ros,The White Stripes,ora fa il grande salto nel cinema scrivendo e dirigendo Runaways,la storia del gruppo rock all-girls degli anni ‘70 capeggiato da Cheri Currie (che avrà il volto di Dakota Fanning) e Joan Jett,interpretata da Kristen Stewart.Le giovani attrici,ora in Italia per le riprese di New Moon,sequel di Twilight,si metteranno a disposizione di Floria a maggio,quando si batterà il primo ciak.

Doc/Festival Tutto pronto per l’avvio del Festival del documentario d’Abruzzo, che si svolgerà a Pescara dal 12 al 16 maggio.La manifestazione, una delle pochissime in Italia dedicate esclusivamente al documentario, alla sua terza edizione si presenta totalmente rinnovata ed arricchita rispetto agli anni passati, e si divide in cinque sezioni: sezione Abruzzo doc, Sperimentario,Visti da vicino, Panorama italiano e infine Sguardo d’autore, sezione monografica dedicata alle opere di un noto regista italiano o europeo che si sia occupato anche di cinema documentaristico e a cui verrà assegnato un riconoscimento per la carriera.

Doc/Calandra & Liguori Menzione obbligata per La marcia degli abbracci, cronaca di un viaggio nell’Argentina delle Madri di Plaza de Mayo in occasione del trentennale di attività della loro associazione. Il documentario, realizzato da Francesco Calandra e Maria Grazia Liguori, è stato proiettato a Pescara presso la libreria Edisno, dopo aver guadagnato la selezione al Festival del Cinema Latino Americano di Trieste, l’evento cinematografico più completo sul mondo latinoamericano in Europa.

Cinema/Carboni

Cinema/Donzelli

Berardo Carboni, già autore del controverso e chiacchieratissimo Shooting Silvio, è al lavoro sul suo nuovo lungometraggio, VolaVola - Fly me, in cui si raccontano gli amori di tre coppie cresciute in epoche diverse. L’opera, un cosiddetto “machinima” (ovvero machine-cinema, una tecnica che utilizza l’ambiente 3d di mondi virtuali come i videogiochi per produrre filmati) consta di due film: uno girato in Second Life, un altro con mezzi tradizionali. Nel cast Alessandro Haber e l’avatar più famoso del mondo, Aimee Weber. Scritto insieme a Mario Gerosa, autore del libro su Second Life, il film passerà sia in rete che sul grande schermo.

Ha disegnato storyboard per Ridley Scott, Scorsese e Spike Lee. Lavora con i grandi del cinema da più di dieci anni, e dopo aver diretto il suo primo film (il cortometraggio Una storia di lupi con Franco Nero) Cristiano Donzelli, trentanovenne teramano, comincia la lavorazione di Streghe, secondo capitolo di quella che lui considera una mini-trilogia e che si concluderà con Fantasmi. Sogni d’oro, Cristiano…

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VARIO

Cinema/Documentari

L’integrazione? È un film Tre ragazzi, un regista e un laboratorio attoriale: ecco gli ingredienti per una storia che vale la pena di raccontare. E che diventa un film

ono tre ragazzi di 23, 25 e 26 anni. Uno fa il giostraio, uno l’ambulante, uno è studente universitario. Uno è di Chieti, gli altri due sono di Pescara. In comune –perché è ovvio che abbiano qualcosa in comune– hanno una bella storia di cui sono stati protagonisti: sono stati scelti per partecipare alla realizzazione di una docufiction da un giovane regista pescarese, che per prepararli li ha coinvolti in un laboratorio con attori professionisti, durante il quale sono state ricreate alcune delle situazioni che avrebbero dovuto affrontare sul set. Fin qui tutto normale, direte voi. E invece no, perché i tre ragazzi in questione sono di etnia Rom (Moreno e Enrico Di Rocco) e Sinti (Joys Lazzari). «È stato difficile –spiega Francesco Calandra, regista della docufiction e coordinatore del laboratorio insieme a Maria Grazia Liguori– entrare in contatto col mondo Rom. È un ambito che, nonostante anni di convivenza, resta ancora un universo a parte rispetto al nostro». La storia narrata nel documentario, infatti, mette in luce proprio questo aspetto, attraverso la storia di un ragazzo “gadjò”, cioé “straniero”, che si innamora di una ragazza Rom, con le inevitabili conseguenze che questa relazione comporta. «Il film non è ancora finito, è un work in progress; ma le sessioni di laboratorio sono state filmate, e da

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La copertina del dvd di Gadjò

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quell’esperienza è scaturito un altro documentario, dal titolo “Gadjò”, che testimonia il lavoro fatto sui personaggi, una sorta di backstage del film vero e proprio, che può vivere di vita propria in quanto illustra, senza filtri narrativi, la relazione che si instaura tra gli attori professionisti (membri della compagnia Teatro del Paradosso di Loreto Aprutino) e quelli non professionisti, nella fattispecie i tre giovani Rom. Al di là dell’esperienza, che per loro è stata positiva, emerge da “Gadjò” proprio una scintilla di speranza per l’integrazione di questi due mondi, un processo che la società e le istituzioni faticano a portare avanti e che in questi ultimi tempi è stato minato da fatti di cronaca che troppo spesso vedono protagonisti cittadini extracomunitari». Moreno, Enrico e Joys hanno partecipato al laboratorio inizialmente per gioco, con le naturali diffidenze del caso, rendendosi conto nel corso delle sessioni che quel che facevano aveva un significato più profondo, e che si trattava di un’occasione da non perdere per far sentire la loro voce. «Lo abbiamo fatto –spiegano i tre, all’unisono– per dimostrare che malgrado le differenze culturali, più evidenti nel confronto con le vecchie generazioni, l’integrazione è possibile. I Rom non sono solo quelli che appaiono sulle pagine della cronaca nera». F.G.


Enrico Di Rocco, 23 anni, di Pescara. Gira l’Abruzzo seguendo i mercati cittadini col suo stand di articoli di abbigliamento. «Quel che più infastidisce dell’intolleranza è che è basata sul niente. Agli occhi di tutti sei una persona normale, ma appena sentono come ti chiami cambiano tutti atteggiamento».

Joys Lazzari, 25 anni, di Chieti. Per sei mesi l’anno gira l’Italia con la famiglia e le sue giostre. «Il documentario? Un’esperienza travolgente. Io sono molto timido, il laboratorio mi ha aiutato molto. E i miei parenti hanno notato tutti il cambiamento»

Moreno Di Rocco, 26 anni, di Pescara. La mattina consegna pane a domicilio per pagarsi gli studi di Farmacia. È presidente del circolo Pescara Boxe. «Lo sport è il modo migliore per togliere molti ragazzi dalla strada. Educa con la disciplina e l’impegno, e fa crescere».

Foto: Antonella Da Fermo.

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ITALO LUPO O r a f o

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P e s c a r a

Gli Anelli

Frammenti di felicità, incastonati in una nuova linea di gioielli

Le Virtù

Le Sciacquaje

La Presentosa

La Pescarina

gli Anelli

i Ciondoli

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Ribalta

VARIO

TV/Bollicine sotto torchio

Pubblicità/ Radio Delta 1

Un commissario di polizia punta il riflettore su un indagato. Le domande sono incalzanti, e l’interrogatorio mette a dura prova il sospettato.Il suo reato? Essere un esperto di vini. È il format alla base di “Bollicine sotto torchio”, una trasmissione tv ideata da Stefano Monticelli in cui, in modo divertente, si impara molto sul mondo dei vini. In onda già dallo scorso dicembre su Raisat-Gambero Rosso, il programma vede protagonista nel ruolo del commissario Giampiero Mancini, collaudato lettore della guida del Gambero Rosso in una ironica precedente trasmissione.«Un contesto simile –spiega l’autore– spiazza il concorrente, che non è un attore ma una comune persona che vuole mettersi alla prova, ed esalta le sue reazioni alle inattese “provocazioni”del commissario: trovarsi di fronte ad un attore che recita una parte mette alla prova la tua disinvoltura e questo nel programma crea siparietti divertenti».“Bollicine sotto torchio”è sponsorizzato da Cinzano, la marca leader dello spumante italiano che ha fortemente creduto in questo format in collaborazione con Gambero Rosso.

Radio Delta 1, una delle più importanti emittenti abruzzesi, si è rifatta il trucco, affidando il restyling del proprio marchio all’agenzia pubblicitaria Dispenser. Il nuovo logo di Radio Delta 1 parte dall’immagine storica della radio, una nota stilizzata, per riproporre in chiave attualizzata forme “familiari”ma profondamente innovative. Disegna una figura elegante e ricca di fascino, capace di concentrare e veicolare diversi signi-

Prosa/ Don Giovanni a New York

Arte/Cromofobie

New York, 1826. Lorenzo Da Ponte, librettista di Mozart, propone e ottiene la messa in scena del Don Giovanni alla famiglia di Manuel Garcia, già collaudata sulle scene newyorchesi grazie alle opere di Rossini. Scrive Da Ponte nelle sue Memorie: «[...] e il Don Giovanni andò in scena. Non mi ingannai nelle mie speranze.Tutto piacque, tutto fu ammirato e lodato: parole, musica, attori, esecuzione, e la bella, spiritosa e amabile, figlia nella parte di Zerlinetta tanto si distinse e brillò, quanto impareggiabile parve il padre in quella di Don Giovanni».La

«bella, spiritosa e amabile figlia» Maria Felicia, andata in sposa diciassettenne al sedicente banchiere francese Eugène Malibran (in realtà commerciante fallito), di oltre trent’anni più vecchio di lei, dopo pochi mesi tornerà sola in Europa e andrà incontro a un tragico destino. In questa commedia si immagina che Da Ponte si innamori di lei al suo arrivo a New York e che lei gli si conceda prima di sposare Malibran. Lo spettacolo scritto e diretto da Luciano Paesani è andato in scena a Pescara in prima nazionale lo scorso 16 dicembre, e comincerà una tournée italiana a fine marzo per poi essere rappresentato in Ungheria dal 9 al 14 maggio.

ficati legati al mondo di Radio Delta 1. Oltre all’aspetto di una nota, osservando il logo è possibile riconoscere: il simbolo della lettera greca Delta che dà il nome alla radio, il woofer di una cassa/stereo che simboleggia il mezzo attraverso cui Radio Delta 1 raggiunge i suoi ascoltatori, il disco in classico vinile nero che rappresenta l’oggetto principe suonato dalla radio ed infine un organismo vivente e pulsante come uno spermatozoo. Dunque, il nuovo marchio arricchisce di più significati l’immagine della radio, senza tralasciare un passato importante.

Tunnel,la grande opera-ambiente di Getulio Alviani all’interno dell’ex Aurum di Pescara,è stata la scintilla che ha fatto scoccare nella mente di Silvia Pegoraro l’idea di Cromofobie,la mostra che raccoglie 130 opere in bianco e nero di 76 artisti contemporanei e che resterà aperta fino al prossimo 31 maggio 2009 proprio nei locali dello stabilimento progettato da Giovanni Michelucci. La mostra,curata da Silvia Pegoraro,è realizzata dalla Regione Abruzzo e dal Comune di Pescara con la collaborazione del Ministero per lo Sviluppo Economico e della Biennale di Venezia.Cromofobie vuole essere una panoramica significativa della presenza del bianco e del nero nell’arte italiana contemporanea,dal dopoguerra ad oggi,a partire cioè da espressioni storicizzate del bianco e del nero nell’arte,sia iconica che aniconica,sino ad arrivare agli sviluppi più attuali delle ricerche sul bianco e il nero,nelle giovani generazioni.Solo per citarne alcuni:Enrico Baj,Alberto Burri,Lucio Fontana,Ezio Gribaudo,Piero Manzoni,Mario Schifano, Giulio Turcato,Emilio Vedova,Carla Accardi,Jannis Kounellis,Fabio Mauri,Nunzio,e fra i giovani Andrea Chiesi,Paolo Grassino,Luca Pancrazzi e Gino Sabatini Odoardi.

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VARIO

Eventi

Com’è profondo il mare edicata a chi del mare fece una ragione di vita. Porta il nome di Eriberto Mastromattei, il popolarissimo balneatore pescarese scomparso di recente, l’associazione "Eriberto Sub”, di cui è promotore, assieme ad altri soci, il figlio Luca, legittimo erede della straordinaria passione paterna per tutte le cose del mare. Chiara la missione della nuova creatura (promuovere la conoscenza approfondita di tutto il mondo marino), altrettanto chiara la visione sociale dell’associazione no-profit:“Visto che i costi dei materiali non sempre sono alla portata di tutti gli appassionati – dice Luca Mastromattei - abbiamo deciso di metterli a disposizione direttamente, in modo da evitare discrimazioni sociali tra i potenziali soci”). La promozione dell’attività subaquea vera e propria, nata nel segno della divulgazione nella massima sicurezza di uno degli sport più affascinanti che esistano, si concederà ovviamente anche alcune “gite fuori porta”per la gioia degli associati. E’il caso delle settimane blu in programma nei luoghi più esclusivi per gli amanti delle bellezze marine, paradosi esotici che portano il nome delle Maldive, del mar Rosso e del Kenya. Di pari passo, procederà lo sviluppo delle attività di volontariato, con in primo piano il sostegno a progetti di collaborazione con alcune delle più

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Nasce a Pescara un’associazione per sommozzatori, aspiranti e non, che mira a diffondere la conoscenza del mondo marino. Nel segno di Eriberto, uno che del mare sapeva tutto

siginficative esperienze di difesa del mare e delle sue specie animali più preziose. Ecco dunque le iniziative per il ripopolamento e la protezione della balena, come il “Santuario dei cetacei” nell’arcipelago della Maddalena in Sardegna; a sostegno del progetto “ripulire i fondali marini”gestito in collaborazione con il Wwf Italia e Greenpeace; per la ristrutturazione di presepi sottomarini; per lo sviluppo delle attività didattiche; per avvicinare al mondo del mare soprattutto i bambini. Programmi, insomma, che avrebbero fatto felice proprio papà Eriberto, di certo il più immaginifico tra i gestori di stabilimenti balneari cittadini, e personaggio capace di riempire di sè le cronache soprattutto per l’innata capacità di creare eventi o abbordare i personaggi più incredibili dando loro del “tu”: al futuro premier Berlusconi, in arrivo a Pescara nel 2000 a bordo di un transatlantico affittato per la campagna elettorale delle regionali, ad esempio, non trovò di meglio che allungare anzichè la mano… il remo. O capace di dare anima ai tanti lidi gestiti – da ultimo il centralissimo Jambo - con la propria personalissima inventiva: si deve a lui, ad esempio, l’importazione sulla spiaggia pescarese della “palma”, versione decisamente più esotica e seducente dell’anonimo ombrellone in tela. Comprendibile, così, che alla sua morte

abbia fatto seguito una coda mediatica sconosciuta spesso a personaggi assai più noti, visti i circa 3mila fans che attorno al suo nome, e nel suo nome, si riuniscono tra le onde virtuali di Facebook per ricordarlo e celebrarlo ancora. Figlio più autentico della città, Eriberto era nato nel 1931 nel rione dei ferrovieri di viale Sabucchi, a poche centinaia di metri da quel mare che preferiva affrontare quando era almeno a “forza sette”e che avrebbe rappresentato la ragione della sua vita. Una ragione di vita che lo portò, tra i primi, a intuire (anticipandoli) i cambiamenti del turismo costiero e dei suoi modelli più importanti, come gli stabilimenti balneari: non più semplici luoghi di riposo, ma luoghi di vita ed animazione (di notte forse più che di giorno). Intuizioni che lo avrebbero portato a trasformarsi in animatore lui stesso, fino a realizzare impensabili performance: come tuffarsi in mare a bordo di una motocicletta, o prestare gli abiti alla befana, che anzichè arrivare dai tetti, preferiva sbarcare sulla spiaggia a bordo di sci d’acqua, o farsi paracadutare da un aereo. Diavolo di un uomo, abbronzato per 365 giorni l’anno e la pelle bruciata dal sole: che adesso, magari, sarà facile intravedere accanto a sè in qualche Stefano Campetta immersione.


In queste pagine alcune immagini di Eriberto Mastromattei. Qui sopra, la foto di Giampiero Lattanzi per la campagna Isidoro Gallery; a fianco, la storica foto che ritrae Eriberto mentre si lancia in motocicletta dal ponte Dâ&#x20AC;&#x2122;Annunzio a Pescara.


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24-07-2008

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REventi ribalta

Premi/Zaccagnini Lino Banfi brinda al successo ormai da molti anni, e questa volta lo ha fatto con un buon Montepulciano di Marcello Zaccagnini. Al nonno più celebre della tivù è andato infatti il Tralcetto dell’amicizia 2008, conferito negli anni passati a personalità del calibro di Gianni Letta, Gigi Proietti, Roberto Gervaso, Ermanno Olmi, Ennio Morricone, Sergio Zavoli. Proprio quest’ultimo, durante la cerimonia condotta da Stanislao Liberatore lo scorso 20 dicembre, ha consegnato a Nonno Libero il premio consistente in una targa sulla quale è incisa la frase “La scienza è l’intelligenza del mondo, l’arte il suo cuore”. Banfi, ambasciatore dell’Unicef dal 2000, e da qualche mese anche dottore honoris causa in Scienze della Comunicazione, è rimasto molto colpito dall’accoglienza festosa che gli è stata riservata, ma

ancor più dalla presenza dei ragazzi delle scuole di Bolognano, accorsi a salutare il loro beniamino Nonno Libero. Inevitabile la battuta di commento: «Padre Pio diceva che in ognuno di noi si nasconde un progetto divino, ma visto il posto che ci accoglie oserei dire che dentro ognuno di noi si nasconde un progetto di vino». Parterre prestigioso come sempre quello della cerimonia, con i giurati Carlo Casciani e Antonio Cicchitti, e i generali di Corpo d’Armata Luigi Federici e Corinto Zocchi. Il “Tralcetto”, che viene consegnato a personaggi che si distinguono in campo artistico, culturale e nel sociale del nostro Paese, nacque dieci anni fa proprio dalla loro iniziativa e dalla

volontà di Marcello Zaccagnini, in ricordo della stretta amicizia fra suo padre Ciccio Zaccagnini e il compianto vice presidente dell’Inter, l’avvocato Peppino Prisco, entrambi Alpini all’Aquila e compagni durante la ritirata italiana dalla campagna di Russia. Gianfranco D’Eusanio

Premi/Sol 2009 L’olio extravergine d’oliva abruzzese conquista 5 gran menzioni –una in più rispetto allo scorso anno– alla VII edizione del concorso oleario internazionale Sol D’Oro. «Quattro olii –spiega Marino Giorgetti, direttore del premio e responsabile Arssa per la promozione dell’olio– fanno parte della categoria Fruttato leggero e uno di quella Fruttato medio. I cinque premi vinti –continua Giorgetti– rappresentano le diverse varietà che caratterizzano il nostro territorio». A portare a casa le medaglie sono: l’azienda olivicola Casolana di Casoli (Chieti) con l’olio da agricoltura biologica Piano La Roma, l’azienda Forcella di Città Sant’Angelo con il Dop Aprutino

Pescarese, il De Antoniis di Garrufo (Teramo) con il Dop Pretuziano, l’olio San Martino Bio dell’azienda Persiani di Atri (Teramo) e la società cooperativa Aprol Teramo di Colonnella (Teramo) con il Dop Petruziano. Quest’anno le aziende abruzzesi partecipanti alla XV edizione del Sol 2009, il salone interna-

zionale dell’olio extravergine di oliva, sono state 22 in rappresentanza delle quattro province abruzzesi più due gestiti dall’Arssa come Oleoteca regionale. Domenica 5 aprile presso la Sala Mantegna del padiglione C del Sol (Verona Fiere) la manifestazione si è conclusa con una degustazione degli olii abruzzesi. Selenia Secondi

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VARIO

Libri

Il tempo ritrovato Un viaggio nella Pianella del 1800 nel libro di Antonio Cipriani, attraverso la parole di un professore e le immagini della nostra memoria

era un tempo in cui l’olio si misurava in metri, corrispondenti a 30 caraffe del peso di 24 once ciascuna. In quel tempo Pianella era ancora provvista delle sue mura di cinta e di una torretta d’avvistamento posta all’angolo di Palazzo Defelici. Era un tempo in cui il paese dell’olio (non solo: dei buoni prodotti alimentari, basti pensare alla pasta Rustichella o ai salumi) viveva anche di musica, di tradizioni ad essa legate come “lu bbongiorne” che si svolge tra la notte di Pasqua e il lunedì dell’Angelo. Un tempo che rivive, adesso, nel monumentale libro pubblicato da Antonio Cipriani che presentiamo in queste pagine (e che è disponibile in visione sul nostro sito www.vario.it): un’opera che

C’ In questa pagina, in alto: bimbo vestito per la festa di San Michele Arcangelo; in basso, il corpo musicale “Diavoli rossi” in una foto del 1910.


Nelle foto, da sinistra e dall’alto: 1938 - Mamma di latte; 1898 - pianellesi in costume da bagno; Tabacchine; 1898 - Lu murajone. In basso, Antonio Cipriani e la copertina del libro

nasce dall’amore dell’autore verso il suo paese e soprattutto dal ritrovamento del manoscritto del professor Alterisio Lizza, datato 1834 e intitolato “Memorie storiche della città di Pianella raccolte dal suo concittadino Alterisio Lizza in segno di vero amore alla sua patria”. Uno stesso filo dunque unisce il lavoro di Lizza e quello di Cipriani, sottolineato da Eide Spedicato Iengo nell’introduzione, quando afferma che questo volume, presentando “il tempo anteriore”, serve ad “allertare sull’eventualità che dimenticare il senso delle proprie radici può proiettare sugli sfondi anaffettivi dei non-luoghi”, ossia che “la tendenza a dilatare il presente fino ad estenuarsi in una smemorata inconsapevole apatia è una malattia che contagia i paesaggi della natura e quelli dell’anima”. Lungi dal voler idealizzare il tempo che fu, il libro di Cipriani, opera fuori commercio e prodotta in pochissime copie, è pertanto un invito a non scordare “il sentimento della dimora, del luogo privilegiato in cui si riconosce la propria storia”. Daniela Sideri

ANTONIO CIPRIANI É collezionista d’arte e ricercatore. Ex consigliere dell’EMP per il Pescara Jazz, nonché chitarrista con una spiccata predilezione per la bossa nova, ha curato il volume Pescara Jazz - ‘round 25 years.

Pianella, una storia dal passato Volume fuori commercio - pp. 220 Testi di E. Amorosi, F. Bologna, A. Cipriani, P. Cipriani, L. Franchi Dell’Orto, E. Leone, R. Mancini, V. Morelli, E. Spedicato Iengo

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Tabù

VARIO

Avere un DIAVOLO per capello di Laura Grignoli* In ogni epoca e nelle diverse culture la capigliatura ha assunto un interessante ruolo comunicativo, più o meno esplicito. La prima caratteristica che ci ha identificati come esseri umani pare sia stata proprio la capigliatura, lo afferma Desmond Morris in La scimmia nuda (Bompiani, Milano, 1968). Questa è sicuramente legata al volume dei capelli, alla loro lunghezza, alla loro struttura (lisci, ondulati e crespi), alla forma geometrica complessiva, al taglio, alla presenza di gingilli ornamentali come forcine, mollette, nastri. Tuttavia la capigliatura è sempre stata vista diversamente nei maschi e nelle femmine; a proposito di queste ultime, aveva da dire S.Paolo, secondo cui “è indecoroso per un uomo lasciarsi crescere i capelli, mentre è onorifico per una donna lasciarseli crescere: la chioma è data a lei a guisa di velo”. Il primo livello sintattico del capello è sicuramente il colore, che rende protagonisti e protagoniste soprattutto i biondi e le bionde: a partire dall’icona mitologica, primo modello di bellezza, la bionda Afrodite, alla Venere nascente del Botticelli, per arrivare alla Marylin Monroe o alla Bardot fino alle bionde vestite di soli capelli dei calendari. Le donne bionde continuano a confermare lo stereotipo “amore-tradimento” anche se nei cartoon, bionda era la Cenerentola di Walt Disney. I capelli rossi vengono generalmente interpretati come legati a creatività, originalità, indipendenza, ma anche follia, confusione, inaffidabilità ed eccessiva libertà. Il colore scuro dà stile leader venato di simpatia, accompagnata da un’immagine di senso di concretezza e di intellettualità. Viviamo in un’epoca narcisista? Macchè. Da quando cominciano le tracce scritte della storia, nasce il desiderio in uomini e donne di piacere ostentando la capigliatura come grande ornamento naturale. Tanto per citare una fonte, venti secoli a.C. il papiro di Harris recita: «il mio cuore è ancora una volta invaso dal tuo amore mentre solo metà delle mie tempie è coperta dalla treccia dei capelli. Corro in cerca di te… ma, ahimé, ora la treccia si è sciolta. Andrò a mettermi una parrucca e così sarò pronta in qualunque momento». L’allusione è all’incontro sessuale, non a partire per fare la spesa… Ovidio poi nel suo Medicamina faciei feminae dice: “avanza la donna con la sua foltissima chioma comprata e con i soldi fa suoi i capelli di altri. Né si deve vergognare –aggiunge– le parrucche sono pubblicamente in vendita”. Mutano i tempi ed anche le acconciature. Pensate a come esprimono libertà e trasgressione i Beatles, capelloni e teste uguali in uomini e donne… Ma significati sociologici a parte, l’influenza esercitata dai capelli sulla psiche è abbastanza facilmente visibile nel variare di umore di noi donne nella vita di tutti i giorni. Quando usciamo dal parrucchiere manifestiamo di solito una tendenza all’euforia e ci sentiamo chiaramente meno

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attaccabili dai problemi quotidiani. Ostentiamo con piacere la nostra civetteria e certamente una pettinatura perfetta ci fa sentire attraenti aumentando di qualche punto la nostra fiducia in noi stesse; per un po’ abbiamo una visione più rosea della vita. La sensazione di bellezza ci aiuta a tollerare i difetti negli altri. Non è un bel miracolo? Noi donne, con i capelli appena in disordine o non ancora sistemati, diventiamo pessimiste e irritabili, come ben sottolinea la battuta riportata ne I due Pierrots di Edmond Rostand: -Vorresti vedermi, anche alle prime luci del mattino? -Mai donna dovrebbe essere vista con i capelli arrotolati sul capo! Non siamo noi donne che non ci tolleriamo allo specchio la mattina, ma è difficile vedere uno sguardo concupito del compagno di fronte a capelli arruffati dal sonno. La chioma è a metà fra pelle e abbigliamento: orna e delimita qualcosa di visibile e qualcosa di nascosto, è un vestiario naturale, fondamentale, perché prolunga ed estende il nostro corpo grazie alle propaggini che possono raggiungere tutto e tutti. È un vestiario tragicamente immutabile perché vivo; è modificabile, tagliabile a volontà come nessuna altra parte del corpo, unghie a parte, acconciabile come una scultura, tingibile come una tela. Detto ciò, non meravigliamoci se la capigliatura ci condiziona sul piano psico-affettivo: mezzo di comunicazione di messaggi non verbali, strumento di relazione, porzione del corpo oggettiva, quasi, i capelli sono investiti di significati particolari, sociali, religiosi, addirittura magico-mistici.La capigliatura diviene quasi oggetto influenzante la mente e, al contempo, terreno dove la mente estrinseca le sue fantasie fino a turbamenti profondi, psicopatologizzando talvolta i problemi che ad essa si riferiscono. Guai, per esempio, a dire a qualcuno, riferendosi ai capelli, “non c’è nulla da fare”. L’interazione psicologica tra mente e capelli si sovrappone e determina dinamiche, nel caso di qualche problema dei capelli stessi, su modificazioni affettive e comportamentali: da una reazione di apparente indifferenza, ipercompensata ad una reazione di tolleranza, da una reazione di preoccupazione comprensibile, ad una reazione di preoccupazione sproporzionata marcata, per esempio, dal rituale della raccolta e del computo quotidiano dei capelli caduti in guerra… sul cuscino. Perfino, con una reazione sproporzionata, si arriva a invocare l’isolamento o ad avere reazioni di grave angoscia e depressione vitale; reazioni sproporzionatissime se pensiamo che, obiettivamente, non siamo di fronte a menomazioni tali da inficiare il valore della nostra vita e del nostro essere al mondo.Allora, sarebbe meglio dire “Ho un diavolo per capello… in meno!” *Psicologa e Psicoterapeuta

Le parole per dirlo di Giovanna Romeo * La mellunara, di Simonetta Agnello Hornby è un delizioso romanzo ambientato in un “piccolo paese dell’entroterra aggrappato alle coste della montagna” intorno agli anni Sessanta. Maria Rosaria Inserillo detta “la mennulara” muore con accanto solo il dottor Mendicò in una stanza essenziale. La donna è una “criata” in casa Alfallipe da quando era quasi bambina e a cinquantacinque anni muore. Di lei si sa da subito che da bambina raccoglieva olive per i padroni e a tredici anni “improvvisamente” serve a casa Alfallipe e poi diviene amministratrice efficiente della famiglia. Solo lentamente emerge la personalità di questa donna all’apparenza rude, ma poi inaspettatamente passionale e intelligentissima, autodidatta di arte.Attraversa il romanzo uno scorcio di mafia, ma soprattutto deliziosa è la lettera di Orazio Alfallipe al suo amico Pietro Fatta dedicata alla sua “mennù”. Orazio ha condotto “un’esistenza pigra fuggendo la responsabilità da salottiero signorotto di provincia, sperperando il patrimonio di famiglia”; Orazio ha avuto numerose amanti ma le altre impallidiscono al confronto della mennulara. “Avevamo tredici e diciassette anni, la seduzione è stata reciproca e graduale… all’inizio consideravo il nostro incontro un gioco lieve e sensuale, poi potente passione fisica… vivo per le poche ore di intimità che ci è concesso condividere per i nostri studi d’arte. Avrei fatto qualsiasi cosa per poter vivere con lei, soli, per sempre. Ma lei lo ha impedito. Muoio con l’immenso rimpianto che la gente non conoscerà le straordinarie doti di questa donna ed il mio amore per lei”. Sarà la mennulara a farlo morire in fretta perché all’ultimo stadio di una malattia che lo stava divorando. Sarà la stessa mennulara a preparare la torta di mandorle amare mortale per lei che era stata devastata dal cancro. Tutto questo avviene in un groviglio inutile di vite pigre. Questo amore risplende in una grotta sotterranea. Lontana da tutto e tutti. *Psicologa e Psicoterapeuta


L’intelligenzalinguistico/verbale e logico/matematica di Galliano Cocco Abbiamo accennato, nel numero precedente, al fatto che Howard Gardner, psicologo dell’università di Harvard, abbia codificato l’intelligenza in diversi macroraggruppamenti. Egli, testualmente, afferma che “anche se in primis parlo delle intelligenze linguistiche e logicomatematiche, ciò non vuole dire che io le reputi le più importanti. In effetti penso che tutte e sette le intelligenze abbiano uguale posizione prioritaria”. Gardner fa notare che, tuttavia, nella nostra società si è collocata l’intelligenza linguistica e quella logico-matematica su un piedistallo, attribuendo loro un’importanza di gran lunga superiore alle altre forme. Richiamiamo, a questo punto, alcune curiosità sulle prime due forme di intelligenza prese in considerazione: l’intelligenza linguistica/verbale e logico-matematica. La prima consiste essenzialmente nell’abilità e capacità di usare le parole in modo congruente ed efficace, sia nella modalità scritta che orale. Come il lettore intuisce, questa intelligenza comprende la padronanza nell’uso della struttura del

linguaggio e nel saper manipolare la sintassi, la semantica, la fonologia ed i suoni. La si può facilmente verificare nei contesti sociali allorché si traduce soprattutto nella facilità di parola (la famosa “parlantina”!); nel saper chiarire, spiegare, informare, insegnare e apprendere verbalmente; nel saper essere convincenti mediante linguaggi persuasivi; nell’avere una buona dose di humor basato sulle parole; nel possedere una buona memoria verbale ed una facilità auditiva. La persona dotata di questa intelligenza, in sostanza, la si riconosce perché cura particolarmente gli aspetti linguistici del discorso; ama fare molte domande e, a volte, può essere prolisso. Per relazionarsi efficacemente con chi possiede in modo prevalente questa intelligenza occorre utilizzare una terminologia piuttosto precisa; spiegare nel dettaglio le cose, usando, se possibile anche supporti cartacei. Nell’intelligenza logico/matematica invece viene ricompresa la dote di usare i numeri in maniera efficace e di saper ragionare bene. È un’intelligenza che coinvolge

Colon e pancreas “Con tutto quello che ho fatto per te, ora mi lasci?”. Una frase del genere, magari detta da una madre ad un figlio che parte, mira a produrre del senso di colpa nell’interlocutore, ed appartiene a quelle modalità definite “invischianti”, sentimentalmente “appiccicose”, al proseguire delle quali, secondo il pensiero psicosomatico, potrà instaurarsi una patologia a carico del colon, da innocue ma fastidiose coliti occasionali a quelle ulcerose fino al morbo di Crohn. Ovviamente ciò non esclude tutte le componenti di natura organica, alimentare, infettiva, ereditaria ecc. che concorrono alle suddette patologie, ma la dimensione emozionale va tenuta nel giusto riguardo. Per liberarsi dall’invischiamento, alla frase di prima basterebbe rispondere: “Ti voglio bene, ma devo lasciarti per vivere la mia vita”. Ma se quella madre dicesse: “Se mi lasci, mi uccido”, le cose cambiano, seppure sarà sempre il senso di colpa ad essere attivato, ma in modo esponenzialmente maggiore. Questo non è più un invischiamento, ma un ricatto. Nella mia esperienza professionale, ho potuto verificare l’attendibilità di alcune ipotesi psicosomatiche e di medicine naturali, secondo cui l’organo che viene investito da relazioni ricattatorie è il pancreas. Visto l’enorme utilizzo del ricatto, cui siamo esposti quotidianamente, e considerato

Sex toys Quando una coppia è in crisi,molti si domandano come fare per evitare una separazione temporanea o la rottura del rapporto, che potrebbe rivelarsi dannosa o addirittura letale. Ora, per quanto se ne sa, la scelta del partner sarebbe determinata principalmente dall’odore; in altre parole, la simpatia o l’antipatia per un eventuale partner sarebbe determinata dalla percezione di un odore, emesso dal/la candidato/a che ci farebbe impazzire o schifare la persona incontrata. Ma allora, quando un rapporto entra in crisi? Forse è cambiato l’odore oppure ci si è stufati dell’odore del/la partner? Non si sa. Nel

sia l’emisfero cerebrale sinistro, che ricorda i simboli matematici, che quello di destra, nel quale vengono elaborati i concetti. È l’intelligenza che riguarda il ragionamento deduttivo, la schematizzazione e le catene logiche. È, per semplificare, quella di Albert Einstein ed include la sensibilità verso principi e relazioni ed abilità nei processi valutativi. Si traduce, pragmaticamente, nel saper ragionare per modelli astratti; nella facilità di utilizzo del ragionamento induttivo e deduttivo, nel saper discernere relazioni e connessioni, nonché nel saper svolgere calcoli complessi e possedere pensiero scientifico e amore per l’investigazione. La persona in cui prevale questa forma di intelligenza è attenta alla sintesi e parla per punti; tende però a distrarsi e a “perdersi fra le nuvole”. Per relazionarsi efficacemente con chi appartiene a questo gruppo di soggetti occorre saper schematizzare alquanto i concetti; delineare il contesto fisico e psicologico con precisione e rispettare il suo bisogno di logica e astrattezza.

di Fabio Trippetti* l’aumento di diabetici, non si pensi di spiegare così tale patologia, perché sarebbe pura follia, ma ove se ne fosse affetti, liberarsi di situazioni ricattatorie certamente gioverà, ed aiuterà a cambiare fattori determinanti nel diabete e nella sua cura e prevenzione, quali stile di vita sedentario ed errata alimentazione. Per aiutarsi nel difficile compito di riduzione del senso di colpa che, come detto, può somatizzare sia sul colon che sul pancreas, ascoltate spesso musica con dinamiche tendenti al forte, con timbrica rude, musica che abbia richiami al tribale, al primitivo (ad esempio molte parti della Sagra della Primavera di I. Stravinsky). In erboristeria, a beneficio del pancreas (ma non cercate di curarvi così il diabete), Maria Treben consiglia la radice di Calamo aromatico (un cucchiaino raso in una tazza d’acqua fredda, riscaldare dopo un giorno e filtrare, berne un sorso prima e dopo i pasti). Dei Fiori di Bach (4 gocce 4 volte al giorno) utilizzate Larch e Pine insieme, ed una volta liberati del senso di colpa, Walnut per non ricadere. *Dottore in Psicologia,Direttore della L.U.ME.N.A.,Professore a c.Facoltà di Scienze Sociali, Università "G.D’Annunzio" di Chieti.

di Giuseppe Capone frattempo la parola d’ordine è cambiare: cambiare profumo, look, pettinatura e colore dei capelli, biancheria intima ecc ecc. E se non funziona? Allora si passa ai Sex Toys. Pare che comunque servano a riaccendere la passione: prima si usano quelli più semplici che non necessitano di particolare manovre: non chiedetemi le istruzioni per l’uso, perché appena ne avrete in mano uno, capirete subito come si usa.Poi si passa a quelli più sofisticati, come le biglie che si introducono in vagina, producendo con il loro movimento sensazioni inarrivabili (dicono), per poi arrivare a quelli che, introdotti in vagina ed

apparentemente invisibili, vengono messi in moto con un telecomando dal partner ed allora potreste vedere una scena come questa: lui e lei seduti al bar, lei fa un cenno a lui, che infila la mano in tasca, lei assume un’espressione sognante ed arrapata, lui assume un’espressione sognante con l’occhietto fricagnolo, poi tutti e due assumono un’espressione sgarupata.Il rischio è che lui, un giorno, ritornando a casa, trovi un biglietto d’addio in cui lei lo lascia dicendo di preferire il suo Sex Toy. “…Sex Toy, Sex Toy, you’re my Sex Toy…”

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I.P.

Gruppo VILLA PINI CASE DI CURA PRIVATE CONVENZIONATE E CENTRI DI RIABILITAZIONE PRIVATI CONVENZIONATI


Il potere dell’acqua D

elle proprietà curative e benefiche dell’acqua si è a lungo parlato, ed è un fatto che la scienza medica oggi adotti in molti casi l’elemento acqua per coadiuvare numerose terapie: la prima cosa che viene in mente è il parto, oggi praticato in moltissimi ospedali e cliniche, ma naturalmente sono molteplici i campi in cui l’acqua assume un ruolo centrale nel trattamento di particolari disturbi. Grazie alle proprietà fisiche dell’acqua è infatti possibile ridurre il dolore connesso a determinate patologie, migliorare la mobilità articolare, la deambulazione, la circolazione sanguigna- linfatica, e svolgere una corretta rieducazione posturale. La Casa di Cura privata convenzionata “Villa Pini d’Abruzzo”, a Chieti, si propone di offrire ai suoi utenti un concetto nuovo di riabilitazione e prevenzione in un ambiente accogliente, caldo e professionale. L’attività in acqua risulta estremamente efficace in una terapia riabilitativa, ad esempio per creare una resistenza che rafforzi la muscolatura, mantenendola elastica e compatta, evitando l'ipertrofizzazione della massa muscolare; o per massaggiare il corpo, stimolando la circolazione periferica grazie al vortice creato dal movimento dell’acqua; o in casi di pazienti affetti da patologie che impediscono una corretta posizione eretta o

I.P.

addirittura la deambulazione (inclusi i gravi casi di obesità) grazie alla diminuzione della forza di gravità, che consente di eseguire movimenti difficilmente effettuabili in condizioni diverse; infine cervicale, torcicollo, emicranie, spesso frutto della rigidità della muscolatura delle spalle, traggono straordinario giovamento dall'elemento liquido, in particolare con acqua calda e con l'ausilio di galleggianti. Nella Casa di cura Villa Pini si trovano, a disposizione degli utenti, una vasca grande “a scivolo”, con diversi livelli di profondità adatta a tutti i tipi di trattamento, una piscina “camminamento” dotata di idromassaggio, adattissima a percorsi vascolari, ed una piscina piccola “a fondo piatto d’ambientamento”, idonea al trattamento singolo ed al rilassamento. Le tre vasche offrono una temperatura costante di 33 gradi. Le attività proposte (individuali o in piccoli gruppi) spaziano dalla rieducazione e prevenzione, ottenuta attraverso movimenti dolci e l’uso di posture corrette, ai corsi di acqua baby, fino al recupero funzionale, incentrato sul trattamento di una specifica patologia con particolare riferimento all’articolazione o al segmento corporeo interessato. Per tutti coloro che desiderano effettuare del movimento al fine di tonificare la muscolatura e perdere peso in modo armonico

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e controllato, la struttura offre anche corsi di acqua pilates (rielaborazione acquatica del più celebre pilates), adatto anche a chi presenta problemi osteoarticolari, come anziani e persone in sovrappeso; lezioni di acqua bike ed acqua fitness, e sessioni di water trekking, utili ad ottenere un’efficace tonificazione degli arti inferiori e glutei ed un concreto consumo di grassi unito ad un importante lavoro cardiocircolatorio. Al termine di una giornata faticosa, ci si potrà concedere anche un Watsu (Water shiatsu, massaggio meditativo), che attraverso un insieme di pressioni ed allungamenti scioglierà le tensioni e ristabilirà un equilibrio psico-fisico ottimale. Tutte le attività proposte sono tenute da personale altamente specializzato.

Un percorso di sviluppo per i primi anni di vita Oltre a coadiuvare le terapie riabilitative, nella casa di cura Villa Pini d’Abruzzo l’acqua è anche al centro di un percorso studiato per le neomamme e i loro bambini, che potranno così favorire l’ambientamento spontaneo del neonato con l’acqua e contribuire a creare nel bambino un atteggiamento sano, ludico, spen-

sierato e amorevole con il prezioso elemento. Mamma e bebè, assistiti da un’istruttrice specializzata, entrano in vasca e si trovano uniti nel condividere un’esperienza priva di paure, in cui il piccolo rafforza il rapporto di fiducia e il senso di protezione percepito nell’ambiente familiare. Le abilità acquisite in acqua lo aiutano in tutti i passi successivi dello sviluppo, mentre il genitore può godere di un momento di complicità in un ambiente caldo e rilassante. Le molteplici proprietà connesse all’acqua si prestano ad accompagnare un corretto sviluppo psicomotorio fin dalla più tenera età; il bambino che si accosta con il genitore ad una nuova dimensione lo farà attraverso il gioco con l’ausilio di vari materiali, assecondando la sua naturale gioia di apprendere, il desiderio di esplorare e di amplificare le proprie attitudini alla socializzazione. Il corso, personalizzato ed individuale, si svolge in una vasca piccola a “fondo piatto di ambientamento” a 33 gradi di temperatura ed è tenuto da personale specializzato. Nella foto grande, le Piscine nel Centro Villa Pini. Nelle altre, palestre e piscine attrezzate per la riabilitazione

G r u p p o Vi l l a P i n i


Disturbi dell’alimentazione S

i chiama “leblouh”, ed è una pratica di uso comune in Mauritania. Dietro questo nome esotico e dal fascino misterioso si cela una pratica dettata dalla tradizione culturale locale, decisamente deplorevole quanto alla salute, che consiste nel far mangiare alle bambine e alle ragazze, spesso prima del matrimonio, grandi quantità di cibo in modo da renderle grasse, perché essere grasse è indice di opulenza, oltre che segno di bellezza. Diametralmente opposta, la cultura occidentale veicola da sempre l’equazione magro = bello, causando spesso malesseri e disturbi nel senso opposto: anoressia e bulimia sono molto diffuse, specialmente nelle ragazze giovani, come evidenzia un recente studio pubblicato sull’autorevole Lancet, (la rivista che raccoglie il meglio della letteratura scientifica internazionale). Fino a pochi anni fa l’obesità e i disturbi dell’alimentazione venivano curati attraverso la prescrizione di diete. «Quest’approccio si è rivelato fallimentare: da un lato si è reso responsabile di restrizioni patologiche che sfociano nell’anoressia nervosa e dall’altro nella comparsa di abbuffate compulsive con peggioramento delle condizioni di obesità». A parlare è Ezio Di Flaviano, presidente per

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l’Abruzzo della Società Italiana Obesità e responsabile del Centro di Riabilitazione Nutrizionale di Villa Pini. «Oggi l’esperienza e la scienza indicano che i disturbi alimentari (anoressia, bulimia) e l’obesità vanno affrontati in modo multidisciplinare. È attraverso la collaborazione di medici nutrizionisti, dietisti, psicologi, psicoterapeuti, e dalla loro condivisione del modello riabilitativo di tipo cognitivo comportamentale, che nasce l’efficacia della terapia». Gli studi su queste patologie hanno rilevato che ogni giorno in Italia 156 persone perdono la vita per problemi legati all’obesità (10% della popolazione), con costi che l’OMS ha calcolato vicini all’1% del prodotto interno lordo e al 6% della spesa sanitaria. «L’obesità –prosegue il professor Di Flaviano– non è un semplice problema estetico, ma una vera emergenza sanitaria. Anoressia e bulimia sono malattie complesse, determinate da condizioni di disagio psicologico ed emotivo, che quindi richiedono un trattamento sia del problema alimentare in sé che della sua natura psichica. L’obiettivo è quello di portare il paziente, attraverso terapie mirate, a modificare i comportamenti e l’attitudine, imparando a gestire i propri stress emotivi con soluzioni non dannose alla pro-

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Lo staff della Casa di cura, con al centro il Prof Ezio Di Flaviano

pria salute e ristabilendo un equilibrato comportamento alimentare». Nel Centro specializzato di Villa Pini vengono trattate sia le condizioni di obesità che i disturbi dell’alimentazione, con risultati eccellenti proprio per la coesistenza, all’interno dei percorsi terapici, di più metodologie: «Per l’obesità –spiega Di Flaviano– è previsto un percorso della durata di 28 giorni con un modello cognitivo comportamentale: il paziente effettua parallelamente una riabilitazione nutrizionale (che gli permette di recuperare uno stile alimentare di tipo mediterraneo con una riappropriazione del piacere di mangiare che sostituisce il senso di colpa per essersi abbuffato), una riabilitazione motoria (attraverso esercizi di ginnastica medica, ginnastica in acqua e percorsi di vita attiva si ridona la gioia del movimento a persone costrette dalla mole

alla quasi totale disabilità), ed infine un percorso psicoeducativo che aumenta consapevolezza e motivazione al cambiamento. In un sottogruppo di pazienti estremamente obesi viene effettuata la preparazione all’intervento chirurgico e viene organizzato il follow-up post operatorio, fondamentale per la buona riuscita dell’intervento. Per i disturbi dell’alimentazione il programma è più lungo (4-5 mesi): su un binario il cibo viene usato come una medicina allo scopo di raggiungere il peso minimo normale (in chi è fortemente denutrito) e normalizzare la condotta alimentare, sull’altro contestualmente si affrontano i pensieri e le preoccupazioni nei confronti del peso, delle forme corporee e del controllo dell’alimentazione, con lo scopo di raggiungere l’accettazione di sé come persona».


La qualità dei servizi a centralità del paziente è una parola d’ordine di importanza fondamentale per tutti gli operatori sanitari ed amministrativi del Gruppo Villa Pini. Il paziente che usufruisce dei servizi del Gruppo trascorrerà la degenza in camere ad alto comfort, dotate ognuna di bagno privato allestito con modulo per disabili e fornite su richiesta di telefono e televisione. I pasti vengono distribuiti in vassoi termici trasportati da moderni carrelli che consentono la gestione differenziata delle temperature del cibo. Particolare attenzione è rivolta alle esigenze alimentari con la possibilità di una scelta personalizzata del vitto. Al degente che ne faccia richiesta verrà fornito un “servizio di ospitalità per accompagnatore”comprensivo di letto e scelta del pasto personalizzato. La struttura offre un Bar ed un Ristorante aperto a familiari ed amici dei pazienti, ed una Cappella interna per funzioni religiose. Tutto il Gruppo si avvale di un Centro Unico di Prenotazione al fine di consentire una gestione più efficiente dei servizi. È presente un servizio di Accettazione H24 sia nei giorni feriali che festivi. Il Gruppo Villa Pini organizza attività didattico formative per gli operatori della sanità e dispone di un Auditorium da 360 posti e di alcune sale più raccolte per Corsi ECM ed aggiornamenti scientifici.

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I.P.

Il Gruppo Villa Pini dispone di più case di più strutture: la Casa di cura Villa Pini d’Abruzzo, la Casa di cura Sanatrix, la Casa di cura Santa Maria, l’Istituto Maristella, il Piccolo rifugio La Cicala e i Centri ambulatoriali San Stef.A.R., organizzati in sei macro aree, al cui interno sono presenti diversi reparti e ambulatori. La Riabilitazione occupa un posto d’onore nelle attività del Gruppo, che dispone a tal proposito del Centro di Riabilitazione Villa Pini all’interno della omonima Casa di cura, uno dei più importanti e all’avanguardia sul territorio regionale. Dispone inoltre di strutture intermedie di riabilitazione psichiatrica variamente distribuite sul territorio abruzzese che ospitano e curano pazienti affetti da patologie psichiatriche psicotiche. Il Piccolo rifugio La Cicala di Atessa è un centro residenziale protetto per diversamente abili fisici e psichici; i Centri ambulatoriali San Stef. A. R. svolgono la loro attività nel campo della riabilitazione psico e neuromotoria. L’Istituto Maristella, infine, è un Centro per la Riabilitazione estensiva di tipo psicomotorio e neuromotorio.

w w w. v i l l a p i n i . i t


CASA DI CURA PRIVATA CONVENZIONATA “VILLA PINI D’ABRUZZO” Medicina generale Neurologia Chirurgia generale Medicina riabilitativa Terapia intensiva Endoscopia digestiva Scienza dell’immagine Laboratorio analisi Ambulatori: Cardiologia, Neurologia, Fisiatria Pneumologia,Gastroenterologia Oncologia,Oculistica, ORL Dermatologia, Endocrinologia Psichiatria, Psicologia Medicina estetica Chirurgia Vulnologia Ortopedia Chirurgia Plastica, Chirurgia maxillofacciale Ginecologia.

CENTRO DI RIABILITAZIONE “Villa Pini”ad alta attività assistenziale ex art.26 per la riabilitazione delle gravi cerebro lesioni acquisite,gravi traumatismi cranio encefalici,comi post anossici etc.Unità operativa per la Cura dei Disturbi dell’Alimentazione

CASA DI CURA privata convenzionata SANATRIX Medicina generale Cardiologia Chirurgia generale Ambulatori: Diagnostica vascolare Senologia, Ginecologia Cardiologia,Chirurgia Scienza dell’Immagine (Tac,Risonanza), Endoscopia Laboratorio analisi

CASA DI CURA privata convenzionata SANTA MARIA Ginecologia e Ostetricia Chirurgia generale Ecografia ed endoscopia digestiva Ambulatori: Gastroenterologia Malattie Infiammatorie intestinali Centro di nutrizione clinica Centro per l’obesità patologica Oculistica Orl Pneumologia Ostetricia Ginecologia Chirurgia Radiologia Tradizionale Laboratorio analisi


GRUPPO VILLA PINI Via dei Frentani, 228 - 66100 - Chieti (CH) NUMERO VERDE 800445566 Centralino e Fax: 0871-3430 / 3630 - 0871-331515 CUP (Centro Unico di Prenotazione): 0871-3430 www.villapini.it - info@villapini.it Casa di Cura Villa Pini d’Abruzzo Chieti, Via dei Frentani, 228 Direttore Sanitario: Dott. Sergio Frezza (specialista in Medicina del lavoro, Pediatria, Igiene) MEDICINA GENERALE TERAPIA INTENSIVA NEUROLOGIA CHIRURGIA GENERALE MEDICINA RIABILITATIVA Casa di Cura Sanatrix L’Aquila, Via XXIV maggio, 7 Direttore Sanitario: Dott. Americo Dionisi (specialista in Cardiologia, Malattie cardiovascolari e reumatiche, Gastroenterologia) MEDICINA GENERALE - CARDIOLOGIA CHIRURGIA GENERALE

Casa di Cura Santa Maria Avezzano (AQ), Via Trieste, 28 Direttore Sanitario: Dott. Corrado Paoloni (specialista in Gastroenterologia, Chirurgia generale,Ostetricia, Ginecologia) CHIRURGIA GENERALE - OSTETRICIA GINECOLOGIA Centro di riabilitazione Villa Pini D’Abruzzo Chieti, Via dei Frentani, 228 Direttore Medico: Dott.ssa Rosella Lardani (specialista in Neurologia) Istituto Maristella Chieti, Via dei Frentani, 228 Direttore Medico: Dott. Edgard Matta (specialista in Neurologia) STRUTTURE INTERMEDIE DI RIABILITAZIONE PSICHIATRICA - REGIONE ABRUZZO Direttore Medico: Dott.Giovanni Pardi (specialista in Psichiatria e Criminologia Clinica) Piccolo rifugio La Cicala Atessa (CH) Via Cavalieri di Vittorio Veneto, 14 Direttore Medico: Dott. Alberto Cerasoli (specialista in Neurologia e Psichiatria) SanStef.A.R centri ambulatoriali Regione Abruzzo, Regione Molise Coordinatore delll’attività medica dei centri: Dott. Sergio Domizio (specialista in Neuropsichiatria infantile e Pediatria)

I.P. Aut. Reg. n° DG9/17 del 13/06/2007 Aut. Reg. n° DG9/18 del 13/06/2007 Aut. Reg. n° DG9/16 del 13/06/2007


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