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WALTER SITI IL CANTO DEL DIAVOLO

contemporanea


WALTER SITI IL CANTO DEL DIAVOLO

contemporanea


A Reza, che ama di riflesso


Il canto del diavolo ティ appena cominciato, e quando inizia non la smette piテケ. 窶連bd al-Rahman Munif

Io sono una parte di quella forza che sempre vuole il male, e sempre opera il bene. Mefistofele


La favola di Dubai

1. «Questi alla parete cianno il Rolex, da noi nelle stazioni ce mettono l’orologi che si trovano nelle patatine»; palpo in tasca il fazzoletto odoroso di caffè, i cani non ci sono, possiamo rilassarci. Dubai ci accoglie con scarse file e molti sorrisi al controllo passaporti; tutto preciso e veloce al punto che siamo già fuori senza accorgercene, rischiando di superare il desk della Arabian Adventures («si nun ce facevi caso te...»). Poi scopriamo che sarebbe stato meglio, perché pretendono che aspettiamo i passeggeri dell’intera lista – e allora via dall’organizzazione, col taxi individuale; tanto quanto vuoi che costi, abbiamo fretta di essere in albergo. I grattacieli della Zayed Road a una prima occhiata sembrano corone di gioielli, uno ha in testa un’aureola verde quadrata di neon, come nei mosaici tardoromani i beati non ancora santi; due mastodonti ellittici sullo schermo del taxi portano anch’essi, in grande, la scritta “Rolex” – sponsor importante, dunque, da queste parti. Dubai come la Svizzera del Medio Oriente.


Il viale d’ingresso dell’albergo ha i tronchi delle palme fasciati di lucine, e all’arrivo una fontana con sette cavalli arabi; variamente decorati a strisce o a fiori, scoprirò più tardi che i cavalli sono dappertutto in città, arredo urbano dalle code fiammeggianti, frequenti come gli orsi a Berlino. Volte e archi moreschi nella hall, dorature, credit card e lampadari a goccia. Tagliamo corto ai discorsi sul letto king size o sui letti separati, appena in camera c’è un tale gelo d’aria condizionata a palla che ci viene istintivo aprire la porta-finestra del balcone; un miracoloso scorcio su una piscinetta silenziosa, «oh, da domani questa è la nostra». Riverberi azzurri, gru cariche di fari come alberi di Natale; grumi di buio nelle siepi e giganti in ombra, ma soprattutto una zaffata di calore che sembra provenire da un motore acceso, trentadue gradi incredibili a mezzanotte («de giorno se mòre»). La luna crescente opaca di vapori. Non è stata una buona idea, aprire la finestra; rientrando troviamo i passaporti con la copertina arricciata e il pacchetto di sigarette molliccio come se fosse caduto nell’acqua. Pensiamo al trasudare di qualche tubatura, mentre togliamo i sigilli al frigo-bar ripieno di ogni genere di conforto, soprattutto alcoolici e perfino champagne in barba a Maometto. C’è un televisore anche in bagno, e una calcolatrice portatile sulla cassaforte. L’umidità si taglia col coltello, bisogna asciugare i biscotti in un piattino sopra al paralume, per non parlare di sostanze più preziose. Al mattino, con complicità millenaria, ci raccontiamo i sogni: una gara in maschera con confronto di dorsali, Europa sul toro di Wall Street. Salutiamo una teoria


infinita di camerieri ma in parte la camera l’abbiamo già risistemata noi. «So’ io», detto alle onde per farsi riconoscere, in ricordo del soggiorno di due anni fa. Ma il mare è peggiorato, spuntano altre draghe, chiatte, rimorchiatori: stanno costruendo una delle due Palme a non più di cento metri dalla spiaggia. Massimo fortunatamente è impermeabile alla bruttezza: dice «sembra Miami» ed è tutto. L’acqua è caldissima, più dei trentasei gradi corporei; dà perfino fastidio, effetto tinozza – l’erba è secca e le palme polverose, nelle narici penetra sottile un odore di benzina. Ancora più sottile dell’odore, in me insiste un inspiegabile sentimento di vergogna (la sola cosa che posso dirne, è che mia madre stavolta non c’entra); Massimo fotografa col telefonino, dal mare, i grattacieli dietro le cupole dell’albergo. La sua fiducia nella felicità non smette di commuovermi. L’inserviente che ci porta l’Evian nel nostro padiglione sulla spiaggia gli chiede una scheda d’allenamento, lui gliela promette per l’indomani; gioca a fare il padrone prendendosi in giro, se appena c’è un disguido o una tovaglietta messa male («mo’o cacciate questo, per favore?»); ma sta dalla loro parte, è uno di loro, cavalca le loro stesse occhiate alle svedesi burrose e alle americane con le spalle larghe floride di lentiggini. Dopo le undici tutto scotta intollerabilmente, anche respirare è una fatica; giusto il tempo di intravedere un culturista francese con un perizoma rosso, l’unico dopo tanto tempo che lo supera in giovinezza e volume («sai quante bombe se fa, così perdi la proporzione»); poi non rimane che rifugiarsi al fresco della stanza, o dei bar con vetrata da cui si domina il va-e-vieni delle


auto di lusso («macchine che da noi nun esistono» – ed è vero, la Rolls Peony Phantom per esempio è stata disegnata specificamente per gli Emirati, prezzo seicentomila euro). Sul «Gulf News» si legge che la crisi sta picchiando duro (“carnage”, scrivono), la Borsa di Abu Dhabi ha perso il ventitré per cento dall’inizio dell’anno; esperti mondiali spendono preoccupanti parole di ottimismo. Solo dopo le quattro il morso della calura si incrina; Massimo rifiuta la piscina grande con le isole, i club sandwich e i cuba libre a bordo vasca («temi di incontrare la concorrenza?» «seh, manco lo vedo a quello... no, ce so’ i regazzini che strillano»); nella piscina piccola sotto il nostro balcone si può andare solo assumendosi la personale responsabilità perché non è controllata dai bagnini, dopo qualche equivoco firmo e possiamo usarla. C’è un’altalena fatta con un copertone di camion, mentre mi spingo in alto e vedo le palme rovesciate sono visitato dal solito molle pensiero di suicidio; poi il movimento rallenta, di nuovo giardino e acqua celeste e Massimo disteso sulle piastrelle («famme ’na foto, dài, sembro il beato porco»). Una signora finlandese è ritornata a Tampere dopo essere rimasta cinque anni in coma al Main Hospital di Dubai – forse questo è un Paese da apprezzare in coma. Verso le sei, due russi forzuti giocano con una Ferrari, la fanno ruggire accanto a una fontana ma non partono mai; il fisico è da guardie del corpo, invece magari sono i proprietari – la grinta coatta e i muscoli li avranno aiutati nell’ascesa imprenditoriale. Massimo un po’ li invidia e un po’ ne è depresso – il giretto fuo-


ri non lo esalta, e non è esaltante in effetti, tra palme piantate in batteria e ville residenziali a schiera nuove nuove («sembrano quelle dei trenini»). Fin che non si ingrandisce il profilo della Vela, l’albergo a sette stelle, madreperla cangiante al crepuscolo; e viene buio presto, le torri del vento del Madinat Jumeirah si accendono di neon. «Che stamo a fà?», con una nota triste nella voce; giusto un abbondante aperitivo che ci esima dalla cena e una sua osservazione svagata: «se vede che gli hotel so’ messi in fila a scalare, oh, più s’avvicinano al top più so’ belli». (Lassù, sull’eliporto circolare della Vela, atterrano gli dèi). Immediato taxi abusivo per non farsi raggiungere dalla noia, la notte più che incuriosirlo gli fa paura; poliedri di cristallo, un caravanserraglio trasformato in bowling, sembra di muoversi in uno schermo al plasma – proporgli un prolungamento di serata sarebbe stato peggio. Il suo russare fragoroso è un fenomeno naturale, un rumore benigno (canne che si spezzano, tombino che si sgorga, ippopotamo che sbadiglia, rassicuranti conferme che il mondo non è ostile); da campionare con divertimento sapendo che il sonno, quando vuole, mi prenderà comunque – approfittando degli intermezzi di silenzio, orti casuali di tenerezza. Stamattina, mentre ancora dormiva, ho deciso che cambiamo albergo; ci trasferiamo all’Al Qasr, l’hotel in forma di residenza reale all’interno del Madinat Jumeirah dove stavamo due anni fa – ho capito che gli piace di più. Qui lo staff è terrorizzato dall’ignoranza dei compiti, cui cerca di rimediare esagerando in servilismo: se dodici persone ti dicono «good morning» in


cinque minuti, e si precipitano a strapparti il piatto che stai ancora masticando l’ultimo boccone, e arrivano in sei a chiederti in successione se vuoi tè o caffè, be’ ha ragione Massimo, alla fine rompono il cazzo. Resterà ancora con me solo una settimana, non voglio badare a spese. Regalargli il meglio in questi anni è stata la mia avventura («era il mio orgoglio/ la tua allegria» diceva una vecchia canzone di Endrigo); mi è parsa, e mi pare tuttora, una forma profonda, non pedante né burocratica, di restituzione e di giustizia. Questa prima tranche del viaggio voglio che sia un regalo per lui, una favola di ricchezza; ci sarà tempo, nelle settimane a venire, per la verità e per il resto. Il Madinat Jumeirah è in realtà un suq, o meglio la riproduzione glamour di un suq ad uso dei turisti; ci sono i settori dell’oro, dei profumi e delle spezie, ma anche le griffe occidentali; soprattutto tanti ristoranti di tutte le cucine del mondo (comunque lo so, con Massimo saranno uova a colazione e bistecche ai ferri per pranzo). Più che un edificio è un villaggio con torri color ocra, a imitazione di una dimora degli sceicchi (sognata, perché quelle vere le credo assai più sobrie). A collegare le varie aree, e i ristoranti, hanno scavato dei canali con ponticelli e l’acqua verde è così trasparente che si distinguono sul fondo le colonie di ricci. Dal più alto dei ponti incombe vicinissima la capsula bombata, a osso di seppia, del Burj al-‘Arab, detto la Vela per la caratteristica forma che imita quella di un dhow (le imbarcazioni tradizionali dubaine); sopra gli imbarcaderi brillano altane con le tende a strisce rosse e grigie, e loggiati impraticabili da cui pendono tappe-


ti, e colonne che non sorreggono niente e qualche figurina d’arabo aguzzo come una miniatura. Che m’importa se è tutto finto, Massimo è felice, sale e scende continuamente dalle barche («che vòi fotografà, qua è tutto ’na fotografia»), compra il patchouli per la moglie e pretende di prenotare alla steak house sulle palafitte dove poi daremo buca. L’unico rimpianto è per la piscinetta che era tutta nostra – qua al bordo di una vasca gigante a forma di delfino ci giocano a pallavolo, dei colossi che credi americani ma quando gli rimandi la palla rispondono «spasiba». L’hotel Al Qasr è l’ala più lussuosa di tutto il complesso, gli sfigati che vanno solo al suq vengono bloccati da portieri austerissimi che non li lasciano entrare; trionfi di gladioli freschi alti quasi quattro metri (arrivano, pare, tutte le mattine dallo Zimbabwe con un volo speciale) e un centro fitness di ultima generazione e una terrazza per l’happy hour con stuoie di papiro che mosse elettricamente funzionano da ventagli. Ma non è finita: giù nella lobby c’è un plastico dove si mostra quel che l’albergo vuole ancora diventare, con un’appendice sottomarina. L’osservazione la devo a Massimo: questo è l’unico Paese dove i plastici sono esattamente identici alla loro realizzazione – sia per la perfezione con cui sono eseguiti, sia per un’impalpabile carenza nella realtà: non so, quelle impercettibili sporcature provocate dall’esistere, i disordini dell’uso; sarà la geometria troppo esatta, o i materiali sintetici, o una generale assenza di anima per eccesso di plagio. Attraversiamo un quartiere vittoriano («lì ce sta la regina») per raggiungere “Certo”, il miglior ristorante italiano a Dubai. Massimo fa


subito amicizia col maître de table, un napoletano che si chiama Giovanni. Giovanni è contento perché qui impara i trucchi da applicare in Italia; «poi, quando crolleranno, chiudo le valige e me ne vado». Dà per scontato che il giocattolo si romperà, «perché qua non ci sta niente di bello»; anche se sono dei geni del marketing. Cita l’esempio del bicchiere di whisky numerato, da duemila euro, che hanno in menu alla Vela («non ti vendono il liquore, ti vendono il prezzo»). Tra i trucchi che sta imparando, il più apprezzato da Massimo è la wine tower, un’impalcatura quadrata al centro della sala con le bottiglie fino in cima – e il vino pregiato è il più in alto, così le cameriere in minigonna si devono arrampicare lungo la spalliera con quel che segue. Facile com’è alle influenze, Massimo rinuncia alla tagliata e opta per una cotoletta alla milanese che un nostromo di Oslo sta gustando nel tavolo accanto; occhi chiari, una barba da spot televisivo e parla benino l’italiano grazie ad alcuni soggiorni in Toscana. Il fritto lo sconteremo stanotte, ma per adesso è gioia pura fino al congedo: «mejo de tanti posti in Italia, oh... era bòno tutto, dall’antipasto al dolce... se vedemo martedì pe’ la pizza». 2. I “mall”, cioè i centri commerciali, sono i veri monumenti di Dubai, l’equivalente di quello che nella vecchia Europa sono le chiese e i musei; solo che nei mall gli oggetti esposti si possono comprare. Dai grandi alberghi partono i pullman per andare a visitare i più famosi: il Mall of the Emirates, l’Ibn Battuta Mall,


Walter Siti - Il canto del diavolo  
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