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Ospedale psichiatrico-giudiziario di Säter, lunedì 2 giugno 2008 Sture Bergwall, un serial killer sadico e cannibale, rifiutava di ricevere visite da sette anni. Quando arrivai al controllo di sicurezza dell’ospedale psichiatrico-giudiziario di Säter tremavo per l’agitazione. «Hannes Råstam» mi presentai. «Sveriges Television. Ho fissato un incontro con Sture Bergwall…» Infilai la mia tessera nel vano concavo in acciaio inox posto sotto il vetro blindato che mi separava dall’addetto alla sicurezza. L’uomo controllò su una lista che la visita fosse stata prenotata e approvata. «Passi attraverso il controllo di sicurezza. E non tocchi la porta!» Feci quello che la voce metallica mi aveva ordinato: oltrepassai una porta scorrevole automatica, mi infilai sotto due metal detector, attraversai una seconda porta automatica e infine giunsi in una sala d’attesa, dove un addetto controllò il contenuto della mia borsa a tracolla. Seguii in silenzio il passo deciso della mia accompagnatrice attraverso un groviglio incomprensibile di corridoi, scale e ascensori. L’eco dei suoi tacchi sul pavimento di cemento. Lo stridio di chiavi a ogni nuova porta di acciaio. Il click secco di serrature elettroniche, porte blindate che si chiudevano sbattendo. Thomas Quick aveva confessato circa trenta omicidi. Sei diversi tribunali lo avevano condannato per l’assassinio di 17


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otto persone. Dopo l’ultima condanna, il reo confesso aveva chiesto una pausa, aveva ripreso il suo vecchio nome e aveva smesso di parlare con gli inquirenti e la stampa. Nel frattempo, all’esterno dell’ospedale in quei sette anni era divampato a intervalli regolari un dibattito contagioso sul fatto che Quick fosse un serial killer o un mitomane. Nessuno però sapeva cosa ne pensasse il diretto interessato. E ora stavo per incontrarlo e parlargli a tu per tu. La mia accompagnatrice mi portò in un grande reparto deserto, il pavimento di linoleum era così tirato a lucido da brillare, e mi fece accomodare in una piccola stanza per le visite. «Sta arrivando» disse. Provai un inaspettato senso di disagio. «Qualcuno rimarrà fuori dalla porta durante la visita?» «Il reparto è chiuso, non c’è personale» rispose brevemente. Poi mi porse una scatoletta nera, come se mi avesse letto nel pensiero. «Vuole sapere cosa fare in caso di aggressione?» Sture Bergwall era rinchiuso lì dal 1991. Era considerato talmente pericoloso che gli era permesso di lasciare quel bunker soltanto una settimana ogni sei per fare un giro in macchina, a condizione che fosse accompagnato da tre sorveglianti. Probabilmente per fare in modo che il pazzo possa vedere l’orizzonte ed evitare di ammattire ancora di più, pensai. Una volta solo, avrei avuto pochi secondi per capire se la situazione richiedesse un allarme antiaggressione oppure no. «C’è un pulsante di allarme nella stanza accanto» m’informò la sorvegliante. Mi sta prendendo in giro?, pensai. La donna sapeva quanto me che nessuna delle vittime di Quick avrebbe potuto essere salvata da un pulsante d’allarme posto in una stanza adiacente. Le mie riflessioni furono interrotte dalla comparsa sulla porta di Sture Bergwall, accompagnato da due infermieri. Alto 189 centimetri, indossava una felpa sbiadita un tempo 18


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lilla, jeans consunti e un paio di sandali. Sorrise incerto e mi tese la mano, leggermente chinato in avanti, come per evitare che mi avvicinassi troppo. Fissai la mano che a detta del suo proprietario aveva strangolato almeno trenta persone. Era umida. Gli infermieri nel frattempo erano spariti. Ero solo con il cannibale. L’uomo di Säter Come sempre, la notizia più sconvolgente fu data dai mass media. Il reporter dell’«Expressen» aveva fretta ed era andato dritto al punto. «C’è un tipo giù a Falun che ha confessato l’omicidio di suo figlio Johan. Posso avere un suo commento?» Anna-Clara Asplund, appena rincasata dal lavoro, aveva ancora le chiavi in mano e la giacca addosso. Aveva sentito il telefono squillare mentre stava aprendo la porta. «Purtroppo non ho molto tempo» spiegò il reporter. «Domani devono operarmi di ernia inguinale e devo consegnare il mio articolo questa sera.» Anna-Clara Asplund non capì subito a cosa alludesse l’uomo. Ma intuì che la ferita si sarebbe riaperta e che da quel lunedì 8 marzo 1993 sarebbe stata costretta a rivivere quell’incubo. Un paziente quarantaduenne, rinchiuso nel reparto di psichiatria dell’ospedale giudiziario di Säter, aveva confessato l’omicidio di suo figlio, le spiegò il reporter. «Ho ucciso io Johan» aveva detto l’uomo. Anna-Clara Asplund si chiese perché la polizia avesse informato prima l’«Expressen», e non lei e suo marito. La discesa all’inferno di Björn e Anna-Clara Asplund era iniziata il 7 novembre 1980. Un venerdì del tutto norma19


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le, come si usa dire. Quando succede, è sempre un giorno normale. Prima di salutarlo per andare al lavoro, Anna-Clara Asplund aveva preparato la colazione a Johan, il figlio di undici anni. Uscito di casa verso le 08.00, il ragazzino avrebbe dovuto percorrere circa 300 metri per raggiungere la scuola. Ma non vi era mai arrivato. Era sparito senza lasciare traccia. Già il primo giorno, la polizia aveva iniziato una massiccia ricerca con elicotteri, telecamere a raggi infrarossi e battute a tappeto, senza però trovare alcuna traccia del ragazzo. In breve tempo, il caso Johan diventò uno dei più grandi enigmi della storia criminale svedese. I genitori presero parte a innumerevoli interviste, documentari e dibattiti. Ogni volta raccontavano quello che si prova a perdere un figlio, quando non si sa ciò che è accaduto e non esiste una tomba su cui andare a piangere. Ma senza risultato. Anna-Clara e Björn Asplund si erano separati quando Johan aveva tre anni, ma la loro relazione era rimasta buona e si erano sostenuti a vicenda durante il calvario che era seguito alla scomparsa del figlio, durante i contatti sconsolanti con i giornalisti e i vari rappresentanti del sistema giuridico. Entrambi erano convinti che Johan fosse stato rapito dall’ex convivente di Anna-Clara, spinto al gesto dal fallimento del rapporto con la donna e da una gelosia ossessiva. L’ex convivente aveva affermato di essere restato a casa a dormire fino alle 09.00 di quel tragico mattino. Ma alcuni testimoni lo avevano visto uscire alle 07.15. Altri avevano notato la sua auto parcheggiata vicino alla casa degli Asplund verso le 08.00. Interrogati, amici e colleghi di lavoro avevano dichiarato che dopo la scomparsa di Johan l’uomo si era comportato in modo strano. Persino il suo migliore amico aveva contattato la polizia e aveva affermato di essere certo che fosse stato lui a rapire Johan. Alla presenza di due testimoni, Björn Asplund gli aveva detto: «Tu sei un assassino, hai ucciso mio figlio e non te 20


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la caverai. Da questo momento, dirò a tutte le persone che incontro che sei stato tu a uccidere Johan». Per i genitori, il fatto che l’uomo accusato non avesse protestato, e nemmeno avesse sporto denuncia per diffamazione contro Björn Asplund, costituiva un’ulteriore conferma della sua colpevolezza. Però, a dispetto degli indizi, dei testimoni e del movente, non c’erano prove sicure. Quattro anni dopo la scomparsa di Johan, Anna-Clara e Björn Asplund si rivolsero all’avvocato Pelle Svensson chiedendogli di presentare un’istanza di rinvio a giudizio per l’ex convivente di Anna-Clara, una decisione insolita che comportava un considerevole rischio economico nel caso in cui l’accusa fosse stata respinta. Al termine di un processo spettacolare, la corte giudicò che l’accusato aveva rapito Johan. L’uomo fu condannato a due anni di reclusione per sequestro di persona. Si trattava di un avvenimento unico e di una grande vittoria per gli ex coniugi Asplund. Ma l’anno seguente, il successo in tribunale si trasformò in un’amara sconfitta quando la Corte d’appello, dopo che la difesa aveva presentato ricorso, scagionò l’uomo. Gli Asplund furono condannati a pagare i costi legali della controparte per un totale di più di 70.000 euro, somma che in seguito il governo decise di depennare «per compassione». Dopodiché, passarono sette anni senza che venisse rinvenuta una sola traccia di Johan Asplund. Nessuno cercava più il suo assassino. Anna-Clara era rimasta immobile nell’atrio di casa, le chiavi in una mano e il telefono nell’altra. Rimuginò su quello che il reporter le stava dicendo – l’indagine sulla scomparsa di suo figlio era stata riaperta e un paziente di una clinica psichiatrica aveva confessato –, ma non riuscì a rilasciare alcun commento utile al giornalista per un eventuale articolo. Un volta tornata in sé, chiamò la polizia di Sundsvall, che confermò quanto le aveva detto il giornalista. Dall’articolo 21


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sull’«Expressen» del giorno seguente venne a sapere che il paziente della clinica privata aveva raccontato di aver strangolato Johan e poi di aver sotterrato il suo cadavere. Il reporter era anche riuscito a mettersi in contatto con Björn Asplund, che però si era dimostrato piuttosto scettico circa la validità delle nuove informazioni. Credeva ancora che Johan fosse stato ucciso dall’uomo contro il quale avevano intentato un’azione legale privata. Ma non aveva scartato del tutto quella possibilità. «Se dovesse essere dimostrato che Johan è stato assassinato da un’altra persona, lo accetterò di buon grado» aveva dichiarato al giornalista. «La cosa più importante è che ci venga data una risposta definitiva.» L’«Expressen» continuò a seguire il caso e alcuni giorni dopo Anna-Clara Asplund poté leggere i dettagli della confessione del paziente della clinica di Säter. «Ho incrociato Johan vicino a scuola e l’ho convinto a salire sulla mia auto.» Queste le parole di Sätermannen, «l’uomo di Säter», come sarebbe stato soprannominato in seguito all’articolo apparso sull’«Expressen» il 15 marzo 1993. «Ho portato il ragazzo in una foresta e l’ho stuprato. Non avevo intenzione di ucciderlo. Ma sono stato colto dal panico e l’ho strangolato. Poi ho sotterrato il corpo per fare in modo che nessuno lo potesse ritrovare.» Era evidente che quell’uomo fosse una persona molto malata. Già nel 1969 si era reso colpevole di aggressioni sessuali a dei ragazzi. Nel 1990 era stato arrestato con un complice più giovane per una rapina in banca a Grycksbo, non lontano da Falun, ed era stato rinchiuso nel reparto di psichiatria dell’ospedale giudiziario di Säter dove, durante una seduta terapeutica, aveva confessato l’omicidio di Johan Asplund. Secondo l’«Expressen» l’uomo aveva dichiarato: «Non ce la faccio più a vivere con questo rimorso. Per riuscire ad andare avanti, devo disfarmene; voglio espiare la mia colpa ed essere perdonato». Tu non ce la fai più ad andare avanti?, si domandò tra sé e sé Anna-Clara posando il giornale. 22


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Il procuratore, Christer van der Kwast, era un uomo energico sulla cinquantina, con una barba ben curata e capelli scuri corti. Era famoso per la sua capacità di presentare le proprie conclusioni con convinzione e con un tono di voce deciso, facendole accettare come verità sia dai suoi subordinati sia dai giornalisti. In altre parole, era un uomo che irradiava fiducia e sembrava provare un grande piacere nel comandare i suoi uomini, indicando loro la strada da seguire con il braccio teso. Alla fine di maggio, van der Kwast organizzò una conferenza stampa. Informò una schiera di reporter eccitati che Sture Bergwall aveva indicato i luoghi dove aveva sepolto le diverse parti del corpo di Johan Asplund e che i tecnici della scientifica stavano in quel momento cercando le mani della vittima in una località non lontana da Falun. Bergwall aveva affermato di avere nascosto alcune parti del corpo del ragazzo nelle vicinanze di Sundsvall, ma le ricerche con unità cinofile specializzate in cadaveri non avevano ancora rinvenuto i resti nei punti indicati dal reo confesso. «Il fatto che non sia stato trovato ancora niente non significa che non ci sia nulla» commentò il procuratore. Mancavano però ulteriori prove che collegassero l’indiziato a Johan Asplund e van der Kwast era stato costretto ad ammettere di non essere in possesso di elementi sufficienti per procedere all’incriminazione di Bergwall. Tuttavia i sospetti rimanevano: anche se non c’erano prove certe, quell’uomo era comunque colpevole di un altro omicidio. Van der Kwast raccontò ai presenti che già nel 1964 Sture Bergwall aveva ucciso un ragazzo suo coetaneo a Växjö, il quattordicenne Thomas Blomgren. «I particolari che il paziente dell’ospedale di Säter ha riferito coincidono a tal punto con il materiale raccolto durante l’indagine sul crimine che, in una situazione normale, non avrei esitato a incriminarlo e a farlo processare» dichiarò van der Kwast. Il suo ragionamento era doppiamente ipotetico, sia perché l’omicidio era caduto in prescrizione (erano passati 23


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oltre venticinque anni) sia perché al momento del crimine l’uomo di Säter aveva soltanto quattordici anni e quindi non era perseguibile in quanto minorenne. Eppure il delitto di Thomas Blomgren acquistò grande importanza per il seguito dell’indagine: il fatto che Sture Bergwall avesse già commesso un omicidio era senza dubbio un’aggravante compromettente. Christer van der Kwast non rivelò in che modo Bergwall fosse collegato all’omicidio di Blomgren e, dato che non sarebbe stato possibile rinviarlo a giudizio, i particolari non furono resi pubblici. Gunnar Lundgren, l’avvocato di Bergwall, condivideva in pieno il parere del procuratore e aveva affermato che le informazioni fornite dal suo cliente erano attendibili. Nei servizi su Thomas Quick che i mass media diffusero iniziarono ad apparire particolari sempre più sconcertanti sul passato del sospettato e sulle sue inclinazioni personali. In un articolo apparso sul quotidiano «Dala-Demokraten», il giornalista Gubb Jan Stigson scriveva che Sture Bergwall si era reso colpevole di un «tentato omicidio a sfondo sessuale» ai danni di un ragazzo di nove anni: «Durante l’interrogatorio il quarantatreenne ha spontaneamente raccontato che, mentre il ragazzo urlava, aveva cercato di strangolarlo e ha aggiunto di averlo trascinato in giro finché il sangue non aveva iniziato a uscire dalla bocca della vittima». Secondo il «Dala-Demokraten» già nel 1970 i medici avevano stabilito che Bergwall potesse essere un possibile assassino di bambini, e i giornali avevano citato una perizia psichiatrica in cui si affermava che il soggetto soffriva di «una grave patologia congenita di perversione sessuale acuta del tipo paedophilia cum sadismus». Non era «soltanto pericoloso, ma in certe circostanze rappresentava anche una minaccia per la vita altrui». Il 12 novembre 1993, Gubb Jan Stigson rivelò che l’indagine della polizia prendeva in considerazione un totale di cinque omicidi. Oltre a quello di Johan Asplund (1980) e 24


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Thomas Blomgren (1964), Bergwall era sospettato per l’omicidio del tredicenne Alvar Larsson, scomparso nel 1967, del quarantottenne Ingemar Nylund, assassinato a Uppsala nel 1977 e del diciottenne Olle Högbom, sparito da Sundsvall nel 1983 senza lasciare traccia. Secondo Stigson, l’uomo di Säter aveva confermato di aver compiuto tutti e cinque gli omicidi. Un numero sempre maggiore di giornalisti iniziò a scrivere che Bergwall era il primo vero serial killer svedese. «Dice la verità sugli omicidi dei ragazzi» sentenziò l’«Expressen» nel titolo di un articolo a piena pagina del 17 giugno 1994. Sture Bergwall aveva confessato un altro omicidio e gli inquirenti credevano di essere finalmente arrivati a una svolta. Si trattava del quindicenne Charles Zelmanovits, scomparso dopo una festa a Piteå nel 1976. Bergwall aveva dichiarato di essere andato da Falun a Piteå* insieme con un amico più anziano per cercare un giovane di cui abusare. Avevano incontrato Charles e, dopo averlo convinto a salire a bordo della loro auto, lo avevano portato in una foresta: qui Bergwall lo aveva strangolato, fatto a pezzi e infine aveva tenuto con sé alcune parti del suo corpo. Secondo gli inquirenti l’uomo non aveva soltanto dato informazioni tali da permettere loro di individuare i resti della vittima, ma aveva anche indicato quelle parti che aveva portato a casa con sé. Per la prima volta, van der Kwast era in possesso di prove che la polizia non era riuscita a trovare durante le altre indagini: una confessione legata a parti di un corpo e un racconto che provava che l’indagato era a conoscenza di dettagli di un omicidio che soltanto il colpevole poteva sapere. «Quest’uomo di quarantatré anni è un assassino seriale sessuale» stabilì l’«Expressen» nell’articolo del 17 giugno. «Sappiamo che ha detto la verità su almeno due omicidi» confermò il procuratore. *

La distanza tra Falun e Piteå è di 770 chilometri [N.d.T.]. 25


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Sulle locandine Quando Birgitta Ståhle, la psicoterapeuta di Thomas Quick, andò in vacanza nel luglio del 1994, si diffuse una certa inquietudine tra il personale dell’ospedale al pensiero di come il paziente se la sarebbe cavata senza le sedute terapeutiche che erano diventate sempre più importanti per lui. Lunedì 4 luglio era previsto un pranzo collettivo nel ristorante del Golf Club di Säter e Thomas Quick si sarebbe dovuto presentare accompagnato da una giovane studentessa di psicologia che sostituiva la Ståhle. La giovane e il suo paziente lasciarono il reparto 36 alle 11.45 e si avviarono a piedi verso il Golf Club. A un tratto l’uomo disse di avere un urgente bisogno di urinare. Si scusò e andò dietro a un edificio in rovina che un tempo era stato un padiglione pubblico dell’ospedale. Non appena fuori vista, Quick si mise a correre lungo un sentiero nella foresta che portava a Smedjebacksvägen. Come pianificato, una vecchia Volvo 745 con il motore acceso era lì ad aspettarlo. Al posto di guida c’era una giovane donna e al suo fianco un ventenne che era stato dimesso in prova dalla clinica di Säter. Thomas Quick prese posto sul sedile posteriore e l’auto partì sgommando. I tre passeggeri erano eccitati e se la ridevano perché la fuga era andata secondo i loro piani. Il ragazzo seduto sul sedile anteriore passò un sacchetto con della polvere bianca a Quick che, dopo averlo aperto con grande naturalezza, sì inumidì il dito indice di saliva e non ne lasciò un solo granello. Con l’aiuto della lingua fissò la dose amarognola al palato, poi si appoggiò allo schienale e chiuse gli occhi. «Che buona… Che buona!» mormorò, gustandosi l’impasto di anfetamina, la sua droga preferita. Il suo giovane amico gli passò una lametta, schiuma da barba, un berretto blu e una t-shirt. «Datti da fare! Non abbiamo tempo da perdere» disse bruscamente. 26


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Mentre la Volvo 745 si immetteva sulla statale 70 per Hedemora, la giovane psicologa, rimasta ferma davanti al padiglione, aveva iniziato a preoccuparsi. Chiamò ad alta voce Quick, ma non ebbe risposta; poco dopo fu costretta a constatare che il suo paziente non era né dietro l’edificio né da nessun’altra parte. Non riusciva a credere che quell’uomo così affabile e gentile si fosse preso gioco di lei in quel modo, ma dopo diversi minuti di ricerca senza risultato, fu costretta a tornare al reparto 36 per comunicarne la fuga. A quell’ora Quick si era rasato e si era cambiato d’abito. Si godeva la libertà e l’effetto dell’anfetamina mentre l’auto continuava il suo viaggio sulla statale che portava a Nord senza una meta precisa. Quando la polizia di Borlänge inoltrò l’avviso di ricerca per Sture Bergwall, erano passati 42 minuti e nessuno aveva la benché minima idea che in quel momento il fuggitivo fosse seduto sul sedile posteriore di una Volvo 745 che stava per passare Ockelbo. I quotidiani della sera non persero tempo e mandarono immediatamente in stampa edizioni speciali sulla fuga. La locandina dell’«Expressen» informava a caratteri cubitali: la polizia è a caccia del fuggiasco. L’uomo di Säter è estremamente pericoloso. Fino a quel momento i giornali non avevano rivelato l’identità dell’uomo di Säter in rispetto dell’etica dei media, ma quando l’uomo più pericoloso del Paese evade è nell’interesse generale pubblicare nome e cognome, una fotografia e dati biografici: Oggi il quarantaquattrenne Sätermannen, appena evaso, si fa chiamare Thomas Quick. Ha confessato gli omicidi di cinque ragazzi, la polizia e il pubblico ministero ritengono che sia coinvolto in due di questi. L’uomo ha raccontato all’«Expressen» che preferisce vivere nella foresta con i suoi cani – e questa notte la polizia lo ha cercato nelle foreste intorno a Ockelbo. 27


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Quando la giovane donna alla guida dell’auto si rese conto di quali crimini Thomas Quick era accusato ebbe paura. Fermò l’auto nei pressi di una fattoria abbandonata da qualche parte nella provincia di Hälsingland e fece scendere i due uomini. Questi trovarono due vecchie biciclette e, dopo averle rimesse in sesto, si avviarono verso il più vicino centro abitato. Sulla strada incrociarono diverse auto di pattuglia – alcune andavano nella direzione opposta – e due elicotteri della polizia li sorvolarono, ma nessuno sembrò fare caso a quella strana coppia in sella a due bici arrugginite. Un consistente gruppo di agenti con mitragliette, giubbotti antiproiettile e squadre cinofile diede la caccia al fuggitivo fino a mezzanotte senza però trovare alcuna traccia. Dopo avere passato la notte in una baracca, il mattino seguente i due si separarono. L’anfetamina era finita, erano stanchi e la fuga non appariva più così divertente. Mentre la polizia lo cercava nelle foreste, un uomo con un berretto da baseball entrò in un distributore di benzina della Statoil in un piccolo paese di nome Alfta. «È possibile fare una telefonata?» chiese. Il benzinaio non riconobbe l’uomo la cui fotografia era sulle prime pagine dei due quotidiani della sera e indicò l’apparecchio sul bancone. Alla centrale di Bollnäs sollevarono la cornetta: «Voglio costituirmi» disse la voce all’altro capo della cornetta. «Chi parla?» chiese l’agente. «Sono Thomas Quick.» La fuga scatenò un violento dibattito sulla mancanza di severità nelle cliniche psichiatriche-giudiziarie e il più indignato di tutti era Björn Eriksson, il direttore generale della polizia. «È disdicevole che un episodio simile possa essere successo» aveva dichiarato. «Non ci sono in circolazione molti individui pericolosi come Quick e non dovrebbe essere difficile tenerli sotto stretta sorveglianza. Per la 28


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polizia la protezione dei cittadini deve venire prima della riabilitazione.» Benché fosse l’ospedale di Säter ad attirare le critiche più violente, il 10 luglio 1994 il «Dagens Nyheter» pubblicò un articolo nella rubrica Debatt che difendeva con forza l’istituto. Nell’articolo, era proprio Thomas Quick a elogiare il personale per l’assistenza che riceveva a Säter e a criticare aspramente i giornalisti: Mi chiamo Thomas Quick. Dopo la mia fuga di lunedì scorso e l’enorme attenzione che ha scatenato nei mass media, sia il mio nome sia il mio aspetto non sono più sconosciuti al pubblico. Non voglio e non posso giustificare la mia fuga dall’ospedale, ma mi sembra assolutamente necessario cercare di sottolineare almeno una parte del lavoro che è stato fatto e che continuano a fare qui nella clinica; lavoro che è completamente offuscato dal fracasso provocato dai giornalisti a caccia di notizie, che così facendo offuscano i tentativi da parte delle forze intellettuali più «decenti» di far sentire le proprie voci.

Molti furono sorpresi da quel testo: dimostrava infatti che Quick era una persona intelligente, con una buona padronanza della lingua. Era la prima volta che il pubblico aveva la possibilità di farsi un’idea del modo di pensare di un serial killer e del processo che lo aveva portato a confessare tutti gli omicidi: Quando sono arrivato all’ospedale psichiatrico-giudiziario di Säter, non avevo alcuna memoria dei primi dodici anni della mia vita. Anche gli omicidi che adesso ho confessato e su cui la polizia di Sundsvall sta indagando erano stati rimossi altrettanto efficientemente.

Thomas Quick ringraziava il personale per averlo aiutato a far riemergere i ricordi rimossi degli omicidi, e descriveva come gli psicoterapeuti avessero sostenuto i suoi sforzi in tal senso: 29


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L’angoscia, la colpa e la tristezza per quello che avevo fatto non avevano limiti, un fardello così greve da essere quasi insopportabile. La responsabilità per ciò che ho fatto è mia e lo sarà anche per quello che compirò in futuro. Non è possibile rimediare ai misfatti di cui mi sono reso colpevole, ma oggi posso parlarne. Sono pronto a farlo al limite delle mie capacità.

Quick spiegava anche di non essere fuggito per commettere nuovi crimini, ma per togliersi la vita: Dopo che io e il mio compagno ci siamo separati, sono rimasto seduto tredici ore con una doppietta a volte puntata contro una tempia, a volte in bocca, a volte sul petto. Non potevo: è giunto il momento di assumermi la responsabilità per gli orribili reati commessi in passato. E forse è stato questo a impedirmi di suicidarmi e a spingermi a telefonare alla polizia per farmi arrestare. Voglio credere che sia così.

Charles Zelmanovits Il 18 ottobre 1994 fu recapitata presso il tribunale di Piteå una richiesta di citazione a giudizio per Sture Bergwall da parte del procuratore Christer van der Kwast, con la seguente descrizione telegrafica del crimine: «La notte del 13 novembre 1976, in una foresta vicino a Piteå, Sture Bergwall ha tolto la vita a Charles Zelmanovits, nato nel 1961, strangolandolo». Il processo doveva cominciare nel mese di novembre e in vista di quel primo dibattimento, che faceva seguito alle confessioni di Quick, i mass media avevano svelato sempre più particolari sul passato del sospetto serial killer. Se inizialmente erano state le redazioni di cronaca nera dei tabloid a interessarsi alle bizzarre storie dell’uomo di Säter, adesso anche i grandi quotidiani avevano preso a occuparsi seriamente del caso. 30


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