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Roma Il carro della merda, come lo chiamavano nel rione dell’Angelo, passava una volta alla settimana. Il lunedì. Quel lunedì, dopo cinque giorni di pioggia, il carro della merda procedeva a stento nello stretto vico della Pescheria, passandoci a malapena, con i mozzi delle ruote che ogni tanto sbrecciavano il muro delle case. I sei galeotti incatenati ai tiri del carro affondavano nel fango fino alle caviglie e gemevano per lo sforzo di far uscire le ruote dalle buche in cui s’impantanavano. Le loro calzamaglie di lana povera, pesanti e bucate, erano inzaccherate fino all’inguine. Davanti procedevano altri due galeotti, incatenati fra loro, che avevano il compito di raccogliere i secchi pieni di rifiuti ed escrementi fuori dalle porte delle case o nei cortili e svuotarli nel gigantesco mastello sul pianale del carro. A controllare gli otto galeotti c’erano quattro armigeri, due davanti e due dietro alla nauseante processione. In coda al carro era rimasta imbottigliata una piccola folla eterogenea, composta per lo più di stranieri, com’era frequente nella Città Santa. C’erano due studiosi tedeschi, con dei pesanti libroni sottobraccio, e tre suore con dei grandi cappucci dalle punte arricciate all’insù che avanzavano a capo chino, un nordafricano 11

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dalla pelle come nocciole tostate, due soldati spagnoli, con le loro calzamaglie a righe gialle e rosse, che camminavano a occhi socchiusi per contrastare il dolore alla testa, eredità di una notte in osteria, e che ora fremevano per far rientro ai loro alloggiamenti. C’era perfino un indiano, con il suo turbante e un cammello che brontolava infastidito dal freddo, che doveva raggiungere il circo dall’altro lato del Tevere, e un mercante ebreo, riconoscibile dalla berretta gialla prescritta dalla legge. E tutti, indistintamente, avevano dipinta in viso un’espressione disgustata per l’odore che peggiorava mano a mano che si avvicinavano a Sant’Angelo in Pescheria, dove alla puzza del carro della merda si aggiungeva quella degli scarti del mercato del pesce che marcivano da sei giorni in terra. Quando raggiunse lo slargo, la gente accalcata superò il carro della merda e si perse nella piccola Babele di personaggi che affollavano la piazza. Anche il mercante, il cui nome era Shimon Baruch, accelerò il passo guardandosi nervosamente intorno e rivelando una natura paurosa. Aveva concluso un ottimo affare nel vicino mercato delle corde, vendendo una grossa partita di funi intrecciate che erano appena giunte a bordo di un’imbarcazione ancorata al porto di Ripa Grande, e aveva riscosso l’intera somma in contanti invece dei soliti crediti. Così procedeva ingobbito, stringendosi addosso la cappa con entrambe le mani, preoccupato di girare per le vie di Roma con quel sacchetto di cuoio pieno di monete che si era infilato alla cintola. Shimon Baruch notò il dignitario di un qualche esotico Paese, con dei gran mustacchi, scortato da due giganteschi mori con le scimitarre istoriate e i manici di zanna d’elefante. Vide dei giocolieri dalla pelle olivastra, forse macedoni o albanesi. E un gruppetto di vecchi, seduti davanti alle loro abitazioni su delle seggiole impagliate, che giocavano ai dadi lanciandoli in una cassetta di legno poggiata per terra. E poi tre povere donne che si aggiravano intorno ai banchi di marmo del pesce, sui quali languivano ormai 12

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pochi cesti di vimini, con dei maccarelli di Isola Sacra e dei persici di Bracciano. Le donne frugavano tra gli scarti, in cerca di una testa o una coda per insaporire il brodo di erbe di campo, che era tutto quello che avrebbero messo in tavola quella sera. Due avevano una quarantina d’anni e le labbra, serrate per il freddo, innaturalmente arricciate, denunciavano una gran penuria di denti in bocca. La terza invece era molto giovane. Aveva capelli rosso scuro e una pelle che s’intuiva bianca e trasparente come alabastro sotto la sporcizia che la ricopriva. Shimon Baruch pensò che assomigliava alla Susanna insidiata dai vecchioni dell’episodio del libro del profeta Daniele. «Levatevi, baldracche, altrimenti butto anche voi nel mastello» disse uno dei galeotti del carro della merda, avvicinandosi agli scarti di pesce con la pala in mano. Gli armigeri risero e fecero segno alle donne di allontanarsi. Shimon Baruch puntò a testa bassa verso il Teatro Marcello, dove avrebbe potuto finalmente mettere al sicuro la sua borsa di denari. Ma si girò un’ultima volta a guardare l’attraente ragazza dai capelli ramati e notò che lanciava un’occhiata a un ragazzino cencioso, con la carnagione giallastra e lunghi capelli sporchi, quasi incollati al capo, che se ne stava seduto poco più in là tra i ruderi del Portico di Ottavia, tirando pietre a una capra che brucava ortiche e parietaria. A Shimon Baruch, per un attimo, sembrò di aver già visto il ragazzino, forse proprio quella mattina, al mercato delle corde. E mentre lo fissava, ingobbendosi di più, il ragazzino incrociando il suo sguardo gli gridò: «La tua berretta è di stoffa buona, messer ebreo! Prosperità! Prosperità!». Shimon Baruch si voltò di scatto, senza rispondere, e vide un ragazzone, appoggiato con aria imbambolata al muro dall’altra parte della piazza, che all’improvviso gli si lanciava incontro. Era grande e grosso, con dei capelli spessi e stinti come biada per somari e l’attaccatura bassa, animalesca, che quasi gli faceva scomparire la fronte. Era vestito di stracci e muoveva goffamente le gambe robuste e corte, ondeggiando sul tronco tozzo. 13

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Anche le braccia erano corte, sproporzionate. Assomigliava a un gigantesco nano, pensò l’ebreo. Già a un primo sguardo giudicò che fosse un demente. Ma ne ebbe la certezza quando il gigante, stringendo gli occhi come se temesse d’essere bastonato, parlò con una voce gutturale, priva di sfumature, in una lingua bislacca nella quale le sillabe bisticciavano fra di loro: «Doi piccioli, messere... Avvi la bontà de doi piccioli de limmosina, sighnoria lustrixima». «Levati dai piedi» gli disse con fare sbrigativo il mercante e agitò una mano nell’aria, come a scacciare un moscone. Il gigante si riparò spaventato la faccia ma gli rimase incollato, ripetendo: «Uno picciolo, messere excellentissimo... uno picciolo solamente». E poi, proprio di fronte alla facciata della chiesa di Sant’Angelo, lo trattenne per un braccio, con foga esagerata. Shimon Baruch si voltò allarmato. «Non mettermi addosso le tue manacce lerce!» gli ringhiò contro, cercando di nascondere la paura che già gli aveva attanagliato la gola. Proprio in quel momento un ragazzo sui sedici anni, con la pelle brunita e i capelli neri come la pece, magro e dinoccolato, con una berretta gialla calcata spavaldamente di traverso sulla fronte, svoltò l’angolo della chiesa, correndo. Il ragazzo quasi inciampò nel mercante e gli si aggrappò alle spalle per non cadere. «Perdonate, signore» si scusò subito, ma poi, accorgendosi della berretta che portava anche l’altro, aggiunse: «Shalom Aleichem» e abbassò il capo in segno di rispetto. «Aleichem Shalom» rispose Shimon Baruch, da un lato rilassato nel vedere un correligionario, dall’altro ancora agitato perché non riusciva a liberarsi della presa del demente. «No, l’avvi veduto primieramente me!» protestò il gigante, infiammandosi d’ira, rivolto al nuovo arrivato. «El buon messere fa la limmosina a me!» E, trattenendo il mercante per il braccio, spintonò con violenza il ragazzo. «Vattine!» «Lasciami, disgraziato!» gli urlò Shimon Baruch, con una nota spaventata nella voce. 14

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«Lascialo!» gridò anche il ragazzo e si avventò sul gigante che però, lo fece piegare in due con un pugno nello stomaco. Ma il ragazzo non si arrese e di nuovo gli si gettò contro, colpendolo al viso. Il gigante fece un verso gutturale, mollò la presa sul mercante, afferrò infuriato il ragazzo, lo fece piroettare in aria e lo scaraventò contro Shimon Baruch, col risultato di buttare per terra entrambi. Le guardie, che inizialmente s’erano allertate per sedare la rissa, si misero a ridere vedendo i due dalle berrette gialle nel fango, come se stessero lottando tra di loro. E tutte le pescivendole ridevano, con le mani sui fianchi, facendo ballonzolare i seni. E ridevano i due mori con le scimitarre e il dignitario del Gran Visir. E i giocolieri avevano smesso di lanciare in aria le loro palle e i due soldati spagnoli, pur non rallentando il passo, camminavano all’indietro, per non perdersi lo spettacolo. E perfino gli studiosi tedeschi si erano fermati e avevano inforcato gli occhiali. «Ammazzali!» gridò il ragazzino che tirava sassi alla capra, poco più in là, incitando il demente. E anche i galeotti risero e uno urlò al gigante: «Fagliela vedere! Prendili a calci!». E allora lo scemo tirò un calcio in pancia al ragazzo con la berretta gialla, che stava aiutando il mercante a rialzarsi. Il giovane gemette, si voltò verso Shimon Baruch e gli disse, con gli occhi colmi di terrore: «Scappate, per carità!». Poi, urlando, si buttò contro il gigante con la forza della disperazione. Lo colpì di nuovo e si diede alla fuga. Il gigante gli corse dietro, verso le rive del Tevere, e subito anche il ragazzetto con la carnagione itterica e i capelli lunghi gli si mise alle calcagna urlando: «Giudio di merda! Sei morto, giudio di merda!». Shimon Baruch pensò che avrebbe dovuto aiutare il suo correligionario. Ma non fu che un istante. Poi la paura che tiranneggiava la sua vita ebbe il sopravvento e il mercante scappò nella direzione opposta, verso il Teatro Marcello. Pescivendole, galeotti, armigeri e tutte le persone riunite in 15

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Sant’Angelo in Pescheria ridevano, concentrati sul ragazzino e sul gigante che rincorrevano il giovane con la berretta gialla. In questa confusione, la ragazza con la pelle d’alabastro che frugava tra gli scarti allungò una mano verso un cesto di vimini che era sul bordo estremo di una lastra di marmo, afferrò quanti più maccarelli poté, se li lasciò scivolare nella manica e poi, in silenzio, trattenendo il fiato, si allontanò senza che le pescivendole si accorgessero di lei. Intanto il ragazzo con la berretta gialla aveva svoltato l’angolo e i due inseguitori gli erano ormai addosso, continuando a urlare insulti alla razza degli ebrei. Un ubriaco, traballante, si piazzò in mezzo al vicolo a braccia aperte e urlò al ragazzo che gli andava incontro: «Fermati, iscariota schifoso!». Il ragazzo si bloccò a un passo dall’ubriaco. «Rispondi a questa domanda: da uno a dieci, quanto puoi essere cretino?» gli chiese. L’ubriaco rimase immobile, con un’espressione ebete in viso. Il giovane si levò la berretta e gliela sbatté in testa, ridendo. «Mentre ci pensi, fatti un altro goccio, che è meglio» gli disse. Mise via la berretta e si voltò verso il ragazzetto dalla pelle giallastra e il gigante che ormai lo avevano raggiunto. «Muovetevi» ordinò. L’ubriaco li guardava senza capire. «Coglione» gli disse il ragazzetto con la pelle giallastra e sputò in terra. Camminarono veloci, tutti e tre insieme, in silenzio. Svoltarono l’angolo successivo e allora il ragazzo diede una gomitata al gigante. «Brutto idiota, impara a colpirmi piano.» Il gigante aveva uno sguardo spaventato e smarrito. «Excusa...» piagnucolò. Il ragazzo si voltò verso il piccoletto. «Cerca di controllare il tuo bestione.» Si piegò in due. «Mi ha spappolato lo stomaco con quel calcio.» «Chiedigli scusa» ordinò il piccoletto al demente. «Excusa, Mercurio...» piagnucolò di nuovo il gigante. «Non coltelli Ercole, te priego.» 16

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«No, non ti coltello, minchione» fece Mercurio, rialzandosi. Il piccoletto diede uno spintone al gigante. «Te lo ricorderai mai che hai la forza di un elefante?» «Sì, Zolfo...» annuì mortificato il gigante. «Ercole minchione.» «Sì, buonanotte» brontolò Zolfo. Poi si voltò verso Mercurio. «Vedrai che diventerà bravo...» In quel momento da piazza di Sant’Angelo in Pescheria arrivò un urlo. «Mi hanno derubato! Al ladro!» gridava il mercante. Si sentì lo scoppio di risa della folla, che aveva capito cosa era successo e si divertiva più di prima. «Sono rovinato! Al ladro! Maledetti! Che siate maledetti!» E più Shimon Baruch urlava disperato, più le risate che giungevano dalla piazza erano fragorose, come un boa­to, come a teatro. «Leviamoci di qua» ordinò Mercurio. Scavalcarono l’argine di fronte all’isola Tiberina e, mentre scendevano verso un chiusino nascosto tra i rovi, la ragazza con i capelli ramati e la pelle d’alabastro li raggiunse. «Abbiamo la cena» disse fiera, mostrando i cinque maccarelli che aveva rubato. «Abbiamo molto di più, Benedetta» disse Zolfo. Mercurio estrasse il sacchetto di cuoio pieno di monete del mercante. Notò che sopra c’era dipinta una mano rossa. Sciolse il laccio, si accucciò e rovesciò le monete in terra. Il sole che stava tramontando fece brillare le monete come fossero brace scintillante. «Sono d’oro!» esclamò Zolfo. Mercurio rimase a bocca aperta. Contò rapidamente le monete e le divise nella proporzione di due per sé e una per gli altri. «Ma noi siamo in tre...» cominciò a protestare Zolfo. «L’idea del colpo è mia» disse Mercurio, in tono secco. «Il truffatore sono io, voi al posto mio vi fareste beccare subito.» Li guardò con sufficienza. «Siete solo due compari, anzi, uno e mezzo perché lo scemo vale metà. E un palo femmina.» Mise le proprie monete nel sacchetto e lo richiuse. Si alzò e indicò il denaro in terra. «Quella è la vostra parte, e sono stato più che 17

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generoso. Se non vi sta bene, mettetevi in proprio.» Poi li fissò con uno sguardo di sfida. «Va bene così» disse Benedetta, reggendo lo sguardo. Zolfo si chinò a raccogliere le monete. «Almeno si è capito chi comanda fra voi tre» rise Mercurio. «Vuoi mangiare il pesce con noi?» gli chiese Benedetta. Zolfo guardò Mercurio speranzoso. «Non mi piace mangiare in compagnia» rispose bruscamente Mercurio. «Se mi servite, so dove cercarvi.» Aprì il chiusino. «E non dite niente a Scavamorto, o troverà il modo di derubarvi.» «Potremmo restare con te» propose Zolfo. «Levatevi dai coglioni» fece Mercurio. «Io sto bene come sto. E questo posto è mio.» Poi s’infilò in quel tratto di fogna che era la sua casa.

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Luca Di Fulvio - La ragazza che toccava il cielo