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Sogno di panna

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Un ragazzo bianco, piedi piatti su uno skateboard, si faceva trainare, mano su una spalla, da un ragazzo nero che pedalava su una bici a scatto fisso senza freni. Buio mattino d’agosto, appena prima dell’alba, nel profondo delle Flatlands. Sibilo di gomme. Disfacimento granulare di ruote di skateboard sull’asfalto. La Berkeley estiva che sprigionava il suo odore di vecchia signora, nove diverse fragranze di gelsomino e uno schizzetto di gatto maschio. Il ragazzo nero si alzò sulle gambe, togliendo le mani dal manubrio. Il ragazzo bianco sganciò i vagoni del loro minuscolo treno. Incrociando le braccia, il ragazzo nero si afferrò il bordo della T-shirt e se la sfilò. Indugiò con la testa nella maglietta, senza fretta, mentre avanzavano verso la successiva pozza di luce di lampione che andava sfumando. Nel giro di un momento, forse, il ragazzo nero si sarebbe tolto del tutto la maglietta e l’avrebbe fatta sventolare come una bandiera dalla tasca posteriore. Il ragazzo bianco avrebbe scalciato e spinto col piede, allungandosi in cerca di un lampo di nuda pelle scura contro il palmo. Ma per ora il ragazzo sullo skateboard si limitava a veleggiare dietro il cieco scavezzacollo, facendosi tagliare il vento.

Morbido di lineamenti, montagnoso, moderatamente fumato, Archy Stallings presidiava il bancone del Brokeland Re13

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cords, reggendo in braccio un bambino non suo. Indossava un vestito di velluto marrone chiaro sopra un maglione dolcevita arancio zucca che rafforzava la somiglianza, ben nota ma non sfavorevole, con Gamera, la gigantesca tartaruga mutante del cinema giapponese. Mentre con il braccio sinistro teneva stretto il bambino, con la mano destra, libera, frugava nell’ottavo scatolone (su quindici) dell’eredità Benezra: come Archy, i dischi dello scatolone numero 8 mostravano una preferenza per un jazz grasso e saporito, con una generosa vena funk. Electric Byrd (Blue Note, 1970). Johnny Hammond. I primi due album solisti di Melvin Sparks. Charles Kynard, Wa-Tu-Wa-Zui (Prestige, 1970). Procedendo all’inventario del lotto, Archy ascoltava, talvolta strizzando gli occhi, la pressoché intatta stampa quadrifonica di Fingers di Airto (cti, 1973), suonata dal fedele Quadaptor del negozio, un meraviglioso aggeggio che Nat Jaffe aveva ripescato da un cassonetto e Archy restaurato (nell’esercito, era stato elettricista di elicotteri, e aveva accumulato – l’ultima volta che si era preoccupato di controllare – il 37,5 per cento dei crediti necessari per una laurea breve in elettrotecnica alla San Francisco State University). La scienza della catalogazione con una mano sola: estrarre un disco dallo scatolone, poi la fodera di carta dalla copertina; infilare le dita nella fodera; scodellare il vinile con i polpastrelli, senza toccare altro che l’etichetta; inclinare il disco verso la luce del mattino che filtra dalla vetrina. Quella luce della East Bay, uniforme e rivelatrice, penetrante e comprensiva, sempre pronta a dire tutta la verità sulle condizioni di un disco. (Nat Jaffe sosteneva tuttavia che il merito non fosse della luce ma della vetrina, una grande, solida lastra di vetro di Pittsburgh vaccinata contro ogni possibile stronzata durante il periodo in cui il locale che adesso ospitava il Brokeland Records era stato la bottega di un barbiere, Spencer.) Archy ondeggiava, con gli occhi chiusi, assaporando il peso 14

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del bambino, l’odore di brillantina emanato dalla linea di basso di Ringo Thielmann, il ricordo degli occhi puntati verso l’alto di Elsabet Getachew mentre il giorno prima gli faceva un pompino nella sala privata del ristorante etiopico Queen of Sheba. Ripensava alla curva catenaria del suo labbro superiore, alla punta della sua lingua che gli faceva addis abeba sulla corda di mi dell’uccello. Ondeggiava assaporando quel sabato mattina, appena prima che le scarpe del vicinato superassero la porta del negozio lasciandosi dietro una scia di cattive notizie, come se potesse andare avanti così per tutto il giorno, per sempre. «Povero Bob Benezra» disse Archy al bambino non suo. «Non lo conoscevo, ma mi dispiace per lui. Essere costretto a lasciare tutti questi bei dischi. Per questo non posso che essere ateo, Rolando: guarda un po’ tutti i vinili che quel pover’uomo ha dovuto abbandonare.» Il bambino non era troppo piccolo per cominciare ad apprendere la dura, fredda verità, gli aspetti cruciali dell’intera faccenda. «Che razza di paradiso è, se uno non può portarsi dietro i suoi dischi?» Il bambino, rendendosi forse conto che era puramente retorica, non fece nessun tentativo di rispondere alla domanda.

Nat Jaffe si presentò al lavoro con la luna storta, come gli capitava cinque volte su undici o, per essere generosi, quattro su nove. Intrappolato nel casco da astronauta del suo malumore, il povero Nat non aveva modo di sapere se l’atmosfera fosse respirabile, e nessuna spia che potesse avvisarlo che la sua riserva d’ossigeno era esaurita. Fece scattare la serratura, con le chiavi che sbattevano contro la porta, lavorando anche lui con una mano sola, per via di uno scatolone di dischi infilato sotto il braccio sinistro. Entrò veloce e a testa bassa, canticchiando piano fra sé; canticchiando i cambi di ac15

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cordi interessanti di una canzoncina pop per il resto insulsa; canticchiando una lettera di fuoco allo sciatto proprietario del salone di manicure due isolati più indietro, o al direttore dell’«Oakland Tribune», la cui pagina delle lettere adornava spesso con la sua ira; canticchiando i primi frammenti di una nuova teoria sull’interrelazione fra la bossa nova e la nouvelle vague; canticchiando perfino quando non emetteva alcun suono, perfino quando dormiva: dentro le ossa di Nathaniel Jaffe c’era sempre qualche corda che vibrava. Chiuse la porta, fece scattare il chiavistello, posò lo scatolone sul banco e appese il cappello di feltro a righine grigie su nerofumo a uno dei nove doppi ganci risalenti anch’essi all’epoca del barbiere. Si passò un dito sui capelli neri, più crespi di quelli di Archy, con l’attaccatura che andava arretrando. Si voltò, raddrizzò il nodo della cravatta – larga, alla moda, nera con puntini color argento – mentre prendeva nota dello stato della scatola 8 e insieme faceva ruotare la testa sulle giunture del collo, come se in quello scricchiolio di ossa e tensione risiedesse la speranza di liberarsi da ciò che lo costringeva a canticchiare. Andò verso il retro del negozio e scomparve oltre la tenda a perline, sulla quale suo figlio, Julie, aveva minuziosamente dipinto l’immagine di Miles Davis in versione santo messicano, san Miles col cuore sofferente a vista, avviluppato in un intrico di spine. La somiglianza non era proprio perfetta, certo, ad Archy ricordava piuttosto Mookie Wilson, ma non doveva essere facile dipingere un ritratto su un migliaio di perline da un centimetro, e ben pochi a parte Julius Jaffe avrebbero potuto anche solo concepire l’idea, figuriamoci provarci. Un minuto dopo Archy udì lo sciacquone del bagno, seguito da uno spasmo di tosse furiosa, e poi il padre di Julie tornò in negozio, pronto a bruciare un’altra giornata. «Di chi è quel bambino?» chiese. «Quale bambino?» disse Archy. 16

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Nat aprì la serratura dell’entrata e girò il cartello per informare il mondo che il Brokeland era aperto. Fece fare al cranio un altro giro sulla colonna vertebrale, canticchiò, tossì di nuovo. Quasi raggiante di cattiveria, si voltò quindi verso il socio. «Siamo completamente fottuti» disse. «Statisticamente, è molto probabile» disse Archy. «Nello specifico, come mai?» «Sono appena stato da Singletary.» Il padrone dei locali, Garnet Singletary, il Re del Lusso, vendeva anelli d’oro e catenine al metro, tre civici prima del Brokeland. Possedeva l’intero isolato, più una decina e passa di proprietà sparse per West Oakland. Negozi, attività commerciali. Singletary era una balena che, nella sua rotta migratoria attraverso il vicinato, raccoglieva informazioni, inghiottiva tutti i pettegolezzi e filtrava i bocconi sostanziosi attraverso i suoi instancabili fanoni. Non aveva mai scucito un dollaro dopo aver rovistato fra le casse di dischi del Brokeland, ma era ugualmente un frequentatore abituale, e si fermava un giorno sì e uno no soltanto per un’ispezione. Per monitorare i livelli di verità e di stronzate che galleggiavano nella corrente locale. «Allora?» disse Archy. «Cos’ha da dire Singletary?» «Ha detto che siamo fottuti. Sul serio, perché hai un bambino in braccio?» Archy abbassò gli occhi su Rolando English, un ometto color ruggine con una boccuccia tenera e morbidi ricci castani tutti sudati e appiccicati alla testa, infilato in un body azzurro e quindi avvolto in una coperta di cotone gialla. Archy soppesò Rolando English, sentendo un appagante sciabordio provenire dall’interno. La madre di Rolando English, Aisha, era figlia del Re del Lusso. Archy si era offerto di tenerle Rolando per la mattinata, magari comprando quelle due o tre cose di cui il bambino aveva bisogno e così via. Sua moglie era incinta del loro primo figlio, e l’idea di Archy era che, vi17

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sta l’imminente paternità, avrebbe potuto fare un po’ di pratica in attesa del primo ottobre, termine previsto, e magari alleviare lo shock di trovarsi, all’età di trentasei anni, nella condizione di apprendista padre. Così lui e Rolando si erano spinti fino alla farmacia Walgreens, e in una così bella mattina d’agosto ad Archy la passeggiata non era affatto dispiaciuta. Aveva investito trenta dollari di Aisha in pannolini, salviettine, latte in polvere, biberon e tettarelle – Aisha gli aveva lasciato una lista – dopodiché si era seduto sulla panchina alla fermata dell’autobus davanti al Walgreens, dove lui e Rolando si erano cambiati un pannolino puzzolente e avevano fatto uno spuntino, Archy svuotando con metodo un sacchetto di ciambelle glassate della United Federation of Donuts, Rolando English costretto ad accontentarsi di un biberon di latte Gerber. «Questo qui è Rolando» disse Archy. «Me lo sono fatto prestare da Aisha English. Non si può dire che faccia granché, almeno per il momento, ma è carino. Allora, Nat, dalle tue dichiarazioni mi par di capire che per qualche motivo siamo fottuti.» «Ho incontrato Singletary.» «E ti ha raccontato un po’ di retroscena.» Nat fece ruotare lo scatolone di dischi che si era portato dietro, trentacinque, quaranta dischi in un cartone di Chiquita, e si mise a scorrerli distrattamente. All’inizio Archy pensò che venissero da casa di Nat, vinili della sua collezione che aveva deciso di vendere, o dischi che si era portato a casa per esaminarli meglio, visto che il confine tra i beni privati dei proprietari e l’inventario del negozio veniva osservato con disinvolta pignoleria. Poi Archy si accorse che erano tutte erbacce. Un disco di Juice Newton, uno brutto, tardo dei Commodores, canzoni di Natale degli Orsetti del cuore. Spazzatura, frutta cresciuta sul ciglio della strada, l’amaro residuo di una svendita da cortile. C’era sempre qualche raccolta di 18

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dischi orfana che chiamava i due soci, un segnale d’angoscia che solo Nat e Archy riuscivano a udire. «Quest’uomo potrebbe andare in Antartide» aveva detto una volta Aviva Roth-Jaffe del marito «e tornarsene con una scatola di 78 giri.» Adesso, scoraggiato e speranzoso, Nat setacciava il suo ultimo ritrovamento: ogni disco era potenzialmente qualcosa di grande, anche se le probabilità che si rivelasse davvero tale diminuivano di un decimo man mano che il cattivo gusto di chi li aveva gettati si rivelava un po’ meno casuale. «“Andy Gibb”» disse Nat, senza nemmeno preoccuparsi di caricare le parole di disprezzo, limitandosi a infilare due fantasmi di virgolette ai lati del nome come se si trattasse di un noto pseudonimo. Estrasse una copia di After Dark (rso, 1980) e lo sottopose al vaglio di Rolando English. «A te Andy Gibb piace, Rolando?» Rolando English parve considerare l’ultimo album pubblicato dal più giovane dei fratelli Gibb con maggiore magnanimità del suo interlocutore. «Comunque concordo, è carino» disse Nat, e il suo tono implicava che non si sarebbe spinto oltre, come se lui e Archy avessero litigato, cosa che, a quanto Archy ricordava, non corrispondeva alla realtà. «Da’ un po’ qui.» Archy passò il bambino a Nat, e solo dopo essersi alleggerito del peso sentì un crampo alla spalla. Nat lo afferrò sotto le ascelle con entrambe le mani e lo sollevò, mettendosi faccia a faccia con Rolando English, che se la cavava molto bene a tenere su la testa, e sosteneva lo sguardo di Nat con l’aria di voler fare un favore, ad Andy Gibb, a Nat Jaffe, a chiunque. Il canto a bocca chiusa di Nat divenne dolce come una ninna nanna mentre i due si studiavano a vicenda. Il piccolo Rolando aveva una consistenza gradevole, compatta, da calzino riempito di altri calzini arrotolati, un peso denso e sonnacchioso, non come certi neonati in cui ci si imbatte ogni tanto, simili a galline pelle e ossa con le ali che sbattono. 19

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«Una volta ce l’avevo anch’io, un neonato» disse Nat, con una nota malinconica nella voce. «Me lo ricordo.» Era più o meno l’epoca in cui Archy aveva conosciuto Nat, a un matrimonio al Naturfreunde Club del Joaquin Miller Park. Archy era appena tornato dalla Guerra del Golfo e si era presentato all’ultimo secondo per sostituire il bassista della band di Nat. Adesso Julius, l’ex neonato, aveva quindici anni ed era, almeno per Archy, più o meno lo stesso tenero schizoide di sempre. Quello che percepiva armonie segrete, scriveva poesie in klingon, si dipingeva sulle unghie faccine di Jack Skeletron. Che da piccolo andava all’asilo in calzamaglia e tutù, poi tornava a casa a guardare Color Me Barbra. Già a tre, quattro anni era incline come suo padre alle tirate interminabili. Aveva la stessa tendenza a restare impigliato nelle sottigliezze di una domanda. Ultimamente, però, sembrava passasse la maggior parte del tempo a trasmettere messaggi in un codice segreto adolescenziale, decifrabile solo dai genitori e progettato per farli uscire pazzi. «Così piccoli sono carini» disse Nat. «Sanno baciare come gli eschimesi.» Nat e Rolando eseguirono, mettendosi naso contro naso, il bambino che se ne stava lì, tollerante. «Sì, Rolando è un tipo a posto.» «Anche secondo me.» «Ha un buon controllo della testa.» «Vero, eh?» fece Archy. «Ecco perché lo chiamano Controllore Capo. Vero? Certo. Controllore Capo. Ti fa venir voglia di mangiarlo.» «Suppongo di sì. Anche se non mi capita spesso di mangiarli, i bambini.» Nat studiò Archy come Archy aveva studiato il lato a della copia di Kulu Sé Mama (Impulse!, 1967) del defunto Bob Benezra, in cerca di qualche ragione per abbassarne il valore. «Così stai facendo pratica, eh? L’idea è quella?» «L’idea è quella.» 20

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