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Irene Cao

Io ti voglio

Rizzoli


Proprietà letteraria riservata © 2013 RCS Libri S.p.A., Milano ISBN 978-88-17-06581-8 Prima edizione: luglio 2013

La citazione alle pp. 91-92 è tratta dal Profeta di Gibran Kahlil Gibran, traduzione di Ariodante Marianni, Bur, Milano 2004.


Io ti voglio


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Con un colpo secco chiude la porta della camera 405. Una volta dentro, inserisce la scheda magnetica nella fessura sul muro. La luce invade la stanza, è un bianco sgradevole, che acceca. Poi, con un gesto frettoloso, spegne tutti gli interruttori, tranne quello dell’abat-jour sul comodino a destra. Una macchia di chiarore nel buio totale della stanza, che rende l’atmosfera più intima e calda. Si siede sul bordo del letto e allunga un braccio per regolare l’intensità della luce. «Così va meglio.» Cerca di non sembrare troppo affannato mentre lo dice, ma so che un desiderio bruciante lo sta consumando. E per me è lo stesso. Annuisco. Sono in piedi, poco oltre la soglia. Mi guarda. I suoi occhi brillano di una luce morbida, sono così liquidi che sembra di poterci nuotare dentro. Si alza dal letto e si avvicina. Mi afferra per i capelli, costringendomi a rovesciare la testa all’indietro, e comincia a baciarmi sulla bocca con foga. 9


Lo assecondo, lasciando cadere la borsa sul parquet. Sento la mia avidità, la mia voglia, la mia ansia, sento il suo calore, la sua saliva, la generosità con cui mi sta offrendo il suo corpo. Ci siamo. Inizia un’altra notte allucinogena, una notte di sesso e follia che si aggiunge a un elenco tanto lungo da farmi perdere il conto: troppi incontri così diversi, eppure così inutilmente simili. Lui è il mio nuovo amante e lo conosco da poche ore. So solo che si chiama Giulio, viene da Milano ed è un attore. O meglio, vorrebbe diventarlo. Ci siamo conosciuti – se così si può dire – questa sera al Goa, una discoteca dove il venerdì ormai sono di casa. Mi ha puntata appena ho messo piede in pista, e non mi ha lasciata un minuto. Abbiamo ballato fino allo sfinimento, io mi divertivo a stuzzicarlo e lui mi si strusciava addosso, in un gioco molto esplicito ad alto tasso erotico. Sui volti delle sue amiche si rincorrevano sguardi d’invidia e disprezzo, che invece di farmi desistere mi regalavano involontariamente una sottile eccitazione. «Perché non ce ne andiamo via da questa confusione?» mi ha chiesto Giulio a un certo punto della serata. E così eccomi qui, nella stanza 405 dell’hotel Duca d’Alba. Tutto a spese della casa di produzione del film, un poliziesco in cui lui recita un piccolo ruolo. Le mie mani ora si perdono disperate nel groviglio dei suoi capelli biondi. Giulio mi spinge contro l’armadio a parete e mi solleva una gamba, piegandola: il mio ginocchio 10


preme sul suo fianco. Le nostre lingue si divorano, ardono, lottano a un ritmo sempre più forsennato. Poi lui scivola più giù, affonda la testa tra le mie gambe, sotto la minigonna, e mi stringe le cosce contro le sue guance ruvide. Una scia umida s’insinua sotto i miei slip: sono carne bagnata, e la sua lingua è maledettamente impaziente. Troppo. Gli afferro la testa con forza e lo allontano, costringendolo a rialzarsi. Lui non si scoraggia e con un gesto deciso mi strappa via la gonna, lasciandomi in perizoma, autoreggenti e stivali tacco dodici. Poi inizia a sbottonarmi la camicetta, s’insinua sotto il reggiseno a cercare i capezzoli con le dita frenetiche. Allora allungo una mano sulla patta dei suoi jeans e lo stringo fino a sentirlo crescere ancora di più. Lo fisso in volto, ma non lo sto guardando davvero, ho gli occhi gonfi di alcol e stanchezza. Con ancora più forza lo spingo sul letto e lo obbligo a sedersi davanti a me. Stasera comando io. «Spogliati» gli ordino. «Ok.» Sorride, slacciandosi con calma le scarpe. «Mi piacciono le dominatrici.» Inizia a svestirsi. Prima le scarpe e i calzini, poi si toglie la camicia dalla testa e resta nudo dalla vita in su. È magro, ma ha il torace intessuto di muscoli spessi come una corazza. Mi fissa con quegli occhi che sembrano sul punto di sciogliersi e lentamente si sfila la cintura, appoggiandola sul letto. Gli levo i pantaloni, tirandoli per le gambe, e li lascio cadere sul tappeto, accanto alla mia gonna. Poi afferro la cintu11


ra, la impugno salda nel palmo della mano e la faccio schioccare in aria come un frustino. La fibbia, picchiando per terra nella chiazza di luce ovattata, diffonde un lampo e scuote il silenzio con un suono metallico. Giulio ha un ghigno divertito sulle labbra, sembra davvero a suo agio, e anch’io lo sono. È pronto a entrare nel vivo del gioco. M’incastro tra le sue gambe, lasciandomi stringere dalle sue ginocchia, e lentamente inizio a sfregargli il bordo della cintura sulla pelle nuda. Dal collo scendo lungo la linea del torace, disegnando una spirale intorno ai capezzoli, e arrivo fino all’ombelico. Poi risalgo, ancora più lentamente. Lo solletico, la sua pelle si ritrae, il cuoio ruvido lo tormenta. È tutto un brivido, lo leggo nel suo sguardo. Gli passo la cintura dietro la nuca e gliela allaccio, come se fosse un collare. Fa un certo effetto sulla sua pelle chiara, sembra un serpente nero con la testa di ferro lucido. Mi eccita da morire vederlo così. «Cosa mi vuoi fare?» sussurra lui, mentre mi rialzo. C’è un fuoco che brucia, adesso, nei suoi occhi verde acqua. Mi slaccia il reggiseno, si avvicina a uno dei miei capezzoli, che sono proprio all’altezza della sua bocca, e ci passa la lingua intorno. «Shhh, adesso lo vedrai» sussurro, e lo spingo contro la testiera del letto. Rimanendo in piedi e senza smettere di fissarlo, mi sfilo un’autoreggente. Gli sollevo il polso sinistro, ci passo intorno la calza e la stringo in un nodo scorsoio. Poi faccio lo stesso con il polso destro e annodo le estremità dei lacci all’asta 12


di ferro della testiera. Stringo fortissimo, fino a fargli male. Il nylon sessanta denari si tende, ma non si strappa. Gli tolgo con violenza anche i boxer, con la stessa forza che userebbe un uomo. Lo lascio così, nudo e immobilizzato, e mi avvicino al tavolino nell’angolo. Con calma mi verso mezzo bicchiere di scotch, come se lui non esistesse. Sento l’eccitazione che cresce, lo sento dal battito cardiaco che aumenta, dalle tempie che pulsano. Il mio petto sembra più gonfio, scotta. Forse sto oltrepassando il confine, ma non m’importa, non c’è spazio per pensare, stanotte. C’è spazio solo per il piacere. «E io?» Giulio mi guarda come un animale in gabbia. «Non ne offri un po’ anche a me?» chiede in tono supplichevole. «Vediamo prima se ti comporti bene» rispondo. Lui scuote la testa, triste, ma so che questo gioco gli piace. Afferro la sedia della scrivania e la trascino fino al lato del letto. Poso a terra il bicchiere, poi mi siedo e lo guardo, allungando una gamba sul suo torace. Il mio piede ora cammina sulla sua pelle, massaggia il suo sesso duro, s’insinua tra i peli del petto con le dita e sale su, fino a sfiorare il collo e accarezzare la bocca. Giulio flette la testa e con la lingua insegue l’arco del mio piede, là dove la pelle è più sottile. Il mio piede s’incurva, cerca i suoi baci, li vuole, s’intrufola tra le sue labbra e si lascia succhiare... dentro e fuori, infinite volte. Minuscole scariche elettriche cominciano a salirmi su per la gamba, rag13


giungono il mio sesso, ma si fermano lì, in superficie. Non vanno oltre. Nel profondo non riesco a sentire niente. «Bravo» sussurro, convincente. Io non provo niente ma lui è bravo, devo riconoscerlo. Prendo il bicchiere da terra e gli do da bere. «Grazie» dice lui, passandosi la lingua sulle labbra. «Te lo meriti» rispondo con voce vellutata. Poi mi alzo di scatto, con un calcio lascio cadere la sedia all’indietro e salgo sul letto, a cavalcioni su di lui. La mia lingua che sa di scotch si risveglia e comincia a scivolare sulla sua pelle, dal collo all’ombelico, su e giù. Mi piace leccarlo. Sa di buono, di Armani Code, o forse più di Gucci Guilty. Gli tempesto il ventre di baci, prima teneri, poi di colpo cattivi, come se fossi stata morsa all’improvviso da una tarantola. Lui mi soffia addosso il suo respiro eccitato. Tutto inizia a tendersi al di sotto del suo girovita. Afferro il suo sesso e me lo strofino sul pizzo del perizoma, prima piano, poi sempre più forte. Cerco il mio piacere attraverso il suo. Mi sfilo gli slip e ora lascio che sia la mia carne tiepida ad accoglierlo per qualche istante. Poi mi scosto e lo inumidisco con un po’ di saliva, chiudendolo tra le labbra. Gli sfugge un gemito strozzato. Allora mi allontano e gli metto una mano sulla bocca, mentre con l’altra separo i lembi del mio nido e me lo infilo dentro, lasciandolo premere sulle pareti elastiche. Il sangue batte, il cuore no. Mi muovo su e giù, ma non sento nulla. Afferro la cintura che gli 14


ho legato al collo e stringo un po’ di più, quasi a soffocarlo. Un lampo di stupore gli attraversa gli occhi, una vena si gonfia sulla tempia, però gli piace, lo vedo che è eccitato. Ma io continuo a non sentire nulla. Nulla, a parte una leggera nausea per la quantità di alcol che mi sono scolata stasera. Allungo una mano e spengo anche l’abat-jour. Il buio mi fa sentire più protetta. Da fuori, un sottilissimo fascio bianco filtra attraverso gli scuri e disegna una linea sulla parete sopra il letto. La fisso, per dare una direzione al mio sguardo. Giulio è dentro di me, ma è come se fossi sola. Sto fingendo un orgasmo e non so se lo faccio più per lui o per me. Lo lascio venire dentro di me, poi mi stacco e scivolo giù dal letto. All’improvviso, un’idea si materializza fra i miei pensieri confusi: l’unico modo che ho per godere davvero è andarmene da qui e lasciarlo legato. Sarà un piacere puramente sadico, forse, ma almeno c’è un lato divertente. Forse ho riflettuto ad alta voce, perché lui deve aver intuito qualcosa. «Elena?» mi chiama, mentre sto già cercando i vestiti sul tappeto. Non rispondo. «Ehi, piccola, che fai? Dove sei finita?» La sua voce è leggermente alterata. Piccola? Ci conosciamo da cinque ore e già mi chiama “piccola”. Forse pensa di essere su un set cinematografico. Sento che sta cercando di divincolarsi, ma non ci riesce. Il nylon non mi sta tradendo. 15


Irene Cao - Io ti voglio