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I TEMPI DELLA STORIA SINCRONIE

COMPETENZE ATTIVATE

Correva l’anno... ˕ Comprendere la dimensione sincronica degli eventi e delle situazioni

1517 ˕ Valutare l’importanza dell’immaginario nella storia dei popoli

˕ Saper analizzare i criteri di periodizzazione TEMPO PREVISTO

˕ 3 ore

20 gennaio Il sultano turco ottomano Selim I conquista il Cairo e pone sotto il proprio controllo i territori dei mamelucchi.

29 maggio Bolla Ite vos di papa Leone X che distingue nell’Ordine dei Frati Minori francescani i “Minori Osservanti” e i “Minori Conventuali”.

primavera L’umanista Erasmo da Rotterdam pubblica l’opera Querela pacis (“Protesta della pace”).

All’anno 1517 si associano immediatamente le 95 tesi di Lutero e gli effetti innovatori della Riforma. L’importanza di questo evento è particolarmente sentita nel mondo germanico: nei manuali di storia tedeschi la vigilia di Ognissanti del 1517 è indicata infatti come data di inizio dell’età moderna; la traduzione della Bibbia fatta da Lutero è diventato inoltre il testo di riferimento per la lingua nazionale tedesca (così come, per l’italiano, le opere di Dante, Petrarca, Boccaccio e Manzoni). Tuttavia l’azione di Lutero contro la vendita delle indulgenze non è il solo evento cruciale accaduto nel 1517. Nello stesso anno, ad esempio, avviene la prima (fallimentare) missione portoghese dell’età moderna in Cina, che da allora si chiuse sempre più ai contatti con l’Europa. Ancora nel 1517 la città del Cairo fu conquistata da un sovrano ottomano, un evento che avrà pesantissime ripercussioni sulla storia della civiltà islamica: l’Egitto, infatti, era sede del califfato e i sultani ottomani, investiti del titolo di califfi (il titolo spirituale più importante dell’Islam), ne rivendicarono l’autorità sia nella lotta “esterna” contro l’Europa cristia346

31 ottobre Il frate agostiniano Martin Lutero, docente di teologia, affigge le sue 95 tesi alla porta della cattedrale di Wittenberg: è l’inizio simbolico della Riforma protestante.

15 agosto Fernão Pires de Andrade e Tomé Pires, mercanti ed esploratori portoghesi, raggiungono la Cina.

metà dicembre Più fonti riportano la notizia di una battaglia tra “armate spettrali” nei dintorni di Bergamo.

˚ Albrecht von Mainz, lettera di indulgenza a beneficio del nuovo edificio di San Pietro a Roma, 1517, Herzog August Bibliothek.

na, sia nella lotta interna contro i musulmani sciiti, affermando con forza l’interpretazione sunnita del vero Islam. Per la storia della civiltà mondiale islamica, dunque, il peso della conquista del Cairo è paragonabile a quello delle 95 tesi di Lutero per la civiltà cristiana. La conquista ottomana dell’Egitto ebbe pesanti ripercussioni anche sull’immaginario europeo, sulle paure collettive e popolari: ne sono un esempio le “visioni“ di armate spettrali registrate a Bergamo proprio nel 1517 e interpretate come presagi di eventi radicali.


Correva l’anno... 1517

˕ Interrogare le fonti FONTE 1

Heinz Schilling, La primavera ottomana

H. Schilling, 1517. Storia mondiale di un anno, Keller editore, Rovereto, 2017

Nel 1517 i tuchi ottomani, guidati dal sultano Selim I, avevano sconfitto i persiani sciiti ostentando il loro controllo alla Siria e all’Egitto. L’acquisizione del califfato attribuì agli ottomani una particolare legittimazione, tanto che il successore di Selim, Solimano I il Magnifico, enfatizzò il suo ruolo di sovrano nella lotta con l’Europa cristiana, ponendosi sullo stesso piano dell’imperatore del Sacro romano impero e del papa. Le conseguenze di questo evento si possono ritrovare, secondo lo storico H. Schilling, anche nella storia più recente: “è proprio nella zona araba del Vicino Oriente in cui crollò nel 1517 il califfato abbaside per mano degli Ottomani che oggi si è venuto a creare lo “Stato islamico”, con il suo tentativo di riportare in vita il dominio religioso e politico del califfato unificatore”.

All’inizio del 1517 gli Ottomani registrarono un successo sfolgorante che determinò un punto di svolta nella storia del loro impero e delle relazioni con le potenze cristiane d’Europa. A gennaio l’Impero dei Mamelucchi, esteso nelle vaste regioni dell’Asia anteriore e dell’Africa settentrionale, nella (Grande) Siria e in Egitto, crollò sotto l’assalto dei giannizzeri. Si apriva così un passaggio lungo la costa nordafricana verso il Mar Mediterraneo occidentale e soprattutto si prefiguravano l’accesso all’Arabia, il comando sulla Mecca e l’ambizione di guidare il mondo islamico. I duecentocinquant’anni di dominazione mamelucca, con le sue élite di guerrieri, erano giunti al termine. Guidati personalmente dal sultano Selim, gli eserciti ottomani avevano avviato la loro offensiva nell’estate del 1516 e nella primavera del 1517 erano entrati con una marcia trionfale a Aleppo e Damasco fino a toccare la capitale dei Mamelucchi, il Cairo. Questa guerra, una delle più significative per la Terra Santa, fu una delle maggiori mai condotte dai sovrani islamici. Si trattava di dare una svolta definitiva alla concorrenza tra le grandi potenze musulmane di Persiani, Ottomani e Mamelucchi e di ottenere il predominio sul mondo musulmano. La posta in gioco era il redditizio controllo delle tradizionali vie commerciali che collegavano l’Europa e i ricchi produttori di spezie del Lontano Oriente. Finora il controllo dei commerci era stato appannaggio dei Mamelucchi, ma gli Ottomani cercavano già da anni di prendere il sopravvento. [...] Più che la presa di possesso politica, furono importanti le conseguenze religiose e culturali di questa vittoria: all’inizio dell’estate del 1517 lo Sharif della Mecca fece la sua comparsa al Cairo e offrì in via ufficiale al sultano ottomano il protettorato sulla

Mecca e sugli altri luoghi sacri, fino a quel momento di esclusivo appannaggio dei sultani mamelucchi. Un segno visibile del cambiamento fu la consegna allo Sharif da parte del sultano Selim della preziosa Kiswa, il tessuto in broccato che copriva la Ka’ba e che veniva rinnovato ogni anno per la pulizia sacra del santuario: un atto simbolico che spettava solo al più potente tra i sovrani islamici. Ma ancora più importante per il destino del mondo islamico fu la fine del califfato abbaside arabo, stabilito al Cairo da circa duecentotrent’anni.

˕ Il Cairo in un portolano turco (1512-1521).

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I TEMPI DELLA STORIA

SINCRONIE

ATTIVARE LE COMPETENZE

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Autore Argomento/ambito Tesi sostenuta

1 In che cosa si distinguono i musulmani persiani, ottomani e mamelucchi? 2 Quali furono le conseguenze religiose e politiche della conquista del Cairo? 3 Perché la Cristianità fu sconvolta dalla caduta del Cairo?

FONTE 2 G. Marcocci, Indios, cinesi, falsari. Le storie del mondo nel Rinascimento, Laterza, RomaBari, 2016

Giuseppe Marcocci, I portoghesi in Cina Nel 1517 i portoghesi, che già da qualche anno controllavano le rotte orientali imponendosi come potenza commerciale nell’Oceano indiano, tentano un primo approccio con il vasto e potente impero cinese dei Ming. Ma l’atteggiamento aggressivo dei portoghesi irrita profondamenti cinesi, i quali, chiusi da decenni in una politica isolazionista, vedono gli europei come una minaccia e arrivano ad accusarli di cannibalismo.

L’esempio dato dall’impero cinese, una potenza che fino a poco prima dell’arrivo dei portoghesi riceveva doni dai regni in Siam e Birmania in memoria dell’antica sottomissione, susciti l’ammirazione di Barros1. Fu il decreto di un «re prudente» a proibire le navigazioni nell’Oceano indiano. Pur non collocando con precisione nel tempo l’intervento di Xuande2, Barros ha dunque qualche notizia di quel provvedimento. E a pochi anni di distanza dalla concessione ufficiale del porto di Macao ai portoghesi (1557), ricorda che vigeva ancora il divieto d’accesso in Cina anche a un solo straniero senza lasciapassare, nonché l’interdizione ai cinesi di navigare, salvo eccezioni in favore dei mercanti di Canton.

Proprio a Canton avevano consumato i loro ultimi giorni, in stato di prigionia, Fernão Pires de Andrade e Tomé Pires, dopo avere guidato una disastrosa missione presso l’imperatore Zhende3. Erano sbarcati in Cina nel 1517, ufficialmente per condurre un’ambasceria commerciale alla corte imperiale. L’aggressivo comportamento dei portoghesi, però, irritò presto i cinesi, che contro quegli uomini, chiamati «franchi», mossero persino accuse di cannibalismo. Dopo un fugace abboccamento con Zhende a Nanchino, la delegazione portoghese fu costretta a una lunga e umiliante attesa a Pechino, nella vana speranza di essere ricevuta all’interno della città proibita. Gravi problemi d’instabilità interna e la crescente ostilità verso chi aveva osato conquistare Malacca, il cui sovrano era un fedele tributario dell’impero cinese, contri1 Barros: João de Barros (1496-1570), storico e scrittore portoghese. 2 Xuande: imperatore della dinastia Ming (1425-1435). 3 Zhende: imperatore della dinastia Ming (1505-1521).

˔ Portoghesi in navigazione lungo le coste dell’Oceano Indiano, XVI secolo.

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Correva l’anno... 1517

buirono al fallimento di un’impresa che corse parallela a quella di Cortés in Messico e prese avvio con auspici in parte simili. Negli stessi anni del viaggio di Magellano intorno al globo, quel movimento simultaneo mise spagnoli e portogheATTIVARE LE COMPETENZE

si di fronte a due grandi imperi che erano anche due universi culturali per loro sconosciuti. Le loro opposte reazioni alla comune minaccia proveniente dall’Europa furono un tornante decisivo per la mondializzazione iberica.

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Autore Argomento/ambito Tesi sostenuta

1 Come vengono accolti in Cina i primi esploratori portoghesi? 2 Quali sono le «opposte reazioni alla comune minaccia proveniente dall’Europa»?

FONTE 3

A. Prosperi, Lutero. Gli anni della fede e della libertà, Mondadori, Milano 2017

Adriano Prosperi, I quindici giorni che sconvolsero la Germania Con il suo gesto Lutero innescò una serie di eventi e di processi che furono senz’altro rivoluzionari. Ma che cosa pensava Lutero? Era consapevole della portata delle sue azioni? Quali fattori permisero una diffusione così rapida delle due idee? Come si spiega una reazione collettiva così travolgente? Lo storico Adriano Prosperi ricostruisce gli ultimi mesi del 1517, cercando di far luce sulla mentalità del protagonista della Riforma e sulle dinamiche concrete che trasformarono un gesto audace in una svolta epocale.

Bisognerebbe chiedersi anche fino a che punto Lutero ebbe coscienza di essere stato il protagonista di una svolta epocale. E la risposta è facile: egli fu costante nel ribadire l’immagine di se stesso come persona che amava restare nel suo angolo e aveva fatto quello che aveva fatto solo perché mosso, spronato da Dio, dal dovere di cristiano. [...] Voleva che quello che faceva fosse non il frutto di intelligenza umana, ma qualcosa che venisse da Dio. Nel tempo, gli rimase di quel giorno il ricordo di una data importante: e fu proprio lui a inaugurare in quel decennale il rito di memoria delle celebrazioni della ricorrenza con una bevuta tra familiari e vicini, in una Wittenberg minacciata da un’epidemia di peste. Ma a questo punto, dopo la svolta epocale del 1° novembre 1517, il racconto deve per forza biforcarsi. La storia del pensiero di Lutero come teologo si divise proprio allora da quella della sua immagine pubblica e della sua opera di fronte al mondo.

Mentre nel suo studio il teologo elaborava l’apparato delle dimostrazioni analitiche da lui proposte per ciascuna delle 95 affermazioni (le già citate Resolutiones), all’esterno avveniva qualcosa di impressionante e di assolutamente imprevedibile: la battaglia contro la predicazione delle indulgenze si trasformava a poco a poco in un grande movimento collettivo capace di trascinare masse popolari e poteri politici e religiosi. Che cosa determinò la svolta? Rispondere a questa domanda è il problema che da secoli si pongono osservatori e storici e che supera perfìno il pur straordinario accadimento di quegli anni. Siamo qui davanti al nucleo centrale dell’idea stessa di rivoluzione quale si incarnò da allora nel cuore della storia europea: il rapporto tra l’azione consapevole di un uomo, o di un piccolo gruppo di uomini, e l’avvio di un processo rapido, travolgente, collettivo, che modifìca in modo irreversibile il panorama sociale, culturale e politico di grandi realtà. Né prima né dopo Lutero 349


I TEMPI DELLA STORIA

SINCRONIE

si videro altre rivoluzioni in cui l’agente primario e la reazione collettiva sembrassero legarsi insieme in maniera così veloce ed esemplare, come in una sorta di processo chimico: per secoli i racconti delle pur diverse e divise storie europee hanno tramandato l’immagine di quel giorno e di quelle tesi come di una scintilla caduta su di un grande deposito di materiale infìammabile. Lutero ormai vecchio lo ricordava come qualcosa che in quindici giorni aveva investito tutta la Germania. È davvero così che sono andate le cose? E qual è stato l’additivo che ha favorito l’incendio? Perché il problema è quello di ogni movimento rivoluzionario che nasce da un’elaborazione intellettuale di ambito ristretto: gli strumenti e le forme della mediazione. La cultura del nostro tempo, dominata dal modello della rivoluzione informatica come rivoluzione dell’informazione, ha cercato la risposta nell’invenzione della stampa: era stata quella la forza motrice del processo. Una «rivoluzione inavvertita» che aspettava chi si impadronisse del suo potenziale. Una verifica è facile. Le tesi erano in latino. Prima della fine del 1517 ci furono almeno tre edizioni, a Lipsia, Norimberga e Basilea. Resta ipotetica una stampa commissionata dall’autore allo stampatore dell’università di Wittenberg, Johann Rhau-Griinenberg, lo stesso che aveva pubblicato le sue tesi contro la teologia scolastica. Grazie all’impegno del circolo umanistico di Norimberga, che contava tra gli altri il già celebre pittore Albrecht Dürer, ne fu fatta una versione tedesca da Kaspar Neitzel, membro del Consiglio cittadino. Una copia dell’edizione di Basilea, la più elegante, fu spedita da Erasmo all’amico Tommaso Moro in Inghilterra: a questo punto siamo già al marzo 1518. Erano edizioni di qualche centinaio di copie; dunque la diffusione non fu né così larga né così veloce come si è talvolta immaginato. Parliamo di un testo complesso, di non immediata comprensione per chi non capiva i termini teoloATTIVARE LE COMPETENZE

gici della questione. Un solo punto era chiaro, anche se era stato espresso quasi sommessamente: vi si negava il potere papale di concedere quello che le lettere di indulgenza promettevano. E su questo si fermò l’attenzione del principale destinatario del testo di Lutero e della sua lettera: Alberto di Brandeburgo. Quella lettera ci è stata conservata. Così sappiamo che fu aperta il 17 novembre e trasmessa a lui personalmente nella sua residenza, il palazzo di Aschaffenburg. Il 13 dicembre il documento fu sottoposto per un parere ai teologi dell’università di Magonza. Ci volle un sollecito, dieci giorni dopo, per averne la risposta: che fu quella, salomonica, di appellarsi all’autorità del pontefice, visto che vi si parlava dei limiti del potere papale. Dunque, inviando le tesi e la sua personale sollecitazione all’autorità ecclesiastica competente, quella dei vescovi di Magonza e di Brandeburgo, Lutero aveva innescato una reazione potenzialmente molto pericolosa per lui. Nelle tesi si negava al papato ogni potere di rimettere pene diverse da quelle inflitte dallo stesso pontefice. Ci si chiede se Lutero si fosse reso conto allora del rischio che correva: era consapevole che la sua presa di posizione andava a urtare direttamente contro i bastioni eretti a tutela del papa di Roma? Il calcolo delle opportunità non era un atteggiamento mentale che gli fosse congeniale. E quei bastioni li aveva bene in mente: pochi anni dopo li indicò uno per uno in quell’Appello alla nobiltà cristiana di nazione tedesca che diventò famoso tra i lettori italiani come «quello dei tre muri» e fu uno dei suoi scritti più feroci e importanti. Ma nelle tesi sulle indulgenze la critica all’uso del potere papale era tutto sommato un aspetto marginale fra tutti quelli proposti alla discussione. Ciò che gli importava era richiamare l’attenzione sulle conseguenze gravissime di quella pratica e di quelle dottrine per il modo di intendere la penitenza e la salvezza del cristiano.

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Autore Argomento/ambito Tesi sostenuta

1 Quale immagine di Lutero emerge dal testo? 2 Perché l’autore sottolinea che le tesi erano in latino? 3 Quanto influì effettivamente l'invenzione della stampa nella diffusione delle 95 tesi di Lutero, secondo Prosperi?

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Correva l’anno... 1517 FONTE 4

Ottavia Niccoli, La battaglia delle armate spettrali

Ottavia Niccoli, I re dei morti sul campo di Agnadello, in «Quaderni storici», (n.3 dicembre 1982)

Per l’uomo del Cinquecento l’intervento delle forze sovrannaturali nella storia è un dato familiare, a cui assegnare un preciso significato. Basta pensare al fulmine che vicino a Stotternheim aveva cambiato la vita di Lutero, interpretato come un’intimazione di Dio a farsi monaco. La battaglia degli spettri di Bergamo, raccontata nella fonte seguente, fu vista dai contemporanei (principi ed eruditi, borghesi e contadini) come un presagio di eventi radicali, in particolare si pensò alla grave minaccia mossa alla cristianità dai turchi ottomani che nella primavera avevano sbaragliato il potente impero dei mamelucchi e sembravano pronti a muovere sull’Italia meridionale.

Nel gennaio 1518 circolava a Cesena, racconta il cronista Giuliano Fantaguzzi, un libriccino a stampa che narrava «de le visione e combatimenti de spiriti faceansi sul Bergamasco». Negli stessi giorni, la notizia [...] viene riportata nel diario di un anonimo chierico francese, residente però a Roma da molti anni; contemporaneamente, anche Marin Sanudo raccoglie nei suoi Diarii numerose lettere concernenti la vicenda, che appare registrata anche nel Joumal d’un Bourgeois de Paris. [...] La descrizione delle apparizioni più ampia e ricca di particolari è quella che compare in un libriccino di quattro carte in ottavo dal titolo Littera de le maravigliose battaglie apparse novamente in Bergamasca, privo del nome del tipografo e del luogo e data di stampa. L’opuscolo è appunto in forma di lettera, spedita da «Bartholomeo da Villachiara al suo charissimo misser Honofrio Bonnuncio veronese» dal castello di Villachiara, in data 23 dicembre 1517. Il testo entra subito in argomento. Da

otto giorni in qua a Verdello, nel bergamasco, si vedono tre o quattro volte al giorno uscir da un bosco battaglioni formidabili di fanti, cavalieri e artiglieria, che avanzano schierati «con grandissima ordinanza et perfectissimo ordine». Davanti ad essi procedono tre o quattro principi, guidati da un altro sovrano che appare essere il maggiore fra loro; essi avanzano a parlamentare con un altro re, che li attende a mezza via, circondato dai suoi baroni e davanti alle proprie truppe. [...] La fama delle battaglie di spiriti di Verdello, soprattutto per il tramite della stampa che abbiamo descritto, fu dunque assai notevole, giungendo sino in Francia e in Germania. Risulta anzi possibile ricostruire in qualche modo il tracciato dell’avanzata della sua notorietà, che rappresenta una utile occasione per esemplificare i possibili itinerari delle immagini culturali, al di fuori della stretta oralità, nell’Europa della prima età moderna, e i canali e i tempi relativi. Occorrerà anzi distinguere

˕ Incisione di Albrecht Dürer, 1517.

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I TEMPI DELLA STORIA

SINCRONIE

gli itinerari della notizia diffusa per via epistolare da quelli della stampa. La prima si muove infatti più rapidamente, ma su distanze più brevi: se le visioni iniziarono approssimativamente verso la metà di dicembre, già il 28 Marin Saracco era in grado, da Bergamo, di scriverne a Vicenza, mentre il 29 Mario Sanudo le segnalava nel suo diario. [...] Abbiamo dunque un primo rapido movimento di notizie entro un ambito territoriale abbastanza ristretto, e prevalentemente entro i confini statuali (in questo caso, della repubblica veneta). Su un tempo leggermente più lungo, la notizia giunge a Roma, sotto forma, probabilmente, di una copia manoscritta della lettera di Bartolomeo da Villachiara e di altre. Il 21 gennaio 1518, infatti, Leone X legge ai cardinali riuniti in concistoro «alcune lettere di le aparizion di Bergamo». E proprio a Roma, con ogni probabilità, venne stampata dal tipografo Gabriele da Bologna la Littera de le maravigliose battaglie [...]. Roma funzionava dunque da efficace cassa di risonanza del prodigioso su scala internazionale. Si ha l’impressione che la fortuna romana del testo della Littera de le maravigliose battaglie fosse dovuta ad una precisa circostanza che ne favoriva una utilizzazione propagandistica. Quando Leone X lo legge in concistoro davanti ai cardinali riuniti, commenta infatti che quelle apparizioni prodigiose «è segnali ch’el Turco ne verà adosso di la cristianità [...] però bisognava far valide provisione e non indusiare». Come si sa, quello della crociata contro il Turco è un motivo che si riaffaccia di frequente nell’Italia del Cinquecento, e spesso in forme tutt’altro che astratte, coinvolgendo anche raccolte di elemosine e contatti diplomatici a questo scopo. Tale è la situazione anche in questi mesi. Già dai primi di novembre del 1517 Leone X meditava infatti di organizzare una lega dei principi cristiani

ATTIVARE LE COMPETENZE

contro il Turco; dopo la fortunata campagna d’Egitto della primavera precedente, Selim I era infatti in quel momento al culmine della sua potenza. Il 7 novembre venne così formata una commissione di cardinali, i quali si riunirono più volte nel corso del mese per studiare i mezzi più opportuni per finanziare l’impresa. Venne anzi apprestato un questionario assai ampio da inviare ai principi cristiani allo scopo di conoscere il loro parere sul modo in cui organizzare la crociata, le forze militari necessarie e le strategie più opportune da usare. Proprio ai primi di gennaio giunsero al papa da Costantinopoli via Ragusa-Ancona ulteriori notizie «dil zonzer il Turco», che provocarono un intensificare dei preparativi; in particolare Leone X inviò brevi a tutti i sovrani europei, ed era proprio per discutere le risposte già pervenute che i cardinali erano stati convocati il 21 gennaio. Dunque le apparizioni degli eserciti combattenti potevano essere considerate una prefigurazione della prossima, prevista lotta fra la croce e la mezzaluna, e quindi anche essere utilizzate per preparare la via a richieste di nuove tasse. La progettata spedizione contro i Turchi non si fece mai; ma nei primi mesi del 1518 il pontefice «ad coacervandam pecuniam [...] misit legatos ad omnes provincias et ad reges1». Inviò brevi, sollecitò cerimonie e processioni penitenziali. Al di là delle richieste pontificie, denari venivano raccolti anche abusivamente: fra aprile e maggio girarono per i paesi della Terraferma veneta dei frati francescani i quali, per rendere più efficaci le loro richieste di elemosine, sovrapponevano la propaganda per la crociata alla predicazione delle indulgenze per la fabbrica di San Pietro, suscitando in tal modo le proteste del Consiglio dei Dieci. 1 «ad coacervandam... reges»: «mandò ambasciatori in tutte le province e ai re, per raccogliere il denaro».

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Autore Argomento/ambito Tesi sostenuta

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Quali paure collettive esprime la credenza nella “battaglia degli spettri”? Attraverso quali canali si diffonde la storia di queste apparizioni? Quali eventi e personaggi storici si intrecciano in questa bizzarra leggenda? Nel mondo odierno, quali sono le paure collettive più diffuse? Come è cambiato nel tempo il modo di affrontarle?

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Correva l’anno... 1517

˕ Laboratorio delle competenze Collegare e interpretare 1 Nel 1517 la religione aveva una forza onnicomprensiva nell’interpretazione, in chiave sovrannaturale, magica e/o cosmologica, degli eventi mondiali. Individua le fonti del percorso che confermano questa affermazione. 2 Le 95 tesi possono essere considerate periodizzanti per l’età moderna? Discutetene in classe e stilate una lista delle argomentazioni che avete utilizzato.

VERSO IL NUOVO ESAME TIPOLOGIA B Analisi e produzione di un testo argomentativo 3 Leggi il testo e poi svolgi le attività.

Nelle 95 tesi dell’autunno del 1517, Lutero denuncia, in relazione alla questione delle indulgenze, i costi esorbitanti della costruzione di San Pietro, cominciata all’inizio del 1506. [...] Ma proprio ciò a cui Lutero non fa cenno nelle sue riflessioni su quel viaggio, perché ritenuto poco importante, consente di guardare più in profondità: all’inizio del 1511 Roma contava circa cinquantamila abitanti ed era quindi molto meno popolosa di città come Venezia o Milano. Tuttavia era anche il luogo più cosmopolita d’Europa, con grande fastidio dei «romani di Roma». Questi lamentavano, con una buona dose di xenofobia, che gli «stranieri» sul Tevere rivestivano le cariche più redditizie, mentre ai nativi non restavano che le briciole di una tavola papale così riccamente imbandita. Tali accuse non erano infondate. La Curia era il più importante centro di amministrazione e di comando della Chiesa universale. [...] Senza dubbio, i cristiani più virtuosi trovavano nella Roma d’inizio XVI secolo molto di cui lamentarsi, il che non sfuggiva al papa e alla stessa Curia. Vennero perciò regolarmente istituite commissioni di riforma che elaborarono ragionevoli proposte allo scopo di porre fine agli scandali, che però non riuscirono mai a imporre significativi cambiamenti. A dispetto, o proprio a causa, delle tante testimonianze dei contemporanei, è difficile abbozzare un «quadro dei costumi» della città eterna al tempo della visita di Lutero; in ogni generalizzazione di questo tipo si annida la caricatura e quindi l’unilateralità e il pregiudizio. [...]. Vero è che gli inquisitori relativamente di rado intervenivano per reprimere le eresie, e quando vi erano costretti lo facevano senza eccessiva severità. Ciò dipendeva dal fatto che il confine tra antichità pagana e cristianesimo non era traccia-

to nettamente e di sicuro non era insormontabile. Basti pensare che i papi del Rinascimento rivendicavano l’eredità politica, culturale e ideologica dell’Impero romano. [...] Per gli ecclesiastici umanisti che elaborarono una tale visione, il primato del cristianesimo sul paganesimo non era in discussione, ma il vero paradosso era impersonato proprio dal ruolo del papa, vicario di Cristo sulla terra e successore degli antichi imperatori. Per gli stranieri che dal nord giungevano alla città eterna, la sintesi tra paganesimo e cristianesimo appariva invece inquietante, se non addirittura blasfema. Il fatto che Lutero non avesse nulla da dire sulle rovine dell’antica città, che erano invece venerate dagli umanisti come preziose reliquie, è di per sé sintomatico. [...] Nel 1511 il monaco tedesco attraversò una città grigia sopra un grigio Tevere, nella quale erano stati aggiunti alcuni splendidi edifici che però non dominavano il paesaggio urbano nel suo complesso. La nuova San Pietro era un cantiere, così come il vicino Palazzo apostolico. Il paesaggio urbano all’interno delle mura aureliane era costituito in gran parte da edifici vecchi e spesso fatiscenti. Quanto alla pulizia delle strade e alle comodità per gli ospiti, la Germania era decisamente più avanti, come potevano confermare tutti i viaggiatori dell’epoca. Il fatto che Michelangelo Buonarroti, in quello stesso periodo, stesse lavorando agli affreschi della Cappella Sistina, creando l’insuperabile modello della bellezza umana, era un segno della diversità culturale tra Germania e Italia e una testimonianza di come, all’inizio dell’età moderna, coesistessero in Europa diversi stadi di sviluppo. [...] È facile immaginare che cosa pensasse l’antiquato Lutero delle figure erotiche e dalle sembianze femminee di Michelangelo nella Cappella Sistina. Il suo giudizio sarebbe ricaduto su tutta la città eterna più tardi: «Sono stato a Babilonia e ho visto le opere dell’Anticristo con i miei occhi!» Volker Reinhardt, Lutero l'eretico. La Riforma protestante vista da Roma, Marsilio, Venezia 2017

Analisi 1 Riassumi in brano cercando si riorganizzare il discorso secondo l’ordine cronologico. 2 Perché l’autore definisce Lutero “antiquato”? Rispetto a chi o che cosa? 3 Qual è la tesi di fondo del brano? Commento 4 Elabora un testo sviluppando l’argomento del brano alla luce delle tue conoscenze, di altri testi affrontati in questo percorso e delle tue esperienze personali.

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I TEMPI DELLA STORIA SINCRONIE

COMPETENZE ATTIVATE

Correva l’anno... 1968 ˕ Comprendere la dimensione sincronica degli eventi e delle situazioni

˕ Cogliere le relazioni fra gli eventi storici e i mutamenti del costume, delle relazioni e della partecipazione politica

˕ Saper analizzare le fonti iconografiche TEMPO PREVISTO

˕ 2 ore

gennaio Proteste studentesche in Polonia; in Cecoslovacchia Dubček avvia la “primavera di Praga”.

4 aprile A Memphis (USA) viene ucciso Martin Luther King.

1° marzo Roma, Valle Giulia: scontri tra la polizia e gli studenti della facoltà di Architettura occupata.

maggio Parigi e la Francia sono scosse dalle proteste studentesche e dalle occupazioni (“maggio francese); in Italia la maggior parte delle Università sono occupate.

23-30 aprile A New York viene occupata la Columbia University, poi sgomberata con la forza dall’intervento della polizia.

Il 1968 è stato uno di quegli anni in cui la storia ha assunto una dimensione globale. In tutto il mondo si verificarono episodi di ribellione, che avevano come unico comune denominatore una istanza antiautoritaria. Si contestò l’autorità rappresentata dai capi di Stato, dai governi dispotici, dai generali, dagli insegnanti, dai genitori. Protagonista fu un’intera generazione cresciuta dopo il 1945, radicalmente diversa da quelle che avevano dovuto attraversare le guerre mondiali e venivano da un mondo che ormai stava scomparendo. La rapida diffusione (su scala globale, appunto) di questa ondata di protesta fu resa possibile per l’intrecciarsi di fattori diversi: negli Stati Uniti, il movimento per i diritti civili aveva elaborato nuovi strumenti di lotta e di mobilitazione, che servirono da modello per le proteste studentesche; la guerra del Vietnam aveva suscitato in tutto il mondo una generale repulsione e, come già la guerra di Algeria e il processo di decolonizzazione avviato nel continente africano all’inizio del decennio, testimoniava il probabile tramonto definitivo della vocazione imperialista dell’Occidente; i nuovi mezzi di comunicazione, e in particolare la televisione, grazie ai nuovi satelliti usati per le telecomunicazioni, consentì per la prima volta di condividere in diretta ciò che accadeva in ogni angolo del pianeta. Il 1968 sarebbe stato elevato a data-simbolo soprattutto per la risonanza che ebbero le manifestazioni studentesche parigi610

20 agosto L’invasione sovietica della Cecoslovacchia pone fine alla “primavera di Praga”.

5 giugno A Los Angeles (USA) viene ucciso il candidato democratico alla presidenza Robert Kennedy.

16 ottobre I velocisti afroamericani Tommie Smith e John Carlos alla premiazione della gara dei 200 metri alle Olimpiadi di Città del Messico alzano il pugno chiuso nel guanto nero, simbolo del Black power, in segno di protesta.

˚ Chicago, agosto 1968: manifestazione contro la guerra in Vietnam. L’avversione alla guerra statunitense in Indocina rappresenta uno dei tratti comuni alle proteste studentesche nei diversi paesi occidentali.

ne. Nella capitale francese, il movimento degli studenti fu affiancato dal movimento operaio e, nel mese di giugno, lo sciopero generale bloccò di fatto l’intero paese. «Studenti e operai uniti nella lotta» divenne lo slogan che avrebbe accompagnato esperienze analoghe in altri contesti e negli anni successivi (come ad esempio durante il cosiddetto “autunno caldo” italiano del 1969).


Correva l’anno... 1968

˕ Interrogare le fonti FONTE 1

Luisa Passerini, Uno sguardo d’insieme

L. Passerini, Presentazione a R. Lumley, Dal ’68 agli anni di piombo. Studenti e operai nella crisi italiana, Giunti, Firenze 1998

È difficile riassumere un’esperienza storica che ebbe, come sempre, un momento di incubazione e i cui effetti avrebbero avuto una lunga durata. Inoltre, la scala globale del fenomeno e la pluralità delle forme che assunse ostacola non poco la possibilità di una sintesi di ciò che comunemente viene evocato come “il ’68”. La storica Luisa Passerini (1944-), che dei movimenti studenteschi e femministi degli anni Sessanta e Settanta fu testimone, protagonista e indagatrice, ne offre di seguito una efficace definizione, rintracciandone i tratti distintivi.

Per “’68” si intende [...] l’insieme di movimenti sociali, politici e culturali che venne innescato dai movimenti degli studenti nel periodo da metà degli anni Sessanta a metà degli anni Settanta. Questa definizione di campo pone subito il problema della temporalità, anzi delle varie sequenze temporali, anzi delle varie sequenze temporali che il ’68 occupa: il tempo breve degli eventi, quello medio dei movimenti sociali, quello lungo dei processi culturali. La centralità delle trasformazioni indotte dal ’68 su quest’ultimo piano fa sì che il ’68 possa dirsi ancora “non finito”, in quanto alcuni processi di lunga durata scatenati da avvenimenti di durata breve o media, quali la fine della deferenza all’autorità o almeno la sua modificazione profonda (attraverso processi culturali nella famiglia, nei luoghi di lavoro, nelle scuole avviati o accelerati dal 1968), sono tuttora in corso. [...] La caratteristica fondamentale che consente di unificare aspetti molto diversi del ’68 è la rilevanza conferita, implicitamente ed esplicitamente, alla soggettività. Il ’68 afferma praticamente il diritto di diventare soggetti della propria vita, in qualsiasi attività si sia impegnati; di cominciare a criticare e a contestare l’ordine esistente dal punto nel quale ci si trova, compresa la quotidianità; di prendere per buoni i segnali del proprio disagio e di includere nelle rivendicazioni politiche la felicità e il godiATTIVARE LE COMPETENZE

mento della vita. In questa prospettiva la conoscenza è intrecciata con lo stato d’animo e con l’affettività del soggetto conoscente. L’uso dell’ironia, del détournement, dell’inversione dei valori e del rovesciamento delle gerarchie sono altrettanti procedimenti soggettivi, che mostrano l’unilateralità delle pretese di oggettività nel mondo politico e scientifico. La pluralità dei soggetti e l’esigenza dell’intersoggettività sono affermate dal ’68 sul piano della conoscenza e su quello della rivolta. [...] L’attenzione alla soggettività e la critica alle forme tradizionali della conoscenza si combinano su un tema centrale del ’68: la comunicazione. Questo termine è da intendersi, in tale contesto, in senso stretto e in senso lato. In senso lato si riferisce all’importanza attribuita dal ’68 al comunicare in tutti i modi possibili innanzitutto all’interno della comunità costituita dal movimento stesso. Questa rappresenta un legame non di sangue né ideologico – grazie alla rottura con la famiglia e con la forma partito – ma di affinità elettiva, basata su scelte affettive e conoscitive. [...] L’importanza della comunicazione è stata riconosciuta dagli interpreti che hanno insistito sull’inventività del ’68 nel proporre nuove forme di comunicazione “povera” e nuove tecniche comunicative, nel creare nuove audiences, e infine nel fornire molto personale ai campi in via di sviluppo del mass media. Riassumi il contenuto

Autore Argomento/ambito Tesi sostenuta

1 Che cosa si intende per “’68”? 2 In che senso l’esperienza del ’68 non sarebbe ancora conclusa? 3 Quale ruolo ha avuto la comunicazione?

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I TEMPI DELLA STORIA

SINCRONIE

FONTE 2

Il sogno di un’isola

G.T., «Volevamo vendere souvenirs» dicono quelli dell’isola d’acciaio, «Corriere della Sera», 29 giugno 1968

Nell’anno delle rivolte che attraversavano il mondo, l’Italia intraprese la sua ultima guerra contro un paese straniero. Era il 26 giugno quando reparti della Guardia di finanza, della Polizia di Stato e dei Carabinieri, a bordo di tre motovedette, occuparono militarmente l’Isola delle Rose, uno Stato autoproclamatosi sovrano, sorto a dodici chilometri dalla costa romagnola, in acque extraterritoriali. In realtà, il suo nome esatto era Insulo de la rozoj. Era stato, infatti, adottato l’esperanto quale lingua nazionale. Il suo territorio corrispondeva a una piattaforma di quattrocento metri quadrati, poggiante su piloni di acciaio riempiti di cemento armato e conficcati sul fondo del mare. Su questa piattaforma era stato poi costruito un fabbricato. I giornali, che si appassionarono alla vicenda, lo descrissero provvisto di uffici, negozi, bar e contornato da una sorta di balconata panoramica. Questa piattaforma era stata progettata e realizzata, a partire dal 1964, dall’ingegner Giorgio Rosa, un bolognese che voleva sperimentare una nuova tecnica di costruzione in mare aperto. Ma una volta realizzata, questa piattaforma, un po’ per caso e un po’ per gioco, intercettò il sogno di realizzare uno Stato nuovo, fondato su nuovi valori e su una nuova idea di comunità. Fu promulgata una Costituzione, fu innalzata una bandiera, furono stampati dei francobolli. E nell’estate del 1968 sembrò venire incarnare i sogni e le illusioni di una generazione. Benché il Consiglio del libero territorio della Insulo de la rozoj avesse inoltrato una formale protesta presso l’allora presidente della Repubblica italiana, Giuseppe Saragat, denunciando la violazione della sovranità del libero Stato, la piattaforma fu fatta esplodere. Le ultime vestigia dell’Isola delle Rose furono poi definitivamente inghiottite dal mare nel febbraio 1969.

L’«Isola delle rose» a dodici chilometri e mezzo al largo di Rimini e cioè al di fuori dei limiti delle acque territoriali, è sempre strettamente vigilata dalle sei motovedette delle forze di polizia che mantengono il blocco, in coppia, in tre turni giornalieri. [...] Gli altri cinque mezzi navali stanno nel portocanale di Rimini pronti ad intervenire. [...] Le ore trascorrono lente e monotone soprattutto per Pietro Bernardini, l’unico suddito del «Libero territorio de la insulo de la Rozoj» [...]. L’ingegner Rosa, intervistato a Bologna, avrebbe sostanzialmente affermato: «Prima finisca l’occupazione, poi parleremo di pace». Per la verità egli si è dimostrato sorpreso per l’iniziativa militare del governo italiano, ma riteniamo che nessuno Stato libero e sovrano possa permettere la costruzione di impianti fissi, appartenenti a paesi stranieri, a ATTIVARE LE COMPETENZE

dodici chilometri di distanza dalle sue coste, in posizione ideale cioè per lo spionaggio. [...] Anche la questione dei francobolli è stata ridimensionata (la moneta non sembra che sia mai stata coniata o stampata). Non si tratterebbe di veri e propri francobolli [...], ma semplici vignette chiudi-lettera, di nessun valore postale [...].

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Data e luogo Autore Tipologia di fonte Destinatario

1 Quali sogni e quali aspirazioni potevano essere intercettati, nel 1968, dall’Isola delle Rose? 2 Per quale motivo, a tuo parere, fu scelto l’esperanto come lingua del nuovo Stato? 3 Dalla cronaca del «Corriere della Sera» emergono preoccupazioni che possano essere messe in relazione con il più generale clima della guerra fredda?

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Correva l’anno... 1968 FONTE 3 L. Iervolino, Trentacinque secondi ancora. Tommie Smith e John Carlos: il sacrificio e la gloria, 66thand2nd, Roma 2017

Lorenzo Iervolino, Olimpiadi in bianco e nero Sulle Olimpiadi di Città del Messico del 1968, grazie anche alla straordinaria amplificazione dell’evento offerto dalla televisione, si allungò l’ombra dei conflitti razziali esplosi negli Stati Uniti. Ad accrescere tale preoccupazione, inoltre, era stata la decisione del Comitato olimpico internazionale (CIO), che aveva riammesso ai giochi la squadra del Sudafrica, dove, dal 1948, vigeva una politica di segregazione razziale. Di fronte alla minaccia degli atleti afroamericani di boicottare la XIX Olimpiade, il CIO fece marcia indietro. Nonostante ciò, nel momento di salire sul podio dei 200 metri piani per il primo e il terzo posto, il 16 ottobre 1968, Tommie Smith e John Carlos si presentarono senza scarpe e indossando calze nere. Quando poi risuonarono le note dell’inno nazionale americano, i due atleti alzarono il braccio con il pugno chiuso ricoperto da un guanto nero, simbolo del Black power, movimento rivoluzionario mirante alla liberazione dei neri americani. Il giorno successivo, intervistato dai giornali di tutto il mondo sul significato del loro gesto, Carlos dichiarò: «Volevamo che tutti i neri del mondo – il piccolo droghiere, il ciabattino – sapessero che quando sul mio petto o su quello di Tommie pende una medaglia, pende anche sul suo».

Per primo Tommie Smith. Poi, dopo un’impercettibile esitazione, anche John Carlos. Appena parte l’inno americano reclinano la testa in avanti e sollevano un braccio con il pugno chiuso, disegnando due sagome maestose. O forse è una sola immagine che riflette sé stessa, sdoppiandosi. Il gesto fa azzittire istantaneamente ogni brusio, congela gli applausi. Addensa tutte le vibrazioni dello stadio in un silenzio urticante. Ma dura il tempo di un respiro, o poco più. Poi la rabbia della massa irrompe come l’acqua dalle crepe di una diga. Insulti in lingue diverse volano ciechi e sbilenchi come stormi di pipistrelli assetati. Tommie si rifugia dietro gli occhi chiusi, le palpebre contratte. Immobile, pensa a suo padre. Al piccolo Kevin. Al proiettile che dagli spalti, ne è convinto, qualcuno sta per sparargli addosso. John invece tiene gli occhi leggermente aperti e da quello spiraglio di visuale cerca di capire se, per qualche motivo oscuro, a essere impazzite non siano solo le sue orecchie. Perché è certo che una buona metà dello stadio, attorno a lui, e in particolare alle sue spalle, abbia iniziato a cantare l’inno americano. E che, ancora più precisamente, invece di parole stia sputando su di loro un invisibile sciame di dardi avvelenati. ATTIVARE LE COMPETENZE

˚ Città del Messico, 16 ottobre 1968: il gesto dei due atleti afroamericani, destinato a passare alla storia, sul podio olimpico.

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Data e luogo Autore Tipologia di fonte Destinatario

1 In che modo reagisce il pubblico dello stadio di Città del Messico al gesto dei due atleti afroamericani? 2 Di che cosa hanno paura Tommie Smith e John Carlos? E perché? 3 Osserva l’oggetto che Tommie Smith ha nella mano sinistra. Di che cosa si tratta? Quale significato dovrebbe avere?

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I TEMPI DELLA STORIA

FONTE 4 Z. Bauman, Introduzione a Contestazione a Varsavia, Bompiani, Milano 1969, ora in G. Crainz, Il Sessantotto sequestrato. Cecoslovacchia, Polonia, Jugoslavia e dintorni, Donzelli, Roma 2018

SINCRONIE

Zygmunt Bauman, Oltre la cortina di ferro Come ha scritto Guido Crainz, nel volume da cui è tratto il documento di seguito proposto, il 1968 diede «la conferma definitiva che il “socialismo reale” non era riformabile». Ne ebbero la prova innanzitutto gli studenti polacchi, che iniziarono a protestare contro la censura di regime il 30 gennaio, e furono violentemente ridotti al silenzio da una durissima repressione; ne ebbero conferma i protagonisti della “primavera di Praga”, soffocata dai carri armati sovietici e terminata con la morte del giovane Jan Palach, che si diede fuoco in segno di protesta il 16 gennaio dell’anno successivo. Zygmunt Bauman (1925-2017), di famiglia ebraica, proprio nel 1968 fu costretto ad abbandonare la Polonia a causa dell’epurazione antisemita scatenata dal regime. È stato uno dei più influenti intellettuali europei.

Gli si diceva: tutti gli uomini sono uguali. Gli si diceva: dove c’è il privilegio c’è lo sfruttamento e la giustizia è violata. Essi vi prestavano fede ma stavano in guardia. Attentamente ma anche con diffidenza osservavano l’aumentare dei prezzi nelle vetrine dei negozi, studiavano le tabelle del reddito negli Annuari Statistici, analizzavano l’origine sociale degli studenti universitari [...]. Constatavano con apprensione che un colpo di telefono aveva il potere di sostituire la commissione di ammissione all’Università [...]; che i figli ereditavano dai padri una situazione di privilegio o di oppressione. Si rendevano conto che il socialismo era in pericolo. Erano dei socialisti e volevano difenderlo. Gli si diceva: il potere del popolo ha eliminato una volta per sempre le barriere di classe e le differenze città-campagna [...]. Con la tessera dell’«autostop»1 in mano perATTIVARE LE COMPETENZE

correvano il loro paese e così imparavano ad amarlo e ad averne a cuore le sorti. Provavano vergogna quando i burocrati locali mortificavano la dignità umana e ne soffocavano le aspirazioni, li colpiva l’insensibilità del burocrate che maltrattava il contadino impotente [...]. Scoprivano con orrore la realtà della vita di provincia, dove tanto maggiore era l’arbitrio dei burocrati locali [...] e questa analisi confermava loro il pericolo che stava correndo il socialismo. Bisognava difenderlo [...].

1 tessera dell’«autostop»: in Polonia la pratica dell’autostop venne regolamentato dallo Stato a partire dal 1957. Ai giovani che ne facevano richiesta veniva fornita una tessera di riconoscimento che dovevano mostrare agli automobilisti.

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Autore Argomento/ambito Tesi sostenuta

1 Da quali contraddizioni è attraversata la Polonia? 2 Quali obiettivi ha la protesta della gioventù polacca? 3 I giovani polacchi sembrano manifestare uno stile di vita simile a quello dei loro coetanei “occidentali”?

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Correva l’anno... 1968 FONTI 5, 6, 7, 8, 9, 10 5

Informazione libera, 1968

6 Maggio 68. Inizio di una lotta molto lunga, 1968 7

La bellezza è per strada, 1968 8 Lo Stato è ognuno di noi, 1968 9

I popoli vinceranno gli imperialismi e la repressione, 1968 10

Noi siamo il potere, 1968

I manifesti del maggio francese Nella primavera del 1968, in Francia regnava la calma. Il generale Charles de Gaulle (18901970) era presidente, dal 1959, di quella Quinta Repubblica, che egli stesso aveva creato. La Francia si teneva orgogliosamente equidistante dagli USA come dall’URSS e negli anni Sessanta aveva conosciuto una importante crescita economica. Tuttavia, a partire dalla metà del decennio, i prezzi avevano iniziato a salire e il governo aveva varato una serie di misure che sembrarono colpire i lavoratori (i salari vennero tenuti bassi e i contributi previdenziali aumentarono). In Francia, come in Italia e nel resto dell’Europa, era cresciuto il numero degli studenti delle scuole superiori e delle università, mentre il sistema educativo restava fondamentalmente autoritario. Anche a seguito delle mancate riforme universitarie, il 22 marzo 1968 gli studenti occuparono gli uffici dell’Università di Nanterre. Il 2 maggio, l’Università di Parigi decise di convocare davanti a un consiglio di disciplina uno dei leader della protesta, lo studente Daniel Cohn-Bendit. La protesta dilagò e il rettore della Sorbona chiese alla polizia di intervenire. Circa 600 furono gli studenti arrestati. La situazione peggiorò qualche giorno dopo, il 6 maggio, quando un migliaio di studenti si diresse alla Sorbona, dove Cohn-Bendit era atteso dal consiglio di disciplina. Il governo vietò ogni manifestazione e così iniziarono gli scontri che sconvolsero il centro della capitale francese. Le immagini fecero subito il giro del mondo, anche perché in quello stesso periodo erano giunti a Parigi giornalisti della stampa internazionale per seguire i colloqui di pace per la guerra in Vietnam. In quella primavera, i muri si riempirono di slogan e di manifesti stampati artigianalmente, che avrebbero segnato l’immaginario di un’intera generazione. L’École des Beaux-Arts e l’École des Arts Décoratifs della Sorbona inaugurarono un atelier populaire, che, tra maggio e giugno, realizzò più di 350 manifesti.

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I TEMPI DELLA STORIA

SINCRONIE

ATTIVARE LE COMPETENZE

1 Quali sono le accuse che i giovani protagonisti delle lotte studentesche rivolgono al governo francese? 2 Vi sono riferimenti a questioni di politica internazionale? Se sì, quali? 3 Quale concezione dello Stato e del potere rivendicano?

FONTE 11 Paolo VI, Lettera enciclica Humanae Vitae, 1968

Il mutamento dei costumi e la posizione della Chiesa Sin dall’inizio del decennio, anche l’Italia, come tutto l’Occidente, fu attraversata da profondi mutamenti che interessarono i costumi sessuali, le relazioni di genere e la condizione femminile. Il 14 febbraio 1966, scoppiò a Milano lo scandalo dell’inchiesta pubblicata sul giornale dell’associazione studentesca del Liceo Parini di Milano, La zanzara. L’inchiesta, dal titolo Che cosa pensano le ragazze d’oggi, era stata condotta da tre studenti e interrogava le ragazze su temi quali la famiglia, il sesso, il matrimonio e il lavoro. A seguito delle polemiche che scaturirono dalla pubblicazione del giornale, il preside, il vicepreside e i tre studenti che avevano condotto le interviste furono convocati in Questura, incriminati e rinviati a giudizio con l’accusa di stampa oscena e corruzione di minorenni. Insomma, anche in un paese come l’Italia, cattolicissimo e da poco entrato nella modernità industriale, sembrava affacciarsi quella che sarebbe stata definita come “liberazione sessuale” e si iniziava a parlare sempre più apertamente di metodi contraccettivi, di divorzio e di aborto (solo il 20 marzo 1971 la Corte Costituzionale abrogò l’art. 553 del Codice penale, che vietava la propaganda e l’uso dei contraccettivi, e gli artt. 112 e 114 del Testo Unico di P.S. e l’art. 2 del D.L. del 31 maggio 1946, che vietavano la divulgazione, anche in ambito scientifico, di ogni argomento relativo alla limitazione delle nascite). In questo mutato clima, il 25 luglio 1968 fu pubblicata l’ultima enciclica di papa Paolo VI, Humanae Vitae, che definiva la dottrina sul matrimonio della Chiesa cattolica e ribadiva il rifiuto ogni mezzo artificiale per il controllo delle nascite.

In conformità con [i] principi fondamentali della visione umana e cristiana sul matrimonio, dobbiamo ancora una volta dichiarare che è assolutamente da escludere, come via lecita per la regolazione delle nascite, l’interruzione diretta del processo generativo già iniziato, e soprattutto l’aborto diretto, anche se procurato per ragioni terapeutiche. [...] È altresì esclusa ogni azione che, o in previsione dell’atto coniugale, o nel suo compimento, o nello sviluppo delle sue conseguenze naturali, si proponga, come scopo o come mezzo, di impedire la procreazione. [...] Gli uomini retti potranno ancora meglio convincersi della fondatezza della dottrina della Chiesa in questo campo, se vorranno riflettere alle conseguenze dei metodi di regolazione artificiale delle nascite. Considerino, prima di tutto, quale via larga e facile aprirebbero così alla infedeltà coniugale ed all’abbassamento generale della moralità. Non ci vuole molta esperienza per conoscere la debolezza umana e per comprendere che gli uomini – i giovani specialmente, così vulnerabili su questo punto – hanno bisogno d’incoraggiamento a essere 616

fedeli alla legge morale e non si deve loro offrire qualche facile mezzo per eluderne l’osservanza. Si può anche temere che l’uomo, abituandosi all’uso delle pratiche anticoncezionali, finisca per perdere il rispetto della donna e, senza più curarsi del suo equilibrio fisico e psicologico, arrivi a considerarla come semplice strumento di godimento egoistico e non più come la sua compagna, rispettata e amata. [...] Chi impedirà ai governanti di favorire e persino di imporre ai loro popoli, ogni qualvolta lo ritenessero necessario, il metodo di contraccezione da essi giudicato più efficace? In tal modo gli uomini, volendo evitare le difficoltà individuali, familiari o sociali che s’incontrano nell’osservanza della legge divina, arriverebbero a lasciare in balia dell’intervento delle autorità pubbliche il settore più personale e più riservato della intimità coniugale. Pertanto, se non si vuole esporre all’arbitrio degli uomini la missione di generare la vita, si devono necessariamente riconoscere limiti invalicabili alla possibilità di dominio dell’uomo sul proprio corpo e sulle sue funzioni; limiti che a nessun uomo, sia privato, sia rivestito di autorità, è lecito infrangere.


Correva l’anno... 1968 ATTIVARE LE COMPETENZE

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Data e luogo Autore Tipologia di fonte Destinatario

1 Quali sono le ragioni per cui la Chiesa cattolica condanna tutti i «metodi di regolazione artificiale delle nascite»? 2 Perché il ricorso a metodi anticoncezionali potrebbe esporre la vita privata alla volontà dei governi? 3 Perché l’uomo non potrebbe avere il completo dominio del proprio corpo?

˕ Laboratorio delle competenze Collegare e interpretare 1 Riassumi sotto forma di mappa o tabella i principali eventi del ’68 e il loro significato 2 La critica di un sistema di conoscenze e alla sua organizzazione può essere ancora attuale? Quali aspetti pensi debbano o possano essere messi in discussione? 3 Con l’aiuto dell’insegnante, individuate un campione di uomini e donne che hanno attraversato il ’68 e intervistateli su come hanno vissuto il mutamento e le trasformazioni di quel periodo sul piano dello stile di vita, del rapporto tra generi, delle relazioni familiari, dell’affettività, della partecipazione politica.

VERSO IL NUOVO ESAME TIPOLOGIA B Analisi e produzione di un testo argomentativo 4 Leggi il brano del giornalista Marco Damilano e svolgi le attività.

Nel cuore del secolo breve, l’anno lungo. Il più lungo: un anno durato fino a scavalcare il secolo, il Novecento, e arrivare all’anniversario dei cinquant’anni, nel 2018. Oggi dista da noi quanto la fine della prima guerra mondiale dai giovani della contestazione, ma quello sembrava a loro un evento lontano, mentre il ’68 è ancora celebrato, demonizzato, rimpianto. Produce nostalgia, memorie, reducismo da maggio francese o da battaglia di Valle Giulia, costringe anche le ragazze e i ragazzi venuti molto dopo a confrontarsi con i segni di quell’anno fondativo che si portano dentro. Si può interpretare così il Sessantotto, l’anno in cui sembrava dovesse cambiare tutto, lo spartiacque di un modo di vestirsi, partecipare, amare, vivere […]. Era stato l’anno della politica, ma di politico e di

collettivo rimase ben poco, finiti i Settanta. La rivoluzione più profonda non è nella protesta per la guerra sporca degli americani in Vietnam o nelle contestazioni studentesche, va cercata più nella nascita di una nuova coscienza individuale, o di un individualismo senza limiti, che nella comunità. Era stato in realtà un anno breve, brevissimo, di speranze terminate quasi subito. Il Sessantotto come anno lungo va cercato altrove, nella trasformazione dei comportamenti e delle abitudini. In questa doppia durata, in questa possibilità di leggere e di rileggere il Sessantotto alla rovescia, come l’anno in cui finì la politica come orizzonte di tutti e cominciò la frammentazione, l’atomizzazione, il capovolgimento dello slogan “il privato è politico” in “il politico è privato”, si trova forse la spiegazione dell’oggi: l’antipolitica, la rivolta permanente e anti-istituzionale, il sogno di tutti che diventa ambizione del singolo. E impossibilità di riportare tutto ad unità. Ma tutto questo non fa che confermare che siamo tutti figli del Sessantotto. Impossibile sfuggire. Il Sessantotto, vol. 1, «L’Espresso», 2018

Analisi 1 Individua la tesi di fondo del testo. 2 Il brano è tratto dalla presentazione di un volume, pubblicato in occasione del cinquantesimo anniversario, che raccoglie articoli usciti sul settimanale «L’Espresso» nel 1968. Spiega qual è l’obiettivo comunicativo che l’autore vuole ottenere, facendo riferimento anche allo stile espressivo. Commento 3 Che cosa pensi sia rimasto dell’esperienza del ’68? Quali istanze, quali temi, quali stili di vita, quali forme di comunicazione del presente sono debitori in qualche modo di quella esperienza?

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I TEMPI DELLA STORIA DIACRONIE

COMPETENZE ATTIVATE

TEMPI PREVISTI

Il rapporto uomo-ambientetecnologia tra il IX secolo e il XII secolo ˕˕ Comprendere la continuità e la discontinuità, il cambiamento e la diversità, in una dimensione diacronica, attraverso il confronto fra epoche

˕˕ Saper individuare le interazioni e i nessi che intercorrono tra ambiente, tecnologia, economia e società

˕˕ Saper individuare i fattori che svolgono un ruolo propulsivo o depressivo in un sistema economico

˕˕ Sviluppare lo spirito critico attraverso la capacità di leggere situazioni complesse

˕˕ 3 ore

IX secolo Scarsa capacità umana di influire sull’ambiente.

XI secolo Rivoluzione agricola (innovazioni tecnologiche, ampliamento della superficie coltivata, migliore sfruttamento dei terreni).

X secolo Carestie frequenti.

XII secolo L’agricoltura è in grado di sostenere l’aumento demografico.

˕˕ Il tema La storia dell’uomo, dalle origini ai giorni nostri, è anche la storia del rapporto strettissimo che lega il genere umano all’ambiente. Lo sviluppo delle civiltà dipende infatti dalla capacità di gestire in modo efficace le fonti circostanti della natura e, quindi, anche dallo sviluppo tecnico raggiunto. Allo stesso tempo, l’affermazione dell’uso di nuove tecnologie richiede mutamenti nell’assetto sociale, come la disponibilità di servi e la distribuzione della proprietà, ma anche nella disponibilità mentale all’innovazione e al progresso. Nel mondo classico, ad esempio, la tecnologia del mulino ad acqua era conosciuta ma, vista la grande disponibilità di manodopera gratuita, non si arrivò a un’applicazione su vasta scala. Accanto ai motivi sociali che avevano impedito uno sviluppo tecnico più avanzato, c’erano anche motivi “ideologici”: il lavoro manuale, la ricerca tecnologica, non erano considerate nell’Antichità attività degne di un uomo libero, che doveva dedicare invece il suo tempo all’arte e alla speculazione (otium cum dignitate). Solo a partire dal IX secolo i mulini e altre innovazioni tecniche ereditate dall’Antichità greco-romana e dal mondo germanico, che permettevano di assoggettare una natura spesso ostile, iniziarono lentamente a diffondersi in Europa. Per arrivare a un impiego più massiccio bisognerà aspettare almeno il XII secolo: l’aratro pesante in ferro è un attrezzo molto costoso, che richiede il tiro animale, che non sempre è disponibile e ha un costo di mantenimento notevole. 190

˚˚Un mulino a vento, particolare dal Salterio di Luttrell, XIV secolo.

Le trasformazioni del rapporto tra uomo, ambiente e tecnologia avvengono dunque sul lungo periodo e possono avere un andamento discontinuo nel tempo e, soprattutto, nello spazio.

˕˕ Il problema Noi siamo abituati a dare per scontato che le innovazioni tecnologiche abbiano una rapida diffusione spaziale e temporale ma nel passato questo processo era molto più lento rispetto a quanto succede oggi. Nel cercare di comprendere il passato, occorre rendersi conto dei propri pregiudizi e adottare uno “sguardo” il più possibile neutro. Nel caso del rapporto uomo-ambiente nel Medioevo, quali pregiudizi possono influenzare lo sguardo di chi vive in uno Stato sviluppato del XXI secolo?


Il rapporto uomo-ambiente-tecnologia tra il IX secolo e il XII secolo

˕˕ Uno sguardo dal presente Il rapporto uomo-ambiente è complesso, costituito da molteplici fattori intrecciati tra loro, tanto che è oggetto di una disciplina specifica, l’economia ambientale, che studia le interazioni che si innescano ogni qualvolta l’uomo si relaziona con il mondo in cui è immerso. Sicuramente questa disciplina ha una forte dimensione diacronica, perché nei secoli l’azione dell’uomo è divenuta sempre più pervasiva: mentre agli inizi del Basso Medioevo si assiste a una graduale influenza dell’uomo, che riesce a rendere meno dure le condizioni di vita in un natura spesso ostile, agli inizi del secondo Millennio assistiamo invece a un profondo e negativo disequilibrio nella biosfera e nei vari ecosistemi, causato da un uso senz’altro poco avveduto delle tecnologie.

Economia e ambiente sono strettamente intrecciati tra loro. Lo sviluppo economico, ad esempio, è una delle cause principali del cambiamento climatico. [...] L’evoluzione economica dell’umanità è andata di pari passo con lo sfruttamento delle risorse naturali, in particolare a partire dalla Rivoluzione industriale. Senza l’impiego di risorse come il petrolio e il carbone è difficile immaginare come le economie occidentali avrebbero potuto svilupparsi e creare tanta ricchezza e prosperità durante i secoli passati. È ovvio, tuttavia, che questo sviluppo ha avuto un costo. Una gran quantità di studi ha messo in luce il legame esistente tra l’uso dei combustibili fossili e il riscaldamento planetario. Alcuni hanno sostenuto che i cambiamenti climatici provocati dall’uomo possano essere causa della maggiore imprevedibilità dei feno-

meni metereologici nel mondo. [...] Il cambiamento climatico è un esempio di fallimento del mercato. Per usare le parole di sir Nicholas Stern, è il peggior fallimento del mercato che il mondo abbia mai visto. [...] Bisogna riconoscere che, malgrado il peso dell’opinione degli scienziati che ritengono che il riscaldamento planetario sia reale e prodotto dall’uomo, alcuni restano scettici sulla fondatezza dell’analisi. Tuttavia, il parere predominante è che il costo dell’inazione (i potenziali disastri climatici di domani) sia molto superiore a quello di intervenire adesso (limitando le emissioni e la crescita economica). Combattere il cambiamento climatico dovrebbe essere visto di per sé come un’assicurazione a favore delle generazioni future. E. Conway, 50 grandi idee di economia, edizioni Dedalo, Bari 2009

˕˕ Interrogare le fonti FONTE 1

Robert Delort, L’ambiente medievale

R. Delort, La vita quotidiana nel Medioevo, Laterza, Roma-Bari 2016 (1977)

Il rapporto uomo-ambiente oggi è mediato dalla tecnologia, ma nel Medioevo non era così: c’era un costante contatto diretto con una natura ribelle (le foreste, i terreni ostili dei campi, gli animali, il freddo, la fame, le malattie). L’ambiente non era simile al nostro (né in se stesso né in rapporto agli uomini) e la sopravvivenza era affidata alla forza.

La vita quotidiana, la vita tout court, di un qualunque organismo è condizionata dalla natura dell’organismo stesso e dall’ambiente in cui vive. È nota la fortuna di questa scienza ecologica [...] fin dall’epoca della sua fondazione, dovuta a Haeckel, nel 1866. Più recentemente si è definito l’ambiente come un complesso di fattori abiotici (di origine cosmica (sole, gravitazione, ...) o planetaria (clima, caratteristiche geografiche, proprietà fisico-chimiche del suolo o dell’acqua), e di fattori biotici, spesso dipendenti dai precedenti, provenienti dagli altri organismi (della stessa specie o no) viventi nel medesimo ambiente: flora, fauna, uomo biologico e genetico, ecc. Infine si è cercato con varia fortuna di studiare più particolarmente queste interazioni

multiple nel caso di un organismo privilegiato, l’uomo; ma i risultati ottenuti sono sempre stati parziali, per via dell’ignoranza di un certo numero di fattori sconosciuti o imponderabili. Ora, lo storico aggiunge a quest’ecologia umana già smisurata un’altra dimensione: non si tratta più di studiare l’uomo e il suo ambiente, ossia lo spazio, al giorno d’oggi, coi procedimenti di cui si può disporre, ma di studiarli, se possibile, in un’epoca determinata, per cui spesso manchiamo delle più indispensabili informazioni. A questa ricerca spaziale va anche aggiunta una dimensione cronologica, ossia lo studio dello spazio nel tempo, peso schiacciante per lo storico che si troverebbe allora obbligato ad abbracciare il complesso delle conoscenze umane 191


I TEMPI DELLA STORIA

DIACRONIE

della sua epoca prima di potersi accostare al periodo privilegiato a cui desidera dedicarsi. Grande è la tentazione di considerare – almeno per i tempi brevi – che né l’ambiente né l’uomo abbiano subito variazioni fondamentali, e che le loro interazioni (di cui alcune privilegiate) abbiano solo costituito la trama della storia. Ora questo comodo postulato è solo grossolanamente approssimativo; è falso per i fattori biotici (numero degli individui, variazioni della flora e della fauna, ecc.); è molto discutibile per l’uomo stesso (biologia, fisiologia, psicologia, caratteri somatici, ...); e sembra ugualmente falso per i fattori abiotici. [...] Non è eccessivo considerare la copertura vegetale come l’elemento fondamentale del paesaggio, come il primo dei fattori biotici che agiscono sull’uomo. Perciò, descrivere l’Occidente medievale come un’immensa foresta di querce e di faggi che lasciavano il posto agli abeti e ai carpini verso il nord o nelle montagne è una costatazione fondamentale per chi voglia studiare la vita degli uomini in questo periodo. Ma non va dimenticato che gli uomini hanno ugualmente agito sulla foresta primitiva, distruggendola localmente, nella sua totalità o con procedimento selettivo, modificando la sua composizione, inconsapevolmente o intenzionalmente, ripiantando essenze diverse. Ne risultano, dal Medioevo, modificazioni profonde della foresta “naturale” e della fauna, indipendentemente dalla tendenza climatica o dai cicli biologici. La fauna dell’Occidente era, perciò, leggermente diversa qualitativamente da quella che conosciamo; e la proporzione relativa delle specie, come il numero degli individui che apparteneva a queste era molto differente. [...] Un certo numero di specie, diffuse nel Medioevo, sono scomparse dall’Occidente o sono diventate rarissime. Ad esempio gli uri1 (urus) sono stati eliminati per primi; ne restava solo qualcuno in Polonia all’inizio del secolo XVI, ma erano tanto rari che i Tedeschi li confondevano ATTIVARE LE COMPETENZE

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˚˚Una donna si difende da una belva, manoscritto della fine del XIII secolo.

con i bisonti. Già in Alto Medioevo, all’epoca di Carlomagno, avevano abbandonato l’Occidente per stabilirsi nei suoi confini, infatti molto di rado fanno la loro comparsa nella letteratura o nei trattati. In compenso gli orsi erano “bestie molto comuni”. [...] I lupi hanno dato una profonda impronta nel Medioevo per il numero, la forza, le astuzie, la combattività, i contatti permanenti con gli uomini. [...] Insomma, nel Medioevo, in Occidente si è conosciuto un ambiente diverso dal nostro soprattutto per certe sfumature; prima del secolo XII le temperature erano forse leggermente più alte (+ 1°, a volte +2°), il che non escludeva dei frequenti inverni rigidi. L’onnipresenza della foresta aumentava lo stato igrometrico dell’atmosfera pur evitandone il troppo brusco elevarsi. Poche le specie scomparse per quanto riguarda vegetazione e fauna, ma la foresta era molto più estesa, i tassi, veleno del bestiame, o i lupi divoratori di greggi e di uomini, più numerosi, più diffusi certi tipi di alberi a foglia o di conifere. Quercia e faggio regnavano dove più tardi si è imposto il pino. La differenza fondamentale rispetto all’epoca attuale è che l’uomo aveva meno mezzi per agire su questo ambiente, per utilizzarlo o per difendersene; che ne era molto meno separato e che ne dipendeva molto di più. La vita quotidiana è stata in gran parte dedicata a una lotta costante contro una natura schiacciante e mal conosciuta. 1  uri: specie bovina estinta.

Riassumi il contenuto     

1 Qual è l’oggetto di studio dell’ecologia, così come emerge dalla lettura del brano? 2 Spiega il significato dei seguenti termini: biotico, abiotico, igrometrico. 3 Quali aspetti della natura e del rapporto uomo-ambiente nel Medioevo vengono messi in evidenza dall’autore?

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Il rapporto uomo-ambiente-tecnologia tra il IX secolo e il XII secolo FONTE 2

Vito Fumagalli, Arretrano le foreste, avanzano i campi coltivati

V. Fumagalli, Il paesaggio delle campagne nei primi secoli del medioevo in Curtis e signoria rurale, Scriptorium, Torino 1993

Dopo l’anno Mille l’introduzione di miglioramenti in campo agricolo e la crescita demografica favoriscono l’avanzare delle terre coltivate a scapito dei pascoli e delle foreste. Si determina così una profonda trasformazione del paesaggio europeo, che soprattutto in alcune aree, come nella pianura Padana, vede ridursi progressivamente l’estensione di boschi e foreste. Lo storico Vito Fumagalli (1938-1997) porta a testimonianza di questo fenomeno le prime leggi in difesa delle aree boschive, risalenti proprio all’XI secolo.

È dalla metà del X secolo che la colonizzazione agricola registra un nuovo impulso e, soprattutto, obbedisce a regole nuove accomunate da una volontà di fondo: far pendere la bilancia dalla parte delle terre coltivate, cioè rompere quell’equilibrio tra coltivato e incolto che aveva raggiunto l’assestamento, la misura, il limite nell’avanzato periodo carolingio. Non si trattò di un processo univoco, né, tanto meno, lineare, né generalizzato; e nemmeno riconducibile solo ad un più incisivo ingresso nelle campagne di proprietari cittadini, di calcoli cittadini. I grandi monasteri hanno a lungo invocato come loro compito la colonizzazione delle terre incolte: [...] sedentari, in genere, dediti alla liturgia, allo studio, al lavoro, non amanti della guerra e della caccia, i monaci non difesero le foreste allo stesso modo dei nobili, dei guerrieri di professione. Questi vedevano nella caccia l’alternativa alla guerra e per loro sarà così a lungo. Alla fine, quasi, di tale processo, i Comuni dell’Italia padana, nel XIII secolo dovranno temere seriamente per la quasi totale scomparsa dei boschi pubblici, la cui gestione, appunto ad opera dei Comuni stessi, era stata spesso quantomeno improvvida nella loro salvaguardia... Ma già molto tempo prima – e in questo caso si tratta di comunità rurali – e addirittura in zone di bassa pianura, dove le aree boschive avevano generalmente subito attacchi contenuti, la

rarefazione dei boschi cominciò a creare uno stato di allarme. Nel 1076, i villani di Fossoli, a Nord di Carpi, nella bassa pianura modenese, allora reggiana, ottengono dal vescovo di Reggio Emilia Gandolfo di poter utilizzare un suo bosco paludoso, situato più a Nord, a Novi, proprio nel cuore della bassa pianura, dove maggiore era la presenza delle terre incolte. I villani ne hanno bisogno per pascolarvi il bestiame e ricavarne la legna per tanti usi. Il vescovo, tuttavia, sente la necessità di regolare il taglio del legname, ordinando di esportarne dalla boscaglia solo a spalla, non con altri mezzi di trasporto. La tutela severa del bosco, ormai, si imponeva quasi ovunque nella pianura padana, insieme con la limitazione della caccia e della pesca, nel tentativo di contenere entro limiti sopportabili la dissoluzione progressiva dell’economia silvopastorale, per molti versi e per molto tempo ancora, sotto vari aspetti, non sostituibile Ben più grave la situazione nella media e alta pianura e nella collina prossime alla città! Per queste zone, meno dotate di spazi boschivi già nel primo Medioevo, il timore che boschi e pascoli dileguino rapidamente è avvertito molto tempo prima che altrove. L’anno 1033, il vescovo di Modena, concedendo in affitto alcune terre boscate, prescrive che non si tocchino le grandi querce, preziose per l’allevamento dei suini, e si lascino crescere le piante

˔˔Una scena di caccia, miniatura da manoscritto francese del 1400 circa.

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ancora giovani, in futuro altrettanto indispensabili. Un dato, questo, che si potrebbe – a torto – ritenere sintomo di una condizione circoscritta nello spazio e limitata nel tempo, se numerosi altri dati non lo avvalorassero. Nel secolo XI, continuandosi ed esasperandosi un fenomeno già da tempo in corso, avviene in gran parte della pianura padana, anche se diversamente da zona a zona, ciò che al Nord delle Alpi inizierà veramente circa un secolo più tardi. La foresta, il bosco, la brughiera arretrano massicciamente di fronte all’avanzata delle terre coltivate a cereali e vigneti e dei prati artificiali. Dati allarmanti per la sopravvivenza delle terre incolte emergono precocemente dai documenti dell’epoca e riguardano il centro stesso della pianura del Po, il territorio a cavallo del fiume tra Mantova e Reggio Emilia, una delle zone un tempo più ricche di foreste, intercalate da stagni, da paludi, tagliate in ogni senso da corsi d’acqua naturali e artificiali. Al grande monastero di San Benedetto di Polirone, fondato dal secondo dinasta dei Canossa, Tedaldo, nel 1007, già l’anno 1114, stando ad un allarmante documento, non bastavano più i boschi di proprietà monastica per ingrassarvi i porci e riscuotere le tasse sul pascolo del bestiame altrui; venivano meno gli stessi uomini destinati a condurre i greggi e le mandrie. Difatti, nel 1114, Matilde di Canossa si reca a visitare Alberico, l’abate di Polirone, colpito da grave malattia: l’abate ne approfitta per ottenere da lei il permesso di far pascolare i suoi maiali nei boschi della contessa e anche di riscuotere il tributo, in alcuni di questi spazi boschivi canossiani, sugli animali ivi condotti da altri. [...] Ma, ormai, l’economia cambia, punta sull’agrarizzazio-

ne massiccia del suolo, il programma è un altro: quello di dividere la terra, disboscarla, metterla a coltura, separarla dalla proprietà e dalla collaborazione («aida») degli altri. [...] Con il trascorrere del tempo aumentavano e si incrociavano gli interventi colonizzatori di città, di singoli, di comunità di villaggio, vescovi e monasteri, che avevano addirittura esteso sino alle rive del Po i campi coltivati, e la memoria si perdeva, non si ricordava più di chi erano stati iniziative e risultati: l’anno 1178, una lite sull’iniziativa e l’entità dei disboscamenti oppone la comunità di Pegognaga ed il potente e vicino monastero di Polirone. Ma la spinta colonizzatrice, anche in quest’area di grandi disponibilità forestali, prese la direzione dell’eccesso e, anche se tardi, obbligò tutti alla salvaguardia, nei limiti, ormai, del possibile, del patrimonio forestale e degli stessi pascoli, naturali o meno: nel 1189, il vescovo di Mantova e l’abate di San Benedetto di Polirone si accusano l’un l’altro della responsabilità di boschi abbattuti e pascoli rovesciati, e di case contadine edificate in terre già incolte: queste case sono, in tale occasione, destinate alla distruzione, perché gli alberi e l’erba ricrescano sui campi.

˕˕Varie tipologie di lavori agricoli sono illustrate in questa miniatura del XV secolo.

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1 Perché l’autore sottolinea che ci fu una “volontà di fondo” nell’estensione dei terreni coltivati? 2 Gli uomini del XII secolo erano consapevoli degli effetti e delle conseguenze del disboscamento? Rispondi facendo riferimento al brano.

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Il rapporto uomo-ambiente-tecnologia tra il IX secolo e il XII secolo

FONTE 3

Philippe de Beaumanoir, I cambiamenti sociali nelle campagne

P. de Beaumanoir, Coutûmes de Beauvaisis, II, a cura di A. Salomon, Picard, Paris 1900

Tra le motivazioni che portano alle grandi opere di dissodamento troviamo anche il tentativo dei grandi signori di tenere legati alle proprie terre i contadini, attraverso la concessione di una serie di “carte di affrancamento” che inducono i lavoratori a trattenersi e a trasferirsi su terreni ancora da dissodare. I dissodatori acquisiscono molti privilegi. Nell’ordine trinitario medievale i contadini avevano il loro ruolo. La compilazione, di cui riportiamo alcuni articoli, è stata stilata alla fine del XIII sec. (e pubblicata in Francia agli inizi del 1900) da Philippe de Rémi (1250-96), signore di Beaumanoir, che raccolse le leggi consuetudinarie in vigore nel Beauvaisis (a nord di Parigi). Si tratta di uno sguardo sui rapporti giuridici tra liberi, servi, nobili, in Francia.

Par. 1434 La servitù viene da parte della madre, perché tutti i figli di colei che è serva sono servi, anche se il padre sia un uomo libero. Se il padre fosse cavaliere e sposasse una serva, tutti i figli avuti da lui sarebbero servi. E sarebbero privati della nobiltà (gentillece) tanto da non poter essere cavaliere, perché non è lecito a un servo diventare cavaliere, benché la nobiltà per la quale si può diventare cavaliere debba venire dalla parte del padre; poiché è costume nel regno di Francia che i nobili da parte di padre, per quanto la madre sia vile (vilaine) possano essere cavaliere, purché quella non sia serva, nel qual caso non potrebbero [...]. Par. 1451 [...] Non tutti i liberi sono nobili: c’è una grande differenza fra i nobili e gli altri uomini liberi. [...] Diversa è la libertà degli altri uomini, perché la loro libertà viene da parte di madre (e chiunque nasce da madre libera è libero) e hanno la condizione di fare quel che vogliono, tranne i delitti e le malefatte che sono proibiti tra i cristiani per il bene comune. Par. 1452 Abbiamo parlato del secondo stato, cioè dei nobili e dei liberti; il terzo stato è quello

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dei servi. Ma questa categoria di persone non è tutta della stessa condizione e vi sono diversi tipi di servitù. Perché alcuni dei servi sono così soggetti al loro signore che questo può prendere loro tutto ciò che hanno in morte o in vita e, a torto o a ragione, tenerli in prigione ogni volta che vuole, non essendo tenuto a rispondere altro che a Dio. Gli altri sono trattati più benevolmente, perché finché vivono il signore non può chiedere loro alcunché, a meno che non commettano malefatte, eccettuati i loro censi, rendite e canoni che pagano per il fatto di essere servi in base alla consuetudine vigente. E quando muoiono o quando si sposano con donne libere ciò che hanno tocca ai loro signori, beni mobili ed eredità, perché quelli che si sposano fuori della loro condizione o della signoria (se formarient) devono affidarsi alla volontà del loro signore. E se muore non ha nessun altro erede che il suo signore e i figli del servo non hanno alcun diritto se non lo riscattano al signore come farebbe un estraneo. E quest’ultimo diritto che abbiamo detto è cosa comune fra i servi del Beauvaisiss detto di manomorta e di formariage.

Riassumi il contenuto     

1 A quali conseguenze andavano incontro i servi che sposavano persone estranee alla propria classe? C’era differenza tra condizione dell’uomo e della donna? 2 Per quale motivo i possidenti tendevano a evitare di disperdere il patrimonio umano legato alle proprie terre? 3 Ricerca il significato dei termini manomorta e formariage. Quale rapporto si instaura tra signori e servi? Di utilità reciproca? Di autonomia? Di interdipendenza?

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FONTE 4

Paolo Malanima, Dai “convertitori biologici” alle macchine

P. Malanima, Uomini, risorse, tecniche nell’economia europea dal X al XIX secolo, Bruno Mondadori, Milano 2003

Tra i progressi più importanti realizzati tra il IX e il XIII secolo c’è sicuramente un’efficace e proficua utilizzazione dell’energia idraulica attraverso i mulini ad acqua. Nel mondo ellenistico e romano il mulino ad acqua era già noto, ma poco utilizzato perché risultava più conveniente l’utilizzo della forza lavoro umana (gli schiavi, a buon mercato) o animale. Tuttavia, nel clima di progresso del nuovo millennio, si scopre che i nuovi mulini (che utilizzano l’energia idrica, ma anche eolica) macinano il grano più rapidamente dei vecchi mulini e se ne diffonde l’uso, anche per azionare altri tipi di macchinari.

Durante l’antichità classica un’invenzione importante nel campo dell’energia fu costituita dalla schiavitù, che consentì di accrescere le forze controllare e dirette dagli uomini liberi. La fonte energia “uomo” risulta efficiente soprattutto in economie semplici, dove i compiti che ogni individuo deve svolgere sono molteplici. Quando invece le attività si suddividono e si specializzano, si è sulla strada di escogitare qualche attrezzo o macchina che sostituisca il lavoro umano. Ma quando si deve seminare, e poi mietere, e poi macinare il grano, e poi impastare e cuocere il pane, e poi trasportare carichi pesanti? In questo caso è sempre meglio il lavoro di un uomo, di uno schiavo. [...] Nelle carte medievali, gli schiavi si riducono drasticamente intorno all’VIII secolo, a seconda delle zone, anche se non scompaiono del tutto. È proprio lo stesso periodo in cui gli uomini cominciano a escogitare – con successo come si vedrà – tanti metodi nuovi per controllare l’energia e per sfruttarla più efficacemente con le tecniche. Che fra le due vicende esista una relazione? Secondo Marc Bloch una relazione ci fu veramente. Sottolineando, infatti, che le invenzioni medievali «Si riducevano a un’utilizzazione più efficace delle forze naturali, inanimate o meno», egli giungeva alla conclusione che questo sforzo di «risparmiare lavoro umano» derivava dal fatto che «il padrone aveva meno schiavi». Siamo, qui, alle origini di quello sviluppo plurisecolare, strettamente collegato al progresso tecnologico, che segna la storia dell’Europa sin dai secoli centrali del Medioevo. Si tratta del passaggio dall’uso di uomini con la funzione di strumenti automatici all’uso di macchine sempre più versatili: dall’uomo-macchina alla macchina-uomo. Gli animali non hanno certo la versatilità d’impiego dello schiavo. In mancanza di schiavi, però, gli animali vengono subito al secondo posto. Ciò vale particolarmente per animali come il bue, l’asino, il mulo, il cavallo. E, in effetti, l’addomesticamento e l’uso di questi animali nei lavori agricoli si vennero affermando proprio dall’epoca della Rivoluzione 196

agricola del Neolitico. Sembra che l’uso del bue e dell’asino in agricoltura risalga al 4000-3000 a.C. Quello del cavallo fu successivo: nel 2000 a.C. o ancora più tardi. È possibile che l’invenzione della ruota, verso il 3000 a.C., si sia legata in qualche modo con l’addomesticamento del bue, dell’asino e del cavallo fino a formare con esso un sistema tecnico coerente. Non in tutte le regioni agricole del mondo si ebbe quell’utilizzazione dell’energia animale che diventò caratteristica dell’area mediterranea prima e poi anche di tutto il resto dell’Europa. Esistevano, intanto, aree del mondo nelle quali animali come il bue, il cavallo, l’asino, il mulo, erano sconosciuti. È questo il caso di tutto il continente americano, nel quale questi animali giunsero soltanto dopo Colombo. Anche l’agricoltura cinese rimase sempre fondata prevalentemente, e in molte zone esclusivamente, sul lavoro dell’uomo e sulla sua quotidiana fatica. Non solo. Per quanto concerne i trasporti, quando non era possibile l’impiego di vie d’acqua, le spalle dell’uomo erano usate più spesso di altri mezzi. Anche nel mondo arabo la ricerca di fonti energetiche alternative rispetto all’uomo fu limitata, sia nel campo agricolo che in quello industriale. Nel settore dei trasporti, invece, la presenza del cammello costituì in tante zone un ausilio insostituibile. Più che altrove, in Europa vi fu sempre una particolare attenzione all’uso della forza animale, soprattutto nell’agricoltura, ma anche in altri settori, come in quello industriale e nei trasporti. [...] L’acqua e il vento sono assai meno versatili dell’uomo e anche dell’animale. Soprattutto, poi, non li si può trasportare proprio dove servirebbero. Hanno, però, un grande vantaggio rispetto agli animali da lavoro e agli schiavi: non hanno bisogno di cibo. La forza dell’uomo, quella della macchina-schiavo e quella dell’animale, hanno origine tutte dalla produzione di alimenti in agricoltura. Sono tutti “convertitori biologici”. Accrescere queste fonti di energia richiede l’aumento della produzione agricola: non facile da conseguire dal momento che esso, con tecniche stazionarie, può essere ottenuto


Il rapporto uomo-ambiente-tecnologia tra il IX secolo e il XII secolo

proprio con più uomini, più schiavi, più animali. Un circolo vizioso, dunque. Il circolo si può spezzare sfruttando fonti di energia non agricola. [...] La costruzione di ruote idrauliche s’intensificò a partire dal IX secolo: da quell’epoca si può forse parlare dell’affermazione del mulino come di una “rivoluzione tecnica”, anche se si trattò di una rivoluzione molto lenta e quindi apparentemente, poco rivoluzionaria. L’avanzata del mulino avveniva contemporaneamente all’aumento della popolazione, alla prima conquista di nuove terre da coltivare, alla riorganizzazione della vita associata nelle strutture del villaggio e della signoria fondiaria. Il successo del mulino divenne insomma, uno degli aspetti di quello slancio che caratterizzava la società europea nell’epoca in cui si venivano costituendo le strutture feudali. Proprio ATTIVARE LE COMPETENZE

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queste strutture contribuivano a sostenere quello slancio. Solo quando la popolazione, prima dispersa e rada cominciò ad aumentare di numero, a raccogliersi in nuclei abitati sotto la protezione di signori o di monasteri disposti a impiegare risorse in forma produttiva, solo allora il mulino diventò un impianto consueto nel mondo rurale. [...] Con tutto questo non si deve, però, esagerare il contributo del mulino. Lo sfruttamento dell’acqua aggiunse molto poco alle energie che gli uomini avevano a disposizione. Nei secoli del Medioevo e dell’Età moderna, al primo posto fra le fonti d’energia c’era la legna da ardere; seguivano gli animali; infine i mulini ad acqua e a vento. Questi ultimi insieme, nel Settecento, non contribuivano nel migliore dei casi più del 2 per cento alla dotazione di energia. Riassumi il contenuto     

1 Che cosa intende l’autore con l’espressione “convertitore biologico”? A chi è riferita? 2 In che modo la diffusione dei mulini è collegata alla scomparsa della schiavitù? 3 Perché l’autore sostiene che la diffusione del mulino fu una “rivoluzione” “poco rivoluzionaria”?

˕˕ Laboratorio delle competenze Collegare e interpretare 1 Sulla base di una lettura attenta dei documenti 1, 2, 3 e 4 ricostruisci un quadro sintetico, ma in grado di far emergere il nuovo rapporto uomo-ambiente dei primi secoli dopo il Mille. 2 In che modo sono collegati tra loro sviluppo tecnologico, economia, società e mentalità? C’erano motivi sociali che avevano impedito nel mondo classico uno sviluppo tecnico più avanzato? Quali ragioni fecero in modo che, dopo la grande scossa delle invasioni barbariche, i “nuovi europei” sapessero – secondo le parole dello storico Carlo M. Cipolla – “prendere le idee buone là dove le trovarono” applicandole su larga scala all’attività produttiva? Dibattito 3 In base a quanto hai appreso, ritieni che nello sviluppo e nell’utilizzo delle tecnologie sia determinante la capacità inventiva oppure le condizioni sociali e l’immaginario della società che produce certe invenzioni? SÌ: le invenzioni sono frutto di creatività, una volta effettuate possono venire usate con proficuità. NO: spesso ci sono nuovi strumenti (es. aratro o mulino ad acqua), ma non vengono usati nel dovuto modo a causa di

impedimenti di vario genere (pregiudizi, scarso interesse, costo eccessivo ecc.). Dividetevi a gruppi e sostenete tesi contrapposte, con adeguate argomentazioni, tratte da quanto avete studiato in questo percorso, nel profilo e dalla vostra esperienza nel mondo contemporaneo.

VERSO IL NUOVO ESAME TIPOLOGIA C Riflessione critica di carattere espositivoargomentativo su tematiche di attualità 4 Rileggi il brano proposto in Uno sguardo dal presente e rifletti sul tema del rapporto uomo-ambiente, concentrando la tua attenzione sulle dinamiche economiche ed ecologiche di lungo periodo. Fai riferimento alle tue conoscenze, ai brani del percorso e alla tua sensibilità ed esperienza personale. Articola la struttura della tua riflessione in paragrafi opportunamente titolati e presenta la trattazione con un titolo complessivo che ne esprima in una sintesi coerente il contenuto.

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COMPETENZE ATTIVATE

Il linguaggio dell’odio: le rappresentazioni del nemico ˕ Saper fare collegamenti tra differenti esperienze storiche. ˕ Saper cogliere gli elementi di continuità e

TEMPO PREVISTO

discontinuità nei processi storici. ˕ Saper selezionare le informazioni in coerenza con il tema proposto.

˕ 2 ore

1903 In Russia vengono pubblicati i Protocolli dei Savi di Sion, un falso documento su una cospirazione ebraica

1914-1918 Prima guerra mondiale: la propaganda dei paesi belligeranti scatena violente campagne di comunicazione

˕ Il tema

1935 Leggi antiebraiche in Germania

1938 Leggi antiebraiche in Italia

1939-1945 Seconda guerra mondiale

1947-1991 La contrapposizione ideologica tra i due blocchi porta all’impiego di toni accesi e linguaggi anche molto forti: il caso delle elezioni italiane del 1948 è emblematico

la denigrazione, l’odio o la diffamazione nei confronti di una persona o di un gruppo, nonché il fatto di sottoporre a soprusi, insulti, stereotipi negativi, stigmatizzazione o minacce una persona o un gruppo e la giustificazione di tutte queste forme o espressioni di odio testé citate, sulla base della “razza”, del colore della pelle, dell’ascendenza, dell’origine nazionale o etnica, dell’età, dell’handicap, della lingua, della religione o delle convinzioni, del sesso, del genere, dell’identità di genere, dell’orientamento sessuale e di altre caratteristiche o stato personale [...]».

Nel corso del Novecento, le ideologie nazionaliste e imperialiste e le più moderne forme di totalitarismo hanno fatto ricorso all’idea di un «nemico», interno o esterno a un territorio, per giustificare la loro azione politica, come nel caso di una guerra o in occasione dell’adozione di misure restrittive o del ricorso alla violenza nei confronti di un gruppo di individui. Nelle cosiddette società di massa, la costruzione del “nemico” è stata alimentata e sostenuta da quello che oggi viene comunemente definito “discorso dell’odio” o “hate speech”. In anni a noi più recenti, la Commissione europea conPur nella diversità delle espetro il razzismo e l’intolleranrienze prese in esame e pur za del Consiglio d’Europa nella pluralità delle categorie (Ecri), nella Raccomandadi una edizione francese dei Protocolli storicamente individuate zione n. 15, del 21 marzo ˚ Locandina dei Savi di Sion. Il documento, creato ad arte in ambienti come «nemico», è possibile 2016, ha suggerito che per antiebraici russi, ebbe una certa diffusione. rintracciare, nel corso del discorso dell’odio debbano Novecento, analoghe modalità rappresentative e intendersi tutte quelle azioni volte a «fomentare, discorsive? promuovere o incoraggiare, sotto qualsiasi forma,

˕Il problema

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˕ Uno sguardo dal presente Il 10 maggio 2016, la Camera dei Deputati del Parlamento italiano ha istituito la Commissione sull’intolleranza, la xenofobia, il razzismo e i fenomeni di odio. Ai lavori della Commissione hanno collaborato anche esperti di vari settori, come il grande storico della lingua Tullio De Mauro (1932-2017), di cui riportiamo un brano.

Gianni Rodari, con una sua filastrocca diventata famosa specialmente nella versione musicata e cantata da Sergio Endrigo, ha dato quella che si potrebbe dire con pomposità tecnica una lessico-semantica in prospettiva pragmatica. Ne riporto qui il testo nella versione cantata: Abbiamo parole per vendere, / parole per comprare, / parole per fare parole. / Andiamo a cercare insieme / le parole per pensare. Abbiamo parole per fingere, / parole per ferire, / parole per fare il solletico. / Andiamo a cercare insieme / le parole per amare. Abbiamo parole per piangere, / parole per tacere, / parole per fare rumore. / Andiamo a cercare insieme / le parole per parlare. Ci si propone qui di censire, con speciale riferimento all’italiano, “le parole per ferire”. È la categoria che almeno in parte va da tempo sotto il nome di hate words. Sotto questa voce Aaron Peckham (Urban Dictionary: Fularious Street Slang Defined, Andrews McMeel, 2005) dà la seguente definizione: Gli hate words, come implica l’aggettivo stesso, sono termini odiosi che provocano dolore perché sono dispregiativi per natura. Sono le parole peggiori che si possano usare, soprattutto se si appartiene a un gruppo che esercita il potere su un altro perché costituisce una minoranza o perché ha alle spalle una lunga storia di discriminazione (gli eterosessuali lo esercitano sugli omosessuali, i bianchi sulle minoranze razziali, gli uomini sulle donne, i cristiani sui fedeli di altre religioni, le persone cosiddette normali sulle persone con disabilità, e così via). Esempi:

frocio, negro, puttana, vacca, troia, zoccola, giudeo, ritardato ecc. Per quanto già ampia, la definizione pare ammettere un utile ampliamento che prenda in considerazione anche parole che non siano “derogatory in nature” (cioè, parrebbe di poter dire, che non siano stabilmente tali nel sistema e nella norma di una lingua), ma che tuttavia nell’uso si rivelano eccellenti “parole per ferire” in una parte rilevante dei loro impieghi. Diciamo in una parte rilevante dei loro impieghi, perché nel concreto dell’esprimersi può accadere che qualsiasi parola e frase, del tutto neutra in sé, in circostanze molto particolari possa essere adoperata per ferire. [...] La definizione di hate words data da Peckham è un passo avanti rispetto allo stato delle ricognizioni in varie lingue. L’attenzione dei repertori si concentra su due poli: da un lato gli insulti volgari, le male parole, in genere legate a materie escrementizie e attività sessuali tabuate, swear words, four-letters word, dirty words in inglese, i gros mots, le insultes e injures in francese, le blasfemias e gli insultos in spagnolo, gli unanständige Wörter in tedesco; dall’altro le parole su cui la political correctness ha portato l’attenzione, designazioni insultanti di categorie deboli o tali ritenute. La definizione di Peckham considera unitariamente questi due insiemi stante la comune possibilità di usarle per esprimere odio verso persone. Tuttavia esiste una vasta categoria di parole che non sono in sé volgari insulti né sono parole riconducibili a stereotipi etnici e sociali. Si stenterebbe a rintracciare volgarità o stereotipi discriminatori in parole come bietolone, bonzo, lucciola, parrucchiere che tuttavia in italiano sono usate anche come insulti efficaci.

˕ Interrogare le fonti FONTE 1, 2, 3, 4

La rappresentazione del «nemico esterno» durante la Grande guerra

1 A. Soffici, Intorno alla gran bestia, «Lacerba», 15 agosto 1914 2 «La bestia feroce è affamata», Cartolina postale, 1915-1916 3 «La civiltà europea», «Kladderadatsch», 23 luglio 1916 4 R. Hopps (1869-1937), Distruggi questo pazzo arruolato, 1917 ca.

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Episodi come la cosiddetta “tregua di Natale”, quando nella regione di Ypres, alla vigilia di Natale del 1914, solidarizzarono soldati di opposti schieramenti, dimostrerebbero come i fanti bloccati nelle trincee non coltivassero un odio istintivo nei confronti del «nemico». Pertanto, gli stati maggiori degli eserciti in guerra dovettero provvedere a sollecitare la elaborazione di un’immagine del «nemico», che suscitasse un’immediata repulsione. Tale repulsione fu in qualche modo favorita dalla interpretazione del conflitto da parte del ceto intellettuale nei termini di uno scontro tra la «Zivilisation» latina e la «Kultur» tedesca.


Il linguaggio dell’odio: le rappresentazioni del nemico FONTE 1

Ardengo Soffici, Intorno alla gran bestia

FONTE 2

Se mai è stata al mondo una barbarie perfetta, questa è la barbarie tedesca. La mancanza di spirito, di generosità, d’apertura mentale, di leggerezza, d’intelligenza, d’eleganza intellettuale e spirituale; l’ottusità cieca, la brutalità, la violenza, la grossiereté [grossolanità], l’angolosità primordiale non si sono mai manifestate come caratteristiche di un popolo più esasperatamente di quel che abbiano fatto fra il Reno e il Baltico. Tutto ciò mascherato da una forma di cultura che non è una cultura ma un’istruzione. Giacché la barbarie tedesca è una barbarie istruita e per questo tanto più pericolosa. È anche una barbarie armata. Si potrebbe anche dire che questo d’essere armata è il segno caratteristico della barbarie di codesto popolo.

FONTE 3

FONTE 4

ATTIVARE LE COMPETENZE

Fonte 1 2 3 4

Data e luogo

Tipologia di fonte

Breve descrizione del contenuto

1 I diversi «nemici» sono rappresentati mediante “caratteri” simili. Quali? 2 Quali sentimenti avrebbero dovuto suscitare queste rappresentazioni? 3 Approfondisci il riferimento alla Grande guerra come scontro tra «Kultur» e «Zivilisation».

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I TEMPI DELLA STORIA

FONTE 5, 6

La rappresentazione del «nemico oggettivo»: l’ebreo

5 V. Klemperer, LTI. La lingua del Terzo Reich. Taccuino di un filologo, Firenze, Giuntina, 1998 6 Il libro della quinta classe elementare. Letture, testo di Luigi Rinaldi, illustrazioni di Bepi Fabiano, Roma, La Libreria dello Stato, 1941-XIX FONTE 5

DIACRONIE

Nei regimi totalitari, una volta eliminato il nemico reale e conquistato il potere, lo Stato avvierebbe la caccia nei confronti del «nemico oggettivo» (questa l’espressione usata dalla filosofa tedesca Hannah Arendt nel suo Le origini del totalitarismo, del 1951). Il «nemico oggettivo» non è semplicemente un individuo «sospetto», ma è, per il potere di uno Stato totalitario, un «portatore di tendenze», simile, cioè, al «portatore di una malattia».

Victor Klemperer, La guerra ebraica Victor Klemperer (1881-1960), ebreo tedesco, si laurea a Monaco nel 1914. Nel 1935 le leggi razziali lo obbligano a lasciare la cattedra al Politecnico di Dresda. Sebbene perseguitato, riesce, in quanto sposato a una «ariana», a scampare alle deportazioni, e dopo la guerra riprende il suo posto all’Università di Dresda. Nel 1947 pubblica LTI. La lingua del Terzo Reich. Taccuino di un filologo (Firenze, Giuntina, 1998), uno straordinario diario-saggio sulla lingua del Terzo Reich.

L’uomo che mi sta vicino sulla piattaforma anteriore del tram mi guarda fisso, poi mi dice qualcosa all’orecchio, sottovoce ma in tono di comando: «Scendi alla fermata della stazione e vieni con me». È la prima volta che mi succede, ma naturalmente so di cosa si tratta dai racconti di altri obbligati alla stella. Tutto poi si svolgerà in maniera abbastanza “leggera”, quasi con intenzioni scherzose, non mi considerano pericoloso. Però, siccome non posso prevederlo e poiché anche un trattamento “leggero” e scherzoso della Gestapo non è certo un divertimento, l’incidente mi prova notevolmente. «Questo qui voglio spulciarlo un po’, – dice al portiere il mio accalappiacani – fallo stare faccia al muro finché non lo chiamo». Rimango quindi un quarto d’ora nell’androne, la faccia contro il muro e chi passa mi lancia ingiurie e raccomandazioni del tipo: «Non ti sei ancora impiccato, ebreaccio, che aspetti a farlo?»... «Non te ne hanno date abbastanza?»… Finalmente l’ordine «... vieni su, ma svelto... di corsa!». Apro la porta e rimango in piedi davanti alla vicina scrivania. Il tono con cui mi si rivolge è amichevole: «Non sei mai stato qui finora? Davvero, mai? Sei fortunato, hai ancora parecchio da imparare... Avvicinati fino a due passi dal tavolo, mani lungo la costura dei pantaloni e presentati come si deve: ‘Ebreo Paul Israel Porcone o come diavolo ti chiami’. Allora, dietrofront, vai fuori, forza, forza e guai a te se la presentazione non è abbastanza scattante!... Beh, tanto scattante non è stata, ma per la prima volta può andare. Su, cominciamo a spulciarti. Metti qui carta di identità e documenti e vuota le tasche, già si sa che avete sempre qualcosa 346

˚ Felix Nussbaum, Autoritratto con una carta d’identità ebraica, 1943, olio su tela, 56 x 49 cm, Kulturgeschichtliche Museum Osnabrück, Germania.

di rubato o di trafficato illecitamente... Che? Professore sei? Ehi, pretenderesti di insegnare qualcosa a noi? Già per questa sfacciataggine meriteresti di finire a Theresienstadt1... no! non hai ancora 65 anni, quindi finiresti in Polonia. Non hai ancora 65 anni, e sei verdastro, scassato e senza fiato! Dio santo, devi essertela spassata bene da debosciato, sembra che tu abbia 75 anni». L’ispettore è di buon umore. «Hai avuto fortuna, che non ti 1 Theresienstadt: si tratta di un campo di concentramento nazista che si trova nel territorio dell’attuale Repubblica Ceca.


Il linguaggio dell’odio: le rappresentazioni del nemico

abbiamo trovato addosso niente di proibito. Ma guai a te se la prossima volta non è così: una sigaretta piccola piccola e te ne vai, anche se hai tre mogli ariane... Svelto, sparisci!». Ho già la mano sulla maniglia quando mi sento richiamare: «Ora a casa pregherete per la vittoria ebraica, vero? Non mi fissare a quel modo, non occorre che mi rispondi, tanto so che lo farai. È la vostra guerra, no? Ah, scuoti la testa? Allora, con FONTE 6

chi la facciamo la guerra? Apri il becco, rispondi quando sei interrogato, non sei professore?». «Con l’Inghilterra, con la Francia, con la Russia, con...». «Ma smettila con queste fesserie. Con l’ebreo facciamo la guerra, questa è la guerra ebraica. E se continui a scuotere la testa te ne allungo una che devi correre subito dal dentista. Questa è la guerra ebraica, l’ha detto il Führer e il Führer ha sempre ragione... fuori!!».

Il libro della quinta classe elementare A partire dall’anno scolastico 1930-1931, nelle scuole elementari italiane, pubbliche e private, fu introdotto il cosiddetto «testo unico di Stato», redatto da una apposita commissione, nominata dal Ministero della Pubblica istruzione (poi dell’Educazione nazionale) e periodicamente aggiornato rispetto alle sempre nuove “battaglie” inaugurate dal fascismo.

Fra i nuovi conquistatori si era mescolata la razza giudaica, disseminata lungo le rive del Golfo Persico e sulle coste dell’Arabia, dispersa poi lontano dalla patria d’origine, quasi per maledizione di Dio, e astutamente infiltratasi nelle patrie degli Ariani. Essa aveva inoculato nei popoli nordici uno spirito nuovo fatto di mercantilismo e di sete di guadagno, uno spirito che mirava unicamente ad accaparrarsi le maggiori ricchezze della terra. L’Italia di Mussolini, erede della gloriosa civiltà romana, non poteva rimanere inerte davanti a questa associazione di interessi affaristici, seminatrice di discordie, nemica di ogni idealità. Roma reagì con prontezza e provvide a preservare la nobile stirpe italiana da ogni pericolo di contaminazione ebraica e di altre razze inferiori. Dopo la conquista dell’Impero venne bandita, ad esempio, una severa crociata contro il pericolo della mescolanza fra la nostra razza e quella africana (meticciato). I popoli superiori non debbono avere vincoli di sangue con i popoli assoggettati, per non venir meno a un’alta missione di civiltà, per non subire menomazioni di prestigio e per non porre in pericolo la purezza della propria razza.

˚ «La Difesa della Razza», a. II, n. 5, 5 gennaio XVII [1939].

ATTIVARE LE COMPETENZE

Fonte 5 6

Data e luogo

Tipologia di fonte

Riassumi il contenuto

1 Rintraccia nei documenti le metafore animali e i riferimenti a un linguaggio medico-sanitario. 2 Quali tratti caratteristici, fisici e psicologici, vengono attribuiti all’«ebreo»? 3 In che modo e con quali mezzi i moderni regimi totalitari seppero coniugare repressione ed educazione delle masse?

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I TEMPI DELLA STORIA

FONTE 7, 8, 9

La rappresentazione del «nemico» all’epoca della Guerra fredda: il caso italiano

7 Giovanni Guareschi (1908-1968), La terza narice, «Candido»; Volantino disegnato da Giovanni Guareschi per la Democrazia cristiana. 8 Manifesto elettorale della Democrazia cristiana. 9 Manifesto elettorale della Fronte democratico popolare (Partito comunista + Partito socialista).

FONTE 7

DIACRONIE

La Guerra fredda ha condizionato la storia globale dal secondo dopoguerra sino al crollo dell’Unione sovietica (1991). Proprio per la natura di questo confronto, durante il quale mai gli Usa e l’Urss avrebbero incrociato direttamente le armi e in cui fu giocato un ruolo fondamentale dalle attività di spionaggio e dalla propaganda, il «nemico» rappresentò una minaccia sia esterna che interna. L’Italia, in particolar modo, fu terreno privilegiato dello scontro ideologico tra i due modelli di organizzazione politica ed economica (quello liberaldemocratico e quello comunista), che si fronteggiarono per più di quarant’anni. Lo Stato italiano, infatti, perseguiva ufficialmente una politica filo-americana e filo-atlantica, avendo aderito alla Nato (North Atlantic Treaty Organization) sin dalla sua fondazione nel 1949, ma nel nostro Paese era anche presente il maggior Partito comunista di tutta l’Europa occidentale (il secondo partito italiano, per consenso elettorale), legato all’Urss, e il nostro territorio confinava, a nord-est, direttamente con il mondo comunista appena al di là della cosiddetta «cortina di ferro». In occasione delle elezioni del 18 aprile 1948, le prime elezioni politiche italiane per la scelta del Parlamento disegnato dalla nuova Costituzione, la propaganda tese a focalizzare l’attenzione dell’opinione pubblica proprio sul futuro del nostro Paese rispetto allo scenario della Guerra fredda. In questa circostanza, l’avversario politico fu rappresentato come una minaccia, come il terminale interno di un «nemico» esterno e globale.

Giovanni Guareschi, La terza narice

«[...] La terza narice ha una sua funzione completamente indipendente dalle altre due: serve di scarico in modo da tener sgombro il cervello dalla materia grigia e permette nello stesso tempo l’accesso al cervello delle direttive di partito che, appunto, debbono sostituire il cervello. Il quale cervello, lo si vede, appartiene oramai ad un altro secolo. Non dico, come i miei nemici personali desidererebbero, ad un’altra era. Perché la terza narice esisteva anche nell’altra era, ma era proibito mostrarla, e

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tutti dovevano portarla abilmente mascherata. [...] Naturalmente la terza narice non è una strettissima prerogativa delle sinistre: io credo che ce ne siano molte altre, distribuite un po’ in ogni dove. Il guaio è che sono ancora tappate per motivi prudenziali o altro e non si vedono ancora. Ma se va avanti così la faccenda, temo che presto verrà messa in vigore la legge del taglione: “Occhio per occhio, narice per narice”. E non è ancora tutto: infatti quanta gente ha la terza narice e non lo sa ancora?»


Il linguaggio dell’odio: le rappresentazioni del nemico FONTE 8

FONTE 9

ATTIVARE LE COMPETENZE

Fonte 7 8 9

Data e luogo

Tipologia di fonte

Breve descrizione del contenuto

1 Quali sono gli elementi che collegherebbero l’avversario politico “interno” ad una minaccia “esterna”? 2 Analizza i simboli che caratterizzano la rappresentazione dell’avversario politico. 3 A cosa farebbe riferimento lo scrittore Giovanni Guareschi quando evoca «un’altra era»?

˕ Laboratorio delle competenze Collegare e interpretare 1 Dall’analisi dei documenti proposti, su quali elementi farebbe comunemente leva la rappresentazione del «nemico», al fine da suscitare nel destinatario odio e repulsione? 2 Saresti in grado di trovare immagini o descrizioni che, ancora oggi, fanno leva su caratteri analoghi a quelli presi in esame per rappresentare individui o categorie di individui rispetto ai quali alimentare odio o paura? 3 Nel corso della storia che hai studiato o che conosci, hai trovato altri esempi di rappresentazione del «nemico» o dell’«altro» analoghi a quelli presi in esame?

VERSO IL NUOVO ESAME TIPOLOGIA C – Riflessione critica di carattere espositivo-argomentativo su tematiche di attualità 4 Prendendo spunto dalle considerazioni di Tullio De Mauro proposte in Uno sguardo dal presente a p. 344 sulle parole “dell’odio”, sviluppa e amplia l’argomento all’uso del linguaggio nei social media. Fai opportuni riferimenti alle tue conoscenze e alle tue esperienze personali ed esprimi un giudizio critico sulla questione, motivandolo adeguatamente. Dai un titolo alla trattazione e dividi il testo in paragrafi. Non superare le 4 colonne di foglio protocollo.

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L’Europa medievale

STORIA E MEMORIE

L’USO PUBBLICO DELLA STORIA

Il Medioevo immaginario Dalla condanna del Medioevo… Non è una forzatura affermare che ogni epoca ha una sua idea del Medioevo. Per analizzarle tutte è nata una nuova disciplina, il medievalismo, che studia la ricezione, l’utilizzo e la rappresentazione postmedievale del Medioevo. A iniziare questi nuovi studi furono i dotti rinascimentali, che, guardando con disprezzo all’età che li precedette, la considerarono un periodo di barbarie e ignoranza. Continuarono gli Illuministi nel Settecento, che condannarono l’“età di mezzo” come culla del fanatismo e dell’oscurantismo religioso.

... alla sua riscoperta nell’Ottocento

C

on l’avvento del Romanticismo, nell’Ottocento, il Medioevo fu invece celebrato come periodo aureo della civiltà occidentale, in cui tutto ebbe inizio: le tradizioni culturali e religiose che avrebbero dato vita alle identità nazionali dei popoli europei, l’arte sacra, la spiritualità e il misticismo, le saghe popolari, il folklore. Non a caso proprio allora si riscoprì il gotico in architettura. Edifici, castelli e cattedrali ottocenteschi si ispirarono ai modelli medievali, al punto da sembrare vere e proprie costruzioni medievali: l’Abbazia di Westminster di Londra sembra costruita nel Trecento, ma è del 1843; il Castello di Neuschwanstein, in Germania, diventato prototipo di ogni immaginario medievale grazie a Walt Disney, risale alla fine del XIX secolo; il Castello Sforzesco di Milano fu in gran parte ricostruito dall’architetto Luca Beltrami alla fine dell’Ottocento; per non parlare del borgo “medievale” del parco del Valentino a Torino, che di medievale ha solo il nome, dato che fu realizzato nel 1884, come padiglione dell’Esposizione Generale Italiana. Per gli uomini dell’Ottocento il Medioevo incarnava un paradigma positivo, di innovazione, crescita e prosperità, ma senza le ansie e i conflitti innescati dalla rivoluzione industriale.

˚ La Giostra del Saracino è un famoso torneo cavalleresco che si svolge ad Arezzo due volte all’anno (giugno e settembre) le cui origini affondano nel Medioevo, presumibilmente nel XIII secolo.

Il Medioevo oggi: due visuali opposte

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e due immagini antitetiche del Medioevo appena descritte tornano nel corso di tutto il Novecento e si sedimentano in visioni dell’“età di mezzo” che perdurano ancora oggi. La prima, negativa, si manifesta ogni qualvolta usiamo termini come “barbari”, “crociata” o “Medioevo” come sinonimo di “età oscura, pre-civile” («Non siamo più nel Medioevo!»). L’altra, positiva, è onnipresente: è il Medioevo delle rievocazioni storiche, delle sagre e delle fiere medievali, dei palii, dei pellegrinaggi lungo la via Francigena e la via Lauretana, delle cacce col falcone, dei banchetti a base di pietanze speziate e biancomangiare.

Un punto di vista d’autore: il Medioevo “crogiolo della civiltà moderna”

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ra quanti propongono un’immagine positiva del Medioevo c’è il filosofo, scrittore, semiologo e medievista Umberto Eco (1932-2016), che nel suo volume Sugli specchi e altri saggi spiega l’importanza del Medioevo quale epoca storica spesso disprezzata e oltraggiata ma a cui in realtà oggi dobbiamo molto. Riportiamo qui il testo dell’autore.

Pare, e mi pare, che la moda medievale, e il sogno del Medioevo, attraversi tutta la cultura italiana, ed euro-

˚ Il castello di Neuschwanstein, in Baviera, costruito alla fine del XIX secolo (a destra), è stato reso celebre dalla fiaba La bella addormentata nel bosco (a sinistra), ambientata in un Medioevo alla Disney, magico e colorato.

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La svolta del Mille

pea per sovramercato [...]. Non si sogna il Medioevo perché sia il passato, perché di passati la cultura occidentale ne ha millanta, e non si vede perché non si debba tornare alla Mesopotamia o a Sinuhe l’egiziano. Ma è che [...] il Medioevo rappresenta il crogiolo dell’Europa e della civiltà moderna. Il Medioevo inventa tutte le cose con cui ancora stiamo facendo i conti, le banche e la cambiale, l’organizzazione del latifondo, la struttura dell’amministrazione e della politica comunale, le lotte di classe e il pauperismo, la diatriba tra Stato e Chiesa, l’università, il terrorismo mistico, il processo indiziario, l’ospedale e il vescovado, persino l’organizzazione turistica [...]. E infatti noi non siamo ossessionati dal problema della schiavitù o dell’ostracismo, o del perché si debba, e necessariamente, uccidere la propria madre (problemi classici per eccellenza), ma di come far fronte all’eresia, e ai compagni che sbagliano, e a quelli che si pentono, di come si debba rispettare la propria moglie e languire per la propria amante, perché il Medioevo inventa anche il concetto dell’amore in Occidente. (Umberto Eco, Dieci modi di sognare il Medioevo, in Sugli specchi e altri saggi, Bompiani 1985)

IL FESTIVAL DEL MEDIOEVO Dal 2014 la cittadina di Gubbio (Pg) ospita ogni anno, tra settembre e ottobre, il Festival del Medioevo, un grande evento culturale unico nel suo genere: cinque giorni di incontri, mostre, appuntamenti culturali con storici, scrittori, scienziati, filosofi e giornalisti, nonché mercatini e spettacoli, per raccontare dieci secoli di storia.

PER SAPERNE DI PIÙ

IL FILM

Il Medioevo dei film e delle serie tv

A

ccanto al Medioevo delle rievocazioni storiche c’è poi quello che fa da sfondo a film, serie tv e videogiochi: si tratta di una delle ambientazioni storiche preferite per le produzioni “in costume” e per i film di animazione. Anche in questo caso si possono individuare due immagini opposte di Medioevo: un Medioevo nobile ed edulcorato, dei cavalieri e delle dame da salvare, e un Medioevo “crudo”, barbaro e sanguinario. Un Medioevo alla Walt Disney – magico e colorato, e ben poco filologicamente accurato nella sua rappresentazione – e un Medioevo alla Trono di spade – brutale e violento, come gli episodi della serie televisiva prodotta da George Martin a partire dal 2011 e tratta dalla saga di George Raymond Richard Martin A song of Ice and Fire. Un enorme bacino di contenuti cui attingere, ecco quello che è il Medioevo oggi, una realtà multiforme e variegata che è possibile evocare nelle situazioni più disparate, ma che assai di rado corrisponde fedelmente alla realtà storica.

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IL LIBRO

La spada nella roccia, di Walt Disney, 1963 Tra le innumerevole pellicole realizzate sul Medioevo, questo film d’animazione, basato sull’omonimo romanzo di T.H. White, è ambientato nell’Inghilterra del VI secolo, e narra la storia del giovane Semola, umile garzone destinato a diventare il famoso, leggendario Re Artù. Medioevo, un secolare pregiudizio, di Régine Pernoud, Bompiani 1983 Frutto di un’approfondita conoscenza delle fonti, il saggio della storica francese propone una rivalutazione del Medioevo come un’epoca attraente e vivace. I particolari curiosi e poco noti contribuiscono a illuminare un millennio di storia che fu «tutt’altro che un medio termine».

ATTIVARE LE COMPETENZE

Ricerca sul territorio 1 Nel tuo territorio ci sono feste o sagre ispirate al Medioevo? Sviluppare il pensiero critico 2 Che cosa pensi dell’immagine del Medioevo che emer-

ge dai film recenti: corrisponde, anche solo in parte, al Medioevo che studi sul libro di storia? 3 Che immagine hai tu del Medioevo? Quali caratteri essenziali ne evidenzieresti? 4 Osserva la foto del castello di Neuschwanstein e spiega il significato di “medievalismo”.

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Tra le due guerre: totalitarismi e democrazie

STORIA E MEMORIE

L’USO PUBBLICO DELLA STORIA

L’arcipelago Gulag e la memoria narrativa La diffusione dei campi di lavoro

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entinaia di campi del Gulag furono disseminati nelle regioni più inospitali dell’Unione Sovietica, dove potevano essere sfruttate le risorse minerarie e forestali: nell’Estremo Oriente russo, nel Grande Nord siberiano, nella Siberia orientale, nella regione di Komi, nella penisola di Kola, nella Carelia. I prigionieri (zek) furono impegnati nella realizzazione di opere imponenti, che venivano poi esibite dal regime come straordinarie conquiste del socialismo: in appena venti mesi e con un enorme costo umano fu realizzato ad esempio il canale che univa il mar Bianco e il Baltico (Belomorkanal). I campi di lavoro forzato furono utilizzati in modo massiccio durante il periodo del terrore staliniano (all’incirca tra il 1934 e il 1939), tuttavia è stato calcolato che il picco più alto di detenuti fu raggiunto nella primavera del 1950: con oltre 2.800.000 prigionieri. Dopo la morte di Stalin, nel 1953, si procedette a una riorganizzazione del sistema dei campi di prigionia e una successiva amnistia diminuì drasticamente il numero dei detenuti.

Il racconto del Gulag

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a realtà del sistema repressivo staliniano iniziò ad affacciarsi nei discorsi pubblici dell’Occidente all’inizio degli anni Sessanta, in seguito alla traduzione del romanzo di Aleksandr Solženicyn (1918-2008), Una giornata di Ivan Denisovič. L’opera, pubblicata per la prima volta su una rivista sovietica alla fine del 1962 (dopo essere stato approvato da Chruščëv), raccontava la giornata-tipo nell’anno 1951 del prigioniero Ivan Denisovič, detenuto in un campo siberiano. Il suo autore, Solženicyn, aveva combattuto nell’Armata rossa nella seconda guerra mondiale, ma, alla fine del conflitto, era stato condannato a otto anni di lavori

RIEDUCARE ATTRAVERSO IL LAVORO: IL GULAG Gulag (o GULag) è l’acronimo di Gosudarstvennyj Upravlenje Lagerej, cioè “Direzione centrale dei campi”, istituita nel 1930. Il termine Gulag non indica quindi un luogo, ma un sistema o una rete diffusa di luoghi di repressione e di sfruttamento del lavoro schiavizzato. Era uno strumento perfettamente coerente con il sistema politico sovietico e non una sua alterazione patologica. Già all’epoca della guerra civile iniziata nel 1918, gli oppositori politici venivano destinati al lavoro forzato, nella convinzione che tale attività potesse redimerli (nella Costituzione del 1918 si leggeva: «Al fine di sterminare gli strati parassitari della società e di organizzare l’economia, viene istituito il servizio generale obbligatorio del lavoro»). Le condizioni estreme di vita cui i deportati erano sottoposti comportavano un’altissima mortalità.

forzati e poi al confino perpetuo per aver espresso alcune critiche nei confronti di Stalin in una corrispondenza privata. Con la morte di Chruščëv (1964), che aveva avviato in URSS la fase della “destalinizzazione”, fu sempre più difficile per Solženicyn continuare a scrivere. Tra il 1958 e il 1968 aveva scritto Arcipelago Gulag, un’inchiesta narrativa in tre volumi sul sistema dei campi sovietici, che però venne fortemente ostacolata dal regime (la polizia segreta sequestrò all’autore una delle due copie manoscritte). L’opera fu comunque pubblicata in Occidente a partire dal 1973 (in Italia, nel 1974) e conobbe un’enorme risonanza. Solženicyn, intanto, era stato insignito del premio Nobel per la letteratura nel 1970, ma poté ritirarlo solo quattro anni più tardi, quando venne espulso dall’Unione Sovietica. Si legge in Arcipelago Gulag:

Kolyma era l’isola più grande e celebre, il polo della efferatezza di quello straordinario paese che è il GULag, geograficamente stracciato in arcipelago, ma psicologicamente formato in continente, paese quasi invisibile, quasi impalpabile, abitato dal popolo dei detenuti. (R A. Solženicyn, Arcipelago Gulag, Mondadori, Milano 1990, p. 9)

˚ Lo scrittore Aleksandr Solženicyn fotografato negli anni Settanta.

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Al luogo appena citato sono dedicati i Racconti di Kolyma di un altro scrittore, Varlam Tichonovič Šalamov (1907-1982), che per quasi vent’anni (dal 1937 al 1953) fu detenuto nel Gulag e venne riabilitato solo nel 1956. Šalamov aveva iniziato a scrivere i suoi racconti a partire dal 1953 per finirli vent’anni dopo. Questi testi iniziarono a circolare clandestinamente in Unione Sovietica e furono pubblicati solo nel 1989. I 145 racconti volevano essere, nelle intenzioni di Šalamov, «uno schiaffo allo stalinismo». Oltre a essere una straordinaria testimonianza dell’universo concentrazionario stalinista,


Il regime di Stalin in Unione Sovietica

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˕ Prigionieri di un campo di lavoro della Kolyma, anni Trenta.

i Racconti di Kolyma sono unanimemente considerati un’opera di grandissima letteratura, da collocare accanto a opere come Se questo è un uomo di Primo Levi.

Paragonare gli orrori

lerato con cinica indifferenza: lo scopo primario, barbarico quanto si vuole, aveva una sua razionalità, consisteva nella reinvenzione di un’economia schiavistica destinata alla “edificazione socialista”. (R P. Levi, Il buco nero di Auschwitz, in “La Stampa”, 22 gennaio 1987)

A

lla fine degli anni Ottanta, mentre già si annunciava la fine del sistema sovietico, spesso, nel dibattito pubblico, sono stati utilizzati strumentalmente i riferimenti alle pagine più scabrose dell’esperienza del socialismo reale. Sono stati azzardati tristi paragoni tra il numero delle vittime dei fascismi e quello delle vittime dei comunismi. Né è mancato chi ha cercato di istituire comparazioni e analogie tra i sistemi di distruzione di massa messi in atto dai totalitarismi del Novecento. Tutto ciò comporta il rischia di non considerare specificità e differenze, di non valutare opportunamente i diversi contesti che hanno prodotto tali esperienze, le quali tutte, è superfluo dirlo, sono da disprezzare. Su questo tema intervenne lo stesso Primo Levi, testimone dell’orrore dei lager nazisti, pochi mesi prima di morire, sulla prima pagina del quotidiano “La Stampa”:

Che “il Gulag fu prima di Auschwitz” è vero; ma non si può dimenticare che gli scopi dei due inferni non erano gli stessi. Il primo era un massacro fra uguali; non si basava su un primato razziale, non divideva l’umanità in superuomini e sottouomini: il secondo si fondava su un’ideologia impregnata di razzismo. Se avesse prevalso, ci troveremmo oggi in un mondo spaccato in due, “noi” i signori da una parte, tutti gli altri al loro servizio o sterminati perché razzialmente inferiori. Questo disprezzo della fondamentale uguaglianza di diritti fra tutti gli esseri umani trapelava da una folla di particolari simbolici, a partire dal tatuaggio di Auschwitz fino all’uso, appunto nelle camere a gas, del veleno originariamente prodotto per disinfestare le stive invase dai topi. L’empio sfruttamento dei cadaveri, e delle loro ceneri, resta appannaggio unico della Germania hitleriana, e a tutt’oggi, a dispetto di chi vuole sfumarne i contorni, ne costituisce l’emblema. È bensì vero che nei Gulag la mortalità era paurosamente alta, ma era per così dire un sottoprodotto, tol-

PER SAPERNE DI PIÙ

IL LIBRO

A. Solženicyn, Una giornata di Ivan Denisovič, Einaudi, Torino 2017 Pubblicata nel 1962 in Unione Sovietica, l’opera raccontò per la prima volta la vita nel Gulag, collocandosi nel solco dei grandi autori russi, da Tolstoj a Dostoevskij, ma usando una prosa spigolosa e attingendo a un registro basso. Gli aspetti stilistici sono valorizzati in questa traduzione recente basata sull’edizione definitiva riveduta e corretta dall’autore (la prima edizione, su cui le precedenti traduzione si basavano, era infatti il frutto di un compromesso tra l’autore e gli apparati della censura sovietica).

ATTIVARE LE COMPETENZE

Sviluppare il pensiero critico 1 Sulla base di quanto letto in questa scheda, e in particolare della citazione tratta dall’articolo di Primo Levi, rifletti ed esprimi una tua opinione in merito all’opportunità o meno di istituire confronti e paragoni tra il sistema del Gulag sovietico e l’universo concentrazionario nazista.

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La Grande guerra

STORIA E MEMORIE

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L’USO PUBBLICO DELLA STORIA

Il genocidio degli armeni: una questione ancora aperta Il negazionismo turco

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a Turchia ha sempre negato il genocidio armeno del 1915-1916 ritenendo lesivo della propria identità nazionale affermare pubblicamente il contrario; in più occasioni il governo turco ha perseguito penalmente chiunque cercasse di attirare l’attenzione sul tema: l’articolo 301 del Codice penale turco prevedeva infatti la detenzione qualora si fosse diffamata pubblicamente la “Turchicità” dello Stato. Un caso che ha fatto molto discutere è stato l’assassinio di Hrant Dink il 19 gennaio 2007 a Istanbul. Giornalista e scrittore di origine armena, Dink si era occupato del genocidio subendo per questo l’arresto nel 2005. La sua morte scatenò una ondata di emozione in tutto il paese e ai suoi funerali parteciparono oltre 100.000 persone. Anche lo scrittore Orhan Pamuk, premio Nobel per la letteratura nel 2006, è stato incriminato per aver denunciato il massacro degli armeni e dei curdi. Il processo, iniziato alla fine del 2005, richiamò l’attenzione dei media di tutto il mondo e, anche grazie alle pressioni esercitate sul governo turco dall’Unione Europea, venne annullato l’anno seguente. Nel 2008, dopo il clamore suscitato dalla vicenda di Pamuk e di Dink, il Codice penale turco è stato riformato e non si fa più riferimento a un generico attentato alla “identità turca”. Se lo Stato turco fa ancora fatica a riconoscere come “genocidio” lo sterminio del popolo armeno, la società turca ha lentamente assimilato quella terribile pagina di storia come parte del proprio passato.

NASCITA DI UNA PAROLA Il termine “genocidio” fu coniato nel 1944 da Raphaël Lemkin (1900-1959) e nel 1948 è stato impiegato dall’ONU nella Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio [• 14.2 I meccanismi aberranti del genocidio]. La riflessione che condusse Lemkin all’elaborazione di questa categoria del diritto internazionale prese le mosse proprio dal massacro armeno..

terminate affinità tra quelle due esperienze. Il genocidio degli armeni fu così interpretato come un modello paradigmatico ed elevato, nella narrazione pubblica, a “primo” genocidio del Novecento. Benché molte siano ancora le questioni aperte e non sia possibile una quantificazione esatta delle vittime, come scrive lo storico Marcello Flores, oggi il genocidio deglia armeni:

«È ormai entrato a pieno titolo nella storia del Novecento, e la sua ricostruzione ha raggiunto un livello di approfondimento, maturità concettuale, articolazione metodologica che rende impossibile ricadere – se non da parte di chi fa un uso pubblico strumentale della storia – nella situazione di poco più di un decennio fa, quando il negazionismo aveva ancora un qualche peso e quando interpretazioni ideologiche e monocausali avevano il sopravvento». (R (M. Flores, Il genocidio degli armeni, Il Mulino, Bologna 2006 ) PER SAPERNE DI PIÙ

IL FILM

Fare i conti con la storia

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l genocidio degli armeni è un caso esemplare di come l’uso pubblico della storia e della memoria abbiano impedito per molto tempo l’emersione dall’oblio di un evento che è parte integrante della identità di un popolo, della coscienza collettiva di un’intera società, della costruzione di uno Stato. L’occasione per riprendere il filo della storia fu offerta, a metà degli anni Sessanta, dal cinquantesimo anniversario di quello che gli armeni chiamano Metz Yeghérn (il “grande massacro” o il “grande male”). In quegli anni erano state avviate importanti ricerche e riflessioni sulla Shoah, sull’annientamento degli ebrei in Europa ad opera del nazismo. Una rinnovata attenzione verso quanto avvenne ed è stato poi rimosso dalla memoria nei territori dell’impero ottomano non poté quindi che riscontrare de-

Il padre (The Cut), 2014 Un segno evidente del percorso di ricomposizione della memoria storica del popolo turco è rappresentato dalla proiezione, nel 2014, alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, del film Il padre di Fatih Akın. La pellicola, realizzata da un regista turco, ha proposto il racconto di una storia sempre taciuta, rievocando la persecuzione, le uccisioni e la deportazione perpretate ai danni degli armeni da parte dell’esercito ottomano nel 1915.

ATTIVARE LE COMPETENZE

Sviluppare il pensiero critico 1 Osserva la foto della manifestazione e spiega che significato hanno le date di nascita e di morte di Dink nel cartellone.

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Dal tempo alla storia  

La novità 2019 di Valerio Castronovo per la scuola secondaria di secondo grado

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