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Reality politique Semestre ricco di appuntamenti internazionali questo secondo del 2010. Vertici G8 e G20 a fine giugno in Canada e a novembre a Seoul; vertice Onu sugli Obiettivi di sviluppo del millennio a New York in settembre; Conferenza mondiale sulle migrazioni in Messico nel mese di novembre; Cop 16 sui cambiamenti climatici a Cancun ad inizio dicembre. Solo per citare i principali eventi in agenda. L’intensificarsi della frequenza d’incontro della comunità internazionale sembra andare di pari passo con l’inconcludenza del suo ritrovarsi. La metafora più appropriata sembrerebbe quella del nuotatore nel bicchiere d’acqua. L’unanime consapevolezza sulle cause della congiuntura attuale – riconducibile alla destabilizzazione delle economie provocata dalle incontrollate speculazioni finanziarie e dalla carenza di adeguati organi di controllo e governance globale – circoscrive decisamente l’ambito nel quale potrebbe e dovrebbe agire la politica internazionale. Ad essa è richiesto di assumere misure urgenti e reali per riappropriarsi del controllo della situazione che oggi appare sempre più appannaggio di pochissimi potentati economici e finanziari. Risulta assurdo che gli incontri riservati alle 20 economie più potenti del mondo che detengono il 90% del Pil globale e rappresentano il 75% dell’intera popolazione del pianeta non riescano a produrre misure concrete per esercitare quel potere che le rispettive maggioranze dei loro cittadini hanno delegato loro. L’impasse attuale non può che essere spiegato con il riconoscere come gli attuali governanti siano di fatto comparse mandate sul palcoscenico dai veri protagonisti di questo reality. Dietro le quinte, i veri attori si godono la vita dorata costruita succhiando linfa alla povera gente e tirano le trame del dramma che si consuma nel mondo reale, cercando di distrarlo con le farse del teatrino della politica. La soluzione proponibile non può che situarsi nella riforma della governance internazionale che necessita di istituzioni sovranazionali dotate dei poteri necessari ad assumere un ruolo sussidiario nei confronti dell’impotenza palese dei governi nazionali. Ripiegati su loro stessi, impegnati in piccole e grandi beghe interne – gli scandali e la corruzione non sono esclusiva del nostro paese, anche se in questo vantiamo un rating invidiabile – incapaci di visione e privi di prospettiva di medio e lungo periodo perché unicamente proiettati sui tempi brevi dell’incasso elettorale, essi si espongono al dubbio della loro connivenza, quando non vera e propria complicità, con gli interessi particolari di quei pochi privilegiati non di rado annoverati tra le liste dei loro principali sponsor o dei loro grandi elettori. Che il nuotatore non sappia uscire dal bicchiere, o piuttosto non voglia farlo, ai fini della vita di chi ne paga i costi poco importa. Ciò che conta è riconoscere come ineluttabile la necessità di un nuovo assetto decisionale che rimedi alla impossibilità di attendere dai singoli governi le decisioni indirizzate al perseguimento del bene comune globale. L’attesa, che potrebbe essere la tattica volontariamente assunta dai G20, non fa che favorire gli speculatori che dal tergiversare della politica e dal rinvio dell’applicazione di regole vincolanti traggono il vantaggio di poter continuare ad operare senza scrupoli e in totale libertà. Ogni giorno, ad esempio, l’assenza di una tassa sulle speculazioni finanziarie produce un beneficio di quasi due miliardi di euro per gli operatori di settore, ovvero un equivalente mancato introito pubblico destinabile alla spesa sociale e agli

editoriale

di Sergio Marelli - Segretario Generale Focsiv


Titolo

a cura di

investimenti nei settori generatori di impiego, precondizioni per la sostenibilità e l’equità della ripresa economica tanto evocata.


In primo piano

Italia affamata di Maurizio Dematteis

Le terre si concentrano sempre più nelle mani di grandi aziende per produrre pochi prodotti per l’esportazione mentre la cementificazione avanza a ritmo di 244.000 ettari l’anno. L’Italia si trova a fare conti con una “perdita di sovranità alimentare” senza precedenti nella storia. E nel momento in cui diventerà anti economico far viaggiare le merci, per l’esaurimento del petrolio, potrebbe rivelarsi un vero problema l’approvvigionamento di Torino, giugno di quest’anno. Una signora apre una confezione di mozzarella comprata in un supermercato e si trova di fronte ad uno spettacolo sconfortante: il formaggio ha un colore blu intenso. Filma il formaggio col cellulare e denuncia l’accaduto ai Carabinieri dei Nas. Vengono immediatamente sequestrati 70 mila esemplari del prodotto in vendita presso una importante piattaforma della grande distribuzione. Erano destinate a numerosi discount di tutto il Nord Italia, ma a causa di un batterio presente nell’acqua utilizzata per la lavorazione hanno assunto l’improbabile colore. Le mozzarelle “puffo”, così soprannominate, provenivano da uno stabilimento industriale tedesco, presso il quale era stato commissionato dalla società italiana che lo commercializza, e molto probabilmente realizzate con latte importato in Germania da chissà quale altro paese extraeuropeo. Il caso ha tenuto la prima pagina dei giornali per giorni, suscitando l’indignazione di consumatori e addetti ai lavori non tanto per l’anomalia cromatica, quanto per l’incredibile “genesi” del formaggio. La mozzarella puffo ha svelato il segreto di pulcinella di una produzione alimentare ormai globalizzata, che passa per una filiera sempre più stravolta dalle leggi di mercato: un formaggio italiano tipicamente mediterraneo viene prodotto in un paese del nord Europa con latte importato da una altro stato terzo. Nulla di strano, dal momento che la Coldiretti sottolinea come “la metà delle mozzarelle in vendita in Italia siano fatte con latte straniero o addirittura con cagliate industriali (semilavorati) provenienti dall’estero”. Brescia, pochi mesi prima. Un allevatore sconsolato racconta: «Questa mattina le mie vacche sono state caricate sui camion e sono andate in una stalla di Mairano. Vive. Sono frutto di 20 anni di selezione. La quota latte l’ho venduta ad un altro allevatore. Ero pronto a raddoppiare la stalla, invece rinuncio». Non si trattava di una piccola stalla che si accorge di essere fuori mercato, ma di un’azienda di tutto rispetto. 120 capi e la volontà di fare nuovi investimenti per un miliardo di vecchie lire. «Ero pronto a raddoppiare la stalla investendo in quote latte e strutture. Mi hanno convinto a mollare tutto. Non si può alzarsi la mattina prima dell’alba e chiedersi se mungere abbia ancora un senso». Con un calo dei prezzi del latte arrivato a poco più di 30 centesimi al litro al produttore, a fronte della vendita a quasi un euro e cinquanta nei supermercati. «Ho cominciato nell’82 con cinque manze per passione», conclude l’allevatore. Passione che si è trasmessa al secondogenito, studente presso l’Istituto tecnico agrario statale Giusepe Pastori di Brescia. Ma che ora molto probabilmente dovrà “reinventarsi” un mestiere.

Perdita di made in Italy «Si tratta di un meccanismo perverso nato all’indomani dell’Uruguay round – spiega Gianni Tamino, docente di biologia presso l’Università di Padova, specialista in valutazione di impatti ambientali della produzione agricola -. Cioè l’idea di globalizzare l’import-export di materie prime agricole senza lasciare più nessun controllo a livello nazionale. Un meccanismo fortemente incentivato dalle politiche comunitarie dell’Unione Europea». L’Uruguay round, definito “il negoziato commerciale più vasto mai stato intrapreso nella storia”, ha visto per un periodo di quasi otto anni oltre 100 paesi impegnarsi nella creazione di un sistema commerciale internazionale, impegno poi confluito nella nascita del World Trade 8


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inviare testo su file Organization, l’attuale amato-odiato Wto, ente internazionale operante nel campo della regolamentazione degli scambi commerciali attraverso contratti sottoscritti dai maggiori paesi mondiali. «E’ un processo molto pericoloso – continua il biologo – perché la capacità di alimentazione dell’Italia è ormai legata ad altri paesi. Tanto per l’allevamento come per l’agricoltura». Primavera 2010, Asciano, Toscana. Una folla di contadini auto organizzata si riunisce per discutere dei problemi nel loro settore creati dalla crisi economica. Sono moltissimi, arrabbiati, in cerca di risposte, ma determinati a sopravvivere. «Al momento è difficile persino pagare le spese, figuriamoci guadagnare – sostengono gli agricoltori –. E il dramma è che non solo la nostra catena alimentare è in grave pericolo, ma anche il paesaggio toscano così amato e fotografato. Se tante aziende chiuderanno, come temiamo, se al prossimo anno agrario saremo costretti ad abbandonare le campagne, ne va di mezzo l’ambiente, il suolo, l’aspetto della nostra regione. E al momento non si tratta di un’ipotesi improbabile, anzi. Perchè la nostra agricoltura è sull’orlo del baratro, e, dal crollo dei prezzi delle materie prime all’aumento di quello dei carburanti, dall’arrivo del grano dai paesi stranieri all’eccessiva burocrazia, tutto cospira verso un grosso crollo. E il problema è che molti non sembrano rendersene conto». Sono cerelicoltori, allevatori, olivicoltori, proprietari di aziende piccole o medie, tutte a rischio a causa delle dimaniche che si stanno creando da tempo nel settore. In Italia si espandono i grossi per sopravvivere, con una produzione concentrata in poche zone del paese e mirata soprattutto all’export, e chiudono i piccoli strangolati dai debiti. Il grano, solo per fare un esempio, due anni fa veniva venduto a 24 euro al quintale, mentre oggi si aggira intorno ai 13;

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negli stessi mesi la pasta è aumentata del 50%. Ed eccoci al concetto di perdita di sovranità alimentare italiana. Un termine nato per descrivere il processo in atto nei paesi in via di sviluppo, dove le multinazionali impongono la coltivazione di prodotti da esportare in altri paesi, con progressiva perdita di capacità di far fronte al mercato interno e perdita di know out, grazie agli accordi internazionali si sta verificando anche nel nostro paese. «Da anni ormai è in atto nel nostro paese un processo di trasformazione della produzione agricola finalizzata alla sola esportazione di alcune materie prime – continua Gianni Tamino -, incentivato anche da politiche di sostegno Ue sbagliate». Praticamente, spiega il professore, l’Italia non ha più nessuna possibilità di controllare o pianificare la produzione di cibo a fini nazionali, ma grazie alle sovvenzioni dell’Unione europea i contadini sono spinti a coltivare alcuni prodotti in eccedenza per l’esportazione, mentre altri scompaiono, e i consumatori devono comprare quelli provenienti da altri paesi. «In Italia è in atto una pericolosa trasformazione culturale e strutturale – concorda Antonio Onorati, presidente dell’ong Crocevia -. L’agricoltura ha ormai uno schema industriale, e la maggior parte degli alimenti vengono realizzati dalla lavorazione di materie prime gobali. Prendiamo ad esempio i pomodori Pachino, tipici della Sicilia: oggi i semi sono quasi tutti realizzati in laboratorio da società israeliane e olandesi, per avere una resa migliore. Dal punto di vista strutturale poi, perdiamo aziende medio piccole e, con loro, potenziale produttivo. La varietà di prodotti è sempre più limitata e concentrata in una parte del paese. Come gli allevamenti intensivi di maiali in Lombardia. Lentamente il nostro paese sta prendendo la strada del declino. E se non si agisce subito finiremo come gli Stati Uniti, con un’agricoltura

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poderosa che esporta nel mondo e la sua popolazione abituata mangiare “monnezza” ». Si legge sulla pubblicazione di Crocevia intitolata “Italia. Un’agricoltura senza agricoltori!” e curata dallo stesso Antonio Onorati: “Significativo è l’accresciuto processo di concentrazione degli allevamenti in pochissime regioni che è riassunto così: per i bovini e bufalini, il 67,1% dei capi sono concentrati nel Nord; la Lombardia detiene un quarto dei capi nazionali di queste specie seguita dal Veneto (13,9%) e dal Piemonte (12,7%). Il Nord si conferma inoltre la ripartizione territoriale maggiormente dedita all’allevamento dei suini (85,9% dei capi nazionali); oltre i due terzi dei capi totali sono allevati in tre sole regioni, la Lombardia (47,1%), l’Emilia Romagna (15,3%) ed il Piemonte (11,5%). Il 79,8% dei capi avicoli è allevato nel Nord con punte del 27,2% in Veneto, del 22,5% in Lombardia e del 21,4% in Emilia-Romagna”, in barba di tutte le misure relative al benessere animale, all’inquinamento ed al risparmio energetico, testimoniando ancora una volta che – con anni di ritardo rispetto alle stesse esperienze fatte in Francia - , la cosiddetta “agricoltura moderna” italiana sta costruendo la sua distruzione in termini di sostenibilità economica: vuole vincere la competitività attraverso il taglio dei costi di produzione ottenuto con la totale dipendenza dell’azienda da fattori esterni a monte ed a valle”.

Un sistema senza futuro Ma c’è un altro spettro che si aggira sull’agricoltura italiana: quello della cementificazione. «Se diventa più conveniente la speculazione edilizia sui terreni della coltivazione – spiega ancora il professor Gianni Tamino – c’è il forte rischio di assistere ad una diminuzione della superficie agricola del nostro paese. E con i comuni a corto di soldi, la tendenza è proprio

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quella di aumentare le superfici da costruire per fare cassa». Lo conferma l’Osservatorio nazionale sui consumi del suolo: in Lombardia tra il 1999 e il 2005 sono spariti 26.700 ettari di terreni agricoli, come se in sei anni fossero emerse dal nulla cinque città come Brescia. Ogni giorno il cemento e l’asfalto cancellano più di 10 ettari di campagne in Lombardia (100.000 metri quadrati) e altri 8 in Emilia. Secondo i dati Istat, elaborati dal Wwf, in Italia tra il 1990 e il 2005 sono stati divorati dal cemento dall’asfalto 3,5 milioni di ettari, cioè una regione grande più del Lazio e dell’Abruzzo messe insieme. Il tutto a un ritmo di 244.000 ettari l’anno. «Se le politiche pubbliche restano le stesse – aggiunge Antonio Onorati – col l’Ue che continua a favorire l’agro industria, in Italia produrremo sempre meno materie prime per il mercato interno, la popolazione rurale abbandonerà nuovamente le campagne per andare in città e comincerà un lento degrado ambientale, con costi crescenti di gestione degli ecosistemi». Un futuro preoccupante? Certo. Ma forse non tutto è perduto, perché da quello che si evince dai ragionamenti dei due specialisti, se rimane il rischio che “la crisi dell’agricoltura italiana ci sommergerà”, è anche possibile che la stessa crisi “ci salverà”. «I prossimi anni saranno decisivi – dice Gianni Tamino – perché il petrolio non ci sarà più», e le merci non potranno più viaggiare da un capo all’altro del mondo senza sensibili rincari. «E’ arrivato il momento di superare la grande distribuzione e produzione controllate dai grossi gruppi finanziari, promuovendo la filiera corta. Altrimenti, si è visto bene nel corso dell’ultima crisi petrolifera, quando il barile è salito a quota 150 dollari, i prodotti alimentari sono schizzati alle stelle». Se l’Italia continua quindi a perdere sovranità alimentare in un futuro prossimo potrebbe trovarsi in seria difficoltà per gli approvvigionamenti alimentari. «L’unica strada percorribile è il ritorno alle aziende agricole medio-piccole – conclude Antonio Onorati –. La filiera corta, una sorta di agricoltura della resistenza, sta mettendo in crisi il modello di quella industriale. Lo dicono i numeri. Non è più un modello per elite abbienti, perché i gas nascono anche in quartieri popolari, né di nicchia, perché è un fenomeno che ormai si sta affermando anche in termini quantitativi. Ormai cresce la coscienza che il cibo non è una merce, chi sta in campagna non vuole andarsene perché ama il proprio lavoro e la gente comincia a ribellarsi ad un mercato imposto dall’alto».

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Da non perdere

a cura di Elena Poletti

Video & Ong Tutta salute a Bologna

Dal 9 al 12 settembre torna a Bologna Sana, il salone del naturale. Un “contenitore” di buone pratiche, per uno stile di vita più consapevole, alimentare e non solo. Tre le macroaree espositive: Alimentazione, Benessere e Abitare. Uno spazio specifico, “Spazio officinale”, sarà dedicato agli operatori professionali del settore delle erbe officinali. Info: www.sana.it

Terra Madre

Dal 21 al 25 ottobre si terrà, a Torino, la quarta edizione di Terra Madre, incontro mondiale che riunirà oltre 5000 rappresentanti di comunità del cibo, cuochi, docenti, giovani impegnati nella promozione di una produzione alimentare locale e sostenibile. E’ ancora possibile candidarsi come volontari, compilando un form sul sito della manifestazione. Info: www.terramadre.org

Appuntamento con la terra nelle Marche…

L’Associazione per l’agricoltura biodinamica – sezione Marche propone una serie di incontri di formazione per chi vuole imparare o reimparare l’autoproduzione. I prossimi appuntamenti: sabato 25 settembre, a S. Giovanni in Ghiaiolo (Pu), un incontro teorico-pratico sui preparati biodinamici; domenica 17 ottobre, a Monte S. Vito (An), un incontrolaboratorio su alimenti biodinamici di stagione e sull’uso di erbe aromatiche e spezie. Info: www.web.resmarche.it

…e in Lombardia

La Scuola di pratiche sostenibili propone, nei mesi di settembre e ottobre, un corso pratico, rivolto a neofiti, per imparare a coltivare un orto biologico familiare. Il corso, composto si svolgerà presso la Cascina Brera, all’interno del Parco agricolo sud di Milano. Le date: sabato 11 e 18 settembre, sabato 2, 9 e 16 ottobre. Il costo è di 160 euro. Info: www.scuoladipratichesostenibili.it

Dal 10 al 19 settembre, appuntamento con il Milano film festival. Segnaliamo, in particolare, le sezioni “Immigration day” – testimonianze, parole e immagini su cosa significa essere immigrati in Italia - e “Ngo world videos” – cortometraggi di comunicazione sociale sulle relazioni tra Nord e Sud del mondo. Info: www.milanofilmfestival.it

L’Isola che c’è bassa def sostituire

A Villa Guardia (Como), il 18 e 19 settembre, appuntamento con L’Isola che c’è, settima fiera provinciale delle relazioni e delle economie solidali. In mostra le esperienze locali di economia solidale, filiera corta, consumo sostenibile e consapevole. Sono in programma dibattiti, seminari, laboratori di autoproduzione e degustazione, all’insegna della sostenibilità ecologica e della valorizzazione del territorio. Info: www.lisolachece.org

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Reportage

SEMI-LIBERTÀ di Luca Colombo*


Risalenti a 400 milioni di anni fa, i semi sono stati ibridati, geneticamente modificati poi privatizzati dall’uomo. Che oggi per coltivare deve sottostare alle condizioni dettate da 10 multinazionali del settore, capaci di coprire il 67% delle vendite mondiali. Un mercato da 14,8 miliardi di dollari, perenne-


Risalenti al periodo del paleozoico, da circa 400 milioni di anni i semi vengono sviluppati per la riproduzione e diffusione dagli uomini, che partendo dalla domesticazione di cereali e leguminose, oggi controllano i processi genetici delle piante per aumentarne continuamente la produttività. Già a partire dall’inizio del XXI° secolo le sementi cominciano a non essere più prese dalla pianta e diventare una merce a sé stante: comincia il progressivo vincolo dell’attività agricola a un mercato che la rifornisca di semi ibridi, cioè derivanti dall’incrocio di due linee pure per manifestare un potenziale di resa significativamente maggiore, e i fertilizzanti chimici per alimentarli. Il “vigore ibrido” però decade nella generazione successiva, e i chicchi raccolti non vanno più bene: gli agricoltori interessati a una maggiore produttività dei propri campi di mais restano così impigliati nella rete del mercato sementiero, protetto dal segreto che le industrie mantengono intorno alle linee incrociate per dare l’ibrido. Nei paesi occidentali, inoltre, è stato costruito un complesso apparato legale: nel tentativo di remunerare e proteggere il lavoro dei genetisti agrari sulla selezione e diffusione dei semi, si è introdotto e rafforzato nel corso del ‘900 un sistema di tutela giuridica del lavoro del breeder (il genetista vegetale). Il sistema di protezione è stato poi brutalizzato con l’introduzione dei brevetti sul vivente, una storia retrodatabile al 1980, quando una sentenza della magistratura statunitense, e quindi non un processo legislativo aperto al confronto democratico, apriva la strada alla privatizzazione della vita. Nel 2007, la statunitense Monsanto figurava di gran lunga al primo posto con quasi 5 miliardi di dollari di vendite, seguita da DuPont (Usa, 3,3), Syngenta (Svizzera, 2,0), Limagrain (Francia, 1,2), per un valore complessivo delle vendite delle prime tre aziende equivalente al 47% del mercato commerciale delle sementi; mentre le prime 10 multinazionali del settore arrivano a 14,8 miliardi di dollari e al 67% delle vendite mondiali, in salita rispetto al 49% di soli due anni prima o al 37% del 1996, quando la Monsanto non appariva neanche nella lista. Accanto a questo, si stima che circa il 70% delle sementi utilizzate nelle agricolture dei paesi in via di sviluppo derivi da attività di autoselezione in azienda o da scambi fra agricoltori. E il mercato definito “illegale” delle sementi esiste anche nei paesi occidentali. In Francia il seme di frumento che sfugge al mercato formale è pari al 42% e negli Usa al 35%, ma in Canada raggiunge l’83% (e per l’orzo il 79%); in Germania questo valore si aggira intorno al 50% per l’insieme dei cereali e per la patata. In questa particolare classifica l’Italia brilla per un inusuale rispetto di norme e mercati: il 90% della soia, l’80% dell’orzo, il 90% del frumento duro e il 70% di quello tenero sono seminati a seguito di un acquisto sul mercato formale. La pratica del riuso aziendale delle sementi si attesterebbe su un mancato reddito per l’industria di 6,7 miliardi di dollari di vendite più 470 milioni di dollari di mancate royalty. La battaglia sull’estensione planetaria delle normative sulla proprietà intellettuale in vigore nei paesi industrializzati è dunque anche una battaglia volta a mettere le mani su questo spazio di mercato vergine e appetibile, uno spazio, oggi, di semi-libertà. * fondazionedirittigenetici.org

Nel tentativo di remunerare e proteggere il lavoro dei genetisti agrari si è introdotto un sistema di tutela giuridica, definito soft, poi brutalizzato con l’introduzione dei brevetti sul vivente, una storia retrodatabile al 1980, quando una sentenza della magistratura statunitense apriva la strada alla privatizzazione della vita.

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Nel 2007, la statunitense Monsanto figurava di gran lunga al primo posto con quasi 5 miliardi di dollari di vendite, seguita da DuPont (Usa, 3,3), Syngenta (Svizzera, 2,0), Limagrain (Francia, 1,2), per un valore complessivo 47% del mercato commerciale delle sementi


Il 70% delle sementi utilizzate nelle agricolture dei paesi in via di sviluppo deriva da attivitĂ  di autoselezione in azienda. E il mercato definito “illegaleâ€? che resiste anche nei paesi occidentali: in Francia il seme di frumento che sfugge al mercato formale è pari al 42% e negli Usa al 35%, ma in Canada rag-


In questa particolare classifica l’Italia brilla per un inusuale rispetto di norme e mercati: il 90% della soia, l’80% dell’orzo, il 90% del frumento sono seminati a seguito di un acquisto sul mercato formale.


AAA volontari cercasi InformarVI il servizio informativo di Volontari nel mondo – FOCSIV, gestisce la ricerca di risorse umane per attività di

cooperazione internazionale attraverso un’apposita Banca Dati Volontari Internazionali. Ad essa è collegato il Servizio Selezione dei candidati Volontari Internazionali della Federazione. Info: tel. 06/6876706 - www.focsiv.it

Nel caso di ricerche con un codice di riferimento è necessario, inviando la tua candidatura, specificare nell’oggetto del messaggio il codice!

Codice: 220/10 VETERINARIO CAPO PROGETTO Dove: Kosovo Durata: 1 anno Disponibilità: immediata Ruolo: gestione dei contatti con i partner locali istituzionali e governativi, gestione del personale locale, formulazione dei documenti relativi alla realizzazione del progetto, rapporti intermedi e finali e rendiconti. Requisiti: laurea in discipline veterinarie, esperienza biennale di progettazione e gestione di progetti in pvs, capacità gestionali di risorse umane e finanziarie in contesti multiculturali, buona conoscenza dell’inglese, preferenziale conoscenza dell’area geografica. Info: tel. 06/6876706 E-mail: informarvi@focsiv.it Codice: 221/10 ESPERTO IN PEDIATRIA O MAL-

NUTRIZIONE INFANTILE

Dove: Angola Durata: 1 o 2 anni Disponibilità: immediata Ruolo: lavoro in pediatria Requisiti: competenze e/o esperienze nel campo della malnutrizione, buona conoscenza del portoghese. Contratto: privato Info: tel. 06/6876706 E-mail: informarvi@focsiv.it Codice: 223/10 INFERMIERE Dove: Sud Sudan Durata: 1 anno Disponibilità: immediata Requisiti: laurea in scienze infermieristiche, capacità di coordinamento e supervisione, esperienza formativa, buona conoscenza dell’inglese. Contratto: privato Info: tel. 06/6876706 E-mail: informarvi@focsiv.it Codice: 224/10 MEDICO Dove: Sud Sudan Durata: 1 anno Disponibilità: immediata Ruolo: responsabile attività sanitarie e formazione Requisiti: laurea in

medicina, capacità di coordinamento e supervisione, esperienza formativa, capacità di gestione rapporti con le controparti, buona conoscenza dell’inglese. Info: tel. 06/6876706 E-mail: informarvi@focsiv.it Codice: 102/10 VETERINARIO Dove: Tanzania Durata: 1 anno Disponibilità: immediata Ruolo: coordinamento attività di produzione zootecnica e gestione equipaggiamento delle opere aziendali adibite alla zootecnia, monitoraggio attività zootecniche. Requisiti: laurea in veterinaria, preferibile esperienza lavorativa in Africa, attitudine a lavorare in contesti isolati, buona conoscenza dell’inglese. Info: tel. 06/6876706 E-mail: informarvi@focsiv.it

In Italia CELIM BERGAMO cerca: ORGANIZZATORE EVENTI Dove: Bergamo Durata: 3-4 mesi Ruolo: volontario per

organizzazione e presenza a eventi. Requisiti: diploma. Info: tel. 035/4598500 E-mail: info@celimbergamo.org

Nei Sud AIBI cerca: VOLONTARI ESPATRIATI Dove: America Latina, Asia, Est Europa, Africa Durata: 2 anni Requisiti: 25-30 anni, diploma o laurea, esperienze di volontariato, anche internazionale, in associazioni o gruppi di ispirazione cristiana, coerenza tra credo professato e vita quotidiana, buone competenze informatiche, ottima conoscenza dell’inglese e preferibile conoscenza di altre lingue, patente di guida. Info: tel. 02/988221 E-mail: personale@aibi.it CBM cerca: FISIOTERAPISTI E TERAPISTI OCCUPAZIONALI Dove: Haiti (Port-auPrince) Durata: 4-12 mesi Ruolo: supporto ai servizi di riabilitazione negli ospedali in collaborazione con i partner

locali, formazione dello staff locale e delle famiglie delle persone disabili sulle tecniche base della riabilitazione. Requisiti: laurea, 3 anni di esperienza professionale, buona conoscenza di inglese e francese, capacità comunicativa e di lavorare in gruppo in contesti multiculturali, esperienza nei pvs. Info: tel. 02/72093670 E-mail: ute.norman@cbm.org IBO ITALIA cerca: VOLONTARI PER CAMPI LAVORO E SOLIDARIETA’ Dove: Messico (Guanajuato, Sierra Santa Rosa) Durata: 1 mese Ruolo: ripristino e recupero delle risorse naturali e idriche dei villaggi. Requisiti: nessun requisito specifico ma volontà di lavorare in collaborazione con gli abitanti del luogo. Info: tel. 0532/243279 E-mail: info@iboitalia.org

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Palati fini di Giulio Sensi

Dossier


La sovranitĂ  alimentare ha validitĂ  planetaria. Significa autonomia decisionale sui sistemi agrari e alimentari di una comunitĂ , sia questa intesa come stato sovrano, popolo o insieme di famiglie


Palati fini Sempre più consapevoli. Secondo un’indagine del Censis crescono gli italiani che selezionano il cibo valutando l’impatto sulla salute, i legami sociali e l’ambiente. A dispetto della crisi nel 2009 il bio è cresciuto del 6,9%, così come i farmer markets, la filiera corta e il commercio equo. E si moltiplicano le alleanze tra produttori e consumatori Un popolo di santi, poeti e navigatori. Ma anche di “mangiatori” e possiamo aggiungere “sempre più consapevoli”. Il rapporto degli italiani con il cibo è sempre più all’insegna dell’attenzione alla sua provenienza e qualità. Lo ha dimostrato anche una recente indagine del Censis, rilevando una tendenza verso un’alimentazione accorta nei confronti sia del gusto e della qualità come pure del portafoglio. In virtuosa crescita sono coloro che scelgono un consumo responsabile: selezionano il contenuto dei prodotti valutando l’impatto che questi hanno sulla vita delle persone, sui legami sociali e sull’ambiente. La ricerca del Censis dimostra che gli italiani “ripongono una cura crescente all’aspetto del rapporto tra cibo e territorio e guardano con sospetto all’industrializzazione spinta ed incontrollata dell’agroalimentare”. Le forme di organizzazione e resistenza ai modelli “consumisti” imperanti che si sono sviluppate negli ultimi anni sono svariate e mostrano, almeno in questo campo, una capacità tutta italiana di innovare e trovare soluzioni originali. Si pensi ai Gruppi di acquisto solidale (Gas), la formula di organizzazione collettiva che salta i passaggi della filiera per rivolgersi direttamente ai produttori ritenuti “responsabili e affidabili”, al proliferare degli acquisti biologici e nei “farmer markets”, i mercati contadini, ai punti vendita a filiera corta, a chilometro zero e del commercio equo e solidale che sembrano essere anche più forti e resistere alla crisi dei consumi “tradizionali”. L’attenzione a privilegiare prodotti del proprio territorio è in crescita: nel nordest dichiara di farlo il 93% degli intervistati, nel sud e nelle isole il 78,8%. E molti altri aspetti entrano in gioco al momento della scelta: per il 71,5% il rispetto dell’ambiente, per il 60,3 le speculazioni sulle materie prime e per il 54,3% il rispetto dei diritti dei lavoratori. Un’indagine della Coldiretti ha stimato in 3 miliardi di euro i consumi degli italiani in prodotti a chilometri zero grazie ad una rete di oltre 63mila imprese agricole, 18 mila agriturismi, 500 mercati degli agricoltori, 200 distributori di latte fresco oltre a decine di ristoranti, mense, osterie, botteghe, consorzi agrari, cooperative, agriasili, vinerie, pescherie, pizzerie e gelaterie dove si servono prodotti locali e di stagione. La Coldiretti sostiene che, “oltre a garantire un risparmio medio del 30 per cento nel prezzo di acquisto a parità di qualità, i prodotti alimentari freschi come la frutta e verdura a chilometri zero, acquistati al mercato degli agricoltori o direttamente nelle azienda agricole, durano fino a una settimana in più rispetto a quelli dei canali di vendita tradizionali perché provengono direttamente dalle aziende limitrofe, non devono subire intermediazioni commerciali, conservazioni intermedie in magazzino e lunghi trasporti che compromettono la freschezza degli altri prodotti prima di arrivare sul banco di vendita”.

Il capitale delle relazioni Una consapevolezza che va nella direzione di costruire e diffondere l’idea della sovranità alimentare la quale si sta faticosamente facendo strada anche in Italia. Le esperienze che si stanno rafforzando e costruendo sono molte. Ne ha parlato anche il “popolo dei Gas” durante il raduno nazionale svoltosi a giugno a Osnago (Lecco) con un tavolo di lavoro specificatamente dedicato al tema “sovranità alimentare e nuova agricoltura”. Un dibattito intenso, arricchito da storie e suggestioni fornite da chi già da molti anni è tornato a coltivare la terra assumendo una coscienza “globale” del valore dell’agricoltura per preservare migliorare il pianeta e il proprio ambiente. Centrale è il rapporto, in maniera molto adeguata chiamato “alleanza”, fra produttori e consumatori, fra coltivatori e cittadini, mentre forti sono i limiti e gli strumenti delle istituzioni locali e delle politiche pubbliche a sostenere modelli alternativi di agricoltura e di consumo. Quello italiano è un vero e proprio laboratorio di alternative che un’iniziativa editoriale portata avanti da Altreconomia ha cercato di raccogliere in un libro intitolato “Il capitale delle relazioni” curato dal Tavolo per la Rete italiana di economia solidale. Molte le storie, non solo di

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agricoltura, raccolte e raccontate in prima persona dai protagonisti che dimostrano che modelli di economia di un certo tipo non sono solo possibili, ma creano soddisfazione e benessere in chi ha compiuto la scelta, sicuramente non facile, di tornare, come nel caso dell’agricoltura, alla terra.

Esperienze pioniere Una di queste è la storia di Roberto Li Calzi, animatore siciliano del consorzio “Le galline felici”. Li Calzi sceglie di vivere in campagna e costruire un ambiente sano e pulito per i suoi figli. Lo prendono in giro quando al mercato cerca di far capire che sono prodotti biologici. Non riuscirà mai a camparci. Poi arriva la certificazione, il bio si fa strada e insieme a questo anche i “furbetti” che spacciano per biologico le coltivazioni intensive o che lo erano perlomeno state fino al giorno prima. Passa qualche anno, il prezzo del cibo cala, l’offerta aumenta. Li Calzi è costretto a fare lavori precari e sottopagati per andare avanti. Fino all’incontro, una decina di anni fa, con i Gas che nel frattempo si stavano organizzando. Le arance bio cominciano ad affollare le tavole dei consumatori dello Stivale, il gruppo di Li Calzi assume un volto alle prime fiere dedicate alla sostenibilità. Il giro si allarga e sono 14 le aziende, in un’ottica non competitiva, ma cooperativa e collaborativa, che si consorziano fra Catania, Enna e Siracusa per rispondere alle richieste di tutta Italia.

L’attenzione a privilegiare prodotti del proprio territorio è in crescita: nel nordest dichiara di farlo il 93% degli intervistati, nel sud e nelle isole il 78,8% I numeri dell’agricoltura italiana Con una superficie agricola di oltre 14 milioni di ettari, l’Italia è la quinta “potenza” agricola per dimensioni di terra coltivata in Europa dopo Francia, Spagna, Germania e Regno Unito. Ma è prima per numero di aziende agricole, quasi due milioni e mezzo, caratterizzate da una grandezza più limitata rispetto alla media degli altri paesi menzionati: 5,9 ettari di estensione media a fronte dei 67 del Regno Unito e 35 della Francia. Pur se caratterizzata da una polverizzazione di realtà produttive, l’agricoltura italiana è una delle principali a livello europeo, producendo il 13,2% del valore della produzione finale e seguendo solo la Francia eppure rappresenta solo il 2% del valore aggiunto dell’economia italiana. Gli occupati in agricoltura oggi ammontano a un milione, appena il 4% del totale. L’Italia è caratterizzata da una forte specializzazione delle produzioni per territorio: gli allevamenti bovini, suini e avicunicoli sono localizzati maggiormente in Pianura Padana, mentre quelli ovo-caprini al sud e nelle isole. Le colture arboree sono rilevanti (viti, olivi, frutta e agrumi) e la loro specializzazione si concentra in tutto il territorio con diverse specificità, così come i cereali, il grano duro e gli ortaggi. A differenziare l’Italia dagli altri paesi europei sono proprio le produzioni ortofrutticole (che raggiungono insieme ai cereali una valore di 7 miliardi di euro) e il florovivaismo molto diffuso in alcuni territori.

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Il consorzio offre lavoro e affida i trasporti ad una ditta confiscata alla criminalità organizzata, poi altri progetti e sogni come quello di costruire un ponte. Non come quello sullo Stretto, ma vero e fatto di relazioni, un ponte stabile fra sud e nord. Il ponte è in costruzione e la storia continua, con una morale, o un morale, che Li Calzi riporta nella sua testimonianza: “Il morale di chi opera nell’economia solidale, questa almeno è la nostra esperienza, è straordinariamente alto: fa una bella differenza per i produttori agricoli stare ad aspettare un compratore che dovrai ringraziare per averti rubato i tuoi prodotti o sapere che una rete di consumatori consapevoli aspetta i frutti del tuo lavoro, segue l’andamento meteo perché comincia a capire, rompendo le barriere delle diffidenze, delle differenze”.

Imprenditorialità etica Grande protagonista di questo “patto” con i consumatori, Li Calzi non è l’unico “pioniere” della “nuova agricoltura” entrato nel circuito dell’economia solidale. Nel sud della Lombardia nel 1978 nasce il progetto “Iris” da 9 ragazzi e ragazze con 4 obiettivi: praticare l’agricoltura biologica, creare occupazione in particolare per donne e persone svantaggiate, sviluppare un rapporto diretto con il consumatore e promuovere la cultura della proprietà collettiva. Coltivano inizialmente nei fine settimana, ma il sogno vero e proprio diventa realtà dal 1990 quando riescono ad acquistare un podere di 38 ettari in provincia di Cremona che sopravvive a difficoltà finanziarie grazie all’unione e al mutualismo fra i soci/consumatori della nuova cooperativa Iris. Iris diventa un punto di riferimento per il biologico e riesce a salvare dal fallimento e a rilanciare il pastificio dove producono la pasta bio: oggi impiega fra fabbrica e agricoltura 43 persone ed è rimasta ancorata e coerente ai principi

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che animano questa avventura. Anzi i principi hanno permesso di salvare e consolidare l’esperienza. L’unione fra produttori e consumatori che ha dato futuro al passato.

Alleanze produttori-consumatori Uno dei nodi centrali per costruire e far crescere la sovranità alimentare è lavorare sul collegamento fra i diversi soggetti, ossia sulle filiere: l’esperienza di Spiga&Madia in Brianza dimostra che è possibile sperimentare filiere corte e partecipate in grado anche di far dialogare campagne e grandi centri urbani. L’oggetto della sperimentazione è il pane: il consumatore smette di essere un soggetto passivo e diventa co-produttore, condividendo anche il rischio imprenditoriale. I consumatori, che vivono in un raggio di 50 chilometri, il proprietario fondiario e una azienda agricola biologica firmano un patto in cui ci si impegna a pianificare i consumi nell’arco di un anno. In funzione della richiesta si procede con la semina di una porzione di terreno necessaria; vengono coperti i costi anticipati subordinati al raggiungimento delle rese attese e viene costituito un fondo di rischio e mutualità fra produttori e consumatori. Il prezzo viene costruito in maniera trasparente grazie ad un lavoro di informazione e condivisione. Un processo complicato quanto affascinante che presenta, come scrive uno degli animatori l’agronomo Giuseppe De Santis, “problemi complessi ed inediti” e nel quale “la sostenibilità è connessa in maniera sostanziale alla capacità di porre attenzione e cura alle relazioni tra i differenti attori e a modalità e luoghi in cui trovano sintesi i loro differenti interessi”. L’alleanza fra produttori e consumatori, il coraggio e la determinazione possono in maniera profonda cambiare lo sviluppo di ogni territorio e mettere un tassello in più nella costruzione della sovranità alimentare anche nel nostro paese.

Cinque soluzioni per cambiare rotta Il vocabolario delle buone pratiche che possono rafforzare la sovranità alimentare si è arricchito negli ultimi anni di molte espressioni su cui capita di sentire alcuni fraintendimenti. Proviamo a fare chiarezza. Optare per il chilometro zero, concetto antico e fondamentale, significa ad esempio privilegiare prodotti con il minor numero di spostamenti alle spalle che consumano meno carburanti, sono più freschi e non hanno bisogno di conservanti, tutelano saperi, colture locali e biodiversità. La filiera corta invece non ha, se non in parte, accezione spaziale: indica la riduzione dei passaggi commerciali che portano il prodotto dal campo alla tavola. Il vantaggio è poter conoscere il produttore e la sua condotta e può anche influire positivamente sul prezzo finale, evitando di far fare profitti alle grande catene commerciali a scapito degli agricoltori. Nel territorio italiano si stanno moltiplicando i punti vendita con prodotti di questo tipo. Un esempio di filiera corta non a chilometro zero è il commercio equo e solidale. In piena espansione in molti territori anche grazie al sostegno delle amministrazioni locali e delle associazioni di categoria, sono anche i mercati contadini, o farmer’s market, in cui i produttori direttamente portano i loro prodotti: permettono, oltre a sostenere chilometro zero e filiera corta, di riscoprire la stagionalità dei prodotti. Rilevante e ramificata è anche la rete internazionale Slow Food che mette il gusto e la tipicità “virtuosa” al centro del cambio di modelli alimentari.

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Il bio che cresce di Lorenzo Misuraca (Aiab) L’agricoltura delle speculazioni in borsa e degli agrocarburanti ha mostrato negli anni scorsi la sua faccia terribile, con aumenti impressionati del prezzo dei cereali, a fronte di una presenza di derrate mondiali sostanzialmente regolare. Nei paesi in via di sviluppo, ma purtroppo anche nel vecchio continente, poi, le multinazionali biotech combattono per introdurre il cibo ogm nella produzione e nella commercializzazione locale. Laddove è avvenuto, come in India, i contadini strozzati dai debiti dovuti alla dipendenza dalle sementi e dai fitofarmaci brevettati, sono finiti sul lastrico, con una drammatica catena di suicidi dettati dalla disperazione. Nel frattempo, l’agricoltura italiana, soprattutto quella meridionale, è in ginocchio. Gli agrumi, ad esempio, vengono pagati al produttore così poco che non vale la pena raccoglierli. Sono tanti, troppi, i segnali che indicano la necessità di una ripartenza in senso inverso dalle crisi a più livelli del nostro tempo. Se parliamo di alimentazione, la filiera corta, la sovranità alimentare e l’agricoltura bio, sono un’ottima risposta da cui partire. E soprattutto sono una scelta a cui può partecipare il singolo consumatore, ogni volta che esce di casa per fare la spesa. Tra i tanti contraccolpi della crisi economica per le famiglie e per i consumatori italiani c’è in molti casi l’abbandono di una scelta consapevole del cibo e dei prodotti acquistati in generale alla ricerca del risparmio. Fortunatamente, però, accanto a questa tendenza se ne registra una di tutt’altro segno, che vede gli italiani risparmiare in termini di quantità e puntare sulla qualità del cibo.

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Qualità che nel caso del biologico locale riesce a coniugare tre aspetti essenziali: le caratteristiche organolettiche del cibo, beneficio all’ambiente che deriva dal suo processo di produzione, e i costi contenuti.

Oltre la crisi Non a caso, secondo quanto rilevato da Ismea- Ac Nielsen, il biologico è uno dei pochissimi settori che nel 2009, in piena crisi economica, ha visto aumentare i consumi, addirittura del 6,9 % per i prodotti confezionati. Come è stato possibile un exploit di questo tipo? La risposta sta nella storia oramai trentennale del movimento biologico italiano. Precisamente è il 1982 quando nasce l’Associazione Italiana Agricoltura Biologica, come “Commissione nazionale cos’è biologico”, con l’adesione dei movimenti dei consumatori, dei coordinamenti regionali e delle organizzazioni dei produttori. L’associazione, che si trasforma in Aiab nel 1988, presenta le prime “Norme italiane di agricoltura biologica”. Da allora il biologico ha attraversato diverse fasi di sviluppo, fino a quella odierna, in cui assume un ruolo di spicco nel mondo dei consumi per diversi motivi. Il primo, il più conosciuto, è l’assenza di prodotti chimici nel processo di produzione e un utilizzo equilibrato dei terreni, che fa bene alla salute dell’uomo e della terra. Diversi studi scientifici internazionali sostengono che i residui di pesticidi che vengono assunti dall’uomo nell’arco della vita, semplicemente ingerendo prodotti coltivati con agricoltura chimica, possono avere effetti sulla salute. Al contrario, il dossier del Fibl (Istituto di ricerche dell’agricoltura biologica) del 2008, basato su centinaia di studi scientifici, dimostra che i pro-

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dotti bio freschi contengono più sali minerali e antiossidanti, benefici per la salute.

Un bene per la salute e la terra Dal punto di vista della salute della “Madre terra”, il biologico non solo garantisce che il terreno eccessivamente sfruttato non si inaridisca fino a diventare improduttivo, ma è la migliore risposta nel mondo della produzione agroalimentare al problema del contenimento dei cambiamenti climatici. Infatti, l’agricoltura bio è il metodo di produzione agricola che produce meno emissioni di gas serra ed è in grado di contenere l’impiego di energie. A questo si aggiunge l’ulteriore beneficio per ambiente, gusto e tasche dovuto alla filiera corta, con le conseguenti ricadute positive sulla freschezza del prodotto, e soprattutto la garanzia di un guadagno più dignitoso al produttore, spesso strozzato dalle logiche dell’agroindustria. Senza contare la possibilità data al consumatore di acquistare a prezzi contenuti, senza il ricarico dei passaggi eliminati. Ulteriore evoluzione rispetto ai Gruppi di acquisto solidale sono i Godo, Gruppi organizzati di domanda e offerta, su cui l’Aiab sta molto puntando. Nei Godo, anche i produttori si organizzano e diventano l’interfaccia completa per le necessità dei consumatori organizzati, facilitando ulteriormente il reperimento dei prodotti.

Coldiretti ha stimato in 3 miliardi di euro i consumi degli italiani in prodotti a chilometri zero grazie a una rete di oltre 63mila imprese agricole, 18mila agriturismi, 500 mercati dida

Come creare o collegarsi a un Gas In Italia i Gruppi di Acquisto Solidale (Gas) “ufficiali” sono 650, ma si calcola che con quelli non registrati la cifra raggiunga il migliaio. Ogni Gas ha una storia e una sua realtà specifica, e non esiste un modello unico. Per crearne uno serve un gruppo di persone e un’idea per farlo funzionare: un progetto. Le motivazioni sono disparate, ma da ricondurre tutte alla ricerca di modelli di alimentazione e consumo sani, rispettosi dell’ambiente e della società. È meglio inizialmente essere in pochi per rodare bene le attività. A partire dalle esigenze di ciascuno, si definiscono i prodotti da ordinare, e subito dopo si cerca di individuare i produttori partendo dalle caratteristiche richieste che in genere sono: piccola dimensione, prossimità, certificazioni, rispetto dell’ambiente e dei lavoratori, fiducia e conoscenza diretta, tecnologie appropriate, qualità dei prodotti rispetto al prezzo, la praticità delle consegne, l’adesione del produttore al progetto e molto altro. Da costruire, anche tramite visite e momenti di condivisione, è la fiducia reciproca fra consumatori e produttori stessi. Cruciale è l’organizzazione dei ruoli all’interno dei gas: l’impegno è molto, quanto l’entusiasmo, e per non esaurirli è importante organizzare bene le attività. Per informazioni: www.retegas.org.

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Quale sovranità alimentare per l’Italia? di Laureato in Agraria, esperto presso la Fondazione Diritti Genetici, attualmente responsabile dei progetti “Codex Alimentarius” e “Mangimi liberi da ogm”, Luca Colombo è uno dei punti di riferimento per chiunque si occupi di temi come il diritto al cibo e l’agricoltura. Abbiamo analizzato insieme a lui i limiti e le potenzialità della sovranità alimentare nel nostro paese. Luca, quali sono in sintesi peso e ruolo del sistema agroalimentare italiano nel panorama europeo e internazionale? Il sistema agroalimentare italiano, visto in termini meramente economici, rappresenta, in termini di Pil, il secondo settore economico dopo il metalmeccanico. Occupa alcuni milioni di persone e fa leva sulla metà del territorio italiano (15 milioni di ettari sono investiti dal settore primario. L’Europa è la maggiore potenza agroalimentare del mondo e contende la leadership sulle esportazioni agli Usa, essendo il commercio agricolo internazionale un “affare” dominato dalle nazioni occidentali, quelle che da molto tempo proclamano il progressivo slittamento verso l’industria e il terziario avanzato, ma che mantengono posizioni di dominio anche nel primario. Nel caso europeo, però, molta della leadership economica e produttiva nel settore si mantiene su uno sfruttamento delle terre di paesi terzi da cui importiamo derrate strategiche, in primis sostanze oleose (come soia e palma da olio) destinate dida

ad alimentare ipertrofici allevamenti zootecnici. Questa situazione, un po’ dopata, di egemonia sul

Bio, attenzione alle nuove etichette Dal 1 luglio è entrata in vigore la nuova etichettatura del biologico europeo che va nella direzione di fornire al consumatore un’ulteriore prova dell’affidabilità della produzione biologica. Adesso i prodotti biologici commercializzati nell’Unione europea rappresentano l’unico settore agroalimentare in cui è obbligatorio indicare la provenienza delle materie prime. Concretamente cambieranno alcune cose: insieme al nuovo logo europeo, rappresentato da una foglia stilizzata composta da stelle bianche su sfondo verde, i prodotti dovranno indicare “Agricoltura Ue”, nel caso gli ingredienti siano tutti provenienti dal territorio europeo, e “Agricoltura non Ue”, nel caso in cui siano importati da paesi terzi. Quando invece il prodotto è fatto con ingredienti misti, l’etichetta reca “Agricoltura Ue/Non Ue”. Nel caso in cui tutte le materie prime del prodotto provengano dallo stesso paese, si può sostituire la dicitura “Agricoltura Ue”, con quella della nazione. I consumatori potranno dunque acquistare con tutta serenità prodotti bio italiani al 100%, laddove vedranno la dicitura “Italia”. I prodotti con il vecchio logo (la spiga di grano sul fondo blu) si potranno trovare in giro ancora fino al 1 luglio 2012, se etichettati prima dell’entrata in vigore della nuova regolamentazione. Per informazioni aggiuntive è possibile scaricare la guida dell’Aiab “Documento per facilitare la comprensione e l’attuazione dell’etichettatura nei prodotti biologici all’interno dell’Unione Europea”. Info su www.aiab.it.

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mercato agroalimentare conferisce all’Europa una posizione arrogante, sulla difensiva, nei negoziati internazionali sul commercio, pur nella tentazione di avanzare concessioni a scapito del settore primario per ottenere vantaggi per altri settori economici o finanziari. In questo contesto l’Italia sembra schiacciata su una posizione di mera difesa delle sue eccellenze contro l’agropirateria, perdendo di vista la difesa di un intero sistema di produzione e consumo che guardi a un bacino di 60 milioni di abitanti che in gran parte aspirano a prodotti freschi, genuini, locali e privi di residui antiparassitari. Sovranità alimentare in Italia. Quali sono secondo te i limiti e le potenzialità dell’applicazione di questo paradigma ad una realtà come la nostra? I principi della sovranità alimentare hanno validità planetaria. Essere in Italia o in Brasile, come negli Usa o in Mali non ne cambia le ambizioni. Non va pensata dentro uno schema nord-sud: significa autonomia decisionale sulla definizione dei sistemi agrari e alimentari di una comunità, sia questa intesa come stato sovrano, come popolo o come insieme delle famiglie di un territorio; significa poter intervenire nei processi decisionali e confrontarsi con gli operatori privati e con le istituzioni pubbliche per determinare strategie e finalità delle politiche o della ricerca in agricoltura, per garantire sostenibilità sociale e ambientale dei sistemi produttivi, per promuovere redditi remunerativi per i produttori, margini equi per la filiera e prezzi abbordabili per i consumatori. Restano però limiti nel suo riconoscimento fattuale nel contesto italiano che risiedono nelle quattro componenti che ho citato: produttori, filiera, istituzioni e cittadini nel loro complesso. Un’inerzia culturale e politica nel

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dida

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riconoscere e far propri questi principi, una resistenza di settori cruciali del sistema agroindustriale tesa a mantenere un mero approccio di mercato al tema del cibo. Vi è anche una generale arretratezza della politica pur di fronte al moltiplicarsi di crisi che investono frontalmente il settore agroalimentare in termini di perdita di sostentamento dei produttori (il reddito agricolo è pari a circa la metà di quello medio in Italia, un dato tendenzialmente in linea con i valori degli altri paesi europei), dida

ma anche di impatto sull’ambiente e sul clima della filiera, di accesso a un cibo di qualità e sano.. Gli italiani sono un popolo più di consumatori attenti a certi temi che di produttori orientati all’idea della sovranità alimentare. Significa che dobbiamo rassegnarci ad una sorta di “sovranità del consumatore illuminato”? L’attenzione istintiva degli italiani verso il cibo, la sua qualità e origine, la sua capacità aggregativa è un elemento di cui fregiarsi al di là dei cliché. Va valorizzata anche nel quadro dei ragionamenti sulla sovranità alimentare. Molte esperienze di avanguardia ora replicate in altre parti del mondo hanno avuto avvio in Italia: come le esperienze di vendita diretta e di gruppi di acquisto (altrove note come agricoltura sostenuta dalle comunità) che incamerano spesso un’offerta di servizio oltre che di prodotto, elementi che probabilmente caratterizzeranno sempre più l’attività primaria e che bisogna che sfuggano a una logica di monetizzazione imperante. Dobbiamo superare l’idea di un collettivo di illuminati cittadini che vanno a caccia di bravi agricoltori per giungere a un rapporto paritetico e di insieme tra chi produce secondo criteri etici e sostenibili e chi intende consumare nel quadro degli stessi principi, cercando di animare l’aggregazione fra e tra i soggetti. È quella che definirei la sovranità alimentare dal basso.

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Volontari per lo Sviluppo  

La rivista di chi abita il mondo

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