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Poste Italiane S.p.A. - Sped. in abb. post. DL. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n.46) art.1, comma 1 CNS/CBPA/TORINO - gennaio-febbraio 2011- anno XXVII - foto: Simone Perolari

DIRITTO D’ASILO L’imbarazzo dell’Europa

Volontari per lo sviluppo

Haiti: la spartizione delle macerie

VpS La rivista di chi abita il mondo

Il Gandhi del Medioriente

Editoria verde


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Zerozerocinque Non è il nome in codice di un agente segreto, ma lo slogan di una nuova campagna che potrebbe risolvere in un sol colpo 2 dei maggiori problemi attuali: controllare la finanza internazionale e reperire le risorse necessarie per la spesa sociale. Ogni giorno 1.900 miliardi di $ si spostano virtualmente tra le borse del pianeta. Senza controlli né verifiche, senza che nessuno si preoccupi dei loro impatti sulle economie dei paesi oggetto delle transazioni. E senza che alcun sistema fiscale ne faccia oggetto di prelievo. Le transazioni finanziarie sono l’unico comparto dell’economia mondiale non soggetto a tassazione né a monitoraggio. Le organizzazioni della società civile chiedono da anni che si applichi una tassa sui profitti derivanti dalle speculazioni finanziarie. Passata alla storia come Tobin Tax - dal nome del consulente economico di J.F. Kennedy, James Tobin, che poi ha ripudiato la filiazione - oggi la tassazione delle operazioni finanziarie a breve termine a scopo speculativo si sta trasformando da richiesta utopistica di qualche militante ong in un’ipotesi considerata anche da statisti di livello. Convinti da autorevoli economisti, alcuni capi di Stato e ministri dell’Economia la invocano come rimedio ai danni provocati dalla finanza fuori controllo, causa del crollo delle borse mondiali, e quale unica possibilità di reperire le risorse per finanziare il welfare e la cooperazione allo sviluppo. Il ministro Tremonti l’ha citata già un anno fa in un intervento in Parlamento; lo Stability financial board, presieduto dal governatore di Banca Italia Mario Draghi, l’ha messa all’ordine del giorno; Sarkozy e Zapatero l’hanno esplicitamente richiesta all’ultimo vertice Onu sugli Obiettivi del Millennio. Ciò che per anni non è accaduto potrebbe rapidamente avverarsi. Gli esperti mondiali ingaggiati dal governo federale tedesco nel 2005 avevano dimostrato come l’Eurozona potesse applicare una tassazione sulle transazioni speculative (Ttv) senza per questo subire una concorrenza insostenibile da parte di altri sistemi monetari che agiscono in assenza della tassa. Non erano però riusciti a convincere i decisori economici, che hanno continuato ad accettare e a subire gli attacchi speculativi con cui, probabilmente, qualche volta hanno pure fatto affari. “Zerozerocinque” è l’irrisoria aliquota che si propone di applicare alle transazioni speculative e che produrrebbe, secondo l’economista Stephan Schulmeister dell’Australian Institute of Economic Research, un ammontare di 655 miliardi di $ l’anno: cifra sufficiente per il raggiungimento degli Obiettivi del Millennio e, contemporaneamente, per supportare lo stato sociale nei paesi ricchi, oggi smantellato dalle “finanziarie della crisi”. “Zerozerocinque” è lo slogan della campagna promossa da un cartello di associazioni, ong, sindacati e organizzazioni della società civile italiane tra cui anche Focsiv. La Federazione infatti ha ritenuto questa campagna l’ideale prosecuzione di quella da essa promossa nel 2001 (“Tobin Hood: una tassa per lo sviluppo”) con l’adesione di oltre 27 associazioni della società civile. Come l’Italia, sono molti i paesi che si stanno mobilitando sulla Ttv, tanto che l’ultima Assemblea mondiale della Coalizione globale per la lotta alla povertà l’ha inserita tra gli obiettivi strategici del 2011. La campagna “Zerozerocinque” potrebbe essere quella giusta per infrangere il santuario finora inviolabile della grande finanza internazionale.

editoriale

di Sergio Marelli - Segretario Generale Focsiv


VpS n.01/2011

volontariperlosviluppo.it

IN PRIMO PIANO

8 EUROPA BLINDATA L’Ue in guerra contro il diritto d’asilo

VOCI DAL SUD

16 CARA ACQUA La Cina a bocca asciutta

18 DIRITTI OLTRE LE SBARRE I “club giudiziari” dei detenuti in Togo Reportage e notizie dai cinque continenti, progetti di solidarietà, proposte di turismo alternativo, consumo critico e molto altro

COOPERAZIONE

37 RIVOLUZIONE DAL BASSO La Bolivia dei “bagni ecologici secchi”

IL PERSONAGGIO

41 IL GHANDI DEL MEDIORIENTE Mustafa Barghouti, medico e leader della nonviolenza

PERCORSI PIONIERI

45 LIBRI EVERGREEN La top ten degli editori sostenibili

PERCORSI CREATIVI

51 CIAK SI VIVE!

I registi De Serio, cineasti per il sociale

PERCORSI DI RICERCA

54 L’ERA DELLA MIGRAZIONE Protagoniste le nuove famiglie transnazionali


Rubriche

6 @ Volontari 13 Da non perdere 14 Mondo news 28 Volontari cercasi 40 Osservatorio cooperazione 48 Altroturismo 50 Attivati 57 Il mondo in pellicola 58 Multimedia 60 Cose buone dal mondo 62 L’esperto risponde

Reportage 22 Nuovo Sudan, vecchi privilegi L’indipendenza come mezzo per il controllo del petrolio

Dossier 29 HAITI, L’ANNO DELL’APOCALISSE Il paese che vive “sotto tutela” degli Stati stranieri

Pianeta blu

VpS Larivistadichiabitailmondo

L’acqua è il filo conduttore di questo numero. Nel 2050 si stima che 4 miliardi di persone non avranno acqua potabile. Fatto gravissimo perché favorisce le emergenze sanitarie (come il colera, vedi “Dossier” Haiti). La risorsa scarseggia per motivi climatici, di espansione urbana, di inquinamento. Ma anche a causa di politiche di privatizzazione e di speculazione sui prezzi dei servizi idrici, a scapito delle fasce povere della popolazione (vedi “Voci dal Sud”, il caso Cina). Ovunque la società civile tenta di tutelare questa risorsa attraverso pratiche di uso sostenibile e campagne di sensibilizzazione (vedi “Cooperazione”, il caso Bolivia), anche perché gli interventi dall’alto non paiono risolutivi, come ha mostrato l’ultima Conferenza Onu sul clima tenutasi a fine 2010 a Cancun (vedi “Osservatorio Cooperazione”). Intanto in Italia, dove il diritto all’acqua è sancito dalla Costituzione, il Forum dei movimenti per l’acqua chiede che nel 2011 sia indetto un referendum per difendere questo diritto dalle privatizzazioni.


In primo piano

Europa blindata di Maurizio Dematteis. Foto Simone Perolari

Un accordo europeo e un esercito che fa uso di mezzi militari avanzati e sofisticati sistemi elettronici di sorveglianza da un lato. Diritti negati e 16 mila morti dall’altro. Sono le due facce di uno stesso fenomeno, visto da Nord e da Sud: una vera e propria guerra non dichiarata al diritto d’asilo. «L’Europa, nel senso dei decisori, dei governi, dei politici, ha deciso che uno dei diritti fondamentali riportato su tutte le carte internazionali e su cui basa la propria identità e civiltà giuridica, è diventato imbarazzante in termini di consenso. Si tratta del diritto d’asilo che apre le porte, sempre secondo i decisori, a una difficoltà di controllare i flussi migratori» è la tesi del giornalista e scrittore Luca Rastello, che nel suo ultimo libro “La frontiera addosso” (Laterza 2010), raccoglie centinaia di storie di diritti violati dei richiedenti asilo in Europa. Ma il diritto d’asilo non si può negare esplicitamente. E’ un diritto umano fondamentale definito già all’art. 14 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del ‘48: chiunque ha diritto di cercare e godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni. E lo status di “rifugiato” è riconosciuto, secondo il diritto internazionale sancito dall’art. 1 della Convenzione di Ginevra del ‘51. Come potrebbero dunque i paesi europei negare tale diritto? Questa è proprio l’originalità del libro di Rastello, che mettendo insieme le tessere del puzzle disegna i contorni di un vero e proprio sistema internazionale, dotato di esercito, soldati e accordi ufficiali, per violare sistematicamente il diritto internazionale.

Storie quotidiane Roma, 9 dicembre 2009. Poche righe d’agenzia raccontano dell’ennesima emergenza freddo: il corpo di un “barbone” viene rinvenuto congelato su un marciapiede all’angolo fra via Principe Eugenio e piazza Vittorio. L’uomo, 52 anni, pakistano, si chiamava Mohammed e veniva raccontato come uno dei tanti “invisibili” che la nostra società spesso costringe a vivere ai margini. In realtà Mohammed Muzzafar Alì non era affatto “un invisibile”, era conosciuto da tante persone come Shere Khan, la tigre. Mohammed era un leader nel movimento antirazzista e un punto di riferimento dei rifugiati nel nostro paese. Si batteva perché a chi era dovuto fuggire fossero riconosciuti qui i diritti che nei paesi d’origine gli erano negati. Aveva dato vita all’Uawa, unione dei lavoratori asiatici, che raccoglie afgani, pakistani, bengalesi, indiani, cinesi, cingalesi. Insieme a don Luigi Di Liegro, il padre fondatore della Caritas italiana, aveva guidato la storica occupazione della Panzanella negli anni 90, quando 3.000 persone si erano opposte alla segregazione e avevano occupato un luogo dove non morire di freddo. E’ morto in una notte d’inverno nel nostro paese. In attesa del verdetto sulla domanda d’asilo che da anni aveva presentato alla commissione territoriale romana. Altro luogo, altra storia: siamo a Torino, nel luglio 2009, nello storico quartiere operaio San Paolo. 500 persone provenienti da paesi lontani, tra cui molte mamme con bambini, attendono che un gruppo di giovani dei centri sociali cittadini forzino la porta dell’ex clinica abbandonata San Paolo per trovare un riparo. Non c’è acqua corrente, l’elettricità va e viene, alcune famiglie hanno trovato alloggio in stanze più piccole, ma la maggior parte dorme in stanzoni dove i letti, sfondati e impolverati, sono troppo pochi. Quando un gruppo di volontari inizia il censimento per distribuire i buoni-doccia concessi dal Comune, quasi scoppia la rivolta: 4 buoni a testa per un intero mese, il mese più caldo dell’anno. I 500 non sono clandestini. Non sono neppure richiedenti asilo. Sono rifugiati. Somali, etiopi, eritrei, in fuga da guerre e dittature. Tutti titolari di una protezione internazionale, molti dello status di rifugiato politico, alcuni di protezione sussidiaria o umanitaria. Sono persone che, sulla carta, avrebbero diritto ad accedere ai principi della Convenzione di Ginevra. Costrette a vivere nella fatiscente e pericolante Clinica San Paolo perché nessuno offre loro un’alternativa. Scoppia lo scandalo, la metropoli aspirante capitale del terziario avanzato non trova di meglio che offrire ai malcapitati 8


Il diritto d’asilo definito all’art. 14 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo non può essere negato esplicitamente. Ma secondo i decisori dell’Ue, esso renderebbe difficoltoso il controllo dei flussi migratori, dunque si deve provvedere in qualche modo…


Frontex: un esercito con 89 motovedette, 24 navi pesanti, 25 elicotteri, 22 aeroplani militari e voli charter civili per i rimpatri come prospettiva futura un fantomatico “Centro di accoglienza straordinaria in via Asti”, una ex caserma dismessa di un quartiere “bene” della città, che il Comune, bontà sua, si impegna a ristrutturare. Ma a questo punto succede l’impensabile: molti degli abitanti del quartiere, dai progressisti ai conservatori, si oppongono all’“operazione umanitaria” per paura che i nuovi arrivati possano guastare la loro oasi di pace, il loro tranquillo e “borghese” quartiere, dove “quasi tutti si conoscono e la gente si saluta ancora per strada”.

Guerra al diritto «La scelta dell’Europa è di enunciare il diritto di asilo teoricamente ai massimi livelli possibili» riprende Rastello, «e di fargli guerra nella pratica». Una guerra che si traduce ad esempio nella cintura realizzata dall’agenzia Frontex (vedi box), che è un vero esercito, con navi, aerei, uomini, armi e reparti speciali. Con il compito di tenere fuori la gente ed evitare che “lo straniero” arrivi sul territorio comunitario a esercitare, eventualmente, il proprio diritto a richiedere asilo. «È in corso una vera e propria guerra al diritto d’asilo. E questa guerra fa danni collaterali, come li chiamano i militari. Cioè

In apertura: raccoglitori di pomodori clandestini in Sicilia.. Sotto: un ragazzo subsahariano attende di scavalcare la rete che divide il Marocco da Melilla, enclave spagnola in terra africana. Ancora sotto: un rifugiato a Melilla lava le auto nei parcheggi. Pagina accanto: sede della Caritas di Trapani che ospita clandestini, sbarco di africani nel porto di Lampedusa e rifugiato di un centro di permanenza spagnolo. Pagina seguente: resti di naufraghi nel “cimitero delle carrette dei mari” di Lampedusa e un centro d’identificazione di minori immigrati, sempre nell’isola siciliana.

Frontex L’Agenzia europea per la gestione della cooperazione internazionale alle frontiere esterne degli Stati membri dell’Ue, in breve Frontex, con centro direzionale a Varsavia, coordina il pattugliamento delle frontiere esterne aeree, marittime e terrestri degli Stati Ue e l’implementazione di accordi con i paesi confinanti per la riammissione dei migranti respinti lungo le frontiere. Fondata con decreto del Consiglio d’Europa 2007/2004, l’agenzia ha iniziato a operare dal 2005. Sulle sue attività hanno espresso critiche associazioni della società civile impegnate sui temi dell’immigrazione, come Amnesty International e l’European Council for refugees and exiled. La critica principale riguarda i respingimenti di potenziali rifugiati politici in paesi terzi non sicuri. Persone cui è impedito mettere piede sul territorio comunitario ed esercitare il diritto alla domanda di asilo politico. I dati ufficiali della Commissione Libe del Parlamento europeo segnalano che dei circa 300 mila cittadini non comunitari intercettati o respinti nel 2008 da Frontex, il 46% è stato fermato lungo le frontiere terrestri, il 32% in mare, il 22% negli aeroporti. Nello stesso anno le forze coordinate da Frontex hanno intercettato 82.600 persone in ingresso via terra in Grecia (da Albania, Macedonia e Turchia), Bulgaria (dalla Turchia) e Cipro (dalla parte turca dell’isola). E ne hanno respinte 56.300, sempre via terra, alla frontiera svizzera, al confine tra Slovenia e Croazia, tra Ucraina e Polonia, Slovacchia e Ungheria, e alla frontiera tra Moldova e Romania. Negli aeroporti sono state respinte 66.500 persone.

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i morti alle frontiere. I respinti che non riescono ad arrivare in Europa né a tornare indietro» spiega Rastello. Persone che, secondo il censimento di Fortress Europe (vedi box nella pagina seguente), la fonte più attendibile a livello comunitario, in 10 anni sono almeno 16 mila. Limitandosi a quelle che è stato possibile individuare. «Una strage spaventosa su cui si esercita sistematicamente la rimozione, su cui la scelta collettiva è volgere lo sguardo altrove. Non voglio paragonarla alle grandi tragedie del XXI secolo, ma è un fenomeno che può degenerare, una situazione che, nelle modalità con cui si sta realizzando, ha qualcosa di goebbelsiano».

Eserciti e respingimenti Il 9 luglio 2010 le agenzie battono la seguente notizia: “Il governo italiano dovrebbe offrire immediatamente accoglienza ad almeno 11 eritrei che aveva respinto, in precedenza, in Libia, dove ora sono detenuti con la minaccia di deportazione in Eritrea”. E’ la denuncia di Bill Frelick, direttore del Refugee program di Human Rights Watch, che sottolinea come la Marina italiana avesse impedito a questi eritrei di raggiungere il nostro paese via mare, respingendoli sommariamente in Libia senza dar loro la possibilità di richiedere asilo. In realtà l’operazione si inserisce in un programma sovranazionale, la missione navale congiunta di Frontex fra Italia, Malta, Francia, Germania, Spagna e Grecia denominata Nautilus III. Uno dei

Il libro “La frontiera addosso”, edito nell’ottobre 2010, è un’agile guida per i diretti interessati ma anche una forte denuncia nei confronti della politica sull’asilo dell’Unione europea. Riferisce i soprusi, analizza i flussi di immigrazione e racconta la storia di decine di disperati raccolte dall’autore insieme alla sua redazione. Nella seconda parte del volume vengono presentati i dati sul fenomeno a livello italiano ed europeo, insieme alla sistematizzazione di una serie di informazioni utili ai richiedenti asilo e a chi lavora insieme a loro. Luca Rastello, La frontiera addosso. Così si deportano i diritti umani, Laterza 2010, pp. 280, 12,80 euro

In primo piano

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tanti nomi fantasiosi, mitologici, che evocano scenari da film delle operazioni di Frontex: Poseidon, Minerva, Saturn, Chronos, Juppiter. Nomi a volte minacciosi come Hammer, Viking, a volte ingannevolmente morbidi come Rabit. Operazioni portate avanti da una flotta di 89 motovedette, 24 navi pesanti, 25 elicotteri, 22 aeroplani militari, più voli charter civili a disposizione per i rimpatri con scalo nei vari Stati membri. Un sistema permanente di pattugliamenti congiunti delle frontiere esterne all’Ue: marittimi, aeroportuali e terrestri. Un grande meccanismo che fa uso di mezzi militari avanzati e sofisticati sistemi elettronici di sorveglianza. “È l’esercito allestito per una guerra mai dichiarata e però intensamente combattuta, dove i caduti sono migliaia, ma si contano da una sola parte”, sottolinea Luca Rastello nel suo libro. Si tratta di un apparato efficace, lo dimostrano le cifre sugli sbarchi fornite quest’anno da Gell Arias Fernandez, vicedirettore di Frontex: in Italia tra gennaio e agosto 2010 c’è stato un “drastico calo” degli ingressi illegali nell’ordine del 72% sullo stesso periodo del 2009. Ma è un’efficacia che si traduce in molti casi di negazione anche solo della possibilità di fare richiesta d’asilo, esponendo le vite dei potenziali richiedenti a rischi mortali. Ben documentati dal lavoro quotidiano di Daniele Del Grande attraverso il suo osservatorio on line sulle vittime dell’immigrazione verso l’Europa, Fortress Europe. Che in quattro anni di lavoro, attraverso la raccolta di migliaia di articoli della stampa internazionale, ha documentato la morte certa di 15.638 persone. Migliaia di persone che dall’88 hanno tentato di espugnare la “fortezza Europa”, un miraggio da raggiungere per tentare di avere una vita migliore per sé e le proprie famiglie. Perdendo la vita.

15.638: i morti dall’88 nel tentativo di espugnare la “fortezza Europa”, un miraggio da raggiungere nella speranza di una vita migliore

Fortress Europa Fortress Europe è un osservatorio on line sulle vittime dell’immigrazione verso l’Europa. Si tratta di una rassegna stampa che dall’88 a oggi fa memoria delle vittime della frontiera: 15.638 morti documentate sulla stampa internazionale, tra cui 4.255 dispersi. Il sito è tradotto in sedici lingue e riceve circa 15.000 visite al mese. Secondo i dati dell’osservatorio, nel Mar Mediterraneo e nell’Oceano Atlantico verso le Canarie sono annegate 8.354 persone tra migranti e rifugiati negli ultimi vent’anni. Metà delle salme (4.255) non sono mai state recuperate. Nel Canale di Sicilia tra la Libia, l’Egitto, la Tunisia, Malta e l’Italia le vittime sono state 2.514, tra cui 1.549 dispersi. Altre 70 persone sono morte navigando dall’Algeria verso la Sardegna. Lungo le rotte che vanno dal Marocco, dall’Algeria, dal Sahara occidentale, dalla Mauritania e dal Senegal alla Spagna, puntando verso le isole Canarie o attraversando lo stretto di Gibilterra, sono morte almeno 4.127 persone di cui 1.986 risultano disperse. Nell’Egeo invece, tra la Turchia e la Grecia, hanno perso la vita 895 migranti, tra cui 461 dispersi. Infine nel Mare Adriatico, tra l’Albania, il Montenegro e l’Italia, negli anni passati sono morte 603 persone, di cui 220 sono disperse. Inoltre, almeno 597 migranti sono annegati sulle rotte per l’isola francese di Mayotte, nell’oceano Indiano. Il mare non si attraversa soltanto su imbarcazioni di fortuna, ma anche su traghetti e mercantili, dove spesso viaggiano molti migranti, nascosti nella stiva o in qualche container. Ma anche qui le condizioni di sicurezza restano bassissime: 146 le morti accertate per soffocamento o annegamento.

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Da non perdere

a cura di Elena Poletti

Lontani & vicini Intercultura al cinema

La Cineteca di Bologna propone, all’interno dei percorsi dedicati alle scuole medie inferiori e superiori, un ciclo di proiezioni su “Intercultura e scuola”: film e documentari rappresentativi della ricchezza interculturale, per sviluppare un atteggiamento di fiducia negli altri e migliorare la società in cui si vive. Tra le proiezioni: “Sotto un Celio azzurro” di Edoardo Winspeare, il 17 febbraio; “La sospensione” di Matteo Musso, il 22 febbraio; “A scuola” di Leonardo Di Costanzo il 16 e 22 marzo. Info: www.cinetecadibologna.it

Studi di genere

Clown di corsia

Corpi migranti

Il 10-12 febbraio si terrà a Torino il convegno “Www. World Wide Women. Globalizzazione, generi, linguaggi” organizzato dal Centro interdisciplinare di ricerche e studi delle Donne dell’Università di Torino, per favorire uno scambio interculturale e interdisciplinare. Ricercatori e ricercatrici saranno chiamati a confrontarsi su tematiche di estrema attualità, come la globalizzazione, l’incontro di culture, il transculturalismo, il superamento dei confini nazionali, la migrazione, i linguaggi, lo sviluppo economico. Info:www.cirsde.unito.it

L’associazione Viviamo in Positivo organizza periodicamente corsi di clownterapia, rivolti a potenziali volontari, ma anche a chi può interessarsi di questa materia per motivi di lavoro o studio. I prossimi appuntamenti sono: a Padova e Sassari dal 4 al 6 febbraio; a Reggio Emilia e Udine dal 18 al 20 febbraio; a Bari dal 25 al 27 febbraio. Info: www.clownterapia.it

La Fondazione Nigrizia onlus allestisce fino a maggio, presso il Museo Africano di Verona, la mostra fotografica “Corpi migranti” sul tema dell’immigrazione in Italia. La mostra racconta la storia, i sogni, la realtà di persone che nel corso del viaggio in cui si allontanano dal paese d’origine perdono l’identità di esseri umani e diventano appunto “corpi”. Attenzione soprattutto alle giovani generazioni, chiamate a confrontarsi con un fenomeno che sta cambiando gli assetti della società italiana ed europea. Info: www.nigrizia.it

Prosegue fino a fine febbraio “Mondi lontani, mondi vicini”, rassegna del Centro Interculturale di Torino che attraverso film di registi italiani e stranieri riconosciuti a livello internazionale offre un’importante opportunità per esplorare ambiti intellettuali, creativi, artistici, affrontando temi di educazione interculturale. Tra le prossime proiezioni: “African time, voci africane a Torino” di Corrado Ianelli e “I gatti persiani” di Bahman Ghobadi il 24 febbraio. Info: www.comune.torino.it/ intercultura

Project cycle management Si svolge dal 18 febbraio al 18 marzo, a Milano, il corso in Project cycle management tenuto da Ispi in collaborazione con Celim e Cisv. L’obiettivo è fornire gli strumenti idonei per fare una pianificazione strategica, individuare un bando, scrivere un progetto, ottenere un finanziamento, gestire la sua messa in opera e valutarne l’impatto. Nell’ultimo dei quattro moduli proposti è prevista un’esercitazione pratica che servirà a riepilogare le conoscenze acquisite attraverso la valutazione critica di alcuni documenti di progetto presentati dall’ong Celim. Info: www.ispionline.it 13


Reportage

NUOVO SUDAN, VECCHI PRIVILEGI di Emanuele Fantini da Juba


Fondi nazionali che non arrivano a scuole ed enti locali, pochi insegnanti mal pagati. In Sud Sudan la gente chiede istruzione, cliniche e posti di lavoro. Ma gli ex militari al potere danno priorità al controllo del territorio e del petrolio. Con l’alibi, almeno fino al referendum di gennaio, dell’ingerenza di Karthoum.


«Non sempre è facile trovare otto alberi abbastanza grandi e alla distanza giusta per ospitare tutte le classi di una scuola primaria» provoca Deng Kongor, direttore generale del Ministero dell’Istruzione dello Stato dei Laghi. In Sud Sudan solo uno studente su dieci segue le lezioni in un’aula. Gli altri ogni mattina arrivano a scuola trasportando una sedia di plastica in testa e la sistemano all’ombra di un albero, insieme ad almeno 50 compagni.

INSEGNANTI DI FORTUNA Nel 2005, all’indomani degli accordi di pace che hanno messo fine alla ventennale guerra civile tra il governo di Khartoum e i ribelli del Sudan people liberation movement, chi era arrivato al quinto o sesto anno si è improvvisato maestro e oggi insegna nelle classi dei primi anni. «Quest’anno riceviamo solo l’80% dello stipendio, 230 sterline sudanesi (circa 70 euro, ndr). Spesso in ritardo» denuncia Gabriel, insegnante alla scuola primaria di Abinajok. «Con un salario così è impossibile arrivare a fine mese, soprattutto per le insegnanti donne - pochissime - che devono anche badare ai figli e alla casa. Ho appena fatto domanda per entrare in polizia. Lì almeno la paga base è 300 sterline. Solo chi non ha alternative resta qui a insegnare» dice in un inglese sgrammaticato, benché sia la lingua ufficiale d’insegnamento. La volontà di emanciparsi da Khartoum ha spinto il governo semi-autonomo del sud, con capitale a Juba, ad abbandonare l’arabo, lingua in cui sono stati formati i pochi insegnanti qualificati, ma troppo connotata con l’Islam e il dominio del nord. Ma costruire dal nulla un sistema d’istruzione nazionale non è facile, soprattutto in assenza di personale qualificato. L’amministrazione creata all’indomani degli accordi del 2005 è composta sostanzialmente da militari ed ex combattenti. Quando parla di “dividendi della pace”, la gente comune si aspetta scuole, cliniche e posti di lavoro. Mentre le priorità dell’élite restano sicurezza e controllo del territorio. Soprattutto negli ultimi mesi, quando la tensione politicomilitare con il governo centrale è tornata a crescere in vista del referendum del 9 gennaio con cui il sud è stato chiamato a scegliere sull’indipendenza da Khartoum.

DISARMO A RILENTO Le costruzioni più nuove, i recinti più solidi, sono quelli delle caserme di esercito e polizia. O delle ville dei generali dell’Splm. Le reclute nelle loro nuove uniformi presidiano i centri abitati, mentre lungo le strade si moltiplicano posti di blocco più o meno autorizzati. I programmi di disarmo e reinserimento degli ex combattenti procedono a rilento. E non potendo trovare lavoro in un’economia ancora asfittica, i giovani si arrangiano con l’unica formazione che hanno ricevuto, quella delle armi. Per i pastori e allevatori dinka, il gruppo etnico più numeroso, le mucche non rappresentano solo un sostentamento, ma anche uno status symbol. E i cattle camp sono un rito di passaggio e un luogo di socializzazione giovanile che incrocia e ostacola il percorso scolastico ufficiale. Spesso i ragazzi spariscono da scuola. Inviati dalla famiglia a badare al bestiame, vivono per vari mesi l’anno con i loro coetanei nei cattle camp. Le poche ragazze che vanno a scuola, invece, attorno ai 12-13 anni vengono date in sposa: una moglie giovane, forte e bella arriva a costare più di 100 vacche.

Uno studente su 10 segue le lezioni in aula, gli altri ogni mattina arrivano portandosi una sedia che sistemano sotto un albero. Gli unici edifici nuovi sono le caserme 24


Reportage

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FAIDE, BUOI E GANG L’aumento del costo della dote è tra i motivi del moltiplicarsi di razzie e furti di bestiame, che innescano lotte e faide tra clan. Ma la crescente violenza di questi episodi è anche spia del vuoto di prospettive che la guerra civile ha lasciato alle nuove generazioni: badare alle mucche e averne sempre di più diventa per molti giovani l’unico orizzonte immaginabile. «Dopo tutti questi anni di guerra la formazione professionale e l’educazione sono indispensabili per ricostruire il paese e offrire qualche opportunità per il futuro» spiega Maurizia Sandrini, rappresentate paese di Cefa, ong che promuove la sicurezza alimentare nello Stato dei Laghi attraverso la formazione degli agricoltori, l’introduzione di nuove tecniche di coltivazione e il sostegno a orti comunitari e scolastici. «Nel deserto di risorse umane e materiali del Sud Sudan, anche organizzare un piccolo orto scolastico si trasforma in un’impresa». Una volta avviato però riesce a fare la differenza, garantendo alle comunità un minimo di reddito per mandare avanti la scuola e un po’ di cibo per la mensa. Proprio per garantire sicurezza alimentare alla popolazione, stremata da decenni di guerre, e dipendente in toto dagli aiuti umanitari, il Cefa ha pensato di creare “Solidarietà 2015. From Seed to Food”. Un ambizioso progetto che vuole creare sinergia tra profit e no profit coinvolgendo imprenditori e istituzioni. Le best practice che si creeranno saranno presentate all’Expo 2015 di Milano, visto anche l’entusiasmo incontrato quest’anno durante la presentazione del progetto stesso all’Expo di Shangai. (per info: www.cefaonlus.it)

REFERENDUM E PETROLIO Sono soprattutto le mamme a farsi carico della gestione. Per loro si sono organizzati corsi di formazione e alfabetizzazione: «Che soddisfazione sentirle contare in inglese i prodotti e i ricavi della vendita,

In apertura: parata di un

ma soprattutto sensibilizzare le altre donne del villaggio sull’importanza dell’istruzione, in particolare

plotone di militari

per le ragazze» dice Maurizia. Una sensibilità che purtroppo fatica a farsi largo nella popolazione,

dell’Splm, il Sudan

soprattutto in questo momento in cui tutte le risorse e attenzioni sono concentrate sul referendum. Le

people liberation

scuole hanno chiuso con un mese di anticipo per permettere agli insegnanti di registrarsi nei villaggi

mouvement ribelle a

d’origine. «Una delle scuole che sosteniamo, come molte altre, è stata occupata da militari che la uti-

Khartoum. Nelle pagine

lizzano come dormitorio e hanno saccheggiato e distrutto l’orto della comunità. Insegnanti e genitori

che precedono: scuole

che hanno protestato sono stati picchiati».

all’aperto e orti

Nessuno nutre dubbi sull’esito del referendum: l’indipendenza del Sud Sudan e la nascita di un nuovo

scolastici. Risultato dei

Stato africano. Le élites di Khartoum e Juba alternano negoziazioni politiche e minacce di escalation

lavori dell’ong Cefa (Foto

militare per affrontare i nodi ancora da sciogliere: la demarcazione del confine e la spartizione delle

archivio Cefa).

risorse petrolifere che lì si concentrano, e oggi rappresentano il 98% delle entrate del Sud Sudan. L’incognita principale riguarda proprio la gestione di questa ricchezza nel nuovo Stato: l’autodeterminazione del paese si tradurrà in un’equa distribuzione tra generazioni e gruppi etnici diversi, o nella replica da parte dell’élite delle pratiche di accumulazione e sfruttamento di cui ha sempre accusato il governo di Khartoum?

Reportage

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AAA volontari cercasi InformarVI il servizio informativo di Volontari nel mondo – FOCSIV, gestisce la ricerca di risorse umane per attività di

cooperazione internazionale attraverso un’apposita Banca Dati Volontari Internazionali. Ad essa è collegato il Servizio Selezione dei candidati Volontari Internazionali della Federazione. Info: tel. 06/6876706 - www.focsiv.it

Nel caso di ricerche con un codice di riferimento è necessario, inviando la tua candidatura, specificare nell’oggetto del messaggio il codice!

Codice: 600/11 CAPO PROGETTO Dove: Mozambico Durata: 1 anno rinnovabile Disponibilità: immediata Settore: sanità di base e riabilitazione Requisiti: laurea in fisioterapia, medicina o gestione di programmi sanitari, esperienza pluriennale nei pvs e nella gestione di programmi sanitari di base, con particolare riferimento al controllo della lebbra. Capacità di elaborare proposte progettuali (studio di fattibilità ed elaborazione del documento di progetto in base alle linee guida di Mae e Ue). Ottima conoscenza del portoghese e buone competenze informatiche. Preferenziale: precedente esperienza in Mozambico. Contratto: privato Info: tel. 06/6876706 E-mail: informarvi@focsiv.it 28

Codice: 601/11 CAPO PROGETTO Dove: Guinea Bissau Durata: 1 anno rinnovabile Disponibilità: immediata Settore: salute riproduttiva Ruolo: gestione delle attività del progetto, monitoraggio e valutazione. Gestione del budget, rafforzamento delle competenze dei partner locali nella pianificazione e gestione attività. Requisiti: laurea in medicina con specializzazione in salute pubblica, esperienza nella gestione di programmi di salute riproduttiva e materno-infantile. Capacità di elaborare proposte progettuali (studio di fattibilità ed elaborazione del documento di progetto in base alle linee guida di Mae e Ue). Ottima conoscenza del portoghese e competenze informatiche. Preferenziale: precedente esperienza in Guinea Bissau. Contratto: privato Info: tel. 06/6876706 E-mail: informarvi@focsiv.it

Codice: 602/11 INFERMIERA OSTETRICA Dove: Guinea Bissau Durata: 1 anno rinnovabile Disponibilità: immediata Settore: salute riproduttiva Ruolo: gestione delle attività di educazione sanitaria a livello comunitario e di formazione del personale locale, redazione di rapporti tecnici sulle attività, acquisto e gestione di attrezzature mediche e materiale sanitario. Requisiti: laurea in scienze infermieristiche con specializzazione in ostetricia, esperienza nella gestione di attività di educazione sanitaria a livello comunitario e di formazione del personale locale nell’ambito di programmi di salute riproduttiva e materno-infantile. Ottima conoscenza del portoghese e competenze informatiche. Preferenziale: precedente esperienza in Guinea Bissau. Contratto: privato Info: tel. 06/6876706 E-mail: informarvi@focsiv.it

Codice: 603/11 COORDINATORE PAESE Dove: Burundi Durata: 1 anno rinnovabile Disponibilità: immediata Ruolo: coordinamento delle attività dell’organizzazione nel paese ed elaborazione dei rapporti trimestrali, gestione dei rapporti con i finanziatori, le autorità locali e le altre istituzioni, consolidamento della presenza dell’ong nel paese mediante l’identificazione di nuove opportunità progettuali, supporto ai capi progetto nella gestione dei budget dei singoli progetti. Requisiti: esperienza nella gestione progetti di cooperazione nei pvs finanziati dall’Ue e nell’identificazione, istruzione e redazione di progetti. Almeno tre anni di esperienza in Africa, ottima conoscenza del francese. Contratto: privato Info: tel. 06/6876706 E-mail: informarvi@focsiv.it

In Italia: CENTRO INTERNAZIONALE CROCEVIA cerca: INTERPRETE Dove: Roma Durata: 3 mesi Disponibilità: immediata Attività: interpretariato in occasione dell’VIII Festival della Biodiversità Requisiti: ottima conoscenza di inglese, e/o francese, e/o spagnolo, e/o portoghese. Info: tel. 06/72902263 E-mail: crocevia@croceviaterra.it STAFF ORGANIZZATIVO

Dove: Roma Durata: 3 mesi Disponibilità: immediata Attività: supporto nell’organizzazione dell’VIII Festival della Biodiversità Requisiti: conoscenza di inglese, e/o francese, e/o spagnolo, e/o portoghese. Info: tel. 06/72902263 E-mail: crocevia@croceviaterra.it


Haiti, l’anno dell’apocalisse di Marco Bello e Alessandro Demarchi da Port-au-Prince

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Un milione e 300 mila persone sono ancora senza casa, il 95% delle scuole di Port-au-Prince inagibili, 40 ospedali pubblici gravemente danneggiati


Haiti, l’anno dell’apocalisse A un anno dal sisma che ha mietuto oltre 300.000 vittime, mentre nel paese infuria l’epidemia di colera e i brogli elettorali inquinano la vita politica, appare sempre più evidente come gli aiuti per il terremoto siano un pretesto, per alcuni Stati “amici”, per mettere Haiti sotto tutela. Con il benestare del governo, contestato con forza dalla società civile. È già trascorso un anno dal terribile sisma del 12 gennaio 2010. Un bilancio, mai chiuso, parla di 300.000 vittime, probabilmente una stima per difetto. Circa 200.000 case sono state distrutte o danneggiate. Port-au-Prince, la capitale, ha perso il 95% delle scuole, e 8 complessi universitari statali su 11 sono inagibili. Almeno quaranta ospedali pubblici hanno subito gravi danni. Centinaia di vittime del terremoto sono morte per mancanza di cure, mentre il numero di amputati è incalcolabile. Un milione e 300.000 persone hanno perso la casa o non vogliono farvi ritorno: vivono in accampamenti di fortuna allestiti nelle piazze, nei campi sportivi o in qualsiasi spazio libero. La maggior parte degli edifici pubblici, governativi e religiosi sono crollati: tra tutti il palazzo presidenziale, la cattedrale cattolica e quella episcopale. Il terremoto non ha colpito solo la capitale. Tutta la parte bassa di Jacmel, città del sud-ovest, è distrutta; anche Grand Gôave e PetitGôave hanno patito un migliaio di vittime. Léogane, la città più vicina all’epicentro, è stata praticamente rasa al suolo, e non si conosce ancora il numero di morti. Quasi 600.000 persone si sono dirette verso le province rurali. Sovraffollando città e campagne che già prima garantivano difficilmente una disponibilità alimentare ai loro abitanti, hanno propagato “l’onda d’urto” del sisma a tutto il paese. Una tragedia: spaventosa. Ancor più se si pensa che già prima del sisma si ritrovava il nome di Haiti agli ultimi posti nelle graduatorie degli indici di sviluppo umano. E se si pensa che Haiti sta vivendo la sua prima epidemia di colera a memoria d’uomo. Gli eventi naturali e quelli provocati sconvolgono la fragile vita economica, politica e sociale del paese, compromessa da sempre. L’emergenza dell’eccezionale si sovrappone all’emergenza del quotidiano.

Aiuti e ricostruzione Gli aiuti strutturali e quelli umanitari hanno sempre giocato un ruolo fondamentale in Haiti. Già nel 1825 il paese contrasse il primo debito, per risarcire la Francia dell’indipendenza conquistata nel 1804. Il debito estero e gli aggiustamenti strutturali imposti da Banca mondiale e Fondo monetario, in cambio di “favori” ai governanti di turno, hanno pesantemente condizionato lo sviluppo del paese e minato la sua indipendenza. Anche gli aiuti umanitari sono serviti spesso come cavallo di troia per imporre penalizzanti politiche economiche. Esemplare è la vicenda del riso americano, prima ricevuto in regalo poi importato, così da distruggere la produzione nazionale. Con migliaia di famiglie contadine sul lastrico. Purtroppo anche l’aiuto per il terremoto si sta rivelando sempre più una scusa, per alcuni Stati, per mettere Haiti sotto tutela. Superata la confusa fase iniziale, il compito della ricostruzione non è stato assunto dal governo, ma con l’approvazione di una legge sullo stato d’emergenza, valida ben 18 mesi, è stato assegnato a una “Commissione ad interim per la ricostruzione di Haiti” (Cirh), cui partecipano metà rappresentanti dello Stato haitiano e metà di paesi “amici” e istituzioni finanziarie internazionali, ed è di fatto gestita da Bill Clinton, copresidente insieme al primo ministro Jean-Max Bellerive. L’influenza della Banca mondiale è determinante. «Questa commissione è dominata dagli stranieri e Bill Clinton ne è il coordinatore. La legge dice chiaramente che la Cirh deve assicurare la “messa in esecuzione del programma di sviluppo” di Haiti. Ciò significa che i poteri di questa commissione sono superiori a quelli dell’esecutivo» sibila Jean William Jeanty, uno dei 19 senatori che non hanno votato la legge. «C’è scritto che nessuna istituzione del paese può esercitare controllo su di essa. Ma le leggi haitiane non accettano l’ingerenza degli stranieri negli affari interni. C’è un problema di sovranità nazionale. Il parlamento con la legge sullo stato d’emergenza ha totalmente violato la Costituzione».

Governo “fatalista” Molti haitiani, in particolare i movimenti della società civile, ritengono che il paese abbia perduto la sua sovranità e l’occasione

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di essere artefice della rinascita dopo il terremoto. Così Suzy Castor, nota storica, dice: «Si è instaurata una situazione anomala. L’emergenza può durare 2-3 mesi, ma se si parla di 18 mesi ha un altro significato. Le attribuzioni di uno stato d’emergenza si possono tradurre rapidamente in uno stato d’eccezione. Per questo c’è grande speranza in una nuova rinascita, ma anche la constatazione che possiamo perdere, ancora una volta, l’opportunità. Non è mai successo, da nessuna parte del mondo, che il salvataggio di un paese colpito da un cataclisma sia unicamente legato agli aiuti dall’estero. Non che si debba fare tutto da soli: ma se il popolo non prende in mano il suo destino, non c’è futuro. Il fatto che il governo lasci la gestione della crisi in mani straniere, senza ricorrere alla mobilitazione di tutta la nazione, di tutti gli strati sociali, mi lascia molto scettica». La Cirh, insediatasi il 21 aprile 2010, nel corso dell’anno appena concluso si è riunita tre volte, approvando finora 49 progetti per un totale di 2 miliardi e mezzo di $. Dei 9,9 miliardi di $ in 10 anni “promessi” sulla carta dalla comunità internazionale all’incontro di New York del 31 marzo 2010, pochissimo si è visto finora. Lo scorso 6 ottobre, nell’ultimo incontro della Cirh, Bill Clinton ha dichiarato che il 30% dei fondi sarebbero in arrivo. Ma ben poco sembra essere cambiato. La gente è ancora nelle tende, sotto i teloni o quel che ne resta dopo un anno di utilizzo al clima dei Caraibi, il passaggio di tempeste tropicali e, fortunatamente, di un solo ciclone. «Il blocco è dovuto a una mancanza di leadership. Non c’è la volontà politica di prendere decisioni. Lo Stato sta adottando sempre più una men-

La Commissione per la ricostruzione è formata per metà da rappresentanti dello Stato haitiano e per metà da paesi “amici” e istituzioni finanziarie internazionali

Le donne e la ricostruzione Il movimento delle donne haitiane è stato duramente colpito dal terremoto. Sono morte le fondatrici di organizzazioni che ne hanno fatto la storia: Anne-Marie Coriolan, Myriam Merlet e Magalie Marcelin di Kay Fanm (“Casa delle donne”). Chiediamo a Yolette Jeanty, attuale responsabile di Kay Fanm, se dopo il 12 gennaio è cambiato qualcosa: «Il sisma non ha ridotto gli atti di violenza verso donne e ragazze, che sono ancora più esposte ai pericoli, a causa delle condizioni in cui vivono. Nei campi dei sinistrati ci sono problemi di illuminazione e di promiscuità e tutto ciò favorisce la violenza contro le donne. Per molti uomini che hanno subito perdite, sono senza lavoro e vivono questi giorni con molte difficoltà, le donne diventano “antidolorifici” su cui riversare tutto il loro rancore e i loro problemi». Importante è stato entrare nei campi: «Dopo il terremoto abbiamo avviato un corso di formazione con i giovani, per un lavoro psicosociale, con attività di sensibilizzazione, prevenzione, educazione, così da permettere alla gente di conoscere il fenomeno del terremoto e di sapere come comportarsi in occasione di una scossa. Questo ci consente anche di avere informazioni, perché riceviamo denunce di violenze da queste équipe mobili». Sono in aumento le donne che chiedono aiuto? «Le cifre di cui disponiamo non dimostrano che ci sia un aumento dei casi di violenza, anche se la situazione nelle tendopoli può favorire il fenomeno. Invece i casi di violenza coniugale sono costantemente in aumento; era così anche prima del terremoto, ne riceviamo più segnalazioni rispetto agli stupri». In questo “momento zero”, i movimenti femminili hanno avviato una riflessione: «Per noi la ricostruzione del paese non dovrà essere unicamente fisica, ma dovrà anche passare per un cambiamento di mentalità e di guida politico-istituzionale, quest’ultima responsabile del fatto che da duecento anni viviamo sempre nella stessa situazione. La partecipazione cittadina deve essere tenuta in conto dai nostri governanti affinché ogni haitiano abbia la possibilità di portare il suo granellino nel lavoro che si fa per ricostruire il paese nel modo più corretto».

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talità da assistito, si rimette agli attori internazionali» dice il giornalista Gotson Pierre. C’è anche un

In apertura: bambini tra

grave problema fondiario, mancano i documenti di proprietà dei terreni, il che crea difficoltà per la rico-

le macerie e l’uragano

struzione. Perfino per le abitazioni provvisorie di legno e teloni, lo Stato cerca di non prendere respon-

Tomas.

sabilità.

In queste pagine:

Di fatto sono ong internazionali che cercano di migliorare la vita degli sfollati, portano assistenza sani-

immagini della

taria, costruiscono scuole provvisorie. Ma c’è anche una forte contestazione del governo da parte della

distruzione lasciata dal

società civile. Sono i movimenti sociali haitiani (contadini, operai, diritti umani, donne), così importan-

sisma che il 12 gennaio

ti nella storia degli ultimi 30 anni, che accusano l’esecutivo e il presidente di inattività. Cresce il mal-

2010 ha mietuto almeno

contento, verso il governo e gli amici stranieri.

300 mila vittime. Oggi 1

Colera e brogli elettorali

milione e 300 mila persone vivono in

Da quando è iniziata l’epidemia di colera ad Haiti, lo scorso 19 ottobre, il paese dimenticato ha di nuovo

accampamenti di fortuna

avuto qualche articolo sul giornale o qualche servizio in radio e tv.

allestiti nelle piazze o nei

Il forte sospetto che il virus sia stato introdotto da membri della Minustah, già invisi a gran parte della popo-

campi sportivi, senza

lazione, ha accresciuto la protesta verso la presenza militare internazionale. Il 15 novembre manifestazioni

accesso all’acqua

violente contro la Minustah si accendono a Cap Haitien, seconda città del paese, e a Hinche. I militari spara-

potabile e malnutriti

no sulla folla con un bilancio di 3 morti. Un magazzino del Programma mondiale alimentare a Cap Haitien è

(Foto Marco Bello -

saccheggiato e bruciato. Le organizzazioni umanitarie devono interrompere le attività nella zona, evacuando

Alessandro Demarchi) .

personale e bloccando i voli con i rifornimenti medici per la lotta al colera. In questa fase, come se non bastasse, si è innescato il processo elettorale per la scelta del nuovo presidente della repubblica e del parlamento. René Préval, il presidente uscente, dopo due mandati non poteva più essere rieletto. Per questo la sua strategia prevedeva di sostenere il candidato del suo partito, Inite (Unità in creo-

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lo), Jude Célestin, che è anche suo cognato, con l’intenzione non troppo nascosta di farsi poi nominare primo ministro. Fin dalla costituzione del Consiglio elettorale provvisorio (Cep) sono stati evidenti i tentativi di Préval di imporre la sua linea. La lotta per il potere è diventata ancora più intensa grazie ai fondi in arrivo per la ricostruzione. Il Cep ha escluso la candidatura eccellente di Wyclef Jean, rapper haitiano di fama mondiale. I sondaggi davano favoriti la signora Mirlande Manigat, centrista e moglie del presidente Leslie Manigat (in carica per 4 mesi nell’88) e il cantante Michel Martelly. Molto noto in patria, è il re del konpa, la musica pop haitiana da cui ha avuto origine lo zouk; Martelly smuove folle come ai suoi concerti, in cui si contraddistingue per linguaggi e atteggiamenti scurrili. La campagna elettorale è stata caratterizzata da manifestazioni di strada nelle diverse città di Haiti. Le elezioni si sono svolte il 28 novembre, con un piccolo strascico di violenza, ma con chiari brogli denunciati da osservatori nazionali e da tutti i candidati, a eccezione di Célestin, che hanno chiesto l’annullamento delle elezioni a seggi ancora aperti. Clamorosamente, poco dopo la chiusura, i due candidati Manigat e Martelly hanno annunciato di sentirsi vincitori e negato la loro richiesta di annullamento. Intanto a conteggio da effettuarsi alcuni siti di famosi quotidiani italiani hanno dato la notizia di Martelly e Manigat vincenti, e al ballottaggio del 16 gennaio 2011, con tanto di percentuali. Evidentemente la comunità internazionale ha voluto coprire i brogli di Célestin, senza invalidare le elezioni, e ha promesso ai due candidati più forti il passaggio al secondo turno. Serve comunque un presidente, tassello indispensabile di quel sistema di “democrazia sotto tutela” di cui Haiti è vittima.

Marco Bello, Alessandro Demarchi

Haiti, l’innocenza violata, chi sta rubando il futuro del paese? Infinito Edizioni 2011, pp.171, 13 euro Ad Haiti la situazione sembra peggiorare sempre più. Ma le responsabilità sono spesso imputate solo agli haitiani che “non si sanno governare”. Marco Bello e Alessandro Demarchi, nel loro libro “Haiti, l’innocenza violata” raccontano invece di una società civile che lotta per la democrazia e i diritti. Mentre i paesi vicini vogliono imporre la loro tutela a tutti i costi, e il terremoto è diventato l’ennesimo pretesto. Come scrive nella prefazione Maurizio Chierici: “Questo libro ci porta in mezzo agli haitiani, ad ascoltare la loro voce…. Le ‘forze vive’ della nazione chiedono di partecipare alla definizione del futuro, ma questo diritto viene loro sottratto dai grandi della terra grazie alla complicità del governo haitiano. Ascoltare queste voci ci porterà a creare un legame di solidarietà con questo popolo, per andare oltre la carità”. I diritti d’autore del libro saranno interamente devoluti a progetti realizzati con la società civile haitiana. 34


Gli untori con i caschi blu Testo e foto di Ermina Martini da Port-au-Prince

Mentre l’epidemia di colera si diffonde a macchia d’olio, il sospetto che sia stata introdotta da membri della Minustah, già invisi alla popolazione, accresce la protesta contro la presenza militare straniera. A un mese e mezzo dal primo caso di colera ad Haiti i decessi sono 1.817, su circa 90.000 persone contaminate. Gli esperti in epidemiologia concordano su un punto: la diffusione dell’epidemia continuerà a crescere nei prossimi sei mesi e si prevede toccherà 200.000 persone. Sono 36 i centri di trattamento del colera funzionanti ad Haiti, con 2.830 letti disponibili, ma non basteranno, come dichiara Medici senza frontiere (Msf), in prima linea nel fornire assistenza ai malati insieme alla Brigata medica cubana (circa 500 tra medici e infermieri). Msf si è dichiarata incapace di gestire l’emergenza da sola, mentre il coordinamento delle Nazioni Unite ha ribattuto che tutto funziona, ci sono oltre 50 tra ong e agenzie Onu che lavorano insieme al ministero per bloccare l’epidemia. Ma sul terreno il coordinamento è assai complesso. La logistica nel paese rallenta l’arrivo degli aiuti: l’aeroporto è intasato di cargo che portano tavolette purificatrici per l’acqua, cloro, sali per la reidratazione, sapone. Malgrado una procedura d’urgenza annunciata dal governo per tutte le forniture per l’emergenza colera, i funzionari delle dogane continuano a richiedere timbri, fogli e firme che fanno perdere dai 3 ai 7 giorni per far uscire la merce dall’aeroporto. A livello mondiale sono poche le aziende che producono le tavolette di cloro (aquatab) e sembra che ormai abbia-

Ong italiane per lo sviluppo Presente ad Haiti da oltre 10 anni, ProgettoMondo Mlal di Verona continua il suo impegno in progetti di sviluppo, nonostante “l’invasione” del paese da parte di ong e agenzie d’emergenza. Ad Haiti l’emergenza di oggi - arginare l’epidemia di colera - e quella dei senza tetto (oltre 1,3 milioni in 1.300 tendopoli) hanno radici lontane e soluzioni da ricercare nel lungo periodo. Quindi nell’appoggio alla società civile locale, ma senza sostituirsi a essa. ProgettoMondo Mlal lavora con organizzazioni di base e associazioni storiche come il Cresfed, Centro di ricerca e formazione economica e sociale per lo sviluppo, e l’Mpp, Movimento contadino di Papaye, è una delle maggiori organizzazioni contadine di Haiti, con oltre 30 anni di attività e 100 mila aderenti. ProgettoMondo (Pm), storicamente presente nella zona rurale intorno a Léogane, ha ora progetti anche nel Plateau Central, nel nord-est e a Fond Verretes, a sud, nei pressi della frontiera con la Repubblica Dominicana. A Léogane il partner di Pm è un’organizzazione contadina composta da 13 associazioni di produttori, che si sono riunite con un centro servizi per la formazione, un centro per la trasformazione di prodotti agricoli (burro d’arachidi, marmellata) e un magazzino per lo stoccaggio. Pm si è anche impegnata a ricostruire alcune scuole comunitarie di Léogane. Da segnalare anche la presenza nel sud-est del paese dell’Mlfm, che da 2 anni e mezzo interviene nel settore dell’acqua potabile. L’ong lodigiana sta portando avanti un intervento a 100 chilometri a sud della capitale Port-au-Prince, precisamente a Les Cayes, per garantire a circa 15 mila abitanti l’accesso all’acqua potabile, e consentire a 270 famiglie di agricoltori e a 3 associazioni agricole di migliorare le proprie condizioni nutrizionali. il volontario Mlfm ad Haiti, Alberto Acquistapace ha vinto nel 2010 il Premio del volontariato Focsiv.

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no già allocato tutte le produzioni per l’emergenza Haiti. Un giro d’affari non indifferente, se si pensa ad es. che 3 milioni di aquatab costano all’ong 33.000 euro e sono appena sufficienti per fornire acqua purificata a 12.000 famiglie per 3 mesi. Ad Haiti ci sono quasi 10 milioni di abitanti di cui il 56% vive con meno di 1 dollaro al giorno e la maggior parte non ha accesso a fonti di acqua pulita. La cura per il colera, che produce diarrea e vomito, prevede una reidratazione per vena con acqua e sali minerali nelle 48 ore dopo il manifestarsi dei primi sintomi. In condizioni normali, nell’80% dei casi la malattia è facilmente curabile. Ma ad Haiti la gente non ha accesso a fonti d’acqua pulita né a misure di igiene minime; le strade sono invase da immondizia e scarichi di latrine. I malati tardano a presentarsi ai centri di trattamento, ma per il colera la tempestività è l’unico fattore vincente. I pazienti si presentano a uno stadio di disidratazione troppo avanzato, malnutriti, al 60% le vittime dell’epidemia sono bambini. Un altro problema è la gestione dei cadaveri. I familiari non li vogliono toccare, nelle comunità non vengono resi disponibili terreni per le fosse, gli obitori non li accettano più. Il batterio del colera non era presente ad Haiti da oltre 100 anni. Il 19 ottobre scorso, il primo caso viene confermato nel Plateau central, zona di Mirebalais. L’acqua del fiume Artibonite è portatrice del vibrione. Proprio a Mirebalais ha sede una base della Minustah (Missione delle Nazioni Unite di stabilizzazione di Haiti), dove è dislocato un contingente nepalese. La Rete nazionale per la difesa dei diritti umani ha chiesto alle autorità di condurre un’inchiesta indipendente per chiarire la responsabilità dei caschi blu nella diffusione della malattia. Nei pressi della base nepalese a Mirebalais le forze di pace hanno scaricato le acque nere provenienti dalle latrine nei fiumi Boukan Kanni e Jenba, affluenti dell’Artibonite. A tali fatti si aggiunge il dato inquietante che il batterio del colera registrato ad Haiti è di origine asiatica. La Minustah dichiara di aver condotto test batteriologici tra i militari nepalesi, tutti risultati negativi.

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Volontari per lo Sviluppo