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cooperazione

Sviluppo self made Conoscono perfettamente il paese di destinazione, la lingua, la situazione politica e le tensioni sociali. Sono gli immigrati, i nuovi protagonisti della cooperazione internazionale, che stanno moltiplicando i progetti innovativi. Non senza problemi, come il vincolo della legge 49 che permette di fare i volontari solo agli europei. DI EMANUELA CITTERIO

Immaginate un cooperante che parte per la Nigeria sapendo già alla perfezione youruba, inglese e pidgin, oltre a conoscere la geografia del paese, gli equilibri fra i diversi gruppi etnici, la storia e i codici di comunicazione culturali. O un agronomo che avvia un commercio di prodotti agricoli in Ghana senza aver bisogno di imparare come funzionano i mercati locali e l’economia informale. In Italia esiste una nuova cooperazione, ancora poco raccontata, ma sempre più attiva e propositiva: quella promossa dagli immigrati. A fare cooperazione allo sviluppo infatti, oltre alle ong, sono sempre di più cooperative e associazioni formate da immigrati, spesso in collaborazione con istituzioni locali italiane o organismi internazionali. Ma a prendere l’iniziativa sono anche singoli individui, che inventano progetti o attività imprenditoriali con ricadute sociali nei propri paesi d’origine. Ci sono immigrati che lavorano all’interno delle ong. E altri che collaborano con il Ministero degli Affari esteri. Eppure la legge 49 sulla cooperazione internazionale (che risale all’87) dice che gli immigrati extraeuropei, in Italia, non possono fare i cooperanti. 38

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Immigrati e ong Udo Enwereuzor, 50 anni, nigeriano, lavora nella sede di una ong italiana, il Cospe di Firenze. Si occupa di politiche migratorie, integrazione, campagne di lotta al razzismo in Europa. «Prima di cominciare un progetto di sviluppo in un altro paese, e per far sì che funzioni, è indispensabile conoscere cultura e dinamiche sociali del posto dove si va a operare. Per sapere “chi è chi” in un determinato contesto possono volerci mesi. Avere un mediatore è di sicuro un vantaggio. Ong e istituzioni in Italia se ne stanno accorgendo, apprezzano la capacità degli immigrati di muoversi fra ambienti culturali diversi. Su questo fronte sono più avanti gli enti territoriali, vale a dire regioni, province e comuni, che promuovono iniziative di cooperazione decentrata. Anche perché nel mondo delle ong c’è un problema da risolvere: la legge 49 non consente di utilizzare nei progetti finanziati dal Ministero degli Affari esteri personale non appartenente all’Unione europea, a meno che non si tratti di personale in loco». Anche per questo Enwereuzor, che ha una laurea in


agraria, ha scelto di specializzarsi in programmi europei piuttosto che occuparsi di progetti in paesi in via di sviluppo. «La società italiana è cambiata, ci sono molti immigrati che hanno competenze e potrebbero diventare una risorsa per le ong. Ma la legge per la cooperazione è vecchia di trent’anni». Oggi, un’ong che prende un agronomo ghanese di Modena e lo manda in Ghana deve dargli uno stipendio secondo gli standard ghanesi, anche se vive in Italia. Se l’agronomo è modenese riceve invece uno stipendio italiano.

Presenti negli enti locali Nonostante la burocrazia, l’attivismo degli immigrati nella cooperazione sta crescendo. Ousmane Niaye, senegalese, 37 anni di cui 12 trascorsi in Italia, parla con entusiasmo della cooperazione nata fra quello che chiama «il mio Comune», Verbania, e il villaggio di Ndiawdoune, in una zona particolarmente arida del Senegal. «Un giorno ho letto sul sito internet della

Regione Piemonte che c’erano finanziamenti per attuare progetti nella regione del Sahel. Avevo già in mente di fare qualcosa per il mio paese d’origine e ho pensato che tentare non costava nulla». L’associazione creata da Niaye, Dabafrica, è diventata partner con altri 12 soggetti, tra enti locali e associazioni, di un progetto di agricoltura sostenibile finanziato dalla Regione Piemonte e dalla Provincia del Verbano-Cusio-Ossola. «Lo abbiamo avviato nel 2006 e siamo già alla seconda fase» dice Usmane. «Nel villaggio di Ndiawdoune è nata una cooperativa di trecento persone, di cui 153 donne, e insieme a loro abbiamo creato un sistema di irrigazione goccia a goccia che ora permette la coltivazione dodici mesi all’anno». Il ruolo dell’associazione Dabafrica è «fare da ponte», spiega Usmane. «Cerchiamo di facilitare il lavoro in Senegal, diamo consigli quando serve, accompagniamo i cooperanti italiani e mettiamo a disposizione i nostri contatti in loco.

A Dakar è nata una nostra associazione gemella, Dabafrica Senegal».

In apertura Marian Ismail, somala, ha fondato l’Associazione donne in

Turismo e cooperazione «Fare rete è la soluzione giusta» afferma Mamadou Samb, 43 anni, presidente della comunità senegalese di Torino. Samb - che ha collaborato con diverse ong italiane fra cui Cisv e Coopi, e dal ’94 è mediatore culturale per il Comune di Torino - ora sta lanciando un progetto suo: una struttura di turismo responsabile in Senegal. «Dieci

rete per lo sviluppo e la pace e promosso la campagna contro le mutilazioni femminili, presiedendo alla ratifica del protocollo di Maputo (foto Vita-Cesvi). Sopra: un banchetto di Ghanacoop, una delle imprese sociali di immigrati più grande in Italia (foto Roberto Brancolini)

A favore dei diritti delle donne Tra gli immigrati c’è anche chi non ha paura di raggiungere i luoghi della diplomazia internazionale. È il caso di Marian Ismail, somala, figlia di un diplomatico che fuggì dal proprio paese per motivi politici durante il regime di Siad Barre. Marian, sposata con due figli, vive da allora in Italia. Ed è un vulcano di iniziative. Ha fondato Adir, Associazione donne in rete per lo sviluppo e la pace, che ha sede negli uffici della Provincia di Milano. Formata da donne africane, Adir si occupa di tutte le problematiche legate alla famiglia e ai diritti delle donne immigrate e ha appena presentato al Comune di Milano un progetto di cooperazione in Senegal a favore dei bambini di strada. Nel 2003 Marian è stata protagonista di una campagna in convenzione con la Regione Lombardia contro le mutilazioni genitali femminili e ha presieduto alla ratifica del Protocollo di Maputo, che nel 2005 ha messo al bando questa pratica nell’Africa dell’est. Di recente è entrata a far parte di un gruppo di lavoro sulla Somalia sostenuto dal Ministero degli Affari esteri, per l’applicazione della risoluzione 1325 sui diritti delle donne nelle situazioni di conflitto. «Siamo una decina di somale che vivono in Italia» spiega Marian. «Tra noi c’è una giurista, un’economista, io sono laureata in lingue con un’esperienza nel sociale e nella cooperazione. Lo scorso gennaio, sostenute dal Ministero, siamo andate al vertice dell’Unione africana ad Addis Abeba. Ci siamo presentate ai membri del governo di transizione somalo e abbiamo parlato dei problemi che le donne stanno vivendo nel nostro paese d’origine, devastato da oltre quindici anni di anarchia e conflitti». Marian la chiama «diplomazia che parte dal basso». Non sa se funzionerà. Ma si è detta che doveva provarci. 39


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la e una cooperativa, Ghanital, per la produzione di frutti esotici. «Stiamo diventando, anche se con fatica, una vera impresa sociale» afferma Thomas McCarthy, 42 anni, ghanese e presidente della cooperativa. «Nel 2007 il nostro fatturato ha superato il milione di euro». Ghanacoop realizza anche progetti di cooperazione: «Lo facciamo indirizzando parte delle nostre risorse umane a questo scopo» spiega McCharty, «e partecipando a bandi di cooperazione decentrata emessi da Comune e Provincia di Modena». In Ghana la cooperativa ha co-finanziato l’ampliamento di un ospedale e promuove il progetto “Luce per il Ghana” che si propone di realizzare impianti a pannelli solari nei villaggi. Insieme all’Oim, Ghanacoop ha

L’impresa sociale di migranti più nota in Italia è Ghanacoop; importa ananas Fairtrade e ha fondato un’azienda agricola

In questa pagina: due progetti di sviluppo in Senegal, sostenuti da immigrati. A fianco Ousmane Ndaye, fondatore dell’associazione Dabafrica, insieme al Ministro e l’ambasciatore senegalese in Italia

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bungalow sul mare e un campo con tende nel deserto per accogliere i turisti facendo incontrare loro la comunità locale» spiega. «E nello stesso tempo per dare lavoro a giovani senegalesi». Il costo del progetto, 45 mila euro, è sostenuto per metà da Mamadou, per il 30% è finanziato dall’Oim (Organizzazione mondiale per le migrazioni) e per il resto è coperto da istituzioni italiane locali, fra cui il Comune e la Provincia di Torino. Ma l’esperienza di impresa sociale realizzata da migranti più consolidata in Italia è probabilmente Ghanacoop (www.ghanacoop.it). Il

progetto è stato avviato dall’Oim insieme alla comunità ghanese di Modena (circa 3.500 persone), il Comune, Confcooperative e la cooperativa Arcadia. Ghanacoop ha iniziato nel 2005 l’importazione di ananas certificati con il marchio del commercio equo Fair Trade e in Ghana ha fondato un’azienda agrico-

creato un marchio, Midco, con cui si certificano prodotti e servizi realizzati dagli immigrati, che con le proprie attività commerciali creano un collegamento con le comunità d’origine. Ma c’è chi è scettico. «Ghanacoop è una bella realtà» afferma Enwereuzor del Cospe, «ma espe-


Sostegno all’imprenditoria Incanalare le rimesse degli immigrati in attività di sviluppo in patria. È l’obiettivo di Mida (Migration for development in Africa) un programma dell’Organizzazione mondiale per le migrazioni, sostenuto in Italia dal Ministero per gli Affari esteri, che nel 2007 ha finanziato 15 progetti di sviluppo gestiti da immigrati, tra cui 7 in Senegal e 5 in Ghana. «Si tratta di iniziative di co-sviluppo» precisa Tana Anglana, responsabile di Mida-Italia. «I progetti sono sostenuti dalla cooperazione italiana attraverso l’Oim, ma anche da regioni ed enti locali italiani e in alcuni casi da privati, imprenditori o associazioni di categoria». L’Oim emette ogni anno bandi destinati a immigrati che decidono di avviare nei propri paesi d’origine attività imprenditoriali aventi anche finalità sociali e di sviluppo. Il 30% del costo dell’iniziativa viene finanziato dall’Oim, il 15% è il contributo richiesto agli immigrati che fanno domanda, e il restante 55% deve essere coperto da altri sponsor, privati o istituzionali. «La partecipazione di regioni ed enti locali italiani è una condizione indispensabile per l’approvazione di un progetto» spiega la manager dell’Oim. «Ci siamo resi conto in questi anni che ogni migrante che vive sul territorio italiano stabilisce diversi rapporti, di carattere professionale o amicale, e questa rete è una risorsa sociale da valorizzare». Il programma Mida, avviato in Italia dal 2003, finora è stato rivolto solo a immigrati africani. «Quest’anno ci allargheremo all’America Latina» annuncia Anglana. «E avvieremo un programma cui teniamo molto, dedicato a sostenere in modo specifico le iniziative imprenditoriali e di cooperazione delle donne immigrate, che in Italia sono sempre più numerose ma con poco accesso al credito». www.iom.int

rienze di questo genere sono un po’ di nicchia e non prive di problemi. Il filone di iniziative promosse dall’Oim nasce e si sviluppa nel quadro delle politiche di contenimento dell’emigrazione dai paesi d’origine. Se devo essere brutale, appartiene al disegno “aiutiamoli a casa loro”. Ciò non significa che non possa produrre buoni risultati, ma bisogna essere consapevoli che il fine non è solo quello dello sviluppo».

Progetti individuali Dall’impresa sociale sostenuta da organismi internazionali ai microprogetti individuali. La cooperazione fatta dagli immigrati passa per questi due estremi. Un esempio particolarmente significativo del secondo tipo è Microcammino (www.microcammino.com), un progetto voluto e perseguito con tenacia da Peter Bayuku Konteh, 43 anni, della Sierra Leone. Un caso di emigrazione al contrario, quello di Peter. Sposato

con un’italiana, lavorava per una multinazionale informatica in Italia. «Ma sognava di fare qualcosa per il suo villaggio di Yagala, in particolare perché i bambini potessero avere un’istruzione» racconta la moglie Antonella. «Nel 2000 Peter si è messo a costruire una scuola per 315 bambini a Yagala, coinvolgendo

associazioni umanitarie e una quantità di elementari della nostra zona: Arese, Rho, Melegnano, Lainate. L’anno scorso ha deciso di tornare in Sierra Leone per continuare a seguire sul posto i progetti che aveva avviato». VpS 41


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