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Speciale Aprile 2014 Presentazione Questo numero della rivista viene pubblicato solo on line e non sostituisce la pubblicazione cartacea decennale che continua a fine maggio 2014. Lo scopo è quello di rendere e mantenere il nostro sito dinamico e attivo con un ininterrotto dialogo e contatto affettivo con i nostri lettori sparsi in tutto il mondo. Non segue lo schema tipico dei numeri cartacei. Si presenta piÚ ridotto rispetto ad essi, con articolisti nuovi ed argomenti scelti fra i piÚ disparati. Con nostra grande soddisfazione e dei serresi che ci seguono, continua il successo web con continui ed incoraggianti solleciti di persone di cultura. Tutte le copie del numero precedente sono state esaurite e distribuite in tre giorni. Uno speciale ringraziamento con auguri per la Pasqua, va ai nostri lettori, ai nostri collaboratori, ai nostri punti vendita.

Beato Angelico: Trasfigurazione, affresco nel Convento di S. Marco, Firenze 1439 Santa Maria del Bosco - Tel. 0963.72109 - 349 3091092 - www.rivistasantamariadelbosco.it


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Rivista di Serra e dintorni - Serra San Bruno - VV - Anno 10 - Speciale Aprile 2014

Redazione Direttore Domenico Calvetta Capo redazione Gerardo Drago Franco Gambino Direttore responsabile Gaetano Mazzarella

In questo Numero Pag.1

Presentazione della rivista on line

Pag. 3

Simbologia di Pasqua Pag. 4 La Naca di Gerardo Drago

Impaginazione Grafica Online Marco Calvetta Serra San Bruno (VV) Anno X Speciale pasqua 2014 Ogni autore é responsabile dell’articolo sottoscritto e pubblicato Registrazione n. 4/2010 c/o Tribunale di Vibo Valentia ai numeri 349 3091092 - 0963.72109 o scriveteci al seguente indirizzo e-mail: rivistasantamaria@alice.it

Seguici su Facebook Rivista Santa Maria PUNTI DI DISTRUBUZIONE Fiorindo 1909 Profumo di Pane MaxSidis Serra San Bruno La Bottega del pulito Serfunghi di Luigi Calabretta Edicola Ariganello-Barillari Edicola Grenci Congrega Assunta di Terravecchia Museo della Certosa Comune di Serra Scuola Elementare Bar dei Caccitori Bar Cesare Zaffino Teresa Cordiano Istituto Einaudi Panucci assicurazioni Per richiedere informazioni, numeri arretrati e spedizione della rivista telefonateci ai numeri 349 3091092 - 0963.72109 o scriveteci al seguente indirizzo e-mail: rivistasantamaria@alice.it

a cura della Redazione

Pag. 6

Santa Caterina da Siena di Domenico Calvetta

Pag. 7- 8

Il terribile comandante Voster

Pag. 9-10

Giovanni Francesco Conty: una storia nelle Reali Ferriere di Mongiana

di Maurizio Onda

di Ernesta Zadra

Pag. 11

Dieci anni fa; La passione di Cristo di Mel Gibson

di Marco Primerano

Pag. 12

My British exsperience

Pag. 13

Se hai orecchie da intendere, caro giovane ascolta!

di Lavinia Morano

di Mario Zangari del Prato

Pag. 14-15 Pag. 16

Composizioni Poetiche Annuncio dell’Istituto Superiore Einaudi di Serra sulle manifestazioni a favore di San Bruno

Pag. 17

Come eravamo...foto scelte

Pag. 18

Turismo escursionistico:

a cura di Carmen De Paola

a cura di Annalisa Calvetta ( Tourism Promoter )

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Rivista di Serra e dintorni - Serra San Bruno - VV - Anno 10 - Speciale Aprile 2014

SIMBOLOGIA DELLA PASQUA L’agnello rappresenta la primizia del gregge ma ha anche un significato sacrificale sia nell’antico che nel nuovo testamento. Rappresenta pure la resurrezione. La campana, strumento musicale e di culto, nella Pasqua, con il suo scampanio, rappresenta la resurrezione. La croce rappresenta l’uomo con le braccia aperte, in stato di abbandono ma nel contempo anche l’albero cosmico che sostiene il mondo. L’acqua è l’elemento che purifica ed è il mezzo attraverso il quale si compie il battesimo. La notte di Pasqua è la notte battesimale per eccellenza, il momento in cui il fedele viene incorporato alla Pasqua di Cristo che rappresenta il passaggio dalla morte alla vita. La colomba, pacifica e delicata, era considerata l’antico attributo della Dea dell’Amore ( Ishtar per i semiti, Afrodite per i greci ) e la si usava per mandare messaggi. Le sacerdotesse greche dell’oracolo di Dodona ( antico sito religioso dell’Epiro ) venivano chiamate colombe. Oggi è considerata annunciatrice di pace. Tanto che i dolci a fine pasto pasquale hanno la forma di una colomba. L’uovo rappresenta la rinascita di tutte le religioni. Il tuorlo e l’albume rappresentano due simboli fondamentali dell’origine vitale: il sole come eroe maschile; la luna come generatrice. L’olivo nella mitologia greca fu caro ad Atena, Dea delle arti e della guerra, che vincendo la contesa con Poseidone l’offrì agli abitanti di Atene. Sulla tomba di Adamo vi era piantato un ulivo. La croce era di legno di ulivo. Serve soprattutto per ungere i prescelti e con il battesimo fa entrare l’essere umano nella societas cristiana. La palma sacra agli dei del sole. L’usanza è di origine pagana. Gesù fu accolto a Gerusalemme con rami di questo albero che è simbolo di pace e di rinascita.

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Rivista di Serra e dintorni - Serra San Bruno - VV - Anno 10 - Speciale Aprile 2014

LA NACA di Gerardo Drago Ogni anno, la mattina del sabato Santo, inserita nel contesto delle funzioni religiose che rievocano durante la settimana Santa la passione, la morte e la ressurrezione di Gesù Cristo, si svolge a Serra San Bruno un importante processione durante la quale la statua del Cristo morto, deposta nella “Naca” e seguita dalle statue della Madonna Addolorata, di San Giovanni e della Maddalena, partendo dalla Chiesa dell’Addolorata, a spalla, vengono portate in Corteo, tra preghiere, canti e musiche religiose, per tutto il Corso Umberto I fino al Calvario (località che rievoca il posto ove è stato crocifisso il Cristo) e quivi giunti, dopo una breve ed appropriata omelia da parte del Predicatore, riportate nello stesso luogo di partenza seguendo lo stesso Corso Umberto I per un lungo tratto e poi la via Roma, altre vie del centro storico ed infine la via Sette Dolori. La processione ha origini antichissime ed è molto sentita nella comunità, rappresenta la lunga marcia del Cristo verso la sofferta morte e nonostante il passare degli anni non ha mai perso la suggestione e la forza emotiva che la contraddistingue. Ma cos’è la “Naca”, cosa rappresenta, come e chi la costruisce ogni anno. Molto probabilmente la parola Naca deriva dall’antico greco ed in parole povere, significa “culla”, culla o bara, può anche interpretarsi, che riceve le spoglie del Cristo morto dopo la crocifissione e che nel significato Cristiano può anche voler dire vita o morte oppure, facendo riferimento al messaggio evangelico di Giovanni a proposito del chicco di grano, morte che porta vita Forse pochi sanno come e chi costruisce la Naca e tale aspetto se considerato nella sua materialità potrebbe anche non assumere alcuna importanza ma così non è, l’amore, la passione e la devozione con le quali la Naca viene realizzata non può far considerate tale fase semplicemente come un supporto al contesto spirituale e religioso al quale dopo viene legata ma la rende parte integrante dello stesso. Da sempre viene realizzata a cura e spese del Priore in carica dell’Arciconfraternita di Maria S.S. dei Sette Dolori di Serra San Bruno, quindi, nessuno meglio di me che ho rivestito tale carica nel biennio 2004-2005 può spiegare l’iter che comporta la sua realizzazione. Subito dopo la festa dell’Epifania bisogna incominciare a pensare alla sua realizzazione e questo perché la Pasqua

viene ogni anno nel mese di Marzo, quando è “bassa”(vuol dire viene presto)o nel mese di Aprile, quando è “alta”(vuol dire viene tardi) e per fare la Naca, bene o male un mese e mezzo, salvo imprevisti, passa tranquillamente. Si incomincia con l’ideazione e la progettazione e per lo scopo bisogna trovare una persona capace, all’altezza della situazione. Io ho affidato l’incarico per le mie due Nache a mio fratello Luigi che ha pure realizzato personalmente tutta la struttura in legno ed ha diretto poi il lavoro dei sarti e degli altri collaboratori che si sono occupati della lavorazione e posa in essere dei tessuti(in gergo della vestizione della Naca). Proprio per questo credo sia giusto sentire direttamente dalle sue parole come si crea e come si realizza una Naca: “Devo dire che progettare la Naca non è assolutamente semplice anche se agli occhi della gente puo’ sembrarlo. Prima di iniziare la progettazione, come penso per tutte le cose, si deve capire il significato di quello che si va a progettare e per fare questo certamente si devono avere delle basi artistiche e artigianali. E’ bene poi conoscere ed interpretare i metodi e le tecniche di realizzazione adottati dai nostri artisti o maestri antichi. Tenendo conto di questi elementi si può iniziare la progettazione che comprende sia i disegni della struttura portante sia i disegni dei rivestimenti. Finita la fase progettuale si passa alla realizzazione. La struttura viene realizzata tutta in legno e si sviluppa partendo da una base costituita da un antico tavolo di ciliegio integrata poi con una spalliera o testata e dei laterali. Una volta ultimata la struttura,si passa alla “vestizione”.

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Rivista di Serra e dintorni - Serra San Bruno - VV - Anno 10 - Speciale Aprile 2014

Nel passato, veniva rivestita con i cosiddetti damaschi presi in prestito da quelle famiglie di congregati che cortesemente ed orgogliosamente li concedevano, nei nostri tempi viene rivestita con stoffe pregiate scelte dal Priore (ordinante) con l’ausilio magari di suoi collaboratori di fiducia e perché no del progettista. La struttura deve essere costruita con molta cura e precisione posizionando con attenzione gli appoggi e le tenute dove poi, una volta terminato il rivestimento, devono essere applicati gli Angeli e gli strumenti della Passione che sono gli elementi più importanti ed essenziali. Una Naca priva degli Angeli e degli strumenti della passione di Cristo, infatti, non assume alcun significato storico e Cristiano. Essenziale ed importantissima l’opera dei sarti che con il loro lavoro modellano le stoffe ed i finimenti per come indicato in progetto e porocedonopoialrivestimentodellaNaca”. Quando la Naca è pronta, viene portata una prima volta nella Chiesa Addolorata per realizzare le foto che poi si vedono sulle copertine dei libretti della Via Crucis distribuiti prima della processione del Sabato Santo e sulle foto distribuite durante e dopo la processione ed in Chiesa. Una seconda volta viene portata, sempre nella stessa Chiesa, nella notte tra il venerdì ed il sabato santo ed in tale occasione su di essa viene definitivamente adagiata la statua del Cristo morto poi portata in processione la mattina del sabato santo.

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Rivista di Serra e dintorni - Serra San Bruno - VV - Anno 10 - Speciale Aprile 2014 Agiografia

APPUNTI SU SANTA CATERINA DA SIENA di Domenico Calvetta

Anni orsono, nella mia consueta ed abituale passeggiata post-lavoro alla scoperta delle bellezze di Roma, entrai nella basilica di S. Maria sopra Minerva, ubicata nel Rione Pigna vicino il famoso Pantheon. A dire il vero non mi piacque molto la facciata della chiesa ( nella capitale ne esistono molto più belle ) ma al contrario, rimasi stupefatto dall’interno di essa sia per l’imponenza delle dimensioni, sia per l’importanza storico-artistica che questo sito religioso rappresenta e che in questa sede è impossibile interamente illustrare, sopratutto per lo spazio che la sua storia andrebbe “a rubare” al tema che mi sono proposto di sviluppare, spinto dall’approccio culturale verso la “fama” universale della Santa. Ecco di seguito le ragioni che mi hanno indotto oggi a scrivere su di Lei delle note sulla sua breve ma brillante vita terrena tanto che Lei fu “consegnata“ all’eternità da una ricca iconografia artistica. Tornando alla nostra basilica…Fra il silenzio delle pregiate arcate marmoree, affreschi artistici, opere scultoree, notai fra le altre cose, un sarcofago dove sono riposte le spoglie di “un grande” vissuto nel tardo medioevo, il pittore mistico Beato Angelico, Patrono Universale degli Artisti. Più avanti, sul lato destro dell’altare, vidi ed ammirai incantato una scultura in marmo bianco che rappresenta il Cristo Redentore, opera tarda di Michelangelo, terminata dopo la sua morte dai suoi allievi. Al centro dell’altare maggiore, lievemente rialzata, mi fermai a contemplare la tomba marmorea, chiusa in una teca di cristallo, che racchiude le spoglie di Santa Caterina! Tornai e torno sempre in quel sito permeato di spiritualità, per immergermi in quell’atmosfera estatica, dove altri lo fecero prima di me e dove ci si incanta davanti alla Bellezza Universale, presente solo dove l’arte, la storia e la metafisica si amalgano tanto sì da divenire un corpus unico del Bello e del Sublime.. Memore da questa esperienza positiva e attento e sensibile ogni qualvolta si parla di Santa Caterina, appresi che proprio a Soriano Calabro, lo storico dell’arte Mario Panarello, dopo faticosi studi, concluse che fra i marmi rinvenuti nel famoso convento di San Domenico, vi è una testa marmorea della grande Santa ( parzialmente rovinata dal’incuria degli uomini ) scolpita niente di meno che da Gian Lorenzo Bernini, uno dei più grandi scultori di tutti i tempi! Altra ragione che mi ha ispirato a scrivere, è che questo numero “Speciale Aprile 2014” viene pubblicato on line in prossimità

del 29 aprile che è il giorno che la Mistica morì 634 anni fa! La Santa fu proclamata Patrona d’Italia insieme a S. Francesco e Patrona d’Europa, nonché Patrona delle infermiere della Croce Rossa. Caterina Benincasa nacque il 25 marzo del 1347 a Siena e fu la ventiquattresima figlia di Jacopo Benincasa. La sorella Giovanna, gemella, morì dopo pochi giorni dal parto. Già a sei anni ebbe la sua prima visione di Cristo, plasticamente effigiato, sospeso sul convento di San Domenico nella sua città natale. A dodici anni il padre tentò di sposarla con un uomo di buon partito, ma lei rifiutò il matrimonio e si chiuse nella sua stanza a pregare… non uscì per parecchi anni. Non sapeva né leggere né scrivere, ma con la sua ferrea volontà e con l’aiuto divino presto imparò tanto bene da scrivere al Papa e ai potenti dell’epoca, influenzandoli nelle loro scelte politiche e spirituali. Si dedicò sempre ai malati, ai poveri ed agli afflitti. Dormiva su un pagliericcio e su un cuscino di pietra che ancora oggi l’uno e l’altro si possono vedere nella sua casa-santuario di Siena. I digiuni erano giornalieri e pesanti. Le opere lasciate sono “le Lettere”, le “Orazioni” e “il Dialogo della Divina Provvidenza”, apprezzate dal punto di vista spirituale e dal punto di vista letterario come prosa pregiata del 1300, tanto da far discutere ancor oggi gli studiosi sulla loro paternità ed autenticità. Morì a Roma il 29 aprile del 1380 a soli 33 anni come il suo Sposo Mistico Cristo. Fu sepolta nella basilica S. Maria sopra Minerva. Dopo tre giorni le staccarono la testa che fu portata come reliquia nella basilica di San Domenico a Siena. Nella stessa basilica è conservato un dito. Le sue spoglie, smembrate nel tempo, si trovano attualmente come relique a Roma, Gerusalemme e Venezia. Sento di concludere come uomo razionale che le relique come consetudine religiosa mi fanno senso e pongono più di qualche perplessità nel pensare che, i cadaveri dei santi, subiscano uno smembramento tale che i loro resti vengano sparsi di qua e di là nei siti cristiani, con metodi brutali che consistono nel tagliuzzare singoli parti di un corpo senza vita. Maggiori dubbi sorgono in tale tematica sulla autenticità della provenienza delle relique perché scientificamente nessuno può accertare che appartengono a questo santo o quel santo o ad altro essere umano.

Auguri alle “Caterine” per il 29 aprile

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Rivista di Serra e dintorni - Serra San Bruno - VV - Anno 10 - Speciale Aprile 2014

IL TERRIBILE COMANDANTE VOSTER di Maurizio Onda Gli anni compresi tra il 1807 e il 1811 non dovettero essere molto tranquilli per i cittadini serresi. La vita che menavano i contadini, gli artigiani, i commercianti e lo stesso clero era turbata, da una parte, dai soldati francesi, che erano entrati nella città di Napoli nel 1806 e che avevano invaso il Regno, dall’altra, dai briganti che periodicamente, quando la situazione glielo consentiva, invadevano il paese, scendendo dalle montagne circostanti e commettendo ogni genere di razzie. Non siamo in grado di dire quale dei due mali, se i Francesi o i Briganti, fosse quello minore. Fatto sta che i primi, presidiando costantemente con una guarnigione di militari il centro abitato, tenevano lontani i briganti i quali avevano paura di affrontare i Francesi, essendo quest’ultimi bene armati e superiori sia per numero sia per addestramento. Nello stesso tempo, però, i Francesi non si mostravano teneri con gli abitanti e anche loro opprimevano, rubavano e non esitavano ad uccidere ogni volta che c’era da incamerare qualcosa che tornava utile ai loro bisogni materiali e finanziari. Esisteva in loco anche un corpo armato governativo, che consisteva in una guarnigione denominata la “Civica” con il compito di mantenere l’ordine pubblico e che affiancava i Francesi nelle spedizioni contro i briganti. La Civica, in un territorio occupato da una potenza straniera non era libera di agire come meglio voleva, ma era spesso soggetta a fare quello che volevano gli occupatori. A comandare la piazza e, quindi, la guarnigione francese e, all’occorrenza, anche quella governativa, era un certo Voster, che la cronaca descrive come “un uomo crudele, intrattabile, fiero e ladro, non dissimile dalla brigata che comandava”. Il comandante Voster era rimasto a Serra a capo della Gendarmeria dopo che la guarnigione francese era stata chiamata a Monteleone (oggi Vibo Valentia) per dare rinforzo ai soldati francesi, impegnati in azioni militari in quel territorio. La storia racconta che il comandante Voster esigeva ogni mese dalla cittadina il pagamento di un dazio di mille ducati per il servizio della Piazza e per il mantenimento della forza armata, che doveva difendere la popolazione dai briganti. In realtà Voster non voleva l’annientamento dei briganti ma, al contrario, desiderava che si moltiplicassero per poter avere la scusa di esigere dalla popolazione il danaro, che lui arraffava e utilizzava per il tornaconto personale. Nelle spedizioni contro i briganti Voster mandava la Civica, mentre la sua Gendarmeria se ne restava in paese e godeva tranquillamente del mantenimento pubblico, facendo la bella vita. Accadde che un giorno tre briganti si finsero “pentiti” e scesero in paese con la scusa di ottenere un salvacondotto dal comandante della Piazza. Quel giorno, fortuna per lui, Voster era assente perché, essendo anche il comandante del Distretto di Gerace, dovette

andare in quella città per il disbrigo dei suoi affari. Rimasero in sua vece sul posto al comando della Gendarmeria un certo Gerard, tenente della stessa e un certo Ravier, maresciallo. Per contattare i due comandanti, i briganti si servirono di un loro conoscente, certo Raffaele Timpano, soprannominato Paparello. Quest’ultimo andò a trovare Gerard e Ravier all’ora di pranzo, quando i due avevano appena finito di mangiare ed erano abbastanza avvinazzati. Ma non andò da solo. Il Paparello si fece accompagnare dal giudice di pace don Bruno Chimirri, dal comandante della Civica, don Domenico Peronacci e dal governativo Giuseppe Amato. I quattro, giunti all’alloggio di Gerard e Ravier, li trovarono completamente ubriachi. Nonostante tutto riferirono ugualmente qual era lo scopo della loro visita, precisando che i tre briganti si volevano consegnare e insistendo perché i due comandanti andassero di persona nella baracca dove i briganti attendevano per avere il salvacondotto. L’abbondante bevuta aveva evidentemente risparmiato al tenente e al maresciallo della Gendarmeria ancora un po’ di cervello. Infatti, prima di andare all’incontro con i briganti pentiti, i due comandanti, pensando da ubriachi, si armarono di pistola e ne diedero una anche al giudice Chimirri e al civico Peronacci. Probabilmente strada facendo si unì al gruppo un altro soldato della Civica, certo Domenico Iorfida il quale, chissà per quale ragione, volle proseguire con gli altri. Giunti sul posto, Chimirri, Peronacci, Amato e Iorfida aspettarono fuori, tenendosi a debita distanza, mentre Gerad e Ravier entrarono nella baracca. Ma, appena i due varcarono la soglia i briganti aprirono il fuoco e li uccisero all’istante. Non paghi spararono anche contro quelli che erano rimasti fuori, colpendo mortalmente il Iorfida, mentre i rimanenti rimasero miracolosamente illesi. Compiuta la strage, i tre briganti si barricarono dentro la baracca, convinti probabilmente che chi si trovava all’esterno aprisse il fuoco contro di loro. Ma né il giudice Chimirri, né il civico Peronacci avevano alcuna intenzione di sparare. Lo fece invece la guardia Civica, che giunse di lì a poco sul posto con una buona scorta di uomini e di armi e, dopo avere assediato la baracca da ogni lato, riuscì a penetrare all’interno, uccidendo i tre briganti.

La notizia dell’uccisione dei due comandanti francesi si sparse in un batter d’occhio in paese e raggelò il sangue di tutti i serresi. La vendetta del comandante Voster sarebbe stata immediata e implacabile. I cadaveri dei briganti uccisi furono trascinati dagli uomini della guardia Civica nel piazzale di Spinetto e lasciati lì, senza sepoltura in pasto ai cani. Ma questo non servì ad attenuare l’ira furibonda di Voster che, tornato precipitosamente da Gerace, inviò un rapporto di fuoco contro i serresi al generale Manes, aiutante di campo e comandante supremo delle forze armate francesi dopo S. M. Gioacchino Murat. Quel rapporto, sicuramente pieno di bugie per aggravare le colpe dei serresi e attirare la vendetta più spietata, giunse in men che non si dica a Nicastro dove, in quel periodo, dimorava Manes, generale spietato e crudele, detto ‘lo sterminatore’. (Continua alla pagina seguente)

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Rivista di Serra e dintorni - Serra San Bruno - VV - Anno 10 - Speciale Aprile 2014

IL TERRIBILE COMANDANTE VOSTER (II PARTE) L’uccisione dei due ufficiali francesi Gerard e Ravier, avvenuta ad opera di tre briganti, fece tremare la popolazione di Serra, che si aspettava la ritorsione da parte del terribile comandante Voster il quale era a capo della gendarmeria del distaccamento francese di stazza nella cittadina. Ma il resoconto di quanto era successo doveva essere fatto ad un’autorevole personalità che, in quel tempo, presiedeva a tutte le operazioni militari che i francesi facevano nel meridione d’Italia, soprattutto a quelle che riguardavano la lotta per lo sterminio dei briganti, che infestavano le montagne. Questa personalità era il generale Manhes che “non era un uomo, ma un diavolo vestito di carne umana” il quale in quel periodo si trovava a Nicastro. Fu a quest’ultimo che il comandante Voster indirizzò il suo rapporto. Un resoconto fittizio, pieno di menzogne e di falsità che doveva servire per aumentare le ire del generale e far piovere sulla popolazione serrese la punizione più tremenda. In previsione di questa temibile conseguenza, allo scopo di attenuare i disastrosi effetti, i serresi pensarono fosse opportuno inviare a Nicastro una deputazione di persone scelte e credibili a cui affidare il compito d’incontrare il generale e riferire come veramente si erano svolti i fatti, cercando di prospettare al ‘diavolo vestito di carne umana’ tutte le attenuanti possibili. Per tale compito furono scelti don Luigi Peronacci, che era fratello del sacerdote don Domenico, uomo di grande merito, che a Nicastro aveva ricoperto il ruolo di vicario generale della diocesi e, per questo suo prestigioso passato, messo a capo della deputazione. Insieme a lui sono stati scelti il sacerdote don Bruno Maria Tedesco, Salvatore Pisani e un altro sacerdote ancora, don Bruno Tedesco. Ai quattro volenterosi ambasciatori sono state consegnate lettere, scritte dall’Intendente e da altre autorevoli personaggi del luogo da portare ed esibire al generale al fine di stuzzicare la sua clemenza e la sua compassione. I designati partirono quasi contemporaneamente ai latori del rapporto di Voster, diretti tutti verso la stessa persona, i primi, in funzione di acqua con la quale spegnere il fuoco, che i secondi andavano ad accendere contro Serra e i serresi. Ma ad arrivare prima è stato evidentemente il fuoco, che ha acceso le ire del diavolo vestito di carne umana, mentre la deputazione giunse a destinazione quando Manhes bolliva già tra le fiamme dell’odio e tra il sapore irrefrenabile della vendetta. La deputazione, una volta al cospetto del generale, vide inutili tutti i tentativi di sedare i bollori del generale il quale per prima cosa e senza nemmeno leggerle strappò le lettere che i delegati gli portarono, calpestando, poi, sotto le suola dei suoi stivali i frammenti di carta e vomitando contro di loro e i serresi imprecazioni di ogni genere: “Non curo le vostre protezioni –urlava come un forsennato – .Verrò in Serra e saprò punire i colpevoli come meritano e come voi stessi meritate…”. Come se tutto ciò non bastasse, mollò con tutta la sua forza un ceffone sulla faccia del povero Peronacci che, nell’immediatezza della situazione, cercava di acquetarlo,

cercando di convincerlo di aver tutte le sue buone ragioni. Tremanti per la paura, i quattro si ritirarono in buon ordine nei propri alloggi, sperando di salvare almeno la pelle, caso mai quel diavolo si fosse deciso di rivoltarsi contro con modi e forme bastevoli a placare fin da subito la sua bramosia di vendetta. S’immagini il lettore con quanta pena e premura i componenti di quella deputazione aspettassero il sopraggiungere dell’alba per poter rimettersi in marcia e ripartire. Ma nel cuore della notte, ecco che qualcuno bussa alla loro porta. Era un dragone di cavalleria che gli imponeva di alzarsi dal letto e presentarsi immediatamente davanti al generale, muovendosi con ogni urgenza e senza porre altro tempo in mezzo. La prima cosa che i quattro pensarono è stata quella che, forse, era giunta la loro ora. Strada facendo raccomandarono l’anima a Dio e pensarono che dietro l’angolo c’era ad attenderli il plotone di esecuzione oppure il boia, pronto a mettergli una corda al collo. Invece furono portati nuovamente al cospetto del generale il quale, non ancora per nulla acquietato, ma spruzzante ira da ogni poro della pelle, chiese loro di indicare quale era la strada più breve da seguire per arrivare nel più breve tempo possibile a Serra, se quella di Maida o quella della montagna. I quattro, non senza tirare un sospiro di sollievo, consigliarono quella di Maida. Furono, quindi, lasciati andare e, una volta negli alloggi, persero la voglia di tornare nei loro letti, ma racimolarono le loro cose e, senza più minimamente indugiare, decisero di ripartire, ma non alla volta di Serra. Quella cittadina era ormai una polveriera, su di essa stavano per abbattersi le ire del diavolo vestito di carne umana e chissà cosa sarebbe stato di quelle antiche e gloriose mura e di coloro che, ignari di tutto, li abitavano. Tre di loro e precisamente don Bruno Maria Tedesco, don Bruno Tedesco e Salvatore Pisani scelsero la via di Monteleone (Vibo Valentia) dove, una volta giunti si fermarono, mentre il Peronacci scelse la via di Gerocarne dove sapeva che c’era qualcuno che lo poteva ospitare e nascondere. Non passarono che due o tre giorni ed ecco che il generale Manhes, seguito da 24 dragoni di cavalleria piombò a Serra.

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Giovanni Francesco Conty: una storia nelle Reali Ferriere di Mongiana di Ernesta Zadra

Per molteplici ragioni, storiche, economiche, militari e sociali, l’industria metallurgica di Mongiana, è stata al centro dell’interesse di studiosi del settore. Nata per la presenza di materiale ferroso situato nelle vicine montagne di Stilo e Pazzano, essa si era trasformata nel 1771, da itinerante quale era stata per secoli, in stanziale; una necessità originata dalle difficoltà derivanti dalla frequente mobilità a cui erano sottoposte le strutture precarie in legno di cui era costituita e che erano allocate per altro, lontane da centri abitati , in boschi selvaggi e destinate ad essere rimosse, quando questi si esaurivano. A questi problemi si aggiungeva il pericolo dei briganti che, consci della presenza nelle baracche di grandi quantità di viveri, le prendevano d’assalto, c ausando morti e feriti. Si cominciava anche a comprendere che una ferriera non più itinerante avrebbe comportato un più efficace adeguamento alle tecnologie più sofisticate , un’organizzazione delle strutture, stalle per i muli e cavalli,magazzini per il cibo, più razionale e salutare ed anche una qualità di vita migliore per le maestranze. La ferriera di Mongiana fu costruita quindi con materiali solidi, ai limiti di una estesa pianura, in un territorio disabitato, in cui si ergeva una Chiesa costruita dal Marchese di Arena nel 1700, per i contadini stagionali che accudivano il suo bestiame e dedicata alla Madonna delle Grazie. La scelta del territorio in cui avrebbe dovuto sorgere fu determinata da felici circostanze, quali la vicinanza di miniere di ferro situate nei monti di Pazzano e di Stilo,la presenza di un fiume, l’Allaro, con una discreta portata d’acque quale risorsa energetica per le officine, nonché la possibilità di raggiunge soprattutto in estate i l porto di Pizzo in cui collocare i magazzini che ospitavano i prodotti della ferriera, soprattutto armi e bombe di cannone destinate all’Artiglieria borbonica e fatti imbarcare alla volta della capitale Napoli. La complessità di tale struttura ed i fini che si proponeva ,comportava l’esistenza a monte di un’organizzazione che non è esagerato definire speciale, che avrebbe portato alla scelta di Mongiana quale sede definitiva dell’industria metallurgica , la nascita nel tempo di un agglomerato di abitazioni ( oggi l’odierno Paese di Mongiana ), e che si sarebbe avvalsa di un Amministratore nominato dal Governo del Regno , particolarmente capace e lungimirante. Si trattava di Giovanni Francesco Conty, uno spagnolo

stabilitosi a Napoli, Amministratore generale delle Regie ferriere che resse per un ventennio con un’operato ricco di luci ma anche di ombre, fino alla sua morte avvenuta nel 1790; gli successe il figlio Massimiliano. Di Giovanni Francesco Conty, per l verità si sa ben poco, almeno prima del suo incarico nelle lontane Calabrie; si conosce solo che dalla natia Spagna si era trasferito a Napoli, ove probabilmente si era sposato. E’ facile immaginare che abbia accettato l’incarico senza molto entusiamo, per lontananza dei luoghi da Napoli, situati in zone selvaggie, sia dal punto ambientale che umano. Doveva però possedere un carattere audace, sufficientemente duro per affrontare maestranze inselvatichite dalle lunghe permanenze nei boschi, lontani dal paese di origine e dalle loro famiglie. Cosa lo spinse in questa avventura? Forse la sete di potere; era pur sempre un Amministratore generale con ampi poteri; indubbiamente doveva avere, per essere stato scelto, esperienze nel settore metallurgico e nutriva forse la speranza di guadagni facili che supponeva e che forse si realizzarono. Si trattava di Giovanni Francesco Conty, uno spagnolo stabilitosi a Napoli, Amministratore generale delle Regie ferriere che resse per un ventennio con un’operato ricco di luci ma anche di ombre, fino alla sua morte avvenuta nel 1790; gli successe il figlio Massimiliano.

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Rivista di Serra e dintorni - Serra San Bruno - VV - Anno 10 - Speciale Aprile 2014

Di Giovanni Francesco Conty, per l verità si sa ben poco, almeno prima del suo incarico nelle lontane Calabrie; si conosce solo che dalla natia Spagna si era trasferito a Napoli, ove probabilmente si era sposato. E’ facile immaginare che abbia accettato l’incarico senza molto entusiamo, per lontananza dei luoghi da Napoli, situati in zone selvaggie, sia dal punto ambientale che umano. Doveva però possedere un carattere audace, sufficientemente duro per affrontare maestranze inselvatichite dalle lunghe permanenze nei boschi, lontani dal paese di origine e dalle loro famiglie. Cosa lo spinse in questa avventura? Forse la sete di potere; era pur sempre un Amministratore generale con ampi poteri; indubbiamente doveva avere, per essere stato scelto, esperienze nel settore metallurgico e nutriva forse la speranza di guadagni facili che supponeva e che forse si realizzarono. Non a caso, il figlio Massimiliano che lo sostituì nell’incarico di Amministratore alla sua morte nel 1790, con uno stipendio di cento ducati al mese, potè permettersi, grazie anche al capitale ereditato dal padre, di sposare sua figlia ad un nobilotto di Cariati promettendo nell’atto notarile,una dote di 3000 ducati, più altri 1000 se avesse avuto dal Governo un altro incarico più dignitoso e remunerato; ma più significativo appare un prestito che egli concesse,dietro un interesse elevato ,di 9000 ducati Si deve a Francesco Conty comunque , la stesura di un piano di sviluppo dello stabilimento delle ferriere, fino ad allora in uno stato di degrado, e poco produttive,anche per gestioni utilitaristiche di affitta tori incapaci o con pochi scrupoli e anche per gli impianti obsoleti. Piano di sviluppo subito accettato dai Borboni e che prevedeva la nascita dello stabilimento stanziale di Mongiana, che fu realizzato nel 1771. A quanto sembra fu il primo amministratore delle Regie ferriere a tenere una contabilità sull’entrate e le uscite e sulla produzione che si realizzava nello stabilimento ;, ammodernò gli impianti, introducendo due Altiforni che aumentarono la produzione, il Santa Barbara e il Sant’Antonio; favorì la costruzione di piccole case, per rendere stanziali anche le maestranze e le cui spese furono sostenute dalle maestranze stesse. Una pratica in seguito proseguita durante la gestione dei francesi. Egli stesso abitò in Mongiana nei pressi dello stabilimento delle ferriere, come testimoniano le iniziali del suo nome fuse nel cancello di quella che è stata la sua

abitazione Abbiamo detto che i poteri amministrativi del Conty erano assai ampi; andavano dagli acquisti acquisti di generi alimentari ai carboni, assumeva e licenziava il personale, stendeva contratti di acquisto di boschi per fare carbone. In particolare tali acquisti riguardavano il territorio feudale di Mongiana, chiamato così per un piccolo fiume che lo percorreva. Boschi che erano di proprietà del Marchese di Arena, della Real Certosa e di altri particolari . Ne cito uno, relativo al 1772, stipulato con il Marchese di Arena in cui si stabilisce l’acquisto da parte del Conty, nella sua veste di Amministratore Generale delle Regie ferriere, di undici tomolate di faggi, in piedi, a ducati 11 la tomolata che servono “….per fare i carboni per le nuove Regie ferriere situate nel paesaggio di detta Mongiana per il lavoro del ferro per bombe, cannoni e altro….” Dal contratto si evince che la data della costruzione delle nuove ferriere era sicuramente il 1771, che il Conty aveva acquistato nel 1769 boschi dalla Certosa per lo stesso prezzo, che il taglio interessava solo gli alberi di faggio e non gli abeti, che quelli da abbattere dovevano essere segnalati col marchio del Marchese, e che per ogni tomolata di terreno era d’obbligo lasciare in piedi un faggio per l’inseminazione. Nello stesso contratto si fanno i nomi del Direttore delle officine di Mongiana, cioè don Fabrizio Frangipani e don Michele Saturni, capo fonditori. Nomi non certamente calabresi Poiché in anni successivi sino al 1786 trovo altri contratti piuttosto cospicui; non mi meraviglio perciò che successivamente, nel carteggio del Marchese di Arena ,si accenni che i boschi di Mongiana sono pressocchè distrutti e che al posto dei faggi e delle querce egli aveva posto a dimora alberi da frutto ed olivi. Sono pochi squarci, ma significativi di v ita di Giovanni Francesco Conty, certamente un uomo abile ed audace, che venne in Calabria portandosi appresso a quanto pare la famiglia, poiché il figlio gli è succeduto nell’incarico, e che vi rimase sino alla morte. Come si sa, nel 1871, dopo l’Unità d’Italia gli stabilimenti metallurgici di Mongiana furono costretti alla chiusura , con gravi danni per l’economia del territorio delle Serre ed entrando da quel momento nella leggenda.

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Rivista di Serra e dintorni - Serra San Bruno - VV - Anno 10 - Speciale Aprile 2014

Dieci anni fa, La Passione di Cristo di Mel Gibson di Marco primerano La Pasqua del 2004 fu segnata da un

grande fenomeno mediatico: l’uscita nelle sale cinematografiche del discusso e discutibile film di Mel Gibson, The Passion of the Christ. Un film che, al di là delle critiche, ha avuto il merito di riportare alla ribalta la figura di Gesù a livello cinematografico, suscitando particolare interesse sulle ultime ore della sua vita terrena. Il film, sia in Italia che all’estero, non è stato toccato da alcuna forma di censura, come qualche voce del mondo cattolico avrebbe voluto. Il film veniva tacciato di eccessiva violenza nella rappresentazione di alcuni momenti della Passione: in particolare la scena della Flagellazione, che occupa un amplissimo numero di minuti. Minutaggio che ha fatto discutere per un altro particolare della pellicola: su ben due ore di schiaffi, sputi, flagelli e croci, il film dedica solo gli ultimi due minuti finali a quello che in realtà è l’evento centrale della religione cristiana: la Resurrezione di Gesù di Nazareth. Mel Gibson, alle copiose critiche, ha risposto che la sua opera si ispira non solo ai Vangeli (che sono comunque molto rispettati e presenti nel film), ma anche ad opere mistiche, in particolare alla Dolorosa Passione di Nostro Signore Gesù Cristo, un’opera che sarebbe stata composta su diretta dettatura di Gesù alla tedesca Anna Katharina Emmerick (1774-1824). Le visioni della mistica sono alla base di alcune scene veramente toccanti del film, ma che in fondo non corrispondono tanto con quello che riportano i Vangeli. Per esempio, a Gesù Gibson fa persino rompere una spalla, mentre le profezie e Giovanni Evangelista ci ricordano che “non gli fu spezzato alcun osso”. E poi la croce: nel film Gesù trasporta tutto intero il suo patibolo, mentre la Sindone e altri fonti ci fanno vedere che molto plausibilmente (anzi certamente) Gesù ha portato la croce alla maniera di tutti gli altri condannati, ossia la semplice trave trasversale legata alle spalle. Ciò che causa più sconcerto, dicevo, è la scena della flagellazione. Un’interminabile scena di dolore e sangue, in cui il flagrum e il flagellum, le fruste romane, rendono il corpo di

Gesù un ammasso di carne sanguinolenta. Il paragone con la stessa scena, per esempio, nel Gesù di Nazareth zeffirelliano non regge. Tuttavia Gibson in questo si avvicina molto a quella che era la realtà storica: durante la flagellatio l’efferatezza dei Romani non aveva limiti, poteva anche portare alla morte del condannato. Il film, girato in Italia presso i famosi sassi di Matera (scelti anche da Pasolini per il suo Vangelo secondo Matteo), è sottotitolato in quanto il regista ha fortemente voluto che si mantenessero le lingue parlate in Palestina al tempo di Gesù: aramaico e latino. Molto belli ed efficaci i flash-back attraverso i quali Gesù e Maria ricordano alcuni momenti della loro vita prima e durante l’inizio dell’attività pubblica del Messia. Altre figure molto toccanti nel film sono Giovanni e Maria Maddalena, interpretata dall’attrice italiana Monica Bellucci. Non sono da meno Pilato, tormentato dal dubbio; Giuda, vittima del suo stesso rimorso; i sacerdoti, crudeli e fermi nella loro decisione di far fuori Gesù (tanto da far gridare anche accuse di antisemitismo contro Gibson). Nel film, molto presente è la figura di Satana interpretata da Rosalinda Celentano. Satana che ha le fattezze di donna ma la voce maschile; dal cui naso escono vermi e che durante la flagellazione reca in braccio un bambino deforme: il regista ha spiegato che tutto ciò mira a mettere in risalto ciò che porta il ribaltamento del bene. Cosa c’è di più tenero di una donna e soprattutto di un bambino? Eppure, il male è capace di deformare le realtà più belle. Ma in tutto questo penso che la trovata più bella e originale di tutto il film sia quella che lo stesso Gibson chiama “la lacrima del Padre”: dopo la morte del Figlio Gesù, il regista è come se facesse chinare Dio Padre a guardare sulla terra. Neanche Lui può trattenere le lacrime: quando la prima di esse tocca la terra, si verifica il sisma e la spaccatura del tempio, ma soprattutto Satana viene sconfitto nel suo stesso regno.

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Rivista di Serra e dintorni - Serra San Bruno - VV - Anno 10 - Speciale Aprile 2014 MY “BRITISH EXPERIENCE” di Lavinia Morano

Il 26 Ottobre del 2012 ho lasciato l’Italia per andare a lavorare nel Regno Unito, precisamente a Newcastle upon Tyne, una città Inglese che si trova nella contea di Tyne and Wear. Ho vissuto in Inghilterra fino al 10 Giugno del 2013, dunque, per più di otto mesi. Ho lavorato come “Foreign Language Assistant” in una scuola, la Gosforth Academy, dove ho insegnato Italiano a ragazzi di età compresa tra gli undici e i diciannove anni. Questa esperienza mi ha dato la possibilità di conoscere persone nuove, di visitare l’Inghilterra, di scoprire luoghi meravigliosi, di apprezzare stili di vita differenti e, in generale, di ampliare i miei orizzonti culturali. È stata senza ombra di dubbio una delle esperienze più importanti e costruttive della mia vita. Oggi mi trovo nuovamente in Italia, ma con il costante desiderio di tornare a vivere lì. Perché? Per varie ragioni. Innanzitutto, non vedo alcun futuro in Italia, in modo particolare al Sud. Trovare lavoro risulta un’impresa ardua senza una buona raccomandazione, il clima politico non è dei migliori, i prezzi della benzina sono alle stelle, vi è una totale carenza di mezzi di trasporto, i rifiuti vengono raccolti a stento, e l’inciviltà regna sovrana. L’Inghilterra non sarà certamente il paradiso terrestre, ma, durante i mesi trascorsi lì, ho avuto modo di notare molte differenze. Prima fra tutte, il sistema educativo. In Inghilterra va avanti solo chi realmente sa. Non esistono raccomandazioni o, se ci sono, saranno una cosa molto sporadica, dal momento che, sia professori che alunni, mi hanno confermato che lì il sistema si basa sulla meritocrazia: puoi conoscere chi vuoi o puoi disporre di tutti i miliardi del mondo, ma, se non hai buoni voti, all’università non entri. Per di più, è lo stato che paga le tasse universitarie. Lo studente dovrà restituire il prestito ottenuto quando (e solo se) arriverà ad avere uno stipendio minimo di £21.000 annui. Inoltre, per

coloro che desiderino proseguire gli studi universitari, sono disponibili borse di studio che arrivano fino a £25.000, e non vengono concesse solo a chi “dichiara” di avere reddito pari a zero quando invece, il più delle volte, naviga nell’oro, bensì agli studenti meritevoli. Giusto per fare un esempio, io ho due lauree in Lingue, conseguite entrambe con il massimo dei voti. Se volessi abilitarmi all’insegnamento in Italia, dovrei pagare una tassa universitaria che si aggira intorno ai €3000, oltre alle spese per sostenere i test di ingresso (€100 per classe di concorso) e alle spese di vitto e alloggio. Ma se quella tanto agognata abilitazione decidessi di prenderla in Inghilterra, sarebbe lo stato a farmi un prestito di £9000 e a concedermi per giunta una borsa di studio del valore di £20.000. Se mai dovessi decidere di avere dei figli, saprei che negli UK il loro diritto allo studio sarebbe garantito. Ma oltre all’università, ci sono tanti altri aspetti degni di nota. Per quanto ci si ostini a dire che il costo della vita nel Sud Italia sia più basso, questo non è vero, sono tutte favole, illusioni… Abbiate il coraggio di recarvi nel Regno Unito e di fare la spesa all’Asda (una catena di supermercati Inglesi) o di fare un salto da Poundland (una catena di negozi) e solo dopo aver fatto ciò tornate a ripetere che da noi le cose costano di meno… Ho visto gli stessi prodotti, delle stesse marche, costare più di €3 in Italia e £1 nel Regno Unito. Provate a mangiare in uno di quei ristoranti a buffet dove non andrete a spendere più di £15 per poter gustare tutte le pietanze che gradite, dal primo al dolce. Controllate quanto costa un abbonamento ai mezzi di trasporto (sempre efficienti) e paragonatelo a quanto spendete in un anno tra benzina, bollo, assicurazione e manutenzione dell’auto. Prestate anche attenzione all’ordine, alla pulizia, al rispetto delle norme. E infine, quando vi recate in un qualsiasi ufficio per delle pratiche burocratiche, provate a notare in quanto tempo verrà risolto il vostro problema e notate anche la gentilezza, la cordialità e il sorriso sulle labbra del responsabile… Cosa ha rappresentato l’Inghilterra per me? Un mondo più civile, più giusto, dove chi è troppo onesto per rubare allo stato può ancora sperare di costruirsi una vita decente. E non venite a dirmi che fa freddo o che non c’è il sole, perché il sole c’è, e si vede.

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Rivista di Serra e dintorni - Serra San Bruno - VV - Anno 10 - Speciale Aprile 2014 SE HAI ORECCHI DA INTENDERE, CARO GIOVANE, ASCOLTA! di Mario Zangari Del Prato

La mia pur modesta saggezza, acquisita via via lungo l’impegnativo corso degli studi classici ante 1970, e la luce della tanta e diversa esperienza fatta nel corso dei miei ormai molti anni, mi permettono oggi, di capire bene il presente. Non solo, ma di rimpiangere anche, per te giovane che ascolti, i miei remoti tempi, vissuti in una società laboriosa, affatto nervosa, temprata dagli eventi difficili ed attenta, soprattutto, ad essere di valido esempio, di buon comportamento e di buon senso! Domanda: Perché quel che venne costruito ieri validamente, da assennate generazioni, viene oggi distrutto o messo in discussione, con tanto menefreghismo e superficialità? Risposta: Perché l’uomo soffre oggi, di una inquietudine animalesca, non rivolta al bene comune (se così fosse, sarebbe un’utile rivoluzione morale; cosa che non ha mai provocato scompiglio); ma rivolta, con egoismo e avidità, al bene personale. E tale inquietudine genera in lui una rivoluzione interiore, pregna d’invidia, di ribellione e di rifiuto. Oggi cioè, “l’io”, non sentendosi più limitato dalle briglie del buon costume e delle regole del civile comportamento, si ritrova continuamente in una posizione scomoda (perché incontentabile); e trama per raggiungere l’appagamento delle comodità, arrivando anche a distruggere ciecamente quel che di buono altri hanno cercato di costruire prima, specialmente i buoni costumi e quel modo di vivere sano! Ascolta quindi, caro giovane, questi miei sofferti e meditati pensieri, assai apprezzati un tempo e ritenuti del tutto oggettivi (se non ci credi, interroga i tuoi vecchi ed essi te lo confermeranno). Sono certo che ti risulteranno molto utili, se intendi dialogare socialmente, confrontare pacatamente le tue idee e riconoscere le capacità altrui: Il buon consiglio dell’età senile non s’ignora mai; anzi, bisognerebbe richiederlo sempre! Oggi ti è permesso ormai, di vivere come vuoi, assecondando soprattutto i tuoi materiali impulsi, fallo almeno nel rispetto dell’altrui correttezza; solo così potrai mostrare di averne anche per te stesso! Ricordati che l’Onnipotente, creandoti a Sua immagine e somiglianza, ha voluto concederti il dono più grande: la libertà di decidere. Quale sua amata creatura, ti ha posto davanti, il bene ed il male, l’acqua ed il fuoco, la vita e la morte, e ti ha lasciato libero di stendere la mano, volta per volta, e scegliere quel che più ti piace, sperando tu lo faccia sempre giudiziosamente! Cerca di usare questo dono, assecondando si, l’istinto innaturato con schiettezza di cuore; ma guidato

sempre dalla luce della ragione, che ti eleva (homo sapiens) al di sopra degli altri esseri viventi. Solo così facendo, potrai appartenere al civile e dignitoso genere umano, evitando, in questa breve comparsa sulla terra, molte delle umane angosce! Non aspettare mai di essere carico di catene, per accorgerti di godere della libertà e se le circostanze avverse ti dovessero intralciare il cammino, non eccedere nel dramma; rifletti e, potendo, reagisci sempre per limitarne il danno, senza sciupare il tempo, che scorre comunque e purtroppo inesorabilmente, impoverendo quello a te concesso! Vivendo civilmente, all’insegna della convivenza sociale, tieni presente che avrai sempre occasioni di misurarti con gli altri, a volte più grandi di te e a volte più piccoli; guardati, pertanto, dall’invidia e dall’orgoglio. E quando puoi, non mancare di dare il tuo attivo contributo alla comunità cui appartieni, curando di conoscere ed utilizzare i vari modi di partecipazione alla vita del paese; modi che consentano di difendere i diritti del cittadino e di stimolarne anche i doveri però, onde poter pretendere, di conseguenza, giustizia ed onestà, da parte degli organi responsabili. Non limitarti a parlare solamente o a criticare poi (verba volant); lascia che parli il tuo buon esempio: Un buon maestro, non mostra solo a parole agli alunni, il cammino che devono percorrere; segna loro piuttosto, la strada da seguire, con i passi del suo buon esempio! Quando poi, infine, ti senti responsabile ad aprire una famiglia, mostra di saperla gestire bene, per onorare una preziosa missione; ma anche per poter garantire eventuali tue future aspirazioni, di impegni più ampi. Sappi che la vita data ad un figlio è solo il primo passo, verso quell’esaltante ed appagante avventura, nella quale ti incamminerai appena sarai genitore. Oggi più di prima, crescere un figlio, non vuol dire aiutarlo soltanto nello sviluppo fisico, con sostanze nutritive; ma curarlo ed educarlo a crescere anche civilmente e culturalmente, per essere in grado, crescendo, di gestire convenientemente e con responsabilità quella libertà, sopra illustrata: E’ questa una delle discipline tra le più difficili da impartire (oltre che da apprendere), dovendo far conciliare la propria libertà con quella degli altri. Queste sono le somme regole della vita, che la Civiltà chiama Valori, tra i quali spiccano il rispetto, l’onore e la dignità. E tu, in qualità di genitore, hai il compito morale di trasmetterli a tuo figlio, indicandogli il modo migliore per potersi realizzare, vivendo la propria individualità nella società. Sappi che la società civile, senza tali valori, non esiste come tale! Un’ultima esortazione voglio farti, pur essa assai importante; Essendo la salute l’unità che dà valore agli zeri della vita che hai avuto in dono, non pensare nemmeno – malgrado gli affanni, i sogni svaniti o le cocenti delusioni sofferte – di rinunciare ad essa: Perderesti inutilmente e definitivamente tutto!

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Composizioni Poetiche

La poesia con il significato di creazione ( dal greco poiesis ) serve per trasmettere un messaggio, il significato semantico delle parole insieme al suono e al ritmo che queste imprimono alle frasi. La poesia ha in sé alcune qualità della musica e riesce a trasmettere concetti e stati d’animo in maniera più evocativa e potente di quanto faccia la prosa.

Lu tilaru di Antonio Gambino (Senior) Antonio Gambino Senior classe 1892, nacque a Vazzano e morì a Catanzaro il 30 ottobre 1978. Partì nel 1909 in USA e ritotno in Italia. Parcecipò alla prima Guerra Mondiale. Negli anni venti si trasferì a Serra San Bruno, dove stabilì la sua residenza definitiva. Fotografo, poeta e pittore fra i più apprezzati. Proponiamo una bellissima lirica d’Amore in vernacolo, degna di attenzione ai critici letterari, dove l’autore ricorda e immortala la cugina Rosa che lavorava al telaio, morta giovane.

Quandu tessivi,o Rosa,a lu tilaru, su cuorpu tue movia e mmi Incantava; nu trivulu facìa stu cuori amaru ca no tti potia aviri e pparpitava. Amuri ti cercava pe’ pietà e tu facivi trich tracchi tra. Io ti guardava all’uocchi ed allu piettu cu la cammisa janca e lu hjaccatu; mi disperava e nno n’avia rigiettu, mu mi ndi vaju mi paria peccatu. La navetteda jìa di cca e di dà e tu facivi trich tracchi tra. Arriaedi la sipala di sambucu nc’era ‘na hjocca cu sie puricini; io ti cantava quasi sutta vuci, ‘na bella serenata di Spontini. Lu cuorpu tue movia di cca e di da mentri facivi trich tracchi tra. Cuomu du’ balumbiedi nnamurati ohi Rosa,ndi guardamma d’intra ll’uocchi pe’ cchidu affiettu eramu mbidiati di li cumpagni tue ch’eranu sciuocchi. Nasciu l’amuri nuostru propria dà ntra lu tilaru cu lu tracchità. E ndi voliamu bena tutt’ ‘i due pe mmia morivi ed io moria pe ttia; io ncatinatu di l’occhiuzzi tue ca ieri tutta la speranza mia.

La navetteda jìa di cca e di dà e ttu facivi trich tracchi tra. Pue mi ‘ndi jìvi, oh cchi fortuna ngrata! a nn’atru mundu ch’è luntanu assai a lu rituornu ti trovai malata dintr’a lu liettu e cchi pena provai! Chidu tilaru mi facia pietà misu a nnu cantu senza tracchi tra. Tu mi dicisti -Vasami!- e aspettasti la vucca mia mu posa sup’a tua, e quandu si jungiru lagrimasti: anzi ciangimma ogn’unu ntr’allarma sua. Mi ricordava,ohi Ro’,ntra la pietà, quandu facivi trich tracchi tra. Quant’è brutta la muorti,o Rosa bella! Ogni criatura hava nu distinu. Nescimma ognunu cu la propria stella lu juornu attia scurau prima matinu, Accussì voza la’ Eterna Bontà, mu spicci priestu cu lu tracchi tra.

REMINISCENZE D’INFANZIA di Luigi Polistena La vita del Polistena è segnata da un dramma,che fin dall’infanzia ha lasciato un segno indelebile nel suo cuore: l’abbandono del padre e il conseguente legame indissolubile con la madre. ( Da “Luigi Polistena, il poeta della sofferenza e delle radici” sul numero … di questa Rivista )

Io li miravo e col pensier lontano, correvo indietro con la fantasia, di quando ancor piccino per la mano mi accompagnava a casa mamma mia. Un brivido, m’invase lentamente, inumidì una lacrima le gote pensavo ancora al dì, ormai dimente, a quanto allor facea chi più non potè. Era mia madre, che sommessamente, con moniti severi e a volte blandi, mi suggeriva, ripetutamente, d’aprire il cuor, la mente a cose grandi. Oh mamma,mamma,l’ho presente ancora, quel triste dì ,di molto ormai trascorso, quando mio padre se ne andava allora, con l’almo pago e senza alcun rimorso. Ricordo ch’eri triste e sofferente, pensando, forse, al mio avvenir lontano; Tu lo vedevi fosco, certamente, ma il sacrificio tuo non restò vano.

Un urlo di sirena e poi il vociare di bimbi allegri mentre uscian di scuola mi parve di sentire. A tutt’osare, si rincorrean fra loro a mò di spola. Sui visi loro leggevo la gaiezza, la vita, il brio, la frenesia nel core, che sente sol chi sa di fanciullezza, anche s’è tocco a volte dal dolore.

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Pomeriggio con Beethoven Mimmo Stirparo

Approdo di silenzi, pace. Si placano le onde schiumose del giorno traviato, il crepuscolo si avvicina annunciando nuovi tempi. Tutto fluisce irrequieto tra le mani simulando la direzione d’orchestra tutto corre, ricorre, posa,riposa, tutto, l’ansia, la paura la speranza, la gioia, il rintocco della vecchia campana, il sangue al fiume, l’odore dell’abetaia attorno al romitorio. Mi quieto andante, allegro mi quieto!

Lontananza di Mimmo Stirparo

Profumo di anni passati cose già vissute vivo pentimento corre chilometri incontra case scrostate tetti di lamiera arrugginita distese di cemento arido senza più il violino la chitarra e la zampogna. Ricordi silenziosi corrono verso la collina dei cipressi il padre, la madre aspettano il profumo delle rose vasi spenti… …la lontananza!

“Amore e Morte alla Lacina” Maria Concetta Preta

In un bosco sacro e millenario s’erge cupo un castello solitario abitato da gufi e salamandre, fa da tana ai cinghiali delle Serre. Il viaggiator cortese delle selve ode sovente riso, urla e pianti.

Il cacciator sta lungi da quel luogo ché pericolo si cela tra le mura. Non è il tristo ricordo di briganti ad agitare il viandante sfortunato! Tra i cercator di funghi ed i pastori si favella di una strana baronessa vissuta ai tempi del fiero Garibaldi. Enrichetta suo nome, bella invero, rifiutò le nozze combinate adducendo la scusa della fede e l’impegno verso i poverelli. Dedita quindi alle opere cristiane, indotava le fanciulle bisognose e vivea sola nel palazzo gentilizio. Invero poi, arrivata l’estate, dell’Appennino aspro e cupo la baronessa ode il forte richiamo e con la scusa dell’aria salubre trasferisce tutta la sua corte al casino di caccia alla Lacina.

Nel bosco avito, novella dea pagana, svestitasi dei bei paludamenti, si riversa in groppa al suo cavallo com’amazzone selvaggia lungo valli fino alle fiumare ed ai valloni, in preda ad un istinto primordiale. Sciolti i capelli, ninfa senza pace, impazzita irrompe nei villaggi alla ricerca di giovani aitanti che possano placare il suo furor.

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Manifestazioni V centenario della beatificazione di San Bruno e del ripristino cinquecento della Certosa calabrese (conferenza stampa da parte dell’Istituto Einaudi)

Il prossimo 19 luglio ricorrerà il quinto centenario della beatificazione, proclamata da papa Leone X tramite vivae vocis oraculo, di San Bruno di Colonia, fondatore dell’ordine dei Certosini e all’origine, con la sua comunità monastica stabilita in territorio di Calabria alla fine dell’XI secolo, del paese di Serra. Per ricordare adeguatamente questo evento l’Istituto di Istruzione Superiore “L. Einaudi” di Serra San Bruno ha programmato una serie di manifestazioni culturali che avranno l’avvio sabato 29 marzo, alle ore 9.30, presso l’Aula Magna della scuola, con un incontro con Enzo Romeo, vaticanista e caporedattore esteri del TG2 RAI, il quale parlerà sul tema San Bruno, un emigrante all’incontrario. Il ciclo di incontri si completerà sabato 3 maggio, con l’intervento di Don Armando Matteo, docente di Teologia Fondamentale presso la Pontificia Università Urbaniana di Roma, che parlerà sul tema San Bruno 2.0 e venerdì 16 maggio con la conferenza di Romeo Salvatore Bufalo, docente di Estetica presso l’Università

della Calabria, che, a partire da alcune considerazioni di San Bruno, presenterà una relazione dal titolo Bellezza della natura e identità estetica. L’Istituto di Istruzione Superiore “L. Einaudi” di Serra San Bruno, in collaborazione con il Museo della Certosa e con il patrocinio della delegazione vibonese di Italia Nostra, ha inoltre bandito un concorso, rivolto anche agli alunni delle scuole secondarie di I grado del territorio, ispirato a un brano della Lettera a Rodolfo il Verde di Bruno, composta intorno al 1095-1096, nella quale, per la prima volta, viene descritto l’ambiente naturale delle Serre, con accenti e toni ai quali, secondo alcuni studiosi, non è estranea una componente di contemplazione estetica del paesaggio. Gli alunni partecipanti dovranno produrre video o foto mediante cui illustrare il tema della bellezza della natura e di quanto essa giovi allo spirito umano. La premiazione degli alunni vincitori avverrà durante una manifestazione conclusiva pubblica nel corso della quale gli studenti del Liceo Scientifico di Serra presenteranno un’opera teatrale, composta da loro stessi sotto la guida delle professoresse Marilena Schiavone e Maria C. Iennarella, dedicata alla vita e all’esperienza monastica di Bruno di Colonia. A molte iniziative, comprese alcune manifestazioni sportive in via di definizione, fornirà il proprio supporto il Santuario Regionale di Santa Maria del Bosco guidato dal rettore Don Bruno Larizza.

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Rivista di Serra e dintorni - Serra San Bruno - VV - Anno 10 - Speciale Aprile 2014

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Il trekking sta ad indicare una pratica finalizzata a riportare l’uomo a contatto con la natura, alla ricerca di luoghi e territori, paesaggi e culture; solo muovendosi a piedi, “il libro” della natura e delle tracce dell’uomo ha quindi significati profondi, senza la fretta che ci spinge a non osservare ciò che ci circonda. Ed è per questo che il WWF e l’ASSOCIAZIONE CULTURALE FOGLIE D’ERBA, promuovono questo tipo di escursione per far conoscere ed apprezzare le meravigliose realtà che ci offre la natura. Escursione in località Canolo - Aspromonte (RC)

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Rivista Santa Maria del Bosco - Speciale Aprile