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Rapsodia Anno 1 Numero 1

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Rapsodia Anno 1 Numero 1

COS’È RAPSODIA Rapsodia è una rivista letteraria indipendente che raccoglie opere di autori emergenti edite e non per farle confluire in un progetto di promozione artistica dei contenuti di ciascun elaborato. Rapsodia rifiuta uno schema fisso, mette insieme spunti sempre diversi tra loro per armonia e ritmo donando al tutto un sapore di laboratorio artistico e improvvisazione compositiva. Rapsodia si occupa di letteratura contemporanea. Oltre ai lavori degli autori emergenti saranno inseriti anche approfondimenti dedicati a noti autori contemporanei. Altri autori non contemporanei saranno trattati nella misura in cui il significato delle loro opere e della loro vita sia contestualizzabile nella contemporaneità. Rapsodia non ha un orientamento politico e una categorizzazione sociale, non appartiene a cricche o comitati d’affari. Rapsodia appartiene al pensiero libero ed è gratuita: non esistono rapsodi senza spettatori e Rapsodia non avrebbe significato senza i suoi lettori.

La redazione

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Rapsodia Anno 1 Numero 1

INDICE:

- ANDREA CORONA…………………………………………………p.3 - L’IMPRONUNCIABILE Q.…………………………………….p.7 - SALVATORE VALENTE………………………………………..p.9 - CLAUDIO LANDI…………………………………………….….p.13 - CRISTIAN MEZZO………………………………………………p.15 - MIRKO ZITO……………………………………….…………….p.17 - FRANCESCO VERRENGIA…………..……………………..p.19 - VINCENZA PORTMAN…………………………………………p.22 - DOMENICO ROTINO……………………………………………p.24 - MICHELA ZANARELLA……………………………………..p.25 - MARYLISA PIACENTE………………………………………p.27 - ALESSANDRO PEDRETTA…………….……………………p.28 - PALADINO SGHEMBO………………….…………………….p.32

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IL RISCHIO, IL VUOTO, LA MORTE. Scrittura e creazione tra M. Blanchot e M. Foucault

di Andrea Corona La ricerca di Maurice Blanchot (1907-2003) si è sviluppata attraverso

un

elaborato

discorso

teorico

sulla

letteratura e sulla scrittura; discorso che ha assunto un’importanza sempre maggiore per l’orientamento delle correnti letterarie e filosofiche della contemporaneità francese ed europea. Blanchot concepiva la letteratura come creazione del linguaggio, il quale ha un potere ‘negativo’ in quanto ‘annienta’ l’oggetto nominato (cfr. M. Blanchot, La scrittura del disastro, Milano, SE 1990). L’esperienza letteraria autentica si configura pertanto come esperienza di morte, e l’esercizio spesso ‘insensato’ della scrittura diviene un’operazione ‘sensata’ solo in quanto tentativo di stabilire un rapporto di libertà con la morte (cfr. M. Blanchot, L’infinito intrattenimento.

Scritti sull’ «insensato gioco di scrivere», Torino, Einaudi 1977). A questo proposito, nel suo Il pensiero del fuori, Michel Foucault (1926-1984) riconoscerà la «estrema difficoltà di dare a questo pensiero un linguaggio che gli sia fedele»,

giacché,

linguaggio

al

quando

limite,

uno

«esso

scrittore

non

vede

porta

sorgere

il una

positività che lo contraddice, ma il vuoto nel quale si cancella» (M. Foucault, Il pensiero del fuori, in Scritti

letterari, Milano, Feltrinelli 1996, p. 116). Affrontare questo vuoto attraverso la scrittura era considerato anche da Foucault il compito autentico dell’autore. Ovvero: solo da tale compito poteva scaturire, per lo scrittore, la libertà di «un ricominciamento, che è una origine pura perché esso non ha che se stesso e il vuoto come principio» (p. 117).

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In via analoga, in alcune pagine del suo attento studio su Lautréamont e Sade, Blanchot affronterà la questione del vuoto (cfr. T. Perlini, Maurice Blanchot. L’opera come

presenza-assenza, in M. Blanchot, Lautréamont e Sade, Bari, Dedalo 1974). In particolare, il critico francese parlerà di una ‘speciale saggezza’ che scaturisce dal ‘cerchio puro’ della scrittura e dal rapporto tra vuoto e creazione. Secondo l’autore de Lo spazio letterario, infatti, ogni opera davvero ‘potente’ è una irripetibile composizione di forma e caos: «L’opera è il cerchio puro in cui l’autore, mentre scrive, si espone pericolosamente alla pressione che esige che egli scriva, ma anche se ne difende» (M. Blanchot, Lo spazio letterario, Torino, Einaudi 1975, p. 38). Dalla commistione di forma e caos deriva

inoltre

la

concezione

secondo

cui

le

opere

strappate al delirio, alla passione incontrollabile e al sogno

comunicano

all’autore

uno

speciale

genere

di

saggezza; e la relazione fra sogno e saggezza non sarà casuale. Per Blanchot come, ancora, per Foucault. Come si legge ne Il sogno: «Nella notte più buia lo splendore del sogno è più luminoso della luce del giorno, e l’intuizione che porta con sé è la forma più alta di conoscenza» (M. Foucault, Il sogno, Milano, Raffaello Cortina 2003, p. 67). Tesi principale di Foucault è che il sogno sia nascita del mondo e origine stessa dell’esistenza: in virtù di ciò, il sogno non deve essere analizzato come un sintomo psichico, bensì come una chiave per risolvere tanto l’enigma

universale

dell’essere

quanto

l’enigma

particolare del proprio essere: «Nel sogno l’anima, libera dal corpo, si tuffa nel kosmos, si immerge in esso e si fonde al suo movimento in una sorta di unione acquatica» (p. 41). In particolare, nel sogno si trova «tutta l’odissea della libertà umana, che rivela quanto vi è di più individuale in un individuo […]: nulla più dei vostri

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sogni è vostra opera» (p. 45). Similmente, Blanchot afferma che il sogno è un «pericoloso appello» a un «presentimento dell’altro» e a un «doppio che è ancora qualcuno» (M. Blanchot, Lo spazio letterario, pp. 234-235); aggiungendo che solo esplorando l’inconscio e l’impensato lo scrittore trova «una parte di sé, e soprattutto la sua verità, la sua verità solitaria» che si avvolge a spirale «in una immobilità fredda da cui non può distogliersi, ma accanto alla quale non può stare» (p. 39). Come è noto, in Blanchot le ripetizioni e i ritorni sono tanto paralizzanti quanto necessari; ma se questi sono «il canto delle sirene della morte stessa» (p. 38), lo scrittore è, sostanzialmente, una figura che non può fare a

meno

di subire il fascino

della

morte, allorché

«l’attira ciò che lo mette assolutamente alla prova, un rischio nel quale tutto è rischiato, un rischio essenziale dove l’essere è in gioco, dove il nulla sparisce, dove si gioca il diritto e il potere di morire» (p. 88). È a questo punto utile ricordare l’interesse di Foucault per quello che rimane con tutta probabilità il più famoso studio clinico di Ludwig Binswanger, ovvero il caso di Ellen West, una paziente affetta da mania suicida. In un commento relativo a questo caso, Foucault scriverà: «La West era imprigionata tra il desiderio di volare, di fluttuare nell’esultanza eterea, e la paura ossessiva di essere intrappolata nel pantano che la opprimeva e la paralizzava. Volare verso la morte, quello spazio elevato e lontano di luce, significava porre termine alla vita, ma anche scorgere una esistenza totalmente libera» (M. Foucault, Il sogno, p. 67). Si ritorna a Blanchot, dunque, e lo si fa procedendo di pari passo con la strada che, compiendo un circolo, va in

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direzione dell’esito del suo discorso. Secondo Blanchot, se l’opera che nasce da una sfida con la morte ha successo, l’autore

sopravvissuto

elevazione

alla

sperimenterà

grazia»

(M.

una

Blanchot,

«miracolosa

Lo

spazio

letterario, p. 39). Ecco allora che, per una manovra inesplicabile, lo scrittore si ritroverà all’improvviso all’interno del cerchio; mentre il vuoto, che «forma quella parte di lui dalla quale ormai si sente libero e dalla quale l’opera ha contribuito a liberarlo» (p. 40), sarà ormai contenuto nell’opera stessa. Il circolo che parte

dalla

scrittura

e

che

per

mezzo

dell’opera

letteraria libera dalla morte è ormai compiuto. Andrea Corona

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ZUPPA POST-MODERNA rigiro il cucchiaio in questa zuppa postmoderna, roba d’abitudine c’è dentro Kafka, nichilismo e speziata solitudine la scruto con sospetto tra il clangore della gente che mi passa intransigente sulle ossa con le suole, con i piedi che inciampa e si dimena dissanguando marciapiedi inseguendo quel che vedi, non miraggi – “il poeta mente scrivendo che si vive trucidando le emozioni ciò che si sente e il musicista e le canzoni… niente! e così pure il pittore certamente più concreto mi risulta l’inventore della tv millecolori, botulino tette e culi debordanti perché al mondo ciò che conta è frequentare gli importanti cenacoli sontuosi, spettacoli di classe altro che arrivista non c’è spazio per messia stinchidisanto e cervelli non in lista”; rigiro il cucchiaio nella zuppa postmoderna, pare un poco insipida c’è dentro Marx, imperialcapitalismo e una certa salsa livida ma assaggiarla non si può

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ci si scotta lingua e dita di sicuro è un brutto affare il sale grosso della vita e rimane un vuoto nello stomaco una cosmica voragine che si riempie e si svuota al faccendare con le pagine di un libro che sfogliamo invano senza nulla ricavarne ciò che sapremo, sapevamo: - – Cosa siamo?! un inutile ed informe accumulo di carne. L’impronunciabile Q.

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L’ENNESIMA MAIALATA DI UNA DONNA SPOSATA Quasi tutte noi adulte avevamo sempre respinto ogni pensiero sui giovani. "Ma scherzi? Io? Ma quando mai? Potrebbe essere mio figlio!" In realtà, la maggior parte delle volte, il giovane in questione avrebbe potuto essere nostro figlio solo se fossimo state ragazze madri. Certo era che tutte noi eravamo veramente madri, anche se i nostri figli erano molto più piccoli dei giovani in discussione. E molte di noi erano anche ancora mogli. In ogni caso, penso che quasi sempre fossimo sincere quando respingevamo i pensieri impuri sui ventenni. Forse è troppo banale dire che il destino è imprevedibile, quindi mi limiterò a dire di non fidarsi mai di ciò che finora non è mai stato. Avevo tutte le attenzioni che può avere una donna formosa di 39 anni che si affaccia dal balcone di un secondo piano in veste da camera. Avevo anche un marito prestigioso e un figlio abbastanza piccolo da darmi ancora soddisfazioni affettive. Ma mio marito aveva un nipote che si affacciava ai vent'anni come io mi affacciavo da quel balcone. E per il sul fisico curato, ma non

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esagerato, quel nipote era spesso oggetto delle discussioni con le mie amiche. A nessuna di noi è mai piaciuto il classico palestrato sempre concentrato sul fisico, che magari ha perso anche i capelli per l'assunzione di sostanze particolari perché per lui "il pettorale è più importante del capello". A tutte noi piacciono i pettorali, ma a nessuna di noi piace competere con il proprio uomo su chi ha il seno più grande. Proprio per questo piaceva a tutte quel suo petto sodo ma che non necessitava di un reggiseno, e soprattutto quel suo addome piatto e ben definito sul quale quello che più spiccava era la linea degli addominali obliqui che sembrava quasi una freccia di direzione obbligatoria verso quel vaso di Pandora che tutte speravano non fosse mai stato aperto, perché, nonostante i pensieri impuri, persisteva in noi quella vocazione di educatrici che avevamo acquisito con la maternità. Ma mentre quasi tutte, chi prima chi dopo, sembravano cedere a quel desiderio, io ne ero semplicemente disgustata; in questo caso non si trattava solo di un mio potenziale figlio avuto precocemente, ma anche di un parente acquisito. La mia coerenza dovette fare i conti col fatto che, mentre io mi affacciavo provocante dal secondo piano, lui guardava la scena da una posizione privilegiata al primo piano, dove abitava. Così me lo trovavo in casa nei momenti più impensati, con la scusa di voler giocare col mio bambino. Una volta fu anche complice involontario di una perversione coniugale tra me e mio marito, quando fui costretta ad accoglierlo, affacciata alla finestra che dava sull'ingresso, mentre il mio uomo mi prendeva da dietro. "Scusa S, il bimbo dorme e io sono di fretta, sto per uscire." dissi ansimando. "Ottimo, zia, fammi entrare che lo guardo io mentre non ci sei." "No! Non preoccuparti, c'è tuo zio che dorme con lui." "Va bene, allora ripasso." Non si fermava mai quando c'era anche lo zio, non avrebbe potuto fare il cretino. Era testardo. Sapeva benissimo, glielo confessai io stessa, che avrebbe potuto

avere ognuna

delle mie

amiche. E invece

continuava a fare il cretino con me. Fortunatamente era sempre fermato dal fatto che suo zio potesse tornare da un momento all'altro. Le mie difese, però, subirono un doppio attacco in un

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periodo durante il quale mio marito, uomo prestigioso, non riuscì a sottrarsi agli agenti e, il giorno dopo, "mio nipote" nel consolarmi buttò lì il fatto che sarei stata perfetta con un seno più grande e un sedere e delle cosce più fini. "Non mi hai mai vista nuda!" mi difesi istintivamente. "La tua amica F invece sarebbe proprio da impalare." fu la sua infame risposta. Da quel momento scattò in me qualcosa di inspiegabile. Continuavo a parlarne male durante le conversazioni con le amiche, ma cominciavo a provocarlo in privato. "S, puoi salire a giocare col bimbo ché devo fare la spesa?" e appena si trovava in salotto mi vedeva in reggiseno e minigonna di jeans. "Sarebbe troppo irrispettoso nei confronti di tuo zio se uscissi così?" gli chiedevo mentre facevo una giravolta con pantaloni stretti chiari e perizoma nero. "Ma veramente il mio seno è troppo piccolo?" gli dicevo mentre mi sbottonavo la camicetta. La mia gonna larga mi fu complice nel dargli il colpo di grazia. Mentre ero stesa sul divano a guardare uomini e donne, mio figlio mi chiese di poter guardare dragon ball. Fu un attimo e il mio piede indirizzò il telecomando dove volevo, tra le caviglie, senza che lui potesse accorgersene. "S, ti dispiace girare? Il telecomando è qui, sul divano." Un altro attimo. E mentre lui prendeva il telecomando allargai le gambe e tirai su la gonna, piegando le ginocchia quel tanto che bastava da invogliarlo a sedersi su quel piccolo angolo di divano rimasto libero, dopo aver cambiato canale per distrarre mio figlio che sedeva sulla poltrona alle mie spalle. Si ritrovò tra la tv e le mie gambe aperte. Capii subito che preferiva il secondo spettacolo perché, senza mai chiudere gli occhi, si accese una sigaretta, per la prima volta senza chiedere il permesso e senza preoccuparsi del bambino, suo cugino. Neanche io mi preoccupai del bambino, mio figlio, intento a guardare la tv, e infilai la mano sinistra

nell'elastico

della

gonna.

Lui

guardava

visibilmente

eccitato, lo si capiva da come fumava avidamente quella sigaretta. L'indice spostò di poco il bordo sinistro delle nere mutandine. Il medio cominciò a percorrere avanti e indietro, come una navetta, il solco che divideva le grandi labbra per una decina di volte, prima

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di fermarsi sul clitoride. Lui era ipnotizzato da quel movimento, sembrava quasi che lo seguisse con la testa, oltre che con gli occhi, dipendeva ormai totalmente dal dito medio della mia mano sinistra. Con quel dito cominciai a masturbarmi, mentre lui prendeva dalla tasca destra il suo cellulare, probabilmente per filmarmi. Sciocca abitudine adolescente, per usare il cellulare non si accorse che poteva tranquillamente metterci la mano, forse anche la testa, prima che se ne accorgesse mio figlio. In ogni modo nascondeva malamente una grossa erezione nei suoi rossi calzoncini, troppo estivi per lasciargli abbastanza intimità. Il fatto che lui fosse eccitato per lo spettacolo che mettevo in scena apposta per lui mi eccitava ancora di più e, prima che potessi fermarmi, finii in un orgasmo che pretendeva quel medio zelante interamente infilato nella passera, dalla quale ne uscì completamente bagnato, tanto da costringermi a decidere di andare a lavarmi dopo averlo golosamente annusato. Mentre notavo che la sua mano destra aveva ormai lasciato il cellulare per massaggiare quella splendida protuberanza che aveva tra le gambe, mi si avvicinò mio figlio, svegliato dal suo incantesimo dalla sigla di chiusura del suo cartone preferito, che mi disse sottovoce "ma S sta guardando la tua farfallina?" e che liquidai

rispondendo

arrabbiata

"ma

se

sotto

la

gonna

ho

i

pantaloncini, cosa dici? Sta' zitto e corri a fare i compiti!". E mentre lui si accomodava sul tavolo della cucina col suo bel sussidiario, io andavo controvoglia a lavarmi le mani, venendo interrotta all'improvviso da un colpo di pube sul sedere. Alzai lo sguardo e vidi, riflesso nello specchio, S dietro di me, coi calzoncini abbassati. Mi si avvicinò all'orecchio e sussurrò, con la sua voce profonda, "forse è veramente il caso di vederti nuda." Salvatore Valente

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NON C’È VERSO Risveglio unto sotto la cappa urbana l’umido scivola ovunque su edifici e su teste come spiritosanto s’insinua tra le pareti e in tutto ciò che vedi

tu sei parte di questo parte del tutto mentre ti scopri a scolare nella melma unticcia a remarci dentro con braccia disossate consacrando idoli fino all’ultimo altare fino a quando l’aria lurida formi un tappo alle narici e ti soffochi una volta fusa al tuo respiro

-divenuta respirocementificati polmoni e tutto il resto

è l’alba che si scopre tenebra in questo affanno quotidiano

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il cielo suda grigio e il puzzo di carcassa non viene dalle fogne

dopotutto sai che nel profondo di ogni mattino - quando il sole schianta su persiane arancioni e penetra geometrico tra i buchi su pareti-scolapasta c’è spazio per una certa solitudine.

Claudio Landi

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STASERA VORREI SCRIVERE MA NON HO LA PENNA Stasera vorrei scrivere, ma non ho la penna. Ah! Ma se l'avessi, ne avrei dette di cose! Ma la penna, eh, quella non c'è. A che serve la penna? È il demiurgo? Il passaggio dal mondo delle idee a quello reale? Il Gesù Cristo dello spirito? Ah! La penna, segna il confine, delimita i limiti, disegna volti e culi e fiche... Se con la penna metti una croce qui o lì, magari diventi medico, o ti danno la patente. Sì! Ma ci vuole la penna. A parlare, eh, quello siam bravi tutti, ma la penna, o la sai usare, oppure no. Basta, pensa un po', che con la penna scrivi su un foglio ”Avv. Giorgio Lo Becco” e quello improvvisamente, può parlate di te per te, con un giudice, e tu non puoi. Così però, hai usato male la penna. Con la penna metti Nome e Cognome e hai investito 200.000 euro in mattoni e cemento e sperma fresco per lenzuola nuove. Con la penna, solo con la penna! Eh, anche stavolta, hai usato male la penna. Con la penna puoi scrivere ad un amico, ah, così sì che la usi bene la penna, peccato che lui si scopi tua moglie durante le vacanze, e così, anche stavolta, hai usato male la penna. Sulla carta d'identità, con una penna, hai firmato per questa Repubblica. Cazzo! Anche stavolta, inevitabilmente, hai usato male la penna. Anni fa, vinsi una corsa. Era tutto

umido

dentro.

Agguerriti,

tutti.

Non

è

che

sapessimo bene dove stessimo andando, ma si voleva vincere. Arrivò primo un tipo atletico, occhio vispo, sveglio. Disse: “Ragazzi, ho vinto io, tocca a me, è la mia opportunità”. Si avviò verso la grande porta. Poi si fermò, ci ripensò e disse: ”Ragazzi, lascio il biglietto a voi, lo faccio per puro altruismo”. Io non sono mai stato un tipo furbo, figurarsi agli albori. Nessuno lo voleva quel cazzo di biglietto. Poi mi convinsero, mi fecero passare tra le mani una penna di

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argento, molto poco lavorata, che bella! La feci scorrere tra le dita, e non pensai piĂš lucidamente. CosĂŹ mi fecero firmare, e firmai per un metro e settanta circa, firmai per calvizie incombenti alla maggiore etĂ , firmai per una estetica insignificante (anche quella filosofica), lingua troppo mobile, occhi che ridono. Firmai per un carattere stanco,

firmai

per

perversioni, Firmai

la

tristezza,

la

per le lacrime,

malinconia

e

le

per le delusioni

ingiustamente date, giustamente restituite. Firmai. E fu il primo modo di usare male la penna. Cristian Mezzo

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INGRANAGGIO Ti guardi intorno, ripensi a tutte le tue situazioni, a tutti i tuoi passi, a tutti i progetti, ai gruppi di cui hai fatto parte, alle cose che hai aiutato a creare, a far nascere. Vai nei tuoi luoghi di passione, in quelli di furore, in quelli di rabbia, di gioia o di dolore, e cominci a pensare… Pensi alle sfumature, ai dettagli, ai momenti che non credevi fossero rimasti nella tua mente sbadata, ma sono lì per colpirti, per spiegarti la verità più brutta e più forte, la più struggente. Non lo capisci subito, non perché non sia semplice, ma perché non vorresti comprenderla, non vorresti che ti raggiungesse. Ti ricordi di tutti quelli che ti hanno stimato, di quelli che ti amano, di quelli che ti dicono di avere bisogno di te, che ti dicono di dipendere da te; ma poi a cosa serve? A cosa serve se il risultato è questo? E allora cammini, anzi corri, per scappare da tutto, per scappare da te, dalla verità che ti ha assalito, dal suo significato.

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E cerchi di dimenticarlo, di rendere l’unica verità una bugia, cerchi di crearti un’altra realtà, perché non può essere così… E vivi la tua vita, per quello che ti rimane, come se non fosse così; t’illudi, ti lasci strappare da false idee e ideali, solo perché cominci a credere di avere “ragione”, su te e sul mondo... E hai dimenticato, ormai l’hai lasciato alle tue spalle, perché sei umano, un arrogante, stupido umano; ma dopo tutto questo? Dopo tutte le esperienze, vecchie e nuove? Allora sei vecchio, e con gli anni qualcosa ritorna, ma ormai non ha più importanza, perché hai vissuto da stolto, quando invece avevi capito. Ti sei reso “come gli altri”, quando sapevi; e allora lo fai, almeno nella morte diventi uomo, e non solo umano. Sulla tua lapide si legge:

“Qui giace un uomo; un uomo che ha fatto parte di grandi quadri, ma che sapeva di essere solo un ingranaggio della macchina della vita: necessario, ma rimpiazzabile.”

Mirko Zito

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SUICIDIO

Ero

solo

io

in

quel

momento,

ero

due

persone

contemporaneamente, due antitesi contrastanti, due entità che equilibravano l’ago di una bilancia sospesa nella più angusta e buia porzione della mia anima; ero due, nella complessità del singolo, il bianco e il nero, l’oro e l’argento, ero due, ero due persone che si tenevano per mano e camminavano sulla battigia, che di tanto in tanto si prendevano una pausa per fare a pugni, per ammazzarsi a suon di colpi proibiti, per difendere la propria entità e sopraffare l’altra, per far tendere l’ago della bilancia dalla propria parte. Ero due che lottavano e si amavano, combattevano e copulavano, come in una grande orgia fatta da sole due persone, come in una grande storia d’amore e come la singola, unica e intensa nottata passata con una puttana. Ero due. E loro ero io. Camminavano seguendo il sentiero incostante delle onde del mare, facendosi trasportare dal vento, camminavano da ore, e non sapevano dove erano diretti; avevano oramai le scarpe piene di sabbia, il viso bruciato dalla salsedine, i capelli arruffati dal vento che sferza in riva al mare durante una

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fredda giornata di Gennaio. Non so più quantificare il tempo trascorso dall’inizio di quel viaggio, si poteva quantificare in ore, ma anche in giorni se non in mesi. Loro camminavano, io ero loro, io camminavo solo sulla spiaggia, loro erano me, loro due camminavano soli, anche se in compagnia, sulla riva del

mare.

Il

proseguivano,

cielo lontani

minacciava dalla

pioggia,

loro

ma

partenza

loro, e

io,

chissà,

lontanissimi dal loro arrivo, dal traguardo non prefissato e sconosciuto. Vorrei dare un nome a loro, ma mi è quasi impossibile identificarli, non hanno volto, sono me, ma non li conosco, sono entità che forse non hanno nemmeno fattezze umanoidi, sono auree, sono angeli, sono demoni, sono loro, sono io. Li chiamerò Bianco e Nero, come il giorno e la notte, come il buio e la luce, come le tenebre e l’aurora. Lottavano,

volevano

sopraffare,

volevano

avere

il

privilegio di stuprare la mia anima senza coinquilini, volevano avere l’anteprima, non volevano un’anima sciupata da un coabitante tanto opposto e tanto diverso, mi volevano vergine, volevano avermi come una puttana personale che non chiede il conto, mi bramavano, loro, bramavano se stessi, non volevano essere la metà di me, volevano essere la totalità, volevano colorare la mia anima con colori propri, non volevano un’anima multicolore, ma pretendevano un’anima piatta, scontata, nell’unicità di un solo colore, il Bianco o il Nero. La lotta proseguiva, rimasero per ore, o giorni, a lottare, io ero allo stesso tempo, ring e spettatore, coppa e medaglia, telecronista e arbitro. La violenza dei colpi risuonava in me, nella mia anima, nella mia mente, nel mio cuore, se uno dei due sanguinava, io sanguinavo, erano due, erano me. Da buon arbitro decisi di far parlare uno per volta, di voler ascoltare come in un’arringa, le loro motivazioni, democraticamente, ma non fu possibile. Nella guerra la democrazia è solo una facciata colorata che

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nasconde

un

immenso

mondo

grigio

fatto

di

utopia,

convinzioni e patriottismo, non c’è posto per la democrazia, anzi, la guerra è antitesi del dialogo democratico, quante guerre se no non si sarebbero combattute? Quante poche parole sarebbero bastate per fermare tante carneficine. Ma in guerra non esiste democrazia, esiste solo la voglia o la necessità di vincere, di far valere le proprie idee a suon di cadaveri che strisciano nel sangue dei loro avversari, di corpi divisi in battaglia e che si ritrovano nelle fosse uniti per l’eternità. Per Bianco e Nero non esiste la democrazia, sono in guerra, e io sono in guerra con me stesso. Le due entità sono eteree, non si tange la loro presenza, non si mostrano, sono inafferrabili, ma lasciano impronte nette nella sabbia che io calpesto, i loro colpi mi rimbombano nelle viscere, le loro urla riecheggiano nel mio cranio, ci sono, li sento, ma non li vedo, sono potenze astratte che si tramutano in realtà nella grandezza delle loro azioni. Ci sono, sono con me, sono me. L’acqua salata mi è arrivata al petto oramai, e loro lottano ancora,

i

miei

vestiti

zuppi

si

logorano,

e

loro

incessantemente sputano sangue, si ammazzano, e le onde mi sbattono sul viso, guardo il cielo, forse per l’ultima volta e ripenso a tutto, ripenso a me, a loro, per un istante lungo non so quanto; mi ritrovo a galleggiare in mezzo al mare, sotto di me un ignota oscurità mi aspetta, sotto di me la vita marina che brama la mia morte, la morte nella vita; poi una mano nera si adagia sul mio capo, e d’improvviso il bianco venne sopraffatto da un’ombra oscura, la luce si spense lentamente, il bianco scomparve, e il nero si adagiò su di esso, come vernice che scivola su di una tela bianca. Francesco Verrengia

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ASTAR_TE Ho bisogno di sfamare il mio amore ho bisogno di cibarmi del tuo cuore e cosĂŹ strappo ogni esitazione, ogni resistenza alla perdizione abbandonata e sedotta dalle tue parole calde come una brace distesa sui rami delle tue rime mi spoglio di ogni pudore

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canto, ballo, mi muovo al ritmo del tuo ardore compongo un orgasmo di canzone mi addormento cullandomi nell’estasi posseduta quella in cui non mi hai mai avuta mi incontri in fondo al nero mare mi accarezzi nel tuo viaggio astrale e io gemo, io vengo nei tuoi sogni.

Vivien Postiglione

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INFERNO DI CALCARE

Oggi è giornata d'inferno, lo scaldabagno collassa sul mio cuore, il calcare invade le condutture del mio cervello e la polvere copre i miei occhi anche questa mattina. I fantasmi dei miei genitori bestemmiano e fracassano mobili sui muri, scosse telluriche emozionali, cani legati a consumazioni sociali. Mi si chiede di sposarmi, nemmeno per assenzio. GesÚ, perchÊ fai di ogni cazzata una poesia. Da quando ti sei munito di cartucce di sperma e candeggina? E' il gioco dell'amore nella centrifuga della lavatrice. Ci ha resi tutti pronti al risciacquo. Ma non eravamo preparati per il calcare.

Domenico Rotino

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NELL’ECO DI AVVOLTOI

Il tempo è attraversato da secoli crocefissi dal potere, avvolto dall'odore di un dolore che divora il ruvido delle pelli e la scia di rugiade. Nell'eco di avvoltoi in giri concentrici l'aria si riempie d'affanno di stagioni perse a scontare i peccati del mondo. Muoiono i sogni ed il buio incendia i pochi fiati superstiti. Nel timore che una zolla assorba tutte le colpe ed il fradicio delle epoche il silenzio è la tregua

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che come pioggia consola dove non c'è scampo agli artigli che dilaniano.

Michela Zanarella

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MARYLISA PIACENTE

POESIA

I

Sudavo di corse terminate senza traguardo Di corse prese per sbattere contro un muro di parole Se si fa una gara a chi perde, io vinco Sapresti tu slegarmi da questo circolo di fallite vittorie? Dove in esposizione posso solo mostrare mani vuote come trofei e correvo veloce, ma male spinta dalle mie mancanze Insegnami a correre piano, ma bene Dimmi che le corse non sono finite. Che dopo te, ho ancora altro da perdere.

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SQUAME Non gli era mai successo. Una cosa tremenda. Carlo sposta la mano davanti agli occhi per passarsela dietro la nuca e con l’angolo dell’occhio, nell’ultimo momento in cui la sua visuale può registrare l’estremità dell’arto, la sua mano assume al suo sguardo un aspetto squamoso. Dita, torso, palmo, polso, tutti ricoperti da queste squame poligonali come la pelle di un serpente. Carlo si siede su una poltrona e respira profondamente. Deve essere il suo cervello che comincia a dare segni di squilibro. Deve essere quella sbronza di due giorni dietro, forse l’alcol fa anche questi effetti, a scoppio ritardato: sono piccole sacche di sostanze etanoliche che si accasciano dormienti in qualche parte dell’ippocampo e poi di colpo si svegliano, scivolano nei tessuti e ti aggrediscono lasciandoti in preda a deliri visivi. Questa ipotesi non lo convince. E’ strana. Non è scientifica. Ma la testa è quella protuberanza mistica che teniamo penzoloni sul collo. E tutto può essere. Sarà quell’affastellarsi continuo di problemi che fa sì che Carlo cominci a registrare immagini sbagliate, che i suoi occhi prendano abbagli. Ma era così vivido … Piccole turgide squame angolose che come una scacchiera diagonale gli disegnavano la mano. E’ stato per un secondo, con l’ultimo battito di ciglia e con l’angolo dell’occhio mentre la sua mano si portava alla nuca: a volte grattarsi la testa porta emorragie emozionali. O sarà sua moglie quella puttana da cui si è lasciato da mesi ma che ancora vede quasi ogni giorno, nel bar di fronte, sempre un uomo di verso con cui cavalcare e sempre due paio di gambe che è un colpo alla gola. Okay. Respira. Carlo alza la mano e se la porge a dieci centimetri dagli occhi. Comincia lentamente a spostarla verso destra, il gomito immobile come un perno. Carlo segue con lo sguardo le sue

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cinque dita che si spostano e, mentre stanno per scomparire dietro la sua testa, vede. Vede le squame e si accorge che sono grigie e con sfumature verdastre, che fanno ribrezzo, che hanno la stessa corposità di pezzi di corteccia unta e sembrano pulsare di vita propria come elettrica e raccapricciante materia viva. Carlo abbassa lo sguardo di scatto, si infila la mano tra le cosce, stringe con forza insensata le palpebre. Non può essere. È ovvio che non può essere. Ci insegnano fin da bambini che non bisogna avere paura, che siamo tosti, che dobbiamo farci valere, che i mostri non esistono, che la vita è sacra, che la madonna si prega non la si bestemmia. Ma questa mano ha le squame. E Carlo suda e stringe i denti e si alza dalla poltrona. Va allo specchio nel suo piccolo bagno e si fronteggia, preoccupato. Non è vero non è vero non è vero. E’ un mantra dell’incoscienza. La

realtà

può

essere

una

religione

bisogna

crederci,

continuamente, se no si sbanda. Ci somministrano continuamente cose che non sono vere, come le plastificate donne dello spettacolo o le ripetute ossessive stagionali notizie da tg, ma non bisogna credere a delle piccole squame pulsanti sulla tua mano. La prospettiva che nulla è vero è come uccidere l’albatros di Baudelaire, è come sputare sulla poesia, è come credere che non ci sia speranza, è uccidere le certezze, è non bere più coca-cola. Carlo

quella

mano

la

vede, ma

la

vede solo

con l’angolo

dell’occhio, di sfuggita. Quelle ritmiche e geometriche squame della sua mano sono veloci input di una realtà sconosciuta, sono il grido di un abisso a cui non ci si vuole affidare. Carlo si guarda allo specchio e il suo volto è normale, solo sudato più del solito e bianco certo, le rughe dell’angoscia sono un semplice rimando a depressione, gastroenterite, ascessi non curati, psicopatologie moderne, pazzia imminente, morte. Niente di che, tutto consueto, intollerabilmente familiare. Le rughe e

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gli occhi incavati sono solo i segnali della vita che strozza, di questo amplesso mal riuscito, di questa voglia di fuggire, di questo immergersi sempre più a fondo nel buio, dentro, invece che di scorgere la luce, fuori. Ma le squame, quelle, per un infinitesimale

secondo

attraverso

un’estremità

dell’occhio,

quelle sono vere e palpabili, e in quell’attimo perdi la distanza da

una

realtà

storpiata

e

te

ne

regali

una

parimenti

allucinatoria ma in un certo senso più vera. Ma Carlo non sopporta questo, l’inverosimile palesato è uno shock che si distingue nettamente dall’inverosimile quotidiano di un’esistenza che è una catena di falsi impulsi condizionanti. Va bene la partita di calcio in tv e la tristezza di una pubblicità su

un

lassativo,

vanno

bene

tutti

quei

desideri

indotti

inquartati tra auto sportive, succose labbra che ingoiano scroti, ambiti cibi ultraproteici e sagomati vestiti in voga. Ma le scaglie, quelle, sono insopportabili. Carlo abbassa lo sguardo e non ci pensa neanche a cercare di contemplare nuovamente la sua mano. E’ un’appendice del suo corpo così odiosa, ora. E’ come se avesse vita propria, la sente che respira, è una perfetta e aliena fetta di carne che non sente più sua. Gli sembra di sentire l’irritante fiato della sua mano mentre gli sospira parole che non si possono dire umane, ma parole più nuove. Carlo non ce la fa più, le lacrime gli colano da quegli occhi infossati, esce dal bagno, corre in cucina, c’è un coltello, dov’è, dove lo ha messo? Apre un cassetto, sposta un mobile

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con l’anca per la rabbia, ne apre un altro, si abbassa e scardina l’anta di un mobiletto. Non lo trova, dove lo ha messo? Rovista in un cassettone, sparge posate che rimbalzano in terra, estrae un trinciapollo, va bene, va bene anche quello. Quella mano, non la deve più vedere. Non si sopporta quel che non si capisce. Arretriamo dinanzi un oblio di conoscenza anche se la nostra comprensione si basa solo su quel che ci dicono e quel che ci mostrano, camuffandolo, sfregiandolo, trasfigurandolo. Carlo non può resistere a un altro sguardo alle sue squame, non può. Appoggia la mano sul ripiano della cucina, afferra questo attrezzo lucente, le lame come incurvate e lucenti forme geometriche di liberazione. Oggi non vuole vedere più, Carlo. Oggi ha visto troppo. E affonda. Alessandro Pedretta

Illustrazione di Giacomo Clerici (facebook.com/LaTanaDiGrotesquer)

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PALADINO SGHEMBO Riportiamo

liberamente

un

testo

estratto

dallo

spettacolo

“Come

Erravamo (aspettando il ’68)” di Nicolino Pompa (in arte Paladino Sghembo), poeta romano contemporaneo in attività che, gentilmente, ha concesso a Rapsodia di utilizzare i suoi testi, e ai suoi lettori di goderne. Degno di nota, riguardo la vita recente del poeta romano, un documentario dal titolo “SMS – Save My Soul” di Piergiorgio Curzi (2012), oltre ad altri brevi documentari-interviste presenti su YouTube come “Paladino Sghembo” e “Frammenti di una notte insieme a un poeta” entrambi a cura di Ricky Farina. (c.l.)

I

C’era na volta un ragazzotto che se sognava er sessantotto, queste sono le parole e le musiche che quel ragazzotto scrisse mentre sognava negli anni successivi al sessantatre, io devo chiedere scusa a sto ragazzotto perché mortificai la sua vanità e glie dicevo “ma sta bbono che te cerchi” eccetera… “se è robba bona resisterà al tempo, sennò lascia che more…de fregnacce ne dicono già tante…” Il sogno di questo sessantotto cominciò in una taverna coi muri di canne e una finestra a 80 lire che era il ritrovo alla fine del 63 dei massimi artisti viventi, quasi tutti intorno ai venti, qualcuno già vecchio, sdentato ognuno poeticamente malato […]. Una chitarra al minuto cantava il verbo di Marx e qualche ricco, irritato, affrettava il suo giro turistico attorno a quella taverna e già non ne voleva più sapere dopo cinque prestiti accordati nel giro di mezz’ora un’avanzata signora cercava il suo uomo in quella sede di giustizia e se lo portava via nascondendolo

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Rapsodia Anno 1 Numero 1

sotto la gonna e da sotto la gonna facendo capolino il poeta bambino così disse agli amici: “voi che tenete qualche cosa da dire e che sapete dirla sorridendo con un certo quale accento francese, voi che venite dal paese con i vecchi ricordi legati alle pecore e con i più recenti a macchine semoventi, e voi che siete tanti che dagli scantinati operai siete saliti sui tetti, negli studi senza gabinetti, senza letti e sui veloci cavalletti fissate le confidenze di un dio stellare e mutevole secondo il numero dei mezzi litri, e voi poeti, tristi o faceti, stanchi dei preti, che non potete più ammazzare la luna perché l’hanno già fatto, che con poco soddisfatto desiderio omicida fate dello spirito fuori posto sul fumo e sull’arrosto e che cercate Cristo nei cestini dei rifiuti, negli studi incompiuti, nell’ascesa dal nulla, nella strana fanciulla, nella favola bella, che ieri rideva e che oggi non ride […] e voi gente perduta che se ne sta seduta a fatturare un conto che vale mille lire un po’ per cèlia, un po’ per non morire, e voi ragazze tristi che non avete più l’idea della virtù, che aspettate invano il vostro partigiano che vi si porti via da quella borghesia di tipi sedentari, nocivi ai proletari, e stanche d’aspettare vi lascerete andare col primo borghesuccio da lire trentamila seguendo la trafila di quelle donne che, da Maddalena in poi, non si pentono più, non asciugan Gesù con i lunghi capelli che non van più di moda, voi che fate la coda negli studi di posa, voi che siete partiti e che non siete tornati, voi ragazzi malati, innamorati, affamati, voi che non potete

più

piangere

perché

tanti

hanno

pianto

per

motivi

indecenti, e voi che non tenete più parenti e in Via del Babuino cercate una famiglia.” Paladino Sghembo

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Rapsodia Anno 1 Numero 1

REDAZIONE CLAUDIO LANDI: Direttore, Guru e Spammer ufficiale. L’IMPRONUNCIABILE Q.: Tracannatore pluridecorato di superalcolici e buona musica. SALVATORE VALENTE “El Polémico”: Provocatore ufficiale, pugile da bar e bevitore da ring. ANDREA CORONA: Supervisore Ufficiale e Guardiano della Rivoluzione. LUCIO ADRIANO PANTANI: Ayatollah e Chirurgo estetico di versi e strofe. MIRKO ZITO: Latin Lover e bassista bastardo nonché bevuto. VIVIEN POSTIGLIONE: Musa Ispiratrice e sacerdotessa del verso. FRANCESCO VERRENGIA: Chitarra, tastiera, sorriso smagliante e rima disarmante. CRISTIAN MEZZO: poeta da sipario dal monologo magistrale, ricercatore accurato di gadget da finto intellettuale.

In copertina illustrazione a cura di Cosmic Nuggets (www.facebook.com/CosmicNuggets)

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RAPSODIA N°1  

Rapsodia è una rivista letteraria indipendente che raccoglie opere di autori emergenti edite e non per farle confluire in un progetto di pro...

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