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n° 6 autunno 2013

€ 5 Periodico di cultura, cooperazione e sostenibilità

Poste Italiane S.p.A. - Spedizione in Abbonamento Postale -70% - NO/VERCELLI - Anno 2013 - N. 6

www.inognidovepiemonte.it

FEMMINICIDIO. IVREA CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE STORIE DI COOPERAZIONE LA FORZA DI UN SOGNO: L’EREDITÀ DI ADRIANO FRA I BAMBINI DI STRADA IN KENIA LE VALLI DEL CANAVESE IN AUTUNNO


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EDITORIALE di Alessandra Luciano

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LA FORZA DI UN SOGNO... Lo scriveva Giorgio Soavi più di dieci anni fa nel suo volume Adriano Olivetti. Una sorpresa italiana, (Rizzoli 2001): «Sono passati quarant’anni dalla sua morte e nessun progetto di sopravvivenza è mai stato disegnato, nemmeno sulla carta, o hai mai sfiorato la mente di qualche persona geniale per dare un volto non mediocre alla nostra statura morale quotidiana. Ecco perchè Adriano Olivetti è stato un eroe». Sono passati dieci anni dalla dichiarazione di Soavi e credo si possa dire che la situazione non sia mutata. La figura di Adriano Olivetti e le sue idee, la sua concezione di impresa umanistica, ma anche di cultura fondata sulla ricerca, l’innovazione e la sperimentazione, sono patrimonio storico e eredità preziosa di un passato recente... ma certo non del presente! Le idee di Adriano non si sono tradotte e non si traducono a tutt’oggi in nuovi progetti coraggiosi e innovativi... Per lo meno nessuna altra esperienza in grado di continuare la sua “opera” è emersa in questi ormai cinquant’anni che sono trascorsi dalla sua morte. Così, forse, la recente realizzazione della fiction La forza di un sogno, che tanto ha commosso e alimentato il fuoco della nostalgia, rappresenta una preziosa occasione per chiedersi se le idee di Adriano possano insegnare davvero qualcosa ancora oggi, e magari indicare una strada per risolvere il declino non solo economico, ma anche culturale e morale degli ultimi decenni. Ma occorrerebbe che la

forza del suo sogno, seducesse anche i sogni dei nostri tempi. Tempi duri e che richiederebbero, forse, di essere affrontati con quell’idealismo che pare ormai patrimonio culturale del passato... Ecco perchè in questo numero autunnale abbiamo voluto intervistare chi ha respirato la forza del sogno di Adriano, proprio perchè radicata negli affetti familiari e dunque sedimentata nel proprio percorso di vita. E con lo stesso intento abbiamo inteso affrontare anche altri temi di pressante attualità, dedicando uno speciale al Femminicidio e alle iniziative meritevoli, e senz’altro frutto di una preziosa sinergia tra istituzioni, che la città di Ivrea e il Canavese hanno attuato per contrastare la violenza contro le donne. Affrontare il problema della violenza di genere nelle sue radici stratificate culturalmente è un esempio concreto di come tradurre, nel contesto del presente, la cultura e le idee di Adriano. Solo considerando i problemi nelle loro cause, sempre sedimentate in modelli culturali che condizionano comportamenti, è possibile risolverli. La cultura rende l’uomo libero, diceva Adriano. Anche le donne... Soprattutto le donne, che devono imparare a conquistare l’autoderminazione necessaria a liberarsi da vincoli di dipendenza e subordinazione a modelli culturali. Un percorso lento, difficile, che però può essere davvero compiuto solo in quella “comunità di idee e valori” che sognava Adriano...

Buona lettura!


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SOMMARIO

EDITORIALE pag.

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La forza di un sogno... di Alessandra Luciano

SOCIETÀ E DIRITTI 4 Femminicidio. Ivrea contro la violenza sulle donne di Giulia Maringoni pag. 8 Dove trovare aiuto di Giulia Maringoni pag. 10 L’impegno dell’ASL TO4 di Alessandra Luciano pag.

MONDO COOPERATIVO 14 pag. 18 pag. 22 pag. 28 pag.

Storie di cooperazione Cooperative alleate in Piemonte Il pane della libertà Cooperative e Gruppi Soci


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SOMMARIO

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CULTURA E SOCIETÀ 32 L’eredità di Adriano di Francesca Sales pag. 38 Storie di donne e scrittura di Arianna Zucco pag. 44 Vedi che storie di Francesca Sales pag.

VIAGGI SOSTENIBILI pag.

48 Fra i bambini di strada in Kenia di Arianna Zucco

InOgniDovePiemonte n. 6 - AUTUNNO 2013 Euro 5 Trimestrale di Cultura, Cooperazione e Sostenibilità Registrato presso il Tribunale di Ivrea n. 3 del 4/7/2012 del Registro periodici

GUIDA WEEKEND 54 Scialpinismo la montagna sostenibile di Giulia Maringoni ( 58 ) pag. 60 Le valli del Canavese in autunno di Giulia Maringoni pag.

Direttore Responsabile Alessandra Luciano alessandra.lcn@gmail.com Hanno collaborato a questo numero Silvia Coppo, Letizia Gariglio, Giulia Maringoni, Arianna Zucco Progetto grafico Graphic design - Galliano Gallo Layout e impaginazione Alessandra Luciano, Galliano Gallo Fotocomposizione e stampa Tipolitografia Grafica Santhiatese Corso Nuova Italia, 15 b 13048 Santhià ( Vc) tel. 0161 94287 - fax 0161 990136 direzione@graficasanthiatese.it Direzione e redazione, redazione@inognidovepiemonte.it Foto di copertina: Opera presentata alla Mostra Sguardi d’amore, realizzata da Beatrice Tomasi, Liceo Artistico Felice Faccio di Castellamonte ( Torino).


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SOCIETÀ E DIRITTI

FEMMINICIDIO

Testi e foto di Giulia Maringoni


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IVREA CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE

Nella pagina accanto: opera di Lais Tomasin. Mostra Sguardi d’amore, Liceo Artistico Statale Felice Faccio di Castellamonte. La mostra sarà aperta sino al 23 Novembre presso il Polo Formativo delle Officine H di Ivrea. Nella pagina successiva: Francesco Comotto

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gni giorno una donna viene uccisa, spesso tra le mura della sua casa e per mano dell’uomo che ama, o ha amato. Nel nostro Paese il fenomeno ha assunto dimensioni tragiche, un vero e proprio “femminicidio” che affonda le sue radici in stereotipi e modelli culturali che autorizzano e giustificano la prevaricazione dell’uomo sulla donna e che, nonostante i progressi sociali compiuti, sono presenti e difficili da sradicare. In Canavese la problematica si è imposta anche nella discussione politica, nella convinzione che solo la sinergia di saperi e competenze tra istituzioni, mondo associazionistico e privati, possa veicolare il cambiamento verso la realizzazione di una società in grado di garantire il rispetto e la tutela delle donne. Così il Consiglio Comunale di Ivrea ha approvato all’unanimità la mozione proposta dalla Lista Civica “Viviamo Ivrea” contro la violenza sulle donne. La proposta impegna l’Amministrazione a costruire una rete territoriale organizzata, estesa anche ai comuni limitrofi, coinvolgendo tutti i soggetti istituzionali e associazioni di volontariato per una condivisione di pratiche al fine di imprimere una svolta radicale alla gestione del problema. Il primo appuntamento è previsto per il 25 novembre, la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, ma le iniziative saranno molteplici e comprenderanno incontri nelle scuole e nei luoghi di lavoro su tematiche di genere, capillare diffusione di informazioni sui servizi di assistenza, l’inserimento sul sito del comune di una rubrica permanente con tutti i recapiti utili alle donne, nonché il potenziamento dell’illuminazione pubblica e la creazione di fermate a richiesta per i mezzi pubblici nelle zone più a rischio. «Come recita lo slogan della campagna- ha commentato la Presidente del Consiglio Bellurio- ciascuna di quelle donne, prima che un marito, un ex, un amante, uno sconosciuto decidesse di porre fine alla sua vita, occupava un posto a teatro, sul tram, a scuola, in metropolitana, nella società. Anche ad Ivrea, questo posto vogliamo riservarlo a loro, affinché la quotidianità non lo sommerga». Abbiamo incontrato Francesco Comotto, capogruppo della Lista civica Viviamo Ivrea, per approfondire insieme le ragioni della mozione.


Cosa intende esattamente quando parla di radice culturale del fenomeno? Come può l’educazione farsi portatrice di un cambiamento tangibile? «Mentre lavoravamo alla stesura della mozione contro il femminicidio abbiamo appreso dei dati a dir poco agghiaccianti riguardo il problema della violenza sulle donne. Abbiamo strutturato la nostra disamina partendo da dati storici e di costume nazionali, analizzando i pochi elementi normativi disponibili, insieme a numeri e statistiche. Ne è uscito un quadro allarmante che non può che ricondurci ad una visione della donna, nella società italiana contemporanea, distorta e retrograda. Ricordiamo che solo nel 1975 la riforma del diritto di famiglia ha stabilito la parità di diritti fra uomini e donne all’interno della famiglia e per l’educazione dei figli, che solo nel 1981 è stato abolito il “delitto d’onore” (roba da medioevo) e che solo nel 1996 la legge italiana riconosce lo stupro come un delitto contro la persona e non contro la morale.Dalla nostra analisi è emerso con chiarezza che le radici del problema sono profonde. Si tratta di un fenomeno, come scrive Rachele Gonnelli: «…che nasce da una tara storica, radicata nel paternalismo familiare che nega la libertà e l’autodeterminazione delle donne e che tende a relegarle nelle case». Il dato più eclatante, che emerge dalla dichiarazioni degli assassini, è quello inerente la “normalità” dei loro gesti, scaturiti, a detta loro, da una sorta di diritto di proprietà sulla donna: Se non può essere mia non sarà di nessun altro. Di certo una visione della società iper-consumistica basata sull’usa e getta, dove tutto ha un prezzo e tutto si può avere, compreso un essere umano, non migliora la situazione. Un fenomeno sociale di questo tipo non si può certo risolvere con qualche legge di tipo emergenziale, serve incidere profondamente nel retroterra culturale. Occorre portare nelle scuole, nei luoghi di lavoro e

veicolare con eventi pubblici temi quali il linguaggio di genere nei mezzi di comunicazione, il rapporto consapevole uomo/donna oltre che promuovere il rispetto delle differenze». Lei pensa, dunque, che la violenza maschile sulle donne sia una questione anche politica oltre che privata? «Certo che sì. Basta guardare la percentuale di donne che siedono in Parlamento o che occupano ruoli apicali nella Pubblica Amministrazione come nelle aziende private. Nei posti chiave ci sono quasi sempre uomini. Nella mia esperienza personale ho riscontrato spesso una certa diffidenza maschile nel lasciare l’ultima parola ad una donna e credo per lo stesso motivo per cui non si considerano i giovani e cioè perché non ritenuti all’altezza. Non per niente abbiamo una delle classi politiche più vecchie e maschiliste del globo. Gli abusi, spesso, avvengono nell’ambito famigliare, questo è vero, ma ciò non toglie che la politica non possa fare la sua parte proprio partendo dagli aspetti culturali che sono poi quelli che formano cittadini civili e responsabili che non contemplano minimamente la possibilità di alzare le mani sulla propria moglie, partner, amica, compagna. Per intervento della politica non penso tanto a quote rosa imposte per legge che possono anche andare bene, ma sembrano tanto un contentino che non risolve il problema alla fonte. Penso sia necessario lavorare per arrivare ad una società dove le pari opportunità siano reali, implicite, effettive e integrate nel sistema, senza dover agire con il bilancino e con i numeri. Il problema è che oggi la politica, soprattutto in Italia, fa tutto meno ciò che dovrebbe fare per garantire un minimo di benessere e sicurezza ai propri cittadini. C’è molto da lavorare, ma io credo nelle nuove generazioni. Vedo in loro un maggior rispetto tra generi ed anche nei confronti dei più deboli. Sono ottimista».


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FEMMINICIDIO

Da che cosa è nata l’urgenza di aderire all’iniziativa nazionale “Postoccupato”? «“Postoccupato” è un’iniziativa segnalataci da Lisa Gino, che nel nostro gruppo è colei che principalmente si occupa di queste tematiche. Ci è subito piaciuta per svariati motivi: la concretezza, l’impatto emotivo, la semplicità, la campagna di comunicazione, il sito web, ma soprattutto la forza del messaggio che lancia. Siamo convinti che uno dei problemi che oggi attanagliano la società nella quale viviamo sia lo scarso livello di comunicazione e di conoscenza di quello che ci sta intorno; si preferisce nascondere la polvere sotto il tappeto piuttosto che affrontare di petto i problemi. L’egoismo e l’individualismo imperanti ci hanno fatto diventare un popolo di indifferenti e questo è il peggior insegnamento che possiamo dare ai nostri figli. Dobbiamo trasmettere loro, piuttosto, che i problemi prima si affrontano prima si risolvono e che non serve mettere la testa sotto la sabbia come abbiamo visto fare dalle classi dirigenti degli ultimi decenni. Ancora oggi, di fronte ad un problema sociale serio, si brancola nel buio assecondando con qualche provvedimento urgente l’indignazione popolare. “Postoccupato” ha il pregio di non nascondere il problema ma di farlo emergere; senza urla, senza clamore, senza demagogia ma cercando di toccare il cuore e la coscienza delle persone». Pesa più in negativo l’omertà o le leggi inadeguate? «Non credo abbia un senso scegliere tra due cose così negative quanto, piuttosto, lottare per eliminarle entrambe. L’antidoto contro l’omertà, il non dire, il rimestare nel torbido, nella società che abbiamo in mente esiste già, e non l’abbiamo certo scoperto noi; è la fraternità, il sentimento, la virtù, la forma mentale che ci consente di immaginare e di perseguire un mondo di uguali dove non esiste la pretesa di “possedere” un’altra persona. Le leggi sono quell’insieme di norme che dovrebbero regolare il vivere civile e diventano necessarie quando una comunità non ha al suo interno gli anticorpi per combattere le ingiustizie. Una società compiuta e consapevole non avrebbe bisogno di una legge per sapere che non si deve usare violenza sulle donne, come su nessun altro essere vivente, ma oggi ancora non siamo arrivati a quel grado di civiltà. Risolvere problemi sociali e culturali attraverso le leggi rischia, come sta accadendo con il decreto contro il femminicidio, ora in via di conversione in legge in Parlamento, di basarsi esclusivamente sugli aspetti punitivi e ben sappia-

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mo come la sola repressione non riesca a fermare fenomeni di questa portata. Va anche detto che questo decreto legge è stato messo insieme in poco tempo, sull’ondata dell’indignazione dell’opinione pubblica, ma non è basato solo sul tema femminicidio essendo comprese nel testo norme sulle province, sulla TAV, ecc. e questo la dice lunga». Cosa può davvero cambiare le statistiche sulla violenza, domestica e sociale, e fare, finalmente, la differenza? «Ribadisco che è necessario modificare radicalmente le modalità con cui oggi la politica gestisce la cosa pubblica e le nostre vite. Qualunque problema, compreso quello della violenza sulle donne, non può prescindere da una riduzione delle disuguaglianze a livello locale come a quello planetario e oggi più che mai non possiamo far finta di non vedere e di non sentire. Partiamo pure da piccole cose, piccoli gesti ma partiamo, agiamo. Ripristiniamo un minimo di quelle relazioni sociali che sono alla base della civiltà e del rispetto reciproco che oggi sono state spazzate via soprattutto dalla televisione. Spesso basterebbe la condanna morale della società per fermare comportamenti deviati e violenti senza il bisogno di inventare nuove norme punitive». Nella mozione si legge dell’intenzione di coinvolgere, oltre ai soggetti istituzionali, anche le associazioni di volontariato per una condivisione di saperi e competenze. In che modo il sociale può aiutare la politica a rendere più efficace la gestione di questa piaga sociale? Avete già pensato a qualche realtà particolarmente attiva e aperta ad accogliere i vostri stimoli? «Nel nostro modo di vivere la politica non c’è distinzione tra rappresentanti (i politici) e rappresentati (i cittadini) anche perché gli uni non potrebbero esistere senza gli altri e i rappresentati di oggi saranno i rappresentanti di domani. Per noi la politica dovrebbe essere condivisione, partecipazione, collaborazione a tutti i livelli a partire dal singolo cittadino al mondo del volontariato che è una ricchezza incredibile troppo spesso sottovalutata. Che il sociale operi in sintonia con il politico è per noi la normalità. Chi, meglio di chi opera sul campo, o è esperto in un dato settore, può consigliarci la soluzione ad un problema? Serve scrollarsi di dosso le barriere ideologiche che troppo spesso hanno tenuto separati mondi simili. Non è più tempo di bandiere e di simboli quanto di cooperazione tra le persone di buona volontà».


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DOVE TROVARE AIUTO LA CASA DELLE DONNE DI IVREA

In alto: il logo della Casa delle donne di Ivrea. Presso la sede di Via Dora Baltea 1 ad Ivrea le donne che vivono drammi familiari o situazioni di discriminazione e violenza sul lavoro o in contesti sociali, possono rivolgersi per chiedere aiuto, consigli e assistenza giuridica.

SOCIETÀ E DIRITTI

Attiva ormai da decenni contro la discriminazione, la Casa delle donne di Ivrea è impegnata sin dal 1991 contro la violenza di genere, fenomeno trasversale che coinvolge tutti ma per troppo tempo considerato come un problema di serie B. E forse deve far pensare che in tutti questi anni, pur nel silenzio, solo la Casa delle Donne di Ivrea ha rappresentato un punto fermo e un luogo di ascolto dove le donne con problemi si sono potute rivolgere per chiedere aiuto. L’impegno delle Casa si è concentrato fortemente sul valore delle relazioni tra donne, sull’ascolto attivo e sulla disponibilità ad accogliere e offrire supporto, e soluzioni, per accompagnare il difficile cammino delle donne che decidono di dire basta alla violenza. Presso la Casa delle donne di Ivrea molte donne in questi anni hanno trovato l’aiuto necessario per poter cambiare vita e superare momenti drammatici, contando sull’aiuto di professionisti e sulla solidarietà di donne che non hanno esitato ad offrire la loro casa e la loro amicizia a chi necessitava di protezione. Ottavia Mermoz, è socia “militante” della Casa da sempre, operatrice dello sportello antiviolenza “Alzati Eva”, ci ha accolti nella struttura, mostrandoci lo spazio fisico in cui le donne vittime di violenza trovano un porto sicuro, ma soprattutto un ascolto attento ed empatico di parte che, dopo aver dipanato la matassa e isolato i diversi problemi delle utenti per far luce sulle possibili soluzioni concrete, le aiuta a uscire dai margini e ricominciare la propria vita. Cosa succede tra le mura di “Casa delle Donne”? «Questa sede è principalmente uno spazio di incontro e di confronto dove si offre solidarietà, supporto psicologico ed assistenza giuridica alle donne che vivono drammi familiari e sociali. L’attività di prevenzione è il nostro fiore all’occhiello, la vera e propria ancora di salvezza per la maggior parte delle utenti che vengono a trovarci e che, avendo tutti contro, possono finalmente far fluire liberamente le proprie emozioni represse senza essere giudicate e discriminate. La domanda classica che ci rivolgono è: ma a me chi mi tutela?». Quali sono gli ostacoli principali per una donna vittima di violenza domestica? «L’autonomia economica delle donne è indispensabile a dar loro il coraggio iniziale per spezzare la catena di


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DOVE TROVARE AIUTO

sofferenza. In secondo luogo i figli possono essere un forte limite, rendendo ancor più pesante il fardello dei sensi di colpa. In ultimo a tenere legata la donna alla sua realtà castrante è l’esposizione al controllo sociale, soprattutto nei piccoli paesi». Quanto è importante il consultorio legale gratuito per le donne? «È fondamentale per far capire loro che il sogno di una vita migliore non è solo un’utopia, ma che, attraverso strumenti concreti, possono effettivamente, passo dopo passo, tirare i capi della matassa con una consapevolezza in più. Il colloquio con gli avvocati le rende più sicure perché maggiormente informate sui rischi reali e le conseguenze delle loro scelte, quindi più capaci di alzare la testa e pretendere una vita dignitosa. L’aspetto realmente importante è abituare le donne a costruire una relazione, non legata al momento emergenziale, ma che possa dar loro una valida bussola per rendere i loro problemi più gestibili e ricostruirsi un ruolo nella società e nella famiglia partendo da ora». Quest’anno come festeggerete il 25 novembre? C’è qualche novità in cantiere? «Il seminario “La Voce del Lupo”, che sposta il focus sulla violenza raccontata dagli uomini aprendo uno spazio ancora inesplorato, è il frutto dell’evoluzione, lenta ma tenace, del lavoro di sradicamento degli stereotipi portato avanti nelle scuole, il terreno educativo centrale per ogni ragazzo che poi diventerà un adulto capace di condizionare il proprio ambiente. Ogni anno aggiungiamo un tassello, convinti che gli eventi celebrativi siamo importantissimi, non solo per ricordare una ricorrenza e gratificare coloro che vi hanno partecipato, ma soprattutto per richiamare l’attenzione di tutte quelle persone che non ci sono perché non sapevano, ma che magari avrebbero voluto esserci». Un’altra novità riguarda il coinvolgimento della polizia municipale nel progetto “Prestami i tuoi occhi”, che parlerà di “Violenza e Stalking” nelle due scuole di Ivrea selezionate dalla Provincia (il Liceo Scientifico “Gramsci” e la scuola professionale “Casa di Carità Arti e Mestieri”), un segnale positivo di partecipazione delle istituzioni locali. Il progetto, articolato su due anni scolastici, è basato su un lavoro di informazione,

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riflessione, discussione, attraverso l’impiego di metodologie attive come l’indagine sociologica e le lezioni interattive». Come vede la collaborazione tra istituzioni, mondo politico e associazionismo? «Il nostro è un volontariato non istituzionalizzato, ma siamo profondamente consapevoli della delicatezza del problema e tutto ciò che facciamo non nasce dall’improvvisazione ma da un impegno serio e trasversale che ci mette in rete con tutte le altre realtà operanti nel settore sociale, come le psicologhe del consultorio familiare, che intervengono in situazioni di stress insostenibile o le assistenti dei servizi sociali in caso di coinvolgimento di minori. Le istituzioni non possono tenersi fuori dalla gestione di questa piaga sociale, ma anzi, sono una risorsa preziosa per rendere più facile il primo passo verso l’indipendenza, psicologica ed economica, delle donne e fare, perché no, da garanti. La rete è senza dubbio la chiave del successo, l’unico strumento veramente efficace per sostenere la tutela sociale, soprattutto in quest’epoca di crisi profonda del welfare».

Per saperne di più casadonne@assdonneivrea.191.it www.casadonneivrea.it

tel. 0125-49514 Via Dora Baltea 1 Orari di segreteria: lunedì e martedì dalle 14.30 alle 16.00 mercoledì dalle 17.30 alle 19.00 venerdì dalle 9.30 alle 11.00


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SOCIETÀ E DIRITTI

VIOLENZA SULLE DONNE: L’IMPEGNO DELL’ASL TO4


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«L’espressione “violenza contro le donne basata sul genere” viene utilizzata in tutta la Convenzione e si riferisce alla violenza diretta contro una donna, perché donna e perchè colpisce le donne in modo sproporzionato. Si differenzia da altri tipi di violenza perchè il genere della vittima è il motivo principale che motiva gli atti di violenza... In altre parole, la violenza di genere si riferisce a qualsiasi danno che viene perpetrato contro una donna e che è la causa e il risultato di relazioni di potere diseguali, fondate sulla percezione di differenze tra donne e uomini, che determinano la condizione di subordinazione delle donne sia nel settore privato, sia nella sfera pubblica. Questo tipo di violenza è profondamente radicata nelle strutture sociali e culturali, inscritta in norme e valori che governano la società, ed è spesso perpetuata da una cultura di negazione e di silenzio. .. » art. 3 della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne. Istanbul 11 maggio 2011

I DATI DEL MONITORAGGIO SVOLTO DALL’ASL TO4 DI IVREA

Nella pagina a fianco: opera di Beatrice Tomasi. Mostra Sguardi d’amore, Liceo Artistico Statale Felice Faccio di Castellamonte, in esposizione alla Officine H di Ivrea.

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dati del Canavese confermano le stime nazionali relative alla percentuale di donne che subiscono violenze, le quali spesso avvengono tra le mura sicure della propria casa. Nella maggior parte dei casi infatti è proprio il contesto della famiglia ad essere il teatro di forme di abusi, che purtroppo spesso non vengono neanche denunciati poiché il regime di terrore a cui le donne sono sottoposte condiziona psicologicamente e inibisce anche la capacità di reagire e chiedere aiuto. Spesso le donne che sono vittime di violenze sono combattute psicologicamente tra il subire e il giustificare i compagni abusanti, tendono cioè a cercare di comprendere le difficoltà psicologiche del compagno, sperando che prima o poi possa cambiare. Ma purtroppo questo non accade mai, soprattutto se si affronta in solitudine la difficile situazione e non si è accompagnate e sostenute per gestire una realtà che spesso coinvolge anche i propri figli. Dunque è importante per le donne capire che occorre chiedere aiuto per iniziare un difficile ma necessario percorso di affrancamento. Prima che sia troppo tardi. Per questi motivi l’ASL TO4 ha attivato nel triennio 2010-2012 un monitoraggio finalizzato a censire le richieste di aiuto da parte di donne sottoposte a violenza. I dati emersi confermano una situazione difficile e problematica: sono state ben 687 le donne vittime di violenza seguite dall’ASL TO4, donne che nella maggior parte dei casi si sono rivolte al Pronto Soccorso per essere medicate dopo essere state ferite. Un numero consistente che però non rende conto del mondo di silenzio di tutte quelle altre donne che, pur


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SOCIETÀ E DIRITTI

subendo percosse o violenze, decidono di non rivolgersi alle strutture sanitarie per paura di ripercussioni, o per non compromettere i proprio compagni. Si tratta di donne che vivono una profonda sofferenza psicologica, oltre che fisica e che, spesso, non sono in grado di prendere le decisioni necessarie, le quali richiederebbero di poter essere intraprese con il sostegno di operatori qualificati. Ecco perché l’ASL TO4, da alcuni anni, ha attivato tre équipe multidisciplinari che agiscono su tutto il territorio, attraverso un lavoro di rete con i Servizi Sociali, la Sezione Fasce Deboli della Procura e le Associazioni di Volontariato interessate alla tematica. L’intento è fornire una risposta coordinata alla problematica della violenza contro le donne, attraverso la formazione degli operatori sul problema nei suoi diversi aspetti e rispetto alle conseguenze spesso nefaste sulle vittime. Le tre équipe afferiscono alla Rete Regionale Contro la Violenza alle Donne e si coordinano perciò anche con le linee di indirizzo regionali. L’ASL TO4 ha siglato inoltre un protocollo di Intesa con la Procura di Ivrea che permette una maggior chiarezza e vie più dirette di collaborazione tra gli operatori e la Magistratura, ciò consente di mantenere con le Forze dell’Ordine contatti diretti su tutto il territorio. Un lavoro che in questi anni ha dimostrato la sua efficacia e che la Direzione sanitaria intende coordinare al meglio con la costituzione di un Coordinamento delle tre équipe, affinché gli operatori possano offrire le stesse risposte assistenziali su tutto il territorio. Con questa stessa finalità è stata attivata una giornata di formazione specifica dedicata a: “Gli operatori in rete contro la violenza di genere”, per predisporre percorsi che accompagnino le donne anche nel periodo successivo alla loro prima richiesta di aiuto, offrendo il sostegno necessario per superare l’emergenza della prima fase acuta e, soprattutto, per affrontare il periodo successivo del procedimento penale. L’iniziativa formativa rivolta alle figure professionali delle Forze dell’Ordine, Socio-sanitarie ospedaliere e di territorio, nonchè di Volontariato sociale, prevede anche una formazione degli operatori sugli aspetti culturali e psicologici che sono causa di forme di violenza sulle donne. Che la violenza di genere sia conseguenza di modelli culturali stratificati che predispongono antiche, come nuove forme di abuso, è quanto è stato


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L’IMPEGNO DELL’ASL TO4

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approfondito anche nel convegno-dibattito “La voce del lupo”, svoltosi sabato 26 ottobre, organizzato dalle Associazioni “Senonoraquando?” e “Casa delle Donne” di Ivrea, con il patrocinio dell’ASL TO4. Il Convegno è stato un’ occasione preziosa di confronto sul problema osservato dal punto di vista di uomini impegnati nella comprensione dei fattori che scatenano la violenza maschile sulle donne e nella lotta contro la cultura che la favorisce. Proprio perchè non è possibile pensare di affrontare il problema della violenza contro le donne senza intervenire culturalmente per sradicare modelli di comportamento acquisiti per educazione e abitudine, presso il Polo Formativo delle Officine H ad Ivrea, dova ha sede il corso universitario di Scienze Infermieristiche, è stata allestita la mostra Sguardi d’amore. La mostra propone elaborati artistici degli allievi del Liceo Artistico Felice Faccio di Castellamonte, ed è un’importante iniziativa frutto della sinergia tra ASLTO4, Università di Torino, Scuole superiori del territorio ed Associazioni che lavorano sul problema della violenza contro le donne in Canavese. La mostra sarà aperta sino al 23 Novembre 2013. AL.

In alto e nella pagina a fianco: La campagna di comunicazione sociale contro la violenza sulle donne per la giornata del 25 novembre 2013.


Spazio redazionale di AEG Società Cooperativa

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14 ) MONDO COOPERATIVO

STORIE DI COOPERAZIONE


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Nelle storie di cooperazione si può cogliere il valore di esperienze in grado di trasformare concretamente situazioni difficili e sottoposte al peso di gravi problematiche socio-economiche. Occorre però cominciare a pensare al movimento cooperativo con sguardo proteso oltre i confini nazionali, ovvero verso quelle terre dove la cooperativa è uno strumento essenziale per contrastare forme di dominio e sfruttamento economico. Per dare risonanza e diffondere esperienze vissute è nato nel 2012 il sito www.stories.coop, la prima campagna digitale globale che ha inteso fare dello storytelling, il mezzo più efficace per raccontare al grande pubblico l’esperienza cooperativa. Pensata per il 2012 – Anno ONU delle Cooperative – stories.coop, nata per iniziativa di Euricse (European Research Institute on Cooperative and Social Enterprise) e ICA (International Cooperative Alliance) si era proposta di raccontare ogni giorno sul suo sito una nuova storia di cooperazione, puntando sulla varietà di settori, dimensioni, e nazioni dove il fenomeno è presente, al fine di contribuire alla promozione del modello cooperativo, evidenziare il suo contributo allo sviluppo sociale ed economico e sostenere la formazione e la crescita di imprese cooperative a livello internazionale. Al termine del 2012 gli ottimi risultati raggiunti hanno spinto i promotori a migliorare la fruibilità del prezioso archivio finora costruito e raccogliere nuovi contributi. E così in ottobre 2013 è stato messo in rete il nuovo sito di  stories.coop, completamente ridisegnato per migliorare la visibilità delle storie, corredendandole anche con materiali inediti, case studies accademici, report giornalistici sui temi chiave per lo sviluppo della cooperazione e analisi approfondite sulle cooperative, il loro impatto e le sfide che le attendono.


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MONDO COOPERATIVO

La storia che abbiamo scelto di presentare riguarda una cooperativa di ricercatori universitari italiani che hanno creato un Centro di ricerca a Piacenza. Il Centro è organizzato attraverso la formula della Cooperative del sapere, istituzione recente in Italia che rappresenta la nuova frontiera della professioni intellettuali nel nostro Paese. Si tratta di una possibilità che consente a ricercatori, studiosi e professionisti, di organizzare il lavoro di ricerca e consulenza in forma cooperativa.

Pa Pagina a fianco: Francesca Cavallini Presidente della Centro TICE, Fr Società Cooperativa di ricercatori. So

Il nuovo sito è stato presentato ufficialmente in occasione della Conferenza internazionale delle Cooperative a Cape Town. I contenuti di Stories.coop sono prodotti sotto la licenza creative commons per facilitarne al massimo l’utilizzo e la condivisione, al fine di raggiungere e ispirare un pubblico sempre più vasto. Nel suo primo anno di vita il sito ha avuto oltre 200.000 visite e un pubblico internazionale che ha cliccato le sue pagine da tutti e cinque i continenti, ma con una netta percentuale di click da America, Italia, Inghilterra, Argentina e Francia. Nelle sue pagine sono documentate oltre 450 storie di cooperative di ogni settore, di qualsiasi dimensione, e localizzate in ogni parte del mondo: più di 300 racconti scritti, 100 video, oltre a fotografie e slide, inviate dalle cooperative stesse o raccolte e rielaborate da autori. Le testimonianze raccontano di imprese collettive che operano in vari settori tradizionali (credito, agricoltura, abitazione, commercio) o nella fornitura di servizi di interesse generale (servizi sociali, sanità, inserimento lavorativo, educazione). I risultati ottenuti da queste imprese spesso superano quelli delle aziende for-profit e di quelle pubbliche. Ma non è solamente una questione di successo e fatturati, in molti casi queste cooperative hanno rappresentato una soluzione sostenibile a situazioni di sfruttamento, denutrizione, violenza, disagio sociale, degrado o alla mancanza di investimenti, di credito, di servizi. Le storie raccolte nel sito sono anche una fonte di idee imprenditoriali innovative, una riflessione sul pressante tema della sostenibilità e una riserva di best practices di potenziale interesse per studiosi e istituzioni. Tra le novità del nuovo sito la possibilità di inviare la propria storia in modo più semplice, di fare ricerca attraverso un archivio meglio strutturato, la presenza di materiale e documentazione per ricerche e approfondimenti e la segnalazione di case studies particolarmente interessanti per ricercatori e studenti universitari. Il sito è rigorosamente in inglese e, per agevolare i nostri lettori, proponiamo in queste pagine in ogni numero la storia di una cooperativa italiana al fine di diffondere e dare voce ad esperienze valide che non sempre sono adeguatamente conosciute e che possono rappresentare un esempio da imitare per altri.


STORIE COOPERATIVE

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Lettera di Francesca Cavallini Presidente della Cooperativa TICE inviata al sito www.stories.coop Volevamo essere dei ricercatori. Abbiamo voluto applicare le conoscenze scientifiche sull’educazione che avevamo appreso tra i banchi. Volevamo aiutare i bambini, le famiglie e le scuole per raggiungere i loro obiettivi educativi. Non ci bastava “essere creativi”, o proporre l’ascolto e il supporto psicologico, volevamo riuscire effettivamente a fare qualcosa di efficace. Dopo aver studiato e praticato in USA, acquisendo le migliori competenze per la pratica intensiva, abbiamo pensato che i ricercatori italiani non dovrebbero lasciare il loro Paese, ma al contrario dovrebbero combattere attivamente la fuga dei cervelli, rimanendo in Italia e lavorando come pionieri. Molte banche, istituzioni e politici ci hanno detto che eravamo troppo giovani, troppo idealisti, erano molto dubbiosi, ma volevamo tutto e abbiamo deciso che, nonostante la crisi economica, proprio questo fosse il momento perfetto per iniziare a lottare per la ricerca e il progresso, per investimenti più efficaci utili ad aiutare le famiglie, gli ospedali e le scuole. Non è possibile realizzare un simile progetto da soli e siamo stati fortunati a trovare alcune persone incredibili che lavorano con noi. Così abbiamo creato una nostra opportunità di lavoro e ricerca attraverso laformula della cooperazione. Oggi siamo in otto ricercatori a far parte della cooperativa, nostro obbiettivo è diffondere la scienza del comportamento in Italia e lavorare nel campo della formazione. Colloboriamo con trenta professionisti e stiamo aiutando novanta bambini con disabilità, o che presentano comportamenti problematici, e le loro famiglie, le scuole e gli insegnanti. Facciamo fronte alle esigenze di quasi cento studenti, coprendo tutte le fasce d’età: dall’asilo all’università. Abbiamo appena aperto il nostro terzo TICE Learning and Research Centre, e non potremmo essere più entusiasti. Sempre di corsa, sempre in lotta, sempre felici, Francesca Cavallini (presidente) e Fabiola Casarini (regista). Tratto da: http://stories.coop/stories/tice-a-cooperative-that-isalso-an-applied-research-centre/

La cooperativa TICE Learning and Research Centre si trova a Piacenza. È un centro di innovazione e ricerca scientifica, che studia le modalità di apprendimento al fine di migliorare e gestire strategie educative anche a distanza, attraverso la rete. I ricercatori che ne fanno parte lavorano per creare un franchising di ricerca e di interventi educativi da espandere in tutt’Italia ed hanno già ottenuto importanti risultati. Gli studiosi sperimentano la scienza dell’apprendimento Aba (Scienza di comportamento applicata) e ricevono richieste di formazione, intervento o assistenza, da parte di insegnanti provenienti da strutture pubbliche e private che vogliono correggere il loro metodo di insegnamento. Nati come laboratori di ricerca, sviluppo e validazione di tecnologie educative i Centri Tice sono supervisionati dalla Facoltà di Psicologia di Parma.

Per saperne di più TICE Cooperativa Sociale Centro di Ricerca e Apprendimento Via Fratelli Bandiera, 30/B  29015 Castel San Giovanni (PC) www.centrotice.it


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MONDO COOPERATIVO

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COOPERATIVE ALLEATE IN PIEMONTE

Le cooperative piemontesi uniscono le forze per affrontare insieme la crisi. Dal luglio 2013 è attiva anche in Piemonte l’Alleanza delle cooperative piemontesi.


IL MOVIMENTO COOPERATIVO PIEMONTESE DIMOSTRA DI SAPER DARE RISPOSTE CONCRETE ALLA CRISI ECONOMICA

Nella pagina accanto: Anna Di Mascio di Legacoop alla manifestazione delle Cooperative sociali a Torino.

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i è costituita anche in Piemonte, il 5 luglio 2013 presso la Casa della Cooperazione in Corso Francia 329, l’Alleanza delle Cooperative del Piemonte, con un patto stretto tra le grandi e storiche associazioni di cooperative piemontesi: Legacoop. Confocooperative e AGCI. È questa una scommessa fondata sull’accordo e sulla condivisione dei valori della cultura cooperativa, che consente di unire le forze per affrontare e superare la difficile crisi economica che coinvolge soprattutto le cooperative attive nei settori socio-sanitari. Si tratta di un patto stretto tra le tre più importanti associazioni cooperative regionali, le quali aggregano complessivamente 1.885 imprese di diversi settori (abitazione, agroalimentare, costruzioni, culturali, distribuzione, lavoro, servizi, sociali e sanitarie) e producono fatturato per un valore di 13.700.000.000 Euro; ne fanno parte oltre 1.057.000 Soci, di cui 62.500 sono stabilmente occupati all’interno delle cooperative stesse. I cooperatori delegati delle tre associazioni di cooperative piemontesi hanno eletto presidente dell’Alleanza Cooperative Italiane piemontesi Giancarlo Gonella, che presiede anche Legacoop Piemonte, e i due copresidenti Domenico Paschetta di Confcooperative Piemonte e Alberto Garretto di AGCI Piemonte. Il movimento cooperativo piemontese nella sua variegata composizione ha in questi dif icili anni rappresentato una importante barriera contro gli effetti della crisi economica, il dato interessante è


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che le imprese cooperative in Piemonte hanno incrementato il numero dei dipendenti del 12% in più, rispetto agli anni passati. Ciononostante anche nella nostra regione si rilevano problematiche serie soprattutto per le cooperative socio-sanitarie che vantano un credito di 505 milioni di euro nei confronti delle Pubbliche Amministrazioni per ritardi di pagamento, i quali vanno dai 390 giorni in media per le ASL e i Consorzi Socio Assistenziali, ai 280 giorni per i Comuni. Il processo di unificazione delle più grandi associazioni cooperative rappresenta anche un importante valore culturale, rappresenta infatti simbolicamente la capacità di volgere lo sguardo ai fermenti innovativi e solidali che hanno segnato l’inizio della storia della cooperazione in Italia, negli anni che hanno preceduto la scissione avvenuta nel 1919 tra imprese cooperative rosse, di parte comunista, e cooperative bianche, d’ispirazione cattolica. Sebbene i valori di fondo e le pratiche, nonché l’etica, che ispirano la gestione delle imprese cooperative fanno si che ci si possa accordare su programmi e prospettive comuni, questo processo di unificazione non comporta un pericolo di omologazione e di perdita di specificità. L’intento che ha motivato questa unione è un bisogno avvertito da tutte le tre associazioni cooperative di far sentire la voce della cooperazione che

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deve parlare in modo sufficientemente unito, e altrettanto incisivo, per riuscire ad avere peso sufficiente a livello politico e istituzionale, sia nel rapporto con gli enti locali, sia, a maggior ragione, con la Comunità Europea. Dunque la cultura che si è stratificata nel corso di oltre cento anni sia nelle cooperative rosse, sia nelle imprese legate al mondo cattolico, che sono le due componenti maggioritarie dell’Alleanza, rappresenta un importante patrimonio identitario in grado di poter contribuire ancora allo sviluppo socioeconomico del Paese. La nuova Alleanza delle cooperative piemontesi condividerà le strutture che si occupano di questioni legali e di rapporti sindacali, e una delle prime questioni che sarà affrontata collegialmente sarà quella inerente ai ritardi di pagamento delle prestazioni sanitarie da parte della Pubblica Amministrazione. Ecco perché le tre centrali di rappresentanza cooperativa si sono mosse insieme quest’anno per chiedere (e in parte ottenere) il saldo dei crediti. Per quanto concerne invece le cooperative agricole e di distribuzione, sono già in atto alleanze pensate per condividere le differenze di presenza sul mercato: se le realtà di Legacoop sono più forti nella distribuzione e nelle costruzioni, quelle di Confcooperative contano più imprese agricole e casse di credito. Per le politiche agricole e sociali le cooperative atten-


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dono che l’Unione Europea indichi le linee guida che dovranno ispirare le scelte e le pianificazioni sino al 2020, tenendo conto che oggi il nuovo polo industriale e produttiva del mondo si sta definendo in oriente e l’Europa tende ormai a rappresentare una sorta di periferia dell’impero. Ciò non significa che abbia un ruolo secondario nel mercato internazionale, ma certo per avviare una proficua ripresa che possa coinvolgere le piccole come le grandi cooperative piemontesi, occorre saper misurare il proprio ruolo e capire la direzione verso la quale indirizzare investimenti. Dunque anche la cooperazione dovrà pianificare la propria attività d’impresa considerando sempre lo scenario internazionale. Ecco perché, per tutti i cooperatori, diventa importante inserirsi nei circuiti turistici-gastronomici, intercettando flussi di viaggiatori che ancora non conoscono il Piemonte, ed essere presenti nelle realtà della ricerca, dello sviluppo e della costruzione di infrastrutture atte a favorire gli scambi e i commerci internazionali. Una scommessa questa che s’inserisce nella pianificazione regionale di rivalorizzazione dei territori in grado di incentivare forme di turismo culturale e sostenibili.

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Ne pagina accanto: Nella Elena Boggio di Legacoop alla festa della Cooperative El Piemontesi. Pi In alto: Il Presidente dell’Alleanza delle Cooperative Piemontesi Giancarlo Gonnella. Gi


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IL PANE DELLA LIBERTÀ

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Cooperazione, mercato equo solidale e carceri... Ecco la scommessa vincente della cooperativa torinese Pausa Cafè, da anni attiva all’interno delle carceri piemontesi per proporre ai detenuti percorsi di rinserimento sociale e lavorativo.


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COOPERAZIONE E... CARCERE

Nella pagina accanto: il pane prodotto dai detenuti del carcere di ASTI che è stato distribuito al Salone del Gusto nel 2012.

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avorare in carcere, apprendere un mestiere e, soprattutto, vivere un progetto di educazione ai valori della sostenibilità e del recupero di professioni antiche. La cooperativa Pausa Cafè, attiva a Torino dal 2004, ha maturato un’esperienza in grado di rappresentare risposte concrete ai difficili problemi che coinvolgono il nostro sistema carcerario, offrendo percorsi lavorativi all’interno del carcere che diventeranno un vero e proprio lavoro quando la pena sarà del tutto scontata. Infatti se il sovraffollamento è una delle emergenze del presente, non di meno il proporre ai detenuti autentici percorsi di rieducazione utili al futuro riinserimento nella società è il problema di base a cui le istituzioni non sanno o non riescono a rispondere. Molto spesso i problemi iniziano proprio quando si finisce la pena, si deve superare la paura della società e soprattutto imparare ad accettare regole di convivenza civile e l’autorità di chi le fa osservare. Ecco perché uscire dal carcere più che sancire la fine di tutti i problemi, spesso rappresenta un nuovo dramma umano e sociale e, se i detenuti non hanno punti di riferimento sul territorio, è facile ritornare a commettere reati. Le misure alternative alla detenzione oggi sono spesso contenitori vuoti, formule giuridiche che consentono ai condannati di rimanere fuori dal carcere ma non forniscono loro un solido sostegno e percorsi attraverso i quali riconsiderare i propri comportamenti sbagliati. Il progetto di Pausa Cafè intende dare risposte concrete a questi problemi e offre a chi ha avuto modo di cominciare il percorso lavorativo intra-moenia,


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(cioè dentro il carcere) di proseguirlo anche quando sarà ritornato in libertà, attraverso la partecipazione attiva all’interno della cooperativa in qualità di socio-lavoratore. Ma questo è solo uno dei fini a cui la cooperativa si dedica con molta energia, il secondo importante obbiettivo della sua missione sociale lo si può indovinare proprio a partire dal nome di questa cooperativa torinese che opera ormai da anni nelle case circondariali Lorusso e Cotugno di Torino, e Rodolfo Morandi di Saluzzo.

Lavorare in carcere Pausa Cafè è infatti una cooperativa sociale, la cui missione è favorire i processi di sviluppo sociale ed economico equo, sostenibile e partecipativo, con speciale attenzione all’inclusione dei soggetti svantaggiati, nel Nord e nel Sud del mondo. Oltre a lavorare con i detenuti torinesi, opera da anni in Guatemala al fianco delle comunità indigene e delle cooperative di produttori di caffè, in Messico ed in Costa Rica nella cura e nella valorizzazione della produzione di cacao. Si tratta di comunità che sono storicamente escluse dai benefici del proprio lavoro, intento della cooperativa è fornire a queste popolazioni condizioni complessive per migliorare condizioni di vita, valo-

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rizzare il legame con i territori, tutelare la cultura e la tradizione, nonché la biodiversità, intesa come partimonio coevoluto dell’umanità. Attraverso la costituzione di partenariati internazionali, e con particolare attenzione alla rete di economia solidale, Pausa Cafè si propone di avvicinare i produttori ai consumatori, accorciando la filiera produttiva e riducendo le intermediazioni, importa cioè direttamente cacao e caffè acquistandoli direttamente dai produttori e corrispondendo loro un equo contributo per il loro lavoro. Ecco perchè Pausa Cafè svolge la propria attività produttiva all’interno di due istituti penitenziari di Torino e Saluzzo, dove procede alla trasformazione della materie prime importate: torrefazione di cacao e caffè, con l’intento di fornire opportunità di crescita professionale alle persone recluse, finalizzate al reinserimento sociale attraverso percorsi tesi a ridurre le possibilità di recidive. I detenuti, regolarmente assunti dalla cooperativa, sono impegnati in tutte le fasi della lavorazione del caffè e del cacao e sono affiancati da personale qualificato in grado di offrire loro un percorso formativo e di avviamento al lavoro. Il primo laboratorio è nato nel 2004 all’interno del carcere delle Vallette di Torino (Casa Circondariale “Lorusso e Cotugno”), in un locale di circa 200 metri


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quadrati dove è stato allestito il reparto di torrefazione, stoccaggio e confezionamento del caffè. Un successivo ampliamento, reso possibile dalla concessione di nuovi spazi contigui da parte della direzione della Casa Circondariale, ha consentito di aprire il laboratorio di lavorazione del cacao. Il successo dell’iniziativa è stato immediato, al punto che oggi i locali sono diventati piccoli per accogliere i macchinari necessari ad effettuare tutte le lavorazioni previste. Nei locali della Casa Circondariale di Torino si svolgono attualmente le lavorazioni del caffè, dalla tostatura al confezionamento del prodotto finito, e della massa di cacao. Ma presto partiranno i lavori di ampliamento dei locali che consentiranno di concludere il ciclo di lavorazione del cacao, per giugenre sino alla produzione di cioccolata nelle sue varie forme. Il progetto cooperativo di Pausa Cafè, squisitamente piemontese, ha dunque duplici vantaggi, rappresenta un percorso rieducativo per i detenuti, ed è un concreto aiuto per le popolazioni sfruttate del Sud del mondo. Infatti cacao e caffè sono materie prime, il cui prezzo è soggetto all’andamento del mercato internazionale. Le variazioni di domanda ed offerta dettano

Nella pagina accanto : il caffè prodotto nel carcere delle Vallette a Torino. In alto: un produttore di cacao in Guatemala.

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le quotazioni delle borse merci di Londra e di New York, ma solo il 5% del suo valore è destinato ai produttori, significa che per un chilogrammo di cacao il cui costo è mediamente 2 Euro, solo 40 centesimi spettano come guadagno ai produttori. Se poi si considera il costo finale del cioccolato e del caffè il dato è ancora più paradossale, perché i produttori non beneficiano in nessun modo dei profitti relativi al commercio di cacao e caffè. I passaggi compiuti dalle fave di cacao, così come per il caffè, prima di essere trasformate in cioccolata sono molteplici. I primi intermediari sono solitamente i trasportatori, cioè persone in possesso di un semplice pick-up che prendono in consegna i sacchi di fave da trasportare al mercato: in Messico questi individui vengono chiamati significativamente “Coyotes”. Al porto chi prende in consegna il carico è detto l’esportatore, sarà questa figura ad intrattenere rapporti con le aziende trasformatrici e a preparare i carichi per le navi. Il 20% delle fave di cacao transita dall’Olanda che è il principale paese produttore di semilavorati, polvere, burro e liquore di cacao, usati per i dolciumi. Il mercato è dominato per l’80% da sole sei multinazionali: Mars (Usa), Philip Morris (Usa, proprietaria di Kraft, Jacobs, Suchard, Cote d’Or e Milka), Herskey (Usa), Nestlé (Svizzera), Cadbury-Schweppes (Regno Unito) e per finire l’italiana Ferrero. Queste aziende e poche altre sono le uniche in grado di effettuare tutta la lavorazione dalle fave al cioccolato. I piccoli artigiani e le piccole aziende sono costretti ad acquistare i semilavorati dalle ditte specializzate in questo tipo di lavorazione e in Italia solo una è in grado di farlo. Ecco perché l’acquisto diretto delle materie prime dai produttori e una lavorazione svolta senza esternalizzazioni, ma completamente in proprio, consente da


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IL PANE DELLA LIBERTÀ

una parte di pagare il prodotto primario senza speculazioni e, dall’altra, di offrire il prodotto finale ad un prezzo molto più competitivo. Pausa Cafè acquista le sue materie prime concordandone i prezzi direttamente con i produttori. L’acquisto avviene svariati mesi prima della consegna, garantendo in questo modo ai produttori di avere mezzi economici necessari per portare avanti la loro attività, ed avviene secondo i principi ed i prezzi del Commercio Equo e Solidale.Inoltre, Pausa Cafè conferisce ogni anno ai produttori il 50% degli utili generati dalle vendite dei prodotti finali.

Il Pane libero La più recente iniziativa di Pausa Cafè concerne anche la panificazione. Nel carcere di San Michele ad Alessandria infatti è stato allestito un laboratorio di panificazione dove si produce pane con farine integrali e biologiche. Se ne producono 300 chilogrammi al giorno per un totale di circa 10 tonnellate al mese. Il progetto, ideato dalla cooperativa, ha come partners Coop Piemonte, Liguria e Lombardia, ed Eataly, che commercializzano il pane nei rispettivi punti vendita. La particolarità del progetto consiste nella qualità delle farine: sono tutte rigorosamente di provenienza piemontese e rispettano gli standard di lavorazione ecosostenibili, ovvero derivano da grano macinato a pietra, procedimento che permette di mantenere tutte le proprietà nutritive del germe. Il risultato è un pane di qualità, i cui ingredienti sono: acqua, farina e sale, quest’ultimo di provenienza francese, è anch’esso di tipo integrale, ovvero non è trattato.   Anche nel carcere di Alessandria il panificio è stato ricavato da un grande locale opportunamente allestito allo scopo e dotato di una grande cella frigorifera dove viene fatto levitare il pane, due macchine per impastare e dare forme. La cottura del pane avviene in forno a legna, che per altro è uno dei più grandi d’Europa. Al momento solo sono 5 i detenuti adibiti alle lavorazioni, ma si tratta di lavoratori regolarmente assunti dalla cooperativa Pausa Cafè che hanno imparato il mestiere dal maestro panificatore Giovanni Mineo. Il pane della libertà può essere regolarmente acquistato in tutti gli ipermercati Coop del Piemonte Nord ovest, al costo di 3 euro per un pezzo da 800 grammi.

Nella pagina accanto: La coltivazione del cacao in Guatemala. In alto: lavorazione del pane nel carcere di Alessandria.

Per saperne di più www.pausacafè.org Per chi volesse trascorrere serate diverse Pausa Cafè ha aperto un Bistrò a Grugliasco in Corso Torino n. 78. É aperto da martedì a sabato dalle ore 18 alle ore 1,30.

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COOPERATIVE E GRUPPI SOCI La partecipazione dei Soci alla vita della Cooperativa garantisce coesione sociale e sviluppo... anche nelle attività di impresa.


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NELLA COOPERATIVA AEG DI IVREA NASCE IL GRUPPO SOCI

In alto: il Vicepresidente di AEG Società Cooperativa di Ivrea Gianni Cimalando.

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a vita di una cooperativa è essenzialmente intrecciata alla partecipazione attiva dei suoi Soci. Solo così possono essere garantiti processi di innovazione e creatività nelle attività socio-culturali, le quali sono destinate a riverberarsi positivamente anche sul successo delle attività di impresa. Ecco perché nella gestione manageriale di una cooperativa molta attenzione è investita nella pianificazione di progetti utili a creare tra i Soci possibilità di partecipazione, occasioni di crescita culturale e sociale, in grado di radicare la cooperativa nel contesto dove opera. La responsabilità sociale di un’impresa cooperativa, di per sé, è un fatto che fa parte della sua stessa missione aziendale, la quale non può considerare la pianificazione delle proprie politiche aziendali senza considerare anche la necessità di contribuire alla crescita e allo sviluppo del territorio dove la cooperativa opera. La formazione di Gruppi Soci non è dunque una novità nel mondo della cooperazione, ed è oggi patrimonio ormai consolidato dell’esperienza di molte cooperative; si tratta di realtà che interagiscono propositivamente con i C.d.A. al fine di individuare attività e progetti socioculturali da inserire nelle pianificazioni aziendali. Ne parliamo con Gianni Cimalando, Vicepresidente di AEG Società cooperativa, che ha lavorato a lungo per rendere attiva anche in AEG la realtà del Gruppi Soci. Come verrà attuata in AEG la realizzazione dei Gruppi Soci? «Tengo a precisare innanzi tutto che non si tratta di un’idea nuova; più volte negli anni è stata già proposta dai precedenti C.d.A. di AEG. La differenza rispetto al passato è che l’attuale C.d.A. la sta realizzando


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concretamente. Non nascondo dunque che ne sono molto orgoglioso, perché siamo arrivati finalmente alle fasi conclusive del progetto, considerando che l’ 8 novembre si è svolta la prima assemblea dei Soci che consente di avviare questa importante attività sociale». Perché lei ritiene così importante attivare la partecipazione dei Soci alla vita della cooperativa che già gode di strutture e pianificazioni atte a garantire i processi di democratizzazione e coinvolgimento dei Soci? «Il Gruppo Soci avrà funzioni ancora più specifiche e finalizzate. Orientativamente penso che la funzione del gruppo potrà essere quella di gestire gran parte dell’attività sociale e comunitaria della cooperativa che sino ad oggi era stata assolta all’interno del C.d.A., quando non era delegata a qualcuno al suo interno, che aveva il compito di organizzare le attività sociali e culturali. Si trattava dunque di attività che erano pianificate da un gruppo molto ristretto di Consiglieri della cooperativa, o da un solo Consigliere che si occupava di questo aspetto. L’attuale C.d.A. intende rovesciare questa impostazione per dar vita ad un gruppo di Soci al quale riconoscere la possibilità non solo di fare proposte sul piano organizzativo per possibili iniziative da intraprendere, ma anche quella di disporre delle risorse che si ritengono necessarie per realizzare i progetti proposti».

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Dunque questo rappresenta un’importante delega da parte del C.d.A. al gruppo Soci, che diventa anche responsabile del successo o meno dei progetti da realizzare. Come è regolata questa nuova funzione nell’organizzazione istituzionale della cooperativa? «La possibilità di aderire al Gruppo Soci è aperta dal mese di maggio 2013; come C.d.A. abbiamo predisposto i moduli di adesione reperibili nella nostra sede di Via dei Cappuccini e al Punto Soci in Via Palestro, o possono scaricabili dal sito www.aegcoop. it. Ad oggi hanno aderito circa settanta Soci. Parallelamente abbiamo lavorato per predisporre la bozza del Regolamento, che l’8 novembre è stato sottoposto al Gruppo Soci per l’approvazione ma anche per integrazioni o miglioramenti da apportare. Ne consegue che il Regolamento non è imposto dal C.d.A.; occorreva però poter presentare al Gruppo una base da cui partire per la sua elaborazione». Quali sono i punti chiave del Regolamento? «Direi che l’elemento cardine di questo regolamento è di dare al Gruppo Soci la possibilità di presentare annualmente il programma delle attività che intende svolgere ed unitamente a ciò di corredarlo con il preventivo di spesa che quel programma prevede. Devono essere programmi di attività prevalentemente socio-culturali, utili e fruibili sia dai Soci sia dai cittadini; valgano quali esempi l’organizzazione di convegni su temi specifici, gite sociali, attività dopo-


COOPERATIVE E GRUPPI SOCI

lavoristiche, attività della festa del cooperatore, attività di formazione o ludiche pensate appositamente per i bisogni e gli interessi delle persone». L’impegno del Gruppo Soci a collaborare con il C.d.A. consente a chi lo desidera di potersi poi candidare anche per la gestione delle attività d’impresa della cooperativa? «Partecipare al Gruppo Soci è un’occasione che garantisce buona coesione tra Soci e C.d.A., ma rappresenta anche una possibilità per i Soci che vogliono impegnarsi nella cooperativa, di evidenziare le loro capacità, al fine di potersi proporre anche per le elezioni del futuro C.d.A.. È nostro intento, in prospettiva, contribuire a creare figure di amministratori che abbiano già avuto la possibilità di partecipare alla vita reale e al funzionamento della nostra cooperativa. Ecco perché riteniamo che una delle finalità della costituzione del Gruppo Soci sia anche quella di coinvolgere Soci giovani che possano condividere i valori cooperativi e concretamente rappresentare una solida base per il futuro della nostra cooperativa». Quanti giovani e quante donne hanno già accettato di far parte del Gruppo Soci e come è organizzato al suo interno, considerando che le adesioni sono in numero così alto? «Devo dire che tra i primi settanta Soci che hanno manifestato la volontà di far parte del gruppo il rapporto tra giovani ed anziani è equilibrato, inoltre il 25% circa è rappresentato da donne. La struttura che si desidera attivare deve avere la caratteristica di essere assolutamente agile, quindi ognuno può iscriversi ed entrare a far parte del Gruppo Soci senza complicazioni. L’attività del Gruppo sarà suddivisa in sottogruppi di lavoro specifici per aree tematiche, ognuno dei quali esprimerà un portavoce, figure che a loro volta esprimeranno un loro coordinatore, in modo che si possano definire le figure dei delegati incaricati di interfacciarsi con il C.d.A.. Perché si costituisca un gruppo di lavoro è necessaria la presenza di almeno dieci Soci che condividono l’interesse per un determinato progetto. Tutte le persone che intendono proporsi possono farlo con molta facilità, non ci sono procedure particolari da osservare, basta compilare il modulo e apporre la propria firma. Ovviamente le prescrizioni burocratiche sono utili perché abbiamo

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voluto creare una formula di adesione che garantisca essenzialmente a tutti libera adesione e trasparenza». Come C.d.A. che tipo di attività auspicate possano essere proposte e gestite dal Gruppo Soci? «Tutte quelle attività che rispondono essenzialmente alle esigenze del territorio; il Gruppo Soci deve rappresentare un anello di intermediazione tra C.d.A. e territorio canavesano, deve poterne recepire le esigenze e in qualche modo offrire risposte a bisogni. È fondamentale che le sollecitazioni siano sensibili ad etica e valori utili alla comunità e al territorio, credo che questo fattore potrà essere garantito da un grande numero di persone partecipanti al Gruppo Soci. Si tratta infatti di persone che sentendo il bisogno di dedicare un po’ del proprio tempo agli altri, potranno anche essere sensibili ai bisogni reali del territorio. Indubbiamente noi auspichiamo che queste preziose risorse umane, patrimonio sociale della nostra cooperativa, possano trovare un canale per poter realizzare concretamente le loro capacità ed aspirazioni». Tutto questo ricorda molto progetti simili, pur con le specifiche caratteristiche, che hanno contraddistinto l’esperienza olivettiana qui in Canavese… «Mi sembra bello, anche se non necessariamente voluto, che proprio nel momento in cui si ripropongono la figura e i valori di comunità di Adriano, la nostra cooperativa che in fondo, almeno nei suoi vertici, a quei valori si ispira da anni, dia vita ad una struttura che intende rimettere in circolazione proprio quelle idee… Il progetto di Adriano era grandioso e lungimirante, forse proprio per questo non si è realizzato. Il nostro è senz’altro un progetto meno grandioso, direi che intende poter essere più vicino alla possibilità di essere realizzato nella quotidianità, ma anche se meno lungimirante e meno ambizioso, forse, gode della pragmaticità che, spero, lo aiuterà ad essere realizzabile».

Nella pagina a fianco: la Festa della cooperazione di AEG svoltasi nel mese di maggio 2013.


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CULTURA E SOCIETÀ

L’EREDITÀ DI ADRIANO Testi e foto di Francesca Sales


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P PARLARE DI ADRIANO A AI GIOVANI, E ECCO IL SEGRETO D DEL VOLUME D DI UGO AVALLE

Ne pagina accanto: Nella Luca Barbareschi durante la presentazione della ficiotn Lu La Forza di un sogno, alle Officine H di Ivrea. In alto: Ugo Avalle autore del volume Il segreto di Adriano Olivetti Ug spiegato ai giovani. sp

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a commosso ed entusiasmato una platea profondamente toccata nel vedere rispecchiata in uno schermo la propria storia recente… così dolorosamente sofferta. La fiction trasmessa su Rai Uno, La forza di un sogno, dedicata alla figura di Adriano Olivetti, è stata presentata in anteprima presso le Officine H di Ivrea con la partecipazione di Luca Barbareschi e di Laura Olivetti. Una fiction riuscita, ben confezionata, dall’impianto narrativo solido e intrigante, che ha il merito di puntualizzare le idee chiave della filosofia olivettiana. Ma certo la proiezione ha riaperto le vecchie ferite, mai del tutto rimarginate, degli eporediesi e dei canavesani tutti che nelle fabbriche, e negli uffici della Olivetti, hanno trascorso una parte importante della loro vita. Una vita intensa che si era nutrita di stimoli e fiducia nei confronti di un futuro pregno di umanesimo e benessere, un sogno che poi si è improvvisamente spezzato. E ancor oggi spesso ci si dibatte nella ricerca di giustificazioni sulla fine di quell’utopia che poteva rappresentare un’alternativa diversa a quanto è accaduto negli ultimi cinquant’anni del Novecento. E non solo per il Canavese, ma per l’Italia tutta. È anche per questo che in questi decenni molti hanno scritto e documentato la loro esperienza, o quella vissuta dai proprio genitori, nella fabbrica di Adriano, in un tentativo di salvaguardare la memoria di un uomo, e di un periodo straordinario della storia del Canavese che ancora avrebbe molto da insegnare ai giovani. Fra le tante interessanti pubblicazioni merita di essere segnalata quella di Ugo Avalle Il segreto di Adriano Olivetti per i più giovani, un piccolo volume di lettura molto piacevole e coinvolgente che ha il merito di parlare di Adriano ai giovani. Abbiamo incontrato Ugo Avalle subito dopo la proiezione della fiction presso le Officine H di Ivrea, dove lavora occupandosi di formazione e ricerca, per riflettere con lui a proposito di quegli aspetti della figura di Adriano Olivetti che sono meno esplorati ed approfonditi da ricerche e studi storici.


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CULTURA E SOCIETÀ

In alto: la copertina del volume Il segreto di Adriano Olivetti spiegato ai giovani edito da Ilmiolibro.it. Iinformatico e docente universitario, nonchè co-fondatore dell’Accademia dell’hardware e del software “Adriano Olivetti”, Ugo Jacopo Avalle è uno studioso profondamente legato alla sua terra e alle sue tradizioni. Per motivi anagrafici non ha mai conosciuto Adriano Olivetti, ma ne ha assimilato il messaggio attraverso i genitori e gli amici di famiglia. I suoi interessi di ricerca sono orientati a tradurre nel suo lavoro, come nelle sue passioni, i principi e i valori della filosofia olivettiana.

Il suo interesse per Adriano Olivetti e soprattutto per il suo pensiero, prende spunto da una prospettiva poco frequentata nelle biografie e nei saggi dedicati ad Adriano Olivetti ed ha a che fare con la dimensione della religiosità. Nel suo volume lei dedica un capitolo a questo tema e, certamente, può essere una chiave interpretativa molto interessante per comprendere meglio la portata del sogno di Adriano e la forza con la quale si è dedicato alla realizzazione della sua visione. Può parlarci di questo aspetto calato anche secondo una prospettiva del presente? «È una domanda complessa e ancor più rispondere: bisognerebbe prima parlare e condividere il significato della parola “fede”, di “morale”, di “coscienza” e così via, ma questo richiederebbe molto, molto più spazio. Potrebbe sembrare un paradosso inserire in un lavoro dedicato ai più giovani un intero capitolo (seppur semplice, spero) sulla religiosità di Adriano Olivetti, ma non mi è stato possibile evitarlo: tratteggiare una personalità così complessa, per certi versi ermetica, richiede una visione globale che non può fermarsi alla note biografiche classiche. Per comprendere alcune azioni, alcune scelte apparentemente poco razionali o poco motivate dobbiamo risalire alle forze che concorrono a determinare quel risultato. Già Pascal parlava di ragioni della ragione e ragioni del cuore. Ma veniamo al punto: Adriano conobbe il pensiero ebraico e quello valdese per ragioni familiari (papà ebreo e mamma valdese- per altro figlia di un colportore) il che già potrebbe essere, per chiunque, un buon motivo di confusione. Attraverso amici, tra cui mio padre, conobbe il pensiero cattolico arrivando a stringere rapporti anche con figure del clero eporediese e non solo. Ma tutto questo non gli bastava ancora perché nessun pensiero religioso gli permetteva di quietare la sua sete di risposte: risposte sul senso della vita, sulla sofferenza dell’uomo, sul significato stesso della preghiera, sulle grandi disomogeneità socio culturali e molti altri grandi interrogativi che nascono in ogni uomo e a cui la religione e la filosofia tentano di dare timide risposte. Risposte che talvolta finiscono, come nel caso di Adriano, per accrescere l’ansia e una sete insaziabile. Mio padre, fraterno amico di Adriano per molti anni, spesso ci raccontava simpatici aneddoti: in un trasferimento notturno in moto-carrozzella durante


L’EREDITÀ DI ADRIANO

laguerra Adriano fece fermare il mezzo una decina di volte o poco più per domandare a papà qualche cosa su Kant, su Platone e, particolarmente, su Sant’Agostino. Dopo poco il viaggio riprendeva, ma … fino alla domanda successiva… “ va a spiegare “all’Ingegnè” (così lo chiamava) che c’era una certa fretta di arrivare a destinazione!” “Se Adriano avesse incontrato - mi ripeteva spesso papà, - l’islam o il luteranesimo o altro credo, ne avrebbe certamente approfondito la conoscenza alla ricerca delle risposte alle sue domande”. Un uomo fondamentalmente triste, sempre alla ricerca di risposte, ma con un grande fardello da gestire (che più e più volte tentò di rifiutare con ogni mezzo): la ricchezza derivata da quell’ebraismo imbarazzante (il ghetto di via Arduino non era certo un orgoglio) e la responsabilità di tanti, tantissimi canavesani impegnati nell’azienda di famiglia. Una responsabilità quasi da “buon padre di famiglia”. Una famiglia fatta da tante, tantissime famiglie. Con questi elementi è facile ipotizzare un pensiero che suona come: se non posso essere felice io proviamo almeno a rendere meno difficile la vita di chi mi circonda, il territorio che mi ha visto nascere, i loro cari, … il mondo. E questo è stato il suo dramma interno. Tutto questo per dire che la sua preoccupazione quasi maniacale verso il benessere dei dipendenti e familiari, verso i più deboli, i malati, verso il territorio che lo circondava è tutta riassunta in una sola definizione che mio padre ripeté molte, moltissime volte parlando di Adriano Olivetti: “un uomo per gli altri uomini” e null’altro. Una ricchezza vissuta quasi come una colpa, una ricchezza che, in mille modi, si sentiva in dovere di “restituire” ai meno fortunati. Una condizione che non lasciò mai spazio al suo “io” e, ancor meno, a coltivare una famiglia: di famiglie a cui pensare ne aveva migliaia. Insomma, un “caring” diremo oggi, una “presa in carico” che solo la sua coscienza (di uomo) gli aveva imposto e la sua “condizione” di imprenditore gli permetteva di alimentare. Una forza interna che ha determinato tutto il suo agire, le sue notti insonni a scrivere, a parlare, a confrontarsi con menti eccelse di mezzo mondo. E qui il discorso si fa molto lungo …». Alcuni considerano l’esperienza olivettiana un’utopia fallita ovviamente per il suo carattere idealistico, altri la considerano una visione troppo avanzata per un mdello

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di società inadeguato ad accoglierla. Cosa crede possa avere davvero condizionato la fine dell’esperienza olivettiana qui in Canavese? «Sono domande alle quali servirebbe un libro per la risposta ! In estrema sintesi posso dire che utopista, idealista, non adeguato al modello di società sono considerazioni nate a posteriori: nel ‘55 era considerato un grande personaggio, oppure un visionario, sicuramente un imprenditore fuori dagli standard che stava proponendo un’alternativa sociale funzionale, efficace, gradita. Chi fra i suoi operai non lo adorava! Quindi socialmente ed economicamente integrata al sistema “canavese”. Al tempo stesso però un modello molto pericoloso nella lettura degli altri imprenditori che conoscevano invece un modello esclusivamente orientato al profitto personale (come logico del resto). Mi ha colpito a questo proposito conoscere dalle parole del buon Caglieris (suo esecutore testamentario) che il patrimonio personale era ridicolo, di gran lunga inferiore a quello di molti suoi dirigenti. La scomparsa assolutamente prematura di Adriano (non mi soffermo sulla disgrazia naturale o forzata) non ha dato il tempo a nessuno di crescere nel suo pensiero (tutt’altro che facile) comprendere la forza interiore che ne motivava le scelte per tentare almeno di proseguire il percorso. Preferisco pensare ad una bella esperienza tragicamente interrotta (è sufficiente rifarsi alla sorte di due fra i tre direttori che l’hanno sostituito: scomparsi anch’essi in situazioni drammatiche mai chiarite) ma assolutamente non fallita. Il fallimento è un’altra cosa». Secondo lei il patrimonio culturale, sociale ed educativo dell’esperienza Olivetti quanto si è sedimentato nel tessuto socio-culturale del Canavese? «Profondamente sedimentato: ancora sopito, ma presente ed immutato nell’humus canavesano. Prova ne è che alcune belle iniziative sono nate in questi anni e altre germineranno, ne sono certo. Fra queste possiamo citare il “Polo per la formazione e ricerca Officina H”, una realtà formativa che nasce ad Ivrea che promuove in ogni occasione, seppur con i limiti di una realtà che non ha risorse proprie, lo spirito olivettiano. L’impostazione del lavoro, l’attenzione e cura verso gli


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ospiti, i temi trattati, l’apertura verso la cultura e la crescita sempre e comunque sono contestualizzazioni di quel pensiero … e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Possiamo poi citare l’Accademia che, inaugurata nei 2011 come piccola associazione locale, sta ora ampliandosi verso scenari nazionali grazie ai crescenti riconoscimenti che la comunità della libera conoscenza (nata anche sull’esempio olivettiano) gli sta riconoscendo. Potremmo poi parlare della bella storia di Arduino come di molte altre esperienze ugualmente degne di nota. Un humus vivo, quindi, che oggi ha bisogno di giovani, giovani e ancora giovani. Per questo motivo, anticipando una domanda che è facile aspettarsi, non perdiamo occasione - dalla scuola elementare all’università – di parlare di Olivetti, del suo modello filosofico, morale, sociale anche attraverso i mille esempi che la storia di Adriano ci fornisce ogni giorno e in ogni occasione. Oserei dire “indipendentemente dal contesto”. Perché è realmente così ! Il libro di cui parliamo oggi, un progetto già dello scorso anno, è sicuramente un microscopico tributo in questo ottica. Un piccolo lavoro che raccoglie una sfida difficile: Raccontare Adriano Olivetti ai più giovani attraverso il loro linguaggio, il loro modello mentale, i loro valori perché questo è un passaggio essenziale. Speriamo d’esserci riusciti. Altri progetti sono in cantiere». Molti “olivettiani” affermano oggi di cercare di tradurre nelle loro attività di impresa i valori e le idee di Adriano. Secondo lei è davvero così o ci si riferisce all’eredità olivettiana ormai solo più come ad una sorta di moda o di etichetta, che non si traduce davvero in una

CULTURA E SOCIETÀ

concezione filosofica d’impresa umanistica? «Non posso rispondere in modo diretto a questa domanda perché porterebbe inevitabilmente ad una contraddizione in termini. I valori, le idee, ma soprattutto la motivazione interna che spinge ad operare secondo quelle regole valoriali, morali o filosofiche, sono qualcosa che emerge, semmai dall’agire, ma difficilmente dall’”affermare”. È un po’ come raccontare quante volte uno si reca alla Santa Messa o quanto ha versato in beneficenza. La beneficenza è autentica proprio per il gesto anonimo. Nel ’58, mi pare, mio padre accompagnò Adriano presso un piccolo artigiano fabbro per alcuni lavori. Quest’ultimo rimase così colpito dalle parole di Adriano tanto da continuare a seguirlo, leggerlo, per imparare e poi trasmettere l’insegnamento ai figli e …. oggi è bella impresa che pensa e vive il modello di Adriano Olivetti, ma questo lo dicono i fortunati dipendenti. Per il responsabile è “il modello” paterno, nulla più. Ma è una azienda che ha superato indenne questa pesante crisi. Rimane il fatto che oggi “rinunciare” davvero e ridistribuire gli utili da parte di un imprenditore non è facile. Non dimentichiamo che Adriano ebbe la fortuna di poter contare su utili formidabili e anche, in alcuni momenti della vita, un patrimonio familiare importante dal quale ha sempre attinto. Sicuramente ho sentito imprenditori parlare e assimilarsi al modello olivettiano senza sapere neppure chi fosse o di cosa si occupasse Olivetti, ma questo … è parte del gioco». Lei si occupa di formazione, sarebbe ancora utile oggi diffondere tra i giovani il senso dell’esperienza olivettia-


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Ne pagina accanto: Nella Laura Olivetti e il Sindaco di Ivrea Carlo Della Pepa La durante la presentazione della ficiotn La Forza di un du sogno, alle Officine H di Ivrea. sog

na? Voglio dire la filosofia d’impresa di Olivetti può essere un modello d’impresa ancora valido per il futuro? «Ho già risposto in parte nella precedente domanda e confermo l’importanza di raccontare ai giovani. Raccontiamo l’esperienza olivettiana (e vorremmo farlo ancora di più) perché da quelle esperienze, quelle scelte talvolta audaci, quelle dichiarazioni complesse talvolta criptiche deve passare (o ci auguriamo che passi) un modello, un modo di pensare, un modello mentale che è quello Olivettiano. Credo sia difficile insegnare le sensazioni, le emozioni, il modello morale, mentre è più semplice costruire un contesto che favorisca le emozioni da provare, le sensazioni da riconoscere. Non sono certo un economista e non sono in grado di giudicare l’efficacia di un modello d’impresa olivettiana oggi (anche se ci sono eccome), credo però che sia più importante oggi trasmettere una filosofia di vita. Se poi questa deve diventare modello d’impresa, gestione della famiglia, rapporti sul lavoro, o cos’altro dipende dal soggetto e dalle sue capacità di contestualizzare adeguatamente il pensiero acquisito». Secondo lei la città di Ivrea, e il Canavese tutto, sanno davvero valorizzare anche da un punto di vista della memoria storica e architettonica il patrimonio dell’esperienza olivettiana? «Vorrei fare una considerazione: a molti sarà capitato di recarsi a Mirandola, piccola cittadina del modenese, accorgendosi immediatamente che esiste il bar Pico, il ristorante Pico, il cinema intitolato al grande studioso del quattrocento. Più prosaicamente basta recarsi a Brescello, un paesino sperduto nelle nebbie reggiane, per incontrare il bar Peppone, il bar Camillo, un simpatico museo “inventato” e costruito sui resti cinematografici dell’opera del grande Guareschi. Cosa significa intitolare un bar, un ristorante, una scuola, una biblioteca ? In entrambi i luoghi (ma potremmo citarne molti altri), varcata la soglia del paese, si respira l’aria di quel tempo, le atmosfere che l’intera comunità, attraverso quei semplici gesti di “omaggio” alla storia che li ha baciati, vogliono comunicarci. Il paese tutto ha compreso che la fortuna va coltivata, alimentata, mantenuta perché rappresenta la ricchezza, il lavoro di tante famiglie e la notorietà stessa del paese e del luogo (e, badate bene, stiamo parlando di un film).

Ma perché ad Ivrea questo non succede? Sembra quasi che esista una “vergogna” tutta eporediese verso la famiglia che, innegabile, ha determinato lo sviluppo e la fortuna economica di quasi tutti gli eporediesi (e non solo). Una fortuna che, a tutti i costi, vogliamo seppellire con cura. Quando poi, qua e là torna fuori un segno ecco pronto chi ci versa una palata di terra. Praticamente NESSUNO dei nostri ragazzi in età scolare sa chi e cosa è stato il mondo Olivetti. Non esiste una statua, una piazza decente, un segno che ricordi quel glorioso passato. Le persone che si recano ad Ivrea, per fortuna, trovano i fabbricati industriali (che sono difficili da nascondere) attorno ai quali però non è nato nulla. Non è nato un turismo culturale, non è nato un marketing olivettiano, non c’è neppure un museo perché i pochi soldi che rimangono sono destinati alle lacche giapponesi. Iniziative come il MAM sono state abbandonate. Luoghi “gioiello” come il convento sono merce di scambio, luoghi storici come la Fabbrica dei mattoni rossi sono abbandonate da decenni, la Nave è stata venduta. E così via. È vero che ci vogliono soldi, ma i soldi non bastano. Ci vogliono buone idee, buoni progetti, poi i soldi si trovano, ma soprattutto, serve l’orgoglio di appartenere a quel passato, l’orgoglio di essere nati da quell’humus e quella cultura e la doverosa riconoscenza verso persone che, in qualche modo, hanno voluto che noi nascessimo proprio qui, in questo luogo, coccolati da una “proprietà” che stravedeva per l”altro”, per il territorio, per l’ambiente». Però ora con questa fiction le cose sembrano poter cambiare non crede? «L’ augurio che faccio ad Ivrea e a tutti noi è che questa fiction, della quale sarà opportuno poter parlare in prossime occasioni di dibattiti collettivi, possa davvero diventare un trampolino o quantomeno uno spunto, uno stimolo per riflettere, per trovare coraggio, per riconoscersi e ripartire concretamente come città e come comunità. Dispiace un po’ che questo “momento” non sia un “prodotto locale”, speriamo riesca ugualmente a far germinare vecchie radici sopite. Il “but” diceva la nonna, ci serve il “but”. E attendiamo fiduciosi».


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LIBRI - INCONTRI CON L’AUTORE

STORIE DI DONNE E SCRITTURA testi di Arianna Zucco


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DONNE E SCRITTURA NE PARLIAMO CON ALESSANDRA LUCIANO

In alto: Alessandra Luciano curatrice della collana Volti di donna, edita da Amargine edizioni di Ivrea. Dottore di ricerca in Scienze del linguaggio e della comunicazione, Alessandra Luciano è specializzata in Semiotica letteraria. Giornalista e scrittrice, dirige il periodico Inognidove. Nella pagina a fianco: Marguerite Duras.

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È in libreria la collana editoriale Volti di donna, edita da Amargine edizioni di Ivrea, che proporrà una serie dedicata alla letteratura femminile. Si tratta di agili volumetti ognuno dei quali si concentra su un’autrice proponendone la biografia corredata da una breve antologia di brani delle opere più significative. La caratteristica dell’opera sarà di esporre con un linguaggio immediato, fruibile e divulgativo, i risultati di una ricerca scientificamente rigorosa, il cui scopo è valorizzare la specificità della scrittura al femminile così come si è espressa nella storia culturale europea. I volumetti di sessanta pagine, e al costo di 5 euro, sono curati da Alessandra Luciano che ha già pubblicato due importanti saggi inerenti figure di donne scrittrici: Anime allo Specchio, Aracne editrice 2010, dedicato a Marguerite Porete e L’estasi della scrittura, Mimesis editrice 2013, fresco di stampa, dedicato a uno degli ultimi romanzi di Marguerite Duras. La collana proporrà ad ogni uscita tre autrici le quali, pur appartenendo a epoche storiche e contesti culturali diversi, sono in qualche modo unite da un filo che ne avvicina le esperienze. In questo modo i volumetti intendono proporre alle lettrici e ai lettori, “i volti di donne” così come possono essere colti attraverso quello specchio immaginario che è la scrittura, di cui queste autrici si sono servite per dare corpo al loro sentire interiore. La collana, oltre a rappresentare un’opera unica in Italia dedicata a tracciare possibili percorsi nel vasto panorama della storia della letteratura al femminile, ingiustamente posta ai margini della storia della letteratura ufficiale, si propone di avvicinarsi ai testi di donne per cogliere quei legami sottili, e non sempre evidenti, che uniscono esperienze e modi di sentire la scrittura, anche se vissuti in ambienti e contesti storici diversi e spesso lontani. Il progetto non intende realizzare una tradizionale antologia storica, ma penetrare nel vissuto di donne che della scrittura hanno fatto occasione per vivere un’esperienza in grado di trasfigurarsi in letteratura. Ne parliamo direttamente con l’autrice.


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LIBRI - INCONTRI CON L’AUTORE

La nuova collana Volti di donna che sta curando per le edizioni Amargine si apre con volumetti dedicati a tre scrittrici: Eloisa, Emily Dickinson e Marguerite Duras… Perché proprio loro? Sono vissute in epoche distanti una dall’altra e soprattutto ad un primo sguardo non avrebbero nulla in comune: Eloisa era una monaca, Dickinson una poetessa e Duras è stata una grande scrittrice contemporanea… «C’è un filo che le unisce, in realtà, pur a distanza di secoli e nonostante le rispettive esperienze di vita e dell’amore. Intanto hanno condiviso la passione per la scrittura, e della scrittura hanno fatto non solo uno strumento per testimoniare la loro esperienza di vita, ma anche l’occasione per dare un senso e uno spazio di espressione al loro modo di sentire la passione, spesso impedita da vincoli culturali. Intendo dire che nelle vicende di queste tre donne c’è un dato comune: tutte e tre hanno vissuto il dolore di amori impossibili da poter vivere nella realtà. Eloisa era una monaca, la sua vicenda è nota, ma lei ha sempre amato Abelardo al quale ha indirizzato le note lettere che poi sono state raccolte nell’Epistolario pubblicato nel XIII secolo che raccoglie la loro corrispondenza. Emily Dickinson era una poetessa, all’età di trentacinque anni ha deciso di rinchiudersi nella sua stanza per scrivere poesie, anche lei ha vissuto degli amori impossibili che però hanno trovato uno spazio di espressione nei suoi versi e nelle lettere che ha inviato ai suoi amanti. Un po’ diversa è invece la vicenda di Marguerite Duras, molto più complessa da questo punto di vista anche perché molto più vicina alla nostra esperienza di donne del presente. Il volume della collana che la riguarda considera uno dei suoi ultimi romanzi, Emily L., attraverso il quale lei rivolge un lungo discorso al suo compagno di vita, Yann Andrea, uomo con il quale sta vivendo un amore in qualche modo segnato anch’esso dall’impossibilità di essere vissuto, perché tra loro ci sono più di trent’anni di differenza… Dunque, anche in questo caso, la scrittura rappresenta una sorta di mondo possibile dove quest’amore, che lei vive nella sua estrema difficoltà, può trovare modo di esprimersi per riversarsi sul suo compagno». In alto: i primi p tre volumi della serie Volti di donna da novembre in vendita in libreria. no Nella pagina accanto: Ne ritratto di Emily Dickinson. rit

C’è un filo ideale dunque che unisce queste tre scrittrici? «Il filo sottile che le unisce non solo è ideale ma anche concreto: Emily Dickinson aveva nella sua libreria l’Epistolario di Abelardo ed Eloisa, nella traduzio-


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ne inglese, e il romanzo di Marguerite Duras Emily L., è centrato sulla vicenda di una poetessa a cui il marito distrugge la poesia più importante che stava scrivendo. Beh, questa poesia è una parafrasi di una reale poesia di Emily Dickinson, la n. 258 dei Poems. Credo che proprio la scrittura abbia consentito a tutte loro di poter dare un senso all’impossibilità di vivere un’esperienza perché impedita da limiti e vincoli ai quali non potevano sottrarsi, scrivere ha consentito loro la possibilità di vivere quell’esperienza pur nella dimensione immaginaria che ha preso corpo grazie alla scrittura. In ciò queste donne è come se si fossero reciprocamente riconosciute, pur nelle rispettive differenze storiche e culturali, visto che hanno vissuto in epoche molto lontane le une dalle altre». Dunque qual è il tratto in cui secondo te queste tre donne sono simili? «Eloisa è la prima donna, di cui abbiamo testimonianza nella nostra cultura, che ha trovato il modo di dare un senso alla vicenda dolorosissima della separazione da Abelardo attraverso la scrittura. Al tempo di Eloisa pochissime donne sapevano scrivere e tantomeno leggere, e lei rende conto per altro di un modo di vivere la sua esperienza interiore dell’amore e della sensualità, con una capacità di introspezione psicologica di una contemporaneità straordinaria, le sue riflessioni sono coraggiose e molto vicine alla nostra esperienza del sentimento. Emily Dickinson era una donna altrettanto coraggiosa, ha scelto la solitudine di una stanza non per ritirarsi dal mondo, ma per poter vivere nel modo più libero la sua profondissima e

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raffinata sensibilità poetica, che per altro non è stata capita se non negli ultimi decenni del Novecento. Occorre considerare che la Dickinson ha anticipato di alcuni decenni quelle innovazioni del linguaggio poetico che poi si sono espresse appieno solo nel secolo successivo. Il suo modo di vivere la passione nulla ha a che vedere con il modello romantico fatto di rinuncia e malinconia che contraddistingueva il suo tempo. Emily Dickinson amava in modo intenso e appassionato vivendo appieno la propria libertà interiore senza falsi pudori, libertà che solo nel Novecento, e solo dopo le rivoluzioni femministe, le donne hanno conquistato come dato culturale». E di Marguerite Duras cosa si può dire invece? «Duras è un personaggio complesso oltreché una scrittrice straordinaria che non sarebbe possibile inquadrare in poche e sintetiche definizioni, ecco perché io mi sono interessata di lei solo per quel che riguarda l’ultima fase della sua produzione letteraria, quando lei era anziana e la sua vita è stata segnata da due fattori chiave: l’alcolismo e la storia d’amore con Yann Andrea più giovane di lei di quasi trent’anni. Emily L. è stato scritto in questo periodo ed è un romanzo poco noto anche perché è stato considerato un testo segnato ormai dalla decadenza intellettuale della sua autrice, mancherebbe insomma di coerenza narrativa e risentirebbe della sua mancanza di lucidità. Un giudizio immeritato perché in realtà il romanzo ha una sua sottile intelligenza e rappresenta, a mio parere, una sorta di testamento spirituale di Duras, nel senso che lei attraverso questo testo por-


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LIBRI - INCONTRI CON L’AUTORE

ge un discorso sulla scrittura, al suo compagno Yann Andrea, giovane scrittore che non riusciva a scrivere. Bisogna considerare che la loro storia d’amore, così difficile e travagliata, ma che comunque è durata sino alla morte di Duras, è stata possibile tra loro proprio perché la scrittura ne è stata l’occasione, ed Emily L. è la testimonianza più pregnante di questo incontro, ideale certo, ma che ha reso forte tra loro un legame intensissimo».

In alto: la copertina del volume L’estasi della scrittura, di Alessandra Luciano, edito da Mimesis editore. Al Nella pagina a fianco: Ne un ritratto fotografico di Marguerite Duras e Yann Y Andrea negli anni Novanta.

In che senso ritieni che la scrittura in Emily L. abbia rappresentato una possibilità di incontro tra i due amanti? «Credo sia stata proprio la possibilità di condividere un immaginario che ha poi dato corpo alla storia della poetessa che perde la sua poesia più importante. Nel romanzo questa storia la inventano insieme mentre stanno dialogando in un bar nel porto di Quillebeuf in Normandia, dove realmente i due si recavano molto spesso. Beh, c’è poi da dire che Duras non riusciva più a scrivere da sola e dettava dunque il romanzo direttamente a Yann Andrea, dunque la scrittura di questo romanzo si è come intrecciata direttamente alla loro vita insieme. Infatti attraverso la scrittura di questo romanzo, e la storia della poetessa, Duras giunge a fare un discorso al suo compagno sull’amore e sulla sua difficoltà, ma anche un discorso sull’importanza della scrittura come risorsa interiore a cui attingere. Insomma la scrittura si rivela una possibilità che la vita concede, il cui potere è di trasferire su un piano diverso l’esperienza concreta, certo un piano non reale, ma la scommessa è che pur nella sua irrealtà la scrittura, come la lettura, è in grado di suscitare passioni, sentimenti, emozioni, che si stratificano in esperienza vissuta. Dunque in crescita personale, in patrimonio interiore. Ecco il filo segreto che a mio parere unisce Duras ad Emily Dickinson e ad Eloisa: pur nell’impossibilità dell’amore loro non rinunciano ad amare, perché riescono a trovare il modo di vivere la passione grazie alla scrittura. Il rapporto tra Dickinson e Duras è ancora più concreto, credo che vada scorto anche nel rapporto tra la figura di una scrittrice e quella di una poetessa, Duras infatti in Emily L. sfida continuamente i confini del linguaggio tra prosa e poesia, il suo stile di scrittura scivola continuamente dalla prosa alla poesia e viceversa».


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Tu hai anche scritto un saggio su questo romanzo di Duras che hai intitolato L’estasi della scrittura… Il saggio, pubblicato da Mimesis editrice, entra nei segreti del testo il quale se ad un primo livello di lettura pare sconnesso e un po’ illogico, analizzato nelle sue strutture profonde si rivela invece coerente e motivato. Duras in questo suo scrivere che intreccia le storie di due donne, una scrittrice e una poetessa, e che si dipana attraverso un dialogo tra lei e il suo compagno, mette in gioco una strategia che è perfettamente logica: ciò che tiene insieme tutte queste storie, ambienti e personaggi, apparentemente distanti gli uni dagli altri, sono le metafore attraverso le quali si rendono poeticamente le atmosfere e le descrizioni dei luoghi nonché l’esperienza dei vissuti. Ebbene queste metafore sono le stesse sulle quali si intreccia la struttura della poesia di Emily Dickinson, per altro parafrasata nel romanzo, senza mai essere direttamente citata se non per un solo verso in inglese. Il mio lavoro ha ricostruito la tela tessuta attraverso il ricorrere di metafore e figure poetiche per mettere in luce una precisa architettura logica e coerente del romanzo… Ebbene anche la poesia di Dickinson riferisce di un momento particolare relativo ad uno stato di coscienza, a un modalità del sentire che non è traducibile in nessun linguaggio e dunque può esprimersi solo attraverso metafore…». Pensi che Duras abbia costruito questo romanzo in modo consapevole al fine di produrre l’effetto che ne scaturisce? «No, io penso che lei lo abbia scritto davvero in modo inconsapevole ed ispirato. Lei stessa confessa di aver scritto questo romanzo in due momenti e di aver inserito la storia della poetessa solo quando il romanzo era già finito perché si era svegliata una notte con l’idea di dover inserire quella vicenda nel testo già pronto per essere consegnato. Quello che io trovo molto interessante in questo romanzo è che nonostante questo testo risenta davvero di una scrittura in qualche modo incoerente e allucinata, ciò che ne emerge è invece un discorso perfettamente coerente e logico. Ora credo che un’analisi di questo tipo di

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scrittura inconsapevole, apparentemente illogica ma che si trasfigura in letteratura, in realtà testimonia un’esperienza che noi tutti viviamo in alcuni momenti della nostra esistenza. L’analisi attenta a procedere oltre ciò che apparentemente potrebbe sembrare irrazionale, potrebbe essere utile per capire il linguaggio del sogno o i discorsi allucinati della follia, a loro volta apparentemente senza senso logico. Insomma mi piacerebbe molto, se ce ne sarà l’occasione, approfondire il rapporto tra semiotica, letteratura e psicoanalisi, perché credo che la metafora poetica possa essere anche considerata come un modo di manifestazione di un vissuto inconscio che trova un suo codice per potersi esprimere, ma questo è un discorso molto complesso». Perché ti appassiona così tanto questo andare a scavare nella vita di scrittrici e nelle loro opere? «Ma… io trovo che si attinge sempre una grande ricchezza ad entrare così profondamente nelle vita di donne, attraverso la loro scrittura. A volte la scrittura consente di dire ciò che sarebbe inconfessabile e sarebbe destinato a morire con noi, invece quando diventa letteratura questo qualcosa di segreto attraversa il tempo, le epoche, i secoli. È vero che non possiamo confondere l’opera con la vita, e soprattutto con l’autrice, ma io sono convinta che in alcuni casi, e per certe autrici, vita e opera si siano intrecciate così intimamente da non poter davvero distinguersi più l’una dall’altra. In un certo senso la scrittura è come la vita, o forse concede l’illusione di poter sospingere la vita oltre la sua inevitabile fine. Del resto leggendo le lettere di Eloisa scritte nove secoli fa noi partecipiamo ancora oggi del suo sentire e della sua vicenda… E poi io credo che l’esperienza di donne scrittrici abbia una sua specificità, traduca un modo di sentire e vivere la femminilità anche se questa è stata condizionata da modelli culturali. C’è qualcosa che nella scrittura riesce a fissarsi oltre le convenzioni del periodo storico nel quale si vive e dunque si scrive, ed è questo qualcosa che fa sentire vicine, e simili a noi, anche donne che sono vissute molto tempo fa».


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LIBRI - INCONTRI CON L’AUTORE

VEDI CHE STORIE Testi di Francesca Sales Foto di Letizia Gariglio


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LA MATEMATICA VEDICA SPIEGATA AI BAMBINI

In alto: Letizia Gariglio. Nella pagina a fianco: illustrazione dell’autrice.

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Esce a fine mese nelle librerie, con distribuzione nazionale, un libro in formato album di un centinaio di pagine, dal titolo “Vedichestorie”; l’editore è la Nuova Ipsa di Palermo. I lettori della nostra rivista conoscono l’autrice, Letizia Gariglio, che fa parte del nostro gruppo di giornalisti e scrive sulla nostra testata. Sue sono anche le illustrazioni del libro. Vedichestorie sono storie per bambini che seguono la crescita dei loro personaggi, coetanei dei lettori cui i racconti sono dedicati, in cui si aprono squarci di vita reale e dove si alternano, come nella vita reale, soddisfazioni e difficoltà, successi e delusioni. I messaggi contenuti nelle narrazioni però portano nel loro complesso valori positivi. Le Vedichestorie hanno una particolarità rispetto a tanti altri libri per bambini: contengono principi e insegnamenti di matematica vedica. Non possiedono caratteristiche puramente didattiche, ma all’interno di ogni storia i giovani lettori fanno l’incontro di una tecnica particolarmente interessante di calcolo aritmetico. Il libro in uscita è dedicato ai bambini nell’età della scuola elementare, contiene tre storie: nella prima si scopre perché i numeri si scrivono così, nella seconda e nella terza si impara a calcolare alla velocità del vento la tabellina del nove e di tutte le tabelline dal sei in poi (quelle più difficili da imparare mnemonicamente!), facendo diventare il procedimento veramente un gioco da ragazzi! I protagonisti sono i fili conduttori delle storie, si muovono nelle loro avventure consentendo ai giovani lettori di proiettarsi e identificarsi in loro, e mentre crescono, crescono anche le difficoltà che essi affrontano. Ma che cos’è la Matematica vedica? È intanto un sistema di calcolo veloce, che consente di eseguire oralmente i calcoli più semplici come quelli complessi, con sorprendente facilità e rapidità. A che cosa si deve l’aggettivo vedico? Ebbene sì, questo metodo modernissimo, per così dire rivoluzionario, questa assoluta novità, è legata agli antichi poemi dei Veda e data almeno tremila anni. Tremila anni fa gli uomini colti della cultura indiana conoscevano tecniche di calcolo mentale che in seguito sono state


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LIBRI - INCONTRI CON L’AUTORE

Per saperne di più: Letizia Gariglio Vedichestorie. Storie di matematica vedica con illustrazioni dell’autrice Nuova Ipsa Editore

in parte dimenticate, offuscate dal velo dell’ignoranza, infine rese apparentemente inutili nel mondo contemporaneo dall’uso delle calcolatrici. Risvegliate, al pari di una Bella Addormentata, nel Novecento, ad opera di una delle quattro guide spirituali dell’India, hanno permesso di ricordare che la mente umana, addestrata bene, può essere più veloce delle calcolatrici. E di dimostrarlo. All’inizio del Novecento fu fondamentale lo studio e l’intervento dello Shankaracharya Sri Bharati Krishna Tirthaji. In India gli Shankaracharya sono le grandi guide spirituali; le massime autorità dell’Induismo sono quattro, una per ciascun quadrante della grande nazione (sud, nord, est, ovest); il valore e l’importanza della loro carica è pari a quella del Papa per la Chiesa Cattolica, anche loro vengono chiamati dai fedeli “Sua Santità”, ma anche “Maestro del Mondo”. Dunque fu questa guida spirituale a rivelare al mondo contemporaneo gli adombrati insegnamenti di matematica contenuti nei Veda. Egli ritenne che fra le parole dei poemi si nascondessero sedici Sutra, cioè sedici gruppi di versi, la cui esatta interpretazione apre la conoscenza a tutto lo scibile matematico. È una matematica completamente diversa da quella occidentale, perché si basa sull’uso e sulla stimolazione di entrambi i lobi del cervello, il sinistro ma anche il destro, adopera la visualizzazione, è educativamente efficace perché sviluppa l’intuizione e dà spazio alla sperimentazione: non c’è mai una sola strada percorribile nel sistema di calcolo, ma strade diverse, che vanno (non è solo un modo di dire) da destra a sinistra o da sinistra a destra. La grande flessibilità consente un avvicinamento giocoso ad alcuni aspetti che la razionale matematica occidentale e maschile (impegna il lato sinistro del cervello) non permette. Dal 2007 la Matematica Vedica si insegna nelle Università indiane, ma ora anche in alcune australiane e statunitensi e sta avendo grande successo in tutto il mondo, suscitando notevoli interessi in campo educativo. Intervistiamo Letizia Gariglio, l’autrice del libro che contiene le prime tre storie di matematica vedica fra le diciotto da lei scritte e che la Casa editrice si propone di pubblicare interamente con uscite periodiche.


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VEDI CHE STORIE

Letizia, sapevo del tuo amore per la scrittura, ma non per la matematica. Come si spiega la scelta di un tema così particolare? «Hai detto bene. Fatico anch’io a spiegarmelo. La mia personale mancanza di predisposizione per la matematica è storica: tutti i miei amici la conoscono. Io sono esattamente come il protagonista dei miei racconti, Dante, un appassionato di lettura e di letteratura e un povero disgraziato nell’apprendimento della matematica. Ed esattamente come lui sono stata “miracolata” dal mio incontro con la matematica vedica. Ho avuto il primo approccio con la matematica vedica nel 2007/08, e si è trattato di un impatto guardingo e sospettoso, dati i miei precedenti. Ma a mano a mano che ficcavo il naso nel materiale con cui venivo a contatto, la curiosità e la fiducia aumentavano. Non è stato del tutto semplice avvicinare la materia, ho dovuto ricercare materiale fra un continente e l’altro: Asia, America e Australia, ma in quel momento ancora nulla nella vecchia Europa. Facendomi strada fra un testo e l’altro (nessuno in italiano), sono arrivata a capire e, immediatamente dopo, a desiderare di passare le preziose informazioni ai più giovani. Del resto, io sono stata per tanto tempo un’insegnante e non ho mai abbandonato il piacere di condividere con i più giovani. Siccome scrivo, il modo più naturale è stato quello di inventare delle storie». A quale età si rivolgono le storie? «Partono dai sei/sette anni circa (prima elementare) delle prime storie, poi le tecniche illustrate raggiungono le difficoltà che presenta la scuola media nelle ultime storie. È soprattutto l’aritmetica il cuore dell’interesse. Sappiamo come l’uso delle calcolatrici ci abbia addormentati, abbia messo in pensione, ancora prima di avviarla al lavoro, la biocalcolatrice umana, rendendola obsoleta. Ebbene, la matematica vedica è in grado di risvegliarla, anche se non vogliamo competere con i matematici indiani, che per mezzo della vedica calcolano più velocemente dei computer». Ma è vero che tutte le conoscenze matematiche negli antichi Veda sono racchiusi in 16 formule? Già, in 16 Sutra: impararli, ricordarli e applicarli può togliere un bel po’ di ruggine alla nostra calcolatrice mentale. I Sutra sono sempre stati lì, racchiusi fra le antiche Scritture Indiane, prima trasmessi per millenni oralmente e poi in forma scritta. Sono stata molto colpita quando ho posto attenzione al fatto che Su-

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tra e sutura, cioè cucitura, hanno la stessa etimologia: i Sutra servono a cucire, a tenere insieme le conoscenze. Nel nostro caso, nel caso delle storie che io ho raccontato, interessano le conoscenze base, gli attrezzi fondamentali per eseguire calcoli orali con percorsi flessibili, così da poter sviluppare il pensiero divergente. Per usare un’immagine del nostro tempo i 16 Sutra funzionano come chips programmati per il nostro computer: essi seguono i processi attraverso cui la nostra mente lavora. È ciò che ha svelato Sri Bharati Krishna Tirthaji, morto nel 1960, regalando al mondo contemporaneo una grande ricchezza che, come tante altre conoscenze, era ormai così offuscata da essere riservata a pochissimi, avendo assunto i caratteri delle conoscenze esoteriche. La formulazione dei Sutra rimane molto criptica, ma siamo stati molto aiutati nell’interpretazione. Nei miei racconti svelo il contenuto di alcuni Sutra, talvolta facendo esplicito riferimento ad essi: in questi casi li ho tradotti in italiano cercando un modo giocoso e piccole rime. Spiego chiaramente come usarli, anche per mezzo di illustrazioni. Tuttavia ho posto molta cura nel tracciare il racconto: in fin dei conti è l’aspetto della parola quello che caratterizza un autore». E a livello delle tue storie e dei bambini che cosa succede? Gli insegnamenti si inseriscono in maniera discreta nel racconto, in modo che lo snodarsi della vicenda necessiti, ad un certo punto della narrazione, della nuova conoscenza vedica. Un gruppo di bambini, fra cui due protagonisti, Dante e Stella, si muovono attraverso le loro vicende di vita e di scuola: hanno qualche pena familiare, come molti bambini di oggi, patiscono la fretta e lo stress, il sovraccarico di attività, ma possono contare sui valori dell’amicizia, malgrado qualche incomprensione fra mondo maschile e femminile, sono curiosi e in contatto con il mondo, anche quello lontano. Nelle prime storie imparano a usare il corpo come aiuto conoscitivo, più avanti si addentreranno nei contenuti segreti dei Sutra, faranno persino un incontro con i nemici della conoscenza umana, si trasformeranno in agenti segreti, svolgeranno indagini; alla fine, arriveranno persino ad acquistare un’isola. Così le conoscenze vediche avranno modo di spostarsi da un continente all’altro. Un po’ per volta, insomma, tra un Sutra e l’altro, imparano a crescere. Che magia!»


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FRA I BAMBINI DI STRADA IN KENIA Testi di Arianna Zucco Foto di Giovanni Jervolino


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L’esperienza di Evaluna Petronella, a fianco dei bambini di strada in Kenia. Studentessa in Scienze Sociali si dedica da alcuni anni al volontariato nelle ONG che si occupano di progetti di cooperazione internazionale.


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VIAGGI SOSTENIBILI


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INTERVISTA A EVALUNA PETRONELLA

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n viaggio di conoscenza, alla scoperta del continente nero e delle tante realtà che cercano di dare un’opportunità di vita migliore ai bambini che provengono dalle famiglie più povere e disagiate della zona di Nairobi. Evaluna - studentessa di Servizio Sociale presso l’Università di Torino – racconta la sua esperienza di viaggio solidale, di sviluppo alla pace e alla cooperazione. Dopo esperienze come i campi di lavoro in Bosnia, cosa è stato a spingerti proprio in Kenya? «La motivazione è stata duplice. Da un lato il lavoro a contatto con i bambini che svolgo in Italia, basato sulla capacità di gestire la relazione, sulla comprensione che nasce anche solo da un piccolo gesto o uno sguardo, mi ha spinto a cercare il confronto con bambini di altre culture, per arricchire il mio bagaglio di esperienze. Dall’altro, sono stata guidata anche da quella che è da diversi anni una forte passione – la danza afro – cosa che da tempo aveva fatto scattare quella voglia di andare alla scoperta del continente nero, di cui spesso si sa poco e la cui percezione è viziata da stereotipi e pregiudizi».

Nella pagina a fianco e pagine successive: bambini di strada a Nairobi.

È un viaggio che hai affrontato da sola o sei partita in gruppo? «Mi sono appoggiata all’Associazione Pole Pole onlus, attiva a Torino dal 2003. Grazie a raccolte fondi, mostre e vendita di artigianato africano sostiene progetti rivolti alle fasce più povere della popolazione, non solo in Africa, ma anche in Italia. A luglio siamo partiti in una ventina alla volta di Nairobi, tutti studenti universitari, per lo più di medicina».


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VIAGGI SOSTENIBILI

Qual è stato il filo conduttore dell’itinerario di viaggio? «L’area che abbiamo esplorato è stata relativamente circoscritta rispetto all’intero paese: ci siamo mossi sulle orme del padre comboniano Renato Kizito Sesana, il fondatore di tutti i centri che abbiamo visitato, per avere uno spaccato il più possibile completo della situazione sociale. Dalla città di Nairobi ci siamo quindi spinti alle due grandi baraccopoli di Kibera e Korogocho, per poi passare qualche giorno nelle diverse strutture di aiuto come i centri di prima accoglienza per i bambini di strada Kivuli Ndoge e Ndugu Mdogo Rescue Center, il Kivuli Center per ex bambini di strada o Anita Home, il centro femminile, più spostato rispetto alla città proprio per tutelare le ragazze, spesso vittime di violenze, abusi o coinvolte in giri di prostituzione». Presso i centri che avete visitato avete incontrato bambini di età diverse, dai piccoli agli adolescenti, bambine e ragazzine più mature, ma tutti accomunati da una storia difficile alle spalle. Da quale contesto sociale provengono solitamente i bambini ospiti dei centri di accoglienza e formazione? «I bambini di Kivuli Center sono i più grandicelli, frequentano la scuola e corsi di formazione professionale che forniscono concrete possibilità di lavoro. Molti di loro sono bravissimi acrobati, hanno ideato un spettacolo che hanno portato anche in Italia! Ma le situazioni più difficili sono quelle alle spalle dei bambini più piccoli dei centri di Kivuli e Kivuli Ndogo: sono tutti ex bambini di strada provenienti dalla baraccopoli di Kibera, la seconda baraccopoli più grande al mondo. Vengono quindi da famiglie disagiate, molto povere, con genitori alcolisti e violenti, spesso sono scappati di casa oppure orfani. Dormono ancora per strada e non vanno scuola, alcuni posso avere problemi di aggressività o di dipendenza da droghe. Il centro, gestito da un’assistente sociale, li aiuta in questa prima fase di rinascita (così chiamata anche dai bambini, molti dei quali decidono addirittura di cambiare il proprio nome per indentificare questa nuova fase della loro vita). L’obiettivo è far loro interiorizzare le regole fondamentali di convivenza, farli disintossicare e per quanto possibile far lasciar loro alle spalle le sofferenze subite, per poter entrare nel centro vero e proprio - il Kivuli centre appunto – ad iniziare la loro nuova vita».


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Come si svolge la giornata tipo di un volontario in un centro di aiuto per bambini di strada? «La giornata in un centro per i più piccoli è articolata in tre fasi, che seguono la routine quotidiana dei bambini. La mattina dalle 8 fino a ora di pranzo i volontari partecipano al gioco libero e alle attività con il ballo e la musica prodotta con dum dum – tamburi di latta riciclata. Le canzoni e le danze costituiscono un momento di grande valore per la piccola comunità dei bambini, dal forte potere aggregante. Verso mezzogiorno, i volontari aiutano a rotazione in cucina e poi pranzano con i bambini in quello che con tutta probabilità è per loro l’unico pasto della giornata, mentre nel pomeriggio contribuiscono alla gestione delle attività ludico didattiche che accompagnano i bambini al momento dell’uscita, intorno alle 16.00. Questo è il momento più difficile: sai che i bambini devono tornare in strada e non puoi far niente per evitarlo. Molto rilievo viene dato anche alle operazioni di igiene personale e al lavaggio dei vestiti; ogni settimana inoltre si procede alla rasatura dei capelli, cosa che non è molto gradita, ma contribuisce a far capire loro l’importanza di mantenersi in buone condizioni igieniche». È stato difficile costruire un rapporto con i bambini, conquistarne la fiducia? E con gli adulti come è andata? Difficile? «Assolutamente no, una cosa che mi ha stupito molto infatti è stata la loro fisicità e la loro richiesta di affetto. Vista la situazione di difficoltà da cui provengono, mi aspettavo fossero molto più rigidi nei confronti degli adulti, per di più “muzungu” [n.d.r. termine dispregiativo per bianco] come noi! Anche gli adulti locali si sono dimostrati molto disponibili e cordiali nei nostri confronti. È stato bello poi stringere amicizia con le nostre guide - spesso poco più giovani di noi, ex-ospiti del centro - che ci hanno aiutato a comprendere meglio la società che ci circondava».

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Ti è mai capitato di sentirti impotente di fronte alle tante vite, alle tante storie che hai conosciuto? «L’episodio che più mi ha stretto il cuore, ed effettivamente la parola impotente descrive bene come mi sono sentita, è stato quando una bambina, già grandicella, di circa dodici anni, mi si è avvicinata per strada e molto timidamente mi ha chiesto da che paese venissi; poi ha pronunciato altre frasi in quell’inglese con commistioni africane che non sono proprio riuscita a capire. Quando allora, molto dispiaciuta le ho detto: “Sorry but I don’t understand . What do you want?” lei mi ha risposto “A house.” E poi è andata via. Non la rivedrò mai più». Dopo questa esperienza, tornerai in Africa? «Queste due settimane in Kenya sono state significative come viaggio di conoscenza; il rapporto che sono riuscita a creare con le persone del posto e con i miei compagni è stato ricco e coinvolgente, ma devo ammettere che sicuramente mi è rimasta la voglia di tornare per un’esperienza più radicale. Talvolta mi sono sentita comunque soltanto un’ osservatrice, una visitatrice – per quanto solidale, consapevole e rispettosa sia delle persone che dell’ambiente - a volte un’intrusa. Vedere con i propri occhi la realtà africana è sicuramente un primo passo, ma non si può sapere quanto sia duro trasportare 25 chili di acqua per 14 kilometri finché non sei tu in prima persona a farlo».

Associazione Pole Pole Via San Secondo 54, 10128 Torino www.associazionepolepole.org polepole@associazionepolepole.org


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SCIALPINISMO LA MONTAGNA SOSTENIBILE Testi e foto di Giulia Maringoni


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Lo sci-alpinismo si sta affermando come l’alternativa sostenibile all’oneroso e meccanizzato sci da pista. Ma per essere sciatori ad impatto “green”, occorre aver maturato una coscienza ecologica ed aver acquisito una conoscenza approfondita dell’ecosistema alpino .


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GUIDA WEEKEND SOSTENIBILI

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ono stati gli scandinavi ad inventare gli sci, loro li utilizzavano come necessario mezzo di locomozione invernale, particolarmente adatto ad affrontare la risalita di percorsi su neve, anche senza l’ausilio di pelli di foca, risparmiando così la fatica di andare... a piedi. Dunque è solo all’inizio del ‘900 che sciare è diventato uno sport di moda, dando il via alla costruzione dei primi impianti di risalita sulle Alpi, e al turismo invernale che tutti conosciamo. Il moderno sci-alpinismo non è sostanzialmente diverso da quello che si praticava nel secolo scorso pur essendosi evolute, nel tempo, le tecniche e i materiali ed essendone mutati i fini, oggi più indirizzati verso la pratica dello sport agonistico. Già nel 1933 si cominciavano ad organizzare le prime edizioni di quella che sarebbe diventata la più importante competizione di sci-alpinismo come disciplina agonistica, mentre solo a partire dal secondo dopoguerra si è estesa a macchia d’ olio la tendenza a fare dello sci uno sport di massa.

Etica e sostenibilità a braccetto Lo sci-alpinismo, attività meno onerosa rispetto allo sci da pista “meccanizzato”, ha rubato a quest’ultimo gradualmente la scena, diventando l’alternativa privilegiata per chi ama spazi poco affollati e rifiuta forme di abuso degli spazi naturali, i quali per essere attrezzati necessitano di strutture imponenti che stravolgono la morfologia del paesaggio. In sostanza gli amanti dello sci-alpinismo sostengono un contro-modello di sviluppo basato sulla valorizzazione del patrimonio naturale e culturale dei territori. Inoltre mentre le piste nelle stazioni sciistiche restano aperte solo 5 mesi l’anno, lo sci alpinismo si può praticare anche in autunno e primavera. Il desiderio di fuggire dalla confusione delle città per trovare pace lungo percorsi che si spingono sulle cime più solitarie, il rifiuto di adeguarsi ai ritmi dei grandi esodi invernali, il piacere di dedicarsi ad un’attività eco-responsabile, spiega perchè la passione per lo scialpinismo si stia radicando sempre di più. Non manca, d’altro canto, chi ritiene lo sci-alpinismo responsabile di gravi danni all’ecosistema montano, perchè infastidisce gli animali, danneggia le loro tane e sradica i giovani arbusti. Ma la questione, ovviamente, è molto complessa e chiama in causa il senso di responsabilità e consapevolezza di chi pratica questo sport.


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SCIALPINISMO

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Nella pagina precedente: escursioni in alta Valchiusella. Nella pagina a fianco: momenti di preparazione all’escursione.

Impronta ecologica soft Certo è che l’innevamento stagionale che è molto meno cospicuo di un tempo, non consente più di sciare a quote basse dove, effettivamente, l’azione di disturbo dell’irresponsabile di turno, potrebbe essere rilevante. Le nuove strade forestali, evitate quando nevicava molto, oggi essendo poco innevate consentono di inoltrarsi attraverso i boschi verso gli altipiani dove la neve è più densa, perché si è modificata e metamorfizzata con il paesaggio. Inoltre a queste altezze l’ambiente è costituito solo da pietraie o pascoli liberi. In queste zone dunque sciare non ha alcun impatto sul territorio: la traccia degli sci si dilegua in breve e neppure i resti di una recente sciolinatura possono definirsi inquinanti. In sostanza l’impatto sull’ecosistema è davvero modestissimo. Nonostante il diritto a frequentare la montagna, d’estate come d’inverno, sia legittimo, non si può negare che, indipendentemente da che cosa si intenda per ecologia, l’impatto della presenza umana, seppur minimo, rappresenti potenzialmente un danno per l’ecosistema. La ricetta migliore per far sì che il passaggio degli sci-alpinisti degradi il meno possibile l’ambiente naturale alpino è mantenere sempre la consapevolezza che si sta attraversando uno spazio da rispettare. L’ignoranza, e la conseguente arroganza, oggi, non sono più tollerabili. Per esempio occorre ricordare che se si scorge nel bosco un animale selvatico, come una lepre o una pernice bianca, occorre allontanarsi ed osservarlo da lontano e non invece seguire le sue orme... Gli altri comportamenti escursionistici responsabili non dovrebbero neanche dover essere ricordati, ma vale la pena farlo comunque: vietato abbandonare rifiuti, uscire dai sentieri segnati nei boschi e lungo i confini boschivi; obbligatorio invece rispettare i segnavia, le indicazioni ed i suggerimenti sugli itinerari, nonchè usare i mezzi pubblici per raggiungere le località alpine.


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Scialpinismo SOS sicurezza Pur essendo diventato uno sport potenzialmente alla portata di tutti è comunque indispensabile affrontarlo con la giusta preparazione, preferibilmente insieme a guide alpine locali esperte o ad istruttori di scialpinismo del CAI (Club Alpino Italiano). Il rischio di travolgimento da valanga, infatti, non è da sottovalutare, e richiede una buona conoscenza della coesione del manto nevoso, oltre che dell’esposizione ed inclinazione del pendio. A questo riguardo, utile e fondamentale è accompagnarsi con l’utilizzo di un Arva con sonda e pala per la precisa localizzazione dei travolti ed il loro veloce disseppellimento al fine di ridurre la percentuale di ipotermia ed asfissia. Consigliabile, poi, consultare il bollettino nivologico di competenza territoriale sulle condizioni meteorologiche previste oltre ai forum on-line sui siti specializzati.

Per approfondire: Guida Sci-alpinistica del Canavese, 131+20 itinerari, III edizione, Amateis Dario, Caresio Davide, Editore Cai Sezione di Rivarolo

Contatti SCUOLE E CAI DEL CANAVESE Guide Alpine Gran Paradiso Canavese www.4026.it Scuola Valle dell’Orco www.scuolavalleorco.it Cai Ivrea www.caiivrea.it caiivrea@libero.it Tel. 0125.45065 Cai Cuorgné www.caicuorgne.it info@caicuorgne.it Cai Chivasso www.caichivasso.it info@caichivasso.it Tel 011.910.20.48 Cai Rivarolo www.cairivarolo.it rivarolocanavese@cai.it Tel. 346.8745832 Scuola Valle Orco www.scuolavalleorco.it


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LE VALLI DEL CANAVESE IN AUTUNNO Testi e foto di Giulia Maringoni


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Percorsi nel cuore delle valli del Canavese, attraverso sentieri antichi e lungo gli argini di torrenti impetuosi. L’autunno in montagna rivela il suo fascino misterioso, intriso di profumi di terra, legna bruciata e muschio. Il tutto a poche ore dal chiasso delle città ...


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GUIDA WEEKEND

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er assaporare l’autunno in tutta la sua magia di colori e profumi, vale la pena dedicarsi a passeggiate inusuali, su sentieri antichi che si immergono in boschi e paesaggi dalla bellezza struggente. Nelle valli che circondano il Canavese è possibile trascorrere giornate nel silenzio e nella pace, e fare escursioni attraverso percorsi che spesso non sono inclusi nei circuiti turistici di massa. Proprio per questo addentrarsi nei boschi e lungo i sentieri che si inerpicano verso le vette, è un’occasione preziosa per godere di paesaggi dalla natura incontaminata e conoscere modi e stili di vita ancora genuini. Non sarà difficile incontrare in questo periodo il ritorno delle mandrie dai pascoli montani, o fare sosta in caratteristiche trattorie dove gustare le specialità locali... VALLE SOANA - Parco Nazionale Gran Paradiso. Un anello tra boschi e le silenziose borgate alpine di Andorina e Nivolastro nella selvaggia “ Valle Fantastica”. Gita adatta a tutti che attraversa boschi di latifoglie e di conifere, cappelle votive, vedute panoramiche, mulattiere cadute nell’oblio e case diroccate testimoni di un tempo che sembra essersi fermato, un piccolo mondo rimasto intatto, isolato dal fondovalle e costruito nel pieno rispetto dell’ambiente come solo gli avi sapevano fare. Partenza: Valprato Soana 1116m Arrivo: Novolastro 1423 m Tempo complessivo: 3h Difficoltà:E (Escursionistico) Punti d’appoggio: Lo Chalet” (0124-435240) e “Trattoria Alpina”di Valprato. Centro Visitatori di ed Ecomuseo della Fucina del Rame lungo il “Sentiero Natura” (0124-901070;info@pngp.it) di Ronco Canavese. Cani: non permessi Curiosità: I “magnin”, ovvero gli stagnai e calderai itineranti, fiore all’occhiello della produzione artigianale della Valle Soana, portavano sulle piazze dell’Italia settentrionale e dell’Europa la loro mercanzia di pentole, padelle e paioli in rame battuto al maglio.


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VALLE ORCO - “Su e giù per i dolci pendii di Mares” Facile escursione che porta alle leggendarie Rocche di San Martino attraverso una meravigliosa faggeta con effetto balconata mozzafiato sulla pianura canavesana e le silhouette del gruppo del Gran Paradiso. Partenza: Alpette, località Balmassa (957m) Arrivo: Cima Mares (1654m) Tempo complessivo: 4h Difficoltà: E (escursionistico) Punti d’appoggio: “Antica Locanda del Ramo Verde” (0124-809120) ad Alpette Curiosità: Si racconta che in tempi lontani sul pianoro erboso oggi chiamato “Pian delle Masche”, disseminato di piccole baite e dalla Chiesa di San Bernardo, le “Masche” si incontrassero al chiar di luna piena a danzare tutta la notte. VALLE SACRA- Anello da Frassinetto a Santa Elisabetta per il “Pian del Lupo” Dopo aver attraversato l’antica borgata di Chiapinetto, ammirando i porticati e la caratteristica architettura, si prosegue sulla sterrata che conduce alla chiesetta alpina di Santa Croce e si sale verso il Pian del Lupo. L’itinerario si snoda attraverso fiabeschi boschi di betulle fino a giungere alla spalla erbosa da cui il sentiero digrada dolcemente verso il Santuario di Santa Elisabetta. Partenza: Frassinetto, fraz. Chiapinetto (1113m)

Punto intermedio: Pian del Lupo (1400m) Arrivo: Santa Elisabetta (1211m)

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Tempo complessivo: 4h Difficoltà: E (escursionistico) Punti d’appoggio:Agriturismo “La Baita Fiorita” (0124-801205) a Frassinetto e ristorante“Minichin” (0124-690037) a Santa Elisabetta Curiosità: Il Santuario di Santa Elisabetta venne eretto nel 1797; all’inizio si era scelto il pianoro più basso, meno esposto a venti e bufere, ma gli operai dovettero desistere dall’impresa, trovando distrutto quanto costruito il giorno prima per alcune settimane. Fu un lavoro prodigioso, quasi eroico: bisognava trasportare tutto a spalle per sentieri aspri e difficili! VALCHIUSELLA “Lungo i sentieri dei Partigiani” Passeggiata della memoria dall’abitato di Brosso al Monte Cavallaria, sulle tracce dei partigiani che tra questi monti lottarono per la loro patria e la libertà, attraversando boschi di betulle, castagni e noccioli avvolti dai profumi dell’autunno. Dal Pian dei Muli (1300m), circondati da pascoli alpini e dalle baite ricoperte di “lose”, si può godere di una vista panoramica insuperabile sull’Anfiteatro Morenico di Ivrea, le cime della Valchiusella, fino ad abbracciare la vetta della Quinzeina (“La Bella Dormiente”). Partenza: Brosso, Torrente Assa (785m) Arrivo: Monte Cavallaria (1464m) Punti d’appoggio: Trattoria “El Fornel”ad Alice Superiore (0125-78453) Tempo complessivo: 4h Difficoltà: E (escursionistico) Curiosità: In una notte di settembre del 1944 l’aereo che portava 13 giovani pugliesi per dare un aiuto ai partigiani in lotta, si schiantò contro le pendici del Monte Cavallaria e quello che doveva essere un soste-


Da oggi c’è un nuovo modo di comunicare la lettura del tuo contatore gas ad AEG Coop: via SMS!* Puoi farlo secondo il calendario previsto per la tua zona** e il tipo della tua utenza*** in 3 semplici mosse: 1 digita il tuo codice utenza (rilevabile dalla tua bolletta in alto a destra)

2 digita i numeri neri che hai rilevato dal tuo contatore

e lascia uno spazio

3 invia al numero

ESEMPIO DI SMS

340 111 8346 che AEG Coop ha attivato appositamente

Fatto!

5LFHYHUDLXQPHVVDJJLRGLULVSRVWDFKHWLLQIRUPHUjVXOO·HVLWRGHOWXR606 D´/DOHWWXUDqVWDWDDFTXLVLWDFRUUHWWDPHQWH6HULWHQXWDFRQJUXDOD6XDDXWROHWWXUDYHUUjXWLOL]]DWDDLÀQL della fatturazione. Cordiali saluti. AEG Cooperativa”. b - “Il codice UTENZA digitato non è valido. Cordiali saluti. AEG Cooperativa”. c - “Periodo non valido per la comunicazione della lettura. La invitiamo a rilevare nuovamente la lettura e comunicarla nel periodo compreso tra … e il ... Cordiali saluti. AEG Cooperativa”. * Il costo di ciascun SMS è soggetto alle tariffe del tuo gestore. ** $OOHJDWRDOODEROOHWWDWURYLLOFDOHQGDULRLQFXLqLQGLFDWRLOPHVHGLFRPSHWHQ]DSHUODFRPXQLFD]LRQHGHOO·DXWROHWWXUDLQEDVHDOOD]RQD di fornitura. Per ulteriori informazioni vai su www.aegcoop.it nella sezione relativa alle autoletture Gas.

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Nel 1901 abbiamo iniziato a distribuire energia e oggi, dopo più di un secolo di storia, continuiamo a farlo ogni giorno con rinnovato entusiasmo. Perché l’energia di AEG Coop non è solo Luce e Gas, ma è anche cooperazione, socialità, sostegno, e solidarietà. AEG Coop destina una parte considerevole degli utili ai Soci e una parte importante al Territorio, sostenendo enti e associazioni, e sponsorizzando eventi culturali e musicali.

Un insieme di valori che diventa più forte ogni giorno, rendendo più forte anche la Comunità dei Soci AEG Coop. Entra a farne parte anche tu per scoprirne tutti i vantaggi! SEDE AEG Coop Via dei Cappuccini, 22/A - Ivrea Punto SOCI Via Palestro, 35 - Ivrea

www.aegcoop.it

Inognidove n.6 dicembre 2013  

In questo numero lo speciale dedicato alla fiction La forza di un sogno, sulla figura di Adriano Olivetti e altri interessanti articoli.

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