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HYDE PARK

LA PRIMA RIVISTA SCRITTA DAI LETTORI

BUON NATALE

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RIVISTAHYDEPARK.ORG 12/10 DIRETTORE RESPONSABILE ANTONIO BORGHESE ART DIRECTOR E EDITORE MARCO SAVARESE PUBBLICITA’ E MARKETING GRAFIKAEWEB DI GIAMPIERO LAGO STAMPA GRAFFIETTI STAMPATI 01027 MONTEFIASCONE VITERBO (ITALY)

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REDAZIONE@RIVISTAHYDEPARK.ORG FOTO COPERTINA E SOMMARIO MARCO SAVARESE

REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE DI NAPOLI CON IL N. 66 DEL 28/09/2009 HYDE EDITORIALE

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NATALE, IL “FREEZER” DELLE NEGATIVITA’ IL MONDO SI VESTE A FESTA PER CELEBRARE LA NATIVITÀ. E I BAMBINI ATTENDONO BABBO NATALE

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utto è ormai pronto per accogliere la festività più attesa dell’anno, da parte di chi nutre fede cristiana, ma non solo, vista la connotazione anche laica assunta dalla festa stessa. Arriva il Natale e le città, ad ogni latitudine, tornano a brillare di un particolare luccichio, dato dagli addobbi, dalle luminarie e dalle altre decorazioni che si possono apprezzare sia passeggiando per le strade, sia osservando i balconi e le terrazze delle abitazioni. In questo periodo, così speciale dell’anno, sembra quasi di respirare un’altra aria, un’aria migliore, che porta ottimismo e buonumore in tante persone, al punto da far pensare che dal cielo cada una polverina magica invisibile. A tratti si ha l’impressione che i tanti problemi socio-economici esistenti, quali crisi ed emergenze varie, svaniscano come per incanto, sebbene consapevoli che, nella realtà dei fatti, certe criticità non conoscono rossi di calendario. Parafrasando un po’ “A livella”, celebre poesia di Totò, ogni

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DI ANTONIO BORGHESE

anno, a dicembre, può verificarsi qualcosa di singolare, che solo a Natale può accadere. Metaforicamente, sembra che le persone, a prescindere dal proprio ceto sociale, depositassero in una sorta di “enorme congelatore”: le proprie difficoltà, gli impegni da prendere per migliorare la qualità della propria vita, acquisire (o accrescere) nuove attitudini e competenze congiuntamente allo stress quotidiano. Quante volte sentiamo pronunciare, tra una fetta di pandoro ed una cassatina, l’ormai classico “dopo Natale mi iscriverò in palestra”, e ancora “dopo Natale vediamo cosa fare”, quasi come a sottolineare la funzione di spartiacque ricoperta da questa importante ricorrenza, dimostrazione ulteriore di quanto sia profondamente radicata nel cuore della popolazione questa festività. Il Natale lo senti, lo vedi sin dalla mattina, quando ti svegli e osservi l’amico sempreverde, quell’amico che ci accompagna per tutta la durata del periodo Natalizio da ormai 500 anni, stando a quanto dicono nella città di Riga, capitale della Lettonia, che


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“rivendica” la paternità del primo Albero di Natale della storia. Difficilmente l’Albero manca nelle nostre case, sia esso piccolo e posizionato in pochi metri quadrati, o enorme, come quello da Guinness dei primati tutto italiano, e creato in quel di Gubbio (Perugia), attraverso uno spettacolare gioco di illuminazione sulle pendici del Monte Ingino. Naturale o artificiale che sia, di carta o rappresentato da una semplice candela, l’abete accoglie poi al suo cospetto regali e regalini da dispensare, e talvolta acquistati forse esagerando con le spese, anche se la recessione economica ha indotto molti a dover limitare il budget loro dedicato, mentre i più ingegnosi riscuotono consensi, senza assalire il portafogli, grazie a regali “fai da te”. L’albero, però, passa in secondo piano rispetto al Presepe, rappresentazione che simboleggia la nascita di Gesù, nella grotta di Betlemme. La vera essenza del Natale, aldilà degli aspetti folkloristici è rappresentata da Dio che si rivela ed entra nel mondo. Un evento per il quale prendo in prestito alcuni versi, molto chiari e significativi, pronunciati da Papa Giovanni Paolo II nell’omelia della Santa Messa di Mezzanotte del 24 dicembre 2003: <<Colui che nasce è “il Figlio” per eccellenza. Questo Bambino è il Figlio di Dio, consostanziale con il Padre. Preannunciato dai profeti, si è fatto uomo per opera dello Spirito Santo nel seno di una Vergine, Maria” “Il Verbo si fece carne” (Gv 1,14). In questa notte straordinaria il Verbo eterno, il “Principe della pace” (Is 9,5), nasce nella misera e fredda grotta di Betlemme>>. Chissà se “gli altri”che si trovavano, oltre a Maria e Giuseppe, in quella mangiatoia, come il bue e l’asinello (citati solo nei vangeli apocrifi), o i Re Magi, (menzionati nel Vangelo secondo Matteo) che dall’Oriente (guidati dalla stella cometa) giunsero a Betlemme per adorare il neonato Re dei Giudei , passando per Gerusalemme e l’iracondo Re Erode, avessero mai sospettato che a distanza di “qualche anno”dalla nascita di Gesù, l’ambiente intorno alla grotta si sarebbe ampliato. Annettendo a sè quasi un “centro commerciale”composto da salumerie, pizzerie, macellerie, panetterie, fontane e fiumi. Un intreccio tra sacro e profano reso tale dalla tradizione presepiale napoletana, la quale riproduce, oltre alla Natività, anche uno spaccato della vita quotidiana partenopea. Via San Gregorio Armeno è il fulcro di queste creazioni artistiche, sviluppatesi fin dal Seicento, le quali,

nonostante distorcano il significato cristiano del Natale, hanno acquisito notevole importanza nell’ambito delle festività natalizie, in primis per la bellezza di queste opere interamente artigianali. Ha origini cristiane anche il personaggio più tenero e amato da tutti i bambini che accompagnato dalle sue renne volanti, porta loro gli agognati regali scritti sulla mitica letterina: Babbo Natale. Questi, infatti, ha antichi…”natali”, secondo la tradizione egli discende dal vescovo San Nicola di Mira (da cui è poi derivato il nome Santa Claus), il quale faceva distribuire, ai parroci della propria diocesi, regali ai bambini che non frequentavano la Chiesa, cercando così di diffondere il Cristianesimo. Dal XVII secolo, invece, Babbo Natale si è convertito ad un’immagine più popolare, inizialmente vestita di un abito verde, fattore che mi incuriosisce molto, perché faccio parte di una generazione che riconosce nel rosso, il colore primario del vestiario di questo omone grande e grosso, ma al contempo dolce e rassicurante. Si dice che artefice di tale cambiamento sarebbe stata la CocaCola, la quale dal 1931 avrebbe iniziato una massiccia campagna pubblicitaria, finalizzata ad accostare l’abitante della Lapponia più famoso del mondo, alla colorazione delle lattine della nota bevanda, sintomo questo, però, di un’ immagine alterata, che mette in mostra molti aspetti delle festività natalizie, ahi noi consumistici. Mi piacerebbe concludere questo editoriale con un’ auspicabile estensione a tutto l’anno di un noto modo di dire tipico Natalizio, ossia, che, in questo periodo “siamo (o almeno dovremmo essere) tutti più buoni”. La solidarietà verso chi soffre, il rispetto del prossimo, evitare guerre personali e collettive non dovrebbero essere l’esclusiva di un solo mese, ma dovrebbe rappresentare l’impegno quotidiano assunto da ognuno di noi. Cogliendo l’occasione di questo editoriale tutto dedito a questa festività, desidero fare i miei migliori auguri di un sereno Natale ed un felice Anno Nuovo a tutti: scrittrici, scrittori, lettrici e lettori che in questo 2010 hanno consentito ad Hyde Park di crescere sempre più. Porgo gli auguri anche a chi non ci ha ancora letto, e più in generali, a chi non ha ancora avuto modo di conoscere il nostro progetto, ma che, chi sa, forse lo farà nel 2011. Grazie a tutti.

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POMPEI 2010 D.C.: CROLLA LA DOMUS GLADIATORIA

“Un agglomerato urbano giunto fino a noi a testimonianza di una civiltà, quella romana, la cui importanza in termini storici è indiscussa” DI MALKO

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a regione Campania, il 6 novembre 2010 si è svegliata con l’ennesimo crollo di fabbricato da giustificare. Non un semplice palazzo venuto giù fortunatamente senza vittime: fatto questo che già rappresenterebbe un evento drammatico ma non rarissimo, bensì è crollata una dimora nel complesso archeologico di Pompei. Il palazzo ridotto a macerie è quello della domus gladiatoria, ubicato sulla via dell’Abbondanza. Un ambiente dove gli antichi gladiatori si allenavano, lucidavano, affinavano e custodivano le loro armi e armature. Probabilmente il crollo è da imputarsi alle piogge abbondanti che hanno imbibito i terreni circostanti causando degli smottamenti rovinosi, dovuti, pare, anche alla parte aerea del palazzo appesantita

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da opere in calcestruzzo. La manutenzione di questi pregevoli siti adesso è sotto accusa perché sembra che non siano stati adeguatamente protetti dalle avversità meteorologiche e dall’incuria del tempo. Storia di ordinario abbandono…proprio la domus gladiatoria era da anni in attesa di un restauro che portasse rimedio agli evidenti segni di dissesto. C’è una certa “distrazione” dello Stato per questi presidi storici che, per inettitudine, negligenza e forse anche per mancanza di fondi, sono considerati d’interesse secondario rispetto ad altri settori del Paese ritenuti invece di maggiore rilevanza e produttività. E ora cresce la rabbia e la paura di perdere per la strada altre importanti opere di questa straordinaria città sepolta dalla cenere vulcanica nel 79 d.C. e poi portata alla luce nel 1748. Un agglomerato urbano giunto fino a noi a testimonianza di una civiltà, quella romana, la cui importanza in termini storici è indiscussa. Il monito del Presidente della Repubblica Napolitano, di far chiarezza e subito su questa vergogna, ci sembra riassuntivo del sentimento degli italiani, ma forse


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bisognerebbe dire del mondo intero. I nostri amici dall’estero parlano solo di questo… Il ministro dei beni culturali Bondi, ha dichiarato che se si sentisse minimamente responsabile di questo crollo, rappresenterebbe subito le sue dimissioni. Dovrebbe però giustificare cosa ci faceva la protezione civile e personaggi a essa affine a Pompei… Di contro Incalza affermando che quest’avvenimento farà da sprone nel futuro affinché la manutenzione degli scavi di Pompei sia rapida e puntuale, in modo da salvaguardare strutture affreschi e altre opere d’inestimabile valore. Riguardo alla domus, pare che la parte bassa che è anche la più antica, possa essere salvata insieme agli affreschi e all’intero fabbricato che potrebbe essere restaurato. Intanto qualche muretto ancora crolla e negli scavi circolano gli ispettori dell’UNESCO per eseguire sopralluoghi circa la situazione di ordinaria e straordinaria manutenzione, ancorché di degrado esistente… Su questa promessa di maggiore attenzione e di speranza di recupero della scuola dei gladiatori, vertono le aspettative di quanti

hanno a cuore la nostra storia e la nostra cultura, che non solo supera la barriera del tempo, ma anche quella dei confini, visto l’ingente numero di turisti che vengono a Pompei in visita ogni anno e da ogni angolo del mondo. Saranno proprio questi sfortunati viaggiatori a doversi arrotolare i pantaloni e togliersi le scarpe in caso di pioggia, perché all’inizio della piccola salita che porta all’ingresso degli scavi e alla stazione della circumvesuviana, il tratto stradale si allaga inesorabilmente e per tutta la larghezza della carreggiata. In questo caso non c’è scampo all’acqua: gioco forza bisognerà affondarci i piedi… Gli scavi di Pompei hanno una particolarità: sono un grande museo all’aria aperta. Un museo però, che non deve lottare solo contro le inclemenze meteorologiche e i ladroni, ma deve affrontare anche le incongruenze umane e le crisi economiche, fermo restante un’indiscutibile base di partenza: la “pace” geologica del Vesuvio, quella politica della lega e, una protezione… per carità! Unicamente divina.

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“Campi Flegrei e progetto di perforazione profonda” (Phlegraean FieldDeep Drilling Project) Intervista al Prof. Giuseppe Mastrolorenzo “Nel caso dei vulcani non esiste ancora una teoria universalmente valida che spieghi come inizi un’eruzione, ma certamente l’innesco di un processo di fratturazione della crosta superficiale, rappresenta il primo stadio della risalita del magma verso la superficie”

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a qualche anno, ma più ancora negli ultimi mesi, si parla e con una certa apprensione, del progetto scientifico di trivellazione profonda (Deep Drilling Project) ai Campi Flegrei. Si tratterebbe di una sorta di carotaggio spinto a quattro chilometri di profondità, da attuarsi nell’area ex italsider di Bagnoli. S’inizierebbe con un pozzo “pilota” di cinquecento metri, per poi avanzare in basso con una certa inclinazione. Alcune importanti riviste scientifiche e diversi studiosi, hanno messo in guardia dal trivellare in un’area vulcanica attiva calderica, perché a loro dire si potrebbero innescare eruzioni o terremoti. Di parere opposto altrettanti autorevoli esponenti del mondo scientifico nazionale e internazionale, secondo cui la trivellazione non cagionerebbe nulla di che e, viceversa, porterebbe invece elementi nuovi utili per capire le dinamiche eruttive e il fenomeno del bradisisma caratteristico di quella zona. Trattandosi di un’area densamente popolata, visto che si trova dentro e a ridosso della città di Napoli, le preoccupazioni sono tante perché per la martoriata cittadina partenopea un’eruzione sarebbe indubbiamente un fatto drammatico, che si sommerebbe

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agli innumerevoli problemi che già la attanagliano. Da profani ovviamente, ci si chiede quali dinamiche potrebbe scatenare la perforazione. Tutti gli articoli scientifici che abbiamo scorso, non parlano dettagliatamente degli aspetti tecnico scientifici che sono alla base delle apprensioni, ma vanno subito alle conclusioni: allarme sì! Allarme no! Pensiamo che il problema sia un tantino più complesso della bucatura di un palloncino… potrebbe ad esempio essere qualcosa di simile a un B.L.E.V.E. (Boiling Liquid Expanding Vapor Explosion), fenomeno noto soprattutto ai Vigili del Fuoco, perché esiste una certa casistica incidentistica nel ramo industrie e trasporti. Questo tipo di esplosione si verifica in spazi confinati contenenti liquidi surriscaldati. La sostanza passerebbe per riduzione di pressione, dovuto al cedimento fisico dell’involucro, a uno stato di vapore talmente velocemente da cagionare un’onda d’urto D’altro canto sappiamo pure che per molte sostanze esistono una pressione critica e una temperatura critica, come nel caso dell’acqua, dove il raggiungimento di questi valori limiti porterebbe l’intera massa a condizioni di totale vapore a pressioni enormi. Da altri concetti termodinamici invece, ricordiamo che forare un cilindro (di un motore) con un buco di sezione ridottissimo, non comporterebbe automaticamente un soffio a quell’ugello pari alla pressione massima che si genera nel cilindro stesso per effetto dello scoppio del combustibile. Lì però, le pressioni in gioco sono cicliche.


HYDE RISCHIO VESUVIO foto di g. mastrolorenzo

Professor Mastrolorenzo, questa storia della perfo- Trattandosi di un progetto internazionale perchè i razione dei Campi Flegrei è un tantino complessa, Campi Flegrei? soprattutto per quanto riguarda l’allarme per l’eventuale rischio di esplosione… I Campi Flegrei furono proposti alcuni anni fa dal dott. Giuseppe La fisica delle esplosioni di gas o vapore in aree vulcaniche (Gas and steam-blast eruptions) è ampiamente trattata nella letteratura scientifica. Semplici calcoli di bilancio energetico portano a conclusioni preoccupanti per le elevate energie in gioco e l’imprevedibilità di sistemi come quello geotermico dei Campi Flegrei, altamente disomogeneo in termini petrografici e chimico-fisici, tanto in senso orizzontale che verticale ed esplorato per lo più con indagini indirette. Pertanto il comportamento del sistema, in caso di applicazione di una perturbazione esterna quale una perforazione, risulta intrinsecamente non prevedibile. Semplicisticamente si tende a ritenere che esista sempre una proporzionalità tra l’energia applicata a un sistema e le modificazioni osservate: ma non sempre è così. In alcuni sistemi, e la perforazione potrebbe appartenere a questa categoria, piccole sollecitazioni possono produrre grandi effetti. In vulcanologia e geofisica, uno dei problemi di maggiore interesse è quello della propagazione dei processi di fratturazione, in relazione agli stress meccanici e termici applicati. Nel caso dei vulcani non esiste ancora una teoria universalmente valida che spieghi come inizi un’eruzione, ma certamente l’innesco di un processo di fratturazione della crosta superficiale, rappresenta il primo stadio della risalita del magma verso la superficie. Già in passato ho trattato l’argomento della termo fluidodinamica dei Campi Flegrei ed ho segnalato la pericolosità connessa alla presenza di fluidi in condizioni critiche o super critiche in roccia porosa, quali possibile causa di innesco di esplosioni freatiche o eruzioni esplosive. Tali rischi ovviamente non devono essere sottovalutati.

De Natale dell’INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia), in quanto area vulcanica attiva di particolare interesse scientifico anche a causa dell’elevata pericolosità oltre che per la possibilità di installazioni di centrali geotermiche. Il progetto discusso in ambito ICDP nel 2009 fu approvato con il parziale finanziamento dell’INGV. L’inizio delle perforazioni, rinviato varie volte, era previsto per lo scorso mese di ottobre, ma è stato sospeso a causa dell’allarme lanciato a livello internazionale circa i rischi connessi all’effettuazione di perforazioni profonde in un’area densamente popolata e ad alto rischio sismico e vulcanico. La sospensione fu imposta dal Sindaco di Napoli, Rosa Russo Iervolino che, quale autorità comunale di protezione civile, inoltrò una richiesta di intervento al Dipartimento della Protezione Civile per la valutazione della pericolosità connessa appunto all’esperimento. Lo scorso ottobre, in una riunione a Roma, presso la sede del dicastero della Protezione Civile, fu sancita la necessità di ulteriori verifiche sulla sicurezza da parte di una commissione di esperti per rilasciare l’eventuale autorizzazione alla trivellazione. Da allora, tutte le attività risultato ferme.

La zona di Bagnoli è stata scelta per gli spazi a disposizione? La scelta dell’area di Bagnoli come sede operativa del progetto di perforazione profonda fu proposta già nelle prime battute. L’area che rientra nel perimetro industriale dell’ex stabilimento ILVA, in corso di bonifica e risistemazione da parte del consorzio Bagnoli futura, geologicamente si trova al bordo sud-orientale della caldera flegrea delimitato dalla collina di Posillipo.

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D’internazionale oltre al progetto ci sono anche gli allarmi per una possibile ripresa eruttiva o sismica cagionata appunto da un’eventuale trivellazione profonda… L’allarme lanciato da alcuni ricercatori su diverse testate scientifiche internazionali e sui media italiani e stranieri, e ancora da parlamentari attraverso interrogazioni, riguarda appunto il rischio sismico e vulcanico che le operazioni di trivellazione potrebbero creare, quando le trivelle attraverseranno il sistema idrotermale con temperature e pressioni elevatissime. E’ stato inoltre segnalato il rischio d’innesco di eventi eruttivi nel caso di attraversamento di serbatoi magmatici superficiali. A tale proposito ricerche recenti hanno ipotizzato la possibile iniezione di magma a bassa profondità, durante le recenti crisi bradisismiche. Un altro rischio potrebbe derivare dalle attività di perforazione per la possibilità che siano dispersi o rimaneggiati prodotti inquinanti probabilmente presenti nel sottosuolo dove fino a un ventennio fa erano funzionanti le acciaierie di Bagnoli e la eternit. Critiche sostanziali hanno riguardato anche gli eventuali insediamenti industriali per lo sfruttamento dell’energia geotermica, che sarebbero incompatibili con un’area soggetta a riconversione con una destinazioni d’uso votata alla ricerca, alla cultura e alle attività ricreative.

Il responsabile del progetto, dott. Giuseppe De Natale, assicura che non ci saranno pericoli perché si procederà sostanzialmente a tappe. La procedura offre garanzie? La situazione si è rivelata alquanto complessa per la coesistenza di problematiche di natura scientifica, gestionale e amministrativa. Benché secondo il responsabile del progetto i rischi sarebbero trascurabili, si è rivelata indispensabile una valutazione da parte di una autorità scientifica esterna. Ma è stato anche evidenziato che il Dipartimento della Protezione Civile, interpellato dal sindaco di Napoli, non potrebbe assolvere al ruolo di interlocutore privilegiato, in quanto si avvale per statuto della consulenza dell’INGV che è l’Ente proponente il progetto. Di fatto, l’excursus amministrativo del piano di perforazione profonda, ha evidenziato la complessa problematica dell’assunzione di responsabilità nel caso di progetti scientifici o altri tipi di intervento su territori a rischio per la popolazione. In realtà, qualsiasi trivellazione profonda presenta un certo livello di rischio, perché attraversa sistemi ad altissima energia, con pressioni che possono raggiungere migliaia di atmosfere e temperature di diverse centinaia di gradi, con presenza di fluidi anche magmatici dal comportamento difficilmente prevedibile. A tale proposito basta ricordare il recente disastro ecologico nel Golfo del Messico. In quel caso la sottovalutazione del rischio ebbe conseguenze gravissime per l’inarrestabile flusso di petrolio dal fondo del mare. I danni furono ingenti per l’ambiente marino e quello costiero flagellati dalle chiazze di petrolio. L’incidente fu causato dall’inadeguatezza tecnologica messa in campo, tarata probabilmente rispetto a un’analisi dei rischi tutto sommato superficiale, nonostante le operazioni di perforazione fossero state eseguite da uno dei maggiori colossi internazionali del settore. Tuttavia, a patto di un’adeguata valutazione dei rischi e i benefici che devono essere conosciuti e accettati dalla collettività, l’esecuzione di perforazioni profonde in aree vulcaniche potrebbe essere giustificata come

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fonte di ulteriori informazioni scientifiche, se queste non sono disponibili e reperibili per altre vie. In realtà già in epoca fascista e successivamente ad opera della società AGIP sono state effettuate trivellazioni profonde fino a tremila e duecento metri nei Campi Flegrei. Come segnalato da alcuni tra i ricercatori più critici contro il progetto di perforazione a Bagnoli, tale precedente renderebbe non innovativo il progetto attuale e superflua ogni ulteriore indagine, sia per scopi scientifici, sia per fini legati allo sfruttamento dell’energia geotermica. Durante la campagna AGIP si sarebbero, infatti, manifestati rischi imminenti che avrebbero imposto la rapida chiusura dei pozzi. Per quanto riguarda invece le potenzialità di sfruttamento dell’energia geotermica ai Campi Flegrei, questa perse interesse perché i fluidi sotterranei all’analisi risultarono eccessivamente salini. In compenso attraverso il carotaggio furono acquisite dettagliate informazioni sulle caratteristiche geologiche del sottosuolo. E’ evidente che i tempi sono cambiati e con essi la sensibilità alle questioni attinenti i rischi naturali e indotti dall’uomo. I ricercatori, le autorità e la popolazione, hanno oramai una consapevolezza su quello che è il diritto alla sicurezza, e, quindi, non è più possibile operare sul territorio in assenza di un’adeguata informazione su quelli che sono i rischi derivanti da particolari attività, anche se queste afferiscono alla ricerca. Ora un problema fondamentale nella gestione del rischio nell’area flegrea è l’assenza di un piano di emergenza. E’ evidente, infatti, come la Protezione Civile o qualsiasi altra autorità non sarebbe in grado di approvare un intervento a rischio in assenza di una preventiva valutazione degli eventi possibili e, quindi, di piani di emergenza per il rischio sismico, vulcanico e ambientale. Allo stato attuale l’unico piano programmato risulta essere quello relativo al rischio vulcanico, ma seppur annunciato da circa un ventennio, è ancora in una fase di studio da parte della Commissione nazionale incaricata e nominata dal Dipartimento della Protezione Civile. A tale proposito e anche in considerazione dell’allarme scaturito dal progetto di perforazione nell’area di Bagnoli, ho in più circostanze sollecitato, senza riscontro, affinché il piano fosse divulgato e reso disponibile. D’altra parte il rischio nell’area flegrea è estremamente alto, come evidenziato dalle nostre mappe di pericolosità vulcanica, stilate per i vari scenari eruttivi possibili. Queste carte tematiche dovrebbero rappresentare la base di riferimento per la realizzazione del piano di emergenza. (Come sempre al Professor Giuseppe Mastrolorenzo va il nostro ringraziamento per la grande e cortese collaborazione che ci assicura puntualmente a tutto vantaggio dei nostri lettori e dell’informazione scientifica su argomenti, tra l’altro, molto complessi e attuali). Nel chiudere quest’articolo, vorremmo aggiungere come redazione alcune cose: innanzitutto siamo coscienti che una matrice di rischio è sempre insita nelle attività dell’uomo. Pur tuttavia se prendiamo ad esempio la conquista dello spazio, questa è iniziata col lancio di missili teleguidati. Poi di razzi con scimmiette e cani, e infine con l’uomo (la vita umana), che rappresenta il valore massimo da proteggere. Cosa vogliamo dire: che lì dove le incognite riempiono spazi importanti per la nostra tutela, la cautela dovrebbe essere sostanzialmente il modus operandi. Chi mastica sicurezza sa che un’operazione di questo genere potrebbe portare a situazioni se non di allarme, di preallarme. In altre parole po-


trebbe rendersi necessaria l’attuazione dei disposti del piano d’emergenza senza che l’emergenza si manifesti in termini energetici nella sua forma massima. Perché esistono le incognite. Magari semplicemente a scopo precauzionale, perché la perforazione di una sacca di vapore potrebbe produrre un boato o un appariscente soffione magari innocuo ma certamente preoccupante per la popolazione in ansia. Ovviamente è un esempio per capirci, anche se la tecnologia perforativa certamente non è agli albori. La perforazione profonda in area calderica flegrea, che sicuramente vedrà per il prossimo futuro accesissimi dibattiti, dovrebbe essere trattata secondo le filosofie della prevenzione, visto che non è possibile operare di previsione. La prevenzione comporta tecniche di mitigazione del rischio, moderando il pericolo o il valore esposto (abitanti) o entrambi. In questo caso la minimizzazione del pericolo consisterebbe nell’adoperare tecniche ricognitive e perforative capaci di scegliere un percorso e contenere le massime pressioni ipotizzabili, all’occorrenza, ponendovi quindi rimedio. Un po’ più difficile è prevedere la fratturazione della crosta in profondità. L’esperimento in altre parole, dovrebbe avere la capacità di recedere in termini utili se i risultati di volta in volta

dovessero scoraggiare. Sempre per chiarire certi concetti, basti pensare che le industrie a rischio rilevante hanno l’obbligo di produrre un piano d’emergenza esterno e interno allo stabilimento, ivi compreso le procedure per diramare l’allarme. Se ricordiamo bene, le attività perforative sono regolamentate anche dalle direttive relative alla sicurezza e salute dei lavoratori nelle industrie estrattive per trivellazione, secondo i dettami del D.M. 25 novembre 1996 n° 624, attuazione della direttiva 92/91/CEE, pubblicato nella Gazz. Uff. 14 dicembre 1996. Questi disposti offrono un ottimo spunto per capire i problemi. In ultima analisi, la ricerca scientifica non deve essere fermata, ma i rischi devono essere sempre misurati alle alternative disponibili. Esplorare una caldera è un fatto importante, anzi importantissimo, ma quella flegrea deve essere presa in considerazione solo se non si hanno altre caldere nel mondo, ubicate in zone a bassissima densità abitativa o deserte. Abbassando la quantità del valore esposto, infatti, il rischio rientrerebbe immediatamente in parametri accettabili.

“Nelle figure sottostanti le due carte di pericolosità redatte per i Campi Flegrei a cura del Prof. G. Mastrolorenzo e altri collaboratori” La carta di pericolosità relativa alla dynamical overpressure (sovrappressione dinamica), rappresenta la pressione esercitata dalla nube ardente sull’unità di superficie. Per Valori superiori a 5 kPa iniziano i danni rilevanti alle strutture, mentre il valore degli abbattimenti va da 10 kPa a 25 kPa, a seconda dalla tipologia di edificio. Oltre al rischio connesso alla pressione è da considerare l’estrema pericolosità associata all’alta temperatura delle nubi (fino a 600 ° C) che può essere mantenuta dalle nubi anche a distanze superiori ai 15 km dal centro eruttivo. Sotto è evidenziata la carta di pericolosità relativa al fallout, cioè i depositi di ricaduta. E’ evidente come per tale tipo

di fenomeni , l’intera città di Napoli , risulta esposta ad un elevatissimo valore di rischio. Entrambe le mappe sono il risultato di combinazione di tutti gli eventi possibili ottenuti attraverso la simulazione numerica di migliaia di episodi eruttivi con diverse proprietà e valori di probabilità.

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Il Labirinto della Mente DI IVAN LAGHEZZA

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ei andato. Ormai partito per un altro mondo già da tempo. Quell’essere lì buttato ad assorbire di tutto. Sperimentando tutto, o quasi, ti ritieni ormai completo di esperienza. Ma assomigli di più all’incarnazione della disperazione, in cerca di qualche profondo o mistico significato in ogni fenomeno della vita. Provi inizialmente un overdose di emozioni: sei un essere goloso, e le vuoi assaggiare tutte. Dall’odio all’amore, dalla complicità alla rivalità, dall’egoismo all’altruismo. Arriva poi il momento in cui le emozioni portano tutte ad un solo perenne stato mentale: la sofferenza. E’ quella gabbia stretta in cui vieni adescato dagli eccessi di quelle emozioni. In quel momento cerchi complicità negli altri detenuti per evadere da quella prigione. Successivamente provi viaggi mentali che ti fanno sballare i neuroni, illudendoti che così riesci a superare le sbarre, quando ti fanno evadere solo con l’animo. Al quel punto ti illudi non solo di essere libero, ma sei certo di poter arrivare nell’alto dei cieli e dire con sicurezza che: “Dio non esiste! Non c’è nessuno lì su che può giudicarci.” In quel momento ti senti il vero Dio, quello che può vedere tutto dall’alto dei cieli. Ma in realtà tutti i prigionieri raggiungono l’alto dei cieli solo mentalmente, e tutti loro lo credono. Un cielo vuoto, senza viaggi mentali, non esiste. Apatia ti fa sedere per terra, in quell’umida cella a guardare i tuoi compagni alternando sentimenti di odio e di stima. Un’ unica cosa è sicura in quella cella: Tu.

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Li guardi con sufficienza, e loro fanno lo stesso con te perché siete tutti uguali. Uno lo specchio dell’altro. Il prigioniero non conosce altro che un altro prigioniero. E’ una situazione senza uscita. Ricorri a droga e viaggi mentali, ma dopo un po’ iniziano a stancarti perché si dimostrano soltanto illusioni. Raggiungi una tale sicurezza del tuo essere che nonostante le mancanze, sei senza dubbio, secondo te, un essere perfetto. Ti convinci che le stesse mancanze ti rendono tale. Gli altri non ti considerano che un normalissimo essere, con una perfezione approssimativa al nulla. Ma per te niente può esserti messo a confronto. Tu puoi giudicare il mondo che si trova dentro la gabbia, e il mondo al di fuori di essa, quello


“Apatia ti fa sedere per terra, in quell’umida cella a guardare i tuoi compagni alternando sentimenti di odio e di stima. Un’ unica cosa è sicura in quella cella: Tu”

libero. E’ anche questa un’altra illusione? Ma la chiave per uscire dalla prigione non la trovi. Il custode senza testa viene a portarti la brodaglia. Dopo un anno, due, o più di questa brodaglia, ti rendi conto che quel custode ha il corpo identico al tuo, che la testa non ce l’ha perché deve celarsi a Se Stesso, e che tu sei quindi prigioniero solo di Te Stesso. Ed è allora che riesci a trovare un modo per uscire dalla gabbia: un’ insurrezione. Raduni gli altri compagni di cella, e programmi di distruggere le sbarre. “L’obiettivo è uccidere i custodi della cella, nel modo più violento!”. Alla fine instauri una forma di governo secondo te giusta, per il mondo esterno alla gabbia. Ma lo conosci il mondo esterno? Tu, eterno prigioniero, ti senti in grado di governare il mondo libero?

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La Metropolitana di Milano DI CARLO GALASSO

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ono a Milano da oltre dieci anni, la trovo una città molto bene organizzata, forse perché Napoli, la mia città di provenienza, non lo è affatto. In particolare la trovo efficientissima per quel che riguarda i mezzi pubblici. Le tre linee della Metropolitana, poi, risolvono quasi tutti i problemi di spostamento. Nelle ore di punta, praticamente dalle 7.30 alle 19.30, i treni passano a intervalli di uno o due minuti. Due minuti… Ma allora perché tutti corrono per non perdere la corsa? Sarà vero, allora, che qui a Milano hanno sempre da fare? Sono sempre così impegnati che anche un solo minuto risulti determinante e importantissimo? Forse devono correre alla Stazione Ferroviaria per non perdere la coincidenza con il treno? Ma se è così, non si può uscire di casa un paio di minuti prima? Tutti queste domande me le sono chieste spesso durante questi dieci anni. Quasi ogni giorno. Alla fine ho capito: E’ UNA COMPETIZIONE, UNA GARA! Tutti possono partecipare: ragazzini, giovani e anziani. Uomini e

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donne. Il concorrente deve riuscire a salire sul treno nel momento in cui il macchinista sta chiudendo le porte, e queste devono sfiorarlo, meglio se lo colpiscono alle spalle. Ma non è facile. Ci sono delle regole da rispettare, la più importante è quella che impone il divieto di fermarsi in prossimità delle porte e quindi entrare nel momento in cui stanno per chiudersi. No, sarebbe troppo facile e ci riuscirebbero tutti. L’atleta, di regola, sosta all’ingresso, subito dopo aver obliterato il biglietto. Con le orecchie tese, deve captare quando il treno entra nella stazione (attenzione, potrebbe essere quello che procede nella direzione opposta). Ecco, si è fermato…. Le porte si aprono…. La gente esce…. La gente continua ad uscire (ora di punta) …. Inizia a salire sul treno … Ora! … E’ il momento di partire! Via, giù per le scale! A quattro gradini per volta il nostro eroe si catapulta, travolgendo alcune persone che salgono (e questo gli fa guadagnare dei punti in più perché vuol dire che ha superato gli handicap), raggiunge la piattaforma e, mentre le porte si


“perché tutti corrono per non perdere la corsa? Sarà vero, allora, che qui a Milano hanno sempre da fare? Sono sempre così impegnati che anche un solo minuto risulti determinante e importantissimo?” FLICKR.COM/PHOTOS/raiadiff

chiudono, riesce a salire sulla carrozza. A questo punto dovrebbe esserci l’esito della prova, il giudizio degli altri. E allora, con un bel sorriso di compiacimento per la prova dimostrata, si guarda intorno, in cerca dell’approvazione sul volto dei presenti sul vagone. Gli invidiosi, cioè quasi tutti, fanno gli indifferenti: chi si finge interessato al percorso delle linee sulla tabella, chi, girando la faccia dall’altra parte, fischietta non si capisce quale motivo, chi improvvisa un discorso con quello che gli è accanto, trovandolo subito disponibile, perché gli fornisce l’alibi per non aver notata l’impresa. C’è anche chi, invece è disposto a dare il suo giudizio: storcendo la bocca e chinando la testa ora di qua, ora di là, sembra dire: Sssiiii, potrebbe essere …. considerata ……..una buona prova ma ……. Si può fare di meglio. E’ questo giudizio che spingerà l’atleta ad un altro tentativo!

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Maria Tosa “Scarabocchi dell’anima” DI MALKO

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“Lascio fluire le parole, le osservo rincorrersi, le lascio depositare e rimango ad osservarle mentre si tengono per mano…”

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ascere nel paesino che diede i natali a Cesare Pavese vorrà pur dire qualcosa. Maria Tosa ha avuto la fortuna di nascere proprio lì, a S. Stefano Belbo in provincia di Cuneo, quarantasei anni fa. La giovane Maria condurrà una vita serena e gioiosa fino all’età adulta e, parlando di se dice: << Fin da piccola ho considerato lo scrivere come una necessità interiore, per dare spazio a quei sentimenti che si fanno parole gentili che poi come neve bruna fioccano sulla carta immacolata. Anche se, devo dire, ho sempre avuto un grande pudore a divulgare quello che scrivevo e scrivo>>. Una passione quindi quella per la scrittura, che sembra caratterizzare le età della sua vita: << Conservo diari pieni di versi adolescenziali, di raccontini scritti nei lunghi pomeriggi estivi, quando seduta all’ombra del pioppo, mi lasciavo sfinire dal frinire continuo delle cicale. Amavo perdermi in quella solitudine che solo le disperazioni giovanili riescono a rendere totale…. Grazie alla scrittura però, riuscivo a mediare quei sensi di sconforto con la consolazione>>. Già! Riversare parole su fogli bianchi, per Maria è stato sempre un mezzo insostituibile per conoscere se stessa, perché le parole, quelle profonde, sgorgano dall’anima e ci consentono allora di operare un’introspezione capace di generare forza e serenità. Elementi preziosissimi questi, per affrontare prove e superare dolori ben più grandi di quelli giovanili. Per me scrivere è, prima di tutto, un’esigenza personale, dice: << Mi serve per riordinare le idee, per dare sostanza ai pensieri. Lascio fluire le parole, le osservo rincorrersi, le lascio depositare e rimango ad osservarle mentre si tengono per mano…>>. Scrivere come vivere… resta però, nel suo carattere, quella sorta di reticenza interiore nel diffondere ciò che scrive. Un piccolo spiraglio divulgativo si aprirà quando decide di avvicinarsi al mondo del social network. S’iscrive a facebook in un freddo pomeriggio invernale, ma quasi con disinteresse. Non credeva alla possibilità di veder nascere amicizie virtuali importanti, ma il destino aveva in serbo per lei una grande sorpresa: Guido Passini. <<Guido è un ragazzo di trentadue anni e lotta sin dalla nascita per conquistare quel respiro quotidiano che tutti noi diamo per scontato: è ammalato di Fibrosi Cistica. Un incontro che mi ha cambiato la vita dirà… un incontro che ha avuto la capacità di convincermi a schiudere i miei taccuini per lasciar volare via qualche verso che mi racconta…>>. Parlando di scrittura: << Ho ancora delle grosse difficoltà a chiamare “poesie” molte delle cose che scrivo. Preferisco pensare alle parole che si adagiano tra le righe come “scarabocchi dell’anima“: avevo intitolato proprio così il mio diario da ragazzina. Era un piccolo diario con la copertina rigida, color lavanda. Aveva un lucchetto sul bordo, con una piccola chiave che conservavo

nell’astuccio di scuola. Su quel diario scrivevo frasi che appartenevano solo a me: parole intrise di gioia e malinconia, come gli umori universali. Consegnavo a quei fogli le mie illusioni, e i sogni acerbi di una ragazzina che forse non ha mai creduto fino in fondo nelle sue possibilità… >>. Maria Tosa è una persona ottimista, allegra e solare. Un misto di forza e di fragilità. Di gioia di vivere e di malinconia. E tutto questo corrisponde esattamente a quella prosa che sembra sgorgarle direttamente dal profondo del cuore e in punta di piedi e nell’ombra, per non rivelare a chicchessia la propria nuda e timida essenza di scrittrice…

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“Lia Manzi e la metamorfosi della farfalla…”

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“Nelle mie poesie emerge in un viaggio onirico il desiderio di afferrare le radici dell’innamoramento. In esse si manifesta il mio amore per la natura, per la vita, per l’amato…L’amante e l’amato che s’incrociano in questi viaggi all’unisono… intrecciandosi.” DI MALKO 20

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over tracciare un ritratto di Lia Manzi equivale ad azzardare ipotesi e congetture perché è talmente essenziale nella sua scrittura, che ben poco trapela della sua esistenza e del suo essere donna un tantino insondabile… Lia Manzi ha conseguito il Diploma di grado Accademico di Magistero in Scienze Religiose, presso l’Istituto Donna Regina di Napoli, e a breve conseguirà la laurea nella stessa città in Filosofia e Comunicazione presso l’Istituto Universitario l’Orientale . La sua prima raccolta di poesie ha un titolo delicatissimo: sogni d’amore… Un amore che forse cerca come essenza di vita piuttosto che come sensazione reale. Lia ama aggrapparsi ai sogni, da qui il titolo… è lì, in quel mondo animato creato dal nostro io più profondo che riesce a vivere e a sorridere e a fondersi in uno con ciò che ama o amava Scrive poesie dall’età di quindici anni:<< per me la poesia rappresenta la voglia di sognare e di viaggiare…>> Le parole in rime le consentono di operare la metamorfosi della farfalla… Le regalano quelle ali con cui volteggia ininterrottamente nell’aria delle parole belle e strette fra due nuvole, per afferrarle a una a una e deporle in rime, senza “merlettature”, lì sui fogli vuoti che si riempiono come magia di strofe profonde come il pozzo dell’immaginazione da cui attinge spunti emozionali. Lia Manzi dirà: << Nelle mie poesie emerge in un viaggio onirico il desiderio di afferrare le radici dell’innamoramento. In esse si manifesta il mio amore per la natura, per la vita, per l’amato… L’amante e l’amato che s’incrociano in questi viaggi all’unisono… intrecciandosi.>>. I suoi componimenti sono brevi e intensi e si aprono a molteplici sensazioni: << i miei lettori apprezzano l’inafferrabilità dei miei versi, e con essi la distanza, l’assenza e i ricordi>>. Già: i ricordi… sono il basamento su cui poggia il nostro passato forse felice o infelice nelle assenze, che non si notano, ma che esistono come fantasmi che ci portiamo dentro. Quando l’animo è duro, è duro pure il verso che non può essere aspro perché nasce dal sentimento idealizzato in inchiostro sciolto da una penna su un foglio di carta…

Lia è una donna che non intravede la necessità di nascondersi ma neanche di… apparire. Alcune sue poesie sono presenti in diverse antologie e in quella delle poetesse napoletane e della Campania, così come nella raccolta “…come un granello di sabbia”, antologia del premio Angela Starace. Nel 2003 le sue rime furono pubblicate per conto della biennale dei giovani artisti dell’Europa e del Mediterraneo ad Atene. Un’esperienza utile che la aiuterà a maturare quello stile poetico essenziale che ancora oggi la accompagna, nel suo volteggiare onirico tra le spire del tempo e dei ricordi che soavi si materializzano…

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Dopo le esequie DI DARIO DE GIACOMO

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o stanzone della chiesa era affollato di troppe mani, che per l’imbarazzo non sapevano come toccarmi. Parallelo ad uno dei muri di cinta correva il binario della ferrovia. Un fischio e l’ingranaggio della sbarra che chiudeva il passaggio a livello ci avvertirono del transito di un treno. Alcuni mi dissero che quel fischio era l’ultima saluto per me della morta. Ma lo dissero senza convinzione, per consolarmi. Lo vedevo che fingevano, volevano soltanto affrettarsi fuori, per godere il resto della giornata, con la mente in pace dal turbamento di qui. Dopo le esequie rincasai subito, per seppellire tra i filari verdastri degli olivi la vergogna della morte. Dentro la nostra casa aleggiava il dolore di cose spoglie della sua forma, ridotte solo a impronte sulla pelle lucida del divano. Il malessere, spesso come mura, iniziava a radicarsi nella profondità delle viscere, impossibile da scalfire. All’esterno il sole fumigava sulla pietraia, riflettendosi nelle crepe nerofumo degli olivi. C’era un odore di sangue nell’aria e sterco di gallina, il limare basso delle cicale che alleggeriva il tempo di una sosta e c’era ancora il dolore, ma diverso, che aveva un sapore dolciastro e gentile. Disteso immobile lo ascoltavo disegnare brividi cadenzati sulla mia pelle e pensavo che questa striscia di terra, coltivata a olivi, sarebbe diventata il mio ultimo attaccamento terreno, dopo le esequie. Una finestra scavata nel fianco della collina, come la cella di un monaco, dove quando arrivavano di quei momenti in cui la fragilità umana mi costringeva a voltare la faccia, in pochi avrebbero sostato qui e solo di rado: qualcuno sarebbe salito fin quassù per offrirmi uno spicchio di mondo, come si porta un pezzo di formaggio al convento per carità?

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Il vento intanto oscillando sui profumi delle erbe colorate, continuava a sfregiarmi la faccia. Ora, dopo la sua morte, benché qui non arrivasse più nulla e nessuno venisse, mi afflosciavo sotto gli alberi, conservando sempre, anche nel sonno, la sveltezza dei muscoli tesi. Ascoltavo gli odori diversi e guardavo verso la linea dell’orizzonte per cercare qualcosa di cui ignoravo l’esistenza e che non riuscivo più a trovare. Fu solo alla fine che mi arresi alla consapevolezza di quel piacevole dolore che il tempo non sarebbe scivolato mai più nel grembo di mia madre, tra le sue braccia. Dopo la morte di mia madre nessuna donna avrebbe accolto in grembo le soste del mio tempo. Era quella una sensazione di totale abbandono al sonno, nel silenzio di una finestra socchiusa tra il mio sguardo e il suo. Il luccichio della marina, appena agitata dal sole, penetrava dentro le finestre, schermate da sottili tende bianche, ricamate


HYDE RACCONTI “C’era un odore di sangue nell’aria e sterco di gallina, il limare basso delle cicale che alleggeriva il tempo di una sosta e c’era ancora il dolore, ma diverso, che aveva un sapore dolciastro e gentile”

FLICKR.COM/PHOTOS/zamario di motivi geometrici nuovi e sconosciuti, rimbalzava sulla pietra rossa del pavimento rinvigorendo i suoi colori. Mi svegliavo ascoltando i rumori di un’ora conosciuta, alleggerito di ogni passato e con una sterminata capacità di creare qualunque futuro. Conoscevo bene il posto dove trovare lo sguardo della madre. Ma ora la speranza intatta di tutti i futuri possibili era stata violata. E il pensiero della mia unicità, tradito, mi incalzava in cerca di una soluzione all’impotenza nel lanciare il richiamo di quel nome, che era il suo. A mano a mano che la luce sfioccava, il ricordo cresceva, si accresceva, come le nubi settembrine dopo la prima acqua d’agosto, di madri a scolare piatti nell’ora del riposo. Di giovani vite che invecchiano solo quando pronunciano quel nome di madre, a cui nessuna risponde più. Il dolore continuava la sua lotta con l’incoscienza, oscillavo tra il

riposo sotto gli alberi e la tentazione di entrare in casa. Dal basso salivano i fumi d’incenso della processione di San Rocco che sostenevano il suono delle campane e il cielo ingrigiva, inzaccherava di sprazzi freddi le stanze della nostra casa. Decisi di rientrare. Nell’ingresso provai a chiamare un nome. - Mamma - accennai timidamente. Le luci erano accese e le finestre chiuse. Chiamai di nuovo - Mamma -. Il mio tempo si raffreddava nell’attesa inutile del richiamo. - Mamma - Che c’è? da lontano mi rispose una voce chioccia di donna vecchia. - Svegliati! - Allora mi sentii scuotere debolmente da due mani calde. E mi svegliai. Con un cielo grigio di nuvole sopra la testa e un tempo leggero dietro la nuca. - Ciao mamma - sorrisi leggero.

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Il sorriso delle bambine DI BRUNO MAGNOLFI

“Papà dice qualcosa alla mamma, io non ascolto, mi lascio cullare dalla presenza rassicurante dei miei genitori, e questo mi basta” FLICKR.COM/PHOTOS/abhiomkar

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desso stiamo tutti in silenzio mentre il motore della macchina di papà sembra il lamento monotono di un animale domato. Guardo dal finestrino le case, la campagna, gli alberi, mentre fuori continua a piovere e le gocce d’acqua scivolano giù lungo il vetro, a pochi centimetri dal mio naso. Io e mia sorella come sempre stiamo sistemate sui sedili di dietro, i nostri genitori davanti. Ci siamo divertite un sacco a prendere in giro papà che non riusciva a vedere la segnaletica giusta lungo la strada, anche perché lui con noi è costantemente in minoranza. Ma dopo un po’ la mamma ci ha detto: via bambine, ora basta, lasciate guidare papà in santa pace, e io e mia sorella

ci siamo raggomitolate qua dietro, ognuna per conto suo, dando corso ai nostri pensieri. Non so neppure verso dove stiamo andando, e neppure perché, in fondo che importa, a me piace star qui a sonnecchiare, a lasciare che tutto scivoli intorno, come questo paesaggio troppo veloce per poter essere racchiuso dentro a un pensiero, troppo rapido per definire un’immagine che possa restare dentro la mente. Così tutto corre, e per me è come se questa giornata fosse infinita, e questa automobile riuscisse ad attraversare tutto il possibile, senza tornare mai indietro, lasciando alle spalle la scuola, i giocattoli, la cameretta che divido con mia sorella, tutti i pianti e gli scherzi in cui abbiamo ecceduto in questi ultimi tempi. Papà dice qualcosa alla mamma, io non ascolto, mi lascio cullare dalla presenza rassicurante dei miei genitori, e questo mi basta. Adesso piove di meno, ma le ruote ogni tanto fanno schizzare l’acqua da dentro le pozze. Non so cosa sia voler bene, so che vorrei tanto che questo viaggio non avesse uno scopo, che non ci fosse niente che definisse il bisogno di aver affrontato questa giornata piovosa, vorrei che mio padre dicesse che stiamo facendo soltanto una gita, un giro qualsiasi per vedere se in un’altra città riesce a piovere alla stessa maniera come in quella dove abitiamo. Forse i miei genitori hanno accennato qualcosa di questa giornata, forse ci hanno spiegato, a me e a mia sorella, il motivo per cui oggi non c’è stato bisogno di andarcene a scuola. Magari è qualcosa di particolarmente importante, ma io non ho ascoltato le loro parole, mi sono rifugiata nel gusto di questo viaggio, senza preoccuparmi di altro. Penso tra me che forse ho sbagliato, avrei dovuto stare più attenta a quanto dicevano, ma in fondo che importa, rifletto, a me basta star qui, aver piena fiducia nel loro essere perfettamente consapevoli di cosa sia meglio per noi. L’auto va avanti, adesso è smesso di piovere, mia sorella mi ha dato una spinta col piede, forse solo per stuzzicarmi, ma io l’ho ignorata, ho voglia solo di starmene qui, per conto mio, in mezzo ai pensieri. Forse lei ha capito dove si va, e questo un po’ mi dispiace, però poi rifletto che non è niente di particolarmente importante, che lei ne sappia un po’ più di me non cambia assolutamente le cose. Infine la nostra automobile rallenta, entra dentro un enorme parcheggio, riconosco i simboli di un ospedale, guardo mia sorella con un’espressione interrogativa. Andiamo a trovare lo zio ammalato, dice lei sottovoce, coprendo perfettamente in un attimo ogni vuoto che all’improvviso mi si era aperto dentro la testa. Giusto, penso tra me, la nostra famiglia è più larga di noi quattro che stiamo qua dentro, dobbiamo avere un pensiero per tutti, anche per chi vediamo di rado, portare il conforto a chi non può muoversi. Infine la macchina è ferma, gli sportelli si aprono, mi sento restia a scendere da qui, ma poi esco fuori, guardo il grande edificio di fronte e tiro un respiro nell’aria lavata; adesso credo di sapere cosa sia voler bene: guardo i miei genitori e so che stiamo portando un sorriso allo zio, forse perché è proprio di questo che lui ha un gran bisogno.

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Tenda N.32

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DI ANNAMARIA PISCOPO

a dove vengo io non ci sono grandi cose di cui parlarti o luoghi che tu possa immaginare; perciò lascia perdere il tuo computer, il tuo cellulare e concedimi la tua attenzione per pochi minuti, il tempo di una storia, una storia come tante. Una storia vera. Porto con me il mio taccuino di pelle consumata , una penna e in testa una canzone. Sempre la stessa. Posso parlarti della radio. Si, dove vivevo avevamo una radio. Era di mio nonno, tutta rotta, nera e lucida con due tasti mangiucchiati, il terzo mancante e l’ antenna appesa al filo inesistente della speranza. Non la spegnava mai. O meglio la lasciava sempre accesa in attesa che trasmettesse una voce, un sussurro o anche solo un sibilo. A volte succedeva di notte quando dormivamo o mentre facevo la guardia alle pecore. Mia sorella Emi si svegliava, tossiva sangue e vi appoggiava sopra un panno marrone per attutire il ronzio. In realtà tossiva spesso sangue. Ricordo che fu di pomeriggio che ascoltammo per la prima volta una canzone; non c’ erano parole ma solo il suono di un violino. Sembrava richiamarci ad un tempo che non è mai esistito dove i bambini ridevano, i grandi chiacchieravano e la vita era semplice. Normale. Mio nonno era stato un insegnate prima della guerra; eravamo io Emi e lui a dividere i tre angoli della tenda N 33. Quella che ci precedeva , la 32 era rimasta vacante per un po’, da quando Lea ed Esaù erano stati arrestati da quelli in tuta nera. Dicevano che quella tenda fosse maledetta perciò nessuno ci voleva stare ma io ero contento perché Lea Ed Esaù avevano venduto il mio amico Sam al mercato. Ci trasferimmo li un inverno che faceva troppo freddo, anche solo per piangere e la nostra tenda si era bucata su due lati. Alla 32 siamo rimasti per tre mesi prima di partire; il nonno mi insegnò che un gommone può galleggiare sul’ acqua e tanta gente può starci dentro. Molti ne prendevano uno e se andava bene si arrivava in uno di quei posti dove i bambini giocavano e i grandi chiacchieravano. Imparammo dopo che la vita non è normale da nessuno parte. Mi disse di portare poche cose e di seguirlo verso il mare. Lo disse a me solo perché Emi, mia sorella Emi, aveva tossito cosi tanto che non si era più risvegliata. Si può morire dissanguati ? Io portai la mia penna Bic blu; me l ‘ aveva regalata un turista bianco e mio nonno portò la sua radio. Eravamo sul gommone quando sentimmo la voce della donna alla radio che ci parlava. Era aspra forse troppo e durò giusto il tempo di annunciare un bombardamento sul nostro campo. Ricordo ancora il volto di ogni persona che incrociò il mio quella notte, potrei riconoscerli uno ad uno anche in mezzo alla folla. La tenda N 32 , come tante altre, era saltata in aria.

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“Ci trasferimmo li un inverno che faceva troppo freddo, anche solo per piangere e la nostra tenda si era bucata su due lati” FLICKR.COM/PHOTOS/galabassoon HYDE RACCONTI

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Un mondo nuovo DI DAVIDE ZANARDI

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ll’inizio le sembrò di scivolare… era come se qualcosa la stesse chiamando. Sentì il suo corpo e le sembrò che non fosse una cosa sua. In quel momento era solo un nucleo fievole di coscienza appena accennata. Cominciò ad avere una sensazione che non era fisica ne mentale. Le sembrò di ricordare che avrebbe dovuto avere un corpo, una forma fisica adagiata in qualche luogo indefinito, in un posto che non conosceva e del quale non aveva consapevolezza. Qualcosa si agitò in un angolo di quella cosa che piano piano stava prendendo forma e che doveva essere, o almeno così le parve, la sua mente. Sentì uno spasmo. Quasi un dolore. Quel nucleo di pensiero fece un balzo in avanti e si ingrandì…come se fosse stato un fiore che, dopo millenni di oscurità, avesse visto un piccola luce e fosse balzato verso di essa per aggrapparvisi… Ad un tratto arrivò la consapevolezza di essere appoggiata su qualcosa di rigido e polveroso, ma la sensazione assomigliava più ad un ricordo che a qualcosa di fisico. La sua mente ebbe un altro strappo e immediatamente comprese di esistere come un corpo fisico con una forma precisa. Capì di essere in possesso di arti, testa, organi…anche se per ora queste parole non avevano alcun senso per lei. Così rimase per un po’, ad esplorare queste sensazioni ed a fare una specie di mappa di ciò che le sembrava di essere fisicamente. Mentre una parte primitiva della sua mente cominciava a ricordare delle sensazioni che chiamava freddo, caldo, umido, buio, luce, un lampo esplose nella sua coscienza e si rese conto di avere un’urgenza molto pressante, quasi vitale, anche se non riusciva a ricordare cosa fosse. Si rese conto di poter muovere alcune parti del suo corpo. Era ancora cieca, ma capì che era stesa supina a terra. Sentiva i suoi arti affondare leggermente nel terreno morbido se provava ad esercitare un po’ di pressione. Ad un tratto una frase le si presentò alla mente. Sul momento non capì cosa significasse, poi il senso di urgenza ritornò ed iniziò ad aumentare in modo esponenziale. Questo le causò un senso di ansia indicibile senza che ancora capisse a cosa fosse dovuto. Poi quella frase che aveva sentito cominciò ad avere un senso. I miei figli…ed ebbe un sussulto, quasi doloroso. Un attimo di buio e senti il suo pensiero ripeterle: I MIEI FIGLI !

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Sentì immediatamente che il suo corpo avevo ripreso a funzionare al massimo, anche se non riusciva ancora a controllarlo. La prima cosa fisica che percepì fu una fame tremenda, come se non avesse più mangiato da chissà quanto tempo. Aprì lentamente gli occhi, ormai conscia di chi fosse e di cosa dovesse fare. Non vedeva nulla.


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“Ad un tratto una frase le si presentò alla mente. Sul momento non capì cosa significasse, poi il senso di urgenza ritornò ed iniziò ad aumentare in modo esponenziale. Questo le causò un senso di ansia indicibile senza che ancora capisse a cosa fosse dovuto”

Tutto era buio. Ma era certa di avere gli occhi aperti. Semplicemente non c’era luce. In lontananza vide una debole luminescenza. Si avviò lentamente verso di essa…uscì all’aperto e guardò il mondo in cui era arrivata. Un mondo nuovo, ricordò, che lei aveva raggiunto per colonizzarlo.

Ora tutto era chiaro. Il suo era stato un lungo letargo. Raggiunse la sala buia dove si era svegliata, fini di mangiare ciò che restava del suo compagno e, con due delle sue sei zampe accarezzò il grappolo di uova che aveva attaccato con la saliva ad una parete della grotta e guardandolo con amorevoli occhi sfaccettati disse: figli miei, un mondo nuovo ci aspetta. E’ ora di nascere…

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Portami via

Spezza le catene forgiate dal lamento di una nenia antica Voglio abitare altri posti dentro al cuore Portami altrove Negli angoli di silenzio, tra culle inviolate dai respiri.

DI MARIA TOSA FLICKR.COM/PHOTOS/eduardom

Sentire Aliti di vento e profumo di limoni, essenza di zagare sul calare della sera. Portami via, senza futili pretesti da inventare Adesso. _ Mentre la nebbia sfuma i bordi delle case Scavami un solco dentro al cuore e guarda scaturire questa felicità incrinata dal dolore. Questo sogno che oscilla sospeso sul domani.

RESPIRA PAROLA LUCIA ESPOSITO

Respira parola tu che non hai tempo. Il sole finisce l’ora dei canti l’inizio il rovescio, la medaglia e la tempesta d’estate… Respira parola che muore la sera che nasce al mattino.

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A MIO PADRE

DI ROCCO GIUSEPPE TASSONE Il mondo, con il suo cielo stellato, sembra precipitarmi addosso, con le sue pareti di nuvole cariche di pioggia e saette, racchiude l’infinito come il nulla nel pugno della mano. La tigmonastia mi schiaccia non lasciando il tempo d’un respiro. La nebbia, umida e fredda, soffoca le parole che mai più potrò dire ingoiandole in un tumultuoso vortice di silenzio. Inerme assisto al tuo divenire gelido e rigido dopo l’ultimo sereno alito: commiato dal mondo al morire del giorno!

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Anelito

DI LIA MANZI

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Se cerco un equilibrio, provo ad immaginarmelo gonfio di perline colorate come quelle delle collanine dell’estate. Se penso al caos, lo idealizzo come un carro ricolmo di fuochi d’artificio. Se trovo la bellezza, la blocco tra due parentesi di soffici nuvole. Tutto è previsto dai canoni di una chimera.

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VESTITI A FESTA... ASPETTANDO IL 2011 IL DRESS-CODE PER LE FESTE CHE SALUTANO IL 2010 SUGGERISCE UN ABBIGLIAMENTO GRINTOSO MA SEMPRE ELEGANTE. DAL LOOK SEXY A QUELLO ROCK, LA COLONNA SONORA SARÀ SEMPRE LA STESSA: CHIC IS GLAM! DI FEDERICA FARINI

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ra un brindisi e l’altro, una fetta di panettone e una di pandoro, il look per le feste la farà da padrona. L’eleganza resterà il diktat per ogni look. Sempre indovinati vestitini maculati o animalier e abiti non troppo lunghi in tinta unita. Perfetti i modelli tunica o tubino, magari in una nuance trendy: cammello, classico intramontabile, passepartout ed evergreen per il clima natalizio i toni del rosso e il nero, per le più grintose e fashion-victim sì al viola o al blu elettrico, di gran voga nelle ultime passerelle. Il vestito scelto sarà valorizzato e impreziosito da gioielli come parure semplici ma d’effetto, orecchini grandi dalle forme anni ’60, collane lunghe e importanti. Imperdibili da abbinare le borse bijoux: clutch-bags modello conchiglia o scrigno, tempestate di strass o applicazioni. Per le scarpe la moda di quest’anno fa impennare le quotazioni di decolleté con tacco alto e plateau, magari impreziosite da piume e glitter. Le calze, regine delle sfilate in cui sono tornate alla ribalta, possono dare un tocco di originalità anche al look più sobrio, come un semplice tubino nero, per esempio da abbinare a collant traforate stile lana bucherellata oppure in pizzo, sexy e super-cool, in versione leggings per le più ardite. Il trucco must è sicuramente quello smokey eyes, che grazie alla sua versatilità sa valorizzare al massimo gli occhi. Idea da copiare? Ombretto marrone scuro, chiaro o bronzo in gran quantità, abbinato a labbra neutre per dare maggiore contrasto. Eccellente per salutare l’anno che se ne va la versione smokey eyes nero e argento con Swarovski!


WAITING FOR... CAPODANNO! DRESS-INPUT DA PROVARE: LOOK DA COPIARE PER I PARTY DELL’ULTIMO DELL’ANNO TRENDY-ROCK

TOP O MAXIMAGLIA PAILLETTES + FLICKR.COM/PHOTOS/rachelsian GILET + LEGGINGS + STIVALI FLICKR.COM/PHOTOS/giagir

SEXY

ABITO O TUNICA PAILLETTES + PELLICCIA + STIVALETTI MODELLO TRONCHETTO (ANKLE BOOTS) FLICKR.COM/PHOTOS/wim314

TOTAL BLACK

VESTITO + STIVALI SOPRA IL GINOCCHIO + TRUCCO SMOOKEY EYES... RIGOROSAMENTE BLACK ADDICTION! HYDE MODA

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Chanel: un mito al di là del tempo

“Gabriel Chanel ha saputo essere sempre all’avanguardia e ha liberato la donna da tutta quella serie di abiti che costringevano il corpo femminile in una gabbia”

DI FRANCESCO BALESTRI 34

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hi non ha mai sentito nominare almeno una volta il nome Chanel? Uno dei marchi forse più conosciuti al mondo quando si tratta di moda. Ma quanti davvero conoscono il personaggio che ha dato il via alla più elegante ed esclusiva maison parigina, Gabriel Chanel? C’è chi pensa che la fama di una persona giunga nel momento in cui pronunciando quel nome il mondo intero sappia di chi si sta parlando, ma non dimentichiamoci che non sempre si nasce nel posto giusto al momento giusto. Gabriel Bonheur Chanel, questo il suo nome per esteso, nasce a Saumur in uno ospizio per i poveri il 19 agosto 1883 da una famiglia per niente benestante, madre casalinga e padre venditore ambulante. Dopo la morte della madre il padre, non potendosi permettere il mantenimento dei bambini, abbandona i due fratelli maschi alle cure dei nonni e affida invece le 3 sorelline Chanel alle suore del convento di Aubazine. Gabriel resterà per sempre segnata da questa esperienza trasferendo i colori e l’austerità del convento nelle sue creazioni. Dopo aver compiuto i 18 anni Gabriel e Julie escono dal convento e vengono indirizzate presso una scuola di avviamento professionale a Notre Dame e successivamente trovarono impiego a Moulin presso una famosa maison di maglieria. Qui Gabriel apprende e affina l’arte del cucito. Per arrotondare il salario aveva un lavoretto serale presso uno dei numerosi Cafè di Moulin come cantante. Questo lavoro le fece acquistare il soprannome di Cocò grazie a una canzonetta dal titolo Qui qu’a vu Coco? Il destino volle che una sera entrasse al Cafè Etienne de Balsan, il primo amante e finanziatore di Gabriel, figlio di tessitori e ufficiale di cavalleria, che gli propose di fuggire con lui nella sua tenuta a Royallieu dove addestrava cavalli. In questa ambientazione equestre sviluppa la sua creatività, incoraggiata da Etienne che le permette di utilizzare il suo appartamento parigino per la creazione di semplici cappellini in paglia, in un epoca in cui la moda dettava tutt’altro. La semplicità è sempre stata la sua poetica. Durante il soggiorno a Parigi Gabriel conosce l’amore della sia vita, colui per cui sarà disposta a tutto: Arthur “boy” Chapel, un facoltoso industriale. I due si innamorano a prima vista e dopo la rottura con Etienne, andarono a vivere assieme. Poco tempo dopo Chanel apre il suo primo negozio al numero 21 di Rue Cambon. Chanel e Boy non si sposarono mai, lei troppo legata al lavoro e lui troppo legato al loro divario sociale. Il negozio nel frattempo era ben avviato e adesso insieme ai cappellini si vendeva anche qualche gonna e vestito. Un secondo negozio fu aperto a Deauville, famosa località balneare per gente facoltosa, dove Chanel ispirandosi ai marinai realizzò maglioni col medesimo scollo e la medesima praticità. Il successo fu totale con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale (1914) quando le signore ricche in fuga dalle grandi città potevano fare spese in totale tranquillità. Nel 1916 la rivoluzione. Chanel compra uno stock di jersey utilizzato fino a quel momento per la realizzazione di biancheria e inizia la creazione di abiti con questo tessuto venduto a prezzo stracciato. Qualche tempo dopo Boy si sposa, ma nonostante questo decide

di non interrompere la sua frequentazione con Chanel. Nel 1919 nella notte tra il 22 e il 23 dicembre Boy, in viaggio verso Cannes, ebbe un grave incidente d’auto in cui perse la vita. Chanel corse sul luogo, arrivando un paio di giorni dopo. Ciò la gettò nella disperazione che sfogò buttando anima e corpo nel lavoro e creando il famosissimo tubino nero. “Ho vestito a lutto il mondo intero” queste le sue testuali parole. Al seguito fu costretta a chiudere la sua attività per poterla riaprire solo più tardi a causa dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, ma ormai il successo era inarrestabile… Questi sono solo alcuni dei numerosi avvenimenti che hanno influito sulla vita Chanel. Eventi più o meno tristi, sofferenze, perdite. Ma una cosa è certa, dietro lo sfarzo e il lusso che la nota casa di moda si porta dietro adesso, c’è stata una grandissima donna, con una carattere determinato e forte che non ha permesso a niente e nessuno di buttarla giù. Adesso i tempi sono cambiati e dal 1983 è Karl Lagerfeld ad avere i diritti sulla maison parigina, ma nonostante questo i capi Chanel sono ancora famosi in tutto il mondo, il profumo n°5 è ancora il più costoso e gettonato che possiamo trovare in profumeria, la 2.55 è da sempre la it-bag che tutti vorrebbero avere nel proprio armadio. Gabriel Chanel ha saputo essere sempre all’avanguardia, sfruttare ciò che aveva per le mani, guardarsi intorno, e andando contro le convenzioni ha liberato la donna da tutta quella serie di abiti che costringevano il corpo femminile in una gabbia. Chanel ha liberato il corpo femminile, l’ha emancipato, creando qualcosa che potesse essere pratico, attraente ed elegante senza tutti quegli orpelli a cui erano abituati i parigini. Ha rivoluzionato il mondo della sartoria utilizzando stoffe mai utilizzate prima, ha realizzato pantaloni da cavallerizza quando erano solo gli uomini a potersi permettere di indossarli e ha donato praticità e confort. Per avere stile basta solo la semplicità. Questo ci ha insegnato

mademoiselle.

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Trama: Francoforte sul Meno. Nove giorni a Natale. In tutta la città si respira aria natalizia: i negozi aperti sono ricolmi di persone intente a comprare regali, le strade sono addobbate a festa, nell’aria si spargono gioia e risate. Tutto sembra normale, ogni cosa va come deve andare. Ma non per tutti è così, e un uomo prende il coraggio a due mani per effettuare una rapina, senza immaginare minimamente cosa lo aspetti dopo. Londra, sette giorni prima di Natale. Anche qui il Natale impone prepotentemente la sua presenza lungo le strade, quelle vie che una coppia di poliziotti sta attraversando senza preoccupazioni. Tutto è tranquillo, tutto è normale, nessuno si aspetta che di lì a pochi giorni possano succedere eventi, tanto strani quanto irreali, capaci di provocare sconvolgimenti nelle vite di tutti i protagonisti. L’esistenza di tutti i giorni inizia ad alternarsi con episodi inspiegabili, quasi magici, che porteranno il lettore a voler scoprire fino in fondo tutti i misteri celati tra le righe di quest’avventura.

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Donne e Islam nei libri di oggi

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“man mano che la società è diventata sempre più globalizzata e multiculturale non è più possibile appiattire la donna musulmana sullo stereotipo di velata, ignorante e vittima”

a questione femminile resta un nodo cruciale della società islamica (e non solo), anche se la situazione dei singoli Paesi è molto variegata: fino a non molto tempo fa le storie in argomento raccontate nei libri erano riconducibili o alla vicenda della figlia o moglie di qualche integralista fatta praticamente prigioniera e privata dei diritti, o alle storie delle odalische negli harem dei secoli passati, rapite e vendute come schiave. Nessuno nega che ci siano state e ci siano realtà come quelle descritte, ma man mano che la società è diventata sempre più globalizzata e multiculturale non è più possibile appiattire la donna musulmana sullo stereotipo di velata, ignorante e vittima, e nelle proposte editoriali di questi ultimi mesi ci sono alcune segnalazioni interessanti, che compongono una serie di ritratti dell’universo femminile molto sfaccettati. I Love Islam di Patrizia Finucci Gallo, edito da Newton Compton, presenta la sua linea, ben lontana da certi luoghi comuni fin dal sottotitolo: Cinque ragazze occidentali, single e modaiole alla ricerca dell’Islam che conquista. Attraverso una serie di testimonianze reali, con tono più leggero e glamour di libri analoghi scritti per esempio da una Lilli Gruber, l’autrice descrive sia le musulmane rimaste nei Paesi di cultura islamica, sia quelle emigrate in Occidente, tra attenzione alla moda e ai dettami religiosi, desiderio di lavorare e studiare ma nello stesso tempo di avere una famiglia, che patiscono i chili di troppo e il non trovare la persona giusta, in un ventaglio di storie in cui non si parla una sola volta di integralismo religioso, ma dove si scopre come poter fare un rossetto senza mettere alcool dentro, o si incontrano le ultime cantanti di moda in Giordania o in Egitto, trasgressive come Madonna ai tempi d’oro. In Italia nascono ogni anno moltissimi bambini e bambine da famiglie di immigrati, e molti di questi nuovi italiani ormai sono decisamente adulti. Porto il velo, adoro i Queen (Sonzogno) racconta in prima persona la storia di una di loro, Sumaya Abdel Qader, nata a Perugia nel 1978 da una famiglia giordana, due lauree, un marito e due figlie, donna in carriera e molto osservante della sua religione, che sfata tutta una serie di luoghi comuni, raccontando quanto in comune abbiano questi nuovi occidentali, a cominciare dai gusti musicali e di immaginario

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DI ELENA ROMANELLO

legato a film e fumetti, con gli italiani di lunga generazione. Il tutto senza rinunciare alle proprie radici. Del resto l’amore per la cultura occidentale non è estraneo al mondo islamico, soprattutto agli intellettuali, e in particolare alle donne. In Leggere Lolita a Teheran di Azar Nafisi (edito da Adelphi) si parlava delle difficoltà di amare la letteratura occidentale, partendo appunto da Lolita per arrivare a Henry James, Francis Scott Fitzerald e Jane Austen, da parte di un gruppo di lettura al femminile nella capitale iraniana, dove si intrecciavano varie storie, alcune pesantamente condizionate dal regime integtralista, ma tutte desiderose di trovare un’evasione e un riscatto proprio in quei libri che sono visti come simbolo di libertà. In Sognando Jane Austen a Baghdad, storia vera del carteggio tra la giornalista inglese


Bee Rowlatt e la professoressa irachena May Witwit, la passione comune per una delle più popolari scrittrici occidentali di tutti i tempi mette in contatto due donne diverse, tra quotidianità e guerra, creando complementarietà e punti in comune tra due culture che si vorrebbero distanti, ma i cui appartenenti alla lunga possono anche sognare e volere le stesse cose nella vita. I matrimoni combinati sono un nodo difficile non solo delle minoranze di fede islamica, visto che sono largamente praticati nelle comunità cinesi, indiane, filippine, giapponesi: ma vederli sempre e comunque come un dramma può essere sbagliato, come si scopre ne Il mio matrimonio combinato di Elizabeth Eslami (Newton Compton), romanzo che racconta la storia di Jasmine, figlia di un iraniano e di un’americana che si è persa per strada non finendo l’Università e che, tornata a casa, onta inaccettabile oltre oceano dove i bamboccioni non sono la regola anche se la

crisi economica li sta portando in auge, assiste prima riluttante e poi man mano partecipe ai tentativi del padre di combinarle un matrimonio. Una storia agrodolce, non scontata, non violenta, non oppressiva, che racconta una realtà di oggi, lontana dalla mentalità occidentale ma presente nelle nostre società. Due storie non facili ma appassionanti di donne islamiche di oggi sono presenti in due libri, un romanzo e un saggio basato su una storia vera, entrambi editi da Piemme. L’usignolo di Mosul, ambientato nell’Iraq sotto la dominazione americana, racconta la storia di Leila, giovane medico, che decide di continuare a cercare la propria strada, vivendo e lavorando, malgrado la situazione delle donne del suo Paese sia drasticamente peggiorata al punto che è diventato obbligatorio portare il chador e lo fa assistendo l’esercito statunitense, trovandosi poi coinvolta nelle efferratezze di entrambi i fronti.

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Giocando a calcio a Kabul di Awista Ayub racconta di un modo

per reagire all’integralismo dei talebani afghani, quello di creare una squadra di calcio al femminile, con tutte le storie delle ragazze coinvolte, viste dagli occhi della loro allenatrice, scappata in Occidente da bambina con la sua famiglia, ma che non ha mai dimenticato il suo Paese e decide di aiutarlo portando alle donne non solo lo spirito sportivo e di squadra, ma anche la sicurezza e l’autostima, a partire dalle otto giovani che riesce a portare con sé negli Stati Uniti. I drammi della condizione femminile e in generale dei regimi dittatoriali, tipici non certo solo dei Paesi musulmani, tornano anche nella testimonianza di Roxana Saberi, Prigioniera in Iran (Newton Compton), storia della giornalista di origine iraniana

ma naturalizzata occidentale messa in prigione per presunto spionaggio. E se si ha nostalgia di storie di harem, di odalische e sultani, sono da segnalare i due romanzi di Katie Hickman Il giardino delle favorite e Il diamante dell’harem, avventura e intrighi all’inizio del Seicento, tra Venezia e Costantinopoli, avvicenti e interessanti, e molto lontani comunque dai luoghi comuni. Se la bionda inglese Celia cercherà di fuggire dall’harem per ritrovare l’uomo amato, Annetta, italiana di umile estrazione, rimpiangerà il serraglio una volta che, tornata in Occidente e ormai considerata disonorata, verrà rinchiusa in un convento di suore: un luogo dove tante ragazze di quell’epoca, povere e condannate a casa loro ad una vita di stenti e fatiche, trovavano cibo a sufficienza, abiti e gioielli, e una vita obiettivamente meno terribile.

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OCCHI DI BAMBINO, L’OCCHIO COME MIRINO

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entare di vedere ciò che la maggior parte di chi vi circonda non vede è il fondamento su cui si basa la street photography. Abbiamo già detto che una foto classificabile con questo termine non può e non deve essere un semplice scatto realizzato in una città. Altrimenti anche fotografare una bicicletta parcheggiata potrebbe essere street, e invece non lo è. E’ con occhi di bambino che un fotografo deve imparare a vedere il mondo che lo circonda e imparando a meravigliarsi per la bellezza della vita che risiede anche nei momenti consueti e di normale quotidianità riuscirà anche a cogliere il momento particolare e decisivo. L’importanza di cambiare il nostro modo di guardare il mondo intorno a noi e approcciarci ad esso con altra sensibilità è fondamentale per acuire il nostro occhio e renderlo un mirino sempre pronto a catturare momenti speciali. E’ un processo naturale nel quale all’inizio neanche crediamo possa accaderci, ma succede. E vi sorprenderete a scattere foto col solo occhio anche quando sprovvisti di fotocamera vi rammaricherete per la foto persa. Quella che il vostro occhio-mirino ha fulmineamente scattato. Riuscire a isolare l’insolito dal solito è quindi un processo che avviene gradualmente in ogni fotografo che diventa streepher. Sarà la strada, il più grande palcoscenico che possa esistere coi suoi consapevoli e inconsapevoli attori, con l’asfalto, i muri e le scritte sui muri, le serrande, i cartelloni pubblicitari, le auto, le sue luci dure e meno dure a insegnarci a diventare streepher. E non mancheranno fasi di autentica frustrazione. Preparatevi. Capiteranno momenti in cui vorrete lasciar perdere tutto, in cui vi chiederete: e adesso che fotografo? Ma se non mollerete verrete presto ricompensati dal prossimo scatto, il vostro migliore fino a quel momento e allora... E capiterà di imbattervi a volte anche nella serendipity. Di cosa si tratta? Oh a tutti è capitata almeno una volta nella vita: è la sensazione che si prova quando si scopre una cosa non cercata e imprevista mentre se ne sta cercando un’altra. Capiterà anche con la fotografia. E sarà un buon segno. Significa che la strada è ormai parte di voi, che vi siete aperti completamente e siete diventati totalmente ricettivi ad ogni stimolo e ad ogni accadimento possa succedere di fronte a voi. Anche per oggi è tutto. Abbiamo affrontato un tema molto importante che è quello della trasformazione in fotografo di strada, nel completo assorbimento in essa, nell’immergersi totalmente nell’aria che dovrete respirare a pieni polmoni per essere voi stessi parte di essa. La strada.

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DI ALESSIO COGHE


HYDE STREET PHOTOGRAPHY “E’ con occhi di bambino che un fotografo deve imparare a vedere il mondo che lo circonda e imparando a meravigliarsi per la bellezza della vita che risiede anche nei momenti consueti e di normale quotidianità riuscirà anche a cogliere il momento particolare e decisivo”

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DI ALBERTO PASINI HYDE STREET PHOTOGRAPHY

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Michael Jackson: vivo o morto… DI MALKO

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essica Puglielli e Alessandra Gianoglio hanno alle spalle una ventennale conoscenza di Michael Jackson, straordinario uomo di spettacolo di livello internazionale. Nel 2000 Gessica ebbe l’opportunità di incontrare personalmente Michael a Montecarlo, e di cenare al suo tavolo: in quell’occasione scoprì un lato meno pubblico e più umano del famosissimo personaggio. L’invito le fu offerto dai più stretti collaboratori del cantante. Quell’incontro determinò un impegno diverso per le ragazze, che fino a quel punto era con-

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finato alla semplice gestione di un fan club. Gessica e Alessandra, infatti, diventano dopo un po’ supporters professionali dell’artista, attraverso collaborazioni con lo Staff di Michael e con la casa discografica Sony Music Italia. Le due amiche organizzarono anche il lancio pubblicitario nel nostro Paese dell’album “Michael Jackson: The Ultimate Collection”. Le due sostenitrici, grazie al loro ruolo e a questa conoscenza diretta del cantante, rilasceranno interviste e si batteranno a favore di Michael Jackson quando sarà accusato di pedofilia nel 2003. Gessica annovererà anche qualche viaggio in America nei luoghi di Michael e assisterà a importanti prime del cantante ballerino. Nel 2009 Gessica e Alessandra pubblicano il volume “Michael Jackson l’Agnello al Macello” e, nel 2010, traducono e promuovono il libro “Dancing the dream – Danzando il Sogno”, opera ultima di Michael Jackson, che vedrà la luce dopo un periodo d’incubazione di ben venti anni. Michael Jackson muore il 25 giugno del 2009. La sua morte come la sua vita, rimarrà un enigma interpretativo che forse solo chi l’ha conosciuto direttamente è in grado di coglierne gli aspetti più profondi. Come Gessica e Alessandra, che hanno pubblicato i volumi su Michael Jackson attraverso la casa editrice QUANTIC PUBLISHING. Alle due scrittrici rivolgiamo alcune domande:


HYDE SOUND 2.0 “era un artista eccentrico, come altri personaggi dello spettacolo, ma in continua connessione con l’arte e la musica. Meno male che era cosi, altrimenti non sarebbe stato quel Michael Jackson che abbiamo conosciuto e non avremmo così goduto della sua musica originale quanto unica al mondo” Il concetto che si ha di Michael è di un Il primo impatto che si ha incontrando il uomo divorato da tic e manie, quali ad cantante è di stupore per le metamorfosi esempio il terrore delle malattie. E’ così? fisiche o risulta assolutamente gradevole nel suo aspetto tutto sommato un (Alessandra) – Quello è il concetto che i media in generale hanno po’ artificiale? E’ vero che portava una inculcato nella testa della gente in questi 25 anni di maldicenze e parrucca? calunnie. Nel nostro libro dedichiamo un intero capitolo, dal titolo “calunniatori”, al difficile rapporto di MJ con i mezzi d’informazione. Nel nostro excursus analizziamo in maniera oggettiva molti dei luoghi comuni fioriti intorno al Re del Pop, smontandoli uno per uno, con prove concrete ed evidenze e referenze verificabili direttamente dal lettore. Michael Jackson non aveva paura della gente; non aveva tic o manie strane come i media hanno sempre insinuato con accezione negativa. Michael Jackson amava il genere umano, e l’ha dimostrato non solo attraverso le sue canzoni, ma con infinite altre iniziative a carattere umanitario, tutte dettagliatamente descritte nel libro. Certo: era un artista eccentrico, come altri personaggi dello spettacolo, ma in continua connessione con l’arte e la musica. Meno male che era cosi, altrimenti non sarebbe stato quel Michael Jackson che abbiamo conosciuto e non avremmo così goduto della sua musica originale quanto unica al mondo. Non aveva il terrore delle malattie: ma come può una persona che lavora nel mondo dello spettacolo avere paura dei germi? Michael Jackson amava vivere a contatto con il suo pubblico: era molto generoso in fatto di abbracci. Spesso si recava in ospedale a fare visita a malati terminali, senza nessuna paura di loro. Esistono moltissime foto di Michael Jackson fra la gente, in mezzo ai suoi fans o fra i bambini all’orfanotrofio. Tanti obiettano sul fatto che utilizzasse la mascherina protettiva monouso: in realtà l’esigenza della protezione è partita da un’operazione ai denti che poi è diventata una sorta di abitudine, soprattutto per prendersi gioco dei media che ancora se ne stupivano. Una specie di autodifesa: << sì: sono Michael Jackson e uso la mascherina, vi faccio paura per questo? >>. La mascherina sul viso la usava anche per questioni molto pratiche, come coprire le macchie della vitiligine o la barba non fatta. Michael ha ampiamente dimostrato di amare le persone, solo che i mass media non hanno mai dato rilievo a questa sua inclinazione filantropica, o almeno non ne hanno data sufficiente importanza, preferendo far convergere le attenzioni su una sciocchezza come quella dell’uso della mascherina cotonata sulla bocca per additarlo come un uomo posseduto dalla fobia delle malattie.

(Gessica) – Michael Jackson era un uomo molto attraente e di una bellezza non canonica ma davvero d’impatto. I suoi occhi erano grandi e profondi, sembravano scrutarti nell’anima. Le labbra, la pelle liscia, grandi mani, il fisico longilineo e il forte profumo lo rendevano un uomo dall’aspetto molto gradevole, il quale era molto meno artificiale di quanto non si possa immaginare. È successo che a volte portasse extensions o parrucche per variare la lunghezza dei capelli, ma è falsa l’ipotesi del “naso che cade”

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eta inglese William Wordsworth era fra i suoi preferiti. Michael poi, gradiva disegnare, un’arte questa cui lo iniziò la sua amica Diana Ross. I suoi disegni ormai disponibili a tutti sul web rimandano come caratteristica dell’autore una creatività estrosa. Amava molto anche il cinema: è rimasto fra i suoi sogni nel cassetto impersonare il poeta Egdar Allan Poe, un progetto cinematografico di cui si è tanto parlato ma che non ha mai visto la luce. MJ Aveva amicizie con grandi uomini di cultura e religioni diverse, tra questi Deepak Chopra, il medico indo-americano suo grande amico che lo avvicinò a quei concetti di spiritualità orientali, di cui il cantante ha poi permeato la sua vita. Anche Nelson Mandela segnò la sua esistenza, arricchendola di esperienze impagabili. Il suo carattere curioso e naturalmente propenso a “imparare dagli altri”, così come la sua vita costellata di successi e la sua grande umiltà (non si sentiva superiore a nessuno), hanno contribuito a rendere Michael Jackson un uomo dalla grande cultura e dal grande cuore.

Aveva gusti particolari per il cibo?

o degli interventi di chirurgia che lo avrebbero devastato. Io ho avuto l’onore di incontrarlo nel 2000: ci ho parlato per 20 minuti, l’ho abbracciato e gli ho anche dato un bacio sulla guancia e posso dire che era tutt’altro che mostruoso o artificiale. Davvero affascinante e sexy!

Michael Jackson era un uomo di cultura o monotematico sugli argomenti dello spettacolo? (Alessandra) - Michael era un artista a 360 gradi; a parte la sua immensa cultura musicale, amava tutto ciò che riguardava l’arte. Non perdeva occasione per visitare musei e gallerie, soprattutto nel vecchio continente. Aveva una grande ammirazione per Michelangelo e per ogni angolo di Roma. Una città che ha amato e che a sua volta ha avuto l’onore di ricevere la visita e le attenzioni di un artista altrettanto grande. MJ amava leggere: possedeva una vasta libreria con volumi di ogni tipo; amava la poesia e il po-

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(Gessica) – Una domanda interessante, che ci aiuta a ricordare ai più che in fondo Michael Jackson era un semplice essere umano. Il suo rapporto con il cibo era piuttosto problematico. Spesso dimenticava di mangiare, ad ogni modo quando si nutriva, amava le verdure bollite e i dolci: era particolarmente goloso di cioccolata. Non beveva caffè ma molti succhi d’arancia e pochissimo alcol (apprezzava il vino però). Cercava di mangiare in modo sano, tuttavia quando si abbandonava a qualche golosità, si concedeva il pollo fritto Kentucky Fried Chicken (patatine comprese). In merito a questo i suoi figli di recente hanno dichiarato che lui cucinava spesso per loro e che era un “mago a fare i french toast”.

Il suo rapporto con i parenti era buono o conflittuale? (Alessandra) – La famiglia Jackson non è mai stata, per così dire, una famiglia modello. Il rapporto di Michael con i familiari è sempre stato di tipo conflittuale già dall’ infanzia, con un padre padrone violento: Joe Jackson. Il rapporto con i suoi fratelli ugualmente non è mai stato idilliaco. Questi si sono spesso dimostrati gelosi di Michael, delle sue grandi capacità, del suo successo e dell’indiscutibile fascino mediatico che possedeva. Finché erano tutti insieme, prima nei Jackson Five e poi nei Jacksons, le cose andavano meglio nonostante le spiccate qualità artistiche di Michael che surclassavano completamente le loro; il successo comunque era garantito per tutti. Quando MJ ha poi intrapreso la carriera solista ed è diventato la superstar che il mondo conosce, i fratelli hanno vissuto nella sua ombra subendone il fascino.


Quasi tutti in famiglia si sono approfittati di lui, dei suoi soldi e della sua popolarità, cercando di ritagliarsi spazi non sempre in maniera gentile. La Toya Jackson ha accusato più volte il fratello di quelle manie che i media gli attribuivano, salvo poi fare delle scuse pubbliche, ammettendo che era in cerca lei stessa di attenzioni mediatiche. Janet Jackson, sebbene abbia sempre avuto col fratello un buon rapporto, non sempre gli è stata vicina nei momenti difficili. Certamente il legame più problematico l’ha avuto con Jermaine Jackson, il fratello maggiore, che MJ considerava come un padre. È quello che ha sofferto di più la popolarità del Re del Pop, e che continua ancora oggi a tentare di emularlo, forse per un estremo tentativo di mettersi in evidenza. Ciononostante, abbiamo visto una famiglia Jackson unita nel difficile processo per molestie del 2005. Attualmente La Toya, Joe Jackson e Randy Jackson sono quelli che più di tutti si espongono mediaticamente in favore del fratello, continuando a dichiarare che è stato ucciso.

E’ stata dura entrare nell’entourage dell’artista? (Gessica) - C’è voluto un primo lungo viaggio negli States e altri a seguire; un grosso investimento di energie, molta determinazione, coraggio, passione, cocciutaggine, faccia tosta, sincerità e professionalità. La conoscenza della lingua Inglese ha aiutato molto, ma sicuramente da parte dello staff c’è stata molta collaborazione grazie anche agli input di rispetto e umiltà quali atteggiamenti tenuti in prima persona da Michael. Alcuni direbbero che ci vuole fortuna, ma la fortuna, si sa, aiuta gli audaci e la forte convinzione di poter fare qualcosa di concreto con, e per la star,ci ha aiutato non poco a costruire un rapporto durato 12 anni e improntato appunto sulla reciproca fiducia.

ridotto in miseria. Un artista del suo calibro, avrebbe potuto, tra un concerto, una produzione di cd contenente brani inediti, o con una qualsiasi altra trovata mediatica, risolvere i suoi “debiti” in un solo giorno. C’è molto di più dietro la sua morte annunciata! Esiste la tesi di un complotto che è iniziato nel 1993. Nel libro accompagniamo il lettore per mano nel caso Jackson, come già detto, con evidenze e prove concrete tali che il lettore stesso può verificare.

L’ipotesi più attendibile sulla sua morte? (Gessica) - Quella più famosa, cioè che il dottor Murray, medico personale di Michael, gli abbia iniettato una dose letale di propofol, tant’è che è indagato per omicidio colposo. E’ questa l’ipotesi più attendibile ? Difficile da dirsi ma facile immaginarlo e non solo. Michael Jackson vale più da morto che da vivo abbiamo detto. Molti hanno guadagnato moltissimo dalla sua morte che, ricordiamo, è omicidio e non morte casuale o suicidio… Speriamo che la verità venga fuori al più presto! Crediamo sia giusto che una volta per tutte paghino i colpevoli, le menti ideatrici di quest’ omicidio, e non solo il “braccio” assassino.

In questa breve intervista abbiamo dato un saggio o forse un accenno del profilo di Michael Jackson. Tutti aspetti interessanti che potranno essere approfonditi attraverso la lettura dei due volumi recentemente pubblicati dalle due autrici Gessica e Alessandra, a cui va il ringraziamento di Hyde ParK, e quello degli innumerevoli fans che il re del pop aveva e ancora ha nel nostro Paese.

Si perdoni la brutalità della domanda, ma anche sul patrimonio dell’artista corrono voci. Michael rende più da vivo o da morto? (Alessandra) – Il motivo per cui è stato ucciso è questo: Michael vale più da morto che da vivo! Una settimana dopo la sua dipartita, gli scaffali dei negozi di musica erano già vuoti. MJ ha raggiunto così oltre il miliardo di copie vendute, una cifra astronomica e mai raggiunta nella storia della discografia. È stato l’artista che ha venduto di più nel 2009. Il film documentario THIS IS IT è stato il più visto nella storia dei film musicali. La sua morte ha prodotto un’enorme campagna pubblicitaria che si è autoalimentata a costi irrisori e con un ritorno economico da capogiro. Certamente, se Michael Jackson fosse stato vivo, e avesse voluto montare su una campagna promozionale della stessa potenza e intensità emotiva che si è avuta con la sua improvvisa e misteriosa morte, avrebbe dovuto spendere un patrimonio. Si è anche detto che Michael era finito sul lastrico, ma le cose non stanno esattamente così. Nel libro è spiegato molto bene: certamente non stava passando un periodo roseo, ma non è vero che era

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Isaac Hayes “Ascoltando alcuni suoi pezzi come Never Can Say Goodbye, o Walk On By ci si rende conto di essere di fronte ad una delle pietre miliari della musica internazionale”

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Spesso ascoltando certi vecchi album di grandi geni musicali come Marvin Gaye, James Brown, Donny Hathaway; viene da chiedermi che effetto abbia fatto, e cosa provarono coloro che ebbero l’onore di ascoltare certi capolavori quando erano delle novità, quando quegli album , quei singoli erano in classifica. Chissà se qualcuno ha mai pensato 20-30 anni fa che a distanza di anni quegli stessi titoli, sarebbero diventati fonte d’ispirazione per molti artisti e che sarebbero diventati simboli del Soul. Uno degli artisti che più hanno suscitato in Me questa curiosità è stato ed è Isaac Hayes. Ascoltando alcuni suoi pezzi come Never Can Say Goodbye, o Walk On By ci si rende conto di essere di fronte ad una delle pietre miliari della musica internazionale. 2 capolavori della musica Soul (il primo dei Jackson 5 e il secondo di Dionne Warwick e Burt Bacharach) reinterpretati in modo unico ed inconfondibile da Isaac Hayes che dona a questi classici una nuova identità, un nuovo sapore che fa si che la sua versione sembri radicalmente diversa dall’originale. Un artista polivalente, dal 2002 nella Rock’n’Roll Hall Of Fame, che nasce come autore di testi, per poi iniziare a cantarli in prima persona. Se non avete mai sentito parlare di Mr.Hayes, sappiate, giusto per avere idea di chi sia, che è l’autore di pezzi come Soul Man (chi non l’ha ascoltata o ballata almeno una volta?!?!), interpretata per la prima volta da Sam & Dave che è entrata nella Rock & Roll  Hall Of Fame ed è tra le migliori canzoni del secolo (RIAA). Ma la sua carriera da musicista inizia quando a 5 anni cantava di

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DI Flavio De Luca a.k.a. Yayo

già nel coro gospel della sua parrocchia della sua città. Genio fin da piccolo, imparò a leggere la musica e a suonare da autodidatta il piano, l’organo Hammond, il flauto traverso e il sassofono. I primi anni 60 sono l’inizio della carriera di Hayes, quando scrive dei pezzi per Sam & Dave e si unisce alla Stax Records, rivale principale del colosso Motown. Dopo un album di debutto senza successo, con poco lavoro alle spalle, nel 1969 esce “Hot Buttered Soul” un album che vede in cima alla playlist di solo 4 tracce proprio Walk On By di cui vi parlavo prima, in una rivisitazione di ben 12 minuti di puro spettacolo musicale con chitarre psichedeliche, che ricordano a tratti quella di Jimi Hendrix, e le coriste in fondo di chiaro stampo black. Si fa fatica a paragonarlo alla versione originale di Dionne Warwick (per altro splendida), proprio per l’originalità del remake. A seguire il brano dal titolo scioglilingua Hyperbolicsyllabsesquedalymistic, su base funk ma interpretato dalla voce semi-baritonale di Isaac Hayes, con i soliti cori della Stax. Le altre 2 tracce sono One Woman e la ipnotica e geniale By The Time I Get To Phoenix di Jimmy Webb e portata al successo da Glen Campbell nel 1967; che ci portano in uno scenario metropolitano buio, un racconto di vita quotidiana in 18 minuti che dopo la prima metà di parlato con flebile accompagnamento di batteria, parte in un crescendo spettacolare di fiati e archi che se si ascoltano accompagnati alle parole e alla voce bassa e calda di Isaac suscitano un’ emozione particolare che pochi brani riescono a suscitare. Definito da molti un capolavoro, Hot Buttered Soul è sicuramente uno dei lavori migliori di Mr. Hayes ma ben poco in confronto


al successo che avrà 2 anni dopo con la pubblicazione della colonna sonora, interamente composta e suonata da lui stesso, di un film storico come Shaft (diretto da Gordon Parks). Vi chiederete: Ma perché storico? Di sicuro molti non avranno mai ne visto ne sentito parlare di John Shaft! Bene, è un film storico perché è simbolo della Blaxploitation, un movimento cinematografico che prevede attori, registi afroamericani e colonne sonore soul e funk, il tutto per dare più importanza alla cultura nera, film nati esclusivamente per il pubblico afroamericano, ma diretto a tutti per smentire gli stereotipi che giravano all’epoca sugli afroamericani, considerati solo spacciatori o gangster. La figura di John Shaft (interpretato da Richard Roundtree) è autorevole, sicura di sé, razionale e soprattutto sta dalla parte della legge. Infatti John Shaft è un detective che se ne va in giro per New York (Harlem in particolare) per trovare la figlia scomparsa di un gangster nero. Il film fu un successo al botteghino e ricevette in seguito un Oscar per la miglior canzone per Theme from Shaft di Isaac Hayes e una nomination per Migliore Colona sonora… Già la colonna sonora. Un concentrato di funk e soul da farne una piacevole scorpacciata, arrangiamenti e produzione interamente curati dal grande Isaac in un modo assolutamente perfetto. È stata definita da molti appassionati di cinema, la più bella soundtrack mai realizzata, di sicuro una delle migliori del genere funk, e  insieme a Superfly di Curtis Mayfield, simbolo musicali della Blaxploitation. Probabilmente senza una colonna sonora del genere il film non avrebbe avuto tanto successo! Il brano più importante dell’album è senza dubbio Theme from Shaft, che inizia con un’introduzione inconfondibile con un incalzante riff batteria e un wah wah da pelle d’oca in seguito accompagnati da tastiere (suonate dallo

stesso Isaac), fiati e percussioni varie. Oltre 2 minuti di puro funk prima del breve testo che descrive la figura di John Shaft, con un coro di voci femminili che ripetono il nome di Shaft in risposta alle domande poste da Isaac. Theme from Shaft vinse un Academy Award come miglior canzone nel 1972 e diventò uno dei pezzi simbolo del periodo e sicuramente ancora oggi uno dei pezzi funk più amati di sempre. Sempre nel 1971, viene pubblicato un altro grande album di Isaac Hayes, “Black Moses”, altro grande lavoro sotto la Stax. Un album per lo più di cover di vecchi classici ai quali Black Moses appunto, come verrà soprannominato dopo l’uscita di questo album, dona nuova linfa vitale o, se vogliamo, una vera e propria rivisitazione. Come vi dicevo in precedenza, le cover di Isaac sembrano pezzi inediti, tanto è originale la sua reinterpretazione. Ci sono pezzi come la celebre Never Can Say Goodbye dei Jackson 5, (They Long to Be) Close to You, di Burt Bacharach e portata al successo dai Carpenters, Man’s Temptation di Curtis Mayfield, I’ll Never Fall In Love Again sempre di Bacharach ma portata al successo da Dionne Warwick e altre tracce. Black Moses è stato definito dallo stesso Hayes uno dei suoi album più cari e personali, nonostante si trattasse di un album di cover. L’immagine sulla copertina dell’album, di lui stesso vestito da Mosè è diventato un vero è proprio simbolo nella cultura nera del tempo. Grandi occhiali neri da vero Soul Man e tunica biblica come un vero predicatore. “Black men could finally stand up and be men because here’s Black Moses; he’s the epitome of black masculinity. Chains that once represented bondage

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and slavery now can be a sign of power and strength and sexuality and virility” Rob Bowman  – Soulsville U.S.A.: The Story of Stax Records. Negli anni successivi Isaac Hayes continua a registrare album, nel 1973 esce “Joy”, un buon album ma un po’ in ombra rispetto al grande successo dei due album precedenti; seguito a ruota da “Live at the Sahara Tahoe” un doppio album live pubblicato come omaggio ai fans. Nel 1974 la Stax Records dichiara bancarotta e Hayes, rimasto “a piedi” fonda una propria etichetta, la Hot Buttered Soul che avrebbe pubblicato i lavori sotto la ABC Records. I nuovi lavori del Black Moses non sono all’altezza dei precedenti. La delusione è tale che Isaac decide di lasciare il mondo della musica per dedicarsi ad altro. Negli anni successivi Isaac non ha comunque mai abbandonato il palcoscenico. Oltre a diversi duetti e collaborazioni, è apparso in molti film e serie tv come The Rockford Files dove ebbe un vero e proprio ruolo da attore. Diverse comparsate in serie come Miami Vice, A-Team, e nel 1995 anche Willy The Fresh Prince Of Bel-Air, dove interpretò un prete di Las Vegas che imita Isaac Hayes che sposa Willy e la sua fidanzata sulle note di una divertente parodia di Theme from Shaft. Alla fine della gag, Isaac si becca anche un insulto da Willy che gli dice che la sua imitazione di Isaac Hayes fa schifo! E Isaac mortificato chiede alle coriste:   «Perchè? Ero così bravo!». Il successo di Mr. Hayes in tv non termina qui perché nel

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1997 diventa doppiatore della controversa serie animata South Park, donando la sua voce al personaggio “Chef ”, il cuoco della mensa scolastica. Fu un successo, e la canzone Chocolate Salty Balls, che canta lo Chef in un episodio divenne una hit in gran Bretagna. Hayes partecipò anche negli episodi musical di South Park come South Park: Bigger, Longer & Uncut. Nel 1999 nasce la Isaac Hayes Foundation e nel Febbraio 2006 appare in Youth for Human Rights International, un video musicale di un gruppo benefico della chiesa di Scientology, della quale Isaac è membro. Hayes partecipò a numerose iniziative umanitarie in Ghana e in varie zone dell’Africa. Nel Marzo del 2006 i notiziari comunicano che Isaac Hayes ha avuto un ictus anche se le voci sono più volte smentite. Nell’Ottobre 2006, lo stesso Isaac, scampato al pericolo confermò la diagnosi iniziale. 2 anni più tardi, il 10 Agosto 2008, Mentre si sta allenando sul suo tapis-roulant, Mr.Hayes ha un nuovo infarto, quando sua moglie lo trova a terra è troppo tardi, inutili sono i soccorsi. Isaac Hayes muore 10 giorni dopo aver compiuto 66 anni. Il genio di Isaac Hayes sta nella sua capacità d’interpretazione unica. Voce bassa, calda e passionale… inconfondibile… da brividi. Capacità uniche anche sotto l’aspetto musicale, basti pensare agli arrangiamenti e alle produzioni di Shaft. Innovative e originalissime all’epoca, sacre pietre miliari oggi. Intoccabili cimeli da collezione da tramandare ai posteri.


Gary Nock

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l mondo è pieno di persone dotate di talento e nella maggior parte dei casi suddetto talento resta fra quattro mura. Per fortuna ci sono dei casi in cui il talento viene premiato e si fanno degli incontri che fanno sì che quel talento venga fatto ascoltare a più gente possibile. Se in Italia queste cose non accadono più, negli altri Paesi europei per fortuna sì. È il caso del Regno Unito che si prepara a lanciare l’ennesimo talento: Gary Nock. Imbracciata la chitarra a 18 anni quasi per caso, Gary Nock ha passato ore ed anni a suonare nella sua cameretta (i video su youtube lo testimoniano) e poi in giro per locali e sul palco più difficile: la strada.

DI VERONICA ERACLEO myspace.com/garynock

Con la passione dei Beatles, di Tracy Chapman, Bob Dylan, Simon & Garfunkel, Bob Marley e The Kinks, Gary Nock ha composto le sue canzoni, alcune delle quali si possono ascoltare sul suo Myspace. Small town lies, qui in versione demo, è una di quelle canzoni che ti entrano subito dentro, con degli accordi semplici e con quella voce che ricorda un po’ James Blunt. Una canzone che riecheggia immediatamente nella mente di chi la ascolta. Gary Nock non ha inventato un genere, non ha creato nulla di nuovo, ma ha comunque tutto il diritto di essere lanciato a livello europeo dalla sua etichetta. Il suo ep d’esordio, This house, potrete trovarlo presto su i-tunes. Segnatevi il suo nome perché ne sentirete presto parlare.

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PARTY DI NATALE

DI LALLA

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yde mi ha chiesto di organizzare un party di Natale con gli amici di sempre. I soliti 5, insomma. Più noi due... Una cena per 7? E se preparassi un buffet? Insomma, allora ho detto sì? SI ’I’I’I’I’I’I’I’I’I’I’I’I’I’I’I’I ’I’I’I’I’I’I’I’I’I’I’I’I’I’I’I’I ’I’I;-)

PARTY DI NATALE 1) SCELTA DELLA DATA

“Natale con i tuoi e Pasqua con chi vuoi”, giusto? Giusto, allora io il PARTY lo piazzo il giorno prima che tutti vadano dalle proprie famiglie! Natale è SABATO 25, ed io fisso il PARTY il SABATO precedente: il 18/12/2010. Mi sembra perfetto ;-) Preparerò degli inviti, personalizzati ad personam. Serviranno anche da memorandum, sai con data, ora, ecc. ecc. Quei foglietti colorati che ho in scrivania fanno al caso ;-) Se sapessi fare l’ORIGAMI creerei 6 oggettini diversi e sfiziosi. Va be’... guardo un po’ qui: http://www.origami-cdo.it/modelli/modellisemplici.htm

2) PRANZO, CENA o BUFFET?

Io preferisco sempre la sera. Dunque, CENA sia. Sì, sì, seduti, ordinati, buoni, buoni ;-) Siamo 7, certo fossimo stati tanti, avrei fatto il buffet, ma... 7 è 7: ci stiamo a tavola!

3) MUSICA

Devo chiedere a Hyde di preparare lo stereo. Nei bigliettini-invito chiederò all’invitato di portare i suoi CD preferiti ;-) Grandioso: a turno, mangiando, mangiando, ascolteremo la nostra musica preferita. YES!

4) DECORAZIONI

Devo pensare a come addobbare la tavola e un po’ tutta la camera e... l’entrata! Sì, l’entrata ;-) Le luci uguali a quelle dell’albero fanno al caso. E se scrivessi i nomi degli invitati sulle pareti? Luci colorate e scotch... magari il nastro adesivo colorato ;-) Farò anche delle frecce che indicano la stanza da pranzo (sì, sì... CENA, vabbè).

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La tavola, OK: tovaglia rigorosamente ROSSA con 7 centrini (di carta e fatti a mano http://www.saperlo.it/guida/come-fare-deicentrini-di-carta-17323/) come sottopiatti ;-) Farò dei segnaposto carini, così decido io CHI si siede vicino a CHI (IO VICINO A HYDE, ad es.) Scriverò col pennarello nero i nomi di tutti su palline dell’albero. Quelle piccole, dorate vanno benissimo ;-) Le poggio sul tavolo, o proprio su o NEL piatto. Al centro cosa metto? Al centro, certo! CANDELE, PALLINE, FIORI, CESTINI.... Di sicuro fa un po’ “chitch” ma TANTO carino, allegro, sfizioso ;-)

5) MENU’

Farò il solito aperitivo con stuzzichini (ARACHIDI, PATATINE, OLIVE BIANCHE, BISCOTTINI SALATI), antipasto misto (BOCCONCINI DI MOZZARELLA E I BIGNE’ AI FUNGHI), poi la lasagna, i bocconcini di salsiccia coi borlotti, le frittatine (ai carciofi, alle zucchine, melanzane, peperoni...) a spicchietti, l’insalata, la frutta (fresca e secca) e... i DOLCIIIIIIIIII ;-) (Va bene la ZUPPA INGLESE, la CIAMBELLA, la TORTA BICOLORE e...). Si beve ACQUA (gassata e NON), vino ROSSO e SPUMANTEEEEEEEEEEEEEEEEE ;-)

* BIGNE’ AI FUNGHI: Verso i funghi del barattolo in padella e li insaporisco con poco olio e una noce di burro. Q u a n d o sono belli morbidi, morbidi, li ricopro con un brick di panna da cucina e del formaggio grattugiato. Sale, pepe e... giro per bene e tolgo dal fuoco. Pratico un’incisione sulla calotta dei bignè (quelli GIA’ pronti) e da questa fessurina inserisco i funghi in crema. Li faccio scaldare in forno per qualche minuto e....... SORRIDO!

** BOCCONCINI DI SALSICCIA COI BORLOTTI: Faccio rosolare per bene i miei bocconcini di salsiccia. Tutt’intorno, di qua e di la... uaaaaaa, schizzi di grasso ovunque. Mi deprimo, fustigo, arrabbio, piango, innervosisco, urlo? Ma va’. Io ci sguazzo! :-) Fatti i loro giretti nell’olio, faccio rosolare l’aglio (CHE POI TOLGO) ed il peperoncino. Schiaccio 2-3 pomodori pelati, e lascio sul fuoco 1 minuto, salando. Quindi... aggiungo i miei fagioli rossi. Mi serve un po’ di liquido per far cuocere il tutto. TANTO PER COMINCIARE, il liquido dei borlotti nel barattolo (MICA tutto?), poi... un po’ d’acqua o di vino. Sì: un


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bicchiere di vino rosso; ½... và! Lascio cuocere (ed insaporire) un po’ e............. SORRIDO!

*** FRITTATINE: Con i piselli e pancetta? Con i funghi trifolati? Con le melanzane a funghetti? Gli spinaci alla giudea? Con le zucchine? Va bene tutto! :-) Sbatto le uova (2 per ogni frittata) e vi aggiungo un pizzico di SALE, e di PEPE e di FORMAGGIO GRATTUGIATO e... giro, e rigiro con la forchetta. Quando la padella è pronta, ci verso l’uovo dentro e... faccio cuocere rastrellando con la forchetta. Quando è più o meno scomparso tutto l’uovo liquido, ci poggio su le mie zucchine (melanzane, carciofi, piselli...), TUTTE da un lato, a mezzaluna e qualche pezzetto di formaggio, o una sottiletta, o provola, mozzarella...CHIUDO la frittata con la mezzaluna libera, aspetto un attimo che finisca di cuocere, fonda e amalgami e... rivolto nel piatto e SORRIDO :-) **** CIAMBELLA: Verso un po’ meno di ½ pacco di farina [400 gr??? :-)] in una zuppiera bella capiente. Prendo l’unica che ho... eheheh...ed unisco la bustina di zucchero vanigliato, un pugnetto/presa/pizzicotto di sale ;-) ed il lievito (= SOLITA bustarella per dolci – qui, c’è scritto: DOSE DA ½ Kg. Ci troviamo!) Ci tuffo dentro 4 uova e rimescolo fino ad ottenere un impasto bello omogeneo. Come dire? COMPATTO, MORBIDO, LISCIO, CREMOSO, VELLUTATO. Slurp :-) CI SIAMO... quasi ;-) Imburro lo stampo (per ciambelle), ci verso dentro il composto “slurp” e inforno a 180° per mezz’ora o poco più. Facciamo 40 minuti? Poi lo tolgo e faccio raffreddare............. eeeeeeeeeeeeecciùùùùùùù ;-) IN QUEI 40 min.... :-)

ho schiacciato e rischiacciato la ricotta fino a renderla morbidissima, l’ho zuccherata con 3 cucchiai di... zucchero (OVVIAMENTE) e 4 di miele (io ho quello di eucalipto). Vi ho unito, poi, 3 rossi d’uovo ed ho girato e rigirato. E... SORRISO e assaggiato :-) FARCIAMO LA CIAMBELLA, ADESSO! Prima, la taglio a metà. Così: orizzontalmente, formando due anelloni. Su quello “pronto a ricevere” :-) ho steso la ricotta, e... HO CHIUSO con l’altra metà. Come la guarnisco? PANNA MONTATA? :-) FRAGOLE? :-) Sì: PANNA MONTATA e FRAGOLE :-)

***** TORTA BICOLORE AL CAFFE’: Sbatto, prima, i ROSSI d’uovo (5 possono bastare), insieme agli 8 cucchiai di zucchero ed il burro ammorbidito (5 cucchiai. Belli pieni). Poi, aggiungo ¼ di pacco di farina (circa 200gr) e la bustina di lievito per dolci. Mescolo, giro, impasto... Monto a neve gli albumi, lasciati soli, soli da parte e... li riverso nel composto. Mescolo, per bene, il tutto. Divido la pasta in 2, ed in una aggiungo una buona e bella tazza di caffè ;-) Nell’altra parte, riverso la bustina di vanillina. Nella tortiera, alterno i due impasti facendoli abbracciare, toccare, BALLARE, GIOCARE A GIROTONDO ;-) ... e... INFORNO a 180° per una mezz’oretta. Una spolverata di zucchero a velo mi serve per decorare. P.S. Nei miei cucchiai ci vanno sempre 25 gr di roba. + o -

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OROSCOPO DICEMBRE 2010 SEGNO DEL MESE “SAGITTARIO” l segno del Sagittario è un segno mobile, di Fuoco, maschile. Il Sole lo attraversa tra il 23 novembre e il 22 dicembre. Corrisponde alla IX casa. Simboleggia l’evoluzione dell’individuo, i grandi viaggi fisici e mentali, la religione, la legge, la libertà. I nati sotto il segno del Sagittario sono estroversi, ottimisti, hanno fiducia in sé, sono ambiziosi, conformisti e possiedono un’irrequietezza di fondo sia fisica che spirituale. L’entusiasmo con cui si gettano coraggiosamente nelle imprese più audaci è un po’ infantile. Rifiutano la routine e la monotonia. Mancano di coerenza e sono spesso opportunisti. In amore sembrano più superficiali di quanto lo siano in realtà. Sono propensi all’avventura ma se incontrano l’anima gemella saranno fedeli. Sono genitori teneri, affettuosi e protettivi. Nel lavoro riescono bene come insegnanti, molto portati per le lingue sono buoni traduttori e organizzatori di viaggi e guida di gruppi. L’attitudine sportiva può farli diventare istruttori di vela,di sci, di tennis.Il loro rapporto con il denaro è molto elastico. Possono spendere una grossa cifra per un viaggio e poi restare al verde per molto tempo. Raramente la situazione economica di un Sagittario si mantiene solida e stabile per tutta la vita. Raramente la situazione economica di un Sagittario si mantiene solida e stabile per tutta la vita. Ha un ottimo rapporto con la famiglia d’origine e sarà sempre legato alla figura materna. Finché non si sposa non ci penserà proprio ad andare a vivere da solo.

DI MARIANGELA PRINCI ARIETE (21/03-20/04): chi è solo avrà

molti incontri e avventure erotiche. Le coppie saranno coinvolte nelle questioni della famiglia di origine riguardanti proprietà, case da ristrutturare, situazioni legali da sciogliere. La prima parte del mese sarà più ostica con un Marte in cattivo aspetto che rende più nervosi e impulsivi del solito. Le problematiche di lavoro vi seguiranno fino alla vacanze di Natale. Avrete gratificazioni dall’ambiente lavorativo ma anche critiche e inganni.

TORO (21/04-20/05): l’amore, in generale,

va bene nonostante l’aspetto negativo di Venere che non favorisce scenari “mielosi”. Il sostegno di Marte vi renderà particolarmente focosi. Nè beneficeranno soprattutto i giovani del segno nei loro primi approcci amorosi. Sarà un Natale speciale se saprete osare. Nel lavoro saranno particolarmente favoriti i contatti con il lontano e i lavori che hanno a che fare anche con l’estero. Mentre si registreranno difficoltà con i colleghi, in particolare con quelli di sesso femminile.

GEMELLI (21/05-21/06): fino a giorno

7 Marte negativo vi renderà nervosi e permalosi. Il partner si stancherà di star dietro a tutte le vostre idee. Andrà molto meglio la seconda parte del mese dove i pianeti, prima in aspetto negati-

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vo, diventeranno “neutrali”. Si prospetta un Capodanno esaltante per chi è solo con incontri davvero intriganti. Probabilmente arriveranno buoni risultati sul lavoro prima di Natale. Giove e Urano in aspetto negativo e nel settore del successo poterebbero provocare dei capovolgimenti imprevisti ma che riuscirete ad affrontare.

CANCRO (22/06-22/07):

mese difficile per i rapporti di coppia. Soprattutto quando Marte, Mercurio e Plutone saranno congiunti nel vostro settore del matrimonio. Ci sarà molta tensione. Si dovrà discutere per rivedere le regole di convivenza. Risolverete tutto grazie all’appoggio di Giove e di Venere e vi riscoprirete più innamorati di prima trascorrendo le feste natalizie serenamente. Sul lavoro si registreranno scontri con i colleghi ma la vostra figura professionale sarà in ascesa. Buone occasioni per fine mese.

LEONE (23/07-23/08):

fino a giorno 7 Marte manterrà alta la passione. L’aspetto favorevole di Mercurio dal 19 favorirà il dialogo e chiarirete molte cose con una donna di famiglia. Chi è in coppia da poco passerà un Natale a dir poco magico con la notizia di un figlio in arrivo. Nel lavoro cercate di concludere entro il mese tutte le questione in sospeso in vista di un 2011 carico di novità e occasioni insperate. Possibilità per chi è in cerca del primo lavoro. Soldi in entrata.


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VERGINE (24/08- 22/09):

il cielo indica che intorno al giorno 14 potrebbe esserci una svolta importante nel vostro rapporto d’amore. Chi non ha ancora avuto modo di chiarire delle situazioni con il partner a causa dei molti impegni di lavoro, potrà farlo ora per ritrovare un po’ di armonia e trascorre in tranquillità il Natale. La prima parte del mese sarà favorevole agli incontri per chi è solo. Dopo il 18 avrete il favore di Mercurio per prendere le decisioni giuste sul lavoro. Venere favorirà le occasioni di nuovi contatti con ambienti che vi interessano.

BILANCIA (23/09-22/10):

le stelle indicano tensioni in casa per problemi legati ai figli o alla gestione domestica. Il partner si sentirà trascurato perché i vostri pensieri dominanti riguarderanno il lavoro e il modo di far crescere i guadagni. Intorno al 14 sarà necessario un chiarimento. Le storie che nasceranno in questo mese non promettono bene. Sul lavoro il clima sarà incerto e instabile. Evitate di prendere decisioni impulsive e se proprio il vostro lavoro non vi piace più, programmate qualcosa di nuovo dopo il 19. Buoni investimenti finanziari.

SCORPIONE (23/10-22/11): l’amore e la passione ritornano a splendere in questo mese con il transito positivo di Venere nel vostro segno e l’appoggio di Giove e Urano. Tante occasioni per incontrare l’anima gemella e momenti magici per chi è in coppia. Concluderete bene il mese con la Luna nel segno e vivrete un indimenticabile Capodanno. Gli affari andranno alla grande e avrete molte idee valide per la vostra attività indipendente. Le stelle vi favoriscono nel gioco ma siate prudenti.

SAGITTARIO (23/11-21/12):

l’amore sarà un po’ sottotono. I troppi impegni con la famiglia compresa quella di origine vi stresseranno alquanto. Andrà meglio dopo il 18. Le stelle consigliano di ritagliarvi uno spazio con il partner. Evitate di discutere il giorno di Natale e lasciate alle spalle il passato. Nel lavoro ci saranno delle prospettive interessanti che vi stimoleranno facendovi ritrovare la grinta. Arriveranno anche gratificazioni lavorative e dopo il 21 vi libererete di una collaborazione insoddisfacente.

CAPRICORNO (22/12-20/01):

Marte entrerà nel vostro segno giorno 8 e vi regalerà un risveglio passionale e un rinnovato desiderio d’amore. Per chi vive un sentimento vero, la difficoltà è rappresentata dalla vostra inquietudine che ostacola un dialogo sereno. I più giovani del segno vivranno storie cariche di pathos e fisicità. Le storie fragili si chiuderanno. Trascorrerete un Natale calmo e senza le polemiche abituali. Nel lavoro qualcuno vi ostacola gettando ombre sulla vostra figura professionale. Tra il 6 e il 14 del mese potreste avere una rivalsa. Mercurio porta nuove idee e favorisce i cambiamenti.

ACQUARIO (21/01-19/02):

Venere resterà in aspetto negativo per tutto il mese. Questo vi renderà meno ottimisti e tenderete a chiudervi in voi stessi. Se il vostro rapporto è solido, il partner capirà e dopo il 18 sarete nuovamente disponibili a chiarire eventuali problemi. C’è il rischio di passare il Natale litigando per la troppa tensione nervosa che avvertirete. Qualcun altro invece proverà ad assecondare il forte desiderio di avere un figlio. Le stelle indicano che è arrivato il momento di cambiare lavoro se è quello che volete. Ci saranno novità, buone occasioni e qualche amico sincero potrebbe darvi ottimi consigli. Arriveranno dei soldi.

PESCI (20/02-20/03): sarete favoriti sot-

to il profilo sentimentale grazie al benefico aspetto di Venere. Chi è solo da tempo o sta soffrendo per una storia chiusa male troverà presto qualcuno che lo farà innamorare perdutamente. Sorprese per Natale. Andrà bene anche per le coppie. Nel lavoro sarà un buon momento per chiedere gratifiche o promozioni. Buone opportunità di incrementare i guadagni per chi ha un’attività indipendente. Le nuove collaborazioni nasceranno sotto buoni auspici.

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IL FASCINO INTRAMONTABILE E MISTERIOSO DELLA DAKAR NONOSTANTE IL “TRASLOCO”IN ARGENTINA E CILE, IL RALLY RAID È ANCORA MOLTO SEGUITO DI ANTONIO BORGHESE

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l celebre aforisma “la vera sfida è superare se stessi”, è ciò che meglio sintetizza lo spirito temerario col quale si partecipa ad una delle gare più affascinanti, autorevoli, ma anche rischiose, del panorama motoristico mondiale. Il riferimento non va ad un particolare Gran Premio di Formula 1, oppure della MotoGp. Bensì è indirizzato al rally raid che ha stregato migliaia di piloti, professionisti ed amatoriali, oltre ad un folto numero di appassionati: la Parigi-Dakar, o se preferite, semplicemente “la Dakar”, visto che nell’ultimo decennio quasi mai si è partiti dalla città della Torre Eiffel. Al contrario, la capitale del Senegal è pressoché sempre stata teatro dell’arrivo, di quegli ultimi chilometri percorsi sulle suggestive sponde del Lago Rosa (di nome e di fatto), a coronamento di un’avventura massacrante, ma al tempo stesso adrenalinica. Avventura nella quale la protagonista indiscussa è, anzi era, come avremo modo di vedere in seguito, l’Africa, con i suoi sconfinati deserti, le dune alte come montagne e le notti, freddissime, da trascorrere a tu per tu col cielo stellato. Sabbie da solcare tra mille insidie, sfrecciando con la propria moto, auto, camion o quad, facendo esclusivamente affidamento al senso dell’orientamento nelle tappe speciali“marathon”, giornate del rally dove è proibito l’utilizzo della navigazione GPS. Faci-

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lissimo rasentare lo smarrimento, soprattutto quando i deserti rispondono al nome di Tenerè o Sahara. Accadde allo stesso ideatore della Dakar, il francese Thierry Sabine, il quale nel 1977 rischiò di perdersi nel Deserto del Tenerè durante il raid Abidjan-Nizza, episodio che diede a Sabine,anziché miraggi, il “lampo di genio” per creare, due anni dopo, quello che sarebbe diventato il rally raid più famoso del mondo, la Dakar appunto. Dove il taglio del traguardo finale è una vittoria per tutti i partecipanti che riescono ad arrivarci, a prescindere dalla posizione ottenuta in classifica, data l’elevata pericolosità del raid, che troppe volte ha riempito di lacrime gli aridi deserti attraversati, per le morti di piloti ed addetti ai lavori, tra cui anche il fondatore Sabine, precipitato con l’elicottero insieme ad altri quattro componenti dell’equipaggio, nel 1986. E non si può non ricordare il nostro Fabrizio Meoni, un grande campione che ha dato lustro all’Italia motociclistica, vincendo due edizioni della Dakar (nel 2000 e nel 2001), scomparso a 47 anni a causa di una rovinosa caduta proprio nella “sua” Mauritania, dove il toscano riusciva sempre a fare la differenza e ad infliggere pesanti di-


HYDE SPORT

FLICKR.COM/PHOTOS/alexcampro stacchi ai suoi avversari. Fabrizio aveva l’Africa nel sangue, al punto tale da voler andare oltre il semplice aspetto sportivo, e fare qualcosa di concreto e solidale per le popolazioni disagiate di quelle zone. Da qui la nascita della “Fondazione Fabrizio Meoni”, la quale anche dopo la morte dello sfortunato pilota, continua, per volere dei familiari, a sostenere e portare avanti progetti in Senegal, Uganda, Tanzania e Sudan. Prima di partire per l’ultima, poi rivelatasi fatale, Dakar Meoni dichiarò che sarebbe coincisa col suo commiato dall’attività agonistica. Cosa spinge, però, un uomo di 47 anni, sportivo già affermato, con moglie e figli, a rimettersi in gioco in un raid così impegnativo? Io credo che la risposta risieda nel cosiddetto “mal d’Africa”, cioè quella nostalgia talmente forte, da indurre (in questo caso) chi appena taglia il traguardo posto sulle rive del Lago Rosa, ma anche molti che si sono fermati ben prima, ad iniziare a contare i giorni mancanti all’appuntamento dell’anno successivo. Nel 2008, però, contare si rivelò inutile, perchè il rally, per la prima volta in quasi trent’anni di storia fu cancellato per motivi di sicurezza. L’uccisione di 4 turisti francesi nella regio-

ne di Aleg (Mauritania) il 24 dicembre 2007, convinse gli organizzatori ad optare per un annullamento totale della corsa, che causò il timore di partecipanti e sostenitori, che il provvedimento si sarebbe esteso anche agli anni a venire. Timori smentiti solo in parte, perché nel 2009 la Dakar sì rinasce, ma di quest’ultima rimangono solo il nome della manifestazione ed il periodo in cui la stessa si svolge, ossia le prime due settimane di gennaio. La carovana “trasloca” in Argentina e Cile, i cui paesaggi sono senz’altro lodevoli, però differenti rispetto a quelli ammirati nel continente africano Non mancano tappe molto impegnative, come quelle da disputare nella zona della cordigliera della Ande, che comprendono ad esempio le bianche dune di Fiambalà ed il vasto deserto di Atacama. Anche per l’edizione 2011 della corsa è prevista la presenza di tutti i “big”, plurivincitori sia della Dakar “classica”, sia della “nuova” Dakar. Nella categoria moto, il favorito numero 1 è sicuramente il detentore del titolo, il francese Cyril Despres su KTM., che punta a conquistare la sua quarta Dakar ed eguagliare così il bottino di successi del nostro Edi Orioli. Deputato ad impedire il poker, lo spagnolo Marc Coma, compagno di marca di Despres e con al suo attivo due Dakar vinte. Da segnalare il deciso impegno dell’Aprilia, presente con 13 moto, di cui cinque ufficiali ed otto private. Punta di diamante della casa di Noale il pilota cileno Francisco Lopez, giunto terzo nella passata edizione. Per ciò che concerne i quad, l’argentino Marcos Patronelli non potrà difendere il titolo. Pronto ad approfittarne il ceco Machacek. Tra le auto, invece, obblighi del pronostico per il campione in carica, Carlos Sainz. Lo spagnolo della Volkswagen ha dimostrato di saper far valere tutta la propria esperienza e classe. Occhio però al francese, al volante della BMW, Stephane Peterhansel, ovvero colui che può vantare, nella storia della Dakar, il maggior numero di titoli vinti: 9, di cui 6 tra le moto e 3 tra le auto. Al via anche due Fiat “PanDakar”, elaborate dal team “Orobica Raid”, mentre c’è curiosità per il debutto in un rally raid della Mini Countryman, il cui “battesimo” è stato affidato al pilota francese Chicherit. Infine, per i camion, la Iveco, con al volante l’olandese De Rooy, proverà a contrastare l’egemonia della squadra russa Kamaz, capitanata dall’asso Vladimir Chagin, già trionfatore cinque volte tra gli autocarri. In totale, i veicoli iscritti alla Dakar Argentina-Cile sono 430, in aumento rispetto ai 362 del 2010, a dimostrazione di una buona presenza anche di amatori. Il direttore della competizione, Etienne Lavigne, non ha comunque escluso un ritorno in Africa per il 2011: la sicurezza va sostenuta, così come vanno capiti i sostenitori della Dakar “classica”che hanno esultato alla notizia, in preda a quel “mal d’Africa” che, se ci sei stato almeno una volta nella vita, non ti passa più.

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BUON NATALE

Albanese:Gezur Krislinjden Arabo: Idah Saidan Wa Sanah Jadidah Basco: Zorionak eta Urte Berri On Boemo: Vesele Vanoce Bretone: Nedeleg laouen na bloavezh mat Catalano: Bon Nadal i un Bon Any Nou Ceco: Prejeme Vam Vesele Vanoce a stastny Novy Rok Cinese (Cantonese): Gun Tso Sun Tan’Gung Haw Sun Cinese (Mandarino): Kung His Hsin Nien bing Chu Shen Tan Cingalese: Subha nath thalak Vewa. Coreano: Sung Tan Chuk Ha Croato: Sretan Bozic Danese: Glædelig Jul Estone: Ruumsaid juuluphi Fiammingo: Zalig Kerstfeest en Gelukkig nieuw jaar Filippino: Maligayan Pasko Finlandese: Hyvaa joulua Francese: Joyeux Noel Gallese: Nadolig Llawen Giapponese: Shinnen omedeto. Kurisumasu Omedeto Greco: Kala Christouyenna Indonesiano: Selamat Hari Natal Inglese: Merry Christmas Islandese: Gledileg Jol Lituano: Linksmu Kaledu Macedone: Sreken Bozhik Maltese: LL Milied Lt-tajjeb Norvegese: God Jul, or Gledelig Jul Occitano: Pulit nadal e bona annado Olandese: Vrolijk Kerstfeest en een Gelukkig Nieuwjaar! Polacco: Wesolych Swiat Bozego Narodzenia Portoghese (Brasile): Boas Festas e Feliz Ano Novo Portoghese: Feliz Natal Rumeno: Sarbatori vesele Russo: Pozdrevlyayu s prazdnikom Rozhdestva is Novim Godom Sardo: Bonu nadale e prosperu annu nou Serbo: Hristos se rodi Slovacco: Sretan Bozic oppure Vesele vianoce Sloveno: Vesele Bozicne. Screcno Novo Leto Spagnolo: Feliz Navidad Svedese: God Jul and (Och) Ett Gott Nytt År Tailandese: Sawadee Pee Mai Tedesco: Fröhliche Weihnachten Turco: Noeliniz Ve Yeni Yiliniz Kutlu Olsun Ucraino: Srozhdestvom Kristovym Ungherese: Kellemes Karacsonyi unnepeket Vietnamita: Chung Mung Giang Sinh


Hyde Park Dicembre 2010