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FRALERIGHE DICE NO ALL’EDITORIA A PAGAMENTO


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GEMELLAGGIO CON PESCEPIRATA FORUM SCRITTORI

Pesce PiratA Forum di Scrittura Lettura Editing collettivo Perche pesce? Pesce perche lo scrittore e un po' come un pesce... parla poco, e silenzioso, si muove rasente al fondale muovendo appena coda e pinne, ma scruta tutto, vede perfino quello che succede alle sue spalle. Perche Pirata? Perche come i pirati informatici sposiamo in pieno la filosofia dell'web 2.0 Ovvero il voler rendere pubblico e accessibile il lavoro frutto del singolo o della collettivitĂ .

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EDITORIALE

Care lettrici e cari lettori, eccoci arrivati al sesto numero di Fralerighe, ultimo del 2012 per ovvi motivi. La fine dell’anno, si sa, è il periodo delle stime e dei bilanci. Così mi sono detto, perché non dedicare parte dell’editoriale alle cifre? Ad oggi, 13 dicembre 2012, la rivista Fralerighe conta: - 626 fan su Facebook - 545 followers su Twitter In totale, abbiamo abbondantemente superato il migliaio (1171) di lettori fissi, e ciò non può che riempirci di orgoglio. Ma a giudicare dalla cifra di letture registrate per i numeri 5 Crime e Fantastico, rispettivamente 1886 e 1251, si evince come ai lettori fissi si aggiungano diversi altri lettori occasionali. Inutile dire che ciò accresce la nostra gioia e la nostra gratificazione. Anche il traffico sul blog ( rivistafralerighe.wordpress.com ) è in netta ascesa. Non ci resta che invitare i lettori occasionali a seguirci sui vari canali, o anche solo sul blog, che li racchiude tutti. Per quanto riguarda questo numero, abbiamo deciso di seguire maggiormente i gusti di voi lettori, dando più spazio alle interviste (ben tre) e agli articoli di approfondimento sugli autori (due, uno su Scerbanenco e uno su Larsson). Abbiamo poi deciso di fondere le sezioni “promozione emergenti” e “novità editoriali” in un’unica sezione, Libri consigliati, dalle dimensioni ridotte. Per quanto riguarda tale neonata sezione, vi ricordiamo che è tutt’ora possibile far inserire un vostro romanzo, o un romanzo pubblicato con la vostra casa editrice nella sezione, con il semplice invio di una e-mail al nostro indirizzo: rivista_fralerighe@libero.it


Vi ricordiamo, in conclusione, che è possibile inviare fino al 21 dicembre a mezzanotte (salvo Maya) un racconto a tema natalizio, senza limite di genere, lungo al massimo 6000 caratteri spazi inclusi, al medesimo indirizzo email. Non ci resta che augurarvi buona lettura, oltre che buon natale e buone feste! Il direttore Aniello Troiano e lo Staff di Fralerighe


INTERVISTA A ROBERTO RICCARDI Ciao Roberto, benvenuto su Fralerighe. Ciao, grazie, ben trovate le vostre righe! 1) Presentati ai nostri lettori. Chi sei, cosa fai nella vita, perché scrivi? Una cosa tipo interrogatorio? Bene, fa molto… undercover! Allora… Nome: Roberto Riccardi. Età: 46 anni. Origine: Bari. Residenza: Roma. Lavoro: ufficiale dell’Arma. Passione: scrivere. Perché scrivo? Perché è una passione, appunto, l’avevo fin da bambino. Scrivevo poesie, racconti, perfino favole e canzoni.

2) Com'è nata l'idea per Undercover? Nasce dalla mia vita. Nel periodo in cui dirigevo la sezione antidroga di Roma ho svolto indagini come quella raccontata nel romanzo. In qualche modo, così, l’ho rivissuta.


3) Com'è stato scrivere questo romanzo? Hai incontrato qualche difficoltà? No, per il motivo che dicevo, nelle pagine c’è la mia vita. Naturalmente articolare una trama, con una sua “architettura” che preveda ritmo, avvenimenti, colpi di scena, non è la cosa più semplice del mondo. Ci vogliono un po’ di esperienza, di mestiere, d’impegno. Come in qualunque altra attività. 4) Vuoi raccontarci un aneddoto legato alla scrittura del romanzo e uno legato al tuo lavoro? Mi sono divertito molto scrivendo i primi capitoli, quando Rocco Liguori svolge il corso per undercover, arresta un corriere nigeriano in aeroporto, fa desistere un ex partigiano da propositi suicidi… Lì ridevo da solo, ricordando episodi e personaggi. Di aneddoti legati al mio lavoro ce ne sarebbero tanti, ne racconto uno molto ingenuo. Avevo da poco intrapreso il primo incarico operativo, avevo 22 anni e lavoravo in un paese siciliano, Carini. Un giorno sequestrammo 60 chili di marijuana e arrestammo alcune persone. Ero convinto che per un po’ nessuno in paese avrebbe comprato droga, invece la stessa sera vidi un ragazzo che fumava uno spinello. Fu per me una grande delusione. Ero inesperto, appunto… 5) Il percorso che ti ha portato a pubblicare, com'è stato? Pubblicare con buone case editrici, oggi in Italia, non è -come si diceuna passeggiata di salute. Bisogna costruirsi un curriculum, imparare a proporre bene le storie, a scrivere cose che siano in linea con ciò che l’editoria e i lettori richiedono. Devo dire grazie a Colomba Rossi, direttore della collana Sabot/age in cui Undercover è inserito, per avermi dato il tempo di esporle il mio progetto e la disponibilità ad accoglierlo.


6) Ci racconti un episodio particolare legato all'editing? E uno legato alle presentazioni? Anche riguardo all’editing la mia risposta è un grazie. Va a Claudio Ceciarelli, l’editor della narrativa italiana di e/o. Con lui sono entrato subito in sintonia. Io avevo scritto una storia piuttosto ritmata, senza troppi fronzoli. Grazie al suo lavoro è diventata ancora più veloce, crescendo molto. Le presentazioni sono per me fra i momenti più belli dell’avventura letteraria. Giorni fa a Bari un medico mi ha raccontato di aver letto il mio libro tutto d’un fiato, dal pomeriggio alla notte, senza riuscire a staccarsi. Scherzando gli ho detto: “non vale, io per scriverlo ci ho messo un anno!” Sono cose così che ti danno la carica… 7) Ho visto che hai pubblicato già diversi altri romanzi. Che ci dici al riguardo? Che ogni libro ha una sua storia. Due riguardano la Shoah e risalgono al mio incontro con Alberto Sed, un ex deportato. Altri due, usciti nel Giallo Mondadori, derivano dalle mie prime esperienze lavorative in Sicilia. Sono pezzi della mia vita, dal primo all’ultimo, e li amo tutti allo stesso modo. 8) Con questi romanzi hai avuto modo di vivere il mondo legato ai libri. Che ne pensi? Il mio giudizio è nel complesso positivo. È un bell’ambiente, in cui creatività e cultura sono gli aspetti centrali, le cose di cui si parla. Naturalmente ci sono gli effetti collaterali, il primo problema è


ritagliarsi uno spazio a fronte di continue nuove uscite e di librerie che traboccano di romanzi provenienti da ogni epoca e da ogni parte del mondo. E poi ci sono altre endemiche questioni: nei media gli spazi riservati alla cultura sono angusti, in giro non c’è moltissima gente che legge, e così via. Insomma: i problemi sono tanti, ma… esiste forse una medaglia che non abbia un suo rovescio? 9) E adesso, un paio di domande legate ai contenuti del romanzo. Facendo finta che tutto sia possibile, cosa credi che servirebbe per debellare la criminalità organizzata e il narcotraffico? Come la domanda premette, non è possibile pensare di debellare il crimine, sarebbe come voler eliminare il male dall’uomo. Per quanto riguarda il crimine organizzato, le “mafie”, un obiettivo alla portata è svolgere un’efficace azione di contrasto, mostrando ai tanti che sanno e non collaborano per paura che esse non sono invincibili, che i latitanti non sono imprendibili, ecc. ecc. La questione del narcotraffico è ancora più complessa: lì se non c’è un’azione comune internazionale, che consenta di aggredire la produzione delle droghe, non si ottengono e non si otterranno mai risultati significativi. 10) Credi che le organizzazioni criminali temano la circolazione di informazioni sul loro conto o che siano tutto sommato indifferenti? L’eccessiva notorietà non fa mai bene agli affari, lo hanno imparato a loro spese molti cartelli globali e, per fare un esempio vicino a noi, Cosa Nostra siciliana, colpita duramente dopo aver voluto la stagione delle stragi. Per questo motivo le organizzazioni criminali non sono indifferenti alla circolazione di notizie sul loro conto, e per lo stesso motivo fa bene parlarne. Roberto Riccardi e Aniello Troiano


RECENSIONE: UNDERCOVER – ROBERTO RICCARDI Undercover (Edizioni e/o, 16 € cartaceo) è il sesto romanzo della collana Sabot/Age, fondata da Carlotto e Colomba Rossi per superare i limiti del noir, andando oltre il concetto di genere per dare importanza solo ai contenuti. Il romanzo in questione è un poliziesco. Rocco Liguori e Nino Calabrò sono nati nello stesso paesino della Calabria. Il primo figlio di un carabiniere, il secondo figlio di un membro della ‘ndrangheta. La chiave e il coltello, lo Stato e l’onorata società. E a dispetto della loro amicizia, entrambi seguiranno le orme dei rispettivi padri, come per una legge invariabile scritta nei loro geni, un destino che non può essere cambiato. Le loro strade si separeranno per poi incrociarsi di nuovo. A riunire i loro destini ci sono sette tonnellate di cocaina da trasportare in Italia. Ma la storia non è incentrata totalmente sui due uomini, simili ma diversi. C’è un generale dell’esercito messicano passato nelle fila dei trafficanti di droga, gli Zetas; c’è la figlia di un trafficante, donna affascinante costretta a vivere una vita che non ha scelto e che non vuole; c’è gente che fa patti pericolosi e voltafaccia crudeli; ci sono la vendetta, il riscatto e la netta percezione dell’impossibilità di arrivare alla giustizia, in un mondo che basa tutto sul denaro e che in nome di questo è disposto a qualsiasi cosa. I personaggi sono solidi e credibili. Umani nelle loro passioni e debolezze, avidi ma capaci di affetto vero, corrotti ma capaci di amare,


spietati ma sofferti, in una parola complicati; e, alla fine, difficilmente classificabili in una divisione manichea tra bene e male, se non seguendo i dettami della legge. Il desiderio di vendetta, di rivalsa, di cambiare vita è il carburante invisibile che brucia sotto la pelle di tutti i personaggi. Prima di iniziare la lettura mi sarei aspettato uno stile molto asciutto, giornalistico. Era così che immaginavo lo stile di chi scrive di una vita vissuta sul campo, di chi ha tante cose da dire, oltre che da raccontare. Invece, lo stile di Riccardi è tutt’altro che esente da espressioni letterarie, vagamente poetiche, e metafore ben riuscite. E’ una scrittura che trasuda una profonda riflessione sulla vita, per nulla appiattita sui contenuti e sui fatti della vicenda narrata, già di per sé meritevoli di essere raccontati e letti. Una buona lettura, consigliata anche a chi vuole ancora avvicinarsi al genere ma non lo ha ancora fatto. Il romanzo riesce a trattare argomenti pesanti e dolorosi senza essere crudo né disturbante, il che è tutt’altro che semplice o scontato. Voto: 9 Aniello Troiano


RECENSIONE: IL CASTIGO DI ATTILA – PAOLO FOSCHI Editore: e/o Collana: e/originals Data di pubblicazione: 24-10-2012 ISBN 978-88-6632-215-3 Pagine: 167 Prezzo di copertina: euro 13,00 www.edizionieo.it S’incamminò verso via Condotti. Si era innervosito. Aveva voglia di fare due passi. Si girò. “No, non è possibile”. Anche la scalinata di Trinità dei Monti era stata pitturata dai tifosi della Roma. Un gradino giallo, uno rosso, uno giallo, uno rosso… Roma è sul tetto del mondo: ventotto anni dopo la bruciante sconfitta di Liverpool, i giallorossi hanno trionfato in Champions League aggiudicandosi una finale al cardiopalma proprio contro il mitico squadrone inglese. La Nemesi del calcio – assunte, come spesso accade, le sembianze di un tiro dagli undici metri – ha restituito la beffa al mittente. I festeggiamenti, tuttavia, si tingono di un rosso che non ha nulla a che vedere con la passione sportiva: a pochi giorni dalla finale tre colpi di pistola feriscono gravemente Rocco Graziano, portiere della Roma ed eroe indiscusso del match (ha parato il rigore decisivo inventando un volo miracoloso fra i pali) mentre si trova nella sua villa faraonica alle porte della capitale. Gelosia? Calcioscommesse? L’ombra feroce della camorra? L’indagine viene affidata al commissario Igor Attila, ex campione di pugilato giunto a un passo dagli allori olimpici in quel di Seul, e alla squadra di ex atleti “falliti” che è stato chiamato a dirigere in seguito al


suo – tutt’altro che volontario – ritiro dalle competizioni: la scalcinata Sezione Crimini Sportivi della Questura di Roma. Destreggiandosi con abilità e un pizzico d’ironia tra veline in carriera, ultrà e politici in odore di corruzione, il commissario pugile porterà alla luce una verità dolorosa e a dir poco sorprendente. Duro dal cuore tenero con un passato sportivo da dimenticare e un presente quanto mai incerto, Igor Attila si rivela, sin dalle prime battute, un personaggio interessante: torvo e malinconico quanto basta, ruvido e romantico senza mai cadere in facili stereotipi. Ancora cento metri. Posso farcela. Non sento il dolore al ginocchio. Non sento la fatica. Non sento niente. Voglio solo correre. … Resisti. Resisti. Resisti. … Corri. Corri. Corri. E’ tutto qui, Igor Attila, in questo giro di pista macinato spremendo il cuore in vista dei Campionati master di atletica leggera. Corre lontano da se stesso e dai propri, il commissario, prova a capire se c’è ancora un’anima, dentro di lui, da sputare fuori. L’amore della velocità – che si esprime anche nelle frequenti e sconsiderate scorribande motociclistiche – e il culto della forma fisica raccontano il desiderio di portarsi al limite, di placare un ruggito che parte da dentro. Igor Attila è nella medaglia d’argento olimpica che tiene sempre in tasca e stringe con rabbia spasmodica nei momenti di difficoltà; è nei giri di chitarra che improvvisa in solitudine per esorcizzare le frustrazioni di un’indagine che scotta… … un personaggio affascinante, insomma, al quale è davvero difficile non affezionarsi. Così com’è difficile non apprezzare lo scalcinato microcosmo che gli ruota intorno, tratteggiato con


pennellate leggere e al tempo stesso straordinariamente efficaci: i “cavalieri” della “Tavola Rotonda Ikea” – Lillo Santoni detto lo Stalliere, “ex fantino appassionato di corse truccate e scommesse clandestine”; Checco Rossi, “ex promessa del ciclismo finito dei guai per una vicenda di doping e per questo ribattezzato il Farmacista”; Luchino de’ Medicei, “ex tennista-playboy toscano di nobili origini, soprannominato il Conte”; Giovannelli-Lancillotto, “ex giocatore di basket, un ragazzone di colore chiamato affettuosamente Fiocco di neve”; Chiara Merlo-Ginevra, criminologa appena rientrata dagli U.S.A. con un diploma per il tracciamento dei profili psicologici e una buona dose d’ambizione – descrivono meglio di qualunque perifrasi la sostanziale acquiescenza dello Stato nei confronti degli scandali che infettano il mondo dello sport. “Non possiamo permetterci il lusso di rompere questo giocattolo, con i tempi che corrono”, dichiara un ministro della Repubblica all’inizio del romanzo. “Sa quanto incassa lo Stato ogni anno fra percentuali sulle scommesse, tasse sul reddito dei giocatori, imposte sui diritti tv e via dicendo? … Miliardi di euro”. Soldi, soldi e ancora soldi… perché il giocattolo risponde unicamente alla logica del denaro. Giallo avvincente e godibile, “Il castigo di Attila” è la seconda indagine del commissario pugile. Paolo Foschi, che solo pochi mesi fa aveva esordito con “Delitto alle Olimpiadi” (Edizioni e/o), dà piena conferma del suo talento di narratore dipingendo in tono divertito e divertente (ma senza sconti o falsi pudori) le “brutture” che costellano il mondo del pallone, coniugando una prosa asciutta e moderna con l’utilizzo sapiente di tutti gli ingredienti del giallo tradizionale. Il romanzo intrattiene e fa riflettere, insomma.


Lasciando un po’ di amaro in bocca: accanto a una verità ufficiale data in pasto alle autorità competenti e ai mass media si profila un’altra verità: una verità più vera, se perdonate il bisticcio di parole, più complessa. A lettura conclusa è impossibile ricacciare indietro la sensazione che la giustizia degli uomini sia irrimediabilmente fallace, difettosa. E che gli eroi romantici – in carne e ossa o d’inchiostro, poco importa! – salveranno il mondo. A cavallo di una imprendibile Hornet 600, ça va sans dire. Simona Tassara http://unostudioingiallo.blogspot.it


RECENSIONE: PORTELLO PULP – SIMONE MARZINI Portello Pulp (Edizioni La Gru – Collana Corto Circuito, 9€) è il romanzo d’esordio di Simone Marzini. Le vicende del romanzo ruotano intorno a un quartiere degradato di Padova, il Portello, appunto, e alla gente che ci vive: per lo più poveracci pazzoidi che vivono alla giornata. Proprio come Carlo Benzina, che tira avanti senza pensare al domani fin quando non incappa in un problema: dei pusher nordafricani hanno nascosto la droga nella sua cassetta delle lettere, e adesso è scomparsa. Carlo non l’ha presa, ma ai tre spacciatori non importa: vogliono gli schei, i soldi. Benzina non è il solo protagonista di questo romanzo: ci sono i suoi amici, Rambo e Pacciani, esaltato e armato il primo, erotomane innamorato di una prostituta il secondo; un circense kosovaro in cerca di una nuova vita; degli anarchici animalisti con una missione da portare a termine e tutta una serie di personaggi folli ed esilaranti, ma evidentemente basati su una realtà sgangherata tutt’altro che divertente. Lo stile di Marzini è scorrevole e divertente, delirante e grottesco. L’autore si diverte a prendere elementi del reale e a spingerli all’inverosimile, alternando le diverse storie con un montaggio serrato. Ne viene fuori un romanzo accelerato e coinvolgente, capace di far sorridere e ridere ma anche pensare, alla fine.


Nel romanzo dell’autore padovano, l’ironia appare come ultima arma per difendersi dal non senso del quotidiano, dalla realtà assurda e illogica di un’Italia caotica e alla deriva. Per dirla in modo pulp, Marzini cerca di tirare fuori del cioccolato dalla merda di tutti i giorni. Ci riesce a pieno, ma alla fine, quando il romanzo si conclude, un vago retrogusto di escrementi si fa sentire, e fa pensare. Nel complesso una lettura consigliata, sboccata e divertente, veloce e priva di qualsiasi passaggio farraginoso. Capace anche di far pensare (ma non quanto romanzi più “impegnati”, questo va precisato) senza farlo pesare. Voto: 8 e mezzo. Aniello Troiano


RECENSIONE: La trilogia “Millennium”, di Stieg Larsson “Non hai niente da scrivere?” gli ho chiesto. “No, ma stavo pensando a quel testo che ho scritto nel 1997, quello del vecchio che ogni Natale riceve un fiore, te lo ricordi?” “Certamente!” “Vorrei sapere cosa gli è successo” Eva Gabrielsson: “Stieg e io. La storia d’amore da cui è nata la Millennium Trilogy” (Marsilio Editori – Gli specchi, 2012) Il vecchio in questione è il potente industriale svedese Henrik Vagner e l’innocente scambio di battute appena citato documenta la genesi di un fenomeno editoriale unico nel suo genere. La bozza di testo a cui si fa riferimento diverrà infatti lo straordinario, folgorante prologo di “Uomini che odiano le donne”, primo capitolo della trilogia “Millennium”. Metto le mani avanti e confesso, a scanso di equivoci: amo profondamente questo trittico di romanzi e considero l’opera di Stieg Larsson un bell’esempio di quel che si potrebbe definire “artigianato di genio”. Sarebbe dunque preferibile abbandonare l’impresa, guardarsi bene dal recensire. Raccontare un amore e provare ad analizzarne le ragioni espone l’incauto commentatore al rischio del giudizio iperbolico, dell’eccessiva partigianeria. Con tutto ciò ho deciso di tentare ugualmente, abbarbicandomi alla speranza che un impeto emozionale sincero possa assurgere, anche solo per un momento, al rango di analisi. Non sono sola, in quest’avventura nel profondo nord: seguo la nobile impronta di Mario Vargas Llosa, Premio Nobel per la letteratura nel 2010, il quale dichiara di aver letto la trilogia larssoniana “con la stessa febbrile eccitazione con la quale da bambino e adolescente lessi Dumas, Dickens e Victor Hugo”. Il paragone non ha nulla di blasfemo ove si consideri che, con


buona pace dei detrattori e sotto molteplici punti di vista, la saga in commento è già un classico e occupa un posto di sicuro rilievo nel panorama letterario mondiale. Proviamo a vedere perché. Il primo elemento degno di nota è sicuramente la scrittura. Stieg Larsson coniuga gli ingredienti tipici del thriller poliziesco con l’inchiesta giornalistica; lo stile è asciutto, improntato alla sobrietà, e tuttavia di amplissimo respiro, dal sapore quasi epico. Gli enunciati brevi, i dialoghi vivaci e incalzanti esercitano un fascino irresistibile anche sul lettore più smaliziato e innescano sin dalle prime righe – e per più di milletrecento pagine – il formidabile, prepotente, meccanismo del “devo” (solo un capitolo e spengo la luce ma devo, DEVO sapere cosa accadrà… ). In secondo luogo i protagonisti. Larsson ha dato vita a due personaggi indimenticabili: Mikael Blomkvist, giornalista investigatore al cui sfrontato, animalesco appeal è difficile restare indifferenti, ma soprattutto Lisbeth Salander, la tostissima hackerguerriera che odia gli uomini che odiano le donne. Le loro solitudini, che al principio della storia sembrano correre su binari distanti, finiranno con l’intrecciarsi indissolubilmente. Mikael è un reporter di talento che sconta sulla sua pelle la scelta di non allinearsi, di non permettere che il giornalismo venga asservito ai cosiddetto poteri forti; attraverso le vicissitudini della redazione di Millennium, la rivista mensile che Mikael ha contribuito a fondare, Larsson ci accompagna nella giungla dei mezzi di informazione mettendone in luce la progressiva deresponsabilizzazione e la potenziale pericolosità. Lisbeth Salander, prodigio dell’informatica e implacabile angelo vendicatore racchiuso in un corpo da eterna adolescente, è “l’incarnazione ideale della morale che impone di agire secondo le nostre convinzioni” (“Stieg e io. La storia d’amore da cui è nata la Millennium Trilogy”, Marsilio Editori, 2012). In nome della morale, secondo Lisbeth (e secondo Larsson), è lecito e persino doveroso trasgredire la legge.


Ultima, ma non ultima, l’ambientazione. La Svezia è a tutti gli effetti un personaggio della saga in commento, forse l’autentica protagonista. Larsson dipinge paesaggi spettacolari (istantanee di una Stoccolma livida e seducente, atmosfere bergmaniane – basti pensare all’algida cittadina che fa da sfondo alle vicende narrate nel primo tomo) e al contempo, da vero esperto di problematiche sociali, offre al lettore un’analisi impietosa della società scandinava e, più in generale, della società contemporanea. “Uomini che odiano le donne” (titolo originale “Män som hatar kvinnor”, Marsilio, 2007), il primo episodio della trilogia, è un romanzo che non esito a definire perfetto e che contiene in sé tutte le ragioni del successo della saga. “Perfetto” non in quanto immune da difetti, ben inteso (ammesso che esista un’opera dell’ingegno fornita di tali caratteristiche!), ma in quanto prodotto di un’incredibile felicità di narrazione, frutto raro e prezioso che testimonia il genio creativo di un autore in stato di grazia. Il menu, del resto, è fra i più succulenti: un mistero – la scomparsa di una donna – che ha radici profonde nel passato (il poeticissimo “caso dei fiori essiccati”); un’indagine mozzafiato che non scontenterà i puristi del giallo tradizionale e chiarirà una volta per tutte che le brutte cose accadono anche nelle migliori famiglie; una storia di ordinaria violenza, struggente e dolorosa, raccontata con delicata maestria.


“La ragazza che giocava con il fuoco” (“Flickan som lekte med elden”, Marsilio, 2008) è incentrato sul traffico di prostituzione tra Svezia e i paesi dell’Est e ci fa compiere un salto terribile (e ciò nondimeno affascinante) nel passato di Lisbeth, mentre il terzo capitolo della trilogia, “La regina del castelli di carta” (“Luftslottet som sprängdes”, Marsilio, 2009) indaga l’universo fosco e tentacolare dei servizi segreti. Il finale è apertissimo e, ahinoi, resterà tale. L’improvvisa scomparsa di Stieg Larsson ha scritto assai prematuramente la parola FINE in calce alla storia di Lisbeth e Mikael, lasciando importanti interrogativi in sospeso. Il che non guasta minimamente il piacere della lettura e ci fa amare ancora di più, se possibile, le imperfezioni di questo racconto interrotto. Simona Tassara http://unostudioingiallo.blogspot.it


RECENSIONE: SINISTRI – TERSITE ROSSI Va bene, sarebbe bastato il marchio: collana SabotAge (ennesimo colpo grosso di quei geniacci di E/O), quella del duo Colomba Rossibarra-Massimo Carlotto. Va bene, sarebbe bastato leggere, sole, le credenziali letterarie dei Tersite Rossi, letterato con un nome unico ma bicefalico (dietro lo pseudonimo si celano Mattia Maistri e Marco Niro), già l’anno scorso finalisti al Premo Alessandro Tassoni per la narrativa d’inchiesta. Va bene, sarebbe bastata una scorsa rapida al plot in quarta di copertina. Va bene, sarebbe stato facile, addirittura elementare, seguire le tracce sparse e annusare l’unicità di ‘Sinistri’. Ma contentarsi degli indizi sarebbe stato un peccato. E per giunta di quelli imperdonabili, un peccato mortale (ascrivibile al novero del non toccarsi le parti basse, del non rubare a chi ha la fortuna di avere o al frequentare la Messa alla domenica). Sarebbe stato come seguire per decine di centinaia di miglia le indicazioni per le cascate Vittoria e fermarsi invece di fronte al Po in piena. Perché se “Sinistri” lo vedi, se “Sinistri” lo palpi, se “Sinistri” lo sfogli, allora “Sinistri” lo leggi. “Sinistri” lo devi leggere. E leggendo leggendo, t’inchioda con la stessa furente passione con cui il legionario romano ha inchiodato il Messia alla Croce sul Golgota. Sarà per la sua naturale vocazione alla sorpresa, sempre sul filo dell’incertezza. O per quel costrutto out of litterary rules che lo caratterizza e lo veste da Arlecchino cupo. O più verosimilmente per il fatto di preconizzare una possibile verità di futuro, anticiparne gli scenari, prevederne le distorsioni, acuirne i mali. O viceversa perché i Tersiti, come il


personaggio omerico da cui traggono onomastica, colui che ebbe l’ardire di deridere e sfidare Achille, ma che cadde inglorioso nella polvere della sconfitta, sfidano le immagini, le imposizioni dell’opinione pubblica, i veli di silenzio calati su un passato ancora troppo sanguinolento per essere raccontato, presagendo un domani tutto spine e niente petali. Un futuro marcio e corrotto, sottilmente tirannico, di quella tirannia muta ed inflessibile come solo le peggiori oligarchie Occidentali sanno essere. Un futuro estremo, tanto esagerato da apparire così tristemente e spaventevolmente verosimile. E, nel futuro, nel terribile 2023, un’Italia sempre più Italietta. Tanto più Italietta quanto più grande è il tentativo di darsi un tono. Una serva sciocca persa e ridicola nei panni della first lady. Un’Italia paese 100% made in Usa, negozi take away per mangiare, bere, scopare. Un’Italia politicamente pacificata, capeggiata (più che governata) da un solo partito, il Partito della Felicità. Un’Italia che ha rinunciato allo scontro, che ha seppellito il conflitto sotto le promesse, sotto le garanzie, le bocche cucite. Un’Italia in cui soltanto un manipolo di Antieroi, prova a rialzare la testa, scuotendola da torpore mediante azioni cruente. Questa Italia del domani, un’Italia da Quarta Repubblica, è figlia dell’Italia dell’oggi e nipote dell’Italia di ieri. Per questo motivo, per raccontarla, i Tersite partono dall’inizio, condensando un secolo di mortificazioni e di sconfitte in dieci micro racconti. In mezzo, omicidi e tradimenti, persecuzioni e ripensamenti, un rivoluzionario-barravendicatore senza volto, Adelòs. Un mondo corrotto e tarlato, dove la pace sociale la dettano il coprifuoco, le parole rassicuranti, la compravendita del lavoro.


I Tersite raccontano la caduta di un Paese in uno stile inquieto e incalzante, uno schema mobile, che non sta mai fermo, che rimpalla tra giornalismo e fantapolitica, thriller e azione. Alla fine, “Sinistri” martella a palla nella testa, lasciando la sensazione di essere pienamente immersi nella realtà orwelliana che descrivono. Un libro concreto e tangibile, un monito, una ‘prima lettera di Tersite Rossi agli Italioti’. Un libro che si ama o si odia. Nessun compromesso, nessuna via mediana. Basta leggerlo. Voto: 9 Macondo Città dei Libri


RECENSIONE: IL COLLEZIONISTA DI OSSA Nei precedenti numeri mi sono occupata di recensire per voi la saga completa di Simon Beckett, su David Hunter e le sue investigazioni da antropologo forense, poiché ritengo si tratti di un autore poco conosciuto ma molto valido. Da questo numero, invece, mi occuperò di recensire quattro dei racconti più affascinanti di uno degli scrittori più riconosciuti della categoria: Jeffery Deaver. La storia ha inizio con l'introduzione di due personaggi apparentemente irrilevanti, un uomo ed una donna che decidono di prendere un taxi appena giunti a New York nello stesso periodo in cui una conferenza delle Nazioni Unite sta avendo luogo. Una coppia normale che improvvisamente si ritrova a dover fare i conti con un taxi privo di maniglie che diventerà la loro trappola mortale. Ed è proprio di uno dei due coniugi che l'agente Amelia Sachs ritrova un arto completamente scarnificato, così da lasciare in vista solo le ossa. Amelia verrà ostacolata nelle indagini dallo stesso corpo di polizia, troppo impegnato ad assicurare il pacifico svolgimento della conferenza delle Nazioni Unite, finché la sua strada non incrocerà quella di Lincoln Rhyme, ex criminalista forense diventato tetraplegico, ed il suo assistente Thom. Amelia diventerà gli occhi e le orecchie di Rhyme sul campo e assieme riusciranno a fermare la scia di delitti che il serial killer, così affascinato dalle ossa, aveva deciso di tracciare.


Noto a molti per il suo adattamento cinematografico – ed aggiungerei decisamente poco fedele - del 1999 (con attori del calibro di Denzel Washington, Angelina Jolie e Queen Latifah), il libro vede la luce due anni prima. Eccezionalmente scritto, accurato nei dettagli ed incredibilmente in sintonia con le difficoltà del protagonista, il collezionista di ossa è un libro che meriterebbe davvero molta più attenzione. Deaver è riuscito a creare un perfetto contrasto tra la vitale esuberanza giovanile di Amelia Sachs e la stanchezza – nonché, sotto molti punti di vista, angoscia – per l'incapacità di movimento dal collo in giù di Lincoln Rhyme. Le scene del crimine (o dei potenziali crimini) sono originali, costruite bene, mai simili le une alle altre; ciò che vi lascerà più di stucco sarà proprio la rivelazione dell'identità del serial killer, un personaggio insospettabile ma che serba un gran rancore verso il protagonista. Non posso non dare un 5 pieno come valutazione personale. Titolo: Il collezionista di ossa Autore: Jeffery Deaver Editore: Rizzoli Data di pubblicazione: 1999 (US), 2002 (IT) Pagine: 446 Prezzo di Copertina: 9,90€ Jeffery Deaver è uno scrittore, giornalista ed avvocato americano, nato nello stato dell'Illinois nel 1950. Vincitore di numerosi premi letterari, è stato più volte finalista all'Edgar Award. Noto per la sua saga su Lincoln Rhyme, Jeffery Deaver ha dato il suo contributo nella stesura di un nuovo capitolo dell'agente 007. Christine Amberpit


RECENSIONE: I LUPI – RAY BANKS Titolo : I lupi (Wolf Tickets titolo originale) Autore : Ray Banks Editore : Edizioni BD; collana Revolver Pagine : 212 Anno : 2012 Prezzo : 12,50 I lupi di Ray Banks è un libro che colpisce al cuore chi legge. Manifesto perfetto di quel movimento che va sotto l’etichetta di “tartan noir” il libro ha moltissimi punti di forza e quasi nessun punto debole. A cominciare dalla trama, semplice ed efficace : Nora, classica femme fatale, scappa con ventimila “sterle” ed un po’ di coca mentre alle sue calcagna due squattrinati delinquenti di mezza tacca, Farrell e Cobb la inseguono fino a Newcastle. Per poi trovarla…morta. Ed ecco che da cacciatori i due protagonisti si trovano braccati come le peggiori prede, vittime di un gangster psicopatico che ha più di un motivo per spedirli in pasto ai vermi. Alternando i brevissimi capitoli al punto di vista dei due protagonisti, Banks ci porta dentro una vicenda che diventa col passare delle pagine puro delirio, una spirale di violenza che travolgerà inesorabilmente i due protagonisti tanto da mettere a dura prova l’amicizia che intercorre tra i due.


Il linguaggio reso in maniera superlativa dalla traduzione di Marco Piva Dittrich è adrenalinico, al vetriolo ed esalta questo gioco al massacro che vedrà quasi sbranarsi fra loro gli stessi protagonisti. Di particolare rilievo pure le ambientazioni talmente cupe ed angoscianti da rispecchiare lo smarrimento e la stessa follia dei due protagonisti. Una Newcastle inedita, città di provincia che diventa un teatro degli orrori, una porta aperta sull’inferno della follia umana. Banks ci regala una prova superba che in poco più di duecento pagine dimostra come con una trama semplice, un ambientazione fuori dall’ordinario ed un linguaggio indimenticabile in bocca ai due protagonisti si possano creare delle gemme noir di rara intensità come questa. Particolarmente calzante è la definizione che Allan Guthrie, altro grande autore scozzese, dà alla lettura di un romanzo di Ray Banks : secondo lui infatti “Leggere Ray Banks è come stare in prima fila a un incontro di boxe fra Jim Thompson e Charles Bukowski raccontato da Chuck Palahniuk.” Niente di più vero e un grandissimo grazie va a M. Strukul, line-editor delle Edizioni Revolver, per aver portato questa gemma nel nostro panorama letterario nazionale.

Giorgio Picarone


INTERVISTA A PAOLO FOSCHI Ciao Paolo, benvenuto! La “nota sull’autore” in calce ai tuoi romanzi ci rivela che sei nato a Roma nel 1967 e che hai tre passioni: musica, sport e libri. C’è qualcos’altro che dobbiamo sapere? Ti va di presentarti ai lettori di Fralerighe? Allora eccomi. Sono un giornalista della cronaca di Roma del Corriere della Sera. In passato ho lavorato in diverse altre testate (soprattutto all’Unità) e ho cominciato come giornalista sportivo. Adesso mi occupo perlopiù di politica ed economia, lo sport però resta una delle mie grandi passioni. Sono Diplomato in educazione fisica (un insegnante di zompi prestato al giornalismo), ho praticato atletica leggera a livello agonistico e sono stato anche allenatore. Ora, in età adulta, ho scoperto il nuoto, visto che due chiodi nel ginocchio mi impediscono mio malgrado di correre: così faccio le gare master e a giugno scorso ho partecipato ai Mondiali della mia categoria. Con la musica è un rapporto difficile: io amo il pianoforte, ma lui ogni volta che lo tocco reagisce con suoni sgradevoli. Per la gioia dei miei vicini, suono ossessivamente De Andrè e Tenco. Se non ci fosse Maria Teresa, la mia compagna, pianista vera che suona divinamente e ricompensa i vicini con pregevoli esecuzioni, credo che sarei già stato cacciato dal condominio. I libri? Non parto nemmeno per un week end senza una buona scorta di letture.


11 luglio 2012: esce il tuo primo romanzo, “Delitto alle Olimpiadi” (Edizioni e/o); a distanza di poco più di tre mesi, il 24 ottobre 2012, ecco arrivare in libreria la seconda indagine della Sezione crimini sportivi della questura di Roma: “Il castigo di Attila”, anch’esso targato e/o. Un esordio da centometrista, insomma… ad alta, esplosiva velocità! Ci parli delle tue “creature” letterarie? Nei miei libri lo sport è l’oggetto della narrazione, ma anche uno strumento per la narrazione. Parto da un crimine commesso nel mondo dello sport e intorno cerco di costruire tante storie diverse, cerco di far vivere personaggi che possano strappare un sorriso o fare incazzare, ma che comunque lascino in qualche maniera un segno. E cerco di raccontare quello che vedo della nostra società che non mi piace ma di cui spesso non riesco a parlare nei miei articoli sul giornale. Spero di riuscire a far riflettere su temi seri con un sorriso, in maniera leggera ma non superficiale. Il commissario Igor Attila, ex pugile con una vita sentimentale tormentata e un passato da dimenticare, e la sua squadra di ex atleti “falliti” sono personaggi interessanti, ai quali è difficile non affezionarsi. Personaggi perfetti, a ben vedere, per un progetto a lungo termine. Hai già concepito un’intera serie di polizieschi ambientati nel mondo dello sport? Adesso sto lavorando al terzo romanzo che dovrebbe uscire a marzo. E vorrei continuare. L’idea è di andare a ficcare il naso un po’ ovunque nel mondo dello sport: spaziare da una disciplina all’altra, raccontare la vita dei professionisti, ma anche le fissazioni degli amatori, dei


cosiddetti sportivi della domenica: però, come ti dicevo, in questi libri voglio parlare di tante altre cose: per esempio nel terzo romanzo tornerà spesso la spending review, questo strumento di politica economica adottato dal governo Monti che probabilmente ha il pregio di salvare i conti pubblici, ma rischia di fare del male, molto male, alle famiglie. Soffermiamoci per un momento su Igor Attila: personaggio ben riuscito, originale e fuori dagli schemi. Com’è nato? Hai dei riferimenti precisi nel panorama letterario poliziesco? I colloqui di Attila con il questore e con il bizzoso pm Silvio David sono, a tratti, esilaranti e ricordano le schermaglie del commissario Montalbano con i suoi superiori e con il dottor Pasquano… Camilleri è un maestro irraggiungibile nel suo genere, non oso nemmeno paragonarmi a uno scrittore del suo livello. E’ chiaro che probabilmente, talvolta magari a livello inconscio, quando scrivo sono condizionato dalle mie letture. Fra giallisti e autori di noir amo in particolare Jean Claude Izzo (la trilogia marsigliese è secondo me un capolavoro della letteratura), Simenon, Manotti e Markaris fra gli stranieri. Appunto Camilleri, De Giovanni, Dazieri e Carlotto fra gli italiani. Gli scandinavi mi piacciono ma trovo i loro gialli un po’ “freddi” (colpa della latitudine?). Ultrasportivo, musicista… Non posso non domandartelo: vi sono elementi autobiografici, nel personaggio di Igor Attila? Tantissimi. Confesso che la moto truccata è identica alla mia Hornet 600. Le due chitarre che il commissario tiene in ufficio sono le stesse mie (una Gibson Diavoletto e una Santo Lo Verde di liuteria siciliana): E anche il pianoforte a coda, il Bluthner del 1893, è proprio il mio (stesso anno di nascita), che attualmente ho parcheggiato a casa di amici per ragioni di spazio. E, guarda caso, anche Igor Attila ha due chiodi piantati nel ginocchio. Lui però riesce a correre, come lo invidio.


“Delitto alle Olimpiadi” e “Il castigo di Attila” sono romanzi estremamente godibili, di “intrattenimento” nel senso migliore del termine. Gli argomenti trattati, ciò nondimeno, sono tutt’altro che leggeri: doping, calcioscommesse… Da giornalista pensi che il romanzo poliziesco possa contribuire a denunciare le storture della realtà (in questo caso della realtà sportiva, del “lato oscuro” del mondo dello sport)? Credo di sì. In Delitto alle Olimpiadi la vicenda ruota infatti intorno a un caso di Epo nell’atletica azzurra ai Giochi di Londra. Il libro è uscito prima delle Olimpiadi. E purtroppo ai Giochi c’è stato proprio nell’atletica italiana un caso clamoroso di Epo (il marciatore Alex Schwazer squalificato per doping). Anche se i personaggi sono inventati così come le storie, per la contestualizzazione delle vicende narrate cerco di documentarmi in maniera molto approfondita. Ne Il Castigo di Attila, per esempio, ricostruisco i meccanismi del riciclaggio del denaro adottati dai clan della camorra sulla base di evidenze emerse nel corso di inchieste giudiziarie. Da giornalista tratti con cognizione di causa il mondo dello sport e le sue insidie; da romano dipingi una città che, lungi dal limitarsi a fare da sfondo, diventa un personaggio vero e proprio: una città viva, sfacciata, profumata, spietatamente autoironica. Quanto è importante che uno scrittore sia “dei suoi posti”, per citare Isaac B. Singer, che scriva di ciò che conosce davvero bene?


Dipende dal tipo di romanzo che si vuole scrivere. Se vuoi contestualizzare la storia rendendola credibile, è assolutamente necessario conoscere bene gli argomenti di cui tratti, i luoghi in cui ambienti le vicende. Però ci sono ottimi libri in cui la contestualizzazione e l’ambientazione sono frutto esclusivamente della fantasia dello scrittore e molto distanti dalla realtà. Cosa rende un libro un buon libro, secondo te? La capacità di emozionare, di lasciare qualcosa nel lettore. Hai pubblicato entrambi i romanzi con una casa editrice – la indipendente e/o, n.d.R. – da sempre attenta agli autori esordienti, impegnata nella ricerca e nella promozione del talento. La tendenza generale, tuttavia, sembrerebbe diversa… Quali consigli ti sentiresti di dare a un giovane intenzionato a farsi strada nel mondo della letteratura? Questa domanda mi permette prima di tutto di ringraziare gli editori Sandro Ferri e Sandra Ossola che hanno avuto fiducia in me e nel mio progetto seriale, mettendomi a disposizione una squadra di professionisti, a cominciare dall’editor Claudio Ceciarelli. Per me, esordiente, è stata un’esperienza fantastica, che mi ha permesso di imparare un’infinità di cose, perché scrivere un articolo e scrivere un libro sono due cose ben diverse. Detto questo, un giovane che vuole diventare scrittore deve assolutamente inseguire il proprio sogno, con la consapevolezza che però difficilmente potrà diventare un lavoro. La prima motivazione dunque deve essere la passione. Serve poi grandissima determinazione e moltissima applicazione. Certo, ci sono i geni che scrivono di getto. Ma quella è un’altra storia, anche perché i geni non hanno certo bisogno dei miei consigli… Che libro tieni sul comodino, in questo momento? Io leggo sempre almeno tre libri contemporaneamente. Adesso “Una voce di notte” di Camilleri, “Miele” di Mac Iewan e “La Memoteca” di Marco Pomar”.


Direttamente dal questionario di Proust… •

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gli autori che prediligo: Bulgakov, Izzo, Ammaniti, Mac Iewan, Frentzen, De Luca, Eugenidies, Skarmeta, Pratolini, Simenon, Camilleri… Posso continuare? Se poi volete, anche qualche poeta: Dante su tutti, Dickinson, Leopardi, Attilio Bertolucci, Ada Merini… i miei eroi nella finzione: il re senza corona e senza scorta della Canzone di Marinella; i miei eroi nella vita reale: Gino Strada e tutte le persone che dedicano la propria vita al volontariato, oltre a tutti quei genitori come i miei che consacrano la vita al benessere dei figli; quel che detesto più di tutto: la violenza, fisica, psicologica e verbale; vorrei vivere in un Paese dove… non soffriremo e tutto sarà giusto, per dirla con la splendida canzone Cirano di Guccini.

Fuori questionario: stai lavorando a un nuovo romanzo? Posso provare a estorcerti qualche anticipazione? Sì. Come ti anticipavo uscirà a marzo, parlerà di atletica, ma non solo. Uno dei temi principali sarà il mancato riconoscimento dei diritti delle coppie di fatto, etero e gay. Grazie per il tempo che hai dedicato alla rivista Fralerighe… Un grosso in bocca al lupo per la tua vita e per la tua carriera!

Simona Tassara


ARTICOLO: SCERBANENCO CALIBRO 9 La vita e lo stile del padre del noir italiano

Giorgio Scerbanenco (1911-1969) può essere considerato il padre fondatore del noir italiano. Certo, la nascita del romanzo poliziesco italiano è precedente, basti pensare alle opere di De Angeli e del commissario De Vincenzi. Il merito di Scerbanenco, con il ciclo di opere che vede come protagonista Duca Lamberti, è stato quello di saper immortalare uno spaccato dell’Italia dell’epoca e di inserirlo all’interno delle trame, rendendolo protagonista delle vicende. Se il noir, come definizione pura e cruda, è la vittoria dell’ambientazione sulla vicenda in sé stessa, allora le opere di Scerbanenco possono essere considerate come rappresentazioni del lato oscuro dell’Italia del boom economico. Un’Italia, rappresentata dalla Milano che va rapidamente cambiando, trasformandosi da città di provincia a metropoli multietnica, che appare arruffona, cattiva e priva di scrupoli. Nei romanzi di Scerbanenco la tensione, la suspense, l’intrigo sono componenti marginali. Ciò che salta all’occhio e colpisce il lettore è la caratterizzazione dei personaggi, emblemi perfetti di un’epoca di grandi trasformazioni. Giorgio Vladimir Scerbanenko nasce nel 1911 a Kiev, allora facente parte dell’impero zarista russo, da padre russo e madre italiana. Il padre muore durante la rivoluzione d’Ottobre e il piccolo Giorgio ripara a Roma, città natale della madre. Scerbanenco passerà la sua


esistenza a legittimare la sua “italianità”, in un contesto sociale che lo tratterà come straniero. Tutta la vita e la produzione artistica dell’autore infatti è contraddistinta dalla sofferenza del “diverso” e molti dei suoi personaggi sono infatti caratterizzati da questa connotazione malinconica. Per motivi di lavoro Scerbanenco non terminerà mai le elementari e si troverà a svolgere i lavori più disparati, fino a diventare correttore di bozze presso una casa editrice. Si trasferisce a Milano dopo aver espletato il servizio militare e nella città meneghina diviene direttore di riviste rosa antecedenti lo scoppio della seconda guerra mondiale. I primi gialli risalgono a quest’epoca. Siamo sotto il regime fascista e i romanzi gialli sono considerati autentici corruttori delle virtù italiche. Per questo le ambientazioni devono essere straniere e i protagonisti non possono essere italiani, pena la censura o peggio. Questo poiché, secondo il regime e la propaganda, in Italia non avvenivano omicidi. Scerbanenco inventa la figura di Arthur Jelling, archivista della polizia di Boston. L’autore pubblica un ciclo di cinque romanzi (Sei giorni di preavviso, La bambola cieca, Nessuno è colpevole, L'antro dei filosofi, Il cane che parla, Lo scandalo dell'osservatorio astronomico). Nel 1944 è costretto a riparare in Svizzera per sfuggire alle violenze nazifasciste. Qui scriverà “Lupa in convento” racconto breve ma intenso su un gruppo di partigiani che occupa un convento di suore. Caratteristica di Scerbanenco è l’enorme capacità produttiva. E’ uno stacanovista della carta stampata, passa otto dieci ore al giorno sulla macchina da scrivere Olivetti. Oreste del Buono (consulente editoriale tra i più importanti) lo definirà “macchina per scrivere racconti. La produzione letteraria di Scerbanenco infatti si compone di numerosi romanzi (alcuni scritti sotto pseudonimo), innumerevoli raccolte di racconti, lettere, articoli per riviste e scritti di vario genere. Scerbanenco si rivela uno dei più prolifici scrittori italiani, una sorta di “malato di scrittura”. La moglie, in un


aneddoto, racconta che arrivava a portare la macchina da scrivere in spiaggia, sedendosi sotto l’ombrellone per creare racconti nel mezzo dell’inferno estivo romagnolo. Da questa “fibrillazione creativa” nascerà la figura di Duca Lamberti, uno dei più importanti personaggi noir della letteratura poliziesca italiana di sempre.

Duca Lamberti è un medico di origini romagnole. E’ figlio di un poliziotto che ha servito in Sicilia e successivamente presso la questura del Fatebenefratelli a Milano. Lamberti è stato radiato dall’ordine e ha scontato una pena in carcere per aver praticato eutanasia su un’anziana paziente. Una volta uscito di galera viene aiutato da Carrua, amico del padre e finisce per venir assunto in polizia. Scerbanenco fa esordire la figura di Lamberti nel romanzo “Venere privata”, a detta di molti il primo vero noir italiano. Il cadavere di una ragazza viene ritrovato in un fosso. La polizia brancola nel buio e presto archivia il caso. Lamberti intanto, uscito di prigione, viene assunto come medico personale di un giovane rampollo della borghesia industriale brianzola. Il giovane soffre di una forma devastante di depressione ed è diventato alcolizzato. Lamberti scoprirà che il giovane è caduto in questa condizione poiché è convinto di aver causato la morte di una ragazza. Questa, probabilmente una prostituta, dopo aver offerto il proprio corpo, supplica il giovane di aiutarla, altrimenti “l’avrebbero ammazzata”. Il giovane non le crede e torna a casa e poco dopo il


cadavere della ragazza viene ritrovato. Lamberti aiuta Carrua a collegare le due cose. Il corpo rinvenuto nel fosso a inizio racconto e quello di cui parla il giovane sono gli stessi. Lamberti inizia dunque un’indagine non autorizzata, scovando una rete di profittatori e di ragazze che si prostituiscono privatamente, per il piacere di danarosi industriali che possono permetterselo. Il romanzo Venere Privata è una sorta di lampo nel panorama poliziesco italiano. Il personaggio di Duca Lamberti è spigoloso, a volte cattivo ed è differente dal classico investigatore che sa sempre come comportarsi. Anzi, l’avventatezza di Lamberti condurrà allo sfregio del volto di Livia Ussaro, ragazza usata come cavia per sgominare la banda di papponi. Protagonista assoluta del romanzo è la Milano del boom economico, con i suoi contrasti, gli industriali che stanno facendo “una barca de danee” e le ragazze obbligate a prostituirsi lungo la strada. Questa è la caratteristica che distingue Scerbanenco dall’intera produzione poliziesca antecedente. Non più luoghi esteri, personaggi esotici, trame lontane bensì zone vicine e visitabili (con tanto di vie), personaggi immediati e fruibili, intrecci quotidiani, veri e italianissimi. La svolta che Scerbanenco da al noir italiano è la seguente: basta esterofilia ma una sana indagine sul territorio. Uno scrittore deve parlare e raccontare ciò che conosce e vive quotidianamente. Una lezione che verrà presa in consegna dai giallisti italiani dopo di lui. Scerbanenco è famoso anche per le sue frasi a effetto. Una in particolare mi è rimasta impressa. Duca Lamberti sta osservando un cadavere martoriato e pensa che una mannaia, di solito utilizzata per sezionare i quarti di bue, può diventare un’arma. E qui Duca pensa:


“Anche con un bocciol di rosa si può uccidere una persona, se glielo si spinge in fondo alla gola.” A Venere privata seguiranno altri quattro romanzi del ciclo di Duca Lamberti: Traditori di tutti (che ha vinto il prestigioso gran prix de literature policier), I milanesi ammazzano il sabato e I ragazzi del massacro. In tutti i romanzi Milano è una città cattiva e brutale, anticipo della città nerissima raccontata nei racconti di “Milano Calibro 9”. Milano Calibro 9 è un’antologia di ventidue racconti nerissimi sulla metropoli lombarda degli anni ’60. uno spaccato di una città in trasformazione, in balia di assassini, prostitute e arruffoni della nuova ora. Sono gli anni in cui la “ligera”, la vecchia mala milanese, sta perdendo il controllo del territorio, per venir soppiantata dalla nuova criminalità organizzata. Il primo racconto, “Milano Calibro 9” appunto, racconta di due killer americani che giungono a Milano per uccidere un esponente della mala. I due sequestrano due ragazze, obbligandole a collaborare. La vicenda è cruda e dura, descritta nei minimi particolari dal punto di vista di una ragazza romagnola che fa da guida ai due killer e finisce per divenirne la complice. La descrizione della morte del malavitoso, al quale vengono scaricate in faccia due pistole calibro 9, è raccapricciante e colorita. Gli altri racconti narrano storie di disperazione, fame, malavita, vendetta e morte. Una delle caratteristiche che rende unica la scrittura di Scerbanenco è il fatto che scriva in un’epoca in cui non esisteva il politically-correct. Nei testi dell’autore i neri sono “negri”, gli omosessuali sono “anormali e invertiti”, i disabili sono “handicappati e mongoloidi”, i giovani non sono sbandati bensì “farabutti e disgraziati”.


Questa vivacità di linguaggio, così dura, cattiva e scorretta rende gli scritti di Scerbanenco unici e irripetibili. Il regista Fernando di Leo prese spunto dal primo racconto per scrivere la sceneggiatura di uno dei più importanti film poliziotteschi italiani: Milano Calibro 9, del 1972. Il registra attinse a piene mani dall’antologia di Scerbanenco. Infatti la scena iniziale, quella dello scambio dei pacchi che parte da piazza Duomo fino alla Stazione Centrale, è ispirata al racconto “Stazione centrale ammazzare subito”, sempre racchiuso nell’antologia. Nel racconto si narra di uno scambio di valige colme di diamanti, che avviene alla luce del sole, in un bar della stazione centrale di Milano, nei minuti successivi l’arrivo di un treno da Ginevra. L’organizzazione provvederà a eliminare i due corrieri, il milanese e il ginevrino, con delle valigie imbottite di tritolo. La figura del protagonista del film, Ugo Piazza, è ispirata ai racconti “Vietato essere felici” e “La vendetta è il miglior perdono”. La pellicola si avvale di un cast folto e di qualità: Gaston Moschin, Mario Adorf, Barbara Bouchet e Philippe Leroy. La colonna sonora, scritta e suonata da un gruppo progressive, gli “Osanna”, è ancora carica di fascino e della giusta dose di cattiveria. Dall’uscita del film in poi la frase “Milano Calibro 9” è utilizzata per indicare l’epoca nera della metropoli, gli anni ’60 che videro l’avvento delle bande criminali come quella di Turatello e Vallanzasca, delle rapine eclatanti come quella di Via Osoppo, degli omicidi in strada e delle mani della criminalità organizzata che sia allungano sui traffici illeciti della città.


L’immensa produzione letteraria di Scerbanenco è stata racchiusa in varie antologie da Oreste del Buono ne “I cinquecento delitti” e “Millestorie”, editi da Frassinelli. Queste pubblicazioni sono uno specchio della febbrile attività dell’autore, della sua fantasia e della capacità di rendere fruibili le situazioni della vita quotidiana milanese. La media di Scerbanenco era di uno-due racconti al giorno, che andavano a sommarsi ai romanzi, gli articoli per i giornali, le lettere e le bozze corrette. Un uomo completamente dedito alla scrittura, della quale era quasi malato. L’autore muore nel 1969, nel momento di maggior successo, lasciando incompiuti due romanzi del ciclo di Duca Lamberti, dal titolo “So morire anche da me” e “Safari per un mostro”. Nel 2007 Garzanti pubblicherà un’antologia di 16 racconti scritti dai più grandi giallisti italiani, che vedono come protagonista Lamberti. Il titolo è “Il ritorno del Duca”. Il contributo dato da Scerbanenco al noir italiano è inestimabile, tanto che il più prestigioso premio per romanzi e autori noir italiani porta il suo nome. Leggere i suoi romanzi è un obbligo per tutti gli autori che intendano avvicinarsi alla scrittura nera e per i lettori che vogliano un assaggio di come possa coesistere il binomio noir d’eccellenza-ambientazione italiana. Omar Gatti Articoli originariamente pubblicati su Noir Italiano http://noiritaliano.wordpress.com


DALLA SVEZIA CON AMORE: la vita, l’arte e l’impegno di Stieg Larsson. … all’ora di pranzo il caporedattore Morander spirò. Era stato tutta la mattina chiuso nella sua gabbia di vetro mentre Erika insieme al segretario di redazione Peter Fredriksson aveva un incontro con la redazione sportiva per conoscere il collaboratori (…). Quando fecero ritorno al bancone videro Håkan Morander alzarsi dalla scrivania e avvicinarsi alla porta. Aveva un’espressione stupita. Poi si piegò bruscamente in avanti afferrando lo schienale di una sedia per qualche secondo prima di cadere sul pavimento. Era morto prima ancora che l’ambulanza avesse fatto in tempo ad arrivare. Stieg Larsson, “La regina dei castelli di carta” (Marsilio Editori)

Il 9 novembre del 2004, all’età di soli cinquant’anni, Karl StigErland (Stieg) Larsson – cofondatore della rivista trimestrale Expo e autore di un poderoso trittico di romanzi del quale non avrebbe conosciuto le planetarie fortune – venne stroncato da un infarto sotto lo sguardo attonito dei colleghi giornalisti. L’ascensore dell’edificio di Stoccolma dove aveva sede Expo era guasto, quel giorno, e Larsson decise di percorrere a piedi i sette piani di scale che lo separavano


dalla redazione; il superlavoro, lo stress, le troppe sigarette e i troppi caffè fecero il resto. Nel manoscritto che aveva consegnato una manciata di settimane prima alla casa editrice Norstedts – manoscritto che sarà pubblicato nel 2007 e che costituirà il terzo capitolo della cosiddetta trilogia Millennium – lo sfortunato giornalista svedese aveva descritto e commentato la morte improvvisa di un suo personaggio (il caporedattore del quotidiano conservatore Smp) senza immaginare che un destino beffardo aveva in serbo per lui la medesima sorte. “Che la gente muoia sul posto di lavoro è insolito, anzi raro” leggiamo alla pagina 256 del profetico tomo. “Si dovrebbe avere la cortesia di mettersi in disparte, per morire. Di andare in pensione o in malattia e un bel giorno diventare oggetto di conversazione in mensa. A proposito, hai sentito che il buon vecchio Karllson è morto venerdì scorso? Sì, il cuore. Il sindacato manderà dei fiori per i funerali. Morire sul posto di lavoro e sotto gli occhi dei collaboratori era diverso.”. Diverso, sì, sfacciatamente brutale. Eppure assai poco sorprendente ove si consideri la serie infinita di richiami e compenetrazioni tra la biografia di Stieg Larsson e le vicende narrate nei suoi romanzi. Nel toccante memoriale “Stieg e io – La storia d’amore da cui è nata la Millennium Trilogy” (Marsilio Editori, collana Gli specchi, 2012) l’architetto Eva Gabrielsson, compagna dello scrittore per oltre trent’anni, racconta con dovizia di particolari la genesi della saga


larssoniana e il singolare, continuo intrecciarsi della finzione letteraria con le vicende personali dell’autore. “Stieg ha scritto duemila pagine in due anni quasi senza annotazioni, senza ricerche … , senza indagini. Com’è possibile? La spiegazione è semplice: i nostri trentadue anni fianco a fianco sono stati la sua banca dati. Millennium è il frutto dell’esperienza di Stieg ma anche della mia, delle nostre battaglie, dei nostri impegni, dei nostri viaggi, delle nostre passioni, delle nostre paure. E’ il puzzle delle nostre vite.”. Il confine tra fantasia e realtà finisce insomma col perdersi, con l’annacquarsi. La trilogia raccoglie gli umori, le consuetudini, i luoghi di incontro della coppia e li sublima in un meccanismo narrativo accattivante e di rara verosimiglianza: il Café Anna a Kungsholmen dove il giornalista Mikael Blomkvist rilegge la motivazione della sentenza che lo condanna per diffamazione, ad esempio, era il ritrovo abituale di Stieg ed Eva al termine delle rispettive giornate lavorative. Per quanto concerne i personaggi della saga, spesso si tratta di persone realmente esistite cui Larsson intendeva in qualche modo rendere omaggio: attribuire a una sua creatura “il nome di una persona in carne e ossa, o il suo lavoro, o la sua personalità, per Stieg era una dimostrazione di affetto o di ammirazione”. Nel tratteggiare l’enigmatico personaggio di Anita Vanger – fondamentale nel maestoso impianto di “Uomini che odiano le donne”, il primo capitolo della trilogia – Larsson si è largamente ispirato a Britt, la sorella di Eva Gabrielsson; il medico che riceve Lisbeth Salander al


pronto soccorso dell’ospedale Sahlgrenska a Göteborg (“La regina dei castelli di carta”), è un caro amico dello scrittore sin dagli anni Settanta… … e gli esempi potrebbero moltiplicarsi: non vi è pagina, in Millennium, che non rifletta uno scampolo di vita vissuta. Allo stesso modo in cui le vicende private di Stieg ed Eva sono divenute parte integrante dell’opera larssoniana, il clamoroso successo della trilogia – decine di milioni di copie vendute, riconoscimenti internazionali, serie televisive e la definitiva consacrazione agli altari hollywoodiani – ha finito con l’avere pesanti e inattese ripercussioni sul mondo reale. Stieg ed Eva hanno vissuto insieme per più di trent’anni ma non si sono mai sposati per evitare che Larsson, sotto minaccia di morte a causa del suo impegno contro l’estremismo di destra, fosse facilmente rintracciabile. “Era molto più prudente che Stieg fosse registrato in tutti i documenti ufficiali come celibe” racconta Eva nel suo memoriale. “Trovare il suo indirizzo era relativamente facile, ma poi, visto che sulla porta o sulle bollette c’era solo il mio cognome, localizzarlo diventava piuttosto difficile”. La mancata ufficializzazione del loro legame ha privato Eva di ogni diritto sull’eredità letteraria del compagno; la legge svedese non riconosce infatti alcun tipo di tutela ai conviventi more uxorio. Eva racconta come il padre e il fratello di Larsson (gli unici eredi legittimi dello scrittore), che nel corso degli anni si erano limitati a intrattenere con la coppia rapporti assai freddi e sporadici, abbiano


preteso di gestire in maniera esclusiva la proprietà intellettuale di Larsson, come se si trattasse di un terreno di famiglia. Una presa di posizione che, a parere della Gabrielsson, riecheggia proprio i temi che l’opera larssoniana si propone di denunciare: l’ingiustizia, l’avidità, la discriminazione nei confronti delle donne; “(m)i sono sorpresa anch’io” ha dichiarato in una recente intervista “nell’accorgermi che raccontare la nostra storia è stato come scrivere il seguito di Millennium, anche se tra i personaggi mancano Mikael Blomkvist e Lisbeth Salander”. La posta in gioco, come si comprende, è altissima: la trilogia ha conosciuto un immediato e strepitoso successo pressoché in ogni angolo del pianeta, fruttando agli eredi dello scrittore una rendita multimilionariaLe ragioni del boom sono molteplici e vanno al di là della – indubbia – qualità letteraria della saga. Una prima spiegazione, se vogliamo azzardare un ragionamento di tipo socio-culturale, potrebbe risiedere nel fatto che, attraverso la trilogia Millennium, Larsson assesta un colpo durissimo alle nostre coscienze e al quadro idilliaco di una Scandinavia progressista ed egualitaria in materia di diritti umani e civili. La denuncia sociale, ben inteso, è la molla propulsiva di molti altri autori scandinavi; Larsson, tuttavia, si spinge oltre e decostruisce, arriva perfino a demolire quello che potremmo definire il “mito della Scandinavia felix” – sentimento assai radicato nel nostro immaginario. Ecco dunque la soddisfazione, il gusto di poter dire: non siete poi così perfetti, lo vedete che il male si annida proprio dovunque, sotto il sole, anche nel profondo Nord? E’ una chiave di lettura possibile. Del resto l’opera di Larsson si caratterizza anche per la drammatica autenticità e attualità di ciò che racconta. L’affresco larssoniano trasuda verità in ogni pagina. Eva Gabrielsson chiarisce che “tutti gli atti di violenza descritti si ispirano a fatti di cronaca nera riportati nei rapporti di polizia.”. Stieg “si serviva di ogni piccolo dettaglio e aveva una memoria da elefante, visto che archiviava tutto nella sua testa e… nel computer. Senza le lotte e l’impegno di Stieg, Millennium non sarebbe mai esistito: lui ne era il cuore, il cervello, i muscoli.”. Larsson ha riversato se stesso nella sua breve (ma poderosa) avventura letteraria: gli ideali di una vita, l’etica giornalistica, i frutti delle sue inchieste. La trilogia, considerata in quest’ottica, è un lascito spirituale che domanda a gran voce di non passare sotto silenzio.


La verità che emerge con più forza dall’opera larssoniana concerne il ruolo delle donne all’interno della società che si definisce “moderna”. Femminista appassionato, Larsson si preoccupa innanzitutto di denunciare l’oppressione patriarcale che si consuma ogni giorno nel silenzio dei media e di esaltare i personaggi femminili che infrangono lo stereotipo del sesso debole. All’origine del femminismo di Larsson vi è un episodio drammatico di cui lo scrittore è stato testimone durante l’adolescenza (ed ecco ancora la vita che si mescola all’arte… !): lo stupro di una ragazzina da parte di un gruppo di coetanei, in un campeggio; il senso di colpa per non essere intervenuto lo perseguiterà per tutta la vita e determinerà il suo atteggiamento futuro nei confronti delle donne. Lisbeth Salander, la straordinaria hacker-guerriera protagonista della saga, è figlia di questa sensibilità. E sebbene Larsson abbia molte caratteristiche in comune con il personaggio di Mikael Blomkvist (giornalista investigativo indipendente e coraggioso), a detta di Eva è Lisbeth ad assomigliargli di più e a veicolare più chiaramente le sue convinzioni. “Millennium è un campionario di tutte le forme di violenza e discriminazione subite dalle donne”, leggiamo nel memoriale, ed è anche – forse soprattutto – in virtù di questa sua “ragione sociale” che la saga esercita su di noi un fascino così prepotente: perché la nostra è davvero una società in cui gli uomini odiano le donne. Un’altra ragione per cui sentiamo Larsson più vicino e più “nostro“ di qualunque altro scrittore della sua generazione e delle sue latitudini ha molto a che vedere con il lato romantico che si nasconde in ciascuno di noi. La saga Millennium, pubblicata interamente postuma, trasuda incompiutezza e ha tutto il sapore di un testamento. Quando ci apprestiamo a leggerla siamo preparati alla rinuncia, alla frustrazione dei nostri desideri più profondi; sappiamo già che le sorti di Lisbeth Salander – forse il personaggio “crime” più riuscito dell’ultimo decennio – sono finite nel limbo della letteratura poliziesca. Se


consideriamo poi che l’autore aveva pianificato una serie di ben dieci romanzi, lo smarrimento è totale. Il che, se da un lato conferisce all’opera larssoniana parte del suo fascino maledetto di capolavoro incompiuto, dall’altro finisce per alimentare la speranza che la storia, nonostante tutto, continui. Nel suo memoriale Eva Gabrielsson sgancia la bomba e annuncia il ritrovamento di un quarto volume della saga: si tratterebbe (tutti i condizionali sono d’obbligo) di una bozza di circa duecento pagine che Larsson avrebbe fatto in tempo a scrivere prima di morire e che sarebbe custodita in un personal computer di proprietà della rivista Expo; il file conterrebbe, oltre agli appunti per il nuovo romanzo (incentrato sul personaggio di Lisbeth Salander e intitolato “La vendetta divina”), i nominativi di fonti giornalistiche che devono essere protette ad ogni costo. Duecento pagine che, schermaglie legali permettendo (la disputa fra la Gabrielsson e gli eredi legittimi dello scrittore verte principalmente sulla questione della proprietà intellettuale e si preannuncia di difficile soluzione), potrebbero consentire a colei che prima, più e meglio di chiunque altro ha conosciuto il microcosmo di Millennium di aggiungere un tassello al mosaico. Ogni ammiratore di Stieg Larsson (e io – lo si è forse capito? – sono fra questi) farebbe carte false per mettere le mani su quel manoscritto. Ma proviamo a riflettere per un momento sulla portata e sulle conseguenze di un’operazione editoriale siffatta: siamo sicuri che l’arbitrio sia preferibile alla perfetta, poetica incompiutezza del tris di romanzi in esame (incompiutezza che rimarrebbe tale anche qualora venissero razionalizzati e pubblicati tutti gli appunti lasciati dall’autore)? “Stieg si sarebbe aspettato che difendessi tutto questo” ha dichiarato Eva Gabrielsson in una recente intervista a Marie Claire “invece di lasciarlo in mano ai ghost writers e agli sceneggiatori assoldati dalla sua famiglia … per continuare a sfruttare il filone con tutti i mezzi. Credo che i lettori … non meritino addirittura l’affronto di qualcuno che continua a scrivere per conto di Stieg, nemmeno se fossi io”. Consoliamoci piuttosto con una sana rilettura di ciò che Stieg Larsson è stato in grado di completare. Tornare sui propri passi e


rivivere intatte le emozioni della prima volta è il privilegio piÚ squisito che la parola scritta conceda ai lettori. Simona Tassara http://unostudioingiallo.blogspot.it


ALL’OMBRA DEI GIGANTI Puntata numero 2 Cari amici, ben ritrovati. Per chi fosse al primo giro di giostra con questa allegra compagnia, sappiate che siamo una banda di manigoldi esperta nel furto con destrezza di gemme letterarie d'autore. La nostra specialità sono le dimore dei grandi della narrativa del brivido. Ci eravamo lasciati con le meraviglie raccolte nella dimora del Maestro del Brivido, Stephen King. Per questa seconda impresa, abbiamo scelto un obiettivo altrettanto ambizioso. Cercheremo di irrompere nelle stanze segrete del maestro dei maestri, anzi del maestro del sopracitato Re in persona. Stiamo parlando di Sir Richard Matheson. Classe 1926, Matheson, è noto soprattutto per aver scritto racconti e romanzi dai quali sono stati tratti adattamenti cinematografici e televisivi di notevole successo, tra i quali diversi episodi di Ai confini della realtà e i film Tre millimetri al giorno e Io sono leggenda. Per questa nostra breve incursione, abbiamo scelto un pezzo dal titolo Prey (La preda), contenuto nella raccolta I migliori racconti, e pubblicato in Italia dall'editore Fanucci. Senza perdere altro tempo in inutili chiacchiere, direi di muoverci. Armati come sempre della nostra piccola torcia a dinamo e del caro taccuino nero, ci addentriamo furtivi a caccia di oggetti preziosi. Dobbiamo essere sempre veloci, agili e spietati. Spiamo ovunque, strisciamo sotto letti e armadi, scostiamo quadri e specchiere, tastiamo i fondi dei cassetti. Come abbiamo imparato, osserviamo ogni cosa con estremo scrupolo, ascoltiamo, annusiamo, tocchiamo, assaporiamo ( questa volta vedrete quanto saranno utili i


vostri sensi) senza tralasciare nulla. Abbiamo preso tutto? Bene allora, infiliamo la refurtiva nelle sacche e fuori, corriamo lontano a goderci il meritato bottino. Dunque, complimenti a tutti. Cosa abbiamo scoperto? Beh, prima di tutto, occorre dire che ci ha sorpreso l'aspetto spoglio della stanza che abbiamo visitato, all'interno dell'immensa dimora di Richard Matheson. A dir poco essenziale. Ridotta all'osso. La trama del racconto era talmente semplice da essere quasi imbarazzante. Una donna di nome Amelia torna a casa col regalo per il suo fidanzato, una bambola feticcio di legno. Fa due telefonate dopo le quali scopre che la bambola è scomparsa. La cerca senza successo finché questa salta fuori animata da furia assassina cercando di pugnalarla. Amelia tenta inutilmente di scappare finché, stremata, riesce a gettare la bambola nel forno e a darle fuoco. Tutto qui. La domanda è: per quale motivo questo racconto è piaciuto tanto da essere inserito in una raccolta delle migliori opere dell'autore e da divenire nel 1975 un episodio della serie Trilogy of Terror? La risposta dobbiamo cercarla tra la refurtiva che abbiamo qui davanti ai nostri occhi. Reperto numero uno: semplicità e scorrevolezza del testo. La prima cosa che colpisce di Matheson è la qualità della scrittura. I suoi testi non sentono il peso degli anni. Questo racconto pubblicato nel 1969 pare scritto oggi. Lessico e sintassi sono freschi, scorrevoli, mai ricercati o astrusi. Tanto che è quasi impossibile capire in che periodo storico si svolga la vicenda. Solo un dettaglio fa presumere che non si tratti di contemporaneità: dal centralino telefonico una voce registrata avverte Amelia che sta tenendo la linea occupata. Reperto numero due: la forza di una sola parola. Amelia sta svolgendo una semplice operazione, sta scartando un pacchetto dopo essere entrata in casa e aver compiuto innocui gesti di disarmante quotidianità. All'improvviso una similitudine ci lascia senza fiato: la


scatola di legno sembra una bara. Bum! Non sapevamo cosa ci fosse all'interno del pacchetto, e ora sappiamo cosa poterci aspettare.

Reperto numero tre: la paura passa attraverso tutti i sensi. Le percezioni sensoriali di Amelia donano sapore e sostanza alla trama, fanno montare il patos da una sequenza all'altra. Sono i suoni, cominciando dallo sgocciolio in sottofondo dell'acqua nella vasca, ai rumori della bambola che si muove nell'ombra (come un topo), il suo raspare, grattare, saltellare, picchiare. Ma è anche lo sferragliare della lama infilata sotto le porte e nelle serrature. Lo scattare dei fermagli della valigia. E quindi, verso la fine, le grida disumane della bambola che rimbombano nella testa di Amelia. Ma sono anche le visioni della donna, i movimenti del feticcio che scatta come un proiettile, che pare una macchia indistinta, un ragno all'attacco, che salta, si precipita su di lei, si dimena, scalcia. Sono le percezioni corporali di Amelia, il dolore delle ferite delle quali si riempe, i tagli che le fa la bambola o che si procura da sola cadendo, inciampando, urtando ovunque. E in ultimo, il calore del proprio sangue e, durante la scena conclusiva, il fetore del legno bruciato che riempe la casa. Reperto numero quattro: l'immateriale si fa carne. Il finale è fenomenale. La donna convinta di aver distrutto la bambola, apre il forno. “Qualcosa di buio e opprimente l'attraversò tutta e udì ancora quell'urlo nella sua testa, mentre la vampa del forno la investiva e la impregnava”. Lo spirito del feticcio si fa calore che avvolge il corpo di Amelia, se ne impossessa, e la trasforma in Colui Che Uccide, pronta a compiere la danza di caccia per assalire la sua prossima preda: la propria madre. Non male, vero?


Reperto numero cinque: rendere credibile l'impossibile. Con una trama del genere sarebbe semplice cadere nel banale o nel ridicolo. Matheson non lo fa mai. Ăˆ questo uno dei suoi piĂš preziosi segreti. Quell'improbabile assassino di legno alto venti centimetri fa davvero paura. Non ci fermiamo neppure un istante a chiederci come sia possibile e se tutto non sia frutto solo della fantasia di Amelia, magari una semplice allucinazione. Tanto che alla fine del racconto tiriamo un sospiro di sollievo e ci guardiamo intorno per scongiurare che il feticcio non sia saltato fuori dal libro per ricominciare la sua battuta di caccia. Insomma, anche questa volta direi che siamo stati piuttosto bravi. Ma, tranquilli, si può sempre migliorare. La nostra fame di tesori e meraviglie letterarie non sarĂ mai sazia. Altri, altrettanto preziosi forzieri attendono di essere depredati da abili geni del furto quali i sottoscritti. E dunque, non poltriamo miei prodi, all'erta stiamo, vigili. Sempre vostro, Samuel Giorgi


ARTICOLO: HOLMES E SHERLOCK – dalla carta alla BBC – Seconda Parte

La BBC rilancia i personaggi di Doyle splendidamente. Ciò che ha di sensazionale la serie Sherlock è che del materiale originale non cambia quasi nulla, se non il periodo storico. Le storie vengono trasferite nella Londra contemporanea. Anche nella nostra epoca, Sherlock e John conservano in maniera eccezionale i tratti originali, tanto da deliziare i fan di vecchia data. Reagendo agli stimoli del ventunesimo secolo, Sherlock diventa un genio sregolato, perfino sociopatico, un’attention whore con alle spalle una famiglia evidentemente benestante, ma assente, e un fratello nel governo britannico. Nel frenetico contesto attuale, un ragazzo così dotato ed eventualmente trascurato - questo non si sa, ma considerata la sua necessità di attenzione sclerotizzata si tratta di un’ipotesi plausibile sviluppa problematiche. Le persone che ha intorno non hanno tempo per lui e il suo genio suscita competizione e diffidenza. Sherlock è un uomo che esce dagli schemi sin troppo: o gli si è ostili o gli ci si affida ciecamente. Questo atteggiamento gli è utile (con tutti i dati a disposizione, risolve prima) ma non lo apprezza. Nemmeno John, in questo tessuto sociale, è il posato e maturo scrittore di cronache, colui che accetta paternamente le eccentricità dell’amico. John ci viene presentato con una sindrome di stress posttraumatico di ritorno dall’Afghanistan: insieme ai tempi è cambiata anche la guerra. John Watson esce segnato, soprattutto fisicamente. Ai tempi di Conan Doyle tutto era diverso: for Queen and Country, riprendi la tua vita, ti sistemi. A sua volta zoppo, Watson diventa la stampella di Holmes. In breve Sherlock non può più fare a meno di John, se lo trascina dietro come fosse di sua proprietà. In Sherlock non ritroviamo due persone sicure di se stesse, unite prima dalla curiosità e poi nel riconoscersi come anime affini. Non si tratta, questa volta, solo di ritrovarsi e vivere insieme avventure che uniscono. Diventa, giocoforza, anche un prendersi e curarsi a vicenda.


Portato ai giorni nostri, il rapporto si accentua in direzione romantica. Nella prima puntata della prima serie, John spalanca gli occhi davanti al metodo deduttivo di Sherlock. È fantastico, gli dice, stupefacente, brillante. Di solito la gente si infuria, ma John lo trova fantastico. Si ripropone l’atteggiamento che traspare nei romanzi: John Watson è puramente interessato a Sherlock Holmes. Vede i suoi difetti, ne viene irritato, ne viene intenerito, cerca di farlo ragionare. E continua a trovarlo fantastico. Si crea un legame dinamico, è quello di cui Sherlock aveva bisogno. Non viene assecondato, preferisce che qualcuno lo sfidi, in modo che possa dimostrare di essere il migliore. Ma siamo lontani dall’Inghilterra vittoriana, non c’è più tanto fair play: non necessariamente una volta che si vince, viene riconosciuta la bravura. Per lo più, oggi gli sconfitti s’infuriano, perché Sherlock manca di tatto o perché non riescono ad accettare la superiorità di un altro nel proprio campo (è il caso di Sally Donovan). John invece non fa nessuna delle due cose: non lo asseconda mai e neanche gli perdona le sciocchezze. Al tempo stesso però gli riconosce il genio, la ragione, la correttezza delle deduzioni. Essere idolatrato e basta sarebbe deleterio per Sherlock, lo annoierebbe, laddove una sfida perpetua non lo porterebbe mai ad essere davvero apprezzato. Ci si domanda quanto Mycroft Holmes abbia tentato di capire suo fratello. Ma Mycroft è freddo, ancora più di Sherlock, e forse ragionando ha capito, ma non è riuscito a mettere in atto le intenzioni. John Watson, da parte sua, ha l’atteggiamento perfetto. E nemmeno si sforza. Non è facile individuare dove il peso si sposti da amicizia a qualcosa di più complicato, nella relazione di Sherlock e John. In primis, questi due personaggi sono grandi amici nei romanzi come nella serie televisiva. Non c’è niente di direttamente esplicito. Probabilmente, quando due persone come loro arrivano a condividere tanto, si avvicinano a quello che si direbbe una coppia in senso stretto. Con la modernità, con tutti i tabù che cadono, è più facile mettere una


lente più attenta sulle cose. Nessuno (di gentiluomo, certo) insinuerebbe nulla su Holmes e Watson, ma il bachelorism era tipico di tante coppie gay. Oggi una convivenza del genere acquista sfumature più nette: a occhi smaliziati, Sherlock e John sono una coppia. Tanto che fa ridere, ma allo stesso tempo è significativo, che nella stessa serie televisiva tutti li prendano come tale. Come suggerisce la stessa Irene Adler - la magnifica Irene Adler della BBC, così diversa e così uguale alla sua controparte cartacea - ad esempio. Si deve sempre dare ascolto a Irene Adler.

Scilla Bonfiglioli


LA LETTERATURA E’ MORTA? Tempo fa, studiando per un esame di letteratura italiana, incappai in una frase dell’autore dei manuali, lo storico della letteratura italiana Giulio Ferroni. Le parole dello studioso erano più o meno queste: “La letteratura è morta. Viviamo in una fase postuma della letteratura.” Non c’è bisogno di star qui a spiegare cosa volesse dire. Più chiaro di così non si può. Ebbene, questa frase è rimasta a fermentare in un angolo della mia mente per mesi. Mi è venuto spontaneo chiedermi: ma la Letteratura, di preciso, che cos’è? Le definizioni sono le più varie. Leggendole non sono riuscito a ricavare nessun concetto chiaro, nessuna essenza. Così mi sono detto: prova a capire da solo cos’è la letteratura. Dopo un po’ di congetture sono arrivato a una definizione che a me sembra logica e corretta. Le storie che i nonni raccontano ai nipotini per tenerli buoni sono narrativa. Le storie che i nonni raccontano ai nipotini per provare a spiegargli la vita sono letteratura. Tanto per dirne una, uno dei massimi esempi di letteratura mondiale, la Divina Commedia, non è nient’altro che un poema allegorico che parla della vita e dell’uomo, dei vizi e delle virtù, del bene e del male, ecc. Tutti temi legati alla vita, all’esistenza dell’uomo. Temi universali. Per me, il valore aggiunto della letteratura rispetto alla narrativa è proprio questo: parlare della vita. Quando un libro ti mette davanti alla maestosa complessità della vita, provi sensazioni diverse rispetto alla lettura di un testo scritto per far svagare il lettore durante e dopo la lettura. Come se il libro fosse riuscito a farti aprire un altro po’ gli occhi, a farti vedere un po’ meglio ciò che ti circonda.


A questo punto, però, è sorta spontanea una riflessione. Un libro come Il Padrino, considerato un capolavoro della narrativa a tema criminale (filone riprovevolmente commerciale) a me ha trasmesso diverse cose, riguardo la vita. Me ne rendo conto solo oggi che ho acquisito una base di teoria drammaturgica, tramite letture sparse e voglia di apprendere. Il Padrino è una tragedia. Come diceva Carmelo Bene, nella tragedia i personaggi non agiscono, ma sono agiti. Proprio come avviene nel Padrino. Vito Andolini (poi Corleone) si ritrova a vivere in un mondo permeato dalla mafia. Gli ammazzano padre, madre e fratello, ma lui scappa in America. Qui lavora come garzone in una bottega di alimentari, ma viene licenziato a causa di un boss della Mano Nera, Fanucci. A questo punto non può più permettersi di vivere onestamente. Attenzione: non ha deciso di darsi al crimine, ne è costretto dalle circostanze. Si ritrova come vicino di casa un piccolo criminale (Clemenza), lo aiuta a occultare pistole senza rendersi conto di cosa sta facendo (fin quando non apre il fagotto), partecipa a un furto senza capirlo da subito. Guadagna la fiducia di Clemenza e per vivere partecipa a una serie di rapine di camion. A questo punto ritorna Fanucci, che vuole il pizzo. Vito lo uccide, esasperato, e si ritrova a essere considerato il boss. La gente che pagava Fanucci ora va da lui, si sottomette spontaneamente. E’ a questo punto, e solo a questo punto, che il più celebre mafioso immaginario decide di proseguire sulla strada già spianatagli dal Destino. E ancora, il Destino ritorna con i suoi figli. Sonny muore a causa della sua tempra irascibile, che Puzo ci dice ereditata dal padre di Vito,


ucciso dalla mafia perché, accecato dall’ira, aveva ucciso un uomo d’onore. Michael, che lui voleva senatore, o comunque uomo importante del mondo legale, è costretto dal Destino a seguire le orme paterne. Si ritrova invischiato in una palude fatta di rabbia fredda e sanguinaria, di rancore verso il mondo che comporta la perdita definitiva di ogni innocenza. Ma noi sappiamo che Michael è uno studente brillante, un soldato decorato. Insomma, uno che, nato da una famiglia di italo americani poveri ma onesti, magari il proprietario di una bottega di alimentari e sua moglie (cosa che Vito avrebbe potuto essere) sarebbe diventato professore o comunque un rispettabile professionista.

Il Padrino mi ha fatto seriamente riflettere sul Destino, su quanto il libero arbitrio sia limitato dalle possibilità che la vita ti offre.

Ho fatto questo esempio, che può sembrare una divagazione ma non lo è, per dire due cose.


1) Un’opera considerata narrativa, puro intrattenimento anche se di alta qualità, in realtà ha qualcosa di letterario, nel senso che si parla spesso del destino in un’accezione tragica. 2) Che questo spessore dell’opera resta invariato nella versione cinematografica. Anzi, forse viene rafforzato dalle grandi performance di attori come Brando, Pacino, De Niro e compagnia. Questo mi fa dedurre che: - La letteratura non è legata a un genere o all’assenza di genere (il tanto osannato romanzo non di genere…) - Si può parlare della vita e intrattenere allo stesso tempo - Si può portare avanti il compito della letteratura, ovvero storie che parlano della vita, anche con altri mezzi narrativi, come il cinema. Un altro esempio, Scarface. Al di là degli svariati “fuck” pronunciati e della coca sniffata, Scarface è un film sul sogno americano, sì, ma soprattutto sull’ambizione, che se spinta ai massimi livelli porta l’essere umano a distruggersi. Non vi ricorda tanto Macbeth di Shakespeare? A me sì, pure tanto.


Eccoci arrivati al dunque. La letteratura è morta? Per me no. La parola scritta gode di cattiva salute, in quanto non in grado di competere con altri mezzi più comodi e d’impatto, come il formato audiovisivo (video). Ma il compito assolto – fino a ieri – dalla letteratura, oggi, viene svolto da altri mezzi come cinema, serie tv, talvolta persino dai videogiochi. Chi può negare che le grandi serie Tv dei nostri giorni (per rimanere nel genere della rivista, I Soprano) parlino della vita e dei suoi problemi in modo efficace e coinvolgente? Non tutte, ovvio, ma le migliori sì.

Se poi per letteratura vogliamo intendere per forza una storia scritta in un certo modo, che oggi risulterebbe artificiale e pomposo – ma soprattutto anacronistico -, allora direi: ben venga la morte di questa letteratura. Per come si è evoluto il mondo, questa letteratura può essere solo parte di un passato sì da studiare, ma comunque da considerare concluso. Aniello Troiano

Articolo originariamente postato sul blog di Aniello Troiano: http://aniellotroiano.wordpress.com


Ciao Simone, benvenuto su Fralerighe. 1) Presentati ai nostri lettori. Chi sei, cosa fai nella vita, come va col conto in banca? Ciao a tutti! Chi sono? Un trentasettenne padovano che fra le varie cose ama leggere e scrivere. Nella vita sono socio di Brucle, un'azienda che produce accessori moda fatti a mano, e il conto in banca non lo controllo mai per evitare sbalzi di umore.

2) Com'è nata l'idea di Portello Pulp? Portello Pulp è nato per immagini: un cavallo pitturato da zebra, una scritta su un muro di Padova (Miranda Orfei Go Home), il benzinaio strambo da cui porto a lavare la macchina, alcuni ex compagni di classe che non vedevo da anni. Ho frullato il tutto ponendomi un obbiettivo: divertirmi, e quindi di riflesso divertire. Senza farmi troppe paranoie su cosa avrebbe pensato il lettore, visto che non avevo pubblicato nessun romanzo, e non sapevo se avrei mai pubblicato questo! Sono andato a ruota libera ed è stata un po' la svolta che mi ha premiato con la pubblicazione.


3) Com'è stato scrivere questo romanzo (P.P.)? Hai incontrato qualche difficoltà? Dopo aver interrotto 4-5 romanzi a metà, ho preso una decisione: non cominciare mai a scrivere se non avevo in testa un'idea della trama, e soprattutto un finale. Poi non ho mai utilizzato quelli che avevo in mente, ma avere una sorta di paracadute per i momenti di stallo, mi è servito molto. Quando trovo il ritmo nello scrivere di solito non mi fermo finché il romanzo non è completo. Quindi la parte più difficile è sempre iniziare, trovare il ritmo. Poi è tutta una discesa. 4) Il personaggio a cui sei più affezionato? Quello che detesti? Quello più simile a te? Il personaggio a cui sono più affezionato? Forse Iviça, insieme a Pippo Pacciani, che nella versione reale era mio compagno di merende nelle serate in discoteca. Nella versione reale era meno esagerato che nella versione romanzata, va detto. Adesso è emigrato in Inghilterra, un cervello in fuga. Pensa te la vita com'è strana. 5) Il percorso che ti ha portato a pubblicare, com'è stato? Penso quello di tutti: ho spedito il romanzo a un po' di case editrici, che avevano una linea editoriale adatta al romanzo. Nel frattempo, sul forum pescepirata.it, ho conosciuto una ragazza appassionata di pulp e le ho mandato il romanzo da leggere, per avere un parere. Come avevo fatto anche col rifugio degli esordienti. A lei è piaciuto molto, e nel frattempo è diventata curatrice di una nuova collana di Edizioni La


Gru, una delle case editrici a cui avevo mandato il romanzo. Portello Pulp è stato scelto proprio per inaugurare la collana! 6) Ci racconti un episodio particolare legato all'editing?E uno legato alle presentazioni? In una scena iniziale, quando Carlo Benzina viene accerchiato dagli spaccia, nella prima versione del romanzo la bicicletta scompariva. Cosa peraltro molto facile al Portello, dove i furti delle bici sono frequenti, ma in questo caso si era trattato di una mia svista, poi sistemata. Per le presentazioni invece che dire? Ogni volta qualcuno si avvicina e mi chiede: hai speso tanto per pubblicare? Quando rispondo che non ho speso niente, anzi mi pagano pure, mi guardano strano e vanno via scettici. 7) Ho visto che hai pubblicato da poco un secondo romanzo, Nordest Farwest. Che ci dici al riguardo? Nordest Farwest nasce come complemento di Portello Pulp. Mi interessava raccontare il territorio da diverse angolazioni, sempre usando un filtro narrativo pulp. Mentre in PP i tre personaggi sono dei disperati che vivono ai margini della società e cercano di uscire nei casini, in Nordest Farwest i tre personaggi sono costretti dalla vita, dalla crisi economica, dalla malattia, a fare quello che fanno. Nelle mie intenzioni vorrei scrivere una trilogia pulp.


8) Con questi due romanzi hai avuto modo di vivere il mondo legato ai libri. Che ne pensi? Io sono "entrato" quest'anno nell'editoria, e devo dire che come tutti i settori risente molto della crisi generale che sta colpendo l'euro zona, per cui immagino la mia sia una visione legata anche a questo. Quello che penso è che all'interno dell'editoria c'è molta passione, e ho avuto modo di conoscere persone veramente speciali che mi hanno aiutato molto in modo disinteressato. In altri settori non mi è mai capitato. 9) Fralerighe è gemellata con il forum PescePiratA, e tu, come me, ne sei membro. Vuoi spendere qualche parola al riguardo (una risposta negativa non è contemplata :D) ? Penso che PescePirata sia veramente un forum innovativo. Innovativo perché il tempo non viene impiegato a lamentarsi, ma si cerca costruttivamente di aiutare chi ama la scrittura e vuole migliorare, con editing, suggerimenti e altro. Black Bart, il cofondatore di PescePirata, è uno dei miei beta-tester a cui faccio leggere le cose che scrivo in anteprima, per avere un suo giudizio. 10) Progetti per il futuro? Progetti per il futuro: chiudere la trilogia pulp, come prima cosa. Poi un fumetto (o graphic novel come la chiamano adesso i più fighi) autoconclusivo insieme a un amico disegnatore, e un romanzo scritto a 4 mani con uno svitato. In bocca al lupo per tutto. Ciao! Crepi il lupo! Simone Marzini e Aniello Troiano


SANTIAGO GAMBOA – PREGHIERE NOTTURNE Autore: Santiago Gamboa Titolo: Preghiere notturne Pagine: 320 Prezzo: 19 € Trama: Uno studente di filosofia colombiano, Manuel, viene arrestato a Bangkok con l’accusa di traffico di droga: se non si dichiara colpevole rischia la pena di morte. Ma la sua preoccupazione più grande è rive-dere la sorella scomparsa anni prima, Juana, a cui è legato da un amore esclusivo. Manuel è un sognatore, appassionato di letteratura e autore di graffiti, Juana una donna forte, decisa a fare qualsiasi cosa per pro-teggerlo e portarlo via da Bogotá, infestata di paramilitari e narcotraf-ficanti. È per questo che diventa una escort di lusso e si introduce negli ambienti dei politici corrotti per tramare vendette, ma quando le cose per lei si mettono male è costretta a lasciare il paese. La vicenda commuove il console colombiano a Nuova Delhi, che ritrova Juana a Tokyo, sposata con un ricco giapponese da cui ha avuto un figlio, e fa di tutto per riunire i due fratelli. È lui a raccogliere le loro sofferte testimonianze e a raccontare la loro malinconica storia. Con la consueta sapienza narrativa che fa di lui uno dei più apprezzati scrittori latinoamericani del nostro tempo, Santiago Gamboa impone un ritmo incalzante a questo romanzo a tre voci, mentre disegna un affresco inquietante di un mondo sordido che, dall’infinita guerra civile in Colombia al turismo sessuale in Thailandia, è afflitto dalla stessa endemica violenza.


MARA NON GIOCA A DADI – LUCIANO MODICA Titolo: Mara non gioca a dadi Autore: Luciano Modica Editore: Runa Editrice Prezzo: € 16,00 Quarta di copertina: “…Privitera aveva comunque ben chiaro quanto reato e peccato fossero categorie diverse; lui, senza dubbio, era della prima che doveva occuparsi. Quanto all’anima nera degli uomini, teneva sempre ben a mente ciò che qualcuno aveva intuito prima di lui: la gravezza del peccato dipende dall'imperscrutabile malizia del cuore…”. Mara non gioca a dadi è un noir incalzante che avvince il lettore sin dalle primissime pagine, ed in cui la trama si lega a filo doppio a riflessioni sul senso del male, sul caso e sulla capacità del singolo di scendere in guerra con il proprio destino.


SARAH BRAUNSTEIN – IL DOLCE SOLLIEVO DELLA SCOMPARSA Nome autore: Sarah Braunstein Titolo: Il dolce sollievo della scomparsa Pagine: 360 Prezzo: 16 € Trama: Un noir psicologico costruito intorno alla scomparsa di Leonora, una ragazzina ubbidiente e «preziosa» della quale un giorno, di ritorno da scuola, misteriosamente si perde ogni traccia. Forse Leonora ha infranto la regola più importante, ha rivolto la parola a uno sconosciuto. Accanto alla sua storia scorrono i destini di altri personaggi, immersi in un tempo sospeso che fluttua tra presente e passato. Paul fugge da una madre assente con l’ossessione di diventare una modella e si ritrova a fare il vagabondo; Thomas, infermiere in una clinica per aborti, è ossessionato da Goldie, la spia dalla finestra, non fa che pensare a lei; e poi Sam, che da bambino è scampato miracolosamente a un incidente provocato dalla madre; Louise, che si è andata a schiantare in macchina contro un treno uccidendo tutta la famiglia; Judith, una ragazza dall’animo scuro che sposa Sam, ha una figlia, ma non riesce a soffocare la sua indole ribelle che la fa sentire imprigionata in una normalità che le ha rubato i sogni. Anime disorientate, attratte dalla trasgressione e affamate di libertà, esistenze riflesse nello sguardo smarrito di Leonora che fa capolino dai manifesti che ne denunciano la scomparsa.


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CREDITI: Direttore: Aniello Troiano Redattori: Simona Tassara Omar Gatti Macondo CittĂ dei Libri Silvia Di Mauro Scilla Bonfiglioli Samuel Giorgi Giorgio Picarone Grafico: Alex Terazzan


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Rivista Fralerighe CRIME N.6  

Il 6° numero della rivista Fralerighe. Questa è la parte dedicata alla narrativa crime.

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