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RIVISTA LETTERARIA – ANNO 2, NUMERO 2

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DieciCento è una rivista letteraria, fondata a Torino da Nicola Feo e Carlos Bolaños. La rivista si nutre dei racconti (principalmente inediti) forniti gratuitamente dagli autori, già pubblicati o esordienti. I testi vengono presentati senza interventi di editing da parte della redazione. I diritti sugli stessi rimangono di proprietà degli autori. DieciCento è gratuita e fuori commercio. Può essere scaricata dal sito www.rivistadiecicento.it.

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Per proporre dei racconti, consultate la pagina; troverete indicazioni in merito ai requisiti che i testi devono rispettare, nonchè alle modalità di invio. Se volete contattarci, inviateci una mail a: redazionediecicento@gmail.com

Ringraziamenti Il logo di DieciCento è opera di Andrea Ragghianti. marzo 2018

La grafica è curata da Michela Scibilia (www.teodolinda.it). Logo e grafica sono stati forniti per gentile concessione.


Editoriale

Cari lettori, Riuscire a fare una cosa bella è sempre complicato, riuscire a farne una seconda lo è ancora di più. Ma ora possiamo darvi finalmente il benvenuto su DieciCento numero 2! Nel primo numero abbiamo visitato Torino soggiornando in un albergo e visitando le librerie del centro, il mercato multietnico di Porta Palazzo, la movida del Quadrilatero e la periferia della Falchera. In questo secondo numero, Torino è nuovamente il fil rouge che lega i racconti che vi apprestate a leggere. Verremo accolti dalla stazione di Porta Nuova, gironzoleremo tra viali di tigli, la Basilica di Superga, l’ospedale psichiatrico di Collegno e, nel corso del viaggio, incomberanno l’ombra di un elefante fuggito da un circo e la nostalgia per Torino.

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La particolarità di questo numero è la presenza di una colonna sonora: il suono di un pianoforte, una jam-session di jazz, un sottofondo di voci e tazzine, il tintinnio delle posate.

Buona lettura. Carlos & Nicola

P.S.: Il terzo numero è già in lavorazione. Per l’occassione, DieciCento si sposterà in trasferta a Padova…

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Nella prima uscita avevamo avuto un gradito ospite inatteso, lo scrittore Dan Fante. Oggi ne abbiamo uno altrettanto gradito: il racconto 23 maggio 1992 che ha vinto il prestigioso Premio Cesare Pavese.


“Play me, I’m yours!”. L’idea è stata del musicista britannico Luke Jerram. Grazie a lui, più di 1.300 pianoforti sono stati piazzati nei luoghi pubblici di circa 50 città nel mondo. Torino, come New York o Londra, Boston o Parigi, da qualche anno accoglie i suoi visitatori al suono di uno di questi pianoforti. Quello di Porta Nuova è un Baer, costruito dalla nota ditta torinese, nata nel 1819 grazie all’imprenditoria di Giovanni Berra, suo fondatore. Noleggiato per un anno, è ancora lì dal 12 febbraio 2015. È diventato uno dei protagonisti della città e lo è anche di questo racconto.

Raffaella La Villa è nata a Novara alcuni anni fa, dove vive e lavora come insegnante di Francese di scuola superiore. Le parole le usa da sempre e le scrive da poco, in italiano almeno. Attirata dalla narrativa noir, purché impura e contaminata da approfondimenti psicologici, ha studiato presso Scuola Holden di Torino per alcuni anni. Ama scrivere racconti. Il suo “Karma” era tra i finalisti del concorso Giallo sulla Gialla, organizzato da Mondadori a San Donato Milanese, e si è classificato al primo posto del Concorso Giallo Indipendente 2017. Con il racconto noir “Primavera” ha vinto il primo premio del Concorso San Giuliano in Giallo 2017. “Il pianista di Porta Nuova” ha vinto due primi premi, nell’ambito del Concorso Letterario La Canonica di Novara e del Premio di Poesia e Narrativa Città di Arcore 2017. È tra i finalisti pubblicati nell’antologia del Premio Letterario Giovane Holden (Viareggio 2017).


Raffaella La Villa

Il pianista di Porta Nuova i sassolini rossi di lapillo da cui spuntavano cespugli ornamentali e un alberello puntato verso il cielo lattiginoso di plexiglass. Girò a sinistra, oltrepassò un negozio di cosmetici, poi un ottico. Strisciava lungo i muri a occhi bassi. Sentiva lo sguardo dei passanti scivolare su di lui senza fermarsi. All’improvviso lo vide. Un pianoforte verticale. Nero, lucido. Un cartello con il fondo rosso diceva “PLAY ME, I’M YOURS”. Per fortuna c’era la traduzione. Lui, di inglese, sapeva molto poco.

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Della vita, invece, non sapeva niente. A parte la musica. Quella gliel’aveva insegnata sua madre. Si sedette sul sedile imbottito, legato al piano da una pesante catena verde. Era un po’ troppo alto per lui, ma si allungò verso i pedali e cominciò a suonare. Scelse la melodia di “Un Matto”. De André naturalmente. In casa sua non si sentiva altro. Per sua madre era una vera ossessione. Gli altri sognan se stessi, tu sogni di loro… Il verso riemerse spontaneo. Arnaldo si accorse che i passanti, man mano che si avvicinavano, regolavano il passo al ritmo della canzone. Qualcuno allungava il collo per vedere chi era il pianista. Poi, tirava dritto senza guardarlo una seconda volta. Era sempre stato così, per lui. Era una persona da uno sguardo solo. Quando andava bene. Quando andava male, era assolutamente trasparente. Aveva invidiato per anni le persone che meri-

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Non era morto neanche quella mattina. Arnaldo aveva percorso la banchina del binario 12, fino a dove gli autobloccanti sbiaditi finivano. Aveva cercato di concentrarsi chiudendo gli occhi. Sarebbe bastato un solo movimento, preciso e leggero, nel momento esatto in cui il rumore del treno in arrivo si faceva fragore e l’aria si tendeva come un filo d’acciaio. Aveva imparato a riconoscere il momento perfetto. Anche quella mattina si era imposto di saltare. Aveva dato il comando al cervello. Anzi, l’aveva gridato. Ma niente. Si ritrovò immobile, appena oltre la linea gialla, ancora una volta inutilmente vivo. Il treno rallentò in uno stridore di freni, poi si fermò. La folla si riversò dagli sportelli aperti verso il centro della stazione. Arnaldo si mescolò alla corrente. Qualcuno lasciò cadere un quotidiano vicino a un cestino. Lunedì 23 febbraio 2015. Incredibile come il mondo si ostinasse a ricominciare. Passò di fianco alla libreria. La vetrina ritrasse la sua sagoma insignificante. Il corpo sgraziato. I vestiti informi. Il tipo di volto che non ti ricordi di aver visto. Persino lui, ogni volta che si specchiava, faticava a riconoscersi. Capelli unti e radi pettinati indietro sulla fronte e un po’ lunghi sul collo. Grigi. Come i vestiti, gli occhi e la pelle spenta. Stava per imboccare l’uscita laterale di Via Sacchi. Il suo appartamento era al numero 28/bis. Una specie di tana per giganti, al terzo piano di un palazzo antico, dai soffitti altissimi. Solo che lui era quanto di più lontano da un gigante si potesse immaginare. Nei vestiti del padre, poi, pareva ancora più basso e gracile. Decise che non aveva fretta di tornare a casa. Si diresse verso l’uscita principale, passando sotto alla diagonale di una doppia scala. Si fermò un attimo di fronte all’aiuola. Sfiorò


tavano una seconda occhiata. Non parliamo di quelle che ne ricevevano tre o addirittura lunghi sguardi indietro con la testa voltata. Non si trattava solo delle persone belle. Invidiava anche quelle deformi, eccentriche, orrende o inquietanti. Persone che riuscivano a farsi notare. Invece lui, si confondeva coi muri, con l’arredamento degli uffici, le sedie delle sale d’aspetto. Negli ultimi tempi, comunque, quell’invisibilità aveva smesso di ferirlo. Precisamente, da quando aveva deciso di morire. Certo, tra il pensiero e l’azione finiva sempre per formarsi una bolla di tempo, che una parte di lui non si decideva a far scoppiare. Adesso, per esempio, non gli dispiaceva lasciar correre le dita sui tasti.

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C.BAER Torino, dicevano le lettere d’argento. Un nome sonoro, pensò, come le note decise che sprigionava. Lo sportello alzato era uno scudo dietro cui poteva osservare gli altri scorrergli intorno ed era la sua musica a suggerire una cadenza comune a quei passi discordanti. Non era mai entrato così in intimità col mondo, prima. Tornò anche la mattina dopo. E quella dopo ancora.

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Adesso, si alzava con un’intenzione. Apriva la porta di ferro battuto dell’ascensore, poi le due porticine di vetro. Entrava nella cabina di legno lucido dai riflessi rossastri come si sale su di una nave. Schiacciava il piccolo pulsante nero, sporgente, del piano terra, tenendo una mano sulla barra di ottone. Percorreva il breve tratto di Via Sacchi, col passo regolare di chi ha uno scopo, sbirciava il negozio di lampade, poi la profumeria. Leggeva velocemente il menu della trattoria. Quando entrava dall’ingresso laterale, alzava sempre lo sguardo verso i rettangoli di vetro del soffitto, bordati di bianco e rosso scuro. Lì, sentiva sempre una stretta allo stomaco. L’ingiustificato timore di non trovarlo più, il pianoforte. Poi, scorgeva il retro dello strumento. Legno chiaro e tenero. Fragile e grezzo.

Il retro del piano gli assomigliava. Ad Arnaldo, però, mancava lo smalto lucido e resistente, la grazia delle linee. Si sedeva e si concentrava. La canzone, non la sceglieva mai prima, ma stringeva gli occhi e osservava il colore della folla. C’erano mattine di metallo grigio, dove la gente arrivava a ondate irregolari, come un mare selvatico. Allora suonava “Creuza de mä”. Umbre de muri / muri de mainé Dunde ne vegnì / duve l’ è ch’ané? Se lo chiedeva davvero. Da dove venivano e verso cosa, o chi, andavano quelle ombre in viaggio? Scarponcini, scarpe da ginnastica sfondate, tacchi alti, stivali, mocassini impolverati, scarpe basse stringate. Qualcuno doveva aver camminato tanto. Altri sembravano ripetere ogni giorno lo stesso breve percorso. Nell’ondeggiare ritmico del ritornello, Arnaldo sentiva l’urgenza di una partenza, un odore sognato di corde marce d’acqua e sale. Poi c’erano le mattine increspate di riflessi. Ragazze bionde con gli occhiali. Riccioli rossi che sfuggivano dai berretti, ragazzi pallidi con scarpe fluorescenti, con tagli di capelli asimmetrici e tatuaggi sul collo, uomini con la valigetta, vecchie con cappotti viola e sacchetti gialli di plastica rinforzata. C’erano gonne chiare e sciarpe verdi. Valigie azzurre e argento. Innamorati spettinati con le guance rosa e gli occhi lucidi. Allora suonava “Volta la carta”. Le mani saltellavano sui tasti freddi con una specie di frenesia. Il ritmo dei passi intorno a lui accelerava con l’allegria di una danza. Almeno, così gli pareva. Come se tutto fosse nuovo e possibile. Che la signora bruna col tailleur potesse chinarsi verso il mendicante puzzolente. Che l’uomo d’affari con l’auricolare collegato al telefono, potesse trovare il tempo per fermarsi ad ascoltare, senza fretta. Anche per sé avrebbe voluto un avvenimento, un imprevisto qualunque nel suo destino dritto come un’autostrada nel deserto. In quelle mattine, smettere di suonare gli pesava.


Lei si avvicinò, alla sua destra. Arnaldo vide che non era più una ragazza. Sorrideva come se lo fosse, però, mentre camminava a passi prudenti, appoggiando il peso sulle punte, come un gatto. Attraversò controcorrente la massa dei viaggiatori, poi prese l’uscita laterale, camminò a piccoli scatti fino al 28/bis. Salì i tre piani di scale a piedi. Di fronte alla vetrata colorata del suo pianerottolo, appoggiò le mani sulle ginocchia. Era senza fiato. Per quindici giorni non uscì di casa. Eppure, avrebbe voluto scappare. Avrebbe voluto morire. Oppure, qualcos’altro che non sapeva e che pungeva forte, da qualche parte proprio vicino alle costole. Dopo due settimane decise di ritornare. Al pianoforte. O al binario numero 12. Avrebbe deciso sul momento. Percorse via Sacchi con rabbia e attraversò la strada sotto la pioggia battente. Lei si presentò puntuale. I capelli color miele erano sempre lucidi, ma rimbalzavano senza allegria. Portava grandi occhiali da sole. Scelse il pianoforte. Decise di suonare “La ballata dell’amore cieco”. Attaccò con dolcezza, rallentando il ritmo. Gli disse: “amor se mi vuoi bene Tagliati dei polsi le quattro vene” Il verso scivolò nei pensieri di Arnaldo. Le sue mani improvvisarono un ritornello jazz. La vanità fredda gioiva Un uomo si era ucciso per il suo amore. Continuava a sillabare il testo, assorto. Marta oltrepassò il pianoforte senza una reazione. Ancora una volta, Arnaldo si voltò a guardarla. L’uomo alto era lì. Questa volta non la chiamò, la prese sottobraccio senza baciarla. Si vedeva una specie di resistenza nel corpo di

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Allora, si ritrovava a camminare lungo il binario numero 12, fino al punto in cui gli autobloccanti finiscono. Ma così. Come una passeggiata. Fu in una mattina di metà marzo che si accorse di lei. Aveva i capelli color miele. I riccioli rimbalzavano elastici ad ogni passo. Ma non era stato quello a colpirlo. Era la luce che sembrava emanare da lei. Come una lampadina sottopelle. Era l’unica figura nitida in mezzo alla folla sfocata. Le mani di Arnaldo intonarono “Amore che vieni, amore che vai”. Lei si avvicinò, alla sua destra. Arnaldo, vide che non era più una ragazza. Sorrideva come se lo fosse, però, mentre camminava a passi prudenti, appoggiando il peso sulle punte, come un gatto. Alle note della canzone, sentì lo sguardo di lei rivolgersi verso il pianoforte, poi scivolare via. Venuto dal sole o da spiagge gelate perduto in novembre o col vento d’estate Io t’ ho amato sempre, non t’ ho amato mai Amore che vieni, amore che vai Arnaldo ripeteva nella mente i versi, mentre con la coda dell’occhio seguiva la traiettoria elegante di lei verso la metropolitana. Fu lì che commise l’errore. Quello di voltarsi. Un uomo alto, di bell’aspetto, gridò: “Marta!” Lei gli si gettò fra le braccia. Un abbraccio da naufraghi. Si baciarono sulla bocca e imboccarono insieme le scale mobili. Arnaldo si guardò le dita, contratte sulla tastiera. Non gli erano mai sembrate così ossute e rugose, i polsi così magri. Suonò la fine della canzone, poi chiuse il coperchio con un colpo secco.


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lei. Ma, forse, era la sua immaginazione. La mattina seguente Marta aveva ancora gli occhiali da sole. Eppure, il cielo era grigio. Arnaldo suonò “La ballata dell’amore perduto”. Quando lei lo oltrepassò, sempre alla sua destra, Arnaldo notò che zoppicava leggermente. Si notava appena, ma a lui non era sfuggito. Così come si era accorto delle scarpe basse, sportive, che avevano sostituito i tacchi alti. Portava pantaloni larghi, invece della gonna. La seguì con lo sguardo. Ormai, aveva smesso di resistere a quell’impulso. L’uomo alto, questa volta, non si avvicinò. Non la prese sottobraccio, ma la fece passare davanti a sé sulla scala mobile. Marta lo guardava di sottecchi, con il capo piegato. Arnaldo smise di suonare e li seguì. Non si accorsero di lui. Nessuno se ne accorgeva mai. L’uomo di Marta era più alto di lei di almeno venti centimetri e si sentivano tutti, nella mano pesante che le appoggiava sulla spalla. Direzione Fermi. Arnaldo comprò due biglietti al volo al distributore automatico. Per fortuna il treno non era ancora arrivato. Scese le scale e si fermò a qualche metro di distanza da loro. Salì sullo stesso vagone. Dietro gli occhiali di lei, si intravedevano ombre scure. Voltava le spalle al suo uomo. Lui, però, la teneva stretta per un gomito. Scesero a Bernini. Arnaldo li seguì a fatica. L’uomo aveva un passo svelto. Lei, nello sforzo di stargli dietro, zoppicava in modo sempre più evidente. La vide aprire la borsetta ed estrarre qualcosa. Un portafoglio. Tirò fuori due banconote azzurre. Tremavano nelle sue mani. L’uomo le prese con un gesto brusco. Marta entrò in un ufficio. L’uomo aspettò davanti all’ingresso, per un tempo interminabile, poi andò a sedersi al bar dall’altra parte della strada. Arnaldo attraversò e sbirciò dietro i vetri. Bar Jolly, dicevano le lettere adesive. Il cameriere appoggiò un bianchino sul tavolino dell’uomo di Marta, che lo bevve d’un fiato. Dopo qualche minuto, gliene portò un altro. Arnaldo si appoggiò, di spalle, al muro esterno del locale. Provava una specie di vertigine. Come se il muro cedesse, come se la strada avesse preso a ondeggiare. Vomitò la colazione

dietro il cassonetto dei rifiuti. Nessuno dei pochi passanti lo notò. Col passare del tempo, Marta appariva sempre più stanca, spenta. Come se i giorni, uno dopo l’altro, lasciassero cadere su di lei una polvere sottile. Una mattina, Arnaldo stava suonando “La Canzone di Marinella”, quando lei attraversò senza energia il flusso incessante. Faticò a riconoscerla. Aveva i capelli opachi e raccolti sulla nuca. Al primo sguardo, l’aveva presa per una signora di mezz’età. Non portava più gli occhiali da sole, ma il trucco non riusciva a nascondere le profonde occhiaie. Si guardava la punta dei piedi, mentre si dirigeva verso la metropolitana. L’uomo alto era sempre lì. Lei lo precedette sulla scala mobile con le spalle curve, senza guardarlo. Quella sera, Arnaldo tirò fuori la pistola di suo padre. •• La testimonianza del proprietario del Bar Jolly risultò decisiva. Raccontò al commissario De Angelis, che il giorno dell’omicidio, uno sconosciuto era entrato nel locale. Aveva offerto da bere a tutti. Un giro di bianchini. Nel bar c’erano i soliti tre habitué, tra cui la vittima, Carlo Cotronei. Lo sconosciuto aveva continuato a offrire vino, nell’entusiasmo generale. Circa un’ora dopo, era uscito dal locale, con il Cotronei ubriaco al seguito. Sembravano diventati, in un attimo, grandi amici. Dal momento che gli altri due clienti si erano assopiti e che non aveva nessuno da servire, pochi minuti dopo era uscito anche lui, a fumarsi una sigaretta. Ecco perché aveva visto bene quello che era accaduto. Erano fermi a circa cinquanta metri. Lo sconosciuto aveva indicato qualcosa a terra, forse un biglietto, o una banconota, e Cotronei si era abbassato per raccoglierla, ma aveva perso l’equilibrio ed era caduto sulle ginocchia. L’assassino, allora, aveva tirato fuori una pistola e gliel’aveva puntata alla nuca. Un solo colpo, poi si era allontanato verso la metropolitana. Il barista era rimasto talmente impietrito dalla sorpresa, che aveva agito al rallentatore. Quando si era deciso a inseguirlo, l’omicida era già svanito tra la folla. Avrebbe saputo descriverlo? L’aveva visto bene, questo sì, aveva notato


“Occhi normali di un colore indefinito, naso medio, bocca né grande né piccola. Non saprei dargli una età: né giovane, né anziano, direi”. Insomma, il disegnatore aveva composto l’identikit di un pupazzo. Quasi non fosse mai esistito. Fino a che non era giunta la testimonianza di un operaio delle ferrovie. L’unico ad aver visto l’omicida dopo il crimine. Aveva riconosciuto la foto pubblicata sui giornali e si era fatto avanti, anche se in ritardo. Nella tarda mattinata del giorno del delitto, era intento a spruzzare diserbante tra le rotaie del binario 11, quando aveva notato l’uomo sulla banchina di fianco. Era molto avanti, al limite estremo, nel punto in cui gli autobloccanti finiscono. Gli era sembrato strano. Anche per l’atteggiamento. Aveva oltrepassato la linea gialla e fissava assorto le rotaie. L’operaio era certo che volesse buttassi sotto il treno. Per questo, all’arrivo del convoglio, aveva urlato: “Heeeiii! Attento!” Arnaldo si era voltato per un attimo. Lo sguardo completamente vuoto. Poi era indietreggiato di un passo. Il treno si era fermato e i passeggeri erano scesi. L’operaio era tornato al suo lavoro, ma gli era sembrato, lanciando un’ultima occhiata al binario 12, di averlo visto salire sul treno che ripartiva, proprio un istante prima della chiusura delle porte. La pista finiva lì. Il caso aveva attirato l’attenzione della stampa. Se ne era occupato persino un programma tv. Erano emerse delle curiosità. Per esempio, una coppia di fidanzatini aveva indicato con precisione la canzone suonata dall’assassino prima del crimine. Si trattava di “Sally”, di De André. Ne erano certi, perché si ricordavano di aver improvvisato un passo di danza riconoscendo la melodia. Ma il bosco era scuro, l’erba già verde, lì venne Sally con un tamburello…

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la sua bassa statura, ma non riusciva a ricordare nessun particolare, nessuna caratteristica saliente nel suo volto. “Occhi normali di un colore indefinito, naso medio, bocca né grande, né piccola. Non saprei dargli un’età: né giovane, né anziano, direi”. Insomma, il disegnatore aveva composto l’identikit di un pupazzo. Ci volle quasi un mese perché la polizia incrociasse testimonianze e indizi e riuscisse ad attribuire all’assassino un’identità. Arnaldo Ferraro. Uno dei frequentatori più assidui dello Street Piano installato da Grandi Stazioni all’interno di Porta Nuova. Dalle ricerche, affiorò il ritratto di una personalità borderline. Niente lavoro, niente amici. Orfano di entrambi i genitori. Non aveva mai mostrato atteggiamenti aggressivi, comunque, semmai una spiccata tendenza alla depressione. Una volta diffusa l’unica foto tessera trovata nell’archivio del Comune, le segnalazioni cominciarono ad arrivare. Alcuni passanti ricordavano di averlo visto suonare, il giorno dell’omicidio, poi interrompere bruscamente la canzone e dirigersi verso la metropolitana. La compagna del Cotronei, Marta Vergano, fu inizialmente sospettata di complicità. Forse perché, all’occhio esperto del commissario De Angelis, non era sfuggita la debole luce di sollievo, dietro le lacrime. Le indagini, però, avevano finito per dimostrare la sua completa estraneità ai fatti. Non conosceva il pianista. Ricordava, vagamente, le sue canzoni, ma non era riuscita a identificare il suo viso in una serie di foto. L’interrogativo sul movente del delitto rimaneva avvolto in una fitta nebbia. La stessa in cui Arnaldo Ferraro sembrava essersi dissolto.


Pozzo Strada – Puteum Stratæ – è un quartiere ubicato a ovest di Torino. All’inizio erano proprio quelle le cose che identificavano la zona: un pozzo e una strada. È un quartiere tagliato da grandi vie di scorrimento che frantumano il tessuto in tanti piccoli nuclei. Una di queste vie è corso Monte Cucco, il viale lungo il quale s’intrecciano i pensieri di una madre e di una figlia. Pensieri che riguardano Virle, la piccola Venezia del torinese, e Torino stessa. Pensieri che ogni primavera, avvolti dal profumo dei tigli, svaniscono poco a poco dalla mente della madre.

Chiara Bertora, mamma di tre bambine, agronomo ambientale, ricercatrice precaria, scrive il blog https://erodaria.blog/, ma anche narrativa nel segreto delle sue stanze. È vittima della teoria del multitasking, ma tutto sommato riesce ad uscirne felice L’ultimo racconto che ha letto è Dove stai andando? Dove sei stata? di Joyce Carol Oates. erodariablog@ gmail.com.


Chiara Bertora

Mi chiamo Maddalena

Mi chiamo Maddalena, vivo con mia madre, solo noi due. Lei non sa più chi io sia, così ogni tanto mi tocca riconoscermi allo specchio, ricordarmi chi sono. Di pomeriggio, adesso che è primavera, la vesto e usciamo a fare una passeggiata lenta, al parco Ruffini. Ci teniamo mano nella mano, come i fidanzati davanti alle vetrine in via Lagrange. Mi piace prepararla con cura, non voglio che la gente si accorga della sua assenza. Le spazzolo i capelli fini in leggere onde d’argento. Lei non parla, non sorride, si fissa allo specchio senza vedersi, gli occhi leggermente velati dalla cataratta. Mamma, sei Ersilia Mugnai, hai 88 anni, sei sarta- le dico. Per descriverla uso sempre il presente. Le passo un velo di rossetto sulle labbra sottili, poi le infilo le sue scarpe stringate nere, morbide. Si vedono appena sotto i pantaloni eleganti che le cadono ancora a pennello. Se li è confezionati lei, non più tardi di un paio di anni fa, con mano e sguardo fermi. Scendiamo giù per tre piani nel vecchio ascensore con la moquette verde biliardo, saluto la signora Giuseppina, la portinaia, che consulta una rivista con gli occhiali poggiati sulla punta del naso. Le chiedo se c’è posta, Giuseppina

risponde che no, oggi non è arrivato nulla per le signore. Non arriva mai nulla, ma a me piace scambiare due parole con lei e parlo della posta, non saprei che altro inventarmi. Percorriamo il viale alberato di Corso Montecucco un passo dopo l’altro, senza fretta. A volte stiamo in silenzio, talvolta prendo a parlare. Ho paura che i miei pensieri si facciano troppo fitti e si intreccino con quelli di mia madre, rimanendo impigliati nel suo altrove. Ho paura di finire nel suo imbuto. Allora le parlo, le racconto cose di me che non le ho mai detto. Mia madre, Ersilia Mugnai, classe 1929, dopo le elementari ha fatto l’avviamento, che di studiare non aveva intenzione. Ha imparato a cucire da una sarta di Virle, la piccola Venezia del torinese, ma dopo essersi sposata poco più che bambina, suo marito, Enzo Longo, è partito a lavorare in Germania, in fonderia e lei è andata a servizio a Torino. Viveva a casa di un certo professore ordinario di Chimica Generale all’Università. Non aveva tempo per cucire, si occupava dei due bambini del professore e di sua moglie, una donna triste e pallida che trascorreva le giornate ricamando davanti a una vetrata che affacciava direttamente sul Po. Mia madre la invidiava molto, non tanto per la sua posizione né per la splendida villa che in tarda primavera si ricopriva di una cascata di glicini bianchi, ma per tutto il tempo che passava con ago e filo.
Ogni volta che mio padre tornava dalla Germania, un Natale ogni due anni, mia madre rimaneva incinta e lui ripartiva. Nel 1955 è nato Pietro, nel 1957 io, nel 1959 Clelia. Mia madre tornava a casa dai miei nonni, a Virle, giusto il tempo di partorire. Poi ci allattava per un mese, come le gatte, e se ne tornava a servizio a Torino, a casa del Professore. Noi tre siamo cresciuti tra

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Di tanto in tanto me lo ripeto, guardandomi dritta negli occhi, allo specchio, mentre raccolgo i capelli nella solita crocchia. Uso quattro forcine, quattro soltanto, per imbrigliare i miei capelli crespi e grossi come cotone da imbastire. Un tempo erano neri e lucidi, ora che sono diventati grigi, posso nasconderne il colore con quelle tinture innaturalmente corvine che compro al Continente, ma la consistenza quella no, s’è fatta ancora più ispida e non posso farci molto.


Nel giro di pochi mesi mia madre ha smesso di cucire, parlare, riconoscere le persone. Ha preso improvvisamente a guardarmi dritto negli occhi, senza chiuderli a fessura con disapprovazione come le ho sempre visto fare. Da quel giorno ho smesso di odiarla. le galline di nonna Amalia, svezzati dal latte delle sue caprette.

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Non ho mai vissuto con mia madre fino a due anni fa. Da bambina l’amavo, almeno credo fosse questo che mi facesse stare alla finestra tutte le sere di inverno a guardare l’aia di nonna Amalia in direzione del cancello, sperando che lei apparisse con la sua piccola valigia di stoffa floscia. Lei arrivava ogni tanto, una domenica al mese. Aveva tutte le domeniche libere, ma sosteneva che il viaggio fosse troppo costoso per tornare. “Lo fa per il vostro bene” ci ripeteva nonna quando apriva la busta con le poche banconote col timbro esotico di Torino. Di domenica, invece che tornare da noi, andava a passeggio al Valentino insieme a Iucci, la sguattera che aiutava la cuoca in cucina. Amava più vivere un giorno inventandosi signora mangiando una pallina di gelato alla crema sulle rive del Po, piuttosto che venire a trovare i suoi figli. L’ho saputo quella volta che ho preso la corriera presto, per farle una sorpresa. E stato così che da ragazza ho smesso di aspettarla e ho cominciato a detestarla. Da adulta, mi è venuto naturale continuare a farlo. Ho cercato di andarmene, questa volta per scelta mia e non sua, il più lontano possibile da lei. Sono venuta a vivere a Torino, dopo che nonna Amalia è morta e lei, mia madre, è tornata al paese. La prima cosa che ha fatto, finito il funerale, è stato mettersi un grembiule a fiori e tirare il collo a tutte le gallinelle americane di nonna. Mentre le spennava sul vecchio tavolo di marmo della cucina, sono tornata al camposanto. Ho messo una rosa gialla del giardino nel vasetto di nonna Amalia e una in quello di mio padre, tornato morto dalla Germania l’anno prima. Il giorno dopo ho preso

la corriera del mattino per Torino, dove già insegnavo. Non sono più tornata a Virle, sono andata a pensione dalla signorina Giubergia, in via San Donato. Mi chiamava la maestrina e ogni sera mi preparava una minestra di piselli secchi. Avevo ventun’anni e insegnavo a una classe di bambine in via Caprera. Persino lo sguardo indagatore della madre superiora, Suor Immacolata, mi pareva meglio dello stare accanto a lei, mia madre. Tornavo al paese poche volte, ai Santi, a Natale, a Pasqua, per Sant’Anna. Quando ero certa che avrei diviso il tavolo con Pietro, e la sua famiglia, allora, sì, tornavo. Non volevo stare accanto a mia madre, nemmeno un istante da sola. La odiavo, l’ho odiata a lungo. Poi si è ammalata. Ha smesso di cucire- mi ha telefonato una sera Pietro. Questo è stato il primo segno. Ero andata in pensione da poche settimane, dopo aver insegnato a far di conto a qualche centinaio di bambini. Eravamo rimasto Pietro e io. Clelia è morta bambina. – Le si è guastato il sangue- han detto i dottori. Una volta ne hanno preso un po’ del mio per provare a guarirla, ma lei è morta lo stesso. Non ho mai avuto né marito né figli. Così, quella sera, al telefono con Pietro, non mi è venuta in mente nessuna scusa plausibile. La porto qui a casa da me- gli ho risposto. A quasi sessant’anni mi sono sentita improvvisamente stanca di mettermi di traverso al destino. Nel giro di pochi mesi mia madre ha smesso di cucire, parlare, riconoscere le persone. Ha preso improvvisamente a guardarmi dritto


Mi chiamo Maddalena, ma non servirebbe ricordare a lei che sono quella figlia scura di capelli e di carattere, quella che le è rimasta. Sai perché mi hai guastato gli anni, tutti, i migliori e anche quelli dopo?

I tigli di corso Monte Cucco erano lì lì per fiorire. Mi è venuta voglia di parlare. Mamma, mi hai rovinato la vita- le ho detto con tono leggero, per non farla agitare. Lei sorride assente, una piccola macchia di rossetto sugli incisivi. Sembra seguire con lo sguardo traiettorie di uccelli immaginari. Sai chi sono?- glielo chiedo ogni tanto, per essere certa che non sia qui, nemmeno per un istante. Clelia- mi ha risposto. Non mi stupisce, ogni tanto crede che sia lei. È quello che ha desiderato per tutti questi anni. Non ha smesso di pensare a Clelia, a quella bambina coi capelli biondi e sottili come i suoi. Mi chiamo Maddalena, ma non servirebbe ricordare a lei che sono quella figlia scura di capelli e di carattere, quella che le è rimasta. Sai perché mi hai guastato gli anni, tutti, i migliori e anche quelli dopo?- continuo a parlarle con voce pacata, i dottori mi han detto che è meglio tenerla tranquilla. Sorrido ai due anziani del quinto piano che camminano nel senso opposto al nostro.

Mia madre emette un mugugno, si adombra, ma poi riprende a sorridere ebete. È già ripartita verso i mondi lontani dove ha trovato riparo. Quando Clelia è morta, non è stato a causa mia, come hai detto a papà, quella sera, mentre piangevi accanto alla stufa accesa sotto al bollito. Credevi di no, ma io ti sentivo. Ho fatto quel che ho potuto. Faccio una pausa. Respiro profondamente l’aria intrisa di quel profumo speciale che dura pochi giorni l’anno. Anche le api lo sanno che dura così poco la fioritura dei tigli. 
Tra pochi passi saremo davanti al chioschetto delle granite. A mia mamma piace molto quella alle more di gelso e io, come ogni mercoledì, gliela comprerò. Mi piacciono i regali puntuali. Ero solo una bambina, lo capisci? Una bambina. Non è colpa mia se il mio sangue non ha funzionato- continuo, con la voce più pacata che riesco. Lei si guarda i piedi come se stesse camminando per la prima volta nella vita. Ti prego, ho bisogno che tu mi dica che non avresti voluta morta me al posto di Clelia- le sussurro, correggendo appena col braccio la traiettoria sghemba dei suoi passi. Mia mamma arresta il suo passo, gli occhi chiusi, le narici dilatate. In silenzio. Le accarezzo le mani fredde e senza più carne. Mamma? Lo sai chi sono?Clelia, amore mio-

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negli occhi, senza chiuderli a fessura con disapprovazione come le ho sempre visto fare. Da quel giorno ho smesso di odiarla. Mi sono sentita orfana. Non di lei, ma di un sentimento che mi è parso darmi le coordinate dell’esistenza. Ho sempre saputo dove desideravo essere: lontano da lei. Improvvisamente non sapevo più niente di me.


L’elefante più famoso di Torino è stato Fritz, arrivato in città nel 1827 come dono del vicerè di Egitto. Fritz abitò alla palazzina di caccia di Stupinigi per 25 anni; ballava a suon di musica e mangiava circa 50 pagnotte, 24 cavoli lombardi, riso cotto e due pinte di vino al giorno. Appena sbarcò a Torino divenne rapidamente famoso in tutta la città, ma – caduto in depressione dopo la morte del suo custode – finì per impazzire. A differenza di Fritz, l’elefante del nostro racconto ha voluto godersi un attimo di libertà, fuggendo dal circo e scombussolando la quotidianità della protagonista.

Giovanna Piazza, nata a Pordenone nel 1987, vive a Carpineti, un paese dell’Appennino reggiano. Lavora come web content writer e collabora con alcuni enti locali per promuovere la lettura tra bambini e adulti. Dal 2014 al 2017, insieme a Claudio Bagnasco, ha curato il blog letterario Squadernauti e l’antologia collettanea del numero 16B di Cadillac (settembre 2017). Suoi testi sono stati pubblicati su Atelier, L’Ippogrifo, Ellin Selae e In Dialogo. Suoi racconti sono apparsi in un’antologia (Corsiero editore 2014) e su blog e riviste on-line, quali Pastrengo, Verde, Il Colophon e Il Paradiso degli Orchi. L’ultimo racconto che ha letto è Una perfetta stanza di ospedale di Yoko Ogawa.


Giovanna Piazza

L’elefante

Prima, invece, non sbagliava mai. A mezzodì, le volte che faceva rientro, lui agiva senza parlare. Sedeva subito al tavolo di cucina, in attesa. Sulla tovaglia stirata di fresco stavano il fiasco del vino, la brocca d’acqua e i ferri opachi, quasi tutti dai denti storti o senza più lama. Dava subito a lui grandi cucchiai. Poi aggiungeva gli avanzi nel proprio piatto. Veniva un rumore, ma non di parole. Tintinnii di posate. Lei non era buona a domandare e lui a parlare di sé. Pulito il piatto con le molliche di pane, lui si alzava e prendeva la porta. Lei accumulava stoviglie, lavava, ordinava. E ripeteva i gesti, a uno a uno, cercando di tenervi legati i pensieri. Lui rincasava a sole basso. Fumava tabacco, le si faceva vicino con la bocca di vino. Lo teneva lontano, con dolcezza, ma ferma. Lei faceva nuova la tavola, e il cucinato più grande. La sera veniva a far visita un altro, uno magro, che parlava veloce e a tono alto e mancava i respiri. Lui rideva, l’altro con lui. Lei li guardava provando a sorridere. La notte lui spegneva la luce e chiedeva. Poi, raccontava a lungo di sé, con malinconia brava. Lei non tentava di consolare, ma taceva, tenendosi in un silenzio animale.

Prima che lui si destasse, lei apparecchiava il caffè, il latte e il pane bianco di burro. Il mattino, lui menava il pensiero della fatica più avanti del corpo, mangiava, svolgeva i suoi compiti con distacco e stanchezza. Usciva, tirando con forza la porta dietro di sé. Ma quel giorno d’autunno che lui era lontano per un taglio fuori paese, lei sentì un rumore alla porta. L’elefante, pronunciò a mezza voce. Sulla soglia c’era invece un uomo con gli occhi gentili in un bisogno senza viltà. La barba copriva il suo volto un po’ consumato sotto lo sguardo. Aveva i capelli lunghi legati come non usava nei padri né negli uomini fatti. I suoi anni non erano pochi e parevano portati con animo grande. In casa, divise con lei il pane secco che recava con sé, dopo avere tolto quel poco di polvere che lo ricopriva, ma lei fece un cenno con la testa a dire di no. Gli diede in cambio quel che aveva cucinato mentre immaginava la prima neve e il silenzio dell’inverno che tardava ad arrivare. L’uomo mangiò con occhi bassi, guardando le cose come guarda uno straniero. Sorrideva lentamente. Gli offrì del vino e lui ne bevve tre dita. Fu lei a parlare e lo fece senza dire di più né di meno. Nominò l’elefante. L’uomo ascoltava. Lei infine tacque, come a trattenere un’improvvisa mestizia dentro di sé. Con il corpo e il volto e la voce lui imitò figure conosciute a entrambi e lei subito rise.

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Da quando aveva saputo che a Torino un elefante era scappato dal circo, lei urtava sedie e credenze e si lasciava cadere di mano gli oggetti.


In città non ci sono curve ma solo angoli e alti palazzi […] le sue strade lunghe e diritte portano sempre da qualche parte, non muoiono nei sentieri, nei fossi: qui tutto è aperto e teatro. Si può essere piccoli e non riuscire a stare nascosti.

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Allora fu pronta a versargli ancora del vino ma lui pose una mano sul suo polso a fermare il gesto. La mano raggiunse lentamente la mano.

lora lei si arrestò e aspettò che la sua figura si spegnesse nell’ombra degli alberi, oltre il colle dei faggi.

Fu un unico guardare lungo tra loro a farli immobili e i loro occhi si aiutavano volendo il bene. Era cominciata l’infanzia.

Dai paesi una donna cantava il giorno finito. Lei si sporse oltre la siepe e vide le luci della città.

Subito venne la paura e poi la certezza.

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Lei aprì la bocca come per dire qualcosa, ma la voce rimase nascosta.

Lei non sapeva ancora che le strade laggiù erano tutte tirate a misura come la terra dei colli.

Quindi si alzò e gli diede la schiena, pronta a continuare le faccende nel tino, lì dove erano state interrotte. Lui si fece vicino ma poi indugiò e si ritrasse, prese la direzione della porta e sparì.

Voglio vedere la bestia, bisbiglia, Se davvero è così grande come dicono a valle. Lui borbotta qualcosa, ma ha già gli occhi chiusi e coperti dal braccio.

Lei si richiuse nei gesti meccanici, che compiva sempre più rapida; quando udì un canto dai campi e ragli di bestia salire da valle, uscì dalla casa e riandò per la strada dietro di lui, fin oltre la radura, ma senza chiamare, a passo svelto.

A lui, che quando domanda è come un cane che rivolta l’erba per il suo osso, non dice nulla prima di andare.

Il principio del bosco era non molto distante, dove finivano papaveri ed erba. L’uomo camminava lasciando ciondolare dalle dita un cappello blu: fu sul punto di raggiungerlo, ma lui non si voltava né rallentava il passo, andava avanti come se fosse solo. Al-

Per arrivare a Torino prende il treno prima che venga giorno.

In città non ci sono curve ma solo angoli e alti palazzi, che non sono case dove deporre la propria miseria ma simboli verticali e impenetrabili, e le sue strade lunghe e diritte portano sempre da qualche parte, non muoiono nei sentieri, nei fossi: qui tutto è aperto e teatro. Si può essere piccoli e non riuscire a stare nascosti.


… e spiega che lei invece non ha avuto paura dentro quella città spigolosa e che forse potrebbe anche vivere tra strade diritte, se solo fosse possibile non essere visti, se solo fosse possibile tornare bambini

Imbocca un viale che porta nel nome la Francia.

suo piccolo palmo.

Lungo il corso controlla a una a una le insegne. Ha nella tasca del vecchio cappotto il risparmio di tre vendemmie e non vuole sprecarlo.

Non si volta quando la bambina la chiama con insistenza e la segue quasi implorandola di tornare indietro, di riprendere il suo denaro, perché non le è permesso toccarlo e sua madre non vuole che accetti i regali degli sconosciuti.

Domanda dell’elefante a una bambina dal volto di vecchia, che indossa un vestito di lana a quadri rossi. L’hanno preso i domatori due giorni fa ed è ripartito col circo, risponde quella. Per fortuna non ha fatto danni, aggiunge ripetendo con precisione una frase non sua. Lei le carezza la testa, poi anche la guancia e sfiora con le dita le labbra rosse della bambina, ma poi ritira la mano di scatto come se fosse troppo vicina al fuoco. Dalla tasca estrae tutti i risparmi e li mette sul

Lui è in casa. Tenta di accendere la stufa con dei legni bagnati, però non ne è capace. Hai freddo?, le domanda guardandola in volto, ma senza scrutarla. Non le chiede il perché di quel viaggio, di quell’assenza, non si avvicina, non usa le mani. Allora lei si libera dal suo sguardo: si asciuga gli occhi con le dita, come se fosse colpa del vento e della bufera che fuori preme sui corpi. Mentre sono davanti al tavolo e lui mangia con la testa nel piatto e non ascolta, L’ho visto, dice. E descrive quant’era grande e goffo e intimorito quell’elefante e spiega che lei invece non ha avuto paura dentro quella città spigolosa e che forse potrebbe anche vivere tra strade diritte, se solo fosse possibile non essere visti, se solo fosse possibile tornare bambini.

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Nel parco vede una figura umana ai piedi di un enorme platano spoglio, la osserva stare distesa immobile senza pudore sotto una coperta, con la mano bianchissima aggrappata alle monete di un liso cappello blu: non ha mai visto qualcuno non intento a fare qualcosa, nemmeno in un letto, nemmeno nel sonno. Respira soltanto. È la figura di un uomo che non fa più promesse, che ormai non ricorda. Non si accorge di lei e lei si allontana.

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Dice Wikipedia che la parola saudade, il noto sentimento portoghese di malinconia, è di per sé intraducibile, ma che può essere comunque inteso come struggimento o come tristezza di un ricordo felice. Del sagrìn - sabaudade o mal di Torino - si parla, si scrive, si disegna. Lo fa Ilaria Urbinati nel suo “Carnet torinese”, e anche Fabrizio Vespa in “Mal di Torino”. E così le città possono essere non soltanto il luogo nel quale si svolgono le storie, ma possono anche incarnare il desiderio del ritorno. E la voglia di tornare all’ombra della Mole è molto presente in questo racconto.

DieciCento dedica questo racconto ai colleghi della rivista “Carie”. Franco Tondini vive a Ravenna, si occupa di teatro e di altre attività legate alle arti.


Franco Tondini

Ecco cosa succederà

Niente colazione perché, dici, la mattina hai lo stomaco chiuso e a volte persino a pranzo. La sera invece cucini per la tua famiglia, che comprende tuo marito e sua madre, per la quale prepari un pasto particolare. Si è certamente svegliata prima di te e aspetta l’arrivo della colazione e poi di una governante esperta della sua malattia. Nella nuova casa la sua stanza sarà accanto alla vostra. Oltrepassi la sua porta controllando l’andatura per evitare che sentendoti ti chiami. La sua camera è già satura, e oggi penserà tuo marito ad aprire la finestra per evacuare l’odore acido ormai penetrato nel corridoio. La frase che gridi dal soggiorno uscendo di casa, ci vediamo stasera chiamo io il geometra, è un commiato appropriato per entrambi. Hai visto le chiavi della sua auto finite chissà come sul tappeto accanto al divano, ma non lo avverti. L’aria pungente del mattino ti scuote come sempre. Il fatto è che ti sembra di essere vicina, molto vicina, ad una di quelle rare e sgradite rivelazioni dalle quali il tuo stato di coscienza si sforza di tenerti alla larga. L’indizio di questa prossimità è che ogni trascurabile dettaglio quotidiano sembra carico di significati e pare indicare una fatalità incombente. Hai appuntamento con la dentista alle dieci,

ma sei uscita al solito orario e dovrai aspettare che l’ambulatorio apra. Facendo ondeggiare il cappuccino, mordi e posi la brioche sul piattino mentre sfogli il giornale. Le navi al confine del circolo polare artico avanzano senza incontrare ghiaccio. Immersa nel rumore del bar, consideri che è da quando hai quattordici anni che tutte le mattine fai colazione ascoltando quel sottofondo di voci e tazzine. Potresti scrivere una guida su tutti i bar che hai frequentato. Primo morto di influenza in Italia. Ripudia il figlio e gli chiede un rimborso. Concerto di Barenboim a Torino. È poco più di una ragazzina e ti viene incontro a passo rapido tra la folla indaffarata. Ha le gambe gonfie di muscoli, che le danno quell’andatura solida, ampia ed elastica tipica degli atleti. Ha un’aria arrogante e vagamente ottusa, che viene dalla sicurezza fisica, pensi, la sicurezza del corpo, che conferisce una specie di indifferenza di cui hai solo un lontano ricordo. La sua traiettoria è sulla tua ma non ti guarda e non la devia, e sei tu che ti sposti, ruotando repentinamente le spalle quel tanto da sfiorarla e farti urtare l’uomo che cammina alla tua destra. Dici mi scusi, e lui ti guarda senza alcun cenno, come si guarda qualcuno cui è caduto un bicchiere. Hai letto da qualche parte che atteggiare le labbra al sorriso migliora l’umore, e ti viene in mente adesso. Continui a camminare sorridendo fino alla fine del portico. Hai tutto il tempo per comprare la marca da bollo che da giorni dimentichi. Il bar tabacchi è affollato ma stranamente nessuno parla, e mentre sei in fila ascolti la voce suadente che dalla tv canta anche se tu scappassi saprei ritro-

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Ti desti con la luce dell’alba, te ne basta pochissima, e precedendo la sveglia ti alzi dal letto per chiuderti a passi brevi nel bagno, dove con gesti sicuri conquisti un vantaggio sufficiente per eludere tuo marito. Neanche a lui dispiace. Ti vesti mentre fa la doccia ed esci di casa quando lui si veste, la sincronia del mattino è al momento il miglior risultato della vostra familiarità.


varti e tenerti con me. Seduti a due tavolini, un uomo con una sigaretta spenta tra le labbra e una donna anziana reggono il biglietto con le loro scommesse, tenendolo alto, in direzione dello schermo dove passano i numeri. Nella saletta accanto, un uomo con un cane al guinzaglio che tiene il muso appoggiato sulle zampe, picchia sui tasti della slot machine. Quando è il tuo turno chiedi la marca da bollo e in quel momento ti accorgi di non ricordare l’importo, così dici fa niente, ripasserò. Mentre esci, il cane alza le sopracciglia e gira lo sguardo su di te. La dentista, che è stata svegliata anche oggi dalla sua bambina già pronta per la scuola, alita disposizioni telefoniche con la bocca ancora vaporosa di collutorio mentre fa scivolare l’auto accanto a un bus troppo lento. I vigili intercettano la manovra e la fermano. Legata al suo seggiolino FastKeep, la bambina guarda di lato. Con le labbra strette la dentista canticchia al finestrino mentre quelli compilano il verbale.

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La segretaria vi informa che a causa di un disguido la dottoressa farà un po’ tardi. L’inserto speciale che stai sfogliando dà consigli su dove e soprattutto con chi passare le vacanze estive trascorse ormai da un pezzo. Le spiagge tropicali che vedi nelle foto non ti suscitano alcun desiderio. Punto uno: quante volte vi telefona in un giorno? Hai impiegato ogni singolo giorno del tuo mese di ferie nei lavori per la nuova casa appena costruita per te, tuo marito e sua madre, e che comprende anche la stanza per un figlio. Tuo marito l’ha chiamata casa definitiva, hai sentito che l’ha detto in un colloquio col geometra e sicuramente era solo un’affermazione strategica, ma quella frase continua a tornarti in mente. Punto sei: prende decisioni senza consultarvi? Punto sette: vi abbraccia nel sonno? La dottoressa attraversa la sala d’aspetto senza guardare, scusandosi per il ritardo, e tutti la seguite con lo sguardo. Quando finalmente tocca a te hai le mani sudate, si chiama odontofobia ti hanno detto, e mentre sorridi all’aggraziato gesto di invito della segretaria, pensi con stizza che sia un termine un po’ troppo ricercato e specifico per indicare in fondo la semplice paura del dolore fisico.

Siedi con cautela sulla poltrona, e dopo avere sputato il liquido del bicchierino, l’assistente ti invita a coricarti e cominci a deglutire a ripetizione con le mani intrecciate in grembo. Ti sembra che la dentista stia indugiando un po’ troppo a lungo con gli attrezzi, dandoti le spalle. Finora non ti ha rivolto la parola e tu, cogliendo lo sguardo inquieto dell’assistente che la sta fissando, dici posso avere un po’ d’acqua? Suona il tuo telefono. Scusate, ho dimenticato di spegnerlo. L’assistente ti porge la borsa nella quale frughi. Scusate. L’evento sembra scuotere la dentista, perché si volta verso di te guardandoti da sopra la mascherina verde, e quando finalmente la tua mano afferra il piccolo parallelepipedo tremante, anziché spegnerlo come dovresti, non riesci a fare a meno di rispondere. Il geometra ha la voce alta e il tono alterato, è risentito per la tua seconda rinuncia a un appuntamento e in pratica ti sta sgridando. Mentre annuisci, guardi per un attimo la dentista, appoggiata al mobile a braccia incrociate che fissa un punto sul tuo petto, cercando di capire se sia irritata per l’attesa o solo assorta nei suoi pensieri. Ha gli occhi un po’ rossi. Ti sembra che la voce del geometra dilaghi nel piccolo ambulatorio e investa anche le due donne in attesa di occuparsi di te, così premi ancor più il telefono contro l’orecchio quasi assordandoti, mentre aspetti che l’altro esaurisca il suo vociato reclamo e ripeti in vario ordine si, va bene, mi scusi. Quando spegni il telefono mormori ancora scusate. Finalmente ti distendi sulla poltrona, e la dentista si china su di te brandendo lo strumento a specchio per le ispezioni col quale comincia ad armeggiare dentro la tua bocca, agganciandoti la guancia con un dito. Posa lo specchietto e prende un ferro acuminato, risolleva la guancia con con poca grazia e comincia a frugare nella corona del dente cariato, mentre tu ti irrigidisci. Se non fossi così insicura troveresti sospetto il fatto che non ha per te alcun cenno di riguardo e si comporta come se non ti vedesse. Noti che la sua mano non è ferma come vorresti. Alzi lo sguardo e vedi i suoi occhi farsi più rossi fino a velarsi di lacrime. Estraendo il ferro,


Guardi l’assistente, che rimane a fissare la porta. Poi, come se avesse valutato l’opportunità di seguirla, prende il piatto con gli strumenti e li poggia sul mobile. Nel silenzio ti rivolge un sorriso di circostanza, ti offre dell’acqua e inizia ad armeggiare dentro un pensile. Col bicchierino in mano, proponi di tornare in un altro momento, ma proprio allora la dentista rientra e con piglio calcato dice non serve rimandare, adesso sto bene, mi scusi. Si è asciugata gli occhi e ha il naso un po’ rosso, butta guanti e mascherina per indossarne di nuovi. Sembra che si imponga di restare salda al suo dovere, in una specie di lotta dentro la sua mente, pensi mentre ti asciughi i palmi delle mani sui pantaloni. Se non fossi così insicura te ne andresti. La dentista siede sullo sgabello e si china su di te, ti allarga ancora la bocca con le dita e scruta, poi, con l’aiuto dell’assistente, ti fissa tra le fauci spalancate il divaricatore e il piccolo telo di plastica verde. Si volta verso il carrello dicendo si rilassi, e si riaffaccia con la siringa di anestetico. È così assorta, dentro quel piccolo buco ovale della diga, da ignorare tutto il resto e non sentire di essersi appoggiata con tutto il suo peso sul tuo braccio, che ti sforzi di immobilizzare per non disturbarla. Ti vedi dal di fuori, mansueta, il corpo inerme disteso e le mani sul petto, persone e luci verdi concentrate sulla tua parte da riparare. La dentista affonda l’ago nel momento in cui non riesci a trattenerti dal deglutire, pungendoti vicino alla lingua. Salti sulla poltrona e lei dice deve stare ferma, non si muova. Ti sembra di ricordare che non si possa fare l’anestesia alla lingua perché si soffoca, non è così? E non era la lingua, quella? Nel breve tempo di questa considerazione l’ago ti penetra la gengiva facendoti male. La dentista ripete le punture fino a vuotare la siringa, poi la posa, dà un’occhiata veloce all’orologio e incrociando le braccia si volta verso la finestra, oltre la quale fissa lo sguardo. Codeina, credi che si chiami. L’assistente ti sorride. Guardi sopra di te le luci che si fissano sulla retina ac-

cecandoti un po’, e poi guardi quell’impronta di ombra, che muovendo di poco gli occhi svanisce e si ricrea. Barenboim al Teatro Vittoria. I tuoi amici sono tutti a Torino. La migliore scuola di vita e il miglior modo di evadere, è così quella frase? Ti sembra di sentire caldo a un occhio. Ti prende la testa con le dita tese, e come se fosse un melone la gira nella giusta posizione, poi con lo strumento acuminato infierisce sulla gengiva per saggiare l’effetto anestetico. Si volta e afferra specchio e bisturi. Bisturi? C’è sicuramente un errore, a che serve il bisturi? Non se n’è mai parlato. Alzi una mano e fai un suono stentato, ma la dentista sopra di te si limita a interrompersi per l’attimo necessario a rivolgerti un’occhiata di misurata pazienza che non implica repliche, come se ti concedesse giusto il tempo di deglutire. Stia tranquilla si rilassi, e il suo sguardo ti lascia per tornare alla sua occupazione. Ripeti il verso gesticolando, e stavolta ottieni la sua attenzione. Ritrae le mani e ti guarda in attesa che tu ti spieghi. Indichi il bisturi. La dentista lo guarda e dice si? Sei seduta al posto di guida, sudata, i finestrini ben chiusi. Non sei rimasta docile come un cane dal veterinario, per una volta hai agito di tua volontà. Anzi, si trattava di istinto, il che è ancora meglio. Non ti è ben chiaro come sei uscita dall’ambulatorio, ma ricordi alcune cose: protendi la mano e lei allontana il bisturi, l’assistente allarmata vuole dissuaderti, armeggiamenti a quattro mani dentro la tua bocca, non capisci cosa dica la dentista mentre continui a ripetere qualcosa, raccogli la giacca, spingi la porta a vetri, qualcuno che si alza in piedi, sei in auto con i pugni stretti. Di colpo rivedi la scritta a penna su un foglio appeso alla porta della tua camera di ragazza: Inevitabile è solo quello che è già successo. Con le mani sudate accendi il telefono e ascolti un messaggio di tuo marito che ti vuole parlare, il geometra l’ha chiamato. Non sai come spiegargli la tua scarsa affezione agli impegni col geometra. Componi il numero del tuo ufficio, vuoi andare lì, pensi, chiudere la porta e lavorare fino alle sette. Riagganci.

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lo passa sgarbatamente sulla gengiva facendoti sussultare e subito lo posa, e mentre si scusa con voce incerta, lascia precipitosamente la stanza.


Non potrai più tornare sul luogo del delitto, non potrai più tornare da quella dentista ma non importa, non vuoi tornarci. Vuoi tornare a Torino. Sì, vuoi tornare a Torino, solo qualche giorno, rivedere qualcuno, giusto il tempo di…

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Hai chiesto un giorno di permesso, penseranno che sei pazza. Chi erano gli altri pazienti? Hai urlato? Non posso avere urlato, pensi con vergogna. Nessuna vergogna. Non senti vergogna, anzi, ti è piaciuto. Si, il tuo carattere è ancora vivo. Non era carattere, era paura, ti dici, ma è lo stesso, comunque sia l’hai fatto, hai detto di no e adesso ti senti fiera, sorpresa, euforica. Non potrai più tornare sul luogo del delitto, non potrai più tornare da quella dentista ma non importa, non vuoi tornarci. Vuoi tornare a Torino. Si, vuoi tornare a Torino, solo qualche giorno, rivedere qualcuno, giusto il tempo di...

marzo 2018

Passi in rassegna i motivi più plausibili per andare a Torino, ma non ti sembrano così convincenti e credibili, e per poco non ripeti la tua solita trafila che ti porta a desistere da ogni tua intima volontà. Invece questa volta ti accorgi che in realtà non serve cercare un motivo che possa essere approvato. Sei sola nella tua auto, nessuno legge i tuoi pensieri, e il solo fatto che tu voglia tornare a Torino è un motivo più che valido per farlo. Hai i giorni di ferie arretrate, basterebbe andare in ufficio e regolare la cosa, potresti farlo anche adesso e poi partire così, su due piedi, senza bagagli, semplicemente andando in stazione e salendo sul primo treno, senza proporlo, chiederlo, spiegare, concordare. A Torino, gli amici, tua sorella, solo un po’ di quella vita per due o tre giorni. Perché no? Eri stravagante una volta, ti viene in mente che vivevi in un mondo dove potevi essere imprevedibile. Stringi il volante. Hai deciso. Passerai dall’ufficio e poi andrai in stazione, e chiamerai tuo marito dal treno a cose fatte, il che comporta

che poi possa succedere qualcosa, forse. Hai deciso, hai appena preso una decisione e non ti importa tanto se è giusta o no, ti importa di più fare quello che hai deciso. Ti tremano un po’ le mani. Senti che l’anestetico è nel pieno del suo effetto e controlli allo specchietto che non ci siano gonfiori visibili. Solo la bocca è forse appena un po’ storta. Ti ravvii i capelli, metti in moto e fai per partire ma solo allora ti accorgi che un’auto da lavoro arancione è parcheggiata dietro di te, lasciandoti uno spazio solo teorico per uscire. Scendi dall’auto e ti guardi intorno ancora piena di energia residua, le pulsazioni accelerate. La piazzetta è un centro nevralgico di confine con la zona pedonale e si è riempita di auto con le frecce lampeggianti. Vorresti proprio andartene da lì adesso, vorresti fare quello che hai deciso e superare in fretta quel primo piccolo ostacolo che si è messo di mezzo. Suona il telefono ed è ancora tuo marito, che avrà saputo dei documenti che non hai mai fatto vidimare. Sapevi che prima o poi sarebbe successo. Zittisci lo squillo e ti avvicini all’auto arancione. Sul cruscotto c’è un biglietto: siamo nella lavanderia. Ti guardi attorno. Dov’è la lavanderia? Entri nella lavanderia, fai un passo avanti e piegando il braccio dici è di qualcuno l’auto arancione qui fuori? Si girano tutti a guardarti. Hai usato un tono convinto e ti hanno sentito bene, ma ti è uscito un incomprensibile lamento, una specie di mugolio inarticolato che sorprende anche te e ti fa quasi sussultare per la sorpresa. L’anestesia ti ha paralizzato la bocca e la lingua.


Lo sai che quel conforto non ti spetta, che è un equivoco, una truffa, uno spreco, che è abusivo, lo sai che sarebbe destinato ai veri bisognosi, a quelli soli e sperduti, […] se fossi onesta dovresti cercare di dire - anestesia, dentista - raccontare la verità.

Sei al centro dell’attenzione, alzi lo sguardo e stanno tutti ad aspettare, non hanno capito. Ti sta venendo da piangere e ovviamente non vorresti, e così senza pensarci, travolgendo anche la vergogna che provi, contrai tutti i muscoli per lo sforzo e ripeti è duaa ualun l’ado aaagiòn uivuoi? Mi scusi signorina non ho capito, risponde la donna dietro il banco mentre ti si avvicina sporgendo il collo. La cliente che ha abbandonato con una stoffa in mano la segue in parallelo, contemplandoti con aria grave e mite. Il movimento sembra inclinare verso di te l’intero gruppo, stavolta compreso nella domanda che la donna ti ripete: signorina ci scusi ma non abbiamo capito. Ti giri a guardare fuori e poi ancora i presenti. Sono tutti per te e vogliono aiutarti, li hai conquistati e aspettano che tu dica qualcosa in quella tua lingua menomata. Non sai cosa fare, ma una specie di sensazione nuova e poco chiara sembra scioglierti da dentro; e non ti preoccupa, ti senti improvvisamente leggera, ti sembra tutto facile. (Un gesto). Indichi fuori col braccio, e forse perché trattenere le lacrime le rende ancora più struggenti, i due uomini si avvicinano svelti a scrutare oltre la vetrata. Senti gli occhi riempirsi di lacrime e la donna ti si avvicina e ti posa la mano sulla spalla mentre scandisce qualcuno le dà fastidio?

Il suo sguardo è pieno di pena, e con un singhiozzo ti scendono le lacrime, ti appoggi tra le sue braccia e ti sembra addirittura che un calore fisico sgorghi da lei, anzi da quel meraviglioso cerchio di premure, anzi dai muri della stanza intera, e lasci fluire un pianto di consolazione. (Non ne sapevo niente). Qualcuno ti chiede se vuoi un po’ d’acqua. Come in un romanzo, sei sprofondata in una tangibile irrealtà, hai varcato una porta e improvvisamente hai trovato qualcuno che vuole consolarti, darti protezione, ristoro, rispetto. È solo perché per loro sei una sconosciuta, pensi. Lo sai che quel conforto non ti spetta, che è un equivoco, una truffa, uno spreco, che è abusivo, lo sai che sarebbe destinato ai veri bisognosi, a quelli soli e sperduti, mentre se fossi onesta dovresti ammettere di essere sana e fortunata, che non ti manca niente, e se fossi onesta dovresti cercare di dire anestesia, dentista, raccontare la verità. Eppure, anche se pensi di non meritarlo, quel conforto è lì tutto attorno a te e ti viene offerto, e lo vuoi, ti basta stendere le mani. In fondo non sei sicura che il tuo sia un vero inganno, e nemmeno vuoi deludere il prossimo e men che meno infrangere quel meraviglioso momento di riguardo, sarebbe imperdonabile. Tu vuoi solo avere un pezzetto di quel dolce, solo un altro po’, e cosi, con un impulso di spaurito egoismo, decidi di prendere quella piccola dose illegale di sollievo. Siedi sulla sedia che ti porgono e ricambi lo sguardo della donna, mentre senza più pudore cerchi di articolare: si, voglio l’acqua.

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Adesso ti sembra chiaramente di avere il viso deformato, anzi devi avere un aspetto pietoso, il labbro sarà gonfio e piegato da una parte, la mandibola prominente, e probabilmente non riesci nemmeno a tenere chiusa la bocca. La tocchi con la mano.


Dall’alto di una collina di quasi settecento metri, la Basilica di Superga domina la città, custodendo con il suo sguardo le tombe dei giocatori del Grande Torino nel cimitero generale. A Collegno, la Certosa Reale ospitava l’ospedale psichiatrico. In questo racconto, la Basilica e la Certosa si legano grazie a una jam-session. Da Torino sono passati molti dei più grandi jazzisti della storia, cominciando da Louis Armstrong, che con la sua musica “demogiudoplutomassonica” – come la definì il regime – conquistò la città nel 1935. Il nostro narratore non c’era ancora, ma di locali e concerti di jazz ne sa un bel po’.

Gianni Marchetti è nato nel 1955 a Novara dove vive e insegna Filosofia e Storia nei licei. Ha pubblicato racconti e poesie e ha curato l’antologia poetica “Documenti di viaggio. Dodici poeti novaresi” (Torino Poesia, 2008). Con il compositore Andrea Trecate ha pubblicato il cd “Fa rima con jazz. Sette poesie sul jazz.” (Presentato al 2008 Novara Jazz Festival e al Festival Internazionale della Poesia di Arezzo). Sue poesie sono tradotte in francese e in inglese e sono state pubblicate sia in antologie che su diverse riviste internazionali (in India, a Singapore e negli Stati Uniti). La sua più recente raccolta di poesie “La voce dei grandi edifici” è uscita nel 2015 nella collana “Zoom poesia”, Feltrinelli Editore. A maggio è prevista l’uscita del suo nuovo romanzo Citizen band, per Morellini Editore, Milano. L’ultimo racconto che ha letto è Tre (da Centuria) di Giorgio Manganelli.


Gianni Marchetti

Superga

Ma cosa mi combini? E poi ancora col Cantor, lo sai che non si muore col Cantor, neanche se prendi cinquanta pastiglie… Insomma tu. Quest’anno non lo volevi proprio veder finire… Sono stato a Torino, dal dottor Marchisio, per un controllo. E mi hanno riferito del tuo gesto. Si sono ricordati che eravamo compagni di stanza, o meglio, non si erano dimenticati le nostre divine jam-sessions: “All that jazz!” mi ha ricordato, ridendo, Marchisio, che è un erudito. “Tutto quel casino!” ha tradotto con involontaria precisione Ossola, come lo chiamavi tu: l’infermiere con la zucca asfaltata di pece per abuso di Brylcreem. O era Loik, che lo chiamavi? Insomma quell’infermiere che, a tuo dire, era la mezzala destra del grande Torino, caduto a Superga. Il grande Torino, o meglio, la tragedia del Grande Torino, i soprannomi appioppati persino agli oggetti, il tuo modo di stare al mondo, il tuo modo di parlare, le tue insalate di parole, la tua smania di improvvisare, inventare, fermarti e ripartire con lunghe cantilene, scat, rap, parole inesistenti per un mondo troppo monotono. Eri un vero jazzista, Carluccio, eri un enorme strumento jazz. Un contrabbasso. E quando la litiemia scendeva e la mania balzava sul podio e quel Dio del Be-bop di cui non conosco il nome greco, mi riempiva di frenetico stride-style, allora arriba!, io ti suonavo, tenendoti la nuca con la sinistra e picchiando col medio sulla pancia, facendoti roteare su te stesso e farfugliando linee melodiche di basso, anche se tu eri alto e pallido e grasso e con quegli occhi che annaspavano nel vuoto: occhi dalle tristi orbite ellittiche da bracco perples-

so, da Duke Ellington, da vecchio sottocanebastardo. “I negri si somigliano tutti; i pazzi si somigliano tutti”. Si diceva allora. A Collegno. Al manicomio. Si diceva così, allora. Poi trovarono la dose giusta di litio. Il suo livello nel mio sangue si stabilizzò sui 0.9 mEq/l e dal Bebop passai al Cool. Jazz freddo. E fu il nostro incontro vero, Carluccio: all’incrocio tra le mille circonvoluzioni del nostro cervello e il vuoto spinto del nostro cuore. In quel “mood”, quel divino distacco che non può essere, peccato, definito “feeling”, partivano finalmente le nostre session. Fatte di parole senza senso, senza sentimento. Mai frasi fatte, però. Mai fatti, però. I fatti ci facevano paura. Come mostri veri e troppo grandi. Noi e le nostre belle ricette firmate da luminari. Allora capimmo perché tanta eroina nelle vene del jazz, anche se la frase la cancellerei, perché mi fa senso. Ma tu mi capisci, adesso? Io capisco adesso perché tanta gente si irrita alla nostra musica. Sono giochi di note, aria che soffia dove non te l’aspetti, come i tuoi giochi di parole: ti diverti solo se li guardi stando fuori e dentro nello stesso tempo. A certa gente non piace giocare. Certi giochi non mi piacciono più. Ma continuo, per inerzia. Carlo, ma ti rendi conto che mi costringi a fare, tutte in una volta, alcune delle cose che odio di più nella vita? Non dirmi che l’hai fatto apposta! Non dirmi che hai tentato di… oddio ecco il narcisismo, ecco la paranoia, ecco il mio ombelico e il girotondo del mondo intorno! “Round midnight”, yea… intorno

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Carluccio!


a mezzanotte, sí… sto scrivendo una lettera. Certo. A un amico. La notte di capodanno. E sto flirtando con quella baldracca della memoria. E il risultato è di un malinconico, di un sentimentale…sa di finto, di un premeditato umano che farebbe rivoltare Bird, Trane, Bean, Pres, Dizzy, Monk e Miles nella fossa. Jazz freddo. “The real thing”. Really. Mancano pochi minuti a mezzanotte e ho preso tutte le medicine. Cerco di non sgarrare. Soprattutto la notte di Capodanno che è a rischio, per quelli come noi che sono stati a Collegno, anche solo per fare una jam.

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A me non piace scrivere, non più di quanto mi piaccia vivere. Fai tu i conti, se ti riesce. E non mi piace ricordare. Perché è come gettare una rete in mare, tirarla su e accorgersi con orrore che per un pesce argentato che si torce agonizzante, ho guastato la pace mia e di quintali di detriti, alcuni dei quali di nobili tradizioni, come lo scarpone a fauci spalancate, il barattolo arrugginito, bottiglie scolate, ossi di seppia melmosi e persino qualche venefica tibia con teschio. Ecco Charlie cosa pescano quelli come noi, che sono stati a Collegno. E non per visitare la Certosa. Non da pellegrini. Ma da penitenti. Però Carluccio non mi freghi. Mi hai fatto stare sveglio ad aspettare mezzanotte, mi hai spinto a scrivere, mi hai strappato la parola “amico”, ma non riuscirai a commuovermi, non riuscirai a convincermi.

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Solo perché hai cercato un’altra volta di morire? Embé? Ho avuto altri amici e dico amici riferendomi a prima… prima del litio, prima di tutto questo casino. Prima di te. Ho avuto altri amici che non avendo mai cercato in vita loro la morte si sono fatti cogliere di sorpresa, al primo colpo. E si credevano ben protetti dietro sentimenti, passioni, affetti, simpatie, progetti, speranze, proclami. Niente da fare. Corde che non reggono, legami che non tengono, pretesti che non bastano. Neanche la morte ci degna. Lei cerca gli eroi: belli, giovani e forti. Noi siamo già morti. Non bastano cinquanta compresse di Cantor. Ci vuole qualcosa di più appetibile per ingolosire la Signora: trionfi, aitanza fisica, promesse

di gloria, buone azioni. Voglia di vivere, debiti, figli, amori. Innocenza. Vita. Sì, me l’ha detto, Bacigalupo, il portiere dell’ospedale, che è la quarta volta che lo fai, dall’82. È un raptus biennale, Carluccio? Non mi indurrai in commozione. Cosa credi? Che spenda centottantamilalire in ansiolitici, antidepressivi, litio e sonniferi per poi mettermi a piangere per un vecchio vicino di letto cui ogni due anni si scaricano le pile? Un vecchio coglione grasso che tenta la scorciatoia al di là della vita, invece che incolonnarsi sulla strada che gli passa attraverso? Cazzi tuoi, ti dicevo, ti ricordi Charlie, cazzi tuoi, ti dicevo. Cazzi tuoi, ti ripeto oggi, cazzi miei, aggiungo. Cazzi nostri, Carluccio, di quelli come noi. Lo sai Charlie, io ti parlo così perché noi sottoscrivemmo il patto, no? Eravamo al Palasport di Parco Ruffini, a sentire Don Cherry. Tra noi esiste il patto. Scusa il tono. Se mi contraddico. Scusa se uso l’osceno verbo “ricordare”, ma so di poterlo fare. Perché giurasti anche tu, neh? Eravamo allo “Swing”, al concerto di Steve Lacy. Keep’em cool! Il patto: freddi, distaccati e liberi, signori del ritmo, del suono e del significato. Eravamo in via Roma, traffico bloccato per lasciare sfilare la Eagle Band, arrivata apposta da New Orleans. Eravamo con la Cooperativa Contromusica, con Sergio Ramella, che telefonava a Benny Carter. Eravamo a un “Punto verde”. Era estate. Cazzo, ma dove eravamo Charlie? A che punto siamo rimasti? E perché? Conoscendoti, non ci voleva molto a capire perché un jazzista più che mediocre non poteva non essere schizofrenico. “Vuoi mangiare qualcosa, Carluccio?”. Ti chiedeva Ballarin II (in realtà si chiamava Testa, ma per te diventava “Bistecca”, “Bisteccarello”, “Bisteccarello I” o “Bisteccarello IV”,


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ma preferibilmente Ballarin, terzino destro, di cui giuravi fosse il gemello, il terzo. Ma non tengo più il conto, scusami ancora). “Vuoi mangiare qualcosa, Carluccio?”. E tu rispondesti: “Ma sì, uno sguignastrino di qualcosa di dolce” e stappasti un magnum di neologismi che schizzarono per tutta la stanza come stelle filanti a carnevale. Campione! Campione a lasciar le frasi a metà, a farti Sibilla di te stesso: “Ancor che tuttavolta io l’ingrasso e ripulisco…” cosa volevi dire Carlo, quella volta lì? In un mondo in cui girano parole a corso forzoso, usate anche se non corrispondono più a niente che non venga intimamente sentito, come può parlare chi, intimamente, ha deciso di non sentire più niente? Prima che ci convertissero al Cool-jazz, aveva cercato di convertirci don Fungo.

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Dopo dodici incontri eravamo lì, io e te, a cercare come ossessi sulla Bibbia qualche soluzione. Oddio! Non mi ricordo se anche don Fungo era già un soprannome… in ogni caso risoprannominato Cavallerodellastampa o Casalboredituttosport, a seconda che si presentasse con la tonaca o con il clergymen. Mi ci volle un po’ per capirlo. Mi ci volle un po’ per accettarlo: le trentun vittime di Superga “dovevano” essere ancora vive. E va bene.

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Cercavamo, sulla Bibbia, quelle parole di san Paolo sulle persone che sono nate una volta e quelle che sono nate due volte. Non ci convertì, allora, l’apostolo delle genti. Non fu dentro una chiesa che rinacque un nuovo Carluccio, sulle ceneri del vecchio. Avvenne fuori da una basilica. Quella di Superga. Nella notte nebbiosa del 4 maggio 1949. Fu dalle ceneri di un aereo e di diciotto campioni che nacque un nuovo Carluccio. Identico al primo. Stessa età. Dieci anni. Stesso nome: Carluccio. Per sempre. Non le aveva dette san Paolo quelle parole. Le aveva dette un altro. Ecco perché non le trovammo. Forse le avevi dette tu o le avevi lette su qualche libro dimenticato in ospedale da

un tossico di passaggio: “quelli nati una volta sono persone dalla mente sana, soddisfatti di sé per quello che sono; hanno bisogno di nascere una volta sola; il mondo è quello che è, senza misteri; non c’è nulla da capire. Quelli nati due volte non riescono a venire a capo di sé e del mondo. In entrambe le cose trovano un che di terribilmente sbagliato. Solo nascendo un’altra volta possono sperare di fuggire dal loro abitacolo di fango”. I nati una volta disprezzano i nati due volte. Va bene Carlo, siamo nati due volte, come il Grande Torino. Siamo nel secondo tempo. Certo non stiamo vincendo e neanche pareggiando, temo. Quindi niente supplementari. La partita non offre più emozioni. Per questo non mi commuovi, Carluccio. E poi, te lo voglio confessare, anche se può suonare come un tradimento: io quel pesce agonizzante ho deciso di ributtarlo in mare. Tento. Ti perdono per avermi obbligato a ricordare. A tradire. A confessare. A scrivere una lettera. A un amico. Verso mezzanotte. Dell’ultimo giorno dell’anno. Patetico. Ancora più patetico, perché questa lettera mica te la spedisco. Ma cosa spedisco? Che metà delle cose che ti ho detto le conosci benissimo e l’altra metà non le capiresti mai. Se non è una lettera, che cos’è quella che ho in mano? Una pagina di diario? Ah, ci mancava! Altra cosa che ho sempre odiato: tenere un diario. È come voler trascrivere gli assoli di Bird. Ha scritto Paul Bowles (l’ha scritto lui, stavolta sono sicuro): “Tenere un diario è come farsi boccacce allo specchio”. Ecco cosa ho fatto. Non potevo trovare di meglio, per incominciare un anno che uomini nati una sola volta vorrebbero indurci a chiamare nuovo.


I fuori sede

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Spesso, le piccole storie si intrecciano con la Storia in un modo che nemmeno i personaggi percepiscono. Così succede in questo racconto dell’entroterra pieno di odori, siculo ma anche piemontese, dove le Fiat Croma (ammiraglie della casa tra il 1985 e il 1996) compaiono regolarmente nella vita di Nicola: prima nel suo arrivo a Torino verso il cammino per Santo Stefano Belbo e dopo a Palermo, il 23 maggio 1992. Questa la tristemente nota data che dà nome al racconto vincitore del prestigioso premio “Cesare Pavese” per la narrativa inedita nel 2017, e che noi siamo lieti di proporvi in questo numero.

Enza Sanfilippo è nata in Sicilia, in provincia di Agrigento, ma vive in un paese in provincia di Torino da tutta la vita. A Torino si è laureata in Lingue e ha frequentato vari corsi di scrittura alla Scuola Holden. Ha anche frequentato la Scuola Europea di Traduzione Letteraria, grazie alla quale ha avuto la possibilità di tradurre insieme ad Angelo Morino il primo romanzo pubblicato in Italia di Roberto Bolaño “La Letteratura Nazista in America” edito da Sellerio. Fa il mestiere che ha sempre desiderato fare: insegna lingua e letteratura inglese al liceo classico. Insegna anche spagnolo. E scrive racconti. L’ultimo che ha letto parla di venditori di enciclopedie e si intitola “Bien Común”. È di Juan José Saer.


Enza Sanfilippo

23 maggio 1992

Felicia veniva da un altro paese. Una vera famiglia non l’aveva mai avuta. A causa di un forte strabismo dalla nascita i suoi genitori non l’avevano voluta. Per nove mesi la madre aveva avuto ogni tipo di voglia, fino alla sera prima del parto, in cui aveva mangiato solo olive nere seccate al forno e condite con olio e origano. Ne aveva mangiate così tante che prendere sonno le fu quasi impossibile e, quando finalmente si addormentò, in sogno le apparve satana con lo sguardo in fiamme che le strappava gli occhi. La mattina dopo nacque Felicia. La madre si era messa in testa che quella figlia fosse malvagia e che quel suo sguardo la perseguitasse nel sonno. Si era rifiutata di allattarla. Dopo che la ebbe lasciata per un giorno intero nella culla senza né nutrirla né cambiarla, il marito la portò al convento di Sant’Anna. Le suore la presero senza fare storie, insieme alla promessa delle duecentomila lire al mese che il padre di Felicia avrebbe donato al convento finché la madre non avesse richiesto la bambina. Tuttavia, dopo qualche mese, la famiglia scomparve e se ne persero le tracce. C’era chi diceva che fossero migrati a Milano, chi addirittura in Germania. Nessuno tornò mai a riprendersi Felicia.

Per timore di vanità specchi nel convento non ce n’erano. Felicia trovava comunque il modo di specchiarsi nei vetri delle finestre o nell’acqua della fontana del giardino, col volto fermo ma gli occhi in movimento, come a cercare di afferrare il suo stesso sguardo sfuggente. Fu lo strabismo a far decidere alle suore di non mandarla a scuola e di insegnarle quel poco che le sarebbe servito tenendola sempre al convento. Se fosse uscita la gente l’avrebbe derisa, o ancor peggio temuta come figlia del diavolo. Ogni anno però, per l’Ascensione, le monache lasciavano il paese dell’entroterra per andare a villeggiare dalle consorelle del convento delle Benedettine a Capreria, nelle campagne siciliane affacciate sul mare. Prendevano la corriera che non si era ancora fatto giorno. Felicia seguiva le sagome scure delle suore nella mattina buia fino alla fermata. Una volta salite, si accomodavano in fondo e le suore subito prendevano sonno. Abbandonavano il capo sugli schienali di finta pelle verde e dormivano con le bocche aperte. Felicia invece affondava le mani nelle sporte generose che si portavano appresso e trascorreva il viaggio mangiando le piccole pere verdi del loro giardino. Ce n’erano di più dure e acerbe che le facevano arricciare il naso, e altre succose e piene di sole che le colavano sulle mani fino ai polsi. Si godeva il verde del paesaggio che si faceva via via più giallo, e osservava le donne grasse vestite di nero che salivano per andare al mercato. Le piacevano quelle donne massicce che parlavano forte. Odoravano di borotalco e si sedevano con le cosce large occupando due sedili ciascuna, noncuranti delle vesti rialzate che mostravano le calze nere arrotolate sopra alle ginocchia. Dalle terrazze ampie della dimora estiva delle Benedettine sembrava di stare su una nave;

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Quel pomeriggio Angeluccio decise di non fare il solito riposino del dopopranzo. Si coricò sul letto vestito, e aspettò con gli occhi chiusi di essere certo che tutti in casa dormissero. Le porte delle stanze aperte per fare corrente lo aiutavano a sentire il russare pesante di suo padre e quel respiro veloce che sua madre faceva quando finalmente prendeva sonno. Di fianco a lui giaceva Felicia. Erano tre mesi ormai che Angeluccio dormiva rannicchiato sulla sponda del letto per non rischiare di toccarla; da quella sera di Febbraio in cui li avevano lasciati soli dopo il matrimonio.


… non capì quasi nulla, finché non gli misero tra le mani le doghe di rovere francese. Era diverso dal gelso poroso a cui era abituato. Si portò il legno alle narici. Il sentore di vaniglia che ne sprigionava gli ricordò il profumo che la mattina presto usciva dalle grate del convento delle suore del suo paese.

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proprio come su una di quelle che si vedevano al largo. La sera le sorelle sedevano sui gradini della scala esterna che portava alle stanze da letto. Fino al tramonto sbocconcellavano i biscotti che loro stesse producevano. Nemmeno nella residenza estiva smettevano il lavoro di pasticcere. Alla mattina presto infornavano le paste di mandorle e nel pomeriggio le vendevano al pubblico. Quelle d’avanzo, riuscite male, se le tenevano per il piacere di accompagnarle a un rinfresco. A Felicia piacevano i biscotti più bruciacchiati e croccanti. Era bello vedere volare i veli candidi delle sorelle al minimo refolo di vento; si confondevano con la schiuma bianca delle onde.

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Angeluccio sfrecciava davanti al convento estivo almeno venti volte per sera. Iniziava a pedalare verso le cinque e mezza e non smetteva fino a quando non vedeva il sole andarsene dietro alla collina. Partiva dallo spiazzo davanti a casa sua e si buttava giù dalla discesa con la testa bassa incassata tra le spalle e le braccia strette al busto per fendere l’aria. Le nocche delle dita gli diventavano bianche impugnando il manubrio con forza. Appena cominciava la salita si alzava sui pedali e per lo sforzo digrignava i denti, contraendo la faccia ossuta in una smorfia. Si fermava proprio dinanzi al cancello del convento e tornava indietro. Discesa veloce, e poi salita fino a casa. E ricominciava. Verso la fine era così stanco da dimenticare il desiderio di sapere cosa mai ci fosse oltre alla cima, dall’altra parte della collinetta. Felicia osservava quel ragazzo e il suo impegno. Si domandava perché mai pedalasse con

i calzoni lunghi e una camicia, al posto di più comodi pantaloncini e maglietta. Avrebbe evitato di dover pinzare l’orlo con una molletta da bucato per non sporcarsi con il grasso della catena. Avrebbe anche evitato lo scherno degli altri ragazzi che passavano in motorino: -Angelù, lo vuoi un passaggio fino dall’altra parte? Vieni che ti facciamo vedere cosa c’è di là. O te la fai sotto dalla paura?Aveva 18 anni. A causa di un ritardo pensava e agiva come un bambino di 10. Due anni prima la scuola aveva smesso di cercarlo quando era assente. I suoi genitori, che non sapevano nemmeno leggere, non si erano preoccupati che non avesse né istruzione né lavoro, poiché la pensione di invalidità permetteva loro di non rinunciare a quanto necessitavano. Avevano la casa in paese, affittavano la casa in campagna d’estate e Angeluccio aveva la sua bicicletta. Poi c’era Nicola, il fratello grande, che mandava ogni mese metà dello stipendio che guadagnava come bottaio. Nicola era “riuscito bene” diceva sua madre. Era andato a bottega di falegname fin da bambino e riconosceva il legno dal solo profumo. Si era specializzato nella lavorazione del legno di gelso. Ne faceva piccole botti per maturare l’aceto. Iniziò a venderle ai paesani, poi ne portò qualcuna nelle botteghe della provincia e da allora iniziarono a ordinargliele da ogni parte della Sicilia. Nicola girava tutta l’Isola per consegnare le botti. Gli affari andavano bene. Tuttavia non esitò ad accettare di trasferirsi al nord quando gli venne offerto lavoro da un produttore di vini che aveva visto le sue botti. Prese il treno per Torino in una mattina di


Non era la cerimonia e nemmeno il rinfresco al convento che lo spaventavano, ma l’idea di dover condividere la stanza con quella ragazza che non si sapeva mai dove guardasse. […] Di una cosa era certo: non le avrebbe mai prestata la bicicletta.

Alla stazione di Torino Porta Nuova vennero a prenderlo con una Fiat Croma e ci vollero altre due ore per arrivare a Santo Stefano Belbo. Nicola non aveva né dormito né mangiato per tutto il viaggio dalla Sicilia, ma nonostante il digiuno si sentiva ebbro guardando la dolcezza dei vitigni sulle colline e l’arancione degli alberi della fine di settembre. Lo aspettavano nella bottega dell’azienda per mostrargli il lavoro. Gli parlarono di uve, di mosto, del moscato pregiato che producevano e delle botti che necessitavano. Nicola non capì quasi nulla, finché non gli misero tra le mani le doghe di rovere francese. Era diverso dal gelso poroso a cui era abituato. Si portò il legno alle narici. Il sentore di vaniglia che ne sprigionava gli ricordò il profumo che la mattina presto usciva dalle grate del convento delle suore del suo paese. Nei mesi che seguirono imparò che la fase che preferiva della produzione delle botti era la tostatura. Il fuoco diretto per piegare le doghe era l’unico in grado di scaldarlo. Il resto del tempo sentiva un freddo che nessun indumento poteva sconfiggere. Il calore del fuoco rendeva dolce il legno e confortevole la sua esistenza. Solo nelle giornate più miti, verso le cinque del pomeriggio, si sedeva sulla parte più alta del vitigno e pensava ad Angeluccio e alla sua collina da valicare.

Fecero incontrare Felicia e Angeluccio dopo la festa della Natività della Vergine dell’8 settembre. Alla madre di Angeluccio avevano detto che dalle monache Benedettine c’era una giovane sfortunata e lei aveva pensato di maritarla con suo figlio. Così non sarebbe rimasto solo. A 48 anni si sentiva vecchia; voleva essere certa di morire un giorno lasciando i suoi figli sistemati. Nicola se ne era andato in Piemonte e ad Angeluccio serviva una moglie. Felicia e Angeluccio sedevano distanti. Angeluccio non voleva guardare quella ragazza magra magra e con gli occhi spaventosi. Felicia rimaneva quieta e in silenzio come al solito. Disse di sì alle suore e partecipò alla costruzione del suo corredo. Qualche tovaglia di lino ricamata, quattro coppie di lenzuola di cotone e asciugamani bianchi di spugna. Si sposò con un vestito cucito dalle suore in una mattina di febbraio. Angeluccio indossava l’abito da sposo che era stato di suo padre e aspettava all’altare visibilmente atterrito. Non era la cerimonia e nemmeno il rinfresco al convento che lo spaventavano, ma l’idea di dover condividere la stanza con quella ragazza che non si sapeva mai dove guardasse. Doveva addirittura dormire con lei! Di una cosa era certo: non le avrebbe mai prestato la bicicletta. Arrivata la sera rimasero soli nella casa di campagna. Angeluccio andò in bagno e ci mise moltissimo a mettersi il pigiama senza l’aiuto di sua madre. Tornò in camera e trovò Felicia già nel letto, sveglia. Si coricò a sua volta e dopo un tempo infinito trascorso al buio sentì Felicia domandargli: -Perché non ti metti i pantaloni corti per andare in biciclet-

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vento di settembre. Le palme della stazione di Agrigento scosse dalle folate lasciavano cadere i piccoli datteri verdi e duri come proiettili. Le 21 ore del viaggio le passò sudando nello scompartimento rovente e guardando fuori dal finestrino.


Il pullman su cui viaggiava Nicola venne superato dalla Fiat Croma. Nicola guardò l’orologio e pensò che sarebbe arrivato a casa per l’ora di cena. Sperava di trovare minestra di cipolle, tenerumi e pane fresco. […] A Palermo non erano ancora le sei quando il pullman venne costretto ad arrestarsi. ta?- -Perché ho le gambe pelose-. Era la prima volta che si rivolgevano la parola.

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Nicola non era potuto andare al matrimonio. A maggio gli era arrivata una lettera che sua madre aveva dettato a una vicina. Gli chiedevano di tornare per qualche giorno e di parlare ad Angeluccio. Il matrimonio non era stato consumato. Qualcuno doveva spiegare al ragazzo cosa dovesse fare. Il padre si vergognava. Nicola era il fratello e aveva la confidenza necessaria per poterlo fare. Inoltre, chissà quale esperienza aveva maturato in quei pochi mesi con le femmine del nord. Gli avevano scritto che Angeluccio cadeva dal letto ogni notte poiché dormiva sulla sponda per non toccare Felicia.

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Nicola prese l’aereo che pagò con i risparmi dei pochi mesi di lavoro. Durante il volo ebbe così paura da conficcare le unghie nel bracciolo del sedile. Atterrò a Palermo alle cinque del pomeriggio del 23 maggio e prese il bus per Agrigento che partiva poco dopo. Una volta arrivato là avrebbe dovuto aspettarne un altro per Capreria. Ci mise molto a lasciare l’aeroporto. Un corteo di auto blindate ritardava l’uscita di altri mezzi. Scortavano una Fiat Croma. Nicola si ricordò di quando, nove mesi prima, un’auto uguale lo avesse aspettato alla stazione di Torino per condurlo alla sua nuova vita. Intanto la gente vociava per il ritardo. Alla fine di maggio l’aria era già immobile e le mosche entravano dai finestrini aperti. Finalmente

sentiva caldo. Angeluccio nel frattempo si era alzato senza fare rumore e si era messo a pulire la bicicletta. Aspettava questo momento di pace in cui poteva dedicarsi anima e corpo alla sua compagna dei pomeriggi estivi, senza sentirsi addosso gli occhi strani della moglie. Avrebbe pulito e oliato la bicicletta e questa volta avrebbe scollinato dall’altra parte. Ne era sicuro. Il pullman su cui viaggiava Nicola venne superato dalla Fiat Croma. Nicola guardò l’orologio e pensò che sarebbe arrivato a casa per l’ora di cena. Sperava di trovare minestra di cipolle, tenerumi e pane fresco. Angeluccio salì sulla bicicletta alle cinque e quaranta. Decise che avrebbe fatto qualche giro di riscaldamento e dopo avrebbe preso la rincorsa per bene sfruttando la discesa, per poi lanciarsi oltre alla cima della collina. A Palermo non erano ancora le sei quando il pullman venne costretto ad arrestarsi. Più avanti si era sentito un boato e una sorta di lampo aveva accecato Nicola. Angeluccio arrivò veloce ma affannato in cima. Diede un ultimo colpo di pedale e si trovò dall’altra parte. Il sole rosso e basso delle sei del pomeriggio era lì ad aspettarlo e per un attimo gli ferì gli occhi. Si fermò, scese dalla bicicletta e pensò che quella sera avrebbe dovuto raccontare a Felicia quanto fosse bello il tramonto dietro alla collina.


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