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Maria Ausiliatrice d e l l a

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1,70 Euro IT

Poste Italiane S.p.A. – Spedizione in abbonamento postale – D.L. 353/2003 (conv. in Legge 27-02-2004 n. 46) art. 1, comma 2 e 3 – CB-NO/TORINO

#P  asqua

Gioia e Vita sempre! 4 «Don Bosco è qui!» Anche per me. Parola di Ispettore

8 Giovanni Paolo II Sa nto subito. Perché?

16 L  a sconosciuta r agazzina di Nazaret

ISSN 2283-320x


a tutto campo

Mendicanti d’amore La peregrinazione dell’urna di don Bosco, ormai conclusa, ci sollecita alla testimonianza cristiana e ad uscire dai “recinti” per diventare protagonisti del progetto di Dio. “Don Bosco è qui”. E io non sto più nella pelle dalla gioia. Certo, vivo a Valdocco, sono l’Ispettore della prima e più vecchia Ispettoria Salesiana, mi bastano pochi passi per entrare in Basilica e sostare davanti all’urna del “mio” Santo, quello che mi ha “preso” la vita. Eppure, lo confesso, questa volta l’emozione è davvero forte, anzi unica. Davanti a me c’è l’urna con la reliquia del braccio destro di don Bosco. L’urna che in tre anni ha fatto il giro del mondo. Quella che ha richiamato milioni di pellegri-

ni. Quella che è stata accarezzata dalle mani di tante persone, per ringraziarlo o chiedergli un’intercessione. Quella davanti alla quale hanno pianto di gioia tanti giovani (e non solo). Ebbene, quell’urna ora è qui, davanti a me e accanto ad essa, anzi accanto a don Bosco, vedo i volti, i sogni, i desideri, le preghiere di tutte quelle persone, di voi e se permettete, anche i miei. Perché anch’io, alla scuola di don Bosco, sono un “mendicante” dell’amore di Dio. “Don Bosco è qui”. E ripenso al suo braccio: quello che lui ha

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usato per benedire, assolvere, scrivere, accarezzare, in una parola per far capire a tutti quant’è grande l’amore di Dio. Tutti: senza distinzione di età, di cultura o di status sociale. Duecento anni fa era don Bosco in persona a uscire per le strade, a recarsi sui luoghi di lavoro e nelle piazze per incontrare (soprattutto) i giovani (e mi torna alla mente la parabola del padrone buono che a tutte le ore del giorno va a cercare operai per la sua vigna). Due secoli fa, appunto, lui ha amato quei ragazzi e li ha fatti sentire amati, ha cercato


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di farne “onesti cittadini e buoni cristiani”. Oggi “Don Bosco è qui”, in quest’urna. Lui è tornato nelle nostre città per sollecitare tutti noi ad essere testimoni, per invitarci ad uscire dai “recinti” per diventare, sul suo esempio, protagonisti del progetto d’amore di Dio.

La gioia di essere Chiesa Poche altre volte nella mia vita ho visto e vissuto tanta festa, tanta gioia di “essere Chiesa” come nei giorni in cui, accanto all’urna, ho attraversato il Piemonte, la Valle d’Aosta e Lituania, Paese che fa parte della mia Ispettoria. Questa peregrinazione è stata – ma oserei dire: continua ad essere, visto il fiorire di tante iniziative – un percorso pastorale che ruota attorno a due grandi poli di bene: la missione popolare e la logica da pellegrinaggio. Cioè l’”andare a” don Bosco, ripercorrendo quanto avvenuto nella storia: la gente accorreva quando lui, spesso con i suoi ragazzi, passava per predicare, per esercizi, per missioni, per chiedere aiuto. E alla fine, lui

tornava al suo (e nostro) Valdocco. Così, anche noi dell’Ispettoria Piemontese siamo stati la chiusura del cerchio: l’urna era partita da qui, ha peregrinato in tutto il mondo e qui è tornata. Ho ancora negli occhi e nel cuore le emozioni provate ascoltando le tante omelie di vescovi, i discorsi di sindaci, le esperienze di cui sono stato testimone. Tutto questo conferma che don Bosco è nel cuore di tutti e in particolare nel cuore dei credenti, e che la sua esperienza religiosa, so-

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ciale, umana continua ad essere il punto di riferimento per milioni di persone. Don Bosco è il rappresentante più significativo dei “santi sociali” che hanno operato a Torino tra l’Ottocento e il Novecento. Anni in cui Torino è stata motore dell’unità nazionale e della prima grande industrializzazione del Paese. Anni in cui quei santi – e don Bosco in particolare – hanno saputo unire la fede alla vita quotidiana, contribuendo allo sviluppo sociale ed economico di Torino, dell’Italia e di tanti


a tutto campo

altri Paesi. Perché come già scriveva l’apostolo Giacomo, la fede «se non ha le opere, è morta in se stessa» (2,17).

Prepararsi al bicentenario Ora a noi tocca seguirne l’esempio. E qui non posso non ricordare alcune parole di mons. Cesare Nosiglia, arcivescovo di Torino: ha richiamato l’esempio di don Bosco per ricordare che la Chiesa «deve aprire le porte a tutti: quelle del suo cuore, anzitutto, e della sua maternità spirituale e umana. Forse allora si scoprirà che nei giovani anche considerati più lontani ed estranei c’è più campo di quello che si pensa: campo di ascolto e di sintonia con il messaggio e la testimonianza del Vangelo». E rivolgendosi ai giovani ha concluso: «Don Bosco vi aiuti a credere in voi stessi e a puntare in alto nella vostra vita verso i traguardi inesplorati delle vette della fede e dell’amore». Insomma, come aveva detto tempo fa il nostro Rettor Maggiore, don Pascual Chávez Villanueva, la peregrinazione dell’urna è un’eccezionale opportunità per prepararsi ai 200 anni della nascita del nostro Fondatore, che si celebrerà il 16 agosto 2015. Questa ricorrenza è, infatti, «un grande avvenimento per noi, per tutta la Famiglia Salesiana e per l’intero Movimento salesiano, che richiede un intenso e profondo cammino di preparazione, perché risulti fruttuoso per tutti noi, per la Chiesa, per i giovani, per la società». Pro-

prio per quell’occasione, Torino avrà anche la gioia della visita di Papa Francesco e di una nuova Ostensione della Sindone. E se ad accogliere il Pontefice non ci sarà più don Chávez, ma un nuovo Rettor Maggiore (non è previsto il terzo reincarico), né ci sarò io come Ispettore, ma, dal prossimo agosto e per sei anni, don Enrico Stasi, ebbene, è proprio don Bosco che invita me e tutti voi a guardare avanti con coraggio e serenità. Perché, al di là dei nostri ruoli, dell’età, dell’attività quotidiana, per tutti noi quello che conta è essere testimoni della misericordia di Dio, parte della Chiesa e della Famiglia Salesiana. In una parola, come diceva don Bosco, «Da mihi animas, caetera tolle». Don Stefano Martoglio Ispettore Salesiani Piemonte, Val d’Aosta e Lituania stefano.martoglio@salesianipiemonte.it

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Festa di Don Bosco 

31 gennaio 2014

Foto di Renzo Bussio, Dario Prodan, Mario Notario, Giuseppe Verde


leggiamo i vangeli

Fonti della vita

Particolari inediti L’Evangelista Giovanni ci fa conoscere particolari inediti delle vicende accadute sul Golgota. La sua narrazione della passione, nello scrivere della crocifissione, della scritta posta sulla croce, della tunica indivisa del Signore e della sua morte segue la tradizione testimoniata da Marco, Matteo e Luca, ma la comprende però in modo diverso e soprattutto la arricchisce di ricordi. Mi riferisco sia alla scena del dialogo tra Gesù, la Madre ed il «Discepolo Amato», sia al racconto della morte di Cristo che – ecco la novità – coincide con la prima effusione dello Spirito Santo. A questo punto il racconto si impreziosisce

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di un’altra vicenda di cui ancora una volta gli altri Evangelisti non narrano. Particolari inediti che, se ben compresi, rivelano nel racconto una straordinaria catechesi perfettamente intessuta nei fatti della morte di Cristo. Giovanni non smette di stupirci e ci sfida a capire quale sia per noi l’insegnamento nascosto nella bellezza e nella profondità del suo scrivere.

Dare la vita La preparazione per la Pasqua impone che i corpi di eventuali crocifissi siano tolti dal luogo del supplizio. Anche i Romani devono sottostare alle leggi rituali dei Giudei: forti sono infatti le loro preoccupazioni perché i grandi riti della Pasqua siano celebrati così come è prescritto. Ai due giustiziati crocifissi al fianco di Gesù vengono spezzate le gambe: un “colpo di grazia” che serve a velocizzarne la morte. Al sopraggiungere del drappello dei soldati, Gesù è però già trovato morto. La notizia non è affatto irrilevante. Gesù non viene finito, la sua morte non dipende in alcun modo dall’agire di un altro: è unicamente Lui che decide di dare la vita! La sua morte rientra nell’ambito della sua scelta di Figlio fedele ed obbediente al Padre. Proprio perché Gesù offre liberamente se stesso, noi siamo liberi e salvi! Essendo già stato trovato morto, al Nazareno non vengono pertanto spezzate le gambe, con una lancia gli però viene colpito il torace: «e subito ne uscì sangue e acqua».

ferita di un corpo stremato, è un fenomeno abbastanza normale. Non lo è però evidentemente per Giovanni, il quale a questo punto, in un commento personale, certifica la veridicità della sua testimonianza: il sangue e l’acqua sono usciti realmente dal corpo morto di Gesù. Alla luce di questa affermazione, vien giustamente da pensare che quel sangue e quell’acqua debbano significare qualcosa per noi. Stando a tutto il racconto evangelico giovanneo, essi sono incontrastato simbolo di vita spirituale. Il fatto che ora vengano così collegati a Colui che è innalzato sulla Croce, ne conferma maggiormente il loro valore simbolico. Per approfondire ulteriormente il significato, dobbiamo cogliere fino in fondo la sfida che Giovanni ci lancia. È allora necessario rileggere con attenzione la parte conclusiva del suo racconto della passione (19,16-37). Solo così potremo fare nostra la catechesi che l’Evangelista ci ha preparato. Ebbene: l’indugiare

sui particolari della tabella posta alla sommità della Croce con la scritta «Gesù il Nazareno, il re dei Giudei», è voluto per farci capire che Gesù innalzato sulla croce è da riconoscere come il vero Re. Da lui vengono a noi doni di impareggiabile valore: la tunica non divisa dai soldati perché ritenuta preziosa, essendo «senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo», è il simbolo del dono dell’unità della fede dei discepoli; la consegna reciproca della Madre al «Discepolo Amato» segna la nascita della nuova famiglia dei credenti; su di essa subito viene effuso lo Spirito Santo, senza il quale la Pasqua non può essere capita. A questa comunità vengono infine offerti i doni dei sacramenti del Battesimo e dell’Eucaristia, significati nel sangue e nell’acqua: per mezzo di essi Cristo continua a rendere vivi tutti quelli che credono in Lui. Particolari inediti che ci mettono in contatto con le fonti della vita. Marco Rossetti rossetti.rivista@ausiliatrice.net

La Vita che ci vivifica La fuoriuscita di quei liquidi dalla

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accogliamoci

Poligamia

successiva e scelte di civiltà Da un paio di decenni, anche il nostro Paese, ha di fatto mutuato dal mondo anglosassone una sorta di “poligamia successiva”, quella consuetudine ormai largamente diffusa e che non incontra più né riprovazioni sociali né remore etiche, per cui si convive prima del matrimonio per alcuni anni, ci si sposa sempre più tardi, talvolta con un altro partner, e infine nella piena maturità arriva spesso un nuovo rapporto, non necessariamente sancito dalla separazione e da una nuova unione civile. Il quadro è evidente: una situazione di incertezza affettiva, conseguenza di una deriva culturale in cui tutto appare provvisorio e instabile – dal lavoro all’abitazione – diffonde la sua precarietà anche nel quadro sociale, contribuendo a rendere ogni rapporto segnato da una vaghezza di fondo, da una insoddisfazione latente, da un clima in cui nulla appare più assodato e accettato per sempre. L’analisi – più volte tracciata – purtroppo è inconfutabile.

do “biennale” sulla famiglia, preceduto da un questionario diffuso in tutto il mondo per raccogliere informazioni e dare voce ai tanti disagi in formato familiare, ha deciso che è giunto il momento di tracciare con chiarezza una prospettiva diversa che contribuisca a quel passo in avanti auspicato da tutti coloro che guardano al “caso serio” del matrimonio e della famiglia. Forse, per cominciare a riflettere con efficacia su questo aspetto fondativo della nostra civiltà, occorre avere il coraggio di partire da una premessa, che è allo stesso tempo un grave interrogativo. Se oggi tanti uomini e donne vivono in una situazione di cosiddetta precarietà affettiva – e cioè convivono, si separano, divorziano, si risposano – non sarà perché il modello di matrimonio monogamico, segnato da fedeltà, unicità e indissolubilità, è stato “promosso” e “tradotto” in modo non del tutto efficace negli ultimi trent’anni? Forse certa teologia e, di conseguenza, alcuni ambiti della pastorale, hanno a lungo tratteggiato un paradigma nuziale un po’ troppo idealizzato. Il risultato è stato inversamente proporzionale alle

Il questionario e un Sinodo Fermarsi alla presa d’atto non basta più. E la Chiesa l’ha pienamente compreso. Proponendo un Sino-

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La cultura di oggi, proclamando “i diritti individuali” favorisce, come ha detto papa Francesco ad Assisi il 4 ottobre 2013, «le relazioni che durano finché non sorgono difficoltà, e per questo a volte parla di rapporto di coppia, di famiglia e di matrimonio in modo superficiale ed equivoco. Basterebbe guardare certi programmi televisivi!».

intenzioni, pur lodevoli, dei protagonisti di queste scelte: non siamo stati in grado di adattare quello schema alla complessità e alle sofferenza della realtà matrimoniale. Abbiamo perseverato lungo il tracciato di una strada maestra senza renderci conto – almeno in parte – che il mondo degli affetti e dei legami aveva imboccato vie secondarie, sentieri tortuosi, percorsi considerati eticamente inaccessibili. In troppi casi abbiamo proclamato molta verità e poca carità.

Profezia da compiere La Chiesa, da almeno 15 anni, auspica un “gesto profetico” (Lettera alle nostre famiglie, Conferenza episcopale lombarda, 2001). Ma nel frattempo le cifre delle dissolvenze affettive sono cresciute in modo esponenziale. E quel “gesto profetico”, che voleva richiamare la necessità di un atteggiamento profondamente diverso da parte della Chiesa nei confronti delle persone che vivono il fallimento del proprio progetto affettivo, nessuno ancora l’ha veramente compiuto. Così la maggior parte dei separati ha ancora oggi la sensazione di vivere ai margini della Chiesa, come corpo estraneo, appena tollerato. Una contraddizione difficilmente componibile. Da una parte non ci stanchiamo di proclamare lo stupore di una teologia nuziale secondo cui è giusto l’accostamento tra amore nuziale e

amore trinitario. Ma, d’altra parte, quando scendiamo dall’empireo di categorie così elevate all’antropologia della quotidianità e facciamo i conti con le lacerazioni che si palesano nella normalità del rapporto di coppia, vediamo come quelle idealizzazioni siano lontane anni luce dal sentire e dai bisogni di tanta gente.

Nuovi linguaggi e misericordia Forse, per rendere di nuovo comprensibile e accattivante la proposta dell’amore cristiano, c’è anche tutto un linguaggio da semplificare, tutto un apparato di rimandi e di suggestioni da depurare e attualizzare, tutto un atteggiamento di spiritualità elitaria da passare al setaccio dell’umiltà e del dialogo. E forse, dovremmo anche preparaci al tentativo di comprendere come queste nuove modalità di leggere lo sviluppo, la crescita e le trasformazioni dell’affettività all’interno della coppia, possano essere convogliate in una prospettiva accettabile di accoglienza e di misericordia, fornendo risposte credibili alle esigenze concrete di tante donne e di tanti uomini che, nonostante tutto, vogliono continuare a credere nel Vangelo dell’amore. Luciano Moia, caporedattore Noi genitori&figli – Avvenire redazione.rivista@ausiliatrice.net

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la parola qui e ora

Una persona speciale: il Risorto La sua risurrezione chiude l’incompletezza della condizione umana così come la conosciamo, con una promessa che nasce dalla fede, ma che si consolida poi su un impianto di ragione.

Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.

«Doveva risuscitare dai morti». Quel che per noi, da venti secoli a questa parte, è diventata idea comune, la risurrezione dei morti, era nel mondo antico poco più che una stravaganza, una moda nuova che comincia a circolare a partire dal III secolo a.C. Tra i Greci e i Romani, la morte è la fine di tutto; nella stessa cultura ebraica, Dio è il Dio dei vivi, e non dei morti. C’è spazio per il culto, la memoria, la celebrazione del ricordo: ma i morti sono morti e basta, stanno in quella dimensione indefinita che è lo Sheol, in cui si patisce l’assenza della vita come l’assenza di Dio. Quando san Paolo va ad Atene per annunciare il Vangelo alla gente più sofisticata dell’Impero, viene preso in giro: «Quando sentirono parlare di risurrezione dei morti, alcuni lo deridevano, altri dicevano: “Su questo ti sentiremo un’altra volta”». (Atti 17,32). Ma il cristianesimo non si fonda su una certa evoluzione, una svolta nella storia delle idee che ad un certo punto ha portato in evidenza, in Occidente, l’eventualità di una qualche forma di continuazione della vita oltre la morte biologica.

(Gv 20,1-9)

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consiste nel cercare di conoscere le caratteristiche dell’oltretomba, di stabilire, con criteri nostri umani, significati e valori. Ma non è questo che viene ad insegnare la risurrezione di Cristo: piuttosto, viene a chiudere l’incompletezza della condizione umana nostra, così come la conosciamo, con una promessa che nasce dalla fede ma che si consolida poi su un impianto di ragione. Dalla promessa di Cristo alla “scommessa” di Pascal il passo non è lungo.

Il suo fascino va oltre la ragione Il fascino del Risorto, poi, va ben oltre la ragione, e anche la ragionevolezza. Dostoevski lo dice così: «Anch’io sono figlio di questo secolo, un figlio dell’incredulità e del dubbio, fino ad oggi e forse fino alla tomba. Quali spaventose torture mi è costata e mi costa anche ora questa sete di credere, tanto più forte nella mia anima quanto ci sono argomenti contrari. E tuttavia Dio mi invia dei momenti in cui tutto mi è chiaro e sacro. È in quei momenti che ho composto un credo: credere che non c’è nulla di più bello, di più profondo, di più amabile, di più ragionevole e di più perfetto che Cristo, e che non solo non c’è niente, ma – e me lo dico con amore geloso – non si può avere niente. E più ancora, se qualcuno mi avesse dimostrato che Cristo è fuori della verità, avrei preferito senza esitare restare con Cristo che con la verità». Nel Vangelo che leggiamo nel giorno di Pasqua, questo fascino del Cristo sembra aleggiare in ogni cosa. I discepoli arrivano al sepolcro di corsa, affannati dall’idea che sia stato portato via il cadavere di quel maestro che aveva cambiato le loro vite. Maddalena stessa è in confusione, non riconoscerà Gesù quando le appare nel giardino. Oggi è la pubblicità dei deodoranti o di altri oggetti a imporci di pensare che ciascuno di noi è una “persona speciale”, che si compiace delle cure particolari, dell’atmosfera che le si crea intorno, creata artificialmente con uno spray. Ma le persone speciali vere, non quelle “pompate”, sono poche. Anzi, forse ce n’è, appunto, una sola.

Il “salto” di credere o no a un fatto unico Il “salto” cui siamo obbligati è nel decidere di credere o meno a un fatto: che Gesù crocifisso è morto; e che dal sepolcro è tornato alla vita così come noi la conosciamo. Non zombi, né fantasma, non spettro o ectoplasma, ma uomo vero, sulla cui pelle si possono toccare le ferite (Gv 20,27), che mangia con i suoi discepoli le stesse cose che mangiano loro (Gv 21,12). Come in tutto il resto della storia sacra, la vicenda della fede si innesta sulla cultura del tempo, ma va oltre, propriamente la “trascende” per indicare che il cammino è un altro, l’obiettivo è diverso. Cristo è la somma e la conclusione di tutte le promesse di Dio. La sua risurrezione dai morti, nella linea della promessa ad Abramo, e del passaggio del Mar Rosso, significa la nostra risurrezione, la fine di questa condizione umana in vista di una “vita in Dio” diversa da questa. La tentazione “magica”, su tutto quanto sta al di là della morte,

Marco Bonatti responsabile della comunicazione per la Commissione diocesana Sindone marco.bonatti@sindone.org

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sfide educative

Educatori

e ideologia di genere

È in atto, mediante un’enorme pressione culturale, supportata da un appoggio finanziario senza precedenti, il tentativo di perseguire la creazione di un Nuovo Ordine Mondiale che mira ad imporre l’ideologia di genere. Essa ha come unico fine quello di azzerare ogni identità sociale, religiosa o culturale. Qualsiasi educatore, che sia un attento osservatore delle mutazioni in atto nella società civile moderna, non può non essere seriamente impressionato dal diffondersi dell’ideologia omosessuale. Spontaneo sorge l’interrogativo su quali siano gli interessi economici e politici presenti dietro al tentativo di distruggere la famiglia naturale basata sul concepimento in seguito a un rapporto tra un maschio ed una femmina in età fertile. La dilagante teoria del genere sostiene che la persona sia nient’altro che il prodotto dei modelli e dei ruoli in cui è costretta a vivere ed operare. Il termine genere (gender) è stato coniato, intorno al 1950, da endocrinologi e psicanalisti americani. Essi parlano di gender role e di gender identity in cui si propone la distinzione fra sesso e genere. Nell’individuo sarebbero presenti un sesso biologico, un sesso sociale (gender) e l’identità sessuale fondata su orientamenti sessuali dipendenti solamente da una libera scelta individuale. Eterosessualità, omosessualità e transessua-

lismo hanno pari dignità. Sesso biologico, sesso psicologico e sesso sociale sono realtà separate. I teorici del genere auspicano la decostruzione di tutti i quadri sociali e morali che obbligano a essere uomo o donna per aprirsi a relazioni paritarie qualunque sia la scelta e l’orientamento sessuale degli individui. L’identità di genere è solo sociale. Il sesso biologico è una semplice caratteristica del corpo. L’orientamento sessuale non è altro che l’identità che un soggetto attribuisce a se stesso. Posso tranquillamente sentirmi donna anche in un corpo maschile.

I capisaldi dell’ideologia gender La teoria del genere sostiene che non esiste una natura umana perché ogni individuo è solo il ri-

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Aiutiamo i nostri giovani a non omologarsi, a non coltivare un pensiero unico ed allineato. Formiamoli autentici, intelligenti e liberi.

abolito le espressioni “padre” e “madre” dal libretto delle giustificazioni, per imporre le diciture “primo genitore” e “secondo genitore”. L’industriale Guido Barilla, presidente della omonima multinazionale alimentare di Parma, è stato sottoposto alla gogna pubblica e costretto ad un autentico autodafé, per aver fatto, durante una trasmissione radiofonica, la banale affermazione: «Sono per la famiglia tradizionale, non realizzerò mai uno spot con i gay». In un processo universale di crescente omologazione e conformismo culturale, un educatore salesiano potrà ancora leggere ad alta voce, e commentare in ambito educativo, il versetto biblico riportato nel libro del Levitico (18,22) che dice: «Con un uomo non avrai rapporti come si hanno con una donna: è un abominio»? Noi educatori salesiani abbiamo l’obbligo morale di educare al rispetto ed all’accettazione di ogni persona e di tutelarne i diritti. Nello stesso tempo, però, dobbiamo aiutare la moderna gioventù a non essere fagocitata nell’enorme buco nero, che si profila all’orizzonte, dell’omologazione assoluta ed irreversibile di un pensiero unico ed allineato, in cui pochi apparati economici ed ideologici decidono come devono pensare tutti, pena la gogna e l’emarginazione sociale. Onestamente, di fronte a questo immane compito, dobbiamo chiederci se siamo in grado, soprattutto a livello culturale, di far fronte a questo compito senza cadere in sterili moralismi o in bigottismi inconcludenti.

sultato della cultura. La mascolinità e la femminilità sono semplici costruzioni sociali che mutano con il variare del tempo. La paternità e la maternità non dipendono dall’identità maschile o femminile, bensì da funzioni sociali intercambiabili. La differenza sessuale non ha alcuna importanza nella coppia, nella famiglia e nell’educazione dei bambini. Su queste basi le persone omosessuali rivendicano il diritto al matrimonio e all’adozione dei bambini. Già molti paesi occidentali, segnatamente Argentina, Olanda, Belgio, Canada, Spagna, Norvegia, Svezia, Portogallo, Sud Africa e Islanda, hanno recepito nelle loro legislazioni questa richiesta. Recentemente alcuni fatti accaduti in ambito scolastico hanno suscitato scalpore in Italia e ne dimostrano la capillare diffusione. Ad esempio, al liceo Mamiani di Roma le autorità scolastiche hanno

Ermete Tessore tessore.rivista@ausiliatrice.net

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esperienze

Una cascata d’entusiasmo per vincere la noia Alla scoperta dell’associazione “Non m’annoio”, che s’ispira al sistema preventivo di don Bosco.

diverse esperienze di volontariato accanto ai poveri in Italia e all’estero, sentivamo il desiderio di dedicare le nostre vite a un progetto comune che potesse essere d’aiuto anche agli altri. Rosanna è laureata in Scienze politiche, io insegnante di materie tecnico-professionali: unendo i nostri saperi – lei occupandosi soprattutto di pratiche burocratiche, io dei lavori manuali – abbiamo cominciato a dar forma al nostro sogno».

«Non m’annoio... perché la vita è un’avventura meravigliosa da vivere con gioia!» non è solo uno slogan per Edoardo Ciaccia e la moglie Rosanna Gregoratto. Da qualche mese, infatti, hanno aperto a Torino, in via Foligno 14, l’Associazione culturale che si propone come punto di riferimento per giovani – e non solo – offrendo loro la possibilità di sviluppare interessi, coltivare amicizie e valutare in modo consapevole e informato le offerte di occupazione e di lavoro. Abbiamo incontrato Edoardo, 37 anni, per saperne qualcosa di più.

Quali sono stati i primi passi? «Innanzi tutto abbiamo cercato un luogo che potesse diventare la sede dell’Associazione. Individuata la zona della città nella quale avremmo voluto operare – il quartiere Madonna di Campagna – abbiamo incontrato i responsabili della Circoscrizione V per illustrare loro i nostri progetti e valutare la possibilità di ottenere l’uso di locali dismessi. Ci hanno dato fiducia e abbiamo cominciato a lavorare».

Dare forma a un sogno Come è nato il desiderio di dar vita all’Associazione? «L’idea ha cominciato a farsi largo in Rosanna e in me un paio di anni fa. Entrambi, dopo aver vissuto

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Chi sono stati i vostri primi compagni di strada? «Quando abbiamo varcato la porta di quella che sarebbe diventata la nostra sede abbiamo sentito il peso della responsabilità che ci siamo assunti davanti a noi stessi e alle persone cui intendiamo renderci utili e ci siamo buttati a capofitto per trasformare quelle stanze sporche e abbandonate in un luogo caldo e accogliente. Per mesi, con l’aiuto di mio padre e di alcuni colleghi ed ex allievi, abbiamo pulito, sistemato, arredato senza sosta... Poco alla volta altre persone si sono unite e hanno donato con generosa semplicità il proprio contributo senza chiedere nulla in cambio».

Chi desiderasse contattare l’Associazione “Non m’annoio” può farlo attraverso i numeri telefonici 338/69.33.705 e 338/85.11.052, la casella e-mail: associazionenonmannoio@yahoo.it vittime della noia, della depressione e del mito illusorio dello “sballo” per sentirsi vivi».

Don Bosco, un modello da imitare

Come operate concretamente?

A chi si rivolge l’Associazione?

«Con la riscoperta e la trasmissione di antichi saperi attraverso laboratori di piccola manutenzione, traforo, sartoria e costruzione di “puppet” in gommapiuma. Avvicinando giovani e disoccupati al mondo del lavoro attraverso lo “Sportello di orientamento”, che permette di consultare e valutare inserzioni, redigere curricula, simulare colloqui e conoscere le normative vigenti. Mettendo a disposizione lo “Sportello legale”, che offre una prima consulenza gratuita. Proponendo lezioni d’inglese e spagnolo per adulti e bambini, italiano per stranieri, corsi di canto, chitarra, fotografia, pittura a olio, disegno, grafica, magia, ginnastica dolce, hatha yoga, e attività per bambini da 0 a 3 anni e da 3 a 6 anni».

«Innanzitutto ai giovani che vivono ai margini della società. E il nome stesso dell’Associazione s’ispira a uno dei tormentoni di punta di Jovanotti, amato dai ragazzi per l’entusiasmo e la gioiosa semplicità che sa comunicare. Torino è ricca di associazioni che si prendono cura di giovani che vivono nel disagio; noi vorremmo intervenire prima che esso si manifesti, ispirandoci alla “ricetta” inventata da Don Bosco poco meno di due secoli fa: trasmettere amicizia, entusiasmo e passione, per battere insieme la solitudine che non di rado rappresenta l’anticamera del male di vivere e può sfociare in esperienze nocive per il corpo e per l’anima. Vogliamo, insomma, creare occasioni d’interesse e di condivisione per stimolare i giovani a spendere il tempo libero in modo creativo per non cadere

Carlo Tagliani redazione.rivista@ausiliatrice.net

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DON BOSCO OGGI

Il cortile di don Bosco? Oggi è anche digitale Inaugurati a Torino, presso il liceo salesiano Valsalice, i nuovi locali che ospitano le redazioni del quotidiano on line “Il Salice”, della web radio e della web tv “ValsOnAir”. Come sarebbe oggi il “cortile” su cui don Bosco ha fondato la sua pedagogia oratoriana per cui è famoso nel mondo come il santo dei giovani? Non ha dubbi don Moreno Filipetto, salesiano, ideatore e responsabilile della web radio e della web tv ValsOnAir che ogni giorno trasmette dal liceo Valsalice di Torino, lo storico Istituto che ha ospitato le spoglie di don Bosco dalla sua morte fino al 1929, quando vennero trasferite nella basilila di Maria Ausiliatrice. «Se oggi don Bosco fosse qui – dice don Moreno – che è anche direttore di rete del network salesiano Primaradio e insegnante a Valsalice – il suo cortile sarebbe anche digitale perché fatte le debite differenze i ragazzi di ieri vivono le stesse problematiche di quelli di oggi. All’oratorio ai tempi di don Bosco si andava per crescere in una comunità, per pensare il futu-

ro, per scoprire il buono che c’è in noi e metterlo a disposizione. Oggi ci sono strumenti nuovi tra cui il web, che non è né buono né cattivo, dipende come lo usi, come ci ha detto recentemente anche papa Francesco. E noi vogliamo cogliere questa sfida per essere, come diceva don Bosco da cristiani al passo con i tempi».

Nel segno di San Francesco di Sales E così venerdì 24 gennaio, non a caso nella festa di san Francesco di Sales, patrono dei giornalisti, al Liceo Valsalice si è inaugurato il “Cortile digitale” a suggellare la conclusione dei lavori di ammodernamento dell’area dedicata alle redazioni de Il Salice il giornale on line della scuola aggiornato quotidianamente e coordinato dal professor Paolo Accossato, della web radio e della web tv ValsOnAir, i media che da diversi anni animano la comunicazione del Liceo. Alla festa, con l’inaugurazione dei locali, la Messa e la consegna dei diplomi ai ragazzi coinvolti nelle redazioni, hanno partecipato allievi, insegnanti, genitori, giornalisti delle testate torinesi che danno una mano al “Cortile digitale” ed ex allievi. Tra questi il magistrato Giancarlo Caselli che, intervistato dai ragazzi, ha sottolineato come sia importante anche sui banchi di scuola educare alla legalità, partendo dai piccoli gesti quotidiani. Ricordando poi gli anni trascorsi a Valsalice, Caselli ha detto di essere riconoscente ai salesiani per aver aiutato la sua famiglia, non abbiente, a sostenere le spese per gli studi presso il Liceo salesiano. «A Valsalice ho imparato ed essere un credente, e soprattutto un uomo libero. Una libertà che, nel-

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la professione e nella vita, continua ad essere per me uno dei valori e dei doni più importanti» – ha detto il magistrato.

Impariamo un mestiere

quindi ad un lavoro e ormai imparare le tecniche della comunicazione nell’ambito del mondo digitale è necessario per qualsiasi mestiere. Inoltre siamo consapevoli che il linguaggio della scuola non può non adattarsi a quello dei giovani diventando rapido e fruibile pur mantenendo la profondità del contenuto e che il web è uno strumento privilegiato per raccontare e raccontarsi “cose buone” per dirla con don Bosco». Marina Lomunno

«Il Salice, la web radio e la web Tv con due studi che trasmettono in diretta dalla scuola per tre ore al giorno – ci ha illustrato Marco Montersino, docente di lettere che segue gli allievi nell’avventura digitale – coinvolgono per ora un centinaio di allievi, alcuni insegnanti ed ex allievi. Oltre alle trasmissioni quotidiane, grazie alla collaborazione con Primaradio, i ragazzi saranno cronisti dal Salone del Libro e per altre manifestazioni legate alla scuola. Attraverso il “Cortile digitale” stanno imparando a studiare un palinsesto radiofonico, la scaletta di un programma, a ideare e realizzare uno spot, a saper parlare in radio, a montare un servizio... Così dalla passione generica per la musica e gli strumenti digitali per qualcuno sta nascendo l’acquisizione di strumenti che un domani potranno essere utili anche nella vita». «Non sappiamo se tra i nostri studenti c’è qualche futuro giornalista o conduttore radio-tv – conclude don Filipetto – quello che è certo, come ci ha insegnato don Bosco che aveva un occhio per il futuro lavorativo dei suoi ragazzi è che nei nostri ambienti ci si prepara anche ad orientarsi alla vita adulta e

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LibreriaTorino Elledici – Valdocco ANTONIO BOLLIN FRANCESCA CUCCHINI Scritto nella carne è l’Amore, come bisogno e come dono. Luce che incide la dura crosta dei giorni, seme che germoglia, vita che non muore. Antonio Bollin (1954) è presbitero della Diocesi di Vicenza, dottorato in Scienze dell’educazione con specializzazione in Pastorale giovanile e Catechetica presso l’Università Pontificia Salesiana; è stato docente alla Pontificia Università Urbaniana, attualmente insegna Catechetica e Didattica dell’IR presso l’ISSR e l’Istituto Teologico del Seminario di Vicenza affiliato alla Facoltà Teologica del Triveneto. Svolge inoltre il servizio di direttore degli Uffici per l’Insegnamento della Religione Cattolica, per l’Evangelizzazione e la Catechesi. È assistente ecclesiastico dell’AIMC e consulente dell’UCIIM. Francesca Gasparotto Cucchini (1944) è nata a Bassano del Grappa. Si è laureata in Materie letterarie presso l’Università degli Studi di Padova. Ha insegnato Italiano e Storia presso l’Istituto Commerciale Luigi Einaudi di Bassano. In seguito è stata preside dell’Istituto Magistrale Sacro Cuore di Bassano e successivamente preside della Scuola Media dell’Istituto Vescovile Antonio Graziani di Bassano. È sposata con Bruno Cucchini e ha cinque figli. Oggi è catechista nella parrocchia di San Giuseppe di Cassola, dove risiede dedicandosi alla famiglia e ai nipoti. È collaboratrice dell’Ufficio diocesano per l’Evangelizzazione e la Catechesi di Vicenza.

Il segno della Croce Giancarla Barbon, Rinaldo Paganelli Editore Elledici, 2013 pagine 32, euro 2,50

ISBN 978-88-01-05338-8

E 4,50

Una Parola per tutti. Lectio divina per i nostri tempi Scognamiglio Edoardo Elledici, 2013 pagine 216, euro 20,00

(Mt 26,41)

Veglie di Quaresima

Vegliate e pregate. Vol. 2: Veglie di Quaresima. Bollin Antonio; Cucchini Francesca Elledici, 2013 pagine 72, euro 4,50

Via crucis con Don Bosco e Nino Baglieri Pappalardo Marco Elledici, 2013 pagine 64, euro 4,00

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