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Maria Ausiliatrice d e l l a

b a s i l i c a

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t o r i n o – v a l d o c c o

Poste Italiane S.p.A. – Spedizione in abbonamento postale – D.L. 353/2003 (conv. in Legge 27–02–2004 n. 46) art. 1, comma 1 NO/TO

m ag gio

r i v i s t a

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# Maria,

la Stella che ci illumina e ci aiuta

20 La coppia immagine di Dio Con Carlo Miglietta

28 Valdocco casa accogliente Intervista a don R afael

34 Volontarie di don Bosco cento anni di Amore di Dio in ogni ambito di vita

ISSN 2283–320x

maggio-giugno 2017


Dopo settantacinque anni di liete armonie

IL MAGNIFICO ORGANO

DELLA BASILICA DI MARIA AUSILIATRICE HA NECESSITÀ DI

UN URGENTE E COSTOSO RESTAURO

Abbiamo bisogno anche del tuo aiuto

È uno stupendo organo con più di 5000 canne che ha accompagnato con la sua voce potente e calda i più grandi avvenimenti della Congregazione Salesiana. Posto sulla cantoria accanto all’altar maggiore fu costruito da Giovanni Tamburini nel 1941 su progetto di Ulisse Matthey ed è uno dei più grandi e preziosi d’Italia.

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CAUSALE: Restauro Organo Basilica di Maria Ausiliatrice - Torino. In caso di bonifico si raccomanda di indicare nella causale anche i dati completi (nome, cognome e indirizzo) del donatore. Luglio/Agosto 2016

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a tutto campo

Maria: la Mamma e l’Ausiliatrice Colloquio con l’ispettrice suor Elide.  Anche quest’anno il 24 maggio migliaia di persone andranno “all’Ausiliatrice”, anziani, ragazzi, bambini, famiglie sacerdoti e religiose. Nel cuore porteranno nella Basilica torinese il grazie per una “presenza” preziosa o un’invocazione, una richiesta di aiuto. Questa è la festa di Maria Ausiliatrice che ci parla di gratitudine e speranza, e che riunirà in una unica “catena di preghiera” quanti, nei cinque continenti, hanno imparato dalla Famiglia Salesiana a confidare nella Madre di Gesù, ad affidarle il proprio cammino, ad imitarne l’abbandono alla volontà di Dio. Ed è proprio questo abbandono fiducioso, ma ricco di slancio che, secondo suor Eli-

de Degiovanni, Figlia di Maria Ausiliatrice, Ispettrice di Piemonte e Valle d’Aosta, resta una delle prime caratteristiche che i giovani dovrebbero scoprire e riscoprire accostando la figura di Maria. Maria è a servizio di tutti

«Mi piace anzitutto sottolineare», spiega «che nel suo Messaggio per la XXXII Giornata della Gioventù di Panama, diffuso lo scorso febbraio, Papa Francesco ha proprio scelto Maria come modello per i giovani, ricordando loro che “Maria non si chiude in casa, non si lascia paralizzare dalla paura o dall’orgoglio. Maria non è il tipo che per stare bene ha bisogno di un maggio-giugno 2017

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a tutto campo MARIA

Nel cuore porteranno nella Basilica torinese il grazie per una “presenza” preziosa o un’invocazione, una richiesta di aiuto.

desideri dell’uomo che ha conquistato il cuore di don Bosco e le migliaia di Figlie di Maria Ausiliatrice che l’hanno scelta come interprete della chiamata di Dio per la loro vita. Maria, giovane e Madre dei giovani

buon divano dove starsene comoda e al sicuro. Non è una giovane-divano! Se serve una mano alla sua anziana cugina, lei non indugia e si mette subito in viaggio”. Papa Francesco ci ricorda che Maria si è mossa, è partita, è colei alla quale guardare per prendere coraggio e riuscire a trasformare la propria vita in un dono gioioso per gli altri». Ai giovani che rischiano di pensare a Maria solo come a una figura di devozione propria del passato, degli anziani, la risposta di Francesco è dunque un invito a riscoprirla nella sua freschezza giovanile, in quella sua vicinanza alle fatiche e ai 2

Maria Ausiliatrice n. 3

«Maria», prosegue suor Elide, «è stata giovane, ha vissuto le fatiche del crescere ed è bello pensare che i giovani possano imparare a scoprirla così, vicina, un modello per ogni giorno. Sotto la croce Gesù ha affidato Giovanni alla Madre, così Maria è divenuta Madre di tutti noi, presente nella nostra quotidianità, nelle nostre case, mamma per i giovani, madre premurosa per ciascuno…». Anche Madre Mazzarello ricevette una missione, a favore e per il bene delle ragazze, che si riassume in quell’espressione che si sentì rivolgere nelle strade di Mornese: «A te le affido», un affidamento che caratterizza ancora oggi il carisma delle Figlie di Maria Ausiliatrice e si modella sullo stile materno di Maria. «Oggi tante ragazze», aggiunge, «possono scoprire che il volontariato è importante, ma non è sufficiente, che ci può essere una chiamata nella loro vita che le invita a donarsi totalmente per essere “ausiliatrici” in mezzo alla gente, per offrire ad altri la testimonianza di una presenza di Dio nella vita dell’uomo che è Amore, che dona senso alle esistenze». E i bambini? Maria è anche modello per gli adulti

«I bambini», conclude, «sono coloro che si fidano, che guardano agli adulti e ne assorbono gli esempi. Così anche per loro sentire Maria non come una figura distante, ma come una mamma li accompagna, è un aiuto prezioso per aprirsi al futuro. Don Bosco faceva recitare l’Ave Maria prima e dopo i giochi ed era davvero un modo di renderla vicina, un’attenzione che anche i genitori di oggi possono


a tutto campo MARIA

avere, pregando con i loro figli. Umiltà, forza interiore, robustezza di spirito, che per don Bosco erano i valori da trasmettere ai giovani, sono ancora oggi quei valori che con il sostegno e l’esempio di Maria possiamo alimentare nei piccoli». «Coltivate anche voi» ha concluso Papa Francesco sempre nel suo messaggio ai giovani per Panama, «una relazione di familiarità e amicizia con la Madonna, affidandole le vostre gioie, inquietudini e preoccupazioni. Vi assicuro che non ve ne pentirete! La giovane di Nazareth, che in tutto il mondo ha assunto mille volti e nomi per rendersi vicina ai suoi figli, interceda per ognuno di noi e ci aiuti a cantare le grandi opere che il Signore compie in noi e attraverso di noi». Federica Bello redazione.rivista@ausiliatrice.net

è la nostra foresteria per ospitare: singoli, famiglie, piccoli gruppi; pellegrini

Ufficio Accoglienza

tel. 011.5224201 – fax: 0115224680 accoglienza@valdocco.it www.accoglienza.valdocco.it maggio-giugno 2017

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don cristian besso

francesca zanetti

A TUTTO CAMPO 1 M aria: la Mamma e l’Ausiliatrice Federica Bello

rettore 6 Grande attesa per la festa di Maria Ausiliatrice.

Ermete Tessore

chiesa e dintorni 18 Dio, l’infinito desiderio dell’uomo Mario Scudu

Carlo Miglietta

23 Buoni, cattivi e …così così Anna Maria Musso Freni

marco rossetti

maria 10 Una vita a suon di musica francesca zanetti

24 L a Madonna dello zodiaco,

gioiello del Rinascimento Ferrarese stefano Ugolini

26 Nulla e nessuno può cancellare

12 Fatima

la dignità umana

Enzo Romeo

Bernardina do Nascimento

giovani 14 L a «Parola» cresceva e si diffondeva

don bosco oggi 28 Valdocco, casa che accoglie Salvo Ganci

giuliano palizzi

h

16 Mondo giovanile in fibrillazione

Testamento

la parola 8 Chiedere con fede

domus mea ic

Direzione: Livio Demarie (Coordinamento) Mario Scudu (Archivio e Sito internet) Luca Desserafino (Diffusione e Amministrazione)

Corrispondenza: Rivista Maria Ausiliatrice Via Maria Ausiliatrice 32 10152 Torino

PER SOSTENERE LA RIVISTA:

Direttore responsabile: Sergio Giordani

Collaboratori: Federica Bello, Lorenzo Bortolin, Ottavio Davico, Giancarlo Isoardi, Marina Lomunno, Luca Mazzardis, Lara Reale, Carlo Tagliani

Intestato a: Santuario Maria Ausiliatrice via Maria Ausiliatrice 32, 10152 Torino

Registrazione: Tribunale di Torino n. 2954 del 21–4–80

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carlo miglietta

20 Il matrimonio secondo l’Antico

don CRISTIAN BESSO

de g a me lor i

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in

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Maria Ausiliatrice n. 3

Progetto Grafico, impaginazione ed elaborazione digitale immagini: at Studio Grafico – Torino Stampa: Higraf – Mappano (TO)

Foto di copertina: Andrea Cherchi Archivio Rivista: www.donbosco–torino.it

BancoPosta CCP n. 21059100

IBAN: IT 15 J 07601 01000 0000210529100 BIC/SWIFT: BPPIITRRXXX Carta di Credito su circuito PayPal: http.//rivista.ausiliatrice.net/abbonamento


salvo ganci

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giovanni costantino

30 Don Nicola: il pastore centenario con l’«odore delle pecore»

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poster

I

44 ‘L bicerin tra sacro e profano Anna Maria Musso Freni

Giovanni Costantino

32 Siamo cresciuti insieme

Roberto battistella

34 1917 – 2017 Cento anni di fondazione

POSTER

Hai dimenticato la “password”? Mario Scudu

dell’Istituto Secolare delle Volontarie di don bosco Una VDB

36 Un futuro da costruire giorno dopo giorno

Carlo Tagliani

la redazione

40 Pratica il Sistema Preventivo in famiglia:

FOTO: GIANNI ZOTTA

38 Le lettere di Santa Giovanna di Chantal

Religione che diventa “Presenza di Dio”

Pierluigi Cameroni

42 ADMA Famiglie: impegnati perché le

famiglie possano diventare scuola di vita e di amore

Tullio e Simonetta

Domenica 28 maggio 2017 Tutto il materiale scritto dalla redazione è disponibile sotto la licenza Creative Commons Attribuzione-Non commercialeCondividi allo stesso modo 3.0. Significa che può essere riprodotto a patto di citare Rivista Maria Ausiliatrice, di non usarlo per fini commerciali e di condividerlo con la stessa licenza. CC BY-NC-SA 3.0 IT

RivMaAus

«Non temere, perché io sono con te» (Is 43,5) Comunicare speranza e fiducia nel nostro tempo

rivista.ausiliatrice

Foto FOTOLIA: Yuri Arcus (26-27); ALTRI: Dario Prodan (1-3);

Bussio Renzo (6-7); Archivio RMA (10-13, 16, 18, 21, poster, 23, 30-31, 35, 38-39, 44); Vincenzo Pinto (12); Marco Devecchi (1415); Anatoly Babiy (16); Andres Rodriguez (20); Mario Notario (29); CNOS-FAP Piemonte (32-33); Giulia Bellezza (34); Missioni don Bosco (36-37); ADMA Primaria (40-43);

Conferenza Episcopale Italiana Ufficio Nazionale per le comunicazioni sociali

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RETTORE

Grande attesa per la festa di Maria Ausiliatrice don cristian besso RETTORE rettore.basilica@ausiliatrice.net

Eccoci giunti dopo il deserto di quaranta giorni, proprio della Quaresima, al tempo della Pasqua: tempo interamente caratterizzato dalla gioia, intorno al Risorto. Una gioia, quella del cristiano, che papa Francesco sottolinea con forza come elemento assolutamente necessario ed irrinunciabile per dire come il Signore della vita, infonda vita in pienezza, in tutti coloro che desiderano e si impegnano a vivere il Vangelo. La gioia pasquale è, così, frutto della serietà e dell’impegno di quei “no” e di quelle asperità vinte nel tempo del digiuno. Certamente allora dopo la lotta nella solitudine, ora siamo chiamati a sentirci discepoli di Colui che ha vinto la morte per sempre. Il Risorto presente nell’Eucaristia e nei legami di carità

La compagnia del Risorto non è la semplice contemplazione di un mistero lontano nel tempo, ma è sentire il dinamismo vitale che esiste quando viviamo legami intensi di carità e di perdono nella Chiesa, e quando gustiamo la bellezza di celebrare l’Eucaristia. Potremmo dire, allora, che vivere in comunione ed essere assemblea che celebra con verità, sono il prolungarsi autentico del mistero di quella tomba vuota, che abbiamo cantato ripetendo “alleuia”, dopo il silenzio grave dei giorni di penitenza e di silenzio. 6

Maria Ausiliatrice n. 3


Abbiamo avuto la gioia il 25 di marzo di meditare sul mistero della Annunciazione con un concerto, offertoci dal maestro del nostro coro, don Maurizio Palazzo. Nell’occasione è stata esposta una preziosa icona della Vergine Maria, significativo esempio di arte proveniente dal museo mariano della Basilica. Ancora, festeggiamo in pienezza, il 24 maggio, la bellezza del sentirci protetti e amati da Maria Santissima, celebrando con solennità tutta salesiana la ricorrenza annuale di “Maria Aiuto dei Cristiani”. La festa ha, come momenti culminanti, sia la novena caratterizzata dal passaggio di vari gruppi, che anche alla sera tengono vivo il Santuario, sia la veglia notturna “in adorazione eucaristica”, che caratterizza la notte tra il 23 e il 24 maggio. Mentre ringraziamo tutti coloro che si sono resi disponibili nella organizzazione della processione per le strade del quartiere Valdocco, non possiamo dimenticare i pastori che generosamente si alternano nella celebrazione eucaristica: il nostro arcivescovo C. Nosiglia, il vescovo emerito di Rotterdam mons A.H. Van Luyn ed il cardinal R. Corti. La Basilica per il discernimento vocazionale

Come sono solito fare, concludo, presentando la terza linea guida del progetto pastorale del santuario: “la Basilica, terra santa per il discernimen-

to vocazionale giovanile”. Tutta la comunità sente urgente l’impegno di aiutare le giovani generazioni nel discernimento vocazionale: accompagnare un giovane a capire qual è la chiamata del Signore nella sua vita, come aprirsi ad un serio progetto di vita religiosa o sacerdotale, come costruire un legame matrimoniale generoso e responsabile... Nell’ottobre 2018 si celebrerà il sinodo dei vescovi, dal titolo: I giovani, la fede e il discernimento vocazionale. Un luogo così segnato dal passaggio della Grazia, come la Basilica di Maria Ausiliatrice, è certamente spazio privilegiato per gustare la ricchezza del silenzio e della preghiera, liturgica e personale, occasioni privilegiate per l’ascolto del mistero di Dio. Ancora l’incontro con la vita religiosa salesiana (SDB e FMA) e con gli adulti significativi dei vari movimenti della Famiglia Salesiana (Cooperatori, ADMA...) sono risorse eccezionali da valorizzare per sostenere ed incoraggiare scelte di vita coraggiose e radicali. Ecco che tutti noi siamo chiamati a sentirci guidati dallo Spirito Santo perché le nostre vocazioni personali rimangano vive, vigilanti nella custodia della grazia battesimale ed aperte alla comunione. Solo chiedendo al Signore la “verità del nostro essere adulti” potremmo continuare a svolgere, con umiltà e dedizione, quel ministero educativo così caro a don Bosco. È proprio questo il nostro augurio, che come comunità della Basilica porgiamo a tutti voi cari lettori.

RETTORE

Maria Santissima, testimone privilegiata del Figlio Risorto

Il 24 maggio festeggiamo in pienezza la bellezza del sentirci protetti e amati da Maria Santissima, celebrando con solennità tutta salesiana la ricorrenza annuale di “Maria Aiuto dei Cristiani”.

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LA PAROLA

Chiedere con fede

(Mc 5,21-43)

La fede piena ed illimitata nella persona e nella Parola potente del Signore ottiene la vita. Gesù è disposto a tutto per noi, ma domanda la nostra fede. Implorazioni di salvezza

Viene da giornate piene di attività: calma la tempesta sul lago di Galilea e poi si spinge tra quelli di Gerasa, dove mostra la sua potenza perfino sui demoni. Infine col racconto di due prodigi, l’uno più straordinario dell’altro, l’evangelista Marco ci sfida ad interrogarci apertamente sull’identità di Gesù di Nazaret. «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva», «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata». Due invocazioni salgono impetuose: l’una dal cuore di Giàiro, il capo della sinagoga, padre preoccupato per la grave malattia della figlia, l’altra da quello di una donna senza nome, malata di perdite di sangue. Due invocazioni che si incrociano e toccano un altro cuore, quello del Signore, disponibile a lasciarsi incontrare da chiunque domandi aiuto: dove la vita si mostra nella sua fragilità, là Cristo è sempre presente. La fede che salva

Tutto accade rapidamente. Giàiro gli domanda di dare a sua figlia un poco di quella potenza con cui stava beneficando molti. Gesù si risolve ad accettare, ma è stretto dalla folla e a stento si fa strada per recarsi nella casa di quell’uomo: gli chiedono qualcosa, desiderano almeno vederlo. Improvvisamente il Maestro si ferma, è turbato, qualcosa è avve8

Maria Ausiliatrice n. 3

nuto in lui: «Chi ha toccato le mie vesti?». Si fa avanti una donna. Non era riuscita ad incontrarlo per dirgli il suo bisogno di salvezza, riesce però almeno a sfiorargli le vesti, così come impulsivamente detta il bisogno in cui è stretta. Chissà in quale modo si era mescolata alla folla quella donna


la parola

Dipinto di Ilya Repin, olio su tela, 229 x 382 cm, San Pietroburgo, Museo di Stato Russo.

la cui malattia rende impura, le vieta di stare tra la gente e perfino di entrare in una sinagoga per pregare Dio. Proprio lei sa tuttavia riconoscere che in Gesù c’è la forza di Dio. Non ha dubbi. A guarirla infatti non è né il suo coraggio, né la sua scaltrezza, ma la fede: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male». La Parola che ridona vita è la risposta sovrabbondante di Gesù alla fede di quella donna. Oltre alla guarigione fisica, la Parola concede infatti anche la “pace”, dono divino portatore di salvezza.

Avere soltanto fede!

«Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?»: la notizia improvvisa raggiunge Giàiro. Agghiacciante, il silenzio si cala nell’animo di quell’uomo immerso nel rumore della gente. Gesù sente e subito si fa prossimo: «Non temere, soltanto abbi fede!». Da questo momento tutto cambia: il Maestro si stacca dalla folla, raggiunge la casa, allontana tutti, concedendo solo a Pietro, Giacomo, Giovanni e ai genitori della ragazzina di stare con lui. Al gesto discreto con cui amorevolmente la prende per mano, si unisce potente la sua Parola. «Talità kum». L’Evangelista ha il gusto di scriverla in aramaico, lingua parlata da Gesù: è come se anche noi fossimo lì ad ascoltare quel «Fanciulla, io ti dico: àlzati!». Immediatamente lo fa, cammina. La Parola che ridona vita è ancora la risposta sovrabbondante di Gesù alla fede di quell’uomo. Gli interlocutori cambiano, le situazioni sono diverse, ciò che non muta è che nel nostro rapporto col Signore siamo chiamati ad incontrarlo nella fede: Giàiro e la donna malata sono tra coloro che lo hanno incontrato in questo modo. La loro non è una possibilità radicalmente diversa da quella che anche a noi è offerta. La fede non conosce limiti di spazio e di tempo. Ovunque e sempre per chi ha fede tutto è possibile: «Se uno dicesse a questo monte: “Lèvati e gèttati nel mare”, senza dubitare in cuor suo, ma credendo che quanto dice avviene, ciò gli avverrà. Per questo vi dico: tutto quello che chiederete nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi accadrà» (Mc 11,23-24). Marco Rossetti redazione.rivista@ausiliatrice.net

Al gesto discreto con cui amorevolmente Gesù prende per mano la fanciulla, si unisce potente la sua Parola. «Talità kum». È come se anche noi fossimo lì ad ascoltare quel «Fanciulla, io ti dico: àlzati!»

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maria

Una vita a suon di musica era stato molto faticoso e spesso i risultati deludenti. Da Berlino a Parigi, poi in Spagna, in Portogallo…

Elena quest’anno ha compiuto trent’anni e sua madre Carla si è fatta dentro di sé un complesso bilancio della vita di sua figlia. Da piccola era stata una bambina decisa, determinata e difficilmente convincibile, l’esatto contrario del fratello Luca, solare e tranquillo. Carla come madre e come insegnante si era spesso chiesta come fosse possibile una differenza così netta fra fratelli e se la cosa fosse innata o se l’educazione familiare avesse in qualche modo accentuato queste diversità. 10

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Elena, l’unica in casa, aveva saputo tener testa al padre, uomo autoritario in generale, ma che invece con lei aveva saputo nel corso degli anni ammorbidire il suo carattere ed assecondarla. I bellissimi occhi azzurro chiaro di Elena, a volte dolci e a volte invece freddi e taglienti come una lama erano una specie di barometro per la famiglia, le sue scelte spesso insolite ma decise la sconvolgevano, ma nonostante ciò Carla aveva sempre cercato di usare strategie diverse per mantenere vivo il dialogo con la sua figlia:

Conseguito il diploma di maturità, inaspettatamente e drasticamente aveva espresso ai genitori il desiderio di andare a vivere e studiare musica a Berlino per diventare musicista. Avrebbe vissuto presso un’amica, fatto dei lavoretti per mantenersi ed ai genitori avrebbe chiesto un aiuto finanziario solo per il primo periodo, il tempo di sistemarsi. In realtà Carla sapeva che Elena aveva già deciso di partire, qualunque fosse stata la loro risposta. Aveva raggiunto alcuni mesi dopo la figlia a Berlino per vedere come si fosse inserita ed era rimasta senza parole nel vedere le condizioni estremamente essenziali in cui viveva Elena, lei che era cresciuta


maria

in una casa bella ed accogliente ora era in una situazione al limite della soglia della povertà. Intanto gli anni erano passati, sua figlia aveva seguito corsi al Conservatorio, dato lezioni di musica, suonato in locali e per strada. Si era trasferita da Berlino a Parigi, poi in Spagna e Portogallo e la sua amata musica le aveva fatto da leitmotiv in tutta la sua strada. Ora però aveva trent’anni! Non poteva continuare questo tipo di vita, senza sicurezze economiche ed affettive, vivendo alla giornata. Elena aveva, sì, imparato parecchie lingue, sapeva suonare diversi strumenti ma troppo spesso i suoi palcoscenici erano bar, strade, eventi popolari, i suoi compagni di avventura ragazzi creativi, talentuosi ma molto fuori dagli schemi e dalla vita che Carla avrebbe voluta per Elena. Cosa desidera Maria, madre di Gesù per Elena?

Spesso Carla si interrogava su cosa avesse desiderato per

suo figlio la Madre per eccellenza, Maria e si chiedeva se anche lei che aveva accettato di diventare la madre di Gesù con un atto di pura fede, non avesse a volte desiderato per lui un’altra vita, più normale e tranquilla. Anche Maria come Carla aveva vissuto una vita piena di mille occupazioni quotidiane e le preoccupazioni di ogni madre, anche lei, la piena di Grazia, la donna libera e nuova aveva sicuramente vissuto nella sua umanità e femminilità il contrasto fra maternità divina ed umana. Agli occhi di Carla proprio questa complessità di sentimenti che lei attribuiva a Maria costituivano un modello di vita da seguire, la facevano sentire vicina alla madre celeste i cui desideri, progetti ed aspirazioni per il figlio avevano lasciato il posto ad una responsabile presenza accanto a lui che doveva percorrere una strada difficile e dolorosa che nessuna madre avrebbe desiderato per suo figlio. Maria sapeva scrutare con

Sua figlia si era trasferita da Berlino a Parigi, poi in Spagna e Portogallo e la sua amata musica le aveva fatto da leitmotiv in tutta la sua strada.

intelligenza le cose, come dice Luca nel suo Vangelo «...da parte sua serbava tutte queste cose, meditandolo nel suo cuore». Carla capiva che doveva imparare anche lei a riflettere col cuore e cercare di pensare che la sua Elena era una figlia fuori dagli schemi e dai luoghi comuni che, per ora, inseguiva felice e gratificata i suoi sogni a suon di musica. Francesca Zanetti redazione.rivista@ausiliatrice.net

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maria

Fatima

Non abbiate paura. Non vi faccio del male. Recitate il rosario tutti i giorni.

Bernardina Do Nascimento redazione.rivista@ausiliatrice.net

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Nel suo “mostrarsi” la Madonna ha sempre privilegiato i piccoli, gli umili ed i semplici. Lo attestano le apparizioni avvenute a Lourdes, a La Salette, a Pontmain, a Banneux... Fatima non si sottrae alla regola. In questa remota brughiera portoghese la Vergine appare a tre pastorelli: Francesco e Giacinta Marto (9 e 7 anni) e la loro cugina Lucia dos Santos (10 anni). Oggi Fatima è una ridente cittadina con un imponente santuario. Il 13 maggio 1917, invece, è una manciata di case abbarbicate attorno a una chiesetta, situata al centro del Portogallo, alle falde dei contrafforti della Serra de Aire, 123 km a nord di Lisbona, 187 km a sud di Porto, ad appena 50 km dall’Oceano Atlantico. I tre bambini in quel giorno si trovano in località Cova da Iria (Conca della pace) con il loro piccolo gregge di pecore e capre. Stanno giocando quando vedono una nube scendere dal cielo che lascia, al suo diradarsi, apparire una figura femminile vestita di bianco, con in mano un rosario e con le seguenti parole sulle labbra: «Non abbiate paura. Non vi faccio del male. Recitate il rosario tutti i giorni». Poi scompare dando appuntamento ai bambini per il 13 del mese successivo, e così via fino al 13 ottobre 1917 (in agosto l’apparizione avviene il 19 per motivi contingenti). Nel 1930 la Chiesa riconosce le apparizioni come soprannaturali e ne consente il culto.


Al momento delle apparizioni di Fatima il Portogallo è dominato da un regime massonico fortemente anticlericale. Il papa Pio X, nell’enciclica Iamdudum (Già da tempo) datata 24 maggio 1911 lamenta che «non è più possibile sopportare con rassegnazione e lasciar correre nel silenzio una ferita così grave». Il motto politico allora in auge è «Né Dio, né religione». In Messico è in atto una terribile persecuzione contro i cristiani. L’Europa è dilaniata dalla prima guerra mondiale. In Russia Lenin sta completando la preparazione della rivoluzione bolscevica che in due giorni, il 24-25 ottobre secondo il calendario giuliano allora vigente in terra russa, il 7-8 novembre per il nostro calendario, porterà all’instaurazione del regime comunista. Papa Benedetto XV è inascoltato nei suoi appelli alla pace. Il 5 maggio 1917, in una lettera indirizzata al cardinal Pietro Gasparri, segretario di Stato, ordina di aggiungere alle litanie lauretane l’invocazione «Regina della pace, prega per noi». Otto giorni dopo Maria appare a Fatima ponendo ai tre pastorelli una domanda: «Volete offrirvi a Dio per sopportare tutte le sofferenze che Egli vorrà mandarvi, in atto di riparazione per i peccati con cui Egli è offeso e di supplica per la conversione dei peccatori?».

no nel corso del XX secolo con gravi ricadute sul futuro dell’umanità fino a coinvolgere l’aldilà. Lucia ne ha lasciato una relazione scritta, dapprima secretata e poi resa pubblica da Giovanni Paolo II, nota come “I tre segreti di Fatima”. Il primo segreto consiste nella visione dell’inferno. Scrive Lucia : «La Madonna ci mostrò un grande mare di fuoco, che sembrava stare sotto terra. Immersi in quel fuoco, i demoni e le anime…». Il secondo segreto preannuncia una nuova guerra peggiore di quella in corso ed invita a consacrare la Russia al suo Cuore Immacolato. Il terzo contiene un pressante invito di un angelo «penitenza, penitenza, penitenza» e la visione dell’assassinio di un vescovo vestito di bianco. Avvicinandosi le celebrazioni del primo centenario di Fatima, più che ad affannarsi dietro ulteriori segreti che non esistono, come fanno certi scrittori e giornalisti, sarebbe bene meditare e fare proprio il pressante invito di pregare, di fare penitenza per convertirsi, di riscoprire i Novissimi, che sembrano caduti nell’oblio generale, e di rivolgerci al Cuore Immacolato della Vergine con la stessa semplicità e trasparenza di Francesco, Giacinta e Lucia che ha spinto la chiesa a riconoscere i due fratellini come “beati” il 13 maggio dell’anno 2000.

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Il contesto storico

Sarebbe bene meditare e fare proprio il pressante invito di pregare, di fare penitenza per convertirsi, di riscoprire i Novissimi e di rivolgerci al Cuore Immacolato della Vergine con la stessa semplicità e trasparenza di Francesco, Giacinta e Lucia

I tre segreti di Fatima

Nell’apparizione del 13 giugno 1917 la Madonna predice la morte a Francesco e Giacinta mentre assicura a Lucia una lunga vita in cui lei dovrà impegnarsi a diffondere la devozione al suo Cuore Immacolato. Il 13 luglio Maria, dopo aver insistito sulla recita quotidiana del rosario per la pace, coinvolge i tre bambini in una visione ampia e drammatica su tragici avvenimenti che avverranmaggio-giugno 2017

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giovani

La «Parola» cresceva e si diffondeva (At 12)

«Erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere». (At 2)  Spesso scorrendo i Vangeli si incontra la difficoltà degli apostoli a staccarsi dai loro punti di vista per vivere veramente la fede radicale in quel Gesù che hanno scelto di seguire un giorno lasciando le reti e le barche. Un giorno chiedono a Gesù: «Accresci in noi la fede!» e Gesù: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe» (Lc 17). La fede cresceva e si diffondeva

Solo dopo la risurrezione dopo un lungo cammino in dialogo con Gesù, che si affianca a loro ragionando e richiamando le sue parole dette ma non capite, che gli apostoli faranno salti di qualità non solo nella loro professione di fede come Tommaso che esclama «Mio Signore e mio Dio!» e Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!» (Gv 20), o come Pietro che scandisce il suo amore senza limiti «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene» (Gv 21), ma anche nella vita quando Pietro e Giovanni, dopo la Pentecoste escono e trovano uno storpio che chiede l’elemosina e Pietro dice «Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, àlzati e cammina!» (At 3) e avviene l’incredibile nel senso che non si sposta la pianta ma sparisce la malattia! La fede può crescere

Una prima conclusione, dopo questi 14

Maria Ausiliatrice n. 3

passaggi, è che la fede non è mai raggiunta in maniera definitiva come fosse un traguardo ma la fede è da conquistare ogni giorno perché il rischio è che prevalgano sempre i nostri punti di vista, quello che chiamiamo il buon senso che non ha proprio niente a che fare con la fede. Quando l’angelo chiede a Maria di diventare la madre di Dio ciò che avrebbe detto il buon senso era molto diverso da ciò che invece disse la sua fede. Di fronte alle infinite difficoltà che don Bosco incontrava per realizzare la consegna che aveva ricevuta nel sogno dei 9 anni il buon senso spingeva a mollare tutto e a ritirarsi in convento e invece la fede lo fece trionfare diventando padre e maestro di tutti i giovani. Nei libri Zen si legge questa storia. Nan-in, un maestro giapponese dell’èra Meiji (1868-1912), ricevette la visita di un professore universitario che era andato


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La Parola si diffonde solo se la conserviamo nella sua originalità e freschezza

da lui per interrogarlo sullo Zen. Nan-in servì il tè. Colmò la tazza del suo ospite, e poi continuò a versare. Il professore guardò traboccare il tè, poi non riuscì più a contenersi. «È’ ricolma. Non ce n’entra più!». «Come questa tazza,» disse Nan-in «tu sei ricolmo delle tue opinioni e congetture. Come posso spiegarti lo Zen, se prima non vuoti la tua tazza?». La fede si può diffondere

La parola inoltre si diffonde solo se la conserviamo nella sua originalità e freschezza senza sovraccaricarla di zavorra dovuta alla cultura e alla facile precettistica religiosa. C’era una volta un guru che viveva nel suo ashram in India, insieme ai suoi seguaci. Una volta al giorno, al calar del sole, il guru si riuniva con i discepoli e predicava. Un giorno arrivò all’ashram un bellissimo gatto che seguiva il guru do-

vunque andasse. Ogni volta che il guru predicava il gatto si metteva a passeggiare in mezzo ai discepoli e li distraeva impedendo loro di ascoltare le parole del maestro. Perciò il maestro un giorno prese una decisione: cinque minuti prima dell’inizio di ogni lezione avrebbero legato il gatto per impedirgli di interrompere. Passò il tempo finché un giorno il guru morì. Il discepolo più anziano divenne a sua volta la nuova guida spirituale dell’ashram. Cinque minuti prima della sua predica ordinò di legare il gatto. I suoi aiutanti impiegarono venti minuti per riuscire a trovare il gatto per legarlo. Passò il tempo e un giorno il gatto morì. Il nuovo guru ordinò di trovare un altro gatto per poterlo legare. Alcuni dicono che secoli dopo dotti studiosi scrissero sull’obbligo di legare il gatto nel momento della predica della sera! Giuliano Palizzi palizzi.rivista@ausiliatrice.ne

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Mondo giovanile in fibrillazione Il dato di fatto

La quotidiana frequentazione del mondo giovanile comporta un’attenzione costante a cogliere tutti i fermenti che lo pervadono e lo rendono inquieto e mutante. Se la società moderna è “liquida” i giovani “evaporano”. Il venir meno di certezze assodate, l’impossibilità di programmare il domani, la continua evoluzione della tecnologia e dei comportamenti trasforma la gioventù in un continuo sciabordare alla ricerca di un qualcosa a cui aggrapparsi per potersi costruire un’identità che sfugga all’omologazione nihilista. In questa

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spasmodica tensione esistenziale non esistono né limiti, né confini. Tutte le dimensioni del vivere, tutte le occasioni che si presentano, tutte le sfide che si raccattano per la strada, tutte le opportunità vengono colte. Vivere comporta scannerizzare sentimenti, emozioni, pulsioni, sogni, passioni, amori, avventure, progetti, ideali ed esperienze. Tutto questo in un caos in cui gli opposti si unificano, i valori si contraddicono ed i sentimenti finiscono in una emulsione da bruciare in un attimo fuggente. Il cuore è un luogo dove tutti possono andare e venire a piacimento. Il cervello è così elastico e flessibile da albergare un’infinità di informazioni senza lasciare spazio all’elaborazione di un pensiero autonomo e coerente. La condotta di vita sa più di roulette russa che di coerenza comportamentale.

Le indagini sociologiche

In questi giorni è stata pubblicata l’indagine Monitoring the future. Si tratta del report annuale che monitora alcuni comportamenti degli adolescenti USA. Con una certa enfasi sottolinea il fatto che per la prima volta dal 1975 si coglie un evidente calo nel consumo di droghe, alcol e tabacco. In un primo momento questo dato ha fatto sobbalzare di gioia molti adulti. In questo hanno colto la bontà delle campagne “anti” portate avanti a tamburo battente negli ultimi tempi. Altri hanno sottolineato le ricadute positive della legalizzazione della marijuana in molti stati che ne ha reso meno trasgressivo il consumo. Pochi hanno visto nel report una specie di conferma di un lento, ma costante, ritorno alla casa dei valori atavici dei moderni adolescenti. Un articolo pubblicato


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dal New York Times ha spento tutti gli entusiasmi. Dipendenza scaccia dipendenza?

A giudizio dell’articolista, il venir meno del consumo di diffuse sostanze d’abuso non è dovuto ad una scelta di saggezza, ma al semplice cambio di dipendenza da parte dei ragazzi. Il consumo di alcol, tabacco e droghe è diminuito perché spiazzato dalla bulimia di internet. I millenians non sono diventati più virtuosi, semplicemente hanno cambiato vizio. Nora Volkow, direttrice del National Institute on Drugs Abuse americano, sostiene che l’utilizzo ossessivo di internet, social media, computer e smartphone, si è diffuso tra i giovanissimi con una tale capillarità, in questi ultimi anni, da distoglierli da droghe e festini a base di alcolici. Diminuisce la voglia di sballarsi, aumenta il tempo trascorso tra giochi, social network ed altre attività on line. Un’indagine americana del 2015 svela che tra i 13 ed i 18 anni i ragazzi trascorrono in media più di 6 ore al giorno davanti allo schermo di computer, tablet e telefoni risolvendo così il problema dell’utilizzo del tempo libero a disposizione. Nel nostro caro bel paese la situazione non è molto diversa. I dati in possesso all’Osservatorio Nazionale Adolescenti attesta che il 50% dei ragazzi tiene lo smatphone in mano per 3-6 ore al giorno; il 16% lo fa per 7-10 ore ed il 10% sopra le 10 ore.

Che fare?

Sabrina Molinaro, ricercatrice dell’Istituto di Fisiologia Clinica del Centro Nazionale delle Ricerche, ritiene che, più che internet, il calo dei consumi di sostanze improprie sia dovuta alla crisi economica degli ultimi anni che ha modulato i consumi di droga ed alcol e sigarette. L’avere meno soldi a disposizione ha contribuito a calmierare l’uso di tali sostanze. Secondo Federico Tonioni, responsabile dell’Ambulatorio Dipendenze Comportamentali del Policlinico Gemelli di Roma, sia le droghe che internet possono essere la risposta a un problema comune: la difficoltà di controllare ed esprimere le proprie emozioni. I giovani dislocano la propria vita on line perché lo schermo del computer è un filtro che aiuta a controllare più facilmente le proprie emozioni. Non c’è l’impatto diretto, le insicurezze relazionali vengono nascoste senza eliminare la presenza “virtuale” delle persone a cui si è in qualche modo legati, la solitudine viene aggirata. Gli educatori moderni devono essere in grado di cogliere i segni premonitori delle moderne dipendenze giovanili. Eccessivo attaccamento compulsivo, grande difficoltà di concentrarsi per qualche minuto, panico in caso di mancanza o guasto dello smartphone, incapacità di fare a meno di internet, mancanza di pensiero autonomo, autostima ridotta ai minimi termini, estraniamento dalla realtà, tabagismo, anoressia/

Cambio di “dipendenze” nei giovani: diminuisce la voglia di sballarsi, aumenta il tempo trascorso tra giochi, social network ed altre attività on line

bulimia, assunzione eccessiva di alcolici sono tutti indizi di pericolosa dipendenza. I ragazzi sono ignari di tutti questi pericoli. Quasi tutti percepiscono il rischio del tabagismo e dell’eccessivo consumo di alcolici visti come segno di affrancamento dall’infanzia e modo di divertirsi. Pochi si rendono conto della dipendenza causata da un non corretto uso della moderna tecnologia. Quasi mai sono guidati da persone sagge ed esperte a districarsi nel labirinto delle più svariate opportunità che l’attuale progresso mette a disposizione di tutti. La scuola, la famiglia, la società e la Chiesa non possono disinteressarsi a questa nuova situazione esistenziale giovanile. Un ritorno all’antico non ha senso. Il ripresentare valori devitalizzati dal tempo è inutile. Forse un po’ di buona professionalità nell’uso corretto delle moderne tecnologie non solo sarebbe auspicabile, ma doverosa, da parte di chi ama fregiarsi del titolo di educatore della gioventù. Ermete Tessore redazione.rivista@ausiliatrice.net

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Dio, l’infinito desiderio dell’uomo San Gregorio di Nissa. ebbe anche grandi esempi oltre che da Basilio (di cinque anni più vecchio) dalla sorella maggiore Macrina (santa). Questa aveva addirittura iniziato, in casa, una certa vita monastica. Ma nonostante l’esempio buono e santo Gregorio non la seguì e guardò tutto con scetticismo e freddezza: il richiamo della cultura classica fu più forte di quello monastico. Pur non seguendo Basilio ad Atene ricevette lo stesso un’ottima formazione scolastica (filosofia e teologia), e lo dimostrerà in seguito durante le battaglie per l’ortodossia. Resistette anche ad un rimprovero di Gregorio Nazianzeno (amico di Basilio, vescovo e dottore della Chiesa anche lui!) che una volta gli rinfacciò di preferire i libri profani a quelli sacri. Gregorio lasciò cadere il rimprovero, diventò retore e prese anche moglie (che morì presto).

«Vuoi sapere la causa per la quale Dio nacque tra gli uomini?... La nostra natura aveva bisogno di un medico, perché era caduta in una malattia. L’uomo caduto aveva bisogno di uno che lo rialzasse...» 18

Gregorio e Basilio: fratelli, vescovi, dottori della Chiesa, di grande cultura classica e teologica, combattenti per l’ortodossia. Due padri dell’Oriente cristiano ma veneratissimi anche in Occidente. Due grandi della Chiesa dal carattere molto diverso. Basilio: pratico e pragmatico, organizzatore e trascinatore di uomini, risoluto. Gregorio speculativo e contemplativo, indeciso e perfino ingenuo. Gregorio nacque nel 335 nella Cappadocia , in una famiglia che profumava di santità. I suoi nonni paterni durante la persecuzione contro la fede, pur di non rinnegarla e cedere, si erano rifugiati sulle montagne per ben sette anni. In famiglia

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Un vescovo coltissimo ma ingenuo

Proprio in quegli anni infuriò la battaglia teologica: in ballo c’era la sopravvivenza dell’ortodossia cattolica, specialmente contro la perniciosissima eresia dell’Arianesmo. In sintesi: per Ario Gesù Cristo era un semplice uomo, scelto ed “elevato” da Dio, il più grande maestro di vita, eccezionale e carismatico, buono, ma non era il Figlio di Dio. Basta con il “rompicapo” della Trinità! Un’eresia molto pericolosa, mortale per il cristianesimo. Basilio raccolse la sfida e divenne il ‘comandante’ delle truppe anti ariane arruolando anche il fratello (di cui conosceva la cultura) e nominandolo vescovo di Nissa. Ed ecco una pagina triste dovuta anche alla sua ingenuità. Fu accusato (in-


Dio è sempre l’Oltre dei nostri pensieri

Per fortuna dei posteri le incombenze pastorali e le lotte per l’ortodossia non gli impedirono di trovare il tempo per scrivere le sue riflessioni teologiche. Per Gregorio Dio è l’infinito desiderio dell’uomo, la meta suprema, spesso inconscia, di ogni sua aspirazione. Essendo l’uomo creato ad immagine di Dio l’impegno della vita spirituale (ascesi) è quello di restaurare questa immagine per arrivare gradualmente alla sua contemplazione. Attraverso questa l’uomo deve liberarsi dai condizionamenti della sua sensibilità e terrestrità, perché Dio si trova al di là di ogni immagine che noi ci facciamo di lui, è sempre l’Oltre di tutto ciò che l’uomo pensa di lui. La vita umana quindi deve essere un continuo cammino verso Dio, un faticoso e incessante

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giustamente) di amministrare male i beni della Chiesa. Una calunnia “diabolica” dei nemici per arrivare al potere (in questo caso “teologico”). Il povero Gregorio fu arrestato, umiliato, imprigionato, ed infine liberato ma con il foglio di via per l’esilio. Rientrò nel 377 e fu accolto trionfalmente dai suoi fedeli. La morte di Basilio (379) produsse una svolta in lui: fu quasi la liberazione dalla sua “ombra”. Gregorio “diventò” se stesso: fu molto attivo nella diocesi e si dimostrò un vero combattente per l’ortodossia, raggiungendo, nel Concilio di Costantinopoli (381) il vertice della notorietà come teologo (tra gli applausi dei padri conciliari). Era apprezzato da tutti, anche da Teodosio imperatore.

pellegrinare verso di lui, per cui la nostra vita sarà un cercare lui nella sua totalità, un contemplarlo con gli occhi della fede per amarlo sempre di più. Se persevereremo nell’impegno ci sarà la visione beatifica e beatificante, totale e totalizzante. Il premio finale sarà il contemplarlo «faccia a faccia, così come Egli è» (1Cor 13,12). Fine della ricerca ed inizio della visione. Chi è Cristo per Gregorio?

In sintesi: per lui la nostra fede è fede vera solo se è radicata in e su Gesù Cristo. Che cosa significano i vari titoli cristologici come “alfa e omega, pace, splendore della gloria, pietra angolare, immagine del Dio invisibile, primogenito della creazione”? Hanno pieno significato solo se Cristo è diventato il fondamento di tutta la nostra esistenza, se lui può operare nella nostra vita senza limitazioni. Ha scritto: «Vuoi sapere la causa per la quale Dio nacque tra gli uomini?... La nostra natura aveva bisogno di un medico, perché era caduta in una malattia. L’uomo caduto aveva bisogno di uno che lo rialzasse. Colui che aveva perduto la vita, aveva bisogno di colui che la dà». La vita è per Gregorio un cammino spirituale di amore a Cristo che ci porta a conoscere Dio, il desiderio profondo di ogni uomo.

Tratto in forma ridotta da: Anche Dio ha i suoi campioni di Mario Scudu Elledici, 2011 pagine 936

Mario Scudu archivio.rivista@ausiliatrice.net

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Il matrimonio secondo l’Antico Testamento L’Evangelo della famiglia

Il tema della famiglia è al centro della vita cristiana. Ecco perché la Chiesa ha sentito il bisogno di indire sulla famiglia nel 2014 un Concistoro e un Sinodo straordinari, e nel 2015 un Sinodo ordinario, a cui sono afferiti i risultati di una consultazione senza precedenti di tutto il popolo di Dio. Questo vastissimo lavoro è stato autorevolmente sintetizzato nel 2016 nell’Esortazione Apostolica Postsinodale Amoris Laetitia (AL) di Papa Francesco. In essa il Papa ha sottolineato che «la Parola di Dio è fonte di vita e spiritualità per la famiglia» (AL, n. 227). Cercheremo, 20

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quindi, a partire da questo articolo, di riflettere sui fondamenti biblici della vita familiare, iniziando dalla grande rivelazione sul matrimonio nell’Antico Testamento. L’Adam è la coppia

La sessualità, nella sua bipolarità maschile e femminile, «realizza quel disegno primordiale che Cristo stesso evoca con intensità: “Non avete letto che il Creatore da principio li fece maschio e femmina?” (Mt 19,4)» (AL, n. 9). Nel libro della Genesi, la fonte jahwista del racconto della creazione (X secolo a. C.) ci afferma anzitut-

to che l’essere unico creato da Dio, l’adam, è composto da due “lati”: «Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all’adam, una donna e la condusse all’adam» (Gen 2,18-24). La parola ebraica che noi traduciamo “costola”, sela’, meglio andrebbe tradotta proprio come “lato”. L’adam si compone di un lato maschile e di un lato femminile: l’adam è quindi la coppia! Ne consegue innanzitutto che l’uomo è ontologicamente comunione, che l’uomo è amore. Inoltre i due lati dell’adam sono intrinsecamente chiamati all’unità: «I due saranno una


28). Solo l’adam, unione del maschio e della femmina, è a immagine e somiglianza di Dio, è icona stessa di Dio, è la sua rappresentazione sulla terra! Se la coppia è luogo rivelativo di Dio, l’esperienza d’amore dei coniugi ci svela anzitutto che Dio è amore. Inoltre, se Dio ci dice che la coppia, momento relazionale tra due persone, è sua immagine, possiamo già scorgere in questo brano un’apertura sul mistero della dinamicità interna di Dio, la prima luce sulla sua natura trinitaria. In Dio, poi, secondo la Scrittura, ci sono i caratteri sia del maschile che del femminile: «Dio è Papà, più ancora è Madre» (Giovanni Paolo I). Se la coppia è immagine di Dio, ne deriva anzitutto l’indissolubilità del matrimonio: poiché Dio è e resta uno, così anche i coniugi sono e devono

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sola carne» (Gen 2,24): la “persona” umana (“carne”, basar, equivale per il semita al concetto di “persona”) si realizza nella comunione matrimoniale, in cui i “due” diventano “uno”. I due lati dell’adam sono infine in assoluta parità: lo sottolinea l’assonanza delle parole con cui la donna e l’uomo sono denominati: «Si chiamerà ‘ishsha perché dall’‘ish è stata tolta» (Gen 2,23). «Dio disse: “Gli voglio fare un aiuto che gli sia simile (ke negdo)”» (Gen 2,18). Kenegdo dovrebbe essere tradotto “come di fronte a lui”, “come in faccia a lui”. Questa formulazione racchiude quindi in sé due concetti: la somiglianza (“aiuto”) e la complementarietà (“come di fronte a lui”): esprime dunque l’integrazione della diversità. «In ebraico, maschio si dice zakàr e letteralmente significa “pungente”; femmina si dice neqebàh e significa “perforata”. Il riferimento alla funzione degli organi sessuali è evidente» (P. Farinella). Ecco perché, dice il Papa, «le unioni tra persone dello stesso sesso non si possono equiparare semplicisticamente al matrimonio» (AL, n. 44).

restare una cosa sola. Inoltre la coppia è chiamata addirittura a modellarsi su Dio nell’amore, perché «Dio è amore» (1 Gv 4,8), nella fedeltà, perché Dio è sempre fedele, nella capacità di perdonare, nella fecondità, collaborando all’opera creazionale di Dio (Sap 1,14). Il matrimonio sacramento dell’Amore di Dio per il suo popolo

Soprattutto nei libri profetici e nel Cantico dei cantici, la metafora che lo scrittore

La coppia immagine di Dio

La fonte sacerdotale, più recente (VI sec. a. C.), non solo rafforza il dato jahwista sulla sessualità e sul matrimonio, ma lo apre a un più profondo significato teologico: «Dio creò l’adam a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò» (Gen 1,26maggio-giugno 2017

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biblico trova più espressiva per esprimere l’essenza di Dio, il suo immenso Amore per il suo popolo, è quella nuziale: Dio è l’amante, il fidanzato, lo sposo, e Israele l’amata, la fidanzata, la sposa. Tra i due è stipulato un berit, parola che significa non solo “alleanza”, ma anche “patto nuziale”. La Bibbia ci annuncia quindi che il matrimonio è sacramento (sacramentum significa essenzialmente “segno”) di una realtà che lo trascende, profezia di Dio e della sua alleanza con l’uomo. Il profeta Osea vive una tragedia coniugale: sua moglie Gomer lo tradisce, addirittura si prostituisce. Illuminato dallo Spirito, egli coglie nel suo matrimonio questo valore sacramentale: anche Dio, sposo di Israele, è stato abbandonato e tradito dalla sua sposa, poiché essa si è prostituita con i Baal,

gli idoli. Ma Dio non abbandona Israele, anzi lo ricerca, lo riconquista, lo perdona, lo riaccoglie (Os 2,15-22). Allora come Dio non divorzia mai da noi, nonostante ogni nostra prostituzione, così anche Osea non potrà ripudiare Gomer, ma la perdonerà e la riprenderà con sé (Os 3,1). È questo un atteggiamento che il mondo non capisce e anzi spesso schernisce: eppure, come Dio ci è sempre fedele anche quando ci allontaniamo da lui per seguire altre “divinità”, così il coniuge credente è chiamato a restare sempre fedele al partner che magari lo ha tradito, lo ha abbandonato, si è formato una nuova famiglia. È la Parola stessa di Dio che fonda questa chiamata talora eroica. Carlo Miglietta redazione.rivista@ausiliatrice.net

Amoris laetitia papa Francesco Elledici 2016 64 p.


chiesa e dintorni poster

Hai dimenticato la “password”? MARIO SCUDU archivio.rivista@ausiliatrice.net

Quante volte è capitato di non ricordare la “password” giusta, quella per cominciare a lavorare per es. aprendo la posta elettronica, a noi poveri umani che abbiamo a che fare con computer, e-mail, programmi web, cellulari smart, app, antivirus ecc.? Certo non solo una volta abbiamo letto la frase famosa (e minacciosa): «Hai dimenticato la password?» Abbiamo dimenticato il numero, confessiamolo. E poi, naturalmente, ci siamo fatti furbi… Senza la password non si va avanti, non si lavora, ci sentiamo frustrati. Questo nel campo della tecnologia telematica. Ma possiamo benissimo applicare il tutto anche al campo spirituale. Se vogliamo entrare in noi stessi, nella nostra anima, nel nostro io profondo dove si gioca il nostro destino e si prendono le grandi decisioni riguardo al nostro rapporto con Dio, con gli altri, con la nostra storia? C’è una password anche in questo campo ed è “Silenzio”. Solo con essa si entra nel proprio mondo interiore e si rende possibile la riflessione e la meditazione sulle grandi verità esistenziali, facilitando il discernimento spesso tanto necessario. Ha scritto una santa del secolo scorso Elisabetta della Trinità (1880-1906): «L’anima ha bisogno del silenzio per adorare Dio» cioè per comunicare con Dio che è poi il massimo che l’uomo può fare. Non solo, ma ascoltare se stessi. Ecco la vera saggezza. Per tutto questo nel Vangelo abbiamo un grande esempio da imitare: quello di Maria di Nazaret. In ben due passi si afferma che «Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore» (Lc 2,19). Ed il secondo, dopo il ritrovamento di Gesù dodicenne, “impegnato” con i dottori al Tempio, ed il suo «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio? Ma essi non compresero. Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore» (Lc 2,49). Maria con questo atteggiamento di silenzio e riflessione dà una bella lezioni a noi moderni, affetti dalla patologia della fretta, della compulsione a fare sempre e comunque qualcosa. Qualunque cosa basta che non ci venga chiesto di… fare un po’ di silenzio e meditare. Dedichiamo tanto tempo ad accumulare informazioni, sensazioni, confidenze, esperienze, visioni, visitazioni varie… e poi niente per elaborare, interpretare, confrontare, personalizzare il tutto già vissuto. Non lo troviamo il tempo o, forse è meglio dire che non abbiamo il coraggio di trovarlo? E così il tutto scivola via, come acqua su una roccia, senza incidere sul nostro tessuto esistenziale. Non ci regaliamo mai po’ di silenzio per riflettere e interpretare le azioni nostre e delle persone vicine a noi care. E ci impoveriamo. Certo il contesto culturale odierno non aiuta perché privilegia l’esteriorità sull’interiorità, il fare sull’essere: questa è la vera minaccia, un po’ tutti. Ma sono specialmente i ragazzi e i giovani, che “soffrono” il disagio di “fare un po’ di deserto” per rimanere con se stessi, e naturalmente con Dio che abita nell’intimo di noi. Ma se non facciamo silenzio, Dio che spesso parla come un ”leggero soffio di vento” noi non lo sentiremo e la nostra vita rimarrà meno solida, meno consistente, meno efficace. Impariamo da Maria questo atteggiamento di silenzio, riflessione e meditazione sugli avvenimenti della nostra vita, sicuri che Dio ci parlerà e ci illuminerà con il suo Spirito. maggio-giugno 2017

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L’anima ha bisogno del silenzio per adorare Dio (S. Elisabetta della Trinità )



SANTUARIO BASILICA DI MARIA AUSILIATRICE – TORINO

FESTA DI MARIA AUSILIATRICE Martedì

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Vigilia della Festa BASILICA Ss. Messe: ore 6.30 / 7.00 / 7.30 / 8.00 CHIESA SUCCURSALE Ss. Messe ore 9.00 / 10.00 / 17.00 / 18.30

ore 18.45 Vespri Solenni Presiede don Pierluigi Cameroni sdb, Assistente spirituale ADMA. ore 21.00 Rosario / Celebrazione Penitenziale/ Uff. Letture Presiede don Marek Czan sdb, Direttore Salesiani Crocetta. ore 24.00 S. Messa di Mezzanotte Presiede don G. Palizzi sdb, Direttore Salesiani Borgomanero. Il Santuario rimane aperto tutta la notte per l’adorazione eucaristica solenne (5.30 Lodi - 6.00 S. Messa)

Mercoledì Festa di Maria Ausiliatrice

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ore 7.00 S. Messa Presiede don F. Mamino sdb. ore 8.30 S. Messa (scuole sdb e fma). Presiede don E. Stasi sdb, Ispettore ICP.

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Festa SAN DOMENICO SAVIO Triduo: 3-5 maggio ore 16.25

Sabato

Festa S. M. DOMENICA MAZZARELLO Triduo: 10-12 maggio ore 16.25 don S. Casu sdb. Sabato 13 maggio ore 15.00 Ordinaz. Sacerdotale don F. Mamino sdb.

Lunedì

Novena

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16.30 Rosario 17.00 S. Messa e riflessione 18.55 Rosario con le comunità sdb e fma 21.00 - 22.00 Rosario, Adorazione e Compieta. Sab 20 ore 18.55 Vespri Dom 21 ore 16.30 Adorazione - Vespri

Il 23 e il 24 la Veglia (21.00 – 1.30), Concelebrazioni (11.00 e 18.30), Processione: saranno trasmesse in Mondovisione via Satellite da TELEPACE HD canale sky 515 in collaborazione con Missioni Don Bosco. La Concelebrazione ore 11.00 e la Processione saranno trasmesse anche da TELESUBALPINA canale 16.

ore 10.00 S. Messa Presiede mons. Adrian H. Van Luyn sdb, vescovo emerito di Rotterdam. ore 11.00 S. Messa Presiede S.E. mons. Cesare Nosiglia. Anima i canti la Corale della Basilica. ore 15.00 Benedizione dei Bambini e dei Ragazzi. Presiede don Claudio Durando, sdb (Parroco di Maria Ausiliatrice). ore 16.00 Vespri Solenni. Presiede don Fabiano Gheller sdb. ore 17.00 S. Messa Presiede card. Renato Corti, Vescovo emerito di Novara ore 18.30 S. Messa Presiede don A. Fernandez Artime, Rettor Maggiore dei Salesiani. Anima i canti il Coro dell’Oratorio di Valdocco. ore 20.30 SOLENNE PROCESSIONE (S.E. mons. Cesare Nosiglia). Al termine S. Messa (Presiede mons. G. Martinacci, rettore della Consolata). Percorso della Processione: Via Maria Ausiliatrice – Via Salerno – Contro viale Corso Regina Margherita – Controviale Corso Principe Oddone – Strada del Fortino (corsia nord/contromano) – Via Cigna – Controviale C.so Regina Margherita – Piazza Maria Ausiliatrice.

AVVISO SACRO Santuario Basilica di Maria Ausiliatrice – via Maria Ausiliatrice 32 Torino – tel 011.5224253 / 011.5224822 - e-mail: m.ausiliatrice@tiscali.it


chiesa e dintorni

Buoni, cattivi e …così così  Momento importante quello della prima Confessione, emozionante non solo per i bambini. Ad otto anni è abbastanza chiaro il senso del bene e del male, ma è altrettanto chiaro che i cattivi sono sempre gli altri. Noi, povere vittime di incomprensioni ed ingiustizie, tendiamo sempre a giustificare i nostri errori, mai quelli altrui. Difficile insegnare a cogliere le motivazioni che determinano le scelte umane, positive o negative che siano. La casistica è varia e... cavillosa. «È peccato fare lo sgambetto al compagno di fila? E nascondergli lo zaino?». «Certo, fare lo sgambetto è comunque una cattiva azione, perché mette la persona che lo subisce a rischio di cadere». «Sì, però, prima lui mi aveva spinto…e aveva detto una parolaccia!». «Quanto allo zaino, il nascondere è un’azione neutra, di per sé né buona né cattiva, ma bisogna chiedersi quale sarà la reazione di chi subisce lo scherzo: se sappiamo che si offende, il nostro comportamento è scorretto». Scivoliamo così nel discorso del bullismo, molto innocentemente diffuso nelle nostre scuole. «Però certi compagni se li cercano proprio i dispetti, quando vogliono sempre essere i primi, ridono per gli sbagli degli altri, fanno la spia alla maestra... Non è giusto che gliela facciamo pagare?». Non c’è risposta più chiara di quella del Vangelo, del suo invito alla trasparenza nel comportamento, al guardare nel proprio cuore per eliminare atteggiamenti poco caritatevoli.

Insieme, con fatica, giungiamo alla conclusione che, per comprendere il limite fra la colpa e la distrazione o l’indifferenza, occorre chiedersi perché ci siamo comportati in un certo modo. Alice ha ancora un dubbio: «Se dico stupido a mio fratello, ma gli voglio bene, non faccio un peccato, vero?». Mi viene in aiuto Gian Luca: «Se lui lo dicesse a te perché ti vuole bene saresti contenta?». «Ho capito – brontola la bambina –. Maestra, se quando ripeti sempre le stesse cose, invece di dirti che sei noiosa ti dico che sei simpatica sono più evangelica?». Anna Maria Musso Freni redazione.rivista@ausiliatrice.net

È peccato fare lo sgambetto al compagno di fila? E nascondergli lo zaino?

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Tra luci sfavillanti, riti e previsioni sulla buona sorte per l’anno venturo, sempre di più ci dimentichiamo che il primo giorno dell’anno è consacrato a Maria Madre di Dio. È evidente a tutti come oggi viviamo riguardo alle tradizionali feste cristiane: è in corso un processo di secolarizzazione che toglie Dio e il sacro da ogni ambito della vita e della natura. Nel corso di secoli di storia con il fiorire della civiltà cristiana è avvenuto esattamente il contrario, sviluppando uno sguardo capace di avvertire la presenza di Dio in ogni elemento del creato. A tale proposito, un’immagine del mondo naturale, che oggi ci può apparire come la quintessenza del paganesimo, per secoli ha invece parlato agli uomini del progetto di salvezza di Cristo per l’umanità. In ogni particolare della natura vi è l’impronta di Dio

La Madonna dello zodiaco, gioiello del Rinascimento Ferrarese Una preziosa testimonianza della spiritualità raccontata dalle stelle. 24

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Mi riferisco in particolare al tema dello zodiaco, fantastico insieme di dodici costellazioni, arcani disegni formati dalle stelle e attraversati idealmente dall’orbita solare nel corso dell’anno. Sin dal Medioevo, in particolare grazie all’opera di San Zeno da Verona, questi simboli nati dalle antiche civiltà dell’Oriente e della Grecia, vennero “cristianizzati” e compaiono in moltissime decorazioni scultoree e pittoriche di cattedrali e chiese di tutta Europa, da Chartres a Padova, dalla Sacra di San Michele a Foligno. Ma è a Venezia, conservata alle Gallerie dell’Accademia, che la Madonna dello Zodiaco di Cosmè Tura ci permette di ammirare una preziosissima testimonianza di questa spiritualità delle stelle oggi purtroppo dimenticata. Opera del capostipite della Scuola Ferrarese, pittore principale della raffinata corte degli Estensi, la piccola tavola fu dipinta probabilmente per un colto e nobile personaggio della corte di Ferrara. Tutto


Maria colei che intercede per il genere umano

La Vergine, con dolcezza materna e atteggiamento pensoso, osserva il Bambino che dorme sereno tra le sue braccia e il cui piedino è appoggiato sulla balaustra dipinta su cui il pittore ha scritto la seguente giaculatoria: «Sviglia el tuo figlio dolce Madre Pia/per far infin felice l’alma mia». Queste parole non sono inserite casualmente nella composizione ma fanno riferimento ad un preciso messaggio sulla missione salvifica del Cristo. Questa maternità infatti nella sua velata malinconia richiama il tema stesso della Pietà, in cui Maria accoglie nel suo grembo il Figlio non più bambino ma adulto e morto sulla croce per l’umanità. Tutta la tranquillità non è che solo apparenza, il sonno di Gesù prefigura la morte e Maria, come dice la giaculatoria dipinta dal Tura, è colei che intercede per la Risurrezione del Figlio e del genere umano. La futura Passione di Cristo è sottolineata dai grappoli d’uva rossi e turgidi che richiamano il sangue di Cristo dell’Eucarestia e dai cardellini che beccano gli acini, il cui nome rimanda al cardo, pianta di cui si cibano e alle spine della corona di Cristo. Questa allegoria del sa-

crificio di Cristo è ribadita ulteriormente dal trigramma con il Nome di Gesù, presente nella lunetta, il cui significato è «Dio salva», nome che venne imposto al Bambino una settimana dopo la sua nascita alla presenza stessa dei genitori Maria e Giuseppe. Contornano la figura di Maria, infine, gli elementi astrali che danno il titolo all’opera. Dipinti in raffinata punta d’oro alla sinistra della Madre di Dio si scorgono i segni zodiacali dell’Acquario, dei Pesci, del Sagittario e della Vergine. La presenza dello zodiaco, oltre a sottolineare Cristo come Signore del tempo e della storia, ha altri significati molto profondi. Le quattro costellazioni rappresentate non sono, infatti, scelte a caso dall’artista ma sicuramente frutto di quella cultura raffinata e complessa che originò anche il ciclo di affreschi di Palazzo Schifanoia. L’Acquario nella spiritualità cristiana viene associato infatti al sacramento del Battesimo e alla rinascita dalle acque della morte facendo riferimento alla storia di Noè e a Mosè che attraversa il Mar Rosso. Il segno dei Pesci è invece fin dalle origini della Chiesa un simbolo di Gesù Salvatore e veniva utilizzato dai primi cristiani come simbolo segreto. Il Sagittario, creatura mitologica metà uomo e metà cavallo raffigurato nell’atto di scoccare una freccia è in questo caso il simbolo dell’umanità che tende a superare sé stessa, la sua parte carnale per giungere al cospetto

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è descritto calligraficamente in modo preciso e con il consueto stile metallico e smaltato nell’uso dei colori e della linea, tipico dell’artista.

Questa maternità, nella sua velata malinconia, richiama il tema stesso della Pietà, in cui Maria accoglie nel suo grembo il Figlio non più bambino ma adulto e morto sulla croce per l’umanità

di Cristo. Non a caso il Sagittario veniva associato al tempo liturgico dell’Avvento e la freccia scagliata in cielo interpretata come la stella che indica la via della grotta di Betlemme dove nacque il Salvatore. Infine la Vergine è chiaramente il simbolo di Maria e limpido riferimento a come la Resurrezione di Cristo abbia poi in Lei la prima creatura Assunta in Cielo. Questa piccola e raffinata creazione del nostro Rinascimento ci racconta dunque un’epoca in cui gli occhi degli uomini erano orientati a scorgere in ogni luogo e nella bellezza del creato la mano di Dio, che come sapiente artista disponeva le stelle e gli astri per narrare all’uomo il suo infinito amore. Stefano Ugolini redazione.rivista@ausiliatrice.net

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Nulla e nessuno può cancellare la dignità umana   Si è discusso molto in Italia della cosiddetta “buona morte”, specie dopo la vicenda di Fabiano Antoniani, il dj Fabo, cieco e tetraplegico per un incidente stradale, che lo scorso febbraio si è sottoposto all’eutanasia attiva in una clinica nei pressi di Zurigo. Ho pensato a un caro amico, sacerdote salesiano, che da molto tempo è stato “spento” da una patologia neurologica. Era brillante, colto, intelligente, accogliente, generoso… Ora vive in un pensionato, assistito da brave suore-infermiere, sottoposto a una pesante cura farmacologica, che previene i sintomi più gravi del male ma lo lascia in uno stato di perenne ottundimento. Ormai non riconosce nessuno e si comporta da automa, ripetendo gesti e azioni in modo meccanico. Mi piacerebbe dire il suo nome, raccontare ciò che di bello e importante ha fatto, ma il pudore per ciò che è divenuto e il rispetto per ciò che è stato prima mi impediscono di parlarne. Questo tipo di malattia mette il bavaglio perfino ai ricordi. Disponibilità continua, soprattutto nella malattia

Dio mi perdoni, ma diverse volte mi sono detto che il mio amico, pur vivo, è come se fosse morto. È un altro, non è colui che ho conosciuto, apprezzato, stimato… So che la sua vita ha un valore intrinseco non estinto dai limiti della condizione attuale, così come non è cancellata affatto la sua dignità presbiterale. Tuttavia è complicato farsene una ragione. 26

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Quando aveva ancora un po’ di lucidità, segnato dalla malattia e consapevole della sua ineluttabilità, mi confidava: «Ogni sera nel letto, prima di chiudere gli occhi, chiedo a Gesù: “per favore, chiamami, fammi venire da te…”. Al mattino, quando mi sveglio, mi rivedo ancora qui. Gesù non mi ha ascoltato». Sì, era una richiesta di “eutanasia” rivolta direttamente al padrone della vita. Un peccato mortale? O un ultimo segnale di umanità? Dolore e fragilità hanno senso

In ogni caso, non sono queste le domande da farci. Non le prime, almeno. Noi che stiamo dall’altra parte, dove tutto è più facile, dovremmo chiederci innan-


chiesa e dintorni giovani

Dov’è Dio nel dolore? E’ in chi assume l’autonomia che Dio gli ha dato, quale creatura libera in un mondo autonomo, e trasforma quest’autonomia in alleanza, in vincolo nuziale con il suo Creatore. (R. Cheaib)

zi tutto cosa possiamo fare e dare perché l’amico, il familiare, la persona a cui teniamo abbia una ragione per continuare a vivere. Perché il suo dolore e la sua fragilità abbiano un senso. Questa, sì, è una domanda scomoda. A parte qualche bella eccezione, ho visto la comunità religiosa dove il mio amico viveva, svicolare di fronte al confratello in difficoltà, che diventava di “difficile gestione” e metteva in crisi il tran tran fatto di messa-scuola-oratoriocatechesi-vespri. Anche là dove si predica solidarietà e amore, si rimane chiusi nell’egoismo delle cose da fare, prigionieri dell’avarizia del proprio ruolo. Qualcosa di molto simile all’atteggiamento del sacerdote e del levita nella parabola del buon samaritano.

L’ultima volta che sono andato dal mio amico salesiano, gli sono stato accanto mentre compiva i soliti riti. Nel giro quotidiano della casa, dove si muove con passetti guardinghi, non manca mai la sosta in cappella. Qui l’ho visto parlare a Gesù, a cui ormai non chiede nulla. Ha esclamato: «Sono qui!». Poi, con la stessa familiarità si è rivolto a San Giovanni Bosco e a Maria Ausiliatrice. Ha abbracciato la statua della Vergine e l’ha baciata con tenerezza. Io stavo un passo dietro a lui e non sapevo bene cosa fare. «Tra un’ora si pranza» mi ha detto senza guardarmi e s’è avviato verso l’anticamera del refettorio. Lì si è seduto su una poltrona e ha atteso paziente, come continua a fare da due anni. Il mio amico non parla, non dice nulla, solo guarda ogni tanto l’orologio. Provo a interpretare il suo pensiero inconscio che si fa preghiera: «Sono qui, chiamami se vuoi, o Dio della vita. Ma se disponi altrimenti, con tenacia e dolorosa tranquillità saprò aspettare il momento dell’incontro definitivo. Sperando d’essere aiutato da chi mi ha voluto e mi vuol bene per ciò che sono stato e, ancor più, per ciò che sono adesso, fragile riflesso dell’umanità». Enzo Romeo redazione.rivista@ausiliatrice.net

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Valdocco, casa che accoglie Don Bosco ama i pellegrini, soprattutto i giovani: «Io con voi mi trovo bene».  «Ciò che più di tutto attrae sono le buone accoglienze», scriveva don Bosco rivolgendosi a tutti quei giovani a cui dedicò la sua intera esistenza in Cristo, fino al suo ultimo respiro. Un’ospitalità come “opera di misericordia”, usando le parole di Ignazio Silone, che continua ancora oggi a guidare quanti, ispirati dal santo dei giovani, hanno deciso di proseguire la sua missione, ponendo al centro della propria esistenza la carità e l’accoglienza. È quanto accade a Valdocco, casa madre della salesianità mondiale e centro di aggregazione multiculturale, giorno e notte, mattino e sera, in qualunque momento, senza sosta. Una frenesia, questa, a cui don Rafael Gasol, responsabile dell’accoglienza alla casa madre, dice di essere ormai abituato. Ecco, padre, partiamo innanzitutto col dire cosa significa accogliere per voi salesiani. È trasmettere calore umano, su questo non c’è dubbio. È essere presenti, è gridare al mondo «Siamo don Bosco che vi accoglie a braccia aperte»: non è un caso che proprio all’ingresso della casa madre vi sia la gigantografia del santo, raffigurato a braccia aperte, con su scritto «Io con voi sto bene, è la mia gioia stare con voi». Accoglienza è incontrarsi con qualcuno, è fare un’esperienza di vita. 28

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© Pachì

Che tipo di attività svolgete e per chi. Mi vengono subito in mente le scolaresche che quasi ogni giorno giungono qui per conoscere da vicino, toccare con mano e calpestare le pietre su cui il santo dei giovani ha edificato la sua opera e dove tutto ha avuto inizio per la congregazione salesiana. Penso a tantissimi oratori che arrivano per conoscere don Bosco attraverso visite, laboratori, giochi, momenti di riflessioni, preghiera. È molto importante l’ospitalità che offriamo attraverso Casa Mamma Margherita e il Ristoro della Basilica, per famiglie, gruppi, singoli che venendo da noi si sentono accolti a casa,

offrendo loro pernottamento, servizi bar e ristorante. E per i turisti in vista della bella stagione cosa proponete? Beh, partirei dai percorsi itineranti storico-conoscitivi alla scoperta della Torino salesiana, espandendo l’itinerario su tutto il Piemonte, con visite guidate e gite ai luoghi salesiani, particolarmente al Colle don Bosco e Chieri, ripercorrendo insomma quei luoghi chiave che hanno rappresentato il cammino e la vita del santo dei giovani, dall’infanzia alla giovinezza fino alla maturità. Oltre alla possibilità di soggiornare in un posto tranquillo ma anche centrale.


Quale momento vi ha più segnato negli ultimi anni? Il periodo della Sindone, in concomitanza con il Bicentenario dalla morte di don Bosco e la visita del Papa: abbiamo accolto una grande moltitudine di genti proveniente da tutto il mondo. Immagina un giorno con 9 mila persone qui, tutte concentrate, giorni con 53 messe. Sembra quasi impossibile, eppure abbiamo affrontato tutto con grande forza d’animo. Un momento particolare reso possibile grazie anche all’aiuto dei volontari. Certamente, 250 in tutto, di tutte l’età, ognuno con la sua storia, le proprie emozioni, che si sono ritrovati qui e hanno dato vita ad un gruppo nato proprio per aiutare noi salesiani. Tantissime ore, senza avvertire la fatica: abbiamo lavorato quasi in condizioni estreme, sia con la pioggia sia con il sole: un’esperienza bellissima, molto forte, che tutti ancora oggi ri-

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Un posto dove poter ritrovare sé stessi e staccare per un po’ la spina dalla frenesia del mondo. Esatto. Sono in tanti infatti a scegliere Valdocco proprio per un’esperienza spirituale, e non sono solo religiosi, ma soprattutto laici, giovani, in gruppi o singoli, da tutto il mondo, desiderosi di conoscere da vicino l’esperienza di don Bosco: la Basilica di Maria Ausiliatrice, la casa Pinardi, tutto Valdocco parla al cuore e alla mente dei nostri ospiti ed è importante aiutare ad ascoltare questa voce.

cordiamo, vissuta diversamente a servizio dell’accoglienza. Da record, insomma. Cosi come lo è la normalità che viviamo ogni giorno, già straordinaria in sé poiché, Deo gratias, don Bosco attira sempre, in ogni periodo dell’anno. Che progetti avete in cantiere? Istituire una comunità giovanile internazionale che coinvolga giovani da tutto il mondo che siano presenti qui, pronti ad accogliere, oltre a volontari, che non mancano mai, che dopo un periodo di formazione e di approfondimento spirituale, abbiano intenzione di spendere parte della loro gioventù a servizio del prossimo nei luoghi salesiani del Piemonte. Ci dia una testimonianza diretta di cosa più l’ha colpita in questi anni dell’accoglienza. Che chiunque passi da qui rimane folgorato, toccato nel profondo. Lo so per certo perché con alcuni di loro mi sento ogni giorno, con altri intrattengo delle corrispondenze. Nell’anta interna dell’armadio don Rafael ha allestito una piccola bacheca che custodisce gelosamente, in cui di volta in volta appende le corrispondenze che provengono dal mondo, che eccezionalmente ci fa vedere. Ecco, vedi: ringraziamenti, preghiere, fotografie, lettere che a fatica riescono a contenere l’emozione di chi le ha scritte di proprio pugno. Ognuno di loro

Salvo Ganci ventiseienne, giornalista pubblicista, siciliano di nascita, piemontese di adozione nuovo redattore della nostra Rivista.

si sente quasi in “debito” per l’esperienza vissuta e mi invia qualcosa. Claudia scrive «Qui trovo sempre una porta aperta». Sofia, arrivata dall’Argentina, ha potuto affidare a Maria Ausiliatrice un quaderno composto da tante preghiere da parte dei suoi connazionali. Questa invece è la foto che ha inviato Maddalena, signora siciliana arrivata da sola qui a Valdocco dopo che il viaggio di gruppo con la sua parrocchia era stato annullato. Nonostante tutto lei ha deciso di partire e qui ha trovato una famiglia. La gente piange, si emoziona quando qui si rende conto di vivere quello che fino a quel momento conosceva per sentito dire. O che aveva semplicemente immaginato. Salvo Ganci redazione.rivista@ausiliatrice.net

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Don Nicola: il pastore centenario con l’«odore delle pecore»  «Grazie don Nicola, per i tuoi cento anni spesi in mezzo a noi». Era questa la frase racchiusa nei cuori dei fedeli riuniti nella chiesa dell’Immacolata a Cuorgnè (TO) lo scorso 19 febbraio per festeggiare insieme i cento anni di don Nicola Faletti. Tra loro numerosi exallievi, in primis il vescovo mons. Pier Giorgio Debernardi, che ha presieduto la celebrazione eucaristica. Il religioso è oggi il decano dei salesiani piemontesi. Nato il 26 gennaio 1917 a San Raffaele Cimena, nel chivassese, entrò a Valdocco per frequentare le scuole medie. Presentato al beato don Filippo Rinaldi, rettor maggiore e terzo successore di don Bosco, ne ricevette la benedizione. Il 9 giugno 1929 poté assistere commosso alla traslazione della salma di don Bosco dal collegio di Valsalice alla Basilica di Maria Ausiliatrice. In quegli anni, ammirato 30

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dai racconti dei missionari salesiani, maturò in lui la chiamata che lo porterà ad essere ordinato sacerdote il 2 luglio 1944. Una vocazione nata dall’amore a don Bosco

«La mia vocazione – spiega – è nata dal desiderio di esprimere quell’amore a don Bosco maturato proprio come allievo a Valdocco». Nel marzo 1930 partecipò come cantore alla messa di trigesima ordinata a ricordo dell’eccidio in Cina di don Callisto Caravario, il missionario salesiano martirizzato nella missione di Linchow (Cina). Alla celebrazione, nella Basilica di Maria Ausiliatrice, partecipava anche Rosa Morgando, madre del religioso trucidato. Diversi anni dopo proprio don Nicola Faletti diverrà custode della memoria e dei luoghi del martire ca-


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navesano, nato a Cuorgnè (Torino) l’8 giugno 1903. Ogni anno accoglieva gruppi di giovani e di fedeli provenienti dall’Estremo Oriente per visitare il paese d’origine di san Callisto Caravario. Amico e guida di ogni fedele

Per oltre 70 anni don Nicola è stato punto di riferimento degli istituti salesiani di San Benigno e Cuorgnè (TO): insegnante, animatore, organizzatore di varie attività artistiche e culturali. Gli oltre 30 anni di ministero parrocchiale a Villa Castelnuovo (dal 1972 al 1974 e dal 1987 ad oggi) e i 50 anni di servizio sacerdotale come cappellano presso la casa salesiana Maria Luisa Vaschetti a Castelnuovo Nigra lo hanno sempre visto amico e guida di ogni fedele. Da alcuni anni è ospite dell’Istituto Cardinale Cagliero di Ivrea, continuando il suo ministero sacerdotale a Castelnuovo e a Cuorgnè. «Ciascuno di noi – ricorda monsignor Pier Giorgio Debernardi, vescovo di Pinerolo – nella sua vita ha ricevuto un consiglio, una parola, un incoraggiamento da don Nicola». «Don Faletti è stato un segno del disegno che il Signore ha per noi. Ha concretizzato nella sua vita la gioia dell’apostolato. La sua allegria, nata dal sentirsi amato dal Signore, si è concretizzata nella testimonianza viva della santità. Santità che si manifesta nell’impegno, nel servizio, nel dono della vita». Sempre presente fra la gente con il suo esempio ha concretizzato ciò che oggi Papa Francesco esorta i sacerdoti ad essere: «Pastori con l’odore delle pecore». «Il suo sorriso, il suo esempio e la sua fede cristallina

La mia vocazione – spiega don Nicola – è nata dal desiderio di esprimere quell’amore a don Bosco maturato proprio come allievo a Valdocco

– spiegano i parrocchiani – trascinano ciascuno di noi. Con il suo stile da umile parroco di campagna dimostra una forza impressionante in grado di sorreggere ciascuno di noi nella nostra fragilità». Giovanni Costantino redazione.rivista@ausiliatrice.net

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Siamo cresciuti insieme  La formazione professionale salesiana nel Biellese ebbe inizio a Muzzano, nel 1957. Nel paesino della valle Elvo, ad ovest di Biella e alle pendici del monte Mucrone, i Salesiani avevano acquistato una villa ottocentesca per impiantarci i laboratori di meccanica, elettromeccanica e falegnameria. Il 1 ottobre di quell’anno, si presentarono al via del nuovo anno scolastico ben settanta ragazzi. Il Centro di Formazione Professionale continuò a crescere e nel 1978 se ne decise lo spostamento a Vigliano. Il trasferimento a Vigliano

Nel 1981 il CFP si trasferì nell’edificio “Opere sociali don Bosco” donato ai Salesiani dal32

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la famiglia Rivetti e già sede di un convitto per giovani lavoratrici (fino agli anni Quaranta), di una scuola media (fino al 1978) e di una scuola materna. Per adeguare il complesso alle nuove necessità, fu costruita un’officina che era grande il triplo di quella di Muzzano. Con lo spostamento a Vigliano cominciarono anche i corsi per adulti, in un ambito che ai tempi era sicuramente d’avanguardia: l’informatica. Come in tutte le case salesiane che si rispettino, alla formazione professionale si sono sempre affiancate quelle attività “extra didattiche” che contribuiscono a creare un clima di famiglia e a far crescere i ragazzi come “buoni cristiani e onesti cittadini”: numerosi i


Al passo coi tempi

Sul finire degli anni Novanta, con il Biellese afflitto dalla crisi del settore tessile, il CFP di Vigliano ha aggiunto al tradizionale settore meccanico nuovi ambiti di intervento. Al mio arrivo a Vigliano, nel 1998, ho trovato un ambiente giovane, dinamico, carico di entusiasmo ed in piena espansione. Nel breve volgere di un decennio hanno preso il via il settore elettrico, quello del benessere (prima con l’acconciatura e poi con l’estetica), quello dell’impiantistica termoidraulica, dell’edilizia, della falegnameria, dei servizi amministrativo segretariali e persino della logistica... Anche i corsi destinati agli adulti e a categorie particolari di utenti (immigrati, svantaggiati, diversamente abili...) hanno continuato a crescere, così come è cresciuta la relazione e la capacità di “fare rete” con le diverse realtà del territorio: scuole, università, associazioni di categoria, servizi sociali. Nel 2011 si è deciso il ritorno delle attività del benessere, della termoidraulica e della carrozzeria a Muzzano e dal settembre scorso quello che era una sede distaccata è diventato un Centro autonomo. A Vigliano adesso studiano poco meno di duecento ragazzi e quasi un centinaio di adul-

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“Gruppi” che si dedicavano ad attività varie a seconda degli interessi; soprattutto tornei sportivi, ma anche musica, spettacoli, recitazione e volontariato sociale.

ti. I formatori e il personale di segreteria sono in tutto trentaquattro. Con il diminuire progressivo del numero dei Salesiani presenti nel CFP, è cresciuta la responsabilità condivisa con i laici di portare avanti il progetto educativo di don Bosco. Le nuove sfide

Con il dinamismo che lo ha sempre caratterizzato, il CFP di Vigliano si sta cimentando nelle nuove sfide per aiutare giovani e adulti a scegliere con maggior consapevolezza il proprio percorso in ambito formativo o lavorativo, attraverso i servizi di orientamento, e per accompagnarli nell’inserimento lavorativo, attraverso lo sportello di servizi al lavoro e il potenziamento della rete di relazioni con le imprese. Quest’ultimo aspetto, insieme con l’introduzione del sistema “duale”, una forma evoluta di alternanza scuola-lavoro, ha permesso a parecchi ragazzi che frequentano il corso per il diploma di tecnico per la conduzione e manutenzione di impianti automatizzati, di essere già assunti come apprendisti. Guardando ai quasi vent’anni trascorsi dal mio arrivo a Vigliano, mi accorgo di quanti ragazzi abbiamo aiutato a diventare grandi, e di quanto loro abbiano aiutato noi a crescere, e questo ci dà vigore per guardare al futuro con rinnovato ottimismo. Roberto Battistella Direttore del CFP di Vigliano e Muzzano direzione.vigliano@cnosfap.net

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1917-2017 Cento anni di fondazione dell’Istituto Secolare delle Volontarie di don Bosco (VDB). «Don Bosco stesso - dice loro don Rinaldi - l’aveva previsto: era veramente nella sua mente. Nella relazione che egli stese dell’opera Sua parlava appunto di due classi distinte di persone, osservanti una stessa regola, una delle quali formasse Comunità e l’altra vivesse nel mondo per ivi promuovere lo spirito della Congregazione, nell’esplicitazione pratica dell’azione». Queste Figlie di Maria, in seguito denominate Zelatrici di Maria Ausiliatrice, o più brevemente Zelatrici, sono le “Prime Sorelle” delle VDB, Volontarie di don Bosco.  Il prossimo 20 maggio 2017 l’Istituto secolare Volontarie di don Bosco solennizza i suoi primi cento anni di fondazione. Questa data nella vita del nostro Istituto VDB, fondato da don Filippo Rinaldi, terzo successore di don Bosco, riporta la memoria a quando tutto è incominciato, e rinforza l’intenzione di continuare il “sogno secolare di don Bosco”… e … la nostra intenzione di sognare in proprio: di “sogni” ne abbiamo anche noi! 1917 La storia iniziale.

L’itinerario della nostra storia non ha l’impronta esplosiva che distingue altre avventure spirituali, è un cammino semplice, affidabile, fedele e discreto che, passo dopo passo, porta 34

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a presentire una forma di vita consacrata a Dio nel Mondo, connotata da vivaci intuizioni ante litteram di quanto la Chiesa confermerà con l’atto di nascita degli Istituti secolari, la Provida mater Ecclesia nel 1947. Il “sogno secolare” di don Bosco

Il 20 maggio 1917 tre giovani: Maria Verzotti, Francesca Riccardi e Luigina Carpanera iniziano una “silenziosa rivoluzione”: appartengono alle Figlie di Maria, associazione mariana molto fiorente all’Oratorio n°1, situato in Piazza Maria Ausiliatrice, 27 a Torino. L’Ispettrice FMA Suor Felicina Fauda le presenta a don Rinaldi, sottolineando il loro vivo desiderio di essere “Figlie di Maria Ausiliatrice nel secolo”.

Don Rinaldi e le “Prime Sorelle”: l’intuizione “secolare”

Per gli inizi VDB, è importante ricostruire il clima spirituale ed umano dell’Oratorio delle Figlie di Maria Ausiliatrice, nella prima metà del 900, di cui don Rinaldi è stato direttore per molti anni. Particolarmente determinante è: • il clima di intense relazioni umane, di iniziative molteplici, ricche di fascino spirituale, a cui le giovani sono invitate e delle quali, spesso sono loro stesse protagoniste. • la particolare attenzione ai problemi umani, sociali, professionali su cui le giovani sono chiamate a riflettere e a confrontarsi.


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Un Oratorio, dunque, vivo, vigile, partecipe, posto con consapevole lungimiranza nel contesto difficile della Torino dell’epoca. In questo ambiente esuberante e incisivo si può capire l’esigenza così sentita, da parte di un gruppo particolarmente attento di giovani, di dedicarsi senza riserve al servizio di Dio per la “gioventù pericolante”. Le future “Zelatrici”, sempre più chiaramente, avvertono l’urgenza di un impegno religioso radicale, pur senza cambiare stato di vita, la manifestano ai Superiori salesiani e chiedono una guida aperta ad accompagnare e promuovere le loro esigenze interiori e spirituali più profonde. Questa “silenziosa rivoluzione” si delinea con chiarezza in un periodo relativamente breve. Seguendo il Quaderno Carpanera che ci illustra i fatti di quel periodo, potremmo racchiuderla tra il giorno memorabile dell’espressione del “vivo desiderio” il 20 maggio 1917 e un altro, il 26 ottobre 1919, giorno altrettanto memorabile della professione delle sette prime Zelatrici.

Consacrate nel secolo La realizzazione del progetto.

Don Rinaldi giunge a formulare per loro un “Regolamento”, «conveniente a voi e nel tempo vostro; prendetelo con amore e studiate di uniformare la vostra vita in tutto alla regola che sola potrà sostenervi e farvi progredire gradatamente nel bene». Questa regola di vita prevede il voto di castità e le ‘promesse di povertà ed obbedienza. Dunque esclusività e dedizione: «realizzare nel mondo quella perfezione che i Religiosi’ realizzano nel chiostro». Insieme nelle diverse situazioni di vita

«Questa associazione ha lo scopo, il carattere di sostenervi reciprocamente, animarvi, aiutarvi a trovare anche fuori nel mondo un appoggio solido nel momento del pericolo; è necessario però essere legate per essere perseveranti; sciolte non raggiungereste mai il fine propostovi. La missione si compie con lo spirito buono; lo spirito di Dio è infinito e si manifesta sotto diverse forme, come Lui vi vuole: sante nello stato

in cui siete; aspirate ad essere perfette, studiate e lavorate per portare lo spirito religioso nella vostra condizione e dove vi trovate». In modo “discreto”

L’orientamento è preciso ed indica uno stile di presenza nel secolo: «molta semplicità in qualsiasi vostra opera o pratica di pietà. Siete poche, non importa; le opere del Signore si formano nel silenzio… Tacete non chiamate nessuna a seguirvi, il vostro esempio basterà; siate unite fra voi, formate un cuor solo ed un’anima sola». Un sogno che continua

Le Volontarie di don Bosco, che adotteranno questa loro definitiva denominazione nel 1959, iniziano in operosa semplicità, ad investire la propria vita nella ricerca del “tesoro che è nel campo”, Dio l’ha posto nel mondo nella creazione, l’ha redento nell’Incarnazione di suo Figlio e continua a custodirlo con la sua Parola ed è l’uomo e la sua città. Le VDB sono ormai più di 1200 e sono sparse in tutto il mondo. NB: La fonte delle notizie che abbiamo espresso virgolettate è il “Quaderno Carpanera” che raccoglie le conferenze e gli incontri delle Zelatrici con don Rinaldi e con le FMA. Una VDB redazione.rivista@ausiliatrice.net

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Un futuro da costruire giorno dopo giorno

Incontro con don Ghislain Nkiere, salesiano congolese impegnato nell’Opera Mamma Margherita di Lubumbashi, nella Repubblica Democratica del Congo.

«Li chiamano “shégués”, che significa “vagabondi”. Puoi incontrarli in giro per le piazze o ai bordi delle strade, orfani di punti di riferimento, d’amore e di speranza. Per loro, ogni giorno, la vita è una lotta per la sopravvivenza, per accaparrarsi qualcosa da mangiare, per sfuggire alle insidie dei più grandi e dei più prepotenti. Molti, poi, ignorano cosa siano affetto e tenerezza perché non ne hanno mai fatto esperienza». Sfregiano il cuore come lama affilata di rasoio le parole usate da don Ghislain Nkiere per illustrare le condizioni in cui vivono i bambini e i giovani congolesi abbandonati a se stessi nelle baraccopoli e nei mercati di Lubumbashi, la terza città della Repubblica Democratica del Congo. Lo abbiamo incontrato per saperne di più. 36

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Soli e disperati tra insidie e pericoli

Quali sono i motivi che costringono un gran numero di minori a badare a se stessi e a vivere da soli? «Nella maggior parte dei casi vengono cacciati dai familiari, dopo aver subito violenze di ogni tipo, perché accusati di stregoneria o di furti. La povertà, insieme alla superstizione e alla disgregazione di tante famiglie, è la causa principale di questo fenomeno. Un bambino fuori casa, infatti, rappresenta una persona in meno da mantenere e da mandare a scuola e una bocca in meno da sfamare». In quali condizioni vivono?


Che cosa fanno i Salesiani per loro? «Innanzitutto cercano d’incontrarli. Il primo approccio è affidato a padre Eric e a frate Simeon, che trascorrono molte notti in strada per avvicinarli, ascoltarli e capire se sia possibile sottrarli a una vita randagia e offrire loro un percorso alternativo. La prima cosa che propongono loro è raggiungere il centro di prima accoglienza Bakanja Ville in cui possono mangiare, dormire, lavarsi e giocare». Un rifugio e un riparo aperto a tutti

Il centro di prima accoglienza Bakanja Ville è parte del complesso Opere Mamma Margherita di Lubumbashi, sorto in onore della mamma di don Bosco…

«Si tratta di quattordici realtà gestite congiuntamente da Salesiani, volontari di don Bosco, suore di sant’Orsola e cooperanti. Tutti i minori che varcano la soglia del Bakanja Ville vengono registrati per consentire ai Salesiani di mettersi in contatto con i genitori e valutare insieme se sia possibile il reinserimento familiare». Quali possibilità vengono offerte loro? «A chi decide di abbandonare la strada viene offerto un percorso di riabilitazione lungo e articolato che spazia dall’alfabetizzazione alla scolarizzazione, dall’assistenza psicologica e spirituale alla formazione tecnica o professionale. Perché l’obiettivo rimane quello caro a don Bosco di formare buoni cristiani e onesti cittadini». Lo scorso mese di luglio la troupe di Missioni Don Bosco ha realizzato “Shégués - Vagabondi”, un documentario che illustra il cammino di riscatto di alcuni ospiti del complesso Opera Mamma Margherita.

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«Disperate. Alcuni di loro sono giovanissimi, a volte non hanno neppure sei anni, e sono costretti a badare a se stessi affrontando viaggi carichi d’insidie e di difficoltà. A volte, addirittura, rischiano la vita o si feriscono gravemente a causa d’incidenti in treno: c’è chi perde una mano, chi cammina con difficoltà a causa di ferite trascurate... E, quando approdano a Lubumbashi, li aspetta un destino di fame, violenza e prevaricazione. Talvolta si stordiscono annusando colla o consumando droga per darsi coraggio, dimenticare le difficoltà e sopportare meglio il gelo della notte in città, dove unico riparo sono le bancarelle del mercato, i cartoni e, quando va bene, un fuoco improvvisato».

Inquadra questo qr-code per vedere il documentario Shégués - I figli della strada di Lubumbashi oppure cercalo qui: www.missionidonbosco.org/video

Carlo Tagliani redazione.rivista@ausiliatrice.net

Chiunque desideri approfondire o sostenere l’attività di Missioni Don Bosco Onlus nella Repubblica Democratica del Congo può mettersi in contatto con l’Ufficio progetti

Anche tu puoi fare qualcosa!

Missioni don Bosco Valdocco Onlus

via Maria Ausiliatrice 32, 10152 Torino tel. 011 39 90 116 e-mail: progetti@missionidonbosco.org www.missionidonbosco.org maggio-giugno 2017

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Le lettere di Santa Giovanna di Chantal Per la prima volta in Italia l’epistolario di una grande santa, discepola di San Francesco di Sales. diversi figli. Rimasta vedova, a seguito dell’incontro con Francesco di Sales, consacrò la sua vita a Dio, e fondò l’Ordine delle Visitandine e numerosi monasteri, dedicandosi all’assistenza dei malati. Alla sua morte se ne contavano ben ottantasette. Un nuovo libro

La vita di Giovanna Francesca Frémiot di Chantal è legata indissolubilmente alla figura di san Francesco di Sales (santo patrono dei giornalisti), suo direttore e guida spirituale, e di cui fu seguace e anche ispiratrice e collaboratrice. Nata a Digione nel 1572, Giovanna sposò a vent’anni il barone Cristoforo di Chantal, da cui ebbe 38

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Il nuovo volume, Santa Giovanna di Chantal mamma e madre. La vita e il cammino spirituale nelle lettere ai familiari, agli amici e alle suore (Editrice Elledici - Pagine 216), ne racconta brevemente la vita, evidenziando il cammino spirituale sotto la guida di Francesco di Sales. Quindi presenta le lettere da lei scritte ai figli, ai familiari, agli amici, passando poi alle lettere scritte in quanto Madre di una comunità e punto di riferimento dell’Ordine della Visitazione, fino al 1622, anno della morte di Francesco. Giovanna di Chantal morì nel 1641 e fu proclamata santa nel 1767. L’autore di questo originale e interessante libro è don Gianni Ghiglione, sacerdote salesiano che da sempre si è occupato di pastorale giovanile, lavorando tra i giovani e in particolare nel mondo universitario. Nel 2005 - 2006 ha soggiornato per parecchi mesi nella città di Annecy, visitando i luoghi di Francesco di Sales e di Giovanna di Chantal e studiandone le opere. Dopo la pubblicazione di due volumi sulle Lettere del Vescovo di Ginevra che hanno


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riscosso un buon successo, ora presenta, dopo anni di lavoro, la corrispondenza della Santa che traduce al femminile la stessa “spiritualità salesiana”. Una donna affascinante

Poco conosciuta al pubblico italiano, santa Giovanna di Chantal appare ancora oggi un gigante di santità. Non ha composto trattati ascetici o libri di teologia, ma soltanto lettere. Secondo gli esperti ne ha scritte circa trentamila, di cui tremila sono giunte fino a noi. In questo volume l’autore parte di questo vasto epistolario, presentato per la prima volta in Italia, e ci permette di scoprire una donna affascinante. In qualità di fondatrice e madre di un ordine religioso scrisse numerose lettere alle sue Figlie, alle superiori dei monasteri che si andavano diffondendo in Savoia, in Francia, in Piemonte (alla sua morte saranno ottantasette!). Ma ciò che lei consiglia, suggerisce e manifesta supera le mura del monastero e raggiunge la nostra vita quotidiana, spesso agitata e frenetica, per offrirci una boccata di ossigeno, di pace, di pausa. Nelle sue lettere si respira una grande umanità che si traduce in capacità di comprendere, libertà di amare, generosità nel perdonare, forza nell’incoraggiare e nel sostenere, gioia nel condividere. Ed è questa umanità che la conserva mamma dei suoi figli e, al tempo stesso, la trasforma a poco a poco in Madre delle sue Figlie. A distanza di quattro secoli, queste lettere conservano tutta la loro

freschezza, semplicità e luminosità e sono una miniera preziosa per quanti oggi intendono seguire e percorrere il cammino verso la santità “salesiana”. Il pregio del lavoro di don Ghiglione è proprio quello di far parlare Giovanna; basta infatti constatare i corsivi da lui riportati in ogni pagina: sono citazioni testuali di quanto da lei scritto ai vari destinatari. L’autore sta lavorando a un secondo volume sulle lettere della Santa, che la Elledici pubblicherà dopo il successo incontrato da questo primo libro. Continuerà la presentazione di una donna che ha saputo essere mamma e madre al tempo stesso e che non ha rinunciato né all’una né all’altra dimensione; anzi il suo essere mamma ha dato forza e luminosità in pazienza, tenerezza al suo essere madre.

Santa Giovanna di Chantal mamma e madre. Gianni Ghiglione Elledici, 2016 p. 216

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Pratica il Sistema Preventivo in famiglia: Religione che diventa “Presenza di Dio”  In sintonia con la Strenna del Rettor Maggiore per il 2017 SIAMO FAMIGLIA! Ogni casa, scuola di Vita e di Amore, riprendiamo in quest’anno alcuni passaggi del suo intervento tenuto al Colle don Bosco nel 2015 in occasione del VII Congresso Internazionale di Maria Ausiliatrice. Preghiera

Il vento dello Spirito che soffia dalla casa di Maria, fa delle case e delle comunità un cenacolo, dove la pratica della preghiera è il vero collante che solidifica e risana le relazioni familiari. La preghiera è forma fondamentale di comunicazione, espressione della dimensione religiosa della nostra fede, fatta di amore di Dio e del prossimo. La preghiera fatta insieme, la lettura della Sacra Scrittura, la recita in famiglia del Rosario sono alcune forme che esprimono la famiglia come Chiesa domestica. La preghiera richiede due elementi essenziali: l’assiduità e la concordia. L’assiduità significa non perdere mai l’occasione di rivolgersi a Dio per chiedere ispirazione al proprio agire, per riconoscere le proprie colpe e per avere la giusta contrizione e il coraggio per chiedere scusa. La concordia significa avere il proprio cuore aperto alla volontà di Dio, per vivere quell’unità familiare anche nella diversità delle intenzioni, e lasciar decidere a Dio quale via seguire tra le possibili che si presentano. Assiduità e concordia sono allo stes40

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so tempo prerequisiti e frutti della preghiera. Amore ed Eucaristia

La presenza di Dio viene anche sperimentata nella pratica dell’amore reciproco e nel dialogo tra marito e moglie, tra genitori e figli, tra


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fratelli e sorelle, tra nonni e nipoti, tra parenti e amici. In particolare fin dalla prima evangelizzazione la trasmissione della fede, nel susseguirsi delle generazioni e l’educazione alla vita buona e bella del vangelo, hanno trovato nella famiglia un luogo naturale, dove comunicare le prime verità, educare alla preghiera, al dialogo, all’amore, all’accettazione, al rispetto degli altri. Non si può pensare una nuova evangelizzazione senza sentire una precisa responsabilità verso l’annuncio del Vangelo alle famiglie e senza dare loro sostegno nel compito educativo. Il vertice e la fonte di questo cammino di comunione è la celebrazione Eucaristia dove le famiglie si ritrovano intorno all’altare nella grande famiglia di Dio che è la Chiesa, tenendo fisso lo sguardo su Gesù Cristo, figlio di Maria e di Giuseppe, pregandolo e adorandolo come Signore del tempo e della storia. Far sì che il suo sguardo incontri lo sguar-

do delle nostre famiglie, si posi sui nostri volti, a volte solcati dalle lacrime, segnati dalla sofferenza e dalla tristezza, sfregiati dalla violenza e dall’abbandono. In questo modo la preghiera, il fuoco e il vento rinnovano la famiglia cristiana spingendola ad uscire dalle proprie mura domestiche per comunicare al mondo intero la gioia di vivere insieme malgrado le differenze, le incomprensioni e i limiti di ogni persona umana. Pierluigi Cameroni pcameroni@sdb.org

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ADMA Famiglie: impegnati perché le famiglie possano diventare scuola di vita e di amore

Ci presentiamo: siamo Tullio e Simonetta, facciamo parte dell’Associazione di Maria Ausiliatrice (ADMA) e viviamo a Torino. Da circa 24 anni percorriamo un cammino con altre famiglie e possiamo veramente ringraziare il Signore, Maria e don Bosco perché ci hanno guidati e tuttora ci guidano in una esperienza che cerca proprio di insegnare alle famiglie a diventare scuola di vita e di amore. Ci commuove intuire come don Bosco, quando nel lontano 1869 ha sentito da Maria la chiamata a fondare l’Associazione di Maria Ausiliatrice per la difesa della fede del popolo, abbia pensato a tante persone e tra queste anche alla nostra famiglia, come a tante altre. Il sogno di un cammino che accoglie ASSOCIAZIONE DI MARIA AUSILIATRICE

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In verità il primo desiderio che

sentivamo era quello di non isolarci: con il matrimonio gli impegni familiari si moltiplicano e la tentazione è quella di farsene assorbire e di isolarsi dagli altri. Sentivamo invece di essere chiamati a vivere la promessa sentita nel percorso giovanile quando Gesù dice: «Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza». Intuivamo che questa promessa di gioia era quasi un diritto, e in fin dei conti il senso della nostra chiamata a vivere come Sposi. Provando a identificare i tratti essenziali del sogno che intuivamo, potremmo dire che desideravamo innanzitutto un ambiente accogliente (casa che accoglie, come diciamo noi salesiani) e un cammino dove ognuno si sentisse accolto, a partire da dove è. Un cammino dove camminare tutti insieme accompagnandosi a vicenda: oggi io sostengo te, domani sarai tu. Inoltre sognavamo un cammino così bello da attirare e semplice: insomma in una parola un cammino a misura di famiglia. I tratti del cammino

Vivere affidati, perché due colonne ci sostengono: l’Eucarestia e Maria. Tutta la nostra vita di sposi si svolge nel quotidiano: per questo sentiamo importante imparare a mettere al centro la preghiera per conservare la presenza di Gesù e Maria nelle diverse situazioni. Abbiamo imparato ad affidare cioè a consegnare lette-


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ralmente a Maria e Gesù tante piccole e grandi incombenze e situazioni dove non arriviamo per stanchezza o perché sono più grandi di noi. Formarsi per imparare a essere sposi e genitori. La vita ci mette continuamente in discussione, per questo sentiamo forte la necessità di curare la formazione per essere sposi e genitori cristiani. Così come i bambini quando nascono non sanno camminare o parlare, anche gli sposi devono apprendere cosa vuol dire vivere il matrimonio ed essere genitori. E per imparare occorre conoscere, condividere esperienze, non isolarsi e non perdere la speranza. Una famiglia di famiglie. Forse quello che più ci piace del nostro cammino è che coinvolge tutta la famiglia, nessuno escluso: dal ritiro mensile alla settimana di esercizi spirituali durante l’estate tutto è a misura di famiglia. Vedere famiglie che vivono le difficoltà nell’affidamento e nell’aiuto reciproco; figli che

creano legami profondi tra di loro e che imparano a pregare e affidare vedendolo fare dai loro genitori e dagli amici dei loro genitori; reti famigliari che aiutano ad affrontare problemi di coppia, educativi, economici; confronto con sacerdoti e consacrati che crea un arricchimento e una crescita reciproca. Insieme a sacerdoti e suore: complementarietà. Una delle cose più belle che vogliamo condividere è la bellezza della presenza di sacerdoti e suore. Abbiamo sperimentato quale sia la ricchezza del condividere progetti e dello stare insieme scoprendo e condividendo le specificità di ogni vocazione, del pregare insieme, dell’avere nei consacrati dei punti di riferimento per i nostri figli. Questa collaborazione non solo è proficua per noi famiglie e per sacerdoti e consacrate, ma rappresenta un vero dono per la meraviglia di scoprirsi tutti in cammino con le proprie ricchezze. Tullio e Simonetta redazione.rivista@ausiliatrice.net

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‘L bicerin tra sacro e profano

ANNA MARIA MUSSO FRENI redazione.rivista@ausiliatrice.net

• Una tavoletta di cioccolato fondente • Acqua q.b. • Caffè • Panna liquida, da montare. Sciogliere, a fuoco basso, la cioccolata con l’acqua, ottenendo un liquido un po’ denso. Preparare un buon caffè. Versare in un capace bicchiere (uno a persona) una tazzina di caffè, una di cioccolata calda, due abbondanti cucchiai di panna liquida. Cin cin!

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Che cosa potevano avere in comune don Bosco, san Leonardo Murialdo, Camillo Cavour, Aexandre Dumas, Ernest Hemingway, Giacomo Puccini? I due grandi santi sociali condividevano l’impulso missionario, l’attenzione agli ultimi, la passione educativa per la gioventù più povera e sola, per la quale hanno operato nella Torino risorgimentale. Il Murialdo fu uno dei più convinti collaboratori di don Bosco, direttore di uno dei primi Oratori salesiani torinesi, il San Luigi. Era consueto l’incontro fra i due santi in via Dora Grossa (via Garibaldi), come il saluto di don Bosco all’amico fraterno: «Cerea, teologo, am paga ‘n bicerin?» (Buon giorno, teologo, mi offre un bicerin)? La traduzione, bicchierino, più che al contenitore, si riferisce al contenuto, squisita bevanda fatta da un mix di caffè, cioccolata e panna, la cui ricetta si tramanda gelosamente di padre in figlio. I gestori del caffè di Piazza della Consolata, che porta il nome della bevanda, non ne rivelano il segreto, lasciando che altre

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caffetterie più spaziose ed eleganti si sforzino di imitarla. Ne possiamo sperimentare una versione domestica, miscelando con equilibrio gli ingredienti. Ecco la golosa passione che nell’Ottocento accomunava santi, politici, artisti, VIP e gente comune. Il caffè Al Bicerin è rimasto immutato nel tempo: del Risorgimento ha conservato arredi, suppellettili e rivestimento in legno. Ha conservato soprattutto la prospettiva sul santuario della Consolata, e per questo è caro ai torinesi. Nel piccolo locale, sui tavolini di marmo, si può ristorare il corpo con la calda bevanda e rinfrancare lo spirito, osservando, attraverso i vetri, «con sò cit an bras, la Madonina bianca, ‘n sla colòna, guardand an giù, la gent ca fa ‘d fracas, a l’à ‘n soris da mama e da Madòna» («col suo bimbo in braccio, la Madonnina bianca, sulla colonna, guardando in giù, la gente che fa chiasso, ha un sorriso da mamma e da Madonna». Nino Costa, La Consolà). Anna Maria Musso Freni redazione.rivista@ausiliatrice.net


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Ricordiamo che la prima santa Messa quotidiana celebrata nella Basilica di Maria Ausiliatrice

è officiata per tutti i benefattori dell’opera salesiana. La redazione

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