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Poste Italiane S.p.A. – Spedizione in abbonamento postale – D.L. 353/2003 (conv. in Legge 27-02-2004 n. 46) art. 1, comma 2 e 3 – CB-NO/TORINO

Nº 1 – 2013 ANNO XXXIV BIMESTRALE

gennaio-febbraio

Padre maestro e amico

pag. 38 “Ma perché non a me?” Luigi Accattoli ricorda Lina Sorrenti Biora

pag. 42 D  io chiama per nome Ho incontrato un prete (giovane) all'Università

pag. 44 A  Lourdes accade ancor a

Il settimo miracolo a pellegrini italiani


Sommario 6

12

il saluto del rettore 1  “abbiate fede nell’ausiliatrice

18 santa maria di castro murato

e vedrete cosa sono i miracoli”

II brichetto-morozzo

a tutto campo 4 offrire ai giovani il vangelo della gioia

la parola qui e ora 20 in te mi sono compiaciuto

leggiamo i vangeli 6 Cristo parola Luce e Vita

sfide educative 22 la drammatica avventura di amanda todd

in cammino con maria 8 Maria la porta fidei amici di dio 10 dio ti chiede amore giovani in cammino 12 ecco ora il momento favorevole

40

chiesa viva 24 quando non sai più a che santo votarti 26 papa benedetto: «il no cristiano» alla violenza

28 dimmi come preghi 33 padre? nostro?

mamme sulle orme di maria 14 catalina del soprabitino rosso

segni e valori 29 a scuola di fumetto con elena pianta

l’avvocato risponde 34 energia elettrica:

attenti alle offerte commerciali ingannevoli

esperienze 36 Etica e fede, binomio indissolubile!

38 “ma perché non a me?” 40 i “non luoghi” del benessere 42 dio ha un nome e chiama per nome 44 a lourdes accade ancora

don bosco oggi 46 guardare ai poveri per vedere Dio

maria nei secoli 16 maria nell’insegnamento

48 viviamo con MAria

l’Anno della fede

del curato d’ars

14

poster

50 intervista a don bosco. si comincia

52 don giuseppe quadrio e la “sua” facoltà di teologia

54 Tutto è più semplice

con una madre accanto

56 un sorprendente

san francesco di sales

58 il pane del pellegrino

attraverso i sacri monti

lettere a suor manu 59 e l’amorevolezza? POSTER  don bosco un albero rigoglioso

I numeri precedenti... 46a Giornata Mondiale della Pace 01 gennaio 2013 Foto

“Beati gli operatori di pace”

FOTOLIA: Patrick Scheffer (22); OlgaLIS (33); Pavel Losevsky (60) SHUTTERSTOCK: Tomasz Trojanowski (23); FLICKR: peo pea (15); Michele Scala (26); Gio la Gamb (57); DEPOSIPHOTOS: Kuzmafoto (6); stas (7); Enrico Giuseppe Agostoni (7); Tyler Olson (7); gvictoria (12); Kirill Kedrinskiy (13); costasz (14); Melpomene (14); Elnur (20); Alice Day (21); Иван Кмить (24); Alice Day (24); Eduard Stelmakh (25); Sybille Yates (27); Catalin Petolea (28); Зоя Фёдорова (31); Alex Staroseltsev (34-35); Denis Pepin (36); eugenesergeev (38); WWW.SHOCK.CO.BA (40); Laurentiu Iordache (41); Viorel Sima (42); elenathewise (43); Irina Silvestrova (58); SYNC-STUDIO: Paolo Siccardi (36).

50

Intervista a Don Bosco E se Don Bosco oggi concedesse alla nostra (e sua) Rivista un’intervista esclusiva?

28


Sommario 6

12

il saluto del rettore 1  “abbiate fede nell’ausiliatrice

18 santa maria di castro murato

e vedrete cosa sono i miracoli”

II brichetto-morozzo

a tutto campo 4 offrire ai giovani il vangelo della gioia

la parola qui e ora 20 in te mi sono compiaciuto

leggiamo i vangeli 6 Cristo parola Luce e Vita

sfide educative 22 la drammatica avventura di amanda todd

in cammino con maria 8 Maria la porta fidei amici di dio 10 dio ti chiede amore giovani in cammino 12 ecco ora il momento favorevole

40

chiesa viva 24 quando non sai più a che santo votarti 26 papa benedetto: «il no cristiano» alla violenza

28 dimmi come preghi 33 padre? nostro?

mamme sulle orme di maria 14 catalina del soprabitino rosso

segni e valori 29 a scuola di fumetto con elena pianta

l’avvocato risponde 34 energia elettrica:

attenti alle offerte commerciali ingannevoli

esperienze 36 Etica e fede, binomio indissolubile!

38 “ma perché non a me?” 40 i “non luoghi” del benessere 42 dio ha un nome e chiama per nome 44 a lourdes accade ancora

don bosco oggi 46 guardare ai poveri per vedere Dio

maria nei secoli 16 maria nell’insegnamento

48 viviamo con MAria

l’Anno della fede

del curato d’ars

14

poster

50 intervista a don bosco. si comincia

52 don giuseppe quadrio e la “sua” facoltà di teologia

54 Tutto è più semplice

con una madre accanto

56 un sorprendente

san francesco di sales

58 il pane del pellegrino

attraverso i sacri monti

lettere a suor manu 59 e l’amorevolezza? POSTER  don bosco un albero rigoglioso

I numeri precedenti... 46a Giornata Mondiale della Pace 01 gennaio 2013 Foto

“Beati gli operatori di pace”

FOTOLIA: Patrick Scheffer (22); OlgaLIS (33); Pavel Losevsky (60) SHUTTERSTOCK: Tomasz Trojanowski (23); FLICKR: peo pea (15); Michele Scala (26); Gio la Gamb (57); DEPOSIPHOTOS: Kuzmafoto (6); stas (7); Enrico Giuseppe Agostoni (7); Tyler Olson (7); gvictoria (12); Kirill Kedrinskiy (13); costasz (14); Melpomene (14); Elnur (20); Alice Day (21); Иван Кмить (24); Alice Day (24); Eduard Stelmakh (25); Sybille Yates (27); Catalin Petolea (28); Зоя Фёдорова (31); Alex Staroseltsev (34-35); Denis Pepin (36); eugenesergeev (38); WWW.SHOCK.CO.BA (40); Laurentiu Iordache (41); Viorel Sima (42); elenathewise (43); Irina Silvestrova (58); SYNC-STUDIO: Paolo Siccardi (36).

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Intervista a Don Bosco E se Don Bosco oggi concedesse alla nostra (e sua) Rivista un’intervista esclusiva?

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GENNAIO-FEBBRAIO 2013

leggiamo i vangeli

In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. A quanti però l'hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio.

Cristo è la «Parola» fattasi uomo

Cristo Parola  Luce e Vita Fin dalla prima pagina il vangelo di Giovanni deve essere letto con l’aiuto dello Spirito Santo. Solo in questo modo noi suoi lettori potremo entrare nel vivo di un messaggio che ci è dato come testimonianza di fede per la nostra salvezza. Come un’onda

l’una all’altra per condurci alla contemplazione del mistero di Dio fattosi uomo per noi.

Un inno dedicato a Cristo, «Parola» del Padre che si fa uomo, apre il racconto. Pagina rara e preziosa che funge da prefazione a tutta l’opera e ne anticipa i temi caratteristici: la vita, lo scontro tra la luce e le tenebre, la testimonianza, la gloria, la fede. Tutti conosciamo bene il moto di un’onda marina: si muove e dopo aver raggiunto il culmine si rovescia su se stessa per poi lambire la riva. Ebbene ad un’onda può essere paragonato il modo di scrivere di Giovanni: il tema della «Parola» che in Cristo si fa uomo ci viene infatti proposto in tre movimenti successivi che approfondiscono sempre di più la nostra conoscenza di Gesù. Per ben leggere questo inno suddividiamolo dunque secondo questo triplice movimento. Comprendiamo allora che dapprima l’Autore canta di Cristo come della «Parola» che diventa la luce del mondo (vv. 1-5), poi viene a dirci che la «Parola», che è luce e vita, diventa uomo (vv. 6-14), infine contempla ciò che costui ha da offrire a coloro che credono in lui (vv. 15-18). Nel Prologo tre strofe si susseguono così

Cristo è la «Parola» del Padre Giovanni subito ci porta in alto, presso Dio, per dirci che Cristo-«Parola» era là prima che ogni cosa fosse creata e che niente nella creazione è stato fatto senza di Lui. Gesù è Dio! L’Evangelista ci aiuta poi a capire quanto ciò sia di rilevante per noi, dato che la vita e la luce che Cristo-«Parola» è, non le tiene per sé, ma le dona, rendendoci vivi, colmandoci di luce divina. Gesù nel corso della sua vita ha mostrato di non voler trattenere nulla di sé, ma di volersi dare come «pane di vita» (6,35); di risplendere come luce del mondo (8,12); di essere vita eterna (11,25); di essere via, verità e vita (14,6). E tutto ciò con l’unico scopo di farci vivere per sempre! Un senso di profonda gratitudine deve scaturire in noi: Cristo è la «Parola» che il Padre ha da dire a tutta l’umanità. Grazie a Cristo siamo stati inseriti in un meraviglioso progetto il cui unico obiettivo è la nostra salvezza.

6

purissimo ci sia spazio per il silenzio e la contemplazione, ad imitazione di quanto Giovanni e la propria comunità fecero.

La luce e la vita vera che Cristo-«Parola del Padre» è, presuppone che noi lo cerchiamo e lo riconosciamo come colui che solo ci offre la possibilità di capire chi siamo. Davanti a questa preziosa opportunità ci si aspetterebbe un’accoglienza illimitata: sappiamo però che certuni rifiutano Cristo e che noi stessi a volte stentiamo a fargli spazio. Eppure è solo l’accoglienza di lui che ci fa diventare figli di Dio (v. 12)! La nostra figliolanza è un fatto reale, un dono già dato che invoca però la nostra risposta di collaborazione come forma di disponibilità e di docilità all’azione dello Spirito. Solo chi accoglie Cristo-«Parola» e crede diventa realmente ciò che è già, figlio di Dio. Di fronte ad una tale responsabilità dobbiamo chiederci che cosa fare per difendere e maturare la nostra dignità di figli di Dio. Si tratta di un dono grande perché grande è colui che ce lo offre, Cristo-«Parola»: lui la luce, la vita che era da sempre presso Dio, che è Dio, per non meno di questo si è fatto uomo, assumendo la fragilità e l’impotenza tipica di ogni creatura. Non vi è altro annuncio cui credere per essere salvati: «Ogni spirito che riconosce Cristo venuto nella carne, è da Dio; e ogni spirito che non riconosce Gesù, non è da Dio» (cfr. 1Gv 4,23). Gesù è Dio con noi: egli ha scelto di percorrere la strada della debolezza assumendo tutto di noi, fuorché il peccato! Di fronte a tale atto di amore

Cristo unica via al Padre A conclusione dell’inno Giovanni ci invita a riflettere sul fatto che prima della venuta di Cristo eravamo in una situazione senza via di uscita: eravamo impossibilitati a conoscere veramente Dio. Ora però non è più così! Tra i doni recatici dal Figlio Unigenito ve n’è infatti ancora uno: egli è venuto a raccontarci Dio, a mostrarcelo. Chi altri potrebbe fare ciò? Nessuno. Solo lui può dirci ciò che ha visto e udito presso il Padre perché solo lui viene dal Padre, è sempre nel Padre, lui stesso è Dio: «Io ed il Padre siamo una cosa sola» (10,30). All’opera della rivelazione di Dio Gesù dedica tutto il tempo della sua vita in mezzo a noi. Egli ci dice tutto quello che ha udito dal Padre: questo crea un’intimità tanto profonda tra noi e lui da essere considerati suoi «amici» (15,15). Cristo Signore è via che conduce al Padre. Guardiamoci da tutti coloro che ci predicano vie più allettanti e facili: Cristo-«Parola» fattasi uomo è l’unica via. Certo egli è via stretta, porta stretta, cammino spesso in salita, ma la gioia dell’incontro che ci aspetta ci basta ad intraprendere questo cammino. Marco Rossetti rossetti.rivista@ausiliatrice.net

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GENNAIO-FEBBRAIO 2013

leggiamo i vangeli

In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. A quanti però l'hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio.

Cristo è la «Parola» fattasi uomo

Cristo Parola  Luce e Vita Fin dalla prima pagina il vangelo di Giovanni deve essere letto con l’aiuto dello Spirito Santo. Solo in questo modo noi suoi lettori potremo entrare nel vivo di un messaggio che ci è dato come testimonianza di fede per la nostra salvezza. Come un’onda

l’una all’altra per condurci alla contemplazione del mistero di Dio fattosi uomo per noi.

Un inno dedicato a Cristo, «Parola» del Padre che si fa uomo, apre il racconto. Pagina rara e preziosa che funge da prefazione a tutta l’opera e ne anticipa i temi caratteristici: la vita, lo scontro tra la luce e le tenebre, la testimonianza, la gloria, la fede. Tutti conosciamo bene il moto di un’onda marina: si muove e dopo aver raggiunto il culmine si rovescia su se stessa per poi lambire la riva. Ebbene ad un’onda può essere paragonato il modo di scrivere di Giovanni: il tema della «Parola» che in Cristo si fa uomo ci viene infatti proposto in tre movimenti successivi che approfondiscono sempre di più la nostra conoscenza di Gesù. Per ben leggere questo inno suddividiamolo dunque secondo questo triplice movimento. Comprendiamo allora che dapprima l’Autore canta di Cristo come della «Parola» che diventa la luce del mondo (vv. 1-5), poi viene a dirci che la «Parola», che è luce e vita, diventa uomo (vv. 6-14), infine contempla ciò che costui ha da offrire a coloro che credono in lui (vv. 15-18). Nel Prologo tre strofe si susseguono così

Cristo è la «Parola» del Padre Giovanni subito ci porta in alto, presso Dio, per dirci che Cristo-«Parola» era là prima che ogni cosa fosse creata e che niente nella creazione è stato fatto senza di Lui. Gesù è Dio! L’Evangelista ci aiuta poi a capire quanto ciò sia di rilevante per noi, dato che la vita e la luce che Cristo-«Parola» è, non le tiene per sé, ma le dona, rendendoci vivi, colmandoci di luce divina. Gesù nel corso della sua vita ha mostrato di non voler trattenere nulla di sé, ma di volersi dare come «pane di vita» (6,35); di risplendere come luce del mondo (8,12); di essere vita eterna (11,25); di essere via, verità e vita (14,6). E tutto ciò con l’unico scopo di farci vivere per sempre! Un senso di profonda gratitudine deve scaturire in noi: Cristo è la «Parola» che il Padre ha da dire a tutta l’umanità. Grazie a Cristo siamo stati inseriti in un meraviglioso progetto il cui unico obiettivo è la nostra salvezza.

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purissimo ci sia spazio per il silenzio e la contemplazione, ad imitazione di quanto Giovanni e la propria comunità fecero.

La luce e la vita vera che Cristo-«Parola del Padre» è, presuppone che noi lo cerchiamo e lo riconosciamo come colui che solo ci offre la possibilità di capire chi siamo. Davanti a questa preziosa opportunità ci si aspetterebbe un’accoglienza illimitata: sappiamo però che certuni rifiutano Cristo e che noi stessi a volte stentiamo a fargli spazio. Eppure è solo l’accoglienza di lui che ci fa diventare figli di Dio (v. 12)! La nostra figliolanza è un fatto reale, un dono già dato che invoca però la nostra risposta di collaborazione come forma di disponibilità e di docilità all’azione dello Spirito. Solo chi accoglie Cristo-«Parola» e crede diventa realmente ciò che è già, figlio di Dio. Di fronte ad una tale responsabilità dobbiamo chiederci che cosa fare per difendere e maturare la nostra dignità di figli di Dio. Si tratta di un dono grande perché grande è colui che ce lo offre, Cristo-«Parola»: lui la luce, la vita che era da sempre presso Dio, che è Dio, per non meno di questo si è fatto uomo, assumendo la fragilità e l’impotenza tipica di ogni creatura. Non vi è altro annuncio cui credere per essere salvati: «Ogni spirito che riconosce Cristo venuto nella carne, è da Dio; e ogni spirito che non riconosce Gesù, non è da Dio» (cfr. 1Gv 4,23). Gesù è Dio con noi: egli ha scelto di percorrere la strada della debolezza assumendo tutto di noi, fuorché il peccato! Di fronte a tale atto di amore

Cristo unica via al Padre A conclusione dell’inno Giovanni ci invita a riflettere sul fatto che prima della venuta di Cristo eravamo in una situazione senza via di uscita: eravamo impossibilitati a conoscere veramente Dio. Ora però non è più così! Tra i doni recatici dal Figlio Unigenito ve n’è infatti ancora uno: egli è venuto a raccontarci Dio, a mostrarcelo. Chi altri potrebbe fare ciò? Nessuno. Solo lui può dirci ciò che ha visto e udito presso il Padre perché solo lui viene dal Padre, è sempre nel Padre, lui stesso è Dio: «Io ed il Padre siamo una cosa sola» (10,30). All’opera della rivelazione di Dio Gesù dedica tutto il tempo della sua vita in mezzo a noi. Egli ci dice tutto quello che ha udito dal Padre: questo crea un’intimità tanto profonda tra noi e lui da essere considerati suoi «amici» (15,15). Cristo Signore è via che conduce al Padre. Guardiamoci da tutti coloro che ci predicano vie più allettanti e facili: Cristo-«Parola» fattasi uomo è l’unica via. Certo egli è via stretta, porta stretta, cammino spesso in salita, ma la gioia dell’incontro che ci aspetta ci basta ad intraprendere questo cammino. Marco Rossetti rossetti.rivista@ausiliatrice.net

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GENNAIO-FEBBRAIO 2013

Giovani in cammino

2013: «È ormai tempo di svegliarvi dal sonno!». L’anno della fede corre velocemente: un anno da riempire di Lui, un anno per riprendere in mano il Concilio, un anno per realizzare una svolta nella nostra vita: come lo stiamo vivendo?

non puoi più sprecarlo e devi decidere “subito” di viverlo in pienezza, di renderlo favorevole per le scelte che contano, in sintonia con l’invito a seguirlo per diventare pescatore di uomini e riempire il mondo intorno a te di sapori nuovi che sanno di eterno.

Convertirsi: svegliarsi dal sonno

Ecco ora il  momento favorevole «Tutto ha il suo momento, e ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo. Un tempo per piangere e un tempo per ridere, un tempo per fare lutto e un tempo per danzare... Un tempo per cercare e un tempo per perdere, un tempo per conservare e un tempo per buttar via... Un tempo per tacere e un tempo per parlare. Un tempo per amare e un tempo per odiare, un tempo per la guerra e un tempo per la pace» (Qo 3,1.4.6-8).

C’è un tempo per darsi a Dio? «Datevi per tempo a Dio», diceva Don Bosco ai suoi giovani. Occor-

re un forte discernimento. «Mentre camminavano per la strada, un tale gli disse: “Ti seguirò dovunque tu vada”. E Gesù gli rispose: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”. A un altro disse: “Seguimi”. E costui rispose: “Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre”. Gli replicò: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio”. Un altro disse: “Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia”. Ma Gesù gli rispose: “Nessuno che mette mano all’aratro e poi

C’è un tempo cronologico (crònos) da riempire di intenso contenuto (cairòs). Per questo, ogni anno e un cammino nuovo e ogni anno è “un tempo per”.

12

si volge indietro è adatto per il regno di Dio”» (Lc 9,57-62). Ogni anno è un cammino nuovo e ogni anno è «un tempo per», ogni anno una rilettura della Parola ma con le varianti di avere un anno in più e tante esperienze vissute. Ora, in questa stagione della tua vita, il tuo sì a Dio è fresco come la prima volta, ma nuovo di zecca, maturo dei tuoi anni per amarlo con la voglia di vivere in pienezza ogni minuto utile?

Convertirsi: lasciare le reti subito «Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo”. Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Si-

mone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: “Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini”. E subito lasciarono le reti e lo seguirono» (Mc 1,14-18). «Poiché siamo suoi collaboratori, vi esortiamo a non accogliere invano la grazia di Dio. Egli dice infatti: Al momento favorevole ti ho esaudito e nel giorno della salvezza ti ho soccorso. Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!» (2Cor 6,1-2). C’è un tempo cronologico (crònos) da riempire di intenso contenuto (cairòs). Cioè, passare un’ora con la propria ragazza e un’ora ad ascoltare una lezione noiosa, cronologicamente è sempre un’ora, ma quanto a contenuto vuoi mettere?! Con Gesù il tempo cronologico acquista spessore e si riempie di sostanza e

«È questo voi farete, consapevoli del momento: è ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché la nostra salvezza è più vicina ora di quando diventammo credenti... Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno... Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo e non seguite la carne nei suoi desideri» (Rm 13,11.13-14). «E infatti quando eravamo presso di voi, vi demmo questa regola: chi non vuol lavorare neppure mangi. Sentiamo infatti che alcuni fra di voi vivono disordinatamente, senza far nulla e in continua agitazione». (2Ts 3,10-11) «Comportarsi onestamente...Vivere ordinatamente». Non è facile. È un cammino continuo. Occorre programmare la crescita della propria vita spirituale. Hai una guida spirituale con la quale confrontarti? Parti dalla Parola. Rileggi la pagina dei consigli di Paolo in Romani 12 e sentiti in compagnia con la sua fatica a compiere il bene che desidera, mentre è spinto a compiere il male che non vuole (Rm 7,18-19).

Convertirsi: «Vivere come se non» Il mercoledì delle ceneri viene posto sulla fronte un pizzico di cenere come a dire che se le nostre idee non sono come quelle di Cristo noi corriamo il rischio di essere cenere.

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Ma se ci convertiamo e crediamo al Vangelo allora è tutta un’altra storia e la nostra vita acquista una dimensione di eternità e tutto quello che facciamo non è cenere che vola via, ma è tutto «come se non», preoccupati di puntare all’essenziale, a ciò che non tramonta, eliminando tutta la zavorra che appesantisce l’andare privo di segnaletica efficiente. «Questo vi dico, fratelli: il tempo si è fatto breve; d’ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero; quelli che piangono, come se non piangessero; quelli che gioiscono, come se non gioissero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano i beni del mondo, come se non li usassero pienamente: passa infatti la figura di questo mondo!» (1Cor 7,29-31). Se noi siamo come pensiamo o ciò che pensiamo, i nostri pensieri (le intenzioni) possono essere i peggiori nemici della nostra vita religiosa. Giuliano Palizzi palizzi.rivista@ausiliatrice.net


GENNAIO-FEBBRAIO 2013

Giovani in cammino

2013: «È ormai tempo di svegliarvi dal sonno!». L’anno della fede corre velocemente: un anno da riempire di Lui, un anno per riprendere in mano il Concilio, un anno per realizzare una svolta nella nostra vita: come lo stiamo vivendo?

non puoi più sprecarlo e devi decidere “subito” di viverlo in pienezza, di renderlo favorevole per le scelte che contano, in sintonia con l’invito a seguirlo per diventare pescatore di uomini e riempire il mondo intorno a te di sapori nuovi che sanno di eterno.

Convertirsi: svegliarsi dal sonno

Ecco ora il  momento favorevole «Tutto ha il suo momento, e ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo. Un tempo per piangere e un tempo per ridere, un tempo per fare lutto e un tempo per danzare... Un tempo per cercare e un tempo per perdere, un tempo per conservare e un tempo per buttar via... Un tempo per tacere e un tempo per parlare. Un tempo per amare e un tempo per odiare, un tempo per la guerra e un tempo per la pace» (Qo 3,1.4.6-8).

C’è un tempo per darsi a Dio? «Datevi per tempo a Dio», diceva Don Bosco ai suoi giovani. Occor-

re un forte discernimento. «Mentre camminavano per la strada, un tale gli disse: “Ti seguirò dovunque tu vada”. E Gesù gli rispose: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”. A un altro disse: “Seguimi”. E costui rispose: “Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre”. Gli replicò: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio”. Un altro disse: “Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia”. Ma Gesù gli rispose: “Nessuno che mette mano all’aratro e poi

C’è un tempo cronologico (crònos) da riempire di intenso contenuto (cairòs). Per questo, ogni anno e un cammino nuovo e ogni anno è “un tempo per”.

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si volge indietro è adatto per il regno di Dio”» (Lc 9,57-62). Ogni anno è un cammino nuovo e ogni anno è «un tempo per», ogni anno una rilettura della Parola ma con le varianti di avere un anno in più e tante esperienze vissute. Ora, in questa stagione della tua vita, il tuo sì a Dio è fresco come la prima volta, ma nuovo di zecca, maturo dei tuoi anni per amarlo con la voglia di vivere in pienezza ogni minuto utile?

Convertirsi: lasciare le reti subito «Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo”. Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Si-

mone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: “Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini”. E subito lasciarono le reti e lo seguirono» (Mc 1,14-18). «Poiché siamo suoi collaboratori, vi esortiamo a non accogliere invano la grazia di Dio. Egli dice infatti: Al momento favorevole ti ho esaudito e nel giorno della salvezza ti ho soccorso. Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!» (2Cor 6,1-2). C’è un tempo cronologico (crònos) da riempire di intenso contenuto (cairòs). Cioè, passare un’ora con la propria ragazza e un’ora ad ascoltare una lezione noiosa, cronologicamente è sempre un’ora, ma quanto a contenuto vuoi mettere?! Con Gesù il tempo cronologico acquista spessore e si riempie di sostanza e

«È questo voi farete, consapevoli del momento: è ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché la nostra salvezza è più vicina ora di quando diventammo credenti... Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno... Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo e non seguite la carne nei suoi desideri» (Rm 13,11.13-14). «E infatti quando eravamo presso di voi, vi demmo questa regola: chi non vuol lavorare neppure mangi. Sentiamo infatti che alcuni fra di voi vivono disordinatamente, senza far nulla e in continua agitazione». (2Ts 3,10-11) «Comportarsi onestamente...Vivere ordinatamente». Non è facile. È un cammino continuo. Occorre programmare la crescita della propria vita spirituale. Hai una guida spirituale con la quale confrontarti? Parti dalla Parola. Rileggi la pagina dei consigli di Paolo in Romani 12 e sentiti in compagnia con la sua fatica a compiere il bene che desidera, mentre è spinto a compiere il male che non vuole (Rm 7,18-19).

Convertirsi: «Vivere come se non» Il mercoledì delle ceneri viene posto sulla fronte un pizzico di cenere come a dire che se le nostre idee non sono come quelle di Cristo noi corriamo il rischio di essere cenere.

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Ma se ci convertiamo e crediamo al Vangelo allora è tutta un’altra storia e la nostra vita acquista una dimensione di eternità e tutto quello che facciamo non è cenere che vola via, ma è tutto «come se non», preoccupati di puntare all’essenziale, a ciò che non tramonta, eliminando tutta la zavorra che appesantisce l’andare privo di segnaletica efficiente. «Questo vi dico, fratelli: il tempo si è fatto breve; d’ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero; quelli che piangono, come se non piangessero; quelli che gioiscono, come se non gioissero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano i beni del mondo, come se non li usassero pienamente: passa infatti la figura di questo mondo!» (1Cor 7,29-31). Se noi siamo come pensiamo o ciò che pensiamo, i nostri pensieri (le intenzioni) possono essere i peggiori nemici della nostra vita religiosa. Giuliano Palizzi palizzi.rivista@ausiliatrice.net


GENNAIO-FEBBRAIO 2013

sfide educative

LA STORIA DI UN'ADOLESCENTE Vancouver è una città costiera della provincia canadese della British Columbia, sull’Oceano Pacifico. La sua operosità assicura ai cittadini un diffuso benessere. Tra le scintillanti pieghe di una società opulenta si è consumata la breve esistenza di una quindicenne, balzata alla ribalta della cronaca in seguito al suo “scandaloso” suicidio. Tutto comincia quando Amanda ha 12 anni. Una volta era l’età della spensieratezza. Ora non più. La modernità ha accorciato i tempi dell’adolescenza. Così, per

lei, a quell’età, la vita sa già di noia, di solitudine, di mancanza di senso. Frequenta la chiesa, ma non vi trova motivazioni fondanti od esempi significativi. Tutto sa di routine, di freddo tradizionalismo. Nessuno riesce a spiegarle dove sia la verità, dove trovare la speranza, o come lenire l’inquietudine che non le dà tregua. Constatato che le istituzioni deputate all’educazione dei ragazzi (famiglia, scuola, chiesa...) sono poco significative e la deludono nelle aspettative più profonde, la ragazzina “sbarca” nel mondo di Facebook.

La drammatica avventura

di Amanda Todd

Il caso di Amanda è paradigmatico della fragilità e del cinismo spietato che caratterizzano il vivere di molti adolescenti moderni.

Il mondo dorato dei socialnetwork Presa dall’entusiasmo, dà amicizia a coloro che la richiedono. Tutti sono simpatici, amici e solidali. Pian piano l’anonimato della relazione virtuale l’affascina e la irretisce. Un amico, molto più grande di lei, la convince ad inviargli una sua foto che la ritrae a seno nudo. Lei, dodicenne, non sa opporsi alla viscida richiesta. Anzi, la riempie di un tacito orgoglio che il suo corpo ancora acerbo susciti l’interesse di un adulto. Dopo quasi un anno dall’invio della foto compromettente, Amanda si rende conto che l’atteggiamento dei compagni di classe e dei professori, nei suoi riguardi, cambia quasi all’improvviso. Così scopre che la storia della sua foto “osé” è diventata di dominio pubblico. Tutti l’hanno ricevuta sui propri computer. Ormai è lo zimbello della scuola. I compagni la irridono, i professori la fulminano con occhiatacce, i genitori la additano come poco di buono. Soltanto un coetaneo le confessa di essersi innamorato di lei. Sembra un’ancora di salvezza. Ma non è così. Il ragazzino “approfitta” di lei, le tende una trappola e la “sputtana” davanti a tutti. Perde definitivamente la faccia. Cade in una profonda depressione. È ricoverata in una clinica dove tenta il suicidio, fallito grazie al pronto intervento dei medici. La vita è salva, ma la disperazione le raggela il cuore. Non riesce a staccarsi da Facebook, così gli “amici” continuano a perseguitarla. Ormai è diventata una bella quindicenne, il mondo di internet le scatena contro un’ondata di crudeltà inqualificabile. Agli immancabili insulti si aggiungono perfidi consigli su quali strumenti usare per mettere fine, in modo certo e sicuro, all’esistenza. Amanda segue i suggerimenti. A quindici anni, dà l’addio definitivo alla sua esistenza. La notizia si propaga subito, in un’ondata di gelatinoso moralismo.

Facebook ti aiuta a connetterti e rimanere in contatto con le persone della tua vita

Un moralismo inutile ed ipocrita I mass media chiamano in causa la famiglia, la scuola, i compagni, i social network. La famiglia risulta essere assente, distratta e lontana. La scuola si arrocca in un’ipocrita autodifesa: la responsabilità di quanto accaduto è solo dell’ingenuità e della irresponsabilità di Amanda e non dei professori, professionali nell’insegnare. I compagni sono tutti bravi ragazzi, provenienti da ottime famiglie: un po’ esuberanti, ma fondamentalmente buoni e studiosi. Tutti ne escono giustificati. Nessuno si sente responsabile. Per fortuna, entra in gioco un gruppo di cattivi ragazzi, che di professione fanno gli hacker, famosi sotto lo pseudonimo di Anonymous. Questi bad boys, profondamente colpiti dalla drammatica storia di Amanda, con le loro competenze tecniche si mettono sulle tracce dell’ignoto individuo che ne aveva carpito la fiducia e poi l’ha data in pasto al famelico popolo del web. Riescono nell’intento e ne divulgano l’identità permettendo così alla polizia canadese di acciuffarlo e denunciarlo. Quali reazioni, questa triste storia, produce in noi chiamati da Don Bosco ad educare i giovani? Probabilmente tra di noi ci sono decine di adolescenti che corrono gli stessi rischi della giovane ragazza canadese. Attivare la politica dello struzzo dell’“occhio che non vede, cuore non duole” non è decisamente salesiano. Ma di concreto che cosa siamo disposti a fare? È un interrogativo al quale nessun appartenente alla grande Famiglia Salesiana può sottrarsi a cuor leggero. Ermete Tessore tessore.rivista@ausiliatrice.net

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GENNAIO-FEBBRAIO 2013

sfide educative

LA STORIA DI UN'ADOLESCENTE Vancouver è una città costiera della provincia canadese della British Columbia, sull’Oceano Pacifico. La sua operosità assicura ai cittadini un diffuso benessere. Tra le scintillanti pieghe di una società opulenta si è consumata la breve esistenza di una quindicenne, balzata alla ribalta della cronaca in seguito al suo “scandaloso” suicidio. Tutto comincia quando Amanda ha 12 anni. Una volta era l’età della spensieratezza. Ora non più. La modernità ha accorciato i tempi dell’adolescenza. Così, per

lei, a quell’età, la vita sa già di noia, di solitudine, di mancanza di senso. Frequenta la chiesa, ma non vi trova motivazioni fondanti od esempi significativi. Tutto sa di routine, di freddo tradizionalismo. Nessuno riesce a spiegarle dove sia la verità, dove trovare la speranza, o come lenire l’inquietudine che non le dà tregua. Constatato che le istituzioni deputate all’educazione dei ragazzi (famiglia, scuola, chiesa...) sono poco significative e la deludono nelle aspettative più profonde, la ragazzina “sbarca” nel mondo di Facebook.

La drammatica avventura

di Amanda Todd

Il caso di Amanda è paradigmatico della fragilità e del cinismo spietato che caratterizzano il vivere di molti adolescenti moderni.

Il mondo dorato dei socialnetwork Presa dall’entusiasmo, dà amicizia a coloro che la richiedono. Tutti sono simpatici, amici e solidali. Pian piano l’anonimato della relazione virtuale l’affascina e la irretisce. Un amico, molto più grande di lei, la convince ad inviargli una sua foto che la ritrae a seno nudo. Lei, dodicenne, non sa opporsi alla viscida richiesta. Anzi, la riempie di un tacito orgoglio che il suo corpo ancora acerbo susciti l’interesse di un adulto. Dopo quasi un anno dall’invio della foto compromettente, Amanda si rende conto che l’atteggiamento dei compagni di classe e dei professori, nei suoi riguardi, cambia quasi all’improvviso. Così scopre che la storia della sua foto “osé” è diventata di dominio pubblico. Tutti l’hanno ricevuta sui propri computer. Ormai è lo zimbello della scuola. I compagni la irridono, i professori la fulminano con occhiatacce, i genitori la additano come poco di buono. Soltanto un coetaneo le confessa di essersi innamorato di lei. Sembra un’ancora di salvezza. Ma non è così. Il ragazzino “approfitta” di lei, le tende una trappola e la “sputtana” davanti a tutti. Perde definitivamente la faccia. Cade in una profonda depressione. È ricoverata in una clinica dove tenta il suicidio, fallito grazie al pronto intervento dei medici. La vita è salva, ma la disperazione le raggela il cuore. Non riesce a staccarsi da Facebook, così gli “amici” continuano a perseguitarla. Ormai è diventata una bella quindicenne, il mondo di internet le scatena contro un’ondata di crudeltà inqualificabile. Agli immancabili insulti si aggiungono perfidi consigli su quali strumenti usare per mettere fine, in modo certo e sicuro, all’esistenza. Amanda segue i suggerimenti. A quindici anni, dà l’addio definitivo alla sua esistenza. La notizia si propaga subito, in un’ondata di gelatinoso moralismo.

Facebook ti aiuta a connetterti e rimanere in contatto con le persone della tua vita

Un moralismo inutile ed ipocrita I mass media chiamano in causa la famiglia, la scuola, i compagni, i social network. La famiglia risulta essere assente, distratta e lontana. La scuola si arrocca in un’ipocrita autodifesa: la responsabilità di quanto accaduto è solo dell’ingenuità e della irresponsabilità di Amanda e non dei professori, professionali nell’insegnare. I compagni sono tutti bravi ragazzi, provenienti da ottime famiglie: un po’ esuberanti, ma fondamentalmente buoni e studiosi. Tutti ne escono giustificati. Nessuno si sente responsabile. Per fortuna, entra in gioco un gruppo di cattivi ragazzi, che di professione fanno gli hacker, famosi sotto lo pseudonimo di Anonymous. Questi bad boys, profondamente colpiti dalla drammatica storia di Amanda, con le loro competenze tecniche si mettono sulle tracce dell’ignoto individuo che ne aveva carpito la fiducia e poi l’ha data in pasto al famelico popolo del web. Riescono nell’intento e ne divulgano l’identità permettendo così alla polizia canadese di acciuffarlo e denunciarlo. Quali reazioni, questa triste storia, produce in noi chiamati da Don Bosco ad educare i giovani? Probabilmente tra di noi ci sono decine di adolescenti che corrono gli stessi rischi della giovane ragazza canadese. Attivare la politica dello struzzo dell’“occhio che non vede, cuore non duole” non è decisamente salesiano. Ma di concreto che cosa siamo disposti a fare? È un interrogativo al quale nessun appartenente alla grande Famiglia Salesiana può sottrarsi a cuor leggero. Ermete Tessore tessore.rivista@ausiliatrice.net

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CHIESA VIVA

Papa Benedetto:

il «no cristiano»  alla violenza

Di fronte alla violenza che oggi dilaga, il Papa nella sua visita al Libano ha suggerito il comportamento corretto dei cristiani, indicando alcuni verbi da coniugare. Compito dei capi di stato e movimenti religiosi, ma anche di genitori e educatori e di tutti.

Era accaduto al Cairo, il 16 ottobre 2011 (è solo un caso fra i tanti). In una scuola statale frequentata da ragazzi musulmani e qualche cristiano copto, c’è Ayman Nabil Labib, sedici anni, che è cristiano e ha una croce tatuata sul polso. Il professore gli dice di coprirla, lui si rifiuta. Il professore lo afferra per la gola e quasi lo soffoca. Alcuni studenti si uniscono a lui nel pestaggio, e tutti insieme lo ammazzano di botte. Dell’intolleranza legata al fondamentalismo religioso Papa Benedetto XVI in Libano ha detto: «Il fondamentalismo è sempre una falsificazione della religione. Va contro l’essenza della religione, che vuole riconciliare e creare la pace di Dio nel mondo» (...) «La libertà religiosa è diritto fondamentale. Professare e vivere liberamente la propria religione senza mettere in pericolo la propria vita e la propria libertà, dev’essere possibile a chiunque».

La violenza esiste, dilaga Il martirio del giovane Ayman si perde nella quotidianità delle infinite violenze che accadono dappertutto. La violenza esiste,

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dilaga. È esercitata con la forza fisica, e non meno in guanti gialli. Per esempio... Da sempre i popoli sono contro i popoli, in guerre fratricide. Un racconto biblico su Davide cominciava dicendo: «All’inizio dell’anno, successivo al tempo in cui i re sono soliti andare in guerra...» (2Sam 11,1). Fare la guerra era una regolare attività di stagione, come andare in ferie. Certe ideologie: marxismo e liberalismo economico ritengono lo stato e il capitale al di sopra della persona, e sfruttano l’uomo. I ceti sociali si scontrano e si sopraffanno (in Italia e un po’ dovunque la cosiddetta casta della finanza si arricchisce a spese dei poveri). C’è il mobbing sul lavoro. C’è violenza contro le donne, violenza nelle famiglie, perfino tra i ragazzi (il bullismo). E via elencando... Il Papa nel viaggio in Libano (14-16 settembre 2012) è stato esplicito: «La violenza non risolve mai un problema» (...) «Essa è sempre un oltraggio alla dignità umana, sia dell’autore della violenza, sia della vittima».

Verbi da coniugare Come dire il «no cristiano» alla violenza? Il Papa in una decina fra discorsi, omelie, interviste tenute in Libano, ha suggerito i verbi che i cristiani dovrebbero coniugare. Verbi proposti tanto alle autorità che governano il mondo, quanto all’uomo della strada che litiga in ufficio, con i vicini di casa e in famiglia. Eccoli. Operare per il disarmo. È evidente: «Purtroppo, il fragore delle armi – ha detto il Papa – continua a farsi sentire, come pure il grido delle vedove e degli orfani! La violenza e l’odio invadono la vita, e le donne e i bambini

ne sono le prime vittime. Perché tanti orrori? Perché tanti morti?». «Deve cessare l’importazione di armi: senza l’importazione di armi la guerra non potrebbe continuare. Invece di importare le armi, che è un peccato grave, dovremmo importare idee di pace, creatività...». Accettare le differenze. «Oggi, le differenze culturali, sociali, religiose, devono approdare a vivere un nuovo tipo di fraternità, dove ciò che unisce è il senso comune della grandezza di ogni persona, e il dono che essa è per se stessa, per gli altri e per l’umanità» (...) «In Libano la Cristianità e l’Islam abitano lo stesso spazio da secoli. Non è raro vedere nella stessa famiglia entrambe le religioni. Se in una stessa famiglia questo è possibile, perché non dovrebbe esserlo a livello dell’intera società?». Dialogare. «Una società plurale esiste solo per effetto del rispetto reciproco, del desiderio di conoscere l’altro e del dialogo continuo» (...) «È bello vedere le azioni di collaborazione e di vero dialogo che costruiscono una nuova maniera di vivere insieme» (...) «Questo dialogo tra gli uomini è possibile solo nella consapevolezza che esistono valori comuni a tutte le grandi culture, perché sono radicate nella natura della persona umana». Educare alla pace. «Volendo aprire alle generazioni di domani un futuro di pace, il primo compito è quello di educare alla pace per costruire una cultura di pace. L’educazione, nella famiglia e a scuola, dev’essere anzitutto educazione ai valori spirituali». Valorizzare la persona umana. «La logica economica e finanziaria vuole continuamente imporci il suo giogo e far primeggiare l’avere sull’essere. La disoccupazione, la po-

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vertà, la corruzione, lo sfruttamento, i traffici di ogni sorta, e il terrorismo, implicano – assieme alla sofferenza inaccettabile di quanti ne sono vittime – un indebolimento del potenziale umano» (...) «Noi dobbiamo rispettare nell’altro la reale essenza comune di essere immagine di Dio, e trattare l’altro come un’immagine di Dio». Perdonare. «...e infine di perdonare. Perché solo il perdono dato e ricevuto pone le fondamenta durevoli della riconciliazione e della pace per tutti».

IL CEDRO, un SIMBOLO Il cedro del Libano, pianta solida, tenace, capace di fronteggiare ogni sorta di intemperie, è raffigurato nella bandiera nazionale. Il Presidente del Libano ha invitato il Papa a piantare un cedro nella sua residenza. Nel compiere il gesto, Benedetto XVI ha indicato il cedro come simbolo e modello. E ha aggiunto: «Il Libano è chiamato, ora più che mai, a essere un esempio. Politici, diplomatici, religiosi, uomini e donne del mondo della cultura, vi invito a testimoniare con coraggio intorno a voi, a tempo opportuno e inopportuno, che Dio vuole la pace, che Dio ci affida la pace». Enzo Bianco bianco.rivista@ausiliatrice.net


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CHIESA VIVA

Papa Benedetto:

il «no cristiano»  alla violenza

Di fronte alla violenza che oggi dilaga, il Papa nella sua visita al Libano ha suggerito il comportamento corretto dei cristiani, indicando alcuni verbi da coniugare. Compito dei capi di stato e movimenti religiosi, ma anche di genitori e educatori e di tutti.

Era accaduto al Cairo, il 16 ottobre 2011 (è solo un caso fra i tanti). In una scuola statale frequentata da ragazzi musulmani e qualche cristiano copto, c’è Ayman Nabil Labib, sedici anni, che è cristiano e ha una croce tatuata sul polso. Il professore gli dice di coprirla, lui si rifiuta. Il professore lo afferra per la gola e quasi lo soffoca. Alcuni studenti si uniscono a lui nel pestaggio, e tutti insieme lo ammazzano di botte. Dell’intolleranza legata al fondamentalismo religioso Papa Benedetto XVI in Libano ha detto: «Il fondamentalismo è sempre una falsificazione della religione. Va contro l’essenza della religione, che vuole riconciliare e creare la pace di Dio nel mondo» (...) «La libertà religiosa è diritto fondamentale. Professare e vivere liberamente la propria religione senza mettere in pericolo la propria vita e la propria libertà, dev’essere possibile a chiunque».

La violenza esiste, dilaga Il martirio del giovane Ayman si perde nella quotidianità delle infinite violenze che accadono dappertutto. La violenza esiste,

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dilaga. È esercitata con la forza fisica, e non meno in guanti gialli. Per esempio... Da sempre i popoli sono contro i popoli, in guerre fratricide. Un racconto biblico su Davide cominciava dicendo: «All’inizio dell’anno, successivo al tempo in cui i re sono soliti andare in guerra...» (2Sam 11,1). Fare la guerra era una regolare attività di stagione, come andare in ferie. Certe ideologie: marxismo e liberalismo economico ritengono lo stato e il capitale al di sopra della persona, e sfruttano l’uomo. I ceti sociali si scontrano e si sopraffanno (in Italia e un po’ dovunque la cosiddetta casta della finanza si arricchisce a spese dei poveri). C’è il mobbing sul lavoro. C’è violenza contro le donne, violenza nelle famiglie, perfino tra i ragazzi (il bullismo). E via elencando... Il Papa nel viaggio in Libano (14-16 settembre 2012) è stato esplicito: «La violenza non risolve mai un problema» (...) «Essa è sempre un oltraggio alla dignità umana, sia dell’autore della violenza, sia della vittima».

Verbi da coniugare Come dire il «no cristiano» alla violenza? Il Papa in una decina fra discorsi, omelie, interviste tenute in Libano, ha suggerito i verbi che i cristiani dovrebbero coniugare. Verbi proposti tanto alle autorità che governano il mondo, quanto all’uomo della strada che litiga in ufficio, con i vicini di casa e in famiglia. Eccoli. Operare per il disarmo. È evidente: «Purtroppo, il fragore delle armi – ha detto il Papa – continua a farsi sentire, come pure il grido delle vedove e degli orfani! La violenza e l’odio invadono la vita, e le donne e i bambini

ne sono le prime vittime. Perché tanti orrori? Perché tanti morti?». «Deve cessare l’importazione di armi: senza l’importazione di armi la guerra non potrebbe continuare. Invece di importare le armi, che è un peccato grave, dovremmo importare idee di pace, creatività...». Accettare le differenze. «Oggi, le differenze culturali, sociali, religiose, devono approdare a vivere un nuovo tipo di fraternità, dove ciò che unisce è il senso comune della grandezza di ogni persona, e il dono che essa è per se stessa, per gli altri e per l’umanità» (...) «In Libano la Cristianità e l’Islam abitano lo stesso spazio da secoli. Non è raro vedere nella stessa famiglia entrambe le religioni. Se in una stessa famiglia questo è possibile, perché non dovrebbe esserlo a livello dell’intera società?». Dialogare. «Una società plurale esiste solo per effetto del rispetto reciproco, del desiderio di conoscere l’altro e del dialogo continuo» (...) «È bello vedere le azioni di collaborazione e di vero dialogo che costruiscono una nuova maniera di vivere insieme» (...) «Questo dialogo tra gli uomini è possibile solo nella consapevolezza che esistono valori comuni a tutte le grandi culture, perché sono radicate nella natura della persona umana». Educare alla pace. «Volendo aprire alle generazioni di domani un futuro di pace, il primo compito è quello di educare alla pace per costruire una cultura di pace. L’educazione, nella famiglia e a scuola, dev’essere anzitutto educazione ai valori spirituali». Valorizzare la persona umana. «La logica economica e finanziaria vuole continuamente imporci il suo giogo e far primeggiare l’avere sull’essere. La disoccupazione, la po-

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vertà, la corruzione, lo sfruttamento, i traffici di ogni sorta, e il terrorismo, implicano – assieme alla sofferenza inaccettabile di quanti ne sono vittime – un indebolimento del potenziale umano» (...) «Noi dobbiamo rispettare nell’altro la reale essenza comune di essere immagine di Dio, e trattare l’altro come un’immagine di Dio». Perdonare. «...e infine di perdonare. Perché solo il perdono dato e ricevuto pone le fondamenta durevoli della riconciliazione e della pace per tutti».

IL CEDRO, un SIMBOLO Il cedro del Libano, pianta solida, tenace, capace di fronteggiare ogni sorta di intemperie, è raffigurato nella bandiera nazionale. Il Presidente del Libano ha invitato il Papa a piantare un cedro nella sua residenza. Nel compiere il gesto, Benedetto XVI ha indicato il cedro come simbolo e modello. E ha aggiunto: «Il Libano è chiamato, ora più che mai, a essere un esempio. Politici, diplomatici, religiosi, uomini e donne del mondo della cultura, vi invito a testimoniare con coraggio intorno a voi, a tempo opportuno e inopportuno, che Dio vuole la pace, che Dio ci affida la pace». Enzo Bianco bianco.rivista@ausiliatrice.net


GENNAIO-FEBBRAIO 2013

esperienze

«Ma perché non a me?» Così rispondeva Lina Sorrenti Biora, torinese, morta di tumore lo scorso giugno 2012, a chi le diceva: «Perché proprio a te?».

Una cristiana da me conosciuta quasi casualmente, Lina Sorrenti Biora, torinese, è morta santamente il 13 giugno 2012 a 65 anni. Era colpita da tumore. Riporto qualcosa dei messaggi email scambiati dall’aprile del 2009 al maggio del 2012. La sostanza della nostra corrispondenza è nella ricerca del giusto atteggiamento del cristiano nella malattia. Il primo accenno al male è dell’11 gennaio 2009: «È questa una fase molto speciale della mia vita, che ha aperto nuovi orizzonti e che al momento riesco a vivere, nonostante tutto, come una benedizione». Tre mesi più tardi mi scrive le parole che ritengo centrali della sua vicenda con i medici e con il Signore: «Sto vivendo tutto con serenità, dopo aver superato le varie fasi ed essere arrivata all’accettazione, senza rassegnazione» [12.04.09]. Accettazione senza rassegnazione mi pare un buon motto, lo leggo nello spirito di Paolo, 2 Cor 6, 10: «Afflitti ma sempre lieti». L’8 agosto 2009: «La recidiva della mia malattia è stata per il momento neutralizzata, questo vuol dire che nell’immediato futuro non ci sarà più chemio. E il resto sarà... vita, da vivere con gioia e in rendimento di grazie». Lina fa consistere il rendimento di grazie nell’onorare la vita, nel goderla. Torna presto la chemio e torna la parola “accettazione”: «Sono fiduciosa di poter superare ancora questo passaggio accet-

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tandolo e vivendolo, cercando di trarne insegnamento» [12.11.09]. Con incredibile libertà mi regala libri che parlano di malattie e io la ricambio con la stessa libertà e lei così reagisce: «Che bello e che gioia leggerti! Sto bene, nonostante tutto! Il problema non è ancora risolto ma sono tranquilla. Tanti sono i motivi e le circostanze che mi spronano ad accettare pienamente e a vivere al meglio quanto accade» [14.09.10]. Il male si aggrava. Le chiedo se posso vederla in occasione di una mia puntata a Torino per la Fiera del Libro e lei – gioiosa – organizza il nostro ultimo incontro: «Io purtroppo da due mesi a questa parte non guido più e sono limitata nei miei movimenti. È felice però di fare la tua conoscenza e di accompagnarmi in questo giro, mia figlia Grazia. Quindi veniamo a prenderti in albergo per le 8,15...» [09.05.12]. Rientrato a Roma le ho inviato in ringraziamento questa email: «Lina cara è stato bello incontrarci ancora una volta pur nella tua fatica. Hai rievocato il nostro primo incontro a Torino Spiritualità nel 2005 e come ti eri decisa – con l’aiuto di un’amica – a presentarti e a salutarmi. Un poco ti appoggiavi a Grazia e un poco a me.” Con l’aiuto di tutti vado avanti” dicevi. Ti avevo portato i due libri che nella giornata avrei presentato al Salone. “Ho pensato di trattarti come se tu stessi bene”, ho detto e ti sei fatta una bella risata dicendo “ma sì, anche in queste situazioni è bene ridere un po’ di noi stessi”. Infine il Lingotto dove hai detto: “Lu-

Il testo è un adattamento dell’articolo pubblicato sul quindicinale cattolico Il Regno n° 18-2012, pag. 647, Edizioni Dehoniane Bologna. Il Regno è un quindicinale di attualità e documentazione, che offre uno sguardo analitico sulla cultura religiosa, la politica, la società e la Chiesa in Italia e nel mondo. igi io non scendo, ti saluto da qui”. E mi spiegavi come avrei dovuto fare al ritorno, con i taxi o con la metropolitana». Rispose festosa al mio messaggio narrativo: «Luigi caro, riassumo il tuo scritto, che mi ha lasciata letteralmente senza fiato e con grande commozione, con le parole: “Ho pensato di trattarti come se tu stessi bene”. Grazie Luigi per questa tua sapiente scelta che ho messo accanto alla tua mano che stringeva la mia, già al momento del canto d’inizio della messa» [15.05.12]. Le scrivo ancora il 21 maggio per dirle che il giorno prima, l’avevamo ricordata a messa, Isa ed io. Risponde il 22 che anche lei a messa ci ha ricordati «rinnovando in me, gli stessi sentimenti di gioia, di partecipazione e di gratitudine al buon Dio». Sono le ultime parole che mi ha donato. Il marito Beppe, i figli Grazia e Gabriele, l’amico p. Amigoni mi hanno narrato altre sue parole, a partire da queste, dette a Grazia in risposta a una sua protesta per le sofferenze della mamma: «Perché proprio a te?» Lina le risponde: «Ma perché non a me?» Come a dire: chi sono io per non condividere le sofferenze di tutti, per non essere degna di patire per il Signore? Infine l’ultima parola, nella difficoltà del respiro, poco prima del trapasso: «Aiutami». Le tenevano la mano e le regolavano l’ossigeno Beppe e Grazia ma la loro impressione è che quella parola avesse altro destinatario. Le aggiustano il cuscino e lei ripete «aiutami»: «Il suo sguardo però, assai provato, era rivolto non a noi che stavamo ai lati del letto, ma un po’ verso l’alto davanti a sé. Il tono della voce era dolce ma fermo allo stesso tempo».

Luigi Accattoli Luigi Accattoli è giornalista (ha lavorato alla  Repubblica e al  Corriere della Sera; oggi collabora a varie testate), scrittore e conferenziere. Nato a Recanati (Macerata) nel 1943, vive a Roma. Sposato, ha cinque figli e due nipotini.

Luigi Accattoli

www.luigiaccattoli.it

luigi.accattoli@gmail.com

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«Ma perché non a me?» Così rispondeva Lina Sorrenti Biora, torinese, morta di tumore lo scorso giugno 2012, a chi le diceva: «Perché proprio a te?».

Una cristiana da me conosciuta quasi casualmente, Lina Sorrenti Biora, torinese, è morta santamente il 13 giugno 2012 a 65 anni. Era colpita da tumore. Riporto qualcosa dei messaggi email scambiati dall’aprile del 2009 al maggio del 2012. La sostanza della nostra corrispondenza è nella ricerca del giusto atteggiamento del cristiano nella malattia. Il primo accenno al male è dell’11 gennaio 2009: «È questa una fase molto speciale della mia vita, che ha aperto nuovi orizzonti e che al momento riesco a vivere, nonostante tutto, come una benedizione». Tre mesi più tardi mi scrive le parole che ritengo centrali della sua vicenda con i medici e con il Signore: «Sto vivendo tutto con serenità, dopo aver superato le varie fasi ed essere arrivata all’accettazione, senza rassegnazione» [12.04.09]. Accettazione senza rassegnazione mi pare un buon motto, lo leggo nello spirito di Paolo, 2 Cor 6, 10: «Afflitti ma sempre lieti». L’8 agosto 2009: «La recidiva della mia malattia è stata per il momento neutralizzata, questo vuol dire che nell’immediato futuro non ci sarà più chemio. E il resto sarà... vita, da vivere con gioia e in rendimento di grazie». Lina fa consistere il rendimento di grazie nell’onorare la vita, nel goderla. Torna presto la chemio e torna la parola “accettazione”: «Sono fiduciosa di poter superare ancora questo passaggio accet-

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tandolo e vivendolo, cercando di trarne insegnamento» [12.11.09]. Con incredibile libertà mi regala libri che parlano di malattie e io la ricambio con la stessa libertà e lei così reagisce: «Che bello e che gioia leggerti! Sto bene, nonostante tutto! Il problema non è ancora risolto ma sono tranquilla. Tanti sono i motivi e le circostanze che mi spronano ad accettare pienamente e a vivere al meglio quanto accade» [14.09.10]. Il male si aggrava. Le chiedo se posso vederla in occasione di una mia puntata a Torino per la Fiera del Libro e lei – gioiosa – organizza il nostro ultimo incontro: «Io purtroppo da due mesi a questa parte non guido più e sono limitata nei miei movimenti. È felice però di fare la tua conoscenza e di accompagnarmi in questo giro, mia figlia Grazia. Quindi veniamo a prenderti in albergo per le 8,15...» [09.05.12]. Rientrato a Roma le ho inviato in ringraziamento questa email: «Lina cara è stato bello incontrarci ancora una volta pur nella tua fatica. Hai rievocato il nostro primo incontro a Torino Spiritualità nel 2005 e come ti eri decisa – con l’aiuto di un’amica – a presentarti e a salutarmi. Un poco ti appoggiavi a Grazia e un poco a me.” Con l’aiuto di tutti vado avanti” dicevi. Ti avevo portato i due libri che nella giornata avrei presentato al Salone. “Ho pensato di trattarti come se tu stessi bene”, ho detto e ti sei fatta una bella risata dicendo “ma sì, anche in queste situazioni è bene ridere un po’ di noi stessi”. Infine il Lingotto dove hai detto: “Lu-

Il testo è un adattamento dell’articolo pubblicato sul quindicinale cattolico Il Regno n° 18-2012, pag. 647, Edizioni Dehoniane Bologna. Il Regno è un quindicinale di attualità e documentazione, che offre uno sguardo analitico sulla cultura religiosa, la politica, la società e la Chiesa in Italia e nel mondo. igi io non scendo, ti saluto da qui”. E mi spiegavi come avrei dovuto fare al ritorno, con i taxi o con la metropolitana». Rispose festosa al mio messaggio narrativo: «Luigi caro, riassumo il tuo scritto, che mi ha lasciata letteralmente senza fiato e con grande commozione, con le parole: “Ho pensato di trattarti come se tu stessi bene”. Grazie Luigi per questa tua sapiente scelta che ho messo accanto alla tua mano che stringeva la mia, già al momento del canto d’inizio della messa» [15.05.12]. Le scrivo ancora il 21 maggio per dirle che il giorno prima, l’avevamo ricordata a messa, Isa ed io. Risponde il 22 che anche lei a messa ci ha ricordati «rinnovando in me, gli stessi sentimenti di gioia, di partecipazione e di gratitudine al buon Dio». Sono le ultime parole che mi ha donato. Il marito Beppe, i figli Grazia e Gabriele, l’amico p. Amigoni mi hanno narrato altre sue parole, a partire da queste, dette a Grazia in risposta a una sua protesta per le sofferenze della mamma: «Perché proprio a te?» Lina le risponde: «Ma perché non a me?» Come a dire: chi sono io per non condividere le sofferenze di tutti, per non essere degna di patire per il Signore? Infine l’ultima parola, nella difficoltà del respiro, poco prima del trapasso: «Aiutami». Le tenevano la mano e le regolavano l’ossigeno Beppe e Grazia ma la loro impressione è che quella parola avesse altro destinatario. Le aggiustano il cuscino e lei ripete «aiutami»: «Il suo sguardo però, assai provato, era rivolto non a noi che stavamo ai lati del letto, ma un po’ verso l’alto davanti a sé. Il tono della voce era dolce ma fermo allo stesso tempo».

Luigi Accattoli Luigi Accattoli è giornalista (ha lavorato alla  Repubblica e al  Corriere della Sera; oggi collabora a varie testate), scrittore e conferenziere. Nato a Recanati (Macerata) nel 1943, vive a Roma. Sposato, ha cinque figli e due nipotini.

Luigi Accattoli

www.luigiaccattoli.it

luigi.accattoli@gmail.com

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esperienze

A Lourdes

Il “Bureau Medical” raccoglie la documentazione medica delle guarigioni che avvengono nel santuario. Conserva i dossier di circa 7000 casi “inspiegabili”.

accade ancora Lo scorso 11 ottobre, il Vescovo di Casale Monferrato ha annunciato che la guarigione della suora salesiana Luigina Traverso, avvenuta nel 1965, «è da attribuirsi esclusivamente ad uno straordinario intervento di Dio, ottenuto grazie all’intercessione della Beata Vergine Maria». D’improvviso cominciò a muoversi. Chiese una benedizione al delegato vescovile. Lui replicò: «Se vuole riceverla, venga a mettersi in ginocchio a pregare». Lei ubbidì.

Dopo quarantasette anni, la Chiesa si è pronunciata. La guarigione inspiegabile della Figlia di Maria Ausiliatrice Luigina Traverso, avvenuta a Lourdes il 23 luglio 1965, fu un miracolo. Arrivò al santuario nascosto tra i Pirenei in barella con la gamba sinistra atrofizzata e una diagnosi che non lasciava speranze: lombosciatica paralizzante in meningocele; tornò a casa camminando. Il vescovo di Casale Monferrato Alceste Catella ha atteso lo scorso 11 ottobre, apertura dell’Anno della fede e cinquantesimo del Concilio Vaticano II, per dare l’annuncio pubblico: «È da attribuirsi esclusivamente ad uno straordinario intervento di Dio ottenuto grazie all’intercessione della Beata Vergine Maria». Analogo annuncio è stato dato da monsignor Martino Canessa, vescovo di Tortona, la diocesi d’origine della miracolata. È infatti di Novi Ligure la settantottenne suora salesiana da quasi quarant’anni economa alla casa di riposo per religiose “San Giuseppe” a San Salvatore Monferrato.

Ero in barella. Mi misi in ginocchio «Da tempo non riuscivo più a camminare – racconta oggi suor Luigina, sessantottesima miracolata di Lourdes –. Così, nel lu-

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Il settimo miracolo a pellegrini italiani

glio 1965, a 31 anni, decisi di partecipare a un pellegrinaggio con l’Oftal di Tortona. Ero in barella. Il giorno del miracolo, durante la processione eucaristica sull’”esplanade”, al passaggio del Santissimo, sentii un forte calore entrarmi in corpo e il desiderio di “mettermi in piedi”». Una cosa che non mi era mai successa: lì per lì mi sono detta: “Cosa mi capita? Guarirò mica? Il Signore ha davvero ascoltato le mie preghiere?”. Ho iniziato a muovere il piede, il dolore era scomparso. Chiesi subito alla volontaria che mi accompagnava di andare al “Bureau medical” per le pratiche del caso: bisognava dimostrare che la paresi alla mia gamba non era dovuta a un fatto neurologico ma a un nervo schiacciato». Riportata nella propria camera d’albergo alla presenza del medico responsabile del pellegrinaggio Danilo Cebrelli e del delegato vescovile monsignor Lorenzo Ferrarazzo, suor Luigina si mise seduta sul letto. Chiese di poter ricevere la benedizione da parte di monsignor Ferrarazzo, che replicò: «Se vuol ricevere la benedizione, si alzi e venga a mettersi in ginocchio a pregare». Suor Luigina prontamente ubbidì, scese dal letto e si inginocchiò. Al rientro in Italia, i medici che l’avevano in cura constatarono la guarigione. Da allora questa religiosa ricca di umiltà non ha più accusato alcuna manifestazione della invalidante pregressa patologia. «Per molti anni non successe nulla, io continuavo a fare la mia vita, tanto che nella mia Ispettoria in poche sapevano della mia storia. Intanto da Tortona passai a fare l’economa qui a San Salvatore Monferrato, e nell’84 arrivò la chiamata del “Bureau Medical” per nuove visite. Poi di nuovo nulla, io intanto ogni anno mi recavo, come faccio ancora oggi, a Lourdes: vado a rendere un po’ di quello che ho ricevuto».

Nel luglio 2010, in occasione di un nuovo pellegrinaggio dell’Oftal di Tortona, il caso di suor Luigina viene nuovamente presentato e valutato. Soltanto il 10 febbraio 2011, vigilia del 154o anniversario della prima apparizione lourdiana, il vescovo di Lourdes ha trasmesso al vescovo di Casale Monferrato una comunicazione inerente la guarigione della salesiana, che un certificato del Comitato Medico Internazionale giudicava non spiegabile allo stato attuale delle conoscenze. Nel novembre dello stesso anno il dottor Franco Balzaretti ha relazionato circa la guarigione straordinaria di suor Luigina al Comitato Medico Internazionale di Lourdes, che ha sede a Parigi ed è composto da venti luminari della scienza che esaminano i casi di guarigione segnalati spontaneamente all’Ufficio del Santuario. A larghissima maggioranza, il Comitato ha votato a favore della straordinarietà dell’evento. È il settimo miracolo riconosciuto a pellegrini italiani dopo quelli accaduti a Maddalena Carini, Evasio Ganora, Vittorio Micheli, Elisa Aloi, Delizia Cirolli e Anna Santaniello. “Guarigione completa e permanente”. «Tante volte mi sono chiesta, vedendo gente di ogni nazionalità recarsi a Lourdes in cerca di una grazia: perché a me sì? – racconta suor Luigina –. L’unica risposta che mi sono data è: perché il Signore ha voluto così, ha ascoltato le mie preghiere e quelle della mia comunità. Certe risposte sono segreti che solo Lui conosce». Andrea Caglieris redazione.rivista@ausiliatrice.net

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GENNAIO-FEBBRAIO 2013

esperienze

A Lourdes

Il “Bureau Medical” raccoglie la documentazione medica delle guarigioni che avvengono nel santuario. Conserva i dossier di circa 7000 casi “inspiegabili”.

accade ancora Lo scorso 11 ottobre, il Vescovo di Casale Monferrato ha annunciato che la guarigione della suora salesiana Luigina Traverso, avvenuta nel 1965, «è da attribuirsi esclusivamente ad uno straordinario intervento di Dio, ottenuto grazie all’intercessione della Beata Vergine Maria». D’improvviso cominciò a muoversi. Chiese una benedizione al delegato vescovile. Lui replicò: «Se vuole riceverla, venga a mettersi in ginocchio a pregare». Lei ubbidì.

Dopo quarantasette anni, la Chiesa si è pronunciata. La guarigione inspiegabile della Figlia di Maria Ausiliatrice Luigina Traverso, avvenuta a Lourdes il 23 luglio 1965, fu un miracolo. Arrivò al santuario nascosto tra i Pirenei in barella con la gamba sinistra atrofizzata e una diagnosi che non lasciava speranze: lombosciatica paralizzante in meningocele; tornò a casa camminando. Il vescovo di Casale Monferrato Alceste Catella ha atteso lo scorso 11 ottobre, apertura dell’Anno della fede e cinquantesimo del Concilio Vaticano II, per dare l’annuncio pubblico: «È da attribuirsi esclusivamente ad uno straordinario intervento di Dio ottenuto grazie all’intercessione della Beata Vergine Maria». Analogo annuncio è stato dato da monsignor Martino Canessa, vescovo di Tortona, la diocesi d’origine della miracolata. È infatti di Novi Ligure la settantottenne suora salesiana da quasi quarant’anni economa alla casa di riposo per religiose “San Giuseppe” a San Salvatore Monferrato.

Ero in barella. Mi misi in ginocchio «Da tempo non riuscivo più a camminare – racconta oggi suor Luigina, sessantottesima miracolata di Lourdes –. Così, nel lu-

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Il settimo miracolo a pellegrini italiani

glio 1965, a 31 anni, decisi di partecipare a un pellegrinaggio con l’Oftal di Tortona. Ero in barella. Il giorno del miracolo, durante la processione eucaristica sull’”esplanade”, al passaggio del Santissimo, sentii un forte calore entrarmi in corpo e il desiderio di “mettermi in piedi”». Una cosa che non mi era mai successa: lì per lì mi sono detta: “Cosa mi capita? Guarirò mica? Il Signore ha davvero ascoltato le mie preghiere?”. Ho iniziato a muovere il piede, il dolore era scomparso. Chiesi subito alla volontaria che mi accompagnava di andare al “Bureau medical” per le pratiche del caso: bisognava dimostrare che la paresi alla mia gamba non era dovuta a un fatto neurologico ma a un nervo schiacciato». Riportata nella propria camera d’albergo alla presenza del medico responsabile del pellegrinaggio Danilo Cebrelli e del delegato vescovile monsignor Lorenzo Ferrarazzo, suor Luigina si mise seduta sul letto. Chiese di poter ricevere la benedizione da parte di monsignor Ferrarazzo, che replicò: «Se vuol ricevere la benedizione, si alzi e venga a mettersi in ginocchio a pregare». Suor Luigina prontamente ubbidì, scese dal letto e si inginocchiò. Al rientro in Italia, i medici che l’avevano in cura constatarono la guarigione. Da allora questa religiosa ricca di umiltà non ha più accusato alcuna manifestazione della invalidante pregressa patologia. «Per molti anni non successe nulla, io continuavo a fare la mia vita, tanto che nella mia Ispettoria in poche sapevano della mia storia. Intanto da Tortona passai a fare l’economa qui a San Salvatore Monferrato, e nell’84 arrivò la chiamata del “Bureau Medical” per nuove visite. Poi di nuovo nulla, io intanto ogni anno mi recavo, come faccio ancora oggi, a Lourdes: vado a rendere un po’ di quello che ho ricevuto».

Nel luglio 2010, in occasione di un nuovo pellegrinaggio dell’Oftal di Tortona, il caso di suor Luigina viene nuovamente presentato e valutato. Soltanto il 10 febbraio 2011, vigilia del 154o anniversario della prima apparizione lourdiana, il vescovo di Lourdes ha trasmesso al vescovo di Casale Monferrato una comunicazione inerente la guarigione della salesiana, che un certificato del Comitato Medico Internazionale giudicava non spiegabile allo stato attuale delle conoscenze. Nel novembre dello stesso anno il dottor Franco Balzaretti ha relazionato circa la guarigione straordinaria di suor Luigina al Comitato Medico Internazionale di Lourdes, che ha sede a Parigi ed è composto da venti luminari della scienza che esaminano i casi di guarigione segnalati spontaneamente all’Ufficio del Santuario. A larghissima maggioranza, il Comitato ha votato a favore della straordinarietà dell’evento. È il settimo miracolo riconosciuto a pellegrini italiani dopo quelli accaduti a Maddalena Carini, Evasio Ganora, Vittorio Micheli, Elisa Aloi, Delizia Cirolli e Anna Santaniello. “Guarigione completa e permanente”. «Tante volte mi sono chiesta, vedendo gente di ogni nazionalità recarsi a Lourdes in cerca di una grazia: perché a me sì? – racconta suor Luigina –. L’unica risposta che mi sono data è: perché il Signore ha voluto così, ha ascoltato le mie preghiere e quelle della mia comunità. Certe risposte sono segreti che solo Lui conosce». Andrea Caglieris redazione.rivista@ausiliatrice.net

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GENNAIO-FEBBRAIO 2013

DON BOSCO OGGI

Intervista a Don Bosco. Si comincia. E se Don Bosco oggi concedesse alla nostra (e sua) Rivista un’intervista esclusiva? Quasi come un sogno ad occhi aperti, un microfono lo mettiamo nel suo ufficio, in paradiso... Mi tocca attendere solo qualche minuto, che ne vorrei invece di più per prepararmi, visto che sono un pochetto emozionato. Non è che capiti tutti i giorni infatti, che Lui conceda interviste. Oh. Non perché non sappia usarli bene i media, Lui. È che quassù, in Paradiso sono tutti occupati a fare cose ben più importanti che parlare con i giornalisti, abitudine che forse qualche ecclesiastico

dovrebbe imparare anche sulla terra. Ecco che l’angelo segretario mi fa entrare. La porta dell’ufficio è splendente, come tutte quelle del grande corridoio dove hanno il loro studio i grandi Santi che qui ricevono i visitatori. Appena entrato però mi trovo dentro un bugigattolo grande quanto... un piccolo confessionale. C’è un tavolino di legno con... un teschio sopra. Due libri tra cui riconosco un vecchio breviario e due semplici sedie. Alle spalle una piccola panca con due bottiglie di vino e una cesta coperta da uno straccio da cui esce un profumo di pane che mi sveglia lo stomaco. Al centro della piccola stanza c’è Lui, in piedi, con le braccia aperte, proprio come certe immagini votive ce lo mostrano. Solo il sorriso è molto più luminoso e coinvolgente. - Buongiorno – balbetto avanzando un poco –. - Cereia, mi risponde in piemontese, ma poi si corregge subito – oh, scusa, buongiorno a te, prego accomodati subito. Ah, il piemontese... è appena stata qui la mia mamma, mi ha portato il suo pane e il vino delle nostre parti – indica gli

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oggetti sulla panca – è un’abitudine per lei che è dura a... morire... anche qui in Paradiso. - Il profumo di pane è fantastico – dico per rompere l’emozione che provo nel trovarmi davanti questo pezzo da 90 della santità. - Certo, certo. Altro che le vostre merendine di oggi. Ne vuoi una fetta? Accomodati intanto. Mentre mi siedo Lui prende una pagnotta e la spezza in due. - Tieni. Mi piace fare tutto a metà, con i miei ragazzi. Tu sei stato exallievo... quindi... - Sì, in due scuole. - Come stanno i miei figli in terra? Come li hai trovati? Ecco... io pensavo di farle io le domande ma l’emozione mi ha fatto dimenticare quasi tutto quello per cui sono venuto. - I Salesiani? Stanno bene, direi. Insomma. Li vedo molto attivi. In Italia vanno nei posti dove la Chiesa si è ritirata, in missione sono in prima fila in tutto il mondo. - Ah, bene, bene – annuisce soddisfatto –. - Ma, scusi, Lei non vede di... sotto... da qui? Il suo sorriso si allarga ancora di più. - Oh, noi da qui vediamo tutta la storia al completo, non solo il piccolo tragitto che un’anima percepisce nel breve tratto di una vita. E siamo tal-

mente attratti dal bellissimo finale di Dio che vince, che qualche dettaglio lo perdiamo. - Quindi finisce bene la storia dell’uomo? Mi autorizza a dirlo ai miei lettori? - Certo che finisce bene. Cosa credi? Non sarà facile, il Male si accanirà fino all’impossibile, ma finisce bene. Dovete essere ottimisti. – Raccoglie per un attimo i pensieri – Ah, ma sei venuto per un’intervista, non per farti fare domande da me. Allora iniziamo e per favore, dammi del tu. - A Lei? Del tu? - Quando vieni a pregarmi sulla mia tomba a Valdocco e tocchi quel vetro già lo fai, non vedo perché qui dobbiamo essere formali. E tra padre e figlio, poi... - Ok. Grazie. Prendo il taccuino dal borsello. Vedo le domande che avevo preparato. Sparo la prima, diretto. - Se dovesse, ehm, se dovessi aprire un nuovo oratorio, oggi, come lo faresti? È ancora più rapido Lui nella risposta. - Casa accogliente. Di vita insieme e preghiera. - Ehm, spiegati. - Casa. Anzitutto. Devono venirci volentieri i ragazzi, devono essere spinti a forza ad andare via. Bisogna avere difficoltà a chiudere, la sera. Questo avviene solo se si accorgono che chi sta con loro non è lì solo a fare il vigile dell’ordine, ma davvero ci tiene alla loro compagnia e alla loro libertà, anche se qualche sbaglio lo scommettono. È l’adolescenza, amico mio. Non serve solo volergli bene. L’adolescente deve capirlo, deve sapere che lo ami. Fatto questo poi ti rispetterà e lo farà anche per le tue regole, qualche scivolata permettendo, intesi.

- Di vita insieme e preghiera – lo incalzo. - Oggi i ragazzi perdono tanto tempo in maniera individuale. A casa appena arrivano accendono quelle scatole colorate con la macchina da scrivere collegata... come si chiamano... - Ehm, computer? - Eh sì, quelli. Passano ore a scriversi a distanza. E sono convinti così di comunicare. Invece stancano solo la mente, tolgono tempo allo studio, ammazzano la loro creatività copiando e incollando – si dice così, vero? – le cose che trovano in giro e fatte da altri, spesso cose molto volgari. Ah, che nostalgia. - Nostalgia? - Dei miei tempi. Noi stavamo insieme davvero. Alla loro età mi inventavo di tutto, ho fatto anche il mago, con qualche pezzo di corda e qualche uovo per far divertire i

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miei coetanei. Ma l’importante era il gruppo, si cresceva insieme, non ognuno a casa propria a mandarsi messaggini. Staccateli da quei cosi... - Eh, dobbiamo dirlo ai genitori. E casa di preghiera, diceva, ehm, dicevi... - Ci arrivo subito. Un bicchiere di vino? - Di Castelnuovo? - Ovvio! - Certo! (continua...) Diego Goso dondiegogoso@icloud.com


GENNAIO-FEBBRAIO 2013

DON BOSCO OGGI

Intervista a Don Bosco. Si comincia. E se Don Bosco oggi concedesse alla nostra (e sua) Rivista un’intervista esclusiva? Quasi come un sogno ad occhi aperti, un microfono lo mettiamo nel suo ufficio, in paradiso... Mi tocca attendere solo qualche minuto, che ne vorrei invece di più per prepararmi, visto che sono un pochetto emozionato. Non è che capiti tutti i giorni infatti, che Lui conceda interviste. Oh. Non perché non sappia usarli bene i media, Lui. È che quassù, in Paradiso sono tutti occupati a fare cose ben più importanti che parlare con i giornalisti, abitudine che forse qualche ecclesiastico

dovrebbe imparare anche sulla terra. Ecco che l’angelo segretario mi fa entrare. La porta dell’ufficio è splendente, come tutte quelle del grande corridoio dove hanno il loro studio i grandi Santi che qui ricevono i visitatori. Appena entrato però mi trovo dentro un bugigattolo grande quanto... un piccolo confessionale. C’è un tavolino di legno con... un teschio sopra. Due libri tra cui riconosco un vecchio breviario e due semplici sedie. Alle spalle una piccola panca con due bottiglie di vino e una cesta coperta da uno straccio da cui esce un profumo di pane che mi sveglia lo stomaco. Al centro della piccola stanza c’è Lui, in piedi, con le braccia aperte, proprio come certe immagini votive ce lo mostrano. Solo il sorriso è molto più luminoso e coinvolgente. - Buongiorno – balbetto avanzando un poco –. - Cereia, mi risponde in piemontese, ma poi si corregge subito – oh, scusa, buongiorno a te, prego accomodati subito. Ah, il piemontese... è appena stata qui la mia mamma, mi ha portato il suo pane e il vino delle nostre parti – indica gli

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oggetti sulla panca – è un’abitudine per lei che è dura a... morire... anche qui in Paradiso. - Il profumo di pane è fantastico – dico per rompere l’emozione che provo nel trovarmi davanti questo pezzo da 90 della santità. - Certo, certo. Altro che le vostre merendine di oggi. Ne vuoi una fetta? Accomodati intanto. Mentre mi siedo Lui prende una pagnotta e la spezza in due. - Tieni. Mi piace fare tutto a metà, con i miei ragazzi. Tu sei stato exallievo... quindi... - Sì, in due scuole. - Come stanno i miei figli in terra? Come li hai trovati? Ecco... io pensavo di farle io le domande ma l’emozione mi ha fatto dimenticare quasi tutto quello per cui sono venuto. - I Salesiani? Stanno bene, direi. Insomma. Li vedo molto attivi. In Italia vanno nei posti dove la Chiesa si è ritirata, in missione sono in prima fila in tutto il mondo. - Ah, bene, bene – annuisce soddisfatto –. - Ma, scusi, Lei non vede di... sotto... da qui? Il suo sorriso si allarga ancora di più. - Oh, noi da qui vediamo tutta la storia al completo, non solo il piccolo tragitto che un’anima percepisce nel breve tratto di una vita. E siamo tal-

mente attratti dal bellissimo finale di Dio che vince, che qualche dettaglio lo perdiamo. - Quindi finisce bene la storia dell’uomo? Mi autorizza a dirlo ai miei lettori? - Certo che finisce bene. Cosa credi? Non sarà facile, il Male si accanirà fino all’impossibile, ma finisce bene. Dovete essere ottimisti. – Raccoglie per un attimo i pensieri – Ah, ma sei venuto per un’intervista, non per farti fare domande da me. Allora iniziamo e per favore, dammi del tu. - A Lei? Del tu? - Quando vieni a pregarmi sulla mia tomba a Valdocco e tocchi quel vetro già lo fai, non vedo perché qui dobbiamo essere formali. E tra padre e figlio, poi... - Ok. Grazie. Prendo il taccuino dal borsello. Vedo le domande che avevo preparato. Sparo la prima, diretto. - Se dovesse, ehm, se dovessi aprire un nuovo oratorio, oggi, come lo faresti? È ancora più rapido Lui nella risposta. - Casa accogliente. Di vita insieme e preghiera. - Ehm, spiegati. - Casa. Anzitutto. Devono venirci volentieri i ragazzi, devono essere spinti a forza ad andare via. Bisogna avere difficoltà a chiudere, la sera. Questo avviene solo se si accorgono che chi sta con loro non è lì solo a fare il vigile dell’ordine, ma davvero ci tiene alla loro compagnia e alla loro libertà, anche se qualche sbaglio lo scommettono. È l’adolescenza, amico mio. Non serve solo volergli bene. L’adolescente deve capirlo, deve sapere che lo ami. Fatto questo poi ti rispetterà e lo farà anche per le tue regole, qualche scivolata permettendo, intesi.

- Di vita insieme e preghiera – lo incalzo. - Oggi i ragazzi perdono tanto tempo in maniera individuale. A casa appena arrivano accendono quelle scatole colorate con la macchina da scrivere collegata... come si chiamano... - Ehm, computer? - Eh sì, quelli. Passano ore a scriversi a distanza. E sono convinti così di comunicare. Invece stancano solo la mente, tolgono tempo allo studio, ammazzano la loro creatività copiando e incollando – si dice così, vero? – le cose che trovano in giro e fatte da altri, spesso cose molto volgari. Ah, che nostalgia. - Nostalgia? - Dei miei tempi. Noi stavamo insieme davvero. Alla loro età mi inventavo di tutto, ho fatto anche il mago, con qualche pezzo di corda e qualche uovo per far divertire i

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miei coetanei. Ma l’importante era il gruppo, si cresceva insieme, non ognuno a casa propria a mandarsi messaggini. Staccateli da quei cosi... - Eh, dobbiamo dirlo ai genitori. E casa di preghiera, diceva, ehm, dicevi... - Ci arrivo subito. Un bicchiere di vino? - Di Castelnuovo? - Ovvio! - Certo! (continua...) Diego Goso dondiegogoso@icloud.com


GENNAIO-FEBBRAIO 2013

DON BOSCO OGGI

Tutto è più semplice con una madre accanto A partire dal 1846 la presenza e le premure di mamma Margherita e di altre donne rendono familiare il clima educativo di Valdocco arricchendolo di accoglienza, amore ed attenzioni che solo il cuore di una mamma sa garantire. Una grave malattia

cina di mamma Margherita, giorno dopo giorno, lo rinfrancano e gli ridanno le forze. Comincia a fare passeggiate. Durante le sue camminate, il suo pensiero corre sempre a Valdocco. Appena sa che due stanze della casa Pinardi sono tornate libere, le blocca. Nella sua mente prende vita il progetto di ospitare i ragazzi che non hanno fissa dimora. Comincia a cullare l’idea di invitare la mamma a seguirlo a Torino. Ma dove trovare il coraggio per azzardare una simile proposta?

La presenza di mamma Margherita

© Nino Musio

È la prima domenica di luglio del 1846. Un’afa soffocante. Don Bosco arriva a sera stremato dalla fatica e dal caldo opprimente. A stento raggiunge la stanzetta che la marchesa Barolo continua a riservargli presso il Rifugio. All’improvviso crolla a terra svenuto. La diagnosi è drammatica: pleurite con febbre alta ed emottisi. Malattie che all’epoca portano alla morte. In un lampo la notizia si diffonde, gettando i suoi ragazzi nella costernazione. La marchesa Barolo mette a disposizione dell’infermo un medico e un infermiere che non abbandona mai il suo capezzale. I ragazzi assediano la stanza, a cui è fatto loro divieto di accedere. La situazione è disperata. A Don Bosco è portato il Viatico e somministrato il sacramento dell’Unzione degli infermi. Nel tentativo di salvarlo, i ragazzi pregano con la forza della disperazione e si impegnano in propositi più grandi di loro. Promettono a Dio ed alla Madonna le cose più strampalate. Nonostante tutto la situazione precipita e gli sbocchi di sangue sono sempre più devastanti. Nella drammatica notte di un sabato di fine luglio 1846, mentre i medici curanti sono convinti che l’infermo non vedrà la nuova alba, Don Bosco cade in un sonno profondo. Così egli ricorda quei drammatici momenti nelle Memorie dell’Oratorio di San Francesco di Sales: «A tarda notte mi sentii la tendenza a dormire. Presi sonno, mi svegliai fuori di pericolo. Il dottor Caffasso e il dottor Botta al mattino nel visitarmi dissero che andassi a ringraziare la Madonna

della Consolata per la grazia ricevuta». Scampato il pericolo, su insistenza dei medici, dell’Arcivescovo e di don Cafasso, da agosto a novembre si reca in famiglia per completare la convalescenza. Ai Becchi si ritrova circondato dall’affetto di nove nipoti, figli dei fratelli Antonio e Giuseppe. Tuttavia la migliore medicina è l’affetto di mamma Margherita, che non lascia nulla di intentato per favorire la sua completa guarigione. Nel frattempo, l’Oratorio continua l’attività grazie all’impegno di don Borel e di altri sacerdoti amici: don Pacchiotti, don Bosio, il teologo Vola, don Trivero. Ma l’assenza di Don Bosco si fa sentire. Alcuni giovani più coraggiosi, a piedi, cominciano ad andarlo a trovare. L’affetto dei familiari, la vicinanza dei ragazzi, l’aria salubre, il riposo e la cu-

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55

Mamma Margherita ai Becchi è una regina. Non le manca nulla. Il figlio Giuseppe, le nuore ed i nipoti l’adorano. Inoltre, va per i 58 anni. Con il cuore ingolfato e la voce tremula, il figlio prete trova il coraggio di renderla partecipe dei suoi progetti. La risposta lo lascia di sasso. Così la riassume nelle sue Memorie: «Se ti pare tal cosa piacere al Signore, io sono pronta a partire in sul momento». Così, al mattino presto del 3 novembre 1846, mamma Margherita, accompagnata da Don Bosco, lascia per sempre i Becchi con destinazione Valdocco. Il viaggio è fatto a piedi portando soltanto alcuni utensili da cucina ed un cesto di biancheria. All’imbrunire giungono, stanchi, a destinazione. L’ambiente è ben lontano dalla tranquillità e dal silenzio dei Becchi. Anche per Don Bosco la poesia del ritorno dura poco. I problemi cominciano ad assediarlo. Così egli li descrive: «Ma come vivere, come mangiare, come pagare i fitti e provvedere a molti fanciulli, che ad ogni momento domandavano pane, calzamenta, abiti o camicie, senza cui non potevano recarsi al lavoro? Avevamo fatto venire da casa un po’ di vino, di meliga, fagiuoli, grano e simili. Per fare fronte alle prime spese aveva venduto qualche pezzo di campo ed una vigna. Mamma Margherita non perde tempo e si tuffa subito nel caos dell’Oratorio, lasciandosi prendere completamente da quei ragazzi che lo stesso Don Bosco non esita a definire “fior di monelli”. La sua presenza materna, ben presto aiutata da altre mamme, trasforma il caos in una famiglia. Ermete Tessore tessore.rivista@ausiliatrice.net


GENNAIO-FEBBRAIO 2013

DON BOSCO OGGI

Tutto è più semplice con una madre accanto A partire dal 1846 la presenza e le premure di mamma Margherita e di altre donne rendono familiare il clima educativo di Valdocco arricchendolo di accoglienza, amore ed attenzioni che solo il cuore di una mamma sa garantire. Una grave malattia

cina di mamma Margherita, giorno dopo giorno, lo rinfrancano e gli ridanno le forze. Comincia a fare passeggiate. Durante le sue camminate, il suo pensiero corre sempre a Valdocco. Appena sa che due stanze della casa Pinardi sono tornate libere, le blocca. Nella sua mente prende vita il progetto di ospitare i ragazzi che non hanno fissa dimora. Comincia a cullare l’idea di invitare la mamma a seguirlo a Torino. Ma dove trovare il coraggio per azzardare una simile proposta?

La presenza di mamma Margherita

© Nino Musio

È la prima domenica di luglio del 1846. Un’afa soffocante. Don Bosco arriva a sera stremato dalla fatica e dal caldo opprimente. A stento raggiunge la stanzetta che la marchesa Barolo continua a riservargli presso il Rifugio. All’improvviso crolla a terra svenuto. La diagnosi è drammatica: pleurite con febbre alta ed emottisi. Malattie che all’epoca portano alla morte. In un lampo la notizia si diffonde, gettando i suoi ragazzi nella costernazione. La marchesa Barolo mette a disposizione dell’infermo un medico e un infermiere che non abbandona mai il suo capezzale. I ragazzi assediano la stanza, a cui è fatto loro divieto di accedere. La situazione è disperata. A Don Bosco è portato il Viatico e somministrato il sacramento dell’Unzione degli infermi. Nel tentativo di salvarlo, i ragazzi pregano con la forza della disperazione e si impegnano in propositi più grandi di loro. Promettono a Dio ed alla Madonna le cose più strampalate. Nonostante tutto la situazione precipita e gli sbocchi di sangue sono sempre più devastanti. Nella drammatica notte di un sabato di fine luglio 1846, mentre i medici curanti sono convinti che l’infermo non vedrà la nuova alba, Don Bosco cade in un sonno profondo. Così egli ricorda quei drammatici momenti nelle Memorie dell’Oratorio di San Francesco di Sales: «A tarda notte mi sentii la tendenza a dormire. Presi sonno, mi svegliai fuori di pericolo. Il dottor Caffasso e il dottor Botta al mattino nel visitarmi dissero che andassi a ringraziare la Madonna

della Consolata per la grazia ricevuta». Scampato il pericolo, su insistenza dei medici, dell’Arcivescovo e di don Cafasso, da agosto a novembre si reca in famiglia per completare la convalescenza. Ai Becchi si ritrova circondato dall’affetto di nove nipoti, figli dei fratelli Antonio e Giuseppe. Tuttavia la migliore medicina è l’affetto di mamma Margherita, che non lascia nulla di intentato per favorire la sua completa guarigione. Nel frattempo, l’Oratorio continua l’attività grazie all’impegno di don Borel e di altri sacerdoti amici: don Pacchiotti, don Bosio, il teologo Vola, don Trivero. Ma l’assenza di Don Bosco si fa sentire. Alcuni giovani più coraggiosi, a piedi, cominciano ad andarlo a trovare. L’affetto dei familiari, la vicinanza dei ragazzi, l’aria salubre, il riposo e la cu-

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Mamma Margherita ai Becchi è una regina. Non le manca nulla. Il figlio Giuseppe, le nuore ed i nipoti l’adorano. Inoltre, va per i 58 anni. Con il cuore ingolfato e la voce tremula, il figlio prete trova il coraggio di renderla partecipe dei suoi progetti. La risposta lo lascia di sasso. Così la riassume nelle sue Memorie: «Se ti pare tal cosa piacere al Signore, io sono pronta a partire in sul momento». Così, al mattino presto del 3 novembre 1846, mamma Margherita, accompagnata da Don Bosco, lascia per sempre i Becchi con destinazione Valdocco. Il viaggio è fatto a piedi portando soltanto alcuni utensili da cucina ed un cesto di biancheria. All’imbrunire giungono, stanchi, a destinazione. L’ambiente è ben lontano dalla tranquillità e dal silenzio dei Becchi. Anche per Don Bosco la poesia del ritorno dura poco. I problemi cominciano ad assediarlo. Così egli li descrive: «Ma come vivere, come mangiare, come pagare i fitti e provvedere a molti fanciulli, che ad ogni momento domandavano pane, calzamenta, abiti o camicie, senza cui non potevano recarsi al lavoro? Avevamo fatto venire da casa un po’ di vino, di meliga, fagiuoli, grano e simili. Per fare fronte alle prime spese aveva venduto qualche pezzo di campo ed una vigna. Mamma Margherita non perde tempo e si tuffa subito nel caos dell’Oratorio, lasciandosi prendere completamente da quei ragazzi che lo stesso Don Bosco non esita a definire “fior di monelli”. La sua presenza materna, ben presto aiutata da altre mamme, trasforma il caos in una famiglia. Ermete Tessore tessore.rivista@ausiliatrice.net


Santuario Basilica di Maria Ausiliatrice Tel. 011/5224253 - fax. 011/5224262 - m.ausiliatrice@tiscali.it

Orario Sante Messe Giorni Feriali: 6.30 - 7.00 - 7.30 - 8.00 8.30 - 9.00 - 10.00 - 11.00 • 17.00 - 18.30 Prefestiva:18.00 Giorni Festivi: 7.00 - 8.00 - 9.00 - 10.00 11.00 - 12.00 • 17.30 - 18.30 • 21.00 Luglio e Agosto: soppressa la Messa delle ore 8.30 - ad Agosto anche quella delle 17.00

Altre Celebrazioni in Basilica Giorni Feriali: 16.30 Rosario, Santa Messa Sabato e Vigilia feste 16.30 Rosario - Adorazione Eucaristica 18.55 Primi Vespri Giorni Festivi: 16.30 Vespri, Adorazione Eucaristica

Confessioni Giorni Feriali: 6.30/12.00 • 14.30/19.00  Giorni Festivi: 7.00/12.30 • 14.30/19.00 • 20.30/21.30

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