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• ANNO XXX - MENSILE - N° 1 - GENNAIO 2009

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Salve, Madre di Dio

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RIVISTA DEL SANTUARIO BASILICA DI MARIA AUSILIATRICE - TORINO


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Il racconto de Vita liturgica

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a visita dei Magi è conosciuta come Epifania, che significa manifestazione del Signore. In Oriente viene però chiamata con una parola più precisa, Teofania, ossia manifestazione della divinità del Signore. Questo perché in quel giorno si ricordano le tre grandi manifestazioni di Cristo: l’adorazione dei Magi, il battesimo di Gesù (anche se questa festa oggi è spostata alla domenica seguente) ed il miracolo di Cana. Di queste tre manifestazioni l’episodio dell’adorazione dei Magi in Occidente ha finito col prevalere diventando l’unico tema della festa, come si deduce dalle omelie del Papa San Leone Magno. Per divina ispirazione i Magi hanno visto in quel bambino, presentato a loro da Maria, l’atteso delle Genti ed il figlio di Dio. Con il tempo tale festa ha assunto anche una connotazione

missionaria: la manifestazione di Cristo al mondo pagano. I Magi sono visti dalla tradizione cristiana come la primitia gentium, i primi fra i pagani ad aver riconosciuto e adorato il Signore. Per questo il loro culto fu tanto fortunato, diffuso e radicato tra i convertiti dal paganesimo. Il tema dell’Adorazione è diventato in seguito uno dei classici nell’arte. Solo due riferimenti tra i tanti. Il primo è il già ricordato sarcofago di Adelfia, dove la scena dei Magi si riscontra due volte: sul coperchio e sotto il clipeo. Qui la Madonna appare seduta in cattedra e tiene in braccio il Bambino, che si protende nell’atto di ricevere la corona d’oro gemmata offerta dal primo dei tre Magi. L’altro è il meraviglioso mosaico di Sant’Apollinare Nuovo in Ravenna. Anche in questo caso la data è probabilmente presa da una festività egiziana. Ci narra infatti Epifanio di Salamina († 403) che in

Egitto nella notte tra il 5-6 gennaio si celebrava la nascita del dio Sole Aion dalla vergine Kore e contemporaneamente si celebrava il culto del Nilo. Mito o realtà

L’adorazione dei Magi, sarcofago cristiano, IV sec.

I Magi erano i membri di una casta sacerdotale persiana che si interessava di astronomia. Erano degli studiosi dei fenomeni celesti e avevano un ruolo di primo piano anche nella vita sociale e politica del loro Paese.

Diverse volte in quel giorno la gente mi domanda: «Padre, i re magi sono veramente esistiti o si tratta di una leggenda?». Oltre ai Vangeli canonici (riconosciuti dalla Chiesa come ispirati), ne parlano anche quelli apocrifi. Il Protovangelo di Giacomo, probabilmente anteriore al IV secolo, (cap. 21-23); il Libro dell’infanzia del Salvatore, circa IX secolo, (cap. 89-91); il Vangelo dello Pseudo Matteo, verso il VI secolo, (cap. 16-17); il Vangelo Arabo dell’infanzia del Salvatore, circa la metà del VI secolo, (cap. 7-9); il Vangelo Armeno dell’Infanzia, fine VI secolo, (cap. V, 10) che ci riferisce anche i nomi, accettati poi normalmente nella tradizione. Riporto solo la citazione di quest’ultimo: «Un angelo del Signore si affrettò di andare al paese dei persiani per prevenire i Re Magi ed ordinare loro di andare ad adorare il bambino appena nato. Costoro, dopo aver camminato per nove mesi avendo per guida la stella, giunsero alla meta proprio nel momento in cui Maria era appena diventata madre. È da sapere che in quel momento il regno persiano dominava sopra tutti i re dell’Oriente per il suo potere e le sue vittorie. I Re Magi erano tre fratelli: Melchiorre, che regnava sui persiani, poi Baldassare che regna-


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ei Magi

Il significato del termine La parola “mago” che si usa per indicare questi personaggi non va identificata con il significato che oggi gli diamo. Il vocabolo deriva dal greco magoi e sta ad indicare in primo luogo i membri di una casta sacerdotale persiana (in seguito anche babilonese) che si interessava di astronomia e astrologia. Potremo meglio nominarli: studiosi dei fenomeni celesti. Nell’antica tradizione persiana i Magi erano i più fedeli ed intimi discepoli di Zoroastro e custodi della sua dottrina. Rivestivano anche un ruolo di primo piano nella religione e vita politica. L’idea del tempo che ciclicamente si rinnova conduceva il mazdeismo (religione della Persia preislamica) alla costante attesa messianica di un “Soccorritore divino”, il ruolo del quale sarebbe stato quello di aprire ciascuna era di rinnovamento e di rigenerazione dopo la fase di decadenza che l’aveva preceduta. In tal senso il mazdeismo si collega all’attesa messianica. In questa religione si attendevano tre successive arcane figure di salvatori e rigeneratori del tempo futuro: l’ultimo di essi, il “Soc-

I Magi, Chiesa di Orton on the Hill (1180), Warwickshire, Inghilterra.

va sugli indiani, ed il terzo Gaspare che dominava sul paese degli arabi». È anche interessante che il Libro della Caverna dei Tesori, scritto nel V secolo d.C., ma riferentesi ad un testo siriaco più antico, descrive i Magi come Caldei, re e figli di re, in numero di tre.

La festa dell’Epifania indica la triplice manifestazione di Cristo al mondo, ma in Occidente si è preferito sottolineare l’adorazione dei Magi venuti da Oriente.

corritore”, sarebbe nato da una vergine discendente da Zarathustra e avrebbe condotto con sé la resurrezione universale e l’immortalità degli esseri umani. Molte leggende accompagnavano il mito del “Soccorritore”, tra le quali: una stella lo avrebbe annunciato. Tenendo conto di questo contesto culturale, non fa meraviglia il comportamento dei Magi nella descrizione di Matteo. Il nome generico di provenienza, Oriente, può indicare diverse regioni. La Mesopotamia, più precisamente a Babilonia, dove si studiava l’astronomia. Si deve te-

ner conto infatti che in seguito alla terribile distruzione di Gerusalemme da parte di Nabucodonosor nel 586, gli ebrei sopravissuti furono deportati in Babilonia, dove rimasero fino alla liberazione da parte di Ciro nel 539. L’influsso ebraico si fece sentire in quella regione, dove tra l’altro anche dopo la liberazione rimasero a vivere diverse famiglie ebraiche, e dove fu compilato il Talmud Babilonese. Sicuramente a Babilonia le attese messianico giudaiche erano conosciute. Sotto questo aspetto potrebbe trattarsi anche della Siria. Se3


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I Magi portano doni, Sant’Apollinare Nuovo (VI sec.), Ravenna.

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La festa dell’Epifania proviene probabilmente da un’antica tradizione egiziana che celebrava la nascita del Sole Aion nella notte fra il 5 e il 6 di gennaio.

leuco I tra il 305-280 vi aveva fondato la città di Antiochia e vi aveva concentrato numerosi giudei deportati dalla Palestina. Una terza possibilità è che i Magi provenivano dalla Media. Questa si basa sullo storico greco Erodoto secondo il quale i Magi appartenevano ad una delle sei tribù della Media ed esercitavano molta importanza a corte. Erano sacerdoti e venivano chiamati astrologi, indovini, filosofi. Niente di strano quindi che un gruppo di questi studiosi fosse guidato verso la Giudea da una singolare posizione delle stelle, da far presagire qualcosa di “strano”. L’episodio dettagliato di Matteo, la domanda di Erode sul “tempo” del sorgere della stella permettono di interpretare in forma storica e non allegorica l’esistenza dei Magi e l’episodio della stella. Ancora lo Stramare ci permette una meditazione, oltre la curiosità: «Perché Matteo avrebbe usato il termine ab oriente, evidentemente molto generico? Senza scartare come risposta la possibilità che Matteo ignorasse effettivamente la località precisa di provenienza, rimane sempre 4

da considerare la sua chiara intenzione di privilegiare in questo racconto l’universalità, contro il particolarismo nel quale era rinchiusa l’attesa ebraica. L’esattezza geografica, infatti, non sarebbe servita in questo caso allo scopo: la chiamata alla fede sarebbe stata estesa semplicemente ad un altro popolo ben determinato, ma non a tutti». La stella Molto si è scritto su questa stella. Diverse sono state le ipotesi che possono riassumersi a tre: una cometa, una “stella nova”, una sovrapposizione di satelliti. È difficile accettare l’identificazione della stella con la cometa di Halley in quanto comparsa 12 anni prima della nostra era. Precedentemente era stata avvistata nel 240, 164, 88 a.C.; riapparsa anche nel nostro secolo, nel 1910 e nel 1985-86. Del resto nei cieli della Palestina non è apparsa nessuna cometa tra il 17 a.C. ed il 66 d.C. Non si può neppure pensare ad una stella nova, bagliore prolungato emesso da corpi celesti invisibili al momento della loro esplosione. Infatti nell’area di

Gerusalemme non ne comparve nessuna tra il 134 a.C. ed il 73 d.C. La Grande Enciclopedia Illustrata della Bibbia sembra propendere per la terza ipotesi, già condivisa a suo tempo da Keplero: «Di tutte le spiegazioni possibili la più probabile rimane quella, in qualche modo accettabile sulle fonti, secondo cui si è trattato di un’insolita posizione di Giove, l’antica costellazione regale. L’astronomia antica si è occupata dettagliatamente della sua comparsa in un preciso punto dello zodiaco e l’ha identificata, sul grande sfondo di una religiosità mitologico-astrale molto diffusa, con la divinità più alta. Essa era importante soprattutto per gli avvenimenti della storia e del mondo, in quanto i movimenti di Saturno erano facilmente calcolabili. Saturno, il pianeta più lontano secondo gli an-

Le reliquie dei M Una tradizione ci dice che i Tre, dopo la loro conversione, sono stati consacrati vescovi dall’apostolo Tommaso e morirono martiri all’età tra i 106 e 118 anni. Sarebbero stati sepolti in India (dove l’apostolo Tommaso avrebbe predicato) ma in luoghi separati. Un’altra tradizione invece ci dice che sono morti in Persia e sepolti insieme in una grande tomba. Secondo questa tradizione l’imperatrice Elena (madre di Costantino), ne fece trasportare le reliquie a Costantinopoli. Tuttavia in questa città non si riscontra un culto in onore dei Magi. Alcuni storici sostengono che queste reliquie nello stesso IV secolo furono trasportate da Costantinopoli a Milano da Eustorgio, vescovo di questa città. Altri infine ritengono che le reliquie sono giunte in Italia con le crociate, dato che prima di questo periodo a Milano non c’è traccia di questo culto. Una cosa sembra certa: nel 1162 si sa che le spoglie dei Magi si trovavano in


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tichi, era il simbolo del dio del tempo Crono e permetteva immediate deduzioni sul corso della storia. Una congiunzione di Giove e di Saturno in una precisa posizione dello zodiaco aveva certamente un significato tutto particolare. La ricerca più recente si lascia condurre dalla fondata convinzione che la triplice congiunzione con Giove e Saturno dell’anno 6-7 a.C. ai confini dello zodiaco, al passaggio tra il segno dei Pesci e quello dell’Ariete, deve aver avuto un enorme valore. Essa risulta importante come una “grande” congiunzione e, in vista della imminente era del messia (o anche età dell’oro), mise in allarme l’intero mondo antico». Il Prof. Baima Bollone propende per questa possibilità. Si appoggia su conclusioni dell’astronomia che sostiene che la sovrapposizione di Giove con Sa-

i Magi Lombardia. Infatti in questa data il Barbarossa teneva molto alla conservazione di quelle reliquie come garanzia di una particolare compiacenza e protezione da parte di Dio. La presenza delle reliquie nel capoluogo lombardo è testimoniata dal culto che si diffuse nella regione. Solo alcuni esempi: nel 1420 nella Certosa di Pavia su un trittico d’avorio sono inserite ben 26 scene della storia dei Magi; nel 1570 in San Michele a Pavia si affresca una cappella dei Magi; pochi anni prima a Voghera i cistercensi avevano aperto un’abbazia intitolata ai Re Magi. Queste reliquie nel 1164 da Milano sono state trasportate a Colonia in Germania. Di questo viaggio ci è giunta una particolareggiata descrizione fatta dal carmelitano Giovanni di Hildesheim nel 1364. Riporta le 42 tappe effettuate dall’arcivescovo Reinaldo di Dassel per il trasporto dell’urna.

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La cattedrale di Colonia, in Germania, custodisce le reliquie dei Re Magi da quando vennero trasportate da Milano nel 1164.

turno si verifica ogni 179 anni; nel periodo in esame avvenne proprio nel 7 a.C. e per ben tre volte: 29 marzo, 3 ottobre, 4 dicembre nella costellazione dei Pesci, secondo i calcoli di Keplero. «Betlemme si trova a pochi chilometri da Gerusalemme, proprio nella direzione in cui la luce nella costellazione dei Pesci poteva essere percepita da viaggiatori che giungessero da Oriente. Tradizione, documenti archeologici e calcoli astrofisici confermano che fu soltanto, ed esattamente nel 7 a.C. che nei cieli della sponda meridionale del Mediterraneo e in Mesopotamia si verificò un fenomeno luminoso nettamente percepibile con gli stessi caratteri di quello dell’episodio dei Magi». Quest’ipotesi sembra affascinante; tuttavia diversi biblisti preferiscono seguire una diversa impostazione. Il Ricciotti commenta: «In questi tentativi, fuor della buona intenzione, non c’è altro da apprezzare, giacché scelgono una strada totalmente falsa: basta fermarsi un istante sulle particolarità del racconto evangelico per comprendere che quel racconto vuole presentare un fenomeno assolutamente miracoloso, il qua-

le non si può in nessun modo far rientrare nelle leggi stabili di una meteora naturale sebbene rara». Anche lo studioso Andrés Fernández propende per questa linea: «Altri, infine, sostengono che si trattò di una meteora speciale che non si muoveva secondo le leggi naturali... Dobbiamo preferire la terza ipotesi (questa, dopo quella della congiunzione e di Halley - N.d.A.), l’unica soddisfacente. La stella vista in Oriente si presentava con caratteristiche eccezionali; la sua apparizione non si può spiegare in nessun modo come fenomeno comune ed ordinario; resta pertanto esclusa ogni interpretazione puramente naturalistica... I Magi compresero bene che si trattava di qualcosa al di sopra dell’ordine naturale». Anche «La Sacra Bibbia», a cura del Pontificio Istituto Biblico di Roma nella Nota al brano di Matteo 2, 2, sostiene la stessa opinione: «La stella, veduta dai Magi, secondo l’opinione più probabile, dedotta dalle sue caratteristiche, era una meteora straordinaria, formata da Dio espressamente per dare ai popoli il lieto annunzio della nascita del Salvatore». Vitaliano Mattioli 5


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La Catechesi di Benedetto XVI

I Dodici

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ccanto alla figura di Giacomo «il Maggiore», figlio di Zebedeo, nei Vangeli compare un altro Giacomo, che viene detto «il Minore». Anch’egli fa parte delle liste dei dodici Apostoli scelti personalmente da Gesù, e viene sempre specificato come «figlio di Alfeo» (cf Mt 10,3; Mc 3,18; Lc 5; At 1,13).

Giacomo il Minore seguito, i giudeo-cristiani lo considerarono loro principale punto di riferimento. A lui viene pure attribuita la Lettera che porta il nome di Giacomo ed è compresa nel canone neotestamentario. Egli non vi si presenta come «fratello del Signore», ma come «servo di Dio e del Signore Gesù Cristo» (Gc 1,1). L’uomo della soluzione

La colonna della Chiesa È stato spesso identificato con un altro Giacomo, detto «il Piccolo» (cf Mc 15,40), figlio di una Maria (cf ibid.) che potrebbe essere la «Maria di Cleofa» presente, secondo il Quarto Vangelo, ai piedi della Croce insieme alla Madre di Gesù (cf Gv 19,25). Anche lui era originario di Nazaret e probabile parente di Gesù (cf Mt 13,55; Mc 6,3), del quale alla maniera semitica viene detto «fratello» (cf Mc 6,3; Gal 1,19). Di quest’ultimo Giacomo, il libro degli Atti sottolinea il ruolo preminente svolto nella Chiesa di Gerusalemme. Nel Concilio apostolico là celebrato dopo la morte di Giacomo il Maggiore, affermò insieme con gli altri che i pagani potevano essere accolti nella Chiesa senza doversi prima sottoporre alla circoncisione (cf At 15,13). San Paolo, che gli attribuisce una specifica apparizione del Risorto (cf 1 Cor 15,7), nell’occasione della sua andata a Gerusalemme lo nomina addirittura prima di Cefa-Pietro, qualificandolo «colonna» di quella Chiesa al pari di lui (cf Gal 2,9). In 6

Tra gli studiosi si dibatte la questione dell’identificazione di questi due personaggi dallo stesso nome, Giacomo figlio di Alfeo e Giacomo «fratello del Signore». Le tradizioni evangeliche non ci hanno conservato alcun racconto né sull’uno né sull’altro in riferimento al periodo della vita terrena di Gesù. Gli Atti degli Apostoli, invece, ci mostrano che un «Giacomo» ha svolto un ruolo molto importante, come abbiamo già accennato, dopo la risurrezione di Gesù, all’interno della Chiesa primitiva (cf At 12,17; 15,13-21; 21,18). L’atto più rilevante da lui compiuto fu l’intervento nella questione del difficile rapporto tra i cristiani di origine ebraica e quelli di origine pagana: in esso egli contribuì insieme a Pietro a superare, o meglio, a integrare l’originaria dimensione giudaica del cristianesimo con l’esigenza di non imporre ai pagani convertiti l’obbligo di sottostare a tutte le norme della legge di Mosè. Il libro degli Atti ci ha conservato la soluzione di compromesso, proposta proprio da Giacomo e accettata da tutti gli Apostoli pre-

senti, secondo cui ai pagani che avessero creduto in Gesù Cristo si doveva soltanto chiedere di astenersi dall’usanza idolatrica di mangiare la carne degli animali offerti in sacrificio agli dèi, e dall’«impudicizia», termine che probabilmente alludeva alle unioLa lettera di San Giacomo ci esorta ad abbandonarci alle mani di Dio in tutto ciò che facciamo, pronunciando sempre le parole: «Se il Signore vorrà».


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ni matrimoniali non consentite. In pratica, si trattava di aderire solo a poche proibizioni, ritenute piuttosto importanti, della legislazione mosaica.

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mosaici: questi ormai non dovevano più considerarsi obbliganti per i pagani convertiti. In sostanza, si dava inizio a una prassi di reciproca stima e rispetto, che, nonostante incresciose incomprensioni posteriori, mirava per natura sua a salvaguardare quanto era caratteristico di ciascuna delle due parti. La più antica informazione sulla morte di questo Giacomo ci è offerta dallo storico ebreo Flavio Giuseppe. Nelle sue Antichità Giudaiche (20, 201s), redatte a Roma verso la fine del I secolo, egli ci racconta che la fine di Giacomo fu decisa con iniziativa illegittima dal Sommo Sacerdote Anano, figlio dell’Annas attestato nei Vangeli, il quale approfittò dell’intervallo tra la deposizione di un Procuratore romano (Festo) e l’arrivo del successore (Albino) per decretare la sua lapidazione nell’anno 62.

Un metodo attuale In questo modo, si ottennero due risultati significativi e complementari, entrambi validi tuttora: da una parte, si riconobbe il rapporto inscindibile che collega il cristianesimo alla religione ebraica come a sua matrice perennemente viva e valida; dall’altra, si concesse ai cristiani di origine pagana di conservare la propria identità sociologica, che essi avrebbero perduto se fossero stati costretti a osservare i cosiddetti «precetti cerimoniali»

San Giacomo, Scuola del Mantegna (1448), Cappella Ovetari, Chiesa Eremitani, Padova.

Le opere della fede Al nome di questo Giacomo, oltre all’apocrifo Protovangelo di Giacomo, che esalta la santità e la verginità di Maria Madre di Gesù, è particolarmente legata la Lettera che reca il suo nome. Nel canone del Nuovo Testamento essa occupa il primo posto tra le cosiddette “Lettere cattoliche”, destinate cioè non a una sola Chiesa particolare – come Roma, Efeso, ecc. –, ma a molte Chiese. Si tratta di uno scritto assai importante, che insiste molto sulla necessità di non ridurre la propria fede a una pura dichiarazione verbale o astratta, ma di esprimerla concretamente in opere di bene. Tra l’altro, egli ci invita alla costanza nelle prove gioiosamente accettate e alla preghiera fiduciosa per ottenere da Dio il dono della sapienza, grazie alla quale giungiamo a comprendere che i veri valori della vita non stanno nel-

le ricchezze transitorie, ma piuttosto nel saper condividere le proprie sostanze con i poveri e i bisognosi (cf Gc 1,27). Così la lettera di San Giacomo ci mostra un cristianesimo molto concreto e pratico. La fede deve realizzarsi nella vita, soprattutto nell’amore del prossimo e particolarmente nell’impegno per i poveri. È su questo sfondo che dev’essere letta anche la frase famosa: «Come il corpo senza lo spirito è morto, così anche la fede senza le opere è morta» (Gc 2,26). A volte questa dichiarazione di Giacomo è stata contrapposta alle affermazioni di Paolo, secondo cui noi veniamo resi giusti da Dio non in virtù delle nostre opere, ma grazie alla nostra fede (cf Gal 2,16; Rm 3,28). Tuttavia, le due frasi, apparentemente contraddittorie con le loro prospettive diverse, in realtà, se bene interpretate, si completano. San Paolo si oppone all’orgoglio dell’uomo che pensa di non aver bisogno dell’amore di Dio che ci previene, si oppone all’orgoglio dell’autogiustificazione senza la grazia semplicemente donata e non meritata. San Giacomo parla invece delle opere come frutto normale della fede: «L’albero buono produce frutti buoni», dice il Signore (Mt 7,17). E San Giacomo lo ripete e lo dice a noi. Da ultimo, la lettera di Giacomo ci esorta ad abbandonarci alle mani di Dio in tutto ciò che facciamo, pronunciando sempre le parole: «Se il Signore vorrà» (Gc 4,15). Così egli ci insegna a non presumere di pianificare la nostra vita in maniera autonoma e interessata, ma a fare spazio all’imperscrutabile volontà di Dio, che conosce il vero bene per noi. In questo modo, San Giacomo resta un sempre attuale maestro di vita per ciascuno di noi. Benedetto XVI L’Osservatore Romano, 28-06-2006

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La Parola del rinnov a Vita della Chiesa Dal Sinodo un vento di freschezza Un auspicio. «Dal rinnovato ascolto della Parola di Dio, sotto l’azione dello Spirito Santo, possa sgorgare un autentico rinnovamento nella Chiesa universale e in ogni comunità cristiana». Il dovere. «Compito della Chiesa è nutrirsi della Parola di Dio per rendere efficace l’impegno della nuova evangelizzazione. La Parola sia recata in ogni comunità e si traduca in gesti di amore: solo così è credibile l’annuncio del Vangelo». L’azione. «Tanta gente è alla ricerca, talora inconscia, dell’incontro con Cristo e con il Vangelo; tanti hanno bisogno di ritrovare in Lui il senso della vita. Già il Concilio nella Dei Verbum dice: «È necessario che i fedeli abbiano largo accesso alla Sacra Scrittura». È un requisito

Le linee principali emerse dal Sinodo

indispensabile per l’evangelizzazione e per una promozione pastorale robusta e credibile della Sacra Scrittura, dialogando con le culture e mettendosi al servizio della verità». Papa Benedetto tira le fila di tre settimane, dal 5 al 26 ottobre, del XII Sinodo su «La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa» con 253 padri sinodali e 150 tra esperti, uditori, delegati fraterni, invitati speciali, collaboratori. Le 55 «proposizioni» e il «messaggio al popolo di Dio» – con le relazioni, gli interventi orali e scritti, le sintesi dei gruppi linguistici – sono la «base» dalla quale il Papa attingerà per redigere l’esortazione apostolica postsinodale. Ma contengono indicazioni pastorali generali che gli episcopati nazionali possono tradurre in pratica, tenendo conto che il Sinodo, strumento di collegialità episcopale, è un organismo solo consultivo

La Bibbia è lingua materna dell’Europa, aveva detto il grande intellettuale tedesco Goethe. L’ignorare la Scrittura è come ignorare Cristo aveva affermato San Girolamo.

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del Pontefice. Le «proposizioni» si dividono in tre parti: 1) «La Parola di Dio nella fede della Chiesa»: parla della «predilezione di Dio per i poveri, i primi ad aver diritto all’annuncio del Vangelo perché bisognosi non solo di pane ma anche di parole di vita». Tra le grandi sfide «lo sviluppo della scienza» e il rapporto con la legge naturale «scritta nel cuore di ogni persona: fare il bene ed evitare il male». 2) «La Parola di Dio nella vita della Chiesa»: chiede «di formare lettori e lettrici in grado di proclamare la Parola in modo chiaro e comprensibile»; invita «a non sostituire mai nella Messa la lettura della Scrittura con altri testi di spiritualità e letteratura»; sollecita la stesura di un «Direttorio sull’omelia». I vescovi «incoraggiano il servizio dei laici nella trasmissione della fede», «riconoscono che le donne hanno un ruolo indispensabile nella famiglia e nella catechesi, sanno suscitare l’ascolto della Parola e comunicare il senso del perdono e della condivisione evangelica», «auspicano che il ministero del lettorato sia aperto anche alle donne e che nella comunità sia riconosciuto il loro ruolo di annunciatrici della Parola». Molte comunità, senza Messa domenicale, «trovano nella celebrazione della Parola cibo per la fede e la testimonianza». Sono poi da incoraggiare le comunità di base e i gruppi biblici; la ricerca biblica, la catechesi e la pastorale biblica; il dialogo tra esegeti, teologi e pastori. 3) «La Parola di Dio nella missione della Chiesa»: l’azione dei


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La Parola di Dio deve percorrere le strade del mondo per entrare nella vita degli uomini.

credenti impegnati in politica e nel sociale deve ispirarsi «alla ricerca del vero bene di tutti e nel rispetto della dignità di ogni persona, per quanti soffrono e sono vittime delle ingiustizie». Serve una «mobilitazione generale» per la traduzione della Bibbia nelle varie lingue e per la sua diffusione, rifuggendo dalla «lettura fondamentalistica che ne fanno le sétte». Il dialogo tra cristiani ed ebrei «appartiene alla natura della Chiesa». Per il dialogo con l’Islam tre condizioni: il rispetto della vita, dei diritti dell’uomo e della donna; «la distinzione tra l’ordine socio-politico e l’ordine religioso»; «il dovere della reci-

procità e della libertà di coscienza e di religione». Se da una parte Johann Wolfgang von Goethe sosteneva che «la Bibbia è la lingua materna dell’Europa», dall’altra il concorrente di un quiz di Gerry Scotti non ha saputo rispondere alla domanda «Chi ha recitato per primo il “Padre Nostro”?». Ciò significa che sul piano teorico la Bibbia «è il grande codice della cultura occidentale», senza il quale non si comprende l’identità, la cultura, l’etica, il pensiero, l’arte, la pittura, la musica, la letteratura; ma sul piano pratico l’ignoranza della Scrittura è abissale. Il «messaggio» dice: «Cari

fratelli e sorelle, custodite nelle vostre case e nelle vostre famiglie la Bibbia, leggetela, approfondite e comprendete le sue pagine, trasformatele in preghiera e testimonianza di vita, ascoltatela con amore e fede nella liturgia. Cresca e si approfondisca la conoscenza per la Parola di Dio: ci presenta il respiro di dolore che sale dalla terra, va incontro al grido degli oppressi e al lamento degli infelici, vive la tragedia della sofferenza più atroce e della morte». La Bibbia è descritta con quattro immagini: – «La Voce divina» che risuona «all’origine della creazione spezzando il silenzio del nulla e dando origine alle meraviglie dell’universo», che penetra «nella storia ferita dal peccato e sconvolta dal dolore e dalla morte». – «Il Volto» è Gesù Cristo, Figlio di Dio e uomo, legato a un’epoca, un popolo, una storia, che vive l’esistenza faticosa dell’umanità fino alla morte ma ora vive risorto e immortale. Il Cristianesimo non è «una religione del libro» ma ha al centro il Gesù storico e il Cristo della fede. – «La Casa» della Parola è la Chiesa che si sorregge su quattro «colonne»: a) l’insegnamento. Leggere e comprendere la Bibbia nell’annuncio, nella catechesi, nell’omelia; b) l’Eucaristia. Fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa; c) la preghiera. Questa ritma giorni e tempi dei cristiani; d) la comunione fraterna. È nella Scrittura che «incontriamo i fratelli e le sorelle delle altre Chiese cristiane». – «La Strada»: la Parola deve correre per le strade del mondo, anche quelle della comunicazione informatica, televisiva, virtuale; deve entrare nelle famiglie, nelle scuole, nella cultura e nel mondo del lavoro. Pier Giuseppe Accornero 9


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Anno Paolino

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l 29 giugno 2008 il Papa Benedetto XVI ha indetto l’Anno Paolino (con possibilità di lucrare un’indulgenza plenaria) che durerà fino al 28 giugno del 2009. Lo scopo è quello di commemorare in tutta la Chiesa il II millennio della nascita di San Paolo, avvenuta a Tarso in Cilicia (attuale Turchia sud-orientale), che si tende storicamente a collocare nell’anno 8-9 a.C.

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San Paolo: i tratti dell’ u Saulo proveniva da una famiglia ebraica della diaspora (emigrati). Il padre era un fabbricante di tende. La popolazione subìva l’occupazione romana. Per benemerenze acquisite dalla sua famiglia in ambito commerciale egli, fin dalla nascita, è cittadino romano. L’ambiente ove cresce è legato alla cultura ellenistica, ma Saulo riceve anche un’educazione ebraica in famiglia che completerà poi a Gerusalemme con la guida del maestro Gamaliele. Conosce l’ebraico e il greco e impara il lavoro paterno. Davanti alle vicende che hanno caratterizzato la vita di quest’uomo emergono sovente una serie di interrogativi. Qui di seguito ne vengono annotati alcuni, cercando di offrire delle risposte. Perché proprio Saulo è fermato da Dio sulla strada che conduceva a Damasco? (At 22,6s) In quel periodo c’erano anche altre persone che perseguitavano la Chiesa nascente: es. uccisione di Stefano (At 7,59-60) e di Giacomo (At 12,1-2). a. Perché in Saulo l’idea di persecuzione si traduce in un metodo sistematico di eliminazione (es. At 8,3 e 9,2). b. Perché l’azione di Saulo vuole spezzare ogni espressione cristiana che incomincia a estendersi fuori Gerusalemme (es. At

San Paolo, cittadino romano fin dalla nascita, era originario d’una famiglia di artigiani.

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9,2 e 9,14). Egli intravede il pericolo del proselitismo. c. Perché, in anticipo su altri, Saulo ha incominciato a intuire che il Cristianesimo non è una filosofia (idea astratta), non costituisce una fazione politica (progetti di rivendicazioni temporali), ma è una realtà concreta (una Persona) vista come pericolosa per la religione ebraica (ne intacca il nucleo del messianismo). Es.: At 7,54-60 (anche Saulo ascolta Stefano che fa esplicito riferimento a Gesù). È possibile delineare l’aspetto fisico di Paolo? a. Il termine Paolo è latino e significa piccolo. Ma questo non significa che l’apostolo fosse basso di statura. b. Diversi pittori lo hanno dipinto semi-calvo, ma sono rappresentazioni di fantasia. Qual era il carattere di Paolo? a. Volitivo: è lui che di frequente decide gli aspetti organizzativi dei viaggi missionari (es. At 15,36-40). Accetta impegni gravosi. Assume responsabilità notevoli. b. Tenace: affronta con decisione le continue difficoltà; sostiene con convinzione una linea pastorale (es. At 15s, concilio di Gerusalemme); non ha difficoltà a indicare a San Pietro aspetti da modificare sul piano della prassi (es. incidente di Antiochia, Gal 2,11); si rapporta con i Giudei con affetto ma anche con estrema chiarezza.


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’ uomo c. Sensibile alle difficoltà dei fratelli: organizza una colletta per sostenere la Chiesa di Gerusalemme provata dalla carestia (es. At 11,27-30; e Rm 15,26 e 16,1-4). d. Si inquieta davanti alle diviFin dall’inizio, Paolo aveva capito che il cristianesimo era una realtà pericolosa per questo cercava di fermarla con ogni mezzo, ma sulla via di Damasco, il Signore lo aspettava.

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sioni interne delle prime comunità cristiane o nei casi di immoralità: es. Rm 16,17-18, soprattutto 1 Cor 1,11-13; e 1 Cor 5,1-5. e. Richiama a una linea globale di carità (quindi è contrario all’assistenzialismo). Es. Rm 13,8. 1 Cor 13,1-13 (Inno alla carità). f. Lavora per non essere di peso ad alcuno (es. Fil 4,11 e 2 Ts 3,7-8). Solo dai Filippesi accetta aiuti economici (Fil 4, 14-16). Qual era il suo metodo missionario? a. Ogni sabato parla nelle sinagoghe (es. At 13,5 e 17,2). b. Spiega la dottrina cristiana nell’Areopago di Atene (es. At 17,16-34). c. Svolge un’azione di evangelizzazione nelle case (es. At 18,3 (Aquila e Priscilla a Corinto). d. Insegna nella scuola di un certo Tiranno, ad Efeso (es. At 19,9-10). Ottiene risultati? Si registrano resistenze? a. Paolo riesce a fondare comunità cristiane, di altre ne facilita la fondazione o la crescita. b. Le ostilità verso la sua azione sono durissime. Provengono dai Giudei (es. At 14,19: è preso a sassate); dai venditori di oggetti riconducibili al culto di idoli (es. At 19,23-40, ad Efeso); dal mago Elimas (At 13,8-12); da quanti non accettano il nucleo della Buona Novella: Gesù, Figlio di Dio, si è incarnato, ha vissuto in Palestina, ha affrontato Passione, Morte e Risurrezione per liberare l’umanità dal peccato e dalla morte. In ultimo, a seguito delle denunce presentate dai Giudei all’autorità romana, subirà due processi a Roma, e verrà martirizzato (decapitazione, in quanto cittadino romano).

Gli Atti degli Apostoli ci presentano vari modelli della predicazione di Paolo che è capace di presentare il Vangelo in diversi contesti culturali e sociali.

Ci sono aspetti particolari che possono essere evidenziati? a. Paolo è uomo di preghiera (non solo di azione). Es. At 20,36 e 21,5. Ef 6,18. 1 Ts 5,17. b. L’Apostolo sviluppa un’ascesi spirituale segnata anche da una vita mistica (es. Gal 2,20). c. In più di un caso Paolo decide una linea operativa, ma il Signore gli manifesta un diverso indirizzo (es. At 16,6-7). d. In alcune parti delle sue lettere Paolo chiarisce quando parla esprimendo proprie idee, e quando invece trasmette la volontà 11


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del Signore (es. 1 Cor 7,10 e 12). Esistono a tutt’oggi situazioni non del tutto approfondite che riguardano San Paolo? a. La famiglia dell’Apostolo. Sappiamo che ha una sorella, madre di un giovanetto (At 23,16). A Roma ci sono alcuni suoi parenti: Andronico e Giunia, Erodione (Rm 16,7 e 11). Ma non conosciamo il grado di parentela. b. Gli anni immediatamente successivi alla sua conversione (At 9,23s. e Gal 1,17). Si ritiene che siano stati utilizzati da Paolo per lo studio, la preghiera, e la testimonianza. c. Il rapporto tra Paolo e Giovanni, detto Marco (futuro evangelista). C’è una separazione tra i due perché nel primo viaggio Paolo presenta a tutti la novità di Cristo e nulla lo ferma in questo suo sforzo. Ancora oggi, Paolo è uno dei più grandi geni dell’umanità.

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missionario, a un certo punto del percorso, Marco recede dall’impegno (non sono da escludere serie difficoltà incontrate). Paolo, a scopo prudenziale, e tenuto conto delle molte incognite legate ai viaggi missionari, non lo condurrà più con sé in tempi successivi (At 13,13 e 15,37-40). d. Le prove affrontate. L’Apostolo non le descrive in dettaglio. Cf At 9,16. Soprattutto 2 Cor 1,811 e 11,23-32. Gal 6,17 (“io porto le stimmate di Gesù nel mio corpo”). e. Gli ultimi anni di vita di San Paolo. Perché a Roma viene abbandonato da tutti? a. Da una parte, Paolo non può essere nascosto in qualche casa amica perché è sotto custodia di un soldato romano. b. Dall’altra, l’assenza di figure al suo fianco sembra confermare l’ipotesi di un’estesa persecuzione in atto contro i cristiani. Come scrive le lettere San Paolo? Improvvisa? Segue uno schema? Le detta? Scrive di proprio pugno? a. Le lettere riflettono le fasi concrete dell’evangelizzazione in atto. Per questo motivo la loro genesi può essere legata a situazioni contingenti (es. Filemone), o alla decisione di Paolo di affrontare in modo sistematico più aspetti nodali (es. Romani). b. In genere siamo in presenza di un’idea centrale che l’Apostolo sviluppa con un’esposizione che gira intorno a questo nucleo di messaggio per poi tornare alle affermazioni iniziali. Segue poi una seconda idea, che ripercorre lo stesso schema espositivo. c. In genere Paolo si avvale di uno scrivano. In alcuni casi scrive di persona (es. Filemone). Più volte firma con un saluto al ter-

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Il naufragio a Malta, rappresenta una delle pagine più toccanti della predicazione dell’Apostolo.

mine del testo (forma di affetto, ma anche una specie di autenticazione del testo). d. Non possediamo tutti gli scritti paolini. Però quelli conservati esprimono uno schema dottrinario molto importante. Che cos’è “la spina nella carne” di cui parla Paolo in 2 Cor 12,7-10? a. È una sofferenza di tipo cronico che ostacola, senza bloccarla, l’azione dell’Apostolo. b. Diverse sono le ipotesi. Lo scrivente propende per problemi alla vista. Potrebbero essere legati a un’offesa agli occhi causata dall’episodio di lapidazione ove Paolo si salvò a stento. In Gal 6,11 Paolo annota: “Vedete


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con che grossi caratteri vi scrivo, ora, di mia mano”. In genere frasi di questo tipo si ascoltano anche oggi da persone che hanno disturbi alla vista. Era problematico il rapporto di Paolo con le donne? La dimensione sessuale era da lui svalutata? a. Gli episodi fraterni raccontati in Atti e nelle Lettere documentano la familiarità di Paolo con più donne. b. Sul piano dottrinale l’Apostolo è più volte in difficoltà perché diverse figure maschili intervengono nelle assemblee (in sinagoga) esponendo dottrine erronee. Da qui la preoccupazione di Paolo di limitare il diffondersi di eresie (in una fase di inizio per la Chiesa) con provvedimenti cautelativi. Tra questi quello di non far parlare in pubblico persone non preparate sul piano dottrinale. Ciò vale per gli uomini e per le donne. La non preparazione di quest’ultime era legata non a mancanza di una loro buona volontà, ma – dati i costumi ebraici del tempo – ad assenza di formazione personale e di esperienza nel commentare passi biblici in sinagoga. c. Ad Efeso esisteva il tempio di Artemide, dea della fecondità. A Corinto era famoso il tempio di Afrodite, dea dell’amore. Intorno a questi luoghi si sviluppavano forme di “prostituzione sacra”. Da qui l’insistenza di Paolo sul valore del corpo umano, “tempio dello Spirito”. Esistono aspetti della missione di Paolo tra i gentili su cui si riflette per diversi motivi? a. Le fondazioni di San Paolo. Oggi non esistono più. Perché? Perché gli eventi successivi, segnati dall’occupazione militare

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dei territori evangelizzati da Paolo, vedono una supremazia di popoli di religione non cristiana. Da qui il lento soffocamento delle prime comunità cristiane. b. Nei suoi scritti Paolo non sviluppa una riflessione mariologica. Solo in Gal 4,4, con riferimento a Cristo, si afferma che questi è “nato da donna”. Perché? Perché ci troviamo agli inizi della Chiesa. In questa fase l’obiettivo paolino è quello di presentare “il mistero di Cristo” (Ef 3,4). È un traguardo talmente impegnativo che costerà a Paolo il martirio. Non si deve però dimenticare l’importanza di Gal 4,4: qui Paolo insiste sul mistero dell’Incarnazione (un fatto reale), e – indirettamente – sulla cooperazione di una donna concreta (Maria) al Disegno salvifico. Con il suo martirio, Paolo sigilla la sua fedeltà a Cristo.

c. Sono tutte autentiche le Lettere di San Paolo? Queste lettere appartengono al genere letterario “epistolare”, ma si differenziano per lo stile, per l’impostazione, per la schematizzazione nella stesura. La critica riconosce per “sicuramente paoline” la 1ª lettera ai Tessalonicesi, la 1ª e la 2ª lettera ai Corinzi, quelle ai Romani, ai Galati, ai Filippesi e a Filemone. Qualche riserva (sostanzialmente trascurabile) è stata rivolta nei confronti della 2ª lettera ai Tessalonicesi, e quelle agli Efesini e ai Colossesi. Dubbi più seri riguardano la 1ª e la 2ª a Timoteo e la lettera a Tito, soprattutto se si esclude la liberazione di Paolo nel 64 e il viaggio in Spagna (sarebbero in questo caso scritte molto probabilmente da discepoli). Si esclude con sicurezza la paternità della lettera agli Ebrei. In conclusione, qual è stato il ruolo storico di Paolo, “apostolo per vocazione”? a. Ha allargato l’orizzonte di diffusione della fede in Cristo ai non Giudei, consentendo la non circoncisione dei credenti e il superamento del ritualismo ebraico. b. Ha permesso anche il superamento del concetto di esclusivismo tipico del popolo israelita che si sentiva unico depositario del “patto di salvezza”. In tal modo sono state spalancate le porte a tutte le persone che desideravano diventare cristiane. c. Ha soprattutto consegnato alla Chiesa un solido e prezioso insegnamento dottrinale che ha cercato di evitare eresie, sconfinamenti nel sincretismo e nel soggettivismo, inquinamenti di ogni tipo con riferimento all’essenzialità del mistero di Cristo e della Sua Chiesa. Pier Luigi Guiducci 13


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Che cos’è la spiritu a Spiritualità

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ià da alcuni anni (dal 2002) si tiene a Torino un festival convegno dal titolo “Torino Spiritualità”. È una iniziativa lodevole, attuale, impegnativa e anche molto seguita. E così anche nel 2008 (dal 24 al 28 settembre dal titolo: Domande a Dio. Domande agli uomini) la città, stimata per i suoi vari centri di eccellenza tecnologia nel sapere e nella ricerca scientifica, ha invitato tutti, credenti e non, ad una piccola pausa e ad un po’ di riflessione. Il che non guasta nella nostra vita frenetica, stressati e divorati quotidianamente dalla fretta. Spiritualità: questa è la parola chiave. Come dire che dobbiamo ricordarci che l’uomo non ha solo una componente materiale ma anche spirituale. Si vuole ricordare che l’uomo quindi ha un destino che va oltre quell’orizzonte di tot anni da vivere (spesso con molta fatica) su questo pianeta. Padrone mio, che fate?

Si narra che un giorno Francesco d’Assisi vide un muratore e gli chiese: “Padrone mio, che fate?”. Quegli rispose: “Faccio muri da mattina a sera”. Con la sua abituale mansuetudine Francesco chiese ancora: “E perché fate muri tutto il giorno?”. Rispose il muratore: “Per guadagnare quatto soldi”. “E perché volete guadagnare dei soldi, fratello mio?” continuò a dirgli Francesco. “Per vivere” fu la risposta. 14

Lo spirito è il centro animatore di ogni persona umana.

“E perché vivete voi?” fu la semplicissima domanda di Francesco. Ma il povero muratore non seppe cosa rispondere. Già, perché viviamo noi? Tutti cercano risposte a questa domanda. Anche l’uomo del nostro tempo, di oggi. Anche noi. Il secolo appena trascorso non è stato migliore, da molti punti di vista, degli altri. È stato il secolo delle grandi ideologie che volevano essere esaustive e onnicomprensive (vedi comunismo, nazismo, fascismo, ed anche un certo capitalismo) e che invece ha lasciato dietro di sé tutti i loro sogni messianici in frantumi, con un corollario spaventoso di milioni di morti e di inenarrabili sofferenze e distruzioni. Erano le ideologie che si erano collocate al posto di Dio. E con quali risultati! Oggi i sogni e le utopie sembrano affidate interamente alla Tecnologia. Un filosofo nostrano annuncia anzi che questa sarà la nuova religione che sostituirà le altre. Un dio (o un nuovo idolo?) costruito dall’uomo, insomma. Per la verità l’ottimismo, di matrice illuministica, che sembrava inarrestabile nel passato, ha perso molto del suo richiamo. Si è diventati consci che il progresso tecnologico oltre ai grandi vantaggi ha anche “regalato” all’umanità non pochi “prodotti collaterali”, guai seri, veri disastri sociali e ambientali. Si pensi al problema ecologico, alla povertà crescente in molti popoli vittime di una certa globalizzazione, all’insicurezza che si

respira nelle città, alla criminalità sempre più organizzata, all’AIDS, alla droga. Molti di questi problemi squisitamente umani spesso producono un vero disagio esistenziale autodistruttivo (specie di molti giovani ma non solo) e finiscono per essere “curati” con l’uso di sostanze tossiche psico devastanti. Molti di questi mali non hanno bisogno delle risposte della tecnologia ma... della teologia. Parafrasando una famosissima frase detta dal Cristo tentato da Satana possiamo affermare: “Non di solo tecnologia deve vivere l’uomo ma anche di teologia” cioè del discorso di Dio all’uomo e della risposta dell’uomo a Dio e su Dio. Si tratta della problematica quanto mai attuale della presenza culturale ed esistenziale del Trascendente nella vita dell’uomo. Ha scritto Paul Claudel: “Posti tra Dio e la terra, occorre che rispondiamo alla chiamata dell’uno e dell’altra, occorre che apriamo tra l’uno e l’altra i canali, le vie tramite le quali la misericordia va incontro alla giustizia”. L’uomo ha bisogno quindi di spiritualità, proprio perché è un essere spirituale. La spiritualità è... Ma cosa intendiamo per spiritualità? È una parola, come si dice, dal valore poli semantico enorme. Bisogna premettere innanzitutto che la parola è nata storicamente in ambito cristiano. Fu usata (per la prima volta,


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u alità?

sembra, da Gerolamo) per indicare che la vita del neo battezzato o dell’adulto neo convertito doveva essere vissuta sotto l’influsso dello Spirito (la cui presenza lo faceva diventare un uomo nuovo, cioè spirituale) e non più della “carne” (l’uomo vecchio, carnale, del passato). Oggi però è usata in ambiti più vasti e al di fuori dell’ambito strettamente cristiano. Per Angelo Amato la parola spiritualità, prima di essere una categoria teologica, appartenente cioè alla sfera religiosa, è una categoria antropologica. Riguarda cioè l’uomo, ogni uomo, tutto l’uomo. Così ha scritto: “Prima di un suo significato cristiano, c’è un suo pre significato umano, che pone in risalto lo ‘spirito’ centro animatore di ogni persona umana. Auto comprendendosi come spirito, l’uomo rivela la globalità del suo essere, armonizzando anima e corpo, interiorità ed esteriorità, essere e agire”. Ci può essere quindi (e questo spiega l’uso sempre più va-

sto del termine in questione) anche una spiritualità senza religione o al di là di una strutturazione religiosa. Afferma Enzo Bianchi, un esperto in materia: “C’è posto anche per una spiritualità senza religione, senza Dio. Credo ci sia posto per una spiritualità degli agnostici e dei non credenti, di coloro che sono in cerca della verità perché sono insoddisfatti di risposte prefabbricate, di verità definite una volta per tutte. È una spiritualità che si nutre dell’esperienza dell’interiorità, della ricerca del senso e del senso dei sensi, del confronto con la realtà della morte come parola originaria e con l’esperienza del limite; una spiritualità che conosce l’importanza della solitudine, del silenzio, del pensare, del meditare. È una spiritualità che si alimenta dell’alterità: va incontro agli altri e all’altro e resta aperta all’Altro se mai si rivelasse”. Cerchiamo di dare una definizione di spiritualità. Un dizionario della lingua italiana la definisce come “la sensibilità e

l’adesione intima ai valori dello spirito” (E. DE FELICE - A. DURO). Come si vede una definizione molto generica che va bene in molti ambiti della vita del comportamento umano, anche non strettamente religiosi. È indubbio però che la parola spiritualità sia usata specialmente in campo religioso e specificatamente nell’ambito delle religioni (interessate in primis al rapporto con il Trascendente), e specialmente del Cristianesimo. Lo studioso Kees Waaijman ha scritto: “La spiritualità tocca il nucleo centrale della nostra esistenza umana: la nostra relazione con l’Assoluto”. È proprio a questo problema dell’esistenza o non esistenza di un qualche Assoluto che sembra non sfuggire nessun uomo pensante. Una definizione (ampia) di spiritualità, divenuta ormai classica, ci viene da un grande e rinomato teologo, Hans Urs von Balthasar. Eccola: “Spiritualità è l’atteggiamento fondamentale, pratico ed esistenziale di un uomo, atteggiamento che viene assunto come conseguenza ed espressione della sua fede religiosa; oppure in termini più generali, come espressione della sua interpretazione eticamente impegnata dell’esistenza”. Come si vede ci può essere una fede religiosa oppure semplicemente un riferimento etico superiore, cioè indirizzato al bene e a fare il bene anziché il male al prossimo, che poi, nell’ottica cristiana significa un riferimento indiretto a Dio, sommo Bene che vuole il bene di tutte le sue creature, a cominciare dall’uomo. Ma se in questa definizione di spiritualità umana ci mettiamo il riferimento al Cristo, visto come Via, Verità e Vita e come riferimento etico e valoriale della nostra esistenza, abbiamo la spiritualità che chiamiamo cristiana. Mario Scudu 15


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I Novissimi

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Celebrazione

In cammino verso le ultime realtà LA NOSTRA SPERANZA Dio ci ha creati per l’immortalità «La speranza dell’empio è come pula portata dal vento. I giusti, al contrario, vivono sempre, la loro ricompensa è presso il Signore e l’Altissimo ha cura di loro» (Sap 5,14-15). La vita dell’uomo è vita, una vera vita e per questo non è destinata a perire. La fede degli Ebrei è maturata fino alla sicura speranza che la vita, dopo la morte, non sarà loro tolta: i giusti vivranno per sempre e avranno pure una ricompensa nel Signore. La morte, pertanto, non è creazione di Dio. Dio non si compiace della fine dei viventi. L’autore del libro della Sapienza conclude così: «L’amore è osservanza delle leggi; il rispetto delle leggi è certezza di incorruttibilità e l’immortalità fa stare vicino a Dio» (Sap 6,18-19). La Speranza che noi abbiamo ricevuto quale dono dello Spirito Santo, ci assicura che il destino dell’uomo oltrepassa la sua esistenza terrena e consiste nella eterna felicità, cioè nell’essere nelle mani di Dio (Sap 3,1; 5,15). Dio non ci ha creato per la morte ma per la vita. Un altro libro della Bibbia (il 2º dei Maccabei), fa esplodere la fede ebraica nella sicura speranza della risurrezione: «È meglio morire per mano degli uomini, quando si ha la speranza in Dio di essere da lui risuscitati. Per te, dice il piccolo martire al tiranno, non ci sarà risurrezione alla vita» (2 Mac 7,14). Tu mi uccidi, mi abbatti, e Dio mi rialza, mi fa risorgere alla vita. E in un altro passo dello stesso libro viene riconfermata la credenza nell’Aldilà, là dove si parla dell’offerta di sacrifici per i morti (2 Mac 12,38-46). Preghiamo con il Salmo 26 Rit.: Spero nel Signore, si rinsaldi il mio cuore. Il Signore è mia luce e mia salvezza: di chi avrò timore? Il Signore è difesa della mia vita: di chi avrò paura? Rit. Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni 16

della mia vita, per contemplare la bellezza del Signore. Rit. Sono certo di contemplare la bontà del Signore nella terra dei viventi e ammirare il suo santuario. Rit. Che cosa ci dice Gesù Nei Vangeli non troviamo descrizioni, come vorremmo noi, dell’Aldilà, ma soltanto insegnamenti che servono a regolare la nostra vita per approdare felicemente nell’altra vita. «Non temere, piccolo gregge, perché è piaciuto al Padre vostro di darvi il Regno» (Lc 12,32). Questo Regno abbraccia la vita presente, una vita fatta di fiducia in Dio e di lavoro e quella futura. «Non datevi pensiero per la vostra vita, di quello che mangerete» (Lc 12,22ss); «Siate pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese» (Lc 12,35), Gesù ci invita a guardare al futuro Regno dei Cieli che egli ci presenta con l’immagine del banchetto, dove chi serve è Dio stesso: «Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; egli si cingerà le sue vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli» (Lc 12,37). Praticamente siamo invitati a percorrere la stessa strada di Cristo; «se qualcuno vuol venire dieLa vita dell’uomo è una vita vera, non destinata a perire.


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tro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua» (Lc 9,23), per arrivare là dove egli ha preso possesso del suo Regno di gloria: «Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato, siano con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria» (Gv 17,24).

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La speranza del cristiano è giungere a conoscere Dio e vedere il suo volto.

Gli insegnamenti di San Paolo Con maggiore chiarezza e con un profondo sospiro viene espressa la speranza nell’Aldilà da San Paolo: «Per quanto mi riguarda, il mio sangue sta per essere sparso in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le vele. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione» (2 Tm 4,6-8). E, scrivendo ai Corinzi, Paolo afferma: «Sappiamo che quando verrà disfatto questo corpo, nostra abitazione sulla terra, riceveremo un’abitazione da Dio, una dimora eterna, non costruita da mani di uomo, nei cieli ... Siamo pieni di fiducia e preferiamo andare in esilio dal corpo e abitare presso il Signore» (2 Cor 5,1-10).

mentre dobbiamo sentirci impegnati a lavorare per il Regno di Dio, che è in mezzo a noi. Per il futuro ultimo, l’Aldilà, la nostra speranza ci porta all’incontro definitivo non con qualcosa, ma con Qualcuno: vedere Dio, sentire il suo abbraccio, venire immersi beatamente nella SS. Trinità, fino a quando finalmente il Padre sarà tutto in tutti. L’Apocalisse ci offre una stupenda descrizione, un vero incanto, così: «Gli eletti vedranno la faccia del Signore e porteranno il suo nome sulla fronte. Non vi sarà più notte e non avranno più bisogno di luce di sole, il Signore Dio li illuminerà e regneranno nei secoli dei secoli» (Ap 22,4-5).

Che cosa vuol dire sperare? Dunque il nostro guardare all’Aldilà e il nostro vivere nell’Aldiqua è pieno di speranza. Ora ci domandiamo che cosa voglia dire sperare. Qui parliamo della speranza quale dono che ci viene da Dio e quindi di una vera forza divina detta “virtù teologale”. Sperare vuol dire attendere ardentemente; è aspettare con fiducia; è desiderare vivamente; è la sicura certezza di vedere Gesù, di amarlo e di gustarlo per sempre. Tutto ciò supera le forze umane, infatti la virtù della speranza è una virtù infusa, una potenza donata, è dono gratuito di Dio ricevuto nel Battesimo. Così con la speranza è arrivato per noi, qui e ora, l’eterno “OGGI” di Dio in Gesù Cristo. Ciò che pensavamo fosse futuro e tanto lontano, è diventato presente. La speranza ci dà la possibilità di entrare già ora in possesso del suo proprio oggetto: essere figli di Dio, e lo siamo realmente; essere giustificati, e lo siamo; venire ricostruiti quale santa casa di Dio, ecco, lo Spirito Santo abita nei nostri corpi. Noi siamo salvati, e pertanto la vita eterna è già ora presente in noi, come scrive Paolo ai Romani al capitolo ottavo. La nostra speranza è possedere Cristo, qui e ora,

Gesù è la Via, la Verità e la Vita Gesù è la Via che ci porta a Dio, una via di speranza e di amore: che ci porta all’incontro con Lui a viso aperto. Gesù è la Verità, la vittoria contro il mondo e il Diavolo: chi segue i suoi insegnamenti non sbaglierà mai. Gesù è la Vita: egli sta costruendo con noi, qui in terra, il suo Regno di amore e di pace. Preghiera Santissimo Soffio d’amore, sveglia il nostro cuore e mettici dentro con forza sogni di meravigliosi incontri. O Spirito, altissimo dono di Dio ravviva i pensieri e il cuore perché liberi da ogni timore corriamo incontro al nostro Papà. O dolcissimo Spirito consolatore ravviva in noi sospiri e desideri e si compia la beata speranza di contemplare il volto di Dio. Don Timoteo Munari 17


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Borodin, cantore appassionato della

Musica e Fede Sotto i suoni musicali si gonfia il mare del nostro cuore, come il flutto sotto la luna.

voro melodico-storico russo (e non solo), il Boris Godunov, predicendo per il popolo una lunga e interminabile teoria di sofferenza: piangi, piangi, popolo russo. E non si è che all’inizio del XVII secolo. L’autore stesso di Boris, Musorgskij, aveva pagato, per le sue debolezze personali, il suo debito di sofferenza; al contrario, Aleksandr Porfirievic Borodin, visse intensamente la sua breve vita in un succedersi continuo di esperienze positive e di costruttivi traguardi.

J. P. Richter, poeta tedesco, 1763-1825

L

a Russia, che in questi ultimi mesi è ritornata alla ribalta non per finzione scenica, possiede una ricchezza culturale enorme. Letteratura, musica e ogni altra espressione artistica traducono l’immensa forza spirituale di un popolo generoso, cosciente della propria fede religiosa e unito da uno straordinario calore di umanità. Un popolo che ha molto sofferto e per il quale non sembra infondata la triste profezia dello yurodivij (l’innocente, cioè l’idiota, misero e irriso) che conclude tristemente il massimo capola-

Scienziato e musicista

Aleksander Porfirievich Borodin, Museo di San Pietroburgo.

Borodin, studiò medicina ma conservò la sua predilezione per la musica per tutta la vita.

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Borodin nacque a Pietroburgo nel 1833. Figlio naturale di un principe georgiano e di una borghese, fu iscritto nei registri come figlio di un servo del padre. Dimostrò fin dall’infanzia una spiccatissima predisposizione alla musica. Resta nota, composta a tredici anni, una sua partitura sul tema di Roberto il diavolo di Meyerbeer. La madre però lo indusse a studiare medicina, e raggiunse la laurea con il massimo dei voti (1856). Ad Heidelberg perfezionò gli studi di chimica con il celebre scienziato Dmitrij Mendeleev (1834-1907) e conobbe Musorgskij, già minato dall’alcolismo. La frequentazione di quel genio infelice influì in modo determinante sugli interessi musicali di Borodin, che nel 1864 ottenne la cattedra di chimica organica all’Accademia di Pietroburgo e intraprese ricerche che attirarono su lui l’interesse degli ambienti scientifici; nello stesso tempo si dedicava

Ivanovich Mendeleev, Tretyakov Gallery, Mosca.

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Borodin conobbe il celebre scienziato Mendeleev con cui perfezionò i suoi studi scientifici.

con grande entusiasmo alla musica. A questo periodo risale la sua prima mirabile sinfonia e la fondazione, con Musorgskij e gli altri, del già ricordato “Gruppo dei Cinque”. La sua attività scientifica gli valse riconoscimenti di primo piano in tutta Europa e in patria, dove egli visse in dedizione incessante sul piano scientifico, artistico e sociale (fu strenuo propugnatore dell’emancipazione femminile), sempre illuminato da eccezionale saggezza e apertura spirituale che lo coinvolsero affettivamente e intellettualmente. Fu l’unico dei “Cinque” a mantenere rapporti continui di cordialità con gli altri colleghi, sempre cercando la via del rispetto personale e della comprensione umana. Nella sua delicata umiltà, egli si ritenne sempre un “dilettante di mu-


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a Speranza sica”. I viaggi all’estero (importante quello del 1877 a Weimar dove incontrò Liszt) erano in funzione del suo ruolo di scienziato, che poco spazio concedeva all’ attività di compositore. L’eccesso di lavoro, non spinto da avidità ma da amore alla vita, gli costò un infarto che lo colse nel febbraio 1887, durante una festa alla facoltà di chimica. Nell’aprile 1863 si era sposato con un’eccellente pianista, Ekaterina Protopopova (1833-1887), conosciuta ad Heidelberg dove ella si trovava per curare la tubercolosi di cui era affetta e che, sei mesi dopo Aleksandr, l’avrebbe condotta alla morte. Il “Principe Igor”, canto di giustizia e di libertà Dotato di grandi capacità creative, Borodin esprime il suo talento più nella grandiosa opera Il principe Igor (Knjaz’ Igor’) che nelle poche sinfonie composte. A

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questo eccelso canto alla giustizia, Borodin lavorò per diciassette anni, dal 1869 alla morte, lasciandolo per altro incompiuto. Al completamento provvidero Aleksandr Glazunov (18651936) per la parte melodica e Rimskij-Korsakov per l’orchestrazione. L’opera andò in scena il 4 novembre 1890 al teatro Marinskij di Pietroburgo, con enorme successo, pur con non poche riserve critiche circa le scelte dei due musicisti che la completarono. A parte l’indiscutibile capacità di Rimskij, sulla cui fedeltà all’originale nulla si poté dire, i critici si accanirono su Glazunov, eccellente e fecondo musicista già vicino a Borodin negli ultimi anni. Il Principe Igor discende da una leggenda anonima russa del XII secolo, che canta la spedizione dei principi di Seversk (antica città della Siberia, “sconosciuta” nella Russia sovietica perché centro di costruzione di testate nucleari) contro gli invasori “polovesi” di stirpe mongola. Il valoroso principe lascia la sua corte e il suo popolo per difendere la patria in pericolo; durante la sua assenza il cognato Vladimir trama per impossessarsi del regno, e vuole rinchiudere in convento la sorella, sposa del principe; dopo varie peripezie, il principe, con l’aiuto del figlio, vince i nemici, torna a casa tra il giubilo del popolo, generosamente perdona ai cospiratori e un grande coro celebra la gloria di Igor e il felice destino della patria. Un soggetto ideale per Borodin, studioso sia della musica popolare russa che di quella orientale. La trama è vaga, per cui Borodin, che fu anche redattore del libretto, dovette inserire tanti elementi di carattere romantico, esotico, orientale per costruire i quattro potenti atti del melodramma. Dal punto di vista musicale, l’opera è di originalissima melodia, con fenomenale impie-

Aleksandr Konstantinovich Glazunov, Museo di San Pietroburgo.

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Il musicista Glazunov completò con Rimskij-Korsakov la grande opera di Borodin.

go della vocalità. “Le danze, i cori, le arie di quest’opera sono soprattutto festa, sgargiante celebrazione di una tradizione nazionale; sono affermazione di vitalità, valida per ogni tempo e ogni paese” (Fedele D’Amico, musicologo, 1912-90). La leggenda del principe buono e coraggioso era di grande attualità nel secolo XIX. Essa aveva la funzione di esortare gli aristocratici ad unirsi contro il nemico comune, che andava individuato all’interno dell’impero (si era ancora sotto il regime zarista). Nel Principe Igor gli aspetti positivi di attesa prevalgono su quelli negativi di delusione. È questa la ragione per cui l’anima sensibile e geniale del musicista-scienziato scelse questa leggenda per infondere speranza nel popolo russo. È questo il messaggio finale dell’opera, che nel giubilo delle campane manifesta tutto il desiderio di libertà delle folle, da tanti secoli soffocato dalla menzogna e dalla sofferenza. E la fede nel Dio vero, riempie queste magnifiche pagine di suoni e di colori, questa fede è tutela dell’uomo vero, nella totalità nascosta delle sue speranze. Franco Careglio 19


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INSERTO

Da mihi animas cetera tolle (L’ADMA al XXVI Capitolo Generale dei Salesiani) 2. URGENZA DI EVANGELIZZARE 2.3 - Evangelizzazione ed educazione L’evangelizzazione richiede di salvaguardare insieme l’integralità dell’annuncio e la gradualità della proposta. Don Bosco assunse questa doppia attenzione per poter proporre a tutti i giovani una profonda esperienza di Dio, tenendo conto della loro situazione concreta. Nella tradizione salesiana abbiamo espresso tale rapporto in modi diversi: ad esempio “onesti cittadini e buoni cristiani” oppure “evangelizzare educando ed educare evangelizzando”. Siamo convinti che l’evangelizzazione propone all’educazione un modello di umanità pienamente riuscita e che l’educazione, quando giunge a toccare il cuore dei giovani e sviluppa il senso religioso della vita, favorisce e accompagna il processo di evangelizzazione: “senza educazione, in effetti, non c’è evangelizzazione duratura e profonda, non c’è crescita e maturazione, non si dà cambio di mentalità e di cultura” (Benedetto XVI, Messaggio al CG 26, n. 4). Per questo, fin dal primo momento, l’educazione deve prendere ispirazione dal Vangelo e l’evangelizzazione deve adattarsi alla condizione evolutiva del giovane. Solo così egli potrà scoprire in Cristo la propria vera identità e crescere verso la piena maturità; solo così il Vangelo potrà toccare in profondità il suo cuore, sanarlo dal male e aprirlo ad una fede libera e personale. Consapevoli che siamo chiamati a educare ed evangelizzare anche mentalità, linguaggi, costumi ed istituzioni, ci impegniamo a promuovere il dialogo tra fede, cultura e religioni; ciò aiuterà a illuminare con il Vangelo le grandi sfide poste alla persona umana e alla società dai cambiamenti epocali e a trasformare il mondo con il lievito del Regno. Percepiamo che il carisma salesiano è parte viva delle Chiese locali ed è stimato da esse. Il Sistema preventivo di Don Bosco è più attuale che mai e go20

(5a parte)

de ovunque di una grande forza di attrazione. Molti giovani sono aperti alla ricerca di senso della vita e disponibili ad una proposta educativa e cristiana seria e coraggiosa. Non mancano giovani pronti a impegnarsi in prima persona nell’evangelizzazione dei coetanei, in particolare nell’ambito dell’associazionismo. Altri invece, vittime della disattenzione educativa della società odierna, necessitano del nostro aiuto per giungere a consapevolezza delle domande profonde che pure portano in sé. Si constata la crescita numerica di laici e di membri della Famiglia salesiana che sono corresponsabili non solo in aspetti organizzativi, ma anche nell’assunzione di compiti pastorali nelle opere dei salesiani e nel proprio ambiente di vita. Per realizzare in ogni ambiente una più efficace integrazione di evangelizzazione ed educazione, nella logica del Sistema preventivo è necessario che ogni membro della FS – valorizzi la relazione diretta e cordiale con ogni giovane come modalità privilegiata per la testimonianza e l’annuncio; che ogni gruppo della FS – esamini la propria azione pastorale per verificare se essa salvaguardi insieme l’integralità dell’annuncio e la gradualità della proposta, secondo la logica dell’itinerario; – si interessi al rinnovamento della catechesi e si apra alle nuove forme di accompagnamento di ragazzi, giovani e adulti nel cammino dell’iniziazione cristiana; – curi la formazione della coscienza morale ed educhi i giovani all’impegno sociale e politico secondo l’ispirazione della dottrina sociale della Chiesa; – promuova opportune riflessioni sul rapporto tra fede, cultura e religioni per annunciare il Vangelo dentro le grandi questioni che attraversano la coscienza dell’uomo d’oggi.


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ADMA nel mondo

L’

FORTALEZA (Brasile). II Congresso di Maria Ausiliatrice. Dal 17 al 20 luglio, si è celebrato, presso la Casa Salesiana di Fortaleza-Piedade, il II Congresso di Maria Ausiliatrice della Famiglia Salesiana del Nord Est del Brasile. Organizzato dall’Associazione di Maria Ausiliatrice (ADMA) con il patrocinio del Consiglio ispettoriale dei salesiani di Recife (PE), il congresso ha visto la partecipazione di circa 300 persone rappresentanti alcuni gruppi della Famiglia Salesiana e di 15 associazioni locali dell’ADMA. Significativa la presenza di una rappresentanza dell’ADMA primaria di Torino. Il convegno è stato aperto dalla lettura di un breve messaggio del Rettor Maggiore che, citando la “Marialis Cultus” di Paolo VI, ha esortato i partecipanti a vivere la devozione mariana attorno a quattro atteggiamenti: la conoscenza della figura di Maria nei Vangeli e nella tradizione della Chiesa; l’amore dato nel Cristo suo figlio e nella continua intercessione per l’umanità, la Chiesa e la Congregazione; l’imitazione delle virtù evangeliche che ella seppe infondere in suo figlio – la ricerca della volontà del Padre, la sua accettazione e la fiducia in essa, il servizio agli altri – e la diffusione della sua devozione. Il tema del convegno - “Maria ci indica Gesù, fonte della vita” – approfondito da relazioni e lavori di gruppo è stato sviluppato alla luce delle linee pastorali indicate dall’episcopato latino-americano emanate nell’incontro di Aparecida (SP): rafforzare il discepolato di Cristo ispirato a Maria con una propensione sempre più apostolica e missionaria della Famiglia Salesiana. Mons. Edvaldo Gonçalves do Amaral SDB, vescovo emerito di Aracaju (AL), responsabile ispettoriale dell’ADMA, e don João Carlos Rodrigues, Ispettore dei Salesiani del Nord Est del Brasile (BRE), hanno presieduto il convegno. Presente anche Don Pier Luigi Camero-

Il carro con la statua dell’Ausiliatrice. I partecipanti al Congresso.

Uno dei 20 gruppi ADMA partecipanti al Congresso. Gioia dell’incontro nel nome di Maria.

Mons. Edvaldo Do Amaral riceve le promesse di nuovi soci.

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La Chiesa di Nostra Signora della Pietà dove si è svolto il Congresso.

ni, animatore mondiale dell’ADMA, che in un suo intervento ha approfondito le due frontiere apostoliche che l’associazione è chiamata a sviluppare: la famiglia e le vocazioni. Il convegno, svoltosi nell’opera salesiana di Fortaleza-Piedade, con la supervisione del suo direttore don Orsini Nuvens Linard, ha avuto una buona risonanza sul territorio grazie al contributo dato, nella promozione dell’evento, dalla emittente radiofonica “Dom Bosco FM”. Alle celebrazioni eucaristiche, che hanno caratterizzato il programma del convegno, ha partecipato l’intera comunità parrocchiale. Nel concludere i lavori, i convegnisti hanno assunto impegni precisi da attuare a livello personale, in relazione alla famiglia, ai giovani poveri e alle vocazioni e hanno rafforzato il senso di appartenenza alla Famiglia Salesiana, nella società e nella Chiesa. PARACHARBON (Ayas - Valle d’Aosta). Esercizi spirituali giovani coppie. Dal 3 al 9 agosto don Pier Luigi ha animato un corso di esercizi spirituali per giovani coppie presso la casa alpina salesiana di Paracharbon (Ayas - Valle d’Aosta). Circa una trentina di giovani famiglie hanno condiviso una singolare esperienza di fede e di preghiera, mentre i loro figli (una sessantina da 2 mesi a 15-16 anni) erano guidati da bravi animatori. Si tratta di coppie che già vivono un cammino cristiano sotto la giuda di Don Roberto Carelli, salesiano, formatore e docente di teologia presso la comunità di TorinoCrocetta. Il filo conduttore degli incontri è stata la rilettura salesiana della pratica del sistema preventivo di Don Bosco alla luce dell’enciclica Deus Caritas est del Papa Benedetto XVI. Le giornate, ritmate da un grande clima di preghiera, riflessione, direzione spirituale e condivisione, si sono caratterizzate per un intenso spirito di famiglia e di gioia 22

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evangelica e per un particolare aiuto di Maria Ausiliatrice e di Don Bosco. Vi è stata anche l’opportunità di presentare lo spirito e il cammino dell’ADMA, con cui già diverse di queste coppie sono in contatto attraverso l’incontro mensile che si svolge ogni 24 del mese presso la cappella Pinardi a Torino. Il carisma salesiano nell’animazione della famiglia ritorna alle sue origini e la famiglia nell’incontro con lo spirito di Don Bosco acquista in dinamicità e gioia evangelica. Un’iniziativa in linea con le scelte del CG26 che impegnano ad una particolare attenzione alla situazione attuale della famiglia, soggetto originario dell’educazione e primo luogo dell’evangelizzazione. Tutta la Chiesa ha preso coscienza delle gravi difficoltà nelle quali essa si trova e avverte la necessità di offrire aiuti straordinari per la sua formazione, il suo sviluppo e

Le oltre trenta famiglie partecipanti agli Esercizi Spirituali. Un momento di condivisione.

l’esercizio responsabile del suo compito educativo. Per questo anche noi siamo chiamati a fare in modo che la pastorale giovanile sia sempre più aperta alla pastorale familiare. MORNESE - CG22 FMA. Domenica 7 settembre a Mornese, all’avvio dell’esperienza capitolare della FMA, Don Pier Luigi Cameroni, Animatore spirituale dell’ADMA (Associazione di Ma-


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ria Ausiliatrice), ha presentato alle suore capitolari, la storia, la spiritualità e la vita di questo gruppo della Famiglia Salesiana, fondato da Don Bosco nel 1869. Dopo la presentazione di Sr. Piera Cavaglià, Regolatrice del CG22, Don Pier Luigi ha richiamato alcune linee di spiritualità e di impegno riguardanti l’Associazione in questo ultimo anno: la dimensione laicale ed apostolica dell’Associazione, l’attenzione e l’accompagnamento verso le

Suor Piera Cavaglià, Regolatrice, presenta Don Pier Luigi Cameroni. L’assemblea capitolare. A sinistra Sr. Antonia Colombo, Madre Generale e Sr.Yvonne Reungoat, Vicaria Generale.

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LEONARDO TULLINI

DON BOSCO IN TRINCEA Editrice Elledici, 88 pagine, € 5,00 Opera del salesiano Don Leonardo Tullini, il libro sviluppa il tratto della spiritualità mariana così come emerge nella corrispondenza dei salesiani militari con Don Paolo Albera, secondo successore di Don Bosco, e altri superiori nel corso della prima guerra mondiale (1915-1918). L’intento ispiratore è di ricostruire il mondo dei valori umani e spirituali che sorresse i soldati salesiani nel dramma collettivo dell’evento bellico, per meglio capire, dall’interno e nel vissuto reale, come la devozione a Maria Ausiliatrice sia uno dei capisaldi dell’identità salesiana, in particolare nel tempo della prova e della difficoltà.

CLAUDIO RUSSO

COME EDUCAVA DON BOSCO Fatti, parole, testimonianze Editrice Elledici, pagine 88, € 4,50

giovani coppie e le famiglie giovani, la promozione della dimensione mariana in tutta la Famiglia Salesiana. Sulla scia delle consegne date dal Rettor Maggiore, Don Pascual Chávez, lo scorso anno durante il Congresso Internazionale di Maria Ausiliatrice, svoltosi a Città del Messico. Nel suo ringraziamento la superiora generale, Madre Antonia Colombo, ha ribadito il valore mariano del carisma salesiano e la volontà di essere attenti a ricercare vie nuove nell’impegno dell’evangelizzazione e dell’educazione. Questo incontro è stato un segno concreto di comunione nella Famiglia Salesiana e della volontà di crescere insieme, sotto lo sguardo e con l’aiuto di Maria Ausiliatrice, come Movimento apostolico al servizio dei giovani e del ceto popolare. Don Pier Luigi Cameroni

Don Bosco educò i ragazzi innanzi tutto con il suo esempio. I ragazzi che lo incontravano vedevano in lui la realtà di ciò che voleva da loro. Questo libretto presenta Don Bosco impegnato ad educare. Le testimonianze dei ragazzi e dei salesiani che gli vissero a fianco sono tratte dai manoscritti del Processo di Beatificazione e Canonizzazione di Don Bosco, nel quale i testimoni, prima di testimoniare, dovevano giurare di dire la verità. Ogni capitolo termina con una riflessione e una proposta per la vita personale. 23


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Santuari mariani BRESCIA Santuario Santa Maria dei Miracoli Indirizzo: Corso Martiri della Libertà Tel. 030.37.54.387 Diocesi: Brescia. Calendario: la festa solenne si celebra la prima domenica di maggio.

Nel 1488 ebbero inizio i lavori di edificazione del Santuario, che ebbero termine nel 1493 e trovarono luogo presso la chiesa dei Santi Nazario e Celso, di fronte alla quale si trovava la casa di un certo Filippo Pelaboschi, nella quale si trovava l’immagine di una Madonna con Bambino dipinta sul muro e ritenuta miracolosa da tutta la popolazione. Facciata del Santuario di Santa Maria dei Miracoli a Brescia.

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Santuari della Lombard i Il Santuario, esaltazione della scultura lombarda del Rinascimento, possiede una facciata marmorea di stile cinquecentesco, elegantissima e con finissime decorazioni a bassorilievo e marmi nei pilastri, nelle colonne, nei sottarchi, nei cornicioni, nei tamburi della cupola. L’interno è a pianta quadrata, entro cui si delinea una croce latina a tre navate con quattro cupole e absidiola pentagonale, con due cupole che sovrastano la navata centrale e altre due più piccole. L’affresco che riproduce l’effigie della Madonna venne tolto dalla parete esterna e collocato, in un primo tempo in quella interna, dentro una nicchia. Successivamente, con l’ultimazione dei lavori nel 1581, venne posto sull’altare maggiore. Molti affreschi andarono distrutti nel bombardamento del 2 marzo 1945. Nell’abside troviamo opere pittoriche di grande valore: ben sedici scultori lavorarono alle decorazioni interne ed esterne, fra cui Gaspare da Cairano (i Dodici Apostoli della prima cupola, 1489); Antonio della Porta (gli Angeli e tre Dottori della Chiesa della prima cupola); Giovanni Battista e Giovanni Stefano da Sesto. Ricordiamo, inoltre, il quattrocentesco affresco della Vergine con il Bambino, per cui venne edificata la chiesa; l’Assunzione della Madonna di Pietro Marone (1595); la Purificazione di Maria Vergine di Grazio Cossali (1594); l’Annunciazione di Pier Maria Bagnadore (1597); la Natività di Maria di Tommaso Bona (1596).

CAMPIONE D’ITALIA (CO) Santuario Santa Maria o Madonna dei Ghirli Indirizzo: Viale Marco 10 Diocesi: Milano Note: Il Santuario, da novembre a marzo, è aperto soltanto il sabato e la domenica; in estate tutti i giorni.

Si tratta di una chiesa antichissima, risalente al 777, quando il nobile Totone donò il territorio di Campione all’Arcivescovo di Milano. L’attuale Santuario della Madonna dei Ghirli, cioè delle rondini, risale al XIV secolo e venne rifatto nel Il Santuario della Madonna dei Ghirli a Campione d’Italia con la statua della Vergine qui venerata.


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Settecento. Possiede una sola navata con vivace fronte barocca, fiancheggiata da porticati con affreschi del XV e XVI secolo. Resti del Trecento possiamo ri-

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scontrarli nelle storie della Vergine, appartenenti ad un Maestro lombardo. La statua della Madonna risale al 1200. Sotto il portico è visibile un affresco del Giudizio universale di Franco e Filippolo De Viris del 1400, con integrazioni di Scuola lombarda del 1514. CANTÙ (CO) Santuario Madonna dei Miracoli o Madonna Bella Indirizzo: Viale alla Madonna Tel. 031.71.21.35 Diocesi: Milano Calendario: Si festeggiano l’Assunta il 15 agosto e San Rocco il 16 agosto.

Verso la metà del XVI secolo, fuori di Campo Rotondo, vi era un pilastro su cui era dipinta l’immagine di Santa Maria Bella, dipinta da un ignoto, ma oggetto di grande devozione. Nel 1544 si verificò un prodigio che rese sacro il luogo. Era il mese di maggio ed era un anno di grande carestia, una giovane, di nome Angelina, supplicò la Vergine di aiutarla e la Madonna le apparve, coperta da una bianca stola, promettendole un raccolto abbondante, e il miracolo si avverò. Sul luogo venne eretto il Santuario dedicato alla Madonna dei miracoli e consacrato nel 1555. La chiesa, nel 1837, crollò e venne ricostruita e inaugurata il 15 agosto 1863. La facciata terminò nel 1900 su disegno dell’architetto Italo Zanolini. L’interno della chiesa è a tre navate, coperte da tre volte, sorrette da pilastri. Gli affreschi del coro sono attribuiti al Montato (1680); sulla parete destra è presente l’Incoronazione della Vergine di Camillo Procaccino (1610). Nel 1638 le pareti dell’altare maggiore, della cappella grande, e la cupola, furono dipinte (1570) in maniera magi-

L’effigie della Madonna Bella di Cantù dipinta da autore ignoto nel XIV secolo. In basso l’Incoronazione della Vergine, opera di Camillo Procaccini (1629).

strale dai fratelli della Rovere, detti i Fiammenghini, su desiderio espresso di San Carlo Borromeo. Cristina Siccardi 25


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15 GENNAIO 1603 - NOSTRA SIGNORA DELLE GRAZIE - GARESSIO VALSOR DA

Calendario mariano

Portami il vestito

I

l documento più antico, relativo alla prima Cappella in onore della Madonna delle Grazie in Garessio Valsorda, è il testamento con il quale un certo Cristoforo Rubba, in data 15 gennaio 1603, dispone «un lascito di 10 ducatoni» perché la Cappella della Beata Vergine sia sviluppata nella parte superiore, «e ducatoni 10 per fabbricare la Cappella in cima della detta villa esistente perché la ingrandiscano al disopra e non altrimenti...». In origine la Cappella era un piccolo oratorio simile ad un torrione, aperto sul davanti, costruito in rozza pietra e con terra argillosa. Sulla parete di fondo era dipinta ad affresco l’Immagine della Madonna seduta, tra San Marco Evangelista ed una Santa Domenicana. Dallo stile dell’Immagine e dalla sua raffigurazione su un antico Ex-voto d’argento, sembra di poter far risalire le origini del dipinto all’inizio del 1400. La tradizione poi attribuisce la costruzione della Cappella, in cima al-

La cittadina di Garessio che ospita il Santuario voluto da Cristoforo Rubba che lasciò un’ingente somma per la sua costruzione.

la Borgata, alla liberazione dalla peste orientale che, in quegli anni, infieriva nella zona. Nel 1914 la bella Immagine della Madonna verrà trasferita nel nuovo Santuario. La bella Immagine La Madonna è rappresentata seduta su di una cassapanca, nell’atteggiamento familiare della «padrona di casa». Affettuosa e soave, regge dolcemente il Bambino benedicente e, con la testa leggermente inclinata verso di Lui, guarda lontano, con un’e spres sione

Il Santuario di Nostra Signora delle Grazie a Garessio.

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soavissima di materna dolcezza. Il visitatore si ferma estatico, rapito da tanta bellezza, si commuove ed è istintivamente portato a pregare. Fino al 1914, data del trasferimento nel nuovo Santuario, si è ritenuto che l’Immagine fosse dipinta su un pilone isolato, simile ai tanti che si incontrano nelle nostre campagne. Durante i lavori per il trasporto però si poté scoprire che invece era dipinta su un intonaco che a sua volta ricopriva un altro affresco della stessa Madonna, parte centrale di un trittico. Le figure laterali, di San Marco e forse di Santa Gertrude, erano state coperte di calce e rivestite di marmi dell’altare sottostante. Solo nel 1930 è stato rinvenuto un documento del 1792 che spiega quanto scoperto. Esso dice «Per promuovere nel Santuario di Maria SS. sotto il titolo delle Grazie in Valsorda quel maggior decoro, che era possi-


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R DA (CN)

o più bello! bile, ed in vista di altri moltissimi importanti riflessi, si è determinato da questo pubblico radunato nella sacrestia di detta chiesa di addivenire alla demolizione dell’altare maggiore di detta chiesa e di costruirlo in marmo... Per tramandare pertanto, a perpetua memoria, lo stato in cui si trovava il Santuario in cui si è fabbricato l’altare in marmo, si è determinato di registrarlo qui accuratamente... Si è pure scoperto l’immagine di Maria Vergine essere stata prima alla gotica, in sul modello presente in cui si trova...».1 Sviluppo della devozione alla Madonna Tre grazie particolari accompagnano lo sviluppo della devozione alla Madonna delle Grazie, meglio conosciuta come “Madonna di Valsorda”, dal nome della borgata dove si trova il Santuario. Domenica 13 luglio 1653, MaInterno del Santuario di Garessio, ingrandito nel 1915.

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ria, una ragazza sorda e muta, senza genitori, trovata 18 anni prima esposta davanti alla Cappella della Madonna ed adottata dalla comunità di Valsorda, depone i soliti fiori di bosco oltre la cancellata dell’edicola e si ferma per una breve preghiera, fissando la bella Immagine. Questa si muove dal fondo verso di lei, l’accarezza, ed ella, per la prima volta sente una voce calda e buona: «Va’ dalla tua madrina e portami il più bel vestito che tiene nella cassapanca!». La voce del miracolo si diffonde veloce, la gente corre a venerare la Madonna nella piccola Cappella posta in cima al colle. Il Rettore, Don Melino, annota sul registro conservato ancora in archivio: «1653 lì 13 luglio, in domenica, la Madonna Santissima delle Gracie in Valsorda ha liberato una donna mutta donde ha avuto principio la grande devozione».2 Nove anni dopo appena, il lunedì di Pentecoste del 1662, l’Immagine della Madonna viene solennemente incoronata. Il medesimo Don Melino registra l’avvenimento sul primo foglio del Libro dei Conti, ponendo in risalto il suo collegamento con la prodigiosa guarigione della ragazza sordomuta, causa e movente principale della Incoronazione. Il 3 aprile del 1858 avviene un altro fatto miracoloso: la guarigione della paralitica Maddalena Ghirardi, che dopo tanto tempo di immobilità, riesce a portarsi con le sole stampelle in Santuario dove si sente guarita, e quindi può tornare spedita a casa. Altra grazia della Madonna è considerata la liberazione del paese dalla peste e dal colera nel 1630 e nel 1835. La gratitudine alla Madonna di Valsorda per le tante grazie ricevute negli anni, si è espressa attraverso la costruzione del nuovo solenne Santuario consacrato

L’immagine della Vergine Santa, onorata nel Santuario di Garessio.

il 20 maggio del 1915, vigilia della prima Guerra mondiale, e completato con la costruzione della grande Cupola ottagonale, prima del genere in Italia, in cemento armato, nel 1925, e con le devote Incoronazioni. La sacra Immagine è stata incoronata ben quattro volte; nel 1662, e nelle ricorrenze centenarie del 1762, del 1862. La quarta Incoronazione ha avuto luogo il 16 agosto 1962 per mano del Card. Giuseppe Siri, Arcivescovo di Genova, che ha così esortato i fedeli: «Dare la corona alla Vergine significa riconoscerla Regina, Guida e Signora della nostra vita... Datemi dunque le vostre mani, perché le mie mani non siano sole a compiere questo gesto». Don Mario Morra 1 I santuari d’Italia illustrati, (gennaio 1931). 2 GIOVANNI BATTISTA RANDONE, Secondo Centenario e Terza Incoronazione della Sacra Immagine di M. V. in Valsorda, Torino, Tip. Speirani e Figli 1864. Il Santuario di Garessio Valsorda (1º semestre 1971).

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Storia illustrata dei Papi

Centro di Documentazione

I Papi della seconda me t

Sant’Aniceto (155-166) Nasce ad Emesa, in Siria, figlio di Giovanni. Si impegna a fondo contro l’eresia degli gnostici Valentino e Marcione, ed è coinvolto nella discussione sulla data della celebrazione della Pasqua che in alcune Chiese d’Oriente è celebrata il Giovedì Santo, giorno in cui Gesù istituì l’Eucaristia, mentre nelle Chiese dell’Occidente è celebrata la Domenica, giorno della Risurrezione del Signore. Per risolvere la questione, viene a Roma San Policarpo, vescovo di Sirme e discepolo di San Giovanni apostolo. Si accordano su tante questioni, ma non sulla questione della data della Pasqua. Policarpo si rifà alla tradizione ricevuta da San Giovanni, mentre Aniceto si riferisce alle decisioni prese dai suoi predecessori. La questione non è risolta, ma i due Papa Aniceto dovette affrontare la delicata questione della data della Pasqua.

Papa Sotero venne sepolto nelle Catacombe di San Callisto, nella cripta dei Papi.

si lasciano in buona amicizia. La visita di Policarpo a Papa Aniceto è molto importante. Essa sta a significare il bisogno di comunione dei Vescovi del mondo cristiano con il Vescovo di Roma, successore di Pietro, per assicurare l’unità della Chiesa. Papa Aniceto muore martire durante la persecuzione dell’Imperatore Antonino, il 17 aprile.

San Sotero (166-175) Nativo di Fondi, in provincia di Latina, è figlio di Concordio. Sant’Eusebio di Cesarea riporta un brano di una lettera di San Dionigi, vescovo di Corinto, che ringrazia Sotero per i doni ricevuti e loda «la sua carità e la sua benevolenza verso tutti» (Hist. Eccl. IV, 23). Subisce il martirio sotto l’Imperatore Marco Aurelio, ed è sepolto in Vaticano. Più tardi le sue reliquie sono trasferite nel Cimitero di San Callisto e quindi nell’antichissima chiesa romana dei Santi Silvestro e Martino. Sant’Eleuterio (175-189) Greco di Nicopoli, è figlio di un certo Abbondio o Abbondanzio. Il suo pontificato, al tempo dell’Imperatore Comodo, può dirsi pacifico per la tregua accordata ai cristiani, dopo tante perse-

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e tà del secondo secolo cuzioni, da questo imperatore. La pace e la tranquillità vengono però minacciate da un movimento ereticale ad opera di Montano, dal quale prende nome di Montanismo, che inizia in Frigia, per cui è chiamato anche Eresia dei Frigi. È un movimento di riforma spirituale della Chiesa, di natura piuttosto ascetica che dottrinale, che tende a riportare nella Chiesa lo spirito primitivo del cristianesimo. Quando però inizia a diffondersi in Occidente, porta rischi di divisione sempre più gravi. Papa Eleuterio, dietro consiPapa Eleuterio era di origine greca e governò la Chiesa in un tempo di relativa pace.

Papa Vittore affrontò in modo energico soprattutto la questione della celebrazione della Pasqua in giorno di domenica.

si lontani come la Mesopotamia e la Gallia, per risolvere la questione. La maggior parte delle Chiese accetta l’usanza romana di celebrare la Pasqua nel giorno di Domenica, mentre altre, soprattutto in Oriente, sostengono di voler celebrare la Pasqua

glio anche di Sant’Ireneo, allora semplice prete a Lione, assume a questo riguardo un atteggiamento di vigilante prudenza, che lo porta a non pronunciare alcuna condanna, prima che sia chiarito il senso ereticale di questa dottrina. Si ignora come sia morto, anche se la Chiesa di Roma lo venera, con il titolo di Martire, il 26 maggio. San Vittore I (189-199) Nativo dell’Africa, ha un pontificato di circa dieci anni, e precisamente di nove anni, due mesi e dieci giorni. Egli passa alla storia come «il più energico dei papi del II secolo», soprattutto per la questione della celebrazione della Pasqua in giorno di Domenica. La Chiesa fin dagli inizi ha eliminato le feste del calendario giudaico, dedicando come giorno della settimana consacrato a Dio, non il Sabato, ma la Domenica, proprio perché ricorda la passione e la Risurrezione di Cristo. Papa Vittore convoca diversi Sinodi, anche in pae-

«secondo la tradizione apostolica, nel decimoquarto giorno della luna di marzo». Il Papa vorrebbe scomunicare le chiese dissidenti, ma Sant’Ireneo (il suo nome significa infatti pacifico!) lo esorta alla pacificazione, ricordandogli che le discordanze, a proposito della celebrazione della Pasqua, sono state tollerate dai pontefici che lo hanno preceduto, e non devono determinare l’esclusione dalla comunità cristiana. Vittore è venerato come Martire il 28 luglio.1 Don Mario Morra BATTISTA MONDIN, Nuovo Dizionario Enciclopedico dei Papi, storia e insegnamenti, Roma, Città Nuova 1995, Nuova Edizione, aprile 2006.

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Suor Giuseppina Nicoli, Beata A cura del Gruppo di Filatelia Religiosa “Don Pietro Ceresa”

Filatelia religiosa

I

l 3 febbraio 2008 a Cagliari, il Card. Josè S. Martins, inviato di Papa Benedetto XVI, ha proclamato Beata Suor Giuseppina Nicoli, delle “Figlie della Carità”. Nata nel 1863 a Casatisma in provincia di Pavia (quinta di dieci figli), si diploma maestra a Pavia e volendo dedicarsi all’insegnamento ai bimbi poveri entra nel noviziato delle suore torinesi. All’epoca la “Provincia Torinese” comprendeva anche la Sardegna e quindi la giovane suora venne mandata prima a Cagliari e poi a Sassari, considerata terra di missione. Nel 1910 rientrò a Torino, come Economa provinciale e si dedicò, nella sede di San Salvario, alla gestione della Congregazione che contava centinaia di comunità e migliaia di suore. Divenne poi, sempre a Torino, Direttrice del Seminario e accompagnò al servizio della carità una sessantina di novizie. Gli ultimi 10 anni della sua vita li dedicò al recupero dei ragazzi di strada di Cagliari che chiamò i “marianelli - i monelli di Maria”. Morì il 31 dicembre del 1924 a Cagliari. Angelo Siro

Nella Cripta della Basilica di Maria Ausiliatrice (a sinistra guardando la facciata)

10ª Mostra di Presepi e

La Devozione mariana attraverso gli Stendardi dal 13 dicembre 2008 al 6 gennaio 2009 con il seguente orario:

– feriali: ore 15-18 – festivi: ore 10-12; 15-18

Per informazioni, per comitive e scolaresche: CENTRO SALESIANO DI DOCUMENTALa Mostra rimane aperta tutto il mese di gennaio 2009 ZIONE STORICA E POPOLARE MARIANA solo al Sabato e alla Domenica Via Maria Ausiliatrice, 32 – Sabato: ore 15-18 – Domenica: ore 10-12; 15-18 10152 Torino 콯 011.5224.254 - 011.5224.222 Ingresso libero facilitato ai disabili Cell. 331.6338289 E-mail: sdm.valdocco@gmail.com – Internet: www.donbosco-torino.it 30


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Un mese salesiano La pagina del Rettore

Carissime lettrici e lettori della nostra Rivista, tutti un felice anno nuovo, ricco di grazia e di serenità! Siamo a gennaio: mese salesiano! Alcune date ci fanno sentire particolarmente caro questo mese: la memoria del beato Don Luigi Variara (il 15), missionario in Colombia tra i lebbrosi e fondatore delle Figlie dei Sacri Cuori, la memoria della beata Laura Vicuña, frutto dell’educazione salesiana (il 22), la festa di San Francesco di Sales, patrono della Famiglia salesiana, da cui la stessa prende il nome (il 24), e infine la solennità di Don Bosco (il 31). Il pensiero a Don Bosco, al suo essere tutto per i giovani (“Io per voi studio, per voi lavoro, per voi vivo, sono disposto anche a dare la vita ”), e al suo carisma educativo non possono non farci riflettere su quella che oggi viene chiamata “l’emergenza educativa”. Non possiamo misconoscere l’urgenza di una seria riflessione e di una fattiva azione per rispondere in modo adeguato all’attuale problematica situazione giovanile, che è sotto gli occhi di

A

tutti. Così si esprimeva il Papa, in piazza San Pietro, nel discorso ai giovani e agli educatori il 24 febbraio 2008: “Non pochi genitori e insegnanti sono tentati di rinunciare al proprio compito, e non riescono più nemmeno a comprendere quale sia, veramente, l’opera a loro affidata... Troppe incertezze e troppi dubbi circolano infatti nella nostra società e nella nostra cultura, troppe immagini distorte sono veicolate dai mezzi di informazione sociale... Diventa difficile proporre alle nuove generazioni qualcosa di valido e di certo, delle regole di comportamento e degli obiettivi per i quali meriti spendere la propria vita... Siamo qui oggi, però, anche e soprattutto perché ci sentiamo sostenuti da una grande

speranza e da una forte fiducia: dalla certezza cioè che quel sì, chiaro e definitivo, che Dio in Gesù Cristo ha detto alla famiglia umana, vale anche per i nostri ragazzi e giovani, vale per i bambini che oggi si affacciano alla vita ”. Alla luce dell’esempio di Don Bosco non possiamo lasciarci prendere dal pessimismo, essere rinunciatari; come lui dobbiamo anche noi credere nei giovani e nella loro possibilità di crescere come “onesti cittadini e buoni cristiani”, come lui si esprimeva sinteticamente per presentare la sua opera educativa. Anche ai suoi tempi la situazione non era facile; anche allora tanti giovani rischiavano di essere travolti dalla durezza e dallo smarrimento di una società e di una cultura in pieno cambiamento. Don Bosco non si è tirato indietro, non si è trincerato dietro a facili considerazioni e a sterili lamentele; si è rimboccato le maniche e si è buttato nella mischia in mezzo ai giovani, rischiando con la fede dei santi: “Nelle cose che tornano a vantaggio della pericolante gioventù o servono a guadagnare anime a Dio, io corro avanti fino alla temerità” (MB XIV, 662). Lasciamoci provocare dal suo esempio e, ognuno come può, si senta partecipe di questa difficile, ma importante missione. Don Bosco benedica! Con un ricordo per tutti in Basilica. Don Franco Lotto Rettore 31


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FOTO DI COPERTINA:

SOMMARIO

Come non meravigliarci del tuo divino ed umano parto, o venerabilissima? Infatti, o Tuttapura, senza concorso d’uomo tu hai partorito nella carne un Figlio, senza padre, prima ancora dei secoli generato da un Padre senza madre, non subendo alcun mutamento, né mescolanza, né divisione. Perciò, o Vergine madre e sovrana, supplicalo affinché salvi le anime di quanti con retta fede ti esaltano Madre di Dio.

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Il racconto dei Magi Vita liturgica - VITALIANO MATTIOLI Giacomo, il minore I Dodici - BENEDETTO XVI La Parola del rinnovamento - Vita della Chiesa - P. G. ACCORNERO San Paolo: i tratti dell’uomo Anno Paolino - PIER LUIGI GUIDUCCI Che cos’è la spiritualità? Spiritualità - MARIO SCUDU I novissimi/8 Celebrazione - TIMOTEO MUNARI Borodin, il cantore della speranza Musica e Fede - FRANCO CAREGLIO

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Da mihi animas cetera tolle L’Adma nel mondo DON PIER LUIGI CAMERONI

24 26

Santuari della Lombardia/4 - Santuari mariani/87 - CRISTINA SICCARDI

28

I Papi della seconda metà del II secolo - Centro di Documentazione Mariana - MARIO MORRA

30 31

Suor Giuseppina Nicoli Filatelia religiosa - ANGELO SIRO

Nostra Signora delle Grazie di Garessio Calendario mariano - MARIO MORRA

Un mese salesiano - La pagina del Rettore - FRANCO LOTTO

(Da una preghiera bizantina)

Altre foto: Teofilo Molaro - Archivio Rivista - Archivio «Dimensioni Nuove» - Centro di Documentazione Mariana Redazione ADMA - Guerrino Pera - Andreas Lothar - Mario Notario - ICP - Editrice Elledici.

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