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Gellindo Ghiandedoro e l’angioletto di San Vigilio SPECIALE FESTE VIGILIANE

- FIABA DI MAURO NERI - ILLUSTRAZIONI DI FULBER

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Alle Feste Vigiliane con Gellindo Ghiandedoro Moltissimo tempo fa, quando a Trento c’erano ancora i principi vescovi, proprio a lato dell’immensa cattedrale che si alza maestosa nella grande piazza centrale e schiacciata tra case alte, eleganti e riccamente affrescate, c’era una casupola semplice semplice, piccola piccola, stretta stretta: lì, all’ultimo piano, abitava Beppino il campanaro. Beppino, che suonava le campane della cattedrale a ogni ora e ad ogni mezz’ora, nonché a distesa la domenica mattina e a martello in occasione di qualche funerale, era vedovo e aveva un figlio. Si chiamava Antonio, il ragazzo, ma tutti lo chiamavano “Pèr-tica” perché, malgrado avesse solo quasi undici anni, il giovanotto era magro magro e alto alto, proprio come un lungo bastone. Un gran bravo ragazzo, Pèrtica, sempre pronto ad aiutare i vecchietti del quartiere e a far loro compagnia per farli sentire meno soli. Il ragazzetto insomma era il beniamino dei trentini, l’orgoglio di suo padre e motivo di esempio per tutti i coetanei. Il giorno del suo decimo compleanno Pèrtica aveva ricevuto da suo padre un incarico speciale. – Da domani, Antonio – gli aveva detto Beppino, – sarai tu a svegliarti ogni mattina alle sette per suonare la campanella del buondì, quella che dà la sveglia a chi deve pre¬¬pa¬rarsi per andare a scuola, a lavorare nei campi o in bottega.

E da allora Pèrtica non aveva perso un giorno. Lui e la campanella del buondì, ormai, erano diventati amici e grazie all’altezza che si ritrovava era un giochetto per lui afferrare la corda nella cella cam¬pa¬¬naria e tirare con forza finché... DEENNN... DAANNN... DEENNN... DAANNN... la campanella cominciava a cantare allegra, entrando nelle finestre delle case di Trento. Pèrtica, poi, era amico di tutti gli spaventapasseri degli orti attorno a casa sua: praticamente li conosceva uno per uno e a quelli più simpatici aveva dato perfino un nome. LUCCIO era lo spauracchio più silenzioso. MARESCIALLO il più marziale. GIOBBE il più paziente. CREOLA quella più bella. NERINA quella tutta vestita di scuro... Ma l’amico più caro di Pèrtica era uno scoiattolino che rispondeva al nome di Gellindo e che abitava nel tronco del castagno che si alzava al centro dell’orto di Beppino: animaletto intelligente e simpatico, con Gellindo il ragazzo giocava a nascondino o a “prendi-prendi” e per lui inventava giochi sempre nuovi per riempire di gioia le lunghe serate estive. Una mattina, ahimè, la campanella del buondì non suonò e quelli che si erano abituati ad aprire gli occhi ai suoi rintocchi rimasero a letto fino

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Alle Feste Vigiliane con Gellindo Ghiandedoro alle otto! Se ne accorse troppo tardi anche Beppino, che corse nella stanzetta del figlio per chieder ragione di quel ritardo, ma lo trovò sotto le coperte pallido, sudato e febbricitante. – Sei ammalato, piccolino mio? – chiese il cam¬panaro con un groppo in gola. Era la prima volta che succedeva: Pèrtica era sempre stato un ragazzo robusto e sano come un pesce! Mai nemmeno un piccolo raffreddore lo aveva scalfito! Pèrtica non rispose: si girò a guardare il babbo, gli sorrise appena, chiuse gli occhi e s’addormentò profondo, come se avesse aspettato l’arrivo del campanaro per prender finalmente sonno. E non si svegliò più! No, poverino: non è che Pèrtica morì. Non stiamo a scherzare. Continuò a respirare leggero leggero, a muoversi nel letto, a girarsi e a rigirarsi sotto le lenzuola, ma non aprì più gli occhi! Beppino fece venire tutti i dottori della città e prosciugò i risparmi di una vita per farne venire altri ancor più bravi dalle città vicine. I dottoroni arrivarono, visitarono il paziente, gli batterono le nocche delle dita sul torace e sulla schiena, controllarono i riflessi alle ginocchia, gli diedero da bere pozioni e intrugli maleodoranti, pre¬scrissero le medicine più strane, ma fu tutto inutile: Pèrtica non riapri-

va gli occhi! Vi lascio immaginare il dolore del campanaro, ma anche lo sconcerto dei vecchietti che Pèrtica amava aiutare e che si ritrovarono all’improvviso di nuovo soli. Il dolore di Beppino, però, si trasformò in grande meraviglia quando, una mattina alle sette, decise di entrare lui, come una volta, nella cella campanaria, afferrò la fune della campanella del buondì e tirò con forza. La campana rimase muta! Riprovò una seconda volta... La campana non rispose, come se nella notte appena trascorsa avesse

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Alle Feste Vigiliane con Gellindo Ghiandedoro perso il batacchio. Si appese allora con tutte le forze alla corda, prese perfino la rincorsa, saltò in alto e tirò con violenza... La campana, non riconoscendo le mani del suo cam¬pa¬naro preferito, s’era messa in sciopero e Beppino fu costretto a rivolgersi a un’altra campana, per dare la sveglia ai dormiglioni della città di Trento. La cosa però non poteva continuare a quel modo. Da un lato Pèrtica non voleva saperne di guarire da quella misteriosa malattia; dall’altra la campanella del buondì si rifiutava di riprendere servizio in mano ad altri. Che cosa poteva fare il povero Beppino? SQUIIICCKKK! Il campanaro si girò e lì, sul davanzale della cucina, vide un piccolo scoiattolo. – Sei triste anche tu, Gellindo? – mormorò l’uomo con un nodo in gola, accarezzando la coda dell’animaletto. – Stai cercando il nostro Antonio, vero? Lo so che vorresti giocare con lui, ma non è possibile: mio figlio è molto malato e finora nessuno è riuscito a guarirlo... SQUIIICCKKK strillò più forte Gellindo, saltando già dal davanzale. SQUIIIICCKKK! – Mi stai forse dicendo che devo venire con te? Ma dove vuoi portarmi? – chiese l’uomo, che si alzò e s’incamminò dietro allo scoiattolo che, veloce veloce, scese le scale e si

precipitò in strada. Percorsero i vicoletti bui e stretti del centro storico, raggiunsero un’altra grande chiesa dedicata a Santa Maria Maggiore e si fermarono davanti alla porticina di una stamberga che stava in piedi per miracolo. – Ma qui abita Almeria – esclamò Beppino. – Dicono tutti che sia una vecchia strega... SQUIICCKKK! strillò Gellindo, picchiettando con le zampette sul portone. – Devo bussare? Sei sicuro? E va bene... TOCK TOCK TOCK! – Vieni avanti, campanaro – disse una voce rauca e profonda, – apri la porta: ti stavo aspettando! Beppino entrò, si sedette accanto alla vecchia Almeria che se ne stava vicino al caminetto acceso e le raccontò della malattia misteriosa di suo figlio e del mutismo della campanella del buondì. – Sapresti dirmi cosa devo fare per veder tornare a vivere il mio Antonio! Almeria aveva ascoltato ogni parola con gli occhi socchiusi a fessura. Il suo volto era una carta geografica piena di rughe e le dita delle mani artigliavano i braccioli di una vecchia poltrona polverosa. Quando Beppino tacque, trascorsero alcuni minuti di silenzio pesante e alla fine la vecchia parlò con un fil di voce roca. – Il tuo Pèrtica è vittima di un incantesimo. Non so dirti chi glielo ha

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Alle Feste Vigiliane con Gellindo Ghiandedoro

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Alle Feste Vigiliane con Gellindo Ghiandedoro sveglierà? – Mettici tutta la forza che trovi e vedrai che il sole tornerà a splendere! Tutta la forza – ripeté Almeria con un sorriso, – unita anche ad un po’ d’amore!

gettato addosso, forse qualcuno che veniva disturbato ogni mattina dal suono di quella campanella impertinente, ma so dirti cosa devi fare per liberarlo dal supplizio di quel sonno eterno! Il campanaro e lo scoiattolo Gellindo aprirono bene le orecchie e si fecero sotto per non perdere nemmeno una sillaba. – Il tuo Antonio è addormentato perché la campanella del buondì è ammutolita. Bene: tu trova il modo di farla risuonare a distesa alla mattina presto e il tuo giovanotto si sveglierà all’istante! – Vuoi dire che basta far tornare a suonare la campanella e mio figlio si

Beppino, che non aveva ben capito il senso di quelle parole misteriose, convocò per la mattina dopo le persone più forti della città. E tre autentici giganti si ritrovarono poco dopo l’alba nella piccola cella campanaria della cattedrale. C’era il boscaiolo del Bondone con due braccia che parevano tronchi d’albero. C’era il fabbro ferraio del rione di San Martino che era capace di piegare una sbarra di ferro spessa cinque centimetri! E c’era il barcaiolo dell’Adige con due bicipiti duri come il marmo, a forza di remare su e giù per il grande fiume. Tutti, uno dopo l’altro, provarono a far suonare la campanella del buondì aggrappandosi alla fune: tirarono con tutte le forze, si appesero in due e poi in tre tirando e ancora tirando... niente da fare. La campanella del buondì rimase ferma immobile, muta come un pesce lesso. Non si accorsero, Beppino e i tre forzuti, che qualcuno li stava osservando di nascosto dalla finestrella più bassa del campanile. Erano gli

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Alle Feste Vigiliane con Gellindo Ghiandedoro spaventapasseri degli orti cittadini, erano gli amici del cuore del povero Pèrtica che Gellindo aveva chiamato in aiuto: LUCCIO lo spauracchio più silenzioso; MARESCIALLO il più marziale; GIOBBE il più paziente; CREOLA la spauracchietta più bella... NERINA quella vestita di scuro. – Povero Beppino – disse Maresciallo, – chissà come deve sentirsi, nel vedere il piccolo Pèrtica addormentato a letto come fosse morto! – E guarda tu come s’è ridotto – ribatté Pulcina, indicando i tre forzuti che stavano discutendo e litigando nella cella campanaria. – Ha dovuto mettersi nelle mani di quelle montagne di muscoli, sperando di far suonare la campanella! – Ascoltate amici – sussurrò allora Gellindo: – Almeria è stata chiara, quando ha spiegato a Beppino quel che doveva fare. Mettici tutta la forza che trovi, gli ha detto, unita però a un po’ d’amore. E allora sapete che cosa vi dico? Voi spauracchi vivete da sempre negli orti attorno a questa chiesa e conoscete ormai tutte le preghiere di questo mondo. Preghiere per tutte le occasioni, preghiere per tutte le feste e per ogni disgrazia. Cosa ne direste, allora, se pregassimo per la salute del nostro amico Pèrtica? – Pregare? - chiese Luccio. – Ma certo – disse lo scoiattolo. – Ad esempio possiamo dire così: “Dio degli uomini, tu che sei buono

con tutti... cominciò Gellindo. Tu che perdoni ogni colpa... aggiunse spauracchio Maresciallo. Tu che ami i bambini e che vuoi bene anche al nostro giovane campanaro... disse Giobbe. Dio amico degli uomini, degli animali e degli spaventapasseri... continuò Creola. ...Scendi quaggiù e fai suonare tu, la campanella del buondì... supplicò Nerina... così il piccolo Pèrtica potrà risvegliarsi e... PLINK! L’aria lì attorno vibrò leggera leggera e un piccolo angelo si materializzò nell’aria ai piedi del campanile. – Ciao, miei buoni spauracchi – sussurrò l’angioletto con voce dolcissima. – Io sono l’angelo delle campanelle e ho sentito la vostra preghiera. Avete fatto bene a rivolgervi al Dio degli uomini con quella preghiera così bella e sincera. Siete stati così bravi, che voglio aiutarvi. Ecco, state a guardare... L’angelo svolazzò sopra le teste degli omoni che stavano ancora discutendo nella cella campanaria, afferrò la fune con la mano destra e tirò con delicatezza... DEENNN... DAANNN... DEENNN... DAANNN...... Erano esattamente le sette di mattina e la campanella del buondì riprese a suonare allegra, argentina e impertinente. E al primo DEENNN

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Alle Feste Vigiliane con Gellindo Ghiandedoro successero tre cose importanti. Uno: Beppino alzò gli occhi e ciò che vide lo lasciò senza fiato. Un angioletto stava tirando senza fatica alcuna la grossa fune, riuscendo laddove i più forzuti della città avevano fallito. E pianse di gioia. Due: nel suo lettino Pèrtica si svegliò all’improvviso, stiracchiandosi e stropicciandosi gli occhi. Il nostro piccolo campanaro era finalmente guarito! Tre: l’angioletto delle campanelle venne investito da una luce fortis-

sima che lo fece sparire nell’aria, lasciando impresso sulla parete il disegno del suo corpicino e delle sue alette. E gli spauracchi, assieme a Gellindo, applaudirono felici! Nessuno seppe mai chi era stato il mago o lo stregone che aveva bloccato la campanella del buondì, facendo scattare il sortilegio malefico sul figlio di Beppino. Ma poiché la vita della città di Trento riprese tranquilla e Pèrtica tornò dai suoi abituali amici, nessuno investigò e ben presto il mistero venne dimenticato.

Ancora oggi, però, se entri nella grande cattedrale di Trento dalla porta principale e alzi subito lo sguardo verso sinistra, lassù sulla parete, proprio accanto alla scaletta che sale alla cella campanaria, vedrai un angioletto scolpito da mano misteriosa. È l’angioletto della campanella del buondì. È l’angioletto che moltissimo tempo fa, quando a Trento c’erano ancora i principi vescovi, salvò la vita al piccolo Pèrtica. È l’angioletto amico degli spauracchi che sanno anche pregare. E quando, al mattino presto, senti nell’aria il suono d’una campanella... DEENNN... DAANNN... DEENNN... DAANNN... non girarti dall’altra, nel tuo letto. È ora di svegliarsi per andare a scuola: parola di Pèrtica, parola di Gellindo Ghiandedoro!

FINE

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Gellindo Ghiandedoro e l'angioletto di San Vigilio