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2 Gellindo Ghiandedoro

e il segreto di Nano Prestavèl fiaba di Mauro Neri


In cima alla Val di Stava, a nord di Tesero, si alza verso il cielo il monte Prestavèl. Monte di stupendi boschi centenari, monte di antichissime miniere d’argento, monte di tragedie molto più vicine a noi: quello di Prestavèl è una montagna ricca di storia e di storie. Ne sa qualcosa anche il nostro simpatico Gellindo Ghiandedoro: lui molto tempo fa a Tesero s’era fermato a trascorrere alcuni giorni di vacanza, assieme ai suoi amici spaventapasseri Abbecedario e Casoletta. Un giorno i tre se ne stavano in piazza a parlottare tranquilli, quando... La bimba arrivò in piazza correndo e urlando disperata giù per il vicoletto che porta alla chiesa di San Leonardo. Arrivata in piazza si guardò in giro e non vide nessuno. C’erano solo due vecchi spaventapasseri seduti sulla panchina... Spaventapasseri? ...che stavano chiacchierando del più e del meno con uno scoiattolo... Spaventapasseri che parlano e scoiattoli che ascoltano?? La bambina si avvicinò ansimando per la fatica della corsa, si appoggiò allo schienale della panca e... – Scusate se v’interrompo ma... se io vi parlo, voi mi sentite? Maestro Abbecedario interruppe la storiella che stava raccontando e guardò la bimba con due occhi spalancati per lo stupore: – Ma certo che ti sentiamo, cara mia: siamo spaventapasseri, è vero, ma abbiamo pur sempre le orecchie, sai? – ...e anche la bocca, a dire il vero – aggiunse Casoletta, sorridendo soddisfatta. – Anche tu mi senti? – continuò la piccola rivolta allo scoiattolo. – Anche tu puoi parlare? – È vero, potrà sembrarti strano, ma io sono uno scoiattolo parlante! – le rispose l’animaletto, tirandosi in piedi e facendo un profondo inchino. – Il mio nome è Gellindo Ghiandedoro e questi sono i miei amici Maestro Abbecedario... E lo spauracchio vestito di scuro, con una bella cravatta gialla al collo e una bombetta nera in testa alzò la mano con un cenno di saluto... – ...e lei è Casoletta, pasticcera sopraffina! E la spauracchia vestita di bianco e d’azzurro, con ciuffi di paglia bionda che uscivano da sotto un simpatico cappello campagnolo, fece una piccola riverenza. – E tu come ti chiami?


– Il mio nome è Beniamina, Mina per gli amici. – Perché, Mina, poco fa sei arrivata correndo e strillando forte? – domandò Casoletta, facendola sedere sulla panchina. Il visino stupefatto della fanciulla improvvisamente tornò a essere spaventato come poco prima: con un colpo al cuore la piccola si ricordò del perché fosse arrivata fin lì correndo disperata. – I miei amici sono prigionieri! – Prigionieri di chi? – Prigionieri dove? – Prigionieri da quanto? – È lunga da spiegarvi e purtroppo non c’è molto tempo. Insomma: stamattina noi ragazzi di Tesero abbiamo deciso di salire fino in vetta al Monte Prestavèl, in cima alla Val di Stava. Lassù c’è l’ingresso di un’antica miniera d’argento: era da un po’ di tempo che volevamo entrarci a curiosare... – E allora? – Adesso vi racconto quel che è successo... Il buio profondo, umido e fresco di una galleria che si perde nel cuore del monte accoglie i dieci bimbi che, tenendosi per mano, hanno da poco fatto il loro ingresso nella vecchia miniera d’argento del Monte Prestavèl. Li guida il più grandicello della compagnia, Angelo, un ragazzino di dieci anni dai capelli rossi e ricci, che tiene in mano una vecchia lampada a olio. Anche gli altri bambini hanno ognuno un piccolo lume che fa luce lungo il percorso leggermente in discesa. Chiude la fila Mina, che continua a guardarsi alle spalle, temendo che da quel buio sempre più nero salti fuori un qualche mostro delle caverne! – Angelo, sei sicuro di quel che stiamo facendo? – domanda Mina, stringendo forte la mano di Floriano, il suo fratellino più piccolo che cammina davanti a lei. – Tranquilla! State tranquilli: ci sono entrato un sacco di volte, in questa miniera, anche da solo e non mi è mai successo niente! Cammina a lungo, quel breve serpente di bambini che si tengono per mano e meno male hanno quelle piccole lanterne a olio, altrimenti si sarebbero già persi in quell’oscurità assoluta. Un soffio di vento gelido, però, accompagnato da un lamento lontano fa tremolare le fiammelle sotto i vetri delle lampade. – Cos’è stato? – piagnucola Floriano aggrappandosi alla sorella. – L’hai sentito anche tu quel


venticello freddo? Mina non sa cosa rispondere. Certo che l’ha sentito, quel soffio misterioso, ma non vuole spaventare ulteriormente il fratellino. Solo adesso capisce la grande sciocchezza che hanno commesso: entrare in una miniera chiusa da secoli è un’imprudenza che può costare molto cara! – Angelo, io torno! Prendo Floriano e gli altri bambini e torno fuori! Vado a casa... a Tesero! Mina non termina nemmeno di parlare, che davanti a loro si materializza un’ombra grigia. È un nano, un nano minatore con tanto di barba lunga: vestito con tela di sacco, porta in testa un cappello a punta che gli scende sulle spalle con una mantellina e stringe anche lui in mano una lanterna a olio... però spenta! È una lampada a olio... senz’olio! Il Nano minatore non parla, non sorride e canta invece una nenia misteriosa. Sempre cantando sottovoce s’avvicina ad Angelo, con la sua lanterna... Ticcc!... tocca la lanterna del ragazzo e lì per lì non succede nulla: passano però tre secondi soltanto e il bambino s’immobilizza e resta lì fermo come una statua. Il Nano va oltre: avvicina la lampada a Gerardo, il secondo ragazzo, e... Ticcc!... tocca anche la sua lanterna. Poi passa al terzo... Ticcc!... quindi al quarto... Ticcc!... Quando finalmente giunge al piccolo Floriano, il penultimo della fila, e... Ticcc!... le due lampade si toccano, Mina s’accorge che il fratellino, dopo quel piccolo scontro di lanterne, si abbandona anche lui e resta immobile in piedi come una piccola statua! Il misterioso nanetto si fa sotto e allunga il suo lume spento: Mina lascia la mano del fratello, si gira e senza urlare e senza piangere... scappa veloce per dov’era venuta! – Mi spiace, Mina – mormorò Gellindo al termine del racconto, – mi spiace molto per tuo fratello e per i tuoi amici, ma evidentemente siete andati a mettere il naso là dove non dovevate! – Come se non lo sapessi – sospira la bimba con gli occhi pieni di lacrime. – Mamma e papà ce l’avevano detto in tutte le salse: non salite alle miniere! Se è pericoloso per i grandi, figurarsi per i bambini! – Anche perché lassù ci abita il terribile Nano minatore – aggiunse Maestro Abbecedario. – Tu lo conosci? – chiese Casoletta. – Sai chi sia, il nanetto che ha imprigionato il mio fratellino e i miei amici? – Tutte le miniere scavate in tutto il mondo, una a una hanno il loro Nano minatore e quindi lui viene chiamato in mille modi e con mille nomi,


ma sa fare soltanto una cosa: annunciare ai poveri minatori che sta per crollare una qualche galleria! Gellindo cominciò ad agitarsi nell’udire quella terribile storia. – Ma tu, Abbecedario, sai come si chiama il nano che ha appena rapito gli amici di Mina? Il maestro si accarezzò il mento, s’aggiustò gli occhialini sul naso e poi rispose: – È semplice: si chiama Nano Prestavèl, proprio come il monte che ospita la sua miniera d’argento... Vedi, Mina, Nano Prestavèl non è poi così cattivo come sembra. Lui se ne va in giro per gallerie e cunicoli tenendo in mano una lampada spenta e quando sente arrivare qualcuno, quando vede la luce di qualche lume, s’avvicina e chiede il dono d’un po’ d’olio... – Ecco perché urtava col vetro della sua lanterna spenta le nostre lanterne accese! – esclamò Mina portandosi le mani sulla bocca. – Già: voleva solo chiedervi la generosità d’una goccia d’olio! – concluse Abbecedario. – Voi però avete esitato, non avete capito e, anche senza esserlo, vi siete dimostrati avari e duri di cuore!


– Ma noi di olio non ne avevamo molto... – Vedi Mina – intervenne allora Gellindo, – il tuo poco, unito al poco di Angelo, di Gerardo, di Floriano e di tutti gli altri tuoi amici, alla fine riempie l’intero serbatoio di una lampada, ne sei convinta? La bimba tacque e poi scosse la testa: – D’accordo, avete ragione, ma adesso cosa facciamo? Io i miei amici li voglio di nuovo tutti qui a Tesero, vivi e sani come prima! – Allora – disse Casolettta, – non ci rimane che una sola cosa da fare. – Cosa? – domandò Mina. – Andar su, al monte Prestavèl, a far la conoscenza del vostro Nano minatore! I nove bimbi erano ancora fermi immobili in mezzo alla galleria e si tenevano per mano in fila indiana proprio come quando Mina era scappata via terrorizzata. Le loro lanterne ormai erano quasi spente: le nove fiammelle piccole e tremolanti illuminavano a malapena il Nano vestito di grigio che se ne stava fermo davanti a loro, con il lume spento in mano. Per fortuna Gellindo, Casoletta, Abbecedario e Mina, che stringevano ognuno in mano la propria lampada, avevano fatto scorta d’olio. Passarono quindi di bimbo in bimbo, rabboccando il serbatoio finché le fiammelle tremolanti tornarono a essere fiamme che illuminavano quasi a giorno la volta della galleria. A quel punto Mina s’avvicinò al Nano. – Devi scusarci, Nano Prestavèl, se prima non ti abbiamo regalato un goccio del nostro olio: non è stata avarizia, la nostra, e nemmeno egoismo. Solo che non abbiamo capito quel che volevi. La bimba alzò la sua lanterna e la avvicinò al volto del nano: si accorse che era un nano vecchissimo, con la pelle del volto piena di rughe che pareva una carta geografica. Ma i suoi occhi scuri non erano cattivi, anzi: avevano una profonda bontà che veniva direttamente da un cuore grande, immenso. Ticcc!... I due vetri si toccarono: Mina aprì subito il serbatoio del suo lume e fece scivolare alcune gocce d’olio nel serbatoio del lume di Nano Prestavèl. Poi la bimba prese per mano l’esserino delle miniere e lo avvicinò ad Angelo, il primo della fila che se ne stava lì fermo immobile, con gli occhi persi nel buio. Ticcc!... e un altro po’ d’olio cadde nel serbatoio. Poi fu la


volta di Gerardo, quindi di tutti gli altri fino al piccolo Floriano. Quando anche l’ultimo prigioniero ebbe regalato una parte del suo olio al nano, i bambini in fila ripresero vita, si mossero e si strinsero alla loro Mina in un lungo, forte abbraccio, mescolato alle risa e ai pianti. – Bene, adesso basta! – intervenne maestro Abbecedario, che evidentemente sapeva farsi obbedire sia dagli spaventapulcini sia dai bimbi. – L’avete capita la lezione? Angelo fece un passo in avanti. – A dire il vero abbiamo capito le lezioni: innanzitutto non bisogna essere imprudenti e dobbiamo sempre ascoltare quel che ci dicono mamma, papà e i nostri maestri. Ma questa è solo la prima lezione. – E la seconda? – chiese Casoletta – La seconda lezione – intervenne Gerardo, – è che quando si avvicina qualcuno con la mano tesa, non necessariamente vuol farci del male. Anzi, magari è solo qualcuno che ha bisogno di qualcosa, ma non sa chiedercelo. Se però lo guardiamo bene negli occhi, capiremo subito che cosa vuole e a quel punto tocca a noi decidere se essere generosi oppure no!


Ma di lezioni oggi ne abbiamo avuto anche una terza... – Quale sarebbe questa terza lezione? – chiese Abbecedario. – È quella dell’unione – strillò il piccolo Floriano. – Com’è successo per l’olio delle nostre lanterne, se tutti noi abbiamo poco, ma questo poco lo mettiamo assieme, alla fine saremo più forti di prima. L’unione fa la forza, insomma! Gellindo era soddisfatto. Fece per girarsi e uscir dalla miniera, quando la vocetta di Mina lo obbligò a tornare indietro. – Lo so bene che se andremo a raccontarlo giù in paese ci daranno tutti dei matti, ma la lezione più importante l’abbiamo ricevuta da uno scoiattolo e da due spaventapasseri! E la loro è stata anche la lezione più bella: mai tirarsi indietro, quando qualcuno ti chiede di essere aiutato. – Be’ insomma – esclamò Abbecedario con voce rotta di commozione, – possiamo proprio dire che non tutto il male è venuto per nuocere! I nostri amici, grandi e piccini, salutarono con mille abbracci il buon Nano Prestavèl e tornarono in valle, imboccando il sentiero che conduce a Tesero e cantando a squarciagola tutte le canzoncine che conoscevano!

Nota dell’Autore. Sono moltissimi i racconti popolari ambientati nelle miniere scavate un po’ qui e un po’ là in tutto il mondo. E molte di queste leggende parlano di nani messi a difesa delle gallerie scavate nella roccia dagli uomini. Il più famoso di questi Nani minatori, almeno da noi sull’arco alpino, è lo Sperkmantl, un nanetto che gira sottoterra stringendo in mano una lanterna senz’olio. Guai ai minatori che, incontrandolo, non si affrettano a riempirgli il lume d’olio: di sicuro su di loro si abbatterà la tragedia del crollo di una galleria! Se invece sono pronti e generosi, lo Sperkmantl, con la lanternina finalmente accesa, se ne andrà fischiettando. A quel punto gli uomini si mettono in attesa nel più assoluto silenzio: al primo sentore di scricchiolii strani, fuggono all’aperto, mettendo in salvo la vita. Se invece il silenzio si fa sempre più lungo, allora pian piano riprendono picconi e badili e ricominciano a lavorare, ringraziando in cuor loro la protezione di quello strano Sperkmantl!



Gellindo Ghiandedoro e il segreto di Nano Prestavèl