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1 Gellindo Ghiandedoro e il tiranno di Castel Selva fiaba di Mauro Neri

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Quando scende la sera nonno Celestino, sia che piova oppure che ci sia un caldo estivo da stare in maniche corte, afferra l’inseparabile bastone da passeggio e raggiunge pian pianino la stalla: si siede sul vecchio sgabello che serve per mungere le mucche e aspetta. Chi aspetta, nonno Celestino? I suoi tre nipotini – Giorgina la più piccola, Elena la mezzana e Mattia il più grande – sanno bene che prima di cena il nonno è disponibile a raccontare fiabe straordinarie, leggende bellissime, antiche storie della loro famiglia... – Ciao, nonno: che cosa ci racconti stasera? – strilla Mattia entrando di corsa nella stalla e correndo a inginocchiarsi ai piedi di Celestino. Entrano correndo anche Giorgina ed Elena, le più piccoline, che vanno ad accovacciarsi accanto al fratellino. – Speriamo che sia una fiaba bella come quella di ieri sera! – esclama Giorgina. La piccolina ha appena terminato di parlare che un urlo di Mattia... – AIUTOOO! UN TOPOOO... – interrompe quella scena tranquilla. – Un topo... dove? – esclama Elena balzando in piedi. – Un topo... vivo?? – strilla Giorgina impallidendo. – Eccolo laggiù, lo vedete? – urla Mattia afferrando un bastone che ha a portata di mano. – Adesso vedete voi che fine farà, quel topo schifoso! – Aspetta! Lascialo stare! È stato nonno Celestino a fermare il nipote col bastone già in aria, pronto a spiaccicare l’esserino che approfitta dell’attimo di pausa e corre a nascondersi in una grossa crepa nel muro della stalla. – Ecco... se n’è andato! – piagnucola il bambino gettando via l’ormai inutile bastone. – Se non mi fermavi, nonno, adesso avremmo un mostriciattolo in meno e potremmo goderci la fiaba in santa pace! Nonno Celestino chiude gli occhi, stringe le labbra e parla a voce bassa: – Io ho vissuto molti e molti anni e vi posso assicurare che al mondo non esiste nessuna creatura che sia inutile. – Anche i topi servono a qualcosa? – domanda Elena, che non riesce a staccare gli occhi dal buco nel muro. – Stasera avevo intenzione di raccontarvi la fiaba dell’acqua miracolosa di Levico, ma la terrò per un’altra sera. Per spiegarvi che anche un piccolo, semplice topolino può essere utile, anzi, indispensabile, ho deciso di raccontarvi di quella volta che Fata Levegana e lo scoiattolo Gellindo Ghiandedoro si presero gioco di un tiranno violento e malvagio... e lo fecero grazie all’aiuto di un topolino identico a quello che poco fa Mattia voleva trasformare in un minuscolo tappeto. State a sentire...

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Voi, bambini, non potete immaginare quanto possa essere crudele e senza senso la malvagità dei tiranni che una volta imperversavano un po’ dappertutto. Anche Levico aveva il suo signorotto prepotente: si chiamava Armerio e abitava a Castel Selva, poco fuori il centro abitato. Se voi avete anche una pallida idea della cattiveria, be’, Armerio era di sicuro molto, molto di più di quel che v’immaginate voi. Dovete sapere, infatti, che lo scellerato torturava gli abitanti di Levico con ogni tipo di angherie. Regolarmente a ogni inizio di stagione aumentava senza ragione le tasse che gli dovevano versare i contadini, gli artigiani, i boscaioli e i malgari. Ogni domenica in chiesa era compito della comunità di Levico raccogliere il danaro per l’elemosina, che poi veniva consegnato ad Armerio: se ne tratteneva più di metà, l’ingordo, e i pochi denari che restavano finivano al parroco... “Per i poveri di Levico” aveva ancora l’ardire di esclamare quel malfamato, prima di scoppiare a ridere e andarsene seguito dal suo corteo di amici e di sbirri. Guai ai levegani che si facevano sorprendere dalle guardie fuori casa dopo il tramonto: venivano arrestati, condotti a Castel Selva e rinchiusi nelle prigioni in attesa del processo, che terminava invariabilmente con la condanna al pagamento di multe salatissime. Se poi a girar di sera veniva scoperta una fanciulla che magari andava in chiesa per i vespri, la disgraziata veniva presa, trascinata al castello e là doveva restare sette giorni e sette notti a disposizione del tiranno per i lavori più umili della casa. Non vi dico poi quel che accadeva nei campi o nei boschi. All’arrivo degli sbirri i poveri contadini o i boscaioli correvano a nascondersi, lasciando via libera alle guardie che si divertivano a bruciare i raccolti, a rovinare le sementi, a dar fuoco alle bóre stagionate... – Qui qualcuno deve darci una mano – si dissero un giorno i bambini di Levico. E che fossero proprio i bambini a lamentarsi non deve meravigliare. Gli adulti infatti erano troppo spaventati dagli sguardi truci delle guardie del tiranno: gli unici a non temere le conseguenze di una ribellione erano proprio i più piccoli e i più innocenti. – Io propongo di andar su, a Vetriolo, a chiedee aiuto a Fata Levegana – disse una bambina di nome Traudi. – Se c’è qualcuno che può affrontare il tiranno di Castel Selva, la buona fata è l’unica possibilità che ci è rimasta! – Io da sola posso fare ben poco, piccoli miei – esclamò rammaricata

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Fata Levegana alla delegazione di bimbi giunti fin lassù. – Il signorotto di Castel Selva s’è fatto una nomea terribile e anche per noi fate è difficile trovare il modo per neutralizzarlo... – E allora cosa possiamo fare? – strillò in lacrime Traudi. – Non c’è nessuno, all’infuori di te, che possa aiutarci! Fata Levegana arruffò con una mano i capelli rossi e ricci della bimba: – Guarda, piccola mia, che noi fate non abbiamo la bacchetta magica per ogni cosa! Sta a voi uomini, grandi e piccoli, trovare tutti insieme il modo per mettere a tacere le molestie di quel bruto... Ma se volete, conosco qualcuno che può darci una mano... – E chi è? – Lo scoiattolo Gellindo Ghiandedoro di sicuro riuscirà a inventarsi qualcosa per far ragionare con le buone o con le cattive il tiranno Armerio! – E dove abita, questo Gellindo Ghiandedoro?

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– Abita nei pressi del Villaggio di Risparmiolandia, ma voi chiamatelo forte forte, urlate il suo nome ai quattro venti, procuratevi dei grandi imbuti e usateli come megafono per chiamarlo: lui vi sentirà di sicuro e si correrà a Levico in nostro soccorso! E così fu. Gellindo Ghiandedoro! Gellindooo Ghiandedorooo!! Gellindo... Gellindo GHIANDEDORO! ... – Ciao, bambini di Levico... Avete bisogno di me? – esclamò dopo un po’ lo scoiattolo risparmioso sbucando da dietro la curva della strada. – Be’, visto che ti abbiamo chiamato a lungo, urlando come ossessi, certo che abbiamo bisogno di te, Gellindo! – E infatti eccomi qui: raccontatemi il vostro problema e vedremo che cosa si può fare! Dovete sapere che il primo venerdì di ogni mese il tiranno Armerio invita a castello tutti i suoi amici – signorotti e tirannelli anche loro e della medesima pessima risma – per una cena che comincia al tramonto e termina molto dopo la mezzanotte sempre e inequivocabilmente con lo stesso giochino. – Silenzio prego... Ssshhh... fate silenzio accidenti! Oh, bene. Amici carissimi – comincia a dire il tiranno che tiene in mano un grosso micio dal pelo rosso, – non c’è bisogno che vi presenti il mio gatto: conoscete benissimo Scipione, il micio più intelligente della regione! Il signorotto tace e lascia che il gatto salti dal suo grembo al tavolo imbandito e cominci a camminare tra le stoviglie, i calici e i bicchieri di cristallo ancora colmi di buon vino facendo bene attenzione a non farne cadere nemmeno uno. – E sapete anche come si svolge il giochetto che vi propongo: offrirò metà delle mie sostanze in terre e danari a colui che, senza mai toccarlo, sarà capace di indurre il mio gatto a far cadere uno di questi calici o uno dei bicchieri sul tavolo... Chi si propone? Si dimentica ogni volta, il malvagio, di ricordare agli amici il rovescio della sfida: il malcapitato che fallisse in quel gioco sciocco verrebbe gettato in prigione e lì tenuto a pane e acqua fin tanto che la famiglia non paghi mille ducati d’oro per il riscatto. – Non si fa avanti nessuno nemmeno stasera? – sibila ogni volta il

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diabolico tiranno. – Guardate lì il mio Scipione: non dev’essere difficile fargli urtare un bicchiere o una bottiglia... Niente? nessuno si fa avanti? Bene – conclude il barbaro, – allora buonanotte a tutti. Ci vediamo il prossimo mese e forse allora sarò più fortunato! – Bene, amici – esclamò Gellindo quando i piccoli levegani ebbero terminato di raccontargli di quelle cene al castello. – Domani è il primo venerdì di questo mese: lasciate che corra a chiamare un mio carissimo amico e diamoci appuntamento domani sera all’ingresso di Castel Selva. Il caro amico dello scoiattolo misterioso era nascosto alla vista di tutti: se ne stava chiuso in un cesto coperto da una tovaglietta bianca e rossa. – Che cosa c’è, là dentro, Gellindo? – È meglio che sia una sorpresa anche per voi: non vorrei mai che qualcuno si lasciasse sfuggire davanti al tiranno di Castel Selva lo scherzo che stiamo per fargli. Forza, su: andiamo! Gellindo e gli altri s’affacciarono nella sala da pranzo del maniero proprio nell’attimo in cui il malvagio signore stava invitando per l’ennesima volta i suoi amici ad accettare la sfida. – Ma ve l’immaginate? Se qualcuno di voi vince si porterà a casa metà dei miei forzieri colmi d’oro e d’argento che tengo nascosti nei miei sotterranei e diventerà di colpo signore e padrone di metà del mio contado! Allora: qualcuno vuole sfidare il mio gatto Scipione? – A questo giochino possono partecipare tutti? – esclamò la bella Fata Levegana entrando nella sala con al seguito un codazzo di bambini guidati da uno scoiattolino che teneva un cesto infilato al braccio. Il tiranno si girò esterrefatto: mai nessuno fino a quel momento aveva osato sfidare il suo Scipione. – Ma lo sai, Fata, che cosa capita a chi perde la scommessa? – Oh certo – rispose sicura la magica fanciulla, – qua dentro lo sanno tutti che chi perde deve rinunciare alla libertà e poi a mille ducati d’oro per tornarsene a casa! Ecco perché nessuno osa farsi avanti... Ma ripeto: la sfida è aperta a tutti? Il violento arrossì per la rabbia, ma poi sbuffò: – Ma certo che possono partecipare tutti... Perché, vuoi farlo tu? Sei così sicura di riuscire a spaventare il mio gatto senza mai toccarlo e senza alzar la voce per terrorizzarlo? – Io non ce la farei mai – rispose Fata Levegana con un dolce sorriso, – ma il mio amico qui, lo scoiattolo Gellindo Ghiandedoro, è sicuro di

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riuscirci! – Senza usare la violenza? – berciò il malvagio. – Ma certamente! – rispose Gellindo facendosi avanti. – Senza mai toccare il gatto Scipione? – Te l’assicuro: senza mai sfiorarlo nemmeno con un dito! – Alzerai la voce? Ti metterai a urlare e a inseguirlo? – Me ne starò fermo qui, sulla porta della sala... e vedrai che anche così vincerò con grande facilità! Anzi, sai che faccio? Mi lego questo tovagliolo sulla bocca, così sarai sicuro che non potrò spiccicar parola! Armerio tacque e si guardò in giro dubbioso: era troppo sicuro di sé, quello strano scoiattolo parlante, ma ormai non poteva più tirarsi indietro. – E va bene: adesso lascio libero il mio Scipione e, da quando il gatto toccherà la tovaglia, avrai dieci secondi per tentare di vincere la sfida... Eh! Eh! Eh! Accadde, cari miei, che nel momento esatto che Scipione toccò con gli artigli il piano del tavolo imbandito di calici, bicchieri e bottiglie... Dieci... Nove... Otto... – cominciò a contare il tiranno. Gellindo allora tolse la tovaglietta bianca e rossa dal cestino che aveva al braccio e... Oplà!... Ratto Robaccio, l’allegra pantegana del Villaggio di Risparmiolandia, saltò fuori dal cesto e atterrò sul tavolo. Sette... sei... Cinque... Nel vedere il topo, Scipione strabuzzò gli occhi, inarcò la schiena, arruffò il pelo della nuca ed ebbe uno scarto improvviso: con il sedere la grossa bestia rossiccia sfiorò un calice pieno fino all’orlo di vino rosso...

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Quattro... Tre... Il calice traballò pericolosamente, alcune gocce di vino caddero sulla tovaglia e... Due... Uno... – Nooo! – urlò il tiranno Armerio mettendosi le mani nei capelli! Crasshhh! Zero!!! Il calice cadde urtando una bottiglia di vino e andando in mille frantumi. La tovaglia si sporcò di rosso, gli amici balzarono in piedi urlando e applaudendo la pantegana che di suo ci aveva messo ben poco, Fata Levegana e i bambini di Levico si unirono all’allegria della vittoria, mentre Gellindo si tolse il bavaglio e con un fischio richiamò Ratto Robaccio, che corse a infilarsi di nuovo nel cestino. – Allora – sospirò con un sorriso nonno Celestino, – avete capito perché anche il più piccolo topolino ha un compito da svolgere nella vita? Convenite con me che nessuna creatura è così inutile da meritare d’essere trattata con disprezzo? – D’accordo – mormorò Mattia, – però la tua è solo una fiaba... – Puoi aver ragione, piccolo mio, ma sai cosa ti dico? – spiegò Celestino alzandosi dallo sgabello e massaggiandosi la schiena ingrippata. – Avete presente com’è ridotto oggi, Castel Selva? – Come no – rispose di getto Elena: – lo vediamo tutte le mattine dal finestrino dello scuolabus. – Sono solo rovine – disse Giorgino, – che pare stiano per cadere da un momento all’altro! – In realtà i ruderi sono belli solidi, dopo i lavori di restauro che sono stati fatti, ma quella rovina è tutto ciò che rimane del maniero di Armerio. La sera stessa della sfida il tiranno fu costretto dai suoi amici a consegnare ai bambini di Levico la metà del suo tesoro e a firmare i documenti per il passaggio di metà dei suoi possedimenti. Quelle ricchezze vennero divise equamente fra tutte le famiglie del borgo, mentre Armerio si ritrovò solo: se ne andarono gli sbirri, temendo di non esser più pagati; svanirono anche gli amici, che temevano la vendetta del tiranno... Armerio invece caricò su alcuni carri i pochi scrigni preziosi che gli erano rimasti, mise a cassetta il gatto Scipione e se ne andò lontano, non dopo aver appiccato fuoco al suo castello. Di lui e del micio non si è più saputo più nulla!

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Gellindo Ghiandedoro e il tiranno di Castel Selva