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Pierre Chiartano Giancristiano Desiderio

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TORNANTE

Michael Auslin

IL SOL

Mario Arpino

2011

settembre-ottobre

numero 63 anno XII euro 10,00

quaderni di geostrategia

registrazione Tribunale di Roma n.283 del 23 giugno 2000 sped. in abb. post. 70% Roma

Tutt’altro che in ginocchio

Maria Egizia Gattamorta

Disciplina sociale e grande efficienza salveranno il Paese EDWARD LUTTWAK

risk

Riccardo Gefter Wondrich

IL SOL TORNANTE

Oscar Giannino Virgilio Ilari Carlo Jean

Il futuro dell’energivoro Giappone

Edward Luttwak

Nucleare pulito: una scelta quasi obbligata

Alessandro Marrone

DAVIDE URSO

James Mason

La katana perde il filo Le nuove forze armate nipponiche tra crisi economica e scenari internazionali ANDREA NATIVI

Andrea Nativi

Mikka Pineda Stefano Silvestri Maurizio Stefanini Andrea Tani Davide Urso

RISK SETTEMBRE-OTTOBRE 2011

Michele Nones

La grande sfida di Yoshihiko Noda Viaggio nella premiership più importante degli ultimi cinquant’anni MICHAEL AUSLIN

L’Europa di cartapesta Oscar Giannino

Le incognite di Tripoli Carlo Jean

Paura del lupo cattivo? Stefano Silvestri

• quaderni di geostrategia • bimestrale • quaderni di geostrategia • bimestrale • quaderni di geostrategia •


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risk

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quaderni di geostrategia

DOSSIER

S

O

M

M

A

SCACCHIERE

R

I

O

Sol Levante, tutt’altro che in ginocchio

Unione Europea

colloquio con Edward Luttwak di Pierre Chiartano

Alessandro Marrone

Il futuro dell’energivoro Giappone

Americhe

di Davide Urso

Riccardo Gefter Wondrich

La grande (impossibile?) sfida di Noda

Africa

di Michael Auslin

Maria Egizia Gattamorta

La katana perde il filo

pagine 64/67

di Andrea Nativi

Ricostruire? Yes we can di Maurizio Stefanini

LA STORIA Virgilio Ilari

La crisi del debito è dietro l’angolo

pagine 68/73

di Mikka Pineda e James Mason

Vacche magre per l’industria della Difesa di Alessandro Marrone pagine 5/43

LIBRERIA

Giancristiano Desiderio Andrea Tani

Editoriali

pagine 74/79

Michele Nones Stranamore DIRETTORE Michele Nones

pagine 44/45

SCENARI

L’Europa di cartapesta di Oscar Giannino

Le incognite di Tripoli di Carlo Jean

Chi ha paura del lupo cattivo? di Stefano Silvestri pagine 46/63

REDATTORE Pierre Chiartano COMITATO SCIENTIFICO Ferdinando Adornato Luisa Arezzo Mario Arpino Enzo Benigni Gianni Botondi Vincenzo Camporini Amedeo Caporaletti Giulio Fraticelli Pier Francesco Guarguaglini Virgilio Ilari Carlo Jean Alessandro Minuto Rizzo Andrea Nativi Remo Pertica Luigi Ramponi Ferdinando Sanfelice di Monforte Stefano Silvestri Guido Venturoni Giorgio Zappa RUBRICHE Arpino, Incisa di Camerana, Ilari, J. Smith, Gattamorta, Gefter Wondrich, Marrone, Ottolenghi, Tani

REGISTRAZIONE TRIBUNALE DI ROMA N. 283 DEL 23 GIUGNO 2000 Impresa beneficiaria, per questa testata, dei contributi di cui alla legge n. 250/90 e successive modifiche e integrazioni

Editore Filadelfia, società cooperativa di giornalisti, via della Panetteria, 10/-1 00187 Roma. Redazione via della Panetteria, 10/-1 00187 Roma. Tel 06/6796559 Fax 06/6991529 email segreteria.risk@gmail.com Amministrazione Cinzia Rotondi Abbonamenti 40 euro l’anno Stampa Centro Rotoweb s.r.l. via Tazio Nuvolari, 3-16 00011 - Tivoli Terme (Rm) Distribuzione Parrini s.p.a. via Vitorchiano, 81 00189 Roma


IL SOL TORNANTE Il terremoto e lo tsunami sembravano aver dato il colpo di grazia alla già stagnante economia giapponese. In un Paese che aveva attraversato «il ventennio perduto», senza grandi riforme, con una debole crescita e che, con la premiership di Ichiro Ozawa, si era allontanato dalla tradizionale alleanza con Washington. Ora pur tra mille difficoltà il sistema nipponico sembra aver reagito ancora una volta all’estrema difficoltà con la disciplina sociale e la cooperazione economica. E anche i rapporti con gli Usa sembrano più forti che mai. Specialmente dopo gli incidenti nelle isole Senkaku e l’approccio inspiegabilmente aggressivo di Pechino nei confronti di Tokyo. Anche il problema del nucleare sembra essere stato superato con un programma di modernizzazione. Ma un debito pubblico enorme dovrà continuare a crescere per pagare la ricostruzione. Fino a quando? La popolazione nipponica sta invecchiando e decrescendo, manca forza lavoro e con l’avvio del pensionamento dei baby boomer verrà a mancare una grossa fetta di risparmiatori che acquistano i Jgb, il debito sovrano giapponese. Sul fronte industriale la scarsa domanda interna spingerebbe verso l’export, ma uno yen molto forte scoraggia la competitività delle keiretsu dell’automobile. La spina dorsale dell’economia rimangono le piccole e medie imprese, strette tra crisi mondiale e mancanza di credito. Tutti guardano il governo che dovrebbe decidersi ad avviare un piano di riforme fiscali e strutturali, giocando di sponda con la Banca centrale nipponica (BoJ) che ha finora appoggiato le politiche del governo. Nonostante tutto il Paese e tutt’altro che in ginocchio, gli investitori internazionali puntano sullo yen come moneta rifugio in tempi difficili. La domanda che si pongono tutti gli analisti è fino a quando il sistema “chiuso”, insulare del Giappone potrà resistere. Il 95 per cento del debito statale è detenuto dalle famiglie e dalla banche giapponesi, il Paese è chiuso all’immigrazione, all’apertura eccessiva del mercato nazionale, per quanto ancora potrà durare l’isolazionismo nipponico? La crisi dell’Europa richiama Tokyo anche a un protagonismo internazionale, ma sembra che il nanismo politico continui a caratterizzare il governo del Paese. Ma forse è un dato storico dovuto alla grande forza della comunità che non permette l’emersione di una leadership forte che potrebbe turbare l’armonia sociale. Il turning point per il futuro del Paese sarà il 2020, quando le dinamiche demografiche negative non lasceranno più spazio all’attesa. Ne scrivono: Auslin, Chiartano, Luttwak, Marrone, Mason, Nativi, Pineda, Stefanini, Urso.


D

ossier

UNA FORTE DISCIPLINA SOCIALE E UNA GRANDE EFFICIENZA: LA RICETTA DELL’ECONOMISTA USA

SOL LEVANTE, TUTT’ALTRO CHE IN GINOCCHIO COLLOQUIO CON

I

EDWARD LUTTWAK DI PIERRE CHIARTANO

l Giappone del dopo tsunami sembrerebbe un Paese in ginocchio. Una nazione che ha ricevuto il colpo di grazia nell’unico comparto dove dal secondo dopoguerra è stato considerato sempre forte: l’economia. Del Sol Levante si diceva spesso: gigante economico e nano politico. Forse peccando di un’eccessiva sommarietà nel giudizio, si è sempre letta la mancanza di una vera leadership politica come un

“male” moderno del Paese asiatico. Oggi che l’Europa boccheggia tra una crisi e l’altra e guarda sempre più a Oriente, cercando una mano che la salvi dal pericolo default, Tokyo potrebbe rientrare nei giochi occidentali come pilastro economico fondamentale. E i dati sugli investimenti a medio e lungo periodo ci dicono che lo yen andrà sempre più forte e che l’economia nipponica, nonostante un pil che cresce “solo” attorno al due per cento e gli effetti del cataclisma, è ancora considerata un buon posto dove investire il proprio denaro. Anche se da anni analisti e scenaristi vagheggiano una seconda era Meiji, quella che nella seconda metà dell’Ottocento portò il Paese verso la rivoluzione industriale e alla fine del sistema politico e sociale di tipo feudale. Pose fine al potere degli Shogun, tanto per capirci. Una rivoluzione fondata essenzialmente sullo Yugo, termine nipponico per spiegare una sorta di predisposizione al sincretismo culturale, che permette di preservare la tradizione locale. Semplificando molto: spirito giapponese e scienza occidentale. Anche se potrebbe avere un mero valore retorico, è una rappresentazione accettata dai giapponesi.

Ma per meglio comprendere la complessa realtà nipponica ci siamo fatti aiutare da Edward Luttwak che è spesso ospite del governo di Tokyo, proprio come consulente in materie economico-finanziarie, oltre a essere consulente del dipartimento della Difesa Usa. Ne esce un’immagine sorprendente di un Paese che grazie a una disciplina sociale fortissima è riuscito a dominare gli eventi negativi e risalire la china. L’esperto americano di origine rumena conferma anche il rientro nei ranghi di Tokyo rispetto alla lunga alleanza con Washington. «Il Giappone come alleato dell’America ora è molto più forte». Luttwak fa riferimento a un periodo in cui il governo nipponico aveva attuato una certa politica d’avvicinamento a Pechino e contemporaneamente aveva incominciato a criticare le posizioni statunitensi. Poi era successo qualcosa che aveva cambiato questo clima diplomatico. «Si stavano avvicinando alla Cina, diventando di conseguenza degli alleati meno affidabili per gli Usa. Ora dopo gli incidenti alle isole Senkaku che i cinesi contendono al Giappone, non avendo tra l’altro l’appoggio di nessun Paese nel mondo, c’è stato un riavvicinamento con Washington. Dopo queste provoca5


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«Il sistema di raccolta di consenso si basa su di una forte integrità sociale. L’imperativo dell’armonia sociale è così forte che davvero non c’è spazio per l’emersione di una vera leadership» zioni inutili, dannose e strane di Pechino, i giapponesi hanno rinsaldato i legami con Washington». Sono avvenuti numerosi incidenti con barche da pesca e l’atteggiamento aggressivo di Pechino ha portato sia Tokyo che il governo filippino a stringere accordi per la sicurezza marittima di quell’area. A fine settembre il premier Yoshihiko Noda e quello filippino Benigno Aquino III hanno firmato un accordo per frenare le pretese cinesi su tutto il Mar cinese meridionale. Ricordiamo che Manila ha avuto problemi per la isole Spratly. A partire dal 1885, il Governo giapponese tramite le agenzie operanti nella Prefettura di Okinawa ha condotto una minuziosa ricerca sulle Isole Senkaku, attraverso la quale poté verificare che queste ultime risultavano disabitate e confermare che non vi era alcuna traccia di insediamenti cinesi. Il 14 gennaio 1895, sulla base di tali esiti, il Governo del Giappone emanò una delibera che prevedeva l’innalzamento di una stele sulle isole che ne formalizzava l’avvenuta annessione al proprio territorio. «Invece il premier Ichiro Ozawa era antiamericano e tentava di allinearsi con la Cina. Questa fase è stata superata e ora i rapporti con Tokyo sono più forti che mai. È stato superato anche il tradizionale tentennamento». Tokyo ha capito da che parte stare con più convinzione di prima. «In Giappone sono 20 anni che hanno un’economia che va al rallentatore. Sono cresciuti ma poco. Inoltre hanno un grande debito pubblico». 6

Arriverà presto a sfiorare il 200 per cento del pil nipponico. È detenuto in gran parte da istituzioni e cittadini giapponesi, solo il 4 per cento è piazzato all’estero. Una situazione che non potrà durare ancora a lungo. «Però il debito pubblico giapponese è stato utilizzato per finanziare un enorme piano d’infrastrutturazione del Paese che è dunque ricchissimo. Infrastrutture avanzatissime di ogni specie, dai treni ad alta velocità alle strade costruite alla perfezione anche nei remoti villaggi di montagna. Le costruzioni antisismiche che hanno permesso nonostante il terremoto devastante di non avere morti fuori della portata dell’onda dello tsunami. L’acqua ha ucciso non il terremoto. Il loro debiti pubblico ha dunque una faccia differente da quello di altri Paesi, ad esempio, di quello greco o italiano. Soldi per lo più sprecati dalla politica per comprare consenso o semplicemente mangiati dalla politica. Nel caso giapponese il debito pubblico è presente, ma è dovuto a spese concrete e utili. Dal punto di vista economico è dal 1990 che crescono lentamente, con una media del 2,5 per cento annuo. Anche se oggi questo dato non sembra così male. Anche l’aumento della produttività e sullo stesso livello così è comparso un problema che prima non esisteva in Giappone: la disoccupazione. Non è per niente elevata, però c’è. Per quel livello di produttività il pil dovrebbe essere maggiore. Grazie a un ottimo sistema educativo e a un efficiente apparato industriale hanno raggiunto questi livelli.

È dunque una situazione abbastanza paradossale. Sul versante economico hanno perso molto, ma i danni provocati dallo tsunami non sono così ingenti. Un altro Paese sarebbe nel caos, invece loro hanno superato il caos con l’ordine pubblico perfetto e un’altrettanta disciplina sociale. Inoltre le zone colpite dal disastro erano aree di scarsa importanza economica. A parte naturalmente l’area di Fukushima dove solo 15 reattori su 50 sono ancora in funzione. Tutti gli altri sono stati spenti per precauzione. C’è stata tantissima attività volontaria anche in campo economico che ora non ci sono più restrizioni energetiche. Durante i mesi


dossier caldi non potevano usare l’aria condizionata. Ma le misure adottate volontariamente dalla popolazione su richiesta delle autorità sono state tali che ora non c’è più razionamento energetico. Quindi il disastro ha causato danni umani ingenti ma economici molto marginali. La crisi energetica è superata. Già erano capaci di risparmiare, ma ora hanno imparato tutti i nuovi metodi di produrre energia nucleare. Tutti i vecchi reattori verranno spenti ed eliminati. Su più di 50 reattori solo 15 continueranno la loro vita operativa. Lo spirito d’adattamento della popolazione alla nuova situazione energetica è stato così veloce che ha risolto molti problemi». E nei primi giorni di ottobre l’indagine Tankan sulla fiducia delle imprese giapponesi aveva mostrato che si era tornati alla fiducia, con la produzione e le esportazioni, sui livelli pre-terremoto. Un fatto che dovrebbe distogliere una certa pressione dalla banca centrale (BoJ) perché adotti ulteriori misure di allentamento. «ll loro problema più grave oggi è ben altro». Un altro paradosso nipponico. «Nonostante i cataclismi c’è una grande richiesta di yen giapponesi. Ci sono enormi flussi di capitali che investono sulla divisa nipponica. I grandi investitori mondiali hanno grande fiducia nell’economia nipponica. Tanto che il valore dello yen è a livelli altissimi. Hanno la stessa stigmate degli svizzeri. Chi oggi fugge dall’euro va verso lo yen. L’arrivo di capitali è stato dirompente. Lo yen forte sta causando problemi alle aziende che esportano perché rende i loro prodotti molto cari». E infatti l’indice Tankan suggerisce che i grandi produttori non abbiano ancora completamente riassorbito la fiducia nelle proprie forze, Così le prospettive per l’economia, fortemente dipendente dalle esportazioni, rimangono ancora incerte. «La Toyota ha un nuovo modello che non può ancora mettere sul mercato perché deve aspettare che lo yen scenda di valore. Leggendo i giornali si può avere l’immagine di un Giappone finito, chi investe pensa esattamente il contrario». Certo che può venire in mente che, visto i chiari di luna che ci sono in giro, la scelta di investire in Giappone sia una scelta legata al male minore. Che si

decida di mettere i soldi semplicemente dove il rischio di perderli è meno alto. «No è più di questo. Svizzera e Giappone non sono il meno peggio come scelta, perchè entrambi sono dei sistemi Paese con un’integrità sociale e politica per non compromettere la propria valuta. Se altre valute rischiano di diventare carta straccia le loro no».

Quindi il Sol Levante è ancora caratterizzato da una buona economia e da una forte disciplina sociale che lo ha portato in fretta fuori dalle secche dello tsunami. Ma non si diceva che il Paese fosse affetto da un nanismo politico cronico? «Esatto. Il sistema di raccolta di consenso si basa su di una forte integrità sociale. L’imperativo del consenso è così forte che davvero non c’è spazio per l’emersione di una vera leadership. L’attuale primo ministro ha delle buone credenziali e non è uno tanto morbido. Mi spiego meglio, ad esempio il bilancio in parlamento dopo ampie discussioni viene sempre approvato. In Giappone nessuno ha il diritto di rompere il consenso sociale. Se c’è un litigio non si indicano mai le colpe soggettive: la colpa è sempre collettiva». Insomma conta più la pace e l’equilibrio all’interno della comunità che l’emersione di una leadership forte che altererebbe uno status quo che di per sé è un valore e una forza. «È dunque una società dove non c’è spazio per la leadership. Anche durante la Seconda guerra mondiale non si sapeva bene chi veramente comandasse. Mentre nella Germania del Terzo Reich Adolf Hitler comandava su tutto e Mussolini tentava di comandare il più possibile. Ancora oggi c’è un dibattito tra gli storici per decidere chi abbia preso la decisione di far entrare in guerra il Giappone. Ad esempio non c’è accordo sui criminali di guerra impiccati a Tokyo. Gli storici affermano che fossero solo dei disgraziati nel posto sbagliato al momento sbagliato. Il generale Hideki Tojo era accomunato a Hitler e Mussolini, ma era semplicemente l’ufficiale di turno». Nel 1948 ammise ogni responsabilità durante il processo, annullando così le accuse contro l’imperatore Hiroito, e venne poi condannato e impiccato. «La società 7


Risk giapponese ha una propria capacità di organizzarsi spontaneamente, come si è ben visto nel dopo tsunami. L’11 marzo di quest’anno mi trovavo a Tokyo. Ero al ventiseiesimo piano di un albergo a Nakasaka. Durante le scosse l’edificio si muoveva come un pendolo, ma nulla più. Dopo c’è stato il blocco delle linee telefoniche cellulari. Ho visto le code chilometriche che si formavano per i pochi telefoni fissi. Tutti parlavano pochi secondi per rassicurare amici e parenti poi chiudevano. Tutto molto disciplinato. Non c’è stato un singolo caso di furto o sciacallaggio nelle case abbandonate dagli abitanti. Le forze di polizia non hanno dovuto vigilare la proprietà privata. Questo vuol dire che la società è così forte e integrata che non da spazio all’emersione di un leader».

Ma se i leader sono mal digeriti dal popolo nipponico i competitor internazionali vanno affrontati, specialmente la Cina. «Non ci sono molte frizioni economiche con Pechino. Siccome i cinesi fanno la guerra delle valute con Washington, comprano ogni giorno due miliardi di dollari per tenere il biglietto verde alto di valore e il renmimbi basso, indirettamente questa politica colpisce il Giappone come tutte le altre economie. A parte ciò non c’è scontro economico. Il problema è la politica dei militari cinesi che cercando consenso interno provocano continuamente Tokyo. Ci sono stai molti incidenti in mare. Nonostante la marina militare nipponica sia decisamente più potente di quella di Pechino. Le continue provocazioni generano insicurezza nei giapponesi. A Yokoska c’è una portaerei americana con il gruppo navale d’appoggio (la Settima Flotta) e una divisione di Marines a Okynawa, più alcuni stormi dell’Air Force. Dal punto di vista militare il Giappone è al sicuro. Ma Tokyo è molto irritata dal comportamento dei cinesi che sente come una minaccia». Ma non c’è ancora un rischio di corsa al riarmo. «Oggi l’economia nipponica è appena meno forte di quella cinese. Ma guardando ai numeri non c’è paragone. E con lo yen così forte la sfida è ancora tra pari. Tokyo spende appena l’un per cento del pil. In caso di corsa al riar8

mo potrebbero raddoppiare la spesa in 24 ore». Quindi gli scontri in mare aperto continueranno, ma non c’è un pericolo reale che si trasformino in qualcosa di più serio, secondo l’esperto statunitense. Ma un altro punto chiave della nuova economia che si chiama green economy, sono le terre rare, una componente fondamentale per i motori elettrici e per le pale eoliche. Servono per costruire i magneti delle dinamo. Ad esempio ogni Toyota Prius ne conteneva almeno 16 chilogrammi e per una pala eolica ne serviva più di uan tonnellata. Oltre l’ottanta per cento della produzione di terre rare era cinese, che aveva cominciato a chiudere i rubinetti per gestire in prima persona il business. Un affare che aveva portato anche a una guerra diplomatica tra Cina e Australia. «Una delle misure più stupide del governo di Pechino a causa degli incidenti delle Senkaku è stato l’embargo economico. Compresa l’esportazione di terre rare. Sono bravi in economia ma degli incompetenti in strategia. Il risultato è stato che l’industria giapponese che utilizzava questo “minerale” si è subito attivata per trovare un’alternativa». Prima aprendo nuove miniere in Vietnam e poi con un gran finale. «Circa un mese fa la Toyota ha fatto un piccolo annuncio affermando che non hanno più bisogno di importare terre rare. Per un Paese la cui economia dipende dalle materie prime era una vera stupidaggine ingaggiare una guerra di questo genere. Ancora più sciocco negare le esportazioni per l’industria giapponese che si è subito mossa su tre fronti. Prima per comprare la stessa materia altrove in Vietnam, Australia e negli Usa. Poi per ridurre il consumo di terre rare. Infine per sostituire questa componente prima essenziale. Si sono mossi tecnologicamente con tale velocità che adesso la Toyota che era il più grande consumatore al mondo ora non lo è più. Il tentativo di Pechino era costringere a chi importava terre rare a spostare la produzione in Cina. Il problema di tutto questo ragionamento è che le terre rare si potevano estrarre anche negli Stati Uniti. Una miniera chiusa in passato è stata riaperta». Quindi Tokyo è ancora svelta nei cambiamenti e ad adattarsi a nuove situazioni, ma sarà ancora un soste


dossier gno finanziario per la claudicante salute dell’euro? «Negli ultimi mesi e nelle ultime settimane ci sono già stati numerosi interventi delle banche centrali americana, giapponese, inglese svizzera e di quelle europee. E ci saranno ancora. Ma fino a che non si vedrà traccia di un serio impegno politico non si metteranno a comprare buoni del tesoro». Luttwak suggerisce come nessuno, compreso il Giappone abbia intenzione di rischiare d’investire soldi su titoli insicuri e cita l’esempio inglese, la cui economia è messa peggio di quella italiana , ma grazie alla cura draconiana del premier David Cameron il bond britannico vale più di quello italiano. Anche per i giapponesi vale la regola del guadagno: si investe dove ci sono meno rischi. Insomma «prima manovre draconiane e poi rilancio dell’economia» suggerisce Luttwak che ricordiamo lavora anche per l’Istituto delle politiche fiscali e monetarie del ministero del Tesoro giapponese. Anche per Tokyo la fonte di maggiore preoccupazione rimane l’Europa. «I timori sulla crisi del debito in Europa e le conseguenti vulnerabilità del sistema finanziario sono le fonti maggiori dell’attuale instabilità finanziaria».

Lo affermava il ministro delle Finanze giapponese, Jun Azumi, a fine settembre. Il che significa che Tokyo prima di mettere dei soldi sul tavolo vorrebbe vedere dei risultati. «Prima di aiutare i giapponesi vogliono vedere se questi governi europei, Italia compresa, si aiutano da soli con manovre adeguate. E se il debito greco è «una pozzanghera» quello italiano è «un lago» e Tokyo sta aspettando di vedere se dopo tre manovre insufficienti finalmente arriverà quella buona. Dunque in attesa che arrivino i nuovi principi Meiji a rimettere in moto il cambiamento senza turbare l’armonia della società giapponese, potremmo sempre fare conto su di un’economia che, anche se poco continua a crescere, con uno yen sempre forte come il cedro di Yoshino e una leadership politica impalpabile come la rugiada del mattino sulle foglie verdi delle camelie. L’importante è non «raccontare favole» agli eredi degli shogun. 9


Risk NUCLEARE “PULITO”, UNA SCELTA QUASI OBBLIGATA PER TOKYO

IL FUTURO DELL’ENERGIVORO GIAPPONE DI

O

DAVIDE URSO

re 14.46 dell’11 marzo 2011: trema il Giappone a causa di un terremoto di magnitudo 9,1 sulla scala Richter, il più forte a memoria d’uomo. La centrale nucleare di Fukushima Daiichi, con sei reattori, regge all’urto sismico. Ore 15.38, 52 minuti dopo il sisma: arriva lo tsunami. I sistemi di raffreddamento dei reattori non reggono e accade il terzo

grave incidente della storia dell’energia nucleare. Luglio 2011: l’ex ministro dell’Economia, Banri Kaieda, licenzia tre alti funzionari: il viceministro Kazuo Matsunaga, il direttore generale dell’Agenzia per le risorse naturali e l’energia Tetsuhiro Hosono e il capo dell’Agenzia per la sicurezza industriale e nucleare Nobuaki Terasaka. 26 e 30 agosto 2011: si dimette il primo ministro Naoto Kan e al suo posto s’insedia Yoshihiko Noda. È il sesto premier negli ultimi cinque anni. Queste sono le tappe principali della revisione in atto del sistema energetico nipponico. Essa non sarà rivoluzionaria, ma piuttosto stabilizzatrice, per le caratteristiche del sistema energetico e geografico del Giappone, per la natura intrinseca dei giapponesi e per la proiezione del Paese nel medio periodo. Il Giappone ha un’estensione territoriale più piccola della California e una popolazione di 128 milioni di abitanti, più del doppio dell’Italia. Il reddito pro-capite nipponico è alto, grazie a tre decenni pre-crisi di progresso. Il tasso di urbanizzazione è circa il 70 per cento, tra i più alti; così come il sistema di motorizzazione e il terziario sono tra i più sviluppati al mondo. L’aspettativa di vita media è di 82,25 anni, anch’essa tra le più alte, e la forza lavoro è di circa 66 milioni d’individui. Tutto ciò fa del Giappone uno Stato energy-consuming, cioè la sua struttura 10

sistemica dipende dalla capacità interna di fornire la giusta quantità di energia e con la giusta potenza al momento della domanda. Come è riuscito il Giappone, uscito sconfitto dalla seconda guerra mondiale, con enormi deficit sistemici e un basso appeal a diventare uno Stato energy-consuming? In Giappone vi è una muscolosa cooperazione tra Governo e settore industriale, una forte etica del lavoro, una vera “ammirazione” verso il protezionismo industriale e i segmenti high-tech, ingenti investimenti in ricerca e sviluppo, una moderata difesa delle proprie allocazioni (il Giappone investe in deficit spending) e un debito pubblico che supera il 225 percento del pil. Ciò ha portato allo spettacolare boom degli anni Sessanta-Settanta-Ottanta, con una crescita netta del pil del 10 per cento, 5 per cento e 4 per cento. Malgrado il periodo di stagnazione partito dagli anni Novanta, il cosìddetto «ventennio perduto», il pil è cresciuto negli ultimi due decenni dell’1,5 per cento, grazie alla competitività del sistema produttivo. Inoltre, la forte crescita demografica e una politica “a lunga vita” dei contratti di lavoro nelle zone urbane, hanno portato il Paese a rafforzare a tempo di record il settore industriale, con un’impennata dei consumi e dell’intensità energetica (quantità di energia consumata per produrre una unità di pil). Il Giappone – privo di


dossier risorse naturali nel sottosuolo – si è trovato costretto a importare combustibili energetici per mantenere i tassi di crescita. Ma questo non bastava. Lo slancio nipponico parte dalla scelta di puntare sull’energia nucleare per la produzione di elettricità, come sostituto all’olio combustibile. Gli shock petroliferi del 1973 e del 1979 sono stati il turning point. Il Paese era in pieno boom economico. Nel 1973 il petrolio (tutto importato) pesava per il 77 per cento dei consumi primari di energia e l’intensità di energia cresceva a dismisura. Per mantenere gli standard di crescita, soddisfare la domanda energetica, mantenere alta la competitività sistemica e garantire energia a basso costo, il Giappone optò per la politica del divide et impera in grado di mitigare la dipendenza dall’estero con una diversificazione delle fonti di approvvigionamento e con un alto livello di efficienza energetica, soprattutto nel settore elettrico. L’energia nucleare permise di soddisfare le esigenze di tecnologizzazione del Paese. Dal 1973 al 2010, la produzione elettrica nazionale è cresciuta di 2,7 volte, mentre quella nucleare di circa mille volte, passando dal 3 percento dei consumi elettrici nazionali a circa il 30 percento del 2010. Solo 2 dei 60 reattori costruiti dal Giappone sono stati connessi alla rete elettrica nazionale prima del 1973. Pur grazie a questo enorme sforzo, il Sol Levante è il primo importatore mondiale di carbone e di gas naturale liquefatto e il secondo di petrolio e derivati (oltre il 90 per cento proviene dal Medioriente). Il Giappone dipende dai combustibili fossili per circa l’80 per cento dei consumi primari di energia (il leader è il petrolio con il 47 per cento) e ha una dipendenza dall’estero per circa il 96 per cento delle risorse energetiche importate. Ciò pesa come un macigno sulla bilancia commerciale energetica con l’estero, equilibrata dall’essere la terza economia del mondo, uno Stato exportled, con un pil resistente e una bassa «percezione del rischio» dei nipponici, che proiettano le «aspettative» in un orizzonte di brevissimo periodo, ottenendo il massimo dei benefici. Eppure, nel 2010, il

Senza la presenza di un’alta quota di nucleare, che produce elettricità in abbondanza, pulita e a costi contenuti e che libera risorse economiche per gli altri settori energetici (industriale, commerciale, residenziale e dei trasporti) è inimmaginabile che il futuro energetico giapponese possa essere roseo Giappone non ha né importato né esportato elettricità. È il quarto produttore al mondo di chilowattora (circa mille miliardi l’anno; 3,5 volte in più dell’Italia) e il quarto per consumi elettrici. Ha un consumo elettrico pro capite superiore agli 8mila kWh, più del doppio di un consumatore medio italiano e circa il 65 per cento in più della media italiana. Il tutto essendo il 49mo per produzione di petrolio, ma il terzo per consumi dopo Stati Uniti e Cina, il 51mo per produzione di gas, ma il sesto per consumi e quasi ultimo per produzione di carbone, ma quarto per consumi. Come ha fatto? È il terzo consumatore di energia nucleare (circa 280 miliardi di kWh), per numero di reattori in esercizio (50) e per potenza nucleare installata (44,2 GWe), dopo Stati Uniti e Francia.

L’architettura normativa del sistema energetico del Giappone si basa sull’approvazione del Parlamento del Basic act on energy policy, che delinea i principi fondamentali e sulla cui base sono redatti lo Strategic energy plan, che descrive più in 11


Risk dettaglio le linee guida da seguire, e il Basic energy plan, che rappresenta il vero Piano energetico nazionale, soggetto a revisione triennale. Il primo Basic energy plan è stato elaborato nell’ottobre 2003. Due successive revisioni sono state approvate nel marzo 2007 e nel giugno 2010. Ve ne è una in corso che dovrebbe essere pronta nell’estate 2012. I modelli del 2003 e del 2007 erano necessari per l’entrata della lotta ai cambiamenti climatici nelle agende nazionali. La troppa dipendenza del Giappone dai fossili rendeva il sistema energetico nazionale obsoleto. I pilastri energetici, ancora attuali, sono: «sicurezza degli approvvigionamenti energetici», «sostenibilità ambientale» e «utilizzo dei meccanismi di mercato». A questi se ne sono aggiunti altri due nella revisione del 2010: «crescita economica energy-based» e «riforma della struttura industriale dell’energia».

punti di forza infrastrutturali nazionali. Gli obiettivi del governo, entro il 2030, previsti nel Basic energy plan del giugno 2010, erano: raddoppio dell’autosufficienza nella produzione di energia dal 18 al 36 per cento e della quota di partecipazione in progetti di sviluppo di fonti fossili all’estero, come effettocalmierante sui prezzi; quasi raddoppio dell’indipendenza energetica dal 38 al 70 per cento; aumento della capacità di produzione zero-emission dal 34 al 70 per cento; costruzione di una decina di nuovi reattori nucleari entro il 2020 per un minimo di 14 unità entro il 2030 e passare dal 30 al 53 per cento del fabbisogno elettrico nazionale da nucleare, innalzando il tasso di utilizzazione (ore di funzionamento l’anno) delle centrali nucleari fino al 90 per cento (7.900 h/anno); maggiore impiego di biocarburanti al 3 per cento dei consumi; avvio di progetti innovativi in efficienza energetica e nelle fonti rinnovabili; riduzione del 30-40 per cento delle emisQuesta strategia energetica tendeva ad una sioni di CO2 nel settore residenziale-domestico, rivoluzione. Per la prima volta nella sua storia, il fino all’80 percento nel 2050, rispetto ai livelli del Giappone integrava i rischi geoeconomici legati alle 1990. Si trattava di target obbligati visto che il fluttuazioni del prezzo del greggio (quindi anche del Giappone alla conferenza di Copenhagen sui camgas), i rischi geopolitici connessi agli Stati d’impor- bianti climatici ha comunicato di voler ridurre le tazione, i rischi geologici per una riduzione delle proprie emissioni di gas serra del 25 per cento entro risorse fossili, l’aumento della globalizzazione ener- il 2020 rispetto ai livelli del 1990. Il Giappone è il getica e della competitività tra fonti e tra rotte, la quarto Paese per emissioni globali di CO2, dopo lotta ai cambiamenti climatici, la sostenibilità eco- Stati Uniti, Cina e Russia. E ora? L’incidente alla nomica e sociale. Già l’Action plan for the develop- centrale nucleare di Fukushima porterà un ripensament of a low-carbon society del luglio 2008 consi- mento degli obiettivi nucleari, cercando alternative derava l’energia nucleare come pilastro per il conse- nei settori fossile, dell’efficienza energetica e delle guimento degli obiettivi eco-ambientali, energetici e fonti rinnovabili. Ma quanto potranno realmente di programmazione sistemica. Inoltre, l’enorme cre- incidere? La sostituzione delle centrali nucleari nipscita della domanda globale di energia, in particola- poniche con impianti a gas o a carbone aumenterebre dei fossili, con il rischio di una carenza d’approv- be le emissioni di gas serra rispettivamente del 29 vigionamento e un aumento dei prezzi dei combu- per cento e del 49 per cento. Se il nucleare copre stibili da importazione per l’insufficiente offerta circa il 30 per cento del mix elettrico nazionale, il interna e i cambiamenti della struttura dei mercati carbone pesa per il 28 per cento e il gas per il 26 perenergetici mondiali, hanno convinto Pechino a cam- cento. La somma di carbone e gas già superano di biare il mix energetico, optando per una diversifica- molto il ruolo dell’atomo. Gli impatti economici – zione delle fonti che riducesse il differenziale tra oltre che ambientali – sarebbero dannosi, con aggraproduzione domestica e importazioni sulla base dei vi di spesa tra i 32 e i 45 miliardi di euro. Se la scel12




dossier ta fosse di sostituire le centrali nucleari con impianti rinnovabili, si passerebbe all’incoscienza, visto le rinnovabili che soddisfano il 9 per cento della domanda elettrica nazionale e il 6 per cento di quella energetica (sole e vento si attestano intorno all’1% ciascuno). Per il fotovoltaico, si dovrebbe centuplicare l’attuale produzione di energia solare mettendo in ginocchio l’intero Paese. Peraltro, è impossibile per i limiti del territorio giapponese. Per installare circa 205 GWe solari in grado di produrre 270 TWh sarebbe necessaria una superficie pari a circa il 52 per cento del Giappone, con un costo di circa mille miliardi di dollari. La spesa per la ricostruzione dopo un terremoto di magnitudo 9,1 e uno tsunami devastante è stimata in 250-300 miliardi di dollari. Si tratta di due scenari di scuola geoeconomica, ma che danno l’idea del peso dell’energia nucleare in un Paese tecnologico ed energy-consuming. Le affermazioni del nuovo primo ministro Yoshihiko Noda vanno nella direzione di una stabilizzazione del sistema energetico nipponico, in cui le fonti rinnovabili avranno un ruolo centrale, ma l’energia nucleare rimarrà indispensabile per i target di politica energetica. La probabile novità del futuro programma energetico - non fosse altro per rientrare negli obiettivi di Kyoto, rivitalizzare l’economia, sostituire la potenza nucleare persa e le centrali nucleari che andranno in pensione e che non saranno rimpiazzate da altro nucleare e magari non fare la fine dei suoi cinque predecessori – potrebbe essere quella di puntare su un sistema energetico dispersion-type e voluntary-type, pur se distante dalla storia del Giappone e dalla natura dei giapponesi fatta di un mix di etica, progresso e “inchini”. Se fino ad oggi, il nucleare permetteva un approccio central-type, grazie alla sua natura “patriottica” di fonte produttrice di energia di base e di tecnologia national capital intensive, da domani il governo si troverà costretto a chiedere alle imprese e ai cittadini di prendere parte alla fornitura energetica e ad ogni prefettura di fare uno sforzo per investire in tecnologie nuove e pulite, che non producono ener-

gia di base, hanno costi più elevati rispetto al nucleare e ai fossili e sono irregolari nel loro funzionamento, non esistendo tecnologie in grado di “gestire” la natura. L’approccio dispersion-type sarà complicato da realizzare, ma agevole nei passaggi politici.

Quale popolo accuserebbe

un Governo di aver puntato troppo su sole, vento, acqua, rifiuti e quant’altro esiste in natura? Secondo i calcoli della Agency for natural resources and energy nipponica, il fotovoltaico in Giappone costa circa 10 volte più del nucleare e del carbone, circa 8 volte più del Gnl, circa 4 volte più dell’idroelettrico e del vento e circa 3,5 volte in più del petrolio. Il vento è il doppio più costoso del nucleare e del carbone e una volta e mezzo il Gnl. Ancora peggiori sono i calcoli sul «tasso di utilizzazione» delle diverse tecnologie. Una centrale nucleare funziona per il 70-85% delle ore/anno, il carbone per il 70-80%, il Gnl per il 6080%, il petrolio per il 30-80%, l’idroelettrico per il 45%, mentre il vento per il 20% e il fotovoltaico per il 12%. Se per il fotovoltaico il gap economico potrebbe ridursi grazie alla massiccia produzione di pannelli che vede il Giappone al secondo posto al mondo con il 17% del mercato globale, lo stesso non si può dire per l’eolico. La posizione geografica del Giappone lo rende carente di vento e le Prefetture in cui si costruiscono grandi centrali eoliche sono solo Hokkaido e Tohoku. Si rischia di buttare all’aria enormi investimenti per avere risultati minimi in termini di produzione. Il Governo sarà obbligato a garantire ingenti incentivi feed-in tariff a tutte le rinnovabili, per tutelare gli operatori e ridurne gli sprechi. Dovrà promuovere lo sviluppo tecnologico, attraverso un maggiore supporto alle attività di ricerca e sviluppo e una tax reduction sui costi d’ingresso. Dovrà stabilizzare la rete elettrica nazionale, vista l’irregolarità delle rinnovabili, con enormi costi. Dovrà incentivare la costruzione di nuove centrali a gas, per colmare le mancanze di rete delle rinnovabili. Dovrà aumentare l’efficienza 15


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Dovrà ridurre al massimo le perdite siste-

miche attraverso l’accumulo di elettricità e di calore con le smart grid, le batterie e le fuel cells (idrogeno), che però sono tecnologie immature e costose, e l’immagazzinamento di energia durante le ore notturne (grazie all’elettronucleare) per far funzionare i pompaggi idrici e far crescere l’idroelettrico, che oggi pesa per il 20% della potenza elettrica nipponica. L’energia poi va erogata al momento in cui serve, quindi con la giusta potenza. Il programma del Giappone era di aumentare, entro il 2030, la potenza delle rinnovabili del 140%, dell’energia nucleare del 35%, mantenere stabile la potenza del Gnl e ridurre del 6% quella del carbone e del 9% quella del petrolio. Ciò avrebbe portato ad avere un 70% di potenza a zero emissioni, data per il 50% dal nucleare e per il 20% dalle rinnovabili. Se gli obiettivi energetici, ambientali ed ecologici del Giappone saranno confermati, sarà impossibile pensare di ridurre troppo – figuriamoci di azzerare - la quota nucleare interna. La conseguente erogazione poco flessibile dell’elettricità e l’insufficiente potenza avrebbero impatti dannosi sull’attività economica, sulla vita delle persone e sulla credibilità del sistema-Paese. Già un assaggio si è avuto. Il Giappone, dopo l’incidente dell’11 marzo, ha visto crollare il tasso di utilizzazione delle centrali nucleari ai livelli del 1979, moltiplicando i rischi di blackout e di mancanze elettriche di base, quelle che hanno fatto “volare” le industrie energy-consuming nipponiche, e hanno costretto i cittadini nipponici a chiedere il 15 percento in meno di elettricità

Il Giappone dipende dai combustibili fossili per circa l’80 per cento dei consumi primari di energia (il leader è il petrolio con il 47 per cento) e ha una dipendenza dall’estero per circa il 96 per cento delle risorse energetiche importate in estate. Viva l’etica dei giapponesi! Inoltre, le carenze di energia, causate dallo stop di diverse centrali nucleari, hanno fatto crescere i costi delle imprese, ostacolato le attività aziendali e ridotto la crescita occupazionale. Si rischia di compromettere il lifestyle della popolazione giapponese. Senza la presenza di un’alta quota di nucleare, che produce elettricità in abbondanza, pulita e a costi contenuti e che libera risorse economiche per gli altri settori energetici (industriale, commerciale, residenziale e dei trasporti) è inimmaginabile che il futuro energetico del Giappone possa essere roseo e, con esso, l’intera architettura sistemica. Non a caso, la Keidanren (la Confindustria nipponica) considera vitale l’energia nucleare. Per tutti questi motivi – e non solo – il Giappone non potrà rinunciare all’energia nucleare. L’atomo continuerà ad essere un pilastro energetico e sistemico del Giappone, qualunque sia la nuova revisione del Basic act on energy policy. Gli eco-ambientalisti che si sono scagliati contro l’atomo, ipotizzando una politica energetica giapponese verso la green economy, possono mettersi l’anima in pace. Senza nucleare non ci sarà green economy, anche perché il nucleare è – per definizione – la più green tra le tecnologie di produzione energetica. 17


Risk LA SUA PREMIERSHIP È LA PIÙ IMPORTANTE DEGLI ULTIMI CINQUANT’ANNI

LA GRANDE (E FORSE IMPOSSIBILE) SFIDA DI NODA DI •

I

MICHAEL AUSLIN

l claudicante partito di governo giapponese ha recentemente eletto il suo terzo leader, e quindi primo ministro, in altrettanti anni. Yoshihiko Noda, che prima ricopriva l’incarico di ministro delle Finanze, ha ricevuto il testimone da Naoto Kan, la cui timida risposta al devastante disastro naturale e nucleare dell’11 marzo scorso ha segnato la sua premiership. Non rappresenta un buon viatico per Noda che

la notizia della sua elezione sia stata salutata con deboli attestati di stima da parte dell’opinione pubblica; nel contempo, stando alle percentuali di un recente sondaggio diffuso dallo Yomiuri Shimbun, il Partito Democratico Giapponese al governo appare leggermente distanziato dagli oppositori del Partito Liberal Democratico. In ogni caso, ciò non dovrebbe far cantare vittoria allo Ldp, in quanto entrambe le compagini hanno ricevuto meno di un quarto dell’apprezzamento dell’opinione pubblica, mentre metà dell’elettorato non ha espresso la propria preferenza per alcun partito. È questa la sfida più gravosa che attende Noda: una cittadinanza apatica che ha perso fiducia nei propri rappresentati e le cui speranze di trovare nel Dpj una leadership competente si sono infrante di fronte ai fallimenti dei precedenti primi ministri, Naoto Kan e Yukio Hatoyama. Senza il sostegno pubblico, sarebbe difficile per qualsiasi premier chiamare a raccolta ed unificare il partito per fronteggiare l’ostruzionismo dello Ldp alla Camera Alta, all’interno della quale quest’ultimo detiene la maggioranza dei seggi. Qualora egli avesse miglior fortuna dei suoi predecessori, la premiership di Noda rischia di essere breve ed amara, tale da minare definitivamente il ruolo di partito di maggioranza svolto dal Dpj. Tuttavia, Noda vanta alcuni elementi di forza dai quali dovrebbe trar18

re vantaggio. In primo luogo, egli è di dieci anni più giovane rispetto a Kan, e rappresenta dunque quanto di più vicino ad un ricambio generazionale possa esserci per il Dpj. Ha disarcionato gli anziani del partito, come lo sventurato fondatore Ichiro Ozawa, Kan e Hatoyama, così come i giovani ribelli quali l’ex ministro degli Esteri Seiji Maehara, che ha gareggiato per la presidenza del Dpj, uscendo sconfitto al primo turno. Noda ha 54 anni, ed apppartiene alla prima generazione di politici non liberal-democratici ad arrivare al potere dopo che nel 1993 lo Ldp perse per la prima volta le elezioni. Noda appare pertanto in grado di presentarsi come un genuino riformatore, pur avendo ricoperto ruoli per quasi due decenni. Naturalmente, anche Kan era un politico riformatore non appartenente allo Ldp, ma ciò non lo ha agevolato all’interno del partito. Noda dovrà mostrare la capacità di unire le spinte riformatrici alle politiche pratiche. Il suo caratteristico afflato populista lo ha portato ad incrociare gli elettori ogni giorno nelle stazioni ferroviarie del proprio distretto, nelle vicinanze di Tokyo. Guadagnarsi la fiducia dei giapponesi dimostrandosi sia aperto che competente è la sua sfida più grande. Un aspetto è tuttavia chiaro. Noda assume l’incarico nel momento più decisivo, nell’arco degli ultimi cinquant’anni, del Giappone. In secondo luogo, negli ultimi due anni egli è stato


dossier direttamente coinvolto nella risoluzione dei problemi economici in qualità di vice ministro delle Finanze ed in seguito come ministro. Noda è stato tra i primi politici a mettere pubblicamente in guardia sull’incredibile debito pubblico giapponese, definendolo insostenibile. I suoi colleghi non hanno tenuto in debito conto le sue parole quando è stato necessario tagliare il rapporto debito Pil del 225%, e Moody’s ha declassato il rating del Giappone ad Aa3 – tre gradini al di sotto del livello massimo. Di fronte alle massicce leggi per la ricostruzione a seguito del disastro dell’11 marzo, le quali potrebbero arrivare a 250 miliardi di dollari di spesa pubblica, Noda appare attentamente consapevole dell’uragano fiscale che minaccia il Giappone, e potrebbe godere dell’autorità per affrontarlo. In ogni caso, egli ha altresì assunto la posizione più controversa tra i contendenti alla guida del Dpj, proponendo di raddoppiare l’imposta nazionale sulle vendite al 10% nei prossimi anni. In un Giappone che da oltre un decennio vede i redditi appiattirsi, ed in cui i livelli del risparmio sono costantemente diminuiti, ogni aumento dell’imposizione fiscale potrebbe rivelarsi politicamente azzardato. Noda dovrà unire la sua propensione ad un aumento delle entrate ad una significativa disciplina nei conti per far sembrare di avere un piano di lungo termine capace di risanare il bilancio fiscale del Giappone. Infine, Noda ha una visione realistica della politica estera e di sicurezza. Ritenuto un grande sostenitore dell’alleanza con gli Stati Uniti, potrebbe effettivamente essere in grado di ricucire le relazioni con Washington dopo due anni di strascichi iniziati da Hatoyama. Mentre i quotidiani rapporti lavorativi sono continuati, vi sono state poche discussioni di vertice tra le due parti, per via di una costante incapacità da parte di Tokyo di implementare l’accordo del 2006 che prevedeva il trasferimento di una stazione aerea dei Marines da un’area congestionata sull’isola di Okinawa ad una remota località nel nord della stessa. Inoltre, Noda ha messo in guardia circa il rafforzamento militare della Cina, la quale minaccia di produrre nuovi elementi di instabilità in una regione già

caratterizzata da varie dispute territoriali. Comprendendo chiaramente come il Giappone abbia un ruolo di primo piano nel mantenimento della stabilità regionale, Noda ha invocato un pronto riconoscimento delle Forze di Autodifesa come organo militare, un arcano ma controverso aspetto della società giapponese.

L’alleanza con gli Usa

Quando all’apertura della Assemblea generale dell’Onu Barack Obama ha incontrato Yoshihiko Noda, il tutto deve essere sembrato come una sorta di speed dating. Noda, entrato in carica ai primi di settembre, è il quarto leader giapponese che Obama incontra nell’arco di soli tre anni, ed il sesto primo ministro giapponese in un lustro. Tali sommovimenti a Tokyo rendono quasi impossibile per gli Stati Uniti e per i leader giapponesi forgiare relazioni stabili e produttive. Ciò sta logorando i rapporti tra i due alleati che si affacciano sul Pacifico, e rappresenta una delle ragioni per cui il Giappone è svanito dalla lista delle priorità di Washington. Tuttavia, i due partner hanno più che mai bisogno l’uno dell’altro, considerate le sfide comuni che si trovano ad affrontare, dalla stagnazione economica all’ininterrotta instabilità in Asia orientale. Proprio come in una cabina dello speed dating, la premiership giapponese attira alcuni singolari personaggi. Taro Aso era un fanatico dei fumetti manga. Yukio Hatoyama descriveva sé stesso come “un alieno venuto dallo spazio”. Naoto Kan ha provato a dipingersi come un litigioso combattente, ma è capitolato sotto il peso del disastro dell’11 marzo. Noda ha paragonato sé stesso ad un pesce barometro che trova il nutrimento sul fondo del mare. Non solo queste caratterizzazioni non hanno ammansito il popolo giapponese; hanno altresì fatto diminuire il rispetto per la seconda economia democratica al mondo. Tutto ciò potrebbe essere considerato come mera curiosità se gli effetti non fossero così dirompenti. Nel 2007 tutto procedeva come di consueto a Washington durante il rapido avvicendamento iniziato con il libe19


Risk ral-democratico Shinzo Abe. Ma quando le evidenti divergenze politiche sono affiorate sotto Hatoyama, a poco a poco è diventato chiaro che senza relazioni stabili ai vertici, la risoluzione dei problemi sarebbe stata estremamente difficile. Il punto di maggiore frizione rimane l’applicazione dell’accordo del 2006 che prevede il trasferimento della stazione aerea dei Marines dalla congestionata Futenma - a sud di Okinawa – ad una struttura nella meno popolata zona settentriontrale dell’isola. L’anno scorso, Hatoyama ha capricciosamente capovolto l’accordo, causando un turbinio di attività diplomatica nel tentativo di adeguare il piano. A New York, il Segretario di Stato Hillary Clinton ed il ministro degli Esteri Koichiro Gemba hanno riconfermato il piano di trasferimento della base. Tuttavia, come riconoscono in privato gli ufficiali di entrambi i paesi, vi sono poche possibilità che l’implementazione avvenga in tempi brevi, data l’opposizione degli abitanti di Okinawa alla costruzione di una nuova pista per gli elicotteri dei Marines che si trasferiranno a nord. Analogamente, altre questioni minano i rapporti tra i due paesi, come le restrizioni giapponesi sulle importazioni di manzo statunitense, in vigore dal 2003 nel pieno della psicosi da morbo della mucca pazza. Vi è altresì la questione dell’accesso al mercato giapponese per le compagnie statunitensi, in special modo nel campo delle tecnologie mediche. Mentre la maggior parte di queste vengono normalmente risolte ai livelli più bassi di governo, la mancanza di direttrici chiare dai vertici a Tokyo ha implicato l’assenza di una politica commerciale o persino di un approccio generale alla ripresa economica. I diplomatici di entrambi i paesi sperano con forza che il Giappone annunci presto la propria decisione di entrare a far parte del nascente accordo commerciale Trans-Pacific. Malgrado ciò, i funzionari sia a Tokyo che a Washington riconoscono la sostanziale importanza dell’alleanza nippo-americana e di più ampie relazioni politiche. Essi sanno che i due paesi costituiscono ancora la migliore possibilità per ricostruire le relazioni regionali in Asia. La Cina si è rivelata un partner inaffidabile, mentre l’India appare troppo concentrata sui pro20

pri problemi interni e sulle minacce terroritstiche provenienti dal Pakistan. La Association of South East Asian Nations (Asean) si è dimostrata una buona assise di dibattito, ma con scarsi effetti politici. D’altro canto, Washington e Tokyo hanno il vantaggio di un rapporto di collaborazione di lungo corso. L’aver concesso ospitalità continuativamente alle basi statunitensi assicura una credibile presenza statunitense in Asia e nel Pacifico, mentre l’alleanza con Tokyo assicura a Washington l’appoggio di una democrazia asiatica di primo piano che condivide la maggior parte delle sue visioni americane sulla società civile, la libertà di navigazione e la democrazia. Ma questo è il motivo per cui la posta di tale relazione è così alta. Una politica incisiva da Tokyo, una visione chiara del ruolo del Giappone in Asia, e la volontà di accollarsi maggiori fardelli in Asia sono necessarie al fine di evitare che il Giappone diventi un teatro marginale. Considerati gli attuali tagli al bilancio, questo potrebbe voler dire chiedere troppo a Noda. Ma a meno che egli non voglia diventare solo l’ultimo ad accomodarsi nella cabina per lo speed-dating, egli deve tramutare in realtà le sue parole circa la centralità dei rapporti nippo-statunitensi.

Gli ostacoli sul cammino Tuttavia, il primo ministro troverà di fronte a sé anche significativi ostacoli, i più gravosi provenienti forse dal suo stesso partito. Quella sulla sua persona non è stata una scelta unanime, ed il suo maggiore avversario, il ministro del Commercio Banri Kaieda, era sostenuto dal maggiorente del partito Ozawa. Ciò significa che Noda potrebbe dover trascorrere molto tempo a gestire le fazioni all’interno del Dpj piuttosto che portare a compimento politiche frutto di un partito unito. D’altronde, il conflitto generazionale di lungo termine all’interno Dpj non è stato affatto superato. Ancora in attesa nelle retrovie si celano Maehara e l’attuale capo di Gabinetto del Segretario Yukio Edano, entrambi quarantenni, assieme ad altri membri, quali Goshi Hosono e Akihisa Nagashima, ognuno dei quali è da poco salito alla ribalta delle cronache


dossier politiche. Noda potrebbe finire per essere una figura di transizione tra i membri del Dpj che guideranno il partito nei prossimi decenni e gli anziani i cui fallimentari scandali politici hanno eroso il sostegno pubblico in modo radicale. Un aspetto è tuttavia chiaro. Noda deve traghettare il Paese nel momento più difficile dal dopoguerra. La sua economia è minacciata, le sue industrie esportatrici stanno valutando di lasciare il paese, la sua popolazione è demoralizzata, e deve affrontare un avversario enormemente fiducioso delle proprie possibilità ed apparentemente inarrestabile quale la Cina. Il ruolo del Giappone come argine del sistema economico mondiale e membro imprescindibile del blocco liberale guidato dagli Stati Uniti rimane quanto mai necessario. Deve risolvere i propri problemi interni, anche al fine di poter svolgere un ruolo più significativo e positivo all’estero. Ecco perché Noda dovrebbe poter contare sul sostegno morale di quanti guardano al Giappone. Infine, l’impatto più importante di Noda potrebbe concretizzarsi nell’emergere di una classe politica composta da individui relativamente giovani (almeno dal punto di vista della politica giapponese) ed energici. Sarà sempre più difficile per il partito ricorrere a politici navigati ma privi di carisma. Vi è bisogno di tale nuova linfa al fine non solo di riconquistare la disincantata ed impaziente opinione pubblica giapponese, ma forse anche per far emergere concrete proposte politiche per ravvivare l’economia del paese e delineare un generale piano di recupero per le aree devastate lo scorso 11 marzo. Ogni azione determina comunque dei rischi. Il rovescio della medaglia consiste nel fatto che i riflettori mediatici sono ora puntati su questa nuova generazione. Se essa dovesse fallire e dimostrarsi altrettanto incompetente quanto quella che l’ha preceduta, allora le ultime speranze del popolo giapponese di avere una classe politica capace verranno disattese. Tale forma di cinismo e risentimento rappresenta l’ultima cosa di cui la più grande democrazia dell’Asia orientale ha bisogno. Sarebbe troppo affermare che il destino del Giappone poggia sulle spalle di tali giovani leader, ma ciò potrebbe anche essere una scomoda verità. 21


Risk LE FORZE ARMATE NIPPONICHE TRA CRISI ECONOMICA E NUOVI SCENARI INTERNAZIONALI

LA KATANA PERDE IL FILO DI •

P

ANDREA NATIVI

ressato da una situazione economica difficile, da uno scenario politico tutt’altro che stabile, con l’esigenza di fare i conti (economici e non) con la ricostruzione conseguente alla combinazione tsunami/terremoto che ha devastato parte del Paese, per non parlare del prezzo economico e strategico della scelta di rinunciare progressivamente all’energia nucleare, il Giappone non potrà

fare a meno di ridimensionare le ambizioni militari, che peraltro sarebbero più che giustificate dalle tensioni che continuano a crescere nel Pacific Rim. Sicuramente Tokyo riuscirà a recuperare, nel medio termine, e riprenderà il ruolo che gli compete, anche per quanto riguarda gli aspetti relativi alla sicurezza, ma se si considerano orizzonti più vicini, il Giappone di fatto è stato “neutralizzato” dalla furia delle forze naturali e dalla incredibile incuria con la quale sono stati realizzati gli impianti nucleari, che rappresentano peraltro l’unica seria soluzione per impedire che il Paese dipenda esclusivamente dai rifornimenti marittimi di idrocarburi. Le linee di comunicazione marittima intanto torneranno ad essere la vena giugulare del Giappone. Anche con il nucleare le Sloc (Sea lanes of communications) erano cruciali, ma ora diventeranno vitali. E dovranno essere salvaguardate ad ogni costo. In secondo luogo il profilo militare più modesto del Sol Levante creerà un “vuoto” che in qualche modo sarà colmato. E l’alleato tradizionale, gli Stati Uniti, non sarà in grado di farlo. Anzi, Washington contava di rinsaldare in ogni modo il rapporto con il Giappone in chiave anti-cinese (e non solo), ma invece di ricevere aiuto in una fase molto delicata, con l’economia che arranca e le tendenze all’isolazionismo che spirano con rinnovato vigore, gli Usa saranno costretti a dare più di una mano al 22

Giappone. Rassicurandolo e proteggendolo. Non è certo casuale la formidabile mobilitazione di uomini e mezzi che il Pentagono ha ordinato per aiutare i Giapponesi nelle fasi più acute del post-emergenza. Compreso l’invio di preziosissimi super velivoli senza pilota Global Hawk convertiti dai ruoli di spionaggio e sorveglianza a quelli di monitoraggio dei livelli di radioattività. A tutto questo si aggiunga l’instabilità politica interna del Giappone, che rende più complesso formulare ed attuare, con i relativi investimenti, una politica di difesa e sicurezza che superi i tanti tabù e reticenze che hanno caratterizzato tutto ciò che riguarda lo strumento militare dal dopo guerra ad oggi. Il che non ha impedito al Giappone di cominciare a sfornare libri bianchi sulla difesa (il primo è del 1957, il secondo del 1976, rimasto in vigore per addirittura due decadi, fino a che un nuovo documento è stato elaborato nel 1996, presto superato per via degli attentati dell’11 settembre e però sostituito da un nuovo testo solo nel 2004, seguito da un adeguamento nel 2005), nonché di definire piani a medio termine: il frutto più significativo di questa elaborazione politica-strategica-economica è giunto con la pubblicazione del nuovo Ndgp, National defense programme guidelines lo scorso anno, accompagnato dall’Mtdp, Midterm defence programme, con la pianificazione e gli


dossier obiettivi per il periodo 2011-2015, approvato dal Parlamento nel dicembre 2010. Tuttavia ci sono voluti ben 52 anni prima che il Paese decidesse formalmente di costituire un ministero della Difesa, rimpiazzando l’Agenzia per la difesa che ne aveva svolto le funzioni. E come sempre in Giappone, la forma non è mai solo forma: avere costituito un ministero della Difesa ha un significato tutt’altro che simbolico, sia verso l’interno sia verso l’esterno. Peraltro c’è un ministero, ma almeno per quanto riguarda la denominazione, non esistono ancora vere e forze armate, essendo rimaste le etichette di «forze di autodifesa» terrestre, aerea e navale. Mentre nell’ultimo lustro sono state create solo in parte quelle strutture (individuate seguendo in larga misura l’esempio statunitense, anche per rendere più agevole la collaborazione politico-militare tra i due Paesi) che consentono ad un ministero della difesa di svolgere efficacemente la propria azione. Tutto è avvenuto con prudenza, cercando di non suscitare allarmi e preoccupazioni e quindi con una tempistica molto rallentata. Ad esempio, se è nato il Joint staff office (notare che si parla, con molto understatement di…office), che rappresenta in nuce uno stato maggiore interforze, che risponde al ministro della Difesa (il comando delle forze armate è invece ovviamente attribuito al primo ministro). Però per ora non c’è ancora un verticalizzazione in senso interforze e le forze armate sono ancora in larga misura entità indipendenti, anche se ovviamente il modello rigido pre-bellico è stato superato da decenni. La trasformazione necessariamente vedrà le forze armate perdere competenze e potere a vantaggio del Jso. Altra novità in senso interforze è stata la creazione di un organismo d’intelligence militare interforze, il Dih, Defense intelligence headquarters, che ora dipende direttamente dal ministero della Difesa e che conta su un paio di migliaia di persone. Non si è invece ancora giunti all’attivazione di una sorta di consiglio per la sicurezza nazionale presso l’ufficio del primo ministro, visto che la proposta è stata formalizzata solo nel libro bianco del 2010. E mentre si procedeva con il cambiamento ci si è

comunque ben guardati dal mettere anche solo in seria discussione una revisione costituzionale che allentasse almeno in parte gli strettissimi vincoli che stringono in una gabbia molto stretta la potenziale tigre giapponese: basta pensare all’articolo 9 che enuncia la rinuncia da parte del Giappone alla guerra, al possesso del potenziale militare necessario per combattere una guerra e addirittura al diritto di belligeranza. È chiaro che poi le norme vanno interpretate… e questo ha consentito al Giappone di costruire forze armate tutt’altro che trascurabili, sia quantitativamente sia qualitativamente, naturalmente vincolate alla mera auto-difesa nei confronti di una eventuale aggressione esterna. Cosa questa che rende tutt’ora molto difficile a Tokyo prendere parte a missioni internazionali militari che non siano… più che pacifiche, anche se su questo fronte i progressi e le “interpretazioni estensive” non sono mancate. Ormai da 15 anni almeno nessuno contesta l’idea che i soldati giapponesi possano essere impiegati fuori dai confini nazionali. Ma neanche gli Usa si azzardano a chiedere a Tokyo di inviare truppe combattenti in Afghanistan, si accontentano di lauti assegni, impegni per la ricostruzione e magari supporto logistico. Mentre è ben gradito l’intervento anti-pirateria condotto da navi e aerei giapponesi, se non altro perché consente all’alleato statunitense di concentrare gli sforzi nei teatri operativi con minori distrazioni di uomini e mezzi per missioni secondarie.

Ruoli e missioni delle Forze Armate

Tradizionalmente la missione principale assegnata alle Forze armate è stata quella di preservare l’integrità del territorio nazionale nei confronti di una invasione esterna. La politica militare, l’organizzazione dello strumento militare, i programmi di acquisizione di armamenti e equipaggiamenti erano indirizzati a questo scopo. Tuttavia mantenere un dispositivo indirizzato a soddisfare esigenze così tradizionali e non solo formalmente rappresentava da un lato un impegno con costi elevatissimi e dall’altro non rispecchiava le reali esigenze del Paese e le effettive potenziali 23


Risk

Se i soldi sono relativamente pochi, bisogna spenderli al meglio. Questo vuol dire da un lato una nuova crociata “etica” volta a stroncare i fenomeni di corruzione che hanno afflitto sia il funzionamento ordinario della Difesa, sia i piani di ammodernamento, l’assegnazione e l’esecuzione dei contratti. Dall’altro cambiare il modo in cui si spende minacce. Ecco quindi che si è proceduto ad un aggiornamento progressivo, che, pur non escludendo del tutto lo spettro di un’invasione, lo considera come compito residuale, mentre diventa più importante che il Giappone diventi progressivamente in grado di difendersi dalle nuove minacce rappresentate ad esempio dagli attacchi missilistici, soprattutto se condotti con armi per la distruzione di massa, dagli attacchi terroristici, dalle minacce rivolte contro isole minori o zone di interesse economico e strategico, nonché, politica permettendo, la cooperazione nel preservare la pace e la sicurezza internazionali. Per realizzare questi obiettivi non servono tante forze capaci di inchiodare sulle spiagge e distruggere le flotte e le forze d’invasione (una “fissazione” questa nella cultura militare giapponese fin dai tempi del «vento divino»), quanto uno strumento militare flessibile e moderno, caratterizzato da capacità di sorveglianza e controllo ad ampio spettro ed a lungo raggio, rappresentate da unità navali, sottomarini, aerei da pattugliamento, apparati elettronici, satelliti, intel24

ligence. E che sia in grado di proiettare rapidamente potenza militare dove necessario e di sostenere sforzi prolungati, aumentando la mobilità strategica e la prontezza operativa delle forze. Si passa infatti dal concetto di «Basic defense force concepì» a quello di «Dynamic defense forces». E che riesca ad ottenere un più elevato ritorno dagli investimenti compiuti in tecnologia e ricerca, anche attraverso le collaborazioni internazionali, mentre sia in grado di acquisire mezzi e sistemi, in tempi e costi finalmente ragionevoli. Perché promuovere una graduale indipendenza tecnologica è positivo, costituire una filiera industriale in grado, se necessario, di aumentare relativamente in fretta ritmi di produzione e quantitativi, ma gli orizzonti a lungo termine non possono penalizzare il soddisfacimento delle esigenze immediate o a medio termine. Per ora non è caduto il tabù costituito dal divieto di vendere tecnologie militari e sistemi d’arma all’estero, ma qualche ammorbidimento si è registrato anche su questo versante, ad esempio per quanto riguarda il lavoro congiunto condotto con gli Stati Uniti in un settore delicato come quello della difesa antimissile. Gli Stati Uniti rimangono il partner militare privilegiato, il legame è e resta indissolubile, però si intensificano i rapporti con altri Paesi, a partire dall’Australia. E in futuro la necessità potrebbe portare anche a riconsiderare le relazioni con la Corea del Sud.

Situazione attuale e prospettive

Il Giappone ha Forze armate con una consistenza talmente modesta, considerando la popolazione (127 milioni di abitanti), la ricchezza economica, la conformazione geografica e le debolezze strategiche, da apparire davvero poco cosa. Ma non è così, perché se i numeri, per quanto riguarda il personale, saranno anche ridotti, se il sistema di procurement è stato per molto tempo tutt’altro che efficiente, perché finalizzato ad esigenze strategiche d’indipendenza tecnologica e industriale, più che di costo/efficacia, nondimeno Tokyo ha capacità militari tutt’altro che trascurabili. Per quanto riguarda il personale, la forza autoriz-


zata per il FY 2011 conta 248mila uomini, che dovrebbero ridursi a 246mila entro il FY2015. Si tratta quindi sostanzialmente di mantenere costante la forza alle armi, formata esclusivamente da volontari e professionisti. Si deve considerare che la forza effettiva è normalmente inferiore a quella organica teorica, perché la carriera delle armi non è così popolare in Giappone. E visto che i criteri di selezione e gli standard richiesti ai candidati saranno resi più stringenti ed elevati, ci sarebbe il rischio di non riuscire a trovare un numero di candidati sufficiente per soddisfare le esigenze. Tuttavia, a bilanciare parzialmente questa situazione, c’è… la crisi economica, che rende più competitiva una prospettiva professionale con la Difesa. Parallelamente il ministero della Difesa sta cercando di recuperare personale per impieghi operativi, riducendo le strutture e organizzazioni territoriali ed intervenendo massicciamente anche nel settore della logistica e del supporto. In particolare, diverse funzioni connesse al funzionamento e alla manutenzione potrebbero essere gradualmente trasferite dalla

Difesa all’industria, ottenendo così due risultati: “liberare” personale in uniforme, che può essere impiegato per ruoli operativi, e sostenere un comparto industriale che fatica a trovare una giustificazione economica a restare impegnato nel campo della difesa, in mancanza di un flusso costante di investimenti e di grandi programmi d’ammodernamento. Mai come in questo periodo le industrie giapponesi hanno bisogno di concentrarsi in settori profittevoli, e quello militare, in assenza di possibilità export, dipende esclusivamente dai programmi nazionali, che, specie se si verificherà un taglio di bilancio, saranno sempre meno adeguati per mantenere in vita una completa filiera industriale. Ricorrere a pratiche di outsourcing per logistica, supporto e manutenzione, anche mediante contratti a lungo termine, può garantire un contributo significativo, anche se non sufficiente. Inoltre è in corso di completa revisione la dislocazione sulle varie isole dell’arcipelago giapponese di uomini, mezzi e basi principali, così come si è rivista la concezione basata, sulla difesa locale territoriale. 25


Risk Ci sono quindi spostamenti di mezzi e personale, una nuova struttura di comando e controllo e con le nuove missioni le forze armate saranno molto più flessibili ed in grado di intervenire rapidamente ove necessario, nonché di proiettare a grande distanza uno “schermo” di sorveglianza/monitoraggio. Un segno del nuovo corso è rappresentato anche dalla costituzione di un comando Forze speciali, un tipo di forze considerato molto adatto per rispondere a operazioni condotte da forze irregolare/terroristiche nemiche. Nel sistema militare giapponese le forze terrestri fanno la parte del leone, con quasi 160mila uomini, ai quali si aggiungono 8.500 riservisti. La marina ha 45.500 uomini, l’aeronautica 47mila. Ci sono poi 1.227 elementi nelle unità interforze, 360 nello staff interforze, quasi 2mila elementi nell’intelligence. Il quadro va completato considerando la guardia costiera, che per mezzi e consistenza del personale di fatto è quasi una seconda marina, che ha in organico 12.300 uomini ed oltre 400 unità, delle quali un centinaio oceaniche, una cinquantina di elicotteri e due dozzine di aerei ad ala fissa. Del resto il Giappone dipende per la sua sopravvivenza dal mare e deve cercare di sorvegliare e proteggere quasi 30mila chilometri di coste, mentre l’Oceano Pacifico torna a ribollire. Non c’è dubbio che il Giappone abbia bisogno di rinforzare ed accrescere la propria presenza navale, tanto più visto ciò che i vicini, amici o meno, hanno messo in cantiere: se la Cina comincia a mandare per mare unità portaerei, navi quindi destinate a supportare le pretese cinesi e a garantire capacità di proiettare potenza ben al di là delle aree costiere, nonché sottomarini a propulsione nucleare, il Giappone non potrà restare inerte troppo a lungo, tanto più visto che la Us Navy andrà a ridurre il numero delle sue grande portaerei e non potrà che avere una presenza inferiore persino nel Pacific Rim. In futuro lo strumento militare giapponese sarà costituito da 8 divisioni e 6 brigate indipendenti, schierate regionalmente, nonché una forza centrale di «proiezione» rapida alla quale si aggiunge una divisione corazzata. I mezzi da combattimento principali 26

«pesanti» diminuiranno ed in particolare sono previsti circa 400 carri da battaglia (saranno i Type 10 di nuova generazione) affiancati dai nuovi mezzi da combattimento della fanteria Type 89 e altrettanti pezzi di artiglieria e lanciarazzi. A questi si aggiungono 7 gruppi per la difesa contraerea. L’aviazione dell’esercito sarà ammodernata e potenziata con nuovi elicotteri da trasporto, attacco e ricognizione (oltre 400 macchine complessivamente e ci saranno anche velivoli ad ala fissa). La marina andrà a contare 8 flottiglie di cacciatorpediniere lanciamissili, con almeno 48 unità, alle quali si affiancheranno 6 flottiglie di sottomarini comprendenti battelli classe Soryo dotati di sistemi di propulsione indipendenti dall’aria (4 unità in costruzione o previste) che costituiscono il meglio possibile… prima di passare alla propulsione nucleare. Ci saranno poi circa 150 velivoli dell’aviazione navale, compresi i nuovi aerei da pattugliamento distribuiti tra 9 squadroni per sorveglianza e lotta antisom. È il caso di notare che il Giappone, presto o tardi, si doterà di navi portaerei. Pudicamente per ora si continua a parlare di «cacciatorpediniere portaelicotteri», ma già le due unità classe Hyuga assomigliano molto a piccole portaerei, con un dislocamento di 14mila tonnellate, per non dire delle previste unità classe 22 DdHm che saranno lunghe quasi 250 metri e con un dislocamento di 24mila tonnellate: ovvero navi decisamente più grandi della portaerei Cavour italiana! Per quanto riguarda infine l’aeronautica, l’obiettivo è di accrescere progressivamente le capacità, pur riducendo in qualche misura i numeri: il numero di aerei «da combattimento» scenderà da oltre 400 a circa 340 e di questi 260 saranno i caccia e cacciabombardieri, con la sostituzione degli attuali F-4, F-15 con i nuovi FX e sperabilmente con un nuovo caccia “nazionale”. Come detto all’inizio, i ranghi delle forze giapponesi non saranno troppo folti, ma il numero e la qualità dei mezzi di cui dispongono sono molto significativi e il rapporto uomo/mezzo o uomo/combattente è decisamente più elevato in Giappone di


dossier quanto non avvenga in diversi Paesi occidentali, Giappone vorrebbe addirittura diventare parzialmente autonomo nel settore dei velivoli da combattimenItalia compresa, e aumenterà ancora in futuro. to ed avviato un programma che riguarda cellula, propulsione elettronica per un caccia stealth che teoricaSoldi e politica industriale Per cambiare faccia e accrescere il potenziale milita- mente dovrebbe essere pronto dopo il 2020. Se i soldi re il Giappone dovrebbe condurre un consistente piano di riarmo e sostenerlo nel tempo. Il che non è avvenuto e difficilmente avverrà nei prossimi anni. Tokyo tradizionalmente effettua una programmazione degli investimenti di medio periodo, attraverso piani quinquennali (il primo dei quali risale al FY 1986). Il che è positivo, perché dà alla difesa ed alla industria un orizzonte ragionevole e certezze che consentono di lavorare e pianificare al meglio, senza ad esempio sottostare al rito annuale di approvazione degli stanziamenti per le acquisizioni che caratterizza il “ciclo” di procurement del Pentagono (anche se, a dire il vero, oggi i contratti pluriennali di acquisizione sono sempre più frequenti negli Usa). Il Mtdp (Mid-term defense program) 2005-2009 prevedeva spese per 24mila e 200 miliardi di yen, rispetto ai 25mila miliardi del precedente piano quinquennale. L’attuale Mtdp, approvato nel dicembre del 2010 e che copre il periodo tra il 2011 ed il 2015, aveva stanziato 23mila e 500 miliardi di yen, una cifra comunque considerevole, pari c circa 280 miliardi di dollari. Però la situazione economica è tutt’altro che bril- sono relativamente pochi, bisogna spenderli al lante, ci sono nuove priorità e emergenze alle quali meglio. Questo vuol dire da un lato una nuova crociafare fronte e il “peso” politico della Difesa nel gover- ta “etica” volta a stroncare i fenomeni di corruzione no non è ancora pari a quello dei dicasteri tradiziona- che hanno afflitto sia il funzionamento ordinario della li. Il bilancio ordinario della difesa viaggia sui 52 Difesa, sia i piani di ammodernamento, l’assegnaziomiliardi di dollari all’anno, ma anche se le forze ne e l’esecuzione dei contratti. Dall’altro significa armate hanno visto riconosciuto un ruolo cruciale nel- anche cambiare il modo in cui si spende. Per tradiziol’intervento umanitario e di protezione civile in caso ne il Giappone cerca di sviluppare e produrre tutto ciò di catastrofi naturali e non, difficilmente il governo di cui ha bisogno in casa. Se non riesce a far da se, riuscirà a preservare la spesa per la sicurezza di fron- compra le licenze all’estero, in genere dagli Stati te alle molteplici e più gravi necessità che si trova a Uniti, e poi produce localmente. E visto che in genesoddisfare. Comunque per ora i programmi principa- re i quantitativi richiesti sono modesti, per tenere li vanno avanti ed anzi alcuni, come quelli relativi ad aperte le linee costruttive i ritmi di produzione sono un nuovo aereo da combattimento, saranno accelera- mantenuti a livelli minimi, contro qualunque logica ti per compensare la perdita di diversi velivoli (e non industriale/economica. A questo si aggiunge poi il solo) perduti a causa dello tsunami. In prospettiva il fatto che se il livello della tecnologia militare giappo-

È durissima la battaglia per fornire un primo lotto di 50 caccia con i quali sostituire gli attuali F-4J, con il programma FX. E il caccia europeo Eurofighter Typhoon è un concorrente molto forte per i prodotti statunitensi, essendo superiore per tecnologie, capacità belliche e possibilità e coinvolgimento delle industrie locali

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dossier nese è molto elevato (e in larga misura sconosciuto persino agli alleati statunitensi) non tutte le iniziative autarchiche producono i risultati desiderati, quando non si rivelano veri fallimenti. Ad esempio si può pensare al caso travagliato dell’aereo da combattimento F-2, derivato dall’F-16 statunitense, mentre il nuovo velivolo da trasporto militare C-2 sta incontrando difficoltà non marginali, compreso la scoperta di cricche strutturali nella cellula. Per non dire delle ambizioni in campo spaziale: il Giappone vuole la totale autonomia, sia per quanto riguarda i vettori spaziali (accesso allo spazio) sia per quanto riguarda i veicoli spaziali (dai satelliti per telecomunicazioni a quelli da osservazione a quelli per spionaggio elettronico), arrivando anche alle navicelle spaziali. Ma diversi di questi progetti si sono protratti più a lungo del previsto e/o non hanno fornito le prestazioni sperate o hanno semplicemente fallito. In un clima di “austerity” è possibile che il Giappone sia costretto a comprare di più off the shelf e ampliando la gamma dei fornitori dando più spazio alle industrie europee. In particolare è durissima la battaglia per fornire un primo lotto di 50 caccia con i quali sostituire gli attuali F-4J, con il programma FX. E il caccia europeo Eurofighter Typhoon è un concorrente molto forte per i prodotti statunitensi, essendo superiore per tecnologie, capacità belliche e possibilità di coinvolgimento delle industrie locali. Una situazione analoga si ripete anche nel campo elicotteristico, dove il primo importante successo ottenuto da AgustaWestland con il suo elicottero medio-pesante AW101 ha scatenato reazioni violentissime da parte di Washington. Di certo gli Usa non hanno alcuna intenzione di lasciare quella che per decenni è stata una “riserva di caccia” esclusiva ai concorrenti.

La difesa antimissile

Uno dei fiori all’occhiello delle nuove forze armate Giapponesi è e sarà costituito dalla capacità di difesa antimissile, che ufficialmente è stata sviluppata come risposta dettata dal lancio del missile/vettore spaziale nord-coreano del 1998. Ma in realtà questo sistema di

Washington contava di rinsaldare in ogni modo il rapporto con il Giappone in chiave anti-cinese (e non solo), ma invece di ricevere aiuto in una fase molto delicata, con l’economia che arranca e le tendenze all’isolazionismo che spirano con rinnovato vigore, gli Usa saranno costretti a dare più di una mano al Giappone. Rassicurandolo e proteggendolo difesa, stratificato, avrà una funzione ben più ampia, dando al Paese una difesa anche nei confronti di altri potenziali aggressori che hanno o potranno sviluppare forze missilistiche offensive. Con un occhio alla Cina, ovviamente. Il sistema è frutto di una strettissima collaborazione con gli Stati Uniti e il Giappone è partner nel consorzio per lo sviluppo del missile antimissile Standard SM-3. Giappone e Usa hanno creato un centro di comando congiunto, il Bjocc (Bi-lateral joint operations coordination center) che coordina anche l’intervento delle forze Usa in Giappone e consente lo scambio di informazioni per la difesa antimissile/aerea. Tokyo si sta dotando di 6 gruppi antiaerei/antimissile, con missili intercettori Patriot Pac-2/3 basati a terra, nonché di missili SM-3 installati su sei incrociatori lanciamissili. Il sistema prevede poi diversi radar di sorveglianza e allarme, tra i quali 4 radar Fps-5 e 7 radar Fps-3. Senza contare che Stati Uniti schierano in Giappone i propri missili Pac-3, unità navali con missili Sm-3 ed un potente radar da sorveglianza antimissile An/Tpy-2. 29


Risk DANNI PER 135 MILIARDI DI DOLLARI E ALMENO CINQUE ANNI DI LAVORO

RICOSTRUIRE? YES WE CAN DI •

«è

MAURIZIO STEFANINI

raro che un giapponese vi mostri la casa del suo bisnonno, è quasi sempre bruciata», scriveva nel 1984 lo yamatologo francese Patrice de Méritens. Situato al punto in cui la placca delle Filippine e la placca del Pacifico sprofondano sotto quella euroasiatica, l’arcipelago nipponico soffre una media di 1500 scosse all’anno, anche se la stessa quantità

in qualche modo ne ammortzza poi la forza d’impatto. Nel corso dei millenni, dunque, i giapponesi hanno appreso una difficile arte di convivere con i fenomeni tellurici, un cui aspetto centrale era appunto la tradizionale casa in legno: senza fondamenta e senza mura perimetrali, in modo da piegarsi senza spezzarsi. Un’idea, tra parentesi, che sarebbe stata dagli stessi giapponesi applicata alle arti marziali: in particolare il judo, che ritorce appunto contro l’avversario la sua stessa forza. In questo tipo di abitazioni il tetto era in stoppie, che volavano via con un vento appena forte, ma erano facilmente sostituibili con un po’ di buona volontà, e se cadevano in testa non facevano troppo male. Un problema era invece il rovesciarsi dei bracieri: inconveniente cui i giapponesi cercavano di porre rimedio limitando l’uso del fuoco al minimo. Da una parte, abituandosi fin da piccoli a sopportare il freddo senza riscaldamento, o scaldandosi con relativamente abbondanti acque termali. Dall’altra, inventando una gastronomia fatta di cibi crudi, cibi marinati in salsa di spia a cibi poco cotti: il tempura è un’aggiunta recente, imparata dalla cucina dei portoghesi in tempi di Quaresima (Tempora). Malgrado ogni precauzione, appunto, difficilmente una casa di legno scampava al fuoco oltre una generazione. E se non c’era il fuoco, c’era poi l’acqua. Non a caso, la parola tsunami l’hanno data al mondo 30

i giapponesi: quello era il flagello contro il quale non c’era rimedio fisico. Non c’è ancora, anche in quest’epoca di edilizia anti-sismica avveniristica, come dimostrato dal disastro nucleare di Fukushima. Specie quando, come accaduto appunto a Fukushima, arriva una botta le cui proporzioni superano ogni memoria storica, e dunque ogni capacità di previsione. Il rimedio, lì, può essere solo, psicologico. Un versante ne è stata quell’attitudine alla continua provvisorietà che non a caso impregna la spiritualità e l’arte del Giappone. Il Giappone ha dato contributi teologici fondamentali a una spiritualità come quella buddhista, che si basa sull’idea dell’impermanenza delle cose terrene, anche se può sopravvivere l’essenza. Non è casuale che l’arte giapponese sia affascinata dal senso dell’effimero, esemplificato dal fiore di ciliegio, dalla bellezza della geisha e dalla vita del samurai. Geishe, samurai e fiori di ciliegio affollano egualmente dipinti e poemi nipponici, ed era il ciliegio uno dei simboli più dipinti sugli aerei dei kamikaze. Ma l’altro versante, è l’attitudine al cambiamento. O meglio: a rinnovare e ricostruire in continuazione, ma mantenendosi sempre fedeli ai valori della tradizione. Appunto, come la casa di legno che veniva distrutta da un incendio a da uno tsunami, almeno una volta ogni generazione, e veniva rifatta ogni volta identica a prima.


dossier Insomma, non è la prima volta che il Giappone ha bisogno di ricostruire. E proprio perché non è la prima volta, gli analisti sono abbastanza ottimisti. Ma quanto è costato il disastro? Le prime stime hanno indicato danni per 19.000 miliardi di yen, pari a 235 miliardi di dollari: il 4 percento del Pil. Gravi, dunque; specie se confrontati ai 100 miliardi che era costato il disastro di Kobe del 1995. Ma localizzati. La regione colpita più duramente contribuisce infatti al Pil giapponese per non più del 7 percento, l’area metropolitana di Tokyo è rimasta largamente immune al terremoto, e i mercati finanziari hanno continuato a funzionare senza sostanziale interruzione. Sono stati invece colpiti i settori automobilistico ed elettronico: danni diretti, distruzioni di infrastrutture: sia di trasporto, come autostrade, ponti o ferrovie: sia energetiche, con diverse aree del nord est che sono rimaste per un po’ senza corrente. Produzione ed export sono stati dunque limitati, con effetti negativi per la crescita che sono durati fino a metà dell’anno, prima che l’economia iniziasse a riprendersi grazie al traino degli sforzi per la ricostruzione. Anzi, alcune previsioni più ottimistiche hanno parlato addirittura di un rimbalzo positivo sul Pil, alla cui temporanea contrazione potrebbe seguire nel 2012 una crescita di addirittura il 3 per cento. Ma si era anche prospettato che, per sostenere la ripresa, il governo di Tokyo potesse essere costretto a ridurre gli acquisti di titoli di Stato Usa, di cui è il secondo detentore mondiale dopo la Cina, favorendo al contempo un rimpatrio di capitale dall’estero. Quasi subito, comunque, la Banca centrale giapponese aveva immesso sul mercato 39mila miliardi di yen, rallentando la sua corsa sul dollaro per favorire le esportazioni e contenere i prezzi. In seguito, il fabbisogno per la ricostruzione è stato stimato in almeno 170 miliardi di dollari per la sola regione colpita da terremoto e tsunami: opinione del responsabile dell’area nipponica a Credit Suisse, Hiromichi Shirakawa. Ci vorranno almeno 4 o 5 anni di lavoro, e forse anche di più. Eppure, ha previsto il Financial Times, quasi sicuramente questo shock avrà effetti virtuosi su un’economia depressa da anni

di deflazione. E non è una provocazione, quella del quotidiano della City londinese. Battute sul Nerone di Ettore Petrolini che voleva distruggere Roma per poi ricostruirla «più bella che pria» a parte, si era limitato a ripetere quanto detto nel 2008 da Toshizo Ido: governatore di quella prefettura giapponese di Hyogo, dove il terremoto del 2005 aveva provocato 6400 morti, ma che in un summit di governatori aveva pronunciato alcune parole così riferite dalla stampa: «se ci fosse un grosso terremoto a Kanto», che sarebbe poi la regione corrispondente all’area metropolitana della capitale, «Tokyo soffrirebbe un grande danno. Ma questa potrebbe essere anche un’opportunità, e noi dovremmo poter essere in grado di approfittarne». Poi, di fronte alle ovvie rimostranze, aveva detto di essere stato «frainteso». «Volevo solo dire che dovremmo essere sempre pronti all’emergenza. Ma forse avrei dovuto usare qualche parola diversa». Da ricordare che il rapporto di una commissione governativa aveva appena stimato che se un terremoto della stessa magnitudo 7,3 di quello del 1995 avesse avuto come epicentro la Baia di Tokyo avrebbe provocato 11mila morti, 7 milioni di senza tetto e mille miliardi di dollari di danni. Tutto sommato, il fatto che, con magnitudo 9, il terremoto e maremoto del Tohoku del 2011 abbia provocato “solo” 15.550 morti e la cifra di danni riportata, potrebbe essere considerato consolante.

«Bene sarebbe, dicono alcuni economisti non

ortodossi, se la Banca del Giappone finanziasse in parte o in toto le spese extra», ha comunque scritto il Financial Times. «Una crisi innescherebbe la straordinaria capacità dei giapponesi di unirsi per il bene della nazione». Cinismo a parte, gli storici e gli economisti ammettono da tempo che le grandi catastrofi, naturali e artificiali, possono essere uno straordinario volano per l’economia: sia per l’occasione di business che creano; sia per quel fenomeno psicologico che Joseph Alois Schumpeter definì della «distruzione creativa», e su cui Arnold Toynbee costruì la teoria della nascita delle grandi civiltà in risposta alle sfide 31


Risk to bottega per strada in mezzo alle macerie su un precario tavolino, cogliendo così l’occasione di trasformare la sua banchetta per emigranti nella futura, grande Bank of America. E parlando di Giappone ancora, Hiroshima e Nagasaki sono oggi due città molto amate dalle nuove generazioni proprio per la loro modernità. La stessa seconda guerra mondiale, catastrofe artificiale, è considerata da molti storici la grande occasione che permise agli Stati Uniti di superare definitivamente gli strascichi della crisi del 1929. E perfino il drastico “sfoltimento” della peste nera del XIV secolo fu probabilmente per l’Europa la spinta decisiva verso l’età moderna. Certo, non sempre va così. In Italia per un terremoto del Friuli che fece da prodromo al decollo del Nord-Est abbiamo avuto i terremoti del Sud che hanno sempre creato solo miseria: a partire da quello che nel 1908 stroncò il fiorente distretto industriale del bergamotto a Reggio Calabria. E negli stesso Stati Uniti, New Orleans non si è mai veramente ripresa da Katrina. Insomma, dipende. Tant’è che gli esperti riuniti nel 1992 daldell’ambiente. Non a caso, dallo stesso Giappone alla l’omologo Usa del nostro Cnr per stabilire le presumiCalifornia, alcune delle aree economicamente e cultu- bili conseguenze economiche di un terremoto cataralmente più dinamiche del mondo sono proprio zone strofico, non riuscirono a trovare nessun accordo. ad altamente sismico: come se l’abitudine al “rischio” ambientale stimolasse anche il gusto per il “rischio” «Quando parliamo di disastri naturali», è inveeconomico. Mentre in Florida e in Texas la dinamici- ce l’opinione di Michala Marcussen, capo della seziotà economica convive con gli uragani. Avendo di ne economia globale alla Société Générale, «di solito fronte il recente esempio del grande tsunami si vede un brusco crollo iniziale nella produzione, dell’Oceano Indiano di quattro anni prima, Toshizo quindi una ripresa a forma di V». Ricorda ancora il Ido avrà magari pure ricordato come in molte Borse Financial Times: «il terremoto di Kobe costò il 2,5 dell’area i guadagni delle imprese di costruzioni com- per cento del Pil giapponese. Nei seguenti sei mesi la pensarono abbondantemente i crolli di quelle turisti- borsa crollò del 25 per cento, ma l’attività economica che e assicurative: certo, l’ondata si era abbattuta su si mostrò molto più resistente: situazione che potrebaree agricole, e non industriali. Leggenda di Nerone a be ripetersi anche questa volta». L’idea era dunque parte, si può sempre ricordare il modo in cui Londra che il «modello Kobe» potesse servire al primo miniriemerse come capitale moderna e pulita dal grande stro Naoto Kan non solo per far approvare a un recalincendio del 1666. O Lisbona fu ristrutturata dal citrante Parlamento la finanziaria, ma anche per alzapugno di ferro del marchese di Pombal dopo il terre- re le tasse sui consumi. Che sarebbe stata poi la chiamoto del 1755. O l’emigrante ligure Amedeo ve per riparare le precarie finanze pubbliche. In realGiannini dopo il grande terremoto-incendio di San tà, lo stesso Naoto Kan non è poi sopravvissuto al Francisco del 1906 non ebbe esitazioni a riaprire subi- contraccolpo delle polemiche sulla gestione del

L’abitudine alle catastrofi naturali ha sviluppato l’attitudine alla continua provvisorietà che non a caso impregna la spiritualità e l’arte del Giappone. Che ha dato contributi teologici fondamentali a una spiritualità come quella buddhista, che si basa sull’idea dell’impermanenza delle cose terrene, anche se può sopravvivere l’essenza

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dossier sisma, e al suo posto è venuto come primo ministro, il 30 agosto, Yoshihiko Noda. Il settimo capo di governo del Giappone in sette anni. Indicando la ricostruzione proprio come priorità del suo esecutivo, ha deciso di finanziarla innanzitutto attraverso un aumento dell’imposta sul reddito: gran parte delle nuove entrate, stimate in 9.200 miliardi di yen (120 miliardi di dollari) in 10 anni, inizieranno ad affluire dal 2012. Altri 2000 miliardi di yen dovrebbero provenire da privatizzazioni: la società del tabacco, alcune società energetiche e forse anche le poste. Anche se l’opposizione obietta che potrebbero venire compromessi i redditi dei produttori di tabacco, che tra l’altro sono concentrati per oltre un terzo proprio a Tohoku. Terza fonte di finanziamento: bond per la ricostruzione, per un totale di 16.200 miliardi. Quarta fonte: tagli a spese sociali che avevano fatto parte delle promesse elettorali del Partito Democratico, per un totale di 5000 miliardi di yen. Si capisce che non si tratta di un piano facile da far digerire, Infatti, per convincere la Dieta, il premier ha dovuto usare toni apocalittici. «L’ascesa storica dello yen, abbinata con l’ascesa dei Paesi emergenti, rappresenta una minaccia senza precedenti alla nostra industria. C’è il rischio che le nostre industrie stiano scomparendo e che posti di lavoro vengono persi. Se ciò accade, non potremo uscire dalla deflazione o ricostruire le zone colpite». Proprio per questi problemi, paradossalmente ad agosto le costruzioni in Giappone sono addirittura diminuite, dopo un aumento del 14 percento tra giugno e luglio. La ricostruzione nelle aree colpite più duramente, infatti, non inizierà che nel primo trimestre del 2012, dal momento che nelle città costiere, dove la devastazione è stata più grave, non sono state ancora sgomberate del tutto le macerie dello tsunami. E nelle aree non colpite la domanda edilizia è in calo, per via della crisi. Quel che si stanno facendo ora sono i piani di fattibilità per ricostruire i centri abitati in modo compatibile con l’ambiente. Di scena sono le nuove tecnologie: Toshiba ha previsto un sistema integrato con generazione d’energia, trattamento acque e misuratori di potenza; Hitachi studia come trasportare elettricità ai centri di

evacuazione, in caso di disastri, con autobus forniti di accumulatori; e varie amministrazioni parlano di «città intelligenti» con l’utilizzo di dispositivi di energia rinnovabile e reti elettriche intelligenti. E dovrebbero anche portare alla creazione di posti di lavoro. In particolare, si parla di rimediare all’abbandono del nucleare imposto dal disastro di Fukushima, con la costruzione di mega impianti a energia solare in aree lasciate disabitate a seguito del terremoto. Lo stesso Masayoshi Son, fondatore e amministratore delegato della Softbank e con un patrimonio da 8,1 miliardi di dollari, l’uomo più ricco del Giappone, ha delineato un piano per ricostruire le infrastrutture energetiche del Paese utilizzando entro il 2030 in gran parte fonti rinnovabili.

Da una piccola software company Son ha costruito uno dei più grandi Internet conglomerates del Giappone: gestisce il terzo operatore di telefonia mobile del Paese; è fornitore esclusivo di iPhone e iPad della Apple; possiede Internet properties come Yahoo Giappone; ha investito molto in aziende online all’estero come Alibaba in Cina. «Il Giappone è un Paese massacrato dai terremoti, dobbiamo ridurre il nostro utilizzo di energia nucleare nei prossimi 20 anni», ha detto in un intervento a sei mesi dal sisma. Secondo lui, entro quei 20 anni il Giappone potrebbe utilizzare fonti energetiche rinnovabili per il 60 per cento del suo fabbisogno di energia elettrica, al prezzo di 2000 miliardi di yen: 26 miliardi di dollari. Il Progetto: realizzare una super grid in tutto il Paese e sottacqua lungo la costa, in modo da mandare l’elettricità in giro velocemente, a basso costo e con efficienza. Ma Son sogna anche più in grande. Secondo lui, la rete elettrica nazionale da 2mila chilometri che ha proposto «potrebbe eventualmente essere estesa a tutta l’Asia, con una massive grid che arriverebbe a 36mila chilometri e collegherebbe Paesi come Giappone, India, Cina e Russia. Unendo i Paesi asiatici in questo modo, si potrebbe creare un’area più pacifica in Asia». Insomma, appunto, il disastro come opportunità. 33


Risk L’ECONOMIA DI TOKYO TRA DECLINO DEMOGRAFICO, INVECCHIAMENTO E CALO DELLA FORZA LAVORO

LA CRISI DEL DEBITO È DIETRO L’ANGOLO DI •

I

MIKKA PINEDA E JAMES MASON

l dopo-tsunami gioco forza rallenterà i progetti di riforma fiscale che erano stati messi in agenda dal governo di Tokyo, e servirà ancora attingere al debito pubblico per la ricostruzione. Ma renderà queste riforme assolutamente necessarie alla fine della fase emergenziale. Detto questo la tradizionale tendenza al risparmio delle famiglie nipponiche, la stabilità degli investitori istituzionali e la forte disci-

plina sociale interna, permetterà al debito pubblico di crescere ancora per un certo periodo. Comunque l’invecchiamento della popolazione ridurrà tendenzialmente la propensione al risparmio a da ultimo indebolirà le capacità del Paese di riassorbire il debito pubblico. In tempi brevi non è prevedibile una crisi sul debito sovrano giapponese (2011-15), ma senza delle sostanziali riforme fiscali, la probabilità di una crisi potrebbe certamente aumentare sul medio periodo (2016-20), diventando particolarmente problematica a lungo termine (dal 2021 in avanti) quando l’andamento demografico diventerà negativo. Ecco perché, ragionando su basi probabilistiche (70 per cento) un governo che fosse tiepido sulle riforme fiscali e strutturali necessarie, potrebbe portare la Banca centrale giapponese (BoJ) a detenere suo malgrado – in maniera diretta o indiretta – gran parte del debito pubblico nazionale.

I punti cruciali

Le risposte a questi interrogativi potrebbero essere improntate all’ottimismo nel breve e medio periodo, ma in caso di una risposta blanda del governo sulle riforme strutturali e fiscali, di una persistente stagnazione dell’economia e dell’invecchiamento della popolazione con una sua progressiva riduzione, i rischi si moltiplicherebbero. Ecco perché una domanda è d’obbli34

go: che probabilità ci sono a breve di una crisi del debito sovrano giapponese? Non è imminente fino al 2015 ma le possibilità aumentano notevolmente col tempo, specialmente se il governo di Tokyo non affronterà con serietà una riduzione del bilancio pubblico. Specie se la bassa crescita economica continuerà a caratterizzare la dinamica di sviluppo giapponese. Il limite tecnico massimo d’indebitamento pubblico è dato dal tetto dei risparmi privati: che equivale al 300 per cento del pil. Secondo i dati del 2010, il debito aveva già raggiunto il 204 per cento del pil. Le previsioni affermano che non dovrebbe superare il 250 per cento prima del 2020. Dipenderà molto dalla fiducia espressa dai mercati se il debito sovrano potrà continuare a crescere in futuro raggiungendo il tetto massimo. Se il governo dovesse non ridurre il deficit, le agenzie di rating potrebbero avere la necessità o scegliere di ridurre il rating sui titoli giapponesi, ma di per sé questo non sarebbe una sorpresa e neanche una vera preoccupazione. Recentemente il governo ha approvato una norma per raddoppiare la tassa al consumo, che dovrebbe entrare in vigore nel 2015, per dimostrare la propria capacità di ripagare il debito. Certo sul medio e lungo termine serviranno altri interventi di carattere strutturale e fiscale, prima però di una riforma finanziaria che aumenterebbe la propensione al rischio e prima che cominci la china demografica e la conseguente diminuzione del


dossier risparmio privato dopo il 2020. Ma quando comincerà a salire il costo del denaro in Giappone? I rendimenti dei Japanese government bond (Jgb) tenderanno a salire sul breve periodo. E principalmente per questi motivi: la crescita della spesa pubblica dovuta alla ricostruzione post terremoto; una riduzione del surplus nella bilancia dei pagamenti; un’accelerazione dell’inflazione dovuta a una crisi degli approvvigionamenti, nel 2011 e una crescita delle dinamiche salariali legata alla ricostruzione, nel 2012. Comunque il costo del denaro crescerà solo gradualmente nel corto e medio periodo. Ora la capacità che c’è ancora da parte del risparmio privato di investire sui titoli di debito pubblico smorzerà la crescita dei rendimenti, specie se interverrà anche la Banca centrale del Giappone. Vedremo se dopo la spinta positiva della fase della ricostruzione, seguirà una nuova stagnazione dell’economia, se la crescita dei salari verrà riassorbita e se ci troveremo di nuovo una dinamica deflattiva, che nel medio termine dovrebbe assorbire quella inflattiva. Quest’ultima potrebbe essere spinta dall’aumento del costo delle materie prime, al contrario di quella dovuta all’aumento della domanda interna. L’inflazione per i maggiori costi delle importazioni, contiene un potenziale deflattivo sull’indice dei prezzi medi al consumo sul medio termine. Ad esempio, l’aumento della spesa per cibo e benzina riduce quella per gli elettrodomestici. Sul lungo periodo dunque la deflazione e l’inflazione low core, dovrebbe ridurre il rischio di una vera spirale dei prezzi. Ma a quel punto la crescita del debito pubblico sarà tale che ogni incentivo fiscale al rischio sarà superiore alla quota d’inflazione e spingerà di nuovo in alto i rendimenti dei Jgb. Inoltre la popolazione avrà cominciato a decrescere in maniera tale da mettere in pericolo la capacità di assorbimento interno del debito. Ciò naturalmente accadrebbe nel caso in cui il governo non fosse ancora intervenuto con delle politiche adeguate. Il Giappone è in grado di assorbire da solo tutto il debito pubblico? La Banca centrale potrebbe anche monetizzare una parte dei titoli di debito. Un’operazione che farebbe partire l’inflazione, indebo-

lendo il valore dello yen. Un deprezzamento della valuta non è visto come un fattore negativo, anzi. Ridarebbe fiato alle esportazioni sul breve. Negli ultimi due decenni il Giappone ha fallito, nella maniera peggiore, l’obiettivo di mantenere prezzi stabili, e non solo perché l’export ha sofferto molto per lo yen forte. Se la Banca centrale dovesse omettere di rientrare nei ranghi di un rigore fiscale, un governo responsabile potrebbe sempre emendare la legge istitutiva della BoJ riducendo l’indipendenza dell’istituto finanziario. Se anche dovessero venire a mancare i freni imposti dalla politica, la monetizzazione del debito incontrerebbe delle barriere di tipo economico: a un certo punto l’inflazione sarebbe eccessiva e il valore dello yen troppo basso per favorire ancora l’economia interna. Ci sarebbe un effetto distorsivo degli incentivi e si perderebbe l’obiettivo del riequilibrio verso un’economia di mercato legata ai consumi.

È sostenibile il debito pubblico?

È sicuramente un problema. Al momento è ancora sostenibile, ma non per sempre, per i motivi che abbiamo già spiegato legati all’invecchiamento della popolazione. È facile preoccuparsi per quello che è il più grande debito pubblico al mondo. Però grazie a una debole crescita della domanda interna e a una favorevole bilancia dei pagamenti con l’estero, una dinamica inflattiva e un deprezzamento dello yen sono sia gestibili che positivi per un certo lasso di tempo. Così la BoJ deve solo stampare moneta per comprare il debito del governo. Ma questo gioco non può durare a lungo. Il Giappone è famoso per avere gli indici demografici più bassi al mondo, non si è mai veramente ripreso dalla crisi degli anni Novanta e non è in grado di mettere in cantiere le riforme che servirebbero. Per cui, mai dire mai…

Breve periodo (2011-15)

La priorità per il Paese è quella di riprendersi dalle conseguenze dirette e indirette di terremoto e tsunami. Il Fondo monetario internazionale (Fmi) ha stimato che il costo dell’intera operazione sarà intorno al 2-4 per35


Risk cento del pil, spalmato su diversi anni. Una previsione che condividiamo. Ma la raccomandazione del Fmi per «un aumento della tassa al consumo dal 5 al 7-8 percento a partire dal 2012», non sembra proponibile, viste le forti resistenze a qualsiasi aumento della tassazione, almeno a breve termine. Nonostante ritardi e dispute politiche, la legge di bilancio per la ricostruzione dovrebbe essere approvata e finanziata con altro debito. La BoJ metterà in campo ogni attività possibile per sostenere la manovra del governo. La banca centrale si è dimostrata sempre molto accomodante rispetto alle richieste governative, fino a scovare forme non convenzionali di strumenti politici per facilitargli il compito. Dopo il terremoto, la BoJ ha praticamente raddoppiato la propria capacità di spesa, fino a 10mila miliardi di yen, con un nuovo fondo prestiti – finanziato con mille miliardi di yen – che dovrebbe aiutare le istituzioni finanziarie delle zone colpite dal disastro. Nell’ottobre del 2010 la BoJ aveva presentato la nuova agenda: una politica economica virtualmente a costo zero; l’impegno al mantenimento di questa politica fino a quando non fosse in vista una ragionevole stabilità dei prezzi; un programma per l’acquisizione di obbligazioni e altri certificati (come gli Etf e i Reit) nel settore corporale oltre ai titoli statali. Le famiglie giapponesi, le banche e la BoJ detengono gran parte del debito pubblico nipponico e una parte non piccola di attività estere. La politica sul medio periodo e la demografia sul lungo, determineranno la salvaguardia o meno di questa ricchezza e anche la possibilità o meno dell’espansione del debito. I settori chiave da tenere sotto osservazioni adesso sono la politica del governo e le mosse della Banca centrale. Guardare come verrà finanziato il bilancio e come verrà monetizzato il debito, visto che la politica del governo dipende dalla volontà di BoJ, famiglie e settore privato di continuare ad acquistare debito. Comunque i costi di pensionamento e per la ricostruzione cominceranno a ridisegnare le possibilità di spesa delle famiglie, e a sua volta, caleranno anche i depositi e i premi assicurativi nel settore privato. Questa tendenza aumenterà ulteriormente il peso di debito pubblico che la BoJ dovrà sopportare. 36

Allo stesso tempo l’allungamento della scadenza media dei prestiti pubblici, incrementerà lo sbilancio dei conti della Banca centrale. La riforma fiscale dovrebbe attenuare gli squilibri di una maggiore esposizione al debito statale, ma lo scenario che abbiamo scelto si basa su riforme molto graduali. Con un incremento della pressione fiscale spalmata sul prossimo quinquennio.

Medio termine

I policy maker giapponesi dovranno affrontare molte sfide per evitare la stagnazione economica. Qui vorrei presentare alcune possibilità, con una scelta molto ampia, all’interno di quattro scenari possibili: piccoli interventi in campo fiscale e strutturale, con una politica monetaria accomodante; interventi fiscali e strutturali più impegnativi, con una politica monetaria accomodante: piccoli interventi fiscali e strutturali; con una politica monetaria restrittiva; interventi fiscali e strutturali più impegnativi, con una politica monetaria restrittiva. Degli aggiustamenti fiscali sono necessari per garantire la sostenibilità del debito pubblico, così come sottolineato dal Fmi, ma probabilmente il Giappone non riuscirà a tenersi alle richieste previste dal Fondo. Questo prevede che il governo metta sotto controllo il debito pubblico entro il 2016 e lo porti al 135 percento del pil per il 2020. Il che prevede una riduzione del deficit del 10 per cento per i prossimi dieci anni. Sottolineando che «data la limitata possibilità di riduzione della spesa, la correzione fiscale avrebbe bisogno di fare affidamento soprattutto su nuova tassazione e di limiti alla crescita della spesa». Ancora un recente documento del Fmi (Pelin Berkmen 2011: L’impatto del risanamento dei conti pubblici e delle forme strutturali sulla crescita del Giappone) prevedeva un impatto di queste riforme solo per un 10 per cento di crescita sul pil, nel breve e medio termine. Il documento concludeva che le autorità giapponesi devono rimettere in moto la crescita e le riforme strutturali per contribuire a compensare il fiscal drag che serve per risanare i conti pubblici nel medio e lungo termine. Un aumento delle tasse, per esempio,


dossier abbatterebbe anche i consumi a meno che non sia in coppia con riforme strutturali che aumenterebbero l’occupazione e la crescita degli utili. Le riforme strutturali sono essenziali per spingere la crescita tendenziale in uno scenario d’invecchiamento e pensionamento della popolazione. Specie nell’ottimistico scenario, che promuove il governo, di una crescita al 2 per cento alla fine del decennio. Un incremento della forza lavoro aiuterebbe molto il Giappone che deve affrontare un decremento demografico. L’insicurezza del lavoro, la paura dell’immigrazione, la scarsità di servizi per l’infanzia, la mancanza di copertura assicurativa per il parto, hanno scoraggiato la creazione di nuove famiglie. Aggravando ulteriormente il calo demografico. Difficilmente il Paese potrà aprirsi all’immigrazione, per cui si dovrà superare il modello di salario e d’impiego basato sull’anzianità e creare un contratto di lavoro che sia family-friendly, che aumenti le tutele per i lavoratori più giovani. Le Piccole medie imprese (Pmi) sono la spina dorsale del sistema economico, contano il 99 percento del fatturato e tre quarti dell’impiego. L’alto indebitamento e l’abbassamento dei profitti si sono combinati con una stretta creditizia che ha molto limitato la crescita delle Pmi. Facilitare il credito alle Pmi, soprattutto per le start up, specialmente in settori come quello delle biotecnologie, ridarebbe fiato a questo settore oggi in stagnazione. La ristrutturazione del debito e il risanamento dei conti pubblici libererebbe risorse, al netto di incagli e sofferenze, per finanziare le Pmi che lo meritano. La politica monetaria può aiutare, ma non sostituire le riforme. Anche se la BoJ è chiaramente impegnata in un’azione di stimolo monetario, sta un po’ staccando l’acceleratore dei “soldi facili”, perché convinta che senza le famose riforme fiscali e strutturali sia difficile raggiungere l’obiettivo della stabilità e della crescita nel medio-lungo termine. Quindi anche potendo fare di più la Banca centrale sarà riluttante, al momento, a fare ulteriori passi. Tornando di nuovo sul fronte degli scenari del Fmi, vediamo la BoJ impegnata in azioni legate alla monetizzazione del debito: «Per ridurre ulteriormente i premi a termine sui rendimenti,

In tempi brevi non è prevedibile una crisi sul debito sovrano giapponese (2011-15), ma senza delle sostanziali riforme fiscali, la probabilità di una crisi aumenterebbe sul medio periodo (2016-20), diventando particolarmente problematica a lungo termine (dal 2021 in avanti) quando l’andamento demografico diventerà negativo la BoJ potrebbe aumentare la quota di Jgb a scadenza più lunga (con scadenza a 3 anni e oltre) nel suo portafoglio; la BoJ potrebbe accelerare ed espandere i suoi acquisti (del patrimonio privato) e ampliare questo programma con l’acquisizione di crediti cartolarizzati delle Pmi, per facilitare i vincoli di finanziamento e promuovere un nuovo mercato per i prestiti alle piccole imprese».

I rischi

1. Stagnazione economica. Riforme minime e denaro facile potrebbero portare, combinati con l’invecchiamento e il decremento della popolazione, alla persistenza di un’economia stagnante. La riduzione della forza lavoro ridurrebbe la base imponibile, allo stesso tempo l’invecchiamento della popolazione aumenterà le spese sociali. Non monetizzare il debito per colmare il gap di bilancio, porterà il governo a spendere una fetta sempre più ampia di risorse per gli interessi sul debito, drenando risorse al finanziamento di settori produttivi come quello delle Pmi, intaccando persino i servizi sociali. La conflittualità sulle voci di bilancio e 37


Risk gli interessi politici distoglieranno l’attenzione sulle necessarie politiche d’apertura dei mercati, soprattutto nel rimuovere le barriere agli investimenti nei nuovi settori di crescita. Reddito e occupazione non crescono più, molte Pmi chiudono e le grandi imprese delocalizzano per tagliare i costi e per trovare nuovi mercati. La domanda interna potrebbe decrescere ancora, aumentando la pressione dell’industria verso l’export che potrebbe però aver problemi visto la sempre più alta qualità dei competitor asiatici del Giappone. 2. Riduzione del tasso di cambio. La generazione dei baby boomer comincerà ad attingere ai propri risparmi quando nel 2012 arriverà alla pensione il primo scaglione. Molti risparmi investiti all’estero torneranno in Giappone, riducendo nel tempo la quantità di denaro investita fuori dal Paese. Comunque la tendenza al cambiamento delle abitudini dei giapponesi, l’avversione al rischio e la forte diversificazioni dei portafogli potrebbero limitare il rientro dei capitali nei prossimi dieci anni. Nel frattempo grandi istituzioni finanziarie statali stanno cercando di aumentare i loro investimenti all’estero. Far ripartire il progetto di privatizzazione delle Poste giapponesi potrebbe portare i circa 224 miliardi di yen di risparmi della famiglie nipponiche dai titoli di debito pubblico verso investimenti esteri. Il Fondo d’investimento pensionistico statale gestisce 117mila miliardi di yen e ha in previsione di aumentare gli investimenti fuori confine. Se alla fine la somma tra i capitali che rientrano in patria e quelli che escono sarà negativa per i secondi, il Giappone potrebbe perdere il posto di privilegio che gode nelle attività finanziarie internazionali. In direzione opposta va la forte pressione per deprezzare lo yen, a causa del divario del tasso di sconto rispetto alle altre banche centrali. La BoJ, dopo quella cinese, ha le più gran di riserve valutarie al mondo. Tutto il suo debito è in moneta locale ed è detenuto al 95 per cento all’interno del Giappone. Il rischio cambio è piuttosto basso e i responsabili politici sono pronti a indebolire lo yen comunque, per dare una forte spinta alla competitività delle esportazioni. 3. Inflazione. È difficile che a breve ci sia un rischio 38

d’inflazione elevata. Dopo i famosi «due decenni perduti» il Giappone lotta ancora contro la deflazione. Ogni rischio inflativo viene più dall’esterno, dall’aumento dei costi delle materie prime ad esempio, che da un aumento della domanda interna. Nonostante alcune dinamiche il Paese potrebbe raggiungere il livello del 2 per cento d’inflazione, che è il limite massimo per la BoJ per la stabilità dei prezzi. Il vero pericolo potrebbe essere il prezzo degli immobili, ma ha bisogno della domanda interna. Se il Giappone dovesse imboccare la strada di un’economia di servizi allora ci potrebbe essere un aumento della domanda d’alloggi urbani, ma che potrebbe essere mitigata dal calo demografico dal 2020. Alla stessa maniera un calo degli indici di redditività a causa della contrazione del mercato interno e l’incapacità di rimetter in moto la crescita sul lungo periodo, potrebbe portare a un rallentamento della crescita dei salari e degli investimenti. Il Giappone tornerebbe alla deflazione e alla stagnazione. 4. Rischio rollover e maggiori costi sul debito. Anche se il governo ha allungato la scadenza di molti titoli di debito pubblico, l’incidenza degli interessi passivi ha raggiunto il 55 per cento del pil. Nel Paese c’è tantissimo risparmio privato che ammonta a circa a 1,4 milioni di miliardi di yen, cioè tre volte il valore del debito pubblico. Ma con le prossime ondate di pensionamenti questa ricchezza andrà riducendosi. Diminuendo la propria capacità di assorbire nuovo debito statale. E rendendo sempre più stretto il legame tra i rendimenti dei Jgb e la quantità totale del debito. Interessi che cresceranno più velocemente dopo il 2020. Comunque un periodo di tassi di sconto più cari creerà qualche problema di bilancio, visto che le banche detengono il 40 percento del debito statale, ma rafforzerà il settore bancario sul lungo periodo. La passività delle banche sono legate a tassi a breve termine, mentre le attività sono legate a tassi a lungo termine, quindi più è ripida la curva dei rendimenti, più ampio è il margine di interesse netto. Un inatteso e forte aumento dei tassi d’interesse potrebbe esporre le banche a perdite patrimoniali nel breve periodo, perché sarebbero in possesso di obbligazioni che valgono meno. © Rge


dossier STRETTA TRA LIMITI ESTERNI L’ECONOMIA DEGLI ARMAMENTI DI TOKYO VIVE MOMENTI DIFFICILI

VACCHE MAGRE PER L’INDUSTRIA DELLA DIFESA DI •

L

ALESSANDRO MARRONE

o sviluppo dell’industria giapponese della difesa è stato segnato, nel bene e nel male, dalle decisioni politiche prese dal governo del Giappone, anche su pressione del contesto internazionale. Il declino che sta vivendo negli ultimi anni ha anch’esso origini politiche, così come una sua possibile prossima soluzione. Dopo la distruzione delle capacità produttive nazionali del settore

aerospazio e difesa avvenuta durante la seconda guerra mondiale, già negli anni Cinquanta il Giappone aveva riavviato su impulso degli Stati Uniti alcune produzioni necessarie a sostenere l’impegno bellico americano in Corea. Negli anni Sessanta però il parlamento giapponese ha deciso un bando all’esportazione di armamenti basato su tre principi: divieto di esportazioni verso i Paesi del blocco comunista, verso i paesi soggetti a embargo Onu, e verso i paesi in conflitto. Il bando non avrebbe riguardato quindi i paesi occidentali in tempo di pace, ma una sua interpretazione estensiva affermatasi nella politica nipponica dagli anni Settanta ha bloccato completamente le esportazioni giapponesi nel settore della difesa. Allo stesso tempo, il governo fin dagli anni Settanta ha perseguito una politica basata su quattro linee guida: kokusanka, ovvero autosufficienza nella produzione di quasi tutti gli equipaggiamenti ed armamenti necessari per le forze di auto-difesa (le forze armate giapponesi); investimenti di lungo periodo nella ricerca scientifica e tecnologica; rafforzamento della base industriale; competizione interna. Con una percentuale del Pil destinato alla difesa stabilmente intorno all’1 percento, per tutto il periodo della Guerra fredda il Giappone ha alimentato una industria nazionale della difesa di

discrete dimensioni e capacità tecnologiche. Queste ultime si sono giovate nei primi decenni soprattutto delle produzioni su licenza di piattaforme e sistemi d’arma americani, che hanno permesso un livello tecnologico se non all’avanguardia di certo non arretrato. Questo equilibrio è entrato in crisi con la fine della Guerra fredda. Negli ultimi due decenni infatti tutte le principali industrie della difesa nord americane ed europee si sono proiettate nei mercati esteri, molti dei quali aperti dalla crollo del blocco comunista che li controllava e/o dal riallineamento filo-occidentale di molti dei Paesi “non allineati”. Lo scopo è stato realizzare economie di scala nella produzione, sostituire con l’export i mancati guadagni dovuti a una stagnazione o contrazione del mercato occidentale domestico, realizzare cooperazioni internazionali con importanti ricadute tecnologiche e produttive. L’industria della difesa giapponese non ha potuto giovarsi di questa opportunità, e quindi anche i maggiori player hanno mantenuto dimensioni ridotte rispetto ai concorrenti occidentali: secondo gli ultimi dati disponibili, la Mitsubishi heavy industries si posiziona al 22mo posto nella classifica mondiale delle industrie della difesa, la Mitsubishi electric al 52mo e la Kawasaki heavy industries al 53mo. Tra le cento 39


Risk più grandi imprese nel mercato della difesa mondiale, solo quattro sono giapponesi, rispetto alle 45 nord americane e alle 34 dell’Europa occidentale. Il divieto si applica anche ai programmi di cooperazione internazionale, il che ostacola non poco lo sviluppo in comune di nuove tecnologie e l’accesso a quelle più avanzate in possesso di potenziali partner di programmi congiunti. In queste condizioni l’industria della difesa nipponica ha dovuto affrontare l’aumento dei costi e della complessità dei sistemi d’arma, dovuto alla continua rincorsa tecnologica, a fronte di un bilancio nazionale della difesa stabilmente sotto l’1 per cento e che ha allocato solo il 20 per cento dei fondi a disposizione per procurement e ricerca&sviluppo Il sistema industriale nipponico ha parzialmente risposto a tale pressione tramite uno stretto rapporto tra ambito militare e civile: tutte le principali industrie della difesa giapponese, dalla Mitsubishi alla Kawasaki, sono in realtà una piccola parte di holding civili in cui il settore non-militare rappresenta la grande maggioranza del volume di affari. Ad esempio il volume d’affari della Mitsubishi heavy industries costituisce circa il 9 per cento di quello della Mitsubishi, stessa percentuale della componente difesa della Kawasaki. Unica, parziale, eccezione significativa la IHI marine united, leader nel settore navale che vede quasi metà del proprio fatturato venire dalle commesse della marina militare giapponese. Questa situazione generale ha permesso da un lato di facilitare spin-off ovvero passaggi di tecnologia dal campo militare a quello civile, quest’ultimo libero da restrizioni all’export. È questo il caso delle produzioni per il mercato internazionale dell’aeronautica civile in cooperazione con Boeing, e dei successi nel settore spaziale del lanciatore H-IIA, attivo dal 2005 al 2010, e della versione H-IIB che opera regolarmente con la Stazione spaziale internazionale. Le esportazioni legate ad attività dual use e civili del genere hanno permesso di realizzare significativi guadagni, che a loro volta sono serviti anche a compensare le inef40

ficienze o addirittura le perdite del comparto difesa. Tale meccanismo si applica però in misura minore alle piccole e medie imprese del comparto, che rappresentano il 60-70 per cento delle capacità produttive nel settore. Soprattutto, la compensazione sul versante civile non è più in grado da sola di tenere in equilibrio il sistema.

Un primo segnale in tal senso si è avuto con

la causa tra la Fuji heavy industries e il governo giapponese. La compagnia aveva investito 50 miliardi di yen per produrre su licenza della Boeing 62 elicotteri d’attacco AH-64D (Apache Longbow), la prevista commessa governativa. Quando la commessa è stata ridotta a 10 unità per problemi di bilancio, rompendo il tacito patto che vede in genere gli investimenti privati nello sviluppo della piattaforma ripagati nel lungo periodo da ordinativi pubblici sufficientemente ampi, nel 2009 l’industria ha citato il governo in tribunale. Anche le produzioni su licenza dagli Stati Uniti hanno mostrato tutti i loro limiti, in particolare con la vicenda dell’aereo F2. Alla fine degli anni Ottanta, nell’impossibilità tecnica ed economica di realizzare in proprio un caccia di quarta generazione, il governo giapponese ha deciso di far sviluppare all’industria nazionale una versione modificata dell’F-16 americano in cooperazione con Boeing. Vi sono stati tuttavia contrasti in merito al workshare e al trasferimento di tecnologia, che hanno contribuito a far lievitare oltre misura i costi del velivolo fino a 120 milioni di dollari per unità (il doppio del modello di partenza F-16), nonché a ritardarne la consegna avvenuta solo alla fine degli anni Duemila. Il taglio della commessa da 141 a 94 caccia a sua volta ha contribuito all’aumento del costo per unità. La difficile condizion della base industriale giapponese nel settore è testimoniata dal numero delle imprese che escono dal mercato della difesa perché non lo ritengono più profittevole. Per esempio, dal 2003 al 2010 oltre 20 compagnie attive come sub-



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dossier contractors dell’industria aeronautica della difesa hanno abbandonato il settore. Nello stesso periodo, altre 13 imprese attive nel settore terrestre hanno dichiarato bancarotta. In alcuni casi abbandona il campo l’unica industria in grado di produrre un determinato componente, come nel caso della Sumitomo electric unica produttrice nipponica di specifiche protezioni per radar, facendo sì che il Paese perda la capacità di dotarsi in modo completamente autonomo di sistemi d’arma che incorporino quello specifico componente. A sua volta l’aumento dei costi per unità fa sì che il governo giapponese trovi sempre meno conveniente affidarsi all’industria nazionale per lo sviluppo autonomo di sistemi d’arma quando è più economico comprarli allo stato dell’arte, o quasi, da compagnie occidentali che già producono quel determinato equipaggiamento per diversi altri mercati realizzando economie di scala. Ne è un esempio significativo la gara F-X indetta dall’aeronautica giapponese per sostituire i vecchi McDonnell Douglas F-4 Phantom, che vede in corsa l’Eurofighter Thyphoon, l’F35 Lightning della Lockeed Martin e l’F/A-18 Super Hornet della Boeing. Nel caso il Giappone scegliesse il Thyphoon o l’F35 vi sarebbero importanti ricadute industriali anche per l’industria italiana della difesa, in particolare per Alenia aeronautica. L’industria italiana è presente sul mercato giapponese anche con Oto Melara e AgustaWestland. La prima rifornisce la Marina giapponese tramite la società Japan steel works. La seconda è fornitore di diverse istituzioni giapponesi, non solo la Marina ma anche la polizia, la polizia metropolitana di Tokyo e la guardia costiera, nonché attivo player nel mercato privato. Quanto alle collaborazioni industriali, AgustaWestland è partner di Kawasaki heavy industry nella produzione su licenza di elicotteri AW101, mentre Alenia Aeronautica partecipa con Mstubishi, Fuji e Kawasaki heavy industries al programma B787. Le prospettive dell’industria della difesa giappone-

se sono incerte. Da un lato il consolidamento industriale attraverso la fusione dei maggiori player nazionali non rappresentata una soluzione al problema. Infatti, sebbene potrebbe aiutare le economie di scala e le sinergie tra diverse produzioni come accaduto in alcuni Paesi europei durante gli anni Novanta, ciò non risolverebbe il problema della domanda domestica insufficiente in mancanza di una apertura dei mercati esteri e della cooperazione internazionale. Apertura che potrebbe venire solo da una revisione del bando alle esportazioni nel mercato della difesa mondiale e alla partecipazione a programmi di procurement congiunti.

L’unico passo in questa direzione è stata la

cooperazione internazionale con gli Stati Uniti sullo sviluppo di un sistema congiunto di difesa anti-missilistica. Il programma è molto importante perché alla luce della minaccia dalla Corea del Nord le forze armate e il governo giapponese considerano prioritario lo sviluppo di capacità di difesa antimissile, che include anche un elevato scambio di tecnologie avanzate e d’intelligence, tuttavia da solo non è certo in grado di cambiare la situazione. Allo stesso tempo il costo dell’inazione è alto in termini industriali, e quindi tecnologici e occupazionali, in quanto sempre più industrie continueranno a uscire dal settore finché esso resterà non profittevole. La revisione del bando al’export e alla cooperazione internazionale è ritenuta sempre più necessaria dagli addetti ai lavori, come testimoniato da numerosi rapporti indipendenti al riguardo. È maturato ormai un elevato livello di consenso al riguardo, e sono già allo studio alcune soluzioni tecniche così come i criteri per impostare le cooperazioni internazionali, che includerebbero in primis gli Stati Uniti ma anche paesi amici come l’Australia e i membri della Nato. Il dossier è sul tavolo del nuovo primo ministro, e una decisione politica in merito potrebbe essere presa nel prossimo futuro. 43


Risk

GLI

EDITORIALI/MICHELE

NONES

Lo Stato perde il pelo ma non il vizio

Durante gli ultimi mesi, di fronte alla crisi della finanza pubblica, è stata avanzata da più parti la proposta di cedere le quote azionarie detenute dallo Stato in importanti gruppi industriali per contribuire a ridurre il debito pubblico. Le obiezioni, serie, sono state sostanzialmente due: a) La contemporanea crisi delle borse rende improponibile in questo momento l’operazione perché significherebbe svalutare le partecipazioni, “regalandole” ai nuovi azionisti. Quindi, non resta che aspettare tempi migliori. Ma indicando fin d’ora al mercato che non appena possibile lo Stato cederà le sue partecipazioni. b) La mancanza di un qualsiasi sistema di controllo sugli investimenti esteri, per lo meno nei settori strategici della sicurezza e difesa, rischierebbe di far perdere allo Stato ogni forma di controllo su attività “sensibili” e importanti per la sicurezza del Paese. Su questo aspetto si può intervenire e si sta lavorando. Il settore dell’aerospazio, sicurezza e difesa è particolarmente delicato, tanto è vero che lo stesso Trattato dell’Ue consente di derogare dall’applicazione delle normative europee, seppure a certe condizioni. Per questa ragione tutti i paesi più industrializzati si sono dotati di apposite procedure di valutazione e strumenti per assicurare la tutela degli interessi nazionali che stanno nel mantenimento non della proprietà, ma delle capacità tecnologiche e industriali. Se anche il nostro Paese se ne dotasse, sarebbe possibile guardare con maggiore serenità all’eventuale trasformazione di Finmeccanica e di Fincantieri in vere “public company”, nel caso venisse deciso. Si potrebbe, inoltre, consentire con meno rischi l’internazionalizzazione di singole società di Finmeccanica o di altre come Avio (per altro già sotto controllo estero da quando Fiat l’ha venduta e che l’attuale azionista inglese di maggioranza intende cedere). È evidente l’importanza di conoscere e comprendere la logica degli investitori esteri: un conto è comperare un piccolo concorrente per toglierlo di mezzo e impadronirsi delle sue competenze tecnologiche, un altro comperare un gruppo da 1,7 miliardi di euro di fatturato, come Avio: in un simile caso altri 44

gruppi del comparto motoristico possono cercare sinergie e nuovi mercati, non il suo “svuotamento”. Per altro, nell’aerospazio, sicurezza e difesa è la forza e la continuità del mercato “captive” a garantire il mantenimento delle capacità tecnologiche e industriali, indipendentemente dalla nazionalità dei proprietari: senza questa condizione finanziaria, c’è solo l’assistenzialismo. Così, ad esempio, Thales Alenia Space Italia ha continuato a crescere in Italia (pur essendo il socio di maggioranza francese) perchè il nostro paese ha continuato a sviluppare una politica spaziale. Lo Stato italiano deve, quindi, adottare le misure necessarie per assicurare il mantenimento delle nostre capacità tecnologiche e industriali e, conseguentemente, l’efficienza del sistema nazionale della difesa. In caso contrario si rischieranno o pericolose scalate o una presenza obbligata dello Stato come azionista. Nel frattempo, l’emergere di preoccupanti intromissioni del mondo politico sulle imprese partecipate dallo Stato e di qualche caso di collusione fra esponenti di queste imprese e esponenti delle Amministrazioni pubbliche ha richiamato l’attenzione sulla possibilità/opportunità di tranciare il collegamento fra Stato e imprese per eliminare definitivamente questo fenomeno. Una maggiore indipendenza delle imprese, diventate veramente “public company”, sembra essere il migliore antidoto contro queste forme di corruzione morale e, in alcuni casi, materiale. Ma alla prima prova sembra che il castello delle buone intenzioni stia già andando in frantumi. Per garantire la “italianità” di Avio si ipotizza l’intervento del Fondo Strategico italiano della Cassa Depositi e Prestiti. Così, invece, di destinare i fondi pubblici allo sviluppo di nuove attività (che stimolerebbero davvero gli investitori esteri ad entrare nel nostro mercato) si rischia di finire col finanziare solo gli attuali azionisti inglesi. Per di più creando una proliferazione di soggetti di partecipazione pubblica nelle imprese dell’aerospazio, sicurezza e difesa, tutti dipendenti dal ministero dell’Economia: Finmeccanica, Fintecna con Fincantieri, Cassa Depositi e Prestiti con Avio. Altro che passi indietro dello Stato!


editoriali

GLI

EDITORIALI/STRANAMORE

Assad: resistere, resistere, resistere!

Se la Primavera Araba ha travolto diversi paesi e regimi in nord Africa e Medioriente, non sembra però avere la forza di schiantare la dittatura di Bashar Assad in Siria. Di certo non lo abbatterà la blandissima reazione dei paesi occidentali in risposta alla dura repressione che procede ogni giorno, con apparente crescente efficacia. Perché se non si acquistano gli idrocarburi siriani… poco male, non sono così importanti per l’economia locale e i compratori alternativi non mancano certo. Gli Usa sono stati verbalmente un po’più decisi, ma alla fine sono solo parole. Londra ha evocato la prospettiva di un intervento umanitario/bellico, ma nessuno ci crede, soprattutto non dopo quello che si è visto in Libia. Su tutto questo si innescano le abituali fratture e divisioni del mondo arabo: Assad non è certo molto simpatico alle monarchie sunnite del Golfo, le quali vedrebbero con gran piacere la caduta del leader e persino una frantumazione del paese, perché in questo modo l’Iran perderebbe un alleato prezioso, nonché la possibilità di intervenire negli affari libanesi. Già, perché mentre la rivolta in Siria continua, proseguono pure gli invii di armi e equipaggiamenti dall’Iran fino agli Hezbollah. L’Iran addirittura considera la risposta di Assad alle proteste e insurrezioni come… insufficiente, troppo blanda! Non così si vedono le cose in Turchia, dove il governo Erdogan, sempre a parole, dopo aver sospeso benevolmente il giudizio, ha iniziato a dissociarsi dall’ex alleato e addirittura ha parlato di misure drastiche, non escluse quelle militari, se la repressione avesse continuato a costringere migliaia e migliaia di profughi a cercare rifugio oltre confine, costringendo Ankara a creare colossali campi di accoglienza, accendendo i timori che possa verificarsi una migrazione di massa, come accadde ai tempi della guerra in Iraq. Ankara non vuole niente del genere. Ma mentre si allarma per la Siria, la Turchia non dimentica la questione che più le sta a cuore, quella del Curdistan e torna a effettuare incursioni aeree oltre confine, in Iraq, quasi a chiarire che la decapitazione dei vertici militari decisa da Erdogan non vada letta come un indebolimen-

to della posizione nei confronti dei separatisti, anzi. Tutti questi “movimenti” avrebbero potuto portare un riavvicinamento tra Turchia ed Israele, ma così non è stato. La spina costituita dall’incidente “navale” dello scorso anno, con l’abbordaggio da parte delle forze speciali israeliane della nave turca che voleva portare rifornimenti a Gaza si è rivelata avvelenata, portando ad una nuova escalation del confronto tra i due paesi, con relazioni ritornate al minimo storico. Un guaio soprattutto per Israele, che si trova a fronteggiare una situazione sempre più pericolosa, come è confermato da quanto è accaduto al Cairo, con tanto di fuga dell’ambasciatore e scontri che hanno provocato diversi morti e quasi un migliaio di feriti tra i dimostranti anti-israeliani. È quindi logico che a Tel Aviv si speri che almeno la Siria di Assad imploda o almeno esca di scena, fosse anche solo per qualche tempo. E su questo terreno sperava di trovare una intesa pragmatica con la Turchia. Invece niente da fare. E in Siria Assad sembra tenere il campo meglio di quanto non sembrasse solo pochi mesi fa. Anche il suo livello di controllo sull’apparato di sicurezza e persino su una parte almeno delle forze armate rimane saldo. La sostituzione del ministro della difesa indica anzi la volontà di accrescere ancora e rinsaldare questo rapporto. Mentre il fronte delle opposizioni per ora non rappresenta una minaccia davvero seria per il regime. Sì, a Londra vedrebbero con piacere la costituzione dell’equivalente del Cnt libico, insomma un embrione di governo di opposizione siriano all’estero, che dia sostegno all’ipotesi di un intervento umanitario stile Libia appunto, ma in tutta onestà per ora queste sembrano solo aspirazioni. Assad appare ancora troppo forte e i suoi avversari troppo deboli. E dopo essersi “sciroppata” la Libia, la comunità internazionale non ha certo voglia di risolvere problemi analoghi, ma su scala molto maggiore, in Siria. Intanto a far le spese di questa situazione c’è la popolazione siriana… ma, come già detto più volte, la stagione dell’intervento umanitario quasi puro si è definitivamente conclusa. Oggi vige la più stretta realpolitik. 45


S

cenari

UNIONE EUROPEA

L’EUROPA DI CARTAPESTA DI

OSCAR GIANNINO

immaginato 4 anni fa. Tra l’estate el Nuovo Mondo post 2007, 2007 e la grande paura che ha domiquando è entrato in crisi il nato fino a metà 2009, al termine modello d’intermediazione della discesa del commercio monfinanziaria globale di stampo anglodiale che aveva toccato quasi un sassone, ma diventato comune a tutti i 40% meno in volumi e valori tra Paesi avanzati, le vecchie teorie del primo e secondo trimestre 2009, contrasto inevitabile tra sistemi contipolitici europei, ma anche e sopratnentali e oceanici vanno tutte riscritte. tutto intellettuali e media communiMolti in Europa continuano a non renDopo aver rinunciato ty (meno i banchieri e finanzieri) dersene conto. E a credere, a maggior a farlo sullo scenario hanno ricorso a un classico topos ragione per l’origine “americana” mondiale come terzo geopolitico. «La storia del mondo è della crisi finanziaria di 4 anni fa, che pilastro tra Usa e Brics, L'Ue nemmeno la storia della lotta delle potenze in realtà siamo all’ennesima riproposidi fronte all'estremo marittime contro le potenze terrestri zione di Terra e Mare di Carl Schmitt. rischio che corre essa A giudizio di chi qui scrive, niente e delle potenze terrestri contro le stessa si è decisa a darsi una governance potrebbe essere più errato. L’abstract potenze marittime», scriveva Carl realmente condivisa, di quanto segue è articolato in 4 punti Schmitt nel suo Terra e Mare. Il sia essa politica e una conclusione. L’Europa e gli Stati Mare inteso come la negazione della o banco-finanziaria Uniti non erano aree cooperanti, ma differenza, la Terra come variazione concorrenti, all’origine della crisi finanziaria. e difformità. La Terra divisa dai confini tracciati dalL’Europa però non ha giocato alcuna delle carte che l’uomo. Il Mare permanentemente instabile. Il Mare l’origine della crisi le consegnava, nel Nuovo Mondo come caos. La Terra come gerarchia e ordine. Il Mare della governance allargata G20. Gli Usa hanno ela- come il Capitale, la Terra come il Lavoro. Il Lavoro borato nella crisi un riaggiornamento profondo delle crea, il Capitale distrugge. L’origine della crisi si preproprie partnership e priorità. Infine, la crisi dell’eu- stava secondo molti a questo iperconservatore criterodebito degli ultimi 2 anni rende l’Europa un foco- rio di lettura. Erano le potenze del Mare, gli Stati laio di instabilità mondiale peggiore di quanto fosse- Uniti eredi dell’Impero britannico, ad aver dato oriro gli Usa 4 anni fa, a causa di ciò che nel frattempo gine e sostegno - fino a imporlo in tutto il mondo - al è accaduto. Conclusione: o l’Europa diventa rapida- modello d’intermediazione finanziaria ad alta leva e mente ciò che non è, oppure è il suo declino ciò che bassa congruità patrimoniale che esplodeva, trasciabbiamo di fronte, assai più di quello americano nando il mondo intero nella crisi. Politici e intellet-

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scenari tuali europei riducevano così l’esasperato greed dei banchieri e finanzieri “modello americano” all’ennesima riproposizione, a ben vedere, della “classica” contrapposizione tra lo spirito comunitario prussiano e l’individualismo inglese, proposto tanto tempo fa da Oswal Spengler nel suo Tramonto dell’Occidente. Con la differenza che il presunto “superiore modello di civiltà europeo” - basato su welfare e diritti, alta spesa pubblica e alto prelievo fiscale – prendeva il posto della buona vecchia Prussia militarista di un tempo, usata da Spengler come emblema dell’olismo continentale rispetto allo sfacciato e anomico individualismo anglossasone. Anche nella lettura geopolitica della crisi proposta molto spesso da Giulio Tremonti, risuonano elementi di questa tradizione. Il modello europeo sarebbe il MorgenLand, la terra del mattino per la sua presunta superiorità sociale, l’Occidente anglosassone l’Abenland, la cupa tetra del declino. Da noi l’istinto potente a ordinamenti statali e comunitari, da loro l’istinto predone dei mari, pronto al bottino e mai all’equa distribuzione. Gli eccessi di Wall Street – condivisi dalle banche europee di ogni tipo, come si è visto dai massicci salvataggi del 2009 - non dipendevano da errori di regolazione della politica, bensì riproponevano l’immagine dell’America come l’Eterna Cartagine, l’anti-Eurasia per eccellenza, il cui spirito mercantile e predatorio si era innestato sulla certezza di rappresentare gli eletti dal Signore, a maggior ragione con le guerre figlie del settembre 2001. La crisi del 2007-2008 ha in effetti rappresentato la parola fine – al di la delle lunghe e dolorose code in corso ancor oggi - degli interventi in Iraq e Afganistan post 2001. Ma la neonarrativa Terra-Mare sull’origine della crisi finanziaria ha fatto molto male proprio a quell’Europa che politici e intellettuali hanno considerato “superiore”. Credere che negli Usa il capitalista predone si sia sostituito al politico e sia an-ecumenico, mentre l’Europa sia continentalmente politica ed ecumenica per definizione, applicato all’economia e alla finanza è altrettanto sciocco che credere che il monoteismo religioso sia figlio della terra

desertica e il monoteismo capitalista del mare sconfinato. Spiace notare che nella deriva postfrancofortese e antitecnologica di tanto pensiero filosofico e sociologico europeo tali resipiscenze dell’esoterismo terzoreichiano facciano ancora tanta presa. Tutta la popolarissima impostazione critica di Zygmunt Baumann contro il mercato e il capitalismo – che sarebbe “liquido” in quanto immateriale nei suoi sviluppi postindustriali, e in quanto liquido negatore dell’Uomo appunto, cioè dell’Uomo europeo superiore in quanto non individualista - si fonda a ben vedere su tale presupposto. Agli occhi di tali filoni, derivati finanziari e repackaging di debito pubblico e privato senza capitale di rischio adeguato da parte degli arrangers finanziari - i pilastri del modello andato in crisi con Lehman - si prestavano eccezionalmente bene a ipostatizzare quel dio denaro disincarnato da ogni bene oggetto principe della loro esecrazione, puro flusso che disintermedia ogni radicamento umano, identità statale e fondamento sicuro. Sciocchezze, che a ben vedere non identificano affatto l’origine finanziaria della crisi 2007208, ma sono avverse all’intera dematerializzazione e alla rivoluzione degli intangibles e delle nuove maniere di produrre e scambiare beni e servizi nella contemporaneità. Anticaglie antimoderne, scambiate e contrabbandate per criteri geopolitici. In ogni caso, anche per effetto di tale narrativa della crisi, Usa e Ue non erano cooperanti ma concorrenti, nella crisi di 4 anni fa.

La grande occasione persa dall’Europa Nell’arida realtà dei fatti, la crisi di quattro anni fa consegnava all’Europa una grande occasione. Il circuito dei simmetrici interessi tra Usa e Cina-Brics conosceva un’imprevista frattura. L’Europa avrebbe dovuto infilarcisi a testa bassa, in nome dei propri interessi e di un mondo più stabile, nel quale giocare un maggior ruolo. Non è questa la sede per approfondimenti analitici di ordine finanziario. Diciamo semplicemente che la natura della crisi interrompeva lo scambio naturale sulla base del quale gli Usa aveva47


Risk no spalancato le porte del Wto alla Cina, 10 anni prima: gli States sbocco naturale dell’eccesso di merci a basso costo traino della crescita cinese, e insieme dell’eccesso di risorse finanziarie realizzate dalla Cina attraverso il massiccio avanzo commerciale. Poiché erano i prodotti finanziari di debito americano – privato e pubblico, nel frattempo in via di accrescersi del 45% in 3 anni da 10 a 14,5 trilioni di dollari – detenuti dai cinesi, ad andare incontro a pericolosi rischi di insolvenza, nell’obbligata più estesa cornice di governance mondiale - il G20 l’euroarea avrebbe dovuto battersi per una o più delle quattro tradizionali vie conosciute per dare concretezza ma insieme maggior stabilità all’interdipendenza tra Paesi avanzati e Paesi emergenti. La prima era quella monetaria. Il peg tra dollaro e yuan renmimbi non può essere unilateralmente allentato su pretesa americana, almeno finché i Treasuries Usa continueranno ad aver bisogno di acquirenti pubblici cinesi. E ne hanno oggi più bisogno che mai, dopo il giusto downgrading del debito federale americano. L’Europa avrebbe dovuto percepire il proprio immediato interesse non a una mera riforma di facciata in sede Fmi dei pesi tra le tre aree del mondo – Usa, Ue, Brics – quale quella approvata 2 anni fa su regia americana. Il valore di cambio dello yuan-renmimbi andava collegato a una modifica sostanziale del paniere monetario di riferimento, rispetto al solo dollaro, e l’euro avrebbe dovuto giocare un ruolo sostanziale, di quasi-comprimario. La seconda era quella delle bilance dei pagamenti. Il sostegno dei fori multilaterali finanziari ai Paesi affetti da squilibri - siano essi bolle di asset, o eccesso di debito pubblico – andava e va commisurato a criteri che contemplino il dovere maggiore di sostegno a carico di chi è in forte attivo nelle partite correnti. Ed è un criterio da adottare non solo a livello “macro”, tra le tre macroaree, ma anche al loro interno. In caso contrario, si finisce per credere a un impossibile modello di stabilità nel quale tutti gli attori siano in posizione attiva o meglio fortemente attiva, mentre ciò è possibile solo a Paesi in forte avanzo commerciale o in 48

forte eccesso di risorse finanziarie o materie prime. La terza è quella delle bilance commerciali, e rappresenta senza entrare in troppi dettagli un sottoinsieme della seconda, centrata sull’attivo e passivo nell’export e non solo sui flussi di capitale dall’estero. La quarta, infine, importantissima, aveva a che fare con l’origine stessa della crisi: l’omologazione il più possibile secondo standard comuni dei criteri contabili e patrimoniali; della disciplina dei ratios patrimoniali per gli intermediari finanziari, commisurati a precisi e comuni profili di rischio per tipi di asset e impieghi; della vigilanza bancaria e sugli intermediari non bancari; regolazione congiunta delle dark pools e del capitale non bancario Over The Counter, cioè al di là dell’orizzonte di ogni vigilanza, multiplo per oltre 10 volte almeno se non più, dell’intero Pil annuale planetario. L’Euroarea non ha avuto forza e intelligenza di giocare alcuna di queste quattro partite. Il G20 ha perso già ogni capacità d’interventi operativi. Gli Usa lo concepiscono come una mera cornice di fondo rispetto al G2, in cui l’unica potenza associata è la Cina. Il World Stability Forum, affidato alla guida di Mario Draghi, ha dovuto elaborare le proprie sacrosante raccomandazioni tenendo conto che il tallone monetario mondiale resta il dollaro; che il riequilibrio delle bilance dei pagamenti e commerciali è affidato alla libera volontà cioè alla mera congiuntura; che ogni Paese continua a concepire vigilanza bancaria e dei mercati finanziari come una riserva di sovranità; e che infine non c’è alcun accordo tra Usa e Ue su principi contabili standard comuni. In tutto questo, è l’Europa a perderci e non gli Usa, che restano pivot e playmaker grazie al dollaro, in cui sono denominati tutti i mercati delle commodities mondiali.

Il lungo ripensamento americano Quel che a molti statisti e intellettuali europei è sfuggito, è la portata del ripensamento strategico americano, in corso almeno dalla Quadrennial Defense Review del 30 settembre 2001, precedente alla crisi finanziaria, ma da questa ulteriormente confermato e


rafforzato. Data da allora la Rimland Policy americana nei confronti della Cina, cioè la politica di contenimento dell’influenza di Pechino lungo il margine esterno continentale asiatico, l’esigenza considerata prioritaria dagli Usa di un’unitaria politica di tutela degli accessi alle aree produttrici di materie prime strategiche colà situate. L’Asia - quella Mediterranea russo-turca, quella Centrale, quella Mediorientale, quella estremorientale col subcontinente indiano, quella Sudorientale con pilastri quali Indonesia, Filippine e Singapore – è essa in quanto tale diventata da dieci anni prioritaria per Washington. A cominciare dall’East Asian Littoral che va dal Golfo del Bengala al Mar del Giappone, cruciale per tutti i maggiori flussi del commercio mondiale. Asia Meridionale e Asia centrale sono connesse come land-bridge da quell’Afghanistan al cui controllo l’Europa ha concorso con sempre minor convinzione e intelligenza rispetto alla richiesta americana. È in coerenza a questo riposizionamento strategico che l’Europa riveste sempre meno interesse per gli Usa. Le ultime parole veramente impegnative sul ruolo euroatlantico risalgono a Clinton, nel 1998. Poi siamo stati richiesti impegni solo nella “nuova” Nato, di proiezione antiterrorismo. Ma l’Europa non ha compreso che era suo primario interesse, concorrere con uomini e mezzi alla Rimland Policy in quanto tale. Sono gli Usa, che da quattro anni a questa parte hanno firmato una nuova batteria di accordi bilaterali, economici e militari, con India e Indonesia, Filippine e Australia e Nuova Zelanda, fino al pieno accesso di forze Usa alle basi militari australiane annunciato lo scorso 15 settembre.

L’eurodebito dell’euronano Ogni presunzione di superiorità del cosiddetto “modello sociale europeo” cade per effetto della crisi dell’eurodebito. A due anni dalle elezioni greche che ci svelarono i 15 punti di Pil di maggior deficit pubblico occultato da Atene, la divergenza radicale nell’euroarea ha finito per mettere in que-



scenari stione la tenuta stessa della moneta comune. Non rileva qui ripercorrere la lunga strada imboccata dagli “eurovirtuosi” - Germania e alleati, Olanda e Finlandia in prima fila – per sostituire le inefficaci sanzioni politiche previste dal Trattato agli euroviziosi con il giudizio quotidiano dei mercati, molto più severi nel giudicare in termini differenziali il rischio-Paese, ma senza però pensare a una necessaria cornice di strumenti dotati di capitalizzazione e procedure adeguate per l’intervento automatico, a sostegno di emergenze tali da mettere a rischio l’euro stesso. La Germania ha ottenuto il sostanziale commissariamento della Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda, e analogo processo è in corso in queste difficili settimane per l’Italia. Ma l’esposizione del suo sistema bancario al rischio-Paese ha puntualmente riprodotto – e ampliato – il rischio contagio che nel 2008 depresse la crescita mondiale dopo Lehman. Il semidefault greco – nell’ordine delle cose – può essere compatibile con la permanenza di Atene nell’euro solo in ragione dello scarso peso del Pil greco nell’euroarea, ma è impossibile per ogni altro euromembro. È l’ingresso della crisi dell’eurodebito nella sua ultima fase, da giugno in avanti, a portare la responsabilità preminente della grande frenata in corso nell’economia mondiale: il commercio mondiale, rimbalzato del 15% nel 2010 dopo quasi 13 punti persi nel 2010, stenterà nel 2011 a crescere più del 5,5% alla luce dei pessimi dati che da giuno hanno preso a rimbalzare in tutti i Paesi avanzati. Dopo aver rinunciato a farlo sullo scenario mondiale come terzo pilastro tra Usa e Brics, L’Europa nemmeno di fronte all’estremo rischio che corre essa stessa si è decisa a darsi una governance realmente condivisa, sia essa politica – è più complesso, alla luce dei Trattati vigenti - o meramente banco-finanziaria. Oltretutto, l’Europa ha dimenticato di aver beneficiato copiosamente degli interventi straordinari messi in atto dalla Fed. Oltre il 38% dei 16.500 miliardi di prestiti a costo zero e acquisti di asset praticati dalla Fed nel post Lehman – l’elenco preciso dell’ammontare e dei beneficiari lo abbiamo appreso

a metà luglio scorso, grazie a una norma bipartisan varata dal Congresso che ha vinto l’opacità del regolatore monetario Usa – sono andati a banche e soggetti finanziari europei. Ed è anche per questo, che il segretario al tesoro americano Tim Geithner si è presentato furibondo prima al G7 di Marsiglia in agosto, poi all’ultimo Ecofin, e infine al Fmi di Washington di fine settembre, usando nei confronti dell’irresponsbilità e delle divisioni europee parole durissime, fuori da ogni convenzione e misura diplomatica. Tedeschi ed europei hanno risposto a muso duro alle richieste americane. Ma purtroppo sono ancora dalla parte del torto. Media e politici si crogiolano in interrogativi oziosi sul presunto ruolo-ombra giocato dal sistema finanziario e politico americano, nell’aggravare la crisi dell’eurodebito. Le agenzie di rating che abbassano la fiducia verso Paesi e banche europee sono americane, certo. Ed è verissimo che il deflusso di capitali americani dal circuito finanziario europeo è massiccio. Come è realtà che in Usa sia divenuto proibitivo per grandi banche europee fare provvista di capitale a breve nell’overnight market. Ma gli euromembri possono solo prendersela con se stessi, se hanno creduto a una moneta unica senza unificazione reale dei mercati dei beni, dei servizi e del lavoro sottostante. E se chiacchierano a vuoto della presunta superiorità di diritti sociali garantiti secondo costi insostenibili oggi, e impossibili per le nuove generazioni. La conclusione è amara. Anche il debito federale americano attuale e in corso di formazione a legislazione vigente è insostenibile, incoerente con i i tassi di pressione fiscale storicamente necessari agli Usa per crescere molto più dell’euroarea. Ma Washington resta titolare di una supremazia che l’Europa non ha saputo né allentare quando meglio poteva, dopo il 2008 e contando coi propri migliori rapporti con i Brics, né può tanto meno scalfire oggi, quando tutti guardano alla sola Germania e ai suoi alleati come protagonisti del futuro sia pur relegati in un secondo girone politico, non più certo a un’Europa rivelatasi purtroppo - di cartapesta. Contro ogni sua ambizione. 51


Risk

LIBIA

LE INCOGNITE DI TRIPOLI DI

CARLO JEAN

ondata di proteste, dimostrae burattini. Il ruolo giocato dal Qatar, zioni e rivolte, che hanno tramite al-Jazeera e le sue ricchezze, interessato ben 19 dei 22 Stati non è stato improvvisato. Corrispondella Lega Araba, più che modificare, deva a ben precisi interessi dell’Emista sgretolando i precedenti equilibri rato, tanto dipendente dagli Usa. Se e interni e regionali. Rispetto all’ottimicon quali obiettivi essi abbiano sostestico termine “primavera”, mi sembra nuto le componenti islamiste delle più realistico quello più sobrio di rivolte resta alquanto misterioso. “risveglio”. Popolazioni abuliche e Improvvisato, non può esserlo stato Una cosa sono fataliste, tenute sotto un brutale controlneppure l’assalto improvviso e ben le rivoluzioni, un’altra lo dalle forze di sicurezza di regimi organizzato ai depositi di armi in le rivolte. Dalla Libia autoritari o teocratici, si sono fatte senCirenaica. all’Egitto quelle che abbiamo sotto gli occhi tire. È la prima volta che moti popolari L’organizzazione del “risveglio sono quest’ultime. hanno cacciato dittatori al potere da arabo” è stata trasversale, sostanzialE non promettono nulla di buono per l’Occidente. decenni. Il “risveglio” ha influito non mente priva di una guida politica preaprono scenari Mentre solo all’interno dei singoli Stati e della cisa e legittimata, eccetto nei paesi, prima impensabili agli regione nel suo insieme, ma anche sui come l’Egitto e la Tunisia, in cui le islamisti e pregiudicano il futuro della Nato rapporti transatlantici, su quelli all’inForze Arate hanno mantenuto la loro terno dell’Ue e su quelli mondiali. Ma unità e la loro fisionomia di corpo al una cosa sono le rivolte. Tutt’altra le rivoluzioni. servizio dello Stato, non del governo, cioè del dittatoQuest’ultime richiedono una completa sostituzione re di turno. In tali casi, esse sono divenute arbitre della delle classi dirigenti ed un cambiamento delle elite fase di transizione, mantenendo un atteggiamento fordirigenti e del controllo politico, economico e sociale. malmente neutrale rispetto alle rissose fazioni politiNel mondo arabo non è avvenuto. Se dovesse verifi- che sorte dai movimenti di piazza. La loro conflittualicarsi, il potere verrebbe preso dagli islamisti, facenti tà è elevata. Tutte cercano di occupare la maggior parte parte della disomogenea galassia della Fratellanza possibile di potere e di ricchezza. Beninteso, la neutraMusulmana. Le rivolte sono state acefale. Non sono lità dell’Esercito ha un limite: vale finchè non vengostate preorganizzate da gruppi aventi interessi politici no posti in discussione la sua unità, privilegi ed autoben precisi, se non quello di cacciare il dittatore. È però nomia dalle autorità civili. La situazione è particolarpura fantasia che possano essere state del tutto sponta- mente complessa in Libia, ma è rilevabile anche in nee. Non credo allo spontaneismo in politica e neppu- Egitto, in Tunisia e nella stessa Algeria. In tutti questi re in economia. Nel mondo esistono sempre burattinai paesi si registra una convergenza fra i militari ed i

L’

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scenari Fratelli Musulmani. Per ora gli interessi comuni ad entrambi sono superiori alle loro divergenzae. In seguito si vedrà. Potrebbero divergere e dar luogo a scontri anche feroci. Nei suoi oltre quarant’anni di potere, Gheddafi aveva distrutto le istituzioni pubbliche, sostituendole con una bizzarra forma di democrazia diretta, basata sui comitati rivoluzionari e sugli accordi con le tribù Che i vincitori dell’insurrezione, profondamente divisi fra di loro, possano stabilizzare la situazone è un atto di fede nella potenza di Allah. La transizione è resa ovunque difficile dal fatto che la fratellanza Musulmana è divisa al suo interno da contrasti non solo di personalità, ma anche di strategia e di obiettivi. Non per nulla, in Egitto, suo centro ideologico ed organizzativo, ha ritardato a lungo la decisione di costituire un partito politico, per timore di dividersi, e forse anche di avere troppo successo, provocando una reazione dei militari, come quella avvenuta negli anni Novanta del secolo scorso in Algeria. L’assenza in Libia di un Esercito nazionale, ma solo di milizie tribali e locali, permette però agli islamisti di agire con maggiore disinvoltura, poiché non devono temere una repressione militare. Il “risveglio” presenta caratteristiche differenti fra paese e paese. Con una semplificazione che certamente non rende giustizia alla ricca complessità del reale, si possono comunque raggruppare in varie categorie le forme che ha assunto nei vari paesi. Si sono registrate grosse differenza fra gli Stati dinastici e quelli autoritari (di fatto, divenuti quasi monarchie o dittature ereditarie); fra gli Stati-nazione e quelli premoderni, senza solide istituzioni centrali, ma costituite da tribù; tra i ricchi produttori di petrolio e i cosiddetti “deserti minerari”; fra gli Stati in cui esistono consistenti minoranze, escluse dal potere e dalla ricchezza (come le popolazioni berbere rispetto a quelle arabe o come i Tuareg del Sahara, che sembrano essere stati reclutati massicciamente da Gheddafi), e quelli monoetnici e monoculturali; tra gli Stati sunniti e quelli con forti minoranze sciite; e così via. Ma gli Stati del “risveglio e le modalità con cui si sono verificate le rivolte presenta-

no numerosi aspetti comuni: la crescita demografica; l’alta percentuale di giovani; l’accresciuto accesso all’informazione (specie alla rete di al-Jazeera che, dal Qatar, ha sostenuto i movimenti islamisti che hanno partecipato alle sommosse destando il sospetto che seguisse una politica preordinata, sostenuta anche dagli Usa); la cospicua disoccupazione specie giovanile; la brillante crescita economica, verificatasi negli ultimi anni anche in Stati, come la Tunisia e l’Egitto, la cui economia non dipende dalle ricchezze petrolifere; la pervasiva influenza e il prestigio guadagnato dalla Fratellanza Musulmana, diffusa in tutto il mondo arabo; le sue divisioni e la segretezza che circonda le sue prese di decisione.

Il “risveglio” presenta poi, a fattor comune, il fatto di non essere – almeno per il momento - né antiamericano né, entro certi limiti, anti-israeliano, ma di essere post-americano, post-islamista e post-nazionalista, diretto cioè contro le classi politiche, militari ed economiche che erano state a capo della decolonizzazione e fautrici dell’unità araba. Anche al-Qaeda è stata colta di sorpresa. I valori di base che hanno mobilitato i giovani nelle “eroiche” fasi iniziali delle rivolte sono nazionali, non ecumenici. Nessuno ha parlato di Islam, di Califfato o dell’unità dell’Ummah, ma di dignità, giustizia, libertà e sicurezza sociale. Si è inneggiato molto anche alla democrazia, intendendola qualcosa di diverso da come la concepiamo in Occidente. Nell’Islam, la “legge di Dio” è superiore a quella degli uomini. Inoltre, molti più forti sono i legami tribali, etnici e familiari. La fedeltà verticale al clan d’appartenenza fa premio su quella allo Stato. I rapporti amche politici sono di appartenenza non di interessi. Per inciso, è un fenomeno che si registra anche in parte dell’Italia. La maggior parte degli impieghi, come dimostra un recente sondaggio Arel, è trovato tramite “conoscenze”, non attraverso i servizi pubblici ed i centri privati del lavoro. Il “risveglio” è stato poi influenzato dal contrasto fra l’Iran e l’Arabia Saudita e dalla crescita del “neo-otto53



scenari manismo” turco, cioè dell’influenza economica ed etico-politica della Turchia. La Turchia di Erdogan si è proposta come modello per le riforme istituzionali da adottare a seguito del collasso dei vecchi regimi o per evitare nuove rivolte. Secondo gran parte dell’Occiente, “l’Islamismo secolare turco” costituirebbe un riferimento per l’assestamento istituzionale dell’intera regione. Lo sarebbe con riforme sia “dal basso” – negli Stati “risvegliati” – sia “dall’alto”, anche di quelli che fanno parte della “Sacra Alleanza” conservatrice a guida saudita, che si sforza di mantenere lo status quo, limitandosi a qualche riforma cosmetica, quale il voto alle donne nei maijlis comunali, deciso dal re Abdullah e che tanto entusiasmo ha suscitato negli ingenui occidentali. L’Arabia Saudita considera un tradimento il comportamento del presidente Obama nei confronti degli alleati più fedeli degli Usa, in particolare dell’egiziano Mubarak. Offende il senso dell’onore e dell’amicizia, tanto forti nel mondo islamico. Per inciso, l’Italia non è stata da meno, rinnegando con giustificazioni alquanto “traballanti” e tesi bizzarre (è un eufemismo), la validità del trattato di amicizia con la Libia di Gheddafi. Si sta manifestando in molti paesi un fenomeno inquietante: la convergenza dei militari con gli islamisti. Il modello che sembra affermarsi non è quello turco, ma quello pakistano, attuato soprattutto ai tempi della presidenza del generale Zia. I militari non si sentono sufficientemente forti per mantenere il controllo delle proteste e rivolte. Si associano quindi con gli islamisti, che per le loro attività educative e sociali godono di elevato consenso popolare. Il “risveglio” non è stato influenzato né da al-Qaeda né dall’Agenda for Democratization di Bush. Ha colto tutti di sorpresa, non tanto perché si sia verificato, quanto per la rapidità con cui il suo contagio si è diffuso e per l’imprevedibilità del suo successo. Determinante sugli esiti delle rivolte è stato il comportamento delle Forze armate e di polizia. In taluni paesi, come nella penisola arabica ed in Siria (almeno per ora), esse non si sono divise in fazioni contrapposte, ma sono rimaste fedeli ai regimi ed hanno represso le

rivolte. In altri, come in Tunisia ed in Egitto, hanno mantenuto la loro unità, ma sono rimaste neutrali, permettendo la cacciata dei dittatori - o assumendone anche l’iniziativa - ma salvaguardando i regimi ed i loro privilegi, impedendo che le rivolte si trasformassero in rivoluzioni; in altri infine – come in Libia e nello Yemen - si sono divise: ne sono derivate guerre civili, dagli esiti finali sempre imprevedibili, data la possibilità che la vittoria di una fazione sia seguita da una guerriglia di lunga durata da parte di quella soccombente. Esiste cioè in essi la possibilità che si determini uno scenario di tipo iracheno. Esso preoccupa tutti, specie i partecipanti alla Kermesse degli Amici della Libia, avvenuta prima a Parigi il primo settembre e poi a New York all’Onu. Anche il comportamento della società internazionale è stato incerto, spesso contorto e contraddittorio, sempre ispirato da una politica di “due pesi, due misure” in ragione degli interessi nazionali di ciascun paese, economici e politici, ed anche dell’importanza geopolitica dello Stato “risvegliato”. Si è intervenuti in Libia per prevenire massacri virtuali, forse immaginari, ma non in Siria dove sono stati reali. Il motivo sta nel fatto che l’importanza geopolitica della Libia è inferiore a quella dell Siria. La Libia, nonostante le sue risorse naturali, è geopoliticamente isolata. L’intervento militare internazionale poteva essere localizzato, senza produrre un terremoto in tutta la regione. Poi, Gheddafi, con le sue stranezze - verosimilmente calcolate ai fini del potere interno e dell’attrazione sui media - si era reso “antipatico” a gran parte della comunità internazionale, mondo arabo incluso. Infine, l’Occidente aveva ancora conti da saldare per gli atti di terrorismo promossi dal bizzarro colonnello ai danni dell’Occidente, taluni dei quali – forse effettuati anche in Italia – rimangono misteriosi. Un intervento occidentale in Siria, oppure nel Bahrein, avrebbe avuto infatti impatti geoolitici importanti – potenzialmente disastrosi sull’intero Medio Oriente e sull’economia mondiale. Bombardare la Libia non presentava tali rischi, tanto più che furono spensierosamente sottovalutate le difficoltà che presentava 55


Risk l’operazione. Altrettanto spensieratamente non si sono aumentate le forze impegnate quando, quasi dal suo inizio, i suoi obiettivi cambiarono dalla protezione della popolazione civile, da realizzare innanzittutto con una no fly zone, al regime change e all’uccisione di Gheddafi. Tutto è stato un pò bizzarro, come il fatto di bombardare Tripoli per proteggere Bengasi. La “responsabilità di proteggere”, invocasta fino alla noia e con sempre minore credibilità, è stata una “foglia di fico” per perseguire obiettivi diversi. Sono cose che a lungo andare si pagano. Nel caso particolare, le stranezze dell’avventura libica rischiano di mettere in crisi sia la Nato che l’Ue.

Da al Jazeera ai social network Nel “risveglio arabo”, come in tutte le rivoluzioni – da quella dei registratori di Khomeini, dei fax nell’Europa cento-orientale del 1989, dell’internet e degli Sms dell’Otpor belgradese e di quelli delle “rivoluzioni colorate” in Libano, Ucraina, Georgia e Kirghizistan – i media hanno avuto un ruolo fondamentale. Lo hanno avuto sia per la diffusione delle idee, che per la mobilitazione della masse, che per il coinvolgimento internazionale. La diffusione dell’accesso ad Internet e dei social network ha sicuramente facilitato le rivolte, consentendo di annullare le distanze fisiche e culturali fra i loro protagonisti. Dal canto loro, Internet e al-Jazeera hanno provocato il contagio con un inaspettato “effetto domino” della rivolta in Tunisia. Beninteso, il potere dei media ha limiti ben precisi: nelle rivolte e, soprattutto, nelle rivoluzioni non prevalgono alla fine i loro generosi iniziatori, ma minoranze organizzate, che sanno che cosa vogliono, che dispongono di armi e che sono pronte ad usarle. È avvenuto nella Rivoluzione francese con i giacobini, in quella russa con i bolscevichi, in Iran con i khomeinisti. Il “risveglio arabo” molto verosimilmente seguirà il canovaccio di quanto avvenne in Iran nel 1979. In esso, i khomeinisti cacciarono i “liberali”, i quali avevano a torto pensato di potere utilizzarli per cacciare lo Shah, per poi marginalizzarli nelle moschee. Sintomi di tendenze analoghe già registrabili in Egitto, Tunisia e Libia, sebbene nei 56

primi due paesi i gruppi radicali temono ancora una repressione dei militari, simile a quella avvenuta in Algeria, dopo la vittoria elettorale del Fis. Perciò, usano toni moderati e una grande cautela. Cercano un accordo con le Forze Armate. Dissimulano i loro veri obiettivi. Ma l’arte della dissimulazione è una virtù coranica, ben nota ai dirigenti dell’Akp, ma anche a Turgut Ozal ed all’Organizzazione Gulen. Per inciso, quest’ultima agisce in tutto il Maghreb dietro le scene. Costituisce un braccio propagandistico ed economicoinformativo di Ankara, in tutto il sistema Afro-Eurasia, che nella dottrina della “Profondità strategica”, elaborata dal brillante ministro degli Esteri turco, Ahmed Davutoglu, si estende dai Balcani al Golfo e dall’Africa Settentrionale all’Asia Centrale. In essa la Turchia dovrebbe giocare un ruolo politico centrale. Sarebbe interessante conoscere quale ruolo Ankara abbia effettivamente giocato nel “risveglio arabo” e come intenda utilizzarlo ai propri fini. Il “trionfale” viaggio di Erdogan in Egitto, Tunisia e Libia sembra confermare che tale ruolo sia stato importante e che le iniziative turche abbiano avuto successo. Lo hanno avuto anche perché gli Usa – che avevano contribuito ad aprire la cornucopia della democrazia, benessere, dignità e libertà – hanno incominciato a preoccuparsi del caos che si era creato e cercano l’aiuto turco per evitare il peggio. Un sospetto sull’effettivo ruolo svolto dagli Usa deriva dall’inaspettato allontanamento di Wadah Kanfar, il creatore di al-Jazeera, e dalla sua immediata sostituzione con un membro della famiglia reale del Qatar. Kanfar è stato un personaggio chiave della “primavera araba”. Ha sostenuto sempre le posizioni della Fratellanza Musulmana, certamente per ordine dell’Emiro del Qatar, proprietario della rete e desideroso di aumentare il suo profilo internazionale, anche per proteggere il ricchissmo piccolo Emirato (900 mila abitanti di cui un terzo qatarini e quasi metà immigrati indiani) dalle ingerenze dell’Arabia Saudita e della potente setta wahabbita. Khanfar ha cercato sempre di barcamenarsi, sostenendo la diplomazia di Doha. Perciò, ha pressochè ignorato la rivolta del Bahrein e la


sua repressione da parte del Consiglio di Cooperazione del Golfo, sotto guida saudita, ma con l’intervento anche di unità qatarine. Secondo dispacci diplomatici americani pubblicati da Wikileaks, sembra che Kanfar abbia agito d’intesa con al Cia, di cui sarebbe un agente. Potrebbe essere una frottola, ma la cosa ha una sua logica, tenendo anche conto dell’ondivaga politica del presidente Obama nei riguardi dell’Islam. Il sospetto rimane che la leadership from behind degli Usa non si sia limitata alle operazioni contro Gheddafi, ma si sia estesa al pilotaggio della propaganda di al-Jazeera. E, come ha detto il senatore Andreotti, «a pensar male si fa peccato, ma di solito ci si azzecca». Il discorso di Obama del giugno 2009 a Il Cairo, quello del maggio 2011 sul Medio Oriente, la rapidità con cui ha abbandonato alla loro sorte i presidenti egiziano e tunisino, auspicato poi l’allontanamento di Gheddafi, di Assad e di Saleh e la blanda ed imbarazzata condanna della repressione saudita in Bahrein fanno pensare che tale sospetto non sia del tutto campato per aria. In Libia, i media non hanno giocato un ruolo importante quanto in Egitto e Tunisia per l’inizio delle rivolte. Si sono sbizzarriti nella disinformazione, realizzata anche con le uscite più incredibili, che hanno però

commosso i “circoli sportivi” di tutto il mondo . Particolarmente divertenti sono state le notizie sulle montagne di cadaveri, che nessuno ha mai visto, sul “viagra” distribuito ai mercenari del colonnello perchè violentassero le donne degli insorti, oppure sulla cattura del figlio del colonnello, Saif al-Islam, subito smentita da una sua conferenza stampa ai giornalisti stranieri. Di fatto la rivolta è stata influenzata dalle rivalità da sempre esistenti fra la Cirenaica e la Tripolitania, da quelle fra le varie tribù e, al loro interno, fra i vari clan, nonchè dal desiderio di vendetta degli islamisti, duramente repressi, quando non massacrati, da Gheddafi. La rapidità con cui sono state assaltate caserme e depositi di armi in Cirenaica fa sorgere il sospetto che l’insurrezione fosse stata preparata, verosimilmente da gruppi islamisti, eredi del Gruppo Islamico Combattente Libico, con lo “zampino” dei Servizi d’intelligence di altri paesi. Essi sono stati i protagonisti dei primi combattimenti, con l’immediato sostegno di Stati come il Qatar e la Francia.

L’intervento internazionale L’Occidente è stato colto di sorpresa dalle rivolte nel mondo arabo. La sua reazione iniziale è stata contrad57


Risk

L’avventura libica non è finita. C’è solo da sperare che Gheddafi non sia in grado di continuare la resistenza e non la trasformi in guerriglia di lunga durata. L’instabilità renderebbe impossibile la ripresa dei rifornimenti di petrolio e di gas libici. Finirebbe per radicalizzare il paese, che sta già conoscendo una pericolosa deriva islamista dittoria ed anche imbarazzata. Aveva sostenuto i regimi esistenti, che gli erano amici. All’inizio ha continuato nella politica di sempre: quella di privilegiare la stabilità a breve termine rispetto a quella a più lungo termine e, se vogliamo – visto che è politicamente corretto affermarlo - alla democratizzazione. La svolta è avvenuta quando il presidente Obama ha affermato che Ben Alì e Mubarak, e poi anche Gheddafi, Assad e Saleh avevano perso la loro legittimità di rimanere a capo dei loro paesi. Poiché tutti sono portati a credere in quello in cui sperano, ai moti di piazza in Tunisia ed Egitto è stata subito apposta l’etichetta di democratici. Tutti erano felici per la caduta dei dittatori e la vittoria dei giovani dimostranti. Basti ricordare al riguardo gli inni lirici con cui sono state esaltate le manifestazioni a Piazza Tahrir a Il Cairo. Le società informatiche hanno fatto affari d’oro. I loro interessi commerciali hanno giocato la loro parte. Hanno diffuso la percezione del fatto che i nuovi media faranno un mondo migliore. L’occasione era troppo ghiotta per non approfittarne. Mentre per l’Egitto e per la Tunisia, gli Usa hanno giocato un ruolo deteminente, in Libia esso è stato assun58

to in modo disinvolto, se non spericolato, dalla Francia di Sarkozy. Più che Napoleone è stato simile a Murat, quando guidava le travolgenti cariche della cavalleria francese. Sicuramente, egli si proponeva di far dimenticare le brutte figure fatte con le oscure collaborazioni economiche ed i collegamenti alquanto eterodossi con il regime tunisino. Sicuramente, però, sul protagonismo francese hanno influito altri motivi. Il primo era di certo legato alla politica interna francese e alla diminuzione dei consensi nei riguardi del presidente, che dovrà ripresentarsi alle elezioni nel 2012. Poi – e forse questa è stata la ragione principale – gli equilibri europei stanno modificandosi a favore della Germania. L’asse franco-tedesco è l’ombra di quello che era prima della riunificazione tedesca. Con la crisi economica l’economia è passata dalla low all’high politik. La Francia si sente spiazzata da quando l’euro da strumento per europeizzare la Germania, è divenuto uno per germanizzare l’Europa. Delle tre “grandi potenze” europee – Francia, Germania e Regno Unito – “grande” è rimasta solo la Germania. La nuova Ostpolitik tedesca preoccupa la Francia. Mettendosi a capo di un’iniziativa che Sarkozy era persuaso che si sarebbe conclusa facilmente e rapidamente, la Francia avrebbe elevato il suo prestigio internazionale e ripreso un ruolo corrispondente alle sue immense, quanto irrealistiche, ambizioni. Sarebbe tornata nel Mediterraneo, dopo la fine alquanto ingloriosa della sua proposta di Unione del Mediterraneo, finalizzata alla grandeur francese in Europa e nel mondo. Infine, sono intervenute sicuramente considerazioni più “terrene”. Le riserve petrolifere libiche sono allettanti. Attirano certamente la Total, a cui danno un enorme fastidio i successi in Libia dell’Eni e anche quelli della spagnola Repsol. Ha utilizzato con spensierata spregiudicatezza il principio della “Responsabilità di proteggere”. Dopo la Libia esso potrebbe essere denominato “diritto di cacciare dal potere i governanti antipatici”. A Sarkozy è andata bene su tutti i fronti. L’opinione pubblica americana era contraria all’intervento. Il presidente Obama ha preferito agire dietro le quinte, anche se la partecipazione americana è stata essenziale per la soppressio-


scenari ne iniziale delle difese aeree libiche e per il supporto operativo e logistico dell’intervento. Senza di essi le cose si sarebbero messe male. L’intervento si è rivelato più difficile e lungo del previsto. Dopo undici settimane, la Francia aveva quasi esaurito le sue scorte di munizionamento di precisione. Solo gli Usa hanno concesso i rifornimenti necessari. La Germania, “alla faccia” dell’obbligo di solidarietà previsto dal minitrattato di Lisbona, ha rifiutato di farlo. Nonostante le proteste francesi alla richiesta italiana che il comando delle operazioni passasse alla Nato, Sarkozy dovrebbe ringraziare l’Italia per aver dimostrato la fermezza necessaria perchè fosse accolta. Si è così garantito il sostegno degli Usa, pur mantenendo tutto il merito del successo. L’arroganza e l’unilateralismo francesi si sono manifestati in ogni occasione nei confronti dei loro malcapitati alleati, sistematicamente posti di fronte a fatti compiuti, spesso contradditori con gli accordi presi. Neppure gli Usa – nonostante la loro potenza ed indispensabilità – si erano mai comportati con tanta disinvoltura nei riguardi dei loro alleati. Il premier britannico Cameron è stato più contenuto. È stato anche più realista nel valutare le effettive capacità militari europee. Anche se forse i “rapporti speciali” fra Londra e Washington si sono indeboliti, i britannici sono consapevoli che, senza gli Usa, in Europa sarebbe il caos e l’inazione. Data la sua ricchezza, l’Europa non può estraniarsi dalle vicende del mondo, soprattutto da quelle delle sue periferie. Per farlo, ha bisogno degli Usa, più di quanto essi ne abbiano dell’Europa. La Nato globale si è rivelata un’illusione. I “contorsionismi” del nuovo concetto strategica della Nato, approvato a Lisbona nel novembre 2010 lo dimostrano chiaramente. Ma, anche una Nato regionale ha bisogno degli Usa. Per questo, Cameron si è opposto alla costituzione di un comando operativo europeo, al posto dell’utilizzazione delle capacità di comando operativo della Nato.

Considerazioni conclusive L’avventura libica non è finita. C’è solo da sperare che Gheddafi non sia in grado di continuare la resi-

stenza e non la trasformi in guerriglia di lunga durata. L’instabilità renderebbe impossibile la ripresa dei rifornimenti di petrolio e di gas libici. Finirebbe per radicalizzare il paese, che sta già conoscendo una pericolosa deriva islamista, soprattutto per la mancanza di istituzioni statali, distrutte da Gheddafi che ne temeva la concorrenza. Gli islamisti libici, in gran parte eredi del Fronte Islamico Libico di Combattimento, sono dinamici ed organizzati. La confusione è aumentata dalle rivalità tribali e regionali. Anche i berberi dello Jebel Nafusa si stanno agitando per ottenere una maggiore autonomia. Il riconoscimento nella nuova costituzione marocchina della lingua e dell’identità berbere ha dato impulso alle loro rivendicazioni. L’Occidente ha le armi spuntate in questa lotta intestina per il potere. L’unica iniziativa che può prendere è in campo economico, per evitare la dispersione del cospicuo “tesoretto” che i libici ereditino dalla gestione Gheddafi. Si tratta di 160 miliardi di dollari a cui va aggiunta la ventina ritrovata nei caveaux della Banca Centrale libica. Ma, nonostante tale cospicua somma di denaro (circa 3 anni del Pil libico pre-rivolta), una stabilzizazione completa potrà essere realizzata solo cooperando alla stabilizzazione economica del paese. Del tutto velleitario è aiutare i libici a costruire le loro istituzioni. Esse deriveranno dagli interessi e dal peso relativo dei vari gruppi, non dall’intervento dei costituzionalisti occidentali. Assieme ai giuristi scandinavi e agli attivisti per i diritti umani, essi costituiscono la categoria di persone più pericolose per la stabilizzazione di un paese premoderno. Solo in campo economico esistono interessi condivisi fra l’Europa e la Libia. Nessuna riforma democratica né stabilità sarebbero possibili senza la ripresa della ricchezza libica. Per l’Italia, dovrebbero poter giocare un ruolo importante le Pmi, che assieme all’Eni ed a quelche altra grossa impresa, costituiscono gli strumenti migliori per gli interessi non solo economici, ma anche politici sia italiani che libici. A tal fine, la priorità dovrebbe essere data all’aumento delle dotazioni finanziarie della Sace e della Simest. 59


Risk

MONDO

CHI HA PAURA DEL LUPO CATTIVO? DI

STEFANO SILVESTRI

iamo sommersi dai controlli. battaglia di retroguardia, anche se il Per prendere un aereo, fatto che tutto di tutti sia monitoraspecie in direzione to accumula una tale mole d’indegli Stati Uniti, ma anche in formazioni, in talmente tante molte altre parti del mondo, lingue e idiomi diversi, da non non solo dobbiamo fornire poter in alcun modo essere realun numero crescente di dati mente controllata. Ci si affida personali, ma dobbiamo subire quindi ad una serie di filtri automatici ispezioni ai raggi X, perquisiche, di fatto, riducono enormeSiamo sempre in “stato d’allarme” zioni, palpeggiamenti e lunmente l’utilità di queste pratiper qualcosa che spesso non è altro che il disperato tentativo ghe code e ritardi, spesso che. Il ricorso massiccio a delle agenzie d’intelligence essendo obbligati a rinunciare forme tecniche d’intelligence di mettere le mani avanti, a piccole comodità come un (dalle foto satellitarie sino allo per non farsi dire di essere state colte di sorpresa. accendino, un taglia-sigari, un spionaggio delle comunicazioMa questo ci rende più vulnerabili set da cucito o una crema per ni e di altri tipi di segnali) molil viso. Aumenta il numero tiplica il numero dei dati da degli articoli che possiamo portare con noi solo nel baga- “interpretare”, ma la scarsità di informazioni dirette, racglio registrato, con conseguenti maggiori ritardi e cre- colte e controllate sul posto, moltiplica anche gli errori di scenti rischi di smarrimento. Allo stesso tempo in treno interpretazione, con conseguenze a volte tragiche. potremmo anche trasportare un carico di mine anti-uomo Siamo sempre in “stato d’allarme” per qualcosa che e probabilmente non se n’accorgerebbe nessuno. Eppure spesso non è altro che il disperato tentativo delle Agenzie di attentati ai treni ce ne sono stati molti - alcuni anche di d’intelligence di mettere le mani avanti, per non farsi dire matrice islamica, come nella metropolitana di Londra e di essere state colte di sorpresa. La tecnica viene presennelle stazioni ferroviarie di Madrid. Nel viaggiare, i mag- tata come la garanzia della nostra sicurezza, con il risulgiori rischi per la nostra vita si corrono usando l’automo- tato che ogni errore, anche se legato ad un attentato fallibile, ma sembriamo temere soprattutto i viaggi aerei, e to, diventa fonte di nuova insicurezza e di nuove proponon tanto per gli incidenti ordinari (che pure fanno il ste di controllo, ancora più barocche e costose. Nel 2009, maggior numero di vittime), ma per quelli eccezionali, di il terrorista Ummar Faruk Abdulmutallab ha cercato di matrice terroristica. far esplodere l’aereo di linea in cui era imbarcato, attivanL’ossessione di garantire la nostra sicurezza si estende do l’esplosivo nascosto nella sua biancheria intima. Non ormai al controllo di tutti i tipi di comunicazione, telefo- c’è riuscito ed è stato neutralizzato dai suoi compagni di nica, elettronica od altro. La difesa della “privacy” è una viaggio. Invece di costatare i vantaggi delle misure pre-

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scenari ventive, che hanno obbligato l’attentatore a fare ricorso a tecnologie complesse e difettose, si è scatenato il panico e si è rapidamente giunti alla decisione di dotare gli aeroporti di nuovi, costosissimi e probabilmente pressoché inutili body scanner. L’attentato è miseramente fallito, ma la paura è cresciuta egualmente. La situazione negli aeroporti è divenuta talmente paradossale, costosa e inefficiente da alimentare un vivace dibattito sul costo-efficacia delle misure in atto e sulla possibilità di sveltire e razionalizzare le procedure, ad esempio creando speciali liste di passeggeri “sicuri” che potrebbero saltare almeno alcune di esse. Una soluzione certo imperfetta, che potrebbe essere sfruttata da terroristi particolarmente avvertiti e che ha il non piccolo svantaggio di accrescere il lavoro burocratico e organizzativo sulle spalle delle compagnie aeree e aeroportuali (il che ha anche un costo non indifferente). È evidente che non si potrà continuare all’infinito con i metodi attuali. Esopo racconta come gridare sempre “al lupo”, quando il lupo non c’è, smorza la vigilanza e rende il gregge facile vittima del predatore. Walt Disney fa canticchiare ai suoi tre porcellini chi ha paura del lupo cattivo?, e la morale è che bisogna mantenere sempre alta la protezione, perché limitarsi a cantare non esorcizza il nemico. La saggezza delle favole, come il solito, invita a mantenersi nel giusto mezzo, né troppo, né poco. Com’è noto, questa è anche la cosa più difficile da fare.

Tracciare un bilancio dei dieci anni passati da quando, dopo il massacro dell’11 settembre 2001, il Presidente Bush dichiarò solennemente la sua “guerra al terrore” non è cosa semplice. Bisognerebbe naturalmente partire dal fatto che il terrorismo non è certo iniziato allora, neanche quello di matrice islamica, né quello internazionale. In quei giorni, l’altissimo numero delle vittime e l’incredibile spettacolarità dell’evento, vissuto in diretta televisiva sugli schermi di tutto il mondo, nonché il fatto che veniva distrutto il simbolo stesso della superpotenza tecnologica, economica e commerciale americana, apparvero come un “salto di qualità”. Esso giustificò pienamente la reazione americana contro l’Afghanistan e servì a spiegare il successivo (e ingiusti-

ficato) impegno militare contro l’Iraq. Ma già in passato una guerra ben più terribile iniziò con un attentato terroristico d’alto valore simbolico e politico: la I Guerra Mondiale. Oggi come allora, la cosa più difficile è mantenere il senso delle proporzioni. I terroristi non sono più riusciti a ripetere quel loro “successo”. Hanno compiuto altri terribili attentati nei paesi occidentali (come a Londra e a Madrid), ma in realtà hanno finito con il concentrarsi essenzialmente all’interno del mondo islamico, provocando migliaia di morti tra i loro correligionari. Essi hanno anche subito importanti rovesci: hanno perso il santuario afgano, hanno visto l’uccisione o la cattura di molti loro quadri dirigenti, incluso Osama bin Laden, e soprattutto hanno perso buona parte del loro seguito politico e popolare. Il processo è iniziato in Iraq, dove la sanguinaria strategia anti-sciita perseguita da Al-Qaida ha finito per isolarla anche all’interno di quella comunità sunnita che tentava di “egemonizzare”, ma ha avuto una spettacolare conferma nei moti popolari che hanno portato al crollo dei regimi in Tunisia e in Egitto: un risultato eccezionale, raggiunto con mezzi pacifici e in nome della libertà. Esattamente l’opposto delle farneticazioni ideologiche dei movimenti terroristi. Mantenere il senso delle proporzioni significa anche cercare di capire meglio quale sia la minaccia reale e da quale parte provenga. In questo periodo di commemorazione molti si esercitano sul vero impatto dell’11 settembre. Esso è stato certamente importante, ma più per le discutibili scelte compiute dal governo americano che per le sue conseguenze dirette. Queste ultime furono in ogni modo notevoli: il massacro di 3.000 persone, danni materiali per circa 40 miliardi di dollari e un crollo dei mercati che bruciò oltre 1.200 miliardi. Il successivo, e probabilmente inevitabile, intervento in Afghanistan ha avuto sino ad oggi un costo finanziario equivalente, oltre a gravi perdite di vite umane. Ma, come nota Graham Allison, sono state altre scelte, tutt’altro che obbligate, compiute dall’amministrazione Bush, ad avere l’impatto peggiore. La guerra in Iraq, giustificata dal timore infondato che Saddam Hussein armasse i terroristi con armi chimiche, biologiche e nucleari (che in realtà non aveva) è costata agli Stati Uniti 4.478 morti, circa 40.000 feriti gravi e 61


Risk

Il terrorismo esiste ed è un grave problema, ma è anche un fenomeno che non può essere incasellato in uno schema semplicistico, che identifica una sola classe di avversari, consentendo di concentrare contro di essa tutta la forza disponibile, nell’obiettivo “finale” e “risolutivo” di annientarla

mente distrutto, possibilmente prima di riuscire ad agire, con l’uso preventivo della forza militare. Secondo una tale visione, l’obiettivo di una strategia anti-terrorista dovrebbe essere quello perfetto di eliminare ogni rischio: peccato che sia un obiettivo del tutto irraggiungibile, irrazionale, e quindi destinato più ad accrescere la paura che a combatterla. Di più, su quest’assunto logicamente traballante e del tutto improbabile dal punto di vista fattuale, fu addirittura elaborata una variante della strategia della dissuasione nucleare che ne ipotizzava il fallimento. Si partiva dalle apodittiche affermazioni che: a) terroristi e stati canaglia, se in possesso di armi nucleari, le avrebbero certamente usate e b) che non sarebbe stato possibile dissuaderli con la minaccia di ritorsioni perché questi attori, sempre per indimostrabile definizione, non sarebbero “razionali”, bensì “suicidari”. Ognuna di queste affermazioni può oltre 3.000 miliardi dollari. Il costo congiunto delle guer- naturalmente contenere un granello di verità, ma la prore e della decisione di tagliare le tasse dei redditi più alti babilità che tutte queste affermazioni si realizzino conha portato il bilancio americano da un surplus presunto temporaneamente è bassissima. Eppure, informazioni (per il 2008) di 3.500 miliardi ad un deficit annuo di false e probabilità irrilevanti sono state usate per annun1.000 miliardi, in rapida crescita. Probabilmente non si ciare ufficialmente la fine della strategia della dissuasiosarebbe riusciti lo stesso ad evitare la crisi economica, ma ne e il passaggio alla strategia degli attacchi preventivi. gli Stati Uniti sarebbero stati meglio attrezzati per affrontarla e anche politicamente più autorevoli. La storia non Il fatto che tale strategia non sia stata poi effettisi fa con simili fantasie, ma anche queste semplici cifre ci vamente applicata contro i suoi più evidenti obiettivi ricordano che reazioni sbagliate o eccessive possono (Corea del Nord, Iran) è una controprova della sua intrinavere costi del tutto spropositati. Un’altra conseguenza seca debolezza e spiega come mai essa è stata così rapidella grande paura e del martellamento inflitto all’opinio- damente abbandonata, non appena l’elezione di un ne pubblica mondiale circa il rischio di attentati apocalit- nuovo Presidente ha permesso di ufficializzare il mutatici, condotti con armi nucleari (o altre armi di distruzio- mento senza perdere la faccia. ne di massa – anche se le conseguenze di tali armi non Naturalmente il terrorismo esiste ed è un grave problema, sono affatto equivalenti: solo quelle degli ordigni nuclea- ma è anche un fenomeno che non può essere incasellato ri sono necessariamente sempre disastrose) è stata quella in uno schema semplicistico, che identifica una sola clasdi affermare l’irrazionale e infondata convinzione che se di avversari, consentendo quindi di concentrare contro questa non fosse solo una remota ipotesi ma quasi una di essa tutta la forza disponibile, nell’obiettivo “finale”, certezza, che giustificava qualsiasi spesa e qualsiasi “risolutivo”, di annientarla. Il terrorismo è una tecnica di avventura. Ciò ha fatto passare in seconda linea proble- uso della forza che è stata ed è largamente utilizzata da matiche molto più urgenti - come ad esempio quella del persone molto diverse tra loro e con le motivazioni più reale riarmo nucleare della Corea del Nord - e soprattut- disparate. È possibile contrastare e sconfiggere i singoli to ha rafforzato la convinzione che il terrorismo non terroristi e le loro eventuali organizzazioni, ma non elimidovesse semplicemente essere contrastato, ma completa- nare il terrorismo (né tanto meno il terrore). La cronaca 62


scenari ci ha ricordato questa semplice realtà. A fine luglio 2011, a poco più di un mese dal decennale dell’11 settembre, un terrorista suprematista bianco e norvegese ha prima distrutto parte del centro di Oslo utilizzando un’autobomba imbottita di esplosivo “fai da te” - ricorrendo quindi a tecniche largamente usate in Medio Oriente e che solo pochi giorni prima non erano riuscite ad un suo più improvvido “collega”, di opposte convinzioni ideologiche, a Madison Square, New York - e poi ha massacrato una sessantina di giovani a colpi di armi automatiche. Ciò ricorda l’orrendo attentato di Oklahoma, nel 1995, ad opera di un paio di miliziani bianchi americani: 168 morti e 680 feriti. O quello del 2002 ad Erfurt, in Germania, in cui il tedesco Robert Steinhäuser uccise 16 persone a colpi d’arma da fuoco, prima di suicidarsi. E i tanti altri casi analoghi. A questi naturalmente devono essere aggiunti gli attentati dei movimenti separatisti o nazionalisti, come l’Eta in Spagna ed in Francia, le “bande” all’opera nei Balcani, ma anche i terroristi palestinesi, quelli ceceni, curdi eccetera, che sono certamente di religione islamica, ma sono motivati in primo luogo da un altro tipo di logica politica, diversa e spesso contrapposta a quella di Al-Qaida. Per non parlare infine del terrorismo “politico” d’estrema destra o d’estrema sinistra, o di quello di matrice anarchica, o infine di quello sfruttato da organizzazioni criminali: tutte realtà che hanno una storia plurisecolare e che, nei nostri paesi, possono essere considerate endemiche. L’attenzione dell’opinione pubblica salta dagli uni agli altri, seguendo gli eventi e secondo l’enfasi posta dai Media sull’uno o sull’altro - un attentato riuscito in Pakistan o in Yemen fa difficilmente “notizia”, e può quindi passare inosservato, mentre un attentato fallito a New York occupa facilmente le prime pagine dei giornali. Inevitabilmente, le operazioni contro i terroristi tendono a privilegiare alcune categorie rispetto ad altre. La scelta può essere motivata molto diversamente: la particolare pericolosità, la diffusione sul territorio, l’esistenza di complicità significative tra la popolazione civile, ma anche le scelte politiche o ideologiche dei governi, la pressione dell’opinione pubblica o altro ancora. Una cosa però sembra chiara: più ci si concentra su una sola

“classe” di minaccia, a scapito delle altre, più ci si rende vulnerabili e si può essere colti di sorpresa. È insieme ironico e tragico che, dopo aver passato decenni a combattere il terrorismo “interno” di matrice politica o separatista, le nostre agenzie di sicurezza sembrino oggi così allarmate del fatto che tra i terroristi islamici possano esserci dei nostri concittadini: i cosiddetti terroristi “cresciuti in casa”. In realtà non si capisce perché dovrebbe essere più difficile scoprire un simile attentatore, rispetto ad uno d’altra nazionalità o provenienza.

Semmai sarebbe lecito ritenere che la conoscenza del territorio e della società gioca anche a favore delle forze dell’ordine – se non altro perché in questo caso esse non fanno altro che svolgere il loro lavoro di sempre. Si è invece sviluppata una piccola psicosi da “quinta colonna”, che ricorda la propaganda dei tempi di guerra e che è spiegabile solo con la confusione dei linguaggi utilizzati e l’incertezza delle strategie. A quando la caccia agli “untori”? L’idea che gli stati debbano riuscire a prevenire ogni possibile attentato terroristico, è pericolosa, alimenta l’insicurezza e accresce esponenzialmente i costi economici e sociali dell’antiterrorismo. Di più, rafforza la convinzione che queste minacce non debbano essere contrastate o ridotte alla stregua di tante altre minacce, anche più gravi, presenti nella nostra società. Ma debbano invece essere prevenute ed eliminate alla radice. Una logica militare, di tipo bellico, volta ad annientare la minaccia e non a gestirla. Ma anche una logica che non si adatta alla realtà del terrorismo e dei terroristi e che impone ai nostri governi un compito logicamente impossibile: il raggiungimento della pace perfetta. Scrive Tacito nel suo De Agricola che, per motivare i Britanni alla lotta contro i romani invasori, ironizzando sul concetto stesso di Pax Romana - così bene esaltato da quel bel monumento propagandistico che è l’Ara Pacis Augustae - il re dei Caledoni, Calgaco, avrebbe affermato: ubi solitudinem faciunt, pacem appellant, che, tradotto liberamente, suona come là dove fanno il deserto, lo chiamano pace. È una tradizionale soluzione imperialista, ma non è la strategia più brillante contro il terrorismo contemporaneo. 63


lo scacchiere

Unione europea /agenzia ue di difesa:

nuovo statuto, nuove opportunità (e rischi)

I pericoli? Burocratizzazione e irrigidimento. E il ruolo di Lady Ashton DI ALESSANDRO MARRONE

ppur si muove, direbbe un galileiano studioso del processo di integrazione della difesa europea, rivolto agli scettici che lo considerano immobile dall’approvazione del Trattato di Lisbona quasi due anni fa. Lo scorso luglio il Consiglio dell’Ue ha approvato il nuovo statuto dell’Agenzia Europea di Difesa (European Defence Agency - Eda), che ne ridefinisce compiti e regole interne. Nata nel 2004 con una joint action dello stesso Consiglio all’epoca fortemente voluta, tra gli altri, dall’Italia, nel 2009 l’Eda è diventata grazie al Trattato di Lisbona un’istituzione europea a tutti gli effetti, con la missione ambiziosa quanto vaga di sostenere le capacità militari europee necessarie alla politica di sicurezza e difesa comune. In seguito l’Agenzia è sembrata un po’ in ombra, anche per la disattenzione del suo presidente Lady Ashton - disattenzione per la verità toccata purtroppo a un po’ tutto il corposo portafoglio di competenze dell’Alto Rappresentante. L’agenzia relativamente giovane e snella - sette anni di vita, 32 milioni di budget annuale, e un personale di poche centinaia di unità,

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sono poca cosa in proporzione ad altre istituzioni di Bruxelles – ha svolto però, nei limiti del possibile, un costante e discreto lavoro sulle opportunità per programmi europei di ricerca e sviluppo e per soluzioni comuni in fatto di future capacità militari. Uno di questi progetti ha portato ad esempio allo sviluppo di un laboratorio mobile di analisi degli Improvised Explosive Devices, i famigerati Ied, attualmente dispiegato in Afghanistan a supporto della protezione dei contingenti europei impiegati in pattugliamenti soggetti a questo genere di attacchi simmetrici.

Un cambio di passo rispetto a questa situazione potrebbe scaturire dalla decisione di luglio del Consiglio. Decisione che stabilisce due missioni primarie per l’Eda: il sostegno agli sforzi del Consiglio e degli Stati membri per incrementare le capacità di difesa dell’Ue nel settore della gestione delle crisi; il sostegno alla Politica di Sicurezza e Difesa Comune (Psdc) attuale e futura. Per perseguire tali missioni, viene specificato che l’Eda ha i compiti di identificare i requisiti operativi delle forze armate e promuovere azioni finalizzate a soddisfarli, di contribuire ad identificare e ad attuare ogni misura per rafforzare la base industriale e tecnologica del settore della difesa, di partecipare alla definizione di una politica europea in materia di capacità di difesa ed armamenti, di assistere il Consiglio nella valutazione del miglioramento delle capacità militari. Viene inoltre ribadi-


scacchiere

to che lo svolgimento di tali compiti non deve pregiudicare le competenze degli stati membri in materia di difesa, e quelle delle altre istituzioni europee. Secondo il nuovo statuto l’Eda opera sotto la supervisione del Consiglio dell’Ue, il quale approva all’unanimità sia le linee guida che il bilancio annuale dell’Agenzia, mentre l’Alto Rappresentante è confermato anche presidente dell’Eda la cui sede definitiva è Bruxelles. Tradotto dal gergo Ue, che vuol dire tutto ciò? Diverse cose. Intanto è positivo il fatto che i compiti dell’Eda vengano specificati, e in modo abbastanza ampio, così come è positiva la definizione di regole interne stabili che delimitino il campo in cui giocano e interagiscono gli interessi nazionali. Inoltre, l’Eda diventa ufficialmente un’istituzione europea associata al Consiglio, e quindi di riflesso ne acquisisce un po’ di autorevolezza nel trattare con gli stati membri e con le istituzioni europee. Istituzioni che includono anche l’Agenzia Spaziale Europea (che non fa parte dell’Ue), con la quale lo scorso giugno l’Eda ha firmato un accordo per coordinare in modo regolare e strutturato le rispettive attività riguardo agli assetti spaziali e allo sviluppo delle capacità europee relative a gestione delle crisi e Psdc.

Allo stesso tempo però tale inquadramento istituzionale comporta il rischio di una burocratizzazione e irrigidimento dell’Agenzia, dalle grandi alle piccole cose. È questo un rischio serio perché il valore aggiunto dell’Eda non è dato dalle sue dimensioni, risorse o poteri legali, che non sono e non saranno nel prossimo futuro comparabili a quelle di un ministero della difesa di un paese membro. Non è cioè possibile pensare a una crescita simile a quella che ha portato la Commissione Europea a diventare il vero “ministero europeo” su settori quali agricoltura prima e mercato interno poi. Invece, l’utilità e la rilevanza di un’agenzia operativa come l’Eda dipendono e

dipenderanno dalla sua capacità di essere un catalizzatore, un inventore e un coordinatore di opportunità per cooperazioni tra gli stati membri, anche e soprattutto a geometria variabile e flessibile a seconda del tema, che portino a dei risultati in tempi relativamente brevi e con un risparmio di fondi pubblici rispetto alla duplicazione di programmi nazionali. Un ruolo quindi complementare e sinergico con i ministeri della difesa, nonché con quello di altri framework pre-esistenti come la LoI e l’Occar. È stato questo il caso del laboratorio per il contrasto agli Ied, e potrebbe esserlo per la costituzione di un centro europeo di addestramento avanzato per il personale degli elicotteri di alcune forze armate nazionali. In ogni caso, come per altri trattati e accordi europei, il punto determinante sarà la volontà politica di metterlo concretamente in pratica. Specialmente in tempi di ristrettezze di bilancio, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare e gli impegni presi rischiano di rimanere su carta se le risorse per i programmi congiunti in ambito Eda vengono tagliate a favore dei programmi nazionali. Una scelta che si rivelerebbe miope e dannosa nei casi in cui lo sviluppo (o il mantenimento) di determinate capacità è diventato economicamente insostenibili a livello nazionale, e l’alternativa diventa quindi metterle in comune o, di fatto, perderle. L’Eda può svolgere un ruolo in merito, ma si tratta di un processo graduale e complesso, e che potrà proseguire a patto che si trovi un equilibrio tra la salvaguardia degli interessi nazionali e una loro convergenza sui programmi di sviluppo congiunto delle capacità future. 65


Risk

Americhe/le proteste affossano piñera Il Cile sta vivendo la maggiore ondata di scioperi dai tempi della dittatura DI

RICCARDO GEFTER WONDRICH

uan Bautista Alberdi, padre nobile della Costituzione argentina del 1853, parlava del Cile come della «bella e felice eccezione ispanoamericana». Quando a metà ‘800 i caudillos sudamericani si contendevano il potere politico e militare, dando vita a sistemi federalisti deboli, il Cile appariva già come un modello di governabilità, una repubblica forte che «assomigliava a una monarchia senza re e senza dinastia», dove «la libertà è definita in stretto rapporto con la sicurezza, solamente concepibile a partire dall’autorità». Il sistema politico cileno si distingue da quello degli altri paesi dell’America latina. Solo qui, ad esempio, esiste un importante partito di centrodestra. Negli ultimi anni il Cile è stato eletto a modello di paese virtuoso dal punto di vista fiscale e monetario, e si parla di un suo ingresso nell’Ocse per la fine del decennio. L’impostazione liberale che la dittatura di Augusto Pinochet (19731990) aveva impresso all’economia non è stata messa in questione dai quattro governi della Concertación di centrosinistra che hanno guidato il paese fino alla vittoria del magnate Sebastián Piñera nel 2009. Una democrazia resistente alle derive populistiche, la scelta di puntare sul libero mercato e sugli investimenti stranieri e la fortuna di avere i maggiori giacimenti di rame del mondo hanno portato il Cile a ridurre la povertà dal 45 al 15% e a mantenere una crescita superiore al 6% nonostante gli effetti del terremoto del 2010. Se l’economia va così bene, come mai il Cile sta vivendo negli ultimi mesi la maggiore ondata di scioperi e manifestazioni dai tempi della dittatura, che hanno affossato la popolarità del presidente Piñera e sembrano scuotere le fondamenta stesse del sistema? I protagonisti sono gli studenti accompagnati dai professori, dai sindacati e da buona parte della popolazione. Esigono il cambio di tutto l’impianto della for-

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mazione superiore, con un’Università gratuita e per tutti e l’inserimento del diritto a un’educazione di qualità addirittura nella Costituzione. Dal punto di vista generale, le manifestazioni sono conseguenza del principale problema nazionale: l’ineguale distribuzione della ricchezza. Dal punto di vista particolare, l’oggetto delle proteste è un sistema universitario ispirato a quello dei paesi anglosassoni, aperto quindi all’iniziativa privata e con crediti per gli studi. Questo sistema ha permesso di ampliare il numero di studenti che frequentano l’Università di cinque volte in venti anni. Molti però lasciano gli studi anzitempo. Con finanziamenti a tasso fisso, infatti, finisce che sette studenti su dieci sono oberati di debiti - e con loro le rispettive famiglie - e quelli più poveri sono costretti ad abbandonare le aule. Lo Stato finanzia le Università private perché accettino il maggior numero possibile di studenti, ma le rette sono altissime e spesso l’offerta didattica è di livello inferiore. Il nodo della qualità e dell’equità del sistema universitario non è un problema solo cileno. Il modello universitario brasiliano, ad esempio, è basato su Università pubbliche gratuite di alto livello e una pletora di nuovi istituti privati che pescano in una società in pieno sviluppo economico e con un’ampia fascia demografica in età scolare. Anche qui la sfida è elevare la qualità dell’insegnamento. Nonostante il sistema educativo cileno sia considerato il migliore dell’America latina, come confermato dall’Indice di Sviluppo Umano e dai risultati dei test Pisa, il sistema universitario evidentemente si è espanso troppo in fretta, senza gradualità e in assenza di una cultura famigliare del risparmio per pagare gli studi dei figli. Ora il governo deve correre ai riparti iniettando fondi nell’educazione superiore, abbassando i tassi dei prestiti e offrendo borse di studio agli studenti più poveri. Ma i leader della protesta chiedono di più.


scacchiere

Africa/Il vento non soffia sotto il sahara Dalla Libia al Sudan, l’Unione Africana usa “due pesi e due misure” DI

MARIA EGIZIA GATTAMORTA

li avvenimenti degli ultimi mesi nella regione nordafricana e l’avvicinarsi del decennale del varo dell’Unione Africana (Ua) spingono ad una riflessione attenta sul ruolo e le capacità dell’organizzazione continentale africana. Cosa ne è stato delle speranze del biennio 2000-2002, di quell’Africa che si affacciava al nuovo secolo con fare volitivo per essere protagonista attivo nell’ambito della politica internazionale e non solo semplice attore consenziente? Ci sono dei segnali concreti del lavoro svolto a favore della democratizzazione e dell’implementazione della good governance? Chiamata a far seguire alle parole i fatti, l’Ua ha dato prova di concretezza e di impegno mirato? Oppure i partner della fascia a nord ed al sud del Sahara hanno dimostrato incongruenza, incapacità a superare le singole divergenze a favore del bene comune e –soprattuttodebolezza intrinseca? Una cosa è certa: nonostante gli sforzi fatti dal lancio dell’iniziativa a Durban nel luglio 2002, nonostante il dinamismo mostrato da alcuni Capi di Stato e dai responsabili degli organi dell’Unione, l’alto consesso ha mostrato di utilizzare “due pesi e due misure” nell’affrontare le questioni in agenda. Diversi gli esempi che si possono fare per giustificare tale affermazione: Sudan/Darfur, Libia, Zimbabwe, Côte d’Ivoire, Somalia… Laddove le controparti hanno un ruolo più forte, l’organizzazione tace di fronte alla violazione dei diritti umani o davanti a drammi locali. In questo senso ci sono tre Capi dello Stato considerati simboli intoccabili, giustificabili in ogni loro scelta ed azione. A Muhammar Gheddafi (che ha “foraggiato” per anni l’Ua) si è concesso tempo per cercare una mediazione ed uscire con dignità dalla scena politica locale, senza pensare ai massacri autorizzati contro i civili; a Robert Mugabe (ultimo paladino contro il colonialismo bianco) si è permesso di restare al potere nonostante i brogli elettorali del marzo 2008; ad Omar el Bashir è consentito di viaggiare liberamente all’interno del continente, in barba al mandato di arresto

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della Corte Penale Internazionale dell’Aja. C’è da dire che questo senso di “garantismo di basso grado” è stato risparmiato almeno nel caso ivoriano. Laurent Gbagbo è stato “liquidato” dai suoi omologhi senza troppi problemi: la volontà popolare espressa a favore del cambiamento politico e di Alassane Dramane Ouattara ha prevalso con il beneplacito della Commissione preposta per trovare una mediazione tra le parti. Cosa dire poi della Somalia? Certo c’è formalmente l’African Union Mission in Somalia (Amisom), ma il suo mandato è debole ed il numero delle truppe è insufficiente per affrontare la situazione. Nonostante gli inviti formulati dal Presidente della Commissione Ua (Jean Ping) e dalla Presidenza di turno annuale, solo Uganda e Burundi hanno messo a repentaglio la vita dei propri uomini (rispettivamente circa 5000 e 4000 soldati) e non davvero per beneficenza, ma solo per acquistare uno “status” ben preciso nell’area e per timore del contagio terroristico. Nonostante il metodo “dei due pesi e delle due misure”, non si possono disconoscere alcuni risultati o comunque dei primi passi compiuti in questi anni dall’Ua in determinati settori. Si potrebbe citare la promozione dell’African Peace and Security Architecture per prevenire, gestire e risolvere le crisi locali; la creazione dell’African Standby Force, la Forza militare composta da cinque brigate provenienti dalle cinque macroregioni, mirata ad intervenire con rapidità nelle crisi ed impedire che si ripetano i massacri visti nell’ultimo trentennio (come il genocidio rwandese); il varo della New Partnership for African Development (Nepad) per incoraggiare lo sviluppo socio-economico dei Paesi membri; il lancio dell’African Peer Review Mechanism (Aprm) strumento di self-monitoring adottato volontariamente per rafforzare la governance. Sono proprio questi segnali che fanno ben sperare, ma ci vuole tempo, è vero. Il quadro africano al momento non riesce né a mostrare la sua compattezza né i suoi colori ben definiti. 67


La storia

Il cenotafio di Annibale, il grande condottiero di Virgilio Ilari

i furono un tempo Telekabul e i cortei pacifisti immortalati da Forattini su Repubblica. Allora la parola d’ordine era “giù le mani da ...”, perché le guerre le facevano i cattivi contro i buoni; oggi che le fanno i buoni contro i cattivi, siamo tutti più maturi e abbiamo finalmente capito che non celano interessi economici, perché “il petrolio si compra”. In Europa l’intervento umanitario in Libia è stato perciò sostenuto da unanime consenso e da un deferente black out dell’informazione. Negli Stati Uniti la terza guerra neo-trotzkista dopo Iraq e Afghanistan ha suscitato invece il dissenso dei realisti e della lobby filo-israeliana, ben riassunto da George Friedman che ha criticato su Stratfor l’immaculate intervention aerea imputando alla Corte penale internazionale dell’Aia la prolungata resistenza dei lealisti, messi con le spalle al muro e costretti perciò a non defezionare e a vender cara la pelle. Non ha quindi avuto molta eco la nomination di Gheddafi a “New Hitler” proposta ai primi di luglio dal senatore repubblicano Lindsey Olin Graham, un consulente giuridico

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dell’Usaf di umili origini, noto per posizioni conformiste, interventiste e atlantiste.A voler essere pignoli, l’epiteto iperbolico di “Nuovo Hitler” fu coniato nella prima fase della guerra fredda, quando la destra maccartista tentò di affibbiarlo a Stalin. È stato però solo dopo la conclusione (1989) del ciclo storico delle guerre mondiali e la nascita della Santa Alleanza delle Democrazie contro l’Islamo-fascismo e i Rogue States che l’epiteto è entrato nella panoplia ideologica dell’Occidente, attribuito di volta in volta a Saddam Hussein, Slobodan Milosevich, Usama bin Ladin, Mahmud Ahmadi-Nejad (e in pectore a Putin). Infatti l’icona del Male assoluto non si può applicare a veri antagonisti globali (l’ultimo dei quali è stata l’Unione Sovietica) che sono pares in bello e godono quindi del diritto internazionale, ma solo a nemici fittizi e mediatici, soggetti al diritto penale e alla legge del più forte, la cui identità politica è sfuggente e senza presa, e può quindi essere sovrascritta in modo sufficientemente credibile. Destoricizzato e decontestualizzato, l’epiteto consente perciò di perpetuare di puntata in puntata, come il fumetto di Superman, la lotta del Bene contro


“Annibale attraversa le Alpi”: dettaglio dell’affresco ca. 1510, Palazzo del Campidoglio (Musei Capitolini), Roma

il Male Assoluto, matrice identitaria ed etica Secondo Impero la tragedia si replicò in chiave di farsa dell’Occidente, che in forme Kelseniane, può prolun- e nemmeno i mostri sopravvivono al ridicolo. Nel gare sine die lo “stato d’eccezio1934, Liddell Hart poteva ancora Decine di romanzi, film, ne”, rendendo tacito omaggio imputare i massacri della grande quotidiano a Carl Schmitt. guerra allo Spettro di Napoleone; kolossal. Ma anche «From Plato to Nato»: come ma già nel 1941 una vignetta banconote con la sua David Gress ha appunto sovrasovietica lo raffigurava corrucciaeffige e una rete Tv con titolato un suo saggio sull’identito maestro di Hitler e Mussolini, il suo nome in Tunisia. tà dell’Occidente (From Plato to mocciosi scolaretti bacchettati per Il mondo riscopre Nato: The idea of West and Its non aver saputo entrare a Mosca. Opponents, Free Press, Simon & Proiettando la sua teoria dell’apAnnibale, a cui Settimio Schuster, New York, 1998). Severo eresse, primo fra proccio indiretto sulla diversione Prima di Hitler il nemico del in Spagna operata da Scipione tutti, un monumento genere umano era stato durante la seconda guerra punica, in marmo a Leptis Napoleone. Ma, a differenza di Liddell Hart l’aveva proclamato Magna. Quattro secoli Hitler, la condanna del “mostro” «a greater than Napoleon». In tal Corso non fu unanime né duratumodo aveva implicitamente paradopo il suicidio dello ra: in seguito la Francia lo progonato il Nemico di Albione al stratega cartaginese clamò suo massimo eroe, l’Italia Nemico di Roma, rovesciando il e la Polonia l’annetterono alle proprie epopee naziona- giudizio di Polibio, che anteponeva Annibale. Ne ho li e la sua soap-opera piacque pure in Russia, Spagna, letto con gusto l’avvincente autobiografia immaginata Austria, Germania e Gran Bretagna. Inoltre col da Giovanni Brizzi (Bompiani, 2003), e con invidia la 69


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Il Tondo Severiano di Djemila (Egitto), probabilmente del 199 d. C., che raffigura l'Imperatore Settimio Severo, la seconda moglie Giulia Domna e i figli Geta (cancellato dopo l'assassinio) e Antonino Caracalla. A fianco: Giulia Domna (170-217); Antonino Caracalla (188-217)

geniale trovata di Paolo Rumiz per farsi finanziare una mega vacanza (Annibale. Un viaggio, Feltrinelli, 2008). Poi, attraverso Luca Canali (Annibale e la fobia romana di Freud, Carocci, Roma, 2008), scopersi in vergognoso ritardo il grande Sebastiano Timpanaro (La fobia romana e altri scritti su Freud e Maringer, Ets, Pisa, 1992) e il passo dell’Interpretazione dei Sogni dove Freud analizza la sua ammirazione ginnasiale per Annibale, eroe non solo antiromano (per cui era ammirato pure dai suoi compagni di scuola ariani e più tardi dallo stesso Hitler), ma soprattutto semita, «simbolo del contrasto tra la tenacia dell’ebraismo e la forza organizzativa della Chiesa cattolica». Interpretato in due trucidi kolossal papisti da Camillo Pilotto (1937) e da Victor Mature (1959), dal 1996 Annibale ha avuto un improvviso exploit in Gran Bretagna e Stati Uniti, con almeno otto romanzi e otto documentari o film-TV (cinque inglesi e tre americani), senza contare un 70

romanzo francese (1999), l’effigie sulla banconota tunisina da 5 dinari (1993) e il canale privato tunisino Hannibal TV (2005). Né, ovviamente, Hannibal Lecter, il cannibale lituano protagonista del romanzo/film di Thomas Harris che avrebbe certo ingolosito Freud. Certo meno inquietante di Lecter è Hannibal Muammar Qaddafi (1977), quarto dei sette figli maschi del raìs e capitano di mercantili, noto alle questure europee solo per risse, percosse, resistenza a pubblico ufficiale e guida in stato d’ebbrezza. Ignoro la ragione per cui il padre l’ha voluto chiamare così, e non mi risulta che gli abbia fatto giurare da piccolo odio eterno contro gli Stati Uniti. In attesa di saperne di più sul posto di Annibale nell’immaginario del raìs, è comunque suggestivo ricordare che l’omaggio formale infine tributato dall’Impero romano alla memoria del suo peggior Nemico ebbe origine proprio nell’antica Tripolitania.


storia Qui, a Leptis Magna, era nato infatti nel 146 d. C. Settimio Severo, imperatore dal 193 al 211, che tra le sue imprese militari annovera la campagna contro i Garamantes a Sud-Est del Limes Tripolitanus e che eresse un cenotafio di marmo bianco ad Annibale, quattro secoli dopo il suicidio del condottiero cartaginese. Questo era avvenuto per veleno, nel 183 o 182 a. C., per sfuggire all’estradizione chiesta da Tito Quinzio Flaminino al re di Bitinia (Prusia I) di cui Annibale, esule e braccato da dodici anni, era ospite e consigliere militare. Gli era stato predetto che “una zolla libica (libyssa)” avrebbe ricoperto le sue ossa, e comprese la profezia quando seppe che la residenza assegnatagli da Prusia si trovava a Libyssa (odierna Gebze, 60 km ad Est di Istanbul, sulla costa orientale del Mar di Marmara). Diversamente da Obama con Osama, Flaminino si accontentò della morte, tollerando la sepoltura a Libyssa sotto una semplice lapide (“qui giace Annibale”). Né risulta (ma non si può neppure escludere) che la tomba sia stata poi violata o distrutta quando, nel 74 a. C., la Bitinia divenne provincia romana. Livio, ideologo di un’epoca di “fine-storia” come quella augustea e come la nostra, rinchiodò la bara, mettendo in bocca all’imminente suicida una melensa professione di stoica amarezza: «Liberiamo il popolo romano dalla sua angustia, se esso trova che duri troppo l’attesa della morte di un vecchio. Né grande né gloriosa è la vittoria che riporterà Flaminino su un uomo inerme e tradito. Basterà questo giorno a dimostrare quanto sia mutata l’indole dei Romani. I loro avi misero sull’avviso il re Pirro, loro nemico insediato con un esercito in Italia, che si guardasse dal veleno. Questi di oggi, invece, istigano... a uccidere a tradimento un ospite». Poi, «dopo avere imprecato contro la vita... e invocato gli dei ospitali a testimoni della fiducia violata dal re, vuotò la tazza». Non possiamo escludere, però, che Annibale abbia considerato invece il suicidio come un’estrema prosecuzione della guerra con altri mezzi. In ogni modo la guerra antiromana che il condottiero cartaginese aveva invano tentato di riaccendere tra gli eredi di Alessandro, fu realmente ripresa, un secolo dopo la sua morte, da Mitridate. Adrienne Mayor, che

nel 2010 ha dedicato al “Re Veleno” una buona biografia edita in Italia da Einaudi, ricorda le definizioni di Mitridate come «il più grande dopo Alessandro Magno» (Cicerone, Flacco 60; Acad. pr. 1, 3) e «l’Annibale d’Oriente» (Velleio Patercolo, Hist. rom., II, 18; un tema approfondito nel 1998 da Holger Sonnabend). Malgrado l’eccidio proditorio di 80.000 negotiatores italici perpetrato nell’aprile dell’88 a. C., i romani ricordarono Mitridate, lui pure finito poi suicida, con un misto di esecrazione e di ammirazione; proprio gli stessi sentimenti già suscitati da Annibale. Il suo nome, certo, veniva evocato come spauracchio per bambini e senatori (Hannibal ante portas! Cicerone, De finibus IV 9; Livio, XXIII, 16). Eppure Novus Hannibal era un complimento per indicare un’impresa degna di Annibale, come aver valicato in armi le Alpi; solo Cicerone lo usò come epiteto ostile (così bollando Antonio nelle Filippiche). Polibio e Livio ne ammiravano il genio militare e il coraggio personale, pur accusandolo di inhumana crudelitas, perfidia plus quam Punica ed empietà (Livio, XXI, 4, 9). Un’ambiguità che si prolunga nel giudizio oscillante di Machiavelli (Robert Fredona, 2008) e in quelli contrapposti da Alberico Gentili nel De Armis Romanis (David Lupher, 2011). Ma il relativo apprezzamento poteva spingersi fino a tributare alla memoria del condottiero cartaginese un omaggio pubblico e formale? Plinio il Vecchio attesta che all’epoca sua (I secolo d. C.) si trovavano in tre diversi punti di Roma statue di Annibale, «unico nemico ad aver scagliato il suo giavellotto all’interno delle mura» (Naturalis Historia XXXIV, 32). Difficile però interpretarle come omaggi cavallereschi al massimo nemico: piuttosto la loro funzione sarà stata di commemorare il pericolo corso e la vittoria finale. In fin dei conti, per quanto ci siano in Inghilterra associazioni filo-napoleoniche, il centro della capitale si chiama ancora Trafalgar Square e non Gare d’Austerlitz. Il cenotafio annibalico di Settimio Severo aveva dunque un’enorme valenza politica. La notizia, non registrata dall’epitome di Dione Cassio, ci è pervenuta unicamente tramite Giovanni Tzetzes, un grammatico e poeta georgiano del XII secolo (Chiliades, I, 803-05), 71



storia il quale non manca di sottolineare l’origine africana dell’autocrate (ek génous hon tou Libikou). Settimio però non era soltanto africano, ma proprio di sangue cartaginese. Inoltre era profondamente influenzato dall’amata seconda moglie, la siriaca Giulia Domna (170217), figlia e nipote di sacerdoti del dio solare ElGabal, e seguace di Apollonio di Tiana, l’asceta neopitagorico contemporaneo di Gesù, che gli fu contrapposto e che ebbe contatti con la religione indiana. La rivalutazione di Annibale era dunque parte di un grandioso quanto estremo disegno di rifondazione “orientale” dell’Impero vacillante, che passava pure per la celebrazione del saeculum augusteo (110 anni), per il sincretismo religioso e per la sanguinosa estirpazione del cristianesimo dall’Africa, dall’Egitto e dalle province asiatiche. Il disegno fu proseguito e accentuato da Antonino Caracalla (188-217), l’imperatore fratricida e sanguinario che concesse la cittadinanza romana ai sudditi e decimò la classe senatoria. Caracalla, che vestiva da barbaro e si considerava un incrocio tra la Gallia, l’Africa e la Siria, si credé la reincarnazione di Alessandro: seminò Roma di Erme che recavano su una faccia il proprio ritratto e sull’altra quello del condottiero, e creò una falange di 16.000 macedoni armata all’antica. Inoltre eresse statue ad Annibale e riedificò il sepolcro di Sulla (Epitome di Dione Cassio, LXXVII, 6 e 13; Elio Erodiano, IV, 8, 6). Come ben documenta Maria Teresa Schettino (in Marta Sordi, L’opposizione nel mondo antico, Vita e Pensiero, Milano, 2000, pp. 261-280) pure la rivalutazione di Sulla, già iniziata nel 193 da Settimio Severo accostandolo ad Augusto, rovesciava un consolidato giudizio negativo. La valenza politica era probabilmente di suggerire l’analogia tra le campagne di Settimio contro i suoi rivali e le guerre civili della tarda repubblica (Herod., III, 7, 8) e di richiamare la continuità costituzionale con Commodo (l’imperatore assassinato nel 192, che nel 185 aveva assunto il titolo sullano di Felix). Inoltre l’autobiografia di Sulla, col racconto della sua giovanile campagna Numida, incontrava il gusto arcaizzante degli intellettuali africani riuniti nella corte severiana. Ma Caracalla vedeva probabilmente in

Silla il condottiero invitto che aveva fatto pace con Mitridate per poter tornare a Roma e sterminare i suoi nemici. Caracalla fu assassinato a Carre l’8 aprile 217, durante la campagna contro i Parti, dal prefetto del pretorio Opellio Macrino, nato a Cesarea nell’odierna Algeria e che regnò quattordici mesi prima del dissoluto Eliogabalo. L’Augusta Giulia Domna, devastata dal cancro al seno, si lasciò morire di fame ad Antiochia, senz’aver potuto leggere la vita di Apollonio di Tiana che aveva commissionato al navigato e longevo Lucio Flavio Filostrato, un greco di Lemno. Ctesifonte, la capitale mesopotamica dei Parti, fu conquistata tre volte dai Romani nel II secolo e altre due nel III. Ma la resistenza dei Parti contribuì al fallimento della rifondazione sillano-annibalica dell’Impero tentata dai Severi e due imperatori (Valeriano nel 260 e Giuliano nel 363) furono umiliati e infine uccisi dai Sassanidi, successori dei Parti. Nel novembre del 2006, durante la fase più dura della resistenza iraqena, Abu Ayyub-al-Masri, leader di alQaeda nella regione mesopotamica, giurò che il jihad avrebbe distrutto “Rumieh” (Mayor, p. xxxii, nt. 20). Tzetzes non precisa la località in cui fu eretto il monumento severiano ad Annibale. Inoltre lo chiama taphos, il che a rigore dovrebbe escludere che contenesse i resti, sia pure presunti, del condottiero. In ogni modo non ne restano tracce, né il luogo della sepoltura a Gebze è stato identificato con certezza, nonostante gli scavi effettuati nel 1906 dall’archeologo tedesco Theodor Wiegand. Tuttavia nel 1934 Kemal Atatürk volle adornare il luogo con un piccolo monumento in memoria del “grande generale”, visitato nell’agosto 2007 da Paolo Rumiz, «gonfio di ammirazione» (inconsapevolmente liviana) per lo stoico suicidio ma in filigrana un po’ deluso dalla noiosa trasferta in taxi alla polverosa e desolata collina dei cipressi. Io, ‘gni volta ch’attraverso Ponte Testaccio, me ricordo de Accattone quando disse «mo’ sto bene», mentre er Balilla se faceva il segno della croce nonostante li schiavettoni. E de Cartagine, che già faceva piagne Roma e la voleva pure accorà levandose le scarpe, stravaccato sul marciapiede innanzi ar Mattatoio. 73


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IL CUORE PLATONICO DI FINKIELKRAUT, UN INNO ALLA LETTERATURA di Giancristiano Desiderio mio Dio, o mio Dio, una cosa ti chiedo: un cuore intelligente. Il re Salomone implorava l’Altissimo di concedergli un cuore intelligente. Perché? Perché non la sola, pura, lucidissima Intelligenza? Perché non il solo, caldo, appassionato Cuore? Perché il cuore da solo inganna e l’intelligenza da sola inganna ancor di più. Per condurre una vita umana, che è quell’impasto socratico e platonico di ignoranza e sapere, luce e ombra, essere e nonessere abbiamo bisogno di cuore e intelligenza insieme, di Un cuore intelligente, secondo il bellissimo titolo del bellissimo libro di Alain Finkielkraut pubblicato da Adelphi. Duecentododici pagine di intelligenza smagliante vorrei dire, se non fosse una palese contraddizione del titolo e di quanto scritto nelle poche righe fin qui. Ma è proprio questa la radice del testo del filosofo e giornalista Finkielkraut: la inevitabilità della contraddizione che può essere narrata, ma non risolta una volta e per sempre. Cosa, invece, che le filosofie della storia - della politica, della geografia, del potere - del Novecento si sono incaricate di fare per il bene dell’umanità a danno di milioni di morti. Dice il filosofo: «Della letteratura non abbiamo bisogno per imparare a leggere. Ne abbiamo bisogno per sottrarre il mondo reale alle letture sommarie». La lettura sommaria è l’idea che il mondo - cosa affascinante e complicata, solida e sfuggente, appassionante e intelligente, in una sola parola: il mondo - possa essere racchiuso in un’ideologia e quindi posseduto dalla nostra testa e di conseguenza dalle nostre mani, dalla spada, dall’esercito militare o politico di chi ne ha uno perché è a capo del Partito, dello Stato, della Chiesa. La letteratura smonta questo inganno: l’inganno di chi una volta - non me ne vorrà Alain Finkielkraut - ho definito Bugiardo Metafisico perché ritiene di sapere ciò che non si sa, di essere ciò che non si è: la coscienza del mondo. La letteratura, dunque,

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ALAIN FINKIELKRAUT Un cuore intelligente Adelphi pagine 212 • euro 20,00 «Della letteratura non abbiamo bisogno per imparare a leggere. Ne abbiamo bisogno per sottrarre il mondo reale alle letture sommarie». È proprio questa la convinzione che ispira ad Alain Finkielkraut l’appassionato esercizio critico di Un cuore intelligente: raccontare nove tra i più notevoli libri della modernità svelando l’immensa sapienza che lì si cela.

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Risk in luogo dell’ideologia. È proprio questa la convinzione che ispira a Finkielkraut l’appassionato esercizio critico di Un cuore intelligente: raccontare nove tra i più notevoli libri della modernità svelando l’immensa sapienza che lì si cela. Perché la risposta alle grandi domande - “Che cos’è la civiltà? Che cos’è l’arte? Che cosa sono l’ideale e la giustizia?”, ma potremmo continuare: Che cos’è la verità? Che cos’è la natura? Chi sono io? Chi sei tu? – non può che essere “una risposta narrativa”. Rileggendo Tutto scorre… di Vasilij Grossman o La macchina umana di Philip Roth, Lo scherzo di Milan Kundera, Lord Jim di Joseph Conrad o Washington Square di Henry James, Finkielkraut, che da anni va smascherando le ingiustificate certezze dell’Occidente, scruta la realtà incarnata nei particolari e spesso redenta dall’ironia e si propone di trovare una chiave per decifrare gli “enigmi del mondo”. Per provare a trovare una buona chiave - una tra le molteplici chiavi, molteplici ma non infinite chiavi, perché il tutto, direbbe Isaiah Berlin, deve restare nei limiti della dimensione umana - bisogna mettere insieme cuore e intelligenza perché presi isolatamente la ragione e il sentimento sono ingannevoli. È la parola letteraria che ci permette di maturare in noi stessi quella “perspicacia affettiva” che elude gli inganni del cuore e della ragione. Solo così ci verrà concesso quel “cuore intelligente” che re Salomone invocava stimandolo più prezioso di ogni altro bene. Le “letture” di Alain Finkielkraut sono delle lunghe recensioni. Come si può recensire un libro che è composto da recensioni? Non possiamo parlare di tutto quanto parla l’autore perché dovremmo parlare di almeno dieci autori. Tanto vale, allora, cercare di parlare del “cuore intelligente” che c’è in Un cuore intelligente. Questo cuore è la messa in scacco della volontà di potenza che c’è nella storia del pensiero occidentale: quella volontà di verità o volontà di affermazione che, in fondo, altro non è che la ricerca di una sicurezza che ci liberi una volta e per tutte dal dolore, dall’errore, dal dubbio, dalle sofferenze e, in fondo in fondo, dalla possibilità stessa di fare l’unica cosa che possiamo fare in vita: esperienza del mondo. Leggendo le letture di Finkielkraut, che smaschera gli inganni dei totalitarismi, si potrà respirare aria di famiglia per chi, naturalmente, si ritrova in quella famiglia. Quale? Quella di Hannah Arendt, ad esempio, di Isaiah Berlin ma io - lasciatemelo 76

dire - mi aggiungo anche il “nostro” Croce la cui opera è proprio la sintesi del cuore e della ragione, dell’estetica e della logica, del particolare e dell’universale. Da qualche parte Hans-Georg Gadamer - da qualche parte della sua opera più nota, Verità e metodo - scrive che non esiste un sapere che dia una volta e per sempre la chiave giusta dell’esistenza. L’esistenza, infatti, è fatta in modo tale che ogni volta c’è bisogno di un nuovo e altro sapere, c’è bisogno di una nuova mediazione perché il sapere deve toccare terra e ripartire. Il sapere buono per ogni uso e ogni occasione è la razionalità che già sta tiranneggiando la vita. La “vita razionale” è in sé il seme del totalitarismo se si fa prevalere la ragione a senso unico. Scrive Finkielkraut nella prefazione: «Alla fine di un secolo devastato dai delitti incrociati dei burocrati (un’intelligenza unicamente strumentale) e degli ossessi (un sentimentalismo rozzo, binario, astratto e sovranamente indifferente ai destini individuali), la preghiera per ottenere la sagacia affettiva conserva, come ha già osservato Hannah Arendt, tutto il proprio valore». Però, Dio tace. Invocato, pregato, chiamato, Dio tace. «Ci guarda, forse, ma non ci risponde, non esce dal silenzio in cui si è chiuso, non interviene nelle nostre vicende. Malgrado gli sforzi per immaginarci come Dio impieghi il tempo, e convincerci del suo attivismo, Egli ci abbandona a noi stessi. Se vogliamo ricevere risposta, non è a Lui direttamente, né alla Storia, che dobbiamo rivolgere la nostra domanda, bensì alla letteratura, forma di mediazione che non offre garanzie, ma senza la quale ci sarebbe per sempre preclusa la grazie di un cuore intelligente. Senza letteratura, potremmo forse conoscere le leggi della vita, ma certo non la sua giurisprudenza». C’è qualcosa di platonico in queste parole (se vogliamo fare qualcosa di buono nella vita dobbiamo essere un po’ tutto amanti platonici). Nonostante tutta la teoria della storia del pensiero - la parola “teoria” alla lettera significa “vedere il dio” - non abbiamo “visto” Dio perché il Divino si sottrae o, se volete, come diceva un dotto ebreo tedesco il cui motto era ripetuto da Croce, è nei dettagli. Il “nostro” Dio, non a caso è un Bambino. La divinità umana si rivela a noi attraverso una “mediazione”: cosa, questa, che Platone dovette intuire da subito se per dire ciò che forse non si lascia dire fino in fondo fece ricorso al mito che è una poetica espressione letteraria.


BRASILE, IL FUTURO È QUI. OGGI

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Con i suoi duecento milioni di abitanti e la sua enorme ricchezza, il gigante latino è diventato il più vitale protagonista dell’intero continente americano di Andrea Tani

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uesto libro, frutto della conoscenza profonda e dell’amore per il Brasile di un padre e di un figlio che lo vivono da molto tempo, Antonio e Carlo Calabrò, ha innanzitutto il fondamentale merito di liberare il gigante lusitano dalle immagini stereotipate che lo legano da sempre al futbol, al Carnevale, alla musica sognante di Jobim, al folklore esotico, alla natura incontaminata e alle favelas (anche se queste immagini sono ancora una componente essenziale del suo fascino, soprattutto per i visitatori stranieri). Attraverso una vera e propria galoppata di fatti, cifre, storie e persone, il saggio racconta della realtà all’avanguardia di un paese straordinariamente vitale simboleggiato dai nuovi bandeirantes del titolo, avventurosi pionieri del XVI secolo che esplorarono e resero possibile la più grande nazione dell’America Latina. I loro eredi sono oggi gli imprenditori e i leader politici di una società pronta ad andare alla conquista definitiva di se stessa, dell’economia internazionale e di “todo o mundo”. Fino a poco tempo fa il Brasile era considerato l’eterna promessa del futuro, dai tempi dei coronéis esportatori di zucchero e caffè agli impetuosi ultimi anni Cinquanta del presidente Juscelino Kubitschek, della fondazione di Brasilia, della prima vittoria del Mondiale di calcio con Pelé e della nascita della bossa nova. Ma quel futuro non arrivava mai. Improvvisamente è sopraggiunto tutto di un colpo. Oggi la nazione vive una nuova stagione di stabilità democratica, di solido sviluppo e di accentuato dinamismo, concretizzata in un’economia che galoppa e sta cominciando finalmente a far fruttare a pieno le sue immense potenzialità. Aumentano gli investimenti interni, governativi ma soprattutto privati, nonché quelli internazionali, americani, cinesi ed europei - in particolare tedeschi e italiani, e di questo dobbiamo

molto rallegrarci: una volta tanto non esportiamo solo braccia e intelligenze. Come risultato, il progresso avanza e la povertà sta cominciando finalmente a ridursi, anche se la sua eliminazione non sarà cosa di domani; ci vorranno decenni, soprattutto nelle zone più lontane dalla fascia costiera del boom. Più di cinquanta milioni di persone sono comunque uscite negli ultimi anni dalla miseria e hanno migliorato radicalmente il loro tenore di vita. Sta rapidamente lievitando una nuova classe media assertiva e consapevole, che ha determinato tra l’altro un boom dei consumi di massa interni abbastanza sostenuto da tenere il Brasile più lontano degli altri paesi industrializzati dalla crisi globale degli ultimi anni. Nel libro si parla estesamente dei pilastri economici del fenomeno brasiliano: una industria d’avanguardia (auto, aerei, agro-alimentare, chimica “verde”); energia sempre più disponibile e a buon mercato (i ricchissimi giacimenti di petrolio del Golfo di Santa Catarina e dell’Atlantico centrale, innanzitutto, ma anche i biocarburanti d’origine agricola e l’idroelettrico dei grandi fiumi); un ambiente sconfinato da salvare ed utilizzare, il più esteso del pianeta (l’Amazzonia, innanzitutto, ma non solo); smisurate risorse naturali da sfruttare con l’intelligenza dello “sviluppo sostenibile”. Vengono illustrate con dovizia di particolari le infrastrutture e le imprese che pilotano la crescita, come le grandi banche e la Borsa di San Paolo - quella che vale di più al mondo (più di Wall Street e di Londra) -, nonché le gigantesche opere pubbliche e le importanti iniziative sociali per la sanità e l’educazione che accompagnano questo boom. Sono descritte anche le iniziative avviate nelle megalopoli come San Paolo e Rio de Janeiro per affrontare le sfide ordinarie della loro dimensione e straordinarie dei grandi eventi che le attendono (Campionati mondiali di calcio del 2014 e Olimpiadi del 2016). Particolare attenzione viene riservata alle “favelas” da risanare e della sicurezza da restituire, o 77


Risk più realisticamente da “imporre” ad una delle società tradizionalmente più violente del mondo. Il risveglio del Brasile sta avendo effetti inaspettati anche in campo internazionale. Le migliori imprese brasiliane si muovono alla conquista dei mercati mondiali come nuovi bandeirantes, imprenditori ed esploratori di una società lanciata alla conquista del suo posto al sole nell’economia globalizzata. Con i suoi duecento milioni di abitanti e la sua enorme ricchezza, il gigante latino è diventato il più vitale protagonista dell’intero continente americano. L’intraprendenza della sua classe dirigente e la giovane età della sua popolazione ne stanno facendo uno dei maggiori propulsori dell’economia mondiale. Il recente 5% di incremento del suo Pil, già rimarchevole per una potenza economica che non partiva certo dal sottosviluppo, è destinato secondo i più autorevoli esperti a crescere ulteriormente seguendo un ciclo virtuoso che non conosce ostacoli strutturali e sistemici di fondamentale rilevanza, come accade altrove. A questo proposito, il Brasile è certamente uno dei maggiori esponenti dei Brics e forse il più solido ed equilibrato. È anche il più democratico e partecipato e quello con l’immagine più cordiale ed estroversa. Il suo soft power, uno dei più accattivanti del pianeta, prevale decisamente sull’hard power degli altri. Possiede inoltre il maggior equilibrio fra risorse naturali, imprenditorialità, capacità industriale e autosufficienza energetica, il miglior rapporto fra ricchezze, territorio e popolazione e la leadership più riconosciuta e acclamata in patria e all’estero. La stessa leadership riesce a mantenere rapporti cordiali con tutti, dai neocon americani ai socialdemocratici europei ai dirigenti nazionalcomunisti cinesi agli ajatollah iraniani ai demo-islamici turchi. La politica amabilmente egemonica che Brasilia esprime in America Latina e in Africa, con crescenti ambizioni altrove, è quella di un leader attento ai propri interessi ma anche consapevole delle aspirazioni e del retaggio storico di tutti. Il Paese non ha la precaria architettura istituzionale di Cina e Russia né la loro confisca indefinita dei diritti umani, e non soffre come l’India del sottosviluppo 78

“africano” di un terzo della popolazione e dell’enormità della sua demografia (come peraltro di quella cinese), una condizione che rende terribilmente complicata e isteretica ogni governance. Una volta risolta o attenuata la questione della povertà e delle diseguaglianze sociali gli unici veri limiti che si intravedono nel futuro brasileiro sono quelli autoinflitti, una specialità latinoamericana. Tutto questo e molto altro è descritto nel nostro saggio con una minuziosa padronanza dei fatti e una passione che nascono dalla condivisione del destino brasiliano da parte dei due autori - come accennato, un padre e un figlio italiani e particolarmente attenti e scevri da pregiudizi, come accade spesso ai nostri connazionali che vivono all’estero - i quali hanno un legame profondo con la loro seconda patria e ce ne offrono una splendida istantanea. ”Bandeirantes” si sviluppa come un febbrile viaggio denso di personaggi, fatti, dati e storie nel quale si affermano, pur tra mille contraddizioni, nuovi giovani attori della politica, dell’economia e della cultura. Il libro riserva una particolare attenzione all’aspetto umano di questa specie di rinascimento sul quale solo pochi anni fa nessuno avrebbe scommesso. Racconta le storie dei suoi maggiori artefici, veri demiurghi anticipatori perché se era chiaro che prima o poi il gigante si sarebbe risvegliato, è stata la passione di un pugno di visionari a catalizzare il processo prima del previsto. È singolare come molti di questi personaggi appartengano alla politica, in deciso contrasto con quanto accade nel resto del mondo, dove la categoria è molto in ribasso. Uno dei motivi è che la giovane democrazia brasiliana è “appassionata di politica” perché c’è un legame diretto fra le scelte di chi governa e la qualità della vita quotidiana dei cittadini.. Il celebrato successo della recentemente conclusa presidenza Lula rappresenta l’esempio più noto e tangibile di tale relazione, ma non è l’unico né il solo. Il presidente-operaio arrivato dalla miseria più nera al vertice delle istituzioni è stato infatti il catalizzatore fondamentale del rinnovamento generalizzato di percezioni ed identità. È il personaggio brasiliano più conosciuto al mondo e il politico più amato in assoluto (Barack Obama lo ha


libreria esplicitamente riconosciuto in un recente incontro). Forse anche quello più meritevole di plauso, per l’incisività e la vastità della sua opera e il successo della sua capacità di conciliare gli opposti: il socialismo e il capitalismo, gli investimenti esteri e i sussidi a categorie disagiate, i tycoon e i diseredati, Castro e Bush, il rapporto privilegiato con Washington e quello oggi economicamente dominante con Pechino. La sua delfina ed erede Dilma Roussef promette di proseguire nell’attuazione del suo grande disegno – sviluppo economico e lotta alla povertà, ma anche valuta solida, conti pubblici in ordine ed apertura all’esterno - con analoga seppur diversa efficacia, anche perché il carisma dell’ex sindacalista - 80% di consensi personali alla vigilia della successione - è inarrivabile. È una donna di grandi competenze tecniche, intelligenza e carattere, che prosegue l’opera di Lula nella convinzione «che si possano tenere insieme la lotta alla miseria, facendo crescere i redditi individuali e così sviluppando il mercato interno, con l’apertura agli investimenti internazionali alle imprese e alle infrastrutture brasiliane», un binomio che ha rappresentato la principale chiave di volta del successo del suo predecessore. A queste grandi figure storiche si aggiungono numerosi altri protagonisti, molti dei quali descritti nel libro. Si tratta di un panorama in gran parte sconosciuto per il lettore italiano e nel contempo assai interessante: storie di straordinario successo “all’americana” ma con forti connotazioni indivi-

duali, come quella di Guilherme Leal, Eike Batista, Andre Esteves, Ricardo Vellela Marino ed altri formidabili maverick.. Tutte luci, quindi? Sicuramente molte, ma non solo. I due Calabrò non riescono a tenere a bada un entusiasmo straripante che ha tuttavia qualche difficoltà a conciliarsi con le analisi sul Brasile di solo pochi anni fa, le quali parlavano di un paese del futuro immerso in un presente disastroso e senza speranza, una condizione che trovava la sua più eloquente rappresentazione nella terribile falcidia di vite dovute alla criminalità, organizzata e organica, diffusa come un cancro metastatizzato. Nel “paese in guerra con sé stesso”, come definiva il gigante lusitano il politologo Parag Khanna nel suo celebre saggio I tre Imperi dal 1996 al 2006 ci sono stati 465mila morti per fatti di sangue, quasi cinquantamila all’anno. Pur in una situazione che mostra, dal 2004, una inversione sui grandi numeri, il dato sugli omicidi che riguardano la popolazione giovanile evidenzia un trend allarmante. Su questa fascia di popolazione l’aumento medio registrato è superiore alla percentuale di crescita della popolazione. Nessuno vuole mettere in dubbio i destini certi e progressivi descritti nel libro, troppo manifesti e irrefrenabili per non essere condivisi (anche se l’agenda è tutt’altro che definita..), ma una certa cautela forse si impone. Parafrasando Khanna, se il Brasile non riuscirà a “far pace con se stesso”, potrebbe non andare esattamente come preconizzato dalla famiglia Calabrò.

ANTONIO CALABRÒ CARLO CALABRÒ Bandeirantes Il Brasile alla conquista dell’economia mondiale Laterza pagine 192 • euro 16,00 Storie. Fatti. Dati. Personaggi della politica e delle imprese, per descrivere l'originale sviluppo economico, sociale e civile di un paese, il Brasile, che si è affermato come uno dei più dinamici protagonisti dell'America Latina e della scena mondiale. Un paese di nuovi “bandeirantes”, cioè imprenditori ed esploratori di una società intraprendente alla conquista dell'economia internazionale. Questo libro è un documentato racconto, fuori dai luoghi comuni e dalle immagini stereotipate del Brasile (il Carnevale, la musica, il calcio, le belle donne, il folklore esotico), delle trasformazioni in corso. Per un Brasile che si è a lungo percepito come “il Paese del futuro” in un'altalena di boom e crisi. Adesso “il futuro è qui, oggi.

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del numero

MARIO ARPINO: generale, già capo di Stato Maggiore della Difesa MICHAEL AUSLIN: direttore del dipartimento di Studi giapponesi all’American Enterprise Institute. Autore di numerosi libri sul Giappone GIANCRISTIANO DESIDERIO: giornalista e scrittore, ha curato il libro La libertà della scuola di Luigi Einaudi e Salvatore Valitutti MARIA EGIZIA GATTAMORTA: analista internazionale, esperta di Africa e Mediterraneo RICCARDO GEFTER WONDRICH: esperto di America Latina OSCAR GIANNINO: Giornalista economista. Scrive per “Panorama”, “Messaggero”, “Mattino” e “Gazzettino”. Conduce su Radio 24 “La versione di Oscar” VIRGILIO ILARI: già docente di Storia delle Istituzioni Militari all’Università Cattolica di Milano CARLO JEAN: presidente del Centro studi di geopolitica economica, docente di Studi strategici presso l’Università Luiss Guido Carli di Roma EDWARD LUTTWAK: economista e saggista statunitense, consulente del dipartimento della Difesa Usa ALESSANDRO MARRONE: ricercatore presso lo Iai - Istituto Affari Internazionali nell’Area Sicurezza e Difesa JAMES MASON: analista economico finanziario del Rubini Global Economics ANDREA NATIVI: analista militare e giornalista MIKKA PINEDA: analista per l’area Giappone, Australia e Filippine del Rubini Global Economics STEFANO SILVESTRI: presidente dell’Istituto Affari Internazionali (Iai) MAURIZIO STEFANINI: giornalista e scrittore ANDREA TANI: analista militare e scrittore DAVIDE URSO: esperto di geopolitica e nucleare. Autore di vari libri, fra cui “Il nucleare nel XXI secolo” (Mondadori) 80


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Pierre Chiartano Giancristiano Desiderio

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TORNANTE

Michael Auslin

IL SOL

Mario Arpino

2011

settembre-ottobre

numero 63 anno XII euro 10,00

quaderni di geostrategia

registrazione Tribunale di Roma n.283 del 23 giugno 2000 sped. in abb. post. 70% Roma

Tutt’altro che in ginocchio

Maria Egizia Gattamorta

Disciplina sociale e grande efficienza salveranno il Paese EDWARD LUTTWAK

risk

Riccardo Gefter Wondrich

IL SOL TORNANTE

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