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Luisa Arezzo Mario Arpino Vincenzo Camporini Riccardo Gefter Wondrich

LA CADUTA DEGLI STATI

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2011

gennaio-febbraio

numero 60 anno XII euro 10,00

quaderni di geostrategia

registrazione Tribunale di Roma n.283 del 23 giugno 2000 sped. in abb. post. 70% Roma

Vuoto di potere o fallimento? Non basta la cacciata di un dittatore per portare un Paese al collasso STEFANO SILVESTRI

Dario Cristiani

risk

Atlante delle periferie che incendiano il mondo

Maria Egizia Gattamorta

Da luoghi marginali ad epicentro della politica globale MAURIZIO STEFANINI

Matteo Guglielmo

La classe media salverà la piazza araba

Virgilio Ilari

(Senza dimenticare le Forze Armate e una buona intelligence) VINCENZO CAMPORINI

Alessandro Marrone

La stabilità è un bene da difendere. Sempre

Andrea Nativi

Problemi e opportunità militari e di sicurezza ANDREA NATIVI

Bernard Selwan El Khoury Clay Shirky Stefano Silvestri Maurizio Stefanini Andrea Tani

RISK GENNAIO-FEBBRAIO 2011

Michele Nones

LA CADUTA DEGLI STATI Un fantasma si aggira per l’Europa Michele Nones

Paracadute in spalla e via… il resto si vedrà Mario Arpino

• quaderni di geostrategia • bimestrale • quaderni di geostrategia • bimestrale • quaderni di geostrategia •


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15-07-2010

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Towards a safer world. Towards a safer world.

VERTIPASS. MOBILITA’ ALL’AVANGUARDIA PER IL PAESE Un progetto per una mobilità capillare, che integra ed estende le tradizionali reti di trasporto pubblico

Quando avrete finito di leggere questa pagina, da qualche parte nel mondo sarà decollato o atterrato un aereo costruito da Alenia Aeronautica o con la sua partecipazione. Che si tratti di un turboelica regionale, di un caccia multiruolo, di un velivolo da trasporto militare, di un jet di linea, di un aereo per missioni speciali o di un sistema a pilotaggio remoto, quell’aereo è caratterizzato dai materiali avanzati, dal supporto completo, dalla sostenibilità economica e dal rispetto ambientale che Alenia Aeronautica ha maturato in un percorso nato con l’aviazione stessa.

Velocità, comfort, puntualità, sicurezza e basso impatto ambientale Quando le idee volano

Una soluzione flessibile per un’utenza diffusa e per la crescita del paese www.alenia.it agustawestland.com


risk QUADERNI DI GEOSTRATEGIA


risk

60

quaderni di geostrategia

DOSSIER

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M

M

A

LA STORIA

Vuoto di potere o fallimento?

Virgilio Ilari

Stefano Silvestri

pagine 66/71

R

I

O

Le periferie che incendiano il mondo Maurizio Stefanini •

La stabilità è un bene da difendere. Sempre

LIBRERIA

Mario Arpino Andrea Tani

Andrea Nativi

La classe media salverà la piazza araba

pagine 72/79

colloquio con Vincenzo Camporini di Luisa Arezzo

Non crolla il Maghreb, ma il muro Dario Cristiani

Crack Somalia Matteo Guglielmo

Yemen, lotta per la sopravvivenza Bernard Selwan El Khoury pagine 5/49

Editoriali

Michele Nones Stranamore pagine 50/51

SCENARI

DIRETTORE Michele Nones CAPOREDATTORE Luisa Arezzo

Il potere politico dei social network Clay Shirky pagine 52/61

SCACCHIERE

Unione Europea Alessandro Marrone

America Latina Riccardo Gefter Wondrich

Africa Maria Egizia Gattamorta pagine 62/65

COMITATO SCIENTIFICO Ferdinando Adornato Mario Arpino Enzo Benigni Vincenzo Camporini Amedeo Caporaletti Carlo Finizio Pier Francesco Guarguaglini Virgilio Ilari Carlo Jean

Alessandro Minuto Rizzo Andrea Nativi Remo Pertica Luigi Ramponi Stefano Silvestri Guido Venturoni Giorgio Zappa

RUBRICHE Arpino, Incisa di Camerana, Ilari, J. Smith, Gattamorta, Gefter Wondrich, Marrone, Ottolenghi, Tani

REGISTRAZIONE TRIBUNALE DI ROMA N. 283 DEL 23 GIUGNO 2000 Impresa beneficiaria, per questa testata, dei contributi di cui alla legge n. 250/90 e successive modifiche e integrazioni

Editore Filadelfia, società cooperativa di giornalisti, via della Panetteria, 12 - 00187 Roma. Redazione via della Panetteria, 12 - 00187 Roma. Tel 06/6796559 Fax 06/6991529 email segreteria.risk@gmail.com Amministrazione Cinzia Rotondi Abbonamenti 40 euro l’anno Stampa Centro Rotoweb s.r.l. via Tazio Nuvolari, 3-16 - 00011 - Tivoli Terme (Rm) Distribuzione Parrini s.p.a. - via Vitorchiano, 81 00189 Roma


LA CADUTA DEGLI STATI La piazza araba - dal Nord Africa al Medioriente - esplode. Per alcuni è la caduta di un muro, per altri la premessa a una fase di profonda instabilità regionale. In ogni caso pone enormi interrogativi. Non solo di ordine umanitario, sociale, economico, di sicurezza e militare. Ma anche di ordine statuale: riusciranno le rivolte a non far precipitare i Paesi nel caos e ad evitare il pericolo di un fallimento effettivo dello Stato? Perché se è certo che non basta la cacciata di un tiranno a far collassare un sistema è anche vero che il rischio esiste. L’Odissea degli Stati falliti è stata significativa: essi sono passati dalla periferia al centro della politica globale. Durante la Guerra Fredda la dissoluzione degli Stati era infatti vista attraverso il prisma del conflitto fra superpotenze, e raramente veniva indicata come un pericolo in sé e per sé. Negli anni 90 i “failed states” sono stati per lo più di competenza degli attivisti delle organizzazioni umanitarie e dei diritti umani, anche se hanno avuto il limite di monopolizzare l’attenzione su quella che allora era l’unica superpotenza mondiale, che ha condotto interventi in Somalia, Haiti, Bosnia e Kosovo. Poi è arrivata la decisione congiunta di attaccare l’Iraq e da allora la situazione degli Stati falliti sembra essere peggiorata, non fosse altro perché ha attivato una fase di profonda instabilità regionale. Oggi tutti se ne preoccupano. Le pericolose esportazioni degli Stati falliti - che siano terroristi internazionali, signori della droga o arsenali di armi - sono oggetto di timori e discussioni. Nonostante tutta questa nuova attenzione, continua però a esserci incertezza circa la definizione e la dimensione del problema. Come riconoscere uno Stato fallito? Un governo che ha perso il controllo del suo territorio o il monopolio dell’uso legittimo della forza si è ovviamente guadagnato una simile etichetta. Ma questa condizione è propria - in maniera eclatante - di due soli Stati: la Somalia e lo Yemen. E certamente non può essere valida né per la Tunisia né per l’Egitto. La Libia, evidentemente, è un caso a parte. Così come lo sono i Paesi che si affacciano sul Golfo. Ma una cosa è certa: un tempo i leader politici si preoccupavano degli Stati che accumulavano potere, oggi degli Stati in cui il potere è già assente o rischia di esserlo.

Ne scrivono: Arezzo, Camporini, Cristiani, El Khoury, Guglielmo, Nativi, Silvestri, Stefanini


D

ossier

NON BASTA LA CACCIATA DI UN DITTATORE PER CONSIDERARE UN PAESE AL COLLASSO

LA CADUTA DEGLI STATI DI •

C

STEFANO SILVESTRI

i sono molti diversi punti di vista per considerare uno stato “fallito”. Tecnicamente dovrebbe essere uno stato incapace di esercitare le sue funzioni: ma fino a che punto e quali funzioni in particolare? Se ci si attiene ad una definizione “classica” ci si riferisce in genere alla perdita del monopolio circa il legittimo uso della forza. Ma anche l’incapacità di assicurare servizi

essenziali, come la sanità, l’elettricità o l’acqua potrebbero essere dei buoni indicatori. Uno stato fallito potrebbe non essere in grado di imporre e riscuotere le tasse, oppure più semplicemente essere incapace di mantenere i rapporti con gli altri stati, e così via. Altri si limitano a parlare di “collasso” dello stato, di incapacità ad assicurare la sua esistenza nel tempo. La rivista americana Foreign Policy, assieme con il centro di ricerca Fund for Peace producono, sin dal 2005, un “Indice degli Stati Falliti”, o che potrebbero fallire: una sorta di graduatoria dello stato di salute degli stati, che dovrebbe misurare la distanza da un loro eventuale collasso. L’Indice naturalmente non pretende di avere capacità divinatorie: uno stato sull’orlo del collasso può andare avanti indefinitamente, mentre un altro apparentemente più in buona salute può collassarte improvvisamente, a seconda delle circostanze. Tuttavia l’Indice ha il pregio di individuare una serire di “elementi di criticità”, o indicatori, da tenere sotto controllo, e di

definire così indirettamente cosa esso intende per “stato fallito”: quello in cui questi indici, nel loro complesso, sono al livello più alto. Si tratta di indicatori sociali, economici e politici. Quelli sociali sono: • la pressione demografica, messa in rapporto con le risorse vitali, il territorio ed un insieme di fattori di possibile crisi (epidemie, conflitti territoriali, religiosi, eccetera); • massicci esodi di profughi o di altre comunità costrette ad abbandonare i loro territori, e i problemi umanitari connessi; • l’eredità negativa di conflitti passati o di altre rivendicazioni di gruppo; • una situazione di grave “fuga di cervelli”, prolungata nel tempo o cronica. Quelli economici: • uno sviluppo economico ineguale, secondo linee divisorie comunitarie (ineguaglianza di gruppi sociali, religiosi, tribali, eccetera); • un brusco e/o molto forte crollo economico, collasso della moneta, crescita dell’economia “nera” o illegale, fuga di capitali; 5


Risk

Bisogna rassegnarsi al fatto che il collasso di uno stato o di un regime non può essere anticipato da calcoli o valutazioni, anche piuttosto sofisticate. Vi è sempre un fattore imponderabile che in ultima analisi è anche il più importante e che è molto difficile da calcolare in anticipo Quelli politici: • criminalizzazione o delegittimazione dello stato dovuta a situazioni di corruzione endemica, mancanza di trasparenza e di rappresentatività politica, eccetera; • degrado progressivo dei servizi pubblici, ivi inclusa la capacità di proteggere i cittadini dalla criminalità, dal terrorismo eccetera • violazioni gravi, diffuse e prolungate dei diritti umani; • trasformazione degli apparati di sicurezza in uno “stato nello stato”; • frammentazione delle élites di governo secondo logiche settarie o di gruppo; • interventi di altri stati o di altri fattori esterni, militari, paramilitari o anche civili (come ad esempio la dipendenza eccessiva dagli aiuti internazionali o dall’intervento di missioni umanitarie o di peace-keeping). Stando a questi indicatori, nel 2010 tra i 20 stati già falliti o più esposti al collasso, ben 12 sarebbero in Africa (nera o sub-sahariana). I paesi arabi delle rivolte di questi giorni sono invece molto meglio piazzati, salvo lo Yemen (che è al 15° posto). L’Egitto è il numero 49, 6

l’Algeria il 73, la Libia il 112 e la Tunisia addirittura il 121. Naturalmente è sempre possibile pensare che le valutazioni degli analisti circa gli indicatori di quei paesi siano state semplicemente sbagliate o male informate. Ma probabilmente la realtà è un po’ diversa, e apre maggiori dubbi sulla effettiva possibilità di basarsi su un sistema di indicatori (per quanto sofisticato e completo esso possa apparire). Bisognerebbe infatti prendere in considerazione anche la percezione locale della rilevanza di questi indicatori: alcuni, per quanto oggettivamente significativi, potrebbero infatti apparire meno importanti rispetto ad altri, agli occhi dei cittadini di quegli stati, determinando così anche il loro grado di accettazione dello stato e la loro disponibilità a sostenerne la legittimità. È anche evidente come tali percezioni possano cambiare a seconda del tempo e delle circostanze, anche molto rapidamente. Così, ad esempio, in Tunisia, la crisi economica e la disoccupazione, unite ad un aumento importante dei prezzi dei prodotti alimentari, hanno reso del tutto insopportabile agli occhi della popolazione l’altissimo ed evidente livello di corruzione del regime, portando al suo crollo, e questo malgrado il fatto che tale corruzione esistesse da anni e fosse già ben nota. Tuttavia l’Indice può avere un interesse aggiuntivo se si esamina la sequenza storica delle sue valutazioni. Si vede così ad esempio che nel periodo tra il 2005 e il 2010 l’Afghanistan, partito dall’undicesimo posto, è approdato, anno dopo anno, al sesto, con un lento ma progressivo peggioramento della sua situazione. La Somalia ha avuto un andamento più erratico, passando dal numero 5 al 7, poi al 3 e finalmente, stabilmente negli ultimi tre anni, al primo posto. L’Iraq ha anch’esso avuto oscillazioni, ma in senso inverso, passando dal numero 4 al 7. Lo Yemen è stato valutato in modo estremamente erratico: nel 2005 era 8°, nel 2006 16°, nel 2007 e


dossier nel 2008 era uscito dalla rosa dei primi 20, nel 2009 era ricaduto al 18° posto e nel 2010 al 15°. E così via. Inevitabilmente oscillazioni così larghe sono indicative della difficoltà intrinseca in ogni tipo di giudizio rispetto alla solidità e credibilità di uno stato, ma riflettono anche la percezione di situazioni che vanno peggiorando o migliorando nel tempo. Al di là della esattezza dei giudizi queste oscillazioni sono già una indicazione intuitiva degli apprezzamenti complessivi da parte degli analisti e possono suonare un campanello d’allarme. Bisogna però rassegnarsi al fatto che il collasso di uno stato o di un regime non può essere anticipato da calcoli o valutazioni, anche piuttosto sofisticate. Vi è sempre un fattore imponderabile che in ultima analisi è anche il più importante e che è molto difficile, spesso impossibile, calcolare in anticipo. Una riprova evidente di ciò è riscontrabile proprio negli eventi che si sono succeduti in questi giorni in Tunisia, Egitto e Libia: l’ampiezza e la forza delle manifestazioni popolari che hanno portato alla caduta di quei regimi è stata del tutto inattesa, sia per i governi in carica che per le forze tradizionali di opposizione. A volte tali fenomeni possono non avere successo, come ad esempio i 51 giorni di protesta popolare dipanatisi nel 1989 in Cina, e che vengono ricordati come “la rivolta di piazza Tienanmen”, o le ripetute manifestazioni organizzate in Iran contro Ahmadinejad. Altre volte hanno un successo solo parziale, ed evolvono verso altri equilibri, non necessariamente più stabili dei precedenti. Ma comunque, la loro caratteristica è in genere quella di essere inaspettati. Questa è probabilmente una delle ragioni che rende così difficile intervenire con operazioni di state-building (o anche più semplicemente di régime-change) sui cosiddetti stati falliti o che stanno collassando. È difficile ricostruire o consolidare quando non si ha il controllo o addirittura la semplice conoscenza delle forze

che hanno portato allo crisi. Così, ad esempio, l’accordo - raggiunto dalle principali potenze intervenute in Afghanistan dopo gli attentati dell’11 settembre - di mettere al potere a Kabul il governo Karzai, risolveva il problema immediato di avere un interlocutore unico afgano per la ricostruzione del paese, ma non affrontava le ragioni profonde che avevano portato al collasso del precedente regime e all’arrivo dei talebani, e finiva quindi per riproporre uno schema già fallito nel passato recente, complicando enormemente la strategia della coalizione. In realtà una delle difficoltà ad intervenire per risolvere le crisi legate agli stati falliti è quella che nella maggioranza dei casi si realizza una commistione di diverse priorità: si parla di stati falliti, ma si pensa in primo luogo a contenere o rovesciare “stati canaglia”, in atto o potenziali. In altri termini vengono condotte operazioni militari e di carattere difensivo o di contenimento di minacce di vario tipo (terroristiche, criminali, di destabilizzazione regionale, di proliferazione delle armi di distruzione di massa, eccetera) assieme ad altre operazioni di “ricostruzione”, ma inevitabilmente le prime prendono il sopravvento sulle seconde. D’altro lato, dopo il successo elettorale di Hamas a Gaza, si è anche consolidato il timore che ogni processo di democratizzazione finisca per coincidere con la vittoria elettorale delle forze più radicali ed estremiste, accrescendo il rischio di una più alta conflittualità e danneggiando i nostri interessi strategici. Nei fatti non è affatto detto che quello scenario palestinese debba necessariamente realizzarsi anche in altri luoghi. L’andamento delle libere elezioni che hanno avuto già ripetutamente luogo in Iraq ha certamente creato instabilità e timori, ma non ha visto la vittoria degli estremisti e simili sviluppi sono molto probabili anche per l’Egitto e la Tunisia, specialmente se essi potranno contare su un contesto di effettiva solidarietà interna7


Risk zionale. A controprova della positività della scelta democratica nel lungo periodo, si può ricordare come sembri ormai certo che l’ultima vittoria elettorale di Ahmadinejad in Iran sia stata ottenuta solo grazie a brogli massicci, che hanno profondamente distorto i risultati reali delle urne. Ne possiamo quindi dedurnre la conclusione che la confusione di priorità e strategie non chiaramente connesse con la realtà della situazione nell’area di conflitto, finisce per confondere le acque e accrescere i rischi di un aggravamento della crisi, rendendo molto più difficile l’attuazione di una effettiva strategia di risoluzione dei problemi degli stati falliti. È impossibile affrontare le crisi legate al collasso di stati e/o regimi senza sapere dove si vorrebbe andare a parare e come. Una formula che cerca di evitare i problemi più spinosi è quella della “modernizzazione” degli stati in crisi. Uno stato più moderno ed efficace è un bene in sé, al di là delle scelte ideologiche o religiose. Un simile approccio tenta di individuare e favorire elementi di maggiore stabilità ed efficienza che accrescano la legittimità dello stato a monte delle scelte politiche della sua dirigenza e può favorire l’instaurazione di un dialogo e di una cooperazione di più lungo periodo. Tuttavia l’idea che si possa puntare, in una situazione di collasso o di grave crisi, a rafforzare una sorta di “neutralità” dello stato è anche scarsamen-

È indispensabile una più accurata e sofisticata politica di intelligence e diplomatica che aiuti a conoscere meglio e con più largo anticipo le trasformazioni reali in atto negli stati in bilico 8

te credibile, a meno di non mascherare dietro tale formula l’instaurazione di un nuovo regime autoritario (basato ad esempio sul predominio delle Forze Armate), visto ancora una volta come la necessaria e probabilmente lunga “fase di transizione” necessaria per “educare” la società verso una prospettiva ad una società genuinamente democratica che potrà forse realizzarsi solo in un futuro lontano e indeterminato, su graziosa concessione della autocrazia al potere. Ma questa soluzione sarebbe tutt’altro che una novità e non farebbe che confermare la tesi che negli stati a rischio di fallimento l’unica scelta possibile è quella tra la dittatura e l’estremismo più radicale. Una sorta di formula “lose-lose” che rischia di rendere i nostri paesi strategicamente impotenti di fronte ad ogni processo di trasformazione sociale e politica, e quindi anche di vanificare ogni ambizione di poter controllare of invertire i fenomeni di collasso degli stati. C’è certamente un forte interesse europeo ed americano a garantire un alto tasso di stabilità e continuità dai rapporti con i paesi a rischio di fallimento, in particolare con quelli di maggiore importanza strategica (per collocazione geo-politica, importanza delle risorse da essi controllate, peso demografico, eccetera), ma non al punto da opporsi ad ogni evoluzione. Soprattutto mancano sia la volontà politica, sia il consenso popolare, sia infine le ingentissime risorse che sarebbero invece necessarie ad una politica di repressione globale. L’improponibilità di una simile strategia suggerisce quindi l’opportunità di puntare in tutt’altra direzione: non di opporsi al mutamento, ma di favorirlo e allo stesso tempo di tentare di influenzarlo, indirizzarlo o condizionarlo in direzione di una maggiore gradualità e moderazione. Ma sembra chiaro come sia difficile, se non impossibile, imboccare questa direzione senza allo stesso tempo concedere maggiore fiducia alle forze della trasformazione, e abbandonando rapidamente l’idea di poter difendere


vecchi equilibri ormai giunti al termine. Una simile strategia è tutt’altro che facile e potrebbe anch’essa risolversi in un grave fallimento ove fosse condotta con eccessiva precipitazione ed ingenuità, tuttavia ha se non altro il vantaggio di poter sfruttare pienamente alcuni punti di forza delle società democratiche e industrialmente più sviluppate quali la tecnologia della informazione globalizzata, la multidimensionalità degli approcci economici, politici e culturali, l’alto livello di competenza in ogni forma di dialogo, la maggiore flessibilità in termini di possibili compromessi, eccetera. Se pure in qualche caso si dovessero stringere patti “col diavolo”, ci si potrebbe se non altro assicurare che sia un diavolo vincente. Ciò sottolinea anche l’esigenza da una più accurata e sofisticata politica di intelligence e diplomatica che aiuti a conoscere meglio e con più largo anticipo le trasformazioni reali in atto negli stati in bilico. Anche se sarà comunque molto difficile prevedere l’inaspettato (l’ormai classico dilemma del “cigno nero” in grado di vanificare i migliori modelli di intervento preventivo), dovrebbe risultare più agevole e veloce l’analisi delle conseguenze di ciò che è avvenuto e l’approntamento di una nuova strategia di dialogo e/o di condizionamento attivo.


Risk

L'ODISSEA DEI PAESI FALLITI: DA LUOGHI MARGINALI AD EPICENTRO DELLA POLITICA GLOBALE

LE PERIFERIE CHE INCENDIANO IL MONDO DI •

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MAURIZIO STEFANINI

attori sociali, economici e politici sono alla base del fallimento di uno Stato. Stefano Silvestri, nell’articolo precedente, lo ha ben spiegato e quindi non tornerò sulla questione e sulle singole voci che, annualmente, Foreign Policy usa come parametro di diagnosi. Già l’elenco fatto, comunque, dà un’idea da Inferno dantesco: nel senso compilativo,

intendiamo, per cui la media tra etica aristotelica e morale cristiana usata da Dante per classificare i peccati lo portava spesso a far punire con la stessa pena coloro che avevano rifuggito il giusto mezzo andando agli estremi opposti. Gli iracondi, ad esempio, assieme con gli accidiosi; e gli avari con i prodighi. Nella classifica finale che si elabora a partire da una media tra i dodici indici di Foreign Policy, ad esempio, il Paese numero uno è la Somalia. E qui la nozione di Stato fallito coincide in pieno col concetto che alla locuzione darebbe il senso comune. Effettivamente, in Somalia lo Stato ha smesso di esistere nella guerra civile che vent’anni fa ha seguito la deposizione di Siad Barre e che, attraverso varie fasi convulse, non è mai finita. Malgrado i vari tentativi di intervento multinazionale, da quello sponsorizzato dall’Onu a guida Usa a quello sponsorizzato dall’Oua a guida etiopica. Dopo oltre 450mila morti, tuttora il Paese è diviso tra almeno nove autorità di fatto diverse. Dieci, se vogliamo metterci pure quei pirati che stanno bloccano la rotta per Suez, contribuendo a far lievitare i prezzi del petrolio. Effettivamente, sui dodici indici considerati con un voto possibile da 1 a 10, la Somalia ha 10 su ben 10

quattro: i rifugiati, la delegittimazione dello Stato, il peso dell’apparato di sicurezza (qui ridotte a milizie e bande armate) e la faziosità delle élites. La violazione dei diritti umani è invece a 9,9; l’eredità dei torti vale 9,7; pressione demografica, declino economico, servizi pubblici e intervento esterno a 9,6; ma l’incitamento all’esodo è invece a 8,3, e lo sviluppo squilibrato a 8. Che è sì alto: ma Israele sta a 7,7, la Cina a 9, l’India a 8,7, la Russia a 7,9, il Messico anch’esso a 8, il Sudafrica a 8,5. Come a dire che a spararsi addosso ed a assaltare navi i somali in fondo seguirebbero anche una loro vocazione. Comunque, la Somalia arriva poi a un punteggio totale di 114,3. Secondo però è il Ciad, con 113,3. Che certamente è uno dei Paesi più poveri del mondo: ma davvero il non avere più autorità in grado di rilasciare passaporti e gestire ambasciate vale un semplice peggioramento di 1,1 punti? Terzo è il Sudan con 111,8, che effettivamente con il referendum del Sud ha appena deciso di dividersi in due. Ma qui abbiamo già tre tipologie diverse: uno Stato scomparso; uno stato assolutamente inefficiente; uno Stato che si è scisso. Il numero 4 dello Zimbabwe, a 110,2, è un’altra fattispecie ancora: uno Stato autoritario ma talmente


dossier inefficiente da provocare un’inflazione tale che alla fine si è dovuto semplicemente abolire la valuta nazionale, affidandosi a quella straniera. Come gli avari e i prodighi della Divina Commedia erano costretti a spingere gli stessi massi nello stesso Quarto Cerchio, come iracondi e accidiosi erano assieme sommersi nella palude dello Stige nello stesso Quinto Cerchio, così qua vediamo i primi posti della lista di Foreign Policy dati sia a chi non ha più uno Stato; sia a chi ha ne ha avuto uno talmente oppressivo da provocare per reazione il venir meno di alcune sue funzioni essenziali. Si potrebbe chiosare che anche in Somalia la dissoluzione dello stato è venuta in reazione alla dittatura di Siad Barre. Seguendo però la classifica vediamo che dopo il quinto posto della Repubblica Democratica del Congo con 109,9, altro Paese travagliato da guerre civili che hanno portato a un massiccio intervento straniero, sesto è con 109,3 l’Afghanistan e settimo con 107,3 l’Iraq. E qui parliamo di regimi che si reggono grazie a un importante appoggio straniero, e che sono nati invece in nome dell’esportazione della democrazia. Dopo altri due Paesi africani, la Repubblica Centrafricana con 106,4 e la Guinea con 105, viene con 102,5 il Pakistan, che è vicino dell’Afghanistan. Però lì non c’è stata esportazione della democrazia, e piuttosto certi problemi strutturali vengono dal modo stesso in cui il Pakistan è nato, per volontà dei musulmani indiani di non voler stare nello stesso Stato degli indù. Poi c’è Haiti, con 101,6: e lì torniamo a uno Stato che sta per scomparire per propria debolezza, e che è tenuto su dall’intervento internazionale. Altri Paesi africani, più o meno straziati da faide interne: Costa d’Avorio 101,2, Kenya 100,7, Nigeria 100,2. Solo al posto numero 15, punteggio 100, troviamo lo Yemen: il messo peggio in questa classifica, di quei Paesi arabi che hanno iniziato a saltare a partire dalla Rivoluzione dei Gelsomini in Tunisia. Va ricordato peraltro che né Tunisia è né Egitto stavano tra i primi 37 posti della zona classificata come pericolosa. La Tunisia era infatti 116esima con 67,5: appena un

posto e un decimo di punto peggio del Brasile, 117 con 67,4, che nelle cronache degli ultimi anni è invece salutato come la nuova potenza economica emergente. Zona arancione: con problemi, ma non allarmanti. Un po’ più grave ma pure in zona arancione era classificato l’Egitto: 49esimo posto, 87,6. Ma torniamo alla zona rossa. Sedicesimo viene un altro Stato troppo presente: l’autoritaria Myanmar, ancorché dopo lo sforzo di lifting delle elezioni fasulle, con 99,4. Diciassettesimo un altro Stato indeciso tra l’autoritarismo e l’assenza: l’Etiopia, con 98,8. Diciottesimo un Paese dalla recentissima indipendenza ancora a consolidare: Timor Est, con 98,2. E diciannovesimo un altro Paese in cui lo Stato pur che fallito appare fin troppo efficiente, anche se in nome di questa efficienza succhia risorse alla società fino al punto di provocare carestie: la Corea del Nord, con 97,8, ma ex aequo con l’altro Stato africano del Niger. Ovviamente si potrebbe andare ancora avanti. La “zona rossa” continua con Uganda, Guinea-Bissau, Burundi, Bangladesh, Sri Lanka, Nepal, Camerun,Malawi, Sierra Leone, Eritrea, Congo, Iran, Liberia, Libano, Burkina Faso, Uzbekistan e Georgia. La successiva “zona arancione” inizia col 38esimo posto del Tagikistan (89,2) e arriva al 129esimo della Mongolia (60,1). La zona gialla, problemi non gravi, va dal 130esimo posto di Panama, 59,3, al 164esimo del Giappone, 31,3. In questa zona c’è anche l’Italia: 149esima, con 45,7. E in fondo c’è la zona verde, non potrebbe andare meglio: dal 165esimo posto dell’Islanda, 29,8, al 177esimo della Norvegia, 18,7. E qui viene qualche dubbio, tenendo conto di quanto è successo in Islanda con la crisi. D’altra parte l’Irlanda sta al posto 173 con 22,4: meglio di lei ci sarebbero solo Norvegia (18,7), Finlandia (19,3), Svezia (20,9) e Svizzera (21,8). Insomma, secondo questa tabella ci sarebbe uno dei famigerati Pigs che starebbe meglio di tutti i G8 del direttorio mondiale. Tra l’altro, del G8 solo il Canada sarebbe in zona verde: 166esimo, 27,9, a pari merito con i Paesi Bassi. Degli altri, come già ricordato il Giappone è il più virtuoso della 11


Risk

Lo sviluppo più squilibrato del mondo ce l’hanno con 9,5 Sudan e Repubblica Democratica del Congo. Il più armonioso con 1,7 la Finlandia. Anche se i due estremi sono poi collegati: il coltan, materia prima tra le più ambite dalle milizie che si combattono in Congo, è infatti essenziale per fabbricare i cellulari alla base del modello Nokia zona gialla: 164esimo, 31,3. Un Paese che ha fatto passare un intera Presidenza di turno europea senza riuscire a formare un governo come il Belgio, a 32, e un altro Pigs come il Portogallo, a 33,1, precederebbero il Regno Unito, 161esimo con 33,9. La Francia sarebbe poi 159 con 34,9; gli Stati Uniti 158esimi con 35,3; la Germania 157sima con 35,4; e l’Italia appunto 149esima, con 45,7. Appena meglio di Argentina (45,8) e Grecia (45,9); ma peggio della Spagna (43,5). Tutti in giallo. Unica in arancione la Russia: ottantesima con 79. È appena meglio dell’India (79,2), mentre per il resto del Bric la Cina è 62esima con 83 e il Brasile 119esimo con 67,4. Tutti in zona arancione assieme alla potenza emergente africana del Sudafrica: 115esimo con 67,9. Ovvio che di fronte a una tale massa di dati venga voglia di esaminare i vari record. Vediamo ad esempio i dodici criteri. Pressione demografica: il peggio non è la Somalia ma la Repubblica Democratica del Congo, con 9,9; l’unico Paese sotto l’1 è l’Islanda con 0,8; l’Italia è a 4. Punteggi superiore al 9 oltre a Repubblica Democratica del Congo e Somalia ce li hanno Ciad, Zimbabwe, Afghanistan, Repubblica Centrafricana, Haiti, Kenya, Etiopia, Niger, Burundi, 12

Malawi, Sierra Leone, Burkina Faso in zona rossa; Ruanda, Zambia, Swaziland, Lesotho in zona arancione. Rifugiati e profughi: 10 ce l’ha la Somalia; sotto l’1 c’è solo lo 0,9 di Singapore, che peraltro sta in zona gialla e non verde. L’Italia è al 3,9. Sopra il 9 stanno Ciad, Sudan, Repubblica Democratica del Congo, Afghanistan, Repubblica Centrafricana, Timor Est, Sri Lanka. Sotto il 2 stanno in zona arancione Paraguay e Mongolia; in zona gialla Oman, Maurizio, Uruguay, Slovenia, Portogallo, Belgio e Germania; in zona verde Islanda, Lussemburgo, Nuova Zelanda, Danimarca, Irlanda, Svizzera, Finlandia e Norvegia. Sull’eredità dei torti, il massimo ce l’ha con 9,9 il Sudan delle lunghissime guerre civili del Sud e del Darfur. Il minimo con 1 l’Islanda: qualche maligno potrebbe chiosare che effettivamente l’isola fu popolata da gente come Erik il Rosso, che essendo fuggiaschi dalla giustizia norvegese hanno immesso nella cultura dei loro discendenti un dna interessato a dimenticare certe cose, piuttosto che a perpetuarle. Ma ha 1 anche l’Irlanda, che avrebbe così superato le ataviche recriminazione del passato sulla lunga dominazione inglese. Sopra il 9 stanno anche Somalia, Ciad, Afghanistan, Iraq, Pakistan, Nigeria, Sri Lanka, Nepal e Libano nella zona rossa; ma c’è anche Israele con i Territori Occupati in zona arancione. Sotto il 2 ci sono Svezia, Finlandia e Norvegia. L’Italia ha un 4,8 che suona discretamente alto per la sua categoria. Ma poi scopriamo pure il 5,6 francese e il 6,3: forse c’è un problema caratteriale latino. L’incitamento all’esodo umano ha il proprio massimo responsabile in Robert Mugabe, che sta al 9,7. Al polo opposto gli Stati Uniti, che con l’1,1 confermano la propria vocazione storica di meta per immigrati. Sopra il 9, a parte lo Zimbabwe, sta solo l’Iraq degli attentati di Al Qaeda contro i non sunniti. Sotto il 2 stanno in zona gialla anche Francia, Regno Unito e Belgio; in zona verde Paesi Bassi, Lussemburgo, Australia, Austria, Danimarca, Svizzera, Norvegia. L’Italia è al 2,8: un minimo effetto il non appoggio


dossier ai giovani ricercatori lo produce. Lo sviluppo più squilibrato del mondo ce l’hanno con 9,5 Sudan e Repubblica Democratica del Congo. Il più armonioso con 1,7 la Finlandia. Anche se i due estremi sono poi collegati: il coltan, materia prima tra le più ambite dalle milizie che si combattono in Congo, è infatti essenziale per fabbricare i cellulari alla base del modello Nokia. Modelli di sviluppo squilibrato sopra il 9 non e li hanno comunque solo Ciad, Zimbabwe, Repubblica Centrafricana, Nigeria, Myanmar e Nepal in zona rossa, ma anche la galoppante Cina, assieme ad altri due Paesi di area arancione: Angola e Papua-Nuova Guinea. Una crescita armoniosa tra il 2 e il 3 ce l’hanno in zolla gialla Oman, Corea del Sud e Giappone; in zona verde Islanda, Lussemburgo, Irlanda, Svizzera, Svezia e Norvegia. L’Italia è a un 4,5, che sarebbe comunque più virtuoso sia del 4,7 tedesco che del 5 spagnolo, del 5,3 francese e del 5,4 Usa. Il record del declino economico sembra in effetti confermare l’idea dantesca, che anche in materia di Stato il troppo e il troppo poco si equivalgono: 9,6 la Somalia, 9,6 lo Zimbabwe, 9,6 la Corea del Nord. E sta lì pure il 9,2 di Haiti, alla pari con Niger e Malawi. Qui c’è però pure il 7,2 islandese, che è il punteggio più alto di tutti gli indici di tutti gli Stati della zona verde. Viene dunque chiarito il dubbio che era venuto sentendo parlare di “sviluppo equilibrato” di Irlanda e Islanda: effettivamente, la classifica aveva tenuto conto dei recenti disastri bancari. La crisi si riverbera anche nel fatto che nessuno sta sotto al 2. La messa meglio è la Svezia, con un 2,2. Sotto il 3 stanno anche Norvegia, Svizzera, Austria, Lussemburgo e Canada in zona verde; la Corea del Sud in zona gialla. L’Italia sta a 4,7, come il Portogallo: contro il 3 del Regno Unito, il 3,5 del Giappone, il 3,6 della Francia e della Germania, il 4 degli Stati Uniti. Gli Stati più delegittimati del mondo sono, con 10, Somalia e Afghanistan. Ma Ciad, Sudan e Corea del Nord stanno al 9,9; la Guinea al 9,8; lo Zimbabwe e Myanmar al 9,6; la Nigeria al 9,4; Haiti e Kenya al 9,3; Timor Est, Guinea-Bissau e Congo al 9,1; Iraq,

Repubblica Centrafricana, Costa d’Avorio, Iran e Georgia al 9. Il più legittimato è con 0,7 la Finlandia, seguita dallo 0,8 di Svezia e Norvegia, dall’1 di Nuova Zelanda e Svizzera, dall’1,1 della Danimarca e dall’1,2 dei Paesi Bassi. Il 4,5 dell’Italia è addirittura il doppio del 2,3 del disastrato Belgio, e va raffrontato all’1,6 del Regno Unito e della Spagna, all’1,8 del Giappone e della Francia, all’1,9 del Portogallo. Il 2,1 della Germania dimostrerebbe come un’unità nazionale antica può essere in questo campo più efficace di un successo economico, mentre il 2,5 degli Usa va probabilmente collegato ai ricorrenti problemi di integrazione razziale con cui il grande melting pot si confronta. Probabilmente, bisognerebbe fare la media con il primato dell’indice numero quattro.

La cosa curiosa nel campo dei servizi pub-

blici è che uno Stato formalmente esistente come il Niger li avrebbe peggiori di uno Stato scomparso come la Somalia: 9,7 contro 9,6. A 9,6 è anche la Corea del Nord e il Ciad, a 9,5 Haiti, a 9,4 lo Zimbabwe, a 9,3 il Sudan, a 9,2 la Repubblica Centrafricana, a 9,1 la Nigeria e la Sierra Leone, a 9 la Repubblica Democratica del Congo, la Guinea e il Burundi. I migliori servizi pubblici sono con 1,1 quelli norvegesi, seguiti da quelli finlandesi con 1,2; da quelli svedesi, danesi e giapponesi con 1,3; da quelli austriaci e svizzeri con 1,4; da quelli francesi, canadesi, olandesi e islandesi con 1,5; da quelli neozelandesi con 1,6; da quelli tedeschi e di Singapore con 1,7; da quelli australiani con 1,8. Potrà sembrarci strano, ma il 3,1 italiano è una delle nostre performances migliori. Teniamo conto che gli inglesi stanno al 2,3, gli spagnoli al 2,4 e gli americani al 2,5. Secondo il rapporto 2010 Stati Falliti, sul piano dei diritti umani Mugabe, malgrado la facciata pluralista, sarebbe lo stesso che l’apertamente totalitario Kim Jong Il. La classifica dell’infamia qui è: Somalia e Sudan 9,9; Ciad 9,6; Zimbabwe, Corea del Nord e Guinea 9,5; Repubblica Democratica del Congo, Iran e Guinea Equatoriale 9,4; Afghanistan 9,2; Iraq, 13


Risk Myanmar e Arabia Saudita 9,1; Cina e Turkmenistan 9. Qua la situazione particolarmente negativa si coglie nel fatto di trovare sopra al 9 anche Paesi di fascia arancione e non rossa come Guinea Equatoriale, Arabia Saudita, Cina e Turkmenistan. Ma è anche forte la perplessità sul mettere assieme le violazioni dei diritti umani causate dalla repressione diretta dei governi, con i casi in cui come l’Iraq il peggio è venuto dall’incapacità del governo di tenere le bande armate a freno. Anche se è effettivamente vero che per le vittime il risultato è poi lo stesso. È significativo che anche i voti positivi non sono molto alti. In testa è infatti l’1,3 di Paesi Bassi, Lussemburgo e Danimarca, seguito dall’1,5 di Belgio, Nuova Zelanda, Irlanda e Finlandia e dall’1,6 di Austria e Norvegia. L’Italia sta a 3, contro il 2,3 di inglesi e tedeschi, il 2,5 degli spagnoli, 2,7 dei tedeschi e il 3,7 degli americani. La pena di morte fa forse qui sentire il suo peso. All’indice numero 10, il voto 10 della Somalia esprime la situazione estrema di uno Stato che non esiste più ed esistono solo le bande armate. Il Ciad è a 9,9, Sudan e Repubblica Democratica del Congo a 9,8, l’Afghanistan, il Pakistan e la Repubblica Centrafricana a 9,7, l’Iraq a 9,5, la Guinea a 9,4, la Nigeria a 9,3, lo Zimbabwe a 9,2. I punteggi positi-

L’area più fallita del pianeta è l’Africa. Non solo detiene i primi cinque posti della classifica, ma fra i venti a rischio collasso ne ha ben 12. Il Paese africano messo meglio sta però subito avanti l’Italia: Maurizio, 150esimo a 44,4. Il Sudafrica e le Seychelles sono 115esimi con 67,9 14

vi hanno i massimi nell’1 della Finlandia; nell’1,1 di Islanda, Paesi Bassi, Austria e Nuova Zelanda; nell’1,2 di Canada, Svizzera e Norvegia; nell’1,3 della Svezia. Qua in Italia risaliamo al 4,2: alto soprattutto in comparazione all’1,6 americano e francese, anche se la Germania risale poi al 2,2, il Regno Unito al 2,7 e la Spagna addirittura al 5,3. Insomma, l’Eta peggio delle mafie.

La Somalia ha evidente

anche il record di frazionismo, pure con 10. Livelli particolarmente alti sono anche il 9,9 del Sudan, il 9,8 del Ciad, i, 9,6, dell’Iraq, il 9,5 dello Zimbabwe, dell’Iran e del Pakistan, il 9,4 dell’Afghanistan, dello Sri Lanka e della Nigeria, il 9,3 della Guinea, il 9,2 dello Yemen e della Bosnia-Erzegovina, il 9,1 della Repubblica Centrafricana e della Georgia, il 9 dell’Etiopia e dell’Uzbekistan. Da notare che la Bosnia-Erzegovina sta nell’area arancione. Svizzera e Finlandia sono due Paesi plurinazionali che con il loro primato di 1, condiviso con la Danimarca, dimostrano la possibilità di evitare il frazionismo malgrado l’eterogeneità etnica. Con 1,1 sta poi la Norvegia,con 1,2 un altro Paese plurinazionale come la Nuova Zelanda assieme al Portogallo, con 1,3 la Svezia e la Slovenia, con 1,5 l’Irlanda, l’Australia e il Cile. L’Italia sta a 4: contro il 2 della Francia e della Germania e il 3 del lacerato Belgio, ma il Regno Unito sta a sua volta a 3,2 e gli Usa a 3,3 Infine, l’intervento di altri Stati o fattori esterni. Qui il peggio è il 10 dell’Afghanistan, contro il 9,7 di Ciad e Repubblica Democraica del Congo; il 9,6 di Somalia, Sudan, Repubblica Centrafricana e Haiti; il 9,5 dell’Iraq e della Costa d’Avorio; il 9,3 del Pakistan; il 9,2 di Timor Est. Il Paese più indipendente del mondo sarebbe invece la Nuova Zelanda, con 0,9. Seguirebbero la Svizzera con 1, l’Australia con 1,1, l’Irkanda con 1,3, il Canada con 1,5 e gli Stati Uniti , la Svezia con 1,6 e la Finlandia con 1,8. Può sembrarci strano, ma questo è l’aspetto in cui ce la caviamo meglio: il 2,2


dossier accomuna infatti l’Italia a Germania, Francia, Regno Unito e Germania. Ionsomma, forse non ne avremmo i mezzi: ma facciamo come ci pare lo stesso! Può meritare anche un riscontro per aree geografiche. Sembra evidente che l’area più “fallita” è l’Africa: i primi cinque posti, e 22 dei 37 dell’area rossa. Il Paese africano messo meglio sta però subito avanti l’Italia: Maurizio, 150esimo a 44,4. Il Sudafrica e le Seychelles sono 115esimi con 67,9, il Botswana 113esimo con 68,6 e la Libia 111esima con 67,9. L’Asia ha in area rossa 14 posti, a partire dal sesto dell’Afghanistan. Non arriva all’area verde, ma il Giappone è il migliore dell’area gialla: 164esimo con 31,3. Singapore è 160esima con 34,8; la Corea del Sud 153esima con 41,3; l’Oman 144esimo con 48,7; il Qatar 139esimo con 51,8; gli Emirati Arabi Uniti 137esimi con 52,4; il Bahrein 133esimo con 58,8. Haiti, undicesima con 101,6, è l’unica nell’area rossa appartenente alle Americhe.

Che considerate nel loro complesso sono

l’unica regione distribuita tra tutte le aree visto il 166esimo posto del Canada in area verde, con 27,9. Gli Stati Uniti sono poi 158esimi con 35,3; il Cile al 115esimo posto con 38 è il migliore dei latinoamericani; l’Uruguay è 153esimo con 41,3; l’Argentina 148esima con 45,8; il Costa Rica 138esimo con 52. Le Americhe sono però particolarmente affollate in area arancione. Qui la Colombia malgrado i recenti miglioramenti continua a essere considerata come lo Stato più a rischio: 46esima, con 88,2. La Bolivia è 53esima con 84,9, e il Nicaragua 65esimo con 82,5. Il peggio dell’Europa è pure in area arancione la Moldavia: 58esima con 83,8. Segue la Bosnia-Erzegovina: sessantesima con 83,5. La Russia, ottantesima con 79. E la Bielorussia, 82esima con 78,7, mentre la Serbia Kosovo è 86esima con 77,8. Il peggior Paese dell’Ue è al 126esimo posto la Bulgaria con 61,2, accompagnata in zona arancione dalla Romania al 128esimo con 60,2. Sarebbe meglio la Mongolia,

che guida la zona arancione al 129simo con 60,1. Al 145esimo posto Malta è il punto più basso dell’Europa Occidentale, con 48,2. La Slovenia al 156esimo posto è il migliore dei Paesi ex-comunisti, con 36. All’Europa appartengono poi 10 dei 13 Paesi dell’Area Verde. I restanti due Paesi dell’Area Verde sono dell’Oceania: Nuova Zelanda, 171esima con 23,9; e l’Australia, 168esima con 27,3. Il resto dell’Oceania sta in area arancione. Quello che sta meglio è la Micronesia: posto 108 con 70,6. Quello che sta peggio le Isole Salomone: 43esime, con 88,6. Il lettore avrà notato che gran parte dei Paesi, anche quelli di cui si parla di più, scompaiono nella medietà degli indici. Non emerge il boom di Cindia, ma non emerge neanche la sanguinosa guerra dei narcos in Messico, malgrado la crescente sensazione della stampa Usa che ci sia uno Stato fallito proprio oltre il confine sud. Né emerge la sensazione ormai diffusa che, ad esempio, la Colombia ce l’abbia invece fatta a uscire dal guado. E ciò forse, accanto all’eterogeneità dei criteri di giudizio, riporta ai dubbi iniziali su quest’idea che fu lanciata dal Crisis States Research Centre della London School of Economics, ed è stata trasformata dal 2005 nell’annuale classifica di cui abbiamo appena visto la versione del 2010 grazie alla cooperazione tra il thinktank Fund for Peace e la rivista Foreign Policy. William Easterly, docente alla New York University, ne ha fatta una vivace satira come “concetto fallito”, per cinque ragioni fondamentali: porta a risposte politiche confuse; non ha avuto conseguenze concrete sul piano della politica economica; non comporta una definizione coerente, in particolare per la difficoltà di ponderare i differenti indici in maniera adeguata; non ci dice niente di nuovo sul comportamento degli Stati; nasce dall’esigenza politica di analizzare i problemi posti dalla situazione di Somalia, Bosnia. Liberia e Afghanistan. E tuttavia, la classifica continua a essere compilata. In fondo, è diventata come l’Oscar o il Nobel. Che danno ogni anno luogo a polemiche, a loro volta componenti essenziali del grande gioco. 15


Risk

PROBLEMI E OPPORTUNITÀ MILITARI E DI SICUREZZA

LA STABILITÀ VA SEMPRE DIFESA DI •

A

ANDREA NATIVI

nche se le minacce convenzionali e quelle tecnologiche emergenti (spazio, cyberwarfare etc.) rimangono cruciali e continuano ad assorbire la fetta preponderante degli investimenti a medio e lungo termine in tecnologia e ricerca e sviluppo, non vi è dubbio che le operazioni militari e di sicurezza di stabilizzazione, imposizione e mantenimento della pace, contro terrorismo e

reazione alle crisi, per non parlare della cooperazione alla sicurezza, saranno una costante in futuro, anche dopo la conclusione delle operazioni in Afghanistan (chissà quando). Del resto la pianificazione e la nuova struttura delle Forze Armate di quasi tutti i paesi Nato ed Europei considera questo tipo di eventi come qualcosa di naturale e normale, non come ipotesi eccezionale. Anzi, chi può si organizza per condurre missioni prolungate nel tempo. Gli stati falliti o fallenti o comunque quelli con gravi problemi di instabilità interna in realtà sono la maggioranza in diverse aree del globo. E visto che ormai tutti condividono la consapevolezza che la sicurezza sia in larga misura (senza esagerare) un bene globale e condiviso rientra nell’interesse nazionale o collettivo intervenire in alcune delle situazioni che, se non controllate o risolte a tempo debito, possono degenerare, creando problemi e pericoli molto più gravi in futuro. Il che naturalmente non vuol dire che i governi siano pronti o disponibili ad impelagarsi in missioni costose e spesso anche rischiose (sul piano tecnico e su quello politico) sempre ed ovunque. 16

Esistono vicende “dimenticate” considerate a torto o a ragione non rilevanti e demandate quindi all’Onu, in genere con scarsi risultati, o alla buona volontà dei singoli governi. A proposito di Onu va osservato che, se si esclude il caso degli interventi umanitari o di quelli di mantenimento della pace a bassa intensità, tutti gli altri vanno al di là delle capacità dell’organizzazione internazionale, che al massimo può ammantare di blu una missione eseguita da altri, come avviene in Afghanistan. Non solo, l’Onu non è in grado di intervenire nelle situazioni più critiche negli stati fallenti né può farlo con efficacia quando gli stati sono falliti. Come per ogni crisi, la tempestività e l’incisività degli interventi possono consentire di risolvere o almeno di contenere i danni prima che si arrivi al collasso. E da qualche tempo ormai si è ben compreso che investire risorse in anticipo consente significativi risparmi poi. Investimenti che non sono necessariamente rivolti (anzi) solo alla sfera della sicurezza e della difesa, perché il “lavoro” va condotto con un approccio integrato e omnicomprensivo.


dossier Intelligence. Mai come oggi la comunità intelli-

nizzazioni locali o quelle di partner, statali e non, regionali. Questo avviene a tutti i livelli, dall’intelligence, alla sicurezza, alla difesa. Per secoli questa è stata la policy di innumerevoli governi. Ora si tratta di adattare concetti noti a nuove realtà. La collaborazione riguarda tutti gli aspetti del comparto sicurezza: dalle strutture organizzative, all’intelligence, alle forze di sicurezza, alle forze armate. Sorprendentemente i paesi occidentali, compresi quelli con secoli di esperienza coloniale, nonché gli Stati Uniti, che per decenni hanno gestito e supportato governi e paesi “satelliti”, in Sudamerica, in Asia e in Medioriente, si sono scoperti privi di strumenti adeguati. Quanto è accaduto in Iraq prima e in Afghanistan poi è sintomatico: di fronte alla disgregazione delle istituzioni pre-esistenti (magari stabilito dagli “occupanti”, come in Iraq) non c’erano organizzazioni, personale e mezzi che potessero subentrare direttamente o che potessero rendere possibile la creazione di qualcosa di nuovo sfruttando quanto era disponibile. Paradossalmente, le cose sono andate relativamente meglio nel comparto difesa, ma è proprio nel settore della sicurezza interna che il re si è dimostrato drammaticamente nudo. E questo tra parentesi spiega perfettamente perché gli Stati Uniti apprezzino così tanto il modello rappresentato dall’Arma dei Carabinieri.

gence è messa sotto pressione, perché dovrebbe tenere sotto controllo e monitorare una quantità di situazioni e di paesi di interesse. A dispetto dei progressi nell’elettronica, del potenziamento delle strutture e delle componenti “umane” (humint), dell’aumento degli stanziamenti fin dall’11 settembre, neanche i servizi con competenze globali come quelli degli Stati Uniti sono lontanamente vicini a quel modello di “grande fratello” onnisciente diffuso nell’immaginario collettivo. Non parliamo poi dei servizi con capacità regionali, spesso gravemente spiazzati quando si delinea una esigenza informativa in aree e paesi che non sono abitualmente “coperti”. E ci sono paesi nei quali è difficile creare dal nulla e rapidamente una struttura intelligence significativa, anche affidandosi agli “stringer” a contratto. Esistono poi paesi dove ottenere intelligence con metodi tradizionali è difficile o impossibile (ad esempio Corea del Nord). In ogni caso sia un’azione preventiva sia e ancor più una successiva militare diventano ardue in mancanza di un quadro intelligence quanto più completo, aggiornato e attendibile. Ancora oggi capita che governi mandino i propri soldati in azione in territorio straniero senza neanche poterli dotare di cartine cartacee (non parliamo di quelle digitali) dettagliate e aggiornate della zona di operazioni. Ed è anche per questo che la collaborazione tra servizi in questo campo è diventata sempre più stretta ed effi- Prevenzione. Aiutare i governi deboli dei paesi cace, così come la “coltivazione”, preparazione, di interesse è una attività sempre diffusa, in Africa approntamento delle risorse intelligence dei paesi come in Asia, nel Medioriente come nel Caucaso. In qualche caso si riesce anche a mettere in sella un di interesse, attività che ha la primissima priorità. “nostro figlio di puttana”, ma quella prassi in realCollaborazione. La nuova stagione degli inter- tà appartiene a tempi ormai abbastanza remoti. venti nei paesi più o meno traballanti ha portato a Molto spesso i paesi “falliti/fallendi” hanno uno definire (o meglio, a riscoprire quanto era stato strumento militare poco efficiente, che può anche dimenticato) un nuovo modo di affrontare i proble- essere esclusivamente finalizzato a garantire la permi futuri della sicurezza, quello dell’approccio manenza al potere dei governanti, che raramente è indiretto, che limita e solo come estrema ratio l’in- in grado di sorvegliare i confini o di condurre opetervento diretto massiccio, cercando invece di razioni convenzionali su vasta scala e che regolarsfruttare al massimo le risorse, il personale, le orga- mente finisce a mal partito nei confronti di forma17


Risk zioni di guerriglia ben motivate, armate e guidate e che non è neanche in grado di affrontare sollevazioni di piazza o problemi di ordine pubblico che vadano al di là dell’ordinaria amministrazione e comunque solo ricorrendo a interventi brutali quanto inefficaci. Ne abbiamo esempi ogni giorno. E non è un caso se molti paesi spendono somme immense per crearsi un “secondo” esercito di pretoriani fidati (pensiamo ai paesi del Golfo, a partire dallo stesso Iran). L’attività di “prevenzione” consiste da un lato nel mettere le forze di sicurezza locali in grado di resistere ai tentativi di destabilizzazione e dall’altro di impiegarle, indirettamente, per combattere guerriglia e terrorismo. Oggi molti governi a rischio non fanno più gli schizzinosi quando si sentono offrire questo tipo di aiuto, che ovviamente ha un prezzo. Lo scambio sostanzialmente è “io ti aiuto a rimanere al potere, tu cerchi di eliminare i “cattivi”, specie quelli che danno fastidio a me”. I programmi di assistenza militare e di sicurezza sono all’ordine del giorno e assorbono stanziamenti per miliardi di dollari all’anno. Li conducono gli Usa, la Ue, la Nato e una moltitudine di paesi. Gli aiuti militari possono consistere in finanziamenti per acquistare armamenti, sistemi ed equipaggiamenti oppure nella cessione diretta di materiale militare dichiarato in surplus. Normalmente sono accompagnati da programmi di addestramento e da rapporti diretti tra le rispettive forze armate, con la pianificazione ed esecuzione di esercitazioni. Spesso la presenza di istruttori porta a realizzare o a occupare basi ed infrastrutture locali. La Nato nel recente vertice di Lisbona ha deciso di creare strutture e dotarsi di personale per effettuare questo tipo di assistenza in favore di paesi amici o alleati, gli Usa hanno rispolverato i concetti di Fid (Foreign Internal Defence), volti appunto ad assistere le forze militari (e oggi sempre di più anche di sicurezza) dei paesi amici. Un tempo questo tipo di missioni era appannaggio delle Forze Speciali, ma visto che queste sono impegnate allo spasimo in ope18

razioni combat, si sta cercando di trasferire il ruolo alle forze convenzionali, attingendo anche largamente alla componente di riserva. E chi dispone di istruttori e di procedure e di know how in questo campo si ritrova a possedere una capacità preziosa e molto importante quando ci si deve sedere ad un tavolo per decidere chi e come può partecipare ad uno sforzo collettivo. Gli Usa ormai hanno rotto gli indugi, basta pensare alle attività condotte su vasta scala nel continente africano da Africom, il comando dedicato alle operazioni africane. Stanno creando reparti appositi per la collaborazione con gli alleati (ad esempio stormi della componente aerea del comando operazioni speciali) e stanno sviluppando sistemi d’arma (o li acquistano per poi girarli al partner o comunque li “suggeriscono”) ottimizzati per il contrasto della guerriglia. Addirittura studiano se dotarsi direttamente di simili mezzi (aerei turboelica controguerriglia, ad esempio). Siamo solo agli inizi, il lavoro da compiere è ancora immenso, però nell’arco di pochi anni i progressi compiuti, anche sulla base dei disastri subiti nei programmi di addestramento delle forze amiche in Iraq prima ed in Afghanistan poi, sono sostanziali.

Operazioni clandestine.

Quando uno stato è fallito o perde in larga misura le funzionalità essenziali diventa una sorta di “terreno vergine” e questo viene considerato in genere come un fattore assolutamente positivo per gruppi di guerriglia o terroristici che possono crearsi santuari, campi di addestramento, retrovie, condurre traffici, dominare l’economica per trarne sostegno economico, indottrinare la popolazione etc. Tutto vero, però la totale anarchia offre ai “buoni” enormi opportunità, a condizione che i governi siano politicamente in grado di prendere decisioni spregiudicate ed esistano le risorse umane e materiali necessarie. Perché se è uno stato è fallito non c’è bisogno di ottenerne il consenso per introdurre nel suo territorio uomini, mezzi e materiali, né bisogna concordare linee d’azione, obiettivi politici,


dossier conquistare cuori e menti o agire in coordinazione con gli attori locali. Non esistono sistemi di sorveglianza aerei, costieri o terrestri, né i confini o gli spazi aerei e marittimi sono presidiati o solo controllati. Facilmente se la situazione sul terreno è davvero difficile ci sarà anche una minima presenza di rappresentanti dei media i quali, al massimo, avranno collaboratori a contratto che operano nella capitale e nei centri principali, ma non potranno certo coprire capillarmente il territorio. Questa del resto è la realtà in tantissimi paesi, anche se c’è chi crede davvero alle favole sul villaggio globale dell’informazione. Dunque esistono le condizioni per pianificare ed effettuare operazioni a “negazione plausibile”, che non lasciano tracce o che comunque non possono essere ricondotte direttamente ad un governo o ad un paese. Il tutto potendo realizzare sia una sorpresa a livello strategico sia a livello tattico. Naturalmente se uno stato è fallito vuole anche dire che le infrastrutture saranno in uno stato di efficienza minimo o semplicemente non saranno utilizzabili. Il che non rappresenta però un problema insormontabile. Non solo, se l’obiettivo non è solo una operazioni mordi e fuggi, esistono anche le condizioni per creare movimenti locali di fiancheggiatori, informatori, supporter, se non vere e proprie formazioni armate. Magari non saranno i combattenti migliori e più affidabili, ma considerando che in genere anche l’avversario ha standard qualitativi analoghi, si può fare. Il caso di studio è rappresentato naturalmente dalla riconquista dell’Afghanistan in tempi rapidissimi da parte delle formazioni raccogliticce dell’Alleanza del Nord, guidate e coordinate dagli uomini delle Forze Speciali e della Cia e supportate dalla formidabile potenza di fuoco degli aerei statunitensi. Quelle truppe che pochi mesi prima stavano per collassare sotto la pressione dei talebani, sono riuscite a riconquistare il paese a tempo di record e senza neanche dover affrontare vere e proprie battaglie. Il difficile in realtà comincia dopo che si è conseguita la vittoria sul campo, come insegnano Iraq ed Afghanistan. Da allora molto si è appreso ed oggi l’impiego di

eserciti di fiancheggiatori è una pratica molto diffusa ad opera della Cia in diverse aree al confine orientale con l’Afghanistan. Combattenti che si spingono anche in profondità nell’area tribale pakistana. In questo modo il Pakistan non ha l’imbarazzo di vedere truppe Nato o statunitensi che operano oltre confine e al contempo gli Stati Uniti ottengono il risultato desiderato: colpire da terra oltre che dal cielo. Il cielo è diventato il campo di battaglia ideale per condurre operazioni efficaci grazie all’impiego estensivo di velivoli senza pilota e di armamenti di precisione. In assenza di una qualunque forma di minaccia aerea e dato il livello minimale delle difese contraeree delle formazioni di guerriglia (che al massimo hanno missili lancia e dimentica spalleggiabili a guida infrarossa e mitragliere pesanti) i velivoli senza pilota (Uav) sono diventati efficacissimi. Garantiscono una persistenza continuativa, diurna e notturna, con il solo limite rappresentato da condizioni meteorologiche estreme, trasportano una “batteria” di sensori sempre più sofisticati e, impiegati regolarmente in missioni “cerca e distruggi”, possono immediatamente ingaggiare i bersagli individuati impiegando missili e bombe guidate di precisione caratterizzati da pesi e carichi esplosivi sempre più ridotti per ridurre al minimo il rischio di provocare danni collaterali. Questi velivoli costano relativamente poco, se vanno perduti in incidenti non compromettono tecnologie realmente sensibili (e in genere vengono subito distrutti da aerei), non avendo equipaggio non espongono personale al rischio di cattura e possono essere controllati a distanza, a volte da centri di comando e controllo che si trovano a migliaia di chilometri. La guerra degli Uav provoca ogni giorno decine di vittime tra i talebani e i terroristi, al punto che gli attacchi non fanno più notizia e non provocano reazioni politiche. I nuovi Uav potranno rimanere in cielo per settimane e percorrere migliaia di chilometri. Nella lotta ai talebani si stanno dimostrando così efficaci da costringere i guerriglieri ad abbandonare diverse aree operative, a muoversi poco e con circospezione, a spostare basi e santuari in luoghi 19


Risk impervi e remoti. Numero e capacità degli Uav continuano ad aumentare. E questi velivoli sono impiegati da tutti, dai russi ai pakistani, dai cinesi agli europei, dagli israeliani agli Europei. Se questo modo di combattere la guerriglia e il terrorismo è possibile in Pakistan che, almeno ufficialmente, è uno stato perfettamente funzionante, ci si può facilmente immaginare cosa si può fare in un paese completamente fallito: dagli attacchi di “decapitazione” mirati, fino a operazioni permanenti e prolungate. In particolare gli attacchi mirati per eliminare specifici elementi sono oggi una realtà. Quando gli Usa tentarono di eliminare Bin Laden in Afghanistan con un attacco condotto con missili da crociera lanciati da sottomarini e unità navali… fallirono per una questione di tempi. Oggi una operazione del genere avrebbe buone probabilità di successo. E in un futuro relativamente prossimo, disponendo di intelligence immediatamente “actionable”, sarà anche possibile eliminare nel giro di decine di minuti un figura chiave anche se questa si trova in un paese moderno con un sistema di difesa aerea altrettanto moderno: in pratica quello che si tentò, senza successo, nei confronti di Saddam Hussein nel 2003, diventerà possibile perché saranno disponibili missili a lungo raggio iperveloci, dotati di sistemi di guida di grande precisione e in grado di distruggere anche obiettivi pesantemente protetti. E ad armi di questo tipo non lavorano solo gli Stati Uniti. Tuttavia occorre essere chiari. Una combinazione di forze speciali, di velivoli senza pilota, di missili da crociera e iperveloci, sia pure con l’aggiunta di forze alleate locali non è in grado di “risolvere” un problema come quello dell’Afghanistan. Ma può risultare cruciale in Yemen (ed è questo che gli Usa e alcuni partner stanno facendo nel paese a rischio di disgregazione) dove peraltro sono anche in corso operazioni clandestine, ma convenzionali, condotte con larghezza di mezzi dall’Arabia Saudita. È anche evidente che tutto questo è realizzabile solo da parte di governi che possano adottare e far approvare senza eccessiva esposizione mediatica politiche interventiste. È il caso degli Stati Uniti, che recentemente hanno anche deciso che l’anima paramilitare della Cia può fare ricorso stabilmente al supporto ed 20

ai “muscoli” delle Forze Speciali delle Forze Armate, rispolverando pratiche che erano state dimenticate dai tempi del Vietnam. E che ora tornano in auge. Altri paesi europei, come Gran Bretagna e Francia, sono almeno dal punto di vista politico in condizioni analoghe. E in effetti hanno dimostrato di poter condurre azioni di questo genere, sia pure su scala ridotta. Come è il caso anche per Israele. Ed è anche evidente che il problema della pirateria in Somalia e nel Golfo di Aden potrebbe essere risolto in modo “muscolare” intanto spedendo ai pesci ogni battello a bordo dei quali siano identificati pirati armati e poi compiendo raid di forze speciali o colpi di mano anfibi nei sorgitori utilizzati dai pirati. Limitando il rischio di provocare vittime civili. Come ha dimostrato esaustivamente la Francia.

Operazioni dirette. Per quanto possibile, le opera-

zioni militari dirette e su vasta scala in paesi “falliti” vanno evitate, perché rischiano di trasformarsi in maratone senza fine. L’esperienza dei Balcani, dell’Iraq e dell’Afghanistan è ben chiara. Idealmente in futuro si vorranno impiegare le forze convenzionali solo per dare la “spallata”, con operazioni ad alta intensità per eliminare le eventuali forze regolari e pesanti dell’avversario, meglio ancora se questo risultato può essere raggiunto impiegando forze locali supportate dalla potenza di fuoco aerea, navale, missilistica e da limitati contingenti di forze speciali. Dopo di ché le operazioni di stabilizzazione devono essere condotte da forze locali e alleate, da preparare in breve tempo e alle quali trasferire le competenze per la sicurezza. Gradualmente, magari non in tutto il territorio del paese, ma in fretta. Mesi o pochi anni invece di lustri. E poi ci si limita a fornire quel supporto specializzato (potenza di fuoco, mezzi aerei, navali, intelligence, comando e controllo, logistica, comunicazioni) che non si possono inventare dal nulla rapidamente, intervenendo con le proprie forze terrestri solo in casi eccezionali. Questo è quello che stanno facendo oggi gli Usa in Iraq, con l’operazione New Dawn che, se non si vuole che il paese precipiti nuovamente nel caos, dovrà continuare ben oltre la fine di quest’anno.


Risk

TUNISIA, EGITTO, LIBIA: ECCO PERCHÉ “RIVOLUZIONE” NON FA RIMA CON “DISSOLUZIONE”

LA CLASSE MEDIA SALVERÀ LA PIAZZA ARABA COLLOQUIO CON •

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VINCENZO CAMPORINI DI LUISA AREZZO

all’emergenza immigrazione, alle sfide che pongono all’Italia le recenti rivolte in Nordafrica. Senza dimenticare la Libia e un eventuale intervento militare. Dalle risposte dell’Unione Europea al rischio energetico che il Bel paese corre. Il generale Vincenzo Camporini, già capo di Stato Maggiore della Difesa e da poco nominato consigliere militare del ministro degli Esteri

Franco Frattini, non dimentica un solo scenario. E si sofferma a lungo sul ruolo dell’Intelligence (e della natura umana). Generale, in Italia è emergenza immigrazione e in molti paragonano l’attuale crisi umanitaria a quella che ha colpito il Belpaese dopo le guerre nei Balcani. Altri invece preferiscono un parallelismo con la Germania post 89 all’indomani del crollo del Muro. È così? Personalmente ritengo che non siano adatti né l’uno né l’altro esempio, piuttosto azzarderei un paragone con la situazione albanese del 1996. Anche se lì assistevamo ad un crollo politico figlio di un collasso economico che spinse masse di disperati verso l’Italia e l’Occidente. Oggi, invece, più che a un crollo economico assistiamo a un cambio di guardia a livello politico. È chiaro che un Paese che ha avuto un reggitore per decenni non ha le stesse caratteristiche di un altro dove il sistema dell’alternanza è regolare. Non è una considerazione marginale, perché questo determina una fuga che, a differenza di quella albanese, è una fuga con possibilità di ritorno. Nel momento in cui la situazione si sarà stabilizzata io sono convinto che molti di quelli che oggi sono fuggiti o tentano di andarsene cercheran22

no di tornare a casa. Questa è un’enorme differenza. Detto questo, se ad oggi consideriamo tutti gli immigrati clandestini che hanno attraversato il Mediterraneo siamo davanti a una semplice frazione di tutti quelli arrivati dall’Est attraverso le frontiere terrestri. Quella fu un’immigrazione davvero pesante. L’instabilità in corso per l’Italia è significativa anche sul fronte energetico… Assolutamente sì. Il problema riguarda tutti i paesi a sud del Mediterraneo. Anche se l’Algeria vive una condizione diversa visto che il contagio l’ha finora soltanto lambita. Ma questo è da ascriversi al fatto che negli anni passati la sua strenua lotta al terrorismo le ha permesso di sviluppare non solo anticorpi rispetto a quest’ultimo, ma anche forme di controllo sulla popolazione più efficaci. Dice bene: oltre al fattore immigrazione per noi è importante l’asset energetico. Essendo un paese con una forte economia di trasformazione, per noi la disponibilità di materie prime e di fonti energetiche è vitale, ed è evidente che il libero flusso di queste materie, in particolare il gas algerino, e il petrolio che arriva dalla Libia o dal canale di Suez sono prerequisiti per la nostra tranquillità economica. C’è però da dire una cosa: non è vitale solo per noi, ma anche per loro.


dossier L’Algeria vive perché vende il gas, se questo non fosse collasserebbe immediatamente. Possiamo dire che, pur partendo da posizioni opposte, c’è una convergenza di interessi che fa ben sperare nel mantenimento degli equilibri. Chiunque salirà al potere in questi paesi dovrà necessariamente mantenere un rapporto positivo con i consumatori, quindi con l’Italia. Ecco perché non vedo, tutto sommato, grandi rischi. Diversa è la situazione egiziana, primo perché parliamo di un paese con 90 milioni di abitanti, secondo perché controlla il Canale di Suez e terzo perché confina con Israele. E dunque, al di là degli aspetti economici e di governance, c’è un diretto coinvolgimento con la vicenda palestinese che amplifica enormemente i problemi. L’Egitto ha dalla sua la fortuna di possedere delle Forze Armate ragionevolmente moderne, di fatto una delle pochissime realtà organizzate del paese. Al riguardo è stato fatto un corretto paragone con la Turchia di Ataturk. Tantawi è sicuramente una persona che ha una preparazione a tutto campo e di larghe vedute, è un uomo che ha assorbito la visione occidentale dei rapporti sia fra gli Stati che all’interno degli Stati. Ma è altresì importante sottolineare che è l’Esercito e non il complesso delle Forze Armate ad avere una posizione di dominanza: per capirci, il resto delle Forze Armate sono ancillari all’Esercito. Oltretutto in Egitto è stata mantenuta una differenza fra i singoli comparti difesa, tipica del retaggio dottrinale sovietico. E infatti non esiste né il capo di stato maggiore né un capo delle diverse Forze Armate, perché il capo dell’Esercito è il capo di tutti. Non solo: l’Esercito ha 320mila effettivi di cui solo 70mila di leva. Come dire: ha il concetto della coscrizione ma è per tre quarti di professionisti, il che significa una stabilità che chi possiede un esercito di leva non ha. Al di là della fama di cui godono El Baradei e il capo dell’Unione araba Amr Moussa io non so dire quanto loro siano semplicemente esponenti che cerchino di farsi largo o quanto siano delle reali espressioni di volontà popolare (per quanto si possa parlare di volontà popolare oggi) e francamente non credo possano rappresentare il rinnovamento. Sono piuttosto espressioni momentanee

mentre il fatto che l’Esercito si sia dato un programma preciso indica una visione precisa, presuppone un ordine mentale. Ecco, nell’Egitto di oggi le Forze Armate potrebbero essere la soluzione del problema. Anche perché non si pongono, almeno per il momento, in posizione di antagonismo con Israele. Questo anche per i rapporti con gli Stati Uniti… Ci sono evidentemente anche motivi di carattere pratico, non c’è dubbio. Essendo l’Egitto largamente finanziato dagli Stati Uniti non avrebbe senso, al momento, un atteggiamento ostile agli interessi occidentali. Come quello di sostenere Israele, anche se ci sono delle importanti differenze di visione al riguardo fra il governo Usa di ieri e quello di oggi. Israele, oltretutto, sta vivendo una fase di transizione a livello difesa, visto che è appena scaduto il mandato di Ashkenazi come Capo di stato maggiore. Peraltro, essendo Ashkenazi un personaggio straordinario, sono convinto che sia destinato a un grande futuro politico. L’Italia è stata oggetto di molte critiche per le sue deboli prese di posizione davanti alle rivolte di piazza. Eppure i nostri interessi nell’area sono tanti… Io credo che l’Italia sia apparsa assente per il frenetico attivismo degli altri, attivismo che non condivido affatto. Era bene attendere prima di pronunciarsi ed evitare di sbilanciarsi. Bisogna saper pazientare. Noi siamo stati ragionevoli e gli altri un po’ meno, cosa che ha fatto apparire inerte il nostro ministero degli Esteri. Ma questo non si ritorcerà contro di noi. Chi si schiera può essere frainteso. Noi invece, potremo dialogare con tutti senza alcun tipo di preclusione o etichettatura. È chiaro che in ballo ci sono enormi interessi, anche sotto il profilo dei rapporti bilaterali. Basti pensare alla Libia… Gheddafi sa benissimo che senza un’attiva collaborazione occidentale la sua macchina si ferma in mezza giornata. Le reali capacità produttive, manutentive e operative delle sue forze armate - così come del resto della macchina statale libica - dipendono essenzialmente dal contributo occidentale. Una volta la Libia 23


Risk poteva pendere verso l’Urss, ma oggi questa opzione è largamente ridotta e io sono certo che Gheddafi o chiunque prenderà il suo posto avrà bisogno, per garantirsi una sopravvivenza, di appoggiarsi ai paesi con cui hanno collaborato fino ad oggi. Io però continuo a non capire quale sia la visione dell’Italia… Ma perché dovremmo schierarci con qualcuno? C’è qualcuno a cui dovremmo mostrare maggiore amicizia rispetto ad altri? Ci guadagneremmo davvero se lo facessimo? Ammettiamo che in Libia emerga un nuovo leader, antagonista a Gheddafi. Dovremmo schierarci con lui nella speranza di creare così un clima di benevolenza futura ove dovesse vincere? E se vince ancora Gheddafi cosa facciamo? Io vorrei essere molto più serio, guardare quel che accade e non mostrare alcuna propensione per un partito o per l’altro. Perché mettere a rischio i nostri rapporti per appoggiare qualcuno che domani potrebbe non contare assolutamente nulla? Riformulo allora la domanda: l’Italia dovrebbe avere una posizione attendista e nel caso muoversi solo con l’Europa? Questo è il vero problema. Io sono semplicemente allibito da questa incapacità di trovare non dico una posizione comune, ma le modalità per trovare una posizione comune. Non nego di essere estremamente deluso dalla performance dell’Alta rappresentante Ashton, che di fatto non rappresenta nessuno e non si capisce cosa stia facendo. Probabilmente questa irrilevanza è utile ai governi nazionali forti, quello francese e inglese. Il motivo è presto detto: senza nessuno che tiri le briglie ognuno può continuare per la sua strada. Ma questa politica è probabilmente positiva nel breve termine e per il singolo paese e disastrosa per tutti noi, perché l’Europa divisa non conterà più nulla. Credo invece che dovremmo sollecitare la signora Ashton non solo ad essere più attiva ma anche a coagulare una posizione di prudenza. Cosa dovrebbe dire l’Unione Europea? Dovrebbe prendere atto delle differenze culturali fra le varie realtà, evitare di presentare modelli da seguire e 24

prendere realisticamente atto che possono esserci delle forme di governo forse non gradevoli per noi ma funzionanti in altri Paesi. Venendo a un esempio non molto lontano: Bush senior lasciò al potere Saddam. Perché? Poteva rovesciarlo nell’arco di cinque minuti ma non lo fece. Il motivo è che comprese che Saddam rappresentava una stabilità per tutta l’area, non solo per l’Iraq. Chi non ha preso atto di questo e ha voluto invece favorire una realtà consona ai propri modelli e non a quelli locali, ha scatenato una tale reazione da distruggere ogni equilibrio. E non credo che sotto il profilo etico si possa dire che oggi stiamo meglio perché abbiamo rovesciato un dittatore sanguinario, perché la realtà che abbiamo creato è altrettanto sanguinaria, molto meno prevedibile e foriera di grande insicurezza, più di quanta ce ne fosse prima. Non sono convinto che la nostra coscienza sia a posto, perché forse abbiamo creato più dolore che benessere. Ecco, nel momento in cui l’Europa dovrebbe accettare le differenze, il mondo occidentale sembra incapace di farlo. Abbiamo fatto dei passi indietro rispetto al passato. Le stesse potenze coloniali negli anni Venti e Trenta avevano maggior rispetto delle culture locali, non le forzavano ad atteggiamenti difformi dalle abitudini ancestrali. È chiaro, lo facevano in qualità di dominatori, oggi però, volendo a tutti i costi fare del bene, facciamo del male. Uno dei ruoli che l’Italia potrebbe cercare di assolvere al meglio è quello di intelligence. La nostra presenza nell’area è capillare e di lunga data. Ma qualcosa evidentemente non ha funzionato, visto che non siamo stati in grado di capire le rivolte in atto… Ma questo è un problema che hanno tutti, a dimostrazione del fatto che nessuno è stato in grado di prevedere cosa è successo. Nè la Francia in Tunisia, né gli Stati Uniti in Egitto, e questo benché avessero dei rapporti quotidiani con queste realtà, sicuramente più approfonditi e consolidati dei nostri. Il problema intelligence è comune a tutti e probabilmente più che un problema di raccolta informazioni è un problema di interpretazione dei dati. D’altronde noi abbiamo delle relazioni privilegiate con alcuni paesi, e dovremmo coltivarle e mante-


dossier nerle. Non dimentichiamoci che sono rapporti basati su relazioni interpersonali e che cambiare i giocatori in corso d’opera può essere un elemento negativo. La sua mi sembra un forte critica… Diciamo che la rotazione dei nostri uomini, laddove esiste di fatto un regime di inamovibilità delle persone, può essere fonte di grande disorientamento. E non posso fare a meno di sottolineare che l’attuale struttura italiana, che risponde alla necessità di portare al vertice del governo tutte la catena decisionale in assenza di un rapporto organico e consolidato tra intelligence e difesa presenta qualche difficoltà. Ce ne siamo accorti tutti. Il regolamento dei rapporti fra Aise e Difesa - uno degli elementi immaginati al varo di questa nuova struttura - è stato l’ultimo ad essere approvato. E con grande fatica. Con questo regolamento, oltretutto, rischiamo di burocratizzare il rapporto fra Difesa e intelligence, il che non facilita le cose. Quando noi mandiamo una missione militare in Afghanistan o in una qualsiasi altra parte del mondo, se non c’è una trasparenza immediata fra gli operatori intelligence e i militari sul campo si pone un problema per la stessa sicurezza del nostro personale. Oggi questo problema si supera pragmaticamente, istituzionalmente i passi da fare sono ancora molti. Lei prima ha detto prima che le informazioni sul campo sono disponibili ma non riescono ad essere interpretate. Perché? Sì, sono convinto che le informazioni ci siano, anche perché le tecnologie di oggi rendono trasparente anche ciò che prima era opaco. Il problema è che non sono buone, perché personalizzate e spesso poco attendibili. Nell’aprile del 1989 nessuno immaginava quello che sarebbe successo ad ottobre a Mosca. Nessuno. Ed è stata una svolta epocale. Lo stesso attacco alle due Torri gemelle: se vogliamo le informazioni c’erano, ma nessuno è stato in grado di fare i collegamenti. Forse perché parliamo di mutamenti troppo grandi per essere colti? Non proprio. Noi soffriamo di una sindrome di immutabilità, è una caratteristica umana. Siamo convinti che la realtà sotto i nostri occhi sia eterna. Oggi siamo con-

vinti di dover convivere per sempre con il terrorismo internazionale, ma chi lo ha detto? La guerra fredda è stato l’archetipo di questo atteggiamento. Si riteneva che la lotta ideologica fra il capitalismo e il comunismo non sarebbe mai cessata. Che l’Unione Sovietica e l’America fossero destinate per sempre alla contrapposizione. E invece tutto è improvvisamente scomparso. L’uomo respinge istintivamente ogni tipo di mutamento e i sintomi che gli dicono che un cambiamento è in atto. È una constatazione. Quando ero Capo di Stato Maggiore della Difesa facevo spesso questo ragionamento a chi mi chiedeva perché, in un’operazione di peace keeping quale la nostra in Afghanistan, io avessi bisogno anche di tenere pronti carri armati, aerei e portaerei. Il motivo era semplice: nessuno mi garantiva che un domani non fossero necessari. Ma il domani poteva essere repentino, e io avrei avuto bisogno di averli pronti. Subito. Se la situazione nel Maghreb dovesse degenerare l’Italia sarebbe pronta ad intervenire? Abbiamo una capacità di proiezione militare che ci permette di affrontare qualsiasi tipo di evenienza, ma certo, nei limiti della disponibilità dei sistemi. Se non l’avessimo saremmo assolutamente inermi. Per questo io insisto nel non voler considerare le situazioni vigenti come eterne. Secondo lei c’è qualcuno dei Paesi interessati dalle rivolte che rischia di trasformarsi in uno Stato fallito? No, questo rischio non c’è. Le strutture burocratiche ci sono e soprattutto in ognuno di questi Paesi esiste una classe media, vero cuore dello Stato. In Tunisia, certamente statalista e parassitaria, c’è gente acculturata che sa come funziona il mondo. Lo stesso può dirsi per gli altri Paesi nordafricani. Ecco, per l’Africa sub sahariana, penso alla Mauritania e al Mali, sarei meno certo, così come per lo Yemen e la Somalia, dove stimoli esterni non ce ne sono e dove le bande di predoni sono incontrollabili e spadroneggiano sul territorio. Questa intervista è stata chiusa in redazione nel mese di febbraio.

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Risk GENERAZIONE TWITTER, MILITARI E MEDIA, ECCO CHI STA VINCENDO

NON CROLLA IL MAGHREB, MA IL MURO DI •

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DARIO CRISTIANI

n meno di due mesi, lo scenario del potere in Nord Africa è profondamente mutato. Sebbene segnali di malessere sociale fossero visibili, con un crescendo progressivo che ha caratterizzato gli ultimi anni, la stabilità dei regimi non sembrava in realtà essere in discussione. Proteste in-nescate dall’aumento dei prezzi dei generi alimentari di prima necessità, da condizioni

strutturali di disoccupazione e tensione, esacerbate dalla corruzione e dalle iniquità caratterizzanti più o meno tutti i regimi dell’area e dal sentimento di ribellione alla hogra - il termine dialettale nordafricano che indica frustrazione e umiliazione - si sono così trasformate in vere e proprie rivolte politiche che hanno già portato a dei profondi mutamenti nella geografia del potere in regionale. Paradossalmente, è stato proprio il regime per anni considerato il più solido dell’area, la Tunisia di Zine El Abidine Ben Alì, al potere dal 1987, a cedere per primo. La “rivoluzione dei Gelsomini”, iniziata nel dicembre 2010, ha portato alla caduta e alla fuga di Ben Alì il 14 gennaio del 2011. L’evento simbolico che ha dato il via a tali proteste è stato l'immolazione di Mohammad Bouazizi in Tunisia, il 17 dicembre 2010, dopo che la polizia gli aveva sequestrato la frutta e le verdure che egli vendeva da ambulante poiché senza autorizzazione. Da allora, un crescendo inarrestabile ha portato alla fine del regime. Qualche giorno dopo l’inizio dei fatti tunisini, proteste e sommosse sono iniziate anche in Algeria, probabilmente il paese socialmente più instabile dell’intera area. Le dimostrazioni algerine non hanno portato però, almeno fino a questo momento, ad un crollo del regime del presidente Abdelaziz Bouteflika. In 26

Algeria, probabilmente, il ricordo della violenza atroce degli anni ’90 del ‘900 rappresenta un eccezionale freno psicologico al propagarsi di violenze incontrollate. Il vero punto di svolta, ad ogni modo, è stato rappresentato dall’inizio e dal dispiegarsi delle manifestazioni egiziane, che hanno portato all’uscita di scena di Hosni Mubarak. Al potere da più di trenta anni, l’11 febbraio 2011 il Raìs egiziano è stato costretto ad abdicare, lasciando il potere è nelle mani del Consiglio Supremo di Difesa (formato dai vertici delle Forze Armate), con il compito di ristabilire l’ordine e guidare - almeno nelle intenzioni - il paese verso la democrazia. Data l’importanza storica, culturale, strategica che questo paese ha per l’area nordafricana e più in generale per il mondo arabo e musulmano, il dispiegarsi delle proteste in Egitto ha provocato un cambiamento di scala, di intensità e di significato a queste dinamiche. La Tunisia è sì un importante attore regionale, ma non ha né la taglia geopolitica né l’importanza geostrategica che invece ha l’Egitto. Dal ruolo egiziano nel conflitto arabo-israeliano, all’importanza di Suez per la stabilità dei prezzi e delle forniture globali di petrolio, passando per le relazioni intra-arabe, il confronto con l’Iran e per l’importanza che tale paese ha nei disegni


dossier geostrategici degli Stati Uniti e per la presenza americana nel bacino Mediterraneo, la destabilizzazione del Cairo ha rappresentato così l’evento che ha amplificato la portata di tali moti di rivolta e che ha portato l’evolversi di tale crisi al centro dell’agenda politica globale. La fine del trentennale regime di Mubarak ha rappresentato un ulteriore incentivo alla mobilitazione delle masse in altre parti del mondo arabo e musulmano. L’evoluzione della situazione in Egitto ha rappresentato il vero catalizzatore per l’espansione di tali moti di protesta. La vicina Libia, guidata dal 1969 da Muammar Gheddafi, è il paese che, nel corso degli ultimi giorni, ha conosciuto gli sviluppi più brutali e sanguinosi. Manifestazioni e proteste si sono moltiplicate, in particolare nell’area orientale del paese. La città di Bengasi, storicamente luogo di opposizione al potere di Gheddafi, ha rappresentato l’epicentro di tali proteste. La situazione libica, ad ogni modo, sembra molto più complessa e di difficile soluzione e lo spettro di una prolungata guerra civile rischia di essere una opzione. Gheddafi è sì isolato a livello internazionale, ma egli è notoriamente molto meno sensibile alle pressioni provenienti dall’esterno rispetto a molti altri attori dell’area. Barack Obama ha usato parole durissime per condannare gli avvenimenti libici, mentre il Segretario di Stato Hillary Clinton ha paventato l’ipotesi dell’esilio del dittatore, non nascondendo anche la volontà di supportare i ribelli. L’Unione Europea ha profondamente criticato la gestione delle proteste da parte di Gheddafi e ha imposto sanzioni per limitare la vendita di armi al regime. L’Italia, probabilmente il paese che più di tutti ha avuto remore ad allinearsi da subito alle posizioni americane ed europee a cause dell’importanza della Libia nei suoi disegni di politica estera, si è poi gradualmente allineata alle posizioni euroamericane. Gheddafi, per sedare le rivolte, si è affidato a mercenari africani e ha utilizzato l’aviazione per bombardare le caserme dell’esercito

finite nelle mani dei rivoltosi dopo la diserzione di molti militari. Seif al-Islam, secondogenito del “leader fratello” e probabilmente il candidato più autorevole alla successione del padre, descritto come un moderato, ha annunciato il 21 di Febbraio la volontà del regime di discutere alcune riforme. Sia lui che il padre hanno agitato lo spettro di un complotto straniero, specificando come da parte loro ci sia la anche l’opzione di rischiare la guerra civile pur di evitare una uscita di scena simile a quella dei propri vicini. L’appendice occidentale di questo arco di crisi, rappresentata dal Marocco e dalla Mauritania, sembra invece essere leggermente meno scossa da queste dinamiche di dissenso e di rivolta. In Marocco, diverse città hanno visto manifestazioni di diversi gruppi di giovani e delle proteste pubbliche sono state organizzate il 20 febbraio. Ad ogni modo, il Marocco di Re Mohammad VI è probabilmente il paese più “liberale” dell’area, in cui le tensioni sociali e politiche sono meno esacerbate, avendo la possibilità di emergere nella normale dialettica politica. Inoltre, il re marocchino gode di una legittimità del proprio potere, derivante dal peso della monarchia nella storia del paese e dal legame dinastico con la figura del profeta Maometto, profondamente maggiore rispetto a quella degli altri attori regionali. In Mauritania, paese endemicamente fragile e con una lunga storia di colpi di Stato militari alle spalle, diversi leader dell’opposizione e islamisti hanno chiamato il popolo alla ribellione contro il presidente Mohamed Ould Abdelaziz. Questi richiami, però, paiono destinati a rimanere lettera morta, data la mancanza di una qualsivoglia forma di organizzazione capace di coalizzare il dissenso. Attualmente, per la Mauritania il principale problema è rappresentato dalle minacce verso Abdelaziz e dall’azione di Al Qaeda nel Maghreb Islamico (Aqmi). Recentemente il gruppo ha espresso in più di un’occasione le proprie velleità di uccidere il presidente mauritano, accusato di 27


Risk essere un servo dei francesi. Inoltre, Aqmi rappresenta una importante minaccia di sicurezza per i paesi della striscia del Sahel ed è estremamente attiva in Mauritania, in particolar modo in attività economiche illegali e parassitarie, come il traffico di stupefacenti e di essere umani, il rapimento di occidentali e il contrabbando di sigarette e altri beni commerciali.

Il fattore “strutturale” che ha rappresentato

il principale fondamento delle evoluzioni degli ultimi mesi è rappresentato dall’imponente pressione demografica che tutti i paesi dell’area stanno affrontando. Stando al 2008 Revision World Population Prospects dell’Onu, il tasso di crescita della popolazione in Nord Africa è stato del 1.71% nel quinquennio 2005-2010 (era 2.08 nel periodo 1990-1995). Il tasso di fertilità tra il 2005 e il 2010 è di di 2.91 (4.18 nel 90/95). Nel 2010, le stime delle Nazioni Unite dicono che la fascia di popolazione tra i 15 e i 24 anni è del 20%, più o meno la stessa porzione di quella tra i 5 e 14 anni (20.3%). Per dare una idea comparativa dell’impatto di tali numeri - prendendo in considerazione solo il periodo tra il 2005 e il 2010 - per l'Europa il tasso di crescita della popolazione è lo 0.09%, il tasso di fertilità è 1.50% mentre la popolazione tra i 15 e 24 anni rappresenta il 12.7% nel 2010. In Asia - considerando anche l'Asia occidentale, cioè il Medioriente, che ha tassi di crescita demografica molto più marcati rispetto alle altre sub-regioni asiatiche - il tasso di crescita della popolazione è del 1.14%, quello di fertilità è al 2.35%, mentre la fascia di popolazione tra i 15 e i 24 anni rappresenta il 18.1%. Sebbene attualmente i trend demografici nella regione siano in lieve declino, la crescita demografica di tutti paesi dell'area è ancora considerevole ed è stata assolutamente marcata nel corso degli ultimi decenni. Questo significa che oggi e per molti anni i governi della regione dovranno affrontare una vera e propria emergenza strutturale dettata da questa dinamiche. Tali ritmi 28

demografici non sono stati accompagnati da una crescita economica tale da riuscire ad assorbire tutti quei giovani che si affacciavano nel mondo del lavoro. Vi sono, all'interno dei paesi stessi, delle sostanziali differenze tra le aree urbane e quelle rurali. Se nelle aree urbane le dinamiche di crescita demografica sono più o simili a quelle delle città europee, lo stesso non si può dire per le campagne. Questo comporta un aumento dei flussi migratori intra-nazionali, dalla campagna alla città, con tutte le conseguenze negative in termini di sostenibilità urbana e di tensioni sociali che le autorità devono affrontare. Inoltre, come spiegato in un recente report dell'Undp sullo Sviluppo Umano in Medio Oriente e Nord Africa scritto da Djavad Salehi-Isfahani, i paesi di tutta la regione Mena - ad esclusione dei tre più poveri, Sudan, Yemen e Djibuti - hanno fornito ai propri giovani istruzione e incentivi a proseguire gli studi. Questo differenzia, ad esempio, il Nord Africa ed il Medio Oriente da altre aree con alti ritmi di crescita demografica, come ad esempio l’Africa sub-sahariana. Se questo tipo di sviluppo è in genere positivo per la crescita economica, gli alti tassi di disoccupazione giovanile e la scarsa produttività dell'istruzione ricevuta fanno sì che vi sia una debole capacità di trarre vantaggio da queste dinamiche demografiche. I governi di questi paesi hanno così creato una fascia di popolazione istruita che però è incapace di entrare nel mercato del lavoro, affrancarsi dalla famiglia di origine e condurre una vita autonoma. Chiaramente, questo tipo di dinamiche favorisce la diffusione di frustrazione e di collera verso le ingiustizie e le sperequazioni del sistema. In effetti, i principali protagonisti delle proteste che hanno scosso i paesi della regione sono stati giovani urbanizzati, istruiti e in larga parte disoccupati. In un contesto sociale del genere, le evidenti disparità tra le èlite al governo con i relativi clan e il resto della popolazione, la percezione diffusa di corruzione e di ingiustizia, la mancanza di risposte da parte del potere politico e la repres-


dossier sione più o meno sistematica del dissenso - con intensità diverse a seconda del paese - hanno rappresentato la miscela che ha poi fomentato il malcontento che si è abbattuto contro i regimi al potere, con diversi esiti, a seconda del contesto specifico in cui esso si è manifestato. Nelle dinamiche delle ultime settimane, fattori di novità ed elementi di costanza del paesaggio politico nord-africano si sono andati mescolando, creando così l’originale miscela che ha portato ai mutamenti in atto. In particolar modo, si possono individuare tre elementi la cui interazione ha favorito il montare della protesta e i cambiamenti ai vertici di Tunisia ed Egitto. Questi elementi sono l’interdipendenza strategica, l’impatto dei media come Al Jazeera e dei social network come Facebook e Twitter ed il ruolo giocato dai militari. • Interdipendenza strategica: quello che si potrebbe definire lo “spazio di senso islamico” è uno spazio estremamente eterodosso, frammentato e variegato ma, al tempo stesso, denso e resiliente, in cui esistono elementi specifici - religione islamica, lingua araba, percezioni di un passato sentito come “comune” da molti, risentimento anti-coloniale, popolazioni giovani - che travalicano i confini nazionali degli Stati e favoriscono l’elaborazione di percezioni della realtà similari, in cui gli eventi che accadono in una delle sue subregioni hanno effetti immediati ed evidenti anche in altre aree di questo spazio, influenzando le scelte degli attori sociali, economici e politici che operano in questo spazio. Chiaramente, questa interdipendenza ha salienze diverse: nell’Asia islamizzata di sud-est o in molti paesi dell’Africa sub-sahariana, sebbene appartenenti a questo spazio, tale interdipendenza è meno forte, mentre la dinamica di reazioni quasi “pavloviane” a un impulso politico o sociale è molto più “forte” in quella vasta area che va dal Maghreb fino all’Iran, che rappresenta il cuore storico del mondo musulmano. In tal senso, il fatto che la prima di tali rivolte - quella tunisina - si sia conclusa con la depo-

Se nelle aree urbane le dinamiche di crescita demografica sono più simili a quelle delle città europee, lo stesso non si può dire per le campagne. Questo comporta un aumento dei flussi migratori intra-nazionali, dalla campagna alla città, con tutte le conseguenze negative in termini di sostenibilità urbana sizione di Ben Alì ha rappresentato un importante fattore di svolta: ha dimostrato come fosse possibile far crollare uno dei regimi che, apparentemente, era più stabile, relativamente ricco e supportato senza troppe domande sulla sua democraticità da Europei e Americani. Questa iniezione di fiducia ha fatto sì che la voglia di emulazione abbia pervaso l’intera regione, provocando quello che in molti hanno definito “effetto domino”. Sebbene i risultati concreti di tale domino si vedranno solo tra alcuni anni e dipenderanno da una molteplicità di fattori diversi, per ora è evidente la trasmissione di questa voglia di ribellione all’intera regione e, come visto in precedenza, tali sommovimenti hanno interessato più o meno tutti i paesi della regione Nord-Africana. • L’impatto dei media: tale interdipendenza strategica è stato amplificata dal ruolo giocato dai media e dai social network. Al-Jazeera ha rappresentato un attore fondamentale di tali dinamiche: le dirette non-stop provenienti da piazza Taharir hanno cementato il supporto internazionale per le proteste dei manifestanti; hanno rafforzato le nar29


Risk rative sul cambiamento in arrivo; hanno dato coraggio ai giovani in altre parti del mondo musulmano, spronandoli a fare lo stesso; hanno fatto sì che nei paesi occidentali si vivesse in diretta il dramma di queste popolazione, così da aumentare la pressione dell’opinione pubblica sui proprio governi affinché si condannassero le violenze e si “sconfessassero” i propri alleati una volta intoccabili, come dimostrato dalle parole di Barack Obama verso Mubarak o l’ostracismo franco-italiano rispetto al fuggiasco Ben Alì. Facebook, Twitter e più in generale il web hanno permesso una mobilitazione veloce e capillare, difficile da bloccare per le autorità. In Egitto, negli anni scorsi, già vi erano stati dei tentativi di mobilitare il dissenso contro il regime via Facebook, ma non si era riusciti ad ottenere l’impatto e l’imponenza che invece si sono avute in queste settimane. Vivere gli eventi in diretta, sentirsi parte di tali eventi anche se non si è fisicamente nello stesso posto dove essi avvengono concretamente, poter comunicare con persone che condividono il proprio stato d’animo in maniera immediata, “cementificano” le solidarietà, rendendole più forti e capaci così di una maggiore attitudine alla resistenza, elemento che probabilmente era invece mancato in altre occasioni in passato. Tutto ciò ha fortificato uno spirito di ribellione comune e ha favorito l’emersione del “popolo” che, nonostante fosse una frazione numericamente piccola rispetto alle popolazioni complessive dei paesi coinvolti, si è imposto come forza propulsiva di tali cambiamenti. • Il ruolo dei militari: certamente, le dimostrazioni e le masse hanno giocato un ruolo fondamentale nel disegnare gli eventi delle ultime settimane in Nord Africa. Probabilmente, però, il peso del ruolo giocato dai militari nel crollo dei regimi tunisino ed egiziano è altrettanto importante, se non addirittura maggiore se osservato da una cinica prospettiva di potere. I militari tunisini hanno immediatamente abbandonato Ben Ali al proprio 30

destino, rifiutando di sparare contro la popolazione in rivolta. Nonostante fosse un ex militare, Ben Ali non ha mai supportato, come notato da Steven Cook del Council on Foreign Relations, i propri militari con alte spese per la difesa. L’obiettivo era evitare che potessero avere una autonomia tale da minacciarne il potere. Calcolo sbagliato, stando agli sviluppi degli ultimi mesi, visto che i militari hanno quasi “cavalcato” politicamente l’onda della protesta per estromettere il presidente. In Egitto, invece, le relazioni tra potere politico e militare erano modulate su parametri diversi, ma anche in questo caso i militari hanno avuto un ruolo preponderante nella caduta del regime di Mubarak. Nel corso dei suoi 30 anni al potere, Mubarak era sempre stato molto sensibile alle esigenze dell’esercito. Inoltre, i militari hanno da sempre rappresentato una forza stabilizzante per il paese, il vero fulcro del regime dal 1952. I quattro presidenti dell’Egitto repubblicano, da Naguib a Mubarak, passando per Nasser e Sadat, venivano tutti dalle forze armate. L’elemento di rottura tra Mubarak e i militari è stato rappresentato dalla complicata transizione al potere che l’Egitto avrebbe vissuto, a prescindere dagli sviluppi delle ultime settimane. Mubarak era da tempo malato ed erano anni che preparava l’ascesa al potere del figlio Gamal: estraneo all’èlite militare, inviso a vari settori della popolazione, era però il candidato principale alla successione, in una sorta di “riproposizione” della “soluzione siriana”. Probabilmente, i militari non hanno accettato la prospettiva di un civile completamente slegato dall’alto comando militare al potere, come sostenuto da George Friedman di Stratfor ed hanno quindi sfruttato l’occasione per fermare tale transizione, per continuare ad esercitare il ruolo di vero fulcro del paese e, con il consiglio militare che ha preso il potere, di “definire” la strada istituzionale verso la quale si incanalerà il paese nei prossimi anni. Chiaramente, democrazia o meno, la nuova ridefinizione del potere egiziano non


dossier potrà prescindere dalle volontà e dagli interessi dell’esercito, come probabilmente anche in Tunisia. Un elemento di un certo rilievo che ha caratterizzato le dinamiche delle ultime settimane è rappresentato dal ruolo non di primissimo piano giocato dalle forze islamiste. Se la Fratellanza Musulmana nelle rivolte egiziane ha avuto un ruolo, sebbene estremamente più marginale di quello che ci si sarebbe potuto aspettare, negli altri paesi della regione il ruolo giocato dalle forze islamiste nelle proteste è stato tendenzialmente irrilevante. In Libia, nelle dimostrazioni di questi giorni, gruppi islamisti sono stati accusati di essere tra i principali promotori delle rivolte, ma tutto ciò è rimasto molto oscuro. Probabilmente, questo è un tentativo propagandistico del colonnello Gheddafi di agitare una deriva islamista in Libia per spaventare i governi occidentali. Tra i fattori assolutamente rilevanti, spicca l’assoluta incapacità della già citata declinazione regionale di Al Qaeda, Aqmi, di avere un qualsivoglia ruolo politico nelle proteste. Tutto questo è sicuramente un elemento di novità: per decenni, lo spazio e le narrative di protesta contro i regimi al potere erano stati egemonizzati dal discorso islamista, dinamica che aveva visto la propria nascita all’indomani della sconfitta araba nella guerra dei Sei Giorni degli Israeliani del 1967. L’attuale incapacità islamista di giocare un ruolo di primo ordine in queste dinamiche conferma in qualche modo la tesi di studiosi come Gilles Kepel e Olivier Roy, che avevano da tempo diagnosticato una certa inconsistenza delle aspirazioni dell’Islamismo politico. Inoltre, questo universo è particolarmente variegato e frammentato, in contrasto con la visione spesso monolitica che si ha in Occidente di tale fenomeno. Ad esempio, una chiara distinzione va fatta tra la Fratellanza Musulmana e il Qaedismo. Sebbene vi siano certamente elementi di contiguità tra queste due espressioni dell’Islamismo, come ad esempio il ruolo prepon-

Le dimostrazioni e le masse hanno giocato un ruolo fondamentale nel disegnare gli eventi delle ultime settimane in Nord Africa. Probabilmente, però, il peso del ruolo giocato dai militari nel crollo dei regimi tunisino ed egiziano è altrettanto importante, se osservato da una cinica prospettiva di potere derante che la figura di Sayyd Qutb, figura fondamentale nella storia della Fratellanza, ha rappresentato per la definizione dei parametri ideologici di Al Qaeda, essi non vanno sopravvalutati. La Fratellanza Musulmana, dagli anni ’70 in poi, ha conosciuto una profonda mutazione, configurandosi sempre più come un movimento neotradizionalista, il cui obiettivo è islamizzare la società dal basso, evitando la deriva da “estremizzazione del Jihad minore” che ha invece caratterizzato Al-Qaeda. I Fratelli Musulmani hanno così “invaso” la società egiziana, sfruttando anche lo spazio lasciato loro da Mubarak negli anni ’80, che ha permesso così di penetrare capillarmente le associazioni professionali e di categoria, in una sorta di tacito accordo che li tenesse fuori dallo spazio propriamente politico ma con ampia autonomia nel campo sociale. La capillarità delle reti di welfare locale assicurata dal movimento hanno poi fatto sì che esso rappresentasse un solido punto di riferimento per diverse classi della società egiziana. Nonostante questo, però, i Fratelli Musulmani hanno rappresentato “un” gruppo fra i tanti che si è coalizzato con gli altri nell’evoluzione delle proteste: la presunta capacità 31


dossier di egemonia sul dissenso politico in Egitto, tante volte sbandierato soprattutto in Occidente a voler giustificare il supporto per il regime di Mubarak, è stato in realtà ampiamente ridimensionato da come poi gli eventi si sono dispiegati. Ben diverso è il caso di Aqmi. Il gruppo che rappresenta l’ultima declinazione del fu Gia algerino, escludendo un comunicato stampa di supporto ai manifestanti di Tunisia e Algeria emesso poco dopo l’esplosione delle prime rivolte, è rimasto completamente tagliato fuori da tali dinamiche. Aqmi oramai è un gruppo più simile ad una organizzazione criminale mafiosa qualsiasi che ad un gruppo jihadista. Diviso internamente tra la leadership formale di Abdelmalek Droudkel in Algeria e le fazioni Saheliane, in particolare le due principali guidate da Mokhtar Belmokhtar e da Abdelhamid Abu Zeid - che oramai operano autonomamente e spesso in competizione tra loro - il gruppo è più dedito a traffici ed attività illegali che non al Jihad. Aqmi non è riuscito a giocare un ruolo nelle proteste neanche in Algeria, paese dalla quale proviene tutta la catena di comando del movimento. Le recenti minacce al presidente della Mauritania sono figlie di tale debolezza “politica”: attualmente la Mauritania è l’unico paese, dove Aqmi opera, in cui il movimento potrebbe portare a termine una operazione dalla minima valenza politica. Nei paesi del Maghreb, il gruppo è oramai inconsistente come minaccia politica: troppo debole e frammentato ed incapace di una qualsiasi capacità di elaborazione politica e ideologica. Confinato nei territori desertici del Sahel, alle prese con attività di criminali normali, la “deriva mafiosa” di tale movimento, come sostenuto da Le Monde alcuni mesi fa, sembra oramai compiuta. Gli sconvolgimenti delle ultime settimane rappresentano chiaramente un imponente elemento di novità per la configurazione geopolitica della regione Nord-Africana. Le proteste nate dall’aumento dei prezzi dei generi di prima necessità, innestatesi su di una crisi demografica i cui effetti saranno ancora forti e visibili nei prossimi anni, supportate e amplificate dal ruolo dei media e dei social network - strumenti di

mobilitazione fenomenali - in un ambiente regionale strettamente interdipendente ed in cui le forze islamiste hanno giocato un ruolo di retroguardia come mai nel passato, hanno portato a degli sconvolgimenti nella geografia del potere di questi paesi, inimmaginabili fino solamente a poche settimane fa. In queste dinamiche, un ruolo preponderante è stato giocato dalle forze militari che, come si è visto, hanno svolto un ruolo fondamentale nel crollo dei regimi di Ben Ali in Tunisia e di Mubarak in Egitto. Probabilmente, è a questo fattore che si deve guardare per provare a immaginare il futuro degli stati della regione. Certamente, la mobilitazione popolare è stata impressionante ed imponente, rappresentando un fattore necessario nelle dinamiche che poi hanno portato alle rivoluzioni in Tunisia e in Egitto. Ma probabilmente, essa da sola non sarebbe stata sufficiente nel provocare ciò che poi è avvenuto. Senza l’accondiscendenza dei militari, difficilmente ciò che è avvenuto sarebbe potuto accadere. Certamente, è ancora presto per definire questi moti come la “quarta ondata” di democratizzazione su scala globale.

Sicuramente, i popoli nord africani hanno

acquisito una nuova centralità, prima sconosciuta, nella definizione dei propri destini. Se essa poi si tradurrà in regimi genuinamente democratici è ancora difficile da dire. L’evoluzione delle situazioni libiche e algerine, in questo senso, sarà fondamentale. Inoltre, un qualsiasi potere democratico non potrà prescindere dal supporto del potere militare. Scenari di disgregazione statuale acuti, come il caso della Somalia, difficilmente si ripeteranno in Nord Africa. Sarà l’interazione tra il nuovo protagonismo del popolo, gli interessi dei militari ed il ruolo delle potenze esterne a definire i nuovi equilibri politici dell’area. Questi equilibri dovranno coniugare stabilità politica, sostenibilità democratica e crescita economica per sostenere l’imponente sfida demografica che questi paesi sono chiamati ad affrontare nei prossimi anni e che rappresenta il vero “fulcro strutturale” dell’attuale crisi nord africana. 33


Risk

DAL COLLASSO ISTITUZIONALE ALLE CORTI ISLAMICHE, DALL’INTERVENTO ETIOPICO AD AL-SHABAAB

CRACK SOMALIA DI •

L

MATTEO GUGLIELMO

e ragioni di un fallimento sono sempre molteplici, e sfumano lentamente negli anni fino a confondersi tra i ripetuti errori degli attori chiamati a fornire delle efficaci soluzioni. Ciò è quanto emerge dal caso somalo, che il 26 gennaio scorso ha commemorato i primi vent’anni dalla caduta di Siad Barre, l’ultimo capo di stato in carica che il

paese ha conosciuto. La Repubblica somala ha cessato di esistere nel 1991, quando un violento conflitto civile portava al collasso tutte le istituzioni dello Stato. A seguito degli scontri, in quello stesso anno, alcune regioni del paese hanno lentamente avviato dei processi di stabilizzazione politica. L’esempio più virtuoso di ritorno alla normalità è rappresentato dalla ex colonia britannica del Somaliland, che proprio nel 1991 dichiarava unilateralmente un’indipendenza ancora oggi non riconosciuta in alcuna sede internazionale. Gli esperimenti di ritorno alla stabilità non si riducono tuttavia al Somaliland. Anche il Puntland infatti, regione somala centrosettentrionale un tempo conosciuta come Migiurtinia, ha avviato da tempo un processo di state-building, rivendicando - dal 1998 - un’autonomia politico-amministrativa da Mogadiscio. Nell’analisi della crisi somala un primo fattore su cui vale la pena riflettere è ammettere che si è di fronte a più “Somalie”. Se nei casi di Puntland e Somaliland si sono infatti attivati dei promettenti meccanismi di ritorno allo Stato, a soffrire anco34

ra l’instabilità e l’insicurezza sono le regioni centro-meridionali.In questo caso, né le attuali Istituzioni Federali di Transizione (Ift) né la forza dell’Unione Africana posta a loro protezione sembrano in grado di opporsi ai gruppi islamisti. Il movimento più importante che si batte contro le milizie governative è Harakah al-Shabaab alMuja’eddin (Movimento dei giovani Muja’eddin), spesso descritto dai media come un gruppo affiliato alla rete terroristica di al-Qaida, ma che ha in realtà forti radici locali. La sua formazione ed evoluzione sono infatti decifrabili solo alla luce dei cambiamenti politici e strategici che si sono verificati negli ultimi anni di storia somala e nei complessi intrecci conflittuali che caratterizzano il Corno d’Africa. Dal collasso del 1991 la Somalia ha attraversato diversi cicli di violenza armata. Le ragioni del fallimento dello Stato sono molteplici, ma in gran parte riconducibili alla guerra per la regione a maggioranza somala dell’Ogaden, combattuta contro l’Etiopia nel 1977-78, che avrebbe portato il governo di Siad Barre sul lastrico. La fine della competizione est-


dossier ovest, che aveva fino ad allora permesso ai governi del Corno d’Africa di poter usufruire di ingenti aiuti militari ed economici erogati dalle superpotenze, fece inoltre da contorno alla parabola discendente che nello stesso periodo coinvolse anche l’Etiopia, dove il regime militare del Derg guidato dal generale Menghistu venne rovesciato da una coalizione di movimenti armati a base etnica riuniti sotto la sigla dell’Ethiopian People’s Revolutionary Democratic Front (Eprdf). Gli anni Novanta furono per la Somalia centro-meridionale un periodo estremamente difficile. Gli attori armati che avevano guidato la rivolta contro Siad Barre arrivarono presto a scontrarsi. Le loro leadership politiche erano rappresentate dagli stessi quadri dell’esercito, che reclutavano le loro milizie all’interno dei rispettivi clan di appartenenza. Nella parabola discendente dello Stato somalo il clan ha un ruolo importante, anche se più che un protagonista ne è stato per alcuni versi una vittima. Storicamente, nelle dinamiche sociali, politiche ed economiche il clan occupa uno spazio considerevole, dettando i tempi e le regole della società nomadico-pastorale soprattutto nell’entroterra. Con lo scoppio del conflitto però, le nuove leadership militari iniziarono a farne un uso strumentale, con lo scopo di mobilitare sostenitori e arruolarli tra le fila delle loro milizie armate. La struttura dei clan in Somalia tende per definizione a non avere dei vertici strutturati, ma assume spesso – soprattutto se considerata da un punto di vista politico-militare – una forma acefala e frammentata. Le fratture insite all’interno della società somala sono dunque coincidenti con quelle sperimentate dalle stesse strutture dei clan, che per i vertici militari dei gruppi armati, spesso definiti dalla stampa internazionale come “warlords”, fungevano come luogo privilegiato di mobilitazione e arruolamento. Con la caduta dello Stato il clan diventa un efficace mezzo coercitivo a disposizione di uomini in armi come

Hussein Farah Aidid, che tra il 1993 e il 1995 tenne sotto scacco il contingente americano impegnato nell’operazione “Restore Hope”. La missione internazionale voluta dall’amministrazione Bush all’inizio degli anni Novanta, e poi proseguita e conclusa con quella Clinton, ebbe per gli assetti politici del paese un doppio effetto. Se infatti nel breve periodo la Unified Task Force (Unitaf) e la United Nations Operation in Somalia (Unosom II) riuscirono a riaprire un corridoio umanitario per garantire l’afflusso di aiuti ad una popolazione ormai stremata dalla fame e dai combattimenti, nel lungo periodo il massiccio dispiegamento internazionale contribuì a rendere strutturale il sistema di instabilità e di collasso istituzionale. La missione internazionale contribuì a forgiare nuove dinamiche, sia economiche che politiche, in tutta la Somalia centro-meridionale, e in particolare a Mogadiscio.

Oltre ad influire negli equilibri

politici e militari del paese, in alcune regioni le missioni avevano garantito un miglioramento effettivo della sicurezza, finendo indirettamente per aprire nuove opportunità economiche. Attraverso un’iniezione massiccia di risorse, che andavano dai semplici aiuti umanitari all’intero apparato logistico dispiegato, i contingenti internazionali ebbero l’effetto indiretto di creare una nuova classe di imprenditori locali che, servendosi della mancanza di un’autorità statale - specialmente dopo il ritiro dell’Onu nel 1995 - riuscì ad accumulare una ricchezza tale da riconvertire l’economia della capitale, favorendo inoltre lo sviluppo di importanti network commerciali con la penisola araba, e specialmente con realtà economiche emergenti come Dubai e Abu Dhabi. Negli ultimi anni inoltre, l’imprenditoria privata si è sviluppata contestualmente alla necessità di nuovi apparati di governance che potessero garantire la sicurezza delle realtà economiche in 35


Risk gestazione, senza un ritorno obbligato a un sistema statale strutturato che avrebbe necessariamente imposto dei regimi di regolamentazione fiscale. È in tale contesto che i primi tribunali islamici iniziarono a svilupparsi a Mogadiscio. Le Corti Islamiche erano all’origine il frutto dell’iniziativa di singoli sotto-clan e giuridicamente competenti solo all’interno di ben circoscritte comunità. Il relativo successo delle Corti Islamiche di Mogadiscio avrebbe portato la stessa classe imprenditoriale della città a delegare verso queste nuove realtà poteri e competenze sempre crescenti, come la gestione di ospedali, la regolazione dei mercati locali e l’amministrazione di rudimentali sistemi di tassazione. Benché fino ai primi mesi del 2000 le Corti abbiano continuato a riferirsi solo ai propri sottoclan di appartenenza, dislocati in ben distinti quartieri di Mogadiscio, queste riuscirono in poco tempo ad estendere la loro influenza su buona parte della capitale, forti di apparati militari sostenuti grazie alle attività di reclutamento tra i giovani sbandati della città (o mooryaan) e da ingenti flussi economici provenienti per lo più dalle classi imprenditoriali e commerciali. Le Corti Islamiche iniziarono così a trasformarsi da rudimentali strumenti di ritorno alla legalità a veri gruppi politici capaci di influenzare direttamente gli assetti di Mogadiscio. È proprio questa crescita di importanza che spinse l’allora presidente Abdulqassim Salad Hassan ad integrarle nel processo di pace inaugurato nel 2000 nella cittadina di Arta, a pochi chilometri da Gibuti. La conferenza di Arta, conclusasi con la formazione di nuove Istituzioni Nazionali di Transizione (Int), ben rappresentava il biforcamento che ormai caratterizzava tutti i tentativi di ritorno allo Stato della Somalia post intervento internazionale. Alle dinamiche politiche interne, spesso fluide e vivaci, non si riuscirono mai ad accostare delle adeguate risposte di ritorno allo Stato messe in piedi a livello internazionale. Questo 36

principalmente per due ragioni. La prima stava nello scollamento tra la classe politica del paese e le realtà militari ed economiche locali. Ciò rendeva la capacità delle leadership individuate dalla comunità internazionale inadeguate e a volte largamente impopolari. Il secondo fattore di fallimento risiedeva invece nelle complesse dinamiche regionali in cui si inseriva la crisi somala. Il conflitto tra Etiopia ed Eritrea, scoppiato nel 1998 e conclusosi dopo due anni di intensi combattimenti, aveva portato entrambi i paesi a trasferire le proprie controversie legate alla demarcazione dei confini in altri contesti regionali, attraverso l’appoggio militare e diplomatico verso gruppi e movimenti reciprocamente avversi. Questa guerra per procura contribuì in primo luogo a far deragliare il processo di pace di Arta, che se fu appoggiato da Gibuti e dalla stessa Eritrea, venne fortemente osteggiato dall’Etiopia, soprattutto per la presenza all’interno delle leadership nominate di esponenti riconducibili ad alcuni movimenti islamisti che tra il 1995 e il 1997 si erano battuti sul confine somalo-etiopico. Uno di questi gruppi era conosciuto con il nome di al-Itihad al-Islaami (Aiai). Il movimento, già attivo clandestinamente sotto il governo Barre, negli anni Novanta era riuscito a strutturare alcune amministrazioni locali nella regione del Gedo e - ancor prima - nel Puntland, venendo poi affrontato e sconfitto dallo stesso esercito etiopico. Dopo l’11 settembre 2001 al-Itihad al-Islaami venne messa dall’amministrazione Bush sulla lista nera delle organizzazioni terroristiche, perché accusata di aver avuto pericolosi contatti con la rete di al-Qaida. Per comprendere appieno gli effetti dell’agenda internazionale inaugurata dall’amministrazione repubblicana di George W. Bush nel Corno d’Africa occorre tuttavia partire dal periodo che aveva preceduto l’abbattimento delle due torri. Dal 1998 infatti, gli Stati Uniti iniziarono a considerare la regione soprattutto in


Risk termini di sicurezza. Questo approccio presupponeva una particolare attenzione alla nascita e all’evolversi di situazioni politiche o conflittuali che avrebbero potuto recare dei danni diretti o indiretti agli interessi della Casa Bianca. Nell’agosto del 1998 due attentati simultanei avevano quasi raso al suolo le ambasciate americane di Nairobi e Dar es Salaam, mentre nell’ottobre del 2000 una piccola imbarcazione e il suo equipaggio si era lanciato contro il cacciatorpediniere Ddg-67 Uss Cole di stanza nel porto di Aden. Data l’escalation degli attacchi, Washington preferì mantenere per la crisi somala un atteggiamento di containment, che avrebbe visto, più che un coinvolgimento diretto dell’Africa bureau del Dipartimento di Stato, l’utilizzo delle strutture di intelligence. Tra le misure intraprese dalla Casa Bianca per contrastare le attività connesse al terrorismo di matrice qaedista vi fu la creazione della Combined Joint Task Force - Horn of Africa (Cjtf-Hoa). Si trattava di un comando militare con sede nella base francese di Camp Lemonier, a Gibuti, composto da poco meno di duemila uomini e con un budget di circa 100milioni di dollari. Dall’ottobre 2007 la Cjts-Hoa è stata inserita sotto il coordinamento dello US African Command (Afrcom), e tra i suoi obiettivi, oltre al pattugliamento e alla prevenzione di possibili minacce terroristiche nell’area, vi sono attività connesse all’addestramento delle forze di sicurezza di diversi eserciti regionali. Le strategie antiterrorismo statunitensi nella Somalia post 11 settembre non si limitarono tuttavia alla formazione di una task force ad hoc. Durante tutto il 2005 Mogadiscio venne colpita da una violenta ondata di scontri che coinvolse soprattutto alcune élite islamiche vicine alle Corti. La responsabilità delle azioni militari era in gran parte riconducibile a una coalizione di “warlords” che si sarebbe formalizzata solo nel marzo del 2006 sotto il nome di Alliance for Restoration of Peace and Counter-Terrorism 38

(Arpct). Anche le attività dell’alleanza erano da annoverare all’interno delle strategie di lotta al terrore statunitensi, in quanto finanziate direttamente dalla stessa Cia nell’ambito del programma delle extraordinary renditions. La reazione all’ingerenza statunitense dei gruppi armati vicini alle Corti Islamiche si concretizzò nell’imporsi di frange sempre più radicali alla guida del movimento, raggruppate già allora nel gruppo conosciuto con il nome arabo di al-Shabaab (gioventù). Attraverso il suo leader Sheikh Adan Hashi Ayro - ucciso poi in un bombardamento americano il primo maggio 2008 - al-Shabaab si era imposta come ala militare del processo di strutturazione dell’Unione delle Corti Islamiche (Uci), diventandone l’icona più oltranzista. Il processo di radicalizzazione politica delle Corti, anche per effetto del sostegno eritreo, portò l’Etiopia ad agire militarmente nel dicembre 2006. L’intervento in Somalia avveniva per deporre il governo dell’Uci e insediare a Mogadiscio le Istituzioni Federali di Transizione (Ift), nate il 21 agosto del 2004 a Nairobi dalle ceneri del processo di Arta grazie alla mediazione dell’Intergovernamental Authority on Development (Igad) e sostenute dalla comunità internazionale. L’intervento militare dell’Etiopia del 2006 avrebbe ulteriormente esasperato il confronto con l’Eritrea, accusata dalla comunità internazionale di fornire supporto logistico all’Uci. In effetti gli etiopici, che ben conoscevano il fenomeno delle Corti Islamiche, non si preoccuparono di indagare eventuali intenti jihadisti del movimento, premendo invece per una immediata rottura delle relazioni con Asmara che - se consolidate avrebbero potuto portare ad un accerchiamento dell’Etiopia e a un suo eventuale impegno militare su più fronti. L’identificazione delle Corti Islamiche con il fenomeno dell’estremismo islamico legato ad una eventuale avanzata della rete qaedista nel Corno d’Africa divenne però funzionale all’intervento per ottenere l’appoggio di


dossier Washington. Dopo l’entrata del contingente etiopico in Somalia e l’insediamento del Governo Federale di Transizione (Gft) a Mogadiscio, l’Uci avrebbe finito per sgretolarsi, anche se gran parte della sua leadership trovò rifugio ad Asmara. Il gruppo in esilio in Eritrea costituì l’Alleanza per la Re-liberazione della Somalia (Ars), un movimento che racchiudeva, oltre ai leader delle Corti, diversi gruppi di opposizione al Gft. Con i leader dell’Uci in esilio e i soldati etiopici ad occupare i principali centri urbani della Somalia meridionale, il gruppo armato che riuscì tra il 2007 e il 2009 ad imporsi nello scenario interno come unica forza antioccupazione fu al-Shabaab. Harakat Al-Shabaab Mujahideen avrebbe rivendicato la maggior parte degli attacchi contro il contingente etiopico e le milizie del Governo Federale di Transizione, assumendo ben presto il comando dei mukawama (resistenza). La decisione del Dipartimento di Stato Usa di porre l’organizzazione sulla lista nera del terrorismo internazionale nel marzo del 2008 contribuì a rendere i propri leader sempre più radicali. In realtà, più che essere connesso direttamente alla rete globale di al-Qaida, al-Shabaab si presentava come un movimento prettamente locale, la cui forza derivava per lo più dal saper sfruttare a proprio vantaggio le dinamiche socio-politiche del paese. Da avanguardia delle Corti Islamiche al-Shabaab era riuscita a monopolizzare l’opposizione antietiopica fino ad occupare i territori lasciati incustoditi nel 2009 dal contingente di Addis Abeba ormai in ritirata. L’esperienza di guerriglia dagli Shabaab è dunque un caso paradigmatico di rimodellamento rispetto alle influenze esterne subite dal conflitto nell’ultimo decennio. Il gruppo attualmente si presenta come “ibrido”, che a un controllo capillare dei territori in periferia (come Chismaio, Baidoa e Merca), riesce ad accostare una forte accezione insurrezionalista al centro (ovvero a Moga-

Nella parabola discendente della Somalia il clan ha un ruolo importante, anche se più che un protagonista ne è stato per alcuni versi una vittima. Storicamente, nelle dinamiche sociali, politiche ed economiche il clan occupa uno spazio importante, dettando tempi e regole della società discio). La sostituzione del contingente etiopico con una missione di peace-support dell’Unione Africana arrivava infatti troppo tardi, e l’accordo di pace di Gibuti tra le Tfi e l’Ars di Asmara, all’interno del quale venne pattuito il ritiro, si dimostrò non solo farraginoso, ma anche incapace di includere tutte le espressioni politico-militari di stanza sul territorio centro-meridionale. Gli accordi di Gibuti del 2008-2009 avrebbero però rivoluzionato gli assetti delle Tfi, portando il parlamento transitorio da 275 seggi a 550. Come nuovo presidente veniva nominato Sheikh Sharif Sheikh Ahmed, leader moderato delle Corti Islamiche ben visto dalla comunità internazionale, ma particolarmente debole sul piano politico-militare. La presidenza di Sheikh Sharif non avrebbe fatto alcun passo in avanti sul fronte della riconciliazione, e le Istituzioni Federali di Transizione sarebbero rimaste confinate all’interno di due quartieri della capitale, ben protette dal contingente dell’Unione Africana. L’African Union Mission in Somalia (Amisom) era nata nel 2007 con l’intento di sostituire il contingente etiopico. La missione era stata autorizzata dal Consiglio di Sicurezza Onu nel febbraio dello stesso anno con la risoluzione 1744. 39


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dossier Tecnicamente Amiasom si presenta ancora oggi come una forza di peace-support, ovvero di appoggio all’apparato di sicurezza delle Istituzioni Federali di Transizione, ed è composta da circa ottomila caschi verdi messi a disposizione dall’Uganda e dal Burundi. Se da un punto di vista ufficiale il mandato di Amisom resta ancora poco chiaro, politicamente gli intenti della missione sono piuttosto evidenti. I caschi verdi hanno un mandato che tende a sovraesporli agli attacchi da parte della guerriglia islamista proprio perché sono percepiti dall’opposizione armata come una parte in conflitto schierata a protezione delle sole Ift In questo senso il passaggio dal contingente etiopico ad Amisom non ha prodotto alcun risultato tangibile, dato che entrambe le missioni sono intervenute schierandosi con una sola parte in conflitto, per di più la medesima. La profonda instabilità che caratterizza la Somalia centro-meridionale dal 2006 ha prodotto effetti negativi anche in termini globali.

L’escalation della pirateria marittima nel

golfo di Aden può essere considerata come il prodotto di una riconversione strategica di alcuni movimenti armati presenti soprattutto nei territori del Galmudug e del Puntland. L’estremo grado di insicurezza dell’ultimo quinquennio ha infatti indotto diverse agenzie internazionali e numerose organizzazioni non governative a ritirarsi gradualmente dal territorio. Ciò ha causato non solo enormi disagi per la popolazione, ma ha anche determinato dei tagli consistenti degli introiti di diverse bande armate che per anni hanno potuto lucrare sul business della sicurezza. Non è un caso dunque che l’intervento dell’Etiopia e il costante peggioramento della situazione si siano accompagnati all’aumento degli assalti nell’Oceano Indiano occidentale. A due anni dal sequestro del Buccaneer e a poche settimane da quello della Savina Caylyn, i bur-

cad baded (banditi del mare) non hanno mai smesso di colpire le imbarcazioni di passaggio nel golfo di Aden, e le contromisure prese dalla comunità internazionale ne hanno solo modificato il raggio d’azione, che oggi è diventato drammaticamente più ampio. Dallo scorso marzo questo è passato dalle 975 miglia nautiche dall’epicentro degli attacchi (individuato nella cittadina somala di Haradheere) agli attuali 1300, in un lembo di mare da cui passa attualmente il 20% delle spedizioni commerciali mondiali, comprese quelle di approvvigionamento petrolifero. Dopo l’escalation di attacchi tra il 2008 e il 2009, secondo l’International Maritime Bureau solo lo scorso gennaio si sono registrati 35 abbordaggi, con sette navi e 148 membri di equipaggio sequestrati. I costi della pirateria sono elevatissimi, e secondo fonti Onu la stima totale delle perdite dovute alla presenza dei pirati nel golfo di Aden è tra i 5 e i 7 miliardi di dollari annui. Se la futilità dello stato somalo rende le convenzioni internazionali poco efficaci, anche le missioni militari sono apparse poco più che lenitive. Nell’area operano tre diverse task force: l’operazione Atalanta dell’Unione Europea, l’Ocean Shield della Nato e la Ctf-151, una missione composta da 25 flotte sotto il comando statunitense. Il fallimento della Somalia è un’immagine che non rende merito alle complesse realtà di ritorno allo Stato emerse negli ultimi vent’anni di instabilità e di conflitto. A fallire, piuttosto, sono stati gli innumerevoli tentativi di creare istituzioni in provetta sganciate dalle dinamiche locali in gestazione nel paese. L’incapacità delle stesse leadership somale, la vacuità della comunità internazionale, le rivalità regionali e dieci anni di politiche basate sulla guerra al terrore hanno reso il territorio somalo estremamente frammentato, condannandolo oggi in un limbo che è possibile definire “né di pace né di guerra”. 41


Risk

A SANA’A LA FOLLA CHIEDE LE DIMISSIONI DI SALEH. MA NON È LUI CHE COMANDA

YEMEN, LOTTA PER LA SOPRAVVIVENZA DI •

I

BERNARD SELWAN EL KHOURY

l 18 febbraio scorso, il quotidiano panarabo Al-Quds al-Arabi (La Gerusalemme Araba), edito a Londra, pubblicava un’emblematica vignetta intitolata: Allarmante effetto domino. Si legge nella vignetta: «L’Egitto non è la Tunisia; lo Yemen non è l’Egitto; il Bahrein non è lo Yemen; la Libia non è il Bahrein; l’Algeria non è….; la Siria non è…». L’immagine, ma soprattutto i paesi menzionati, non

lasciano spazio a fraintendimenti. Il giovane tunisino Mohamed Bou’azizi che il 17 dicembre 2010 si diede fuoco a Sidi Bouzid, in Tunisia, innescò la miccia rivoluzionaria nel mondo arabo, dando luogo a un’inarrestabile effetto domino che preoccupa paesi vicini e lontani. A poche settimane di distanza, sono caduti i regimi di Tunisia ed Egitto. Quello libico sembra seguire le sorti degli Stati vicini. Paesi come la Siria, la Giordania, il Bahrein, l’Arabia Saudita e il Marocco stanno adottando misure d’emergenza per scongiurare rivoluzioni interne. Infine, ma non per ultimo, vi è lo Yemen, l’unica Repubblica della Penisola Arabica, che potrebbe essere la prossima tessera del domino a cadere. Lo Yemen è l’unico paese dell’area mediorientale che ha numerosi fattori in comune con gli Stati del Maghreb arabo. Tre in particolare vanno sottolineati: la precaria condizione sociale, la presenza di 42

enclavi qaediste e gli anni del Presidente. L’ex presidente della Tunisia, Ben Ali, 75 anni, ha governato per ventitre anni. Hosni Mubarak, 83, ha detenuto il potere in Egitto per circa trent’anni. Mu’ammar AlGheddafi, il sessantaduenne Colonnello libico, ha preso il potere nel 1969. Il presidente algerino Abdelaziz Bouteflika, 74 anni, guida l’Algeria da circa dodici anni. E infine, Ali Abdullah Saleh, 65 anni, presidente dello Yemen del Nord dal 1978, dal 1990 diventa il primo e unico presidente dello Yemen unito. È al potere dunque da trentatre anni. Tranne Bouteflika, sono stati tutti Ufficiali militari di carriera. Tuttavia, dal punto di vista storico e culturale, i paesi sopracitati hanno peculiarità proprie, che ne determinano anche la transizione e il cambiamento derivato dai moti popolari. Se in Tunisia, Egitto e Libia il fattore religioso non è stato il movente principale delle rivolte, nello


dossier Yemen esiste questo rischio. Sotto l’aspetto della sicurezza, anche internazionale, il fronte yemenita è quello più sensibile in quanto nasconde al suo interno numerose bombe ad orologeria pronte a esplodere. Fra queste, un’organizzazione che negli ultimi anni ha ispirato, pianificato e condotto operazioni jihadiste in Occidente: Aqap (Al-Qaeda in the Arabian Peninsula). Accanto alla minaccia di carattere jihadista - resa più insidiosa per il transito bilaterale di mujahidin fra lo Yemen e la Somalia - esiste quella della guerra civile, o meglio, di più guerre civili. Da una parte il movimento secessionista “Mobilitazione del Sud”, dall’altra il movimento di rivolta sciita degli Houthi, che gode del sostegno di Iran e Hezbollah. Negli ultimi mesi, dunque, il debole governo centrale yemenita si è trovato a dover combattere tre guerre su diversi fronti: Aqap, che negli ultimi due anni ha acquisito maggiore potere, i ribelli Houthi nel nord e i secessionisti della Mobilitazione nel sud. Questa triplice insidia, accanto alle recenti rivolte popolari e al vento rivoluzionario che sta soffiando in tutto il mondo arabo, fa dello Yemen un paese candidato a una grave crisi, e quindi al fallimento. Le autorità di Sanaa’ si stanno sforzando di soffocare una seconda minaccia interna per il regime yemenita, i separatisti del sud, noti come “Mobilitazione del Sud”. Lo scorso anno il Presidente yemenita, Ali Abdallah Saleh, aveva lanciato per la prima volta un pesante attacco verbale contro l’opposizione del sud, definendo i sostenitori della Mobilitazione “agenti traditori”. Da parte loro, i sudisti sono intenzionati a consolidare il loro movimento e le richieste di secessione. La Mobilitazione, guidata da Tareq Al-Fadli, ex jihadista nell’Afghanistan degli anni ’80, ha avviato già dallo scorso anno una rivolta nelle provincie del sud. Nelle ultime settimane, gli scontri fra secessionisti e forze governative si sono intensificati nel sud del paese. Il regime yemenita accu-

sa i secessionisti di aver tessuto relazioni strategiche con alcuni membri di Aqap, con lo scopo unico di far cadere il potere centrale di Sanaa’ Il 3 novembre del 2009, un portavoce ufficiale saudita dichiarò che alcuni miliziani avevano fatto irruzione a Jabal Dukhan, in territorio saudita, al confine con lo Yemen, aprendo il fuoco contro una pattuglia saudita e causando la morte di un agente e il ferimento di altri 11. L’agguato fu rivendicato dagli Houthi, un movimento sciita yemenita che gode del sostegno di Iran e Hezbollah. Ebbe così inizio un’escalation che coinvolse diversi attori: forze armate saudite, forze yemenite, forze americane, miliziani Houthi, mujahidin di Al-Qaeda. Gli Houthi, per le loro alleanze regionali, rappresentano una minaccia anche per il vicino Regno saudita. Nonostante le divergenze sul piano confessionale, numerosi analisti hanno evidenziato una possibile alleanza di comodo fra il movimento sciita e Aqap. Secondo fonti somale, negli ultimi mesi del 2009, aspiranti attentatori suicidi, e armi, avrebbero oltrepassato il golfo di Aden, dalla Somalia, alla volta dello Yemen, per raggiungere gli Houthi. Il principe Nayef Bin Abdelaziz, vice primo Ministro dell’Interno saudita, non escluse una pianificazione e una collaborazione in tal senso fra Al-Qaeda e gli Houthi. Nel corso di una conferenza stampa, il principe saudita ribadì l’assoluta sovranità territoriale del Regno, lanciando anche un velato messaggio all’Iran e facendo appello alla sovranità dello Yemen per condannare le ingerenze esterne nei suoi affari. «Il Regno non tollererà nessuna violazione territoriale», aveva dichiarato. Dal punto di vista tattico, una simile alleanza avrebbe motivo di esistere con l’unico e comune obiettivo di indebolire e far cadere il regime yemenita e quindi quello dei Saud. In quest’ottica, dunque, l’Iran ha sostenuto - e potrebbe ricominciare a farlo -, con armi e denaro, non soltanto gli Houthi ma indirettamente anche Al-Qaeda. In que43


Risk sto contesto, si inserisce anche il terzo fattore di instabilità per il regime di Ali Saleh, rappresentato dal movimento secessionista “La Mobilitazione del Sud”. Già nel 1994, quattro anni dopo l’unificazione yemenita, il paese arabo è stato testimone di una guerra civile che ha visto la sconfitta dei secessionisti. Questi ultimi non riconoscono l’autorità centrale di Sanaa’, la capitale della Repubblica yemenita. Da parte sua, il governo centrale yemenita non potrebbe mai accettare la secessione del sud dello Yemen, vale a dire l’area più ricca di pozzi petroliferi nel paese. Oltretutto, il governo centrale di Sanaa’ deve far fronte anche all’opposizione interna, che negli ultimi mesi sta mettendo in guardia il paese dallo scoppio di una fitna confessionale, una spaccatura all’interno della comunità, con il rischio di una nuova guerra civile. Negli ultimi anni, e in particolare dopo la proclamazione ufficiale della nascita di Aqap nel gennaio 2009, le forze militari e i servizi di sicurezza statunitensi hanno avviato una stretta collabora-

Accanto alla minaccia di carattere jihadista - resa più insidiosa per il transito bilaterale di mujahidin fra lo Yemen e la Somalia esiste quella della guerra civile, o meglio, di più guerre civili. Da una parte il movimento secessionista “Mobilitazione del Sud”, dall’altra il movimento di rivolta sciita degli Houthi, che gode del sostegno di Iran e Hezbollah 44

zione con le autorità yemenite per timore di attacchi qaedisti contro interessi americani nella regione e, come è accaduto, anche in Occidente. L’attenzione degli Stati Uniti al fronte yemenita è stata alimentata in particolar modo dal ritorno nello Yemen dell’imam Anwar Al-‘Awlaqi, nel 2004. Al-‘Awlaqi, con doppia cittadinanza americana-yemenita, è attualmente il principale riferimento jihadista per le nuove generazioni di musulmani occidentali, in particolare gli anglofoni e gli statunitensi. Lo sceicco yemenita aveva un suo sito internet, in inglese, e tramite gli scambi di posta elettronica, indottrinò il maggiore dell’Esercito americano Nidal Malik Hassan, di origini palestinesi, che il 5 novembre 2009 portò a termine la strage di Fort Hood, una delle basi dei militari statunitensi pronti a partire per l’Afghanistan. Lo stesso scenario si ripeté con il giovane nigeriano Omar Farouq Abdelmutallab, reclutato da Al-‘Awlaqi. Abdelmutallab, originario di una delle più ricche famiglie africane, studiò nei migliori college britannici, finché nel 2004 si recò nello Yemen per approfondire gli studi di arabo, aveva detto ai suoi genitori. In realtà, il giovane nigeriano era stato reclutato e addestrato nei campi di Aqap per la fallita operazione suicida sul volto Delta diretto a Detroit, il 25 dicembre 2009. L’operazione sarà in seguito rivendicata ufficialmente dall’Organizzazione jihadista. Si legge nel comunicato ufficiale: «Il fratello Omar al-Farouq ha compiuto un’operazione singolare a bordo di un aereo americano durante le festività natalizie, il 25 dicembre 2009, quando ha violato tutti i loro controlli di sicurezza e le loro apparecchiature moderne negli aeroporti mondiali, con audacia e coraggio, senza il timore della morte e facendo affidamento su Allah. Con il suo strepitoso gesto, ha fatto cadere la leggenda dei servizi segreti americani e internazionali, mostrando la loro fragilità e schiacciandoli nella polvere, trasformando tutte le tecnologie di sicurezza in afflizioni per loro».


Il suo gesto rientrava nella più ampia strategia offensiva di Aqap, che consiste in operazioni di rappresaglia contro obiettivi occidentali - in particolar modo americani - dentro e fuori lo Yemen. In quello stesso comunicato, Aqap rivendicava anche la strage di Fort Hood: «Invitiamo poi ogni soldato che lavora per gli Eserciti crociati e i governi agenti a pentirsi al cospetto di Allah e seguire l’esempio dell’eroe mujahid Nidal Hassan, uccidendo ogni crociato con tutti i mezzi a sua disposizione, per sostenere la religione di Allah e innalzare la Sua parola sulla terra». Per avere un quadro completo della vicenda, e individuare in maniera oggettiva il nesso fra Aqap e gli ultimi attacchi nel cuore dell’Occidente, bisogna indagare su alcuni nomi e concetti: l’imam Anwar al-‘Awlaqi, il maggiore Nidal Hassan, Aqap, il modello di radicalizzazione e la nuova struttura qaedista. L’imam Al‘Awlaqi è stato spesso descritto come la “calamita degli estremisti”. Al-Jamhi, giornalista yemenita esperto di Al-Qaeda, riguardo all’eventualità che Al-‘Awlaqi abbia potuto “reclutare” sia Hassan Nidal che Abdelmutallab, grazie alla lingua inglese ma soprattutto grazie all’utilizzo di internet, ritiene che l’imam yemenita sia dotato di un certo carisma, derivante dall’abilità di «unire il discorso religioso a quello politico, toccando sentimenti profondi». Questo suo forte carisma, ribadisce AlJamhi, trova conferma nel fatto di essere riuscito a smuovere i sentimenti di un uomo come Hassan Nidal, uno psicoanalista con una mentalità militare. Dal punto di vista ideologico e strategico, Aqap non si discosta dalla linea storica di Al-Qaeda, anche se, come si evince dai contenuti della prima rivista jihadista in lingua inglese, Inspire, edita dal braccio mediatico dell’Organizzazione, AlMalahim, il gruppo sta sviluppando una nuova strategia orientata ad azioni individuali e frequenti, la cosiddetta “strategia emorragica”. Il nemico principale è individuato nell’alleanza crociato-sionista che, secondo la dialettica qaedista, sta condu cendo una guerra contro l’Islam su vari fronti


Risk come la Palestina, l’Iraq, l’Afghanistan, la Somalia, la Cecenia, il Waziristan, lo Yemen, ecc. I vari regimi arabi, in primis quello yemenita e quello saudita, vengono visti come “regimi collaborazionisti” dell’Occidente, e quindi nemici. Sul fronte interno, Aqap ha sempre cercato di accattivarsi la simpatia e il sostegno delle tribù yemenite. Il pilastro fondamentale su cui l’Organizzazione basa la sua ideologia è il concetto, ripreso più volte da Osama Bin Laden, dell’«espulsione dei politeisti dalla Penisola Araba», che rimanda a un noto hadith (detto) del Profeta Muhammad (saws). Aqap sottolinea in più occasioni tale concetto, invitando tutti i musulmani a uccidere «ogni crociato che lavora nelle ambasciate o in altri luoghi, e dichiarare guerra aperta a tutti i crociati che si trovano nella Penisola di Muhammad - la preghiera e la pace di Allah siano su di Lui - via terra, male e cielo». Durante i primi mesi degli scontri armati fra Esercito yemenita ed Aqap, buona parte degli Ulema yemeniti hanno dichiarato il loro sostegno indiretto all’organizzazione, emanando una fatwa, un editto religioso. Nella fatwa, i 150 Ulema yemeniti firmatari del documento, sottolineavano la sovranità territoriale dello Yemen, condannando così qualsiasi ingerenza straniera - in particolare americana - negli affari interni del paese. Per quanto riguarda la jihad, gli Ulema yemeniti sembrano legittimare, citando anche numerosi versetti del Corano, una “lotta difensiva”, vincolante per tutti i musulmani, contro un ipotetico intervento straniero La crisi nello Yemen non sembra destinata a rientrare, con l’aumento degli incidenti di piazza e del numero delle vittime. Il precario stato di sicurezza potrebbe inoltre agevolare l’operatività di AlQaeda. Gli Stati Uniti stanno monitorando con estrema attenzione gli ultimi sviluppi nello Yemen e in Somalia, e temono un consolidamento dell’organizzazione jihadista in questi due fronti. Nel suo discorso sulla nuova strategia americana nella 46

regione mediorientale, lo scorso anno, Barack Obama dichiarò che «il contrasto all’estremismo violento non finirà presto e si estenderà oltre l’Afghanistan e il Pakistan». In quell’occasione, il Presidente statunitense citò espressamente lo Yemen. Il timore è che Al-Qaeda, sotto la pressione della rafforzata offensiva dell’Alleanza occidentale in Afghanistan e soprattutto alla luce dei radicali cambiamenti nel mondo arabo, possa trovare rifugio nello Yemen e in Somalia. Già lo scorso anno, Tareq Al-Fadli, ex leader di Al-Qaeda e oggi uno degli ispiratori della secessione, aveva fatto appello a una rivolta civile, dichiarando: «Questo sarà l’anno delle grandi rivolte popolari». Secondo numerosi rapporti di intelligence, la provincia yemenita di Ma’reb, a est di Sanaa’, sarebbe divenuta una delle roccaforti di Aqap. Per scongiurare anche la minaccia jihadista, lo scorso anno i capi di governo dei paesi del Golfo Persico si incontrarono in un vertice di alto livello. Già allora, lo Yemen aveva esternato i suoi fattori di crisi, sottolineando la necessità di uno sviluppo soprattutto nell’area meridionale e del contrasto alla minaccia qaedista. Il timore di un’escalation e dell’estensione delle rivolte nello Yemen e nel Bahrein agli altri paesi della Penisola Araba preoccupa soprattutto il Regno dei Saud. Lo stesso timore viene avvertito dagli Stati Uniti e dalla maggior parte dei paesi europei, soprattutto per l’insidiosa minaccia qaedista e il possibile intaccamento degli interessi occidentali nell’area, ma anche per il rischio che parte dello Yemen, cadendo nel caos, possa divenire una sorta di secondo Afghanistan e quindi una base sicura per Al-Qaeda, da cui pianificare nuove operazioni. In quest’ottica va letta la storica visita del Segretario di Stato Hillary Clinton a Sanaa’, lo scorso mese. Per questo motivo, gli esiti prodotti da una possibile rivoluzione yemenita potrebbero essere totalmente diversi da quelli di altri paesi come l’Egitto e la Tunisia, in quanto coinvolgerebbero direttamente i paesi occidentali, con un rischio concreto


dossier sul fronte della sicurezza. Il timore di un insediamento consolidato di Al-Qaeda nello Yemen è avvertito anche dai paesi vicini. Le cause sono diverse. L’organizzazione jihadista sta sviluppando nuove tecniche per l’assemblaggio di ordigni esplosivi, tramite sostanze liquide e quindi meno voluminose. A tal proposito, l’ordigno utilizzato dal nigeriano Abdelmutallab è simile a quello usato due anni prima da Abdallah Hassan ‘Asiri, membro di Aqap, nel suo tentativo di assassinare il Principe Muhammad Bin Nayef, secondo vice ministro dell’Interno saudita con delega sull’antiterrorismo. Dal punto di vista propagandistico, AlQaeda sta intensificando i suoi proclami per attaccare le ambasciate e gli interessi occidentali nella Penisola Araba. In numerose moschee dello Yemen, vengono lanciati appelli a colpire gli americani e i governi loro alleati. Lo Yemen, non essendo nelle condizioni di controllare i suoi confini ed esercitare la sua piena autorità, potrebbe nuovamente ricorrere all’aiuto americano, e ciò sarebbe percepito come una “ingerenza”, andando così ad ampliare il “sostegno” che il popolo potrebbe offrire ad Al-Qaeda. L’odio per l’America e l’Occidente, a livello popolare yemenita, risulta essere il più intenso in tutto il mondo islamico. Esiste il rischio che il sostegno del popolo musulmano yemenita ad Al-Qaeda possa crescere. Fonti yemenite hanno segnalato che le moschee di Aden, sulla costa di fronte alla Somalia, si sono già trasformate in centri solidali con il gruppo jihadista. Nelle moschee si moltiplicano gli appelli contro le autorità e contro gli attacchi di cui sono stati vittime negli ultimi due anni i mujahidin a Ibine. Secondo fonti giornalistiche, numerosi predicatori moderati sarebbero stati sostituiti da predicatori salafiti, i cui appelli contro la musica, il canto, lo sport, il turismo, il cinema e la nomina di donne a ruoli ministeriali ricordano un clima simile a quello dell’Afghanistan poco prima della presa del potere da parte dei Talebani e dell’instaurazione 47


Risk dell’Emirato Islamico. L’analista yemenita AbdelGhani Al-Ariani ha fatto notare che nello Yemen vi sono sei centri islamici diretti da salafiti. Questi centri si trovano in aree in cui non esiste una forte autorità dello Stato, come la provincia di Ma’reb, una delle roccaforti di Al-Qaeda, nella parte est del paese. Secondo Al-Ariani, vi sarebbero centinaia di studenti stranieri nella moschea Al-Iman (La Fede) a Sanaa’, e in altri centri. «È un terreno fertile per gli estremisti, i quali sono in grado di garantire i visti per gli studenti, e il governo qui non ha alcuna autorità», ha dichiarato l’analista yemenita ad Al-Quds al-Arabi.Appare chiaro dunque che le rivolte popolari nello Yemen potrebbero avere un esito diverso da quello di altri paesi arabi. Innanzitutto per la posizione strategica a livello regionale e internazionale dello Yemen, un paese che dista pochi chilometri da Eritrea, Gibuti, Etiopia e Somalia. È in questo tratto che passa il 30% delle forniture mondiali di petrolio, con un transito annuale di 16 mila navi. Interrogato sulla valenza strategica dello Yemen per l’Occidente e per Al-Qaeda, il giornalista yemenita Abdelilahi Shae’, oggi detenuto con l’accusa di collusione con i jihadisti, aveva dichiarato alla Tv Al-Arabiya che «l’Occidente teme che lo Yemen possa cadere nella mani di Al-Qaeda, e da parte sua, l’organizzazione jihadista vede nello Yemen un’area geografica sacra nella sua lotta contro l’Occidente». Per l’ideologia qaedista, lo Yemen rappresenta una terra sacra, la terra del soccorso”. Un altro giornalista yemenita, Abdel-Bari Taher, aveva invece fatto riferimento alle infiltrazioni di Al-Qaeda negli ambienti istituzionali yemeniti. Alla tv Al-Arabiya Taher dichiarò: «Al-Qaeda ha una forte presenza nelle istituzioni dello Stato: si è infiltrata nelle tribù, nell’Esercito, nei servizi di sicurezza, etc».Shae’, uno dei pochi giornalisti yemeniti ad aver incontrato membri di Al-Qaeda, parla dell’esistenza di due Al-Qaeda nello Yemen: una fatta di cellule direttamente legate all’organizzazione madre in Afghanistan, e l’altra rappresen48

tata dall’ideologia qaedista che si sta diffondendo all’interno dello Yemen, attraverso moschee e centri islamici. Per quanto riguarda gli obiettivi dell’organizzazione, il giornalista yemenita ribadisce quanto già anticipato e dichiarato da Aqap: espellere i politeisti dalla Penisola Araba. Inoltre, viene fatto notare come l’ala yemenita di Al-Qaeda abbia imparato la lezione irachena, evitando così di entrare in uno scontro diretto con le autorità yemenite, le istituzioni militari e la società civile. Ciò trova riscontro anche nella strategia mediatica dell’Organizzazione, che tende a collocare la sua dialettica su un fronte ideologico globale, in cui il nemico viene individuato negli “infedeli”, gli occidentali, prima che nelle forze militari yemenite. A seguito della campagna offensiva lanciata dal governo yemenita, e sostenuta dagli Stati Uniti, contro Al-Qaeda nelle provincie di Shabwa e Ibine, l’organizzazione è passata a una posizione di “soggetto oppresso”, conquistandosi in questo modo maggiore consenso popolare. In un articolo pubblicato l’11 gennaio 2010 su Al-Quds al-Arabi, che cita due rapporti del New York Times e dell’Observer, e intitolato: Osama Bin Laden ha intenzione di trascinare l’America in un paese i cui abitanti possiedono 60 milioni di armi, si evidenzia il fatto che il popolo yemenita è un popolo armato, e un suo sostegno ad Aqap metterebbe in crisi un eventuale intervento militare esterno. Il rischio è che Al-Qaeda, cavalcando l’onda delle proteste popolari, possa in poco tempo prendere il controllo di numerose aree del paese, facendo dello Yemen un secondo Afghanistan e una molteplice minaccia su diversi fronti: la vicina Arabia Saudita, l’alleanza tra Aqap e Shabab in Somalia, la questione Huthi e il rischio della pianificazione di attacchi contro obiettivi occidentali.Va infine considerata l’eventualità che numerosi yemeniti ex detenuti a Guantanamo, che oggi si trovano nello Yemen, possano ricongiungersi all’organizzazione, vista l’assenza di un programma governativo per una loro riabilitazione. Fa notare Huda


dossier Husseini in un editoriale pubblicato su Al-Sharq al-Awsat alcuni mesi fa, che la vicinanza geografica dello Yemen alle fonti del petrolio, le ingerenze iraniane, le minacce sul fronte interno, i problemi socio-economici e la presenza di Al-Qaeda, fanno potenzialmente dello Yemen un secondo Afghanistan, con un governo che non è in grado di controllare il territorio, in cui il vero potere viene esercitato dalle tribù, che spesso non si riconoscono nello Stato e che, per il loro forte attaccamento a un Islam “salafita”, rappresentano un ideale bacino di reclutamento e di consenso per Al-Qaeda. A livello geopolitico, gli attori in gioco sembrano avere una netta posizione nei confronti dell’attuale scenario regionale. L’Arabia Saudita intende dimostrare la sua forza e soprattutto la stabilità e la sovranità territoriale derivanti dal regime dei Saud. Lo Yemen è diviso fra governo centrale, sostenuto dai Sauditi, Huthi, sostenuti dall’Iran e secessionisti del movimento “Mobilitazione del sud”. Uno dei rischi più concreti è quello di una fitna confessionale, su basi religiose, che coinvolgerebbe in modo più ampio i due maggiori rappresentanti a livello internazionale del sunnismo e dello sciismo, Arabia Saudita da una parte e Iran dall’altra, con il rischio che Aqap possa colmare alcuni vuoti sociali e politici che già esistono nello Yemen. Sulla scia delle rivolte nel mondo arabo, l’opposizione yemenita ha mobilitato da un mese a questa parte le masse popolari per chiedere a voce alta le dimissioni del Presidente Saleh. Come già accaduto in Egitto e Libia, il regime ha mobilitato i suoi sostenitori organizzando manifestazioni di sostegno al governo. Tuttavia, di fronte alla crescente rabbia popolare, il Presidente yemenita ha lanciato una proposta di dialogo con l’opposizione, promettendo che non si ricandiderà alle prossime elezioni presidenziali del 2013, anche se è difficile ipotizzare che possa mantenere il suo status di Presidente fino a quella data.


Risk

GLI

EDITORIALI/MICHELE

NONES

Un fantasma si aggira per l’Europa

Sono passati alcuni mesi dalla firma degli accordi nel campo della difesa e della sicurezza, sottoscritti a Londra il 2 novembre 2010 da Francia e Regno Unito e le preoccupazioni per le conseguenze sul processo di integrazione europea nel campo della difesa sono ancora più forti. Le informazioni ora disponibili confermano il carattere strategico della nuova partnership che copre attività operative, capacità nucleari, addestramento, logistica, programmi di armamento. L’Europa della difesa ha dunque cessato di essere divisa in due cerchi concentrici: quello dei sei paesi Loi (Francia, Germania, Italia, Spagna, Svezia e Regno Unito) e quello della Ue con la dichiarata ambizione dei primi di guidare il processo di integrazione nei diversi fora (Eda, Occar, Ue). La nuova gerarchizzazione è basata su tre cerchi con un nuovo asse franco-inglese che, di fatto, mette gli altri quattro paesi Loi in una posizione ancillare. Bisogna, quindi, prendere atto del cambiamento della politica dei due paesi verso l’europeizzazione del mercato della difesa perché il loro intervento dirigista sul processo di ristrutturazione dell’industria della difesa rischia di alterarlo e provocare analoghi interventi in altri paesi; verso la comunalità degli equipaggiamenti europei perché è evidente che gli altri paesi con capacità tecnologiche e industriali saranno spinti a sviluppare programmi alternativi fra loro o, quel che sarebbe peggio per l’Europa, con partner non europei; verso l’Eda che potrebbe perdere capacità di iniziativa in presenza di un direttorio esclusivo formato dai due maggiori Stati membri; verso i loro tradizionali partner: per la Francia questo è l’Italia nei settori dello spazio (collaborazione allargata anche al fronte industriale con la nascita di due imprese transnazionali nel campo satellitare e dei servizi), degli Uav (dove sta, infatti, proseguendo il programma Neuron a guida francese, ma con un forte impegno italiano) e navale e invece la Germania in quello elicotteristico e del trasporto aereo; per il Regno Unito, il partner è l’Italia nei velivoli da combattimento ed elicotteri. Per i quattro paesi Loi esclusi è, quindi, giunto il momento di elaborare una strategia, possibilmente comune, che punti a contenere la loro marginalizzazione. L’obiettivo potrebbe essere quello di puntare sul “minilateralismo” (di fatto la Loi) in modo da rafforzare un contesto in cui

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l’asse franco-inglese venga ad essere in qualche modo diluito.Per l’Italia rompere il rischio di un isolamento è strategicamente ancora più indispensabile. A differenza di Germania, Spagna e Svezia ha, infatti, sviluppato in quest’ultimo quindicennio un grande gruppo internazionale nel campo dell’aerospazio, sicurezza e difesa, Finmeccanica, che rappresenta l’unico presidio nel settore delle tecnologie avanzate: è, quindi, un asset del paese che deve essere tutelato. Per questo bisognerebbe articolare una strategia nazionale anche a livello settoriale, soprattutto per le aree di nostro maggiore interesse: velivoli non pilotati, missili, satelliti di comunicazione. Di particolare importanza sono gli Uas-Unmanned Air Systems perchè rappresentano il futuro del potere aereo. Ogni paese che voglia, come l’Italia, continuare ad essere un attore nel mondo della difesa, non può rinunciare a giocarvi un ruolo di primo piano. Se Francia e Regno Unito vorranno marciare da sole, sarà indispensabile cercare altri partner per lo meno per i velivoli da ricognizione. Per i futuri Ucas-Unmanned Combat Air Systems bisogna, invece, insistere per una soluzione condivisa a livello europeo: il costo di sviluppo e le dimensioni del mercato sono incompatibili con soluzioni bilaterali e con programmi in competizione. Nel campo dei sistemi missilistici l’Italia si è tradizionalmente concentrata soprattutto su due aree, i sistemi di difesa area terrestri e navali e i sistemi anti-nave aviolanciati. Mantenere queste capacità comporta una scelta strategica del paese e il conseguente investimento di nuove risorse. Solo da queste posizioni di forza si potrebbe puntare ad impedire l’esclusiva supremazia franco-inglese nel settore missilistico prevista dal recente Accordo. Nel campo spaziale abbiamo fino ad ora operato nel quadro di una tradizionale collaborazione con la Francia, basata sull’interoperabilità dei rispettivi sistemi satellitari nazionali. Ma ora dobbiamo confrontarci con la decisione francese di puntare sul Regno Unito per i futuri satelliti di comunicazione. Tutto questo impone al nostro paese una riflessione strategica sul come mantenere le capacità tecnologiche e industriali nazionali e sul come rimanere attori nel processo di integrazione europea della difesa.


editoriali

GLI

EDITORIALI/STRANAMORE

Professioni emergenti: il pirata

Che bello scoprire che, a dispetto del grandioso dispendio di uomini, mezzi e unità navali attuato da tutto il mondo, la pirateria navale si conferma un business straordinariamente profittevole, che la comunità internazionale non vuole far cessare. Si, perché si tratta solo di volontà, visto che le capacità tecniche e militari necessarie sono addirittura sovrabbondanti. I dati diffusi dall’International Maritime Bureau relativi al 2010 sanciscono una sconfitta, già perché malgrado lo schieramento di una armata navale internazionale che solca i mari dal Golfo Persico al Corno D’Africa all’Oceano Indiano, gli attacchi registrati contro le unità mercantili sono calati solo marginalmente: dai 193 fino a fine 2009 si è passati 164, ma, cosa ancor più grave, il numero degli assalti andati a buon fine è aumentato, passando da 33 a 37. E i pirati hanno ampliato la loro zona operativa verso Est e Sud ed operano anche nelle acque delle Maldive, utilizzano “navi madre” per appoggiare i battelli d’assalto che operano anche a 2.400 km dalle coste della Somalia. Complessivamente a fine gennaio i pirati che operano nel Corno in conto d’Africa sono riusciti a prendere il controllo di 49 navi, con a bordo oltre 1.000 marittimi e circa 35 di navi, con quasi 800 uomini di equipaggio, sono bloccate nei sorgitori dei pirati, in attesa che venga negoziato e pagato il solito riscatto. Riscatti che valgono annualmente decine di milioni di dollari e questo spiega perché il business conosce sempre nuovi picchi. Anche perché i pirati corrono pochi rischi: se alcuni paesi hanno rotto gli indugi e, con discrezione, ordinato alle proprie unità navali di intercettare e riprendere il controllo delle navi sequestrate (ad esempio la Corea del Sud, i cui marines hanno liberato una nave catturata uccidendo tutti i pirati) e se gli Usa hanno condannato a 34 anni di carcere un giovane pirata somalo che aveva partecipato all’assalto ad una nave statunitense, liberata dalle forze speciali della Us

Navy), tutti gli altri continuano a rilasciare, dopo tempi più o meno lunghi, i (pochi) pirati che vengono catturati. I pirati arrestati e poi rimessi in circolazione solo negli ultimi tre anni sono più di 700. E intanto anche la petroliera italiana Savina Caylyn si è aggiunta alla flotta delle prede ormeggiate lungo le coste somale. È evidente che anche la soluzione di proteggere le navi mercantili imbarcando agenti di sicurezza forniti da società private o soldati del paese di bandiera rappresenta solo un palliativo. Che può poi portare a scontri a fuoco e figuriamoci a quali polemiche, anche se i pirati accolti a fucilate in genere desistono dai loro propositi. Anche la associazione italiana degli armatori, Confitarma, che per troppo tempo si è accontentata di suggerire solo misure difensive passive, ha richiesto ad inizio anno al Ministero della Difesa e a quello degli Esteri di imbarcare sulle proprie navi distaccamenti di marines del San Marco. E, ti pareva, ovviamente il governo non è orientato ad accogliere la richiesta. In Spagna la Difesa fornisce addestramento e armi al personale privato ingaggiato dagli armatori. I quali armatori però continuano tutti a “finanziare” i pirati pagando lauti riscatti. Ma non è questo il modo per risolvere definitivamente il problema. La risposta non può che venire da una duplice intervento militare preventivo. Da un lato occorre che, quando si identifica un natante con a bordo un gruppo di pirati armati (e non è difficile e si può fare senza che i criminali se ne accorgano) lo si elimini. Dall’altro si può procedere ad una serie di colpi di mano anfibi nelle basi dei pirati, liberando i prigionieri e le navi catturate. E infine si deve bloccare il pagamento dei riscatti. In alternativa tanto vale ritirare la navi da guerra e concordare con i pirati uno “stipendio” ragionevole. Almeno il mondo eviterà di mostrarsi impotente davanti a quattro ex pescatori armati. Con vecchi fucili. 51


S

cenari

MONDO

I

IL POTERE POLITICO DEI SOCIAL NETWORK DI

CLAY SHIRKY

der nazionale. Estrada l 17 gennaio 2001, stesso imputò la colpa durante il processo per della sua caduta alla impeachment del presi“generazione degli Sms”. dente filippino Joseph Dall’avvento di internet Estrada, i lealisti all’interno nei primi anni ’90, la del Congresso di Manila popolazione mondiale votarono per escludere dall’esame dei giudici prove con accesso alla rete è Possono twitter, facebook, cruciali contro di lui. Meno di due passata da pochi milioni a pochi internet e l’iphone far ore dopo l’annuncio della decisione, miliardi. Nello stesso periodo, i cadere un governo? Benché migliaia di filippini, furiosi all’iposocial media sono diventati una molti governi (soprattutto autoritari, ma non solo) tesi che il loro corrotto presidente realtà nella vita della società civipensino di sì e corrano ai potesse farla franca, si radunarono le in tutto il mondo, coinvolgendo ripari restringendo il campo in Epifanio de lo Santos Avenue, svariati attori - normali cittadini, d’azione della rete, non è così. Perché le idee che una delle principali arterie di della attivisti, organizzazioni non corrono sul web deflagrano capitale filippina. La protesta fu governative, società di telecomusolo quando l’opinione organizzata, in parte, attraverso nicazioni, fornitori di software, pubblica è matura. E non viceversa. messaggi inoltrati che recitavano governi. Il fenomeno solleva «Vai a Edsa. Vestiti di nero». La un’ovvia domanda per il governo folla aumentò rapidamente e nel corso dei giorni statunitense: come si ripercuote l’ubiquità dei social immediatamente successivi giunse a circa un milio- media sugli interessi statunitensi, e come la politica ne di persone, bloccando il traffico del centro di di Washington dovrebbe rispondere a tale fenomeManila. La capacità della popolazione di coordinare no? Mano a mano che il panorama delle comunicauna risposta così rapida e massiccia - quella settima- zioni si fa più denso, più complesso, e più partecipana si contarono quasi sette milioni di Sms - allarmò tivo, la popolazione che fruisce della rete dispone di così tanto i legislatori del paese che essi decisero di maggiori possibilità di accesso all’informazione, ritornare sui propri passi, consentendo alle prove in maggiori opportunità di intervenire nel dibattito questione di essere portate a giudizio. Il destino di pubblico, ed una accresciuta capacità di intraprendeEstrada era segnato e il 20 gennaio uscì di scena. re azioni collettive. E come dimostrarono le proteste L’evento rappresentò la prima occasione in cui i di Manila, nell’arena politica tale accresciuta libertà social media “aiutarono” la capitolazione di un lea- può aiutare un popolo, anche se organizzato in 52


scenari modo approssimativo, a generare il cambiamento. Da Manila in avanti, la strategia delle Filippine è stata adottata in varie occasioni. In alcuni casi, i manifestanti hanno avuto successo, come in Spagna nel 2004, quando manifestazioni organizzate tramite Sms portarono alla rapida estromissione del primo ministro spagnolo José María Aznar, che aveva erroneamente attribuito la colpa degli attentati sui treni di Madrid ai separatisti baschi. Nel 2009, il Partito Comunista moldavo perse il potere quando proteste massicce coordinate via Sms, Facebook e Twitter scoppiarono dopo elezioni palesemente irregolari. La stessa Chiesa cattolica ha dovuto fronteggiare l’accusa di aver “coperto” dei casi di pedofilia dopo che, nel 2002, le rivelazioni su alcuni abusi sessuali all’interno della comunità cristiana vennero denunciati dal Boston Globe, messi on-line e diffusi, come un virus in tutto il pianeta nel giro di poche ore.

Ovviamente, non tutti i web-attivisti vin-

cono. Nel 2006, in Bielorussia, le proteste di strada organizzate in larga parte via email contro i presunti brogli elettorali del presidente Aleksandr Lukashenko crebbero, quindi evaporarono, lasciando Lukashenko più determinato che mai a controllare i social media. Nel giugno 2009, durante l’insurrezione del Movimento Verde in Iran, gli attivisti utilizzarono ogni possibile strumento tecnologico di coordinamento al fine protestare contro l’errato spoglio dei voti a favore di Mir Hossein Mousavi, ma furono alla fine ricondotti nei ranghi da violente misure restrittive. L’insurrezione delle Camicie Rosse in Tailandia nel 2010 seguì un percorso simile, ma più rapido: i manifestanti, abili nell’uso dei social media, occuparono il centro di Bangkok fino a quando il governo Thai non fece disperdere i manifestanti, uccidendone a decine. L’uso dei social media - Sms, e-mail, la condivisione di fotografie, i social network e simili - non determinano un singolo risultato preordinato. Pertanto, i tentativi di sottolineare i loro effetti sul-

l’azione politica vengono troppo spesso ridotti ad aneddoti tra loro in contrapposizione. Se si considera il fallimento delle proteste in Bielorussia per estromettere Lukashenko come paradigmatico, si dovrà guardare all’esperienza moldava come ad un parametro anomalo, e viceversa. Il lavoro empirico sul tema è difficile da definire, in parte perché tali strumenti sono assolutamente recenti, in parte perché esempi rilevanti appaiono difficili da rintracciare. Lo studio forse più esaustivo sul quanto gli strumenti digitali elevino o meno il grado di democrazia (condotto da Kacob Groshek e Philip Howard) afferma che tali strumenti probabilmente non incidono nel breve periodo, ma possono aiutare nel lungo periodo - e che essi determinano gli effetti più radicali in paesi in cui la sfera pubblica funge già da puntello alle azioni del governo. Malgrado tali resoconti eterogenei, i social media sono diventati degli strumenti di coordinamento per quasi tutti i movimenti politici del mondo, e la maggior parte dei governi autoritari del pianeta (e, in misura allarmante, un numero crescente di governi democratici) sta tentando di limitarne l’accesso. In risposta, il Dipartimento di Stato americano ha proclamato il proprio impegno in favore della “libertà di internet” in quanto specifico obiettivo politico. Sostenere il diritto di ogni individuo ad utilizzare internet liberamente rappresenta una politica sensata per gli Usa, sia perché essa si allinea all’obiettivo strategico di rafforzare la società civile in tutto il mondo, sia perché echeggia i principi americani circa la libertà di parola. Ma i tentativi di porre un giogo all’idea della libertà di internet per obiettivi di breve termine - in particolare quelli inerenti ad uno specifico paese o finalizzati ad aiutare specifici gruppi dissidenti o ad incoraggiare cambiamenti di regime - rischiano seriamente di plasmare media inefficaci. E quando essi falliscono, le conseguenze possono essere serie. Sebbene il racconto dell’estromissione di Estrada dal potere ed altri eventi simili abbiano indotto gli osservatori a concentrarsi sul potere che le proteste 53


Risk di massa esercitano nel far cadere i governi, il potenziale dei social media risiede principalmente nel loro sostegno alla società civile ed alla sfera pubblica: cambiamenti misurabili in anni o decenni piuttosto che in settimane o mesi. Il governo statunitense dovrebbe salvaguardare la libertà di internet quale obiettivo da perseguire con un’azione neutrale e di principio, non in quanto strumento per rendere effettivi obiettivi politici immediati a seconda del paese in questione. Allo stesso modo, esso dovrebbe far propria la convinzione che i progressi saranno sempre maggiori ma, prevedibilmente, piuttosto lenti.

Nel gennaio 2010, il Segretario

di Stato Hillary Clinton disse che gli Usa avrebbero promosso la libertà di internet all’estero. Ponendo l’accento sulla libertà di accedere all’informazione (come la possibilità di utilizzare Wikipedia e Google in Iran), di produrre i propri media pubblici (come il diritto degli attivisti birmani di gestire i propri blog), di conversare l’uno con l’altro (come la possibilità per il popolo cinese di utilizzare gli Sms senza subire interferenze). La Clinton annunciò finanziamenti per lo sviluppo di strumenti utili a ripristinare l’accesso ad internet laddove questi fossero volontariamente limitati dai governi. Tale approccio “strumentale” è volto ad aggirare la censura informatica, non a garantire la libertà di parola. E sebbene politicamente affascinante è quasi sicuramente errato. Perché sovrastima il valore dei media “trasmessi” mentre sottostima il valore dei media che consentono ai cittadini di comunicare in forma privata tra loro. Sovrastima il valore dell’accesso alle informazioni, in special modo le informazioni diffuse in Occidente, mentre sottostima il valore degli strumenti di coordinamento locale. E sovrastima l’importanza del computer mentre sottostima quella di strumenti più semplici, come i telefoni cellulari. Di più: l’approccio strumentale può rivelarsi pericoloso. Consideriamo i magri risultati del proposto software di aggiramento della censura cono-

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sciuto come Haystack che, secondo i suoi creatori, era pensato per essere «uno strumento per lottare alla pari contro il modo in cui il regime (iraniano) applica la censura». Il software venne elogiato a Washington, tanto che il governo statunitense garantì persino una licenza di esportazione. Ma il programma non fu mai attentamente esaminato, e quando gli esperti di sicurezza lo misero alla prova, si accorsero che questo non solo non adempiva al proprio obiettivo di nascondere i messaggi ai governi ma, secondo quanto affermò un analista, rendeva «possibile per un avversario localizzare appositamente singoli utenti». Al contrario, Freegate, uno dei programmi di sofware anti-censura di maggior successo, ha ricevuto poco sostegno da parte degli Stati Uniti, in parte per via delle consuete lungaggini burocratiche, in parte perché il governo statunitense preferiva evitare di deteriorare i propri rapporti con la Cina: lo strumento fu originariamente creato da Falun Gong, il movimento spirituale che il governo cinese ha bollato come “un culto malefico”. Le sfide di Freegate e Haystack dimostrano quanto sia difficile blindare i social media. I nuovi media accrescono la libertà proprio come la stampa, il servizio postale, il telegrafo ed il telefono fecero in passato. Una critica all’idea dei nuovi media come forza politica è sollevata dall’assunto secondo cui la maggior parte delle persone utilizzino tali strumenti semplicemente per il commercio, la vita sociale o lo svago personale, ma ciò è comune a tutte le forme di media. Nel 1500, i romanzi erotici riscuotevano maggiore successo tra i lettori rispetto alle Novantacinque Tesi di Martin Lutero, e prima della Rivoluzione Americana i lettori del Poor Richard’s Almanack superavano quelli delle opere dei Committees of Correspondence. Ma quelle opere continuarono ad avere un enorme effetto politico. Proprio come Lutero adottò la praticità della stampa di recente invenzione al fine di protestare contro la Chiesa Cattolica, ed i rivoluzionari americani armonizzarono le proprie convinzioni attraverso il


scenari servizio postale che Benjamin Franklin aveva ideato, gli odierni movimenti dissidenti utilizzeranno ogni mezzo possibile per delineare le proprie visioni e coordinare le proprie azioni; sarebbe impossibile descrivere la perdita del Parlamento da parte del Partito Comunista moldavo dopo le elezioni del 2009 senza dibattere l’uso dei telefoni cellulari e degli strumenti online a cui i loro oppositori ricorsero per mobilitarsi. I governi autoritari impediscono la comunicazione tra i propri cittadini in quanto temono, correttamente, che un popolo meglio coordinato possa limitare la capacità governativa di agire senza controllo. Malgrado tale basilare verità - e cioè che la libertà comunicativa sia un elemento positivo per la libertà politica - la strumentalizzazione della gestione di internet continua a rappresentare una questione problematica. È difficile per chi è un semplice osservatore esterno comprendere le condizioni locali del dissenso. E può succedere che un sostegno proveniente dall’estero incida negativamente sui movimenti locali. I dissidenti, ad esempio, potrebbero ritrovarsi esposti ad effetti indesiderati proprio a causa di sistemi / strumenti studiati da altri. Non va poi dimenticato che ogni paese che spinge per la libertà di internet, oltre a perseguire una convinzione morale potrebbe perseguire anche un cinico obiettivo. C’è chi si avvicina ai social media considerandoli strumenti in grado, nel lungo periodo, di rafforzare la società civile e l’opinione pubblica. Ma c’è anche chi ha un’altra “visione”, che io definisco ambientale, da non sottovalutare affatto. Secondo tale concezione, i cambiamenti positivi nella vita di un paese, compresi quelli che fanno cadere un regime per poi sostituirlo con uno democratico, seguono, più che precedere, lo sviluppo di una forte opinione pubblica. Ciò non significa che i movimenti popolari non utilizzeranno con successo i social media per disciplinare o persino estromettere i propri governi, ma non è la rete ad aver plasmato l’afflato di libertà. Considerata in tale ottica, la libertà

di internet appare come un gioco prolungato, da concepire e sostenere non come un’agenda separata ma semplicemente come contributo alle più fondamentali libertà politiche. Qualsiasi discussione sull’azione politica contro i regimi repressivi deve tenere conto dello stupefacente crollo del comunismo nel 1989 e la successiva implosione dell’Unione Sovietica nel 1991. Nel corso della Guerra Fredda, gli Stati Uniti investirono in una serie di strumenti “mediatici”, dall’emittente radiofonica Voice of America, che disponeva di un padiglione americano a Mosca (sede del famoso “dibattito della cucina” Nixon-

C’è chi si avvicina ai social media considerandoli strumenti in grado, nel lungo periodo, di rafforzare la società civile e l’opinione pubblica. Ma c’è anche chi ha un’altra “visione”, che io definisco ambientale, da non sottovalutare affatto. Secondo cui i cambiamenti nella vita di un paese, seguono, più che precedere, lo sviluppo di una forte opinione pubblica Khruschchev) alle fotocopiatrici Xerox inviate di contrabbando al di là della Cortina di ferro per aiutare la stampa clandestina, o samizdat. È innegabile, però, che la fine della Guerra Fredda fu determinata non da una provocatoria insurrezione degli ascoltatori di Voice of America, bensì dai cambiamenti economici. Poiché il prezzo del petrolio colava a picco mentre quello del grano saliva alle stelle, 55


Risk il modello sovietico di acquisto di grano a buon mercato grazie agli ingenti proventi della vendita del petrolio si inceppò. E il Cremlino si vide costretto ad assicurarsi i prestiti dall’Occidente, prestiti che sarebbero stati a rischio se il governo fosse intervenuto militarmente negli affari interni di stati non russi. Ci si chiede, allora: ma perché l’ex Urss non lasciò semplicemente morire di fame i propri cittadini? Dopo tutto, il vecchio detto secondo cui ogni paese è a tre pasti dalla rivoluzione si è rivelato tristemente erroneo nel XX secolo; è possibile per i leader sopravvivere anche quando in milioni periscono. Stalin lo fece negli anni ’30, Mao negli anni ’60, e Kim Jong Il lo ha fatto più di una volta negli ultimi due decenni. Ma la differenza tra quei casi e le rivoluzioni del 1989 era che i leader della Germania Orientale, della Cecoslovacchia e degli altri paesi in questione dovevano far fronte a società civili sufficientemente forti da reagire. Le manifestazioni settimanali in Germania Est, il movimento civico Carta 77 in Cecoslovacchia e Solidarnosc in Polonia misero tutti i governi visibilmente in stato d’allerta. La capacità di questi gruppi di creare e diffondere letteratura e documenti politici, anche con semplici fotocopiatrici, fornirono un’alternativa visibile ai regimi comunisti. Per milioni di cittadini la bancarotta politica e, cosa ancor più importante, economica, del governo non era più un segreto di Pulcinella ma un fatto pubblico. Per i regimi divenne prima difficile, quindi impossibile, ordinare ai soldati di affrontare moltitudini così numerose. Fu pertanto un mutamento nell’equilibrio di potere tra lo stato e la società civile che portò al pacifico crollo del dominio comunista. L’abilità dello stato di usare la violenza era stata indebolita, e la società civile che avesse retto l’impatto di quella violenza ne sarebbe uscita più forte. Quando la società civile trionfò, molti tra coloro che esprimevano articolate posizioni di contrarietà ai regimi comunisti - come Tadeusz Mazowiecki in Polonia e Václav Havel in Cecoslovacchia - divennero i nuovi leader politici di quei paesi. Gli strumenti di comunicazione nel 56

corso della Guerra Fredda non fecero crollare i governi, ma aiutarono gli individui a prendere il potere dallo stato quando questo divenne debole. L’idea che i media, da Voice of America alla samizdat, abbiano svolto un ruolo di sostegno nei cambiamenti sociali rafforzando la sfera pubblica echeggia il ruolo storico della stampa. Come il filosofo tedesco Jürgen Habermas affermò nel suo libro del 1962, La Trasformazione Strutturale della Sfera Pubblica, la stampa aiutò a democratizzare l’Europa fornendo spazio di discussione ed accordo tra cittadini politicamente impegnati, spesso prima che lo stato stesso si fosse pienamente democratizzato; una tesi ampliata da studiosi successivi, quali Asa Briggs, Elizabeth Eisenstein e Paul Starr. La libertà politica deve essere accompagnata da una società civile abbastanza istruita e capace di dibattere sulle problematiche interne. In un famoso studio sugli orientamenti politici condotto dopo le elezioni presidenziali statunitensi del 1948, i sociologi Elihu Katz e Paul Lazarsfield scoprirono che i mass media da soli non mutano le idee della popolazione; al contrario, si verifica un processo in due fasi. Le opinioni vengono prima trasmesse dai media, per poi essere riecheggiate da amici, componenti del nucleo famigliare e colleghi. È in questa seconda fase sociale che si formano le opinioni politiche. Questa è la fase in cui internet in generale, ed i social media in particolare, possono fare la differenza. Come la stampa, internet diffonde non solo consumo di media ma anche produzione di media - consente alle persone di articolare e dibattere privatamente e pubblicamente un insieme di visioni tra loro in conflitto. Una sfera pubblica che si sviluppa lentamente, in cui l’opinione pubblica si basa sia sui media che sulla conversazione, rappresenta il nucleo della visione ambientale della libertà di internet. In contrasto con la visione auto celebrativa secondo cui l’Occidente detiene il codice originario della democrazia - e se solo fosse reso accessibile, i restanti stati autocratici si sbriciolerebbero - la visione ambientale sostiene che pochi cambiamenti politici


hanno luogo senza la disseminazione e l’adozione di idee ed opinioni nella sfera pubblica. L’accesso all’informazione è meno importante, dal punto di vista politico, dell’accesso alla conversazione. Inoltre, è più probabile che una sfera pubblica emerga in una società in quanto risultato dell’insoddisfazione del popolo in ambiti quali l’economia o la gestione quotidiana della cosa pubblica che dal suo appoggio a ideali politici astratti. Per citare un esempio contemporaneo, al giorno d’oggi il governo cinese rischia sempre più di essere costretto ad adottare norme democratiche non a causa della spinta esercitata degli Uiguri o dei tibetani, i quali invocano l’autonomia, bensì per via della classe media della maggioranza etnica Han, la quale chiede governi locali meno corrotti. Similmente, la One Million Signatures Campaign, un movimento per i diritti delle donne iraniane che concentra la propria azione sull’abolizione di leggi ostili alle donne, ha avuto maggiore successo nel liberalizzare il comportamento del governo iraniano rispetto alla più aggressiva Onda verde.

Per gli osservatori che guardano con occhio ottimi-

sta alle manifestazioni pubbliche, queste sono cose di poco conto, ma sia il lavoro empirico che quello teorico indicano come le proteste, quando risultano efficaci, rappresentano la fine di un lungo processo, piuttosto che una sostituzione dello stesso. I gruppi disciplinati e coordinati, siano imprese o governi, hanno sempre goduto di un vantaggio sui gruppi non disciplinati: per i primi è infatti più agevole impegnarsi in azioni collettive in quanto dispongono di un modo ordinato di dirigere le azioni dei propri membri. I social media possono compensare gli svantaggi dei gruppi non disciplinati riducendo i costi di coordinamento. Il movimento anti-Estrada nelle Filippine inviò ed inoltrò comodi Sms per organizzare un gruppo numeroso senza bisogno (e tempo) di un controllo manageriale standard. Come conseguenza, gruppi più approssimativi e grandi possono ora intraprendere qualche forma di azione coordinata, come ad esempio movimenti di protesta e campagne pubbliche sui media, in precedenza riservate ad organizzazioni formali. Per i movimenti politici, una delle principali forme di coordinamento è costituita da ciò che l’esercito chiama “consapevolezza condivisa”, cioè


Risk la capacità di ogni membro di un gruppo non solo di comprendere la situazione ma anche di comprendere che ogni altro membro può fare altrettanto. I social media accrescono la consapevolezza propagando messaggi attraverso i social network. Le proteste anti-Aznar in Spagna trassero slancio così rapidamente proprio perché quei milioni di persone che diffusero il messaggio non erano parte di un’organizzazione gerarchica. Le proteste anticorruzione scoppiate in Cina a seguito del devastante terremoto dello Sichuan nel maggio 2008 costituiscono un altro esempio di tale sincronizzazione ad hoc. I manifestanti erano genitori, in particolare madri, le quali avevano perso i loro unici figli nel crollo di scuole costruite in modo scadente, risultato della collusione tra imprese edili e governo locale. Prima del terremoto, la corruzione nel settore edile del paese era un segreto di Pulcinella. Ma quando le scuole crollarono, i cittadini iniziarono a condividere documenti sui danni e sulle loro proteste attraverso gli strumenti offerti dai social media. Le conseguenze della corruzione governativa furono ampiamente svelate, e un segreto di Pulcinella si trasformò in una verità pubblica. Il governo cinese permise inizialmente di riferire sulle proteste post-sisma, ma ribaltò bruscamente la decisione in giugno. Quando divenne chiaro che i manifestanti chiedevano effettive riforme nelle amministrazioni locali e non semplicemente rimborsi statali, le forze di sicurezza iniziarono ad arrestare i manifestanti e a minacciare i giornalisti. Dal punto di vista del governo, la minaccia non verteva sul fatto che i cittadini fossero consapevoli della corruzione, per la quale lo stato non poteva fare nulla nel breve periodo. Pechino temeva i possibili effetti di un’eventuale condivisione di tale consapevolezza: avrebbe dovuto o mettere in piedi riforme o rispondere in un modo che avrebbe allarmato ancor più cittadini. Dopo tutto, la prevalenza di telefoni con fotocamera rendeva 58

più arduo portare avanti misure restrittive diffuse ma non documentate.

Una consapevolezza condivisa sempre più

evidente in tutti gli stati moderni - determina ciò che viene comunemente definito “il dilemma del dittatore” ma che potrebbe essere descritto più accuratamente dalla frase coniata dal teorico dei media Briggs: “il dilemma del conservatore”, così chiamato perché si applica non solo agli autocrati ma anche ai governi democratici e ai leader religiosi e d’impresa. Il dilemma è creato dai nuovi media che aumentano l’accesso pubblico alla libertà di parola o d’assemblea; con la diffusione di tali media, siano essi fotocopiatrici o web browser, uno stato abituato a detenere il monopolio del dibattito pubblico si ritrova a dover rendere conto delle anomalie tra la sua visione degli eventi e quella della popolazione. Le due risposte al dilemma del conservatore sono la censura e la propaganda. Ma nessuna delle due appare tanto efficace come fonte di controllo quanto la coercizione al silenzio dei cittadini. Lo stato censurerà i critici o farà della propaganda, a seconda delle proprie necessità, ma in ogni caso si troverà a dover affrontare dei costi per le sue scelte. Perché sarà scoperto e denunciato. Se invece, spinto dalla paura, decidesse di bloccare l’accesso a internet o bandire i telefoni cellulari, rischierebbe di portare sull’altra sponda quella parte della popolazione che lo sostiene, e in più di indebolire l’economia. Ma il dilemma del conservatore esiste anche perché il discorso politico e quello apolitico non sempre sono in contrapposizione. Molte delle adolescenti sud coreane che nel 2008 si radunarono presso il Cheonggyecheon Park per protestare contro le importazioni di manzo statunitense furono “radicalizzate” da un sito web dedicato a Dong Bang Shin Ki, una boy band sud coreana. DBSK non è un gruppo politico, ed i manifestanti non erano dei politici. Ma quella comunità online, con circa 800mila membri attivi, amplificò la seconda fase


scenari del processo binario descritto da Katz e Lazarsfeld, consentendo agli utenti di formarsi opinioni politiche attraverso la conversazione. Anche la cultura popolare accresce il dilemma del conservatore fornendo copertura per ulteriori usi politici dei social media. Strumenti pensati specificamente per i dissidenti sono polticamente facili da sopprimere, mentre strumenti di ampio utilizzo diventano più difficili da censurare senza correre il rischio di politicizzare il più ampio gruppo di attori altrimenti apolitici. Ethan Zuckerman del Berkman Center for internet and Society dell’università di Harvard parla di «teoria del bel gattino dell’attivismo digitale». Strumenti creati appositamente per sconfiggere la censura di stato (come ad esempio i server proxy) possono essere chiusi con poca difficoltà e limitati costi politici, ma strumenti più generici che la gente usa per condividere, ad esempio, foto di adorabili gattini sono più difficili da oscurare. Ecco perché ha più senso investire nei social media in quanto strumenti generali piuttosto che specifici. La libertà di parola rappresenta una norma prettamente politica ed è ben lungi dall’essere universalmente condivisa. Dato che gli Stati Uniti fanno della libertà di espressione un obiettivo primario, ci si dovrebbe attendere che essa venga ben esercitata in paesi democratici e meno bene in quelli che non lo sono. Ma quasi ogni nazione al mondo desidera la crescita economica. E poiché imbrigliare le telecomunicazioni significa metterla a rischio gli Stati Uniti dovrebbero puntare sull’economia per impedire la censura o chiusura dei media. In altre parole, il governo statunitense dovrebbe lavorare per generare condizioni che accrescano il dilemma del conservatore, facendo leva sugli interessi degli stati piuttosto che sulla libertà. In via del tutto generale, sono due le argomentazioni contrarie all’idea che i social media possano fare la differenza nella politica nazionale. La prima è che i network non sempre sono efficaci, la seconda è che producono tanti benefici quanti danni alla democratizzazione, soprattutto perché i governi

repressivi stanno affinando le proprie capacità di impiegare tali strumenti a loro favore e per sopprimere il dissenso. La critica circa l’inefficacia, sollevata di recente da Malcom Gladwell sulle pagine del New Yorker, si concentra sul cosiddetto “attivismo da poltrona”, secondo cui utenti casuali di internet perseguono il cambiamento sociale attraverso attività low-cost, come ad esempio l’iscrizione al gruppo Facebook “Salviamo il Darfur”. Un’azione più di forma che di sostanza. La critica è corretta ma non risponde agli interrogativi sul potere effettivo dei social media; il fatto che persone poco impegnate non costruiranno un mondo migliore attraverso un click non implica che quelle che lo sono non siano in grado di usare i social media in maniera efficace. I recenti movimenti di protesta - incluso un movimento contro i vigilantes fondamentalisti in India nel 2009, le proteste del manzo in Corea del Sud nel 2008, e la proteste contro le leggi sull’istruzione in Cile nel 2006 - hanno utilizzato i social media non come sostituto dell’azione nel mondo reale ma come veicolo per coordinarle. Di conseguenza, tutte quelle proteste esposero i partecipanti alla minaccia della violenza, ed in alcuni casi all’effettivo ricorso a quest’ultima. In realtà, l’adozione di tali strumen-

Strumenti pensati specificamente per i dissidenti sono polticamente facili da sopprimere, mentre strumenti di ampio utilizzo diventano più difficili da censurare senza correre il rischio di politicizzare un più ampio gruppo di attori altrimenti apolitici 59


Risk ti (in special modo i telefoni cellulari) come forma per coordinare e documentare l’azione nel mondo reale è così onnipresente da diventare basilare per ogni movimento politico. Ciò ovviamente non significa che ogni movimento politico che utilizza tali strumenti avrà successo, in quanto lo stato non ha perso il potere di reagire. E questo ci porta alla seconda, e molto più seria, critica dei social media in quanto strumenti per la crescita politica - e cioè che lo stato sta acquisendo mezzi sempre più sofisticati per moni-

Si dovrebbero de-enfatizzare gli strumenti anti-censura, in particolare quelli diretti contro regimi specifici, e aumentare il sostegno alla libertà di parola e di assemblea. L’accesso all’informazione non va sottovalutato, ma non rappresenta il veicolo primario attraverso cui i social media possono contrastare i dittatori torare, interdire o cooptare tali strumenti. Come hanno sostenuto Rebecca MacKinnon della New America Foundation e Evgeny Morozov dello Open society Institute, l’uso dei social media ha buone probabilità sia di rafforzare che di indebolire i regimi autoritari. Il governo cinese ha profuso considerevoli sforzi nel perfezionamento di svariati sistemi per arginare le minacce politiche provenienti dai social media. La meno rilevante è il programma di censura e sorveglianza. Il governo riconosce sempre più che le minacce alla sua legittimità provengono dall’interno dello stato e che 60

bloccare il sito web del New York Times poco può fare per impedire che le madri diano voce alle proprie proteste circa il grado di corruzione. Il sistema cinese si è evoluto da filtro relativamente semplice del traffico internet in entrata alla metà degli anni ’90 a sistema sofisticato che non solo limita le informazioni provenienti dall’esterno ma utilizza altresì argomentazioni sul nazionalismo e la morale pubblica per incoraggiare gli operatori dei servizi web cinesi a censurare i loro utenti e gli utenti a censurare sé stessi. Poiché il suo obiettivo è evitare che le informazioni abbiano effetti sincronizzanti dal punto di vista politico, lo stato non necessita di censurare internet completamente; ha piuttosto bisogno di minimizzare l’accesso all’informazione. Sempre più gli stati autoritari schermano le loro griglie di comunicazione per negare ai dissidenti la possibilità di coordinarsi in tempo reale e diffondere documentazione su un evento. Una strategia che attiva il dilemma del conservatore, creando il rischio, nel breve termine, di allertare la popolazione su un conflitto politico. Quando il governo del Bahrain bandì Google Earth dopo che una cartina con note a margine circa l’annessione di appezzamenti di terreno pubblico da parte della famiglia reale iniziò a circolare, l’effetto fu di mettere in allarme ben più cittadini di quanti fossero originariamente a conoscenza del documento. La notizia ebbe così ampia diffusione che il governo allentò la morsa e riaprì l’accesso dopo quattro giorni. Tali chiusure diventano più problematiche per i governi se si protraggono a lungo. Quando i manifestanti anti-governativi occuparono Bangkok nell’estate del 2010, la loro presenza sconvolse il distretto degli acquisti della capitale, ma la reazione dello stato, che isolò svariati settori dell’infrastruttura Thai di telecomunicazioni, ebbe ripercussioni su persone residenti bel al di fuori di Bangkok. L’approccio crea un dilemma aggiuntivo per lo stato - non vi può essere un’economia moderna senza telefoni funzionanti -


scenari e così la sua capacità di interrompere le comunicazioni su aree estese o per lunghi periodi rimane contenuta. Nei casi più estremi, l’uso degli strumenti dei social media costituisce una questione di vita o di morte, come nel caso della proposta pena di morte per il blogger Hossein Derakhshan in Iran (poi commutata a 19 anni e mezzo di detenzione) o la sospetta morte per impiccagione di Oleg Bebenin, il fondatore di Carta 97, il sito web dell’opposizione bielorussa. In effetti, il motivo più pratico per pensare che i social media possano aiutare a favorire i cambiamenti politici è che sia i dissidenti che i governi siano di ciò convinti. In tutto il mondo, gli attivisti credono nell’utilità di tali strumenti e si mobilitano per utilizzarli. Ed anche i governi che essi affrontano ritengono che gli strumenti dei social media siano potenti, ed in risposta si dimostrano disposti a perseguitare, arrestare, esiliare o ucciderne gli utenti. Dunque, tanto per cominciare, sarebbe utile che i governo democratici chiedessero a gran voce la liberazione di questi dissidenti.

Allo stesso tempo, si dovrebbero de-enfa-

tizzare gli strumenti anti-censura, in particolare quelli diretti contro regimi specifici, e aumentare più in generale il sostegno alla libertà di parola e di assemblea. L’accesso all’informazione non è naturalmente un elemento da sottovalutare, ma non rappresenta il veicolo primario attraverso cui i social media possono contrastare i dittatori o aiutare la popolazione. Ciò implica la ridefinizione degli obiettivi sulla libertà di internet delineati dagli Usa. Assicurare la libertà di comunicazione sociale e personale alla popolazione di uno stato dovrebbe costituire la più grande priorità, a cui dovrebbe fare seguito l’impegno ad assicurare la capacità dei singoli cittadini di potersi esprimere in pubblico. Questo perché è una forte società civile - una società nella quale i cittadini godono della libertà di assemblea - piuttosto che l’accesso a Google o YouTube, a spinge-

re i governi a servire la propria cittadinanza. Faccio un esempio pratico, Usa e Ue dovrebbero essere molto preoccupati del recente giro di vite egiziano sulle autorizzazioni ai servizi di messaggi di testo per funzioni di gruppo, in quanto ciò è propedeutico a nuove restrizioni alla libertà di stampa. La libertà di assemblea che tali servizi implicano è tanto centrale per gli ideali democratici quanto la libertà di stampa. Più difficile, ma altresì essenziale, sarà, in particolare per il governo statunitense, articolare una politica di impegno con le compagnie e le organizzazioni private che ospitano il popolo della rete. Servizi con base negli Stati Uniti, quali Facebook, Twitter, Wikipedia e YouTube, e quelli con sede all’estero, quali QQ (un servizio cinese di messaggi istantanei), WikiLeaks (un archivio di documenti fatti trapelare i cui server hanno sede in Svezia), Tuenti (un social network spagnolo) e Naver (un social network coreano) sono siti usati quasi esclusivamente per discussioni politiche, conversazioni e coordinamento. E i vettori wireless del mondo trasmettono messaggi di testo, foto e video da telefoni cellulari attraverso tali siti. In che misura ci si può attendere che queste entità sostengano la libertà di parola e di assemblea per i propri utenti? Sarebbe bello disporre di un insieme flessibile di tattiche digitali di breve periodo che possano essere usate contro regimi diversi in periodi diversi. Ma le esigenze di governo nel mondo reale implicano che ciò che è desiderabile potrebbe non essere possibile. Gli attivisti nei regimi sia repressivi che democratici utilizzeranno gli strumenti correlati per tentare di porre in essere il cambiamento nei loro paesi, ma la capacità di Washington e dell’Occidente di plasmare o individuare tali cambiamenti è limitata. Al contrario, Washington e l’Occidente dovrebbero adottare un approccio più generale, promuovendo la libertà di parola, di stampa e di assemblea in ogni dove. E dovrebbero comprendere che i progressi saranno lenti e visibili solo nel lungo periodo. 61


lo scacchiere

Unione europea /è battaglia sul limes

M

dell’Ue ai tempi di schengen

Bruxelles non trova l’accordo su Bulgaria e Romania DI ALESSANDRO MARRONE

entre il limes Mediterraneo dell’Ue è sotto la pressione di migliaia di persone in fuga dal Maghreb, anche il controllo dei confini orientali dell’Unione ha avuto seri problemi nei mesi scorsi, con Romania e Bulgaria in bilico sulle soglie di Schengen. I due paesi, membri dell’Ue dal 2007, sarebbero dovuti entrare entro marzo 2011 nell’area Schengen, all’interno della quale sono aboliti i controlli sul transito di persone al confine tra i paesi partecipanti. Tuttavia a dicembre 2010 i ministri degli interni di Francia e Germania hanno firmato una lettera congiunta chiedendo il rinvio dell’adesione di Romania e Bulgaria all’area Schengen, alla luce dei problemi dei due paesi sul versante della corruzione e della criminalità organizzata attualmente sotto monitoraggio dalla Commissione Europea. In seguito l’attenzione europea si è concentrata sulle capacità tecniche di Romania e Bulgaria di controllare i propri confini aerei e marittimi, inclusi gli aeroporti, e di adeguarsi agli standard di sicurezza dell’Unione in fatto di border control. A gennaio un gruppo di valutazione formato da esperti

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dei paesi Ue appartenenti all’area Schengen ha affermato che le capacità della Romania sono sostanzialmente in linea con i requisiti richiesti, mentre quelle della Bulgaria no. La presidenza di turno dell’Ue, per il primo semestre 2011 a guida ungherese, lavora per un accordo sull’adesione a Schengen dei due paesi entro il prossimo giugno, ma è probabile che ci sarà un rinvio di diversi mesi per la Bulgaria o per entrambi. Diversi governi dell’Ue infatti vogliono essere sicuri che l’ingresso avvenga quando i requisiti di sicurezza saranno adeguatamente rispettati.

La questione ha importanti risvolti per la

sicurezza europea, nonché una forte valenza politica. Da alcuni anni, l’area Schengen è un pilastro della libertà di circolazione nell’Unione, uno degli obiettivi strategici dei fautori del mercato unico e dell’integrazione europea, ma implica anche che il limes di Francia, Germania, e degli altri paesi membri di Schengen si sposta di fatto a sud-est fino a confinare con le sponde del Mar Nero e via terra con Ucraina, Moldova, Serbia, Macedonia, Turchia. Tutti paesi fonte e/o via di transito per l’immigrazione clandestina verso l’Ue, e in molti casi anche base di organizzazioni dedite al traffico illegale di droga e armi. Sul secondo punto i numeri sono significativi: per esempio, nel 2010 lungo i 2.000 km di frontiera rumena sono state sequestrate 85 tonnellate di eroina e circa 1.400 kg di sostanze esplosive. Ai tempi di Schengen, le capacità


scacchiere delle guardie di frontiera e della polizia bulgare e rumene diventano importanti per la sicurezza interna di ogni altro paese dell’area, inclusa l’Italia. L’adesione all’area Schengen influisce in modo particolare sulle dinamiche migratorie perché una volta che un paese ne fa parte i suoi cittadini, e gli immigrati extracomunitari che vi entrano, possono facilmente spostarsi in un altro paese membro grazie all’assenza di controlli sulle frontiere interne, e rimanervi illegalmente anche dopo la scadenza del loro visto o permesso di soggiorno. La questione è sempre più scottante dal punto di vista politico per i governi nazionali, che devono fare i conti con un’opinione pubblica preoccupata degli effetti negativi del fenomeno migratorio in termini di criminalità, di degrado urbano e di competizione straniera per servizi pubblici come le case popolari. Preoccupazioni alla base del successo elettorale dei partiti che cavalcano con più radicalismo questi problemi. Oltre alla dinamica politica interna dei paesi membri, nella gestione del nuovo limes pesa anche l’immancabile tensione tra le istituzioni europee su chi abbia la competenza su cosa. Gli euro-parlamentari che nelle commissioni del Parlamento Europeo si occupano delle questioni legate a giustizia e affari interni, e quindi anche a Schengen e alla politica dei visti a livello Ue, hanno criticato la gestione non trasparente dei dossier romeno e bulgaro nell’ambito del Consiglio Europeo. Gestione a loro dire segnata più da logiche di politica interna che da una valutazione secondo criteri uniformi e condivisi della capacità dei due paesi di conformarsi ai requisiti. Il fatto è che secondo il Trattato di Lisbona la politica dei visti e la sicurezza dei confini dell’Unione rientra tra le competenze dell’Ue, e quindi di istituzioni come il Parlamento Europeo, ma la decisione su quali paesi possano entrare nell’area Schengen va presa all’unanimità dai paesi membri dell’Ue che ne fanno già parte (cioè tutti i 27

paesi Ue tranne Gran Bretagna ed Irlanda che hanno deciso di rimanere fuori da Schengen). In una certa misura il conflitto di competenze è perciò inevitabile, ma è reso più aspro dalla rilevanza politica del tema. I paesi membri di Schengen a loro volta hanno problemi nel mantenere gli standard di sicurezza del limes di fronte alla pressione migratoria. Problema ben noto in Italia, ma proprio anche della Polonia con il suo lungo e poroso confine ucraino, e della Grecia che confina direttamente per 206 km con la Turchia. Lo scorso ottobre Frontex, l’agenzia europea per il controllo delle frontiere, ha inviato un team di intervento rapido di 175 funzionari al confine terrestre tra Grecia e Turchia, su richiesta del governo greco in gravi difficoltà nel gestire un accresciuto flusso di immigrati irregolari. È stata la prima volta che un team Frontex viene schierato sul terreno, e i risultati sembrano essere stati positivi nel ridurre il numero di ingressi clandestini. La Grecia ha anche programmato la costruzione di una barriera al confine con la Turchia, simile al “muro” in costruzione dagli Stati Uniti al confine con il Messico, per frenare il flusso di immigrati irregolari che quotidianamente a centinaia varcano il limes dell’Ue. Curiosamente la Turchia non ha protestato per una misura che ha anche una forte valenza simbolica, considerando la scelta pragmatica e utile. Per gestire la sicurezza del limes dell’Ue ai tempi di Schengen, buon senso e cooperazione internazionale sono importanti tanto quanto le capacità delle forze di sicurezza nazionali e la risolutezza dei governi nell’impiegarle. 63


Risk

N

America latina/il brasile di dilma

Il piglio dirigista della donna che ha fatto dimenticare Lula DI

RICCARDO GEFTER WONDRICH

el gennaio scorso il Brasile ha cambiato condottiero: Dilma Rousseff ha raccolto l’eredità politica di Lula e impresso un cambio di stile al governo. Sul piano esterno ha assicurato che il rispetto dei diritti umani verrà prima delle convenienze di politica estera, prendendo le distanze dal regime castrista e dall’Iran di Ahmadinejad. Su quello interno ha organizzato i ministeri in quattro grandi aree per avere un maggior controllo, ha nominato alte cariche nelle compagnie pubbliche senza cedere alle pressioni dei partiti alleati, ha obbligato alle dimissioni il segretario per la lotta alla droga dopo un’intervista non autorizzata, ha preso tempo per valutare i grandi progetti di acquisizione di armamenti per Marina e Aeronautica. Nei fatti, sta dimostrando uno stile dirigista e poco portato alla mediazione, diverso dal profilo più morbido e negoziale di Lula. Un tema sul quale Dilma non sembra invece incline a soluzioni di continuità sono i grandi progetti nel settore energetico in Amazzonia. Qui il governo brasiliano procede a pieno vapore, anche perché Dilma ha avuto modo di conoscere bene l’argomento prima in qualità di ministro delle Miniere e dell’Energia e poi come capo di gabinetto di Lula. A febbraio il ministro dell’Energia Edison Lobao ha annunciato un piano decennale di investimenti pubblico/privati da 92 miliardi di euro per la costruzione di nuove centrali idroelettriche. Ne sono previste 177 da meno di 30 Mw e 71 di grande portata. Di queste, 28 saranno realizzate lungo i corsi d’acqua amazzonici. La centrale-simbolo dello sfruttamento delle risorse energetiche rinnovabili in Brasile è il megacomplesso di Belo Monte sul fiume Xingu, affluente meridionale del Rio delle Amazzoni. Un progetto nato negli anni ‘70, accantonato e ripreso più volte, e che sembrerebbe finalmente sul punto di veder la luce. Il condizionale però è d’obbligo. Nonostante il 26 gennaio

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l’Istituto Brasiliano per l’Ambiente e le Risorse Rinnovabili abbia concesso la licenza d’installazione parziale per far partire i cantieri, sono infatti sempre più numerose le proteste della società civile e dei gruppi ambientalisti e indigeni. Dieci cause legali sono state aperte dalla procura della Repubblica per bloccare un’opera da più di 10 miliardi di euro, sulla carta la terza maggiore centrale idroelettrica del mondo. Le proteste sono ad ampio raggio e gli argomenti sono validi per un po’ per tutte le centrali amazzoniche. Sul fronte ambientale si denuncia il disboscamento, l’emissione di gas metano dalla foresta rimasta sott’acqua, la moria dei pesci, la perdita di biodiversità. Sul fronte sociale si violano i diritti costituzionali dei popoli indigeni, si obbligano i contadini, i pescatori e i minatori ad andarsene, si stimola un tipo d’immigrazione che rischia di aumentare i già alti tassi di disoccupazione e criminalità. Sul fronte energetico si fa notare come aumentando l’efficienza delle linee elettriche di alta tensione si ridurrebbero gli sprechi in misura cinque volte superiore alla capacità della centrale di Belo Monte (prevista in 11.233 Mw, ma poco efficiente a causa dell’alta variabilità stagionale della portata del Xingu). Sul fronte politico si denuncia la connivenza tra il potere pubblico e le grandi società di costruzione interessate ai progetti, nonché le pressioni del governo sugli enti preposti al controllo ambientale per far approvare le opere anche in mancanza dei requisiti richiesti dal diritto ambientale brasiliano. La resistenza dei movimenti sociali alle grandi opere di infrastruttura in Amazzonia risale agli anni Settanta, ma lo scontro sulla diga di Belo Monte sta raggiungendo una soglia critica: una petizione contro la centrale ha raccolto più di 600mila firme, e in una lunga lettera al presidente Dilma Rousseff i movimenti sociali promettono battaglia fino alle ultime conseguenze.


I

Africa/due sudan, una sola sfida

scacchiere

Dopo il referendum nessuno si muove, e al Bashir aspetta… DI

MARIA EGIZIA GATTAMORTA

l Sudan continua ad essere un’incognita della politica africana ed una sfida per la stabilità regionale. Se infatti lo svolgimento del referendum per l’autodeterminazione del Sud Sudan ha permesso di fare un passo determinante nell’ambito del Comprehensive Peace Agreement del 2005 ed il risultato finale non ha smentito le aspirazioni delle popolazioni locali (né tanto meno le aspettative degli osservatori internazionali), restano numerose questioni in sospeso che facilmente potrebbero degenerare e portare ad uno scontro diretto tra l’esecutivo di Khartoum e quello di Juba. Quale sarà la sorte della regione dell’Abyei, area in cui i locali avrebbero dovuto già esprimere il loro parere circa il passaggio all’amministrazione del Nord o a quella del Sud? Come si svilupperà il processo di demarcazione delle linee di confine tra le due aree? Come saranno divisi i proventi petroliferi tra le due parti? In quali termini sarà affrontato il tema del diritto di cittadinanza per migliaia di persone che si erano trasferite all’interno del paese? Non sono incognite da trascurare per una prospettiva di lungo periodo. Un dato è certo: al momento non è interesse né del Nord né del Sud riprendere le armi. Il contesto si rivela più che mai complesso poiché i due attori sono costretti alla convivenza, in nome di interessi economici e di calcoli pratici. Un sano realismo politico evidenzia infatti che l’esecutivo di Khartoum deve ancora gestire la partita del Darfur, garantire la sicurezza sui confini con l’Egitto, evitare la rivolta sociale che si è diffusa a macchia d’olio nei paesi arabi ed impedire un’azione sovversiva del partito comunista locale; il governo di Juba, d’altro lato, deve mitigare le tensioni etniche all’interno dei confini del nuovo stato, impedire che i ribelli ugandesi del Lord’s Resistance Army di Joseph Kony continuino a seminare terrore nei villaggi di confine, coniare una nuova moneta e varare una politica economica capace di risanare le carenze del sistema.Il presidente sudanese Omar al Bashir - costretto a riconoscere l’esito del voto in cui il 98,83% (equivalenti a 3.792.518 preferenze su un totale di 3.851.994 iscritti alle liste) - ha espresso a malincuore il parere favorevole per la secessione del Sud, trovandosi contemporaneamente a dover fronteggiare le richie-

ste popolari per una maggiore apertura sociale. Nella speranza di “bloccare” le domande provenienti dal basso, il leader africano su cui pende il mandato di arresto della Corte Penale Internazionale si è dovuto impegnare a non ricandidarsi alle prossime elezioni presidenziali del 2015, a garantire l’accesso ad internet e ai social network nella speranza di abbassare la tensione interna. Non meno gravoso è il compito per Salva Kiir Mayrdit, il leader sud sudanese che nel luglio 2005 ha preso l’eredità di John Garang (morto in un dubbio incidente aereo) ed è chiamato a gestire questa delicatissima fase di passaggio verso l’indipendenza effettiva. Prima di tutto Kiir si trova a dover rispondere alle accuse di corruzione nei confronti dei vertici del Sudanese People’s Liberation Movement (Splm, ritenuto incapace nella gestione dei fondi e nell’avvio di progetti infrastrutturali di base: strade, ponti, ristrutturazione dei villaggi). In secondo luogo si trova a guidare i lavori per la redazione di una nuova carta costituzionale, in cui il paese si identifichi come una repubblica democratica dove coesistono 10 stati federati, in cui venga tutelata la dignità del singolo individuo ed in cui venga fatto uso delle risorse pubbliche per la promozione del bene comune. Le sfide elencate non sono di poco conto e si innestano in un contesto regionale ad alta tensione. Egitto, Libia, Chad, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo, Uganda, Kenya, Etiopia ed Eritrea sono vicini “scomodi”, vettori di instabilità e di violenza.Oggi come oggi i due Sudan si trovano a contare solamente su loro stessi e sulla loro reale volontà di sopravvivere alla bufera politica in atto nel vasto spazio del Mediterraneo allargato. Non meraviglia che nell’ultimo periodo sia divenuto più pressante l’appello dei gruppi religiosi -cattolici e non- per un rinnovato senso di consapevolezza dell’elite politica. La classe dirigenziale è chiamata a rispondere in modo puntuale alle esigenze ed alle frustrazioni di un popolo che è stato tenuto per anni in condizioni di guerra, povertà e sottosviluppo. La sfida più grande per le amministrazioni di Khartoum e di Juba sarà di certo quella di una vicinanza pacifica, forzata e gestita razionalmente. 65


La storia

A

La bibliografia militare italiana di Mariano d’Ayala

desso che sono in pensione, posso finalmente lavorare e occuparmi di cose serie. Ho così cominciato a scrivere l’opera a cui tendevo la pargoletta mano, e cioè una raccolta degli Scrittori militari italiani dal XV al XVIII secolo. Per prima cosa, me lo sono fatto rifiutare, talora con toni indignati, da tutti gli editori minimamente rispettabili di questo paese. Poi ho proceduto a fabbricare la copertina secondo le istruzioni del mio programma Tv preferito (Art attack di Giovanni Muciaccia): il fondo l’ho fatto con l’immagine della copertina in vacchetta, con tanto di laccetto segnapagina, di una delle mille cinquecentine militari che ho scaricate da google books; il titolo l’ho scritto in italian cursive 16th c. scaricato da “fonts gratis” (e l’ho poi riportato sul fondo ricalcandolo in trasparenza col vetro di una finestra sotto lo sguardo perplesso dei mici). Infine ci ho incollato al centro il santino di Capitan Spauento di Vall’Inferno in uniforme spagnola, il personaggio della commedia dell’arte

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di Virgilio Ilari

creato da Francesco Andreini da Pistoia (15481624), della Compagnia dei Comici Gelosi. In un primo momento avevo pensato al Don Chisciotte che declama dalla poltrona, di Gustave Doré, ma sarebbe un delitto toglierlo agli spagnoli doc. Infine mi sono messo a scrivere il libro e se volete, potete leggerne e scaricarne i progress settimanali da www.scribd.com/doc/45569613 E tra le prime scoperte, a proposito del più antico scrittore militare dell’Europa moderna, e cioè della veneziana Cristina da Pizzano (1362-1431), autrice della Cité des dames e dell’art de cheualerie selon Vegèce, è stato il bellissimo film che Stefania Sandrelli le ha dedicato nel 2010. E adesso, spiegato l’antefatto, eccomi, colto ed inclita, a sciorinarvi la merce. L’epoca, durata cinque secoli, della competizione globale tra gli Stati nazionali europei, ebbe inizio con le “horrende guerre d’Italia” del 1494-1544. Il paradosso italiano della decadenza politica e della supremazia culturale ha un riflesso militare: all’ossimoro erasmiano dell’Italum bellacem (Adagia, 1508) corrisponde


l’indubbio primato italiano nell’arte di fortificare contemporaneo di Dante, e dai quattrocenteschi (trace italienne). Quest’epoca, poi interpretata Caterina da Pizzano, Paride Dal Pozzo, Roberto dagli storici militari come Valturio e Mariano di Jacopo “crisi militare italiana” (Piero Taccola); italiane le prime e Il più antico Pieri, 1934) e prima fase della migliori edizioni e traduzioni scrittore militare “rivoluzione militare” (Miin volgare di classici militari dell’Europa moderna? chael Roberts, 1956 e Noel greci e latini, italiani i tre quarLa veneziana Cristina Geoffry Parker, 1988), è stata ti dei primi trattati moderni. anche l’incunabolo dei MaCon 147 edizioni di trattati da Pizzano. kers of modern strategy (Prinmoderni e 26 di traduzioni di La più completa ceton, 1942) e della letteratuclassici antichi censite da John bibliografia militare? ra militare occidentale. E queRigby Hale (1923-1999), l’ediRisale al 1841 st’ultima ha avuto in toria veneziana del Cinqueed è opera Machiavelli, per la sua intercento conferma il suo assoluto pretazione attualizzante del primato europeo anche nel del Capitano D’Ayala. canone tralaticio di Vegezio, il campo della letteratura militaIn arrivo, però, suo primo nome di spicco. Il re. Ma con le guerre contro i ce n’è un’altra… primato italiano è evidente turchi e gli eretici, e con le pure nel rinnovamento della armi dello spirito apprestate terminologia militare e nella letteratura militare dai gesuiti, è Roma ad avere, a cavallo del del Cinquecento e del primo Seicento: italiani i Seicento, il primato dell’editoria militare e degli primi scrittori (a cominciare da Egidio Colonna, avvisi a stampa delle vittorie imperiali, vere “cor67


Risk rispondenze dal fronte in tempo reale”. Non è un caso che la prima bibliografia militare europea, il Syntagma de studio militari di Gabriel Naudé (1600-1653), sia stato stampato a Roma (nel 1637): e forse neppure che l’autore, bibliotecario del cardinal Mazarino e cripto-machiavelliano, abbia contestato lo sprezzante giudizio di Erasmo sul valore militare degli italiani. L’accurata bibliografia militare redatta nel 1900 da Maurice James Draffen Cockle e relativa alle opere stampate fino al 1642, censisce 245 libri di autori italiani su un totale di 460 non inglesi; e 12 traduzioni dall’italiano su 166 opere militari in inglese. Da notare che la prevalenza italiana è massima nell’architettura militare (50 su 71), assoluta nell’arte militare (91 su 157), nell’artiglieria (23 su 43) e nella scherma (12 su 21) e relativa nella cavalleria (16 su 36). Dalla seconda metà del Seicento le scienze militari, e la relativa letteratura, vengono sempre più condizionate dalla committenza sovrana e dalla creazione di centri di studio, con annessi archivi e biblioteche, analoghi ai dépôts des cartes et plans francesi, con l’effetto di riequilibrare la produzione francese, inglese, spagnola e tedesca rispetto a quella italiana. Quest’ultima produce però ancora autori di rilievo europeo come Raimondo Montecuccoli e Luigi Ferdinando Marsigli, senza contare il corpus di opere dedicate allo studio delle campagne del principe Eugenio di Savoia. A giudicare dai repertori redatti nell’Ottocento, si può stimare che nei tre secoli precedenti siano stati pubblicati in Europa oltre 10.000 trattari e monografie di arte e scienze militari. La prima bibliografia militare dopo quella di Naudé fu pubblicata a Dresda nel 1783 dal libraio Conrad Salomon Walter (1738-1805), e continuata sino al 1799. I fratelli Walter pubblicarono pure, nel 1803, una rassegna del principe de Ligne di 347 opere militari da lui possedute (Catalogue raisonné de la bibliothèqe du prince de Ligne). Nel 1824-25 comparve a Berlino, in due volumi, 68

un catalogo sistematico e cronologico di 10.806 opere redatto dal tenente prussiano Heinrich Friedrich Rumpf (Littérature universelle des sciences militaires). Il catalogo era suddiviso in otto parti: letteratura delle scienze militari; storia delle scienze militari; autori greci e romani; enciclopedie: arte militare in generale; armi; amministrazione; tattica. Nel 1850 un altro ufficiale prussiano, il capitano Arwied von Witzleben, dette inizio al filone delle bibliografie militari “nazionali”, pubblicandone una delle opere in tedesco comparse “nell’ultimo secolo”, cioè successiva al 1750. Era stato però preceduto dal capitano del genio napoletano Mariano D’Ayala (1808-1877) che già nel 1841 aveva dato alla luce un primo abbozzo di bibliografia militare italiana, pubblicato in appendice ad un Dizionario militare francese-italiano e basata sullo spoglio sistematico delle quattro biblioteche militari di Napoli (dell’Officio Topografico, del Collegio Militare, dell’Artiglieria e del Genio), oltre che delle quattro maggiori (Borbonica, Universitaria, Brancacciana e dei Filippini). Nel romantico 1848, l’anno delle rivoluzioni democratiche e della prima guerra d’indipendenza italiana, la rivista dei Royal Engineers pubblicò una lista di trattatisti italiani di fortificazione, attribuita a Elizabeth Holmes, una famosa poetessa, figlia di un patriota irlandese, moglie di un alto funzionario amministrativo del Foreign Office e madre di un giovane diplomatico in servizio alla legazione a Napoli. La lista era stata comunque inviata alla rivista dal maggiore Joseph Ellison Portlock (1794-1864), già affermato geologo e futuro generale, che nel 1858 pubblicò una traduzione inglese delle Lezioni di strategia scritte nel 1836 da un altro famoso ufficiale del genio napoletano, Francesco Sponzilli (1796-1865), che nelle vicende del 1848 si mantenne fedele al re e divenne poi per questo inviso agli ufficiali fedeli alla costituzione che trovarono rifugio a Torino. Notoriamente il livello culturale medio degli uffi-


storia ciali piemontesi era mediocre: una dettagliata e assai penetrante “Notice sur l’Etat militaire de la Sardaigne” pubblicata a puntate nel Bulletin des Sciences Militaires del 1830, osservava che all’Arsenale «il y (avait) une bibliothèque bien dotée et assez fournie d’ouvrages militaires, mais peu fréquentée» (VIII, N. 150, p. 372). Furono infatti due esuli napoletani, i fratelli Carlo e Luigi Mezzacapo, a dare vita, fra l’altro, alla Rivista Militare italiana, uno dei vari periodici militari che durante il Risorgimento proseguirono l’esperienza fatta a Napoli nel 1835-1846 con l’Antologia Militare dei fratelli Girolamo e Antonio Calà Ulloa (il primo periodico militare italiano, ispirato all’autorevolissimo Spectateur Militaire fondato a Parigi dal generale Jean Maximilien Lamarque (17701832), che aveva servito nell’Armée de Naples all’epoca di re Gioacchino). Tra gli esuli (e tra i più accaniti contro Sponzilli) c’era pure D’Ayala, che nel 1854 pubblicò a Torino (nella Stamperia Reale) la prima e finora unica Bibliografia militare italiana. Un’opera imponente di 500 pagine, che rubrica non soltanto trattati e monografie, ma anche un gran numero di regolamenti a stampa e di manoscritti. Le notizie sono ovviamente tratte in parte dallo spoglio sistematico delle numerose bibliografie generali e locali di scrittori italiani, in primo luogo quelle del modenese Girolamo Tiraboschi (1731-1794) e del bresciano Giammaria Mazzucchelli (1707-1765), con gli apporti preziosi del padre somasco Jacopo Maria Paitoni (1710-1774) sulle traduzioni italiane di classici e del padovano Antonio Marsand (17651842) sui manoscritti italiani a Parigi. Ma D’Ayala aveva svolto pure ricerche dirette nelle principali biblioteche delle città in cui aveva soggiornato durante l’esilio, e a Torino si era potuto avvalere della raccolta avviata nel 1830, anche

commissionando copie di circa 500 manoscritti esistenti in altre città, dal generale Cesare Basilio Girolamo di Saluzzo conte di Monesiglio e Cervignasco (1778-1853), gran maestro dell’artiglieria, governatore dei principi reali, presidente della commissione per la pubblica istruzione e

soprattutto miglior bibliotecario che studioso, a giudicare dai Ricordi militari degli stati sardi (Torino 1853). Dubbi inquietanti suscitano sia il ritratto di Cesare che la repentina morte, a soli 33 anni, del duca di Genova, ossia dal principe Ferdinando di Savoia-Genova (1822-1855), figlio di Carlo Alberto e fratello di Vittorio Emanuele II, appena pochi mesi dopo aver accettato il legato testamentario dei 16.000 volumi della “Saluzziana”. 69


Cesare di Saluzzo

Francesco Spozilli

Mariano d’Ayala

Capitan Spauento di Vall’Inferno


storia L’omen mi suona particolarmente infausto perché la cifra corrisponde esattamente al numero dei volumi della Biblioteca Militare Italiana che ho donato nel 2006 al comune di Varallo Sesia e che sembra destinata a vita non meno travagliata. Ne intratterrò a suo tempo e luogo il curioso lettore: mi conforta però intanto l’esempio degli eredi del Duca di Genova i quali, sfidando intrepidi la maledizione di Tutankhamon, si tennero la Saluzziana per quasi un secolo e la cedettero alla Biblioteca Reale di Torino solo nel 1952. Ma, dopo questo excursus scaramantico-autobiografico, torniamo al nostro D’Ayala, non senza notare l’impressionante rassomiglianza col Giancarlo Giannini di Mimì metallurgico ferito nell’onore. La sua Bibliografia è articolata, con criteri assai discutibili, in sette parti: I “su le arti militari in genere” (p. 1); II “architettura militare e assedii” (p. 81); III “dell’artiglieria e sue ordinanze” (p. 135). IV “marineria e sue ordinanze” (p. 167), V “medicina militare, arti e ordini cavallereschi” (187). VI “letteratura militare” (p. 217) e VII “legislazione, amministrazione lessicografia e poligrafia militare” (p. 368), più “aggiunte” di testi avanzati (p. 387) e infine (p. 411) un “indice generale degli autori” (in cui sono indicate le parti in cui sono inclusi, spesso più di una, ma non le pagine). Ciò complica la ricerca, sia mescolando testi assolutamente eterogenei come i trattati di fortificazione e le narrazioni (non di rado in versi!) di assedi, oppure testi di diritto bellico con regolamenti amministrativi, trattati di medicina e codici cavallereschi; sia smembrando la produzione di molti autori nell’intento di riordinarla “per materia”. Pecche certo irritanti, ma che pure debbono farci riflettere, perché sono indice di una visione escatologica del Risorgimento come ricapitolazione, compresenza e compimento di dieci secoli di storia “nazionale”. È questo implicito, non l’incapacità di pensare le cose fino in fondo, che impedisce all’autore di approfondire le diffe-

renze tra un’epoca e l’altra, di rintracciare le rotture, gli snodi, i percorsi dell’arte e della scienza militare italiana. Non senza sviste e lacune, e al tempo stresso inutilmente ridondante di opere decisamente prive di interesse storico militare, la Bibliografia Militare Italiana resta nondimeno la prima bibliografia militare nazionale estesa su un periodo di quasi quattro secoli (mentre alcune prussiane precedenti erano limitate alla letteratura postnapoleonica). Migliore è certamente la Bibliografía Militar de España (Madrid 1876) del brigadiere del genio José Almirante y Torroella (1823-1894), più accurata nelle trascrizioni dei frontespizi e soprattutto organizzata per autore in ordine alfabetico. Gli autori sono poi richiamati in un chiaro e logico “Registro por materias” (pp. 929-988). Ancor più precisa è la citata bibliografia inglese di Cockle, che adotta però il criterio cronologico per i testi in lingua inglese e lo combina diabolicamente col criterio per materia per i testi in altre lingue. L’unica altra vera bibliografia militare nazionale è il Diccionario bibliographico militar portuguez (1891) di Francisco Augusto Martins de Carvalho (1844-1921), mentre Nos écrivains militares (Paris 1898-99) di Edouard Gullion (1849) è solo un saggio informativo e abbastanza superficiale. Alla fine dell’Ottocento comparvero infine, entrambe in Germania, le due ultime bibliografie militari internazionali, la Bibliotheca historicomilitaris (Kassel 1887-89) di Johann Pohler, oggetto di due ristampe anastatiche parziali americane (Burt Franklin New York 1962 e Kessinger Publishing Photocopy Edition 2009) e la Geschichte der Kriegswissenschaften (München u. Leipzig, 1889-91). Quest’ultima, che si ferma all’anno 1800 ed è stata ristampata in anastatica nel 1971, andava alle stesse sul mercato antiquario finché non è stata messa online da google books come quasi tutti gli altri volumi citati in questo articolo. 71


la libreria


libreria

PARACADUTE IN SPALLA E VIA… IL RESTO SI VEDRÀ

I

di Mario Arpino

l Generale di Squadra Aerea Giulio Cesare Graziani, arruolato nella Regia Aeronautica nel 1936, nell’ultimo conflitto mondiale appartenne a quei reparti aerosiluranti che, temutissimi dal nemico, operarono intensamente su tutto il Mediterraneo. Fatta eccezione per i periodi di ricovero per le ferite riportate in azione, ha volato con continuità durante tutto l’arco bellico, dal giugno 1940 fino alla conclusione, nel maggio 1945. Per questa sua attività è stato decorato con una medaglia d’oro al valor militare, sei d’argento, una di bronzo, tre croci di guerra, una promozione e due avanzamenti. Dall’alleato tedesco ha ricevuto la Croce di Ferro di seconda classe. Carattere non facile, spesso critico sino a sembrare ribelle, ma estremamente fiero e motivato, è stato uno degli eroi della seconda guerra mondiale. Alla quale, con sua stessa meraviglia, è sopravvissuto. Apparteneva al Rex, uno dei corsi più decorati, che ha perduto in combattimento 100 ufficiali piloti su 216 sottotenenti brevettati in Accademia. Al termine del conflitto, ha continuato a dedicarsi all’Aeronautica Militare impegnandosi in ogni settore, logistico, operativo e di comando, raggiungendo il massimo grado per un ufficiale di Forza Armata. Sulle gesta degli aerosiluranti esiste tutta una letteratura. I libri sono più d’uno, alcuni incentrati sui fatti, altri sui personaggi. Anche sul Generale Giulio Cesare Graziani un libro già esiste, e molti degli episodi raccontati sono già stati frammentariamente raccolti in altre opere. Ma questo libro, scritto in prima persona, è diverso, è un’altra cosa. È stato curato da uno dei figli del Generale, l’avvocato Fulcieri Graziani, anch’egli in passato ufficiale dell’Aeronautica, che ha riordinato le

GIULIO CESARE GRAZIANI

Dal primo all’ultimo giorno 10 giugno 1940 5 maggio 1945 Edizioni Rivista Aeronautica pagine 175 • euro 12 Il libro, dato alle stampe postumo, narra in prima persona la vita operativa di guerra del Generale di Squadra Aerea Giulio Cesare Graziani, medaglia d’oro al valor militare. L’edizione è stata curata dal figlio, avvocato Fulcieri Graziani.

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Risk memorie che il padre aveva dettato, quasi di getto, al proprio personale di segreteria durante gli ultimi mesi prima di lasciare il servizio. Altri episodi personali e accadimenti bellici, non riportati nelle memorie, sono stati tratti da documentazione in possesso della famiglia e da molteplici testimonianze. Il tentativo, a mio avviso riuscito, è stato quello di chiarire con opportune spiegazioni circostanze che l’Autore presumibilmente dava per scontate, di rendere la lettura più scorrevole e di integrare l’originale, ove necessario, anche sulla base dei dati contenuti nei libretti di volo. Chi ha conosciuto il Generale, potrà facilmente osservare come ne risultino integralmente rispettati sia le idee, sia il carattere e la personalità. Sono quindici capitoli di cronaca di guerra, raccontati in dinamica successione cronologica dalla voce di uno dei protagonisti. Le pagine sono intense, in un rincorrersi serrato di fatti, di emozioni, di nomi, di ragionamenti e di valutazioni personali, non sempre “politicamente corrette”. Per i lettori novizi, quelli meno informati su fatti e personaggi della nostra guerra, sarà come leggere un libro di incredibili avventure, quasi un fumetto di Hugo Pratt, che di pagina in pagina stimola il desiderio di sapere quel “cosa verrà dopo” che impedisce di staccarsi dal libro. Per i più esperti è il film di un’epopea gloriosa e tragica, cui, attraverso nomi di persone conosciute, fatti noti oppure inediti, letture già effettuate, si aggiunge pezzo per pezzo, frammento per frammento, la ricomposizione mentale di un mosaico che inserisce ogni episodio a completamento di un casellario predisposto di cose generalmente già note, ma mai dipinte a colori così vivaci, eppure così veri. Per coloro che hanno vissuto a cavallo tra due epoche e, come chi scrive, hanno indossato per molti anni la stessa uniforme del Generale Graziani, questa lettura riporta alla mente tutti i quesiti, i dubbi e le perplessità che ci siamo posti più volte, ma anche le certezze e le risposte che ci siamo dati. È successa identica cosa rileggendo Aviatori Italiani, Gloria senza Allori ed altri libri, ce ne sono diversi, che raccontano gli incredibili episodi della nostra guerra aerea. Sono gli stessi dubbi e gli stessi pensieri che sorgono spontanei leggendo le 74

motivazioni delle medaglie al Valor Militare dei nostri Aviatori. È possibile - mi chiedo ogni volta - che questi piloti abbiano sempre dovuto combattere contro “soverchianti forze nemiche”, con velivoli “inadatti, inferiori a quelli del nemico, scarsamente efficienti”, con un addestramento “incompleto, affrettato e non mirato alla missione”, dovendo sempre supplire “con il genio italico, lo sprezzo del pericolo” e sorretti da “un’immancabile fede” e dall’arte di arrangiarsi degli specialisti? Anche Graziani denuncia tutto questo, ma non se ne lamenta mai. Evidentemente, erano fattori con i quali convivere, sperando di non morire. Quale molla interiore li ha fatti continuare a combattere in queste condizioni per cinque anni? Erano costretti? Erano fortemente ideologizzati? Con ogni probabilità, nulla di tutto questo. L’ideologia dell’epoca, il fascismo, non ha mai fatto molta presa sulle coscienze degli aviatori, né il suo insegnamento era eccessivamente “stressato” all’Accademia e nelle scuole di volo. Se andiamo a vedere i programmi di allora, c’era solo qualche sporadica lezione di “mistica fascista”, materia peraltro non valutativa. Altri erano gli interessi, anche se, è ovvio, erano giovani che vivevano la loro epoca senza la possibilità di molti confronti. Altre sono le motivazioni, e ben altri sono i valori che si insegnavano, e ancora oggi si insegnano, all’Accademia Aeronautica e nelle altre scuole militari. Senso del dovere, disciplina interiore, lealtà e dignità personale. E allora? Paracadute in spalla, era un modo di dire, e via… Poi si vedrà. Ci sono altri due motivi per cui questo libro mi ha particolarmente toccato, ed ho quindi accettato volentieri di stenderne la prefazione. Entrambi sono personali. Il primo: ho conosciuto il Generale Graziani nel 1956, quando, vent’anni dopo, anch’io sono entrato in Accademia Aeronautica. A questo punto, è necessaria una digressione. Come alcuni dei lettori sapranno, i nomi dei corsi sono ricorrenti per ogni generazione, dall’Aquila fino allo Zodiaco. La prima serie alfabetica, iniziata nel 1923, era stata Aquila, Borea, Centauro, Eolo, Falco, Grifo, Ibis, Leone, Marte, Nibbio, Orione, Pegaso, Rex, Sparviero, Turbine, Urano, Vulcano e


libreria Zodiaco. Nomi di rapaci, di venti, di costellazioni e di fugure mitologiche. Il ciclo si è sempre ripetuto, ad eccezione che per la lettera “R”. Il Generale infatti era entrato con il corso “Rex”, il cui motto era rex altitudinis, e noi con il corso “Rostro”. Ma ha voluto tenerci comunque a battesimo. Ne siamo stati fieri, anche perché eravamo molto arrabbiati per questa decisione di cambiare il nome di quello che ritenevamo un corso di Eroi. Non ne comprendevamo il motivo, e ancora oggi, dopo 55 anni di Rostro, con un’aquila e un fascio di luce sul gagliardetto, conserviamo un “rex altitudinis” nel cuore e consideriamo questo cambio di nome un’offesa e un’ingiustizia. Il secondo motivo per cui questo libro mi ha toccato è più vicino a noi. Nel dicembre 1998 il Generale era in ospedale, colpito da una malattia dalla quale ormai non poteva riprendersi. Io ero allora Capo di Stato Maggiore, e avevo chiesto ai famigliari di avere un’ultima occasione di salutarlo, come estremo omaggio del corso Rostro e di tutta l’Aeronautica Militare. I medici mi hanno concesso di entrare in camera asettica con camice verde, copricapo e mascherina sul volto. Era

assopito e sotto farmaci, senza potersi muovere. La consorte e i figli osservavano dall’oblò della sala. Gli ho sussurrato qualcosa, non ricordo cosa. Ha avuto un lampo negli occhi, e mi ha stretto con la mano sinistra l’avambraccio, che avevo posato sulla sponda del letto. Mi aveva riconosciuto. Il figlio Fulcieri, nel presentare il libro, scrive che «…ai giovani, Giulio Cesare Graziani lascia un esempio aureo di generosità, spirito di sacrificio e amor di Patria. A tutti coloro che impiegano il mezzo aereo e, in particolare all’Aeronautica Militare, una tradizione di accuratezza nella preparazione della missione, di rispetto della disciplina di volo, di equilibrio, di sano cameratismo e prudente buon senso. Agli Italiani, l’orgoglio di poterlo senz’altro annoverare tra gli Eroi della Patria e il monito di non dimenticare coloro che, accanto a Lui, per l’Italia e gli italiani, generosamente si immolarono». Parole che, oggi, ai più possono apparire retoriche. Ma, personalmente, sono convinto che riflettere su questo libro possa far bene a molti, non importa se giovani o meno giovani… Grazie, Comandante Graziani!

UN MONSONE CI TRAVOLGERÀ Ovvero come la geografia spiega la storia, definisce l’economia e prescrive la politica di Andrea Tani

Monsoon è un libro intrigante e originale, di volta in volta diario di viaggio, richiamo storico, indagine giornalistica e analisi geopolitica a vasto raggio. L’autore è Robert Kaplan, senior fellow al Center for New American Security, opinionista del prestigioso magazine The Atlantic nonché autore di dodici importanti libri che trattano soprattutto degli aspetti politici e militari dell’azione internazionale degli Stati Uniti, fra i quali Balkan Ghosts, Soldiers of God: With Islamic Warriors in Afghanistan and Pakistan e Imperial Grunts (che abbiamo già recensito su Risk). Si tratta di uno dei mag-

giori assertori del “determinismo strategico” secondo il quale la geografia spiega la storia, definisce l’economia e prescrive la politica. Questo assunto non si è mai dimostrato così corretto e condivisibile come in questo libro, soprattutto per un europeo (a guardar bene gli americani danno altre spiegazioni per il divenire delle cose, soprattutto per quelle che li riguardano direttamente). La vicenda, anzi le vicende che Kaplan racconta in questa sua ultima fatica, tutte incentrate sull’Oceano Indiano e territori prospicienti, sono molto interessanti, ben scritte e coinvolgenti, anche se non sempre iscrivibili in una cornice univoca e coerente («enjoyable but unconnected essays», come li definisce il recensore 75


Risk dell’Washington Post). Alcune descrizioni sono magistralmente fissate con pochi tratti, secondo le migliori tradizioni del giornalismo americano. Altre sfiorano il lirismo e risultano veramente evocanti, come la descrizione degli effetti del riscaldamento globale in Bangladesh o dell’interagire dell’ambiente, della demografia e dell’Islam in Indonesia. O ancora delle maledizioni che affliggono i birmani, «vittime della malefica combinazione del totalitarismo, della realpolitik e dei corporate profit». Molte analisi politiche risultano profonde e innovative - “intriguing insights”, li ha definiti un estimatore - come il parallelo che Kaplan fa fra i cingalesi dello Sri Lanka, che come i serbi della penisola balcanica «rappresentano una maggioranza demografica con un pericoloso complesso di persecuzione da minoranza». Notevole anche la descrizione dello “scontro” e allo stesso tempo della “sintesi di civiltà” che si rivelano in Indonesia, paese «minacciato dal capitalismo globale della Cina». Kaplan osserva che oggi c’è bisogno di guardare a questa parte di mondo con una prospettiva innovativa, che poi corrisponde alla visione storica di un oceano unificante e fecondante come pochi - l’Oceano Indiano Allargato, potremmo definirlo, liberamente traducendo The Greater Indian Ocean e comprendendo il Mar Rosso, il mar Arabico, la Baia del Bengala, lo stretto di Malacca, il mar di Giava e quello della Cina Meridionale. In tale accezione l’Indiano si estende fra il Sahara, il Medio Oriente, il Sud Africa, l’altipiano iranico e il Subcontinente indiano fino all’arcipelago indonesiano. Grazie al prodigio meteorologico rappresentato dai venti monsonici che ogni sei mesi invertono con regolarità la direzione di provenienza (libeccio d’estate e grecale d’inverno si potrebbe azzardare, prendendo a prestito l’eolica nostrale), “Al Bahr al Hindi” - come lo chiamavano gli arabi nei loro trattati di navigazione - è stato navigabile e navigato dai primordi in piena sicurezza anche da imbarcazioni relativamente modeste e primitive. Si tratta dell’unico oceano del mondo caratterizzato da un regime monsonico esclusivo, che consente l’assoluta prevedibilità dei venti (anche come intensità) e quindi delle modalità di traversata nell’uno e nel76

l’altro senso. L’Atlantico, con i suoi famosi alisei, non è neanche paragonabile, dato che verso ovest ci si va facilmente, ma, in quanto a tornare indietro, è tutt’altra musica. Bisogna salire in latitudine e sfruttare le depressioni occidentali che sono burrasche più o meno maneggevoli. Niente di particolarmente adatto a imbarcazioni leggere o primitive. Prova ne sia che prima di Colombo nessuno c’è riuscito tanto da raccontarlo. Si ha certezza di navigazioni organizzate e sistematiche nell’Oceano Indiano fin dal 1000 a.C. Non è stato necessario quindi aspettare l’era della propulsione navale a vapore perché si stabilisse un legame unificante fra le genti rivierasche dell’Indiano, a differenza - di nuovo - di quanto è successo in Atlantico, che è stato percorso da conquistatori in una sola direzione ed è stato più o meno unificato culturalmente su un modello europeizzante. Il livello di interazione fra i popoli che si sono serviti del’Wide Common dell’Indiano non è stato raggiunto in nessun altro bacino di dimensioni comparabili (sotto un certo punto di vista, tale livello è stato persino superiore a quello esistente nel Mediterraneo, mare molto più piccolo ma con un regime di venti aleatorio e imprevedibile). Da tempo immemorabile popolazioni intere si sono spostate in questo oceano, naturalmente sempre per parallelo. Persiani ed ebrei in India, Gujarati in Africa Orientale, Indonesiani in Sudafrica, Tamil nell’Asia sudorientale, arabi in Malacca e nell’arcipelago indonesiano, e così via. Il commercio marittimo monsonico, un vero network di legami culturali, comportamentali ed etnici, ha rappresentato l’ordinario modo di vivere per tutte le popolazioni rivierasche, dando vita all’area di interscambio più importante dell’antichità. Attraverso di essa si sono collegati i grandi imperi storici - Ittiti, Persia, mondo ellenico, Roma, Cina, le varie Indie, Israele, Venezia, galassia islamica, potenze navali emergenti europee - ed è stato favorito il proselitismo delle grandi confessioni monoteiste. Cristianesimo in primis - forzato con estrema durezza dal primo paese europeo che vi ha fondato un impero, il Portogallo - ma soprattutto Islam che, nella sua espansione verso oriente ad opera di commercianti più che di guerrieri (come erano i primi portoghesi), si è veicolato


libreria essenzialmente su questo oceano arrivando a conquistare terre lontanissime come le isole indonesiane. A questo proposito si può dire che l’Oceano Indiano abbraccia l’intera complessità dell’Islam: la sua mappa è intimamente legata alle modalità storiche di diffusione di questa fede, da ovest verso est, e, all’inverso, alla successiva pratica della Haj, il pellegrinaggio alla Mecca. Da Monsoon si evince chiaramente che l’Islam è stato un fenomeno religioso legato strettamente alle sabbie desertiche del Medioriente ma anche, almeno altrettanto, alla salsedine dell’oceano e al verde dei tropici asiatici. Dominato negli ultimi cinquecento anni soprattutto dagli occidentali e in qualche modo fuori dei giochi strategici principali durante la Guerra Fredda, questa parte di mondo sta riemergendo come il centro di gravità globale del potere mondiale e del conflitto, di oggi e dei prossimi anni, ovvero l’Hub del ventunesimo secolo. Quasi tutti i dossier più importanti della contemporaneità giacciono in o erompono da questa area geopolitica: • la demografia: un terzo della popolazione mondiale gravita su questo oceano. • L’energia, sia come scaturigine che come trasferimento al destinatario. Il 70% del greggio del mondo viene estratto sulle coste dell’Oceano Indiano e lo attraversa in tutte le direzioni. Per Kaplan si tratta del global energy intestate. Il 90% dell’import energetico indiano e il 70% di quello cinese corrono su questa autostrada. I principali passaggi obbligati (choke points) del commercio mondiale - Bab

el Mandeb, Hormuz, e lo stretto di Malacca - sono qui situati. Per il primo fluisce il dieci per cento del greggio estratto nel mondo, per il secondo il quaranta, mentre il terzo viene attraversato dal 50 percento dell’intero traffico commerciale del pianeta. • I grandi movimenti a sfondo religioso che sembra abbiano sostituito le ideologie politiche come motori dei grandi contenziosi (ma è mai veramente successo, all’infuori dell’Occidente?) sono tutti concentrati in questa area e cozzano fra loro con assoluto fragore. Si scontrano anche con le dottrine secolari, come il consumismo capitalistico a sfondo liberale dell’Occidente (asiatico) e quello sempre capitalistico ma a conduzione dirigistica della Cina. Per inciso questa è l’area dove la più dinamica (o solo aggressiva) confessione del mondo, l’Islam, ha e fa più proseliti - fondamentalisti come i sauditi, i pakistani e gli iraniani, tolleranti e sincretici come gli indonesiani e gli africani, o semplicemente ordinari come gli indiani, i bengalesi e i malesi - e viene a contatto con la più dinamica (o solo aggressiva) laicità, quella della Cina. • Il terrorismo e i conflitti che ne sono derivati (Afghanistan, Iraq) sono nati e si sono sviluppati su queste sponde: Al Qaeda e tutte le organizzazioni che ad essa si ispirano hanno la loro matrice e i loro principali fronti di battaglia nell’Oceano Indiano Allargato. • La pirateria, che del terrorismo è una specie di variante marittima e anarchica, ha i suoi maggiori focolai da queste parti, al largo della Somalia e attorno alla Malacca. Lo stesso dicasi per gran

ROBERT D. KAPLAN

Monsoon The Indian Ocean and the future of American Power Random House pagine 384 • $ 28,00

In Monsoon, l'ultimo libro di Robert Kaplan, la regione dell'Oceano Indiano disegnata partendo dal corno d'Africa passando dalla penisola araba e dall'altopiano iraniano per poi raggiungere il subcontinente indiano le coste cinesi e l'arcipelago indonesiano, viene presentata come un'emergente centro gravitazionale della scena geopolitica mondiale. È in questo sistema che si innestano le principali tensioni tra la civiltà occidentale e quella islamica, che si snodano punti vitali delle rotte energetiche globali, che ha luogo l'apparentemente pacifica ascesa terrestre e marittima della Cina e dell'India. È in questa Rimland dell'Eurasia che, secondo Kaplan, si giocheranno le partite più importanti del nuovo secolo proprio come nel secolo scorso sono state giocate sullo scenario europeo. Un libro dal carattere anfibio che contiene importanti lezioni per l'America a riguardo della definizione del suo ruolo nel nuovo mondo che si va configurando; un “must” per tutti coloro si interessano all'emergente equilibrio di potenza mondiale.

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Risk parte della produzione e del commercio di stupefacenti (Afghanistan, Penisola indocinese e arabica). • il fallimento dei più derelitti paria statuali è una caratteristica di queste latitudini e longitudini - Somalia, Afghanistan, Bangladesh, Myanmar, Pakistan, tanto per citare i più eclatanti. • La proliferazione delle armi di distruzione di massa. L’Oceano Indiano è sicuramente il più nuclearizzato dei Sette Mari, essendo presidiato e attraversato da deterrenti strategici di almeno sette nazioni (Usa, Regno Unito, Francia, Russia, Cina, India e Israele (i sottomarini con la stella di Davide si addestrano a lanciare i loro Harpoon a testa atomica nei poligoni indiani, e pattugliano le zone di lancio al largo dell’Iran). Tre dei fuorilegge nucleari più o meno amnistiati sono stanziali da queste parti - i citati India, Pakistan e Israele - e il quarto, la Corea del Nord, ancora non condonato - è stato indottrinato da uno di loro. Un quinto, l’Iran, sarà il prossimo del team. • La corsa più accentuata agli armamenti convenzionali, che vede Cina, India, Uae, Pakistan, Arabia Saudita, Singapore in pole position. La densità di armi e armati non ha equivalenti in alcuna altra parte del mondo. Il “dividendo della pace” qui non si è mai visto, come i tagli generati dalla crisi economica in corso che sono paradossalmente un “lusso” che nessun paese dell’Indiano si può permettere. • La rivoluzione delle gerarchie geopolitiche planetarie: Il sorgere dei maggiori aspiranti egemoni planetari, Cina e India, è una realtà concreta e tangibile, come lo è la loro rivalità. È nell’Oceano Indiano che si sovrappongono e interagiscono gli interessi e l’influenza - sopratutto marittima e “navale” in senso anglosassone - dei futuri competitori per l’egemonia mondiale ed è qui che, come scrive l’Autore, “le dinamiche globali di potere verranno disvelate”. Kaplan spiega con dovizia di argomenti il cosa e il come di tutte queste realtà e il loro prevedibile futuro. Lo fa in modo articolato, brillante e spesso molto convincente, andando a vedere di persona come stanno le cose e intervistando sul campo gli intellettuali, gli agitatori politici, i capi di governo, gli esperti e anche i pescatori, 78

i tassisti e i contadini. In ogni passaggio del suo girovagare egli si imbatte in diverse combinazioni di inquietudini socio-politiche, dinamismi economici, diversità culturali, tensioni etniche, stress ecologici. Si tratta della parte più godibile del libro. Nel suo viaggio il nostro Kaplan/Sinbad parte dall’Oman, paese semisconosciuto ai più ma cruciale nella storia e nel presente dell’Oceano Indiano, dove analizza il significato delle riforme politiche in atto da parte dell’autocrazia locale, quasi assoluta ma illuminata. Approda poi in Pakistan, e in seguito in India, Bangladesh, Sri Lanka, Myanmar, Indonesia, Malaysia e Cina. La scelta dei singoli scali è un po’arbitraria: dove ha agganci, o è già stato e vuole confrontare, o è talmente importante e non può essere saltato, oppure, forse, torna comodo e costa poco. Una coerente sistematicità non si riesce a percepire. Dovunque storicizza, analizza, giornalizza e qualche volta banalizza oltre il necessario, ma non se ne fa troppo condizionare. Il suo periodare è sempre notevole, talvolta affascinante. L’ultimo scalo - la Cina - è forse troppo fugace, anche se a rigore non si tratta di uno stanziale dell’Oceano Indiano (il monsone la tocca solo di lato). Il ruolo “Indiano” dell’Impero di Mezzo - «The book’s phantom protagonist», come l’autore lo definisce - è solo indiretto, anche se di capitale importanza soprattutto nel rapporto con gli Stati Uniti e l’India. Kaplan insiste molto sulla prima relazione, forse eccessivamente, ma dà il giusto spazio anche alla seconda, che è quella capitale che condizionerà il futuro degli scenari. Il peregrinare di Kaplan si conclude in Africa, a Zanzibar, dove gli aspetti esotici del diario di viaggio ottocentesco prendono decisamente la mano sull’analisi strategica. Alla fine del libro non c’è una sintesi complessiva, ed è un peccato perché la marea di osservazioni, analisi, giudizi e pronostici risultano molto sparpagliati e la bella introduzione che riassume l’essenziale in anticipo non basta, dato che il lettore ignora ancora molte chiavi di interpretazione della materia. Sull’Oceano Indiano si è infatti scritto e letto poco. Il Medio Oriente - che in gran parte è Oceano Indiano Allargato - è stato estesamente trattato ma in chiave autoreferenziale o in relazione all’Occidente. Aver fatto


libreria capire che oggi la sua lettura più corretta è con lo sguardo rivolto ad oriente è uno dei tanti pregi del libro, soprattutto nei confronti dei lettori americani destinatari del sottotitolo del libro - The Indian Ocean and the future of american power. Essi non hanno vera esperienza storica dell’Oceano Indiano a differenza di quanto succede nei confronti dell’Atlantico e del Pacifico, dove sono nati e cresciuti e hanno combattuto le loro grandi guerre nazionali. Le proiezioni future potevano essere la parte di maggior valore aggiunto del libro ma così non è; la parte storica e descrittiva della contemporaneità è molto più convincente. Kaplan sembra propendere per una visione cerchiobottista e buonista sul domani dell’Oceano Indiano, un “volemose bene” dei soliti noti maggiori protagonisti, India, Cina e Stati Uniti, destinati ad una probabile cooperazione un po’ wishful thinking, modello post-tsunami del 2004. Le valutazioni su quello che potrebbero fare e diventare i singoli protagonisti e attori sulla scena sono apprezzabili; quello che non convince è la piéce complessiva. Mentre l’analisi geopolitica è generalmente penetrante e acuta, alcune delle conclusioni appaiono superficiali e opinabili, a volte addirittura strampalate. Come quando prevede, ad esempio, che la Cina e l’India siano destinate a rivaleggiare sui mari - e fin qui nessun obiezione (anzi plauso alla visione mahaniana della competizione, pienamente convincente

dati i parametri in gioco) - aggiungendo incautamente che l’interdipendenza dagli stessi mari potrebbe condurre l’Elefante e il Dragone ad una mutua alleanza, magari «implicitamente (?) ostile (??) agli Stati Uniti». Altrove viene ventilata la possibilità che alla fine venga fuori un’ammucchiata un po’ obamiana di tutti con tutti, Cina, India, Usa, sud-estasiatici, Giappone, Australia, in modo da «tenere i mari sgombri dai pirati assicurando la fruizione del bene comune (commonwealth)». Una improbabile montagna ha partorito un ancor più improbabile topolino. La realtà sembra molto diversa, proprio leggendo con attenzione i primi quattro quinti del libro di Kaplan. Ciò detto, si ribadisce il plauso per il medesimo, consigliando di procedere speditamente all’acquisto (via internet, un libro così lontano geograficamente e tematicamente non verrà mai tradotto in italiano). Monsoon non è perfetto ma è straordinariamente interessante, ben scritto e ricco di pregresso, analisi e materia grigia. Se non è chiaro l’effetto che avrà sulla nomenclatura geopolitica a Stelle e Strisce al quale apparentemente è rivolto - la medesima sembra incapace di una visione complessiva dei molti tavoli “Indiani” sui quali sta giocando - il saggio consente al lettore mediamente curioso di colmare una lacuna culturale e conoscitiva non più tollerabile nel mondo che viviamo, che sarà sempre più dominato dalle tematiche che Kaplan sviluppa con tanta maestria.. 79


L

E

F I R M E

del numero

MARIO ARPINO: generale, già Capo di Stato Maggiore della Difesa

VINCENZO CAMPORINI: generale, già Capo di Stato Maggiore della Difesa

RICCARDO GEFTER WONDRICH: ricercatore del CeMiSs per l’America Latina

DARIO CRISTIANI: dottorando in Studi su Medio Oriente e Mediterraneo, King’s College, Londra; Senior Analyst, Peace and Security, Global Governance Institute, Bruxelles MARIA EGIZIA GATTAMORTA: ricercatrice del CeMiSs per l’Africa e il Mediterraneo MATTEO GUGLIELMO: dottore di ricerca in sistemi politici dell’Africa presso l’Università “l’Orientale” di Napoli, autore di Somalia: le ragioni storiche del conflitto

VIRGILIO ILARI: docente di Storia delle Istituzioni Militari all’Università Cattolica di Milano ALESSANDRO MARRONE: ricercatore presso lo Iai - Istituto Affari Internazionali nell’Area Sicurezza e Difesa ANDREA NATIVI: analista militare e giornalista

BERNARD SELWAN EL KHOURY: analista e docente di questioni arabe e mediorientali. Direttore del Se.Tr.A.C. (Servizio Traduzioni Analisi Consulenza) CLAY SHIRKY: docente di New Media alla New York University e autore di Cognitive Surplus: creativing and generosità in a connected age STEFANO SILVESTRI: presidente dello Iai - Istituto Affari Internazionali

MAURIZIO STEFANINI: giornalista e scrittore ANDREA TANI: analista militare, scrittore

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15-07-2010

15:04

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Towards a safer world. Towards a safer world.

VERTIPASS. MOBILITA’ ALL’AVANGUARDIA PER IL PAESE Un progetto per una mobilità capillare, che integra ed estende le tradizionali reti di trasporto pubblico

Quando avrete finito di leggere questa pagina, da qualche parte nel mondo sarà decollato o atterrato un aereo costruito da Alenia Aeronautica o con la sua partecipazione. Che si tratti di un turboelica regionale, di un caccia multiruolo, di un velivolo da trasporto militare, di un jet di linea, di un aereo per missioni speciali o di un sistema a pilotaggio remoto, quell’aereo è caratterizzato dai materiali avanzati, dal supporto completo, dalla sostenibilità economica e dal rispetto ambientale che Alenia Aeronautica ha maturato in un percorso nato con l’aviazione stessa.

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Luisa Arezzo Mario Arpino Vincenzo Camporini Riccardo Gefter Wondrich

LA CADUTA DEGLI STATI

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2011

gennaio-febbraio

numero 60 anno XII euro 10,00

quaderni di geostrategia

registrazione Tribunale di Roma n.283 del 23 giugno 2000 sped. in abb. post. 70% Roma

Vuoto di potere o fallimento? Non basta la cacciata di un dittatore per portare un Paese al collasso STEFANO SILVESTRI

Dario Cristiani

risk

Atlante delle periferie che incendiano il mondo

Maria Egizia Gattamorta

Da luoghi marginali ad epicentro della politica globale MAURIZIO STEFANINI

Matteo Guglielmo

La classe media salverà la piazza araba

Virgilio Ilari

(Senza dimenticare le Forze Armate e una buona intelligence) VINCENZO CAMPORINI

Alessandro Marrone

La stabilità è un bene da difendere. Sempre

Andrea Nativi

Problemi e opportunità militari e di sicurezza ANDREA NATIVI

Bernard Selwan El Khoury Clay Shirky Stefano Silvestri Maurizio Stefanini Andrea Tani

RISK GENNAIO-FEBBRAIO 2011

Michele Nones

LA CADUTA DEGLI STATI Un fantasma si aggira per l’Europa Michele Nones

Paracadute in spalla e via… il resto si vedrà Mario Arpino

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