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Mario Arpino

Osvaldo Baldacci

Daniel Pipes

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SUDAMERICA, GUERRA O PACE?

Luisa Arezzo

Maria Egizia Gattamorta

2010

settembre-ottobre

numero 58 anno X euro 10,00

quaderni di geostrategia

registrazione Tribunale di Roma n.283 del 23 giugno 2000 sped. in abb. post. 70% Roma

Socialismo, armi e America Latina Perché bisogna temere i movimenti di Chávez & Co. ma non averne paura MARIO ARPINO

Il grande esercito è in marcia

risk

Nel Continente oltre un milione di soldati regolari (senza contare i paramilitari) ANDREA NATIVI

Riccardo Gefter Wondrich

SUDAMERICA

Virgilio Ilari

GUERRA O PACE?

Andrea Margelletti

Alessandro Marrone

I cinque moschettieri

Andrea Nativi

Modello chavista, lulista e filo-Usa: ecco il vademecum politico MAURIZIO STEFANINI

Roger F. Noriega

John R. Bolton

Maurizio Stefanini

Andrea Tani

RISK SETTEMBRE-OTTOBRE 2010

Michele Nones

Quelle partite di poker senza Obama Washington perde terreno e la Casa Bianca ha sempre meno alleati ROGER F. NORIEGA

L’onda nera sull’Europa Osvaldo Baldacci

Eurabia? È stata inventata da Hitler Daniel Pipes 1

• quaderni di geostrategia • bimestrale • quaderni di geostrategia • bimestrale • quaderni di geostrategia •


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Towards a safer world

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risk QUADERNI DI GEOSTRATEGIA


risk

58

quaderni di geostrategia

DOSSIER

Socialismo, armi e Sudamerica

S

O

M

M

LA STORIA

Mario Arpino

Virgilio Ilari

Il grande esercito è in marcia

pagine 64/69

Andrea Nativi

I cinque moschettieri

Maurizio Stefanini

LIBRERIA

Roger F. Noriega

Mario Arpino Andrea Tani Daniel Pipes

Non solo guerra di valute

pagine 70/79

Quelle partite di poker senza Obama

A

R

I

O

Riccardo Gefter Wondrich

La promessa del made in Italy Andrea Margelletti pagine 5/45

Editoriali

Michele Nones Stranamore pagine 46/47

SCENARI

Quell’onda nera sull’Europa Osvaldo Baldacci

L’America si riscopre protezionista Luisa Arezzo pagine 48/59

SCACCHIERE

Unione Europea Alessandro Marrone

Americhe John R. Bolton

Africa Maria Egizia Gattamorta pagine 60/63

DIRETTORE Andrea Nativi CAPOREDATTORE Luisa Arezzo COMITATO SCIENTIFICO Michele Nones (Presidente) Ferdinando Adornato Mario Arpino Enzo Benigni Vincenzo Camporini Amedeo Caporaletti Carlo Finizio Pier Francesco Guarguaglini

Virgilio Ilari Carlo Jean Alessandro Minuto Rizzo Remo Pertica Luigi Ramponi Stefano Silvestri Guido Venturoni Giorgio Zappa

RUBRICHE Arpino, Incisa di Camerana, Ilari, J. Smith, Gattamorta, Gefter Wondrich, Marrone, Ottolenghi, Tani

REGISTRAZIONE TRIBUNALE DI ROMA N. 283 DEL 23 GIUGNO 2000 Impresa beneficiaria, per questa testata, dei contributi di cui alla legge n. 250/90 e successive modifiche e integrazioni

Editore Filadelfia, società cooperativa di giornalisti, via della Panetteria, 12 - 00187 Roma. Redazione via della Panetteria, 12 - 00187 Roma. Tel 06/6796559 Fax 06/6991529 email segreteria.risk@gmail.com Amministrazione Cinzia Rotondi Abbonamenti 40 euro l’anno Stampa Centro Rotoweb s.r.l. via Tazio Nuvolari, 3-16 - 00011 - Tivoli Terme (Rm) Distribuzione Parrini s.p.a. - via Vitorchiano, 81 00189 Roma


SUDAMERICA, GUERRA O PACE? In principio fu Chavez e le sue intemperanze, accompagnate però da una forsennata campagna di acquisizione di armamenti, da una ristrutturazione delle Forze Armate, da una nuova dislocazione di uomini e mezzi, dalla costruzione di nuove basi e da rapporti spesso tesi con alcuni dei vicini. In teoria il potenziamento delle Forze Armate venezuelane doveva costituire una polizza assicurativa atta a giustificare lo spauracchio di una invasione militare statunitense. Logico quindi che a cercare a loro volta di ammodernare le proprie forze militari fossero in prima battuta i paesi che hanno qualche “ruggine” con Chavez, a partire dalla Colombia. Però, a forza di acquistare armi a più non posso, il Venezuela ha cominciato ad impensierire anche gli amici. Se a tutto questo aggiungiamo una sotterranea instabilità interna, dimostrata dal tentativo di colpo di stato in, una serie di atavici attriti e contrasti per motivi di confine, di prestigio o di sfruttamento delle risorse naturali, senza dimenticare che in alcuni paesi si registrano fenomeni di guerriglia o insurrezione armata, in qualche caso virulenti e potenzialmente destabilizzanti, si comprende perché il Sudamerica sia vittima di una nuova febbre. Con la speranza che questo fenomeno non sfoci in una rinnovata conflittualità. Secondo il Sipri (Stokholm Intrnational Peace Research Institute) - l’istituto oggi più attendibile per questo tipo di analisi - nel 2008 la cifra totale spesa dai governi sudamericani per gli armamenti ha raggiunto i 38,6 miliardi di dollari, a fronte dei 26,2 miliardi del 1998. L’inizio di questa corsa è scattato dopo il varo del Plan Colombia, un’alleanza antidroga siglata tra Washington e Bogotà nel 2000, mentre fino ad allora, con la scomparsa delle ultime dittature militari, tale tipo di investimento era stato modesto. Il motivo, sempre secondo gli analisti, era il riempimento del divario militare venutosi a creare con la Colombia. Questa, grazie agli aiuti americani, possiede ora un esercito secondo per numeri e tecnologia solo al Brasile, e meglio addestrato. Mentre la media dei paesi sudamericani dedica mediamente agli armamenti circa il 2 per cento del Pil - che è già una quota ragguardevole, se paragonata allo 0,85 italiano - la Colombia spende il 4 per cento. Il fenomeno è dunque in crescita, ma non è affatto detto che questa ondata di riarmo debba necessariamente indurre ad una visione nera del futuro della regione.

Ne scrivono: Arpino, Gefter Wondrich, Margelletti, Nativi, Noriega e Stefanini. Le illustrazioni del Dossier sono del pittore colombiano Fernando Botero.


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ossier

PERCHÉ BISOGNA TEMERE I MOVIMENTI DI CHÁVEZ & CO. MA NON AVERNE PAURA

SOCIALISMO, ARMI E SUDAMERICA DI

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MARIO ARPINO

a così detta “svolta a sinistra del Sudamerica” nel giro di un decennio ha portato sette Stati dell’Area (Argentina, Brasile, Bolivia, Cile, Venezuela, Uruguay e da ultimo il Perù) ad essere oggi amministrati da governi formati da partiti o coalizioni di sinistra o centro-sinistra. Uno di essi, il Cile, si è appena riallineato al centro-destra. Secondo gli analisti, le cause fondanti di

questo mutamento - che sono più d’una - si riconoscono nella drastica caduta di consenso verso la politica regionale degli Stati Uniti (di “giardino di casa” e dottrina Monroe oggi non è più il caso di parlare) e nella revisione ideologica compiuta anche là dai partiti della sinistra, che ha consentito loro di abbracciare una fetta più ampia degli elettorati. Quest’ultimo fenomeno, prevedibile, è avvenuto - come ogni cosa in Sudamerica - con un certo ritardo rispetto ad altri paesi del mondo, dove quest’onda è già passata da tempo. Naturalmente, c’è socialismo e socialismo e anche qui bisogna distinguere, in casa degli attori regionali di spicco, tra quello riformista (Brasile e Argentina) e quello populista di Venezuela e Bolivia, di stile bolivariano quello di Chavez, mentre quello di Morales come ideologia rivoluzionaria - è di marcato sapore “indigenista”. Al momento, resta esclusa da questa tendenza la Colombia, che anche dopo Uribe sembra rimanere sempre legata agli Stati Uniti. Il collante è la lotta ai narcos, con il corollario di basi, addestramento ed armamenti che ne deriva. L’insediamento americano nelle sette basi colombiane rischia tuttavia di diventare anche pericoloso elemento di frizione, in quanto - molto recentemente - la

Corte Costituzionale ha sospeso la validità dell’accordo decennale in materia di difesa e sicurezza sottoscritto con Obama l’anno scorso dal governo Uribe, in quanto non sottoposto al vaglio del parlamento. Nello specifico, Bogotà aveva concesso a Washington la possibilità di ospitare nelle proprie basi militari aerei e navi americane e, in cambio, la Casa Bianca garantiva assistenza all’esercito colombiano nelle operazioni contro il terrorismo e il traffico di droga nella regione. In realtà la cooperazione continua da anni, ma ciò che ora risulta indigesto ai giudici è sopra tutto il fatto che l’accordo preveda l’immunità dei militari americani sul suolo colombiano. Per il momento la deriva con “distacco” non è iniziata, ma la partita sembra tutt’altro che conclusa. Secondo i commentatori, l’ago della bilancia è il successore di Uribe, il presidente Juan Manuel Santos, che aveva negoziato l’accordo in qualità di ministro della difesa, il quale dovrà scegliere se dare priorità alla casa Bianca, oppure accantonare l’accordo per non pregiudicare ulteriormente i rapporti con i vicini, e, segnatamente, con il Venezuela. Le forze armate colombiane sono ora le più efficienti, moderne ed addestrate della regione e questo, ovviamente, agli altri non piace e rischia di scatenare una 5


Risk

Oggi in Sudamerica le speranze, più che da Colombia, Cile e un possibile cambio del passo degli altri attori regionali, vengono dal Brasile. Assieme all’Argentina, che resta un caso a parte, il Brasile, culturalmente e politicamente fa parte dell’Occidente vera e propria corsa agli armamenti. Tra i maggiori oppositori dell’intesa tra Colombia e Stati Uniti spicca il presidente Venezuelano Hugo Chavez, che ha già reagito con ritorsioni economiche. La tensione tra i due Paesi, tuttavia, era in atto già da oltre un quinquennio, facendo anche temere un confronto militare. Ora i due Capi di Stato si sono incontrati, sancendo una tregua. Ciò è importante, ma non sufficiente, perché l’accordo era stato duramente criticato anche dai presidenti dell’Ecuador, Rafael Correa, della Bolivia, Evo Morales, e del Brasile, Lula Inacio da Silva. La convinzione è, tra i governi più spinti a sinistra, che gli americani, al di là dell’obiettivo immediato di dare continuità alle operazioni contro il narcotraffico, mirino a insediarsi stabilmente nella regione. Va tuttavia in ogni caso ricordato che l’accordo pone agli Stati Uniti un tetto di presenze pari a ottocento uomini, numero che non avrebbe dovuto originare serie preoccupazioni. Nelle previsioni, il presidente Santos sceglierà di salvaguardare le relazioni con Washington, tanto più che la posizione della corte Costituzionale non inficia l’altro trattato, il Plan Colombia para la Paz, in vigore dal 1998. Nessuna preoccupazione per Obama anche se Juan Manuel Santos dovesse presentare l’accordo per le basi in parlamento, dove il suo partito detiene la maggioranza. Tra i “fuori dal coro” antiame6

ricano e, in un certo senso, antioccidentale, assieme alla Colombia si può annoverare il Cile, che con l’Argentina - al di là di ogni vicenda - è forse il paese più “europeo” per cultura, tradizioni e mentalità. In controtendenza rispetto a diversi paesi della regione, nelle elezioni presidenziali dell’inizio di quest’anno il successo, dopo un ballottaggio, era andato al candidato delle destre, Sebastian Pinera. Era dal 1958 che, in un contesto democratico, ciò non avveniva. Dopo la dittatura di Pinochet, infatti, la coalizione di centrosinistra, formata da cristiano-democratici, socialisti e radical-democratici si era imposta in tutte e quattro le elezioni presidenziali succedutesi in un arco di circa venti anni, garantendo una lunga fase di stabilità politica e crescita economica. L’orientamento anche nel settore militare e degli armamenti era comunque rimasto filo occidentale: ricordo personalmente di aver svolto attività di volo in un reparto da caccia del nord - stanziato nel deserto vicino a Teguacigalpa a sorveglianza del confine con il Perù - e di aver riportato la netta impressione di volare, in termini di lingua, di macchine e di procedure, in un gruppo europeo della Nato. La transizione è stata tuttavia senza scosse, in quanto Pinera si è sforzato di spostare verso il centro l’asse della sua coalizione, isolando le componenti più compromesse con la dittatura ed evitando di alterare quella politica economica di mercato che, riducendo la povertà dal 38 al 14 per cento, aveva dato così buoni risultati negli ultimi vent’anni. Il paese si è dimostrato, a tutti gli effetti, una democrazia matura. Nel contesto sudamericano, la politica estera e di sicurezza di Santiago ha subìto un moderato riallineamento. Mentre Bachelet, prima, si era mantenuto in una posizione di equilibrio, lontano sia dall’asse antiamericano (Venezuela, Bolivia e, in Centroamerica, il Nicaragua), sia dai fiancheggiatori degli Stati Uniti (Colombia, Perù, Messico), l’orientamento attuale è verso questo secondo polo. Ciò può anche contribuire ad attenuare il contenzioso storico con il Perù, che comunque, assieme alla Bolivia, continua a temere sopra tutto dopo l’acquisizione di una capacità di telerilevamento attraverso il controllo di un satellite di fab-


dossier bricazione francese - una “definitiva superiorità militare regionale” del Cile. Passando ora dal campo dei “riformisti” a quello dei “rivoluzionari bolivariani”, è significativo per capire ciò che succede in Sudamerica vedere cosa sta accadendo in questi ultimi tempi a La Paz e a Caracas. Il presidente boliviano Morales - “indigenista” per etnia e cultura - nel settembre scorso ha siglato un accordo con il governo iraniano per una cooperazione in materia di idrocarburi, miniere e agricoltura, in cambio dell’apertura di un’importante linea di credito per finanziare una serie di progetti, prevalentemente di carattere sociale. Vi è da dire che legami politici tra Ahmadinejad e Morales - che aveva pienamente e pubblicamente riconosciuto la natura “democratica” e “pacifista” del regime della controparte - sono attivi fin dalla sua ascesa al potere, nel gennaio del 2006. Per la repubblica islamica, la natura di questo strano amore per la Bolivia può essere letta in una duplice chiave: da un lato, la ricerca di rompere in qualsiasi modo l’isolamento internazionale indotto dal suo controverso programma nucleare, e, dall’altro, lo spiccato interesse per i giacimenti boliviani di litio e uranio. Il carbonato di litio, di cui sembra la Bolivia disponga del 50 per cento delle riserve mondiali - il Sudamerica ne potrebbe controllare circa l’80 per cento delle riserve globali - in futuro sarà fondamentale per l’industria nella costruzione di batterie ed accumulatori, in vista dello sviluppo mondiale, già in atto, delle auto elettriche. L’importanza dell’uranio, specie per l’Iran, non ha bisogno di commenti. A questi “dispetti” all’Occidente si aggiunge la rottura delle relazioni con Israele nel 2009 - dopo l’offensiva nella striscia di Gaza - in linea con la strategia adottata anche dagli altri paesi dell’Alleanza Bolivariana per le Americhe (Alba), l’organizzazione regionale lanciata da Hugo Chavez in contrapposizione con quella già in vigore con gli stati Uniti. Per le sue risorse e la sua geografia si vede bene che la Bolivia per molti è paese strategico e, a proposito di proliferazione degli armamenti, qualcuno potrebbe anche pensare che “val bene una guerra”. O una rivoluzione, come altri ritengono, visto

che anche in questo caso servono armi e considerato che la popolazione boliviana, a differenza del suo presidente, sembra non veda di buon occhio l’intrusione di stranieri. Preoccupazione che ovviamente è totalmente condivisa dagli Stati Uniti, essendo venuto loro a mancare lo spauracchio di Bush, odiato ma temuto, mentre l’amministrazione Obama - pur avendo fatto cadere molti obiettivi della retorica antiamericana di Lula, Chavez e Morales - non ha ancora chiaro il modo di come contrastare l’ingombrante presenza di Teheran, ma ora anche di Pechino, nel “cortile di casa”.

Se la Bolivia preoccupa,

il Venezuela di Chavez sta diventando un incubo. Per Obama, il “che fare” con Chavez suona come un interrogativo senza risposte: poiché sarà difficile che cambi, occorrerebbe che cambiasse - ma difficilmente accadrà a seguito delle pressioni statunitensi - almeno una parte del contesto continentale regionale. Se Colombia e Cile non sono sufficienti allo scopo, potrebbe accadere un giorno qualche sorpresa in Bolivia, e sicuramente il Brasile, anche dopo Lula, si avvia a divenire un attore primario - di fatto già lo è - nel continente sudamericano. L’esempio brasiliano, che con moderazione e senza grandi proclami rivoluzionari sta conseguendo con gradualità tutti i propri obiettivi sociali, potrebbe in un futuro non lontano influenzare positivamente anche il comportamento sull’arena internazionale del Venezuela di Chavez. In fondo, ha pur sempre bisogno di vendere il suo greggio solforoso agli Stati Uniti, che, unici nell’area, dispongono degli impianti adatti a raffinarlo, e debba badare a non erodere il proprio consenso interno che, stabilizzato attorno al 50 per cento, non è proprio plebiscitario, come cerca di far credere. Sebbene il suo attivismo antiamericano ed antioccidentale nell’ultimo decennio si sia manifestato su più fronti, secondo gli analisti è destinato prima ad affievolirsi, e poi, lentamente, ad esaurirsi. Nel mondo non si può vivere da soli, e le “cattive compagnie”, con le quali si è associato, in parte finiranno per trasformarsi e in parte per perderlo. C’è il rischio concreto, secon7


Risk do alcuni analisti, che parte delle azioni compiute a scopo provocatorio o di propaganda interna - o regionale - prima o poi gli si ritorcano contro. Azioni come acquistare armi in quantità e coltivare relazioni speciali con Teheran non sono a costo zero, come non lo è l’aver usato le ricche risorse incassate con il petrolio per reclutare alleati, mantenere attorno a sè personale di sicurezza straniero e osteggiare la mai realizzata Area di Libero Scambio delle Americhe. Anche l’aver utilizzato, e continuato a utilizzare, il tradizionale populismo bolivariano potrebbe alla distanza ritorcersi come un effetto boomerang. Una cosa è farlo con il prezzo del petrolio a 140 dollari, mentre cosa diversa è continuare a farlo quando questo prezzo è sceso a 50. Anche il fatto che lo stesso uomo che ha eletto il rifiuto di “imperialismo”, “colonialismo” e “interventismo” a nucleo centrale della propria politica estera e della propaganda interna, si senta ora libero di immischiarsi negli affari altrui, specialmente in quelli dei suoi vicini, finirà prima o poi per essergli di nocumento. La cattiva gestione di enormi risorse ha già fatto si che, di fronte a modesti ed effimeri miglioramenti per i ceti più poveri, nel 2008 l’inflazione sia aumentata del 24 per cento e la svalutazione della moneta, rispetto al dollaro in declino mondiale, abbia portato ad un cambio nero del 100 per cento. In definitiva, Chavez può anche continuare ad arringare la folla ed armarsi fino ai denti, come sta facendo, ma utilizza formule obsolete che, alla distanza, hanno fallito ovunque siano state applicate. La prova dell’inizio del suo declino sta nel fatto che nelle elezioni di fine settembre 2010 ha vinto, e questo era scontato, ma non ha raggiunto i due terzi dei seggi, numero necessario a far passare le leggi nell’Assemblea nazionale. Ciò dà speranza all’opposizione, mentre si avvicinano le elezioni presidenziali del 2012. Oggi, in Sudamerica le speranze, più che da Colombia, Cile e un possibile cambio del passo degli altri attori regionali, vengono dal Brasile, anche se Dilma Roussef, la delfina di Lula da Silva, non ha superato le elezioni al primo turno, come molti si attendevano. Assieme all’Argentina, che ai fini di que8

sta analisi resta un caso a parte, il Brasile, culturalmente, politicamente e storicamente fa parte dell’Occidente. Il fatto che, attraverso un nazionalismo “buono”, stia riaffermando la propria dignità, dando ai propri cittadini la consapevolezza di essere un grande paese, ricco di risorse e di ingegno, in grado di sedere a buon diritto al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, al G20 e di essere rispettato in tutte le sedi internazionali, non può non riportarlo ad una strategia comune ed a consentirgli una decisiva - e positiva - posizione di leadership regionale. Ciò servirà a calmare, in prospettiva, molti dei bollenti spiriti che oggi ancora animano le dinamica sudamericana. È nel quadro strategico e geopolitico appena descritto che viene esaminata, in questo numero di Risk, la preoccupante corsa agli armamenti che sembra oggi caratterizzare pericolosamente tutta la regione. Ne anticipiamo alcuni lineamenti, limitatamente agli Stati più sopra citati, tenendo conto che tra gli analisti vi sono due diversi orientamenti al riguardo. Secondo il primo, la nuova corsa agli armamenti a sud di Panama è originata da propositi bellicosi, relativi alla volontà di affermazione di alcuni attori regionali su altri. L’altro orientamento, invece, è maggiormente ottimista e cerca di dimostrare che gli aumenti di spesa militare sono legati alla sostituzione dei sistemi obsoleti, ai maggiori costi dei materiali, all’inflazione e alle esigenze di nuovi modelli per lo sviluppo industriale e l’occupazione. In ciascuno dei casi l’aumento della spesa militare, che a volte supera il 50 per cento nell’ultimo decennio, è una constatazione reale, che non viene contestata. Anche il Brasile, tuttavia, non sfugge alla logica del riarmo, ma, a differenza degli altri, si propone sia come fornitore che come acquirente.

Secondo il Sipri

(Stokholm Intrnational Peace Research Institute) - l’istituto oggi più attendibile per questo tipo di analisi - nel 2008 la cifra totale spesa dai governi della regione per gli armamenti ha raggiunto i 38,6 miliardi di dollari, a fronte dei 26,2 miliardi del 1998. L’inizio di questa corsa, come già accennato, sembrerebbe scattato con il varo del Plan Colombia,


dossier un’alleanza antidroga siglata tra Washington e Bogotà nel 2000, mentre fino ad allora, con la scomparsa delle ultime dittature militari, questo tipo di investimento era stato modesto. Il motivo, sempre secondo gli analisti, era il riempimento del divario militare venutosi a creare con la Colombia. Questa, grazie agli aiuti americani, possiede ora un esercito secondo per numeri e tecnologia solo al Brasile, e meglio addestrato. Mentre la media dei paesi sudamericani dedica mediamente agli armamenti circa il 2 per cento del Pil - che è già una quota ragguardevole, se paragonata allo 0,85 italiano - la Colombia spende il 4 per cento. Immediatamente Caracas, appellandosi ad una presunta invasione statunitense e colombiana, ha fortemente aumentato il numero dei riservisti, costituendo una sorta di “milizia bolivariana” per difendere la rivoluzione. Chavez starebbe poi acquistando ingenti quantitativi di armi dalla Russia, paese con il quale svolge anche manovre aeronavali. Tra il 2005 e il 2008 Caracas avrebbe comperato a Mosca, per la modica cifra di 4,4 miliardi di dollari, 100 mila kalashnikov, 24 caccia a reazione supersonici Sukhoy 30 e 500 elicotteri da combattimento, con tutto il corredo di missili, radar, ecc.. Secondo una ricercatrice dell’Ispri, tuttavia, questi acquisti non avrebbero solamente motivazioni belliche, ma dipenderebbero anche dal fatto che gli Usa non vendono più armi al Venezuela dal 2006. A riprova di ciò, Chavez negli ultimi tre anni avrebbe fatto shopping anche in Bielorussia, Cina, Francia e Spagna, per un ammontare di altri 7 miliardi di dollari. Ma la tendenza al riarmo, come si è detto, coinvolge tutta l’area sudamericana. La Bolivia di Evo Morales ha appena annunciato l’intendimento di acquistare dalla Russia armamenti per 100 milioni di dollari, mentre il Cile ha recentemente acquistato dagli Usa 18 aerei da combattimento, preannunciando l’ordine di nuovi sistemi radar e cannoni a lunga gittata. Ciò naturalmente ha allertato il Perù, che deve nuovamente preoccuparsi di Sendero Luminoso, il quale prevede di spendere 700 milioni di dollari per ammodernare l’esercito. Persino l’Ecuador, dopo lo screzio con la Colombia, ha comperato dal Brasile aerei Super

Non è detto che questa ondata di riarmo debba indurre ad una visione nera del futuro della regione, anche se non favorisce soluzioni pacifiche. Ma anche il Brasile è in crescita e tutto fa ritenere che presto emergerà la sua leadership Tucano, adatti all’antiguerriglia, radar, aerei senza pilota ed elicotteri da altri paesi. Risulta che stia anche negoziando con il Sud Africa l’acquisto di 12 aerei da caccia Ceetah, versione del Mirage localmente modificata. A prima vista, nella maggioranza dei casi tutta questa attività sembrerebbe senz’altro mirare a un sostanzioso potenziamento, piuttosto che al mero ammodernamento di arsenali obsoleti. Una risposta, tuttavia, potrebbe derivare solo da un’analisi specialistica. Il fenomeno c’è, ma non è affatto detto che questa ondata di riarmo debba necessariamente indurre ad una visione nera del futuro della regione, anche se è vero che non favorisce soluzioni pacifiche. Ma anche il Brasile è in crescita e tutto fa ritenere che, in un’emergente visione di leadership, si porrà prima o poi come interlocutore credibile e rispettato mediatore per tutti i guai della regione. In altre parole, è il Paese destinato a ricoprire con saggezza il ruolo cui gli stati Uniti, nella nuova concezione del mondo, sono stati costretti ad abdicare. Secondo alcuni, la preoccupazione più grave è invece originata dal fatto che, in presenza di una maggiore liquidità rispetto al passato, l’acquisto di armamenti possa significare che non esistono, al momento, piani sociali, economici e volontà per investimenti di tipo diverso. La Chiesa cattolica, che in Sudamerica ha ancora notevole seguito, è attiva custode di questi timori. 9


Risk

NEL CONTINENTE OLTRE UN MILIONE DI SOLDATI REGOLARI (SENZA CONTARE I PARAMILITARI)

IL GRANDE ESERCITO È IN MARCIA DI

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ANDREA NATIVI

n principio fu Chavez e le sue intemperanze, accompagnate però da una forsennata campagna di acquisizione di armamenti, da una ristrutturazione delle Forze Armate, da una nuova dislocazione di uomini e mezzi, dalla costruzione di nuove basi e da rapporti spesso tesi con alcuni dei vicini. In teoria il potenziamento delle Forze Armate venezuelane doveva costituire una polizza assicurativa atta a

• giustificare lo spauracchio di una invasione militare statunitense. Logico quindi che a cercare a loro volta di ammodernare le proprie forze militari fossero in prima battuta i paesi che hanno qualche “ruggine” con Chavez, a partire dalla Colombia. Però, a forza di acquistare armi a più non posso, il Venezuela ha cominciato ad impensierire anche gli amici. Persino il Brasile di Lula (e adesso del nuovo presidente). Ancora pochi anni fa il Brasile aveva deciso di ridimensionare la spesa militare, molti dei programmi principali di acquisizione, a partire da quello relativo ad un nuovo velivolo da combattimento, l’F-X, erano stati congelati o cancellati. I soldi risparmiati, fu detto all’epoca, sarebbero stati meglio utilizzati per finanziare programmi sociali. Ma mentre Chavez continuava ad acquistare armi per sostenere la sua “rivoluzione”, il Brasile si preoccupava. Fino ad invertire completamente la rotta. Al punto da avviare a sua volta un colossale progetto di potenziamento militare che non si basa però solo sulle acquisizioni all’estero, ma anche sullo sviluppo dell’industria aerospaziale e della difesa locale, con l’obiettivo di ottenere un’ampia indipendenza dalle forniture straniere e diventare un protagonista del mercato internazionale della difesa. Del resto il Brasile qualche motivo 10

per agitarsi lo ha, perché il Venezuela nel suo shopping forsennato, del quale ha beneficiato essenzialmente la Russia, ha superato quanto poteva essere legittimato da una sia pur remotissima preoccupazione per la propria sicurezza. Il Brasile poi non può permettersi di restare un gigante economico e politico disarmato, considerando il ruolo che sta assumendo non solo a livello regionale, ma anche mondiale. Il che comporta anche responsabilità nel campo della sicurezza. Infine, l’andamento assolutamente positivo dell’economia brasiliana consente di sostenere i costi di un potenziamento militare, finanche se accompagnato da velleità autarchiche. Tuttavia, anche se il Brasile professa una politica di buon vicinato, se non di rapporti più che cordiali con tutti i paesi del Sudamerica, nessuno può rimanere inerte se due “pesi massimi” come Venezuela e Brasile iniziano non solo a modernizzare, ma a potenziare sensibilmente i propri arsenali. Ecco così che chiunque se lo possa permettere nel continente sta cercando, se non di accrescere il proprio potenziale militare, almeno di rimettere in efficienza Forze Armate il cui equipaggiamento e prontezza operativa sono state per molti anni, o lustri, trascurati. Se a tutto questo aggiungiamo una


dossier sotterranea instabilità interna, dimostrata dal tentativo di colpo di stato in Ecuador (sia pure causato da rivendicazioni economiche e non politiche delle forze di polizia, a dimostrazione dello stato deprecabile in molti paesi del continente delle forze di sicurezza), una serie di atavici attriti e contrasti per motivi di confine, di prestigio o di sfruttamento delle risorse naturali, senza dimenticare che in alcuni paesi si registrano fenomeni di guerriglia o insurrezione armata, in qualche caso virulenti e potenzialmente destabilizzanti, si comprende perché il Sudamerica sia vittima di una nuova febbre. Con la speranza che questo fenomeno non sfoci in una rinnovata conflittualità. Ovviamente la capacità di ciascun paese di investire nella difesa è direttamente correlata alla percezione della minaccia, interna ed esterna, allo stato delle proprie Forze Armate, alla situazione economica. È evidente che l’Argentina non si possa permettere grandi sforzi per la difesa, mentre il Cile, che vanta uno dei migliori strumenti militari della regione, dopo gli effetti delle catastrofi naturali che lo hanno colpito, ha dovuto rallentare e ridimensionare diversi progetti. Com’è naturale che il Brasile non badi a spese, che il Venezuela continui a comprare ovunque sia possibile e che la Colombia non resti a guardare. A livello militare l’influenza degli Stati Uniti nella regione è, se non ai minimi storici, certo non particolarmente rilevante, come poco significative sono le vendite di armamenti di nuova produzione oppure la cessione di materiali usati, che un tempo era il marchio di fabbrica dell’aiuto militare targato Washington. Partiamo dunque dal Venezuela, che ha Forze Armate molto consistenti per gli standard del continente: 118.000 uomini, senza contare la milizia. Caracas conserva un sistema di coscrizione obbligatoria, con una ferma di ben 24 mesi e spende (ufficialmente) per la difesa circa 3,3 miliardi di dollari. L’Esercito, 60.000 uomini, ha naturalmente il ruolo principale, come in tutto il continente, e Chavez (ex generale) lo sta potenziando, costituendo una moderna forza corazzata, che riceverà carri armati, mezzi trasporto truppe ed artiglieria pesante, nonché elicotteri da combattimento, di pro-

duzione russa. Ci sono 80 carri francesi e 150 carri leggeri, che saranno sostituiti da 90 carri T-72, mentre gli 80 trasporto truppe francesi e i 100 blindati statunitensi saranno rimpiazzati da 300 BMP-3 e BTR-90. L’aviazione dell’Esercito ha 10 elicotteri Mi-35 da combattimento 18 Mi-17 da assalto e altri elicotteri da attacco sono in discussione. Sempre con la Russia. La marina ha invece una consistenza limitata, 18.500 uomini al punto che la maggior parte degli effettivi, 10.000, è assegnata ad una divisione di marines, anche questa in corso di riequipaggiamento con armamenti russi. Le unità di prima linea sono 6 fregate tipo Lupo di produzione italiana ormai invecchiate, 2 sottomarini Type 209 le nuove costruzioni riguardano 4/5 pattugliatori di grande tonnellaggio realizzati in Spagna e dei quali sono in corso le consegne (anche il quarto è stato varato questa estate), ed altri 3 pattugliatori leggermente più piccoli. Le ambizioni però non mancano e riguardano sottomarini d’attacco tipo Kilo di produzione russa e 2-3 grandi navi da assalto anfibio.

L’aeronautica è piccola,

meno di 10.000 uomini, ma è oggetto di un rapido potenziamento, che prevede la creazione di un sistema integrato di difesa aerea, grazie alla Bielorussia, con sistemi missilistici potenti e moderni (S-300, Buk e Pecora), mentre sono stati acquistati 12 cacciabombardieri Su-30 in Russia. Sta diventando invece difficile mantenere in efficienza il materiale di produzione statunitense (caccia F-16 ed F-5), il che porterà ad una sua progressiva sostituzione. Sono relativamente pochi i paesi disposti a vendere armi a Chavez, la Russia è il principale fornitore (e concede anche interessanti condizioni finanziarie, molto gradite dal momento che, a dispetto degli introiti generati dalla vendita di petrolio e idrocarburi, l’economia Venezuelana va di male in peggio, malgrado o forse anche grazie a nazionalizzazioni e autarchia), ma si danno da fare anche la Cina, la Bielorussia e, sorprendentemente la Spagna, anche se i rapporti con Madrid potrebbero mutare visto che pare che Chavez abbia rapporti intensi con i terroristi dell’Eta. Di certo il Venezuela non ha le capacità industriali e tecnologiche 11


Risk per fare da solo e questo lo rende dipendente dai fornitori stranieri. La situazione del Brasile è decisamente diversa. Intanto va considerato il potenziale demografico: quasi 200 milioni di abitanti ne fanno un gigante senza rivali. Per non parlare della geografia e della situazione economica. La difesa negli ultimi anni non ha avuto una grande priorità, ma le cose sono cambiate con l’approvazione di due documenti, la End, La Strategia Nazionale della Difesa e la Pnd Politica Nazionale di Difesa, che non a caso sono stati divulgati, quasi contemporaneamente, a fine 2008, quando le tendenze venezuelane erano ormai chiare. Con i nuovi

La capacità di ciascun paese di investire nella difesa è direttamente correlata alla percezione della minaccia, interna ed esterna, allo stato delle proprie Forze Armate, alla situazione economica. È evidente che l’Argentina non si possa permettere grandi sforzi per la difesa, mentre il Brasile non badi a spese e il Venezuela continui a comprare ovunque sia possibile documenti di indirizzo strategico il Brasile ha davvero cambiato marcia, cominciando con il mettere in discussione i fondamenti del suo sistema militare, con una revisione del sistema di reclutamento basato sulla coscrizione obbligatoria selettiva (durata 12 mesi) e una più spinta professionalizzazione, con la riorganizzazione delle Forze Armate e dell’industria nazionale. L’aspetto industriale è una delle peculiarità del piano 12

brasiliano. L’industria locale è già molto sviluppata, basti pensare che Embraer è diventata uno dei protagonisti del settore aeronautico commerciale e compete testa a testa - con Bombardier nel settore dei velivoli regionali, ma buone capacità esistono anche nel settore dell’elettronica per la difesa, della cantieristica militare, degli armamenti terrestri, senza dimenticare il comparto spaziale e missilistico. Da Brasilia la direttiva è chiara: attraverso una serie di grandi programmi di investimento ottenere tecnologie e far crescere in fretta il know-how e il tessuto industriale nazionale, generando posti di lavoro qualificati, per arrivare successivamente a sviluppare prodotti interamente o quasi nazionali, magari con assistenza tecnica esterna. Così chi vuole vendere in Brasile deve mettere in conto pacchetti di offset molto impegnativi, creazione di joint ventures, realizzazione di impianti industriali ed infrastrutture. Il post-Lula non porterà a significativi cambiamenti per quanto concerne la difesa. Il Brasile ha anche fretta, perché si rende conto di dover recuperare un po’ di terreno nei confronti dei vicini. Le Forze Armate possono contare su circa 260.000 uomini, ai quali si aggiungono quasi altrettanti elementi delle forze paramilitari. Il bilancio della difesa è già oggi superiore al 3,3% del Pil ed ammonta ad oltre 23 miliardi di dollari, dei quali circa 6 miliardi sono destinati all’ammodernamento e all’acquisizione di nuovi sistemi d’arma. L’Esercito è decisamente preponderante, il che è naturale considerando anche l’immensa estensione geografica e la difficile orografia. L’obiettivo è quello di trasformare le unità attuali, in larga misura di guarnigione e con capacità di combattimento convenzionale limitate, in unità ad elevata prontezza operativa, bene equipaggiate ed addestrate. Per raggiungere questi obiettivi il Brasile non disdegna di acquistare materiale usato ma di buona qualità: è il caso dei 250 carri armati Leopard 1A5 che entro il 2012 andranno a sostituire tutti i carri tedeschi e statunitensi oggi in servizio. Per rimpiazzare invece la linea di veicoli blindati ruotati, largamente diffusi nei reparti di fanteria motorizzati, si prevede l’acquisizione nell’arco di 20 anni di oltre 2.000 Guarani, realizzati dalla Iveco.


dossier E poi saranno acquisiti almeno 1.200 veicoli protetti leggeri, questi sviluppati localmente. Infine, è stato recentemente annunciato l’aggiornamento di 150 trasporto truppe cingolati M-113 e la revisione di altri 208. Potenziamento in vista anche per l’artiglieria, che già conta su lanciarazzi pesanti sviluppati e realizzati localmente. Molto importante è la componente elicotteristica, che sarà ammodernata con l’acquisizione di 50 elicotteri Eurocopter EC-725, un modello che sarà adottato anche dalla Marina (16) e dall’Aeronautica (18). La Marina è decisamente consistente, altamente professionale e conta 57.000 uomini, compresa una robusta componente anfibia con 15.600 marines. Il brasile vuole costruire una marina d’alto mare, con capacità di proiezione strategica e per questo ha acquistato una portaerei di seconda mano dalla Francia e vuole ammodernare la linea fregate, che oggi comprende 9 unità, in parte di seconda mano. L’obiettivo è quello di acquistare, ma costruendole per quanto possibile in cantieri locali, almeno 4 grandi fregate lanciamissili, nonché un rifornitore di squadra e poi 4/5 pattugliatori oceanici. Forse la mossa più ambiziosa riguarda la costruzione di 4 sottomarini d’attacco tipo francese Scorpene, con relativa nuova base, che saranno poi solo una soluzione ad interim in attesa dei sottomarini nucleari d’attacco di progettazione brasiliana (con assistenza francese) per sostituire i 5 battelli convenzionali in servizio. La Marina ha anche 5 corvette, una quantità di unità da pattugliamento e una combinazione di unità anfibie tutte di seconda mano, che saranno sostituite da nuove navi. E avendo in linea una portaerei, anche l’aviazione navale è consistente, anche se non molto moderna. E prima poi il Brasile vorrà una portaerei più grande e moderna. L’aeronautica infine ha ben 68.000 uomini, dei quali solo 3.000 di leva. Una delle prime decisioni che prenderà il nuovo presidente riguarda la scelta del nuovo aereo da combattimento, da acquistare in 36+40 esemplari, per sostituire i caccia leggeri F-5. In gara ci sono caccia europei e statunitensi. Ci sono poi una dozzina di caccia Mirage 2000 e una cinquantina di cacciabombardieri AMX (realizzati a suo tempo attraverso una

A livello militare l’influenza degli Stati Uniti nella regione è, se non ai minimi storici, certo non particolarmente rilevante, come poco significative sono le vendite di armamenti e la cessione di materiali usati, un tempo marchio di fabbrica Usa collaborazione con l’Italia), ai quali si aggiungono un centinaio di aerei controguerriglia Super Tucano (questo è un aereo molto riuscito che sta conoscendo molto successo in Sudamerica e non solo). La componente trasporto sarà modernizzata grazie ai nuovi velivoli KC-390 sviluppati da Embraer (ordinati anche da Cile e Colonia, dando il via ad un programma congiunto con coinvolgimenti delle industrie dei paesi acquirenti), che sostituiranno i C-130H ex italiani, ci sono poi velivoli radar Emb-145, aerei da pattugliamento marittimo P-3 Orion ex statunitensi, e diverse decine di elicotteri, mentre sono in consegna 12 elicotteri da combattimento russi Mi-35. Tra programmi già in corso e in via di partenza il Brasile è proiettato a ottenere una chiara superiorità militare a livello continentale e non c’è nessun paese in grado di contrastarla.

Non certo l’Argentina,

la quale soffre una situazione economica molto meno felice rispetto a quella del Brasile ed ha poi un “potenziale” decisamente minore, a partire dalla forza demografica: 41 milioni di abitanti. Il bilancio della difesa è quindi ridotto, non arriva a 2,8 miliardi di dollari. Le Forze Armate però sono interamente professionali, non c’è più servizio di leva e i professionisti e volontari (ferma minima è biennale) sono quasi 69.000. A questi si aggiungono consistenti forze paramilitari, come avviene in quasi 15


Risk

Anche se il Brasile professa una politica di buon vicinato con tutti i paesi del Sudamerica, nessuno può rimanere inerte se due “pesi massimi” (l’altro è il Venezuela) iniziano a potenziare i propri arsenali. Ecco così che chiunque se lo possa permettere nel continente sta cercando almeno di rimettere in efficienza le Forze Armate tutti i paesi sudamericani: le forze di polizia dipendono dal ministero degli interni e includono gendarmeria, guardia costiera e polizia federale. La difesa nazionale non riveste particolare importanza per il governo, che ha oggettivamente altre priorità. Un libro bianco che ha indicato le linee guida per la modernizzazione dello strumento militare è stato emanato nel 2007 e, vista la situazione del paese, si è chiarito che il rinnovamento non potrà che essere molto graduale, con completamento previsto non prima del 2025. Al contempo ci si deve arrangiare, nella consapevolezza che non esistono vere minacce esterne e che il contesto interno non lascia presagire rischi di insurrezioni o colpi di stato. Un secondo documento, la Direttiva sulla politica nazionale di difesa, ha fatto seguito alla fine del 2009 e prevede una struttura delle Forze Armate finalizzate alla remota eventualità di dover combattere un conflitto difensivo. L’auspicio è quello di poter realizzare con i paesi della regione un sistema di sicurezza e difesa regionale in cooperazione. L’Esercito ha circa 40.000 uomini ed è discretamente equipaggiato, con 250 carri leggeri Tam, un piccolo numero di carri leggeri 16

Patagon, e circa 170 più vecchi carri leggeri francesi ed austriaci, un centinaio di blindati da ricognizione, 120 mezzi da combattimento della fanteria, 450 trasporto truppe M-113, dei quali 240 in corso di modernizzazione. Soldi permettendo si acquisteranno fino a 1.200 veicoli leggeri Gaucho, oggetto di una collaborazione con il Brasile. Sempre se ci saranno soldi, c’è un piano per acquistare carri da battaglia Leopard 2A4 di seconda mano tedeschi e veicoli trasporto truppa cinesi. L’artiglieria è basata su materiali ormai superati, se si eccettuano alcuni mortai semoventi e pochi lanciarazzi. L’aviazione dell’Esercito è consistente, ma i velivoli per lo più invecchiati, sia gli aerei sia gli elicotteri, con il grosso della linea costituito da UH-1 statunitensi in corso di aggiornamento.

La Marina ha circa 20.000 uomini, compresi 2.000 marines. Le navi in linea cominciano a sentire gli anni, ma sono di ottime qualità: 4 cacciatorpediniere tipo Meko 360H tedesco, 6 fregate Meko 140, 3 corvette A-69, 3 sottomarini Type 209 tedeschi e 8 unità leggere lanciamissili. A queste si aggiungono una nave trasporto veloce (ex cacciatorpediniere) e 6 grandi mezzi da sbarco. La aviazione navale è consistente, anche se i velivoli sono ormai vecchi, retaggio del tempo in cui l’Argentina aveva unità portaerei. Ci sono quindi aerei d’attacco Super Etendard francesi, da pattugliamento Orion e Tracker e poi una dozzina di elicotteri SH-3 e 4 Fennec. L’aeronautica infine ha 13.200 uomini e deve accontentarsi di aerei da combattimento vetusti, i caccia francesi Mirage III, anche nella versione israeliana e i cacciabombardieri statunitensi A-4, ai quali si aggiungono aerei contro guerriglia Pucara ed addestratori Tucano e Pampa nonché una diecina di aerei da trasporto C-130 in varie versioni. Semplicemente non ci sono le risorse per acquistare nuovi aerei, e anche mantenere efficienti quelli in linea e svolgere attività di volo è problematico. In teoria le priorità di acquisizione riguardano aerei da trasporto, aerei da collegamento e addestramento, elicotteri e infine aerei da caccia. Ma questi piani procedono molto lentamente o sono congelati in


dossier attesa di tempi migliori. Anche le capacità industriali militari argentine, un tempo considerevoli, sono andate via via atrofizzandosi in mancanza di nuovi programmi. La situazione è diversa per il Cile, caratterizzato dalla grande estensione con bassa densità di popolazione (solo 16 milioni di abitanti), dalla difficile orografia e che ha saputo costruire probabilmente lo strumento militare meglio bilanciato e più efficace del continente, a dispetto della sua ridotta consistenza, attraverso una sapiente politica di acquisizioni che privilegia l’usato di qualità occidentale, aggiornato e mantenuto in perfetta efficienza, piuttosto che gli acquisti velleitari. Anche se il presidente Sebastian Pinera ha già annunciato che le esigenze di difesa nazionale possono essere riviste al ribasso, rinunciando ad alcuni progetti, non di meno il quadro complessivo è valido. Il Cile ha un bilancio della difesa ufficiale di circa 3,5 miliardi di dollari, che non includono però i fondi per l’ammodernamento. Recentemente è stato approvato un nuovo sistema, che prevede un ciclo di ammodernamento di 12 anni, suddiviso in 3 periodi di 4 anni, ciascuno con relativo stanziamento di fondi, ma con la possibilità di accedere ad un fondo statale di riserva proprio per approfittare di eventuali occasioni sul mercato dell’usato! Le Forze Armate contano circa 70.000 uomini, inclusi 15.000 militari di leva che servono tra i 12 e i 21 mesi. Si tratta quindi di un sistema misto, professionale, ma con una componente di militari di leva. Significativa la presenza di una forza paramilitare di sicurezza, i Carabineros, 41.500 uomini, con mezzi aerei e blindati. L’Esercito ha quasi 38.000 uomini e quasi tutti i soldati di leva, circa 13.000. Il Cile ha sicuramente la più potente forza corazzata del continente, basata su 170 carri armati Leopard 2A4, 200 Leopard 1A5, 20 blindati Piranha da ricognizione, 280 mezzi da combattimento della fanteria Marder A3, 320 trasporto truppa YPR-765 e 340 M-113, oltre a 180 blindati ruotati. Anche l’artiglieria è di ottimo livello, con 36 semoventi M-109 che si aggiungono ai pezzi a traino meccanico ed ai lanciarazzi Lars. Tutto questo materiale è stato acquistato di seconda mano, e alcune consegne sono

ancora in corso. Ottima anche l’aviazione dell’Esercito, con qualche aereo e molti elicotteri, per lo più di produzione francese, ma con una diecina di macchine leggere statunitensi. In acquisizione sistemi contraerei missilistici Nasams. Soddisfacente anche la situazione della Marina, con 22.000 uomini, compresi i 2.700 marines: le unità principali sono 2 fregate antiaeree ex olandesi, 4 fregate ex britanniche, altre 2 fregate ex olandesi, 2 sottomarini di produzione francese e 2 di produzione tedesca, 7 unità leggere lanciamissili, 4 grandi pattugliatori oceanici. Se si escludono sottomarini e pattugliatori, tutto il naviglio principale è usato, ma funziona bene. L’aviazione navale allinea 8 aerei da pattugliamento, ne acquisterà altri 4 e ha una ventina di elicotteri. Agguerrita anche l’aeronautica, 10.000 uomini, che ha la sua punta di lancia in una diecina di caccia F-16 Block 50 di nuova produzione, 36 F-16 acquistati di seconda mano in Olanda, 14 caccia leggeri F-5, che possono contare sul 3 aerei aviocisterna KC-135, mentre sono in ordine 12 Super Tucano contro guerriglia che si aggiungono ai T-36. Meno brillante la situazione della componente da trasporto, mentre la linea elicotteri ha il suo punto di forza in 12 B412 ai quali se ne aggiungeranno altrettanti. Situazione molto diversa in Colombia, dato che il governo sta combattendo, con aiuto statunitense, contro i narco trafficanti e i movimenti di guerriglia. Questo spiega perché, con una popolazione di 45 milioni di abitanti e un contesto economico certo non brillante, la sicurezza, interna ed esterna (con il Venezuela si è arrivati a rischio di guerra) abbia elevata priorità, con una spesa tra Forze Armate e di sicurezza (di fatto sono integrate) di 7 miliardi di dollari nel 2009, saliti a 11 miliardi quest’anno, ai quali si aggiungono aiuti statunitensi per oltre 500 milioni di dollari. Le forze integrate contano circa 315.000 uomini nelle Forze Armate, con 115.000 uomini nella polizia nazionale, che dipende dal ministero della Difesa. La coscrizione è obbligatoria, 24 mesi, tranne che per l’aeronautica, 12 mesi. L’obiettivo sarebbe quello di passare ad una forma di reclutamento mista, con progressiva professionalizzazione, ma la transizione è difficile. 17


Risk L’Esercito conta circa 240.000 uomini ed è strutturato essenzialmente per operazioni controguerriglia su vasta scala, come conferma l’assenza di carri armati e la presenza di 200 blindati ruotati, 60 cingolati ed una artiglieria poco consistente e datata. Sono in consegna blindati ruotati statunitensi. Molto consistente l’aviazione dell’Esercito, specie la componente elicotteri, con 40 Blackhawk, 25 UH-1N e 22 Mi-17, con altri 15 Blackhawk in consegna. Del resto l’elicottero è il mezzo indispensabile per le operazioni contro la guerriglia. La marina ha ben 34.000 uomini, ma il grosso del personale (22.000 unità) è inquadrato in 4 brigate di marines. Le unità navali sono 4 fregate leggere di costruzione tedesca, 2 sottomarini Type 209 e poi una ventina di unità da pattugliamento, alle quali si aggiungerà un pattugliatore oceanico. L’aviazione navale ha una diecina di elicotteri e 3 velivoli da pattugliamento. L’aeronautica ha circa 9.000 uomini e 3.000 dipendenti civili. I velivoli da combattimento sono Mirage 5, in via di ritiro, e Kfir israeliani, in via di incremento ed aggiornamento. Saranno in tutto 23. Ci sono poi aerei leggeri controguerriglia, A37 , Super Tucano, Tucano, largamente utilizzati, nonché decine di elicotteri di diverso tipo, dagli AB-212 agli UH-60. Relativamente consistente anche la forza da trasporto con C-130 e C-235 e 295, molto utilizzati per spostare truppe, materiali e rifornimenti. La Colombia è un paese in guerra e quindi ha una situazione peculiare in Sudamerica. Il Perù per fortuna non ha più gravi problemi di guerriglia, però le Forze Armate sono utilizzate anche per compiti di sicurezza interna e addirittura per contrastare la delinquenza giovanile organizzata. Il paese, con una popolazione di quasi 30 milioni di abitanti, spende pochissimo per la difesa, escludendo i soldi per le pensioni, appena 1 miliardo di dollari nel 2009, che però dovevano quasi raddoppiare a 1,8 miliardi nell’anno in corso, mentre è stato approvato un progetto per ammodernare la difesa investendo circa 2 miliardi di dollari, nel quadro di un piano pluriennale articolato in tre fasi. Il sistema di reclutamento è misto, con un totale di quasi 120.000 elementi (sulla carta) dei quali 70.000 18

volontari in ferma biennale. Tuttavia la scarsa attrattiva della carriera militare, nonostante gli incentivi approvati lo scorso anno, sta portando a valutare la possibilità di reintrodurre la coscrizione obbligatoria. Le forze paramilitari poi allineano quasi 40.000 uomini nella polizia nazionale, la quale ha anche mezzi blindati e una notevole componente aerea con una quarantina di elicotteri e una ventina di aerei leggeri. L’Esercito ha 75.000 uomini con una piccola componente corazzata con 50 carri T-55 M1, che resteranno in linea fino alla consegna di 80-140 carri cinesi Type 90, i quali rimpiazzeranno anche i vecchi carri leggeri francesi in linea. Ci sono poi 60 vecchie blindo, 300 trasporto truppe M-113, 500 trasporto truppe ruotati. L’artiglieria è per lo più vecchiotta, ma ci sono anche una trentina di semoventi un po’ più moderni e una ventina di lanciarazzi. Notevole la contraerea, che include sistemi semoventi russi Tor. La marina ha oltre 20.000 uomini, inclusi 3.500 marines e la flotta include un decrepito incrociatore ex olandese, 8 fregate Lupo di produzione italiana (4 ex marina italiana) 6 corvette, 6 sottomarini Type 209 e dozzine di unità leggere da pattugliamento. Modesta la componente anfibia, così come l’aviazione navale, con pochi aerei da pattugliamento, trasporto e collegamento ed una quindicina di elicotteri. L’aeronautica ha 15.000 uomini, i mezzi principali sono una diecina di caccia Mirage 2000 francesi, 18 Mig-29 Russi, 8 cacciabombarderi Su-25 russi, una trentina di aerei controguerriglia A-37 e una potente flotta di elicotteri che include 24 Mi-25 russi, 35 Mi-17 da trasporto d’assalto e una cinquantina di altri elicotteri da trasporto. Gli aerei da trasporto sono 10 C-130 più altri velivoli di vario tipo. La Bolivia di Evo Morales, così legato al Venezuela di Chavez, è un paese poco popolato, 10 milioni di abitanti e con una economia davvero modesta che spende ben poco per la difesa, circa 250 milioni di dollari ed ha piccole Forze Armate, basate sul servizio di leva obbligatorio (ma con alternativa di servizio civile) di 12 mesi. In tutto 31.500 uomini, ai quali si aggiungono 25.000 uomini della polizia e 5.000 guardi di frontiera. L’Esercito ha 30.000 uomini, una trentina di carri leg-


geri, 24 blindati da ricognizione, 60 trasporto truppe cingolati M 113 e una cinquantina ruotati di vario tipo, pochi e vecchi pezzi d’artiglieria. La marina non sta meglio con 4.500 uomini inclusi 1.000 marines. E solo unità leggere da pattugliamento. L’aeronautica ha 4.000 uomini (compreso un reggimento di fanteria) e non ha praticamente aerei da combattimento, ma solo velivoli contro guerriglia e addestratori armati, una discreta forza di aerei da trasporto e un discreto numero di elicotteri. Un complesso davvero modesto.

L’Ecuador con 15 milioni di abitanti ha piccole Forze Armate, 50.000 uomini compresi i militari che prestano servizio di leva di 12 mesi ed ha un budget annuale di meno di 1 miliardo di dollari all’anno. Però ha forze discrete, con un Esercito di 40.000 uomini con 30 carri Leopard 1 ceduti dal Cile e 100 Amx-13 leggeri francesi, un centinaio di trasporto truppe e una piccola, ma discreta artiglieria, con cannoni statunitensi M-198 una quindicina di elicotteri. La marina ha 4.500 uomini inclusi 1.500 marines ed ha 2 fregate ex cilene ex britanniche, 6 corvette di costruzione italiana 2 sottomarini Type 209 e 5 unità leggere lanciamissili ed una piccola aviazione navale. L’aeronautica allinea 5.000 uomini, una decina di cacciabombardieri Kfir, sta ricevendo 6 Mirage 5 ceduti dal Venezuela e sta acquistando 12 Cheetah ex sudafricani, a questi si aggiungono velivoli controguerriglia A-37, una ventina, e una ventina di Super Tucano. Eterogenea la piccola linea aerei da trasporto così come quella elicotteri. Paraguay e Uruguay hanno Forze Armate ancora più modeste, il primo 17.000 uomini in tutto e un bilancio difesa di un centinaio di milioni di dollari, il secondo 24.000 uomini e un bilancio annuale di circa 260 milioni di dollari. Di fatto il Paraguay ha minime capacità militari, un po’meglio l’Uruguay. Entrambi i paesi sono comunque sostanzialmente immuni dalla corsa agli armamenti che sta caratterizzando i vicini e, anche volendo, sarebbe difficile, viste le condizioni economiche, impegnarsi in un reale potenziamento delle rispettive Forze Armate.


Risk

MODELLO CHAVISTA, LULISTA E FILO-USA: ECCO IL VADEMECUM SUDAMERICANO

I CINQUE MOSCHETTIERI DI

é

MAURIZIO STEFANINI

stata definita “Ondata a sinistra latino-americana” la serie di risultati elettorali iniziata il 6 dicembre del 1998 con la vittoria di Hugo Rafael Chávez Frías, che si insedia alla presidenza del Venezuela il 2 febbraio del 1999. Il fenomeno venne particolarmente all’attenzione della stampa internazionale in occasione del Quarto Vertice delle Americhe tenutosi a Mar del Plata

in Argentina, il 4 e 5 novembre del 2005. Non solo infatti il progetto di area di libero scambio delle Americhe voluto dagli Stati Uniti, l’Alca, fu definitivamente affossato da un blocco di “Cinque Moschettieri”, come li chiamò Chávez, composto dallo stesso Venezuela più i quattro Paesi del Mercosur: anche se tra questi ultimi accanto ai governi di sinistra di Lula in Brasile, Kirchner in Argentina e Vásquez in Uruguay c’era anche quello di Óscar Nicanor Duarte Frutos in Paraguay, ancora esponente della destra del Partito Colorado. Il no dei cinque governi si accompagnò infatti a vaste proteste popolari anti-Bush, che a loro volta saldarono l’opposizione all’area di libero scambio con la più generale contestazione “dell’imperialismo Usa” delle “guerre preventive”. Fu a quest’epoca che lo stesso Chávez iniziò a parlare di un “Asse Bolivariano” versus un “Asse Monroiano”: i seguaci del Libertador e della sua idea di integrazione latino-americana, contro gli acquiescenti alla Dottrina di Monroe e alla sua idee dell’America Latina come “cortile di casa” Usa. Andrés Oppenheimer, il noto latino americanologo della Cnn, premio Pulitzer ed editorialista in una ses20

santina di giornali di tutto il mondo ispanico, fece subito propria l’etichetta, pur essendo agli antipodi ideologici del presidente venezuelano. Ma la tradusse in un linguaggio più geopolitico: Asse “Atlantico” piuttosto che Bolivariano; “Asse Pacifico” piuttosto che Monroiano. Oltre a rendere l’analisi meno emotiva, la ridefinizione ha il merito di delineare un principio implicito di analisi sul perché di questa divaricazione. I Paesi “atlantici”, effettivamente, sono quelli che un’antica proiezione verso l’Europa rende più restii al farsi includere in un’area di influenza esclusiva statunitense. Al contrario, proprio perché affacciati a un’area emergente dove si possono già fare affari sostanziosi con Cina, Giappone, e Tigri di Sviluppo asiatiche in genere, i Paesi “pacifici” hanno un atteggiamento più rilassato verso gli Usa, e li considerano più come un’opportunità aggiuntiva che non come un ostacolo alla loro libertà di manovra. Non a caso, non solo l’asse Messico-Colombia-Perù-Cile resta un potente bastione di governi filo-Usa per tutto il periodo dell’Ondata a Sinistra. Anche quando l’Ondata si affaccia infine al Pacifico in Ecuador, questo Paese mantiene comunque la dollarizzazione.


dossier Il 2005 è però anche l’anno in cui Teodoro Petkoff pubblica il libro Dos Izquierdas. Ex-capo guerrigliero venezuelano poi imbarcatosi in un processo di revisione ideologica a partire dall’invasione sovietica in Cecoslovacchia, poi candidato presidenziale e ministro, da ultimo direttore di un giornale e tra i leader dell’opposizione a Chávez, Petkoff spiega come in realtà questa Ondata a Sinistra non sia affatto omogenea, e come al suo interno si possano distinguere, appunto, “Due Sinistre” ben distinte. L’una che definisce “borbonica”, che nulla ha imparato e nulla dimenticato, con Fidel Castro e Chávez. L’altra “pragmatica”, di cui indica i modelli in Lula, Lagos e Vásquez. Nel 2007 esce poi El regreso del idiota di Álvaro Vargas Llosa, Plinio Apuleyo Mendoza e Carlos Alberto Montaner. Seguito ideale di un precedente best-seller dei tre, il famoso Manuale del perfetto idiota latino-americano, fotografa a sua volta questa dicotomia con le etichette di “sinistra vegetariana” e “sinistra carnivora”. Alla prima, appunto quella “pragmatica” di Petkoff, ascrivono Lagos, la Bachelet, Vásquez, Lula, Alan García e in questo momento anche Daniel Ortega. Alla seconda, corrispondente ai “borbonici”, apparterrebbero invece Fidel Castro, Chávez, Morales e presumibilmente Correa. E in mezzo “l’onnivoro” presidente argentino Kirchner, che passerebbe tra carne e verdura «da un giorno all’altro e addirittura da un’ora all’altra, imbrogliando tutti gli schemi razionali possibili». D’altronde, «come ha sempre fatto il peronismo nel corso della sua storia». Cercando di passare dalle etichette polemiche a quelle più neutre, i vegetariani-pragmatici potrebbero essere ribattezzati “lulisti”; i carnivori-borbonici “chavisti”. L’autore di queste note propose però già da allora di diversificare i “pragmatici” in due sottocategorie: quelli alla Lula, distinti da Chávez, ma non polemici con lui; e quelli alla Alan García, invece ostili al chavismo, ma distinti dai governi di centro-destra. Questo modello delle “quattro Americhe Latine” tende però a semplificarsi, nel momento in cui alla Casa Bianca arriva Barack Obama: lui stesso appartenente a un’opzione definibile come di sinistra. Dunque, in questo

Il nodo vero è il tipo di regime che Chávez ha costruito in Venezuela, e il modo in cui stanno cercando di adeguarvisi Bolivia, Ecuador e perfino il Nicaragua sandinista: sebbene Ortega sia sulla scena politica da più tempo momento i governi delle Americhe possono inquadrarsi in tre blocchi: di sinistra chavista; di sinistra lulista; “monroiani” di sinistra, centro o destra, ma comunque accomunati dal rapporto di alleanza con gli Stati Uniti. L’area chavista ha un ambito di individuazione abbastanza preciso rappresentato dall’Alba: la Alianza Bolivariana para los Pueblos de Nuestra América Tratado de Comercio de los Pueblos, costituita formalmente il 14 dicembre del 2004 tra Venezuela e Cuba come alternativa all’Alca; e a cui si sono poi aggiunte il 29 aprile 2006 la Bolivia, il 23 febbraio del 2007 il Nicaragua, il 20 gennaio 2008 Dominica, il 24 giugno 2009 Ecuador, Antigua e Barbuda e Saint Vincent e Grenadine. Il 10 ottobre del 2008 aveva aderito anche l’Honduras, ma dopo la deposizione di Zelaya il 2 luglio 2009 fu sospeso dalla stessa Alba, e il 12 gennaio del 2010 il Congresso di Tegucigalpa decise formalmente il ritiro. Cuba è uno Stato comunista di impostazione sovietica in incerta e lentissima evoluzione verso un modello cinese. Per i partner è un importante punto di riferimento morale e ideologico, e inoltre la sinergia tra petrolio venezuelano e disponibilità di medici, insegnanti, militari e altro personale altamente specializzato cubano, rappresenta il principale asset in grado di attrarre nuovi soci. Ma non è più un modello istituzionale. D’altra parte, i tre paesini anglofoni dei Caraibi rappresentano una mera adesione clientelare. Il nodo vero è il tipo di regime che Chávez ha costruito in Venezuela, e il modo in cui stanno cercando di ade21


Risk guarvisi Bolivia, Ecuador e perfino il Nicaragua sandinista: sebbene Ortega sia sulla scena politica da molto più tempo del presidente venezuelano. Dal punto di vista ideologico, innanzitutto. All’origine l’autodefinizione di Chávez è stata quella di bolivariano, termine con cui ha cambiato anche il nome dello Stato in Repubblica Bolivariana del Venezuela. Il riferimento al Libertador però ne limitava la portata all’ambito venezuelano, o al massimo latino-americano. In seguito, con un discorso del 30 gennaio 2005 al V Forum Sociale Mondiale, Chávez adottò lo slogan del “socialismo del secolo XXI”, già lanciato nel 1996 dal sociologo tedesco-messicano Heinz Dieterich Steffan.

Non si tratta di una terza via tra capitalismo e socialismo, ma di un tentativo di riproporre gli ideali del socialismo reale, correggendone i supposti errori. Fonti dichiarate: il marxismo-leninismo classico, ma anche il pensiero no global, la Teologia della Liberazione, l’ecologismo, il terzomondismo, la prassi di leader latino-americani come Juan Domingo Perón, e il pensiero di Simón Bolívar, che rimanda a sua volta al giacobinismo di inizio ‘800. Fonti non dichiarate: il caudillismo storico latino-americano, e anche quel tipo di anti-politica che in Europa è normalmente associata alla destra, da Bossi ad Haider. A ciò Morales unisce l’indigenismo, mentre Correa si proclama cattolico di sinistra. Ortega ritiene che il socialismo del secolo XXI sia stato in qualche modo

Chávez, Morales e Correa hanno costituito coalizioni fortemente a sinistra, oltre che legate alla personalità del leader. Più caratterizzata la formula di Kirchner, che comunque proviene da un movimento sui generis come quello peronista 22

anticipato dalla sintesi tra il pensiero del nazionalista massone Sandino, il marxismo-leninismo e la teologia della liberazione già fatta dal movimento sandinista, mentre Zelaya vi aveva collocato addirittura il “liberalismo sociale”. Dal punto di vista istituzionale, appena presidente Chávez ha indetto un referendum con cui ha convocato un’Assemblea Costituente che poi ha varato una nuova Costituzione approvata con un nuovo referendum: da cui la messa in mora del Congresso e l’elezione di una nuova Assemblea Nazionale monocamerale, con le regole del gioco ormai stabilite da lui. In particolare, la creazione di un Consiglio Nazionale Elettorale che ha sottratto la competenza a deputati e magistrati ordinari. In seguito, Chávez ha modificato la stessa Costituzione da lui stesso voluta, per rendersi possibile una rieleggibilità indefinita. Il processo della riforma costituzionale a colpi di referendum è stato seguito da Morales e Correa. La semplice riforma della non rieleggibilità è stata introdotta da Ortega e tentata da Zelaya: in quest’ultimo caso, però, con la conseguente reazione che lo ha estromesso dal potere. Quanto al modello di Costituzione, il tentativo di attualizzare il pensiero del Libertador si è tradotto in Venezuela nell’introduzione al fianco dei tre classici poteri: legislativo, esecutivo e giudiziario, di due nuovi poteri: cittadino ed elettorale. L’uno è esercitato da un Consiglio Morale Repubblicano che in pratica si trasforma in una magistratura speciale verso gli eletti. L’altro, con il Cne e i referendum, comprende il particolare istituto della revoca: trascorsa metà mandato un decimo degli elettori può chiedere un referendum sulle dimissioni di qualunque eletto. A parte queste particolarità, il modello del Venezuela bolivariano assomiglia a quello della Francia gollista. Assieme al nome dell’Assemblea Nazionale, che in Venezuela è addirittura monocamerale, c’è infatti un’evoluzione semi-presidenzialista, con l’istituzione di un vicepresidente capo dell’esecutivo: nominato dal Presidente, e che l’Assemblea Nazionale può censurare a maggioranza dei tre quinti. Di fatto, però, Chávez ha approfittato di un boicottaggio dell’opposizione che


dossier aveva lasciato all’Assemblea Nazionale solo suoi sostenitori, per farsi dare i pieni poteri. E più di recente si è adoperato per affiancare alle istanze elettive organi di democrazia diretta: secondo molti, per svuotare i primi di potere in caso di vittorie dell’opposizione. Insomma, è stato parlamentare, plebiscitario, dittatoriale e assembleare, a seconda delle convenienze. Evo Morales ha a sua volta cambiato il nome del Paese in “Stato Plurinazionale di Bolivia”, ha fatto ricorso al revocatorio, ha adottato il Quarto Potere Elettorale. Ma non il Quinto Potere Morale, e anche il rapporto tra Presidente e un Congresso rimasto bicamerale è restato quello presidenziale classico. Piuttosto, è nel creare istituti e nel redigere articoli per tutelare le culture indigene che la nuova Costituzione boliviana ha manifestato la propria creatività. L’Ecuador ha anch’esso mantenuto un sistema presidenziale classico e il nome tradizionale di Repubblica dell’Ecuador, ed era monocamerale già da prima. Ha però riprodotto integralmente il sistema dei cinque poteri. Il Nicaragua, a parte la modifica sulla rieleggibilità presidenziale, mantiene invece la Costituzione sandinista, come pure Cuba quella comunista.

Dal punto di vista

economico, la Costituzione bolivariana si pronuncia per un sistema misto non troppo distante da quello della Costituzione italiana. Di fatto, però, Chávez ha utilizzato in modo sempre più invadente la possibilità di intervenire nell’economia: nazionalizzando a tutto spiano, politicizzando i vertici delle imprese di Stato, imponendo calmieri e vincoli, razionando in modo severo la valuta. Nel contempo ha investito denaro e il know how degli specialisti cubani in vari programmi di assistenza sociale: dalle cure sanitarie ai programmi educativi, alla fornitura di beni gratis o a basso prezzo. Malgrado la retorica sul “socialismo”, però, un recente studio ha dimostrato che in realtà il peso dei privati sulla formazione del Pil è tuttora identico a quello di prima che il colonnello arrivasse al potere: il 70%. In parte ciò è dovuto alla crescita di un ceto alto legato al regime che si è impadronito di molte

proprietà abbandonate da coloro che erano stati presi di mira dal regime: la cosiddetta boliborghesia. In parte, al collasso dei settori passati in mano al governo. Dopo un periodo di relativo benessere dovuto agli alti prezzi del petrolio, dal 2009 l’economia venezuelana ha cominciato a precipitare, e nel 2010 è restata l’unica dell’America Latina in recessione, a parte Cuba. Questa è una differenza con Bolivia e Ecuador, dove invece l’economia segue il boom latino-americano. Ma va detto che lì, pur con una forte spesa pubblica, con un impiego di risorse e specialisti di provenienza cubana e venezuelana, con dure polemiche contro gli oppositori, non c’è stata però la politica punitiva contro gli imprenditori che si è avuta nel Venezuela bolivariano. Una possibile interpretazione è che, essendo quelli regimi più recenti, non è ancora arrivato il momento. Un’altra è che la maggior complessità dei blocchi sociali di Morales e Correa li sconsiglia dall’arrivare a metodi estremi. Un’altra ancora è che avendo Bolivia e Ecuador una struttura produttiva più plurale di quella venezuelana, pesantemente sbilanciata sul petrolio, nessun governo potrebbe permettersi di operare una analoga distruzione di risorse produttive. Dal punto di vista della collocazione internazionale, il Venezuela bolivariano è stato accusato di ipocrisia proprio perché attacca i trattati di libero commercio tra Stati Uniti e Paesi latino-americani, quando in realtà dipende esso stesso dal massiccio export di petrolio negli Usa. Al di là degli appunti che si possano muovere a Chávez, non c’è dubbio che proprio una forte dipendenza del genere può consigliare un riequilibrio attraverso una politica estera a tutto campo. E in effetti anche il Venezuela pre-chavista, fondatore dell’Opec, ebbe una politica estera molto attiva. D’altra parte, il richiamo ideale a Simón Bolívar non poteva non comportare una iniziativa latino-americanista pronunciata. Chávez ha però tradotto questa esigenza di protagonismo e riequilibrio innanzitutto in un sistematico contrapporsi alle politiche Usa a livello panamericano: in particolare, come si è visto, con l’opposizione all’Alca e con il deciso appoggio a Cuba; 23


Risk ma anche con gli aiuti dati a ogni tipo di progetto politico larvatamente anti-Usa. Compresa, secondo parecchie testimonianze ed evidenze, la stessa guerriglia delle Farc in Colombia. L’ultimo episodio è stata la campagna che il Venezuela ha condotto contro la concessione della Colombia di basi agli Usa, proprio al posto di quella ecuadoriana di Manta cui Correa aveva dato lo sfratto. Ma poi il Venezuela bolivariano si è distinto a livello mondiale per una politica di alleanze diplomatiche, economiche e militari con quei Paesi che la diplomazia Usa indicava come “Asse del Male”: dall’Iran all’Iraq di Saddam, alla Corea del Nord, alla Siria, alla Bielorussia di Lukashenko. Senza contare la Russia e la Cina, che Asse del Male non sono, ma che per Washington sono comunque da tenere d’occhio: nel momento in cui, ad esempio, Chávez dichiara di voler sostituire la Cina agli Usa come mercato del greggio venezuelano, o acquista dalla Russia armi in quantità. In più, ci sono state le rotture di relazioni diplomatiche con gli Usa e con Israele: la prima rientrata, ma la seconda no. Fortemente altalenanti sono state le relazioni con la Colombia, tra continue rotture e riappacificazioni. Anche la Bolivia dipende dall’esportazione di materie prime che non hanno bisogno di Trattati di Libero Commercio per passare: gas, zinco, argento, piombo, litio, coca. E anche Morales ha dunque seguito Chávez in quasi tutte le sue mosse anti-Washington: alleanza con l’Iran, acquisti di armi dalla Russia, rottura diplomatica con Usa e Israele. Per realpolitik ha però stabilito eccellenti relazioni con il Cile del “destro” Piñera. L’handicap di Correa è invece che l’Ecuador ha un’economia non solo dollarizzata, ma in cui accanto al petrolio hanno un ruolo fondamentale le banane, per cui gli accordi di libero commercio sono essenziali. Pur stabilendo a sua volta relazioni con l’Iran e dando alla base di Manta lo sfratto Correa è stato dunque attento a non rompere le relazioni con gli Usa, ed ha anche superato la crisi con la Colombia dovuta al blitz con cui le forze speciali di Bogotá avevano eliminato un leader delle Farc in territorio ecuadoriano. Altrettanto fragile il Nicaragua, che oltretutto dipende molto anche dalle rimesse in 24

provenienza dagli Stati Uniti. Per questo ha aderito all’Alba ma restando in un Trattato di Libero Commercio con gli Usa, pur sviluppando a sua volta intense relazioni con Iran e Russia. Va peraltro ricordato che la coalizione di Ortega comprendeva anche elementi di destra, a partire dal vicepresidente Jaime Morales Carazo. Ed è questa la prima differenza tra modello lulista e modello chavista. A parte l’eccezione del Nicaragua, che però abbiamo visto procedere da modelli anteriori al “socialismo del secolo XXI”, Chávez, Morales e Correa hanno tutti e tre costituito coalizioni fortemente ancorate a sinistra, oltre che legate alla personalità del leader. Lula è invece divenuto presidente scegliendosi come vice un imprenditore tessile liberale, ha avuto come elemento essenziale delle proprie coalizioni il centrista Partito del Movimento Democratico Brasiliano (Pmdb), e le ha estese addirittura al Partito Progressista, erede dei sostenitori del regime militare. Anche il Fronte Ampio uruguayano e la coalizione che ha portato all’elezione di Lugo in Paraguay andavano dalla sinistra radicale fino al centro e al centro-destra, e sia il salvadoregno Funes che il guatemalteco Colom sono entrati in politica come indipendenti contattati dagli ex-guerriglieri per sfondare al centro. Più caratterizzata a sinistra la formula di Kirchner, ma proveniente comunque da un movimento abbastanza sui generis come quello peronista.

Questa dato va considerato assieme all’analisi sulle aree di integrazione coincidenti con i governi dell’uno e dell’altro tipo. Come infatti il modello chavista corrisponde all’Alba, così anche l’area lulista, a parte la recente appendice guatemalteca e salvadoregna, corrisponde esattamente a quelli che furono nel 1991 i Paesi fondatori del Mercosur. Il fatto che l’Alba sia venuto dopo l’Ondata a Sinistra chavista e il Mercosur abbia invece preceduto l’Ondata a Sinistra lulista, unitamente alla natura differente delle rispettive coalizioni, indica già la differenza essenziale. Il “socialismo del secolo XXI” è un processo radicale che si propone di forgiare la realtà secondo nuovi modelli. Il lulismo


dossier è un processo riformista che sviluppa determinate tendenze già in atto nelle società. Per questo, non esiste in realtà un modello istituzionale lulista. Nessun governo di questa tendenza ha cambiato la Costituzione a colpi di referendum; nessun presidente ha cercato di cambiare le regole del gioco esistenti a proposito di rielezione; nessuno Stato ha cambiato nome. A livello locale il Pt di prima della presidenza di Lula aveva fatto esperimenti di bilancio partecipato, e nell’Argentina della crisi erano emerse imprese autogestite e reti di baratto, ma né gli uni e né gli altri hanno poi prosperato. E neanche si è fatto niente delle riforme agrarie che erano sia nel dna del Pt che in quello di Lugo. A parte intensi programmi di investimenti di tipo keynesiano, accompagnati però da attenzioni molto ortodosse per i conti economici, Brasile e Argentina hanno sviluppato più che altro piani assistenziali per gli indigenti (Fame Zero, sussidi ai disoccupati) abbastanza in linea con quanto si fa negli Usa o in molti Stati europei. In più l’Argentina ha dichiarato il default per i bond acquistati da piccoli risparmiatori, onorando però i debiti con i grandi creditori. Una punta in più di radicalismo il governo argentino l’ha mostrata con uno schema di imposte all’export agricolo, che però ha dovuto essere ritirato di fronte allo sciopero degli agricoltori. Sia Lula che i Kirchner si sono scontrati verbalmente con la stampa, e in Argentina è stata anche varata una legge sui media che le opposizioni accusano di accrescere artificialmente lo spazio per le opzioni filo-governative: si tratta comunque di cose minori, rispetto a quanto è accaduto nei Paesi chavisti, dove gli oppositori sono stati arrestati o costretti in esilio e le elezioni sono state tacciate di frode e media di opposizione sono stati silenziati. Soprattutto in Brasile e in Uruguay, il modello lulista si è presentato come un “patto tra produttori” per aiutare anche il capitalismo nazionale a crescere. E si è trattato, infatti, di storie di successo, con tassi di crescita economica molto alti. Meno condiviso appare il modello argentino, ma anche lì c’è stata una forte crescita: se non altro, come recupero di quanto era stato perso nel 2001, e come mera conseguenza del-

Il Brasile ha contribuito con il Venezuela a far naufragare il progetto dell’Alca. Mentre però Chávez era contrario alle aree di integrazione con gli Usa per principio, Lula chiedeva invece che queste fossero autentiche, e non con l’esclusione dei settori che agli Usa non garbavano l’aggiustamento del cambio. Altrettanto differente appare la collocazione internazionale. Allo stesso modo del Venezuela, anche il Brasile cerca una promozione di status internazionale. Nel caso del Venezuela la rendita petrolifera e il passato bolivariano inducono in Chávez un complesso da grandeur sostanzialmente al di sopra del potenziale geopolitico e geoeconomico nazionale. Nel caso del Brasile, viceversa, le dimensioni e l’economia sono effettivamente al di sopra della considerazione di cui il Paese gode, ma il distacco non è incolmabile. Gli stessi Stati Uniti hanno proposto l’ammissione del Brasile come membro permanente al Consiglio di Sicurezza, che è stata invece bloccata da una lobby di Potenze a rischio di declassamento guidata dall’Italia. Appunto una lobby con altre due Potenze in cerca di analogo riconoscimento è stata alla base dell’alleanza Ibsa, stipulata dal Brasile con India e Sudafrica. Ma il Brasile si è mosso analogamente sul piano latino-americano, su quello della lusofonia, si è fatto ammettere al G-20, ha iniziato a interessarsi dell’Africa.

Come si è ricordato, il Brasile ha contribuito con il Venezuela a far naufragare il progetto dell’Alca. Mentre però Chávez era contrario alle aree di integrazione con gli Usa per principio, Lula chiedeva invece 25


dossier che queste fossero autentiche, e non con l’esclusione dei settori che agli Usa non garbavano. Più in generale, però, il Brasile ha cercato di mantenere buone relazioni con tutti. Ha così sviluppato vari progetti con il Venezuela, in parte peraltro falliti per l’inefficienza del regime chavista; ha fatto cospicui affari con Cuba; ma ha anche siglato con gli Usa un importante accordo sul bioetanolo ed uno di cooperazione militare, ed ha contribuito a una operazione di peace-keeping ad Haiti cui Chávez era contrario. Quanto all’Iran, gli scambi di viste con Ahmadinejad sono stati volutamente affiancati a scambi di viste con i governanti israeliani. Né vanno dimenticati gli aerei Super-Tucano che ha fornito alla Colombia, e che si sono rivelati un’arma decisiva nel conflitto contro le Farc. L’Argentina si è più esposta in senso filo-Chávez, ma rifiutato i contatti con l’Iran, accusato come mandante di gravi attentati antiebraici nel suo territorio. Ed ha anche cooperato nel peace keeping ad Haiti, mantenendo inoltre le esercitazioni militari congiunte con gli Usa. Va poi rilevato che Funes in El Salvador si è dato da fare per “sdoga-

In Cile il miracolo economico ha indotto a slogan di “fuoriuscita dall’America Latina” piuttosto che ad ambizioni egemoniche. In Colombia il problema della guerriglia ha creato un’immagine di efficienza militare da “Israele dell’America Latina”, ma anche una marcata dipendenza da appoggi stranieri

nare” Pepe Lobo, malgrado Brasile e Argentina si fossero invece allineate al “fronte del rifiuto” pro-Zelaya del blocco chavista. A differenza del Venezuela per il modello chavista e del Brasile per quello lulista, non esiste un Paese guida dell’asse monroiano. Nel caso del Messico la vicinanza agli Stati Uniti e la lontananza dagli altri Paesi latino-americani lo espongono a un complesso da Paese minore in realtà molto al di sotto di quello che sarebbe il suo potenziale geopolitico. In Cile il miracolo economico ha indotto a slogan di “fuoriuscita dall’America Latina” piuttosto che ad ambizioni egemoniche. In Colombia il problema della guerriglia ha creato un’immagine di efficienza militare da “Israele dell’America Latina”, ma anche una marcata dipendenza da appoggi stranieri. Comune a questi Paesi è un passato prossimo di difficoltà con le ideologie di sinistra. In Cile, in particolare, c’è un cattivissimo ricordo dell’inflazione e dei disordini dell’epoca di Allende: che non ha impedito ai socialisti di tornare al governo, ma solo dopo aver fatto ammenda sugli errori del passato. Lo stesso si può dire del Perù, dove sulla sinistra pesano a un tempo il disastro del regime militare di sinistra di Velasco Alvarado, l’incubo di Sendero Luminoso, il ricordo del populismo del primo mandato di Alan García e il modo suicida in cui la sinistra appoggiò Fujimori. Di nuovo, Alan García, è tornato al potere, ma a sua volta dopo aver fatto ammenda. In Colombia, dove il problema sono le Farc, gli Usa sono anche una fondamentale fonte di aiuti militari. Più a Nord c’è il Messico dell’interminabile governo del Pri, che ostentava slogan di sinistra. Comunque, lì l’integrazione del Nafta, le maquiladoras, le rimesse, il turismo e il petrolio descrivono un’integrazione con il colosso del Nord che provoca frizioni continue, ma senza la quale non sarebbe possibile sopravvivere. Tutti questi Paesi hanno in questo momento alti tassi di crescita: perfino il Messico della Guerra ai Narcos. Non c’è però un asse vero e proprio e dopo il fallimento dell’Alca il rapporto con gli Usa si articola in accordi siglati caso per caso. Soprattutto dopo l’elezione di Piñera, si sta delineando un certo attivismo di contatti tra presidenti. Ma è un processo ancora fluido. 27


Risk

L’EX CONSIGLIERE DI G. W. BUSH PER IL DIALOGO INTER-AMERICANO INTERVISTA SE STESSO SUL RUOLO USA

QUELLE PARTITE DI POKER SENZA OBAMA DI

S

ROGER F. NORIEGA

olo un anno fa i leader di 34 nazioni dell’emisfero si sono riuniti a Trinidad e Tobago per il summit delle Americhe. Nel corso del vertice, il presidente statunitense Barack Obama ha promesso di rapportarsi con i paesi dell’emisfero sulla base di associazioni di eguali, ed ha espresso la speranza di una distensione nelle relazioni statunitensi con Cuba ed il Venezuela. Quali progressi sono

• stati compiuti nell’anno sin qui trascorso circa gli obiettivi espressi al vertice? L’amministrazione Obama ha suffragato la propria promessa di cambiamento con azioni concrete? Com’è cambiata la visione dell’America Latina nei riguardi di Obama e della politica statunitense dallo scorso aprile? I miei amici nella regione si dichiarano delusi dal livello di impegno sinora profuso da parte dell’amministrazione Obama. Sebbene il Segretario di Stato Hillary Clinton abbia visitato diversi paesi, esso tende ad essere sporadico, la qual cosa non riflette un peculiare principio organizzatore o una particolare intensità d’azione. Sin dalle animate vicende concernenti l’estromissione di Manuel Zelaya dalla presidenza in Honduras e la sua definitiva dipartita, l’Amministrazione statunitense ha osato poco e fatto ancora meno. Su questioni riguardanti i nostri vitali interessi di sicurezza, Washington sembra reagire con scarso interesse alla scoperta delle attività in cui Iran, Russia e Cina si stanno impegnando in Venezuela. Mentre gli Stati Uniti continuano deliberatamente ad ignorare Hugo Chávez, i nostri rivali e nemici sfilano a Caracas con nutrite delegazioni e molti punti in agenda. Il portavoce del Dipartimento di Stato P. J. Crowley ha liquidato con una risata la prospettiva 28

di piani russi miranti a sviluppare strutture per il lancio di satelliti in Venezuela. Il comandante del Southcom ha minimizzato i più che saldi legami di Chávez con il terrorismo (prima di correggersi il giorno successivo); ha quindi affermato di non vedere nessuna «capacità interna in grado di minare la sua [di Chávez] posizione», proprio mentre l’opposizione sta lanciando una disperata campagna per l’Assemblea Nazionale. In tema di multilateralismo ed impegno economico, abbiamo perso considerevole terreno. La maggior parte dei paesi si sono uniti a Chávez nella creazione di un nuovo forum regionale che lascia alla porta gli Stati Uniti ed il Canada; e la rielezione di José Miguel Insulza a segretario generale relega l’Osa ai margini. Gli accordi commerciali con Panama e Colombia - due dei nostri migliori amici nella regione - stanno morendo sul nascere. Forse i nostri amici latinoamericani e caraibici saranno in grado di concepire un’agenda progressista ed invitare successivamente gli Stati Uniti ad unirsi a loro nel porla in essere, a beneficio di entrambe le parti. Tale approccio potrebbe convincere il team di Obama a perseguire una politica comune con la regione piuttosto che imporle una visione da Washington.


dossier Nel corso del summit messicano del Gruppo di Rio, tenutosi due mesi fa, i leader latinoamericani si sono accordati sulla costituzione di un nuovo blocco regionale che escluderebbe gli Stati Uniti ed il Canada, ponendosi come alternativa all’Organizzazione degli Stati Americani con sede a Washington. Quali dovrebbero essere le funzioni di tale nuovo gruppo? Ve ne è bisogno? Quali sono le implicazioni per la politica statunitense e canadese nelle Americhe, e per il futuro dell’Osa? Consideriamo la rilevanza del nuovo forum latino/caraibico proprio dopo che gli Stati Uniti ed altri 13 paesi del medesimo orientamento si sono incontrati in Costa Rica nell’ambito delle Pathways to Prosperity, un gruppo formatosi nel tardo 2008 al fine di promuovere soluzioni pratiche al libero mercato ed affrontare le sfide economiche ed il problema della povertà della regione. L’appartenenza a tale gruppo è inclusiva e volontaria, e molti paesi, in special modo il Brasile, vi partecipano in qualità di “osservatori”. Sulla scia del fallimento dei negoziati regionali per il commercio, pochi dubitavano della necessità di un’organizzazione che promuovesse l’integrazione economica ed una crescita sostenibile ed equa. I forum regionali che hanno agende positive e costruttive possono rivelarsi d’aiuto per i cittadini che ne sostengono l’onere economico. L’Osa, con un budget di 100 milioni di dollari, è solo uno tra quella dozzina di altri gruppi di nazioni nelle Americhe con mandati e membri coincidenti. Rimane da vedere quale contributo tangibile potrà apportare un’altra organizzazione regionale - in particolare se essa non disporrà del budget o della capacità istituzionale per portare avanti obiettivi comuni. È utile osservare che il gruppo costituito a Cancún esclude consapevolmente paesi che rappresentano all’incirca il 90% dell’economia dell’emisfero. In aggiunta, gli Stati Uniti costituiscono il maggior partner commerciale di buona parte dei paesi della regione, molti dei quali dipendono dai miliardi di dollari derivanti dalle entrate commerciali, dagli investimenti e dalle rimesse dell’economia a stelle e strisce. So che la magnanimità

porta gli osservatori statunitensi a dire “più si è, meglio è” quando si parla di questo nuovo forum regionale. In ogni caso, mi interessa sottolineare come quella stessa diplomazia divisoria che ha indebolito la capacità dell’Osa di aggregare un consenso regionale su questioni critiche abbia ispirato un nuovo forum che esclude due peculiari paesi includendone un’altra dozzina. E dovremmo tutti manifestare disappunto per il fatto che l’energia necessaria per resuscitare un’inefficace Osa venga profusa in un nuovo gruppo che ha già generato divisioni artificiali tra vicini e partner. Secondo un sondaggio Gallup condotto l’estate scorsa, le percezioni latinoamericane circa la leadership statunitense sono migliorate considerevolmente con l’arrivo - due anni fa - di Barack Obama. In ogni caso, malgrado la generale buona volontà mostrata in pubblico, l’amministrazione Obama ha dovuto affrontare dure critiche per la gestione del colpo di stato in Honduras e per un accordo militare tra Stati Uniti e Colombia che ha allontanato alcuni paesi del Sud America. Quali questioni informeranno le relazioni Usa–America Latina negli anni a venire? Su quali aspetti l’amministrazione Obama dovrebbe concentrare i propri sforzi in America Latina e nei Carabi? Le recenti elezioni nella regione (in Brasile, Uruguay, Honduras e Cile, ad esempio) dimostrano che, malgrado l’ampollosità di sinistra manifestatasi in un paio di paesi inquieti, la maggior parte degli abitanti della regione vede la democrazia istituzionalizzata come la migliore garanzia di un governo responsabile. Il nuovo assistente segretario di stato per l’America Latina di Obama, Arturo Valenzuela, è un professionista colto e sensibile che cerca di rinvigorire l’impegno della nuova Amministrazione nella ricerca di un dialogo rinnovato e rispettoso. Ciononostante, le denunce da parte dell’Havana, la dimostrazione di forza di Caracas, e l’odiosa retorica di Buenos Aires e La Paz dimostrano che alcuni nella regione non sono interessati a sviluppare un dialogo ragionevole, e godono di una sproporzionata influenza sull’immagine della regione. 29


dossier Valenzuela potrebbe anche trovare più difficile mantenere gli impegni per quanto riguarda l’assistenza economica, che alcuni vedono come una misura dell’impegno statunitense. Ed egli è svantaggiato dalla riluttanza del Presidente ad opporsi ai sindacati statunitensi per portare avanti l’accordo di libero scambio con la Colombia proprio quando l’alleato nella lotta al traffico di stupefacenti avverte la pressione economica e militare del Venezuela. Ritengo che il governo debba essere preparato per una crisi con epicentro in Venezuela, dove Hugo Chávez sta incontrando difficoltà nell’affrontare le crisi in quei sistemi di assistenza sociale, infrastrutturale e bancario che egli stesso ha contribuito a creare. I suoi pericolosi legami con l’Iran ed i suoi bellicosi proclami nei confronti della Colombia, richiedono maggiore attenzione e preparazione da parte statunitense. Il mito che Raul Castro possa presiedere una transizione di velluto si è anch’esso dissolto, pertanto una crisi nel breve termine richiederà una forte leadership statunitense ispirata da principi solidi. Non è un mistero che Hugo Chávez stia compiendo costanti progressi nel consolidamento delle relazioni strategiche con la Cina, desiderosa di eclissare la presenza statunitense in un’importante economia sudamericana ricca di materie prime. La tendenza è chiara. Nel 1998 gli acquisti statunitensi di greggio venezuelano ammontavano a circa 1,74 milioni di barili al giorno; quella quota è scesa a 1,42 milioni nel 2002 e oggi si attesta a circa 950mila. In ogni caso, al fine di rimpiazzare completamente il mercato statunitense - in cui si trovano raffinerie che possono distillare il greggio pesante del Venezuela fino ad ottenerne un prodotto commerciabile - Chávez deve accrescere la propria capacità interna di raffinare le materie prime così come di trasportarle verso mercati alternativi in cui siano presenti apposite raffinerie. E qui entra in gioco la Cina. Iniziando con un minuscolo ruolo nel mercato petrolifero venezuelano al tempo dell’elezione di Chávez, la Rpc partecipa oggi - attraverso operazioni “a monte”, massicci investimenti di

capitali, accordi commerciali di lungo periodo, e pianificazione strategica - all’esplorazione, sfruttamento, trasporto, raffinazione e distribuzione del greggio pesante venezuelano. Nel febbraio scorso, il ministro venezuelano per l’energia ed il petrolio Rafael Ramírez ed il vice presidente di Pdvsa (Petróleos de Venezuela SA, ndt.) Chávez hanno compiuto una visita di due giorni a Pechino per definire i termini di una massiccia cooperazione di lungo termine nel settore energetico. Ramírez sovrintende altresì la parte venezuelana di una task force congiunta di esperti energetici e minerari di entrambi i paesi che supervisiona quasi trenta progetti ambiziosi – incluso lo sfruttamento di nuovi giacimenti petroliferi, la produzione di prodotti petrolchimici e la costruzione di raffinerie e navi cisterna. La National Petroleum Corporation cinese ha fatto un ottimo affare partecipando all’esplorazione del “Junin Block 4” nella cintura dell’Orinoco, ed è chiaramente desiderosa di sfruttare queste nuove risorse. Questo novembre è previsto l’inizio dei lavori di costruzione di una nuova raffineria da 8 miliardi di dollari nella provincia del Guandong che, quando diventerà operativa nel 2013, sarà in grado di ricevere petrolio prodotto presso il Junin 4. Questa raffineria è una delle molte che incrementerà la capacità della Cina di ricevere e raffinare più di un milione di barili al giorno di greggio venezuelano. Chávez ha incontrato la sua dolce metà mentre Washington dormiva? I venezuelani consci della propria sovranità dovrebbero irritarsi per essere stati posti sotto la supervisione cinese - in particolar modo per ciò che concerne elementi essenziali quali l’energia, gli approvvigionamenti alimentari e le finanze. In ogni caso, i Chávistas hanno poca scelta se non quella di accettare tale interferenza da un partner con grosse disponibilità di denaro e desideroso di mettere al sicuro i propri investimenti. Chavez iniziò questo rapporto con la Rpc un decennio fa con l’intenzione di allentare la morsa delle imprese e degli investitori statunitensi e liberare il Pdvsa della ridda di tecnocrati che si frapponevano al desiderio del presidente di porre sotto il proprio totale 31


Risk hanno inviato delegazioni di alto livello a Caracas per siglare accordi nuovi di zecca con Cáhvez, Washington continua ad ignorare, fraintendere, o minimizzare la minaccia che sta prendendo forma sotto il suo naso. Se i diplomatici statunitensi dovessero mai decidersi a confrontarsi con Chávez e la sua cerchia di amici, avranno bisogno di essere saggiamente consigliati da Las Vegas: quando ti siedi ad un tavolo di poker in cui la posta è alta e non puoi concedere nulla, sta tutto alla tua abilità. La scorsa settimana, il presidente venezuelano Hugo Chávez ha ammesso che il suo governo sta «portando avanti studi preliminari» per un programma nucleare. Egli ha tentato di dipingerlo come un innocuo programma pensato esclusivamente per scopi pacifici. Il 21 settembre, ho tenuto un briefing per giornalisti ed esperti regionali in cui ho rivelato per la prima volta informazioni riguardo il programma nucleare di Chávez e la sua preoccupante e sostanziale collaborazione con l’Iran. Tale ricerca - condotta durante gli scorsi 12 mesi da un gruppo di esperti che hanno analizzato materiali sensibili ottenuti da fonti all’interno L’ultima giustificazione logica per l’inazio- del regime venezuelano - dipingono un quadro ben più ne è che l’opposizione interna stia aumentando il pro- negativo delle stesse intenzioni di Chávez. Che svilupprio consenso a spese del presidente. Chávez, tuttavia, pa il programma da due anni con la collaborazione proprio come il resto della masnada autoritaria con cui dell’Iran, uno stato canaglia dotato del nucleare. Oltre a è solito accompagnarsi, gode di un sufficiente control- mostrare la cooperazione dei due stati sul fronte della lo interno da non essere condizionato dal flusso e riflus- ricerca nucleare, tali documenti suggeriscono che il so del sostegno politico. Non farà altro che marginaliz- Venezuela stia fornendo aiuto l’Iran per ottenere uranio zare l’assemblea nel caso in cui non dovesse registrare ed eludere così le sanzioni internazionali, tutte mosse un sostegno considerevole in tale assise, così come fece che costituiscono violazioni apparenti delle risoluzioni quando nel 2008 perse amministrazioni locali e regio- del Consiglio di Sicurezza Onu intese a prevenire l’illenali a vantaggio dell’opposizione nel 2008. In aggiun- gale programma iraniano di costruzione di armamenti ta, i partner globali di Chávez non hanno bisogno che nucleari. Ogni paese ha il diritto di un programma paciegli sia popolare; chiedono semplicemente che egli fico per l’energia nucleare sotto gli auspici del Trattato mantenga il potere con ogni mezzo necessario. I diplo- di Non-Proliferazione, di cui il Venezuela è firmatario. matici statunitensi che attendono che Chávez si autoe- Ciononostante, la decisione di Chávez di affidarsi ad scluda devono essere ciechi per non cogliere l’ampia e uno dei maggiori proliferatori del mondo per avere profonda relazione che il suo regime ha forgiato con aiuto nello sviluppo delle capacità del proprio paese in governi opulenti ed astuti - non solo la Cina, ma anche tale sensibile tecnologia deve far suonare la sveglia. E Cuba, Iran e Russia - i quali pongono una minaccia col- le sue recenti dichiarazioni pubbliche in cui si comlettiva ai nostri interessi e consentiranno di mantenere prende la natura del suo programma nucleare sollevaChávez sotto controllo. Anche se queste potenze rivali no più interrogativi che risposte. controllo il settore petrolifero del paese. Non avrebbe potuto immaginare allora che si sarebbe trovato in condizioni economiche talmente deplorevoli da essere costretto ad ipotecare la ricchezza petrolifera del proprio paese e svendere la propria sovranità ed il proprio futuro al miglior offerente. Peggio ancora, invece che mettere gli Stati Uniti, come si suol dire, con le spalle al muro, ha consentito ai cinesi di trarre vantaggio dalla debolezza relativa di Chávez nel dettare accordi petroliferi per lui vantaggiosi. Chávez ha sostituito i premurosi investitori occidentali e i partner del libero mercato con i più spietati pianificatori centralizzati del mondo. Negli imperiosi cinesi, Chávez potrebbe aver trovato la propria dolce metà. Per troppi anni i policymakers statunitensi hanno etichettato Chávez come un peso piuma, sostenendo che tutto ciò che gli Stati Uniti dovessero fare fosse tenersi alla larga dai suoi colpi bassi facendo in modo che egli si logorasse da solo. Ma con l’aiuto di potenze ostili di rilevanza mondiale, Chávez sta salendo di categoria.

32


dossier

MERCOSUR, CAN E ALBA: ECONOMIA E SFIDA APERTA CON UE ED USA

NON SOLO GUERRA DI VALUTE DI •

N

RICCARDO GEFTER WONDRICH

elle parole del presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva, la crisi economica del 2008-2009 è stata provocata da uomini «dalla pelle bianca e gli occhi azzurri». È solo una battuta, ma coglie un fatto importante: per la prima volta dal 1929 una crisi di grande portata non è stata generata in aree emergenti del pianeta, bensì nel cuore stesso del sistema finanziario

ed economico mondiale. E sono stati in primo luogo i paesi asiatici, con la loro crescita, a restaurare la fiducia di consumatori, imprese e mercati finanziari, riattivando consumi e investimenti. Gli effetti della crisi si sono fatti sentire anche in America latina, ma il terremoto finanziario è arrivato dopo un periodo di sviluppo, con progressiva riduzione del debito estero, accumulazione di riserve, buon andamento delle entrate fiscali e, soprattutto, un miglioramento della situazione patrimoniale del sistema bancario. La regione si trovava quindi nella condizione migliore per far fronte all’emergenza, che è durata poco più di un semestre. Nel complesso, il Pil dell’America meridionale nel 2009 ha registrato una caduta dello 0,2%. Il mercato statunitense si è andato chiudendo e si sono ridotti gli investimenti esteri e il credito internazionale. Già nel secondo semestre 2009, tuttavia, quasi tutti i paesi sudamericani avevano ripreso la strada di una crescita vigorosa, che la Commissione Economica per l’America Latina e i Caraibi delle Nazioni Unite (Cepal) stima raggiungere un più 5,9% a fine 2010, in linea con le previsioni del Fmi (più 6,3%) e della Banca Mondiale (tra 5,5% e 6% per l’intera regione latinoamericana). L’espansione del

prodotto regionale è trainata da Brasile, Argentina, Perù e Uruguay, con tassi tra il 7 e l’8%. La ripresa va attribuita sostanzialmente a due ordini di fattori. Sul piano esterno, il carburante della crescita sudamericana si chiama Asia. La Cina non ha mai smesso di correre, anche durante i mesi peggiori della crisi, trainando le esportazioni dei prodotti sudamericani e mantenendone elevato il prezzo. Recentemente la Corporación de Fomento de la Producción del Cile ha reso note le previsioni di investimenti esteri nel settore dell’estrazione di materie prime nella regione: 150 miliardi di dollari in cinque anni, due terzi dei quali diretti in Brasile e Cile, in buona misura provenienti dai paesi asiatici. Sul piano interno, un quinquennio di solida crescita economica aveva permesso di mettere da parte le risorse da utilizzare proprio nei momenti di difficoltà. Quando c’è stato bisogno, i governi hanno adottato politiche di natura fiscale e monetaria che si sono rivelate efficaci. La riduzione di alcune accise sulla vendita di automobili, ad esempio, ha permesso al Brasile di rilanciare le vendite già nei primi mesi del 2009, dopo il calo di registrato nel quarto trimestre 2008. A fianco della riduzione d’imposta sui beni di consumo durevo33


Risk le, si sono abbassati i tassi di interesse, mantenuti i piani di investimento del settore pubblico e favorito l’espansione del credito privato (il Tesoro brasiliano ha capitalizzato la Banca Nazionale dello Sviluppo Economico e Sociale –Bndes - con più di 110 miliardi di dollari da inizio 2009, proprio per sostenere gli incentivi per il settore privato). Queste azioni si sono innestate nel secondo semestre 2009 in un contesto di normalizzazione dei mercati finanziari, maggiore accesso al credito e recupero delle esportazioni. Oggi l’America meridionale sta vivendo quindi una congiuntura economica favorevole, ma all’orizzonte permangono elementi di incertezza, che suggeriscono di rivedere al ribasso le prospettive di crescita per il 2011.

I principali blocchi commerciali sudamericani sono il Mercosur (Brasile, Argentina, Paraguay e Uruguay, con il Venezuela in attesa della ratifica da parte del Congresso paraguayano per entrare come membro pieno) e la Comunità Andina (Can, composta da Colombia, Bolivia, Ecuador, Perù). Altre iniziative ambiziose d’integrazione commerciale di portata emisferica -l’Area di Libero Commercio delle Americhe promossa durante la presidenza Clinton - o regionale il progetto di un’area di libero scambio sudamericana lanciato nel 2005- sono state abbandonate a causa delle divergenze tra i vari paesi. La crisi economica del Venezuela dal canto suo sta facendo perdere rilevanza al progetto dell’Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America –Alba - e al suo braccio economico, il Trattato del Commercio dei Popoli. Nel caso del Mercosur, gli ultimi mesi hanno fatto registrare alcuni fatti importanti. Durante il vertice del 2 agosto scorso a San Juan, in Argentina, i quattro paesi del blocco hanno raggiunto un accordo su diversi dossier concernenti il perfezionamento dell’unione doganale: l’eliminazione della doppia riscossione del dazio esterno comune, l’instaurazione di un meccanismo per la distribuzione delle entrate doganali e l’adozione di un codice doganale comune. Si tratta di passi avanti nel difficoltoso cammino dell’integrazione, che si aggiungono ai progressi nella liberalizzazione dei servizi, al fondo di 34

convergenza strutturale del Mercosur (Focem) e al fondo di garanzia per le Pmi. Un ultimo settore dove si sono registrati progressi è quello del sistema di pagamento in moneta locale per le operazioni di commercio bilaterale, per ridurre i costi delle transazioni associati all’intermediazione del dollaro. Dal punto di vista esterno, l’elemento più rilevante è la ripresa dei negoziati per un Accordo di Associazione con l’Unione Europea, sospesi dal 2004. La trattativa è molto più complessa di quelle che hanno portato la Ue a firmare accordi similari con Messico, Cile, il Mercato Comune Centroamericano e, più recentemente, con Perù e Colombia. Le divergenze in materia di liberalizzazioni commerciali nel settore agricolo - dal Mercosur alla Ue - e industriale - dalla Ue al Mercosur - sono profonde, come è emerso durante i negoziati del Doha Round dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. Metà delle importazioni europee dall’America latina e Caraibi provengono dai paesi Mercosur, così come il 20% del totale delle importazioni agricole comunitarie. Un accordo Ue-Mercosur permetterebbe all’Europa di compensare parte dei vantaggi di costo delle merci cinesi nel mercato brasiliano. Oltre all’Unione Europea, il Mercosur ha sottoscritto un accordo di libero scambio con l’Egitto e con Israele (in questo caso senza l’Argentina), ha annunciato la prossima firma di un accordo con l’India, mentre è in processo di ratifica dell’Accordo di Preferenze Commerciali con l’Unione Doganale dell’Africa Meridionale (Sud Africa, Botswana, Lesotho, Namibia, Swaziland). Dietro l’apertura di relazioni commerciali con i paesi africani e asiatici vi è la spinta del Brasile, sempre più proiettato a promuovere i rapporti commerciali e gli investimenti cosiddetti Sud-Sud. Di grande importanza nell’ambito dei processi di integrazione economica latinoamericana è l’avvicinamento tra Brasile e Messico a partire dall’agosto 2009, quando i presidenti Lula e Calderón hanno deciso di lavorare a un accordo strategico di integrazione economica che includa temi doganali e barriere non tariffarie, servizi, investimenti, commesse pubbliche, proprietà intellettuale, interscambio di tecnologia. Un accordo in tal


Risk

I principali blocchi commerciali sudamericani sono il Mercosur (Brasile, Argentina, Paraguay e Uruguay, con il Venezuela in attesa della ratifica) e la Comunità Andina (Can, composta da Colombia, Bolivia, Ecuador, Perù). L’integrazione commerciale di portata emisferica, l’Area di Libero Commercio delle Americhe, o regionale (Alba), sono state abbandonate senso avrebbe un effetto di portata regionale. Insieme, Brasile e Messico rappresentano il 53% della popolazione, il 57% del Pil e il 54% delle esportazioni dell’America latina. Tuttavia, oggi il commercio bilaterale tra i due giganti è appena nell’ordine del 2%. Dietro il progetto di accordo d’integrazione commerciale si coglie la necessità da parte messicana di ridurre la dipendenza dal mercato Usa (81% delle esportazioni hanno come destinazione il vicino settentrionale), e l’interesse del Brasile di avvicinarsi al mercato statunitense. Resta da vedere quali potranno essere le conseguenze di un accordo Brasile-Messico sugli equilibri interni del Mercosur. Per quanto riguarda il secondo blocco commerciale, la Comunità Andina, gli aspetti di natura commerciale sono andati intrecciandosi con altri di carattere più eminentemente politico. L’uscita del Venezuela dal blocco nel 2006 ha impoverito quest’area di libero scambio. La decisione unilaterale di Colombia e Perù di negoziare accordi commerciali con gli Stati Uniti (e più recentemente con l’Unione Europea) ha provocato le reazioni 36

negative di Bolivia ed Ecuador, politicamente allineati con il Venezuela. Questioni relative alla sicurezza e al contrasto ai gruppi armati irregolari colombiani insediati in Ecuador e Venezuela hanno generato frizioni diplomatiche gravi con la Colombia, con conseguenze sui rapporti commerciali ed economici che si sono andate normalizzando solo con il cambio di governo tra Álvaro Uribe e Juan Manuel Santos in Colombia lo scorso agosto. L’accordo Colombia - Stati Uniti è stato sottoscritto nel novembre 2006, ma non è ancora stato ratificato dal Congresso americano, che giustifica tale ritardo con la mancanza di miglioramenti sul fronte della protezione dei diritti del lavoro in Colombia. Fino ad ora l’Amministrazione Obama non ha dato prova di dare grande priorità all’integrazione commerciale con i paesi sudamericani. È in questo contesto di luci ed ombre nei rapporti con Usa ed Europa che si fa largo la Cina, che già nel 20132014 potrebbe scalzare l’Unione Europea quale secondo partner commerciale dell’America latina. Il peso percentuale delle esportazioni latinoamericane verso la Cina è destinato a triplicare dagli attuali 7,6% al 19,3% nel 2020, mentre le importazioni dovrebbero passare dal 9,5% al 16,2% (stime Cepal). L’importanza crescente dell’Asia come socio commerciale ha spinto vari paesi latinoamericani a sviluppare vincoli commerciali preferenziali, non solo con la Cina ma anche con Corea, Tailandia, Malesia, Singapore, Vietnam e Giappone.

Il buon andamento delle economie dei paesi sudamericani è attribuibile quindi alla crescita dei consumi interni - con l’aumento del potere d’acquisto della popolazione anche grazie ad efficaci politiche di inclusione sociale - e alla forte domanda esterna proveniente dai mercati asiatici. Proprio da questi due fronti provengono però anche le principali sfide future. Sul fronte interno, la crescita della produzione degli ultimi anni è stata possibile grazie all’utilizzo ottimale della capacità installata. Oggi però per continuare a crescere sono necessari ingenti investimenti per ampliare la capacità produttiva e le reti di infrastrutture fisiche. La logistica rappresenta il principale freno allo sviluppo del settore agricolo in


dossier Brasile e altrove. Senza un adeguamento delle infrastrutture portuali, aeroportuali e delle vie di comunicazione terrestri la produzione rischia di non riuscire a soddisfare la domanda interna e internazionale, con possibili conseguenze anche sul fronte dell’inflazione.

Vari paesi hanno iniziato a eliminare gradualmente i pacchetti di stimoli, alzando i tassi d’interesse. Lo spread rispetto alle economie industrializzate accresce l’afflusso di capitali speculativi, che si ripercuote poi sull’apprezzamento del tasso di cambio. Il rafforzamento del real brasiliano nei confronti del dollaro ha portato il ministro dell’economia brasiliano Guido Mantega a parlare di una “guerra delle valute” che penalizza la competitività delle esportazioni nazionali. Per ridurre queste pressioni, il governo brasiliano ha raddoppiato la tassa sui capitali finanziari esteri in entrata, portandola dal 2 al 4% (da questo aumento sono esenti gli Investimenti Diretti Esteri e le operazioni di borsa, necessarie tra l’altro per la recente ricapitalizzazione da 70 miliardi di dollari della società petrolifera Petrobras). Altri governi hanno adottato politiche di restrizione dei movimenti di capitali per ampliare il margine di manovra della politica monetaria. Nel gennaio 2010 il Venezuela ha introdotto due tassi di cambio diversi per le importazioni prioritarie -alcuni alimenti, medicine e altri materiali medici- a 2,6 bolivares forti per dollaro e per quelle comuni, a 4,3 bolivares per dollaro. Dal giugno 2010, poi, la Banca Centrale venezuelana ha centralizzato l’acquisto di divise estere attraverso un nuovo sistema di Transazioni di Titoli di Moneta Straniera. Questa misura, destinata in linea di principio a favorire la sostituzione delle importazioni con le produzioni locali, è destinata a penalizzare le esportazioni di paesi quali Argentina e Cile. Oggi il Venezuela è l’unico paese sudamericano in crescita negativa, meno 3,3% a fine 2010 nelle previsioni della CEPAL. Sul fronte esterno, la grande sfida è aggregare valore alle esportazioni e integrarsi sempre più con il mercato asiatico. È questo l’obiettivo principale dei paesi che si affacciano sull’Oceano Pacifico. Il ritmo di crescita della Cina e il valore del yuan sono le variabili che più

interessano il commercio estero dell’America meridionale. In dieci anni i paesi sudamericani hanno aumentato le esportazioni di materie prime, che oggi rappresentano il 40% del totale, a discapito di prodotti manifatturieri a maggior contenuto tecnologico. Dal 2000 al 2009 la quota di esportazioni latinoamericane dirette verso gli Stati Uniti è scesa dal 60% al 40% del totale, quelle verso l’Unione Europea si sono mantenute su livelli del 13%, mentre l’asse Sud-Sud acquista sempre maggiore importanza. La Cina è il principale mercato esterno per Brasile e Cile, e il secondo più importante per Argentina e Perù. Durante la crisi recente, le esportazioni latinoamericane sono cadute complessivamente del 27%, ma quelle verso la Cina sono aumentate dell’8%, principalmente grazie alle commodities brasiliane. I margini di crescita nei mercati emergenti dell’Asia e delle altre aree in via di sviluppo sono grandi, ma per dare vita ad associazioni commerciali e investimenti di lungo periodo è necessario andare oltre agli accordi di libero scambio e cercare di costruire catene di valore comuni con maggior contenuto tecnologico, investimenti reciproci e livelli simili di produttività, coinvolgendo le piccole e medie imprese nei flussi delle esportazioni. Altrimenti, si corre il rischio di riprodurre una dinamica centro-periferia nell’ambito del commercio Sud-Sud, che relega i paesi latinoamericani a meri fornitori di materie prime e prodotti sub-lavorati. In generale, ancora molta strada deve essere fatta per consolidare il trend positivo delle economie sudamericane. Tutti questi fattori portano la Cepal a prevedere una diminuzione del ritmo di crescita complessivo a fine 2011 a un più 4,3%, con le migliori performance da parte del Cile grazie agli effetti delle politiche di ricostruzione post-terremoto (più 6%), seguito da Perù, Brasile e Argentina con un più 4,5%. Per trasformare la crescita attuale in sviluppo sostenibile nel futuro c’è bisogno di aumentare gli investimenti pubblici e privati, accrescere la competitività e diversificare la matrice produttiva. Per questo, sarà necessario mantenere in essere politiche fiscali capaci di garantire ai governi le risorse per adottare programmi di inclusione sociale e progressiva incorporazione di capitale fisico e umano. 37


Risk

FIAT, IMPREGILO ED ENEL (MA ANCHE BENETTON, ACEA E LOTTOMATICA) SI “CONTENDONO” L’IMPORT-EXPORT

LA PROMESSA DEL MADE IN ITALY DI •

I

ANDREA MARGELLETTI

l Sudamerica è un’area tradizionalmente importante per l’Italia ed il nostro paese è da sempre sensibile agli sviluppi nell’area latino-americana. Quello con l’America Latina è, infatti, un vincolo formatosi nella storia e lungo il succedersi di più generazioni. Le affinità storiche e culturali, sedimentate dalla presenza di importanti comunità di origine italiana, oggi valutate in quasi 20 milioni di persone (di cui 2

milioni con passaporto italiano). sono sicuramente alla base di questa attenzione. Esse rappresentano, oltre che una presenza viva e una testimonianza della nostra cultura nella sua accezione più ampia, una grande risorsa strategica per il paese. Ma ad esse si aggiungono anche valutazioni di ordine politico ed economico, in considerazione di eventi rilevanti come il consolidamento delle istituzioni democratiche, l’apertura economica, l’avvio dei processi d’integrazione regionale e il livello di partecipazione ai programmi degli organismi internazionali. In tale ottica va citato anche il ruolo dell’Unione Europea con l’istituzionalizzazione dei vertici dei Capi di Stato e di Governo e la prospettiva forte di una maggiore cooperazione tra le due aree regionali, in grado di abbracciare il “dialogo politico” e la collaborazione negli organismi internazionali come le Nazioni Unite, accordi di liberalizzazione commerciale e libero scambio e accordi di cooperazione allo sviluppo, culturale e tecnologico. Tornando all’Italia, il nostro paese ha da tempo stabilito una fitta rete di rapporti di solidarietà e progetti di cooperazione decentrata, attraverso l’azione di 38

Organizzazioni non governative, istituzioni regionali e locali, università, imprese, forze sociali. Sul piano bilaterale, l’Italia si è attenuta verso l’America Latina ad una strategia di “diplomazia preventiva”, aiutando i paesi in difficoltà con lo strumento dei trust fund ad organismi multilaterali (come Banca Mondiale e Banca InterAmericana di Sviluppo), orientati a rilanciare la crescita attraverso il sostegno al sistema delle piccole e medie imprese e, per i paesi più poveri, con la conversione del debito in progetti di sviluppo e con gli aiuti della nostra cooperazione. In generale, sono circa duemila le aziende italiane presenti in America latina, di cui quasi 400 lombarde (con il 33,2% di partecipazioni), per un fatturato totale di oltre sei miliardi di euro. Anche in tempi di crisi, il rapporto di interscambio tra Italia e America Latina è cresciuto di quasi il 2% all’anno, vale a dire più di tre miliardi euro. Per quanto riguarda le importazioni dell’Italia (i dati comprendono anche il Centro America), queste sono state nel 2006 pari a 9.396 milioni di euro, 10.612 milioni nel 2007 e 10.788 milioni nel 2008, con un ruolo preponderante giocato dal Brasile e dal Cile. In questi tre anni,


dossier l’incidenza percentuale del Brasile è stata pari al 35,6% mentre quella cilena al 20,1%. A seguire poi l’Argentina, con la terza quota più rilevante (12,7%), il Perù, il Messico e il Venezuela. Riguardo ai settori, le materie prime hanno avuto un ruolo di particolare rilievo. I “metalli e prodotti in metallo” hanno rappresentato una quota del 28,2%, seguiti dal comparto “agricoltura, caccia e pesca” e “alimentari, bevande e tabacchi” (circa il 17% delle importazioni italiane) mentre il settore dei prodotti estrattivi ha raggiunto il 13%. Le esportazioni dell’Italia verso l’area sono state nel 2006 pari a 9.883 milioni di euro, 11.993 milioni nel 2007 e 12.194 milioni nel 2008. I paesi destinatari delle quote più rilevanti di export italiano sono state il Brasile (27,5% della quota italiana) e il Messico (23,2% della quota italiana). Alla formazione del totale dell’export italiano verso questi paesi, la Lombardia ha contribuito per il 26,2%, di cui ben il 53,6% per la sola provincia di Milano, la quale incide sul totale nazionale per il 14%. A fare da traino nelle esportazioni sono state le “macchine ed apparecchi meccanici” (33,3% dell’export italiano), cui seguono i “mezzi di trasporto” (20,9% dell’export) quindi i “metalli e prodotti in metallo” (9,6%). Con un paese del Sudamerica, ovvero il Brasile, l’Italia ha inoltre un vero e proprio partenariato strategico dopo la firma, avvenuta il 12 aprile scorso a Washington, del Piano d’Azione di partenariato strategico tra Italia e Brasile. Il Piano d’Azione, che si struttura in 16 capitoli, costituisce un quadro strategico per un rilancio complessivo dei rapporti bilaterali, ma offre allo stesso tempo spunto per specifici seguiti operativi di rilievo in diverse aree, tra le quali l’interscambio commerciale e gli investimenti. l’Accordo potrà infatti rappresentare la premessa per l’inserimento privilegiato delle nostre aziende nelle grandi iniziative offerte dal Brasile nei prossimi anni (campionati del Mondo di calcio del 2014, giochi olimpici del 2016, ampliamento delle reti infrastrutturali, sfruttamento degli idrocarburi del cosiddetto “pre-sal”), per le

La parte più importante dei rapporti economici tra Italia e America Latina è giocata dal Brasile. Con una popolazione di oltre 180 milioni di cui circa 30 milioni di persone con reddito equiparabile a quello europeo, il mercato brasiliano presenta forti propensioni al consumo e alla ricerca di prodotti nella fascia alta del mercato, dove il design è un elemento fondamentale quali si prevedono opere e forniture per diverse decine di miliardi di euro. In generale, il partnerariato tra i due paesi mira a regolarizzare e istituzionalizzare il dialogo politico con una cadenza coincidente con le riunioni del Consiglio di Cooperazione economica, commerciale, finanziaria e per lo sviluppo ed a creare un rapporto privilegiato nei settori infrastrutturale, delle telecomunicazioni, dell’energia e della difesa. In tale ambito va menzionato anche il rilancio il rilancio della collaborazione nel settore culturale ed universitario, sia in vista della preparazione dell’anno italiano in Brasile, che avrà inizio nel 2011, sia tramite la creazione di una rete di collaborazione tra istituzioni accademiche. La crisi economica ha avuto un impatto diverso in America Latina. Le maggiori economie dell’area, Brasile, Cile e Colombia, hanno subito degli effetti tutto sommato limitati tra il 2008 ed il 2009, e già quest’anno si sono registrati evidenti segni di ripre39


Risk sa e sviluppo. Consumi (e classe media) in crescita, ingenti investimenti nei settori strategici (energia e infrastrutture) e continuo afflusso di investimenti esteri sono stati i principali fattori di spinta per la crescita del Brasile. Il Cile, grazie alle politiche di stimolo prontamente adottate, ha superato sia la crisi globale sia gli effetti del terremoto di febbraio e quest’’anno è tornato a crescere grazie a investimenti pubblici, ma anche ad un settore privato dinamico. La Colombia, pur presentando criticità dal punto di vista operativo ed a causa di una struttura produttiva ancora poco diversificata, ha visto una domanda interna in ripresa, sostenuta principalmente dall’intervento pubblico dedicato alle grandi opere. Molto diversa invece è la situazione e dell’altra metà dell’America Latina. Venezuela, Bolivia, Ecuador e Nicaragua condividono sistemi politici le cui scelte di orientamento populista hanno determinato una progressiva debolezza economica e un contesto operativo difficile. Trattandosi di mercati chiusi, scarsamente diversificati e considerati poco appetibili dagli investitori esteri, la ripresa (e la sostenibilità delle politiche adottate) non c’è stata, anche perché questa è legata strettamente all’andamento del prezzo degli idrocarburi, con tutta l’instabilità che ne deriva.

La parte più importante dei rapporti economici tra Italia e America Latina è giocata dal Brasile. Il Brasile è da sempre il principale partner commerciale dell’Italia nell’area latino americana. Con una popolazione di oltre 180 milioni di cui circa 30 milioni di persone con reddito equiparabile a quello europeo, il mercato brasiliano presenta forti propensioni al consumo e alla ricerca di prodotti nella fascia alta del mercato, dove il design è un elemento importante. Italia e Brasile presentano sistemi economici in buona parte compatibili e le relazioni economiche sono consolidate nel tempo ed in costante crescita. I due paesi, nel 2008, hanno registrato un interscambio commerciale di 9,37 miliardi di dollari. Sebbene l’interscambio complessivo si 40

sia contratto nel 2009, in conseguenza della crisi economica mondiale, l’Italia è divenuta nell’anno l’ottavo principale fornitore del Brasile, con una partecipazione di circa il 3% al totale delle importazioni, ed il decimo principale cliente, con una quota del 2,2% del totale dell’export brasiliano. Nel 2009, le esportazioni italiane verso il paese sono diminuite del 20% rispetto all’anno precedente, attestandosi a 2,6 miliardi di euro. Nel 2009 le importazioni hanno perso quasi il 40% rispetto al 2008 e sono risultate pari a 2,4 miliardi di euro. Quest’anno hanno però ha già fatto registrare un significativo miglioramento. Per quanto riguarda gli investimenti diretti esteri, l’Italia è presente tra i principali investitori nel paese, e al momento vi sono oltre 500 imprese in Brasile controllate da aziende italiane, la metà delle quali attive nel settore manifatturiero. Per quanto riguarda gli investimenti diretti esteri, l’Italia si è collocata nel 2008 al dodicesimo posto nella graduatoria dei paesi investitori in Brasile, con 326,27 milioni di dollari. Il Brasile invece nel 2007 ha investito in Italia 79 milioni di dollari. L’export riguarda principalmente prodotti della meccanica strumentale, autoveicoli ed elettronica ed elettrotecnica (mezzi di automazione, macchine utensili, componentistica auto, oli per la produzione petrolifera e prodotti farmaceutici), mentre iniziano a registrarsi importazioni del “Made in Italy” più classico, come la moda ed altri prodotti ad alto valore aggiunto. L’import di prodotti brasiliani in Italia è principalmente basato sui minerali di ferro, olio grezzo ricavato dal petrolio, acciaio, caffè, soia, pellami, zucchero di canna, e prodotti della carne nelle sue varie elaborazioni industriali. Molte aziende italiane di grande e medio livello sono ormai radicate nel paese, tanto da essere identificate come brasiliane e non più straniere, come Fiat, Pirelli, Ferrero e Telecom Italia Mobile. I due paesi cooperano inoltre nei forum economici multilaterali nei quali il Brasile costituisce una voce di sempre maggior peso, come ad esempio all’interno del Wto, di cui è membro dal 1995. Il Brasile è


dossier oggi infatti la decima economia mondiale e la prima dell’America Latina, con oltre il 40% dell’intera ricchezza del continente prodotta sul suo territorio. Il Brasile, in qualità di importante economia emergente, è membro del G5 (insieme a Cina, India, Sudafrica e Messico) e ha mantenuto nel 2009 una consultazione particolarmente intensa con la Presidenza italiana del G8, simbolo di intesa politica fra i due Stati e soprattutto della volontà italiana di giocare un ruolo sempre maggiore nel cuore dell’America Latina. Per quanto riguarda le aziende italiane attive in Brasile, particolare menzione merita la presenza di Fiat che rappresenta uno dei maggiori gruppi industriali del Paese sia come fatturato, sia come presenza industriale e di ricerca. Il fatturato netto si è mantenuto negli ultimi anni sui 6 miliardi di euro e l’azienda ha in tutto il Brasile 18 stabilimenti e otto centri di ricerca, con circa 30mila dipendenti. La Fiat è presente nei settori strategicamente più importanti del Brasile: automobili, trattori, macchine movimento terra, veicoli industriali e componenti. Su 4 vetture vendute, una è Fiat, così come su quattro trattori venduti uno è della azienda italiana, mentre per ciò che concerne le macchine movimento terra, su 2,5, una è Fiat. Per quanto riguarda i rapporti dell’Italia con l’Argentina, questi sono tradizionalmente eccellenti, nonostante la crisi del debito sia risultata penalizzante per circa 400mila risparmiatori italiani che avevano a suo tempo sottoscritto obbligazioni dello Stato argentino. Il duraturo e proficuo scambio tra i due paesi è stato sicuramente favorito ed incrementato anche da motivazioni sociali (l’affinità nello stile di vita, nei valori culturali e nelle abitudini commerciali) che, nel corso del tempo, hanno accresciuto e rafforzato la presenza italiana in Argentina. La composizione merceologica dell’interscambio bilaterale evidenzia come il nostro Paese tradizionalmente esporti principalmente macchinari industriali, prodotti chimici e manufatti metallici ed importi prodotti alimentari e altri prodotti di derivazione animale, pelli

grezze o manufatti in pelle. Un’analisi per grandi comparti merceologici indica negli ultimi anni aumenti significativi degli acquisti argentini di beni capitali e di parti e componenti per macchine industriali. L’export italiano nel 2009 è stato pari a 890 milioni di euro circa, leggermente in aumento rispetto all’anno precedente. I settori principali sono stati la meccanica strumentale (32% del totale), prodotti chimici e fibre (15%) e autoveicoli (15%). Fra le altre voci del nostro export si annoverano prodotti tessili 7%, elettronica ed elettrotecnica 10%, metallurgia e prodotti in metallo 14%. Le importazioni dall’Argentina ammontano invece a 1,3 miliardi di euro, in crescita rispetto al dato del 2008, e sono costituite principalmente da beni agroalimentari. A luglio 2010 l’export italiano ha registrato un calo dello 0,6% su giugno e un aumento del 12,2% su base annua secondo l’Istat. Le importazioni sono scese dell’ 1,6% rispetto a giugno, ma sono in aumento del 21% su luglio 2009. A livello dunque si conferma una sostenuta crescita per export e import, mentre le esportazioni crescono a livelli inferiori rispetto a giugno (+22,8%) per via del rallentamento della crisi globale. Un altro paese importante per l’Italia è la Colombia. L’interscambio commerciale tra Italia e Colombia si

Molto diversa invece è la situazione dell’altra metà dell’America Latina. Venezuela, Bolivia, Ecuador e Nicaragua condividono sistemi politici le cui scelte di orientamento populista hanno determinato una progressiva debolezza economica e un contesto operativo difficile 41


INFORMAZIONE PUBBLICITARIA

Thales Alenia Space un grande architetto nella realizzazione della costellazione europea

Sistema Galileo: ovvero un sistema alternativo e moderno di navigazione satellitare Né russo né statunitense, ma un sistema completamente tutto europeo. A rompere il dominio geopolitico consueto tra le due grandi potenze è in arrivo il sistema di navigazione satellitare europeo Galileo. Il programma di posizionamento via satellite voluto dalla Commissione europea e sviluppato dalla Agenzia Spaziale Europea si frapporrà al Gps americano (protagonista assoluto nel settore) da una parte e a quello e russo GLONASS dall’altra. Quando i satelliti della futura costellazione di Galileo saranno in orbita, ci guiderannoà e localizzerannoà mezzi di ogni tipo, automobili, aerei e navi etc, con precisione e puntualità come mai accaduto finora. ***** Galileo non è solo un sistema di navigazione, ma molto di più. Il programma rappresenta uno dei più grandi e ambiziosi progetti di navigazione satellitare che permetterà all’Europa di mettere in campo innumerevoli applicazioni derivanti dalle nuove tecnologie spaziali capaci di fare acquisire al nostro continente una posizione leader nei mercati mondiali. L’Europa, così, acquisirà un proprio sistema di navigazione indipendente e soprattutto “‘civile”’ in grado di soddisfare un’ampia gamma di settori di attività che va dai trasporti (aerei, ferroviari, stradali, marittimi), alle telecomunicazioni (servizi di geoProve di termo vuoto locazione) fino alla sicurezza. su Giove B (Centro ***** Integrazione Satelliti Galileo per il nostro vecchio con- di Thales Alenia Space Italia). In basso; vista artistica tinente rappresenta, pertanto, della Costellazione Galileo. una grande sfida industriale ed Composta da 30 satelliti sarà economica. Una competizione capace di fornire che vede il ruolo centrale di una copertura globale permanente. In alto; satelliti Thales Alenia Space, nell’ambito della costellazione Galileo dello sviluppo dei 30 satelliti della costellazione. ***** Oggi negli stabilimenti italiani, in particolare nello stabilimento di Roma, Thales Alenia Space, la joint venture di Thales e Finmeccanica, sta eseguendo l’assemblaggio, l’integrazione e i test dei primi 4 satelliti IOV (In

Orbit Validation) della costellazione. Sempre nell’ambito di questa fase IOV Thales Alenia Space è anche responsabile, per la parte di terra, della progettazione e sviluppo del Segmento di Controllo di Missione e dei maggiori sottosistemi del Segmento Spaziale. ***** In attesa dell’arrivo dei primi quattro satelliti operativi, il sistema ha mosso i primi passi con il lancio di due satelliti prototipi, anche questi con una forte impronta italiana: GIOVE A e

GIOVE B. I due satelliti sperimentali Giove (Galileo In Orbit Validation Element) avevano il compito di dar inizio alla prima fase, quella di testare in orbita le tecnologie del sistema. Più in particolare Il satellite Giove-B, lanciato con successo nell’Aprile 2008 dopo essere stato integrato e testato negli stabilimenti di Thales Alenia Space di Roma. Il satellite ha il compito di effettuare test importantissimi per la validazione delle tecnologie che saranno utilizzate sui trenta satelliti insieme nonché del collaudo del più preciso orologio atomico mai utilizzato nello spazio, realizzato anch’esso in Italia, che darà un contributo determinante alle prestazioni dell’intero sistema. Thales Alenia Space ha anche fornito il generatore di segnale di navigazione e l’antenna di navigazione per il primo satellite di prova, GIOVE-A, lanciato il 28 dicembre 2005. Un altro determinante passo è stato messo a punto ad inizio anno e, anche in questo caso la presenza di Thales Alenia Space è di primo piano. La società si è aggiudicata il contratto quadro per le attività di Ingegneria di Sistema in supporto all’Agenzia Spaziale Europea ESA nella fase FOC, che copre il periodo 2010- 2016. Le attività pianificate riguardano il periodo dal 2010 al 2014. Si tratta di uno dei sei contratti attraverso i quali Galileo sarà sviluppato in modo che sia operativo agli inizi del 2014. In questo ambito Thales Alenia Space Italia sarà responsabile della progettazione del Sistema, degli aspetti di sicurezza e delle fasi di Integrazione, di Verifica e della Validazione in Orbita del sistema.


dossier caratterizza per il saldo strutturalmente negativo per il nostro Paese. L’aumento del nostro deficit commerciale registrato tra il 2006 ed il 2007 è stato leggermente riassorbito nel 2008, anno in cui si è assistito ad una lieve espansione delle nostre esportazioni verso la Colombia, a fronte di importazioni pressoché stabili. Il volume dell’interscambio tra l’Italia e la Colombia, pari a 758 milioni di euro nel 2009, ha fatto registrare una contrazione del 19,9% rispetto al 2008. Secondo dati Istat, sempre nel 2009 le importazioni italiane dalla Colombia sono diminuite di circa il 19% rispetto al 2008 (da 544,2 milioni a 441,2 milioni di euro). Esse sono rappresentate principalmente da prodotti delle miniere e delle cave (carbon fossile e antracite per un valore di ca. 186 milioni di euro), in diminuzione rispetto allo stesso periodo del 2008 del 23,9%, seguiti dai prodotti dell’agricoltura, silvicoltura e della pesca, che si attestano sui 93,5 milioni di euro e dai prodotti della metallurgia, che superano i 78 milioni di euro. Per quanto riguarda le esportazioni italiane, dopo il progressivo incremento registrato nel corso degli ultimi anni, nel 2009 queste hanno subito un calo del 21% rispetto al 2008, arrivando a 316 milioni di euro. I principali settori dell’export sono la meccanica strumentale (41%, in forte diminuzione rispetto al 2008), la metallurgia (16%) e la chimica (8,3%). Le esportazioni italiane, sono composte da macchinari ed apparecchiature, e da prodotti chimici e farmaceutici. Con le importazioni a circa 441 milioni di euro nel 2009, la bilancia commerciale è negativa per l’Italia. Nel primo semestre 2010 le esportazioni nel paese sono ammontate a 183 milioni di euro, in aumento del 12,6% rispetto ai primi sei mesi del 2009. Sotto il profilo degli Investimenti Diretti Esteri (Ide), nel 2009 questi hanno subito una flessione di circa il 20% rispetto all’anno precedente, raggiungendo la cifra di 6,5 miliari di dollari, un valore molto basso dovuto alle precarie condizioni che condizionano ancora oggi la vita di ampie aree del

paese. Per quanto riguarda gli Ide, dunque, l’Italia si posiziona al 24° posto, mentre in testa ci sono gli Stati Uniti (con il 21,7% del totale), Isola Anguilla Britannica (un paradiso fiscale, con l’8,7%) e la Spagna. Le maggiori destinazioni per i flussi degli Ide sono i settori minerario e petrolifero. Il gruppo Assicurazioni Generali è il principale investitore italiano in Colombia ed è concentrato da tempo sulle assicurazioni private individuali, con una buona quota di mercato. Una nota di particolare rilievo merita il ritorno della Fiat nel mercato automobilistico colombiano con 5 punti vendita (3 a Bogotá, 1 a Cali e 1 a Medellín). Il 25 marzo scorso ha fatto il suo ingresso ufficiale in Colombia anche l’Alfa Romeo. Nel settore dell’energia, la società italiana Enel ha acquisito l’anno scorso la spagnola Endesa, ed ha a sua volta ereditato un’importante partecipazione nella maggiore società di energia elettrica colombiana: Codensa.

Nel settore delle grandi opere si ricorda l’aggiudicazione, lo scorso dicembre, al gruppo ICT II Sas, di cui fa parte la nostra Impregilo, del contratto per la realizzazione delle opere civili del progetto idroelettrico Hidrosogamoso (800 MW) nel dipartimento di Santander (al centro della Colombia) e delle paratie, comprendente anche la parte elettromeccanica. Il contratto ammonta a circa 350 milioni di euro. I lavori sono iniziati lo scorso gennaio e la loro conclusione é prevista fra circa quattro anni. La commessa si aggiunge ai lavori giá in corso, da parte dell’Impregilo, per l’esecuzione delle opere preliminari (tunnel di deviazione), il cui valore ammonta a circa 55 milioni di euro. Il valore dell’intera centrale idroelettrica é stimato in 1,4 miliardi di dollari che, oltre al contratto con ICT II, comprende anche acquisto ed installazione di turbine, trasformatori ed altre apparecchiature. Altre imprese italiane stabilmente presenti in Colombia sono: Italtel, Impregilo, Acea/Aguazul, Petreven (prospezioni petrolifere), Parmalat, Metecno (prodotti plastici per edilizia), 43


Risk

Per quanto riguarda le aziende italiane attive in Brasile, particolare menzione merita la presenza di Fiat che rappresenta uno dei maggiori gruppi industriali del Paese sia come fatturato sia come presenza industriale. L’utile netto si è mantenuto negli ultimi anni sui 6 miliardi di euro e l’azienda ha in tutto il Brasile 18 stabilimenti e otto centri di ricerca Technip/Tipiel (ingegneria petrolifera), Ducati, Aprilia, Piaggio, Zambon (prodotti farmaceutici), Gtech Lottomatica (gestisce il sistema statale di lotterie), Benetton. Numerose ditte colombiane hanno inoltre assunto la rappresentanza di note marche italiane in molti altri settori (arredamento, articoli sanitari e sportivi, abbigliamento, apparecchiature elettroniche, sistemi di sicurezza, alimentare, etc.). Sulla stessa lunghezza d’onda si collocano anche i rapporti con il Venezuela. L’interscambio ha registrato nel 2009 un ridimensionamento, pur mantenendo il saldo a nostro favore. Con un valore delle esportazioni italiane pari a 654,7 milioni di euro, l’interscambio Italia-Venezuela si è attestato nel 2009 sui 935,1 milioni di Euro, in discesa del 16,3% rispetto al valore registrato nel 2008. L’export italiano ha raggiunto i 654,7 milioni di euro, in discesa del 13,7%. Nel dettaglio, il settore macchinari, con un valore pari a 400 milioni di euro, si conferma in prima posizione, segnando però una contrazione del 44

9,7%. Seguono poi il settore prodotti finiti con 74,6 milioni di euro (-31,5%) ed i prodotti chimici con 60,1 milioni di euro (-21,5%). In diminuzione anche le nostre importazioni dal Venezuela, che con un valore pari a 280,4 milioni di euro registrano un 21,9%. Le importazioni, al pari di quanto registrato nei precedenti anni, sono guidate dal comparto combustibili minerali, lubrificanti e prodotti connessi con un valore pari a 279 milioni di euro ed in discesa del 21,3% rispetto al valore del 2008. Seguono i prodotti finiti (63,2 milioni di euro, -52%) ed i prodotti chimici (17,1 milioni di euro, +18,5%). Si mantiene il saldo a nostro favore, con un totale di 374,2 milioni di Euro e in discesa, su base annua, del 6,4%. Chiude il quadro dei paesi più importanti il Cile, anche se nel 2009 esportazioni di prodotti cileni verso l’Italia sono passate da 3,4 miliardi di dollari a 1,3 miliardi, in diminuzione di circa il 60%. Questo dato conferma, accentuato però dalla crisi, un trend discendente delle esportazioni cilene in Italia. Al primo posto del ranking dei prodotti esportati si trovano i catodi di rame, con un valore dell’export pari a 850 milioni di dollari ed una percentuale sul totale delle esportazioni del 64%. Rispetto al valore in dollari di 2,64 miliardi nel 2008, c’è stata nel 2009 una contrazione del 68%. Il rame lavorato guadagna la seconda posizione, anche se in valore assoluto non si registra alcun aumento, con 82 milioni di dollari di vendite all’Italia, in linea con quanto avvenuto nel 2008. Le importazioni cilene di prodotti italiani realizzatesi nel corso del 2009 hanno raggiunto un valore pari a 747 milioni di dollari, registrando una diminuzione (-9%) rispetto all’anno precedente. Al primo posto del ranking dei prodotti importati si posizionano le centrifughe, con un valore dell’import pari a 19,5 milioni di dollari ed una percentuale sul totale delle importazioni del 2,6%. Questo prodotto nel 2008 non era nemmeno nelle prime 20 posizioni. La vendita di macchine e apparecchiature per l’industria del packaging si colloca alla seconda posizione, con un valore totale dell’import di 16,9 milioni, in crescita del 71%.


Risk

GLI

EDITORIALI/MICHELE

NONES

Sulle esportazioni militari l’Italia avrà imparato la lezione? Il 17 settembre il Consiglio dei Ministri ha approvato il disegno di legge delega per la riforma del nostro sistema di controllo delle esportazioni militari. È così cominciato il lungo iter che dovrebbe portare, si spera, a rispettare la scadenza del giugno 2011, fissata dalla Direttiva europea sui trasferimenti intra-comunitari. È, infatti, questo il “vincolo esterno” che dovrebbe, ancora una volta, costringere il nostro Paese ad affrontare il nodo del nostro ammodernamento giuridico, organizzativo e decisionale. La Direttiva è limitata alla semplificazione dei controlli sui trasferimenti intra-comunitari, ma ci impone comunque un cambiamento rivoluzionario perché si deve passare da un controllo quasi esclusivamente ex-ante ad uno molto più ex-post. Le imprese, in altri termini, dovranno responsabilizzarsi sul rispetto delle procedure e delle limitazioni fissate dalle autorità: in cambio saranno sottoposte ad un controllo ispettivo e a pesanti sanzioni in caso di inadempienze. Si passerà, inoltre, dalla sola autorizzazione individuale, a più tipologie, aggiungendo anche quella globale e più versioni di quella generale. Sarà come passare da un’automobile dotata solo di freno e acceleratore ad una dotata di sterzo, cambio e numerosi altri strumenti di guida: per questo non è possibile semplicemente aggiornare il vecchio sistema, ma bisogna ridisegnarne uno nuovo. L’aver difeso come un inviolabile tabù la Legge 185/90 sul controllo delle esportazioni militari, impedendo ogni forma di serio aggiornamento, ha portato ad un tale ritardo rispetto ai cambiamenti del mercato militare e all’evoluzione dei sistemi di controllo dei paesi con cui ci confrontiamo che, oggi, siamo impossibilitati ad inserire la Direttiva nel sistema attuale. È questa la responsabilità di un sistema politico che non sembra capire l’urgenza e la necessità di mantenere aggiornato il Sistema-Italia perché in un mondo sempre più globalizzato bisogna marciare alla velocità degli altri e i ritardatari non hanno scampo. Già dopo pochi anni dalla sua approvazione, la Legge 185 mostrava i suoi limiti non avendo previsto alcuna corsia specifica per gestire i programmi intergovernativi che si stavano diffondendo (oggi l’Italia partecipa a 21 programmi maggiori). Il risultato è stata la definizione nel 1997

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di una procedura “speciale” che, nata come soluzione provvisoria, sopravvive tutt’ora. Due anni dopo, nel 1999, è stato riformato il Regolamento di applicazione, cercando di rendere meno rigide le procedure. Nel 2000, ad appena dieci anni di distanza dall’entrata in vigore della 185, il Governo D’Alema riconosceva la necessità di una profonda riforma e approvava un disegno di legge che, a causa della sua instabile maggioranza e delle elezioni anticipate, veniva poi lasciato morire dal Parlamento. È interessante osservare che quella proposta raccoglieva coraggiosamente la sfida dei cambiamenti intervenuti sul mercato militare e, in particolare, l’avvio del processo di costruzione dell’Europa della difesa, ma evidentemente, mancava il “vincolo esterno”. Una piccola modifica viene approvata nel 2003, dovendo ratificare l’Accordo Quadro e rispettare l’impegno a favorire una maggiore integrazione fra i sei maggiori paesi europei che l’avevano sottoscritto nel 2000: ma servono quasi tre anni, dovendo superare le resistenze dell’opposizione (che, per altro, era al governo e aveva firmato l’Accordo Quadro) e di qualche esponente della maggioranza. Per altro, non si è poi verificata nessuna delle catastrofiche previsioni con cui è stata giustificata questa “crociata”. Nel 2005 viene emanato un nuovo regolamento di applicazione ed è lo stesso Consiglio di Stato a rilevare che il sistema di controllo è ormai diventato farraginoso e confuso anche sul piano giuridico. Per altro, nello stesso anno, nell’unico dibattito parlamentare di questi venti anni dedicato alla Relazione del Presidente del Consiglio sulle esportazioni militari, sarà lo stesso relatore a sottolineare la necessità di un radicale cambiamento. In realtà la Relazione annuale lo sta ripetendo da ormai tredici anni, ma il Parlamento non sembra averci prestato attenzione. La lezione di questi lunghi anni non dovrebbe, però, essere dimenticata, soprattutto per quanto riguarda le due occasioni sprecate dal nostro Parlamento: nel 2000 non affrontando nemmeno la discussione e nel 2001-2003 impiegando un tempo biblico per approvare alcune limitate modifiche. Dovrebbero ricordarsene quanti oggi volessero criticare la scelta del disegno di legge delega.


editoriali

GLI

EDITORIALI/STRANAMORE

Chiamatele se volete… fughe! Ma non exit strategy Si fa un gran parlare di exit strategy. Prima dall’Iraq, poi dall’Afghanistan, qualcuno propone anche dal Libano. È comprensibile: politicamente è sempre molto vantaggioso presentarsi ai propri elettori promettendo un disimpegno militare, specie se da missioni di lunga durata, molto costose, sanguinose, poco popolari. La tendenza della politica, poi, è quella di fissare date chiare e traguardi specifici. Il che è possibile solo quando non si combattono guerre in cui è gioco la propria sopravvivenza, ma operazioni militari “esterne”, per quanto impegnative possano essere. Ovviamente i vertici militari vedono questo approccio come il fumo negli occhi. Mai bisogna dire al “nemico” quello che si ha intenzione di fare vuole calma., men che meno si deve specificare quando lo si vuole fare e magari anche il come. È notorio che il generale David Petraeus, comandante delle operazioni Usa ed alleate in Afghanistan, considera un grave errore insistere sull’avvio del disimpegno statunitense dal paese a partire dalla prossima estate ed a prescindere, mentre il termine per completare la “transizione” della responsabilità per la sicurezza alle autorità locali nel 2014 è sufficientemente lontano e vago da non creare pressione. Pianificare un ritiro quando ancora la “surge” il potenziamento delle forze alleate (30mila soldati Usa e quasi 7mila Nato) non è ancora completato e senza aver concesso un termine congruo per verificarne l’effetto (tenendo conto che in inverno, in Afghanistan, i talebani sono ovviamente meno attivi) è autolesionista. Non di meno la Nato ha effettuato un “check” della situazione e la pressione politica per accelerare il “passaggio” aumenta. Con il rischio di compromettere tutto. Basti pensare ai traguardi fissati per il potenziamento delle forze afgane: l’Ana, l’esercito, era quota 120mila a maggio, e sarebbe dovuto arrivare a 172mila uomini a fine ottobre ( un aumento del 43% in 5 mesi!), la scalcinatissima polizia era a 104mila uomini e doveva andare a 110mila a ottobre, ma a 134mila a ottobre 2011. Quello che conta è il potenziamento di Isaf, da 120mila uomini ad agosto 2010 a 150mila a fine ottobre. Non si puo avere fretta in queste cose: proprio il disastro dei primi programmi di addestramento in Iraq, per non dire di

quelli condotti in Afghanistan ancora fino a poco tempo fa, dovrebbe suggerire prudenza, non fretta. Perché se si bruciano i tempi, i reparti mandati allo sbaraglio si sfasciano alla prova del campo o anche prima. E non si dimentiche che i reparti dell Ana sono unità di fanteria che mancano di elementi chiave: come pedine di supporto generale e supporto al combattimento. Ci vuole dunque calma ...., nonché soldi, equipaggiamenti, armamenti, addestratori e team di consiglieri. Speriamo dunque che il presidente Obama ci regali un altro dei suoi annunci “vuoti” e che a luglio 2011 il ritiro sia solo simbolico e molto graduale, ché altrimenti gli alleati romperanno le righe. Alcuni partner, come Olanda e Canada, i cui soldati sono da anni impegnati in operazioni di combattimento ad alta intensità, senza se e senza ma, già fanno le valigie. Quanto all’Italia, bene sarebbe che una volta raggiunta quota 4mila soldati, se e quando sarà davvero possibile trasferire la responsabilità per la provincia di Herat all’Ana, non si dia il via al ritiro tout court ma, se non si vuole impiegare il battle group per rinforzare la presenza nelle altre aree calde (sarebbe la scelta più opportuna), si provveda almeno a sostituire le truppe combattenti con istruttori e consiglieri, indispensabili per rendere reale la prospettiva di una transizione. Una nota infine per il Libano: sì, Unifil fa e conta poco, sì il tempo che Unifil doveva offrire ad Israele, Libano Hezbollah, Siria per trovare una soluzione diplomatica non è stato fruttato (perché invece i contenziosi tra palestinesi e Israele o Israele e Siria si risolvono in fretta, come no), sì Hezbollah al contempo si è rafforzata e l’esercito libanese rimane poco efficace e poco voglioso di uno shodown con i guerriglieri. Ma qual è l’alternativa? Israele dice che Unifil serve a poco, ma certo avere Unifil è meglio che spendere miliardi di dollari per portare al massimo livello la sicurezza al confine con il Libano, tornare al contatto diretto con Hezbollah e allo stillicidio di colpi e risposte. Se Unifil rimane, si fa un grosso favore ad Israele. Ah, sì, si rende meno probabile una nuova guerra sul territorio libanese che, senza Unifil, diventerebbe una certezza. Se vi par poco… 47


S

cenari

EUROPA

QUELL’ONDA NERA SUL VECCHIO CONTINENTE DI

OSVALDO BALDACCI

dentità minacciate che diventaSvezia, Danimarca, Austria, no minacciose. Un corto circuito Slovacchia, Lettonia e Bulgaria. pericoloso. In quale punto si può Alle elezioni europee del giugno fermare? L’ultima a “cadere” è stata 2009, i movimenti populisti e Vienna. Il “botto” più grosso c’è nazionalisti hanno ottenuto un stato in Olanda. Anche se a fare punteggio a doppia cifra in sei molto rumore ci s’è messa con impeStati membri (Paesi Bassi, Belgio, gno la Svezia. Ma “l’onda nera” Danimarca, Ungheria, Austria e della destra populista ormai dilaga in Bulgaria, senza calcolare la Lega tutta Europa, col consenso e il voto in Italia), e un consenso tra il 5 e il di larghi strati di cittadini. Qualcosa 10% in altri sei Stati: Finlandia, su cui interrogarsi. Lo spostamento a Romania, Grecia, Francia, Regno destra del Vecchio Continente è Unito e Slovacchia. ormai un dato di fatto, ma bisogneLe elezioni comunali di Vienna lo rebbe cercare di capire meglio cosa scorso 10 ottobre hanno in qualche si intende oggi per destra e quali modo chiuso un cerchio che prosono i reali motivi di questa tendenprio dall’Austria era partito, almeImmigrazione, xenofobia, za, e quali sviluppi potrà avere. no se per uno sguardo più distaccaanti islamismo, Immigrazione, xenofobia, anti islato vogliamo tener fuori da questo identitarismo, nazionalismo, mismo, identitarismo, nazionalismo, discorso il fenomeno Lega Nord. paura della crisi, ordine pubblico, avversione paura della crisi, ordine pubblico, A scuotere per primo l’Europa era alla politica e alla avversione alla politica e alla burostato Jorg Haider con il suo “partiburocrazia, poca simpatia crazia, poca simpatia per l’Unione to degli uomini liberi” (Fpoe), che per l’Ue. Ecco le parole d’ordine che fanno volare europea, sono le parole d’ordine che nell’ottobre 1999 divenne il seconi movimenti populisti fanno volare i movimenti populisti, i do partito austriaco conquistando quali iniziano anche a coordinarsi 52 deputati e costringendo i poposempre più tra loro. Partiti che parlano alla pancia lari a un governo di centro-destra che spinse alcuni della gente e ne aizzano la rabbia, promettendo solu- governi della Ue a promuovere sanzioni durate qualzioni semplici e drastiche per tutti i problemi che che mese. Sanzioni preventive e servite a molto poco, assillano le società di oggi. L’estrema destra è rappre- dato che la destra populista austriaca ha continuato a sentata nei Parlamenti nazionali almeno di Olanda, crescere, tanto che nel settembre 2008 i due partiti

I

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scenari nazional-populisti nati dalle ceneri della creatura di Haider conquistarono quasi un terzo dell’elettorato (18% Fpoe, 11% Bzoe). Poi il 10 ottobre la sorpresa anche a Vienna, città storicamente socialdemocratica fin dai tempi dell’imperatore Francesco Giuseppe: viene confermato il borgomastro -governatore Michael Haeupl, sindaco dal 1994, socialdemocratico come il cancelliere Werner Faymann - ma perde 5 punti percentuali e soprattutto la maggioranza assoluta fermandosi al 44%. A crescere è la destra di HeinzChristian Strache, che ottiene un clamoroso 27% (prendendo anche molti voti di delusi di sinistra), con un Fpoe che 5 anni fa era al 3%. Tracollo dei popolari (13,2) e dei verdi (12), e questo è il segnale politico-culturale che l’elettorato di mezza Europa sta mandando: la sinistra crolla, ma i moderati non sono soddisfatti dei popolari e sono attratti dai populisti.

È quanto accade anche in altri Paesi. In Olanda la destra è diventata determinante per il governo, nonostante per lungo tempo tutti i partiti politici avessero predicato l’ostracismo. La vittoria della destra in Olanda è la più clamorosa perché porta i populisti al governo, e in un Paese mitizzato per la sua apertura. Ma vedremo che forse questo è non un paradosso ma al contrario una delle concause, la faccia della stessa medaglia. Comunque l’affermazione di questo tipo di destra in Olanda ha una storia lunga, per altro segnata dal sangue: comincia con Pim Fortuyn e le affermazioni del suo primo partito populista finché appunto il leader politico non venne ucciso nel 2002, sorte che toccò anche al regista Theo Van Gogh, e che è stata minacciata alla scrittrice e deputata di origine somala Ayaan Hirsi Ali, costretta alla scorta e all’esilio. Ritornando con tinte forti sul tema dell’anti islamismo e del contrasto all’immigrazione, Geert Wilders ha conquistato sempre più consensi nonostante l’isolamento cui si cercava di condannarlo. Finché alle recenti elezioni gli ultimi sondaggi lo davano in calo affermando che il tema della crisi economica aveva ormai prevalso su quello dell’immigrazione. Errore dei sondaggi: nel segreto dell’urna il

successo di Wilders è stato clamoroso, tanto da impedire di fatto la formazione di un governo senza la sua forza politica. Ma il suo non è stato l’unico successo in questi giorni: il deputato infatti ha ottenuto una vittoria almeno parziale ma forse ancora maggiore contro il politicamente corretto, e proprio in Olanda. Wilders, infatti, è andato sotto processo per le sue posizioni anti-islam, ma ha ottenuto l’assoluzione proprio negli stessi giorni della formazione del governo, non senza polemiche e incassando nel frattempo nuove denunce. Al processo in corso ad Amsterdam, il pubblico ministero ha annunciato di voler ritirare l’accusa di insulto, discriminazione e incitazione all’odio contro i musulmani, ritenendo che questo reato non possa essere configurato nelle sue dichiarazioni contro l’islam e il Corano. «Paragonare il Corano e l’Islam al Mein Kampf, al nazismo, al comunismo e al fascismo, può senza dubbio essere doloroso, ma non è un insulto punibile» dalla legge olandese, ha detto il pubblico ministero. Wilders, in effetti, ha ottenuto la sua prima fama proprio per dichiarazioni molto dure sull’islam soprattutto per il suo film Fitna del 2008 che conteneva denunce e affermazioni molto dure che praticamente non fanno distinzione tra l’islam religioso e le forme di estremismo e di violenza. Come tipico di molti di questi movimenti populisti Wilders spara a zero contro i musulmani e propone soluzioni tanto radicali quanto forse anche inattuabili quali quelle di vietare moschee e minareti (per la verità in Svizzera, che vede a sua volta l’affermazione di movimenti che guardano a questo tipo di pulsioni, come il sempre più protagonista Udc di Christoph Blocher, è già stato approvato dagli elettori un referendum che vieta i minareti), limitare radicalmente il velo islamico, fermare l’immigrazione musulmana, addirittura bandire il Corano. Per questi motivi Wilders era messo al bando dagli altri partiti politici olandesi, che però dopo 111 giorni di inutili tentativi alternativi sono stati costretti ad accordarsi proprio con lui. Il Pvv di Gert Wilders si è affermato alle elezioni come terza forza politica e i suoi 24 seggi sono determinanti per tenere in vita il 49


Risk governo del liberal-conservatore Mark Rutte (il suo Vvd ha 31 seggi) in alleanza con i cristiani democratici (21 seggi). Questa fragile coalizione ha comunque un solo voto di maggioranza. L’appoggio a questo governo è stato molto contrastato e il Ppe si è affrettato a prendere le distanze. Fatto sta che alternative non se ne sono trovate, e forse occorre che i politici europei facciano davvero i conti con queste realtà interrogandosi sui motivi della loro crescita, piuttosto che limitarsi a emarginarle a parole fingendo che non esistono. Wilders comunque oltre alle sue istanze contro l’immigrazione (divieto di indossare il burqa e restrizioni per l’utilizzo del velo da parte di alcune categorie di impiegati pubblici, un impegno generalizzato a fare in modo di conseguire una significativa riduzione del tasso d’immigrazione, l’introduzione della concessione “condizionata” del passaporto ai nuovi cittadini olandesi, ritirabile in caso di crimini commessi entro i primi cinque anni dal rilascio) ha ottenuto dal governo l’impegno ad affrontare altri temi che toccano da vicino il popolo: dalla riduzione della compagine di governo (solo 11 ministri e 8 viceministri), la nascita di un corpo di polizia interamente dedicato al benessere degli animali, l’elevazione della velocità massima in autostrada a 130 chilometri orari, l’abolizione del divieto di fumare nei piccoli caffè, e soprattutto ha limitato a un anno l’innalzamento dell’età pensionabile.

Il successo di Wilders non si ferma all’Olanda: un paese diventato allergico alla destra e molto impegnata a respingere ogni riaffacciarsi di sussulti neonazisti (che pure a volte raccolgono un certo consenso elettorale, sebbene Unione tedesca del popolo-Dvu, Partito nazionale tedesco-Ndp e Republikaner non abbiano mai superato lo sbarramento del 5%), come la Germania guarda con interesse a questa nuova destra populista che meglio potrebbe rispondere a certe pulsioni senza necessariamente intrecciarsi con un passato orribile. Proprio Wilders è stato invitato dalla nuova formazione politica tedesca Partito della libertà e al convegno di Berlino ha affermato che «in 50

Germania serve un partito in grado di difendere l’identità nazionale: l’identità politica tedesca, il suo successo economico sono minacciati dall’Islam». Non è da escludere che le pulsioni populiste anche in Germania riescano a prendere più piede di quanto fortunatamente abbiano possibilità di fare quelle neonaziste. D’altro canto che questo tipo di populismo con pulsioni xenofobe sia capace di catturare consenso crescente in Nord Europa, oltre a Olanda, Austria e Germania, lo dimostrano anche i Paesi scandinavi considerati in passato culla di una socialdemocrazia quasi idilliaca. Nelle ultime settimane l’evento che ha fatto più scalpore è proprio l’entrata per la prima volta in Parlamento dell’estrema destra svedese che ha superato lo sbarramento nelle elezioni del 19 settembre ottenendo il 5,7%. Una conquista di seggi non solo simbolica ma che ancora una volta è determinante nell’impedire la formazione di un governo stabile. Governo di minoranza, quindi, e comunque di centrodestra, dato che persino in Svezia la sinistra appare in seria crisi ai minimi storici dal 1914. I Democratici svedesi, un partito di estrema destra di matrice chiaramente xenofoba, è riuscito a ottenere 20 seggi su un totale di 349. Rifiutando qualunque accordo con loro, il primo ministro svedese Fredrik Reinfeldt, ha formato un governo minoritario con un quadripartito cui mancano due voti, dopo che anche a Stoccolma come a l’Aia sono falliti i tentativi di una grande coalizione con i socialisti o l’alleanza con i verdi. Nel suo discorso il premier ha rimarcato le distanze dalla destra, però poi ha ammesso che ci sono problemi sul fronte dell’immigrazione e dell’integrazione, aggiungendo che il governo vuole affrontare il problema dell’alto tasso di disoccupazione e basso rendimento scolastico nelle periferie. E comunque i voti dei Democratici di Svezia erano stati determinanti nei giorni precedenti per l’elezione a presidente del Parlamento del moderato Per Westerberg. Ma il trionfo del giovane leader Jimmie Akesson, faccia presentabile della destra populista, non è un caso isolato. I Democratici svedesi hanno infatti goduto dell’appoggio e del


scenari modello della destra populista danese, quel Dansk Folkeparti (Partito del Popolo danese Ppd) guidato da Pia Kjersgaard e noto per aver diffuso le vignette su Maometto e che a sua volta è ormai da qualche anno determinante in Parlamento con il suo appoggio esterno al governo di centro-destra di Rasmussen, con risultati a due cifre fin dal 2002 (oggi circa 14%). I due partiti hanno una storia simile, avendo costruito il successo di una destra populista e dall’immagine elegante a partire dalla scissione da partiti di una destra nostalgica e a volte neonazista. Ma anche in Norvegia il partito anti-immigrati Progress Party di Carl Ivar Hagen ha ottenuto alle politiche del 2009 il suo miglior risultato con il 23% dei voti, consolidando così il suo ruolo di maggior partito di opposizione nel Paese, ruolo che non gli ha impedito già nel 1998 di essere il salvatore del governo centrista del premier Bondevik. E anche in Finlandia i sondaggi mostrano la crescita impetuosa dei True Finns (Veri finlandesi, ndr.) che propugnano il «rispetto delle tradizioni silvane» e in tre anni hanno già raddoppiato i voti. Anche in Gran Bretagna si è accesa la crisi con le comunità di immigrati e di islamici, per quanto antiche, e questo elemento ha dato una spinta politica a movimenti nazionalisti molto forti che hanno raggiunto imprevisti successi elettorali. Lo United Kingdom Independence Party (Ukip) è soprattutto un partito anti-europeista, capace comunque di eleggere nel 2009 ben 13 deputati europei col 15% dei voti. Più scalpore in quelle elezioni lo ha provocato il 6,5% ottenuto dal Partito Nazionale Britannico (Bnp) con l’elezione di due eurodeputati: il Bnp è infatti un partito ben più estremista e xenofobo. In Gran Bretagna poi sta sorgendo e diffondendosi l’England Defence League, un movimento ancora più a destra che combatte “l’islamizzazione” delle città della Gran Bretagna e organizza rumorose manifestazioni nelle strade. In Francia non va dimenticato il ritorno al successo elettorale del movimento di Le Pen, che alle elezioni regionali dello scorso marzo ha ottenuto il 17,8% dei

voti, ma forse è più interessante sottolineare la piega presa da alcune politiche di Sarkozy in campo identitario, come nei confronti dei rom, senza dimenticare che la Francia bocciò il referendum sulla costituzione europea in nome del timore “dell’idraulico polacco”. Ma è il Belgio il Paese dove i nazionalisti stanno creando maggiori sconquassi: li unisce spesso l’opposizione all’immigrazione e all’islam, ma il fatto è che li divide il nazionalismo localistico, per cui i diversi partiti di questo tipo finiscono per contrapporsi spin-

L’ultima a “cadere” è stata Vienna. Il “botto” più grosso c’è stato in Olanda. Anche se a fare molto rumore ci s’è messa con impegno la Svezia. Ma “l’onda nera” della destra populista ormai dilaga in tutta Europa, col consenso e il voto di larghi strati di cittadini. Lo spostamento a destra del Vecchio Continente è ormai un dato di fatto. Ma bisognerebbe cercare di capire meglio i motivi di questa tendenza gendo verso la disgregazione stessa dello Stato. Negli ultimi anni il Belgio ha avuto forse più anni di crisi politica che di governo, non riuscendosi a formare alleanze stabili. il Vlaams Belang (Interesse fiammingo, nome cambiato nel 2004 dopo che il precedente partito era stato condannato per razzismo e xenofobia) prospera nelle Fiandre con risultati costantemente a doppia cifra, espressione più dura e secessionista dei fiamminghi che sostengono la causa dell’indipen51


denza della Fiandre con Bruxelles come capitale. Il nazionalismo di questo movimento è rivolto all’interno ma anche all’esterno: anche qui è cresciuta la retorica anti-immigrati e antiislamici, fino ad arrivare alla pubblicazione dei nomi degli abitanti di certi quartieri per dimostrare che pochissimi erano fiamminghi mentre la maggior parte erano extra-comunitari. Si aggiunga che le elezioni del 2010 in Belgio sono state vinte dalla Nuova Alleanza Fiamminga, partito solo un po’ più moderato e comunque indipendentista. La controparte nazionalista francofona miete anch’essa qualche successo con il Fronte nazionale e altri movimenti derivati.

C’è poi tutto il panorama dell’Europa dell’est, con le sue differenze ma con un diffuso consenso a vari tipi di destre, anche come reazione agli anni del comunismo e poi a quelli del liberismo sregolato. Qui la rabbia si orienta in molte direzioni, una delle quali sono chiaramente le minoranze etniche sparse per i vari Paesi e i rom. Le recenti elezioni hanno portato alla vittoria il centro-destra in Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia. Ma con una consistente affermazione dei movimenti nazionalisti: in Ungheria i nazionalisti di Jobbik in fortissima crescita sotto la guida di Gabor Vona ad aprile sono entrati per la prima volta in Parlamento e come terzo partito conquistando a sorpresa il 16,7% dei voti dopo aver già conquistato 3 eurodeputati; in Bulgaria alle elezioni parlamentari del 2009, il partito anti-rom Ataka è diventato il quarto partito con il 9,4% dei voti; in Romania quelli di Grande Romania superano comunque il 7%; in Slovacchia i nazionalisti estremi governavano col centro-sinistra prima delle ultime elezioni in cui hanno perso qualcosa ma con la speranza di entrare nel nuovo governo di centrodestra. Poi la Croazia, la Serbia, la Repubblica


scenari Ceca, ma anche la Lituania e la Russia, nonché la Grecia. Come in altre parti d’Europa, anche nell’est le spinte populiste sono politicamente più decisive persino dei risultati reali, innescando una rincorsa sui temi da esse stabiliti. In Ungheria ad esempio il premier Viktor Orban ha deciso di riconoscere la nazionalità ungherese alle minoranze magiare che vivono nei Paesi alla frontiera dell’Ungheria, suscitando l’irritazione dei vicini: la rivendicazione in realtà era presente nel programma del partito Jobbik. In Slovacchia i populisti dell’Sns e dell’Hzds hanno fatto approvare alla loro coalizione di centro-sinistra una legge sul patriottismo e soprattutto il divieto di usare in pubblico una lingua diversa dallo slovacco. Il quadro è quindi piuttosto ampio, e se in certi casi questi populismi nazionalismi si contrappongono, per lo più hanno somiglianze e connessioni e stanno anche iniziando a coordinarsi tra loro. Ciò che li accomuna oltre ogni dubbio è l’accarezzare e l’eccitare le paure dei concittadini, il proporre soluzioni semplici e drastiche per problemi molto sentiti indicando un qualche tipo di nemico. Se da un lato è possibile che l’inserirsi di questi movimenti nei processi politici democratici li porti a istituzionalizzarsi e a confrontarsi con l’assunzione di responsabilità, è almeno altrettanto probabile che l’eccitare gli animi, il parlare alla pancia degli elettori e il semplificare il quadro politico contrapponendo un egoistico “noi” a un pericoloso “gli altri” porti invece a una degenerazione del quadro. La crisi economica favorisce questi sviluppi populisti, e allo stesso tempo ne incrementa la probabilità di degenerazione. Resta il fatto che questo tipo di movimenti sono sempre esistiti ma sono stati per decenni circoscritti ai margini, mentre oggi ottengono un consenso consistente di cui in democrazia è necessario tenere conto. Allora forse le forze politiche tradizionali, oltre che condannare e tentare di isolare spesso senza successo queste realtà, devono interrogarsi su questo fenomeno e sulle sue cause. Il consenso elettorale va a riempire un vuoto: certo la retorica populista è più facile. Ma resta il fatto che un vuoto c’è. E lo dimostrano le difficoltà

delle famiglie politiche tradizionali, difficoltà tali da aver portato moltissimi Paesi a Parlamenti ingovernabili se non con grandi coalizioni, governi di minoranza o appoggi esterni. In linea di massima la crisi più evidente è quella della sinistra, ovunque in ritirata e spesso ai minimi storici, compresa la sinistra socialdemocratica e moderata. Evidentemente la sinistra non risponde più alle domande soprattutto del mondo del lavoro. E anzi spesso preferisce dedicarsi a tematiche elitarie di impronta liberal-radicale, che non le giovano. Ma anche la famiglia dei popolari non sembra riuscire a giovarsi della crescita dell’elettorato di centro-destra. Inseguendo l’agenda delle neo-sinistre, i popolari si sono fatti trascinare sul terreno del politicamente corretto e della secolarizzazione. In questo modo agli occhi di molti sembrano aver perso i propri valori, i propri ideali, la propria identità culturale e nazionale, o quantomeno non sembrano abbastanza determinati nel difendere questo complesso di temi che invece sta molto a cuore ai cittadini. Che tanto più vedono minacciata la loro identità in un momento di confronto con l’immigrazione e la globalizzazione. In questo modo il centro-destra europeo, allontanandosi dalle sue radici prima di tutto cristiane, e poi più genericamente identitarie, liberali e conservatrici, lascia campo libero ai movimenti populisti. È come una ritirata dalle quote di mercato: il mercato elettorale c’è, ma in troppi casi i leader popolari si fanno attrarre dalle sirene elitarie del secolarismo e perdono il contatto con le vere, concrete e profonde richieste della popolazione. Occorre invece rispondere a quelle esigenze, a quelle richieste profonde, ma rispondere alla luce di valori solidi che siano in grado di guidare e governare il fenomeno, senza negarlo ma anche senza lasciare spazio alla più facile retorica populista. Occorre quindi una faticosa, ma indispensabile assunzione di responsabilità per dare una guida moderata alle politiche che rispondano a problemi reali, puntando alla crescita dei diritti e dell’integrazione, ma senza cedere né a un cieco buonismo né a un impaurito populismo. 53


Risk

STATI UNITI

L’AMERICA SI SCOPRE PROTEZIONISTA DI

LUISA AREZZO

uy American»: comattività che erano finite altrove. pra americano. È un Una legge clamorosa, che può leit motiv che colpisegnare una battuta d´arresto della sce ogni angolo degli States, ed è globalizzazione: eh sì che per stato lo slogan - trasversale - di decenni proprio il capitalismo queste elezioni di Mid term. Calo americano ha tirato la volata alle drammatico dell’occupazione ed delocalizzazioni, e le multinazioeconomia in fase di stallo, nononali hanno rimpinguato i propri stante tutte le misure di stimolo profitti spostando le produzioni adottate dalla presidenza Obama, nelle aree a minor costo di manostanno coagulando un popolo dopera, soprattutto in Asia. Il diseCalo drammatico attorno a un mantra, fino a dieci gno di legge anti-delocalizzazioni dell’occupazione anni fa quasi un insulto: proteziocontiene tre parti. La prima caned economia in fase nismo. La “paura del prodotto cella la deducibilità fiscale delle di stallo, nonostante le misure adottate straniero” striscia (e in questo spese di produzione, se i salari da Obama, stanno caso anche in modo manifesto) vengono pagati all´estero: è duncoagulando un popolo nella società, crisi o non crisi. Ma que di fatto l´equivalente di un attorno a un mantra: il protezionismo è durante i periodi di difficoltà aumento d´imposta sulle filiali economica, quando sono a rischio estere. La seconda parte è una i posti di lavoro e la sopravvivenza stessa di azien- vera e propria tassa addizionale su ogni merce de e interi comparti industriali, che la paura si esa- reimportata dall´estero, se in precedenza lo stesso spera ed alimenta la caccia agli untori. Trascinando bene veniva prodotto negli Stati Uniti. Il terzo in questo gioco al rialzo la politica, che subito componente, ovvero, è un´esenzione biennale abbocca. Ben sapendo - perché ormai è un dato dall´imposta sui salari, per ogni attività che le mulcerto - che il protezionismo non protegge assoluta- tinazionali ri-trasferiscono sul territorio americano. mente nulla. Ne è testimonianza la legge sulle La legge anti-delocalizzazioni, dunque, è l´ultimo delocalizzazioni (non passata un mese fa al segnale di una crescente voglia di protezionismo. Congresso per un soffio, ma pronta ad essere reite- Lo stesso Congresso di Washington presto discuterata prima di Natale), parola dal suono funesto ed rà le misure di ritorsione contro la Cina, per punire anatema di ogni disoccupato. Praticamente un Pechino della mancata rivalutazione della sua castigo fiscale alle multinazionali che trasferiscono moneta (renminbi o yuan). posti di lavoro all´estero e un premio a quelle che Purtuttavia, il fatto che non solo l’America ma fanno la scelta contraria, riportando in America ciascun Paese stia cercando di risollevare le sorti

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scenari della propria economia interna ricorrendo a misure di chiaro stampo protezionistico non è ormai più riconducibile a mere illazioni provenienti da posizioni antiliberiste. Esistono oggigiorno misure economiche e monetarie volte a limare la formale libertà di scambio nei mercati mondiali: una di queste riguarda la valuta estera. La debolezza del dollaro, in particolare, è finita sul banco degli imputati. Ad utilizzare per primo l’espressione “Guerra delle valute” è stato il ministro brasiliano Guido Mantega, in occasione di una delle riunioni del Fondo Monetario Internazionale. Ma se inizialmente questa guerra delle valute si configurava come un conflitto monetario motivo di attrito unicamente tra Cina e Stati Uniti, le tensioni tra altri stati per le rispettive furbizie attinenti la politica monetaria sono sempre di più, e sempre più evidenti. La guerra delle valute altro non è che un modo per incentivare le proprie esportazioni, poichè mantenendo il tasso di cambio tra la propria moneta nazionale e quelle estere il più basso possibile, il risultato macroeconomico che si ottiene è un deprezzamento delle merci prodotte in un dato stato, nei mercati internazionali. Fare esempi concreti può aiutare a comprendere meglio le circostanze che stanno attirando sugli Stati Uniti accuse di aperto protezionismo, a causa della debolezza del dollaro. Esattamente nella patria del libero mercato. L’esempio è questo: immaginiamo una Ford costruita e venduta in America al prezzo di 15.000 dollari americani. Se il tasso di cambio tra la valuta americana (dollaro) e quella Europea (euro) fosse di 1 a 1, la Ford costerebbe in Europa 15.000 euro. Se invece il tasso di cambio mutasse e diventasse molto più favorevole all’euro rispetto al dollaro, ipotizziamo a 1.5 (ogni euro varrebbe un dollaro e mezzo), la stessa Ford costerebbe 15.000 dollari in America ma 10.000 euro a Madrid, Londra o Parigi. La guerra della valute parte proprio da questo assioma: mantenere debole la propria moneta nazionale aiuta i produttori che espor-

La guerra delle valute altro non è che un modo per incentivare le proprie esportazioni, poichè mantenendo il tasso di cambio tra la propria moneta nazionale e quelle estere il più basso possibile, il risultato macroeconomico che si ottiene è un deprezzamento delle merci prodotte in un dato Stato, nei mercati internazionali tano verso mercati esteri. Si tratta di una misura di protezionismo economico che fa a botte con il libero mercato, ma che è difficile da dimostrare - almeno formalmente - poichè i Governi, di concorso con le Banche Centrali, hanno a disposizione una serie di strumenti di regolazione economica e monetaria che possono direttamente influire sui tassi di cambio, mantenendoli bassi. La difesa dell’economia nazionale o regionale, l’ultimo baluardo prima del crollo totale e il vero e unico motore della ripartenza dopo l’uragano della crisi sono state le Banche Centrali. Bce (Banca Centrale Europea) e Federal Reserve (la banca centrale americana) soprattutto, hanno fatto a gara nell’iniezione di liquidità nel mercato, nel “rastrellamento” di titoli tossici e nell’acquisto di titoli di stato venduti per finaziare un surplus di debito pubblico dovuto alle misure anticrisi intraprese dai Governi per arginare la crisi. La guerra delle valute parte però propria dalle banche centrali, che 55


scenari dopo aver mantenuto in vita il sistema creditizio e produttivo nazionale, influenzano enormemente i tassi di cambio nei mercati valutari con due strumenti: l’iniezione di liquidità sui mercati (anche attraverso l’acquisto di titoli di stato), e il taglio dei tassi di interesse. Quando i governi chiudono i mercati interni imponendo dazi sull’importazione o inventandosi barriere di altra natura, il danno è enorme: per i consumatori finali, si rendono più costosi i beni importati (i più poveri dovranno rinunciare ad acquistarli); per le imprese che importano semilavorati, questo rappresenta un aumento dei costi di produzione. Più in generale, inibendo la pressione competitiva internazionale, il protezionismo contribuisce a far calare l’efficienza, la creatività e l’innovazione di un sistema economico, lasciando in vita aziende e comparti ormai decotti e “bloccando” risorse che andrebbero invece orientate verso impieghi più produttivi. Insomma, si toglie la libertà agli individui di scegliere tra le scarpe italiane e quelle brasiliane, ma soprattutto si distorce l’evoluzione del sistema produttivo. La Banca Mondiale ha recentemente evidenziato che 17 dei 20 membri del G-20 hanno adottato misure restrittive sul commercio, nonostante i proclami di difesa del libero scambio lanciati duranti gli incontri ufficiali del gruppo. Più che di dazi, in particolare, il nuovo protezionismo pare vivere di regulation: standard sanitari e di sicurezza, barriere tecniche, licenze, requisiti di ogni genere. E poi, aiuti di Stato condizionati al rispetto della “nazionalità”. Interventismo chiama protezionismo e viceversa. Nel giugno scorso il G-20 di Toronto ha confermato le divergenze di politica fiscale ed economica esistenti tra i due lati dell’Atlantico: alla richiesta degli Stati Uniti di maggiore stimoli economici, l’Europa, sulla scia della crisi greca, ha risposto affermando le priorità di risanamento pubblico. L’economia europea nella prima metà dell’anno aveva già dimostrato qualche deciso segnale di ripresa, e questo aiuta a comprendere la decisione

di Obama di lanciare un nuovo grande New Deal a sostegno dell’economia a stelle e strisce. Eppure al momento l’economia Usa rallenta più di quella europea, e le manovre faziose della Federal Reserve sono un viatico per l’export americano. Ed è così, che ai malumori europei, e alle aperte lamentele da parte di Pechino nei confronti del piano di svalutazione mondiale del dollaro si sono aggiunti anche i sospetti di India e Brasile. L’afflusso di dollari concertato tra Fed e Amministrazione americana li costringe infatti ad alzare i tassi per contenere l’inflazione. Un grave handicap per le loro esportazioni. Posizione condivisa anche dal The China Securities Journal, organo di stampa ufficiale cinese. Anche se è innegabile che la situazione, così come adesso è concepita, è ormai totalmente sbilanciata a favore delle economie emergenti e che degli aggiustamenti debbano essere fatti. E anche in fretta. Una soluzione assolutamente parziale, ma indicativa di quanto appena descritto e dello stato dell’arte negli Usa riguarda l’idillio scoppiato da alcuni mesi fra imprenditori indiani e mercato del lavoro statunitense. La ripresa che stenta a decollare, infatti, e i tassi di disoccupazione saliti alle stelle hanno dato un brutto taglio ai salari nei settori americani più a basso costo. Tra questi c’è anche quello dei Call center dove, negli ultimi due anni, le già misere paghe si sono abbassate ancora di più. Una tendenza che non è sfuggita agli imprenditori indiani del settore che ora vogliono trasferire parte della propria forza lavoro in America. Fino a poco tempo fa le rotte del lavoro seguivano il percorso inverso, ma la crisi ha cambiato anche questi tragitti. Oggi sono gli indiani ad approfittare dei bassi livelli di reddito in Usa e possono già speculare sugli altri probabili tagli all’orizzonte americano. In più trasferendosi Oltreoceano riusciranno anche a sfuggire ai progressivi rincari dei salari nel proprio Paese. Qui, a differenza di quanto succede nella gran parte dei Paesi industrializzati, le paghe sono in costante crescita. Del resto l’economia 57


Risk

Sembra di essere tornati agli anni Ottanta, ma su scala globale. In quel periodo si tirava a campare a colpi di svalutazioni competitive. Era lo stratagemma che la piccola Italietta usava in Europa, deprimendo il cambio della Lira per sostenere le sue esportazioni. Oggi lo schema sembra riproporsi su dimensioni più vaste e politicamente più pericolose indiana la crisi non l’ha quasi vista. Anzi. Nell’ultimo trimestre il Paese ha messo a segno una crescita boom che è stata più del doppio di quella americana con un incremento dell’8,6% e che, stando alle stime, proseguirà allo stesso ritmo anche negli anni a venire. Tra gli effetti della robusta dinamica c’è anche quello di un rincaro degli stipendi in molti settori. In quello dei Call-center la tendenza è già in corso: solo da gennaio c’è stato un aumento dei salari del 10% che va a sommarsi ai tanti rialzi che c’erano già stati negli anni precedenti. I “callcenteristi” indiani rischiano quindi di diventare troppo cari. I loro capi settore già costano più che negli Usa. Dunque meglio trasferirsi ed assumere personale americano. C’è poi, come già in parte descritto, il problema Cina (ovvero la richiesta occidentale di rivalutare dello yuan). Pechino ha già dato fuoco alle polveri dicendo di essere disposta solo a minimi oscillazioni e ha provocato la reazione, tesa, di quei Paesi, 58

Stati Uniti e Unione Europea in testa, da tempo in pressing per convincere Pechino a rivalutare la sua moneta. Il premier cinese Wen Jiabao, la pensa però diversamente: i tassi di cambio delle maggiori riserve di valute possono essere mantenuti «relativamente stabili», ha detto qualche giorno fa. Insomma, la decisione presa nel giugno scorso dall’ex Impero Celeste di rendere maggiormente flessibile il reminbi appare, una volta di più, come un provvedimento di facciata, teso a tacitare le voci di quanti accusano la Cina di esercitare un vero e proprio dumping valutario per agevolare le esportazioni. Sembra di essere tornati agli Anni Ottanta, ma su scala globale. In quel periodo si tirava a campare a colpi di svalutazioni competitive. Era lo stratagemma che la piccola Italietta usava in Europa, deprimendo il cambio della Lira per sostenere le sue esportazioni. Oggi lo schema sembra riproporsi su dimensioni infinitamente più vaste e politicamente più pericolose. L’Italia non c’entra più, se non per una quota infinitesima di «interesse nazionale». C’entrano i «tre blocchi»: Stati Uniti, Cina e di riflesso Europa. Impegnati in quella che potremmo definire la nuova Guerra Fredda delle valute. La Cina d’altronde è il primo produttore mondiale (22%), mentre la globalizzazione ha prodotto una rivoluzione geopolitica, con la crescita impetuosa delle aree dell’ormai ex Terzo mondo. E da mesi la comunità internazionale, guidata dall’Amministrazione Obama, preme su Pechino per convincerla a rivalutare il renminbi. Un livello troppo basso della valuta cinese altera le ragioni di scambio del pianeta. La Cina non ci vuole sentire. Ha troppi interessi a invadere il mondo con le sue merci vendute a basso prezzo. La ritorsione americana è già in atto, e passa per due canali congiunti. Da un lato, la Fed continua ad allargare la base monetaria, per cercare di sostenere una ripresa ancora inesistente. Dall’altro lato, la Casa Bianca e il Congresso inaspriscono la tassazione delle merci importate dalla Cina. Nel primo caso, la sottovalutazione del ren-


minbi è compensata con la contestuale svalutazione del dollaro. Nel secondo caso, le merci cinesi subiscono una sorta di «dazio» mascherato, che le penalizza sui mercati occidentali. Per carità, pochi credono ad un ritorno ai dazi punitivi della Grande Depressione, ma in tanti temono che possa avvenire su scala globale ciò che una decina di anni fa è accaduto durante la crisi del sud-est asiatico, quando alcuni paesi dell’area risposero alla recessione con misure protettive e i paesi più avanzati reagirono inasprendo le norme antidumping.

Questa volta potrebbe essere anche peggio: India e Russia hanno già alzato alcune barriere regolatorie, il numero di contenziosi anti-dumping cresce costantemente, in giro per gli Stati Uniti amministrazioni statali e locali chiedono a fornitori canadesi di sottoscrivere l’impegno ad utilizzare solo materiale made in Usa. È innegabile, però, che per salvare o creare qualche migliaio di posti di lavoro, gli Stati Uniti innescano la miccia di una guerra commerciale estremamente pericolosa proprio dal punto di vista occupazionale: come hanno calcolato gli analisti del Peterson Institute for International Economics, per ogni punto percentuale in meno di esportazioni, gli Stati Uniti rischiano 6500 posti di lavoro. Il conflitto è dunque già iniziato, in una spirale di causa-effetto nella quale è ormai difficile capire chi si muove per primo e chi colpirà per secondo. Ma la vera domanda è un’altra. Cosa c’è, al fondo di questo nuovo gioco al massacro di svalutazioni competitive, che rischiano di sconvolgere i già fragilissimi equilibri finanziari e monetari del pianeta? Nell’immediato, la domanda non ha risposta. In prospettiva, l’unica soluzione è una nuova Bretton Woods. Purtroppo, al momento, non si vede un’élite politica in grado di farsene carico.


lo scacchiere

Unione europea /Gli europei, gli americani

e la guerra: diversi ma non troppo Stanchezza, pessimismo e nessuna voglia di mollare DI ALESSANDRO MARRONE

israeli diceva che esistono tre tipi di bugie: le bugie semplici, le dannate bugie e le statistiche. Se è vero che i sondaggi vanno presi cum grano salis, tuttavia un’indagine demoscopica seria come quella condotta ogni anno dal German Marshall Fund in 12 paesi europei e negli Usa merita qualche considerazione. Specialmente se quest’anno i “Transatlantic Trends” rivelano alcuni interessanti orientamenti degli europei sull’opzione militare. La domanda più ovvia è sull’Afghanistan: occorre mantenere, ridurre o ritirare le truppe? Il 44% dei cittadini dell’Ue vorrebbe il ritiro dei contingenti schierati nel paese, e il 20% una sua riduzione. Due terzi degli europei insomma

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non sostengono il prolungamento dello sforzo bellico, mentre negli Stati Uniti la maggioranza assoluta, 58%, è a favore del mantenimento o dell’aumento delle truppe. In entrambi i casi, la percentuale di coloro che vogliono il disimpegno dall’Afghanistan è in aumento rispetto al 2009, rispettivamente dell’11% negli Stati Uniti e del 7% in Europa. Una “stanchezza” della guerra che si accompagna a un crescente pessimismo sulla possibilità di stabilizzare l’Afghanistan: solo il 23% dei cittadini europei credono che le cose miglioreranno, mentre erano il 32% nel 2009. In tale contesto, spicca il dato italiano: rispetto alla media europea, sono di meno gli italiani che chiedono un ritiro immediato delle truppe, il 34%, e sono di più gli ottimisti sulla stabilizzazione del paese, il 28%. Un quadro del genere, e in particolare il divario tra Europa e Stati Uniti nel sostegno alla guerra in Afghanistan, sembra rispecchiare la contrapposizione tra Marte&Venere proposta da Kagan ai tempi della guerra in Iraq. Ci sono però due dati che contrastano con questa chiave di lettura. In primo luogo, due terzi dei cittadini europei sostengono che la Nato


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debba essere pronta ad agire militarmente anche al di fuori dell’Europa. La percentuale negli Stati Uniti è ovviamente più alta, il 77%, tuttavia è importante che in tutti i paesi europei la maggioranza assoluta (o in tre casi la maggioranza relativa) dell’opinione pubblica sia in linea di principio a favore di operazioni militari out-of-area. Il secondo dato è quello relativo all’Iran. Il 79% degli europei, in linea con lo 86% degli americani, è preoccupato del fatto che Teheran possa acquisire armi nucleari. Entrambi ovviamente preferiscono soluzioni economiche e diplomatiche per evitare che ciò avvenga. Tuttavia, posti di fronte al fallimento di tutte le altre opzioni la maggioranza relativa degli europei, il 43%, approverebbe una azione militare contro l’Iran (il 64% negli Usa). La divisione di fondo tra europei e americani dunque non sembra essere quindi sulla accettazione o rifiuto di principio dell’azione militare per garantire la propria sicurezza, e della capacità della Nato di agire a livello globale (sebbene gli americani siano comunque più pronti degli europei ad agire militarmente). Il punto piuttosto è la diversa considerazione della guerra in Afghanistan: per gli americani è una risposta all’11 Settembre e una questione di sicurezza nazionale, mentre per gli europei non è direttamente in gioco la difesa della propria sicurezza e quindi, per usare un’altra nota espressione, è una “guerra scelta” e non una “guerra necessaria”. In questa ottica, per i membri europei della Nato sette anni di guerra e di vittime sono un fardello più pesante da sopportare che per gli Stati Uniti. Non a caso in Gran Bretagna, che è

in Afghanistan da nove anni e che vi ha perso più di 340 soldati, la prospettiva di un’altra azione militare in Iran è rigettata dalla maggioranza assoluta della popolazione, il 57%, anche nel caso che fosse la sola alternativa ad un Iran nucleare. Un discorso a parte va fatto per un candidato all’ingresso nell’Ue e importante membro della Nato, la Turchia. Qui la percezione della minaccia proveniente dall’Afghanistan e dall’Iran differisce sostanzialmente da quella europea. La Turchia è l’unico paese tra quelli analizzati in cui la percentuale di coloro che vogliono ridurre le truppe in Isaf è scesa dal 2009 al 2010: la necessità di stabilizzare l’Afghanistan guadagna sostegno invece che perderlo. L’Iran invece non costituisce una minaccia per i turchi, tanto che solo il 40% degli intervistati è preoccupato dell’eventualità che Teheran sviluppi armi atomiche, e ben il 54% preferisce un Iran nucleare rispetto ad una azione militare contro Tehran. Poiché il discorso Marte&Venere è implausibile per un paese come la Turchia, i risultati dell’indagine sembrano invece confermare che i turchi stanno progressivamente sviluppando una percezione delle questioni di sicurezza e di politica estera sempre più lontana da quella di Europa e Stati Uniti. 61


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Medioriente/Ecco come nascerà lo Stato palestinese I Colloqui falliranno, ma Usa e Onu hanno già pronto un piano B DI JOHN R.

e trattative dirette tra Israele e Palestina, per 21 mesi il fulcro della politica mediorientale dell’amministrazione Obama, si stanno inevitabilmente avvicinando al collasso. Con grande difficoltà i colloqui si protrarranno fino alle elezioni di Midterm, ma poi sono condannati al fallimento. L’autorità palestinese ha ben chiaro che i colloqui - e la soluzione dei due Stati - non hanno margini di trattative. Dunque serve un piano b. Ecco allora un fiorire di idee per bypassare le ingombranti trattative con Israele e arrivare direttamente alla “stato” palestinese. Due gli approcci tattici: il primo vede l’Anp convincere gli Stati Uniti a riconoscere uno stato palestinese nel West Bank e nella striscia di Gaza entro le linee di tregua pre 1967 (spesso erroneamente indicate come “confini”). L’altra opzione ha il medesimo scopo ma un interlocutore diverso: il Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Cruciale, in questo caso, l’impegno statunitense sia per sostenere un’eventuale risoluzione di riconoscimento da parte del Consiglio di Sicurezza, sia (almeno), per non respingerla. Per certi versi, tutte queste manovre si riferiscono all’autoproclamazione dello Stato palestinese che nel 1988 l’Olp (l’organizzazione per la liberazione della Palestina di Arafat) annunciò al mondo e che venne sostenuta e riconosciuta da decine di membri dell’Onu, tra cui molti paesi europei. L’Olp cercò all’epoca di trarre vantaggio da questo riconoscimento tentando di entrare in alcune agenzie dell’Onu - come l’Oms - il cui requisito d’ingresso è che i membri siano, formalmente, degli “Stati”. Un modo, è evidente, per cercare di ottenere quella legittimazione internazionale che l’organizzazione non era stata in grado di raggiungere con la forza. Questi tentativi in passato sono falliti, (praticamente svaniti, è più corretto) per la ferma opposizione di Washington all’interno dell’Onu. E l’unico “asset” conseguito dall’Olp è stato riuscire a modificare “il cavaliere” sul banco dell’Assemblea

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generale, dove ormai è scritto Palestina e non più la sigla, per esteso, dell’Olp. Questa volta è diverso. Una volta superato il 2 novembre e fatto fronte all’imminente e imbarazzante crollo dei colloqui diretti, il presidente Obama potrebbe sentire il bisogno di punire Israele o almeno di trarre una lezione da questo fallimento diplomatico. L’amministrazione Obama ha un’opinione astiosa di Israele, tuttavia il reale riconoscimento della “Palestina” pare una prospettiva remota nel breve termine. Un corso indolore e indiretto, che è sempre efficace, sta nel lasciare che lo Stato emerga attraverso una risoluzione del Consiglio di Sicurezza. Le precedenti Amministrazioni statunitensi, votando all’occasione un netto “no”, respinsero una simile proposta, ma l’inclinazione di Obama - che è quella di mettere sotto pressione pubblicamente Israele - fa presagire che Washington possa decidere di non svolgere il suo ruolo tradizionale. Così, benché sembri che Obama non voterà a favore della risoluzione del Consiglio di Sicurezza (che garantirebbe l’ingresso nel consesso Onu della Palestina) si può prontamente prevedere un’astensione dell’Amministrazione. Il che potrebbe dar luogo ad una maggioranza quasi certa, circa 14 a 0, per adottare la risoluzione. Ma c’è di più: una risoluzione del Consiglio di Sicurezza, riconoscendo i confini pre 1967, metterebbe in discussione anche la legittimità di Israele, tagliando drammaticamente le sue prospettive di sicurezza e difendibilità. Obama ha lasciato aperta tale possibilità: nel discorso che tenne a settembre 2009 all’Onu, ad esempio, si era dichiarato a favore di uno Stato Palestinese «con un territorio contiguo in grado di porre fine all’occupazione iniziata nel 1967». Nessuno dovrebbe sottovalutare la gravità di una simile minaccia alla posizione di Israele, sebbene Obama potrebbe eliminarla in un colpo solo se scegliesse di parlare chiaro. Presto assisteremo a quanto è pronto ad essere ostile ad Israele.


scacchiere

Africa/il nuovo corso di Ahmadinejad

L’Iran punta a un’intesa diplomatica e commerciale con il Continente Nero DI

MARIA EGIZIA GATTAMORTA

embrano ormai lontani i tempi in cui si parlava delle relazioni Cina-Africa come un modello originale ed avvenieristico per lo sviluppo delle relazioni internazionali. In particolare, all’inizio del 2000 si considerava tale rapporto anomalo, un “escamotage” per ridisegnare la vecchia cooperazione Sud-Sud, capace di portare bilanciamenti diversi nel quadro dell’ordine mondiale. A distanza di 10 anni, si sta profilando un’intesa molto più problematica per gli assetti internazionali. I protagonisti si chiamano Iran-Africa e lo sviluppo di loro interessi congiunti potrebbe essere veramente sconvolgente per gli equilibri con la vecchia Europa e gli Stati Uniti d’America. Come potrebbe bilanciare, ad esempio, il Senegal, il suo bisogno di sicurezza con l’esigenza di un maggiore sviluppo? Seppure Wade sia considerato un fedele alleato degli americani nell’area, certamente negli ultimi tempi non si è tirato indietro di fronte ad intese mirate con Ahmadinejad. In questo caso specifico, oltre all’elemento politico ed economico non è indifferente l’elemento religioso che lega di fatto i due popoli. Sempre più frequenti sono gli scambi di visite tra i capi di Stato, delegazioni ministeriali ed imprenditoriali: Algeria, Costa d’Avorio, Ghana, Kenya, Mali, Mauritania, Nigeria, Sudan, Somalia e Zimbabwe sono solo alcuni degli attori coinvolti in questa originale “avventura”. I motivi dell’interesse variano, ma la sostanza è la stessa per i player africani: soldi che arrivano per finanziare lo sviluppo di aree depresse, per promuovere programmi educativi, per sostenere l’industria locale. L’obiettivo di Teheran è chiaro: costruire nuove alleanze e rafforzare quelle già instaurate negli anni passati per bypassare le sanzioni dell’Onu e superare le chiusure imposte dalla Ue. Ogni mezzo è lecito a tal fine, anche se al momento sembra sia preferito il soft power, caratterizzato da una miscela fatta di cultura, diplomazia, economia e difesa. Anche in questo caso, come in quel-

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lo cinese, l’elemento economico non è indifferente, solo che qui non si tratta semplicemente di petrolio per foraggiare lo sviluppo industriale ma di uranio. Il famoso uranio utile per alimentare le centrali nucleari, tanto discusse ed osteggiate dall’Occidente. Al riguardo particolarmente significative sono state le recenti visite di Ahmadinejad in Uganda e Zimbabwe a metà aprile, in cui si è parlato chiaramente di uranium deal. I leader politici locali, non hanno temuto di pubblicizzare la visita, anzi nel caso del presidente Mugabe è stata motivo di orgoglio in chiave anti-occidentale. Le forze di opposizione hanno notato i rischi di tali missioni, senza ottenere grandi risultati. Morgan Tsvangirai (leader del Movement for Democratic Change e responsabile dell’esecutivo di Harare) si è rifiutato di andare ad accogliere all’aeroporto Ahmadinejad ed ha sottolineato i rischi di questa «relazione preferenziale», da considerarsi uno «scandalo colossale», che potrebbe accrescere i contrasti interni e di certo pregiudicare ulteriormente l’immagine del paese all’esterno. Parole di denuncia, niente più… Incontri bilaterali, dunque ma non solo. Con grande lungimiranza la diplomazia iraniana ha pensato di creare un Forum Iran-Africa per dare un’immagine istituzionale ai contatti in corso. La prima edizione dell’evento (a Teheran il 14 e 15 settembre) ha visto la partecipazione convinta di una quarantina di capi di stato e di governo africani. Chiare sono state le parole di Ahmadinejad che ha affermato «non ci sono limiti all’espansione di una mutua cooperazione al massimo livello». Sarà proprio così? Certo è che seppure molti esperti notano il carattere rivoluzionario del nuovo “asse”, altri osservatori dubitano che i paesi africani metterebbero a repentaglio i legami con l’Occidente qualora fossero posti di fronte ad un bivio (come dimostrato dal voto della Nigeria in favore delle sanzioni Onu nel giugno scorso). Non resta che dire: “Ai posteri l’ardua sentenza…”! 63


La storia

LOMONACO, TIBELL E FOSCOLO STORIA MILITARE DI UN SUICIDIO di Virgilio Ilari egli ultimi tempi era divenuto triste e quasi insocievole. Morì filosoficamente. Si levò all’ora solita, stamane, 1 settembre 1810: scrisse una lettera al fratello; si vestì degli abiti da festa; uscì di casa e si recò al caffè del Barilotto, dove bevve un bicchiere di vino, e quando fu su la riva del Navigliaccio presso San Lanfranco, luogo molto solitario, si tuffò nella corrente, in quel giorno rapidissima. Un soldato cercò di salvare il suicida, ma lottò invano contro le onde, e per poco non fu inghiottito anche lui.». Nella lettera spiegava di aver voluto così sventare il piano dei suoi nemici di svergognarlo durante gli imminenti esami pubblici della scuola militare di Pavia, dov’era professore. E concludeva: «Col fato non lice dar di cozzo. Se vissi sempre indipendente e glorioso, voglio morire più indipendente e gloriosissimo». Montalbano Jonico, paese natale di Francesco Lomonaco, ha da poco celebrato il bicentenario del suicidio del suo più illustre concittadino (dopo il fondatore dell’Alfa

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Romeo). E John Anthony Davis, nel suo recente studio sull’Italia meridionale nelle rivoluzioni europee (Naples and Napoleon, Oxford U. P., 2006), ha dedicato un’acuta analisi (p. 97) all’opera più nota di Lomonaco, il Rapporto al Cittadino Carnot sulla catastrofe napoletana, famoso per l’allegato coi nomi dei 122 “martiri repubblicani” (scritto in esilio a Parigi nel 1799 e pubblicato a Milano nell’agosto 1800; poi Osanna 1990; Lacaita 1999), mettendo in risalto le differenze col Saggio di Vincenzo Cuoco, pubblicato un anno più tardi. Benché Giuseppe Laterza l’abbia ora incluso tra i “martiri meridionali”, in realtà i guai di Lomonaco non venivano dalla politica. Figlio di un illuminista, direttore di un giornale e traduttore di Mably, condannato a morte dai borbonici, rifugiato a Parigi, poi a Ginevra e infine a Milano, era divenuto bibliotecario a Brera e poi medico militare. Come tale ebbe occasione di curare Ugo Foscolo e più tardi conobbe pure Alessandro Manzoni. Nel 1800 la sua requisitoria contro il Direttorio traditore dei patrioti napoletani era cacio sui maccheroni del Primo Console; nel 1801


In senso orario: Francesco Lomonaco (1772-1810): «Capelli e ciglia castagni scuri, occhi cervoni, viso bislungo, naso rosso». Alessandro Manzoni nel 1805, Ugo Foscolo (1778-1872), Gustaf W. af Tibell (1772-1832)

non era stato toccato dalla purga contro gli esuli napoletani nella Cisalpina; e nel 1805, con tutto il suo repubblicanesimo, l’avevano ammesso ad omaggiare Napoleone Imperatore dei Francesi e Re d’Italia. Pure socialmente non era messo male: il suo saggio sulla Sensibilità, ispirato a Condillac, era trendy nel 1801; Manzoni diciassettenne, impressionato dalle autocommiserazioni di quel cespuglio butterato, gli dedicò un sonetto sulla vita di Dante, che Lomonaco, atteggiandosi a novello Ghibellin fuggiasco, mise poi ad esergo

alla sua biografia dell’Alighieri, prima di altre 22 Vite di eccellenti italiani pubblicate nel 1802. Il posto di professore di storia e geografia (1.920 lire annue, non male) al Ghislieri, appena trasformato in “scuola militare”, l’aveva ottenuto nel 1805, tramite Manzoni e Vincenzo Monti, grazie a una collezione di 23 Vite de’ famosi capitani d’Italia (1804-05), inclusi 7 brevi “paragoni” tra coppie di biografati che valsero all’autore il titolo di “Plutarco d’Italia”, e la fama di “storico militare”, tanto che nell’edizione postuma delle sue Opere, Lugano 1831-37, fu pure attribuito a lui il saggio Della virtù militare e delle sue vicende presso le antiche e moderne nazioni, in realtà di un altro esule, il calabrese Bruno Galiano, lui pure professore (di lettere) a Pavia (ma era stato licenziato nel settembre 1805 a seguito di un alterco notturno col capitano polacco addetto alla disciplina interna). I guai di Lomonaco cominciarono nel marzo 1806, col ritorno a Milano di Ugo Foscolo, finalmente congedato. Incaricato da Napoleone di far tradurre in italiano il travagliato commentario del maresciallo Berthier sulla battaglia di Marengo per adottarlo come libro di testo alla scuola militare di Modena, il ministro della guerra Caffarelli colse Martire meridionale due piccioni con una fava affiper Giuseppe Laterza, si tolse dando il compito a Foscolo. Il 13 luglio il “poeta-soldato” ne la vita nel 1810 gettandosi accennava enfaticamente a in un canale. Figlio Pindemonte: «il povero Ugo scridi un illuminista, ve non iniussa; carte topograficondannato a morte che, evoluzioni di battaglie antiche e moderne, passaggi delle dai borbonici, rifugiatosi Alpi moderni comparati agli a Parigi, Ginevra antichi. Però mi sto con Claviero, e infine a Milano, Francesco Gibbon, Polibio e Livio alla Lomonaco divenne mano, e con un libro che vi è bibliotecario di Brera ancora ignoto: Commentari di Napoleone; scritti o dettati da lui. e poi medico militare. Il principe Eugenio li fa tradurre Conobbe Foscolo e Manzoni. e mi hanno eletto a ciò, per non Ma finì dimenticato uscire di letterato e militare. 65


Risk all’uscita del I volume, Foscolo ottenne infatti il richiamo in servizio sedentario a mezzo stipendio. Che s’ha da fa pe’ campa’. Il 23 luglio scriveva a Mario Pietri: «io m’affretto dietro al secondo volume de Montecuccoli e mi pare mill’anni d’uscirne». Nel gennaio 1809 Lomonaco se lo vide arrivare a Pavia, professore di eloquenza. «Da gran tempo – scriveva Foscolo all’amico Naranzi – io tentava di scansarmi dalla schiavitù della milizia; non mi pento di aver militato; mi pento bensì grandemente del tempo rapito agli studi. Ho varcati i trent’anni, e bisogna ormai ch’io pensi più alla quiete ed alle lettere che alle armi e ai ricami delle divise soldatesche». Commentare Montecuccoli gli aveva ormai dischiuso Forse Lomonaco lo prese come un torto? gli arcani della strategia: un ingegno come il suo Forse fu il risentimento a fargli sbagliare, nel settem- doveva dar ora al mondo la Storia dell’arte della bre 1806, l’enfasi del suo Discorso inaugurale dei guerra. «Per giungere ai principi e fissare la loro valicorsi di Pavia? Lo giocò infatti tutto su una rievoca- dità» intendeva «risalire per la scala di tutti i fatti, di zione di Machiavelli, Bruno, Campanella e Vico anzi- tutti i tempi e di tutti gli agenti; paragonare il sistema ché sulla palingenesi napoleonica, il che spiacque in di tutti i popoli dominatori ed il genio dei celebri capialto loco, tanto che il governatore della scuola, Psalidi, tani, onde scoprire le cause generali che influirono fu invitato a richiamare il professore. Durante il suo alle conquiste; finalmente esaminare sotto quali appasoggiorno a Brescia, nel giugno-settembre 1807, renze e con quali effetti queste cause generali agiscoFoscolo gliene combinò poi una peggiore mettendosi no ai nostri giorni». Da tali altezze sublimi vide acuin capo di commentare le opere di Montecuccoli, tamente che la sconfitta di Sacile del 16 aprile 1809 e senza rispettare la prelazione di Lomonaco, il quale la ritirata strategica del viceré non reclamavano il suo aveva incluso la biografia del condottiero nelle Vite di brando. Certo, dichiarò più tardi, «se le faccende avesEccellenti e un suo Elogio (opera di Agostino sero peggiorato, io non avrei patito di starmi tranquilParadisi) nelle Vite dei capitani. L’idea del commento lo nella pubblica calamità; e rivestita la divisa, avrei gli fu forse suggerita dal presidente del consiglio legi- militato anche io, pagato o no, a piedi o a cavallo, slativo, il conte Estorre Martinengo Colleoni, già uffi- capitano o soldato». Ma, dal momento che sulla Raab ciale del genio prussiano e cultore di studi militari non c’era bisogno di lui e che le cattedre d’eloquenza (fortificò Brescia, inventò una macchina incendiaria furono soppresse, attese finalmente a scrivere il II per difesa portuale e nel 1806 pubblicò un opuscolo volume del Montecuccoli, uscito alla fine sulla Milizia equestre). Nella dedica spudorata del 12 dell’anno.Sarà stato questo trombone che gli passegnovembre 1807 a Caffarelli, «amico alle lettere ed giava declamando sui piedi, a indurre Lomonaco a estimatore degl’ingegni», Foscolo scriveva: «Piaccia prendere la funesta decisione di pubblicare, nel 1809, all’Eccellenza Vostra di risguardare questa edizione i Discorsi letterari e filosofici (ora Morano, Napoli, come una emanazione delle vostre liberali intenzioni, 1992)? Certo la rovina se l’attirò da solo, col vittimie come offerta leale di un militare, che non ha scritto smo moraleggiante e rancoroso del loser, che, sentenmai, né dedicato verun libro per procacciarsi favore». dosi incapace di competere per le donne e il potere, Appunto. Il 27 maggio 1808, contestualmente pretende di ottenerli denunciandoli come vizio. Le Eccomi dunque traduttore con tutte le potenze dell’anima, per onore della divisa Italiana e della lingua nostra militare; ma s’io tradurrò e commenterò totis viribus, avrò pari studio e pari forza per preservarmi immacolato di adulazioni». Armamentario fuor di luogo per un incarico tanto modesto come la traduzione di qualche pagina di propaganda: per non parlare dell’idea balzana di poter commentare in proprio la battaglia su cui, mistificando, lo stesso imperatore aveva costruito la propria glorificazione. Forse proprio per questo nessuno gli fece fretta e Napoleone, come spesso accadeva, dimenticò di aver ordinato la traduzione.

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storia donne, il levantino le sfruttava senza scrupoli; il lucano le malediceva in segreto (Delle Femmine, Calice, Rionero, 2002). Quanto al potere, quello campò di rendita sul suicidio di Jacopo Ortis, l’altro si tolse dai piedi da solo. Milano non sarà mai beatamente spudorata come la Roma di Onofrio Sordi nel Marchese del Grillo, ma livida e vendicativa come Peyton Place: quel pochissimo che già c’era da bere si legò al dito le criptiche allusioni a miserabili storie di corna. Dopo un violento attacco del Giornale italiano, il volume fu sequestrato dalla polizia. Lomonaco fu però difeso dal ministro della guerra e un’inchiesta interna tra i suoi allievi si espresse in termini vivamente elogiativi. In seguito il direttore degli studi propose più volte di concedere gratifiche e riconoscimenti al professore, giudicato il migliore della scuola e l’unico ad averle dato lustro con le sue pubblicazioni di “storia militare”. Il suicidio spianò la strada alle ambizioni storico-militari del Vate. Sfumate le nozze con una facoltosa contessina comasca sorella di un caduto, nel 1810 le sue critiche alle moderne traduzioni di Omero provocarono la celebre rottura con Monti e un periodo di disgrazia. Pose mano, allora, alla dimenticata traduzione del commentario di Marengo: trenta paginette, pubblicate nel 1811 dalla Stamperia Reale, che gli valsero l’incarico, datogli dal ministro Fontanelli, di compilare la storia dell’esercito cisalpino–italiano. «Ma ciò – scrisse poi Zanoli – non sortì effetto, e per essere andato Foscolo in Toscana nel 1813 (rectius nell’agosto 1812), e poi per aver palesato la strana ambizione di aver titolo d’istoriografo dell’esercito, siccome lo ebbe inutilmente del regno Monti Vincenzo». Nell’ottobre 1813, appresa a Firenze la notizia di Lipsia, Foscolo tornò a Milano, riprendendo servizio

quale capitano: non però al fronte, ma a disposizione del ministero della guerra, impiegato per la propaganda a favore dell’arruolamento dei volontari. Redigere proclami era in fondo l’incarico più confacente al letterato che confondeva la storia con l’«esortazione alle storie».

Il 26 aprile 1814, il nuovo comandante nominale dell’esercito, Pino, lo promosse capobattaglione per aver sottratto il generale Peyri al linciaggio durante i tumulti del 20. Foscolo andò poi a Genova da Lord Bentinck a portargli una copia del Montecuccoli e un assurdo progetto per far ribellare le truppe italiane accantonate tra Bergamo e Brescia e chiamare gli inglesi a scacciare gli austriaci. Gli fu in seguito rimproverato di non aver disdegnato le lusinghe del maresciallo Bellegarde che gli offriva la direzione di una rivista né la speranza, delusa, di ottenere la pensione per sé e per il fratello Giulio, tenente del 3° cacciatori a cavallo. Gli va tuttavia riconosciuto di essere infine partito in esilio il 31 marzo 1815, per non prestare il giuramento all’imperatore Francesco I richiesto agli ufficiali ex-italiani. Nel 1816 comparve la prima tragedia di Manzoni, Il Conte di Carmagnola, ispirata dalla biografia scritta da Lomonaco: mezzo secolo dopo Manzoni dedicò all’amico un commosso ricordo, pubblicato però solo nel 1876 sul Corriere della Sera. Di Foscolo e Lomonaco, come “storici militari”, parliamo oggi solo perché a Milano, per prezioso contrappunto, ne capitò allora uno vero. Era uno svedese, Gustaf Wilhelm af Tibell (1778-1832), che aveva fondato “l’Accademia” (nel senso di salotto culturale) militare di Stoccolma e che fu poi ministro della guer67


il quotidiano Economia, politica, cultura, scienza, religione: ne succedono di cose in ventiquattr’ore. E ci sono decine di televisioni e di giornali che ti assediano per raccontartele. Ma nessuno prova a spiegartele. Leggendo, dentro gli eventi, i segni di dove sta andando il mondo. E cercando insieme le idee per renderlo migliore…

…questo lo fa solo liberal Tutti i giorni in edicola Edizioni de L’Indipendente s.r.l. via della Panetteria, 10 • 00187 Roma Abbonamenti 06.69924088 • fax 06.69921938 Semestrale 65 euro • Annuale 130 euro


storia ra del suo paese (il ritratto ricorda il generale del film Il pranzo di Babette). A Milano, nel 1801-02, Tibell fondò sia il Deposito della guerra e il corpo degli ingegneri topografi, sia un cenacolo analogo a quello svedese e la prima rivista militare italiana (il Giornale dell’Accademia militare italiana). Era davvero di altissimo livello tecnico-scientifico e perciò fu un miracolo se tra quegli zulù durò addirittura più di un anno (dall’aprile 1802 al giugno 1803) con 883 copie vendute. Sulla rivista Tibell tracciò in modo chiaro lo statuto epistemologico e il metodo della storia militare professionale e scientifica, nata dalle “memorie militari” allegate alle carte topografiche e caratterizzata dall’intento di «rendere conto in una maniera molto particolareggiata delle operazioni militari» per servire all’elaborazione e alla critica della scienza e della dottrina militare. Finalmente nel luglio 1803 Tibell comprese che razza di gente aveva davanti e se ne tornò in Svezia. Ovviamente la scuola militare di Milano finì intitolata non a lui, l’unico che se lo sarebbe meritato, ma a Pietro Teulié, un avvocaticchio giacobino con tanto di orecchino, disastroso sia come sindacalista degli antemarcia sia come ministro della guerra cisalpino-italico, che nel 1807 si fece stupidamente ammazzare da una cannonata mentre, ubriaco come una cucuzza, inveiva a cavalcioni di una batteria contro le mura di Kolberg (difesa da Gneisenau, interpretato da Horst Kaspar nel famoso film di Veit Harlan del 1944). Creando un contesto culturale, Tibell poté spremere qualche stilla di pensiero militare perfino dagli ufficiali italiani, almeno da qualche giovane più dotato, ma non riuscì a impiantare una scuola italiana, tanto meno a promuovere una storiografia militare nazionale. Poteva riuscirci se fosse rimasto a Milano più a lungo? C’è da dubitarne. Non ne esistevano infatti né i presupposti politici né le condizioni culturali. Una storia militare scientifica presuppone l’indipendenza, la piena sovranità del Principe. Uno stato semplicemente autonomo, privo del ius belli ac pacis; uno stato maggiore puramente esecutivo, senza la responsabilità del piano generale di campagna, non producono

storia scientifica, ma soltanto ideologia e propaganda. La storia come istorìa e intelligence è incompatibile con la dipendenza, perché la smaschera, delegittimando l’ordine costituito. Una classe dirigente selezionata dallo straniero per svolgere un ruolo subalterno e non nazionale, avverte istintivamente il rischio di essere radicalmente delegittimata da una visione scientifica e oggettiva dei rapporti politico-militari e finisce sempre, senza averne magari piena coscienza, per respingere ed espellere il corpo estraneo, come avvenne puntualmente con Tibell. Nessuno tentò di trattenerlo o di proseguire al suo posto l’azione culturale intrapresa e che, solleticando effimere vanità di vedersi pubblicati sul Giornale o ricevuti dall’accademia, dovette suscitare nella massa dei dirigenti militari italiani (traîneurs de sabre, ex-avvocati politicanti o al massimo geometri e ragionieri in uniforme) rabbiose ansie da confronto. Non stupisce perciò che il suo nome sia stato cancellato non solo dalla memoria ufficiale, ma perfino dai ricordi di chi occasionalmente e distrattamente collaborò con lui.

Quanto alla cultura nazionale, essa era ancor più intrinsecamente refrattaria del governo e dello stato maggiore italiani alla storia militare scientifica. Continuava infatti, come nell’antico regime, a coniugare universalismo e particolarismo, il mondo commisurato al municipio: dove l’unico tocco davvero moderno era la sostituzione del cosmopolitismo borghese all’umanesimo. Centrale era perciò, nella cultura politica italiana, la questione costituzionale, non quella della sovranità: non l’impossibile conquista di un potere indipendente, ma la concreta ripartizione di quello delegato. L’esercito nazionale era percepito in modo puramente sociale, da un lato come onere, dall’altro come parte della classe dirigente: non come lo strumento di un disegno politico; che non c’era e non si voleva. E la storia militare passava quindi da una funzione critica ad una funzione ideologica, dal reparto operazioni al reparto propaganda. Da Tibell, appunto, a Foscolo. 69


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POVERO MONDO, GOVERNATO (SEMPRE PIÙ) DALL’IMPREVEDIBILE di Andrea Tani ibro interessante, vivace e molto ben scritto, nel solco della brillante saggistica giornalistica alla Bob Woodward (opera omnia), Tom Friedman (soprattutto quello de Il mondo è piatto, esplicitamente citato come una delle fonti di ispirazione dell’autore) e Malcom Gladwell (Outliers). Pieno di una sorta di energia creativa che prorompe in ogni frase, acuto e avvincente nell’analisi che mescola sicurezza, geopolitica, terrorismo, tecnologia, finanza, servizi segreti, ambiente, commercio internazionale, epidemie, sociologia e aspirazioni di tutti e di ciascuno, il saggio risulta tuttavia discutibile nelle conclusioni. Si rivela un prodotto intellettuale da “maneggiare con cura,” divertendosi per lo stile e le intuizioni che zampillano continuamente, allargando le propria percezione della contemporaneità e imparando dalla notevole dottrina storica e geopolitica del quale è permeato, corroborata da robuste fonti di prima mano derivate dal milieu dell’autore - ma tutto ciò senza prendere troppo alla lettera le raccomandazioni che il medesimo prodotto diffonde a piene mani. Esse scivolano fra le dita come i granelli di sabbia che costituiscono una delle metafore più sorprendenti del saggio (ne accenneremo più avanti). Lo stesso autore è un personaggio certamente notevole, interessante e vivace come il libro - addirittura più promettente di quest’ultimo nelle prospettive ipotizzabili per entrambi i soggetti, saggio e saggista. Si chiama Joshua Cooper Ramo, un nome di per sé già intrigante nel suo esotismo poco Wasp. Ha 45 anni, è laureato in fisica ed economia, è stato un brillante giornalista, fra l’altro come giovanissimo capo della redazione esteri di Time Magazine, nonchè un globe trotter geopolitico e un esperto di Cina e Medioriente. Domiciliato fra New York e Pechino (e dove, sennò?), è attualmente direttore responsabile della Kissinger Associates,

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JOSHUA COOPER RAMO Il secolo imprevedibile Perché il nuovo disordine mondiale richiede una rivoluzione del pensiero Elliot Edizioni pagine 316 • euro 18,50 Il mondo cambia, ogni giorno più rapidamente e verso direzioni sempre meno prevedibili. «Percepire questo cambiamento, accettare l’idea che la realtà sia un sistema complesso in continua evoluzione, dove sempre più spesso ciò che sembrava impensabile diventa inevitabile, è oggi la sfida più importante. Ogni decisione contraria, ogni resistenza, ogni rifiuto di adattarsi all’ambiente circostante continuerà a produrre i risultati disastrosi che stiamo vivendo».

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Risk ovvero vice del grande Henry e presumibile suo erede designato - almeno della corporation; il resto si vedrà. Anzi, si sta già vedendo. Una delle parole d’ordine del libro, ovvero la miracolosa “resilienza” della quale dovrebbero essere dotati i sistemi internazionali per affrontare i continui traumi odierni senza andare in pezzi, è già stata abbondantemente citata nella recente National Security Strategy dell’Amministrazione Obama (in tale accezione si tratta un termine inedito). Nulla vieta quindi che il delfino della K&A percorra al contrario la traiettoria del mentore al quale il libro è dedicato - dalla Fondazione ai fasti del potere, National Security Council o e/o Foggy Bottom, se e quando la trama dei presidenti democratici dovesse perpetuarsi. Nel campo repubblicano non c’è molta simpatia per Ramo, che ha fatto della rigidità conservatrice di George W. Bush e compagni il paradigma classico della leadership sclerotizzata da superare (anche qui, wait and see). L’idea di fondo del libro, a onor del vero non particolarmente innovativa (le innovazioni sono nella presentazione dei fatti a sostegno), è che il mondo stia vivendo un’epoca rivoluzionaria, caratterizzata da problematiche la cui complessità, imprevedibilità e interconnessione sfidano gli sforzi in atto per gestirle. La velocità di diffusione delle crisi e la loro capacità di diffondersi da un contesto ad un altro - a mille altri, ad essere precisi - fanno sì che ogni discontinuità possa proliferare con una ampiezza e una rapidità che vanificano ogni contromisura. Non occorre fare esempi, la cronaca giornaliera è sufficientemente eloquente «Una banca fallisce, e cinquanta seguono in pochi giorni; un paese sviluppa l’arma atomica, e una dozzina la vogliono imitare; un computer o un bambino viene colpito da un virus, e la velocità del contagio sfida ogni cura» afferma l’autore. In tale contesto, gli stati - depositari massimi delle contromisure - non ce la fanno a star dietro a tutte le emergenze e finiscono per abdicare al ruolo di massimi attori della scena internazionale. Per inadempienza operativa, innanzitutto. Un numero crescente di nuovi protagonisti non istituzionali li sta sostituendo, senza che 72

nessuno abbia ben compreso quali saranno le conseguenze di tale avvicendamento. Il plauso del pubblico e della critica va soprattutto a loro, o almeno ai più agili, flessibili ed esperti in pubbliche relazioni. Questa crescente “complessità dell’imprevedibile” è destinata a permanere. L’Era della Stabilità, ammesso che sia mai esistita, è tramontata definitivamente, sotto il peso di fallimenti a catena. La prima parte del libro analizza i rovesci che li documentano. Fra gli altri: • tutte le contro-insurrezioni occidentali del secondo dopoguerra (21 campagne perse su 22, con l’unica possibile vittoria del Leone britannico in Malesia nel 1948); • l’attacco, dopo l’11 settembre 2001, allo stato sbagliato (se fosse stato l’Afghanistan al posto dell’Arabia Saudita - l’autore non precisa - sarebbe stato difficile fare altrimenti); • il Mission accomplished di George W. Bush dopo l’iniziale blitz di Iraqi Freedom; • la mancata neutralizzazione di 500 guerriglieri Hezbollah da parte di 30mila effettivi di Tsahal nella campagna libanese del 2006; • l’inanità nell’imporre la democrazia a soggetti che la rifiutano per principio; • l’intera opera di Alan Greenspan e il suo finale e patetico mea culpa; • la grande crisi finanziaria ed economica in corso.

L’età delle sicurezze granitiche è stata sostituita, secondo Ramo, da una specie di versione geopolitica del Principio dell’Incertezza di Heisenberg (postulato che mette in discussione il determinismo dei fenomeni fisici) e annessa focalizzazione sulla “probabilità” come prevalente criterio predittivo degli avvenimenti. Un altro suggestivo riferimento scientifico sulla imprevedibilità dei fenomeni e anche sulla complessità della realtà riguarda i coni di sabbia, il cui comportamento è stato studiato minuziosamente dal fisico/biologo danese Per Bak. Lasciati cadere da un’altezza predeterminata i granelli che li compongono raggiungono uno stato di equilibrio precario, formalizzato nel solido uniforme che bambini e genitori continuamente innalzano sulle


libreria spiagge. Ad un certo punto, senza alcun preavviso, un ulteriore singolo granellino destabilizza la struttura e il cono collassa, ma non si riesce a capire come e perché proprio in quel momento. Il fenomeno equivale al classico filo di paglia sulla schiena del cammello che tuttavia, con tutta probabilità, nessun scienziato ha mai verificato (il battito delle ali della farfalla che innesca l’uragano tropicale è probabilmente solo una suggestiva leggenda). Difetta quindi di quel rigore cartesiano che Ramo ritiene superato pur applicandolo nelle sue metafore (non si tratta dell’unica incoerenza di un lavoro giornalistico che utilizza con una certa disinvoltura argomenti scientifici). Tutte queste analogie sull’aleatorietà dei fenomeni reali, fisici o geopolitici che siano, derivano probabilmente dalle frequentazioni universitarie dell’autore e con tutti i loro limiti costituiscono alcune delle intuizioni più interessanti e profonde del libro. Vengono citati molti casi storici e di attualità a sostegno di tali ipotesi, dall’avvento di Hitler alla caduta dell’Unione Sovietica, al crollo della monarchia in Iran ai fallimenti americani in Iraq e Afghanistan, alla recente crisi del credito - tutti eventi totalmente inaspettati anche per gli addetti ai lavori. Ci sarebbe da disquisire sulla “pervasività” di tale imprevedibilità o piuttosto sulle più banali carenze di intelligence che a volte le hanno provocate, dovute a elementi del tutto determinabili, ma è chiaro che più i fatti si aggrovigliano più gli smacchi predittivi sono plausibili, senza che ciò chiami necessariamente in causa l’obbligatorietà di una legge generale che risulterebbe altrettanto vincolante del determinismo che Ramo vuole superare. Le nuove e minacciose dinamiche che rendono così aleatorio il divenire del mondo impongono, secondo l’Autore, una “completa reinvenzione della nostra idea di sicurezza”, rovesciando le certezze geopolitiche consolidate da un paio di millenni. Dogmi concettuali come “stabilità”, “equilibrio di potenza (e dei poteri)”, “deterrenza”, ovvero i tradizionali cardini delle relazioni internazionali, risultano completamente superati a favore delle multiformi manifestazioni di un “caos tollerato e controllato”, un equivalente della fissione rego-

lata che produce energia nei reattori nucleari. “Sempre più Khaos e sempre meno Nomos”, quindi, come peraltro recitava il leit motiv di un recente convegno Nomisma sul tema, apparentemente svincolato delle dissertazioni del Nostro. A questo “caos controllato” dovrebbero corrispondere un complesso di comportamenti tendenti ad un approccio “net-centrico” nell’articolazione e funzionamento delle istituzioni. Ramo li riassume all’americana maniera con una serie di sofisticati aforismi e sdrammatizzanti nickname validi, come afferma, «sia per la conduzione di uno stato che di una famiglia» (speriamo che sia scapolo.). Si tratta della “distribuzione del potere e delle intelligenze”, dell’adattamento costante dei comportamenti ai fluidi del divenire, delle strategie effect-based, del “pensiero concettuale”, nonché della già citata e un po’ pedante “resilienza” da opporre alle negatività. Ovvero “mi piego ma non mi spezzo” (una certa cultura italica è resiliente “da mò”, direbbero a Napoli, ma i risultati di questa modernità ante litteram non sono poi così incoraggianti. Ne è al corrente Ramo?). Un’altra innovazione auspicata dall’autore è l’imitazione, da parte delle difese istituzionali degli stati, del sistema immunitario degli esseri viventi, che accetta le aggressioni, evitando di prevenirle (perché in realtà non può. Quando ci riesce, ne abusa, come fa l’uomo nelle disinfestazioni chimiche di culture e habitat), e utilizzandole per rafforzarsi. Ci sarebbe da osservare che questo approccio non costituisce una novità: si tratta di metodiche già ampiamente adottate da settori chiave degli stati, come le Forze Armate, i servizi di sicurezza, l’anticalamità, l’emergenziale in genere. Cosa sono la formazione duramente selettiva degli addetti, le esercitazioni più realistiche, le simulazioni, gli impegni operativi accessori ma ricercati con un impegno a volte incomprensibile, se non una continua opera di vaccinazione operativa in vista degli impegni più gravosi? I nuovi atteggiamenti auspicati da Ramo sembrano affascinanti nella loro enunciazione, ma risultano piuttosto ardui nella loro applicazione concreta (“mancanza di realismo e di proposte praticabili” è la critica 73


Risk ricorrente al saggio). Essi si dovrebbero accompagnare ad un processo continuo di innovazione e apprendimento iterativo aperto alle altre culture, particolarmente necessario ad un Occidente molto introspettivo, ma ignaro del resto del mondo. Su questo tema Ramo si sofferma a lungo dimostrando un’accentuata simpatia anzi “empatia”, come più volte ripete, per auspicarla verso le culture asiatiche che “percepiscono olisticamente”, a differenza di quelle occidentali che tendono a focalizzare un tema per volta disinteressandosi al con-

testo, fondamentale per un cinese o un giapponese. Parecchio altro si potrebbe dire del lavoro, che a dispetto dei suoi numerosi difetti – leggendolo e rileggendolo saltano sempre più agli occhi – è comunque uno dei più recenti e godibili esempi di come si può fare autorevole informazione appassionando, ammaestrando, divertendo e suscitando, oltre le critiche, anche pensiero libero.

RILEGGENDO L’ITALIA DI CANALE MUSSOLINI Per ricordare chi siamo stati, da dove arriviamo e cosa non dobbiamo perdere: la nostra memoria nazionale di Mario Arpino

Tra le mie letture di quest’annno c’è stato Canale Mussolini, di Antonio Pennacchi, premio Strega 2010. Sono 460 pagine dense di storia, di cultura, di eventi così vicini a noi ma già così lontani, che arricchiscono senza stancare mai. Perché l’Autore riesce a proporle con passione, scanzonata nonchalance e grande semplicità, smitizzando fatti, cose e persone ma, al tempo stesso, sconfiggendo l’oblio, ne rafforza il mito. È una storia originale e documentata della bonifica delle paludi pontine, di cui il Canale Mussolini, scavato dalle pendici dei monti fino al mare per incanalare le acque, è l’asse portante di tutta l’opera. Del libro e della bonifica. Su questa terra nuova, recuperata all’agricoltura e in parte strappata al latifondo dall’ambiziosa creatività del fascismo tra le due guerre, all’inizio degli anni Trenta vengono fatti insediare migliaia di contadini trasportati dal nord - interessante è la puntuale descrizione di questo esodo - che lasciano le proprie terre e diventano i primi attori di un’Italia nuova. Trovano tutto già predisposto. A ciascuna famiglia viene assegnato un podere, con tanto di bestiame, casa colonica, sacchi di semente e pian74

tine da porre a dimora. Sono ferraresi, veneti e friulani con nonne imperiose che sanno guidare il carretto e governare le bestie, uomini forti e volitivi, mezzadri che sanno fare tutti i mestieri, donne spavalde che alle feste di mietitura ballano e ridono con tutti i maschi, ragazze che pedalano disinvoltamente in bicicletta sulle strade alzaie e innumerevoli bambini di ogni età. Per i “marocchini” locali sono i “polentoni” o “cispadani” del nord, da guardare con sospetto per le loro libere abitudini, in stridente contrasto con le antiche tradizioni di una società di fatto ancora feudale. L’artificio che trova Pennacchi per raccontare vera Storia senza annoiare è inventarsi una famiglia di coloni - i Peruzzi - attorno alla quale incentrare tutti i maggiori accadimenti dell’epoca, dalla “battaglia del grano” fino a quelle di Etiopia, Spagna e seconda guerra mondiale, in cui i vari membri della famiglia vengono man mano coinvolti. La vita nei campi e nei poderi, assieme ai rapporti spiccioli con il regime, restano sempre e comunque il filo conduttore, fino ad una nemesi finale che per il lettore sarà una vera sorpresa. La galleria di personaggi che compongono questa saga familiare è assai numerosa - come numerose dovevano essere tutte le famiglie dei coloni tra-


libreria piantati dal regime - e si articola sulle due generazioni, quella dei nonni e quella dei figli che hanno vissuto in modo consapevole l’avventura del trasloco dal nord, più una innumerevole schiera di nipoti della terza generazione, che però nel libro ha solo il ruolo di comparsa. Con l’eccezione della preannunciata “sorpresa” nell’epilogo. Troviamo così zio Pericle, fascista convinto verso cui il Partito ha un debito segreto, ma che dal fascio non si fa dettare ordini, e poi zio Adelchi, che preferisce comandare che lavorare, Iseo e Temistocle, Treves e Turati - i cui nomi ricordano l’origine socialista della famiglia Peruzzi. C’è poi la schiera di sorelle e di nuore, a volte buone e compassionevoli, a volte amiche ed altre meno, e altre volte perfide e velenose, come zia Bissola, che in dialetto significa “biscia”, ma che in realtà è un abbreviativo di Bissolata. La più bella è la zia Armida, sposa di zio Pericle, il più valoroso, ma anche fonte di guai per tutta la famiglia. La tecnica narrativa di Pennacchi è un lungo monologo, dove l’autore, voce narrante, si rivolge direttamente ad un muto interlocutore, che potrebbe anche essere un intervistatore, ma che in realtà è ciascun lettore. La stesura è in prima persona, uno dei nipoti di terza generazione che ripete fedelmente, ma sempre con una propria chiave di lettura, tutte le storie udite in famiglia e tramandate dagli zii e dai

nonni. Il metodo è così efficace, fluido e continuo che il libro, per quanto corposo, non lascia nemmeno avvertire l’esigenza di un indice o di una suddivisione in capitoli. Vi sono solo tre stacchi, che tuttavia svolgono l’unica funzione di separare fisicamente, pur mantenendoli legati concettualmente, tre periodi distinti di questa saga di famiglia. «Non esiste naturalmente nessuna famiglia Peruzzi in Agro Pontino a cui siano capitate tutte le cose narrate qui» - scrive l’Autore nella sua brevissima autoprefazione «Sia la famiglia Peruzzi che la successione delle cose che le capitano, anche in riferimento ai personaggi storici realmente esistiti, non sono che frutto di invenzione (….). Non esiste però nessuna famiglia di coloni veneti, friulani o ferraresi in Agro Pontino - e anche questo è un fatto - a cui non siano capitate almeno alcune delle cose che qui succedono ai Peruzzi». Questo ulteriore artificio è molto importante, perché consente a Pennacchi di mescolare continuamente realtà e fantasia rimanendo però sempre nel verosimile. Tuttavia la componente “reale” - ancorché trattata spesso con disinvolta irriverenza, ma anche con una vena di ammirazione verso personaggi famosi e istituzioni care al regime - si lascia distinguere nettamente da quella fantastica per la precisione dei contorni, la profondità di indagine e una non comune obiettività stori-

ANTONIO PENNACCHI Canale Mussolini Mondadori pagine 460 • euro 20,00 Operaio turnista in fabbrica fino a cinquant’anni, nato a Latina, dove vive, nel 1950. Pennacchi esordisce con l’editore Donzelli (Roma, 1995) con “Palude. Storia d’amore, di spettri e di trapianti”. Per Mondadori ha pubblicato nel 2003 “Il fasciocomunista”, da cui è stato tratto il film “Mio fratello è figlio unico” e “Shaw 150”. Storie di fabbrica e dintorni (2006). Con Laterza (2008) è autore di “Fascio e martello”. Canale Mussolini è l'asse portante su cui si regge la bonifica delle Paludi Pontine. I suoi argini sono scanditi da eucalypti immensi che assorbono l'acqua e prosciugano i campi, alle sue cascatelle i ragazzini fanno il bagno e aironi bianchissimi trovano rifugio. Su questa terra nuova di zecca, bonificata dai progetti ambiziosi del Duce e punteggiata di città appena fondate, vengono fatte insediare migliaia di persone arrivate dal Nord. Tra queste migliaia di coloni ci sono i Peruzzi. A farli scendere dalle pianure padane sono il carisma e il coraggio di zio Pericle. Con lui scendono i vecchi genitori, tutti i fratelli, le nuore. E poi la nonna, dolce ma inflessibile nello stabilire le regole di casa cui i figli obbediscono senza fiatare.

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Risk ca. Nel fare ciò, senza apparire, Pennacchi assume la veste del professore, di colui che sa, si è documentato ed è in grado di trasferire con correttezza la nozione di cose, fatti e persone che se si fa eccetto per certe zone dell’Agro - la storiografia ufficiale di questo dopoguerra ha lasciato volutamente ricoprire dalla patina del tempo. Così, esce dalle pagine del libro un Mussolini inedito, particolare, famigliare, probabilmente molto più vicino a ciò che era stato alle origini di quanto lo fosse alla fine. Si parla di un Edmondo Rossoni - nume tutelare della famiglia Peruzzi - che nessuno oggi sa più chi sia stato. Mentre all’epoca era uno dei personaggi più attivi del regime, l’ispiratore di tutte le bonifiche portate a termine sulla terraferma e nelle isole, il fondatore dell’ Unione Italiana Lavoratori (Uil), il segretario generale della confederazione dei sindacati fascisti, uno dei membri del Gran Consiglio che il 25 luglio 1943 ha votato l’ordine del giorno Grandi contro il Capo del Governo. Anche la discussa figura di Italo Balbo ne esce in modo sereno, senza insistenze - come si è fatto per anni e ancora oggi qualcuno ci prova - sull’accusa di essere stato il “mandante” dell’uccisione del povero don Minzoni, che invece Pennacchi descrive come esito involontario dell’azione di una squadretta punitiva di picchiatori. Anche qui dimostra la sua serietà di documentazione, in quanto è evidente che deve aver letto la sentenza del 4 dicembre 1924, della VII sezione del Tribunale di Roma e quella scaturita dal processo celebrato in epoca non sospetta, nel 1947, dalla corte di assise di Ferrara, che escludevano entrambe ogni diretta responsabilità del futuro trasvolatore. Inconsueta per spontaneità - in seguito vedremo chi è il personaggio Antonio Pennacchi - anche l’esplicita ammirazione per la determinazione del regime: «Ci avevano provato i Romani a bonificare queste paludi, e prima di loro gli antichi Latini, e poi anche i papi, Leonardo da Vinci e Garibaldi. Ma 76

la palude aveva sempre vinto lei. (….). Poi arrivano il Duce e Rossoni, decidono di scavare il canale Mussolini e dove non erano riusciti Giulio Cesare, Pio VI e Napoleone, in quattro e quattr’otto bonificano tutto…». Non solo. L’Autore, nel racconto, fa anche in modo di smentire chi, pur di denigrare in qualche modo l’opera di bonifica, ha cercato nel dopoguerra di avallare la tesi che borghi, case coloniche e poderi fossero stati articolati sul terreno in modo da impedire ogni contatto sociale tra i nuovi abitanti, favorendone così il controllo da parte del regime. La dimostrazione sta in una delle sue opere precedenti. A questo punto, c’era da aspettarselo, su Pennacchi è cominciata a calare l’accusa di “revisionismo”. Esattamente come era già accaduto al bistrattato Giampaolo Pansa e a tutti coloro che hanno cercato di infrangere, raccontando in modo schietto la verità, alcuni dei mostri sacri originati dalla fine della guerra in poi. Tra gli altri, in difesa accorre anche Paolo Buttafuoco, di Panorama, che giudica «un errore da segnare con matita blu» ogni tentativo di far passare Canale Mussolini come opera revisionista. «Nel nuovo romanzo dello scrittore di Latina - afferma - c’è solo il magnificat della vera letteratura. C’è un’epica storicamente a noi vicina eppure percepita lontana, ma per cecità obbligata, speculare al revisionismo: l’esorcismo ideologico ad ogni costo. Fosse pure per pagare il prezzo dell’oblio di ogni nostra radice sociale, culturale e spirituale». Il fascismo non c’entra in queste pagine, dove il fatto che sia stata la volontà di Mussolini, spinta da Rossoni, a redimere le paludi pontine è solo un dettaglio. Lucio Caracciolo, direttore di Limes, è di parere analogo. È il ritorno del romanzo italiano, dice ancora Buttafuoco, mentre l’unico paragone che rende giustizia a Pennacchi è Riccardo Bacchelli, con Il Mulino del Po. E con la questione del revisionismo ritengo che, ormai, si


libreria possa chiudere qui. Per comprendere ed apprezzare appieno questo libro è però indispensabile sapere chi è Antonio Pennacchi. Camilla Bigini, scrittrice e copywriter in rete, su Libri Blog ce lo racconta così. Il nostro nasce a Latina nel 1950 in una famiglia numerosa. I suoi sei fratelli aderiscono presto a organizzazioni di sinistra, ma Antonio si iscrive invece all’Msi, da quale però viene espulso. Aderisce allora ai marxisti-leninisti, il cui organo di stampa è Servire il Popolo. Alla fine degli anni Settanta entra nel Psi e nella Cgil, dalla quale viene espulso, e si associa alla Uil. Si iscrive poi al Pci e ritenta ancora l’avventura nella Cgil, dalla quale nel 1983 viene nuovamente espulso. Deluso, decide di lasciare del tutto la vita politica. Operaio all’Alcatel Cavi, in

un periodo di cassa integrazione si laurea in lettere ed inizia la sua carriera di scrittore. Da allora ha lavorato molto e con varie case editrici - le sue opere sono riportate in terza di copertina - per fermarsi poi da Mondatori con Il Fasciocomunista, vincitore del premio Napoli, e ora con Canale Mussolini, vincitore dello Strega. «Bello o brutto che sia - dice l’Autore - questo è il libro per cui sono venuto al mondo (….). Anche gli altri libri sono nati in funzione di questo e solo per lui mi sono messo a studiare le storie più strambe di questo mondo, dall’uomo di Neandertahl all’architettura e le bonifiche fasciste: solo per poter fare questo libro…». Avrete già capito che Antonio Pennacchi è uno di quelli che, se trova la sua strada, riesce alla grande!

EURABIA? È STATA INVENTATA DA HITLER

Grazie alla Germania nazista (e in parte anche agli Usa) i Fratelli musulmani sono riusciti a dominare l’islam europeo di Daniel Pipes Gli attentati del 7 luglio 2005 a Londra, in cui i fondamentalisti islamici uccisero 52 persone, ferendone altre 700, hanno spinto le autorità britanniche a lavorare con i musulmani per evitare violenze ed attentati in futuro. Purtroppo però, le autorità inglesi invece di rivolgersi ai musulmani contrari all’islamismo, alias quelli che rifiutano l’obiettivo trionfalista di applicare la legge islamica in Europa, hanno preferito rivolgersi agli islamisti nonviolenti, sperando che quest’ultimi riuscissero a persuadere i loro correligionari ad esprimere il loro odio verso l’Occidente, rispettando la legge. Questo sforzo ha conferito un ruolo importante a Tariq Ramadan (classe 1962), un eminente intellettuale islamico. Ad esempio, la polizia metropolitana di Londra ha in parte finanziato una conferenza che vedeva Ramadan come relatore e il premier Tony Blair lo ha ufficialmente invitato a prendere parte a «un gruppo di lavoro contro l’estremismo».Mettere in campo un islamista poteva sembrare

un’idea intelligente e originale, ma non è stata né l’una e né l’altra. Da decenni i governi occidentali si alleano senza successo con gli islamisti. Anzi, per meglio dire, si sono alleati con la stessa famiglia di Ramadan. Nel 1953, Dwight D. Eisenhower ricevette un gruppo di musulmani provenienti dall’estero di cui faceva parte Said Ramadan (1926-95), leader dell’organizzazione islamica più influente del Ventesimo secolo - i Fratelli ;usulmani, ferocemente anti-occidentale – nonché padre di Tariq. L’incontro fra Eisenhower e Ramadan ebbe luogo nell’ambito dei prolungati tentativi da parte del governo americano di radunare i musulmani contro il comunismo sovietico, in parte mettendo Said Ramadan sul libro paga della Cia. Talcott Seelve, un diplomatico americano che lo ha incontrato all’epoca spiega: «Consideravamo l’islam un contrappeso al comunismo». Poi c’è stato Hasan al-Banna (1906-49), nonno di Tariq, fondatore dei Fratelli musulmani e beneficiario di finanziamenti da parte dei nazisti. Alla fine degli anni Quaranta i diplomatici americani al Cairo avevano 77


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IAN JOHNSON A Mosque in Munich: Nazis, the Cia, and the Rise of the Muslim Brotherhood in the West Houghton Mifflin Harcourt pagine 318 • dollari 27,00 Johnson, giornalista vincitore di un Premio Pulitzer quando lavorava per il “Wall Street Journal”, rivela - grazie allo studio di archivi americani e europei, classificati come segreti e contenenti migliaia e migliaia di documenti gli inediti colpi di scena che hanno portato la Fratellanza Musulmana della famiglia Ramadan in Europa. Nel suo libro-inchiesta A Mosque in Munich: Nazis, the Cia, and the Rise of the Muslim Brotherhood in the West, Johnson fa un’analisi degli eventi e dei personaggi chiave che portarono negli anni ’50 alla costruzione della moschea e del centro islamico di Monaco di Baviera dove erano confluiti l’Islam delle Repubbliche Socialiste Sovietiche dell’Asia Centrale e Caucaso, l’Islam radicale dei Fratelli Musulmani e i nazisti antisemiti.

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“regolari incontri” con lui, lo trovavano “del tutto empatico” e percepivano la sua organizzazione come una forza “moderata” e perfino “positiva”. A quanto pare, gli inglesi hanno offerto del denaro ad alBanna. In altre parole, i governi occidentali hanno un passato che ignora la ributtante ideologia degli islamisti, e lavorando con questi ultimi, li hanno perfino rafforzati. In una magnifica opera di indagine storica e investigativa, Ian Johnson, un giornalista vincitore di un premio Pulitzer quando lavorava per il Wall Street Journal, rivela nuovi colpi di scena e svolte di questo dramma nel suo volume fresco di stampa dal titolo A Mosque in Munich: Nazis, the Cia, and the Rise of the Muslim Brotherhood in the West. Johnson inizia col passare in rassegna i sistematici tentativi da parte dei nazisti di reclutare i musulmani sovietici in mezzo ai loro prigionieri di guerra. Parecchi musulmani detestavano Stalin, 150 - 300.000 di essi combatterono per le potenze dell’Asse nella Seconda guerra mondiale. In altre parole, senza tener conto del loro infruttuoso tentativo di propaganda rivolto agli arabi, i nazisti in realtà hanno messo in campo una vera e propria forza composta principalmente da musulmani turchi sotto la leadership di un fanatico nazista qual era Gerhard von Mende. Johnson segue l’operato di Mende, dopo la sconfitta tedesca del 1945, mentre lo studioso continuava la sua attività anti-comunista con gli exmusulmani sovietici, in seno al contesto della Guerra fredda. Ma questa rete di exsoldati non si è dimostrata capace di conseguire l’obiettivo di destare ostilità contro l’Unione Sovietica. Il loro intellettuale di spicco, ad esempio, era l’imam di una divisione delle SS che contribuì a sopprimere

la rivolta di Varsavia del 1944. Gli islamisti si sono prontamente dimostrati assai più capaci in questa sfida politica e religiosa. Johnson spiega che essi «indossano giacca e cravatta, sono in possesso di diplomi di laurea e possono formulare le loro richieste nei modi che un politico riesce a comprendere». Il fulcro di questo affascinante studio sta nel tracciare l’evoluzione, per lo più a Monaco, da vecchi soldati a nuovi islamisti. È una classica storia di intrighi avvenuti negli Cinquanta, completa di nazisti riabilitati, di organizzazioni di copertura della Cia e di duellanti ambizioni sovietico-americane. Johnson mostra come gli americani, senza qualcuno che lo pianificasse, abbiano usurpato la rete di Mende per consegnarla a Said Ramadan. E l’autore arguisce che questo sollecito aiuto americano dato ai Fratelli musulmani abbia offerto all’organizzazione i mezzi per stabilire una base islamista giusto in tempo per accogliere negli anni Settanta il flusso migratorio musulmano in Europa. Pertanto, la dominazione islamista dei musulmani europei ha due facilitatori occulti: i nazisti e gli americani. Il fatto che affondi le sue origini nell’Operazione Barbarossa rivela l’abietto pedigree della forza islamista odierna. Hitler e i suoi criminali non potevano prevederlo, ma hanno contribuito a preparare la strada per l’Eurabia. Il sostegno americano agli islamisti induce Johnson a mettere in guardia contro la futilità di allearsi con i Fratelli musulmani e la sua famiglia d’origine come Tony Blair ancora una volta ha tentato recentemente di fare. Ma per quanto sia allettante, ciò danneggia immutabilmente l’Occidente. La lezione è semplice: essere a conoscenza della storia e non aiutare gli islamisti.


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del numero

MARIO ARPINO: generale, già Capo di Stato Maggiore della Difesa OSVALDO BALDACCI: giornalista, analista di politica internazionale DANIEL PIPES: direttore del Middle East Forum, editorialista del New York Post e del Jerusalem Post EGIZIA GATTAMORTA: ricercatrice del CeMiSs per l’Africa e il Mediterraneo RICCARDO GEFTER WONDRICH: ricercatore del CeMiSs per l’America Latina VIRGILIO ILARI: docente di Storia delle Istituzioni Militari all’Università Cattolica di Milano ANDREA MARGELLETTI: presidente del Ce.S.I. - Centro Studi Internazionali ALESSANDRO MARRONE: ricercatore presso lo Iai - Istituto Affari Internazionali - nell’Area Sicurezza e Difesa ROGER F. NORIEGA: ambasciatore, già consigliere diplomatico presso la Segreteria di Stato per l’America Latina e ambasciatore Usa presso l’Organizzazione degli Stati Americani durante la presidenza di Gorge W. Bush JOHN R. BOLTON: già ambasciatore Usa presso le Nazioni Unite MAURIZIO STEFANINI: giornalista e scrittore ANDREA TANI: analista militare, scrittore

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Towards a safer world

DIFFERENT BORDERS. DIFFERENT WATERS. THE SAME SHARED PRIDE IN YOUR SUCCESS. Maritime surveillance is critical to ensuring the safety and security of coastal borders and offshore zones. Which is why we have developed scaleable airborne surveillance solutions that integrate multiple sensors within a modular mission suite to give a complete overview of the littoral. Already selected by eight nations, they are LQKHUHQWO\DGDSWDEOHWRVXLW\RXUVSHFLÀFUHTXLUHPHQWVIRUPDULWLPHVHFXULW\VHDUFKDQGUHVFXHERUGHUFRQWURO and environmental protection. Delivering total maritime domain awareness. Tomorrow’s technology is here today.

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Mario Arpino

Osvaldo Baldacci

Daniel Pipes

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SUDAMERICA, GUERRA O PACE?

Luisa Arezzo

Maria Egizia Gattamorta

2010

settembre-ottobre

numero 58 anno X euro 10,00

quaderni di geostrategia

registrazione Tribunale di Roma n.283 del 23 giugno 2000 sped. in abb. post. 70% Roma

Socialismo, armi e America Latina Perché bisogna temere i movimenti di Chávez & Co. ma non averne paura MARIO ARPINO

Il grande esercito è in marcia

risk

Nel Continente oltre un milione di soldati regolari (senza contare i paramilitari) ANDREA NATIVI

Riccardo Gefter Wondrich

SUDAMERICA

Virgilio Ilari

GUERRA O PACE?

Andrea Margelletti

Alessandro Marrone

I cinque moschettieri

Andrea Nativi

Modello chavista, lulista e filo-Usa: ecco il vademecum politico MAURIZIO STEFANINI

Roger F. Noriega

John R. Bolton

Maurizio Stefanini

Andrea Tani

RISK SETTEMBRE-OTTOBRE 2010

Michele Nones

Quelle partite di poker senza Obama Washington perde terreno e la Casa Bianca ha sempre meno alleati ROGER F. NORIEGA

L’onda nera sull’Europa Osvaldo Baldacci

Eurabia? È stata inventata da Hitler Daniel Pipes 1

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